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Niente nucleare? _ di Aurèlien

Niente nucleare?

Le armi nucleari sono obsolete?

Aurelien23 settembre
 
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Ultimamente si parla molto di armi nucleari. L’interesse si manifesta a ondate, spesso innescato da singoli episodi della guerra in Ucraina e, ora, anche dal conflitto con l’Iran. Non riesco davvero a ricordare quante volte, negli ultimi anni, alcuni opinionisti esaltati ci abbiano detto che «la guerra nucleare è ormai inevitabile!», solo perché poi l’entusiasmo si placasse di nuovo poco dopo. Mentre scrivo, la possibilità di un attacco nucleare contro l’Iran viene ancora presa in considerazione da persone che dovrebbero saperne di più. In questo saggio voglio cercare di calmare un po’ gli animi, spiegando non solo quanto sarebbe difficile e complicato utilizzare armi così terrificanti per uno scopo utile, ma anche qualcosa sulle dinamiche politiche profonde e non riconosciute che stanno alla base del loro sviluppo e della loro continua esistenza. In uno dei miei primissimi saggi ho cercato di contestualizzare alcuni di questi timori di imminenti olocausti nucleari, e questo saggio è, in parte, un aggiornamento e un approfondimento di quello precedente, con l’aggiunta della conclusione che i recenti sviluppi tecnologici potrebbero presto rendere obsolete le armi nucleari.

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Dovremmo iniziare riconoscendo che il livello generale di comprensione delle armi nucleari e della politica in materia è molto basso, anche tra coloro che si considerano istruiti e informati, e che la presentazione delle questioni nucleari nei media è, di conseguenza, spesso emotiva e sensazionalistica. Ciò che la maggior parte delle persone crede di “sapere” è un miscuglio di resoconti su Hiroshima e Nagasaki, film come Il dottor Stranamore, *On the Beach* e *Fail Safe*, ricordi di aver visto, o almeno sentito parlare, di semi-documentari più sobri come *The War Game*, e, per chi ha una certa età, del movimento antinucleare degli anni ’80.

Non lo dico necessariamente per criticare: le armi nucleari sono un argomento profondamente inquietante, e poche persone si interesserebbero ad esse con leggerezza a meno che non fossero costrette a farlo. Se si conosce qualcosa dei loro effetti previsti, descriverle nei termini di un’apocalisse biblica sembra del tutto ragionevole. Ciò è ancora più vero se si tiene conto anche dei loro effetti indiretti su una società e su un paese che fosse stato attaccato, a qualsiasi scala. Durante la Guerra Fredda mi sono occupato in parte di questioni relative a quella che allora veniva chiamata «Difesa Interna», e coloro che ne facevano la loro specialità erano chiari sul fatto che sarebbero stati proprio gli effetti secondari di un attacco nucleare – il collasso del governo, il crollo dei servizi sanitari, l’assenza di energia elettrica, trasporti e comunicazioni e probabilmente una carestia diffusa – a distruggere il Paese e, secondo la famosa frase dell’epoca, a far invidiare i vivi ai morti. O, come disse una volta un collega profondamente coinvolto in tali questioni: «Voglio essere sotto il primo, insieme alla mia famiglia».

Se l’orrore assoluto delle probabili conseguenze dell’uso delle armi nucleari ha naturalmente scoraggiato un’analisi troppo approfondita, ha tuttavia incoraggiato, da un lato, una copertura mediatica sensazionalistica e disinformata e, dall’altro, tentativi di costruire corpora di teoria nucleare astratta altamente intellettualizzati e quasi letteralmente privi di sangue. Queste ultime potevano essere molto sofisticate e intellettualmente soddisfacenti per una ristretta comunità di specialisti, ma non c’era alcuna prova, né allora né da allora in poi, che le loro teorie riflettessero ciò che accadeva nel mondo reale, né che l’Unione Sovietica, e ora la Russia, condividesse alcuno dei presupposti relativi a tali costrutti intellettuali come la Distruzione Reciproca Assicurata. (In effetti, se ricordo bene, la politica nucleare occidentale durante la Guerra Fredda teneva poco o per nulla conto della reale dottrina nucleare sovietica, per quanto fosse nota.)

Tutto ciò, unito allo sviluppo di Internet con i suoi articoli, blog e, soprattutto, video, ha lasciato praticamente campo libero a tre tipi di opinionisti che dominano la nostra comprensione della potenziale dimensione nucleare delle crisi in Ucraina e in Iran; due situazioni del tutto diverse tra loro e ben al di là di qualsiasi cosa immaginata in passato. Il primo tipo è l’ufficiale militare in pensione, che vede le armi nucleari, come hanno sempre fatto i militari, fondamentalmente come armi, e quindi destinate a essere utilizzate prima o poi. Il secondo è l’ingegnere missilistico o nucleare, che vede le armi nucleari come tecnologie in grado di compiere azioni specifiche, con limiti specifici. Il terzo è il politologo, che cerca in qualche modo di incastrare le questioni sollevate dalle armi nucleari in un modello teorico di sua ideazione.

Tali osservazioni non sono necessariamente inutili. I militari possono sottolineare la limitata utilità delle armi nucleari “tattiche”, i problemi e i pericoli legati al loro trasporto e alla loro custodia, le difficoltà nel colpirne gli obiettivi e così via. Gli esperti tecnici possono spiegare quanto poco si sappia effettivamente (al contrario di quanto si supponga) sulle prestazioni e sul funzionamento delle armi nucleari (poiché nessuno ha mai lanciato un missile nucleare in condizioni di guerra) e illustrare alcune difficoltà sia nel puntamento che nell’intercettazione. Gli scienziati politici possono organizzare conferenze tra di loro.

Ma tutto ciò fa facilmente trascurare due fatti fondamentali. Innanzitutto, tutto ciò che riguarda le armi nucleari è controllato in modo ossessivo dalla leadership politica di ogni paese di cui sono a conoscenza, e le considerazioni militari e tecniche passano decisamente in secondo piano. Potrebbe essere interessante sapere se qualcosa sia o meno fattibile dal punto di vista tecnico o militare, ma le decisioni non vengono prese in questo modo. Vengono prese in base a ciò che io definisco la «politica profonda» e la «strategia profonda» delle armi nucleari, di cui non si discute quasi mai pubblicamente e a cui è dedicata una parte di questo saggio. In secondo luogo, e prima di addentrarci in questo argomento, è necessario comprendere che, ancor più della maggior parte delle tecnologie militari, la tecnologia delle armi nucleari ha sempre progredito più rapidamente di quanto si riesca a formulare strategie per il suo impiego, e molto più rapidamente di quanto il processo politico riesca ad assorbirne e a metabolizzarne le implicazioni. È il caso per eccellenza di una soluzione in cerca di un problema, ed è una tecnologia (o una serie di tecnologie) che, alla fine, come suggerisce la storia, non può essere effettivamente impiegata per nulla di veramente utile. Non sorprende quindi che i sostenitori dell’uso delle armi nucleari contro l’Iran non riescano in realtà a mettersi d’accordo su quali sarebbero gli obiettivi, a quale scopo servirebbero o quali potrebbero essere le possibili conseguenze.

Ma questo è stato vero fin dall’inizio. Col senno di poi, è un po’ sorprendente che le armi utilizzate su Hiroshima e Nagasaki nel 1945 siano state sviluppate. Se non fosse stato per i fisici ebrei tedeschi esiliati dai nazisti, per i fisici e gli ingegneri britannici che lavoravano al progetto Tube Alloys e per il timore che i tedeschi sviluppassero le proprie armi nucleari (come in effetti stavano cercando di fare), le ingenti risorse necessarie per il Progetto Manhattan potrebbero non essere mai state messe a disposizione. Le sfide ingegneristiche concrete apparivano quasi insormontabili, e non era chiaro se Oppenheimer, con le sue simpatie comuniste, fosse la scelta più ovvia per cercare di superarle, né tantomeno che, una volta scelto, sarebbe stato l’uomo giusto per quel compito. Sebbene la guerra in Germania fosse terminata prima che la bomba potesse essere utilizzata lì, sforzi frenetici portarono alla realizzazione di un’arma mentre la guerra contro il Giappone doveva ancora essere vinta. Ma anche allora, non c’era alcuna garanzia che avrebbe funzionato come promesso.

Lo stesso vale per la politica che circonda il suo utilizzo. Ho già messo in guardia in passato contro la tendenza a scrivere la storia in modo teleologico: sappiamo cosa è successo, quindi inconsciamente selezioniamo il materiale e gli episodi che sembrano rendere il risultato finale molto probabile, se non addirittura inevitabile. Ora, in una certa misura, come sapete se avete mai scritto un’opera storica, ciò è inevitabile perché ogni scrittura di questo tipo comporta una selezione, e selezione significa parzialità implicita o effettiva. Ciononostante, gli storici che lavorano sui documenti originali (un lavoro tedioso, lo so) rimangono spesso sorpresi nello scoprire non solo che la situazione era ben più complicata di quanto suggerissero le fonti secondarie che avevano letto, ma anche che in molti casi ciò che oggi sembra importante o addirittura cruciale all’epoca era considerato routine, e naturalmente viceversa. In effetti, a meno che non si sia vissuto in prima persona una crisi grave, è difficile rendersi conto di quanto banalmente e spesso in modo insignificante una crisi del genere si svolga in realtà. Le ventiquattro ore di ogni giorno non sono dedicate alla riflessione strategica, ma al panico, all’improvvisazione e alla confusione, e le domande che dominano l’agenda di lavoro sono in genere: «Chi parteciperà a questa riunione?», «Come rispondiamo a questo messaggio?», «Cosa ne pensiamo di questa iniziativa?», «In che modo questo influisce sulla nostra posizione su altre questioni?» e simili. Domande come: «Come siamo arrivati a questo punto?» o «Dove stiamo andando?» tendono ad essere messe da parte, per essere affrontate in un secondo momento, se possibile. Immagino che in questo momento a Washington la situazione sia proprio questa.

La stesura della storia rimodella inevitabilmente il passato e proietta ombre all’indietro. Ben presto dopo il 1945, cominciò a prendere piede l’idea che il bombardamento di Hiroshima avesse cambiato radicalmente il mondo, aprendo un nuovo capitolo nella storia dell’umanità, in cui il mondo intero avrebbe potuto improvvisamente andare in fiamme. (Questa, in effetti, era l’idea già diffusa durante la mia infanzia.) Non era però così che veniva vista la situazione all’epoca, quando fu presa la decisione di utilizzare la nuova arma. Infatti, Richard Overy, nel suo recente e autorevole studio, ha sicuramente ragione nel suggerire che non fu mai presa alcuna «decisione» in quanto tale, e certamente non nel senso in cui potrebbe essere drammatizzata in un film. Truman sembra aver acconsentito alla proposta, come fece per molte altre, ma a quanto pare non ci fu un dibattito sostanziale. C’era chi dubitava che l’arma avrebbe effettivamente funzionato, o che sarebbe stata efficace nel contribuire a porre fine alla guerra, ma a Washington si discusse poco dei meriti della questione, mentre alcuni degli scienziati coinvolti erano molto scontenti. Ma non erano loro a condurre la guerra.

La guerra, in tutti i paesi coinvolti, presentava molte delle caratteristiche di una catena di montaggio. Concetti, strategie e armi venivano elaborati e messi in campo. All’epoca gli americani erano tormentati dalle probabili cifre delle vittime che un tentativo di conquistare l’isola meridionale di Kyushu e la pianura costiera tra Osaka e Tokyo avrebbe comportato: si prevedeva un milione di morti e feriti e, dato ciò che noi ora sappiamo dei preparativi giapponesi, non si trattava di un timore irragionevole. (Se si conosce bene il Paese, è difficile credere che un’invasione del genere sarebbe stata comunque logisticamente fattibile.) Allo stesso modo, non vi era alcuna indicazione che coloro che in Giappone prendevano effettivamente le decisioni — in particolare l’Esercito — fossero minimamente disposti a prendere in considerazione una resa incondizionata a quel punto. Date le circostanze, qualsiasi cosa che potesse anche solo lontanamente avvicinare la fine della guerra senza il bagno di sangue implicito in un’invasione veniva automaticamente considerata degna di essere perseguita.

Pertanto, il primo impiego bellico delle armi nucleari si basò essenzialmente sulla mancanza di alternative evidenti e fu fondamentalmente un atto di fede. Nella misura in cui vi fosse una logica, essa consisteva nel fatto che i danni e i traumi già inflitti ai giapponesi dai bombardamenti erano tali che uno o due attacchi atomici avrebbero potuto spingerli oltre il limite e causare il completo collasso della società e del governo, rendendo così superflua un’invasione. Il problema era, ovviamente, che non sarebbero state le persone comuni del Giappone — già sconvolte e traumatizzate dai bombardamenti, dall’evacuazione delle città e, soprattutto, dalla guerra senza fine in Manciuria — a prendere la decisione. L’incertezza riguardo alla logica alla base di tale scelta si rifletteva nelle discussioni che si svolsero, nel tentativo di trovare qualche tipo di argomentazione a favore di questo o quel bersaglio. Allo stesso modo, e nonostante l’impossibilità di una precisione di tiro con la tecnologia esistente, molti a Washington desideravano ardentemente la scelta di un obiettivo che potesse essere giustificato, almeno in parte, come militare. (Come poi accadde, tra i morti di Hiroshima c’erano circa 20.000 soldati giapponesi, ma non erano loro l’obiettivo.)

L’influenza delle varie rappresentazioni di Hiroshima e Nagasaki sulla comprensione popolare delle armi nucleari non può essere sottovalutata, né tantomeno l’importanza del fitto intreccio di conseguenze politiche e miti che si sono sviluppati attorno a esse. Sebbene i miti revisionisti legati all’inizio della Guerra Fredda non siano più presi sul serio dagli storici, e si sappia molto di più riguardo al coinvolgimento di Truman nel processo decisionale, i bombardamenti ebbero, ironicamente, delle implicazioni politiche. Incoraggiarono Stalin a entrare rapidamente in guerra contro il Giappone, prima che gli Alleati potessero vincere da soli. (In effetti, Stalin chiese a Truman una zona di occupazione sovietica in Giappone, ma non insistette quando fu respinto.) Inoltre accelerarono i progressi dello stesso programma nucleare sovietico, che era già stato informato dagli agenti sovietici sul Progetto Manhattan.

