L’operazione statunitense contro l’Iran non può essere letta come una risposta contingente, ma come parte di una strategia di lungo periodo. Nucleare, potenziale militare e guerra a distanza sono strumenti operativi di un confronto sistemico che intreccia energia, competizione globale e subordinazione europea.
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Interrogarsi sul “vero obiettivo” dell’operazione militare statunitense contro l’Iran rischia di essere fuorviante se la questione viene posta come una scelta tra opzioni discrete — rovesciamento del regime, distruzione del potenziale militare, demolizione degli impianti nucleari o altro. In realtà, l’azione statunitense va collocata all’interno di un ciclo storico di confronto molto più lungo, che nel periodo post-Guerra fredda ha assunto una configurazione coerente, articolata in fasi successive e funzionali a un medesimo disegno strategico.
Questo ciclo si inserisce nel quadro di quello che, con una formula ormai consolidata, può essere definito il progetto del “Nuovo Medio Oriente”: non la stabilizzazione dell’area, bensì la sua frammentazione lungo faglie etniche, confessionali e politico-territoriali, tale da impedire la formazione di poli regionali autonomi e competitivi.
In questa prospettiva, le tappe principali sono state l’eliminazione dell’Iraq come Stato sovrano e attore geopolitico, la distruzione della Siria come piattaforma regionale unitaria e, oggi, il progressivo accerchiamento dell’Iran. All’interno di questa architettura, Israele e Turchia sono stati attivati come attori regionali con ruoli differenti ma complementari.
Se si legge l’attuale fase del confronto USA-Iran alla luce di questo percorso, appare chiaro che nucleare, capacità militari e stabilità del regime non sono obiettivi autonomi, bensì strumenti di una strategia più ampia. La distruzione o la degradazione del potenziale militare iraniano – missilistico, aeronavale, di difesa aerea e di comando – risponde innanzitutto all’esigenza di ridurre la capacità dell’Iran di agire come polo di deterrenza regionale.
Analogamente, gli attacchi agli impianti nucleari e alle infrastrutture connesse non sono finalizzati soltanto a impedire il conseguimento dell’arma atomica, ma a negare all’Iran una soglia di invulnerabilità strategica che renderebbe molto più costoso qualsiasi tentativo di pressione esterna.
In questo senso, l’obiettivo non è semplicemente “colpire l’Iran”, ma disarticolarne la funzione geopolitica: spezzare la sua capacità di tenere insieme reti di alleanze, proiezioni indirette e corridoi di influenza che vanno dal Golfo Persico al Levante. Il tema del regime change, spesso evocato nel dibattito pubblico, va letto come un’opzione subordinata e condizionale: non sempre perseguibile né sempre necessaria. Anche senza un rovesciamento formale del sistema politico, un Iran militarmente indebolito, economicamente isolato e strutturalmente instabile rappresenta già un risultato strategico coerente con la logica del progetto.
Tuttavia, rispetto alle fasi precedenti del confronto post-Guerra fredda, l’attuale ciclo introduce un elemento nuovo o quantomeno prioritario: la questione energetica, intrecciata alla competizione globale con la Cina e, più in generale, con il Sud Globale. Dopo il ritorno di Donald Trump alla Casa Bianca, l’amministrazione statunitense sembra privilegiare una strategia di controllo e condizionamento dei grandi produttori di fonti energetiche, sia attraverso l’accaparramento diretto, sia — più spesso — tramite la destabilizzazione selettiva e la pressione politico-militare.
In questo quadro, l’Iran rappresenta un nodo critico. Non solo per le sue immense riserve di petrolio e gas, ma perché è uno dei pochi attori in grado di rifornire mercati extra-occidentali aggirando il sistema del dollaro, costruendo circuiti di scambio alternativi e rafforzando la proiezione energetica cinese. Impedire che Teheran consolidi questo ruolo significa non soltanto ridurre le sue entrate, ma anche limitare l’autonomia strategica di Pechino e dei paesi del Sud Globale che potrebbero sganciarsi dall’architettura finanziaria occidentale.
Da questo punto di vista, l’azione militare contro l’Iran assume una valenza che va ben oltre il teatro vicino e mediorientale: essa diventa parte integrante della competizione sistemica globale, in cui energia, finanza, sicurezza e controllo delle rotte si sovrappongono.
