È sul “cadavere” della NATO che si deve costruire una difesa dell’Europa, a cura di Theatrum Belli

Proseguiamo con la pubblicazione di saggi ed articoli di militari francesi a proposito di difesa europea_Giuseppe Germinario

È sul “cadavere” della NATO che si deve costruire una difesa dell’Europa secondo GA (2S) Jean COT, che la vede come una federazione degli Stati Uniti nella loro diversità.
Ci chiede di darci finalmente i mezzi di questa difesa altrimenti siamo condannati a cancellarci.
Europa e Difesa – Fascicolo G2S n° 24 – Luglio 2019 28

La difesa dell’Europa, del suo territorio e delle sue popolazioni, questo è il bene più evidente comune ai cittadini dell’Unione Europea (UE). Quella avrebbe quindi dovuto essere uno dei temi principali della campagna elettorale europea di maggio 2019.
Problema, non è l’UE come istituzione che ha la responsabilità della sua propria difesa, ma l’Organizzazione del Trattato del Nord Atlantico (NATO) in cui predominano gli Stati Uniti.
Un po’ di storia.

Fuori dalla seconda guerra mondiale, i paesi dell’Europa occidentale non potevano che mettersi sotto la protezione degli Stati Uniti, di fronte alla formidabile minaccia sovietica. Lo hanno fatto attraverso la NATO fondata nel 1949. Dobbiamo essere grati agli Stati Uniti per aver molto largamente contribuito a vincere la Guerra Fredda, senza sparare un colpo di cannone.
Ma siamo nel 2019. A settant’anni dal 1949, i rischi e le minacce si sono diversificate, globalizzate. Gli Stati Uniti hanno disegnato le conseguenze ritirando quasi tutte le loro forze dal suolo europeo,
dando priorità strategica all’Asia, la loro nuova sfida.
D’altra parte, l’UE è risorta dalle sue rovine. La sua ricchezza complessiva – il suo PIL – è ora equivalente a quello degli Stati Uniti. Non è quindi plausibile di 500 milioni di europei nell’UE, compresi di nuovo i nostri amici britannici!
– dipendono ancora a questo punto, per la loro difesa, da 325 milioni di americani. Mr. TRUMP dice lo stesso, senza mezzi termini, che gli Stati Uniti danno troppo per la difesa degli europei.
La NATO è un’organizzazione obsoleta e, altrettanto, l’articolo 5 del suo statuto che sancisce un reciproco impegno militare in caso di aggressione.
Sarebbe un grosso errore pensare che dopo TRUMP tutto rientrerà nell’ordine. TRUMP sta solo dicendo ad alta voce quello che molti negli Stati Uniti pensano sottovoce. Potrei dare molte testimonianze. Io ricorderò uno, da MM. SHAPIRO e WITNEY, degli eminenti membri di un importante Think Tank americano, riportato su Le Monde il 5 novembre 2009:
Gli europei hanno un rapporto infantile con gli Stati Uniti e feticista, nutrito di illusioni, tra cui:
Che gli interessi degli americani e gli interessi degli europei siano sostanzialmente identici,
 Quello secondo cui la sicurezza dell’Europa dipende ancora dalla protezione americana.
Bisogna ammettere che noi europei siamo abbastanza sordi e ciechi da non ammettere questa verità e trarne le conseguenze? È vero che dal Trattato di Maastricht del 1992, si costruisce lentamente una politica di sicurezza e un sistema di difesa comune (PSDC), i cui risultati non sono
trascurabili:
 Documento strategico europeo in materia di sicurezza e difesa (ESDS);
 Agenzia Europea per la Difesa (EDA) per gli armamenti;
 Embrione di staff per crisi civili e generazione di forze;
 Cooperazione strutturata permanente (CSP);
Fondo europeo per la difesa (FES).
Per limitarmi all’essenziale.

Il problema – capitale – è che questa difesa europea in gestazione non ha nulla a che vedere con la difesa dell’Europa sopra definita. È limitato all’effetto delle cosiddette missioni Petersberg, sotto l’egida dell’ONU:
 Mantenimento e applicazione della pace;
 Evacuazione di cittadini UE;
 Aiuti umanitari, disarmo, cooperazione.
Quindi ecco, in sintesi, l’incredibile paradosso:
 La NATO ha diritti esclusivi per difendere l’Europa mentre la credibilità degli Stati Uniti, che la dominano su testa e spalle, sono sempre di più incerti.
 L’UE si limita a esotici interventi di Petersberg senza nemmeno darsi uno staff operativo permanente per guidarli.
Questo paradosso non sembra preoccupare le autorità politiche e militari dell’UE, che lo ha mascherato dietro il comodo concetto di complementarietà, condivisione dei compiti tra NATO e UE. In realtà nessuno si lascia ingannare: la NATO è un buon alibi per limitare il loro sforzo di difesa. Perché pagare di più per la nostra difesa, anche se, attraverso la NATO, dipendiamo da
Stati Uniti ? Questa cultura della sottomissione agli Stati Uniti è inaccettabile.
Lo dico e lo scrivo da venticinque anni, un po’ meno solo oggi: la NATO è il principale ostacolo alla costruzione di una difesa dell’Europa indipendente. Ecco perché dobbiamo uccidere la NATO. Il meglio sarebbe che Mr TRUMP decida da solo.
Con la NATO morta, le potenze europee saranno costrette ad assumere prima le proprie responsabilità sovrane, la difesa del territorio e delle popolazioni e ne pagano il prezzo.
Questa potrebbe essere la mia conclusione. Aggiungo due osservazioni:
1. Ho letto il libro del generale de Villiers “Cos’è uno chef? ” Del proprio
Dei suoi propositi, ne estrapolerò due:
 “L’esercito europeo amalgamato è un sogno che potrebbe essere trasformarsi in un incubo. Credo nelle sovranità nazionali, non alla sovranità europea. ”
 “Se l’esercito europeo è composto da forze giustapposte, fondersi, trasformandosi in unità di combattimento agli ordini di una ipotetica sede a Bruxelles, lo ritengo IMPOSSIBILE. ” (le lettere maiuscole provengono da lui).
Queste osservazioni sono piuttosto illustrative della riluttanza che potrebbe rimanere anche nei nostri ranghi. Chiedono qualche risposta…
Cos’è allora la NATO se non un quartier generale – SHAPE –
a Bruxelles, quartier generale di corpi d’armata multinazionali, di cui uno corpo tedesco-polacco, l’altro corpo tedesco-olandese, un corpo della Unione Europea a Strasburgo con quattro nazionalità, un organismo di Reazione rapida francese (CRR) a Lille che può ospitare una mezza dozzina
contingenti stranieri?

Ciò che è giusto nella NATO sarebbe insopportabile in un quadro Europeo? L’esercito europeo non sarebbe altro, tanto per cominciare, che la NATO senza gli americani. Non che non li amiamo più,
ma semplicemente perché non possiamo più, non dobbiamo più contare su di essi. Lo dicono loro stessi. Devo ricordarti che avremmo avuto un Esercito europeo dal 1954 se DE GAULLE, all’opposizione, non avesse affondato il progetto, portato avanti dalla Francia? Allora ero a Saint-CyrCoëtquidan. Ero molto triste, come molti dei miei compagni.
Infine, allargherò il dibattito al di là della questione della difesa di Europa. La scelta da fare, come ce l’hanno le recenti elezioni europee ricordato, è quella tra due visioni inconciliabili dell’Europa di metà di questo secolo. O la visione esclusiva, sovranista, nazionalista, appoggiata al sacro stato-nazione: America First – Deutschland über alles – Francia prima. O una visione inclusiva, aperta, umanista, che non considera lo stato-nazione come il fiore all’occhiello dell’organizzazione
politica dell’Europa.
Credo di essere un buon patriota ma sono anche un fervente europeo, un cittadino dell’Europa. Nessuna contraddizione in questo! La mia Europa è quella del suo motto:
“Unità nella diversità”. Gli Stati Uniti d’Europa non sono un parolone! Questa è la condizione necessaria perché l’Europa conti domani nel contesto delle grandi potenze del pianeta.
UNITI o CANCELLATI – Gli Stati Uniti d’Europa Oppure i Balcani del mondo. Non c’è
bisogno di particolare passione per iscriversi a questo. Un piccolo motivo dovrebbe essere sufficiente.

https://theatrum-belli.com/wp-content/uploads/2019/06/G2S-Dossier-24-Europe-et-D%C3%A9fense-Juin-2019.pdf

Intelligence strategica, geopolitica e guerra economica. Dagli anni ’50 ad oggi_di Giuseppe Gagliano

C’è chi fa, chi ci prova, chi lascia fare. La Francia potrebbe essere collocata in seconda fascia. Ha avuto nel dopoguerra il momento di maggior risolutezza nel periodo gaullista; in un contesto di decadenza e regressione ha conosciuto sussulti più che reazioni efficaci ad una politica di vera e propria colonizzazione ed espropriazione delle proprie capacità tecnologiche mascherate da una sterile prosopopea che non ha fatto altro che far perdere ulteriore credibilità alla classe dirigente. L’aspetto più interessante che differenzia quel paese dal nostro riguarda l’esistenza di un nucleo esplicito ancora in grado di porre la questione della sovranità e di condurre una battaglia politica. Su questo sito ne abbiamo parlato frequentemente. Buona Lettura, GIuseppe Germinario

Dall’affare Raytheon (1994) all’affare Alstom (iniziato nel 2014), la guerra economica ha colpito duramente le aziende francesi. Gli Stati, lontani dalle raccomandazioni liberali, sono attori costanti in questa guerra economica, in particolare paesi come il Regno Unito e gli Stati Uniti, che si dichiarano i più favorevoli alla libera impresa. Lungi dal fare il punto sulla posta in gioco strategica di questo terreno di scontro, la politica pubblica francese sull’intelligence economica è rimasta insufficiente poiché la caduta dell’URSS ha alzato la posta in gioco. La difesa delle imprese francesi contro acquisizioni estere che potrebbero portare al trasferimento di tecnologie sensibili, o mettere a rischio posti di lavoro, è rimasta quindi un aspetto dimenticato dell’azione pubblica.
Nella strategia economica come nell’arte militare, il successo di una politica pubblica richiede tanto iniziativa quanto anticipazione: questi sono i precetti che gli Stati Uniti applicarono all’indomani della seconda guerra mondiale. Al contrario, a partire dagli anni ’90, i governi francesi hanno reagito molto di più a shock che mettono in difficoltà le imprese nazionali, di quanto non abbiano sviluppato a priori elementi strategici di fronte alle nuove sfide della guerra economica.

