Italia e il mondo

Dopo l’ operazione Carola: la fine dell’inizio, di Roberto Buffagni

Dopo l’ operazione Carola: la fine dell’inizio

 

 

Cari amici vicini & lontani, è finito l’inizio. Che cosa comincia, dopo?

Si è conclusa con un completo successo la prima parte dell’abile e professionale azione di guerra ibrida (5th generation war)[1] della quale è stata eroina eponima Carola Rackete.

La definizione più sintetica della guerra ibrida si deve al Tenente Colonnello Stanton S. Coerr, Corpo dei Marines[2]: “l’arma preferita della guerra di quinta generazione è lo stallo politico. Chi combatte una guerra di quinta generazione vince dimostrando l’impotenza della potenza militare tradizionale…questi combattenti vincono quando non perdono, mentre noi perdiamo quando non vinciamo”.

Basta riandare con la memoria ai recentissimi episodi che hanno scandito l’ operazione Carola per verificare che la vicenda si è svolta in conformità alla definizione del Ten. Col. Coerr. Carola ha vinto perché non ha perso; noi – lo Stato italiano, le sue FFOO e FFAA, il Ministro Salvini che si è autodesignato a obiettivo principale dell’operazione e i molti milioni di italiani che lo sostengono –  abbiamo perso perché non abbiamo vinto; la potenza militare dello Stato italiano, incomparabilmente superiore a quella a disposizione di Carola, ha dimostrato la sua impotenza; e il sistema d’arma impiegato per condurre l’operazione bellica  è stato uno stallo politico creato con il decisivo contributo di collaboratori interni al campo bersaglio dell’attacco, l ’Italia nel suo insieme: governo, istituzioni dello Stato, nazione e popolo. Nomi, cognomi e qualifiche professionali dei suddetti collaboratori interni sono facilmente reperibili da chiunque abbia seguito le notizie, né la collaborazione implica sempre la piena consapevolezza del ruolo effettivamente svolto: buona e mala fede sono entrambe utili, e anzi, entrambe necessarie al successo dell’operazione (è stata arruolata nell’ operazione Carola persino l’Antigone sofoclea, insospettabile di complicità).

Quale sia il centro direttivo dell’ operazione Carola è impossibile dire senza informazioni riservate delle quali non dispongo. Osservando lo svolgimento dell’operazione, si può star certi di due cose: a) l’operazione è stata messa in cantiere parecchi mesi fa, probabilmente in coincidenza con il varo del Decreto Sicurezza voluto da Salvini, che, sia detto per inciso, secondo alcuni competenti presenta criticità e punti deboli che hanno fornito opportunità favorevoli all’attacco b) chi l’ha concepito e organizzato è professionalmente ben preparato e in grado di accedere a una vasta rete di contatti e finanziamenti in Italia e all’estero, specie in Germania. Siccome la preparazione professionale in questo campo si acquisisce nelle FFAA e nei servizi d’informazione, è verisimile che almeno il case officer dell’ operazione Carola si sia formato così, anche se magari non appartiene (più) ai quadri di un servizio d’informazione o di una forza armata.

L’ operazione Carola è il primo episodio operativo di una guerra ibrida di logoramento appena iniziata, che si propone i seguenti obiettivi:

  1. dimostrare che nonostante il vasto e maggioritario consenso del popolo italiano di cui gode, il Ministro dell’Interno Matteo Salvini, eroe eponimo della linea anti-immigrazione e del “sovranismo” italiano ed europeo, è affatto impotente a realizzare i suoi obiettivi
  2. accentuare le divisioni interne al governo gialloverde: divisioni tra i gialli e i verdi, divisioni interne ai gialli e a verdi tra linee politiche e gruppi dirigenti con interessi e basi sociali diverse
  3. abbattere il morale e provocare una crisi di fiducia sia nella maggioranza di italiani che sostengono la linea Salvini, sia (soprattutto) nelle FFOO e nelle FFAA italiane, che in questa circostanza hanno dovuto constatare due fatti gravi in sé, ma per loro gravissimi: uno, che per le istituzioni italiane sono sacrificabili e disonorabili (Carola ha potuto beffare e mettere a rischio la vita di cinque finanzieri che eseguivano ordini superiori senza subirne la minima conseguenza, neppure la minima riprovazione istituzionale); due, che Matteo Salvini, il politico che si è proposto come principale difensore dell’interesse nazionale, per quanto si possano accreditare le sue intenzioni di tutta la sincerità e buona volontà del mondo, non soltanto non riesce a difenderli quando compiono il loro dovere,  ma neppure a garantirgli il rispetto e l’onore a cui un militare non rinuncia senza abdicare alla sua vocazione
  4. menomare le capacità di sfruttare le opportunità politiche che la crisi UE presenta all’attuale governo, compromettendone coesione politica e lucidità anche psicologica.
  5. rinsaldare la coesione del campo avverso a Salvini e ai “sovranisti” (opposizione politica, ceti dirigenti ad essa collegati dall’europeismo e dalla solidarietà culturale e d’interessi+ loro base sociale ed elettorale)
  6. promuovere le condizioni di fattibilità di una nuova alleanza politica maggioritaria, che può vedere associati sia una parte del Movimento 5*+PD, sia una Lega nella quale la “linea Salvini” di difesa dell’interesse nazionale sia battuta o conservata a solo scopo cosmetico/elettorale + partiti centristi già esistenti (Forza Italia) o in via di formazione (progetti Calenda & Renzi + altri eventuali), sia qualunque altra combinazione atta allo scopo di battere il “sovranismo”
  7. Prevenire la formazione di un governo italiano abbastanza stabile, coeso ed esperto da perseguire non solo a parole ma nei fatti l’interesse nazionale, cioè anzitutto il dettato geopolitico connaturato alla nostra posizione nel Mediterraneo, che ci spinge a influenzare il Nordafrica e le nazioni che si affacciano sull’Adriatico. Quest’ultimo è l’obiettivo strategico decisivo che fa convergere gli interessi permanenti della potenza britannica con quelli, mutevoli, di Germania, Francia e, in caso di ritorno alla Casa Bianca dei Democrats clintoniani o loro avatar, USA.

Ripeto: L’ operazione Carola è il primo episodio operativo di una guerra ibrida di logoramento appena iniziata. Appena iniziata vuol dire che sono già in preparazione, probabilmente avanzata, altri attacchi di crescente violenza e del medesimo tipo.

Le sconfitte operative diventano sconfitte strategiche ( = le battaglie perse diventano guerre perdute) solo quando dalle sconfitte non si impara e non si mettono in campo nuove e appropriate contromisure, culturali e operative.

La primissima cosa da fare è non cercare la soluzione dove non c’è. Una vecchia barzelletta illustra bene questo frequente errore. Eccola.

 

 

Le chiavi e il lampione

Notte fonda, buio pesto. Antonio rincasa. In fondo alla via, nel cerchio di luce di un lampione, vede l’amico Giovanni chino a terra. “Che stai facendo, Giovanni?” “Cerco le chiavi, Antonio.” “Le hai perse qui?” “No, le ho perse chissà dove. Ma qui almeno ci si vede.”

Morale: bisogna cercare le chiavi dove possono essere, anche se c’è buio, anche se si devono cercare a tastoni, brancolando nel buio. Cercarle dove c’è luce anche sapendo che non ci possono essere, perché lì ci vediamo, perché quelle sono le cose che l’esperienza ci ha abituati a vedere, non va bene: le chiavi non le troveremo mai.

Nel caso della Lega e in particolare di Salvini, la barzelletta delle chiavi e del lampione dice questo. Per la sua formazione di partito radicatissimo nel territorio, che esprime con coerenza e con forza il proprio interesse immediato e locale, la Lega è abituata a vedere anzitutto due cose: la politica locale e la politica elettorale (radicamento identitario+ mediazione degli interessi+ amministrazione). Alla politica estera non ha mai rivolto seriamente l’attenzione (non è illuminata dal cerchio di luce del lampione) perché se ne occupava il suo avversario principale, “Roma ladrona”, il governo nazionale; col quale la Lega ha sempre condotto una trattativa volta a strappare quanto più possibile per “la Padania”, ma che non ha mai pensato di soppiantare e surrogare: le chiacchiere secessioniste, i duecentomila bergamaschi con la pallottola in canna del simpatico fantasista Umberto Bossi sempre furono, appunto, chiacchiere e guasconate da bar Sport dopo il quarto Campari.

Grazie all’inesauribile immaginazione della Storia , alla prodigiosa, immortale fantasia degli italiani, e alla disfunzionalità arrogante e catastrofica del baraccone UE che ha spalancato autostrade politiche a venti corsie ai propri oppositori, i principi attivi che hanno dato origine alla Lega – radicamento identitario + difesa dell’interesse immediato – sono diventati il razzo vettore della Nuova Lega nazionale di Salvini. A Roma ladrona si è sostituita Bruxelles ladrona, al popolo padano (con tanto di corna celtiche e Dio Po) si è sostituito il popolo italiano (con tanto di tricolore, rosario e invocazione all’Immacolata Concezione); e al 3% si è sostituito il 38% dei consensi.

Questa straordinaria vittoria/ribaltone, per la quale il popolo italiano deve sul serio ringraziare l’Immacolata Concezione o altri avatar del numinoso a piacere, pone però alla Lega e al suo Capitano Matteo Salvini una serie di problemi per risolvere i quali affidarsi a Dio non basta (“aiutati che Dio t’aiuta”). I problemi immediati da risolvere sono i seguenti:

  1. Non c’è più Roma ladrona che si occupa della politica internazionale
  2. Mentre Roma ladrona era un avversario, con il quale si tratta anche con durezza ma che non vuole e non può, senza suicidarsi, mettere a rischio esistenziale “la Padania”, Bruxelles ladrona forse è (secondo me senza forse, ma lasciamo il dubbio che possa non esserlo) un nemico, un nemico che può benissimo mettere a rischio esistenziale, senza suicidarsi, l’intera Italia e la Padania in essa (Digressione: la linea “lombardo-veneta” interna alla Lega pensa che sia possibile e opportuno salvare la Padania all’interno della UE lasciando affondare il Meridione: un’idea che più sballata non si potrebbe, perché senza Meridione l’Italia conta come una Croazia con più soldi, ma che raccoglie consenso in ragione dell’abitudine leghista di vedere e interpretare anzitutto l’interesse immediato)
  • Dall’istante in cui si è proposta, con successo, come interprete dell’interesse nazionale italiano, la Lega del Capitano è entrata nel campionato di serie A delle potenze, un campionato nel quale l’Italia non può non giocare perché il Padreterno l’ha piazzata irrevocabilmente in un luogo decisivo per gli equilibri geopolitici mondiali: il Mediterraneo.
  1. Quando l’Italia non è riuscita a giocare con una propria squadra nel suddetto campionato di serie A delle potenze, ne è diventata il campo di gioco. Il gioco delle potenze è il gioco più violento che si conosca, in confronto la boxe professionistica è il tamburello. Diventarne il campo di gioco è molto pericoloso. Questo è un dato permanente dello storia.
  2. Dunque il Capitano d’Italia Matteo Salvini, volens nolens, deve imparare a giocare – anzi, a guidare il gioco della squadra Italia – nel campionato di serie A delle potenze. Non ci ha mai giocato, non ha neanche mai studiato i manuali di gioco: però alla guida della squadra c’è lui, e non un altro. Quindi tocca a lui. Un tempo si diceva che il principe riceve “la grazia di stato”, cioè l’aiuto divino commisurato ai compiti che il suo ruolo gli impone. La grazia certo non si merita, ma bisogna disporsi a riceverla dall’alto impegnandosi a fondo in questa valle di lacrime.