All’interno di questo disegno, la convergenza tra Stati Uniti e Israele è reale ma non totale. Anche Israele persegue un obiettivo strategico di lunga durata: eliminare ogni possibile competitore geopolitico regionale, non solo l’Iran, ma in prospettiva qualunque attore – inclusa la Turchia – che possa mettere in discussione la sua superiorità qualitativa e la sua libertà d’azione. Per Tel Aviv, quindi, la neutralizzazione dell’Iran è una questione esistenziale e strutturale.
Gli Stati Uniti, invece, pur condividendo l’esigenza di impedire all’Iran di diventare una potenza nucleare o militarmente intoccabile, mantengono uno sguardo più ampio. Il loro obiettivo non è tanto l’eliminazione definitiva dell’Iran in quanto tale, quanto il suo inserimento forzato in una condizione di subordinazione strategica, compatibile con l’ordine regionale desiderato e con gli equilibri globali di potere.
L’operazione militare statunitense contro l’Iran non puòessere ridotta a una singola finalità. Essa è piuttosto il risultato dell’intreccio tra una strategia di lungo periodo di ristrutturazione del Vicino e Medio Oriente, una fase attuale dominata dalla centralità dell’energia e una competizione globale sempre più esplicita con la Cina. Nucleare, potenziale militare e stabilità del regime sono variabili operative; il vero obiettivo resta dunque la funzione geopolitica dell’Iran, ovvero la sua capacità di agire come attore autonomo in un sistema internazionale in transizione.
Guerra a distanza e limiti strutturali dell’opzione terrestre
L’eventualità che l’operazione contro l’Iran evolva da una campagna missilistica-aerea a un intervento terrestre appare, allo stato attuale, intrinsecamente ambigua. Non tanto per mancanza di ipotesi teoriche, quanto per la presenza di vincoli strutturali – militari, politici e geopolitici – che rendono l’opzione terrestre altamente problematica per gli Stati Uniti e, in misura diversa, per Israele.
Storicamente, gli Stati Uniti hanno mostrato una chiara preferenza per una modalità d’intervento fondata sulla supremazia aerea e missilistica. Questo approccio risponde a una dottrina consolidata: intervenire sul terreno solo dopo aver ottenuto la distruzione o il drastico indebolimento delle capacità di reazione del nemico, intese non soltanto come forze armate convenzionali, ma anche come sistema di comando, logistica, difesa aerea e coesione politico-sociale. In assenza di tali condizioni, l’impegno terrestre tende a trasformarsi in un fattore di vulnerabilità piuttosto che di controllo.
Non è un caso che, nei conflitti precedenti, Washington abbia fatto largo uso di bombardamenti aerei e missilistici anche massicci e indiscriminati, mentre sul piano terrestre abbia spesso evidenziato difficoltà operative, di tenuta politica e di gestione del post-conflitto. L’intervento diretto sul terreno è stato quasi sempre preceduto non solo da una superiorità militare schiacciante, ma anche dall’attivazione di “quinte colonne”: attori locali, élite, milizie o segmenti istituzionali disposti a collaborare o a facilitare il collasso del fronte interno.
Applicando questa chiave di lettura al caso iraniano, emerge subito un elemento decisivo: l’Iran non è né l’Iraq del 2003 né la Libia del 2011. Si tratta di uno Stato dotato di profondità strategica, di una società politicizzata, di apparati di sicurezza ramificati e di una capacità – almeno parziale – di assorbire colpi senza collassare immediatamente. In questo contesto, l’assenza di quinte colonne affidabili e strutturalmente decisive rende estremamente rischiosa qualunque ipotesi di invasione terrestre su larga scala.
Di conseguenza, entro tale quadro, è ragionevole prevedere che gli Stati Uniti e Israele continueranno a privilegiare una strategia di attacchi a distanza, mirata a degradare progressivamente il potenziale militare e missilistico; colpire infrastrutture critiche, nodi energetici e sistemi di comando; esercitare pressione psicologica, economica e politica sul sistema iraniano.