Pertanto, sin dall’inizio dell’era nucleare, erano presenti gli elementi essenziali: incertezza riguardo alla tecnologia, incertezza riguardo ai suoi effetti, incertezza riguardo agli obiettivi, ramificazioni politiche inaspettate e complesse, difficoltà nell’integrare le armi nucleari in qualsiasi tipo di dottrina militare e, soprattutto, difficoltà nel formulare un obiettivo politico al quale l’uso di tali armi potesse realisticamente contribuire. La questione di quanto l’uso delle armi nucleari abbia contribuito a porre fine alla guerra nell’agosto del 1945 (il Giappone non si è mai “arreso”) non potrà mai essere risolta in modo soddisfacente, dato il numero di fattori diversi e di attori coinvolti, ma non è questo il punto. Piuttosto, gli Stati Uniti, con una comprensione molto limitata dell’immensa complessità del funzionamento del sistema politico giapponese, ricorsero praticamente all’unica opzione militare a loro disposizione, a parte una sanguinosa invasione, nella speranza che in qualche modo ciò avrebbe avvicinato la fine della guerra, se non addirittura l’avrebbe conclusa. E quando la guerra finì pochi giorni dopo Nagasaki, nonostante un tentativo di colpo di Stato militare a Tokyo, coloro che avevano sostenuto l’uso della bomba si sentirono avvalorati, proprio come coloro che ne avevano inizialmente dubitato ne sminuirono l’influenza. Ed è più o meno così che sono andate le cose dal 1945.

La domanda che sorse immediatamente, ovviamente, fu: cosa fare di questa nuova arma terrificante, ma dai limiti evidenti? Limiti dovuti al fatto che, per ragioni tecniche, la sua potenza era inferiore a quella di una quantità equivalente di esplosivo convenzionale sganciata da un numero molto maggiore di aerei; al fatto che solo un unico velivolo, appositamente modificato, era in grado di trasportarla; al fatto che la sua produzione era incredibilmente costosa e complessa; e al fatto che richiedeva il controllo assoluto dello spazio aereo e condizioni meteorologiche perfette per colpire il bersaglio. Per il primo decennio circa, negli Stati Uniti e in una certa misura anche nell’Unione Sovietica, mentre questi problemi venivano lentamente affrontati, le armi nucleari rimasero una questione prevalentemente militare: una bomba nucleare era semplicemente una bomba più grande. Ma stavano già comparendo armi di potenza di gran lunga superiore. La bomba definitiva — la RD-220 sovietica — aveva una potenza compresa tra i 50 e i 60 megatoni. Era un’arma di propaganda che non avrebbe mai potuto essere utilizzata operativamente e che, in un certo senso, rappresenta la decadenza finale dell’idea secondo cui, data l’imprecisione e i rischi dei bombardamenti con equipaggio umano, fosse necessario disporre di una potenza davvero, davvero enorme se si sperava di riuscire a distruggere qualcosa…

Allo stesso tempo, c’era un evidente interesse militare per le armi nucleari abbastanza piccole da poter essere utilizzate per influenzare l’esito delle battaglie, e che venivano quindi tipicamente definite armi nucleari “tattiche”. Ma ciò si rivelò molto difficile; il caso classico è l’M-388 statunitense, noto come “Davy Crockett”, una sorta di mortaio nucleare. Il problema era che, da un lato, l’arma era ingombrante e soggetta a ogni sorta di vincoli di sicurezza e protezione, e, dall’altro, non era in realtà molto più efficace delle armi convenzionali, specialmente contro i veicoli corazzati. Inoltre, poiché la logica del combattimento tattico è quella di conquistare e mantenere il terreno, irradiare il terreno che si vuole conquistare presenta evidenti svantaggi. Almeno dal punto di vista occidentale, le armi nucleari “tattiche” o “da campo di battaglia” a basso rendimento hanno sempre occupato solo nicchie dottrinali: o per la distruzione di grandi concentrazioni di truppe e veicoli, o di obiettivi strategici come gli aeroporti, oppure per distruggere sottomarini. Ai tempi in cui si temevano attacchi di massa da parte dei bombardieri, gli Stati Uniti, e in misura minore l’Unione Sovietica, sperimentarono sistemi antiaerei con testate nucleari, ma questi divennero rapidamente obsoleti.

Ma a questo punto passiamo dalle caratteristiche tecniche alla dottrina. Una volta che fu chiaro che una guerra terrestre non poteva essere condotta sistematicamente con armi nucleari tattiche, per le ragioni sopra esposte e altre ancora, la questione assunse una dimensione politica e, alla fine degli anni ’50, la NATO iniziò a sviluppare vere e proprie dottrine nucleari. Come nel caso di Hiroshima, si trattava essenzialmente di non vedere alcuna alternativa praticabile. Dopo la Seconda guerra mondiale l’Unione Sovietica, perseguitata dai fantasmi del 1941, aveva optato per un sistema economico e politico di tempo di guerra anche in tempo di pace, con forze imponenti in uno stato di alta prontezza operativa, un assetto operativo offensivo e una priorità assoluta accordata alle forze armate. (All’epoca discutevamo spesso sull’entità del bilancio della difesa sovietico: si è scoperto che non ne esisteva uno vero e proprio, in quanto le forze armate avevano semplicemente la priorità su tutto.) Nessun governo occidentale avrebbe mai potuto agire in questo modo, quindi la dottrina della NATO, basata su forze numericamente inferiori, prevedeva di prendere in considerazione l’uso di armi nucleari tattiche in un momento (noto nel settore come «Linea Omega») in cui il Patto di Varsavia minacciava di sfondare definitivamente le linee della NATO. (Il Gruppo di pianificazione nucleare della NATO fu istituito nel 1966 per discutere tali questioni.)

Lo scopo di tutto ciò non è mai stato del tutto chiaro, anche se si sperava che una simile escalation potesse “dimostrare determinazione” e persuadere il Patto di Varsavia ad accettare di cessare i combattimenti e avviare i negoziati. Eppure la dottrina sovietica sembrava prevedere comunque che una guerra con la NATO assumesse ben presto un carattere nucleare, e l’Armata Rossa e i suoi alleati disponevano di un numero enorme di sistemi e testate a capacità nucleare. Ma, come spesso accade con i sistemi nucleari, le armi nucleari tattiche della NATO rappresentavano in realtà una risposta a un problema politico: in questo caso, l’impossibilità di mantenere in tempo di pace qualcosa di simile alla macchina militare del Patto di Varsavia. Sebbene crisi politico-militari di questo tipo fossero accuratamente simulate nella serie biennale di esercitazioni con copione WINTEX, fino al “rilascio” nucleare strategico, era molto difficile capire quanto seriamente i vertici militari e gli attori politici prendessero davvero queste idee una volta terminata la simulazione. L’Unione Sovietica, per quanto possiamo giudicare, le prendeva più sul serio, o almeno lo faceva l’esercito. Tutto il suo equipaggiamento era stato sviluppato per combattere in un contesto nucleare e, naturalmente, la sua ideologia marxista-leninista prometteva la vittoria finale sul sistema capitalista, con o senza guerra nucleare. Ma, ancora una volta, non è chiaro cosa pensassero in privato i massimi responsabili delle decisioni.

Oggi esistono pochissime di queste armi occidentali o dei modelli che le hanno sostituite, in parte perché i progressi nella progettazione delle armi convenzionali le hanno rese in gran parte obsolete. La bomba a caduta britannica WE-177, l’ultima ad essere stata progettata in Gran Bretagna, è stata ritirata dal servizio alla fine degli anni ’90 e non è stata sostituita. La B-61 statunitense, un modello ormai datato e anch’essa lanciata dall’aria, esiste oggi in quantità molto ridotte (forse poche centinaia), sebbene a quanto pare sia in fase di ammodernamento. Anche l’AGM-86B, altrettanto datato e destinato ad essere trasportato dal bombardiere B-52, sembra essere in fase di ammodernamento. Non è chiaro se la versione a testata nucleare del missile Tomahawk possa teoricamente essere riportata in servizio — in ogni caso si tratterebbe di un processo lungo — sebbene apparentemente esistano piani per sostituirla, un giorno. (Attualmente, l’unico sistema nucleare tattico (o «sub-strategico») veramente moderno in Occidente è il francese ASMP, di cui parleremo più avanti.)

Tutto ciò, spero, contribuisca a contestualizzare in qualche modo le attuali chiacchiere deliranti sul “bombardamento nucleare dell’Iran”. A meno che gli Stati Uniti non intendano spazzare via tutto e tutti in Iran ricorrendo a missili strategici (di cui parleremo tra poco) – il che significherebbe distruggere anche gran parte della regione –, ciò che rimane come opzione nell’immediato è probabilmente l’uso di bombe a caduta libera, magari dotate di un qualche tipo di dispositivo di planata, come quelle utilizzate dai russi in Ucraina. Ci sono due piccoli problemi. Il primo è portare l’aereo vicino o sopra l’obiettivo. Non si è visto molto delle difese aeree iraniane, soprattutto perché gli aerei statunitensi e israeliani si sono tenuti alla larga, ma bisogna presumere che siano abbastanza efficaci da rappresentare una minaccia credibile per gli aerei d’attacco. Un aereo abbattuto fuori dallo spazio aereo iraniano mentre trasporta un’arma nucleare armata potrebbe essere imbarazzante. E dove sarebbero di stanza tali aerei, comunque? I velivoli con capacità nucleare richiedono un’infrastruttura di sicurezza appositamente costruita, ed è impossibile nascondere l’arrivo delle armi nucleari o il loro stoccaggio. Allo stato attuale, l’unica base praticabile sarebbe in Giordania, ma, dato che i russi informerebbero gli iraniani di quanto sta accadendo e i giordani se ne renderebbero conto, Amman probabilmente non troverebbe attraente questa idea. A più lungo termine, l’AGM-68B rappresenterebbe un’altra opzione, anche se i bombardieri stessi dovrebbero essere basati (e solo in numero limitato) a Diego Garcia. Il trasporto dei missili in quella sede e la preparazione delle operazioni richiederebbero un certo tempo, anche se i missili fossero pienamente operativi. F-35 provenienti da portaerei, riforniti più volte? Suppongo sia appena possibile, ma sembra una soluzione un po’ disperata.

E quale sarebbe, in fin dei conti, il senso? Con ogni probabilità, le armi verrebbero lanciate dai confini dello spazio aereo iraniano, contro obiettivi “militari” definiti in modo vago: forse depositi di missili o siti di produzione. Quindi grandi esplosioni, un forte impatto, ricadute radioattive e morte per chiunque si trovasse nella zona senza protezione. Ma a che scopo? Dopotutto, Hiroshima è una città situata su una pianura vicino al mare e nel 1945 (come spesso accade ancora oggi in Giappone) le case erano costruite in legno. La geografia e la geologia dell’Iran sono, diciamo così, un po’ diverse. Ancora una volta, le armi nucleari, se per qualche folle motivo venissero mai utilizzate, non avrebbero alcuna utilità militare o strategica. Tutto ciò che farebbero sarebbe spianare le cime di alcune montagne e, si immagina, far sentire meglio il signor Trump.

Man mano che le armi nucleari diventavano fisicamente più piccole ma più potenti, e venivano dispiegate su velivoli appositamente costruiti come il già citato B-52 e la flotta britannica di bombardieri “V”, cominciarono ad apparire come una componente naturale di una guerra futura: il discendente diretto, se così si può dire, dei bombardieri strategici della Seconda Guerra Mondiale. Fu forse a questo punto che il pericolo di un conflitto nucleare accidentale divenne leggermente più credibile. In teoria, un attacco improvviso e a sorpresa (un «primo colpo») avrebbe potuto distruggere i bombardieri nemici a terra, così come le infrastrutture governative e i centri di comando e controllo, lasciando un paese indifeso. Al contrario, si pensava, uno Stato che temesse di poter essere attaccato in questo modo avrebbe potuto tentare di attaccare per primo. Per prevenire un attacco a sorpresa, gli Stati Uniti mantennero i velivoli B-52 permanentemente in volo fino alla fine degli anni ’60. Fu in questa fase che ebbe origine il meme culturale del «generale pazzo» che decide di sferrare un attacco non provocato.

Con l’introduzione dei bombardieri a reazione, si era dato per scontato che questi velivoli potessero volare troppo in alto e troppo velocemente per essere intercettati dai caccia, anche se individuati dal radar. L’abbattimento di un velivolo U-2 da parte di un missile antiaereo sovietico nel 1960 dimostrò che quell’era era di fatto finita. La dottrina dovette essere riscritta in fretta per porre l’accento sugli attacchi a bassa quota e ad alta velocità, nonché su metodi ingegnosi per ritardare l’esplosione stessa fino a quando l’aereo non fosse stato al sicuro. E, naturalmente, fecero la loro comparsa i missili terrestri, il primo dei quali ad entrare in servizio fu il sovietico R-7. Ma, ancora una volta, i limiti tecnologici imposero vincoli politici. I primi missili, sia statunitensi che sovietici, erano alimentati a combustibile liquido. Ci volevano molte ore per rifornirli (un processo molto visibile) e non potevano essere lasciati riforniti troppo a lungo a causa della natura corrosiva del loro combustibile. Ciò impose improvvisamente ogni sorta di timori e limitazioni inaspettati ai governi. Portare i missili in stato operativo come misura precauzionale era di fatto impossibile senza il rischio di provocare una crisi politica, poiché sarebbe stato indistinguibile dai preparativi per un attacco.