Grazie alla Guerra Fredda, e alle competizioni militari, ma anche alle tecniche, economiche e scientifiche a cui ha dato origine, le politiche pubbliche americane hanno affrontato a testa alta la questione dell’intelligence economica alla fine della seconda guerra mondiale. Il primo passo è stato quello di fornire alle aziende americane il beneficio dell’informazione pubblica: negli anni Cinquanta sono state istituite agenzie federali come la National Science Foundation per trasmettere alle aziende strategiche le informazioni prodotte dalle amministrazioni. Poiché la prospettiva di uno scontro militare con la Russia sovietica si allontanava, l’intelligence economica divenne una preoccupazione centrale del Dipartimento della Difesa degli Stati Uniti, che in particolare mise in atto una strategia per finanziare e proteggere l’economia dell’innovazione. : il finanziamento della ricerca scientifica da parte del Dipartimento della Difesa , che salì bruscamente al 96% della R&S pubblica nel 1950, è stata mantenuta, ad esempio, al 63% della R&S nel 1987.

Questa precoce preoccupazione espressa dalla comunità dell’intelligence americana per questioni di strategia economica ha radicato potenti eredità e spiega, ancora oggi, la forza dei legami che uniscono le grandi imprese americane e servizi segreti. Alla fine della Guerra Fredda, parte delle risorse dell’intelligence americana furono, inoltre, dirottate, in mancanza di un nemico, verso l’intelligence economica; si è infatti inasprita la competizione tra attori nazionali per la conquista dei mercati. Tuttavia, questa cultura dell’intelligence economica non si è radicata nelle stesse condizioni in Francia, che fino agli anni ’90 è rimasta relativamente insensibile a questo concetto.Se la Francia era inizialmente interessata alle politiche di intelligence economica pubblica, è perché era obbligata a farlo dal contesto dell’affare Raytheon. Nel 1994, Thomson-CSF ha perso inaspettatamente il progetto brasiliano Sivam, un sistema di monitoraggio per la foresta pluviale amazzonica. E per una buona ragione: la NSA (National Security Agency) è intervenuta per intercettare le telefonate francesi e consegnare a Raytheon, concorrente americano di Thompson, informazioni strategiche che le hanno permesso di aggiudicarsi l’appalto.Nel contesto di una forte globalizzazione dei mercati, la Francia si è trovata male armata per parare questi colpi, che sono stati distribuiti tra gli alleati. I responsabili politici ora si sono resi conto che, lungi dall’idea di “concorrenza libera e non distorta”, gli Stati Uniti stavano realizzando in modo aggressivo coinvolgendo i propri servizi di intelligence nella conquista dei mercati internazionali da parte delle loro aziende.

In seguito all’affare Raytheon, alti funzionari, come l’ingegnere aeronautico Henri Martre, allora di stanza al Commissariat Général au Plan, erano convinti della necessità di colmare la “spartizione” tra aziende private e pubbliche amministrazioni per sostenere gli attori economici francesi. Grazie alla ricomposizione dell’ordine mondiale dopo la caduta dell’URSS, la “guerra economica”, intesa come la crescente importanza delle poste finanziarie nelle lotte globali tra le potenze, ha acquistato importanza, ed è stata finalmente considerata a pieno, in Francia, come una minaccia alla sicurezza nazionale.
Queste diagnosi hanno dato origine alla stesura del rapporto Martre, documento fondativo dell’intelligence economica francese, pubblicato nel febbraio 1994. Il rapporto definisce l’intelligence economica come “tutte le azioni coordinate di ricerca, elaborazione e distribuzione in vista del suo utilizzo, informazioni utili per gli attori economici.”Le proposte del rapporto hanno portato all’istituzionalizzazione di un ente pubblico dedicato all’intelligence economica, il Comitato per la competitività e la sicurezza economica (CCSE), che riferisce al presidente del Consiglio. Questo organismo, però, ha avuto le maggiori difficoltà a funzionare, abbandonato dal potere nel contesto delle elezioni presidenziali del 1995, e del fallito scioglimento del 1997. Il rapporto Martre aveva teorizzato l’intelligence economica francese, ma questa ebbe inizialmente molto poco seguito.
Contemporaneamente alla pubblicazione del rapporto Martre, negli anni ’90 la Francia si dotò di un arsenale legislativo più adatto alle minacce: fino al 1994 la tutela del patrimonio economico era disciplinata dall’ordinanza del 7 gennaio 1950, che poneva l’accento sulla regolamentare le carenze, lontano dagli imperativi della guerra economica. Solo nel 1994 la nuova versione del Codice penale incorporò, tra gli interessi fondamentali della nazione, “gli elementi essenziali del suo potenziale scientifico ed economico. Solo nel 2003 il sostegno del governo all’intelligence economica ha riscosso un rinnovato interesse.

Ciò è stato causato da un lato da un’altra vicenda di guerra economica, quella di Gemplus : nel 2003, la società francese Gemplus, leader mondiale nelle smart card, dopo aver accettato l’ingresso di Texas Pacific Group tra i suoi azionisti, non ha potuto impedire la nomina di Alex Mandl alla guida del suo consiglio di amministrazione… Alex Mandl era un direttore di In-Q Tel, un fondo di investimento creato dalla CIA, e supervisionava il trasferimento di queste tecnologie francesi negli Stati Uniti. Ancora una volta, un’impresa strategica francese fu vittima di intrighi americani in materia di guerra economica; ancora una volta, la Francia si è trovata politicamente male armata per rispondere a queste minacce. Gli avvisi dati al governo dalla Direzione della Sicurezza Territoriale (DST) non erano stati ascoltati, e i servizi segreti francesi non potevano impedire la distruzione di molti posti di lavoro alla Gemplus, né il trasferimento del brevetto dalla carta al chip al suolo americano .
Consapevoli di queste battute d’arresto, il primo ministro Jean-Pierre Raffarin e il parlamentare Bernard Carayon hanno spinto per la nomina di Alain Juillet, direttore dell’intelligence della DGSE, ad alto commissario per l’intelligence economica..
Tuttavia Tale organismo è poi entrato in concorrenza con il Servizio di coordinamento dell’informazione economica, che fa capo al Ministero delle finanze. Per evitare duplicazioni amministrative, i due organi sono stati accorpati per creare il Servizio di Informazione Strategica e Sicurezza Economica (SISSE), che costituisce il sistema esistente. Questa necessaria riforma non è stata completata fino al 2016: questa lentezza testimonia chiaramente la mancanza di considerazione da parte delle autorità pubbliche della politica di intelligence economica, in un contesto segnato dal passaggio del settore energetico del gruppo Alstom, nel 2014, sotto il controllo americano.

Come valutare oggi l’azione della SISSE, principale strumento delle politiche di sicurezza economica francesi? L’organizzazione sembra ridotta a reagire a posteriori alle minacce che incombono sulle aziende francesi, per due ragioni. In primo luogo, si occupa, come si evince dal suo titolo, solo di sicurezza economica: ciò significa che la Francia rinuncia a esercitare influenza e a sostenere in modo decisivo le sue imprese nella conquista dei mercati. In secondo luogo, come ha sottolineato Nicolas Moinet, specialista in intelligence economica,la struttura stessa della SISSE non è necessariamente la più adatta: di fronte a una minaccia multiforme che grava sulle aziende francesi , un organismo centralizzato all’interno della Direzione Generale delle Imprese (DGE) non è la forma più fluida che può assumere la politica di sicurezza economica. Al contrario, l’intelligence economica richiede adattamenti locali, che potrebbero passare in modo più deciso attraverso le prefetture, per raccogliere informazioni sul campo e contrastare più efficacemente le minacce. È vero che alle prefetture è stato affidato, da una direttiva del 2005, la conduzione delle politiche di sicurezza economica. Tuttavia, come già notato da Floran Vadillo e Nicolas Moinet nel 2012, questi servizi prefettizi non hanno raggiunto la dimensione critica che li renderebbe veramente efficaci.

L’intelligence economica francese soffre quindi della mancanza di risorse impiegate nei servizi statali decentralizzati. Mentre le iniziative stanno nascendo a livello di comunità, rimangono molto incerte e per molti insufficientemente operative: alcune regioni, come la regione dell’Alvernia Rhône-Alpes, producono così documenti destinati alle imprese per renderle consapevoli delle sfide della sicurezza economica , senza che il risultato di tali comunicazioni sia assicurato. La strategia di intelligence economica francese soffre quindi di due gravi carenze: da un lato, la SISSE, organismo specializzato in sicurezza economica, non è perfettamente idoneo a garantire la sicurezza delle imprese nazionali. D’altra parte, gli altri attori che intervengono sul campo sono troppo poco dotati finanziariamente, e troppo poco coordinati tra loro. Quali prospettive di sicurezza economica ci sono allora sul territorio francese? Gli strumenti di controllo degli investimenti esteri potrebbero dare i loro frutti se implementati: il caso Photonis ne è un esempio perfetto. Questa società con sede a Brive la Gaillarde, specializzata in sistemi di visione notturna – in particolare per uso militare – è stata oggetto di un’offerta di acquisto da parte del fondo di investimento Teledyne nel settembre 2020. Il Ministero delle Forze Armate si è poi opposto al suo veto alla vendita di questo azienda strategica. Alla fine, è stato il fondo europeo HLD ad acquisire questa azienda con 1.000 dipendenti.

In questo caso, lo stato è stato in grado di opporsi all’acquisizione di tecnologie sensibili da parte di investitori stranieri. Tuttavia, questo successo non deve essere un trionfo: mentre la natura strategica di Photonis non era in dubbio, viste le ovvie implicazioni militari delle tecnologie che stava sviluppando, lo stesso non vale per le altre azienda. La riflessione su cosa dovrebbe o non dovrebbe essere un asset strategico deve quindi essere avviata in modo sistematico e non occasionale : per esempio le fabbriche tessili di Gérardmer possono, ad esempio, essere considerate un asset strategico. La loro chiusura potrebbe causare un alto tasso di disoccupazione nel territorio, e pertanto devono essere messe in atto efficaci misure di tutela economica da parte delle autorità pubbliche per evitare acquisizioni che potrebbero mettere in pericolo l’attività, e per trovare, anticipando offerte di acquisto che mettano a rischio la sostenibilità dell’attività, acquirenti alternativi. Tuttavia, è improbabile che siano soggetti a un controllo sugli investimenti simile a quello applicato per Photonis.