Per Israele, il discorso è parzialmente diverso, ma non opposto. Tel Aviv ha una maggiore propensione all’uso diretto della forza, ma anche per Israele un’operazione terrestre in profondità contro l’Iran appare logisticamente e strategicamente proibitiva, se non in forme molto limitate e indirette (operazioni speciali, sabotaggi, azioni clandestine). L’obiettivo israeliano resta la neutralizzazione della minaccia, non l’occupazione territoriale.
A complicare ulteriormente lo scenario interviene la dimensione globale. Un’escalation che includesse un intervento terrestre massiccio aumenterebbe in modo esponenziale il rischio di reazioni – dirette o indirette – da parte delle potenze del Sud Globale. Non si tratta necessariamente di un coinvolgimento militare aperto, ma di: pressioni diplomatiche coordinate; destabilizzazione dei mercati energetici; rafforzamento di circuiti alternativi di cooperazione economica e finanziaria; sostegno politico all’Iran come attore “anti-egemonico”.
In questo quadro, la Cina osserva la crisi come variabile critica del sistema internazionale, senza esporsi direttamente ma internalizzandone i possibili esiti strategici. Un conflitto terrestre prolungato avrebbe effetti diretti sulle rotte energetiche, sui prezzi e sulla competizione sistemica globale, rafforzando la percezione di un uso politico-militare dell’energia da parte occidentale. Anche per questo Washington ha forti incentivi a evitare un salto di scala incontrollabile.
Quindi, pur non potendo escludere in assoluto operazioni terrestri limitate o indirette, è altamente improbabile che l’operazione contro l’Iran evolva in una campagna di terra comparabile a quelle del passato. La traiettoria più plausibile resta quella di una guerra a distanza, prolungata, asimmetrica e modulare, in cui l’obiettivo non è la conquista territoriale, ma il logoramento strutturale dell’avversario e la riduzione della sua funzione geopolitica.
L’Unione Europea tra non-autonomia strategica e allineamento discorsivo
La reazione dell’Unione Europea all’operazione statunitense contro l’Iran non può essere compresa se non partendo da una constatazione preliminare: l’UE, allo stato attuale, non è un attore geopolitico autonomo, ma uno spazio politico-istituzionale frammentato, privo di una catena decisionale unitaria in materia di sicurezza e strategia globale. Questa condizione strutturale determina una risposta che, più che operativa, sarà prevalentemente discorsiva, normativa e simbolica.
È quindi prevedibile che, al di là delle rituali dichiarazioni a favore della de-escalation, del dialogo e della pace, l’Unione finisca per sostenere indirettamente l’operazione statunitense attraverso una narrazione che ribadisce l’idea dell’Iran come minaccia esistenziale per Israele. In questo senso, anche in presenza di tensioni politiche tra Bruxelles e l’attuale amministrazione degli Stati Uniti, l’UE difficilmente si discosterà dalla cornice interpretativa dominante nello spazio euro-atlantico.
Questo allineamento non è solo il prodotto di pressioni diplomatiche dirette, ma il risultato di un processo più profondo di permeazione ideologica. Da decenni, i principali think tank statunitensi e israeliani – di orientamento liberal, neoconservatore o nazional-conservatore – esercitano un’influenza strutturale su reti analoghe europee, che a loro volta alimentano il dibattito pubblico, i media e le classi dirigenti. Questo vale tanto per i partiti di centrodestra quanto per quelli di centrosinistra, che condividono spesso un medesimo orizzonte cognitivo in materia di sicurezza, minacce e “valori occidentali”, in particolare per quanto riguarda le vicende del Vicino e Medio Oriente.
In tale contesto, l’Europa tenderà a rappresentare la crisi non come il prodotto di un confronto geopolitico asimmetrico, ma come una risposta necessaria a un pericolo iraniano intrinseco, rafforzando l’idea che la sicurezza di Israele sia una priorità morale e strategica non negoziabile. Questo consentirà all’UE di giustificare una sostanziale passività operativa, mascherandola dietro un linguaggio di responsabilità e moderazione.
Quanto alla possibilità che l’Europa contribuisca realmente alla risoluzione della crisi, le prospettive appaiono limitate. In teoria, l’UE potrebbe svolgere un ruolo di mediazione diplomatica, riattivare canali negoziali sul nucleare o promuovere iniziative multilaterali. In pratica, tuttavia, la sua capacità di incidere è fortemente ridotta dalla mancanza di credibilità strategica e dalla subordinazione di fatto alla postura statunitense. Senza una politica estera e di sicurezza realmente autonoma, ogni iniziativa europea rischia di essere percepita come accessoria o strumentale.