Il dispiegamento, a partire dai primi anni ’60, di sottomarini dotati di missili balistici intercontinentali risolse diversi problemi pratici e politici. Ciò significò che le fantasie sul “primo colpo” persero gran parte della loro forza, poiché i sottomarini potevano nascondersi nell’oceano, e significò anche che non era necessario modificare in modo visibile e pubblico i livelli di prontezza operativa (ad esempio rifornendo di carburante i missili). Detto questo, i primi missili presentavano anche alcuni svantaggi. Non erano molto precisi, quindi tendevano ad avere un’unica grande testata da diversi megatoni, rendendo impossibile qualsiasi pretesa di colpire strutture specifiche. Avevano una gittata ridotta, il che significava che i sottomarini dovevano essere posizionati abbastanza vicini ai bersagli previsti. Inoltre, i missili sovietici erano alimentati a combustibile liquido anche a bordo dei sottomarini, il che doveva essere terribilmente pericoloso, sebbene non vi siano testimonianze di esplosioni disastrose.

Negli anni ’70 la situazione si era stabilizzata. Le due superpotenze disponevano di sistemi “sopravvivibili” in grado di devastare completamente il territorio dell’avversario, mentre Gran Bretagna e Francia possedevano forze proprie, più ridotte ma efficaci, ciascuna delle quali in grado di colpire con successo Mosca (il cosiddetto “criterio di Mosca”). Questo fenomeno veniva spesso definito «equilibrio del terrore», ma in realtà entrambe le parti riconoscevano che l’uso effettivo di queste armi fosse impensabile e inutile, e non vi è traccia di alcun leader nazionale, nemmeno il più instabile, che ritenesse che una guerra nucleare potesse effettivamente essere vinta. (L’Unione Sovietica sembra aver preso più sul serio la minaccia di una guerra nucleare, come suggeriscono la sua ideologia politica e la sua storia, ma non vi è alcuna indicazione che avrebbe mai utilizzato le proprie armi in modo proattivo.)

In seguito all’entrata in vigore del Trattato di non proliferazione nucleare (1968) e alla presa di coscienza che un sistema nucleare operativo fosse molto più costoso e complesso di quanto si fosse inizialmente ritenuto, il mondo si è lentamente orientato verso un compromesso precario. Le cinque potenze nucleari riconosciute (tra cui la Repubblica Popolare Cinese dal 1992) hanno concordato di ridurre progressivamente i propri arsenali, mentre i firmatari non nucleari hanno accettato di non perseguire lo status di potenza nucleare. Come tutti i regimi basati su trattati, il TNP è vincolante solo per i suoi membri, e India, Pakistan e Israele non lo hanno mai firmato. L’Iran ha recentemente indicato che potrebbe recedere dal trattato.

Da tempo ormai le armi nucleari riguardano essenzialmente la diplomazia, l’influenza e lo status di grande potenza, con una o due sfumature su cui torneremo. Pertanto, sebbene esista un’abbondante letteratura accademica sulla teoria della deterrenza e intere biblioteche di discorsi tenuti da politici, tutto ciò ha poco a che vedere con la realtà della politica nucleare, che può essere descritta al meglio sotto due aspetti. La prima, soprattutto per la Gran Bretagna e la Francia, è la sopravvivenza nazionale, quando ogni altra soluzione ha fallito. (In una certa misura ciò vale anche per Israele e il Pakistan.) La seconda, invece, è strettamente politica, in quanto le armi nucleari servono a scopi diversi, e persino contraddittori. Pertanto, gli Stati Uniti non sono contrari al fatto che britannici e francesi dispongano di armi nucleari, poiché ciò alleggerisce in parte la pressione politica su di loro. Allo stesso modo, gli Stati della NATO sono favorevoli all’esistenza di due potenze nucleari europee, poiché ciò contribuisce a diluire il predominio statunitense nel processo decisionale nucleare della NATO. Francesi e britannici hanno sempre collaborato in modo discreto sulle questioni nucleari, e ciascuno si sente meno esposto se una seconda nazione europea possiede armi nucleari. Inoltre, molti Stati europei preferiscono che i britannici mantengano le armi nucleari, poiché ciò evita un indebito predominio francese sulle questioni di sicurezza europee.

I vantaggi politici che le armi nucleari offrono sono difficili da descrivere: sono tentato di dire che se non ci sei passato, non puoi capire, e se ci sei passato, non hai bisogno di spiegazioni. Ma ti collocano nella “Prima Divisione”, come scoprì con sua grande sorpresa il presidente Mitterrand, un tempo scettico riguardo alla capacità nucleare francese, partecipando al suo primo vertice NATO. Ma fungono anche da strumenti per raggiungere obiettivi di sicurezza più ampi. A volte ciò è relativamente evidente. Israele utilizza le armi nucleari per sottolineare il proprio dominio militare in Medio Oriente, cosa che non potrebbe fare altrimenti con le sue forze convenzionali, piccole ma potenti. Gli inglesi, in gioco sin dall’inizio, hanno rinunciato al loro impero insostenibile e speravano di utilizzare le armi nucleari per contribuire a mantenere il loro status di grande potenza. In particolare, e con un certo successo, sono riusciti per decenni a influenzare sottilmente la politica nucleare degli Stati Uniti e della NATO, anche se negli ultimi anni è diventato dubbio che qualcuno possa ancora influenzare in modo significativo Washington su tali questioni.

Ma il caso di gran lunga più interessante è quello della Francia, dove sin dall’inizio le armi nucleari sono state considerate strumenti essenziali della sovranità nazionale e, se necessario, della sopravvivenza. Dopo l’umiliazione della sconfitta del 1940, la perdita dell’Indocina e l’inizio della logorante guerra in Algeria, la Quarta Repubblica del dopoguerra iniziò a esplorare segretamente l’opzione nucleare. Quando De Gaulle salì al potere nel 1958, ereditò il programma, che aveva sempre sostenuto, e lo integrò nel suo più ampio progetto per il ripristino dell’indipendenza francese. Man mano che le prime armi divennero disponibili, prese lentamente le distanze dal dominio statunitense, espellendo progressivamente le forze americane e abbandonando la struttura di comando della NATO. La dottrina nucleare francese, spogliata delle sue cortesi genuflessioni nei confronti degli alleati, è stata innanzitutto incentrata sulla difesa della Francia, attraverso la capacità di infliggere al nemico (originariamente l’Unione Sovietica) danni tali da fargli ritenere che non valesse la pena attaccare. La Francia non avrebbe atteso un attacco nucleare, ma avrebbe prima utilizzato le sue armi sub-strategiche ASMP come «ultimo avvertimento» e poi, se l’Esagono fosse stato realmente minacciato, le sue armi nucleari strategiche. Questo approccio risoluto (alcuni lo definirebbero spietato) alla difesa degli interessi nazionali francesi non è mai stato nascosto e ha generato un forte sostegno pubblico alle armi nucleari francesi in tutto lo spettro politico, senza dare vita ad alcun movimento antinucleare di rilievo. Ma d’altronde, come mi disse decenni fa un altissimo funzionario francese: «Oggi disponiamo di armi nucleari perché non le avevamo nel 1940». In fin dei conti, le armi nucleari sono sempre una questione di politica.

E le cose sarebbero potute rimanere così, fino a pochi anni fa. Le armi nucleari, specialmente quelle trasportate da missili e idealmente lanciate da sotto la superficie dell’oceano, rappresentavano l’unico modo per mettere a rischio gli elementi vitali del governo e del sistema economico di un’altra nazione. Ma non è più così, almeno per alcune nazioni. Dopotutto, la potenza esplosiva di per sé non ha alcun significato. Ciò che conta è l’effetto che ha sugli obiettivi prescelti. Durante la Seconda Guerra Mondiale, il bombardamento a tappeto si impose come dottrina perché la capacità di colpire con precisione obiettivi specifici non esisteva fino a una fase molto avanzata del conflitto. Le bombe utilizzate a Hiroshima e Nagasaki, il «mostro» sovietico e le prime testate ICBM presentavano tutte incertezze riguardo alla precisione e agli effetti e dovevano quindi essere armi a tappeto. Gli attacchi alle aree urbane («counter-value») divennero una dottrina consolidata, poiché era l’unica opzione praticamente fattibile. Con il miglioramento della tecnologia di guida, le testate nucleari divennero sempre più piccole e furono dotate di sofisticati sistemi di penetrazione per ingannare i radar e qualsiasi potenziale sistema di difesa missilistica, come quelli intorno a Mosca.

Ma ovviamente le stesse tecnologie potrebbero essere applicate alle armi convenzionali, poiché in fin dei conti ciò che conta è la precisione nel colpire il bersaglio, piuttosto che la mera potenza esplosiva. Consideriamo, per un momento, cosa significhi effettivamente la capacità di “mettere a rischio” la capitale di una nazione. Cosa spaventerebbe davvero un governo? Sono forse i danni ai musei nazionali, alle zone turistiche, ai complessi residenziali suburbani o alle fabbriche di ingegneria leggera? A dirla senza mezzi termini, no, non lo sono. Il tipo di armi che ora vengono impiegate dalla Russia, e in una certa misura dall’Iran, sono in grado di colpire con estrema precisione. La maggior parte dei colpi diretti iraniani sembra essere stata sferrata da droni, il che è una questione del tutto a sé stante e non c’è spazio per approfondirla in questa sede. Ma in linea di principio, il tipo di tecnologia impiegata dai russi potrebbe lanciare cariche convenzionali con grande precisione su singoli edifici da grande distanza; realizzando così, per inciso, i sogni degli appassionati di potenza aerea un secolo dopo. Prendiamo ad esempio Washington e supponiamo che la Casa Bianca, il Pentagono, il Dipartimento di Stato, gli edifici del Congresso, la CIA e altri quattro o cinque obiettivi politici e militari siano stati colpiti, sia con esplosivi ad alto potere distruttivo sia, più probabilmente, con la tecnologia cinetica di un sistema simile all’Oreshnik. Tutte le tecnologie necessarie esistono già oggi, si tratta semplicemente di metterle insieme. Non ci sono le complicazioni e i problemi di approvvigionamento delle armi nucleari, e le armi stesse possono essere prodotte in qualsiasi quantità ragionevolmente necessaria. Al momento non esiste alcuna difesa contro tali armi e, per ragioni legate alle leggi della fisica, potrebbe non essercene mai, se fossero sufficientemente manovrabili.

Si tratta di una minaccia plausibile, nel senso che è tecnicamente possibile metterla in atto, che il livello di distruzione sarebbe considerevole e che è difficile credere che gli Stati Uniti (o qualsiasi altro Paese) possano ritenere che un qualsiasi obiettivo politico immaginabile valga la pena di rischiare il livello di danno che ciò comporterebbe. Ciò la rende sostanzialmente diversa dall’uso delle armi nucleari, dove c’è sempre stata una fondamentale mancanza di credibilità riguardo al loro impiego. Ecco perché gli scrittori di narrativa hanno dovuto ricorrere a generali folli e incidenti improbabili, e perché gli autori degli scenari per le esercitazioni della NATO in pratica non hanno nemmeno cercato di inventare qualcosa di credibile: l’idea era, dopotutto, quella di mettere in pratica le procedure. Si tratta, tuttavia, di armi che possono essere utilizzate, che non hanno nulla del carattere apocalittico delle armi nucleari e che anche i paesi non superpotenti possono permettersi.

Potremmo quindi trovarci di fronte al lento declino dello status speciale delle armi nucleari e dei vantaggi politici che ne derivano, anche se in determinati contesti (ad esempio in India e Pakistan) potrebbero ancora avere una certa rilevanza. Non è un caso, credo, che dopo decenni passati a enfatizzare la minaccia rappresentata dalle armi nucleari iraniane, il governo di Israele ora ritenga improvvisamente che il vero problema siano i missili convenzionali. In questo caso, potrebbero semplicemente essere un passo avanti. C’è solo un piccolo problema: l’Occidente, in generale, non ha prestato molta attenzione a queste tecnologie. Pensate alle implicazioni strategiche di tutto ciò.

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Per questa settimana è tutto. Come sempre, grazie a chi instancabilmente si occupa delle traduzioni nelle proprie lingue. Maria José Tormo pubblica le traduzioni in spagnolo sul suo sito qui, mentre Marco Zeloni pubblica le traduzioni in italiano su un sito qui, mentre «Italia e il Mondo» le pubblica qui. Sono lieto di aggiungere che le versioni di questi saggi in ceco appariranno ora regolarmente tradotte sul sito czstrat.cz. Sono sempre grato a chi pubblica occasionalmente traduzioni e sintesi in altre lingue, purché si citi la fonte originale e mi si dia notizia

La deterrenza che non c’è, di WS_ La trappola del debito, di Rorschach

In questo articolo

italiaeilmondo.com/2026/08/22/la-russia-e-il-ragazzo-che-gridava-al-lupo-_-di-eurosiberia/

Constantin von Hoffmeister “Ribolle l’ acqua calda” arrivando alla scontata conclusione che le minacce vuote distruggono la deterrenza

Alla quale la mia impulsiva risposta è: sai che novità , stiamo sprofondando in una WW proprio perché “non c’ è deterrenza”!

Infatti io ho già trattato il problema qui, in un post intitolato ” la deterrenza che non c’è ” espressamente scritta per la “vicenda Iran” giusto un mese prima che l’ Iran venisse attaccato di nuovo e frontalmente da U$rael in un “attacco decapitante” e “a tradimento” ( come al solito).

Ora ovviamente la Russia è ben lontana da una simile condizione, ma in quel post scrissi che il problema iraniano era anche lo stesso per Russia e Cina, come nella conclusione che qui riporto testualmente 

“ Questo continuo “ fare da nesci” di Russia, Cina e anche Iran però pone a tutti e tre gravissimi problemi di deterrenza .  Se infatti, “cercare un accordo” è l’ unica risposta fattuale che riceve chi ti provoca , anche quando ti colpisce sempre più direttamente , l’ unico risultato che puoi ottenere è che costui ti colpirà sempre di più e sempre più spesso dosando la sua aggressività solo secondo le sue problematiche

Il mondo quindi si avvita paradossalmente verso una guerra mondiale grazie a una deterrenza che NON c’è .

E l’ Iran ne farà per primo le spese perché non ha quella deterrenza nucleare che ci ha dato la pace finché è durata l ‘ URSS e che ancora trattiene gli U$A da aggredire frontalmente Russia e Cina ma che OVVIAMENTE non li tratterrà dall’ aggredire frontalmente l’ Iran.”.  