I provvedimenti immediati da prendere sono:

  1. Sono già in corso di avanzata preparazione ulteriori attacchi di guerra ibrida contro l’Italia. Riunire una task force di competenti in materia, che ci sono (nei servizi d’informazione, nelle FFAA, nelle FFOO) e mettere allo studio a) contromisure difensive b) contrattacchi simmetrici
  2. Riparare lo strappo alla fiducia delle FFOO e FFAA. Visitarne e lodarne reparti va bene ma non basta. E’ di importanza decisiva, per prevenire la destabilizzazione dello Stato, stringere un’alleanza strutturale con le divise. Nella Prima Repubblica, spina dorsale dello Stato erano l’IRI, i partiti e il Vaticano. Oggi l’IRI non c’è più, i partiti nemmeno e il Vaticano è un nemico politico. Senza spina dorsale effettuale uno Stato si destabilizza facilmente con azioni endogene ed esogene, ancor più se abilmente combinate. Spina dorsale dello Stato italiano odierno possono (secondo me devono) diventare FFAA e FFOO. Un metodo semplice, efficace, del tutto legale e pacifico è il seguente.
  3. Tutti gli ufficiali in servizio permanente effettivo dal grado di maggiore in su sono anche funzionari pubblici. Le FFAA ed FFOO italiane hanno troppi ufficiali, molti dei quali sanno che non supereranno mai il grado di tenente colonnello. Tutti gli ufficiali hanno esperienza amministrativa e di comando di uomini; i carabinieri sono laureati in legge, i finanzieri in economia, gli aviatori e i marinai in ingegneria rispettivamente aereonautica e navale, i fanti in scienze strategiche. La selezione psicofisica del personale è la più severa di tutta l’amministrazione pubblica, la sua correttezza salvo rare eccezioni esemplare. Si impieghi dunque il maggior numero possibile di ufficiali dei gradi intermedi delle FFOO e FFAA come pubblici funzionari nell’amministrazione civile, statale e non. Il primo effetto positivo di questa misura si vedrà nell’immediato calo delle ruberie e degli sprechi (non mi ci vedo un fornitore della ASL proporre tangenti a un ufficiale dei carabinieri). Ma l’effetto positivo più importante e durevole sarà l’introduzione di una esperienza del conflitto geopolitico, e di una fedeltà all’interesse nazionale, che per gli ufficiali delle FFOO e FFAA fanno parte dell’addestramento di base e della vocazione professionale.
  4. Prendere immediatamente l’iniziativa sul tema dell’immigrazione con una proposta nuova che prenda in contropiede la propaganda immigrazionista dell’opposizione e dimostri la sua impotenza e inefficacia (che faccia cioè la stessa identica cosa che ha tentato con successo, a parti rovesciate, l’ operazione Carola). Insistere ciecamente, sbattendo la testa contro il muro, sulla sola linea “porti chiusi” è sbagliato e autolesionista, perché a) si offre al nemico il destro di mostrare facilmente che non si riesce ad applicarla sul serio b) è effettivamente vero che la politica dei porti chiusi, per quanto benemerita e necessaria, non basta a fermare l’immigrazione di massa. Una iniziativa efficace, e già disponibile perché a uno stadio di elaborazione avanzata, è il progetto di collaborazione tra governo italiano e governo tunisino per la creazione di un mare artificiale nel deserto del Sahara, presentata qui: https://www.medinsahara.org/ . Per avviare questa iniziativa, che creerebbe la condizioni di un rovesciamento dell’impostazione culturale e politica del problema migratorio e tapperebbe la bocca all’opposizione costringendola a rincorrere Salvini sul suo terreno, basta finanziare con trecentomila euro le tre Università italiane che sponsorizzano il progetto e ne eseguirebbero lo studio di fattibilità. Sì, avete letto bene: non trecento milioni, trecentomila euro.

A lungo termine, naturalmente, c’è da proporsi compiti più importanti e difficili: anzitutto, la formazione di una cultura non solo politica che sia anche una cultura della potenza: che non vuol dire una cultura delle prepotenza e dell’aggressione, ma una cultura del realismo che integri la dimensione tragica della storia, alla quale nessuno, nemmeno l’Italia dell’Arcadia e della Commedia dell’Arte, si può sottrarre.

Una cultura del realismo che sappia, ad esempio, che essere ricchi – anche ricchi di voti – ed essere potenti sono due cose molto, molto diverse.

Ma di questo, se ci arriveremo vivi e interi, si potrà discutere in seguito.

That’all, folks.

[1] Qui alcuni riferimenti di base: https://en.wikipedia.org/wiki/Generations_of_warfare ; http://mil-embedded.com/guest-blogs/defining-fifth-generation-warfare/ . Le elaborazioni teoriche e operative che hanno condotto alla messa a punto della guerra ibrida si ritrovano qui, nei manuali della Albert Einstein Institution fondata da Gene Sharp, ispiratore delle rivoluzioni colorate in tutto il mondo. Suggerisco di leggere con attenzione i manuali, scaricabili gratuitamente dal sito: https://www.aeinstein.org/ . Da seguire sul nostro sito questa recentissima intervista al polemologo Piero Visani: https://italiaeilmondo.com/2019/07/07/guerra-ibrida-navi-corsare-a-sud-e-pokeristi-a-bruxelles-con-piero-visani/

[2] Da leggere con molta attenzione tutto questo articolo del Tenente Colonnello Stanton S. Coerr del Corpo dei Marines, apparso per la prima volta sulla Marine Corps Gazette: https://www.scribd.com/doc/50049562/Fifth-Generation-War-Warfare-versus-the-nonstate-by-LtCol-Stanton-S-Coerr-USMCR

 

GUERRA IBRIDA: NAVI CORSARE A SUD E POKERISTI A BRUXELLES, con Piero Visani

Detto fatto! Il colpo di cannone è partito dal Tribunale di Agrigento. Il segnale è stato raccolto immediatamente e con esso l’assalto ai porti. La meta però è Roma. Ad una forma di guerra ibrida riesumata dalle guerre corsare si son aggiunte le scaramucce a Bruxelles. I passi felpati non hanno però impedito di entrare ai soliti noti con i piedi nel piatto. Le nomine a Bruxelles lasciano presagire poco di buono. Eppure in quella sede le contraddizioni non mancano; come pure la complessità dello scacchiere geopolitico, con attori sempre più numerosi a tenere il banco, offrirebbe margini di iniziativa. Ci mancano una squadra sufficientemente coesa e qualche giocatore audace e di classe. Due partite apparentemente distanti tra loro. Buon ascolto, Giuseppe Germinario

UN COLPO DIETRO L’ALTRO; LA NON TANTO LENTA AGONIA DEL GIGANTE DI ARGILLA, di Gianfranco Campa

 

UN COLPO DIETRO L’ALTRO; LA NON TANTO LENTA AGONIA DEL GIGANTE DI ARGILLA

 

Le prime avvisaglie si erano viste alla fine dello scorso anno quando a Dicembre la Bayer aveva annunciato il taglio di 12.000 posti di lavoro sparsi per il mondo. Successivamente, lo scorso aprile, l’annuncio da parte del gigante farmaceutico e agricolo che di questi 12.000 posti di lavoro, circa 4.500 sarebbero toccati alla Germania. La nazione teutonica dovrebbe quindi sostenere l’urto maggiore dei tagli previsti dall’azienda. Praticamente un terzo dei tagli colpisce i lavoratori in Germania, una decisione dettata dalla necessità di rafforzare le finanze della Bayer dopo il fiasco Monsanto. Superfluo dire che a nulla sono servite le proteste dei lavoratori tedeschi, proteste direi più che giustificate sia dalla quantità sia dalle modalità dei tagli annunciati. Le perdite di posti di lavoro interesseranno le filiali Bayer di Berlino, Wuppertal e Monheim.

Il caso dei tagli della Bayer sembrava inizialmente isolato e forse anche in un certo senso necessario,  giustificati direi, visto l’ingente somma di denaro che Bayer prevede di dover pagare per far fronte alle oltre 13.000 cause legali contro Monsanto attualmente in corso presso le corti di giustizia statunitensi. Nell’agosto 2018, una giuria, in California, ha ordinato a Monsanto di risarcire un ex-giardiniere, malato di linfoma, per 289 milioni di dollari di danni. Il tumore sarebbe stato causato dall’uso dell’erbicida Roundup che contiene una sostanza chimica chiamata glifosato. La Monsanto sostiene che il glifosato, se usato in modo appropriato, non è una sostanza nociva. Il 13 maggio 2019 un’altra giuria californiana ha ordinato a Monsanto di pagare 80 milioni di dollari di danni a una coppia che sostiene di essersi ammalata di cancro usando Roundup. Se tanto mi da tanto, visto i sostanziosi pagamenti punitivi fino ad ora sentenziati contro Monsanto, le 13,000 vertenze verranno a costare alla Bayer più 10 miliardi di dollari in risarcimenti alle vittime di Roundup.  La Bayer ha acquistato la Monsanto per 63 miliardi di dollari, dovrà investire, nel prossimo decennio,  almeno altri 6 miliardi per la ricerca e lo sviluppo in sostanze non pericolose, alternative al glifosato. Ricapitolando; 63 miliardi per l’acquisto di Monsanto, piu 6 miliardi per investimenti nella ricerca, più 10 miliardi di danni da pagare per le cause civili e si può facilmente dedurre come la Bayer si sia cacciata, con l’acquisto di Monsanto, in un tunnel oscuro.

Se i problemi della Bayer non bastassero, per la Germania gli ultimi due mesi sono stati da apocalisse. Al colosso chimico si aggiunge la casa automobilistica Ford che ha reso ufficialmente noto l’intenzione di tagliare complessivamente 12.000 posti di lavoro in Europa, dei quali quasi la metà, 5.400, solo in Germania. Un colpo durissimo per il paese teutonico che subisce il peggio dei tagli, visto che la Ford costruisce gran parte delle proprie vetture destinate al mercato Europeo in Germania, dove impiega un totale di 24.000 persone. Solo nella sede Ford di Colonia, lavorano circa 18.000 persone. La  Ford impiega un totale di circa 51.000 persone e gestisce 24 stabilimenti in tutta Europa. Chiusure di fabbriche sono previste anche in Galles, Russia, Francia e Slovacchia .

L’annuncio della Ford rientra nel programma di ristrutturazione e riorganizzazione che la casa automobilistica americana ha intrapreso. Probabilmente si tratta del primo concreto passo verso la smobilitazione e la vendita degli assetti societari in Germania e in Europa. A conferma Ferdinand Dudenhöffer, esperto del settore automobilistico, accademico dell’Università di Duisburg-Essen, ha dichiarato che: “Questo potrebbe essere il primo passo verso una vendita completa o parziale” del business automobilistico Ford in Europa.