Insomma Sostenere una politica di intelligence economica è un modo per la ripresa della Francia.E questo è una valutazione ampiamente condivisa non solo da Moinet,ma da Christian Harbulot e da Eric Denécé.
Il controllo degli investimenti esteri è quindi necessario, e nel caso Photonis ha dato risultati convincenti; non è però sufficiente definire un’adeguata politica di intelligence economica e tutelare le aziende in un contesto di guerra economica. Il disegno di legge portato da Marie-Noëlle Lienemann al Senato https://www.senat.fr/leg/ppl20-489.html
nella primavera del 2021 costituisce una buona risposta, oltre ai decreti Montebourghttps://www.legifrance.gouv.fr/loda/id/JORFTEXT000028933611/ e al necessario rafforzamento dell’arsenale giuridicohttps://www.economie.gouv.fr/extension-decret-2014-investissements-etrangers-entreprises-strategiques#
di fronte all’extraterritorialità del diritto americano.

https://www.iassp.org/2021/09/intelligence-strategica-geopolitica-e-guerra-economica-dagli-anni-50-ad-oggi/

A proposito di difesa comune europea_ a cura di Giuseppe Germinario

Proseguiamo il dibattito avviato con i due articoli su NATO e Unione Europea https://italiaeilmondo.com/2021/08/17/la-nato-riprende-il-vantaggio-nel-suo-braccio-di-ferro-con-lue-di-hajnalkavincze/ e https://italiaeilmondo.com/2021/08/12/stati-uniti-nato-e-unione-europea-lillusione-di-un-addio-il-miraggio-dellautonomia_di-giuseppe-germinario/prendendo spunto dall’ennesima riproposizione, ricorrente nei settanta anni trascorsi, della costituzione di un esercito europeo. E’ opportuno ricordare che la proposta partì in primo luogo e non a caso dagli Stati Uniti, negli anni ’50, con il tentativo di costituzione della CED (Comunità Europea di Difesa) in fase di costituzione della NATO, antecedente alla costituzione del Patto di Varsavia. Trovò l’opposizione diffusa di numerosi ambienti militari europei, in particolare della Francia; fu ridimensionato una volta compreso dagli ambienti francesi e britannici che il pallino era passato ormai definitivamente in mano americana, non ostante le velleità franco-britanniche naufragate definitivamente con il fallimento dell’intervento congiunto sa Suez nel ’56 e che il potenziamento industriale della Germania Federale era di supporto al successo delle mire egemoniche statunitensi e al contenimento delle ambizioni anglo-transalpine. Anche in questa occasione, come pure nel congresso di Le Havre, la rumorosa ma poco significativa opzione federalista europea, intrisa di lirismo e liturgie, si rivelò uno strumento, sino ad un certo punto inconsapevole, della costruzione egemonica americana. La CED, in realtà, non si limitava ad un progetto di mera alleanza militare. Prevedeva oltre  ad un livello spinto di integrazione delle strutture militari, un analogo livello spinto di integrazione del complesso industriale legato agli interessi della difesa atlantica. Il piano Marshall era essenzialmente propedeutico a questo progetto. L’esito del confronto portò alla fine all’accordo parziale sulla NATO e sulla CECA; come noto, non si fermò nel prosieguo a quello stadio.

L’equivoco, del tutto connaturato alla prosecuzione degli attuali legami, prosegue ancora oggi confondendo in un unico calderone i propositi di autonomia con quelli di rafforzamento del legame atlantico.

Sulla falsariga di un dibattito, per altro in Italia del tutto superficiale e parolaio, sia pure con le dovute eccezioni, proponiamo alcuni interessanti articoli di militari francesi apparsi sul sito www.theatrum-belli.com. Buona lettura_Giuseppe Germinario

Far convergere le esigenze dei militari in un sistema di forze.
Per il GCA (2S) Jean-Tristan VERNA, l’acquisizione di attrezzature comuni può urtare con la necessaria conservazione di una parte essenziale della sovranità in difesa. Oltre i produttori, sta ai militari riunirsi per far convergere le proprie esigenze in un sistema di forze.

Esercito europeo: la via della sovranità attraverso i
materiali?

“Difesa europea”, “difesa dell’Europa” o ancora più “esercito europeo”: qualunque sia l’ampiezza e la profondità, dibattiti, opinioni e commenti portano sempre prima o poi alla questione dell’equipaggiamento delle forze e dell’organizzazione della difesa.

Quante volte abbiamo sentito critiche ai massimi livelli, l’aberrazione
rappresentata dalla quantità dei diversi tipi di veicoli corazzati, aeroplani di combattimento, di fregate che equipaggiano gli eserciti del continente. E le ingiunzioni per creare “Airbus” per veicoli navali e blindati, ecc. seguono di conseguenza.
È da dimenticare che questa situazione è il risultato di diversi secoli di guerre intra-europee, conclusasi solo da due generazioni di decisori politici! Le basi industriali della difesa nazionale sono l’impronta lasciata dalla necessità che la maggior parte degli stati europei ha avuto per garantire la propria autonomia industriale, per preservare la lpropria integrità territoriale, realizzare le proprie ambizioni, addirittura garantire la propria neutralità, su tutto la sovranità.
Questo articolo si propone di dare un contributo alla definizione dei contorni della sovranità sull’equipaggiamento delle forze armate. Questa definizione può anche consentire un vero inventario delle sovranità; leggi nazionali che tracciano il percorso che un giorno potrebbe permetterci di mostrare questa sovranità a livello sovranazionale.
In questo campo, il primo fondamento della sovranità è la libertà di progettazione dell’attrezzatura 50. Nasce dalla libertà di sviluppo partendo da esigenze militari e di capacità.
Nei nostri giorni felici di “Pax Europea”, prima ancora della dispersione industriale, è spesso la mancata condivisione di questa esigenza che porta alla grande diversità di materiali da un paese all’altro. Quello che qualcuno considera una semplice questione di abitudine o conservatorismo
riflette piuttosto il carattere fortemente culturale che attribuisce agli eserciti nazionale a causa del loro ruolo nella strategia nazionale, la storia della loro guerre, la natura del loro reclutamento, a volte molto antico e ancorato alla cultura nazionale.
Ci ritroviamo così con linee di forza la cui inflessione non è facile: popoli del mare e antiche tribù dell’entroterra, nazioni centrate sull’Europa e conquistatori di imperi dimenticati, non tutti si ritrovano spontaneamente sulla stessa concezione dei loro bisogni militari, nonostante sette decenni
di standardizzazione della NATO. Uno metterà i suoi elicotteri da trasporto nelle forze aeree, l’altro nelle forze di terra, con notevoli differenze nell’implementazione, si prenderà di mira l’aereo da caccia versatile mentre altri costituiranno sempre flotte diversificate; una giurerà per il cingolato quando la ruota avrà il favore del vicino. Non bisogna dimenticare gli interminabili dibattiti tra fanti intorno al numero dei combattenti del cellula di combattimento di base, che alla fine determina l’architettura del veicolo che li porta a bordo!
Questa necessità di padroneggiare la progettazione iniziale dei materiali è accompagnata dal problema di poterli far evolvere secondo gli insegnamenti operativi, adottati per l’integrazione di nuove tecnologie, ecc.
Rapidamente, un pezzo di attrezzatura può prendere una configurazione molto lontana da
quello originale. Un buon esempio è la progressiva divergenza di configurazione di TRANSALL francesi e tedeschi, il cui impiego a lungo termine era molto diverso.
Infine, un materiale non può essere progettato senza il suo sistema di supporto, vale a dire come sarà realizzato il suo mantenimento in condizioni operative. La visione del supporto ha un forte impatto sulla progettazione iniziale dell’attrezzatura: il motore di un veicolo blindato deve essere sostituibile rapidamente sul campo, oppure si sceglierà un supporto di tipo industriale su base logistica, con soluzioni tecniche più vicine a quelle utilizzate per le apparecchiature ad uso civile? Se i sensori integrati verranno utilizzati o meno per tutti i tipi di materiali? Anche in questo caso, le culture militari europee sono spesso incompatibili. Alcuni eserciti favoriscono ancora il supporto più vicino alla zona di combattimento, mentre altri ritengono che questo approccio non corrisponde più alle realtà operative e tecniche.
Mantenere il controllo sulla scelta delle funzionalità operative delle apparecchiature e soluzioni tecniche che consentano di raggiungerle, avendo la libertà di evolvere, decidere come sostenerlo durante il periodo d’uso, questa è la prima base di sovranità in materia di equipaggiamento militare.
Un secondo fondamento di sovranità, sul quale non è utile indugiare a lungo come è ovvio, è la libertà di utilizzo dei materiali.
Un insieme politico sovrano, nazionale o sovranazionale, deve poter dispiegare e utilizzare liberamente i propri mezzi militari ovunque se ne presenti la necessità fatto sentire, e senza altre restrizioni che quelle imposte dalla legge internazionale. Siamo ben consapevoli dei limiti posti alla distribuzione e all’uso operativo di materiali acquistati dagli Stati Uniti in adozione della procedura FMS51. Anche la Francia li ha sperimentati con il lancia missili JAVELIN; sta acquistando, e presto armerà, i droni REAPER nonostante questi ostacoli alla sua libertà di azione.
Dovremmo fare della libertà di esportare un altro fondamento di sovranità?

C’è un dibattito sulla realtà dell’imperativo economico dell’esportazione che consentirebbe di contenere i costi di acquisizione delle attrezzature e di compensare il basso volume di serie “nazionali”. L’armonizzazione dei bisogni a livello sovranazionale sarebbe forse un argomento imperativoper superarlo.
Ma esportare non è solo una leva economica. È uno strumento di politica estera, di influenza sulla scena geopolitica, un consolidamento dei legami con gli alleati. Essere in grado di esportare o distribuire l’equipaggiamento militare secondo gli interessi strategici è quindi legato alla nozione di sovranità, ed è rilevante porre sistematicamente la questione della sua “esportabilità” quando un materiale entra nel design, quindi in produzione.
Libertà di progettazione, supporto ed evoluzione, libertà di utilizzo operativo, libertà di esportare, queste sono le basi che possono essere considerate nel definire la sovranità applicata all’equipaggiamento di un esercito, nazionale o sovranazionale che sia.
Ovviamente, ogni tipo di materiale apre sfide e difficoltà specifiche che sarebbe tedioso sviluppare: per non parlare dei mezzi di deterrenza nucleare, i materiali convenzionali innumerevoli che non presentano gli stessi problemi dei sistemi di comando e dei sistemi informativi integrati, o anche complessi sistemi di sistemi, molto in voga nel ristretto club delle nazioni tecno-connesse.
Ma ci sono abilità successive comuni a tutti i tipi di materiali: competenze umane, politiche e risorse per la ricerca e tecnologia, ormai strettamente legata alla R&T nel mondo civile, il controllo
dei diritti di proprietà intellettuale, autonomia di regolamentazione e fissazione di standard tecnici e ambientali, la decisione sulla politica di investimento e sulle procedure amministrative per allocazione dei budget e gestione del progetto di armamento, ecc.; tutte aree in cui lo sforzo complessivo è stato messo in atto in qualche decennio per costruire i mezzi di deterrenza francese
autonoma è un buon esempio storico. Cambiamento culturale di strategia che fu imposta agli eserciti francesi in quel momento oltre la celebrazione.
L’accettazione di questi fondamenti porta, in linea di principio, a tenerne conto e considerazione nella definizione della politica per l’acquisizione e la fabbricazione di materiale, se questa politica è completa o si applica a una famiglia di attrezzature, o anche ad attrezzature personalizzate.