Gli interessi europei nei confronti dell’Iran, d’altra parte, esistono e sono tutt’altro che marginali. Essi riguardano almeno quattro ambiti: – la stabilità regionale e la prevenzione di nuove ondate migratorie; – la sicurezza delle rotte energetiche; – l’accesso a risorse energetiche iraniane nel medio-lungo periodo; – la tutela di spazi commerciali e industriali in un mercato potenzialmente rilevante.
Tuttavia, questi interessi sono sistematicamente subordinati alla coerenza del blocco euro-atlantico e alla pressione politico-finanziaria esercitata dagli Stati Uniti. Ogni tentativo europeo di sviluppare una relazione autonoma con Teheran – come dimostrato in passato – è stato facilmente neutralizzato attraverso sanzioni secondarie, vincoli bancari e isolamento finanziario.
In definitiva, l’UE appare destinata a svolgere un ruolo che potremmo definire di “accompagnamento passivo” della strategia statunitense: non protagonista delle decisioni, ma utile nel fornire legittimazione narrativa, copertura diplomatica e sostegno mediatico. Più che contribuire alla risoluzione della crisi, l’Europa contribuirà alla sua normalizzazione discorsiva, presentandola come inevitabile, difensiva e, soprattutto, moralmente giustificata.
Questo conferma, ancora una volta, che la crisi iraniana non mette in luce solo le tensioni del Vicino e Medio Oriente, ma anche – e forse soprattutto – la crisi di sovranità strategica europea, incapace di tradurre i propri interessi materiali in una linea politica autonoma.
Differenze nazionali senza alternativa strategica: Francia, Germania e Italia
Se l’Unione Europea nel suo complesso si muove come un attore essenzialmente discorsivo e subordinato, l’analisi dei singoli Stati membri mostra differenze di stile, non di strategia. Francia, Germania e Italia articolano posizioni formalmente distinte, ma tutte inscrivibili entro un medesimo perimetro: quello dell’allineamento strutturale all’architettura euro-atlantica e alla narrazione dominante sull’Iran.
La Francia: ambizione strategica senza rottura
La Francia è il Paese europeo che più di altri tenta di preservare una parvenza di autonomia strategica. Forte della propria tradizione diplomatica, della capacità militare e dello status nucleare, Parigi tende a presentarsi come interlocutore “equilibratore”, invocando de-escalation, diritto internazionale e riapertura di canali negoziali.
Tuttavia, questa postura non si traduce mai in una vera rottura con Washington o Tel Aviv. Anche la Francia finisce per accettare la cornice secondo cui l’Iran rappresenta una minaccia strutturale alla sicurezza regionale e, in ultima istanza, a quella israeliana. L’autonomia francese resta quindi retorica più che operativa: utile a preservare un’immagine di potenza diplomatica, ma priva di conseguenze strategiche reali.
La Germania: stabilità, allineamento e rimozione del conflitto
La Germania adotta una postura ancora più prevedibile. Tradizionalmente orientata alla stabilità, alla legalità internazionale e alla continuità dei legami transatlantici, Berlino privilegia un linguaggio fortemente normativo: condanna dell’escalation, sostegno alla sicurezza di Israele, inviti generici al dialogo.
Sul piano sostanziale, però, la Germania evita qualunque iniziativa che possa essere interpretata come una messa in discussione dell’azione statunitense. La crisi iraniana viene trattata come un problema di sicurezza esterna, da gestire politicamente ma senza interferire con la leadership americana. L’obiettivo implicito è la rimozione del conflitto come fattore destabilizzante per l’economia europea, più che la sua risoluzione.
L’Italia: adattamento e marginalità strutturale
L’Italia si colloca in una posizione di adattamento quasi automatico. Priva di una visione strategica autonoma sul Vicino e Medio Oriente e fortemente dipendente dal quadro euro-atlantico, Roma tende a seguire la linea prevalente, alternando dichiarazioni di equilibrio a un sostegno implicito alla narrativa dominante.