E siccome sono stato facile profeta, adesso farò una nuova “profezia” sulla base di come le cose si sono poi evolute in Iran.

Tutta questa operazione mediatica sulla “ Russia alle corde” ( a cui si presta anche CVH ) è la stessa che è stata perseguita con l’ Iran prima dell’ attacco DIRETTO ed è la stessa “ strategia U$raeliana” di sempre : cercare di prendere un paese “dall’ interno” come è stato fatto con Libia e Siria e due volte, ma senza un gran successo, con la Russia, o quantomeno riuscire ad indebolirlo abbastanza per portagli un attacco DIRETTO come è stato fatto con l’ Irak e recentemente con l’ Iran.

Nel caso “russo” presto si vota e quindi ci sarà un crescendo di questa strategia nella speranza di “ rompere la Russia” da “l’ interno” o quantomeno ottenere una “rimozione” di Putin , non importa COME e con CHI.

“Via l’ uomo, via il problema “ diceva ( erroneamente) Stalin , ed è così che ragiona U$rael da sempre.

E “ da sempre” più o meno gli ha funzionato: “via Stalin , via il problema” ,” via Maduro, via il problema “ , “via Arafat, via il problema” ect ect..

“Il problema” invece persiste laddove il potere è “collettivo” e “i comandanti ” non sono una espressione della “nomenklatura” ma persone capaci, i quali godono della fiducia e del rispetto del “corpo ufficiali”, con “il corpo ufficiali” che gode a sua volta del rispetto della “ truppa”.

E l’ Iran ne è appunto un esempio; la “coscienza nazionale iraniana” è tanto profonda che “rimuovere” Mossadeq , lo Scià e la “Guida suprema” ad U$rael non è servito a nulla , perché la “ guida suprema” , conscia del proprio ruolo di “servizio”, si è esposta “tenendo il punto” e avendo avuto cura di lasciare dietro di sé una struttura di potere “ a mosaico” in grado di reggersi da sola.

“ Chi comanda in “ Iran, ora ? Non si sa e, come ho già accennato un paio di volte, non è necessario che l’ attuale “guida suprema” tale sia davvero e che sia davvero “vivo”.

Khameney Jr potrebbe essere anche solo un “brand” , l’ immagine, nella sua figura di sopravvissuto al completo sterminio della propria famiglia , della inflessibile volontà iraniana di “resistere” a “ l’ennesimo invasore”.

E U$rael brancola nel buio di questo “mosaico” di potere. Certo i suoi referenti , i “preti azeri” , risparmiati dalla “mattanza” per fare i “Dercy Rodriguez” de l’ Iran sono ancora formalmente al potere e ancora formalmente invocano “l’ accordo” .

Accordo che però non viene per l’ opposizione dei “duri” de l’IRGC.

Ma chi sono “costoro” ? I nomi e le foto ci vengono dati di quelli che sono stati nominati al posto dei dirigenti precedentemente massacrati , ma è veramente così?

Ho letto recentemente su Reseau International che l’ amministrazione americana sia riuscita a ottenere tramite Pakistan un contatto diretto con l’ attuale capo “ufficiale” de l’ IRGC e che tutto quello che la dirigenza americana abbia saputo dirgli sia stata una “offerta alla Dercy” ( cioè svariati miliardi di dollari su conti ai Caraibi ) ricavandone però semplicemente un “clic”.

Perché oramai questo Iran può essere solo schiacciato con una guerra DIRETTA che U$rael esita sempre più a perseguire.

Ma ora immaginatevi quanto possa esitare U$rael e quanto sia ancora distante dal procedere ad una guerra DIRETTA con la Russia.

La via “per Mosca” più semplice per U$rael rimane quella di una “rimozione” di Putin contando sulla innata incapacità della elite russa di esprimere una continuità politica tra uno “zar” e il suo “successore”

Sarà così anche stavolta? Vedremo, di sicuro anche Putin sta tentando di creare il suo “mosaico” , che poi ci riesca davvero è tutto un altro discorso.

Tutto bene allora ? Per niente, perché queste sono guerre esistenziali e quindi non ci potrà essere “coesistenza”. Come infatti è finita la “coesistenza” U$A-URSS ? Uno dei due alla fine è SCOMPARSO! .

Ma se già un Iran non piegabile da l’ interno non ha l’ “invasibilità ” di un Irak o di una Siria, figuriamoci “ invadere” Russia e Cina !.

Così , se questi residui “stati canaglia” non collassano sotto la pressione U$raeliana, non vedo nulla che possa trattenere questa deriva verso una guerra nucleare globale.

Per la Russia la questione è molto semplice . Se , nonostante i continui avvertimenti , la sua “deterrenza “ non funziona, alla fine la Russia non avrà altra scelta tra SCOMPARIRE sotto il dominio di U$rael o SCOMPARIRE tirando TUTTO il Mondo con sé cominciando da U$rael .

Quindi tutti possono capire perché Putin non ha alcuna fretta di risolvere questo “dilemma”; Lui sa che NESSUNA mossa “esemplare” fermerebbe U$rael nella sua volontà di “liquidare “ la Russia .

Ma questo perché, vi chiederete voi ?

Perché “l’ atomica di Stalin” fermò, sia pure , come abbiamo visto, solo momentaneamente, la strategia egemonica degli U$A mentre “ l’ atomica di Putin” non ci sta riuscendo ?

Perché il “quadro è cambiato”; gli USA ALLORA erano in crescita e avevano tempo e risorse per aspettare che il “ comunismo ” cadesse come una “pera matura; ORA U$rael non ha il tempo dalla sua.

Il suo “ impero occidentale” è in caduta e l’ attuale “piramide del debito” NON può aspettare altri 40 anni senza una WW.

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Quando il mercato obbligazionario si rivolta contro il Leviatano americano

Quando il debito inizia a governare il sovrano

Simon Rorschach22 agosto∙Pagato∙Articolo ospite
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L’autore prospetta alcune vie di uscita alla trappola del debito. Manca la più probabile e la più risolutiva: quella sostenuta dal nostro WS_Giuseppe Germinario

Simon Rorschach analizza come l’enorme debito pubblico americano abbia creato un avversario che Trump non può sottomettere con minacce, bombardamenti o dazi doganali.

Lo Stato americano ha raggiunto un punto che Karl Marx avrebbe compreso immediatamente: il governo comanda eserciti, impone tasse, stampa la principale valuta di riserva mondiale e dipende ancora da uomini che decidono se prestargli denaro. Il debito federale ha superato per la prima volta i 40 trilioni di dollari, pari a circa il 126% del PIL annuo e vicino al rapporto raggiunto durante la Seconda Guerra Mondiale. Washington registra un deficit annuo di circa il 7,5% del PIL. I soli oneri per interessi superano i 1 trilione di dollari all’anno, una somma superiore al bilancio militare. Il servizio del debito è diventato la seconda voce di spesa più importante in un bilancio federale di circa 7 trilioni di dollari, dopo la previdenza sociale e l’assistenza sanitaria. Marx scrisse che il debito pubblico trasforma le entrate future dello Stato in un’attività finanziaria presente. L’America ha portato questo processo a un livello più avanzato di qualsiasi altra grande potenza precedente.

Cosa succede quando i creditori americani iniziano a chiedere un prezzo più alto per finanziare il suo sistema energetico?

Thomas Hobbes immaginava il Leviatano come la suprema autorità terrena, il potere che risolve le controversie perché ogni forza inferiore finisce per inchinarsi al suo cospetto. Il mercato obbligazionario mette in luce una debolezza in questa visione. Il governo americano può anche comandare portaerei e armi nucleari, eppure entra nel mercato come debitore. Gli acquirenti di titoli del Tesoro ne decidono il prezzo. Quando chiedono rendimenti più elevati, Washington paga. Il commentatore politico americano James Carville ha colto questa gerarchia nel 1994, quando scherzò dicendo che reincarnarsi nel mercato obbligazionario sarebbe stato meglio che tornare come presidente, Papa o stella del baseball, perché il mercato obbligazionario poteva “intimidire chiunque”. Donald Trump ora si trova di fronte allo stesso creditore sovrano.

Il messaggio dei creditori si è fatto più forte. I rendimenti dei titoli del Tesoro a trent’anni hanno superato il 5,3%, il livello più alto degli ultimi vent’anni. I costi di finanziamento a lungo termine degli Stati Uniti sono tornati a livelli che non si vedevano da prima della crisi finanziaria. Marx spesso spogliava la classe politica delle sue cerimonie per rivelare la relazione materiale che vi si cela. Qui la relazione è chiara: gli investitori vogliono più denaro in cambio dei prestiti concessi agli Stati Uniti. Tariffe, la guerra con l’Iran, minacce di annessioni, deficit in aumento e incertezza sulla politica economica americana sono tutti elementi che entrano in gioco. Ogni frazione di punto percentuale in più equivale a un voto di sfiducia.

Il Segretario del Tesoro Scott Bessent ha già tentato di calmare il mercato. Il suo dipartimento ha promesso di raddoppiare gli acquisti dei titoli del Tesoro a più lunga scadenza, nella speranza di sostenerne il prezzo e far scendere i rendimenti. La mossa ha funzionato per un breve periodo. I rendimenti trentennali sono scesi di poco più di un decimo di punto percentuale, per poi tornare ai livelli precedenti nel giro di pochi giorni. Il Leviatano di Hobbes era sovrano perché nessuna potenza interna poteva costringerlo. Il mercato obbligazionario rivela un limite a questa idea: Washington può comandare cittadini, agenzie ed eserciti, ma non può obbligare gli investitori a prestare a condizioni favorevoli. Bessent ha lanciato il segnale, gli operatori lo hanno recepito e la pressione è presto tornata.

L’economista egiziano-americano Mohamed El-Erian ha definito questa tattica “Operazione Twist”. Il Tesoro acquista titoli a più lunga scadenza, affidandosi al contempo maggiormente a emissioni a breve termine, producendo una variazione temporanea nella forma dei costi di finanziamento. Marx avrebbe riconosciuto la differenza tra riorganizzare un credito finanziario e modificare le condizioni economiche sottostanti. Il calendario dei rimborsi si sposta, ma l’onere rimane. Washington guadagna un po’ di respiro a un’estremità della curva delle scadenze, ma si assume ulteriori obbligazioni all’altra. Decenni di spesa in deficit hanno creato questa struttura, e le attuali politiche di Trump vi hanno aggiunto ulteriore pressione.

Diverse forze si contendono ora lo stesso capitale. La guerra con l’Iran, presentata come una breve campagna, si è protratta per sei mesi, alimentando la pressione inflazionistica. Le aziende americane di intelligenza artificiale stanno contraendo prestiti per trilioni di dollari per data center e infrastrutture informatiche, mettendo la domanda privata di capitali accanto all’immenso fabbisogno del governo. Il presidente della Federal Reserve, Kevin Warsh, si trova di fronte a validi motivi per adottare una politica monetaria più restrittiva, mentre Trump preme per condizioni più accomodanti. Hobbes temeva una repubblica dilaniata da potenze rivali. Nell’America di oggi, debito pubblico, spese militari, investimenti tecnologici, inflazione e politica monetaria tirano tutti la stessa corda finanziaria.

Anche l’entità del debito ha una storia. Nel 1981, il debito federale si aggirava intorno a 1.000 miliardi di dollari. Negli ultimi due decenni, è quadruplicato, accelerato dal salvataggio del sistema bancario durante la crisi finanziaria, dai vasti programmi fiscali del periodo Covid e dai ripetuti cicli di tagli fiscali. Durante le due presidenze di Trump, il debito federale è aumentato di circa 11.600 miliardi di dollari a causa dei programmi per la pandemia, delle riduzioni fiscali e della continua spesa in deficit. Marx considerava il debito pubblico come un mezzo attraverso il quale i governi potevano far fronte alle spese correnti senza gravare immediatamente sui contribuenti, impegnando al contempo le future entrate pubbliche al pagamento degli interessi e all’aumento delle tasse. Ogni nuovo trilione rappresenta quindi un’entrata che i futuri contribuenti dovranno contribuire a pagare.

Jerome Powell, membro del consiglio dei governatori della Federal Reserve, ha già definito la traiettoria insostenibile e ha avvertito di un esito negativo se la politica monetaria dovesse rimanere su questa linea. La sua preoccupazione si concentra sul tasso di crescita. I deficit federali si stanno espandendo più rapidamente dell’economia che li sostiene. Il linguaggio dell’accumulazione di Marx si adatta perfettamente al problema: una quantità si accumula rispetto a un’altra e l’equilibrio cambia nel tempo. Trump risponde con il linguaggio della forza nazionale, insistendo sul fatto che gli Stati Uniti possiedono la forza necessaria per gestire tassi di interesse elevati. Eppure il mercato obbligazionario misura la forza in base al flusso di cassa, all’inflazione, alla crescita e al rimborso previsto. La fiducia patriottica ha poco peso in questa aritmetica.

Gli Stati Uniti sono sfuggiti al tipo di crisi che ha colpito l’Argentina o la Grecia, anche se alcuni costi di indebitamento americani superano ora quelli pagati da Atene. L’economista americano Paul Krugman vede margini per una stabilità duratura, a condizione che i governi futuri risanino la situazione fiscale. Un grande vantaggio rimane: gli Stati Uniti si indebitano in dollari, la valuta che controllano. Hobbes sosteneva esplicitamente che uno Stato sovrano potesse rinunciare al potere di coniare moneta senza rinunciare alla sovranità stessa. Per gli Stati Uniti, la principale fonte di potere finanziario è stata la fiducia nel dollaro: gli stranieri devono continuare a essere disposti a detenere valuta americana e a utilizzare i propri risparmi per finanziare il debito di Washington. Dopo il 1945, il dollaro è diventato la principale valuta di riserva mondiale e i risparmi esteri sono confluiti in titoli americani. Gli investitori europei e asiatici hanno finanziato i consumi, la potenza militare, i deficit pubblici e gli investimenti privati ​​statunitensi a condizioni eccezionalmente favorevoli.