La Francia ha provato questo esercizio con la teoria dei tre cerchi, ripresa nei suoi libri bianchi del 2008 e del 2013.
Ad un primo cerchio chiamato “della sovranità”, definendo le capacità critiche da padroneggiare a livello nazionale, si aggiunge un circolo di “interdipendenza”europeo” che presuppone una convergenza di specifiche tecniche e operative e una equilibrata condivisione industriale. Finalmente arriva il cerchio di “Ricorso al mercato mondiale”, per i mezzi la cui fornitura può essere garantita senza rotture o restrizioni.
Conosciamo le difficoltà sollevate da questa categorizzazione delle acquisizioni.
L’ambizione di sovranità portata dal “primo cerchio” passa attraverso la capacità di liberare le risorse umane ed economiche necessarie alla sua messa in opera. Se consideriamo che queste capacità di sovranità includono piattaforme complesse nucleari e le correlate spazio,
sistemi di intelligence, il dominio “cyber” e alcune altre molto sofisticate come i missili, le capacità tecnologiche per coordinare e i bilanci da mobilitare saturano abbastanza rapidamente le capacità nazionali.
Al di là delle disposizioni procedurali che esso presuppone (ad esempio, specifiche procedure di acquisizione), interdipendenza (europea) definita attraverso il secondo cerchio, è tanto più critico
rendersi conto che si tratta di attaccare due posizioni in cui è difficile irrompere: le culture degli
interessi militari e industriali, con la loro componente sociale. È da notare la forza che queste realtà impongono sul desiderio di armonizzazione e cooperazione, passata e presente.
Per quanto riguarda l’uso del mercato globale, attenzione a considerarlo come garanzia assoluta. Lo sfortunato episodio delle munizioni di piccolo calibro conosciuto dalla Francia qualche anno fa non va dimenticato. Cosa succede quando una crisi generalizzata fa precipitare tutti i poveri clienti
verso un numero limitato di produttori? La rapida saturazione di trasporto strategico durante l’ascesa o la fine delle grandi operazioni è un esempio di questi potenziali colli di bottiglia.
Tradurre il desiderio di costruire punti di forza in materiali comuni sovranazionali efficaci dal punto di vista operativo e alla portata delle capacità richiede quindi il superamento di queste difficoltà in termini di acquisizione: verso quale ambizione strategica e sovrana dobbiamo guidare la definizione delle capacità critiche? Che corpus condiviso di dottrine militari funge da riferimento per la definizione tecnica di hardware, gestione della configurazione e sistema di supporto?
Come organizzare la produzione industriale e le attività di supporto in servizio? Su quali basi politiche possiamo costruire flussi con il resto del mondo, sia per la fornitura che per l’esportazione?
Avvertimento !

La mancanza di una politica estera e di una catena di Comando europeo che si impone ai paesi membri, l’appetito per alcuni di questi verso le principali apparecchiature di origine americana, le difficoltà ricorrenti nell’organizzare un’industria delle armi a livello continentale in gran parte private e in parte di proprietà di fondi americani, sono tutti temi da trattare a livello politico in via preliminare ad ogni lancio di grandi idee relative al campo militare ben detto !
Per quanto riguarda i militari, cosa possono fare?
In primo luogo, richiamare l’imperativo del realismo: a livello nazionale, garantire che non lasciamo andare la preda delle capacità sovrane esistenti per l’ombra della costituzione delle capacità comuni dai contorni e dai metodi di attuazione mal definiti o mal concepiti. Allora, nella misura in cui il
processo politico sarebbe impegnato a condurre verso questo “esercito europeo”che periodicamente torna all’ordine del giorno, rivendicare un posto importante da far valere alle precauzioni da prendere sul campo della tecnica e dell’attrezzatura; un argomento che è facilmente assente dalle preoccupazioni dei diplomatici.
Seconda azione possibile, concentrarsi sulla proposta di soluzioni tecniche transitorie e affidabili, partendo dall’esistente. Questa azione può essere basata su una pratica antica; quella della convivenza di eserciti nazionali all’interno della NATO, anche quando la loro integrazione non è completa, come è stato il caso degli eserciti francesi per quarant’anni. Ed esistono già esempi in Europa, come il trasporto aereo europeo Comando (EATC) creato nel 2010.
Infine, senza negare le forti radici culturali di ogni esercito nazionale e senza sottovalutare l’impatto degli specifici interessi strategici di certe nazioni, i militari avranno interesse a sviluppare la condivisione dei loro approcci tecnici, tattici e logistici.
Ogni nazione imprime un marchio specifico sul proprio esercito, a seconda che si sia scelto di costruire un modello di esercito completo e autonomo, o ci si accontenti di alcune “nicchie di eccellenza”; a seconda che si chieda loro di preservare o non una capacità di “nazione quadro”.

La cultura di un esercito è ispirata con la stessa forza dalle scadenze di impegno fissate dalle
decisioni politiche, dal suo approccio nei rapporti con le popolazioni presenti in lontani teatri operativi, dalla sua capacità di comprendere le operazioni a lungo termine, il livello di integrazione di fattori umani nello sviluppo e nell’uso dei suoi materiali.
Avere una visione realistica e condivisa di questi aspetti culturali è l’unico modo per arrivare a specifiche tecnico-operative convergenti.
Occorre quindi un forum ufficiale di discussione e riflessione su questi temi, che possa apparire tecnico e militare-centrico. Infatti, se i militari hanno il loro posto nei dibattiti europei a livello politico-militare e strategico, sarà altrettanto importante fornire loro un quadro formale per
riflettere e discutere sulla preparazione di sistemi di forze condivisi tra nazioni.

50 Il termine “materiali” è comodo da usare ma è riduttivo. Tieni presente che copre anche
molti materiali numerabili, di varia complessità, sistemi d’arma la cui efficacia non può essere
solo attraverso le loro connessioni con il loro ambiente, i sistemi informativi, ecc.

https://theatrum-belli.com/wp-content/uploads/2019/06/G2S-Dossier-24-Europe-et-D%C3%A9fense-Juin-2019.pdf

FONDAMENTI LINGUISTICI DELL’ASIA MEDIANA*_di Daniele Lanza

FONDAMENTI LINGUISTICI DELL’ASIA MEDIANA*
(dal nucleo persiano/afgano all’India)
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*Molti hanno trovato interessante la mia serie di capitoli sui rudimenti (non altro) della storia afgana : suppongo possa essere interessante anche una ancora più modesta appendice che aggiungo ora.*
Tutto parte da una considerazione semplice : spesso e volentieri ci si immerge in un tema sviluppando i suoi più suggestivi gangli………fino a sorvolare inconsapevolmente i fattori più elementari della materia. Sottolineo pertanto qui un fatto che forse non è stato realizzato dal lettore nei giorni scorsi.
L’Afganistan (quello contemporaneo che ritroviamo si notiziari) in che idioma si esprime ? Risposta essenziale : il paese legale vede due lingue ufficiali, affiancate, ovvero (1)
PASHTO – (2) PERSIANO.
La prima delle due è la lingua autoctona dell’Afganistan, quella naturalmente delle tribù pashtun che sono il nucleo della sua storia indipendente : il fatto è che rappresenta non oltre il 55-60% dell’intera popolazione. Il restante 40-45% parla correntemente il persiano invece (per la precisione una sua variante più orientale, denominata “DARI” per distinguerla da quella più occidentale della repubblica islamica dell’Iran). A conti fatti quindi, quasi metà della popolazione afgana parla in realtà la medesima lingua dei propri vicini irano/persiani : se poi consideriamo che – pur senza averne un comando – la quota di afgani in grado perlomeno di comprendere ad orecchio la parlata persiana si avvicina all’80%, questo ci porta alla conclusione che abbiamo a che fare con due entità nazionali (Iran e Afganistan) che si collocano su un piano di mutua intellegibilità culturale. La cosa non stupisce alcuno dei lettori che fin qui hanno avuto pazienza di seguirmi : se partiamo dalla consapevolezza storica di base che l’emirato afgano è paragonabile ad una cellula scissa dal grande corpo dell’impero persiano che ha preso vita propria, allora i conti tornano in pieno. L’Afganistan è anche – linguisticamente parlando – un’espansione verso oriente (verso il continente indiano) della parlata PERSIANA nei secoli passati.
Qualche precisazione in più : avete tutti presente l’alfabeto arabico standard ? (si parte di lì) Abbiamo a che fare con le fatidiche 28 LETTERE tramite le quali si articolano le comunicazioni scritte di centinaia di milioni di individui, sin dai tempi del PROFETA Maometto, con tutte le loro evoluzioni (…). Orbene, quando nel XII secolo gli eserciti dei califfati arabi in avanzata travolgono le oramai decadenti vestigia della Persia tardoantica (dinastia sasanide, contemporanea di Bisanzio), pur riuscendo ad imporre l’ISLAM come dimensione religiosa dominante, NON riescono tuttavia a piegare la cultura persiana né a diffondere la propria lingua (cosa impossibile visto lo spessore culturale millenario della Persia, a differenza della più depopolata e confusa Africa nord-sahariana che, comparativamente, sarà invece del tutto arabizzata). Questo – dicotomia arabo/persiana – è di dominio COMUNE per chiunque sappia anche solo qualcosa del vicino oriente (…)
Una vittoria tuttavia la lingua araba la riporta : dona il proprio sistema di caratteri alla cultura locale che finisce col servirsene per ragioni pratiche. Il processo di “conversione alfabetica” in questione è qualcosa di magmatico senza confini cronologici precisi……teniamo semplicemente conto che è qualcosa che dura svariati secoli (3 circa : la zona “buia” della storia persiana che ci conduce alla rinascita dei secoli successivi all’anno 1000 con poeti e scrittori come Omar Khayyam) : la grande PERSIA rinasce culturalmente con un alfabeto mutuato quindi dagli arabi, con alcune variazioni…….le lettere anziché 28 sono portate a 32, in modo da aggiungere alcuni suoni del persiano, assenti in arabo.
Abbiamo a questo punto l’alfabeto “arabo-persiano” (vale a dire, in altre parole, un alfabeto arabo preso a prestito, adattato e modificato per trasporre per iscritto la parlata persiana tradizionale) che a partire dal XIII secolo si standardizza ulteriormente quando un letterato unisce le due tradizioni calligrafiche del suo tempo (“Naskh e Tal’iq) per fondarne una unificata che sarà quella ufficiale della potenza persiana a venire : “ NASTALIQ “ (نستعلیق ).
Tenete bene a mente questo termine poiché è la base NON solo della scrittura persiana, ma di tutta l’area ad oriente verso la quale si espanderà : per analogia, così come gli arabi impongono il loro alfabeto alla Persia, quest’ultima a sua volta impone il proprio alfabeto (derivato) a tutta la sua grane sfera di estensione politico-culturale ad est, dove ognuno a sua volta lo prenderà a prestito apportando le sue modifiche (l’URDU, lingua nazionale del Pakistan utilizza l’alfabeto persiano/arabico in questione, aggiungendo altri 7 caratteri ed arrivando quindi a 39. Nell’emirato afgano si arrivò ad averne 41). Questo significa che la calligrafia NASTALIQ (utilizzata per fini artistici) è la scrittura di base da secoli in AFGANISTAN e in PAKISTAN (per non parlare della sua espansione in areale indiano dove la lingua persiana è mezzo di comunicazione a corte nell’impero MUGHAL)
L’Afganistan contemporaneo infine standardizza il proprio sistema di scrittura nel 1958, durante un congresso di intellettuali a Kabul (i caratteri vengono portati a 45, cercando forse di renderlo ancora più “afgano”, più specificamente nazionale….un alfabeto pashto -پښتو الفبې ). Se da un lato abbiamo sottolineato l’influenza persiana in Afganistan e altrove, rammentiamo allo stesso modo come il pashto mostra una diffusione significativa anche al di là dei confini afgani, oltre il passo di Khyber (faglia di divisione geografica tra Afganistan e Pakistan da sempre) in quelle provincie rivendicate talvolta dai nazionalisti afgani a danno del vicino (…) : di fatto il 15% della popolazione del Pakistan si esprime in pashto, nella sua frangia più di confine naturalmente (considerata la mole demografica pakistana, 15% = 30 milioni di parlanti circa…numericamente tanti quasi quanto nell’Afganistan stesso, paradossalmente).