Pur avendo interessi diretti in termini di sicurezza energetica e stabilità del Mediterraneo allargato, l’Italia non dispone né degli strumenti politici né della volontà strategica per trasformare tali interessi in una postura distinta. La crisi iraniana viene quindi gestita come un dossier esterno, rispetto al quale l’allineamento è considerato la scelta meno costosa.
Un pluralismo apparente
Nel complesso, le differenze tra Francia, Germania e Italia non modificano il dato centrale: nessuno di questi Stati è disposto — o in grado — di sfidare apertamente la linea statunitense. Le divergenze restano confinati al registro linguistico, al grado di enfasi sulla diplomazia o alla visibilità dell’impegno.
Ciò è dovuto non solo a vincoli politici e militari, ma anche alla permeazione ideologica prodotta dai circuiti transatlantici riguardo al discorso strategico. I principali centri di analisi e formazione delle élite europee condividono ormai le stesse categorie interpretative di quelli statunitensi e israeliani: minaccia iraniana, sicurezza di Israele, instabilità regionale come dato strutturale.
Stati senza strategia in un’Europa senza sovranità
La crisi iraniana mostra con chiarezza che l’Europa non è divisa tra Stati “autonomi” e Stati “allineati”, ma tra sfumature diverse di una stessa dipendenza strategica. Francia, Germania e Italia interpretano ruoli differenti, ma nessuno di essi mette in discussione l’impianto generale del confronto.
In questo senso, l’azione europea non incide sul corso della crisi, ma ne accompagna lo sviluppo, contribuendo a legittimare sul piano politico e discorsivo decisioni prese altrove. Ancora una volta, l’Iran diventa così uno specchio che riflette non solo le tensioni del Medio Oriente, ma anche l’incapacità europea di trasformare interessi materiali in una vera strategia geopolitica.
Media europei e normalizzazione del conflitto
Nel contesto dell’operazione militare statunitense contro l’Iran, il ruolo dei media europei emerge come un fattore chiave nella formazione delle percezioni pubbliche e nella legittimazione delle scelte politiche.
Più che veicolare un’analisi neutrale dei fatti, la stampa, le televisioni e le piattaforme digitali europee tendono a inserirsi in un quadro narrativo già marcato dall’egemonia cognitiva euro-atlantica, amplificando riferimenti, categorie e interpretazioni che riflettono più gli interessi strutturali delle élite occidentali che una rappresentazione neutrale della complessità del conflitto.
Innanzitutto, le narrative prevalenti nei principali media di Francia, Germania, Regno Unito e Italia tendono a focalizzarsi su alcuni temi ricorrenti: la minaccia del programma nucleare iraniano, i rischi di destabilizzazione regionale, le implicazioni per la sicurezza di Israele e la necessità di preservare “ordine e stabilità”.
Questo schema interpretativo, pur non esplicitamente militante, finisce spesso per legittimare implicitamente l’azione statunitense e israeliana, presentandola come una risposta difensiva o inevitabile a un pericolo percepito. Analisi su narrazioni globali mostrano che i media occidentali enfatizzano la dimensione di conflitto e confrontano la questione attraverso “lenti” di sicurezza e strategicità occidentale, mentre altre prospettive, come quelle diplomatiche o umanitarie, sono marginalizzate o trattate come secondarie.
Questa dinamica non è estranea alle strutture stesse dei grandi organi d’informazione europei, le cui linee editoriali sono spesso allineate, sebbene indirettamente, ai quadri interpretativi diffusi nei think-tank e negli ambienti strategici euro-atlantici. Ciò significa che, anche in assenza di direttive politiche esplicite, la copertura mediatica tende a “normalizzare” alcune categorie interpretative, come la rappresentazione dell’Iran principalmente come minaccia nucleare o militare e la legittimità di risposte dure da parte di Stati Uniti e Israele.
Un altro aspetto significativo riguarda l’attenzione privilegiata verso gli effetti umanitari e diplomatici delle operazioni occidentali, che se da un lato può apparire come segno di sensibilità civile, dall’altro contribuisce a spostare l’asse del dibattito da una critica sostanziale delle cause profonde verso una gestione dei “danni collaterali”. Questa scelta narrativa, pur apparentemente critica, finisce per non mettere in discussione il quadro interpretativo generale secondo cui l’Iran costituisce un attore ostile da contenere.