Quel sistema conferì a Washington uno straordinario privilegio. Per decenni, gli Stati Uniti poterono assorbire più beni e capitali di quanto il loro saldo interno da solo avrebbe consentito, perché gli stranieri desideravano attività in dollari. Marx descrisse il credito come un modo per concentrare risorse a distanza e nel tempo. Il sistema del dollaro svolse questo compito su scala globale. Le fabbriche tedesche, gli esportatori giapponesi, gli stati petroliferi del Golfo, le banche centrali asiatiche e i fondi internazionali accumularono dollari e riciclarono gran parte di quel denaro in debito americano. Gli Stati Uniti ricevevano beni e capitali; il resto del mondo riceveva titoli del Tesoro. Il finanziamento a basso costo divenne parte integrante dell’architettura del potere americano.

Trump ha sottoposto tale struttura a una pressione insolita. Le guerre tariffarie hanno sconvolto i vecchi rapporti commerciali. Le minacce rivolte agli alleati europei hanno indebolito le basi politiche della cooperazione finanziaria. I discorsi di annessione (Groenlandia, Canada, ecc.) e un attacco più ampio all’ordine commerciale consolidato hanno reso la politica americana più difficile da prevedere per i creditori. Marx intendeva il credito come una relazione basata sull’aspettativa. Un prestatore eroga denaro oggi perché il domani appare sufficientemente sicuro. Quando il futuro diventa più incerto, il prestatore esige un compenso. I rendimenti più elevati dei titoli del Tesoro sono il prezzo da pagare per tale incertezza.

Il Giappone offre un chiaro esempio di questa nuova pressione. Le autorità giapponesi hanno venduto ingenti quantità di titoli del Tesoro statunitensi nel tentativo di difendere lo yen, che ha toccato il suo livello più basso degli ultimi quarant’anni. Secondo alcune fonti, il Tesoro americano avrebbe poi collaborato con Tokyo sul mercato valutario per sostenere la valuta giapponese e ridurre la necessità di ulteriori vendite di titoli. Il Leviatano di Hobbes, si dice, piega al proprio volere anche gli attori più deboli. In questo caso, lo Stato americano si trova a dover modificare la propria politica in parte perché un importante creditore straniero potrebbe vendere troppi dei suoi titoli. La dipendenza finanziaria ribalta la consueta immagine del comando imperiale.

Le conseguenze si propagano rapidamente da Wall Street alla vita di tutti i giorni. I rendimenti dei titoli del Tesoro forniscono un punto di riferimento per il credito nell’intera economia americana. Quando il debito pubblico diventa più costoso, anche i mutui, i prestiti alle imprese, i finanziamenti auto e altre forme di credito al consumo tendono a diventare più cari. Marx dedicò gran parte del suo lavoro a ricondurre i movimenti astratti del capitale alle concrete relazioni della vita quotidiana. Un aumento del rendimento dei titoli del Tesoro a trent’anni appare come un numero sullo schermo di una borsa valori; in seguito si manifesta come la rata mensile di un mutuo, un acquisto di una casa non andato a buon fine, un conto della carta di credito più salato o un’azienda che accantona un investimento.

El-Erian interpreta quindi l’intervento del Tesoro tanto come un segnale politico quanto come una misura tecnica. Rendimenti più elevati acuiscono quella che lui definisce la “pressione sulla capacità di spesa” che grava sulle famiglie americane e potrebbero diventare un tema centrale nelle elezioni di medio termine per il Congresso. Le famiglie a basso reddito sono le più esposte, poiché il credito al consumo, spesso costoso, assorbe una quota maggiore del loro reddito e gli alti tassi ipotecari impediscono a un numero sempre maggiore di famiglie di acquistare una casa. Marx avrebbe trovato familiare questa ironia politica. Un governo persegue politiche in nome della propria base elettorale, mentre le conseguenze finanziarie ricadono pesantemente su quella stessa base. Molti elettori di Trump potrebbero quindi trovarsi a fronteggiare la crisi del debito attraverso le bollette mensili ben prima di rendersene conto attraverso le statistiche economiche.

L’intero sistema si basa ormai su una scommessa sulla crescita futura. Washington presume che un’America più ricca si farà carico dell’attuale debito federale. Le aziende di intelligenza artificiale scommettono in modo analogo che i profitti futuri giustificheranno i trilioni di dollari investiti oggi. I creditori accettano entrambe le scommesse finché i rendimenti attesi rimangono convincenti. Hobbes costruì il suo Leviatano per contenere la paura attraverso un’autorità politica indiscussa; l’America moderna ha costruito un Leviatano finanziario sostenuto dalla fiducia nel dollaro, nel debito del Tesoro e nella capacità produttiva dell’economia statunitense. Trump potrà anche comandare il governo, ma la creatura ha acquisito regole proprie. Man mano che il debito raggiunge livelli sempre più elevati e i creditori chiedono ricompense sempre maggiori, la domanda decisiva diventa brutalmente semplice: quanta fiducia nel futuro dell’America è ancora in vendita, e a quale prezzo?

La Russia è il ragazzo che gridava al lupo _ Il fardello dell’uomo bianco, di Eurosiberia

La Russia è il ragazzo che gridava al lupo

Come le minacce vuote distruggono la deterrenza

Constantin von Hoffmeister18 agosto
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L’ambasciata russa a Londra ha lanciato un nuovo avvertimento, questa volta in seguito alle notizie sull’utilizzo di droni a lungo raggio di fabbricazione britannica, forniti all’Ucraina, per attacchi in profondità all’interno della Russia. L’ambasciata ha affermato che il crescente ruolo della Gran Bretagna avrebbe comportato conseguenze e un prezzo più alto da pagare. Londra ha risposto ribadendo il proprio sostegno all’Ucraina. Berlino ha fornito una risposta altrettanto rivelatrice a un avvertimento separato del ministro degli Esteri russo Sergey Lavrov: i funzionari tedeschi hanno descritto le minacce russe come una retorica di routine e hanno affermato che il loro sostegno a Kiev rimarrà fermo. Questo scambio racchiude l’intero problema. Una minaccia perde di efficacia quando il pubblico a cui è destinata la percepisce come una consuetudine. La Russia può lanciare un avvertimento più severo dopo il prossimo attacco, e uno ancora più severo dopo quello successivo. L’Occidente impara così una semplice lezione: Mosca parla tanto, ma non passa ai fatti.

La deterrenza dipende dalla fiducia. Uno Stato può possedere migliaia di testate nucleari, immense forze convenzionali, missili in grado di raggiungere ogni capitale europea, eppure perdere credibilità a causa dei piccoli passi che conducono a una guerra più ampia. La Russia conserva una formidabile deterrenza strategica; la sua debolezza risiede nel terreno intermedio tra la protesta diplomatica e la catastrofe nucleare. I governi occidentali sono entrati ripetutamente in questo spazio. Armi un tempo considerate pericolosamente escalation sono diventate ordinarie: artiglieria avanzata, carri armati, missili a lungo raggio, F-16, autorizzazione ad attacchi sul territorio russo e ora droni di fabbricazione britannica utilizzati in profondità nel territorio russo. Nel maggio 2024, Vladimir Putin mise in guardia i governi occidentali dal permettere all’Ucraina di usare i propri missili contro il territorio russo, affermando che tale azione avrebbe potuto spingerli verso un coinvolgimento diretto. Mesi dopo, Washington autorizzò attacchi in profondità con armi americane. Ogni soglia superata ha reso più facile superare la successiva.

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La Gran Bretagna offre l’esempio più lampante. Sempre nel maggio 2024, Mosca convocò l’ambasciatore britannico dopo che David Cameron aveva affermato che l’Ucraina avrebbe potuto utilizzare armi britanniche contro obiettivi in ​​Russia. Il Ministero degli Esteri russo avvertì che installazioni e attrezzature militari britanniche in Ucraina e all’estero avrebbero potuto diventare bersaglio di attacchi. Più di due anni dopo, droni di fabbricazione britannica avrebbero colpito in profondità il territorio russo, mentre Londra rinnovava pubblicamente il suo impegno nei confronti di Kiev. Nessuna installazione britannica è mai stata colpita dalla Russia. Il divario tra avvertimento e conseguenza è quindi diventato evidente. Il governo britannico può calcolare in base all’esperienza. Esamina le precedenti dichiarazioni russe, le confronta con la successiva condotta russa e adegua la sua propensione al rischio. Ogni avvertimento che produce un altro comunicato diventa una prova per il prossimo ministro britannico che sosterrà che Mosca assorbirà un’ulteriore escalation.

Lavrov si trova ad affrontare lo stesso problema. Nel settembre 2024, esortò Washington a prendere sul serio le “linee rosse” russe, mentre gli Stati Uniti valutavano attacchi più in profondità con missili occidentali. Due mesi dopo, l’amministrazione Biden autorizzò l’Ucraina a utilizzare armi a lungo raggio americane in profondità nel territorio russo. La Russia rispose con una dottrina nucleare rivista e con la dimostrazione missilistica di Oreshnik, che dimostrò come Mosca possedesse ancora seri strumenti di escalation e di segnalazione. Ciononostante, il quadro politico generale rimase invariato. Le capitali occidentali scoprirono che il superamento di una linea rossa russa di solito produceva una linea rossa rivista, un nuovo avvertimento o una dimostrazione calibrata per evitare una guerra diretta con la NATO. Tale cautela potrebbe aver salvato l’Europa dalla catastrofe. Tuttavia, l’eccesso verbale ripetuto ha trasformato la cautela in un’apparenza di debolezza.

Dmitry Medvedev ha arrecato un danno ancora maggiore alla comunicazione russa. Il suo linguaggio ha ripetutamente sfiorato la fine del mondo. Nel maggio 2023, avvertì che le armi occidentali, sempre più distruttive, destinate all’Ucraina aumentavano il rischio di un'”apocalisse nucleare”. Un anno dopo, affermò che gli avvertimenti nucleari della Russia erano seri, mentre i governi occidentali allentavano le restrizioni sugli attacchi all’interno della Russia. Le armi continuavano ad arrivare. Le restrizioni continuavano ad allentarsi. L’apocalisse continuava ad allontanarsi. Un alto funzionario può usare un linguaggio simile solo un certo numero di volte prima che il pubblico straniero inizi a considerarlo pura messinscena. Medvedev potrebbe avere l’intenzione di spaventare i leader e l’opinione pubblica occidentali. L’effetto cumulativo può però essere l’opposto: ogni dichiarazione esagerata che passa alla storia senza essere eguagliata dagli eventi sminuisce il valore della successiva. Una potenza nucleare trae ben poco vantaggio dal rendere il linguaggio nucleare una cosa normale.

Lo stesso Putin rappresenta un caso diverso. La sua moderazione è stata spesso più seria della retorica che lo circonda. Sembra aver compreso un fatto di cui molti politici occidentali parlano con troppa leggerezza: l’escalation tra potenze nucleari può passare da una pressione controllata a un disastro irreversibile con una velocità terrificante. Nel giugno 2024, parlò di misure reciproche, inclusa la possibilità di fornire armi a lungo raggio a stati o attori in grado di minacciare infrastrutture occidentali sensibili. Nell’agosto 2026, la minaccia speculare non si era ancora concretizzata pubblicamente. Tale moderazione può riflettere prudenza, pazienza strategica, pressioni cinesi, priorità militari o la convinzione che una rappresaglia diretta contro gli interessi della NATO comporti un rischio eccessivo. Ognuna di queste ragioni può essere razionale. L’errore sta nell’abbinare la moderazione a ripetute minacce massimaliste. Un leader cauto ha bisogno di un linguaggio cauto. Altrimenti la prudenza inizia ad assomigliare all’esitazione.

È qui che la favola del ragazzo che gridava al lupo si rivela utile. L’errore del ragazzo non risiedeva tanto nelle parole in sé, quanto nell’aver distrutto il legame tra segnale ed evento. Mosca ha permesso che questo legame si indebolisse. Lavrov minaccia metodi più duri. Medvedev invoca la distruzione planetaria. Le ambasciate promettono conseguenze. Poi arriva un’altra spedizione, un’altra restrizione scompare, un altro attacco si spinge più in profondità nel territorio russo e il ciclo ricomincia. Il 14 agosto 2026, Lavrov ha ribadito che la Russia avrebbe intensificato gli sforzi contro il sostegno occidentale al sistema militare di Kiev. La Germania ha risposto che il suo sostegno sarebbe continuato, mentre la Gran Bretagna ha ribadito lo stesso messaggio dopo l’ultima controversia sui droni. I funzionari occidentali ora parlano come persone convinte di aver imparato lo schema. Questa convinzione crea pericolo, perché la fiducia nella moderazione dell’avversario può diventare tanto sconsiderata quanto la fiducia nella propria forza.

La Russia può ricostruire la propria credibilità innanzitutto attraverso la disciplina verbale. Mosca dovrebbe riservare le minacce pubbliche alle soglie che lo Stato ha già deciso di difendere con azioni specifiche e proporzionate. Ogni altra controversia può essere gestita attraverso dichiarazioni programmatiche, proteste diplomatiche, preparazione militare e comunicazione discreta. L’avvertimento più forte è spesso quello raro. Un governo che parla con calma per mesi e poi traccia una linea precisa attira maggiore attenzione di un governo che annuncia conseguenze storiche ogni settimana. Una tale politica tutelerebbe anche il margine di manovra di Putin. Potrebbe scegliere la moderazione quando questa è utile alla Russia, evitando lo spettacolo di ministri che promettono punizioni seguite solo da un altro avvertimento. La credibilità cresce quando parole e azioni mantengono una relazione visibile. Il compito è quindi meno gravoso che inventare una nuova, terrificante minaccia. La Russia ha bisogno di meno minacce e maggiore coerenza.