IL VOLTO DI DIO NEI PRESSI DI KANDAHAR*, di Daniele Lanza

IL VOLTO DI DIO NEI PRESSI DI KANDAHAR*
(*note storiche aggiuntive sull’areale AFGANO antico anteriore all’islamizzazione)
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(PREMESSA) Nei nostri fondamenti di storia dell’Afganistan altro non ho tratteggiato che la gestazione, la nascita dello stato nazionale che vediamo oggi sulle mappe, traversando tutte le sue forme intermedie di sviluppo. In realtà per semplicità di esposizione sono partito dalla tarda età moderna, coprendo cioè solo gli ultimi 300 anni di evoluzione geopolitica per intendersi e non quanto vi era prima : per semplicità ed anche per correttezza dal momento che intendevo illustrare molto velocemente la nascita di questo stato nazionale – con i confini come li vediamo grossomodo -nel marasma che lo circonda………… se si decidesse di andare a ritroso verso ere più remote (corrispondenti al nostro medioevo o era antica) l’operazione avrebbe progressivamente perso senso, andando ad affrontare un qualcosa che nulla ha a che fare con l’Afganistan in evoluzione nell’età moderno/contemporanea, bensì un aggregato territoriale che porta altro nome e che non ha praticamente confini né un’identità che possa definirsi nazionale.
L’esposizione dei 4 capitoli che tanti di voi hanno sfogliato, prende in considerazione un’entità etno-territoriale (Pashtun) già da lungo tempo islamizzata, tanto per cominciare : un potentato/o stato nazione che emerge entro l’ecumene musulmano.
Se tuttavia vogliamo spingerci un po più in là e scavare in una memoria ancor più lontana e perduta per vedere le cose da una prospettiva storica ancora (troppo) più ampia che ci permetta di cogliere l’avvicendarsi delle civilizzazione sulla crosta terrestre, allora possiamo dare una spiegazione del perché in areale afgano troviamo residui di qualcosa di estraneo all’Islam e che porta le sembianze del BUDDA.
La cosa può descriversi in questo modo : l’ingresso tumultuoso dell’Islam corrisponde al 7° secolo dopo Cristo, esattamente in concomitanza con la caduta e l’islamizzazione della Persia sasanide ad opera dei califfati arabi (…). L’areale pashtun – analogamente alla Persia – sarà convertito alla fede di Maometto nel giro di 3-4 secoli, risvegliandosi musulmano per i primi secolo dopo l’anno 1000. “Conversione” sta tuttavia ad indicare che l’elemento umano che abitava la zona era già portatore di un suo sistema religioso che lentamente verrà rimpiazzato : di cosa si trattava ? Abbiamo a che fare con qualcosa che arriva dal sub-continente indiano…..e che si estende alla gole afgane molto prima di Cristo. Affrontiamo la parola del BUDDA.
Quando l’onda d’urto arabo/islamica investe i territori che oggi corrispondono all’Afganistan, essi non mostrano -malgrado la natura remota del luogo – un qualche rozzo credo barbarico, ma sono già da tempo immemore un’areale di diffusione del buddismo che filtra da sud, dagli imperi indiani limitrofi. Tutto inizia al tempo di ALESSANDRO IL MACEDONE : la titanica conquista di quest’ultimo e il sorgere dei regni ellenistici lungo tutta la linea dell’avanzata che fu è la chiave di volta della storia del vicino oriente……un evento non del tutto descrivibile come portata che mette in congiunzione le sponde orientali del Mediterraneo con l’area tra l’INDO e il GANGE (…). Se la vita di Alessandro è un battito di ciglia, sappiamo bene tuttavia che l’era ellenistica con le sue dinastie (nate dai generali che lo seguivano) fiorirà per centinaia di anni a venire, dando alla luce miracoli di sincretismo culturale impensabili nel mondo di allora. Ora, per arrivare al punto, ricordiamo che i più orientali tra questi regni ellenistici – un tempo le satrapie persiane più orientali, ora governate da satrapi macedoni – si trovavano geograficamente a ridosso dell’INDIA……oscuro e misterioso colosso geografico/demografico (già all’epoca) che lo stesso Alessandro non aveva potuto attaccare fino in fondo, complice la diserzione dei suoi stessi uomini (…). L’INDIA di allora era, politicamente parlando, rappresentata da imperi che portavano il nome delle dinastie del momento o perlomeno che sono ricordati così sui manuali di oggi.
Si da il caso – volere della sorte – che proprio negli anni immediatamente successivi la morte di Alessandro il grande, un ALTRO EVENTO (non noto alla storiografia occidentale) avviene in Asia : un capovolgimento politico nell’impero indiano che porta al potere la dinastia MAURYA (ricordare tale nome) che riesce nell’impresa di unificare quasi totalmente il continente indiano. L’impero MAURYA di fatto è la maggiore manifestazione di potenza geopolitica indiana nell’era antica, arrivando a estendere il proprio controllo su quasi 60 milioni di individui nel III° secolo avanti Cristo (in pratica mentre Alessandro il macedone creava un universo culturale e cosmopolita nell’Asia occidentale, parallelamente prendevano forma le fondamenta culturali di una grande potenza nell’Asia centrale hindu. Non tutti lo realizzano). L’unità dell’intero sub-continente indiano è raggiunta ad un alto prezzo in termini di vite umane a distruzioni nonché rischio di future rivolte : tali considerazioni (pratiche quanto spirituali) portano il nuovo sovrano – ASHOKA – ad un’ulteriore rivoluzione….non militare, ma religiosa.
ASHOKA, probabilmente consapevole dell’insufficienza della coercizione nel tenere insieme un ampio dominio, arrivò alla svolta morale che lo porta a superare la sua fede tradizionale (il bramensimo hindù, religione dei padri) per abbracciare un più universale e benevolo buddismo (realtà presente da tempo, ma vista come alternativa ed eversiva dalla tradizione induista, benchè culturalmente ne provenga). Re Ashoka spezza con la tradizione immemore per promuovere la pratica buddista nel suo regno, convinto che la forza benevola del convincimento possa portare maggiori frutti che le armi. L’operazione – di ampio respiro e coraggio – raccoglie un certo successo, determinando una certa diffusione del buddismo entro i confini dell’impero…….nonchè delle sue frange più periferiche : queste ultime corrispondono ai regni ellenistici di cui abbiamo parlato (quello della BACTRIANA è quello che maggiormente coincide – relativamente – con la sagoma dell’Afganistan moderno). I monarchi di origine macedone col tempo diventano tributari del sovrano indiano, ma in modo non conflittuale tramite un’accorta politica matrimoniale e non opponendosi alla diffusione del buddismo nelle proprie provincie : si potrebbe dire che una genuina sinergia si instauri tra l’impero indiano Maurya e la fascia ellenistica di confine ad esso.
Dopo meno di 150 la dinastia Maurya viene a sua volta travolta dal corso degli eventi……..ma tuttavia lasciando dietro di sé la preziosa eredità di buon vicinato con la tradizione ellenistica della Bactriana ed altri potentati rimasti in buoni rapporti per tutto quel tempo, i quali tendevano a vedere proprio nel BUDDISMO la chiave di una coesistenza pacifica (o più pragmaticamente di equilibrio geopolitico e comunicazione culturale) con gli indiani. Se dunque i discendenti di ASHOKA cadono nell’oblio…..i semi da lui gettati quando inaugurò l’era buddista sopravvivono : se da un lato le dinastie indiane successive tenteranno di rovesciare l’opera culturale di Ashoka, ritornando integralmente all’ordine religioso hindu e perseguitando i buddisti, dall’altro i potentati ellenistici si ribellano al vetero-ordine induista di ritorno, PROTEGGENDO quel buddismo che oramai avevano acquisito.
In particolare proprio il regno della Bactriana (sotto re Menandro) alla fine della dinastia Maurya e prima di essere invaso da altre dinastie indiane, entra vittoriosamente in conflitto con esse fondando quella potenza che sui manuali di storia indiana viene oggi definito come “REGNO GRECO-INDIANO” che di fatto copre la fascia nord-occidentale indiana + il Pakistan attuale + una parte considerevole dell’Afganistan moderno. Le conseguenze culturali cono significative : il buddismo in altre parole, sotto l’ombrello benevolo e protettivo del regno ellenistico-indiano si PRESERVA dalla reazione tradizionalista hindu, permettendo una sopravvivenza del buddismo di quasi un millennio nell’area in questione.
Per descrivere il processo in corso in altro modo mettiamola così : l’areale che poi verrà chiamato AFGANISTAN in era moderna (risultato di una scissione dall’impero persiano) si trovava ad essere – in era antica – un’espansione culturale INDIANA. Del tutto particolare per i tempi, a causa di 2 fattori : 1 – l’indianità che si afferma nella zona (quella in sembianza buddista cioè) è sicuramente alternativa rispetto al “core” culturale indiano (conservatore e bramanico). 2 – tale influsso culturale dall’India è accolto e mediato dal prisma ELLENISTICO che controlla il territorio……..e che da vita tra l’altro ad una nuova espressione del buddismo stesso il cui impatto è INCALCOLABILE.
Pochi sanno che l’arte figurativa indiana dell’era antichissima (antecedente ad Alessandro) era in buona parte NON-ICONICA : la simbologia c’era, ma quasi mai compariva un viso umano. L’arte buddista NON era (pare) antropomorfizzata. A partire dal contatto con la cultura greco/ellenistica il BUDDA inizia ad assumere sembianze decisamente umane, in statue di pietra che nella sagoma ricordano quelle dell’arte Mediterranea. Benchè vi siano pensieri discordi sul punto, una parte consistente del meinstream scientifico ritiene che i lineamenti fondamentali dei Budda indiani che iniziano a comparire nei secoli immediatamente precedenti a Cristo e da lì in avanti saranno la regola nel mondo indiano…….siano quelli delle divinità del Pantheon greco (a partire da Apollo in persona), cui vengono adattati costumi, pose e acconciature locali in un processo di adattamento estetico (…). Il discorso è lungo e potrei essere impreciso : se un esperto di arte e storia indian è nei paraggi, lo prego di venirmi in soccorso.
Ecco la ragione di innumerevoli siti archeologici buddisti nell’areale Afgano : quest’ultimo era la Bactriana ellenistica che accolse il Budda e gli diede il proprio volto di pietra (dall’Acropoli al Gange….visione suggestiva, ma va provata del tutto ancora).
Solo un’onda sismica come l’ISLAM avrà il potere di invertire il processo culturale instauratosi nel millennio precedente, portando nella dimensione musulmana l’antica e sepolta Bactriana (ora Afganistan)