Alla Bayer e alla Ford si aggiunge il gigante bancario Deutsche Bank il quale secondo il quotidiano Frankfurter Allgemeine Zeitung sta contemplando il taglio di più di un quinto della sua forza lavoro. I tagli fanno parte del programma di ristrutturazione della banca tedesca. Si parla di eliminare oltre 20.000 posti di lavoro su un totale di 91.500 dipendenti. Il futuro della Deutsche Bank è irto di ostacoli; se ne saprà di piu quando la banca presenterà i risultati operativi del secondo trimestre, il 24 luglio.

Con la Bayer, la Ford e la Deutsche Bank non finisce qui: La compagnia chimica tedesca BASF ha annunciato che taglierà 6.000 posti di lavoro su 122.000 dipendenti sparsi per il mondo.Il problema è che di questi 6000 posti, la metà, quindi 3000, saranno soppressi in Germania. La maggior parte presso la sua sede centrale a Ludwigshafen sul Reno, nella Germania occidentale. I dirigenti di BASF mirano a “migliorare il sistema organizzativo per operare in modo più efficace ed efficiente“, ha detto l’amministratore delegato Martin Brudermüller.

Alla Bayer, Ford, Deutsche Bank, BASF; si aggiungono altre: La multinazionale Siemens ha annunciato che taglierà 2.700 posti di lavoro a livello mondiale di cui la maggior parte, 1.400 posti, concentrati  in Germania. La maggior parte di questi posti saranno eliminati nelle sedi di Berlino e di Erlangen, in Baviera.

Potrei continuare all’infinito con queste fosche notizie per la Germania. Notizie che si accavallano di giorno in giorno, una dietro l’altra, mostrando preoccupanti crepe nel corpaccione del gigante di argilla. Un crescendo che negli ultimi due mesi ha visto un’accelerazione vertiginosa.  Ci sono, per esempio, altre industrie importanti come la Goodyear e la Nokia che hanno annunciato, all’inizio del 2019, una riduzione di 1.100 posti di lavoro in Germania rispettivamente per la Goodyear e 1.330 posti di lavoro per la Nokia.

Secondo gli economisti, confortati dai dati elaborati dall’Ufficio federale di statistica del Paese, l’economia della Germania ha evitato per miracolo di scivolare  in recessione durante gli ultimi tre mesi dello scorso anno, il 2018. La potenza economica più grande d’Europa ha registrato una crescita uguale a zero durante il quarto trimestre del 2018.  Questi problemi, legati al ridimensionamento e alla ristrutturazione dei processi produttivi, sono aggravati dalla situazione geopolitica.  La guerra commerciale di Trump con la Cina complica non poco la fluidità delle esportazioni tedesche, che si affidano principalmente alle due maggiori economie mondiali per i loro mantenimento e crescita.

Le case automobilistiche tedesche pendono inoltre sotto la costante minaccia del presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, di imporre tariffe e dazi alle auto provenienti dall’Unione Europea. Trump si potrebbe svegliare una mattina e avendo dormito storto la notte precedente potrebbe imporre dazi dannosi ai prodotti europei, soprattutto tedeschi.

L’associazione di ingegneria VDMA (Verband Deutscher Maschinen- und Anlagenbau – VDMA), con sede a Francoforte, ha dichiarato che le tariffe di ritorsione sui beni importati imposti dagli Stati Uniti e dalla Cina contribuirebbero a un calo della produzione del 2% solo per il 2019. Tutto ciò senza tener conto nei prossimi mesi dell’impatto negativo che i tagli a migliaia di posti di lavoro potrebbero avere sull’andamento dell’economia della Germania. Ricordiamoci che non si parla soltanto dei posti di lavoro persi direttamente nelle industrie specifiche; ad essi dobbiamo aggiungere la perdita di posti indiretti nel settore dell’indotto, coinvolto in un giro di affari con le industrie madri alle prese con i tagli alla loro forza lavoro. Un indotto che possiede importanti propaggini in Europa Orientale e in Italia. I prossimi mesi ci diranno se la Germania sopravviverà all’apocalisse, oppure se morirà e di che tipo di morte narreranno le cronache; quanti paesi europei, purtroppo, trascinerà con sè, nel proprio destino.  Germania, un gigante in Europa, scopertosi all’improvviso dai piedi d’argilla di fronte a giochi geopolitici mondiali più grandi di lei. Il bullo lo puoi fare in Europa, al cospetto della Cina e degli Stati Uniti puoi solo osservare e sperare…

 

 

https://www.reuters.com/article/germany-economy/germanys-export-dependent-industry-feels-pain-of-trade-conflicts-idUSL8N2432YX

 

https://www.destatis.de/EN/Press/2019/02/PE19_050_811.html;jsessionid=2DA9660940D2D85A1E568DE5B0D14546.InternetLive2

 

https://www.autonews.com/automakers-suppliers/ford-targets-5000-job-cuts-germany

 

https://www.bloomberg.com/news/articles/2019-04-08/bayer-job-cuts-are-said-to-include-4-500-positions-in-germanyhttps://www.bloomberg.com/news/articles/2019-04-08/bayer-job-cuts-are-said-to-include-4-500-positions-in-germany

 

https://www.dw.com/en/german-chemical-firm-basf-to-cut-6000-jobs/a-49378811

 

https://www.dw.com/en/germanys-siemens-to-cut-2700-jobs/a-49253017

 

https://www.marketwatch.com/story/goodyear-to-cut-1100-jobs-in-germany-as-it-cuts-tire-production-modernizes-plants-2019-03-19

 

 

VIP E CICISBEI, di Giuseppe Germinario

La settimana ormai all’epilogo è stata caratterizzata dal via vai. È iniziata con il viaggio di Matteo Salvini negli Stati Uniti; si è conclusa con l’arrivo di Obama a casa Clooney, sulle rive del Lario. Nel mezzo il soggiorno del Presidente del Consiglio Conte a Bruxelles, al Consiglio Europeo.

Una coincidenza di eventi, probabilmente casuale, comunque sorprendente dal punto di vista simbolico. Sembra offrire, sotto traccia, qualche barlume di verità su alcune dinamiche nello scacchiere geopolitico europeo e mediterraneo.

La gran parte degli addetti all’informazione però sembra sempre più attratta, se non accecata, dagli aspetti mondani di questi appuntamenti. Da produttori e portatori di informazione si stanno trasformando irreversibilmente in moderni cicisbei, maestri di colore, di costumi e di pettegolezzi.

Tra i tre, paradossalmente, chi ci ha rimesso in efficacia di immagine è stato Giuseppe Conte, notoriamente maestro in bon ton e passi felpati. In un Consiglio Europeo impegnato a concordare le nomine della Commissione Europea, della Presidenza del Consiglio Europeo e della BCE, si è trovato nella condizione di dover rintuzzare la procedura di infrazione annunciata proditoriamente dalla Commissione Europea uscente. Tra le due opzioni opposte di una reazione d’orgoglio a un atto strumentale e provocatorio e un atteggiamento pragmatico teso a contenere i danni accettando logica e spirito della lettera, ha prevalso la seconda e con esso qualche atteggiamento di troppo da questuante verso i pari grado più potenti, pur se ormai sempre meno autorevoli. Non lo ha certo aiutato una consuetudine pluridecennale di totale accondiscendenza e complicità di un ceto politico ed una classe dirigente nazionale; accondiscendenza che ha disabituato a trattative serie le varie élites europee. Peggio ancora, come insegna il mercimonio truffaldino operato dal “rottamatore” Renzi tra la resa sottobanco sull’approdo in Italia di immigrati (Operazione Triton) e la concessione di pochi decimi di deficit, le ha incoraggiate ad operazioni di vera e propria corruttela utile ad alimentare un sottobosco di attività assistenziali e parassitarie necessarie a garantire la sopravvivenza politica del sistema. Non lo ha sostenuto in autorevolezza, per altro, il suo comportamento deludente e rinunciatario seguito al promettente avvio e alla conclusione della Conferenza sulla Libia, tenutasi a Palermo l’autunno scorso. Un appuntamento organizzato con il beneplacito del Presidente Americano, accettato a denti stretti da Francia e Germania e conclusosi addirittura trionfalmente, con l’investitura di Conte a mediatore ad opera del Ministro degli Esteri russo, Lavrov. In quel momento Conte avrebbe dovuto comprendere l’insostenibilità della figura di al Serraji come Presidente capace di unire le varie tribù della Libia, in quanto privo di forza propria e mantenuto a galla da una delle tre principali fazioni in lotta. Avrebbe dovuto puntellare la sua sopravvivenza per impedire il pieno successo del Generale Haftar, espressione delle tribù di Cirenaica e nel contempo favorire l’emersione di una figura terza, capace di mediare e riunire il paese. Questa figura può emergere con migliori possibilità, dalla tribù più numerosa e centrale di quel paese e non è escluso che, ad osservare i fatti, possa essere uno dei superstiti dei figli del colonnello Gheddafi. Una operazione certamente ardua e complessa, che richiederebbe grandi capacità diplomatiche e sufficienti coperture militari. Ipotizzabile sotto la Presidenza di Trump, ma decisamente più traumatica se il rospo dovesse essere offerto ad eventuali epigoni di Obama, Sarkozy e Macron. Con l’offensiva in corso di Haftar, fortunatamente esauritasi, l’atto più significativo di Conte è stato la sua richiesta di aiuto americano, evitando così il disastro ma perdendo così ogni parvenza di autonomia verso i vari contendenti libici ed esterni e gran parte della credibilità verso il suo stesso principale estimatore, Trump. Alla luce di ciò, il memorandum con la Cina e la posizione sul Venezuela, di per sé poco rilevanti nell’agone geopolitico, hanno assunto un significato dirimente per l’amministrazione statunitense. Il cerchio si è chiuso quasi del tutto con il suo progressivo avvicinamento a Mattarella e la gestione partigiana, piuttosto che calmieratrice, del conflitto giallo-verde durante l’ultima campagna elettorale.