Il secondo requisito è la proporzionalità. La credibilità può essere ricostruita ben al di sotto del livello di un attacco missilistico a Londra, Berlino o qualsiasi capitale della NATO; un attacco diretto a uno Stato membro della NATO potrebbe aprire la strada a una guerra generale. La Russia dispone di molti strumenti di deterrenza meno incisivi: cambiamenti nell’assetto militare, dispiegamenti visibili, restrizioni reciproche, declassamenti diplomatici, misure economiche, maggiore sostegno ai partner e risposte convenzionali all’interno del teatro operativo esistente, mirate alle capacità militari legate ad attacchi sul territorio russo. La chiave sta nella pianificazione preventiva. Se Mosca identifica una particolare categoria di escalation e dichiara una conseguenza misurata, tale conseguenza dovrebbe essere applicata quando la soglia viene superata. La risposta può rimanere limitata. Può persino apparire blanda. La deterrenza deriva più dall’affidabilità che dalla spettacolarizzazione. Una conseguenza modesta, attuata con costanza, ha un peso maggiore di una conseguenza apocalittica annunciata solo a parole.

Il terzo requisito è ristabilire la distanza dal linguaggio nucleare. L’arsenale nucleare russo parla già da sé. La sua esistenza pone un limite invalicabile a una guerra diretta tra NATO e Russia. I frequenti riferimenti alla distruzione nucleare offuscano tale limite e rendono più difficile interpretare gli avvertimenti, anche quelli meno significativi. Il contributo più importante di Putin potrebbe quindi essere il suo istinto di moderazione, a patto che il resto della leadership russa impari a parlare con lo stesso tono. Il vero pericolo deriva dalla possibilità che Londra, Berlino, Washington e Kiev finiscano per considerare ogni avvertimento russo come rumore di fondo, per poi oltrepassare un limite che Mosca riterrà infine vitale. In quel momento, entrambe le parti potrebbero scoprire che anni di retorica teatrale avevano celato una soglia reale. Una Russia credibile renderebbe quella soglia più chiara molto prima che qualcuno la raggiunga. Il ragazzo che gridava al lupo diventa pericoloso quando il villaggio smette di ascoltare e il lupo finalmente arriva.

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Il nuovo fardello dell’uomo bianco

Il liberalismo è razzismo.

Constantin von Hoffmeister20 agosto∙Pagato
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Una visione irenica del mondo privo del “fardello dell’uomo bianco” che induce ad una visione irenica del multipolarismo_Giuseppe Germinario

Rudyard Kipling pubblicò la sua poesia “Il fardello dell’uomo bianco” nel 1899, all’apice della fiducia imperialista europea e durante la conquista americana delle Filippine dopo la guerra ispano-americana. La poesia esortava gli Stati Uniti ad assumersi le responsabilità dell’impero e a governare popolazioni che Kipling descriveva come “popoli appena conquistati e scontrosi”. Il suo linguaggio apparteneva a un’epoca in cui la gerarchia razziale poteva manifestarsi apertamente nel dibattito politico. L’impero si presentava come sacrificio. Il conquistatore portava scuole, strade, medicina, cristianesimo, amministrazione e legge; il conquistato riceveva la civiltà dall’alto. Questa narrazione trasformava il dominio in dovere e l’espansione in servizio morale. Kipling colse quindi qualcosa di più ampio della politica del suo tempo. Diede forma poetica a una convinzione occidentale ricorrente: una civiltà può dichiarare universale la propria esperienza storica, giudicare gli altri popoli secondo tale criterio e acquisire un diritto morale a rimodellarli. L’eurasianesimo si avvicina alla poesia da questo livello più profondo. Le uniformi, le bandiere, le istituzioni e il vocabolario dell’impero sono cambiati dai tempi di Kipling, mentre il presupposto civilizzazionale alla base della sua poesia è ancora presente nel pensiero politico occidentale contemporaneo. Il fardello ha acquisito un nuovo nome, un nuovo linguaggio e nuovi strumenti.

La versione moderna si esprime nel linguaggio della democrazia liberale, dei diritti umani, della società civile, della modernizzazione, dell’inclusione, della governance globale e dell’ordine internazionale basato sulle regole. Questi concetti hanno radici storiche ben precise, in gran parte nell’Europa occidentale e nel Nord America. L’individualismo liberale è nato dai conflitti religiosi europei, dall’Illuminismo, dalla società commerciale, dalle lotte costituzionali, dall’industrializzazione e dall’ascesa del moderno Stato borghese. Col tempo, le istituzioni politiche occidentali hanno iniziato a presentare questo percorso come la destinazione naturale dell’umanità. I ​​Paesi venivano classificati in base alla loro vicinanza agli standard occidentali in materia di elezioni, mercati, rapporti di genere, organizzazione dei media, politiche per le minoranze, prassi giudiziaria e valori sociali. I governi che si muovevano verso questo modello venivano elogiati come riformatori. I governi che difendevano un altro ordine sociale venivano etichettati come autoritari, illiberali, reazionari o canaglia. Il vocabolario è cambiato, ma la vecchia gerarchia è rimasta visibile. L’amministratore vittoriano un tempo misurava i popoli in base al cristianesimo, al commercio e ai costumi europei. L’establishment liberale moderno li misura in base al liberalismo costituzionale, all’autonomia individuale, all’integrazione del mercato e alle norme sociali occidentali contemporanee. In entrambi i casi, una civiltà si autoproclama esaminatrice mentre il resto dell’umanità entra nella sala d’esame.

Questa gerarchia opera attraverso istituzioni ben più sottili dell’ufficio del governatore coloniale. I media globali plasmano la reputazione. Le università formano le élite politiche e amministrative. Le fondazioni finanziano programmi politici e culturali. Le organizzazioni internazionali elaborano standard e classifiche. Gli istituti finanziari pongono condizioni ai prestiti e ai programmi di sviluppo. Le sanzioni limitano il commercio, l’attività bancaria, la tecnologia, i viaggi e l’accesso ai mercati internazionali. Il riconoscimento diplomatico e la partnership economica spesso comportano aspettative politiche. Le alleanze militari estendono l’influenza strategica ben oltre i confini dei loro membri principali. Il linguaggio umanitario può accompagnare l’intervento militare, le politiche di cambio di regime o l’isolamento diplomatico. Ogni strumento è diverso dalla cannoniera e dall’esercito coloniale, eppure ognuno può servire allo stesso scopo civilizzazionale se inserito in un progetto politico universalista. Il potere acquisisce maggiore efficacia quando si presenta come moralità. Un governo può resistere a un esercito con soldati, carri armati e fortificazioni. La resistenza diventa più difficile quando la pressione politica arriva attraverso le scuole, l’intrattenimento, le reti bancarie, le associazioni professionali, le piattaforme tecnologiche, il prestigio culturale e la promessa di appartenenza a un mondo moderno presumibilmente universale. L’impero diventa più forte quando i suoi sudditi iniziano a ripeterne le categorie.

Da una prospettiva eurasianista, questo sistema porta con sé una dimensione razziale in un senso più ampio di civiltà. L’universalismo liberale moderno raramente si esprime attraverso teorie razziali biologiche. La sua gerarchia opera attraverso giudizi sulla maturità politica, lo sviluppo culturale e il progresso storico. Una società si erge al vertice della storia e altre appaiono in fasi precedenti dello stesso percorso. Il linguaggio della razza cede il passo al linguaggio del progresso, eppure la struttura del giudizio rimane familiare. Una società tradizionale organizzata attorno alla religione, alla famiglia, al dovere comunitario, all’autorità ereditaria o alla sacralità della regalità può apparire imperfetta perché l’individualismo liberale fornisce il metro di giudizio. Una civiltà che valorizza la continuità collettiva rispetto alla scelta individuale appare repressiva. Uno stato che pone la sovranità al di sopra delle istituzioni sovranazionali appare pericoloso. Una cultura che custodisce codici morali ereditati appare arretrata. Il presupposto alla base di questi giudizi merita attenzione: la modernità occidentale diventa la meta, mentre le altre civiltà diventano versioni incompiute dell’Occidente. L’eurasianista rifiuta questa visione lineare della storia. Russia, Cina, India, Iran, il mondo islamico, Africa, America Latina e le civiltà dell’Asia orientale custodiscono memorie, religioni, forme politiche, strutture sociali e visioni del senso dell’esistenza umana distinte. Il loro valore deriva dalla loro stessa esistenza storica.

Le culture tradizionali diventano quindi centrali nella disputa. L’universalismo liberale tende a considerare costumi e forme ereditate come assetti temporanei soggetti a continue riforme secondo principi universali. L’eurasiatismo considera la civiltà come qualcosa di più profondo. Lingua, religione, ascendenza, mito, diritto, paesaggio, memoria storica, struttura familiare, architettura, letteratura, rituali ed esperienza collettiva creano un mondo attraverso il quale un popolo comprende se stesso. Questi elementi costituiscono più di un semplice folklore decorativo. Plasmano il significato di autorità, libertà, obbligo, sacrificio, bellezza, giustizia e morte. Le civiltà possono quindi giungere a risposte diverse a questioni politiche fondamentali. Una può enfatizzare i diritti individuali; un’altra i doveri verso la famiglia e la comunità. Una può separare nettamente la religione dal governo; un’altra può considerare l’autorità religiosa come parte essenziale dell’ordine pubblico. Una può definire il progresso attraverso l’espansione tecnologica ed economica; un’altra può valorizzare la continuità etnica e la disciplina spirituale. Il pensiero multipolare conferisce dignità politica a queste differenze. Tratta la civiltà come plurale. L’umanità diventa un campo di mondi storici distinti, ciascuno capace di parlare con la propria voce e di determinare il proprio futuro.

Il carattere imperialista dell’universalismo liberale emerge con maggiore chiarezza quando l’influenza culturale si fonde con il potere coercitivo. L’impero del XIX secolo annetteva territori e insediava amministratori. L’ordine egemonico contemporaneo può perseguire l’obbedienza attraverso sistemi monetari, sanzioni, accesso al mercato, restrizioni tecnologiche, alleanze militari, pressioni diplomatiche, campagne informative e reti di influenza politica. Uno Stato preso di mira da tali misure si trova di fronte alla scelta tra adattamento e resistenza. La riforma acquisisce quindi un significato geopolitico. Privatizzazione, ristrutturazione elettorale, cambiamenti nell’istruzione, politica dei media, codici legali, diritto di famiglia e allineamento della politica estera possono diventare condizioni per l’ingresso in un ordine eurocentrico. Il processo va oltre il governo perché mira all’immaginario sociale stesso. Un sistema egemonico di successo insegna alle élite straniere a guardare alle proprie società attraverso categorie importate. Le loro tradizioni iniziano ad apparire imbarazzanti, i loro antenati provinciali, le loro istituzioni politiche obsolete e il loro futuro dipendente dall’imitazione. L’eurasianesimo identifica questa condizione come una forma di colonizzazione spirituale. L’impero territoriale cercava terre e risorse. L’impero ideologico cerca di definire i parametri in base ai quali i popoli giudicano la realtà.

La poesia di Kipling appartiene dunque sia al presente che al passato. L’ufficiale imperiale e l’interventista umanitario parlano dialetti diversi dello stesso linguaggio morale quando entrambi presuppongono che una civiltà superiore abbia la responsabilità di riorganizzare un’altra società. L’amministratore coloniale prometteva ordine, istruzione, igiene e commercio. Il missionario liberale contemporaneo promette democrazia, diritti, mercati, trasparenza, diversità e modernizzazione. Entrambi possono credere sinceramente nei doni che offrono. La sincerità cambia poco nel rapporto di potere. Una dottrina diventa imperialista quando i suoi sostenitori rivendicano un’autorità universale e acquisiscono i mezzi per punire le civiltà che scelgono un’altra strada. Le sanzioni diventano allora lezioni, gli interventi diventano missioni di salvataggio, la pressione politica diventa promozione della democrazia e la trasformazione culturale diventa emancipazione. La questione centrale riguarda la sovranità: chi possiede l’autorità di definire la buona vita per un popolo? L’eurasiatismo offre una risposta chiara. I russi possiedono tale autorità per la Russia, i cinesi per la Cina, gli indiani per l’India, gli iraniani per l’Iran e ogni civiltà storica per se stessa. La cooperazione inizia quando le civiltà si incontrano come soggetti della storia, piuttosto che come allievi riuniti di fronte a un unico maestro.

Da questo principio scaturisce un mondo multipolare. Un mondo di questo tipo contiene diversi centri di civiltà e di potere, ciascuno radicato nella propria storia e capace di costruire istituzioni politiche adatte al proprio carattere. Le relazioni tra questi centri possono includere commercio, diplomazia, rivalità, alleanze, competizione e scambio culturale. Un autentico pluralismo emerge perché un modello perde la sua pretesa di autorità suprema sull’umanità. Il “fardello” di Kipling subisce quindi un’inversione definitiva. Il compito della civiltà potente consiste nel dominare la propria sete di universalità. L’Occidente può contribuire con scienza, filosofia, arte, tecnologia, idee politiche e conoscenze economiche come una grande civiltà tra le tante. La Russia può contribuire con le sue eredità ortodossa, slava, eurasiatica e sovietica. La Cina può attingere alle tradizioni confuciane, socialiste e di civiltà. L’India può esprimersi attraverso i suoi antichi mondi filosofici e religiosi. Le civiltà islamiche possono ordinare la vita pubblica secondo i propri principi storici. L’Africa e l’America Latina possono recuperare forme politiche derivanti dalla propria esperienza. La diversità umana diventa quindi il fondamento dell’ordine internazionale. La multipolarità ci attende una volta sconfitto l’imperialismo!

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Solo le armi nucleari garantiscono la sovranità _ di Constantin von Hoffmeister

Solo le armi nucleari garantiscono la sovranità

La logica del potere nella multipolarità darwiniana

Constantin von Hoffmeister30 luglio∙Pagato
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La sovranità nel mondo contemporaneo si fonda sulle armi nucleari. Ogni Stato che acquisisce un arsenale nucleare affidabile ottiene la capacità di dissuadere eserciti stranieri dall’attraversare i propri confini. Le armi nucleari innalzano il costo dell’aggressione a livelli tali da minacciare la sopravvivenza nazionale o infliggere danni catastrofici a qualsiasi aggressore. Questa realtà pone gli Stati dotati di armi nucleari in una posizione di sicurezza duratura contro la conquista convenzionale. La storia registra esempi successivi di questo effetto protettivo attraverso continenti e decenni, dai primi scontri della Guerra Fredda in poi. Il possesso di armi nucleari costituisce quindi il fondamento della vera indipendenza per le nazioni che aspirano a perdurare come attori sovrani. Gli Stati che padroneggiano la produzione e l’impiego di queste armi entrano a far parte di un gruppo ristretto in grado di plasmare il proprio destino tra le pressioni della rivalità tra le grandi potenze. La qualità decisiva della capacità nucleare risiede nella sua capacità di trasformare la vulnerabilità in inviolabilità attraverso l’enorme portata della potenziale distruzione.