Stati Uniti! Afghanistan una tappa verso il multipolarismo Con Gianfranco Campa

L’Afghanistan si sta rivelando un acceleratore della fase multipolare. Alla perdita di capacità egemonica degli Stati Uniti corrisponde l’emergere di numerosi attori con l’ambizione di perseguire proprie ambizioni e determinare aree di influenza dai molteplici e mutevoli punti di attrito e cooperazione cui corrisponde uno scontro politico interno alle formazioni socio-politiche della stessa asprezza e volatilità. Una moltiplicazione di focolai di conflitto e di continue mediazioni in grado di procrastinare l’evenienza di schieramenti contrapposti più stabili e delimitati e le conseguenti tentazioni di confronto risolutivo. Buon ascolto, Giuseppe Germinario

https://rumble.com/vm7qpb-stati-uniti-afghanistan-e-multipolarismo-con-gianfranco-campa.html

 

 

FONDAMENTI DI STORIA AFGANA (EPILOGO*), di Daniele Lanza

Dǝ Afġānistān wākmanān – د افغانستان واکمنان (ovvero REGNO DELL’AFGANISTAN…..)
Ghazi Amanullah Khan : questo è il suo primo re.
Emerge da quella fucina di idee che è il congresso post prima guerra mondiale (preceduto da fermenti nella decina di anni che la precedono) e a seguito di una brevissimo conflitto sul campo, il regno afgano contemporaneo.
Non si tratta più dell’emirato o altre forme di stato pre-moderne, ma si prefigge l’obiettivo di essere un moderno stato-nazionale, di forma monarchica, il cui cammino va nella direzione dei più efficienti regni europei, almeno idealmente. Da questa premessa generano 7 anni di intensa riforma (nel corso della quale ci si dota di una vera bandiera) che danno alla luce perlomeno le fondamenta del nuovo stato che si vorrebbe : i suoi monarchi saranno TRE in tutto e i loro regni spaziano per buona parte del 900. La strada della modernizzazione in un contesto autoctono e remoto come quello afgano è lunga è difficile…….sin dal principio vi sono tentativi di ribellione : il nuovo regno di stampo occidentale voluto dalla dinastia (ancora la Barkazai) NON rappresenta in realtà fasce del paese profondo che tentano già al momento dell’abdicazione del primo sovrano la strada della rivolta vera e propria. Anche quando quest’ultima sarà domata rimarrà sempre una ribellione strisciante, un pervasivo malcontento del paese profondo la cui vocazione sarebbe ripristinare il vecchio – e più tradizionale – EMIRATO……più consono alla mentalità conservatrice afgana. Che dire, per certi versi una situazione analoga a quella che si sviluppa nella vicina PERSIA filobritannica : stati nazionali in via di sviluppo economico, per natura riformisti e tendenzialmente rivolti verso l’occidente pur senza averne la tradizione democratica e le istituzioni. Entrambe – per un verso o per un altro – pur superando la fase del secondo conflitto mondiale e dell’inserimento nell’ordine mondiale che ne segue, non riusciranno a superare lo scoglio dei vorticosi anni 70, densi di contestazione e rivoluzioni……..
Per quanto riguarda il regno afgano, questo dura una quarantina d’anni dalla sua istituzione ufficiale : le riforme si susseguono con difficoltà (un vero sistema di monarchia parlamentare solo a partire dal 1964) e in generale il paese profondo non riesce a metabolizzare la modernità che gli si vorrebbe dare, tra l’altro dimostrandosi non all’altezza di gestire gravi crisi interne.
E’ il 1973 quando si verifica il primo colpo di stato militare : evento molto veloce e quasi senza spargere sangue….più che la violenza del golpista (per dire) pare che l’assenza di supporto per la corrotta monarchia abbia giocato il ruolo maggiore. Il regno si è dissolto da solo per la propria inadeguatezza. Il leader del golpe – tra l’altro membro della famiglia reale – non si autonomia regnante, ma al contrario proclama la repubblica dell’Afganistan come nuova fase (più trasparente ed efficiente) della modernizzazione nazionale. In pratica il processo continua, ma su basi moralmente più solide o così si vorrebbe……perché in realtà non lo sarà.
In sintesi : la rivoluzione repubblicana del 1973 pone fine ad un’inefficiente monarchia, proponendosi di procedere in modo assai più spedito verso la modernizzazione. Quest’ultima tuttavia è proprio quanto la parte conservatrice della nazione afgana NON VUOLE : se la vecchia monarchia era filoccidentale, il regime repubblicano nato dal golpe lo è ancora di più ! E’ avvenuta una rivoluzione sì….ma non quella che il popolo conservatore voleva (e si apre la strada della rivolta). Nel contesto descritto chi coglie la palla al balzo è a questo punto è il PDPA ovvero il partito di matrice marxista leninista del paese, allineato all’Unione Sovietica.
Quest’ultimo di propria iniziativa – approfittando del momento propizio e della ancora scarsa solidità del governo repubblicano – danno inizio ad un rapido confronto militare che li porta a prendere il potere nel 1978 (si chiamerà la rivoluzione del SAUR…o rivoluzione d’aprile). Insomma, gli anni 70 in Afganistan vedono DUE rivoluzioni : quella repubblicana del 1973 e poi quella socialista del 1978. Ricorda quanto accadde nella Russia zarista del 1917 : nel medesimo anno si verificarono due rivoluzioni (la prima “generale” e la seconda specificamente socialista e bolscevica. La seconda è conseguenza inevitabile della prima) solo che nel caso russo l’intervallo tra i due eventi è di 10 mesi, mentre in quello afgano sarà di 5 anni….si potrebbe vedere forse il 1973-78 come un’unica vorticosa fase rivoluzionaria paragonabile al 1917 ?(..mah).
Quanto è certo è che il PDPA dopo aver sfruttato il malcontento ed aver preso il controllo, si trovano da subito nella linea di fuoco : per un anno e mezzo governano seguendo un programma riformista di stampo socialista che è ancor più radicale di quello precedente, mettendosi contro il nerbo della popolazione rurale. Forse coscienti di questo fatto, il governo in carica firma lo stesso anno un trattato di “soccorso” con l’Unione Sovietica che dia un fondamento legale a quest’ultima per intervenire in caso di pericolo per il governo amico.  Il momento previsto dal trattato si presenterà assai presto, manco a dirlo………ora lo spazio a disposizione impedisce di trattare con dovizia di dettaglio le circostanze che portano all’intervento sovietico, ma si tenga a mente questo : le massime sfere sovietiche sono inizialmente RILUTTANTI a intervenire in forze, considerato il costo dell’operazione e la ricaduta negativa d’immagine che ne comporterà (a partire da Gromyko e Andropov rispettivamente ministro degli esteri e capo dei servizi segreti) : ciò che risulterà DETERMINANTE nell’innescare l’intervento di Mosca non sarà la fratellanza ideologica coi marxisti leninisti del PDPA, ma più concrete considerazioni geopolitiche quali il sospetto che il governo in carica (pur teoricamente affine) si distanzi dal Cremlino per creare rapporti più stretti con rivali come USA e CINA. Nel momento in cui tale timore (corroborato dai rapporti del KGB, dove si evidenzia come il PDPA la cui dirigenza è stata sostituita con un leader assai meno allineato a Mosca colpisca svariati suoi esponenti filosovietici) si fa più reale allora tutta la gerarchia sostiene compatta l’intervento immediato : d’altro canto al momento in cui Brezhnev da l’assenso il territorio afgano è GIA’ largamente fuori controllo governativo ed in mano ai guerriglieri mujeidin.
Nel dicembre del 1979 oltre 100’000 soldati di prima linea (cui si aggiungono altri della logistica per un totale di oltre mezzo milione di militari) varcano il confine sovietico-afgano, mentre un corpo scelto abbatte letteralmente tutte la massime cariche politiche in una notte nel palazzo governativo, reinstallando alla guida del PDPA una dirigenza filocremlino. Osservando la storia nel suo lungo corso, qualcuno potrebbe osservare che la Russia – nella sua incarnazione socialista – ha finalmente ottenuto nel 1980 quanto non aveva raggiunto in sembianze imperialiste esattamente 100 anni prima, ostacolata dall’impero britannico. E’ un successo tuttavia pirrico come si vedrà.
E’ l’esordio di una decina di anni di presenza sovietica sul territorio a difesa e sostegno di quella che ora è la repubblica POPOLARE afgana : l’armata rossa si ritira nei primi mesi del 1989 (hanno ben altro cui pensare al Cremlino) lasciando che la storia faccia il suo corso. Questo corso successivo non starò a rinvangarlo che immagino anche gran parte del pubblico lo rammenti………..fine del governo in carica nel 1992 e quindi immediatamente inizio di una guerra civile che vede il movimento musulmano afgano (temprato da anni ed anni di guerra contro l’invasore) all’attacco e in netto vantaggio : in pratica nei primi anni 90 si ritorna indietro a quella situazione di emergenza che vi era a fine anni 70……con la differenza che ora non c’è più l’URSS a puntellare la situazione (potremmo dire che l’intervento di Mosca ritardò di circa 15 anni l’avvento al potere dei TALEBANI (che sarebbero prevalsi attorno al 1980 anziché nel 1996 come nel corso reale delle cose). Il resto è ancor più chiaro……l’EMIRATO ISLAMICO dell’Afganistan (sì, in mano ai talebani torna ad esser quello) diventa un hub del terrorismo internazionale sino al drammatico settembre del 2001 : consideriamo gli anni 90 come una lunga transizione – dopo il presidio sovietico degli anni 80 – che ci conduce dritti alle torri gemelle.
Occupazione USA (loro turno), 20 anni di presenza a costi stellari e epilogo nei giorni che corrono (…).
Dunque vediamo di concludere questo lungo ciclo di capitoli affermando qualcosa, anziché riportando nozioni (esponiamoci, sì)
Ricapitoliamo nell’estrema essenza, ma con LOGICA, il rapporto storico di questo popolo col mondo circostante con cui interagisce (l’occidente) da 200 anni. Nel corso del secolo XIX lo si voleva privo di una politica estera autonoma perché poteva essere pericoloso (ci pensò la Gran Bretagna) ; nel corso del XX si andò oltre non limitandosi a sdentare la tigre, ma con l’ambizione di trasformarla in un’altra specie…….si abolisce l’EMIRATO e si punta a stati secolarizzati di modello occidentale rimediando una lunga serie di insuccessi : prima la monarchia filoccidentale (FALLISCE), poi la repubblica progressista (FALLISCE), quindi la repubblica popolare socialista (FALLISCE). In extremis quest’ultima ricorre all’aiuto esterno supplicando Brezhnev (….e anche questo FALLISCE). La libertà dalle catene della guerra fredda conferisce loro la libertà di tornare all’Emirato che desideravano, quello stato pre-secolare tradito cui auspicavano da generazioni. Passata la parentesi ventennale statunitense sono TORNATI a quell’emirato (che è una categoria filosofico spirituale, una dimensione, prima che politica come tutti avranno inteso a questo punto), senza colpo ferire. Chiunque abbia tentato di esportare la propria forma di democrazia (socialista, liberista) violando la loro dimensione ideale è stato severamente respinto al mittente (la busta nemmeno aperta, per intenderci).
In tantissimi – come ho sottolineato sin dall’incipit di questo mini ciclo – si mettono a commentare la crisi di questi giorni. Beh, alla luce della serie di fatti riportati sopra, forse di considerazioni ne bastano di meno : si potrebbe iniziare con anche solo una…………ed è che la democrazia NON si esporta. Parliamo di una contraddizione in termini, un paradosso che non sta in piedi quanto costringere un sentimento (che si suppone essere spontaneo).