Di queste difficoltà sembra approfittare a piene mani Matteo Salvini. Il suo viaggio a Washington ha assunto l’aspetto di una vera e propria investitura a leader. L’incontro con Mike Pompeo, Segretario di Stato e Pence, Vicepresidente sono un riconoscimento che va certamente oltre lo status proprio di un Ministro dell’Interno. È un lustro che, se prematuro ed improprio, espone il personaggio ad un rischio da non sottovalutare. Quello di apparire come uno dei tanti pellegrini che hanno dovuto recarsi a Washington per ottenere una investitura che dovrebbe essere in realtà prerogativa esclusiva delle istituzioni e del popolo italiano; viandante dotato magari di una aura più fulgida e lucente, ma sempre di luce riflessa più che propria. L’intero sistema mediatico ha indugiato sulle dichiarazioni di Salvini, tanto su quelle di politica economica, quanto soprattutto quelle in politica estera, riguardanti il Venezuela e il memorandum con la Cina. Queste ultime sono di fatto una sconfessione delle posizioni ufficiali del Governo Conte ed un allineamento pedissequo e a buon mercato alle posizioni dell’Amministrazione Trump. Pedissequo, perché acriticamente allineate, a buon mercato perché esulano dalle competenze del suo ministero. Risulta quindi evidente l’apparente e impropria investitura di leader politico da parte di esponenti di un governo straniero. Il mancato incontro con il Presidente Trump non è solo la residua cautela sulle esigenze di etichetta e di correttezza istituzionale. Rivela soprattutto una persistente diffidenza di Trump verso una forza politica che non ha superato del tutto i retaggi delle proprie origini secessioniste; poco importa se sia una diffidenza di tipo culturale e/o di mero interesse politico, legato a possibili ritorni di fiamma filobavaresi, nemmeno filotedeschi nel prossimo futuro. Visto lo spessore e le funzioni di uno degli ospiti e del pellegrino è probabile che la parte più succosa e pertinente, prosaica dei colloqui riguardi l’implicazione, pur in filoni secondari, di tanta parte del ceto politico e dei funzionari di settori nevralgici dello Stato Italiano nella costruzione del Russiagate. Nei blog e in numerose testate americane circolano da tempo apertamente numerosi nomi di politici ed alti funzionari italiani. Segno di insofferenza e volontà di rivalsa verso gli artefici di una caccia alle streghe congelata malamente al prezzo però di paralisi politica e di numerose vittime. A questo riguardo le prossime elezioni presidenziali americane potrebbero essere il prodromo ad una definitiva resa dei conti nella quale Trump non avrebbe più l’esclusiva della figura di vittima designata.

Il soggiorno di Obama, famiglia e seguito similpresidenziale, presso la sontuosa residenza sul lago di Como, ospite del suo amico e attore George Clooney, sembra assecondare la bramosia dei cicisbei più accaniti; non ha in realtà, probabilmente, un esclusivo carattere mondano e godereccio. Accecati dal gossip e dalla vacuità, i nostri pennuti cicisbei si sono dilettati sulle frivolezze le più varie del soggiorno, compresi i fuochi d’artificio di borbonica memoria. In realtà Obama, abbandonata a malincuore la Casa Bianca e il suo orto, già altre volte ha pedinato e tampinato, sovrapponendosi con appuntamenti ed itinerari paralleli, il proprio odiato successore. Poiché uno dei bersagli grossi di un possibile ribaltamento della direzione delle inchieste sul Russiagate potrebbe essere, ancor più della Clinton, proprio lui, quanto meno come responsabile politico, il suo interesse per l’Italia si arricchirebbe di ulteriori aspetti, questa volta più politici. Alcuni giornali italiani sussurrano di un incontro con Matteo Renzi, ma solo per affinità elettiva. Alcuni giornali inglesi, invece, più smaliziati, ipotizzano una investitura di Clooney a prossimo candidato democratico Presidente. Non si conosce il grado di superstizione di Obama. Tenuto conto che l’ultima consumazione alla Casa Bianca tra i due, Renzi e Obama, da sanzione di investitura reciproca si è risolta repentinamente in una sorta di “ultima cena” con scarse possibilità di resurrezione, si presume che gli incontri politici, quantunque riservati, riguarderanno personaggi più titolati e meno predisposti a naufragi fragorosi.

Ipotizzando temerariamente cotante intenzioni, a Matteo Salvini si presenterebbe una occasione d’oro, per quanto rischiosa, per garantirsi un futuro da leader riconosciuto.

La concomitanza di interessi con l’attuale inquilino d’oltreatlantico potrebbe rendere più praticabile una azione di riforma istituzionale, a cominciare dal ruolo e dalle competenze della magistratura e una operazione di rinnovamento del personale, specie dirigenziale, degli apparati di sicurezza. Se e come riuscirà a portarla avanti, potrà fare di lui un personaggio politico di statura, capace di sostenere alla pari un confronto con alleati ed avversari o piuttosto, in caso di sopravvivenza, l’ennesimo emissario di una delle fazioni in lotta nei centri decisionali che contano; uno dei tanti che con valigia o borsello, vuoti o pieni che fossero al ritorno, hanno costellato le vicende italiche dal dopoguerra.

Il contesto è proibitivo, le qualità soggettive, se esistono, appaiono dissimulate sin troppo bene, lo scetticismo prevale, ma………………….chissà!?

ANCORA IRAN_QUESITI INQUIETANTI, di Antonio de Martini

Le acute considerazioni di Antonio de Martini iniziano con due interrogativi inquietanti, giustamente inquietanti. Il giudizio impietoso e senza attenuanti sulla Presidenza Trump, senza dubbio più severo e senza attenuanti rispetto a quello espresso su altre presidenze, oscura e sottovaluta alcuni dati di fatto:

  • sino ad ora Trump non si è invischiato in nessun conflitto militare e ha sempre sottolineato l’intenzione di uscire al più presto da quelli ereditati dalle precedenti presidenze; uno dei paletti fissati da Trump ai componenti del suo staff avvicendatisi sino ad ora è stato proprio quello di evitare di innescare confronti armati aperti
  • l’andamento schizofrenico della politica estera è legato oltre che alla complessità delle attuali dinamiche geopolitiche, alla contrapposizione inedita, nella loro evidenza e virulenza, tra strategie e tattiche antitetiche dei vari centri decisionali statunitensi, gran parte dei quali fuori dal controllo della Presidenza
  • l’affermazione di strategie, alleanze e tattiche chiaramente alternative comporta la destrutturazione degli attuali sistemi di alleanze. Ciò che appare come un desolante isolamento, potrebbe rivelarsi come un isolamento relativo teso a creare un sistema di alleanze più limitato, ma più coeso in una cornice di multipolarismo sempre più definita. Una fase di transizione che porti al logoramento definitivo delle vecchie élite, in particolare europee. Da questo punto di vista è eloquente la discrezione e la prudenza coltivata da Putin verso Trump, pur in presenza di pesanti provocazioni americane

Detto questo, l’attuale gioco con l’Iran potrebbe in effetti rivelarsi alla fine la trappola perfetta per far cadere o annichilire l’inquilino della Casa Bianca, in un confronto che all’interno del paese lo vede altrimenti vincente, almeno per il momento. Una trappola che potrebbe scattare sulla base di una quantomeno oggettiva convergenza di interessi tra le componenti oltranziste e antitrumpiane americane e dei loro alleati esterni e quelle iraniane, responsabili in buona parte anch’esse, anche se non in prevalenza, della situazione caotica in Medio Oriente, ad iniziare dal sacrificio della questione palestinese. Anche in questa oggettiva convergenza le visioni strategiche sono piegate spesso, in ultima analisi, ai fini dei conflitti politici interni. Una dinamica valida per tutti gli schieramenti, non solo per quello che risale a Trump_Germinario Giuseppe

ANCORA IRAN_QUESITI INQUIETANTI

Quante volte andrà fino al limite della guerra per poi ritornare indietro in sicurezza?
Quante volte ancora prima di restare solo, con la May?

Mentre si avvicina la data del 27 giugno in cui – in base al trattato Iran-EU e potenze europee- l’Iran si renderà libero di riprendere la marcia al nucleare,
l’Iran annunzia di aver abbattuto un drone della Marina USA MQ-4C Triton.

L’accusa è di violazione dello spazio aereo a scopo di spionaggio.

In pratica, ad ogni passo indietro americano dal “brinkmanship”, corrisponde adesso un passo avanti iraniano.

Il controllo dell’area dello stretto di Hormuz diventa sempre più difficile dato che gli USA accusano la perdita di due drone ( un Reaper il 6 giugno e un Triton ieri). Niente morti per fortuna, ma così si facilitano gli scontri.

Il tentativo di creare una “coalizione dei volenterosi “ in Asia – dopo il “fin de non recevoir” europeo sembra essersi rivelato inefficace. Nessun ritiene che il duo Trump- Netanyahu sia dalla parte della ragione.

Se pensiamo che, agli inizi della vicenda “ nuovo ordine mondiale” di Bush senior i “ volenterosi” erano 34 abbiamo la misura di quanto la politica estera americana sia stata piegata alle esigenze di politica interna elettorale.

E di come siano considerati gli alleati dal governo degli Stati Uniti. Entità sacrificabili sull’altare dell’elettorato del Massachusetts.

SOR SALVINI VIEN DA ROMA CON
LE SCARPE ROTTE AI PIÈ

Se il piano USA era quello di piegare l’Iran e la sua dirigenza ai voleri angloamericani e trascinarli a un nuovo tavolo di negoziati, ebbene, è fallito.

Se volevano mostrare al mondo chi comanda, non ci sono riusciti.

Per questi due fallimenti hanno pagato un ulteriore prezzo di immagine in medio Oriente.

Sembra però che questa volta l’ abbiano capita in meno dei nove anni che ci sono voluti per la Siria.

l’Iran ha subìto, tacendo, ogni genere di pressioni economiche e procedure diplomatiche, ma ha reagito unicamente nei tempi e termini previsti dal trattato che lo ha legato all’occidente.

Trascorso un anno dal recesso unilaterale USA, ha applicato i termini usati dal trattato ( e pensati per un Iran violatore del patto) e dato i sessanta giorni di preparazione previsti agli altri partner perché procedessero al richiamo del dissenziente a rientrare nei termini del patto.

Il primo successo persiano è stato che nessuno degli altri sottoscrittori – in questo anno trascorso- ha rinnegato l’impegno preso. Nemmeno l’Onu e nemmeno l’Inghilterra.

Il secondo è l’espressione di stizza e meraviglia del dipartimento di Stato che si è trovato di fronte al muro di gomma degli europei e all’intransigenza iraniana che ha rifiutato ogni dialogo .

La meraviglia si è trasformata in stupore quando di fronte all’accusa del Presidente Trump di sabotaggio al traffico petrolifero, gli iraniani gli hanno dato del bugiardo ed è venuto un gesto di solidarietà dal solo governo inglese dimissionario ( non di denunzia del trattato però ).

A questo punto, il fido Bolton (detto “ due baffi appesi sul nulla”) dalla certezza di colpevolezza, è passato alla quasi certezza ( “almost sure”) e due giorni dopo il CENTCOM medio oriente ( che aveva diffuso il filmato ) ha cambiato apparentemente discorso lamentando che gli Houtis ( tribù yemenita in guerra con l’Arabia Saudita da tre anni ) tentavano, a volte – e di recente con successo – di abbattere i drone americani. ( un MQ 9 Reaper il 6 giugno).

Dopo aver dato questa anticipata spiegazione circa l’assenza di filmati che mostravano DOVE si era ritirato il pattugliatore IRGC classe Gashti del film, hanno ripreso la marcia indietro parlando di missili S A 6 ( automontati) e poi di S A 7 ( missili da spalla) di cui la penisola arabica è gonfia come un otre.

La ragione per cui l’Iran si rifiuta ostinatamente di trattare è duplice.
Da una parte, perché rifiuta di trattare sotto minaccia ( il sistema fu inventato da loro tremila anni fa e citato nel trattato di strategia dell’imperatore di Costantinopoli Maurizio, citato da Luttwark ne “ la grande strategia dell’impero bizantino”) .

Seconda e decisiva ragione è che gli iraniani ( e nemmeno noi) hanno/abbiamo capito quali siano le richieste USA, stante che ancora oggi gli iraniani – persino nello scontro diplomatico- hanno scrupolosamente seguito quanto stabilito dal trattato e non rispondono alle incursioni israeliane in Siria.