La logica della deterrenza nucleare si basa sulla certezza della distruzione reciproca. Un aggressore che si trova ad affrontare una superpotenza dotata di armi nucleari si confronta con la prospettiva della completa distruzione delle proprie città e della propria popolazione. Questo calcolo blocca la pianificazione militare sulla soglia dell’invasione. La superiorità convenzionale perde valore una volta che la rappresaglia nucleare diventa possibile, poiché carri armati e aerei cedono di fronte alla minaccia delle testate strategiche. Gli Stati che dipendono esclusivamente dalle forze convenzionali si trovano a dover fare i conti con le potenze più forti e sono costretti ad accettare posizioni subordinate nelle gerarchie regionali. Le armi nucleari ribaltano questa situazione di vulnerabilità e garantiscono una sicurezza permanente a chi le detiene. L’effetto deterrente si estende oltre il campo di battaglia, abbracciando l’intero spettro della coercizione politica ed economica. I leader delle potenze nucleari acquisiscono la libertà di perseguire gli interessi nazionali con fiducia, sapendo che le minacce esistenziali rimangono al di fuori della portata dei mezzi militari ordinari.

Cosa succede quando uno Stato abbandona l’unico strumento che effettivamente ne garantisce la sopravvivenza?

L’Ucraina è emersa dal crollo dell’Unione Sovietica con il terzo arsenale nucleare più grande del pianeta, comprendente migliaia di testate e sofisticati sistemi di lancio ereditati dall’Unione Sovietica, l’ex superpotenza. Il mantenimento di tali testate e sistemi di lancio avrebbe costretto la Federazione Russa a condurre la propria politica estera nei confronti di Kiev con estrema cautela e nel rispetto dei confini stabiliti. John Mearsheimer ha esposto questa tesi nel suo saggio “The Case for a Ukrainian Nuclear Deterrent” (Il caso di un deterrente nucleare ucraino), pubblicato su Foreign Affairs nel 1993. Egli spiegava che un’Ucraina dotata di armi nucleari avrebbe stabilizzato la regione, negando alla Russia qualsiasi prospettiva di facile vittoria e costringendo Mosca a trattare il suo vicino come un pari in termini strategici. L’Ucraina ha quindi trasferito le proprie armi nucleari alla Russia in base ai termini del Memorandum di Budapest, ricevendo in cambio formali garanzie di integrità territoriale. Le operazioni militari russe che ne sono seguite negli anni successivi dimostrano la capacità predittiva del ragionamento di Mearsheimer e illustrano le conseguenze dello scambio di deterrenza fisica con promesse diplomatiche. Il mantenimento di un arsenale nucleare avrebbe alterato gli equilibri di potere nell’Europa orientale fin dall’inizio dell’indipendenza.

Mearsheimer basò la sua tesi sulle realtà strutturali della politica internazionale e sui modelli consolidati di comportamento delle grandi potenze. Osservò che l’Ucraina condivideva un lungo confine con un vicino più grande e storicamente assertivo, dotato di forze convenzionali superiori e di una tradizione di dominio regionale. Le armi nucleari avrebbero fornito all’Ucraina i mezzi per compensare la superiorità numerica russa in termini di forze convenzionali e per innalzare la posta in gioco di un eventuale conflitto a un livello inaccettabile per la Russia. Il saggio e la realtà dimostrano che le sole difese convenzionali rendono l’Ucraina dipendente dalle promesse di sostegno esterno di alleati lontani, i cui interessi potrebbero divergere dalla sopravvivenza dell’Ucraina. Mearsheimer individuò nel possesso di armi nucleari la via più affidabile per la sopravvivenza dell’Ucraina come stato sovrano capace di prendere decisioni in modo indipendente. I successivi sviluppi nell’Europa orientale convalidano il nucleo della sua analisi e confermano la perdurante rilevanza della sua tesi principale sul potere protettivo degli arsenali nucleari. Il suo ragionamento si rifà alla più ampia tradizione realista che considera la capacità militare come l’arbitro ultimo della sicurezza dello stato in un sistema anarchico.

La Corea del Nord ha sviluppato armi nucleari nel corso di diversi decenni di sforzi determinati, superando ostacoli tecnici e isolamento internazionale grazie a investimenti costanti nella produzione di materiale fissile e nella tecnologia missilistica. Questo arsenale plasma ora la strategia americana nei confronti della penisola coreana e limita le opzioni a disposizione di Washington e dei suoi alleati. Gli Stati Uniti conducono la propria politica nella piena consapevolezza delle forze nucleari sotto il controllo di Pyongyang, inclusa la capacità di lanciare missili a lungo raggio contro obiettivi distanti. I pianificatori militari americani hanno calcolato le catastrofiche conseguenze di qualsiasi attacco contro il territorio nordcoreano, tenendo conto della quasi certezza di attacchi di rappresaglia contro i centri abitati e le basi regionali. Di conseguenza, gli Stati Uniti convogliano le proprie risorse nella diplomazia e nel contenimento piuttosto che in una guerra aperta, mantenendo un atteggiamento di impegno misurato. La capacità nucleare della Corea del Nord preserva quindi il governo e l’integrità territoriale dello Stato contro interferenze esterne, garantendo al contempo alla sua leadership lo spazio necessario per gestire le pressioni interne ed esterne. Questo esempio dimostra chiaramente come lo status nucleare elevi una potenza minore a una posizione di parità strategica con rivali più grandi.

La Libia sotto Muammar Gheddafi perseguì un programma di armi nucleari che attirò l’attenzione e le pressioni internazionali. La decisione di abbandonare tale programma aprì il paese all’intervento esterno di coalizioni pronte a sfruttare la conseguente vulnerabilità. Le forze della coalizione in seguito deposero Gheddafi e lo uccisero nel contesto del conflitto interno e delle campagne aeree straniere. Il possesso di armi nucleari da parte della Libia avrebbe alterato tale sequenza di eventi, introducendo un elemento di rischio reciproco in qualsiasi potenziale calcolo militare. Una Libia dotata di armi nucleari avrebbe costretto i potenziali intervenienti a valutare il rischio di devastazione radioattiva sul proprio territorio e sulle forze sotto il loro comando. Gheddafi avrebbe continuato a governare il suo paese sotto la protezione di un deterrente nucleare, garantendo sia la propria sopravvivenza personale sia la continuità dello Stato libico come attore indipendente. Il contrasto tra il corso effettivo degli eventi e il percorso alternativo sottolinea il ruolo decisivo della capacità nucleare nel preservare i governi che si trovano ad affrontare una determinata opposizione esterna.

L’attuale ordine internazionale si configura come una multipolarità darwiniana in cui la competizione tra i principali centri di potere definisce il carattere della politica globale. Diversi poli sovrani (superpotenze o stati-civiltà) si contendono il primato in ambito economico, militare e culturale. Il potere determina l’esito di ogni scontro tra questi attori, rendendo le rivendicazioni morali e gli assetti istituzionali secondari rispetto alla capacità materiale. Ogni polo cerca di massimizzare la propria capacità di sopravvivenza ed espansione in un sistema che premia la forza e penalizza la debolezza. In questo contesto, l’acquisizione di armi nucleari emerge come un passo razionale e necessario per qualsiasi stato che aspiri a un’autonomia duratura. Gli stati che si dotano di forze nucleari entrano a far parte di coloro che sono in grado di dettare le proprie condizioni, anziché accettarle da concorrenti più forti. La corsa al possesso di armi nucleari deriva direttamente dalla struttura del sistema stesso e diventa la logica espressione della lotta per il potere tra attori di portata civile. I modelli storici di formazione di alleanze e di competizione per gli armamenti rafforzano questa dinamica, alimentando la proliferazione come naturale risposta alle pressioni multipolari.

Prima dei recenti eventi, l’Iran orientava la propria politica di difesa verso una serie di mezzi convenzionali e asimmetrici, investendo in forze missilistiche, reti di agenti per procura e operazioni di influenza regionale come strumenti primari di sicurezza. Gli attacchi non provocati di Stati Uniti e Israele contro obiettivi iraniani hanno trasformato questo approccio, mettendo in luce i limiti di tali strategie precedenti di fronte a colpi diretti contro infrastrutture critiche. I leader iraniani ora considerano senza dubbio le armi nucleari come lo strumento essenziale per la sopravvivenza nazionale e la garanzia della continuità dello Stato contro futuri attacchi. Gli attacchi dimostrano chiaramente la vulnerabilità degli Stati che si affidano esclusivamente alle forze convenzionali di fronte a potenze lontane capaci di proiettare la propria influenza su più continenti. L’Iran sta quindi accelerando i suoi sforzi per padroneggiare l’intero ciclo del combustibile nucleare e la tecnologia delle testate, convogliando risorse scientifiche e industriali verso il raggiungimento di un deterrente credibile. Il desiderio di un arsenale nucleare occupa ora con ogni probabilità il centro della pianificazione strategica iraniana e influenza sia gli impegni diplomatici che i preparativi militari. Questo cambiamento riflette la logica più ampia secondo cui solo lo status nucleare conferisce la capacità di dissuadere gli attori più potenti del sistema internazionale.

Lo schema che emerge da questi casi rivela un’unica verità costante sui fondamenti della moderna arte di governo. Le armi nucleari forniscono il margine decisivo tra sottomissione e indipendenza in un’arena in cui il potere materiale determina gli esiti politici. In un’arena multipolare definita da una lotta perpetua tra poli sovrani, ogni Stato serio si trova di fronte allo stesso imperativo di acquisire i mezzi per la deterrenza definitiva. La logica dell’autoconservazione guida l’espansione degli arsenali nucleari come risposta razionale alla realtà della competizione e all’assenza di un’autorità superiore. Le nazioni che completano questo processo si assicurano un posto tra i poli sovrani del sistema e acquisiscono la capacità di perseguire i propri interessi liberi da coercizioni esistenziali. Il futuro della politica internazionale si dispiega quindi come una competizione tra Stati-civiltà dotati di armi nucleari, le cui interazioni si basano sul riconoscimento reciproco della capacità distruttiva. La sovranità appartiene a coloro che detengono l’arma definitiva e che, in tal modo, stabiliscono le condizioni per un’autonomia duratura in un mondo governato da un autentico equilibrio di potere.

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Il campo dei santi in diretta

L’invasione continua, il suicidio accelera

Constantin von Hoffmeister31 luglio
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L’Europa occidentale si sta suicidando, e i sessantamila migranti africani che hanno appena sbarcato a Ceuta ne sono solo l’ultima prova. Mentre le forze spagnole cedono, i politici del continente rilasciano dichiarazioni, le telecamere riprendono, e non si fa nulla di concreto. L’invasione continua perché letteralmente nessuno è disposto a fermarla. Questa è la fase terminale di una civiltà che ha già deciso di morire.

Le linee di polizia stanno cedendo sotto il peso dei numeri; le case vengono prese d’assalto, le proprietà distrutte e le forze locali faticano a mantenere anche l’ordine più elementare. Le figure della destra europea rilasciano le dichiarazioni previste. Alice Weidel dell’AfD indica la Germania come destinazione ovvia e chiede la chiusura immediata delle frontiere e deportazioni spietate. Herbert Kickl del Partito della Libertà Austriaco dichiara che solo una “Fortezza Austria” può rispondere all’ininterrotta serie di fallimenti dell’UE. Marine Le Pen e Jordan Bardella del Rassemblement National promettono di “riformare Schengen” e di riservare la libera circolazione ai soli cittadini dell’UE. Nigel Farage indica i giovani nei video e prevede che presto si raduneranno a Calais. Geert Wilders la definisce un'”invasione islamica” e chiede il rimpatrio dell’intera massa. La retorica è uniforme, l’urgenza teatrale, il risultato pratico finora identico a ogni crisi precedente.

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Letteralmente NESSUNO in Europa è DAVVERO intenzionato a fermare tutto questo. Governi e oppositori si limitano a guardare lo spettacolo che si svolge davanti ai loro occhi. Non si materializza alcuna difesa, non emerge alcuna reazione organizzata, assolutamente nulla interrompe il flusso. Lo spettacolo è triste e inevitabile. Oswald Spengler lo ha descritto ne ” Il tramonto dell’Occidente” . L’immigrazione di massa è un sintomo del declino, non la causa. La civiltà occidentale è entrata nella sua fase invernale; il processo segue una legge ferrea e non può essere invertito. Un ottantenne non torna ad essere sedicenne, e l’Occidente non recupera la vitalità che ha già dilapidato. L’indifferenza non è limitata all’élite. La maggior parte degli europei comuni condivide la stessa letargia. Il parallelo è con l’Impero romano nella sua fase terminale, quando la città stessa era composta per l’ottanta per cento da stranieri e solo per il venti per cento da romani. Persino allora, l’imperatore si rivolgeva a un’umanità astratta piuttosto che al popolo romano. Oggi il culto dell’universalismo continua a divorare l’Occidente. La fine è vicina ancora una volta.

Il di Jean Raspail Il Campo dei Santi rimane la più chiara simulazione narrativa della stessa sequenza. In quel romanzo, le flottiglie arrivano, le autorità si paralizzano, il vocabolario morale si rivolta contro gli indigeni europei e la civiltà francese si dissolve sotto il peso di una massa a cui si rifiuta di opporsi. I lettori che tornano al libro dopo ogni nuova ondata nel Mediterraneo notano quanto poca invenzione sia stata necessaria. I commenti che si accumulano attorno al Campo dei Santi sono di per sé rivelatori: ruotano incessantemente attorno all’accuratezza della previsione, mentre la realtà da essa descritta continua ad espandersi. Il romanzo non funziona più come un monito; ora funziona come una diagnosi già confermata.