 

Tutto ciò che si oppone al contollo totale dei talebani sull’Afghanistan, di Scott Neuman

Il dado è tratto….o quasi. Buona lettura, Giuseppe Germinario

Tutto ciò che si oppone al contollo totale dei talebani sull’Afghanistan.

 

Uno striscione nella valle del Panjshir ritrae Ahmad Massoud e suo padre con uno slogan “Sogna un paese libero, libero grazie al tuo esercito, Ahmad è al tuo fianco, che Dio ti protegga”.

Reza/Getty Images

In Afghanistan, la storia ha modo di ripetersi: oggi, proprio come quando i talebani presero il potere per l’ultima volta nel 1996, l’aspra provincia del Panjshir è l’ultima ridotta che si frappone alla loro completa dominazione del paese – e ancora una volta, il nome del leader che si oppone a loro è Massoud.

“Oggi scrivo dalla valle del Panjshir, pronto a seguire le orme di mio padre con i combattenti mujaheddin che sono pronti ad affrontare ancora una volta i talebani”, ha scritto Ahmad Massoud in un articolo pubblicato sul Washington Post poco dopo che i talebani hanno preso Kabul. “Abbiamo scorte di munizioni e armi che abbiamo pazientemente raccolto fin dai tempi di mio padre, perché sapevamo che questo giorno sarebbe arrivato”.

Il padre di Massoud era una leggenda conosciuta come il “Leone del Panjshir”

Suo padre, Ahmad Shah Massoud, era una figura straordinaria – vista da molti come un genio militare e maestro della guerriglia che ha contribuito a combattere l’Unione Sovietica fino all’arresto negli anni ’80 e alla fine ha montato una difesa efficace contro i ripetuti sforzi di i talebani per ottenere il controllo della valle.

Il leader della guerriglia afghana, Ahmad Shah Massoud (al centro) è circondato da comandanti ribelli durante una riunione nella valle del Panjshir nel nord-est dell’Afghanistan, nel 1984.

Jean-Luc Bremont/AP

Tale era la sua abilità come comandante ribelle che Massoud era conosciuto dai suoi sostenitori e nemici allo stesso modo come il “Leone del Panjshir”.

Ma due giorni prima degli attacchi terroristici dell’11 settembre 2001, Massoud – che era sfuggito a molte minacce ravvicinate sul campo di battaglia – fu assassinato da attentatori suicidi di al-Qaeda che si spacciavano per giornalisti televisivi. La sua morte ha avuto eco in tutto il mondo.

La prossima generazione di resistenza si è coalizzata

Avanti veloce al 2021: il figlio 32enne di Massoud sta riprendendo da dove il suo leggendario padre aveva interrotto. Ma a differenza del Leone del Panjshir, il giovane Massoud non ha esperienza di combattimento. Ha studiato nel Regno Unito, dopo essersi formato come cadetto straniero presso il Royal Military College di Sandhurst, aver studiato al King’s College e successivamente aver conseguito un master in politica internazionale presso la City University di Londra, secondo The Spectator. Le sue tesi di laurea e post-laurea erano sui talebani.

Mentre i talebani si rafforzavano negli anni precedenti al ​​loro assalto finale del mese scorso a Kabul, la capitale afghana, Massoud ha iniziato a organizzare l’opposizione contro un possibile ritorno della milizia islamista intransigente. In primavera, Massoud ha fatto il giro e ha incontrato il presidente francese Emmanuel Macron a Parigi, dove suo padre, che ha studiato in un liceo francese in Afghanistan, rimane una figura venerata.

L’educato nel Regno Unito Ahmad Massoud (mostrato qui nel 2019) è il figlio del leggendario comandante Ahmad Shah Massoud e, come suo padre, sta accumulando forze di resistenza nella provincia del Panjshir.

Reza/Getty Images

Massoud è stato recentemente raggiunto nella valle del Panjshir da Amrullah Saleh , un ex vicepresidente afgano che si è dichiarato presidente legittimo del paese dopo che Ashraf Ghani è fuggito quando i talebani hanno preso il controllo di Kabul. Saleh ha invitato i suoi sostenitori a radunarsi nel Panjshir per continuare la lotta contro i talebani.

È difficile valutare la forza delle sedicenti Forze di Resistenza Nazionali guidate da Massoud. Secondo quanto riferito, il gruppo è una coalizione di milizie e resti dell’esercito afghano.

Il Panjshir etnicamente misto è vulnerabile

La provincia del Panjshir, situata a circa 80 miglia a nord-est di Kabul, oltre l’ex campo d’aviazione di Bagram gestito dagli Stati Uniti e attraverso le aspre montagne dell’Hindu Kush, è una fortezza naturale contro gli invasori. I residenti del Panjshir includono un mix di tagiki etnici – come lo stesso Massoud – insieme ad Hazara, una minoranza musulmana sciita e altri.

Questa diversità è in contrasto con i talebani, che sono dominati dalla maggioranza pashtun dell’Afghanistan. Non è “una forza monoliticamente pashtun”, scrive Anatol Lieven, professore alla Georgetown University in Qatar, osservando che i militanti hanno “raccolto un buon sostegno tra le altre etnie facendo appello al conservatorismo religioso”. Ma, scrive, “la leadership talebana è ancora in modo schiacciante pashtun, e vista come tale dalla maggior parte degli altri popoli”.

Gli hazara afgani, in particolare, hanno motivo di temere i talebani e un forte incentivo a resistere. Durante gli anni precedenti al potere, i talebani hanno preso di mira gli hazara in una campagna di repressione e persecuzione, incluse uccisioni di massa. Non c’è alcuna indicazione che abbiano moderato da allora: un recente rapporto di Amnesty International delinea le recenti atrocità dei talebani contro il gruppo di minoranza.

“Queste uccisioni mirate sono la prova che le minoranze etniche e religiose rimangono particolarmente a rischio sotto il dominio dei talebani in Afghanistan”, ha affermato Agnès Callamard, segretario generale del gruppo.

Potrebbe essere troppo tardi per un accordo negoziato

Nonostante l’editoriale dal suono bellicoso di Massoud sul Washington Post , ha suggerito che il Panjshir potrebbe uscire dal controllo dei talebani. La scorsa settimana, secondo quanto riferito , delegazioni dei talebani e della resistenza del Panjshir si sono incontrate nella provincia settentrionale di Parwan, ma l’incontro di tre ore sembra aver prodotto poco più di un accordo per continuare a parlare.

“Vogliamo che i talebani si rendano conto che l’unico modo per andare avanti è attraverso i negoziati”, ha detto Massoud a Reuters di recente. “Non vogliamo che scoppi una guerra”.

In un’intervista via e-mail con la rivista Foreign Policy , Massoud ha spiegato: “Se i talebani sono disposti a raggiungere un accordo di condivisione del potere in cui il potere è equamente distribuito e decentralizzato, allora possiamo muoverci verso un accordo che sia accettabile per tutti”, ha scritto. “Qualsiasi cosa meno di questo sarà inaccettabile per noi e continueremo la nostra lotta e resistenza fino a quando non raggiungeremo giustizia, uguaglianza e libertà”.

Da parte dei talebani, uno dei suoi leader più anziani, Amir Khan Motaqi, ha invitato la resistenza del Panjshir a deporre le armi e a negoziare la pace. “L’Emirato islamico dell’Afghanistan è la casa di tutti gli afgani”, ha detto in un discorso.