Per rimediare a questa sconfitta isolante, il povero Pompeo fa un giro dell’Asia-Pacifico in cerca di alleati per una azione comune non meglio specificata, perché inesistente, contro l’Iran che è tra i principali se non il principale fornitore di petrolio di India, Indonesia, Malesia. Pakistan, Corea e Giappone. ( tanto che alle Sanzioni precedenti furono esonerati dall’embargo dagli stessi USA) .

In questo frangente, giunge la visita a Washington di un vice presidente italiano ( con delega all’interno) che offrirà il sostegno di mezzo governo.

Tornerà indietro con foto ricordo e la notizia che Trump si lamenta di Draghi
“ che ha svalutato l’Euro” ( Deo gratias) e dichiara che si ricandiderà per un altro quadriennio.

Lo rileggeranno trionfalmente, salvo poi accorgersi che saranno rimasti soli assieme a questi moderni voltagabbana sovranisti de Milan.

IL NEMICO PRINCIPALE, di Piero Visani

Punti di vista_Giuseppe Germinario

IL NEMICO PRINCIPALE, di Piero Visani

Immagino che questa considerazione potrà non piacere a tutti, ma la prima esigenza di una politica è quella di chiarire chi sia il nemico principale, quello che crea maggiori problemi e preoccupazioni.
A giudizio di chi scrive, è l’Unione Europea, per cui certe derive statunitensi forse sono – per chi le effettua – scelte di vita e di campo. Per me, sono al momento l’unico modo disponibile per affrancarsi dal peso soffocante del nemico principale.
Quando un Paese è piccolo, guidato da una classe dirigente di piccoli (e grandi) cialtroni, fare riferimento al servilismo – sempiterna risorsa dei cialtroni – è una delle pochissime carte che si hanno in mano, specie se si è fortemente miopi.
Giocarsi quelle carte è una minuscola risorsa tattica, non una soluzione strategica, ma personalmente – visto che individuo nell’UE l’attuale nemico principale (il che non equivale a dire che lo sia la costruzione di una “massa critica” europea, da cui l’UE è lontana come il sottoscritto dal diventare Napoleone Buonaparte) – non vedo molte altre soluzioni.
A differenza dei tedeschi, inoltre, agli americani interessa pochissimo della virtù dei conti altrui, e questo per me è già positivo.
Per il resto, quando si è piccoli e poco illuminati da prospettive strategiche, non si ha che fare leva sulla guerra di movimento e quella asimmetrica.
Triste, ma realistico, specialmente per un popolo di soddisfatti fancazzisti, statalisti e vacanzieri in SPE: andare alla “House of Cards” e vedere se se ne la qualcuna da giocare…

“Europa: accademismo contro storia” (6/6), di Annie Lacroix-Riz

“Europa: accademismo contro storia” (6/6)

Siamo alla sesta ed ultima puntata del saggio di Annie Lacroix_Riz. La sentenza è drammaticamente impietosa sia nei confronti degli storici che dei protagonisti citati ed eletti a “padri dell’Europa”. Un saggio da conservare e rileggere periodicamente. Giusto per comprendere la natura del pulpito da cui partono le filippiche “antipopuliste”_Giuseppe Germinario

Annie Lacroix-Riz è professore emerito di storia contemporanea presso l’Università Paris 7.

Mappa:

– Introduzione

– “Eminenti storici europei” contro il monarchico documentato Philippe de Villiers

– Un fascicolo storico “di parte” di “eminenti storici europei”

  • Le origini fallaci dell’Unione europea
  • Adenauer e la sua gente, dalla vecchia alla “nuova Germania”
  • Dalla Francia “europea” e “resistente” contro Petain al trionfo dei Vichysto-americani?
  • Dimenticando le “prime comunità europee”
  • Jean Monnet “l’americano”: una calunnia?
  • Il tandem Monnet-Schuman e la cosiddetta “bomba” del 9 maggio 1950
  • Robert Schuman diffamato?
  • Walter Hallstein, semplice ” non resistente”?

– Conclusione

Walter Hallstein, semplice “non resistente”?

Per quanto riguarda Walter Hallstein, Philippe de Villiers esprime un sorprendente stupore, data la conoscenza che ha inevitabilmente accumulato sui leader della Germania Ovest durante la sua lunga carriera politica . Ma offre un dossier serio, abbastanza solido da suscitare particolare indignazione ai redattori del 27 marzo, mista a cieca rabbia miste il 17 aprile.

La storiografia inglese e tedesca compresa, dal dopoguerra, la sua frazione della Germania Est, ricca di storici attenti al passato nazista del Reich 1 ha da tempo stabilito che la “nuova Germania” era stata costituita, sotto la tutela dell’AMGOT, da quasi tutte le élite che avevano guidato il Reich sia prima che durante l’era nazista; e che il Vaticano e Washington sono stati collusi nel offrire un eccezionale percorso di riciclaggio a criminali di guerra 2 . La regola del mantenimento dello status quo, anticipata dall’episodio di “Quisling” Darlan ad Algeri, nel novembre-dicembre 1942, e dai negoziati bernesi di Allen Dulles e del suo entourage nazista o nazificato era assoluto in Germania come in tutta la sfera di influenza occidentale 3 . L’abitudine alla non traduzione delle opere, tuttavia, si è moltiplicata dagli anni ’50, il silenzio plumbeo che osserva su di loro la storiografia dominante 4 e la sepoltura delle rare opere francesi sulla questione spiegano di per sé come la popolazione francese sia stata ampiamente tenuta all’oscuro del fenomeno.

Si argomenta che Alfred Wahl ha prodotto, nel 2006, un’eccellente sintesi sulla completa continuità economica, amministrativa, politica e culturale tra la Germania di Hitler e la RFD. Questa opera, la seconda storia del nazismo in Germania Occidentale dal 1945 , fa chiarezza sui “ministri e segretari di Stato Adenauer”, nonostante evidenti prudenze e pudori dei quali Walter Hallstein ha anche beneficiato 5 , è stata oggetto, mi ha ricordato molto recentemente il suo autore, di un assordante silenzio mediatico che ne ha notevolmente ostacolato la diffusione. Dovrebbe comunque essere incluso in qualsiasi bibliografia di base sulla RFD.

Un antico hitleriano, come molti e più di tutti i suoi pari in carica

” Sì, all’epoca di Hitler ,” hanno ammesso nostri “storici europei eminenti,” Walter Hallstein ” aveva aderito alla Federazione nazionalsocialista dei giuristi, senza la quale non sarebbe stato possibile avere un lavoro ” di appartenenza, quindi, adesione quindi eretta a modesta “scheda di pane” (tessera del pane , secondo l’espressione italiana del partito fascista), in merito a una professione anti-repubblicano e nazificata avviata ben prima del 1933, noto per la profondità del suo impegno per il piano – ” e [ it] era un membro di un’altra associazione professionale, Lega dei professori nazionalsocialisti. Ridussero così notevolmente (a due) l’elenco dei raggruppamenti nazisti di cui Hallstein era membro, e censurarono la cronologia della loro fondazione (spesso precedente al 1933) e le adesioni del giurista.

L’elenco di Philippe de Villiers, per altro non esaustivo, proviene dal grande dizionario dello specialista tedesco del III e Reich, Ernst Klee. Disponibile dal 2003 , non tradotto (“chi era chi prima e dopo il 1945”), questo Who’s Who contiene “quasi 4.300 nomi” del pantheon hitleriano, la cui carriera è quasi sempre continuata, persino arricchita “dopo il 1945” 6 : Hallstein appare su una carta che ho menzionato su di lui nel 2016 7 Carcan , nota 4, p. 120. , fondata, secondo l’usanza, su lavori di ricerca supportati da fonti originali: qui Klee fa riferimento a due specialisti delle università dell’era nazista, Notker Hammerstein e Helmuth Heiber.

Hammerstein, nel suo libro sulla Goethe University di Francoforte, che nominò Walter Hallstein non solo “professore ordinario di diritto commerciale, diritto del lavoro e diritto economico nel 1941″, ma anche “doyen” 8 , presenta tre delle organizzazioni hitleriane a cui lui apparteneva:

1 ° ” NS-Luftschutzbund “, ovvero “Unione nazionale socialista di protezione antiaerea”, organizzazione non specificamente legata alla legge ma strettamente nazista e militare;

2 ° “NSV”, acronimo del ” National Socialistische Volkswohlfart “, ovvero “l’unione nazionalsocialista del benessere del popolo”, innegabilmente nazista e poco sofisticato come lo stesso vichysto-collaborazionista Soccorso nazionale 9 . Aveva, sotto lo stesso acronimo e titolo, fondato prima della salita al potere, ” nel 1932 “, e solo per promuovere i nazisti iper-protetti come precisa di seguito: fu ” riconosciuto per ordine di Hitler il 3 maggio 1933 come organizzazione interna del NSDAP “, incaricato di” un’assistenza strettamente riservata ai compagni del popolo di particolare spirito nazional-socialista “;

3 ° ciò che i nostri “eminenti storici europei” chiamano la “Federazione nazionalsocialista dei giuristi”, ovvero ” NS-Rechtswahrerbund “, nuovo nome, “del 1936, la Lega nazionalsocialista Giuristi tedeschi “: cioè il National Socialistischer deutscher Juristen(BNSDJ),” l’organizzazione professionale di NSDAP fondata nel 1928 da Hans Frank ” 10 . Frank, l’avvocato di lunga data nazista e Supreme III e Reich, era tra l’altro governatore generale della Polonia occupata, condannato a morte a Norimberga e giustiziato 10 ottobre 1946 11 . E ‘stato subito prima della guerra innegabile protettore di Hallstein 12 .

Il partito si oppose anche alla nomina di Hallstein alla cattedra di diritto comparato presso l’Università di Francoforte nel 1941 , argomentano i nostri ‘eminenti storici europei’. È curioso, dal momento che alle suddette specialità del professore hanno aggiunto ” il diritto comparato “, secondo il suo archivio pubblicato dalla fondazione molto ufficiale Konrad Adenauer, dedicato alla ” storia della CDU ” 13 . È stato quindi eletto professore e decano, come sopra specificato. I firmatari della “tribuna” hanno fatto affidamento sulla ” ricerca dello storico tedesco Thomas Freiberger “, che afferma, tra l’altro, che Hallstein ” non è mai stato un membro del Partito Nazionalsocialista“. de Villiers ha scoperto nell’Archivio federale tedesca, la tessera No. 310212 di Hallstein, deliberata nel luglio 1934, del “NS-Lehrerbund” uno dei due soli concessi da nostri storici, e ne fornisce copia 14 . Il NSLB non era meno discutibile delle “leghe” naziste precedente “; fondata nel 1929, questa associazione collegata al NSDAP” aveva la sede presso la “casa della formazione [nazionalsocialista] Bayreuth ” 15 .