Parallelamente, alcune componenti della stampa europea danno spazio a linee alternative o critiche, provenienti da posizioni di sinistra o pacifiste, che vedono nell’azione occidentale un’escalation pericolosa e potenzialmente illegittima. Questi interventi, tuttavia, restano spesso minoritari rispetto alla narrazione dominante che – pur declinata con toni cauti o “umani” – tende a riprodurre la cornice strategica euro-atlantica.
Infine, non va sottovalutato l’effetto della diaspora iraniana e di gruppi transnazionali di opinione sui media europei. Le manifestazioni di solidarietà con i manifestanti in Iran e le discussioni sulla repressione interna vengono riportate, ma spesso sono mediate da filtri interpretativi che le inseriscono in una narrazione più ampia di rischio, instabilità e minaccia alla civiltà occidentale.
In sintesi, il ruolo dei media europei nella crisi iraniana non è quello di un osservatore neutrale o di un arbitro imparziale. I media contribuiscono in modo significativo alla costruzione e alla legittimazione di narrazioni che sostengono, pur indirettamente e spesso involontariamente, l’architettura interpretativa dominante dell’ordine euro-atlantico. Questo non solo influenza l’opinione pubblica, ma crea un terreno discorsivo favorevole alle élite politiche che intendono mantenere l’Europa entro un perimetro strategico allineato agli Stati Uniti e ai loro alleati.
Foto: IRNA, Tasnim, IDF, X, US Dept. of War, Casa Bianca
Genealogia filologica, periferie europee e adattamenti dell’egemonia statunitense
L’articolo propone un tentativo di ricostruzione genealogica e filologica del neoconservatorismo come forma adattiva dell’egemonia occidentale in una fase di crisi dell’universalismo liberaldemocratico. Lungi dall’essere interpretato come una semplice ideologia contingente o come una regressione reazionaria, il neoconservatorismo viene qui analizzato come una modalità di riorganizzazione del potere quando la capacità dell’Occidente di generare consenso attraverso valori universalistici tende progressivamente a ridursi. Attraverso l’analisi delle sue origini statunitensi, della trasformazione in dottrina di governo e delle successive riformulazioni discorsive, il saggio ricostruisce la sequenza che conduce dall’universalismo decisionista della fase bushiana ai tentativi di restaurazione liberal-internazionalista, fino all’emergere di forme di egemonia post-universalista. Particolare attenzione è dedicata alla struttura centro–periferia all’interno dell’Occidente a guida statunitense, mostrando come il neoconservatorismo europeo non costituisca una tradizione autonoma, ma una derivazione discorsiva e strategica, legittimata attraverso reti transatlantiche e riferimenti culturali selettivi. Il presente testo sostiene che la riduzione dell’autonomia europea non debba essere intesa come assenza di capacità di iniziativa politica, bensì come sua progressiva canalizzazione entro uno spazio del discorso politicamente legittimo sempre più ristretto. In conclusione, la crisi dell’Occidente viene interpretata non come crisi dei valori in quanto tali, ma come crisi del loro potere semantico: quando l’universalismo perde capacità integrativa, l’egemonia tende a riorganizzarsi attraverso dispositivi morali, decisionali e strategici che restringono lo spazio del pluralismo politico interno.
Il neoconservatorismo oltre l’ideologia
Il neoconservatorismo viene comunemente interpretato come una corrente ideologica specifica, riconducibile a determinati ambienti politici statunitensi o a una fase storica circoscritta. Questa lettura, tuttavia, coglie soltanto la superficie del fenomeno. Il neoconservatorismo non è semplicemente un’ideologia tra le altre, ma una forma storica adattiva dell’egemonia occidentale, emersa nel momento in cui l’universalismo liberaldemocratico ha iniziato a perdere la propria capacità di generare consenso.
L’ipotesi che guida questo lavoro è che il neoconservatorismo non rappresenti una rottura con il liberalismo, bensì la sua trasformazione funzionale in condizioni di crisi sistemica. Quando l’egemonia non può più fondarsi prevalentemente sull’attrazione normativa, essa si riorganizza attraverso dispositivi morali, decisionali e securitari. Il neoconservatorismo è il nome di questa riorganizzazione.