Ma potrebbe essere già troppo tardi. Con Kabul sicura e gli americani finalmente spariti, i talebani hanno rivolto la loro attenzione militare alla provincia canaglia.

I talebani affermano che “centinaia” dei loro combattenti si stanno dirigendo verso il Panjshir “dopo che i funzionari locali … si sono rifiutati di consegnarlo”, secondo l’account Twitter arabo del gruppo, riporta Al-Jazeera .

E il primo sangue è già stato versato, apparentemente attenuando le possibilità di un accordo negoziato. Mentre gli ultimi voli statunitensi partivano da Kabul lunedì notte, almeno sette soldati talebani sono stati uccisi negli scontri nel Panjshir, secondo il gruppo di resistenza di Massoud, secondo l’Associated Press.

Nel frattempo, i talebani sono in grado di circondare i combattenti della resistenza di Massoud e impedire loro l’accesso ai rifornimenti. Non è chiaro per quanto tempo possano resistere.

Massoud sta cercando aiuto a Washington stanca della guerra, così come dal Regno Unito e dalla Francia.

“[Abbiamo] bisogno di più armi, più munizioni e più rifornimenti”, ha scritto.

https://www.npr.org/2021/09/02/1032891596/afghanistan-taliban-panjshir-ahmad-massoud

Stati Uniti! Dalla farsa alle comiche verso il dramma_ Con Gianfranco Campa

La tentazione di ridurre la storia a grandi trame o all’inconsapevolezza dei protagonisti è sempre ricorrente. La vicenda disatrosa della ritirata statunitense e della NATO dall’Afghanistan ci dice qualcosa di più. La volontà di piegare a qualche scadenza simbolica il corso degli eventi per trarne un qualche beneficio immediato in termini di immagine può ritorcersi pesantemente ed accelerare inesorabilmente la crisi e la resa dei conti.. E’ quanto è successo a Joe Biden; è l’epilogo di un lungo processo che a portato all’emersione di un ceto politico mediocre circondato da un gruppo dirigente accondiscendente a prescindere. Così la rovina politica di un uomo, la sua evidente decadenza fisica rischiano di portarsi dietro una intera classe dirigente e con esso il loro paese. Buon ascolto, Giuseppe Germinario

https://rumble.com/vlzriz-stati-uniti-biden-dalla-farsa-al-dramma-con-gianfranco-campa.html

 

 

TALEBANI E RIVOLUZIONE PASSIVA, di Teodoro Klitsche de la Grange

TALEBANI E RIVOLUZIONE PASSIVA

Mentre Kabul cadeva dinanzi all’offensiva dei talebani, molti ricordavano come la “dottrina” dell’espansione del modello democratico occidentale con la forza fosse stata condivisa – a quanto si leggeva – da almeno tre Presidenti U.S.A.: Clinton, Bush jr. e Obama e i loro consiglieri sia di destra che di sinistra.

Taluni ritenevano – non infondatamente, che fosse una derivazione degli interessi di potenza – politica ed economica – degli U.S.A. soprattutto, se non dell’intero mondo occidentale.

Nessuno – che mi risulti – ha ricordato, come da oltre due secoli, in varie formulazioni e declinazioni quella concezione è stata ripetuta. Esportava gli immortali principi dell’89, facendo la guerra alle monarchie europee (ed alle classi dirigenti) già la Convenzione francese nel 1792, sintetizzandola in una  frase efficace: “guerra ai castelli, pace alle capanne”, con il decreto del 15/12/1792.

Il che a prescindere dalle buone intenzioni (e dalla buona fede) era nient’altro che un programma di guerra civile europea. Che infatti infiammò il continente per quasi un quarto di secolo: le armate rivoluzionarie e poi napoleoniche trovavano molti alleati nei paesi conquistati, ma anche un “nuovo” nemico: i combattenti partigiani controrivoluzionari. I quali, ebbero un ruolo non secondario nella caduta di Napoleone. Fabrizio Ruffo, Empecinado, Andreas Hofer furono l’altro volto di una ostilità “irregolare” quanto profonda che, nel pensiero di Clausewitz, l’avvicinava alla guerra assoluta. Il richiamo agli immortali principi dell’89, servì a suscitare nemici almeno quanto a trovare alleati-seguaci, e fu comunque fertile nel provocare e aggravare l’ostilità. Non tanto perché presentarsi a casa d’altri con le baionette inastate e i cannoni rombanti non è propriamente il modo migliore e più rassicurante per farlo; ma soprattutto perché quegli immortali principi erano poco o punto condivisi dalle popolazioni invase.

Già lo aveva capito Vincenzo Cuoco il quale spiegava la breve esistenza della Repubblica partenopea (quattro mesi) col concetto di “rivoluzione passiva” destinato ad una notevole fortuna nel pensiero  politico italiano (a cominciare da Gramsci). Scriveva il pensatore napoletano che le idee importate dalla rivoluzione francese erano lontane ed astratte dagli usi e dai bisogni delle popolazioni meridionali, onde queste le consideravano estranee; per di più condivise da minoranze afrancesade: “le vedute de’ patrioti e quelle del popolo non erano le stesse: essi avevano diverse idee, diversi costumi e finanche due lingue diverse”. In questa situazione mancava il principale fattore aggregante dell’unità politica: l’idem sentire de re publica.

Nell’epoca delle rivoluzioni Sieyés e Thomas Paine confidarono nella condivisione di idee, valori, interessi, bisogni e costumi tra francesi e americani per sostenere la rivoluzione e le Costituzioni dei nuovi ordinamenti nonché delimitare i “confini” con chi non li condivideva (sia all’esterno che all’interno della sintesi politica). Renan ne avrebbe formulato, nel di esso concetto di nazione, una denotazione esauriente.

Il problema si presenta ancor più difficile quando nella storia moderna tale pratica si è collegata allo “scontro di civiltà”. Se a popoli facenti parte della stessa civiltà era ostico esportare certi principi, soprattutto con le armi, non era da meno, data la maggiore distanza, tra popoli di civiltà diverse; Toynbee ricorda i principali casi e personaggi che l’hanno tentato e, spesso, realizzato. In senso positivo (cioè riuscito), Pietro il Grande e gli statisti giapponesi della rivoluzione Meiji.

Tuttavia i tentativi riusciti avevano di solito due caratteri: di essere d’iniziativa interna, e spesso del potere legittimo (lo Zar o il Tenno), e non d’importazione armata. Anche se generarono rivolte e repressioni (gli Strelizzi e i Samurai) al limite della guerra civile, non c’erano “terzi interessati” a fomentare, indirizzare, sostenere i contendenti, e trasformare così il conflitto in guerra partigiana (contro il nemico esterno e interno). L’altro, che si proponevano di introdurre novità sì profonde nelle società tradizionali, ma non totali. Il fatto che fosse il potere legittimo ad introdurle era una garanzia a favore della non totalità delle innovazioni: cambia l’ordine, ma non l’ “ordinatore”. Oltretutto i cambiamenti erano comunque parziali, e volti ad acquisire ed utilizzare la tecnica e la scienza (e modelli istituzionali) occidentale, in funzione degli interessi e del sistema di valori delle nazioni in via di modernizzazione.

Questi elementi non ricorrono nella guerra afgana né nella fase anti-sovietica né in quella anti-americana, perché sia il comunismo che il capitalismo globalizzatore comportano la sostituzione del “sistema di valori” delle società tradizionali, con quello d’importazione; e così dei titolari del potere legittimo. A farne le spese è in particolare la religione, onde la guerra che ne consegue presenta un accentuato carattere di conflitto di religione, che Croce già notava nelle insorgenze anti-francesi del 1799.

I talebani, data la loro formazione di studenti di teologia, si può dire che in questo hanno un vantaggio culturale sui loro avversari, i quali pensano che la superiorità tecnico-scientifica occidentale possa sostituire (o depotenziare, anche se di molto) la fede.

Errore antico e ripetuto. Suscita stupore che, allorquando circa vent’anni fa furono decise le invasioni dell’Afghanistan e dell’Iraq, si fosse anche teorizzato il contrario, di poter esportare con la forza la democrazia e lo Stato di diritto in società  così distanti da quella del cristianesimo occidentale di cui fa parte la potenza “liberatrice”; il tutto in qualche decennio e con i gendarmi alla porta.

Ma fare ciò significa pensare di ripetere in pochi lustri quanto da noi è stato concepito e realizzato in più di tredici secoli: dalla lotta per le investiture alla tolleranza, dalla Magna Charta alla dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino, dall’editto di Rotari al Code civil.

Oltretutto è sopravvalutato il ruolo che  un “sistema di valori”, per quanto appetibile, può avere rispetto ai fondamenti di un potere efficace ossia l’autorità o la legittimità, che non si vede come possa avere un occupante straniero, anche se liberatore.

Neanche in una società occidentale democratica il potere di un occupante– o del di esso Quisling – è legittimo perché carente di qualsiasi riferimento al popolo sia ideale che procedurale (e concreto). E non si comprende perché l’Afghanistan dovrebbe fare eccezione.

Concludendo, la caduta di Kabul induce due considerazioni.

La prima è che se gli afgani (o buona parte di essi) è riuscita a vincere due guerre partigiane con le maggiori superpotenze del pianeta, difendendo la propria in-dipendenza, non è detto che la marcia, fino a qualche anno fa (asseritamente) trionfante della globalizzazione non possa trovare altre battute d’arresto, si spera in modi meno cruenti.

La seconda  che l’impresa iniziata dopo l’11 settembre era difficile. Oggi si risponde che è comodo e facile giudicare col…senno di poi.

Ma in realtà, qua si trattava di senno di prima. Cioè di valutare gli eventi del passato, le riflessioni che avevano generato da un lato (le difficoltà delle rivoluzioni passive) nel conformare (anche) le istituzioni politiche, le controindicazioni all’uso della forza, dall’altro i fatti più recenti (come la vittoria sull’occupazione sovietica). Tutti ben noti e determinanti per capire che il tentativo di esportare la democrazia e diritti umani con eserciti stranieri, quisling, collaborazionisti non sarebbe andato a buon fine. Neanche – anzi forse ancor più – se non fosse stato un ipocrita involucro per occultare la volontà ed interessi di potenza (politica ed economica). Perché, come scriveva Machiavelli, a credere questo si va appresso non alla realtà dei fatti ma all’ “immaginazione” che se ne ha – o se ne vuole avere, col risultato di trovare la ruina propria, cioè la sconfitta sul campo. Puntualmente avvenuta.

Teodoro Klitsche de la Grange

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