 

Infatti, ” le [cosmetiche] ricerche dello storico tedesco Thomas Freiberger ” sono limitate sull’argomento ad una comunicazione compiacente del 2010 di meno di 40 pagine, significativamente intitolata ” La rivoluzione pacifica: la percezione del momento di Walter Hallstein “. Esaltando la sua missione di padre dell’Europa, proviene da un’opera ufficiale ed europeista, rigorosamente di seconda mano, che tratta solo del “dopo 1945”, pubblicato da Gruyter 16 come parte della serie ufficiale italotedesca a finanziamento europeo 17 . Freiberger, ” collaboratore scientifico della sezione storica attuale dell’istituto storico dell’Università di Bonn ” , lavora esclusivamente su ” la storia delle relazioni internazionali durante la Guerra Fredda, la storia della NATO negli anni ’50, la storia della politica estera americana e la storia delle idee dell’integrazione europea “. Nel 2010, ha anche contribuito (in 20 pagine) a un libro sulla politica estera americana dagli anni ’50 18e autore di un libro sulla “Crisi di Suez” del 1956, tratto dal suo Thesis 19 : Questo articolo e questo libro sono privi di qualsiasi collegamento con la carriera di Walter Hallstein prima e sotto Hitler. Il riferimento a Freiberger, in assenza di specialisti delle università dell’era nazista, è quindi una frode intellettuale.

Rimane un altra quarta “organizzazione professionale” direttamente connessa alle tre precedenti, “Unione Nazionale Socialista di assistenti tedeschi [Nationalsozialistischer Deutscher Dozentenbund] “, uno dei ” dipartimenti del partito ” con il quale Hallstein certificava come “ tutti i […] di aver lavorato senza problemi “: ha anche affermato il suo attaccamento speciale a questo NSDDB a sostegno della sua candidatura” per [l’Università di] Francoforte “secondo Helmuth Heiber, vero specialista, lui, de” l’Università sotto la svastica “, e seconda fonte di Ernst Klee, citato anche da Villiers 20. Hallstein fu fedele certamente al NSDDB da quando era un membro, così come delle altre tre organizzazioni naziste “come molti avvocati ,” eufemizza la Fondazione Adenauer che elenca queste quattro associazioni naziste nella sua quotazione minimalista sul grande uomo dal curriculum eccezionale prima del maggio del 1945, con il titolo ” Un avvocato con intelletto acuto ” 21 (è stato nominato medico e assistente in 1925 , cinque anni prima di essere eletto professore di diritto privato e sociale a Rostock nel 1930, a 29 anni, il più giovane in Germania 22 ).

 

Questa associazione di assistenti era un ramo della “NS-Lehrerbund”, fondata, lo ricordiamo nel 1929. Era una roccaforte hitleriana che, come confermato dall’esauribile bibliografia tedesca sugli intellettuali nazisti 23 , garantiva che solo i nazisti approvati potevano, e ufficialmente dal 1933, sostenere la loro tesi e quindi essere oggetto di un appuntamento universitario. La qualità nazista del NSDDB continuò ad essere promossa dal regime, come ricordava Klee: “fino al 1935, era aperta solo ai membri del partito ” e fu promossa il 24 luglio 1935 “divisione del NSDAP […]. Per aderire era necessario il sostegno di due esperti nazionalsocialisti. Il NSDDB sedeva con diritto di voto nel Senato Accademico e ha tenuto un diritto di veto sulle procedure di nomina e di abilitazione “delle università 24 .

Nazista e militarista: Hallstein NS-Führungsoffizier

L’entusiasmo nazista e militarista di Walter Hallstein emerse anche nelle comunicazioni più ufficiali, come quella che Rostock University dedicò al suo professore in carica dal 1930 al 1941: Decano aggiunto, Hallstein nel 1935 aveva ” integrato un servizio militare volontario nell’artiglieria “(perché, per preparare la pace europea?). Questo acceso militarismo gli aveva guadagnato la posizione di decano di Rostock già nel 1936, abbandonato, come abbiamo visto, per Francoforte, università più prestigiosa, nel 1941 25 . Prima di essere, secondo la Fondazione Adenauer, ” chiamato al servizio militare, [dove] ha servito nel 1942 come luogotenente nel nord della Francia ” 26 .

È questo “credente” appassionato (in contrapposizione agli scettici, “avversari o indifferenti”, secondo Heiber, che l’Università di Francoforte ha inserito nella lista ristretta (“quindici uomini”) precisamente soggetta, ” all’inizio del 1944 ” , al giudizio di NSDDB – giudice supremo in materia ” come NS-Führungsoffizier con grado di ufficiale ” 27 termine intraducibile in francese.

Il NS-Führungsoffizier (NSFO), recante il Weltanschauung nazista, era ” vocato a rafforzare l’impegno dei soldati a mantenere la rotta ” in una guerra generalizzata nel fronte occidentale, riprendendo a partire dal 1943 i metodi di sterminio fin dall’inizio applicati nei Balcani e sul fronte orientale. E’ stato ” incaricato della leadership specializzata e militare della formazione politica e ideologica nazista nello spirito del nazionalsocialismo “, vale a dire in gran parte orientata verso lo sterminio degli ebrei rossi e ” parassiti del mondo » 28. Si noti che Hallstein ha esercitato il suo talento NSFO in Francia, dove l’esercito americano lo fermò (Cherbourg); arresto che segnò il debutto della sua americanizzazione, in apparenza spettacolare, ma del tutto normale per le elite dei governi Adenauer e Ludwig Erhard (successore cancelliere Adenauer nel 1963 dopo essere stato dal 1949 il Ministro degli affari economici, un altro uomo di fiducia della comunità finanziaria, dal passato nazista simile ai suoi pari 29 . Non sappiamo quindi cosa fece Hallstein in Francia dal 1942 al 1944, ma certamente non insegnò solo la legge nazista.

Si può rimproverare a de Villiers l’ignominia della similitudine tra i criminali nazisti e i “commissari dell’Armata Rossa”, iniziale obiettivo prioritario comunista è noto, dell’impresa tedesca genocida in URSS, deciso prima dell’Operazione Barbarossa 30 . Non può essere accusato di aver tradotto male Klee e le sue fonti accademiche sul nazista Walter Hallstein.

conclusione

Due dei firmatari del primo Forum non di meno sono meno testardi, il 17 aprile nel difendere Hallstein minimizzando la portata della sua adesione a due delle quattro organizzazioni naziste cui aveva certamente appartenuto, imputando a de Villiers  una disonestà complottista sull’argomento (come Monnet e Schuman): ” Quella di Hallstein (sic) membro della Lega nazionalsocialista dei docenti e della Federazione nazionalsocialista degli avvocati (non una ” Federazione dei giuristi nazisti”, come Villiers continua a chiamare erroneamente) non prova nulla, tranne la sua ambizione di continuare la sua carriera accademica. 

L’argomento generale avanzato e la presa in giro del posto dell’aggettivo sono di per sé sconcertanti. In relazione all’inesauribile storiografia tedesca sul nazismo in generale, sulla profondità del nazismo nel mondo accademico in particolare – per non parlare di tutti i tipi di leader della Germania occidentale del dopoguerra, sono pietosi. Osare qualificare, in un secondo “consesso”, come un semplice ” non resistente”

un precoce nazista, espressione tipica del suo ambiente, che sostenne l’espansionismo tedesco fino alla fine di una guerra di sterminio chiamata NSFO nel 1944, sottolinea, da un lato, l’entità della distruzione della storia degli anni ’20 e ’50, in cui gli storici europei sono stati coinvolti direttamente, e la rilevanza dell’accusa contro il loro onore professionale.

Perché vanno ben oltre a ciò che l’ex funzionario di alto rango di Vichy e il defunto Gaullista Couve de Murville li accusava di non essere ” spericolati ” e di non osare ” pubblicare ” ciò che ho trovato “, per non rischiare di ” perdere “le prebende universitarie 31 .

. Confermano la loro responsabilità nel saccheggio della storia scientifica e nell’abdicazione della missione civica che connatura anche la professione dello storico. Cosa rimane qui del significato della sconfitta tedesca del maggio 1945? In breve, a parte la “minaccia sovietica”, non c’è nulla di serio nella storia e soprattutto nessun motivo per condannare “l’ ambizione di continuare la sua carriera accademica ” sotto Hitler? E in che modo il perseguimento di una carriera di polizia sarebbe più riprovevole?

Villiers, insieme alla storia americana delle Memorie di Monnet, descrive un altro aspetto di questo panico pre-elettorale che rimbalza fino al punto che gli accademici rivendicano l’impossibilità di una storia scientifica “ufficiale” dell’Unione Europea. Sì, la missione politica della storia ben intenzionata, incompatibile con l’indipendenza nei confronti del potente indispensabile per l’opera storica, porta i suoi rappresentanti a violare le regole metodologiche che fondano il loro lavoro. Ciò che precede riduce a un semplice volo tattico la litania contro il ” volantinaggio distorto ” e le ” irruzioni ” che minano l’onore dei ricercatori francesi ed europei impegnati negli studi sull’Unione europea “. Questa, siamo certi, ” sovvenziona tutti i tipi di lavoro, compresa la ricerca critica sulla costruzione dell’Europa. Nessuno è mai venuto a dire agli storici cosa cercare o trovare. Quest’ultima frase non è del tutto falsa, l’autocensura più spesso parla all’essenziale. È incompleto perché le condizioni per finanziare questa ricerca e le richieste di carriere, pubblicazioni di successo e visibilità dei media portano a ” raccontare agli storici cosa possono trovare o cercare. 

No, l’Unione europea non ” sovvenziona [tutti] i tipi di lavoro ” e ha bloccato, implicitamente ed esplicitamente (posso testimoniare personalmente), tutte le ” ricerche critiche sulla costruzione dell’Europa”. Altri dettagli possono essere raccontati sui bastoni incastonati nelle ruote di ricercatori indipendenti e sull’incompatibilità tra “ricerca critica” e brillanti carriere accademiche. Tuttavia, è chiaro da questa difesa e illustrazione dell’Unione europea, al fine di incoraggiare il pubblico francese a credere nelle sue virtù e nel suo brillante futuro, che ” i ricercatori francesi ed europei si sono impegnati in [studi] sul Unione europea“finanziata dalle sue istituzioni sino a “minare [il proprio] onore. L’apertura delle fonti, a lungo termine, lo dimostrerà chiaramente come la descrizione dell’attrezzatura americana delle Mémoires de Monnet. A breve termine, tali passi sono tanto più dannosi per il prestigio degli “eminenti storici europei” firmatari specie in questa fase di spossatezza popolare di un’Europa di Konzerne e “trust”, che rischiano di essere inutili . Nel frattempo, la revisione delle fonti dispensa polemiche.