Gran parte dei cosiddetti partiti di “destra” denunciano ferocemente l’immigrazione di massa durante la campagna elettorale, eppure, una volta al potere, non fanno assolutamente nulla. Questo fenomeno si è guadagnato il termine “effetto Melonizzazione”. Sia Giorgia Meloni che Donald Trump hanno parlato con retorica estrema delle misure concrete che avrebbero adottato contro l’invasione. Entrambi hanno infranto quelle promesse nel momento stesso in cui hanno preso il potere. Il divario tra il linguaggio dell’opposizione e la pratica di governo non è più sorprendente; è strutturale. I partiti esistono per incanalare la rabbia popolare in canali innocui, mentre la trasformazione demografica di fondo procede indisturbata. La grande sostituzione è reale.

Si tratta di un’espansione imperialista nella sua forma classica: le energie occidentali rimangono concentrate sul tentativo di sottomettere o riorganizzare terre lontane, mentre il centro stesso sprofonda sempre più nella decomposizione. L’Impero romano ne è un esempio lampante: la stessa potenza che un tempo proiettava la propria influenza su tre continenti scoprì che la propria capitale era diventata irriconoscibile dal punto di vista demografico e culturale. L’Occidente contemporaneo ripete questo schema con solo lievi variazioni.

Le dichiarazioni dei partiti di destra servono dunque a un duplice scopo. Da un lato, registrano la portata della crisi e, dall’altro, dimostrano i limiti della risposta politica disponibile nell’ordine attuale. Gli appelli alla chiusura delle frontiere, alla sospensione di Schengen, al rimpatrio di ogni nuovo arrivato, restano parole pronunciate nel vuoto. L’apparato statale continua a gestire i flussi in entrata; i tribunali e le burocrazie continuano a operare secondo i vecchi presupposti universalistici; l’aritmetica demografica prosegue il suo inesorabile corso.

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La religione delle frontiere aperte

Il vero motore delle migrazioni di massa

Constantin von Hoffmeister2 agosto∙Anteprima
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La crisi migratoria artificiale è diventata uno degli spettacoli emblematici della nostra epoca, ripetuta così spesso che ogni rappresentazione segue un copione pressoché identico. Nel 2010, il leader libico Muammar Gheddafi si trovò accanto al Primo Ministro italiano Silvio Berlusconi a Roma e dichiarò che l’Europa avrebbe dovuto pagare alla Libia cinque miliardi di euro all’anno se avesse voluto rimanere europea. Parlò senza esitazione dei milioni di persone in attesa di attraversare il confine dall’Africa, descrivendo un numero enorme di migranti poveri e non istruiti il ​​cui arrivo, a suo dire, avrebbe trasformato radicalmente il continente. Avvertì che l’Europa avrebbe cessato di essere riconoscibilmente europea e chiese quale risposta avrebbero potuto offrire le nazioni bianche e cristiane una volta che un simile movimento avesse preso il sopravvento. Evocò il ricordo delle invasioni barbariche che avevano rovesciato l’antico ordine romano, presentandosi come l’ultima barriera tra l’Africa e l’Europa. Berlusconi non offrì alcuna risposta significativa. Lo schema si diffuse rapidamente. Nel marzo 2020, il presidente turco Recep Tayyip Erdoğan aprì il confine vicino a Edirne e incoraggiò decine di migliaia di migranti a marciare verso la Grecia e la Bulgaria, molti dei quali trasportati lì da autobus organizzati dalle stesse autorità turche dopo essere stati radunati al confine orientale del paese. Il movimento servì da leva nelle controversie di Ankara con l’Unione Europea. Nel 2021, Alexander Lukashenko perfezionò ulteriormente il metodo organizzando voli charter da Baghdad e Damasco, rilasciando visti turistici, trasportando i migranti in autobus fino ai confini con la Polonia e la Lituania e allestendo campi dove attendevano l’opportunità di attraversare. In seguito al colpo di stato del 2023 in Niger, i nuovi governanti abolirono la legge che criminalizzava il trasporto di migranti attraverso il Sahara, smantellando il sistema sostenuto dall’Europa che aveva rallentato il flusso migratorio attraverso uno dei principali corridoi migratori africani. Leader diversi, paesi diversi, circostanze diverse, eppure sempre la stessa arma puntata contro lo stesso obiettivo.

Ma cosa succederebbe se il principale motore delle migrazioni di massa non si trovasse affatto al di fuori dell’Europa?…

Arriva la bomba_di WS

“Arriva la bomba che scoppia e rimbomba…” cantava Johnny Dorelli nei “formidabili ‘60 “ e questo articolo me l’ ha fatta tornare in mente. Descrive una situazione in cui l’elemento chiave è la capacità dell’ Iran di gestire a proprio piacimento il transito attraverso Hormuz; è così che l’Iran tiene tutti in scacco, compresa “l’amica” Cina che almeno un pedaggio politico glielo deve.

E non sembra proprio tanto facile sloggiarlo da lì, per altro “casa sua”.

Di questo particolarmente furioso ovviamente è Trump, la cui carriera politica ormai si può considerare chiusa COMUNQUE vadano le cose.

Immagino che, da “affarista” quale è, Trump avrà comunque trattato prima con i suoi “superiori” la sua PERSONALE “buonuscita”, anche se di queste garanzie non mi fiderei tanto. Un “ Trump morto” in un ” attentato iraniano “ sarebbe per LORO una buona “opportunità” per una “escalation” della quale parlerò dopo .

C’è però una incognita; noi non sappiamo quanto realmente l’Iran possa reggere al proprio martirio. D’altronde alla NATO in effetti occorsero 78 giorni di bombardamenti; la politica serba alla fine capitolò senza che le proprie forze di terra fossero state minimamente intaccate.

E anche l’ Iran è lasciata sola esattamente come la Serbia allora; il sostegno “russocinese” all’Iran non è di un livello tanto superiore a quello che fu dato allora alla Serbia, nonostante che per Russia e Cina la posta strategica sia ora molto più alta.



L’ unica differenza è che l’ Iran è molto più grosso della Serbia e occupa una posizione strategica assai superiore da cui può fare molto male agli ascari di U$rael ,compresa la furbesca Arabia Saudita sui cui cieli gli aerei U$raelani volano e si riforniscono senza problemi.

Il mio giudizio quindi rimane “open”; è al contempo pessimista perché alla fine l’Iran sarà in qualche modo sconfitto; non potrà più reggere il massacro della propria popolazione civile. Anche “ottimista”, però e comunque in quanto, se l’Iran riuscirà a resistere almeno un altro mesetto sarà dimostrato che non potrà essere occupato da U$rael e tantomeno dai dispregevoli loro “alleati” e in realtà servi.

L’Iran insomma resterà dove è sempre stato, uno stato unitario , seppure in una condizione di ” stato fallito”, ma comunque sempre una gigantesca pietra sullo stomaco di tutti quanti gli altri che ne usciranno tutti strategicamente sconfitti .

In primis gli “amici” dell’ Iran che NON gli avranno fornito gli aiuti dovuti; i vari SCO/BRICS che da allora saranno solo “sigle” politicamente defunte.

In secundis i “vicini” sunniti che ne usciranno completamente destabilizzati, ridotti a semplici “pompe di benzina” senza alcuna rilevanza politica, esattamente come la Libia e il Sudan. Ed in più , come giusta punizione , anche facili prede del colonialismo ebraico.

In tertiis saranno strategicamente sconfitti anche i “vincitori” .

Israele, in quanto non avrà più nessuna preminenza e nessuna attrattiva. Sarà un “paria”, seppur ancora temuto , odiato da tutto il mondo a cominciare da chi lo ha servito rimediandone un danno senza ritorno.

E ovviamente sconfitti anche gli americani che non potranno più considerarsi padroni del MO e sconfitti quindi anche nell’idea di poter strangolare energeticamente un’Asia sempre più potente .

Ed infine altrettanto ovviamente , non solo sconfitti ma anche annientati saranno gli €uropoidi, questi SSS “, Servi dei Servi di Sion.

In questo quadro disastroso che alla fine deprimerà “in un modo o nell’ altro” il nostro futuro per molti anni ci può essere un’aggravante; laddove U$rael si illudesse di evitare la propria “vittoria di Pirro ” con un eclatante impiego del “nucleare” a cui io peraltro penso che l’ Iran si sia già preparato con la “controrisposta”.

Questo si che sarebbe, per dirla eufemisticamente, “ un guaio grosso”; da quel momento non sarà più possibile far tornare il “genio nella lampada “.

Che “le bombe” le tirino direttamente gli U$A o anche solo il suo “cane matto” per poter poi proclamare il solito “ possible denial” , non farà alcuna differenza. La percezione che U$rael non ha più remore all’ impiego della “bomba”, per di più dopo averci macinato gli attributi per 50 anni sul “nucleare iraniano”, avrà effetti incontrollabili sulle altre due VERE potenze nucleari le quali, se non sono SCEME, si metteranno a “nuclearizzare” subito tutti i propri “ vicini scomodi” prima che U$real doti di “pungiglioni nucleari “ anche altri suoi “tafani” , che si chiamino ucraina , polonia , turkia, germania, taiwan o giappone ( le minuscole sono volute ) .

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La deterrenza che non c’è_di WS

Questo articolo ( https://italiaeilmondo.com/2026/01/31/il-missile-khalij-e-fars-e-le-capacita-missilistiche-iraniane-dopo-la-guerra-dei-dodici-giorni-unanalisi-osint-rigorosa_di-cesare-semovigo/) mi sembra assai “orientato”; se realmente U$rael avesse degradato le capacità offensive iraniane non avrebbe proposto poi “il cessate il fuoco”.

In realtà al termine dei “dodici giorni” per quanto fossero state “degradate” le capacità offensive iraniane, erano  state “degradate” ancor di più le capacità difensive di Israele ragion per cui,  prolungare lo scontro, sarebbe stato più dannoso per quest’ultimo.

La questione è infatti molto semplice . U$rael se vuole chiudere la “minaccia iraniana” DEVE

1) o comprarsi una buona parte delle elite iraniana ( modello “mossadeq 1953”) 

2 ) o  trovare gli “ascari” ( curdi , arabi , turchi o azeri ) che okkupino l’ Iran per LORO

Entrambi programmi alquanto complessi perché si tratta alla fine di frantumare l’ Iran per faglie etniche; lasciandolo altrimenti “intero” le “leggi ferree della geopolitica” lo renderebbero  sempre comunque un attore regionale insopprimibile, come hanno dimostrato le due “rivoluzioni” strategicamente FALLITE create dagli americani nel 1953 e nel 1979

E tutto questo senza alcun intervento di Russia/Cina; oggi Russia/ Cina NON potrebbero permettersi l’astensione.

  Caso mai quindi qui le questioni sono diverse , cioè:

1) Perché l’ Iran non ha seguito la strada della NordKorea ? Perché non si è creato non dico “la bomba” ( cosa OVVIA ) ma una completa filiera tecnoscientifica in ambito militare ?

Non solo l’ Iran dispone di risorse proprie che la NK non ha, ma ha certamente anche  una buona struttura scientifica convalidata dal numero di STEM che “laurea ” tutti gli anni.

 E’ ad esempio incredibile che l’ ‘Iran  non abbia una sua  industria elettronica  e debba ancora procurarsi in Cina i “precursori chimici” per i  combustibili  dei suoi razzi.

 La mia risposta a questa domanda è semplice.  E’ il peso del clero, soprattutto    di quello  azero , che detiene l’ amministrazione dello stato e che è anche la  Grande Borghesia che anela a vivere all’ occidentale mentre ipocritamente afferma la “purezza” religiosa sciita.

 

All’affermazione definitiva di questa elite “compradora” resta solo il “diaframma” kameney, saltato il quale però non è assolutamente certo che questa elite  di  ricchi preti   possa poi realmente gestire il paese nel senso voluto da U$rael.

La seconda domanda invece è : perché l’ Iran  cerca   sempre   disperatamente  un  appeasement   con chi lo  vuole  “morto”?

La  prima spiegazione  è ovvia.  E’  appunto   l’ elite  “compradora” iraniana  che ha  questa  assoluta necessità  , perché   da uno  stato  conflittuale dichiarato essa ha soltanto  da perdere,   sia  quando  il conflitto   è “  freddo”  come adesso  ( perché   essa  non ha niente   da “comprare” )   sia , e a maggior  ragione,  da uno  stato   di   guerra “  calda”    laddove  essa   rischia  anche  di perdere il proprio potere a   vantaggio  di  forze  più nazionaliste  e popolari.

Ma ce ne è anche un’ altra. Ci sono le pressioni in tal senso  che l’ Iran  riceve  dai  suoi unici “amici”  Russia  e Cina

Queste ultime infatti  non vogliono    la WW3  ,   e soprattutto la Cina non  vuole   di certo la fine  della  globalizzazione.  Quindi   “ gli amici”  faranno  di tutto  perché  questa  WW  avvenga più  tardi possibile  per le  ragioni   che qui  sono   già  state  dette  diverse  volte.

Ma  questo   continuo   “  fare  da nesci”    di  Russia  Cina e  anche Iran però pone per tutti e  tre   gravissimi problemi   di  deterrenza .

Se infatti,  “cercare  un  accordo”  è  l’ unica  risposta fattuale    che   riceve   chi  ti provoca, anche  quando  ti colpisce  sempre più direttamente , l’ unico   risultato che puoi ottenere  è  che costui   ti  colpirà   sempre di più e  sempre più spesso     dosando  la sua  aggressività   solo  secondo le sue problematiche.

Il mondo quindi si avvita paradossalmente   verso una guerra mondiale  per una  deterrenza   che NON  c’è . 

  E  l’ Iran  ne farà per primo le spese  perché  non ha quella   deterrenza   nucleare   che  ci  ha dato  la pace   finché è  durata  l ‘ URSS  e che ancora  trattiene    gli U$A   da aggredire frontalmente   Russia  e Cina  ma che OVVIAMENTE  non li  tratterrà  dall’ aggredire  frontalmente l’ Iran.

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