Si propone, quindi, una lettura critica del neoconservatorismo non come ideologia marginale, ma come dispositivo centrale attraverso cui l’Occidente sta riorganizzato la propria egemonia dopo la crisi dell’universalismo liberale. La posizione europea viene qui analizzata non come semplice subordinazione passiva, bensì come spazio di capacità di iniziativa politica progressivamente incanalata entro vincoli discorsivi e strategici sempre più stringenti.
Per comprendere tale processo è necessario adottare una prospettiva filologico-genealogica, capace di seguire il mutamento dei lessici politici, delle categorie concettuali e delle strutture di legittimazione del potere, nonché una prospettiva sistemica, che tenga conto delle asimmetrie interne all’Occidente a guida statunitense.
Universalismo liberaldemocratico ed eterogenesi dei fini
L’universalismo liberaldemocratico che si afferma dopo la fine della Guerra Fredda si presenta come orizzonte normativo globale. Democrazia, diritti umani, mercato e stato di diritto vengono assunti non come prodotti storicamente situati, ma come standard universali del progresso politico. In questa fase, il linguaggio liberale svolge una funzione eminentemente egemonica: rende l’ordine occidentale intelligibile come ordine razionale e desiderabile.
Seguendo una prospettiva che tiene conto anche della lezione gramsciana, tale universalismo opera come direzione morale e culturale, capace di tradurre l’interesse particolare dell’Occidente in interesse generale. Tuttavia, proprio questa universalizzazione produce una profonda eterogenesi dei fini. La democrazia cessa progressivamente di essere una pratica di autogoverno e si trasforma in criterio di legittimazione; i diritti diventano strumenti selettivi di inclusione ed esclusione; il pluralismo viene tollerato solo entro confini compatibili con l’ordine esistente.
L’universalismo non collassa, ma si irrigidisce. Quando perde la capacità di generare consenso, tende a trasformarsi in norma coercitiva. È in questo passaggio che matura la necessità storica del neoconservatorismo. Tale necessità non va tuttavia intesa in senso deterministico, ma come il risultato di una combinazione contingente di crisi semantica, trasformazioni geopolitiche e riorganizzazioni del potere all’interno dell’Occidente.
Origine filologica del neoconservatorismo: il liberalismo disincantato
Dal punto di vista genealogico, il neoconservatorismo nasce negli Stati Uniti tra gli anni Sessanta e Settanta come critica interna al liberalismo progressista, non come ritorno al conservatorismo tradizionale. Figure come Irving Kristol provengono da ambienti liberal anticomunisti e condividono i presupposti fondamentali della modernità politica: fiducia nel progresso, relativa centralità dello Stato, razionalizzazione dell’ordine sociale.
La rottura avviene sul piano antropologico e morale. Nei testi neoconservatori emergono concetti come virtue, order, responsibility, moral clarity. Filologicamente, questi termini non rinviano a una restaurazione premoderna, bensì a un tentativo di correzione normativa della modernità. Il liberalismo viene accusato non di essere moderno, ma di essere moralmente neutro e politicamente debole.
In questa fase, il neoconservatorismo non rinuncia all’universalismo, ma lo riformula. Non è più considerato come esito spontaneo della storia, bensì come missione consapevole. La politica deve orientare la storia, non limitarsi ad amministrarla.
Dal discorso alla decisione: il neoconservatorismo come dottrina di governo
La trasformazione decisiva avviene quando il neoconservatorismo passa dalla sfera intellettuale a quella governativa, in particolare durante le amministrazioni di George W. Bush. In questa fase, il linguaggio neoconservatore diventa principio decisionale sovrano.
Espressioni come axis of evil, freedom agenda e war on terror segnano un passaggio filologico cruciale: l’universalismo non è più un orizzonte normativo, ma una giustificazione dell’eccezione. La democrazia non è negoziabile, ma imponibile; il conflitto geopolitico viene moralizzato; la politica internazionale assume la forma di una lotta tra bene e male.
Qui il neoconservatorismo converge implicitamente con il decisionismo di Carl Schmitt. La distinzione amico/nemico struttura il campo politico, mentre la decisione sostituisce la mediazione. Questa è la fase di massima coincidenza tra universalismo e potenza.