Proponiamo questo articolo per ampliare il tuo campo di riflessione. Ciò non significa necessariamente che siamo d’accordo con la visione sviluppata qui. In ogni caso, la nostra responsabilità si ferma con le osservazioni che riportiamo qui. [Leggi di più]

https://www.les-crises.fr/europe-lacademisme-contre-lhistoire-6-6/

Note

1. Fonte iniziale di Gilbert Badia, Storia della Germania contemporanea , 2 volumi, 1917-1933 e 1933-1962 , Parigi, Edizioni sociali, 1965.
2. Lavoro in lingua inglese, Non purificazione , cap. 9, “Gli americani e lo stato di diritto” contro la pulizia francese
3. Wahl, La seconda storia ; Lacroix-Rice, Non-purificazione ; James Miller, Stati Uniti e Italia 1940-1950, Politics and Diplomacy of Stabilization , Chapel Hill, 1986, ecc.
4. Vedi Supra e Rouquet François, Virgili Fabrice, Il francese, il francese e la purificazione. Dal 1940 ai giorni nostri , edizione di Gallimard, 2018, cap. XVI, p. 427-465.
5. Wahl, La seconda storia , Parigi, Armand Colin, passim 2006 , di cui cap. 3, “Continuità tra manager e servizi statali”, pag. 127-198.
6. Klee Ernst, Das Personenlexikon zum Dritten Reich. La guerra è durata fino al 1945 , Francoforte, Fischer-Taschenbuch-Verlag, 2007.
7. Carcan , nota 4, p. 120.
8. Villiers (o il suo team tecnico) non capì il riferimento di Klee al primo storico, scrivendo “secondo Hammerstein (Goethe)”: designazione, tra parentesi, solita in questo dizionario, un lavoro con una sola parola, in questo caso, Die Johann Wolfgang Goethe-Universität Frankfurt am Main, Von der Stiftungsuniversität zur staatlichen Hochschule. 1914-1950, Alfred Metzner Verlag, Neuwied und Frankfurt am Main, 1989 1 ° volo. 3. Elenco dei lavori, https://de.wikipedia.org/wiki/Notker_HammersteinSottolineato da me, data la reputazione del diritto del lavoro tedesco dal 1933 al 1945; la carta della Fondazione Adenauer ( vedi sotto)) dimentica la “legge sul lavoro”.
9. Il paragone con National Relief appartiene a me.
10. Tre organizzazioni, record di Hallstein, pag. 221, Klee Personenlexikon (riprodotto da Villiers, ho girato , documento 26). Precisione nel corso degli ultimi due organizzazioni, Klee, pag. 728; il “NS-Luftschutzbund” https://www.google.com/search?q=NS-Luftschutzbund&tbm=isch&source=iu&ictx=1&fir=afbsL2T6K_XL1M%253A%252CTc_aMDYukzwz7M%252C_&vet=1&usg=AI4_-kQRnOZGDp-lmAaK7HOkQgskWu5KiA&sa=X&ved= 2ahUKEwilrY6juvXhAhUSnhQKHSqeBl4Q9QEwBnoECAkQBA # imgdii = CcDK_wlXPzf0XM: & imgrc afbsL2T6K_XL1M =: = 1 & veterinario
11. Bibliografia, https://de.wikipedia.org/wiki/Hans_Frank
12. Riferimenti su Hallstein a sostegno di I shot , p. 194-197 non prestano l’accusa di “cospirazione”.
13, 26. https://www.kas.de/web/geschichte-der-cdu/personen/biogramm-detail/-/content/walter-hallstein-v1
14. Ho sparato , p. 198 e documento 27.
15. Klee, Personenlexikon , p. 728.
16. Freiberger, “Der friedliche Revolutionär: Walter Hallsteins Epochenbewusstsein”, in Depkat Volker e Graglia, Piero S., dir. Entscheidung für Europa: Erfahrung, Zeitgeist und politische Herausforderungen am Beginn der europäischen Integrazione[Decisione per l’Europa. Esperienza e sfide politiche all’inizio dell’integrazione europea], Gruyter, Berlino-New York, 2010, p. 205-242, citato in https://de.wikipedia.org/wiki/Walter_Hallstein e https://en.wikipedia.org/wiki/Walter_Hallstein
17. https://www.degruyter.com/view/serial/36339 . Sulla dittatura europeista e le sue pubblicazioni ufficiali, Storia contemporanea, cap. 1 e 3.
18. Freiberger, “Libertà dalla paura: Die Illusion der republicanische americanischen Aussenpolitik” in , Freiberger, Bormann Patrick Michel Judith, tutti e tre hanno la stessa funzione di Bonn, dir =. Angst in den Internationalen Beziehungen, vol. 7 della serie Internationalen Beziehungen. Teoria e Geschichte. Serie PU dell’Università di Bonn, 2010, p. 295-315, presentazione di Freiberger, p. 317.
19. Allianzpolitik in der Suezkrise 1956 , ovviamente senza Walter Hallstein in generale, dal 1925 al 1945 in particolare, PU dell’Università di Bonn, 2013.
20. Heiber, Universität unterm Hakenkreuz . Der Professor im Dritten Reich: Bilder aus der Akademischen Provinz , Saur, München 1991-1994, Teil 1 I shot , p. 197, riferimento omesso qui.
21. “Jurist mit scharfem Verstand”, https://www.kas.de/web/geschichte-der-cdu/personen/biogramm-detail/-/content/walter-hallstein-v1
22. Quest’ultima precisione https://en.wikipedia.org/wiki/Walter_Hallstein
23. Vedi la bibliografia di Klee, Personenlexikon , p. 701-718.
24. Klee, Personenlexikon , p. 727, basato in particolare sul lavoro di Gehrard Aumüller et al. , ed., Die Marburger Medizine Fakultät , Saur, München 2001 (e https://de.wikipedia.org/wiki/Gerhard_Aum%C3%BCller ); altra bibliografia, tra cui Heiber https://de.wikipedia.org/wiki/Nationalsozialistischer_Deutscher_Dozentenbund ,
25. http://webcache.googleusercontent.com/search?q=cache:dl-TF9-41TUJ:cpr.uni-rostock.de/resolve/id/cpr_person_00003297+&cd=1&hl=fr&ct=clnk&gl=fr
27. Klee, Personenlexikon , p. 221, citando Heuber, Der Professor im Dritten Reich , p. 360, lui stesso citato da Villiers, ho girato , p. 198-199 (e 10, 290).
28. Al contrario, in particolare, per la missione dei “commissari dell’Armata Rossa, la cui missione era solo politica, l’esercito tornava ai soli ufficiali, https://de.wikipedia.org/wiki/Nationalsozialistischer_F%C3%BChrungsoffizier , nota che evoca solo l’odio antisemita, non quello del comunismo.
29. Bower Tom, Occhio cieco per omicidio. Gran Bretagna, America e Purging della Germania nazista, un impegno tradito , Londra, André Deutsch, 1981, p. 18-19.
30. Sul “decreto del commissario” del 6 giugno 1941 dedicato alla “lotta contro il bolscevismo”, bibliografia, https://de.wikipedia.org/wiki/Kommissarbefehl
31. Couve de Murville, citato da Villiers, ho girato , p. 19.

LA COMMISSIONE EUROPEA PROPONE UNA PROCEDURA DI INFRAZIONE PER DEBITO ECCESSIVO ALL’ITALIA. PERCHE’? a cura di Luigi Longo

LA COMMISSIONE EUROPEA PROPONE UNA PROCEDURA DI INFRAZIONE PER DEBITO ECCESSIVO ALL’ITALIA. PERCHE’?

a cura di Luigi Longo

 

Riporto la nota di Domenico Rondoni [referente economico del MMT (Modern Money Theory) – Umbria], apparsa sul sito www.ariannaeditrice.it del 6/6/2019, per porre la seguente domanda: perché l’Italia che ha aumentato il rapporto debito/Pil meno degli altri paesi europei nel periodo 1992-2017 verrà sottoposta alla procedura di infrazione per debito eccessivo?

Propongo una riflessione non interessata ad evidenziare a) la debolezza e il degrado peculiare politico e sociale dell’Italia (attacco alle risorse mobili e immobili, assalto definitivo al cosiddetto made in Italy, distruzione delle imprese strategiche ormai definitivamente in mano straniere…); b) l’ideologia (nell’accezione negativa del termine) del governo per il cambiamento (sic) dei cosiddetti sovranisti, populisti in Italia (e in Europa) che non hanno una strategia per liberarsi dal giogo assurdo dei sub-dominanti europei (Germania e Francia): per loro la politica non è la reale prassi di cambiamento ma è un gioco di potere maldestro dentro la logica del capitale; c) l’Italia e l’Europa come espressioni geografiche dei predominanti statunitensi a prescindere dal loro insanabile (un indicatore del declino irreversibile) conflitto interno tra gli agenti strategici; d) il nuovo ri-equilibrio che la fine della UE comporterà con le nuove relazioni tra i sub-dominanti europei e i pre-dominanti statunitensi.

La riflessione che qui avanzo è interessata piuttosto a rilevare la mancanza di un progetto strategico di ri-fondazione dell’Europa che passa attraverso la fuoriuscita dei Paesi europei dalla NATO (il progetto Usa della fase multicentrica) che è una delle importanti istituzioni mondiali per il dominio Usa.

Altro che fuoriuscita dall’euro: per fare cosa? Per rimanere ancora sotto la sudditanza statunitense? Per rimanere nella incapacità di aprire relazioni di cambiamento con l’Oriente le cui potenze mondiali (soprattutto Russia, Cina) sono per un equilibrio multicentrico del dominio?

La UE (il progetto USA del secondo dopoguerra) è finita e occorre ri-pensare un’altra Europa fondata su nazioni autodeterminate e sovrane (con la loro storia, il loro territorio, la loro geografia, la loro cultura) con una idea di sviluppo e di ri-pensamento della modernità a partire dalla rottura del dominio statunitense perché gli Stati Uniti d’America restano il grande collante culturale ed il grande garante geopolitico-militare della riproduzione capitalistica mondiale.

La crisi della modernità occidentale è un altro indicatore del declino egemonico statunitense.

 

 

 

 

 

RICAPITOLIAMO

di Domenico Rondoni

Ci fanno entrare nell’euro con un rapporto debito/pil piu alto di tutti.
In questi 25 anni difficilissimi aumentiamo il rapporto debito/pil di meno di tutti.
E ora ci aprono una procedura di infrazione per DEBITO ECCESSIVO!?!?
Cioé è come se convinco uno zoppo a fare i cento metri con i normodotati, lo zoppo facendo un miracolo e lasciandoci quasi le penne arriva primo, ed io gli azzoppo pure l’altra gamba perché non ha fatto il record del mondo!!
Ma ci rendiamo conto in che gabbia di matti ci hanno cacciato?
Se questi non capiscono che il cosidetto debito pubblico è uno STRUMENTO DI CRESCITA ECONOMICA che va GESTITO ed AUMENTATO, non resta davvero altro da fare che evadere dal manicomio….

 

 

 

 

intervista al Generale Marco Bertolini_ Il concetto di sovranità e la sua declinazione in politica

Qui sotto una importante intervista al Generale Marco Bertolini. Si parte dalla sottolineatura del concetto di sovranità e della sua imprescindibile deglinazione in qualsivoglia azione politica. Si passa poi al riconoscimento dell’importanza degli strumenti dello Stato che consentono l’esercizio di queste prerogative in un contesto geopolitico sempre più complesso. Marco Bertolini, già Comandante della Folgore, ha assunto numerosi ed importanti incarichi nelle più svariate missioni all’estero dei contingenti militari italiani. Un patrimonio prezioso di esperienza al servizio del paese e della nazione. Buon ascolto_Giuseppe Germinario

NB_In alcune parti la qualità dell’audio, dovuta ad un collegamento telematico non ottimale, non consente un ascolto agevole e lineare_Ce ne scusiamo con gli ascoltatori e con il Generale Marco Bertolini. Siamo sicuri che l’importanza degli argomenti rendano sopportabili tali mancanze

SALAMINA A ROVESCIO SUL 28° PARALLELO_Antonio de Martini e Pierluigi FAGAN

 

Salamina a rovescio di Antonio de Martini

 

Quasi mezzo millennio prima di Cristo, l’imperatore SERSE I organizzò una spedizione al confine estremo del regno.

I greci, che all’epoca erano il LIMES, si coalizzarono contro il gigante asiatico avanzante.

Temistocle , dopo aver incassato una sonora batosta sul mare, si arroccò dietro l’isolotto di Salamina -come Leonida alle Termopili dove un gruppetto di spartani tenne in scacco le fanterie persiane e vendette cara la pelle- e si sistemò a difesa.

Con la stessa tattica dieonida , nello stretto tra l’isola e il mare, Temistocle inflisse una battuta d’arresto alla flotta del gran re enormemente superiore e difficile da manovrare in spazi ristretti .

Facendo pagare ogni singola avanzata a caro prezzo, i greci guadagnarono tempo, fidando nella indisponibilità di Serse a restare troppo a lungo ai margini del suo impero a dar la caccia a quattro mangiatori di olive.

In caso di attacco USA , i persiani useranno la stessa tattica di Temistocle, tanto più che i due gruppi da battaglia della V e VI flotta , si sono già infognati in aree prive di spazi di manovra: il gruppo “Keasarge” ha superato lo stretto di Hormuz e si è inoltrato nella trappola.

Per uscire, dovranno passare a tiro anche di sasso dalle coste iraniane.

L’altro gruppo di battaglia ( sempre una portaerei ( Lincoln ) , una nave appoggio zeppa di Marines e patrioti che fanno la prima apparizione antiaerea da nave, più naviglio di scorta ) attende l’ordine di iniziare la lotta, ma è anch’esso incastrato nel mar rosso tra bab el mandeb e Suez.

A tiro dei guerriglieri houti e dei loro sofisticati droni.
Tutti a tiro di missile da entrambe le sponde che costeggiano.

Questo dispiegamento arrogante è la migliore garanzia che lo scontro non ci sarà. Nessuno è stupido fino a questo punto.

Si stanno impostando e propagandando incidenti veri e presunti – come quelli dell’articolo AP che ho allegato- , ma senza conseguenze, a meno di errori – voluti o no – di qualche zelota.

Le grida di allarme servono a condizionare i protagonisti politici e saggiare i tempi tecnici di reazione dell’avversario.

In caso di scontro reale i persiani, nel peggiore dei casi, affonderanno almeno una portaerei e naviglio minore, senza contare la pioggia di missili che lanceranno su Israele di cui – coi missili da Gaza nei giorni scorsi – hanno saggiato l’operatività del sistema anti missile Iron Dome.

Cinque anni fa, durante una manovra coi quadri nella zona del golfo persico tenutasi al Pentagono, i “ nemici” rappresentati da un ammiraglio in pensione noto per la sua indipendenza di giudizio, affondò ( coi barchini) quattro navi USA. Uno smacco per lo stato maggiore della Marina USA sia pure ad opera di un collega “ Maverick “.

Chissà se al presidente lo hanno detto.

 

 

ESTATE AL 28°N PARALLELO di Pierluigi FAGAN.

 

Il costante conflitto che accompagnerà la difficile transizione al mondo multipolare, sembra voler convergere nello spazio e nel tempo in un punto particolare dello spazio-mondo.

Da più parti, si nota che:

a) gli americani stanno dislocando una portaerei in direzione del Golfo Persico. Hanno già mosso altre navi da guerra, rifornito di bombardieri le basi intorno all’Iran, nonché disseminato batterie missilistiche ed anti-missilistiche. In più Bolton a Pompeo, non passano giorno senza qualche buona parola incendiaria verso l’Iran. Altri sostengono che in USA si nota grande fermento operativo pre-bellico ;

b) Trump annuncia ulteriori sanzioni all’Iran che si sommano alle precedenti, dopo aver ulteriormente stretto il cordone di divieto alle relazioni con l’Iran tra cui quelle italiane e greche prima permesse. Dopo aver del tutto isolato Teheran dagli europei, è ora la volta dei tre compratori di energie fossili iraniane ovvero Turchia, India e Cina. Gli iraniani hanno dato due mesi di tempo a gli altri firmatari del precedente accordo teso a bloccare lo sviluppo atomico dell’Iran, per dare segni di vita. In assenza di un chiaro atteggiamento di conferma dell’accordo che isolerebbe gli USA, Rouhani ha fatto sapere che riprenderà l’arricchimento dell’uranio, ma è molto probabile abbia già iniziato ;

c) infatti Israele segue Bolton e Pompeo annunciando di imminenti attentati sciiti tra Gaza ed obiettivi americani in Medio Oriente mentre l’Egitto ha bloccato petroliere iraniane a Suez;

d) davanti a gi EAU, qualcuno ha sabotato petroliere saudite che hanno preso fuoco;

e) Isis si ripresenta in Kashmir e nel sud del Pakistan a Gwadar, terminale della Via della Seta cinese, accendendo l’irredentismo del Belucistan. Anche lo Sri Lanka e lo stesso Kashmir rientrano nelle rotte logistiche della Via della Seta cinese. In Iran, invece, c’è un porto strategico per le proiezioni esterne dell’India.

Naturalmente torna di moda la classica minaccia di autoaffondamento di navi dismesse in un punto particolarmente basso dello stretto di Hormuz da parte iraniana che rappresenterebbe un Armageddon petrolifero-finanziario dalle conseguenze terribili per l’intera economia-mondo, in particolare asiatica.

Con Trump non si sa mai se sta a suo modo trattando e quanto è disposto ad andare fino in fondo se la trattativa non andasse all’esito sperato o se “questa volta è diverso”. Una cosa pare certa, come ogni estate, la temperatura dalle parti del 28° parallelo, tenderà a salire. Da seguire …

Lluch De Sa Font Infatti credo che la carta vincente sarà a giugno quando presenterà il suo piano di pace per la Palestina, in cui si dice verrà coinvolto Hamas e, se va in porto, sarà utile ad una rielezione. Certo che i potenti nemici che ha in casa e all’estero faranno il possibile per mettere i bastoni fra le ruote…

 

 

TROPPE TRUPPE MARISCIÀH di Antonio de Martini

 

(Trump ha comunque smentito la presenza e anche l’intenzione di schierare i 130.000 uomini a meno di una pesante provocazione dell’Iran, definendo una fake la notizia del NYT_A dire il vero gli attori locali interessati a trascinare gli USA in guerra sono però almeno due._ https://news.yahoo.com/trump-denies-planning-send-120-000-troops-counter-161151316.html?fbclid=IwAR3kizBenzZV93nvAV2HZiES4EC6i9BZkJETXExb0NEhMEWGgaaWNDRd2nM Giuseppe Germinario)

 

A partire dal 1991 resta impresso in mente un dato costante sull’esercito degli Stati Uniti: esiste una forza armata che potremmo definire “ territoriale “ e un’altra che chiamerei “ forza mobile” composta da 120/130.000 uomini che è il vero ferro di lancia dell’US Army.

La forza territoriale presidia e occupa basi e territori sfoggiando un apparato logistico impressionante e ben alimentato. Questa aliquota, in continua crescita, fa la parte del leone nel bilancio della Army.

Centinaia di basi nel mondo dove la forza aerea e la Marina possono contare di fare sosta, rifornimento o riposo. Da dove si può far partire una spedizione, ma di dubbia efficacia combattiva.

Lo sforzo strategico di tutti i presidenti che si sono succeduti da Eisenhower in poi è consistito nel cercare di erodere questa posta di bilancio a favore dell’aliquota “ combattente” da impiegare sul campo.

Obama aveva cercato di creare reparti speciali da aggiungere al “ corpo combattente” puntando sulla estrema specializzazione di 30.000 uomini in battaglioni capaci di operare a 360 gradi. Trump ha scelto diversamente.

Trump ha fatto la scelta di aumentare il bilancio in termini assoluti senza capire che la macchina finanziaria del Pentagono – di terra e di mare- non sarà mai sazia per definizione e assorbirà qualsiasi cifra venga stanziata perché la normale amministrazione è fatta così dappertutt: è onnivora.

Comunque la si giri, lo Stato Maggiore non riesce a mettere in campo più di 130.000 uomini realmente disponibili per il combattimento.

È il brillante corpo corazzato che ha vinto le due campagne irachene, ma si è rivelato incapace di domare gli Afgani nemmeno per un momento. Che lamenta di essere impantanato a Kabul e alla frontiera messicana. Che inizia a logorarsi in West Africa.

Oggi lo S.M. USA ha nuovamente messo a disposizione del Presidente questo contingente e lo ha bardato con due corpi di combattimento della marina e i missili antiaerei Patriots in versione navale, ma l’avversario Iran è un’altra cosa.

L’Iran, nella guerra 1980/88 contro l’Irak, ha perso settecentomila uomini senza batter ciglio e ha la natura e la storia e la geografia dalla sua parte.

Il suo territorio è vasto ( quasi sei volte l’Italia) e montagnoso quanto basta, il 60% della popolazione è nomade ad onta degli sforzi dello Scià Ali Reza per sedentalizzare gli abitanti.

Non può essere piegato dai bombardamenti come la Jugoslavia perché non ha industrie leader o grandi infrastrutture da abbattere; non può essere “ridotta allo stato pastorale,” perché lo è già in buona parte; non può essere parcellizzata perché è un paese di grande omogeneità culturale con minoranze sostanzialmente leali; dispone di via di fuga, non bloccabile, attraverso il Caspio. Con centotrentamila uomini possono dirigere il traffico, ma non invadere ne presidiare, ne condurre con successo uno sbarco dimostrativo.

Un bombardamento – anche agli impianti petroliferi- otterrebbe una doppia replica e nessun risultato.

Ha amici potenti ( Russia, Cina, Turchia, India) e nemici impopolari ( Israele) ; controlla il 30% flusso dei prodotti petroliferi destinati all’Europa.

Anche i peggiori avversari degli Ayatollah – come la casa imperiale rifugiatasi negli USA o qualche ex primo ministro parcheggiato a Parigi – si sono rifiutati di prendere parte al coro anti iraniano.

La comunità israelita all’interno ( presente con continuità da tremila anni) o la diaspora benestante di Francia e California all’estero ( da 40 anni) prenderebbero posizione contro ogni intervento mirante a destabilizzare un paese che da cinque secoli non ha mai attaccato nessun vicino.

Unici alleati degli USA i mujaheddin al Khalk – gli ex giovani comunisti del 1979 già nell’elenco USA delle organizzazioni terroriste – oggi “ graziati” e parcheggiati da Obama in Albania dopo aver organizzato qualche assassinio di “ scienziati atomici” che possono fare qualche sanguinoso attentato ma nulla di più.

Voler attaccare durante il Ramadan sarebbe il colmo della provocazione psicologica e dell’improntitudine.

A parte la rappresaglia contro Israele che metterebbe in crisi i rapporti interni agli USA, creerebbe una immediata reazione tra un miliardo e mezzo di mussulmani nel mondo e il braciere del focolaio afgano rischierebbe di estendersi al subcontinente indiano ( Pakistan e India mussulmana).

Alla Casa Bianca dovrebbero proprio decidersi a cambiare pusher.

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