Centro e periferia nell’Occidente usacentrico
Il neoconservatorismo non si sviluppa in modo uniforme nello spazio occidentale. Al contrario, esso rivela una struttura centro–periferia. Gli Stati Uniti costituiscono il centro di elaborazione concettuale, strategica e discorsiva; l’Europa occupa una posizione strutturalmente subordinata nell’elaborazione e nella diffusione dell’indirizzo politico dominante.
Questa asimmetria diventa evidente nel ruolo svolto dai centri di elaborazione strategica (think tank) statunitensi – come l’American Enterprise Institute e la Heritage Foundation – che operano come fabbriche transnazionali dell’egemonia. Essi non influenzano soltanto la politica statunitense, ma legittimano e orientano le élite conservatrici europee, fornendo loro linguaggi, categorie e priorità.
Il neoconservatorismo europeo non nasce quindi da una continuità con il conservatorismo storico europeo, tradizionalmente scettico verso l’universalismo e incline alla mediazione istituzionale. Esso emerge come derivazione eterodiretta, producendo una crescente divaricazione tra tradizione europea e nuovo conservatorismo euro-atlantico.
La nozione di ‘periferia europea’ non intende negare le differenze nazionali, ma indicare una condizione strutturale comune di dipendenza discorsiva e strategica dal centro statunitense.
Roger Scruton e la legittimazione periferica del neoconservatorismo europeo
Nel processo di diffusione del neoconservatorismo nelle periferie dell’Occidente usacentrico, un ruolo peculiare è svolto da Roger Scruton, spesso assunto come riferimento teorico dalle destre europee contemporanee. Scruton non è un neoconservatore in senso proprio e non appartiene alla genealogia statunitense del liberalismo disincantato. Il suo pensiero si colloca piuttosto nella tradizione del conservatorismo britannico, caratterizzata da scetticismo verso l’universalismo astratto, attenzione al limite e centralità delle istituzioni storiche.
Tuttavia, nel contesto europeo attuale, Scruton viene frequentemente estratto dal proprio orizzonte teorico e utilizzato come fonte di legittimazione culturale di un conservatorismo che ha progressivamente reciso il legame con le proprie tradizioni storiche. Concetti come oikophilia, comunità morale, identità nazionale e critica del cosmopolitismo vengono isolati dal loro impianto originario e integrati in un lessico euro-atlantico che non mette in discussione l’ordine geopolitico occidentale a guida statunitense.
In questo senso, Scruton svolge una funzione paradossale: egli consente alle destre europee di prendere le distanze dal liberalismo progressista senza mettere in discussione l’egemonia occidentale. Il suo pensiero fornisce una legittimazione filosofica derivata, che sostituisce l’autonomia teorica con l’adattamento discorsivo. Ne risulta un’ulteriore divaricazione tra il conservatorismo europeo storico – fondato sul limite, sulla mediazione e sulla pluralità delle tradizioni – e il neoconservatorismo euro-atlantico, orientato alla moralizzazione del conflitto e alla subordinazione strategica.
In questa prospettiva, l’uso europeo di Scruton non rappresenta una continuità con il conservatorismo britannico, ma un processo di appropriazione funzionale, che contribuisce a consolidare la posizione periferica dell’Europa all’interno dell’Occidente usacentrico.
Ciò non implica una scomparsa della capacità di iniziativa politica europea, ma la sua progressiva riorganizzazione entro un orizzonte del discorso politico definito altrove e sempre più vincolante.
La chiusura del campo politico europeo qui descritta non richiede un’alterità esterna radicale, ma si realizza in modo endogeno attraverso la combinazione di legittimazione culturale, dipendenza discorsiva e, soprattutto, subordinazione strategica.
Obama: l’ultimo universalismo egemonico
L’amministrazione di Barack Obama rappresenta una fase di transizione. Obama tenta una ri-semantizzazione dell’universalismo liberale attraverso un lessico fondato su multilateralism, engagement e shared values. Si tratta di un tentativo di ricostruire consenso dopo l’usura dell’interventismo neoconservatore.
Tuttavia, questo universalismo è già riflessivo e difensivo. Esso opera come gestione della crisi più che come progetto storico. Obama incarna l’ultimo momento in cui l’egemonia statunitense tenta di presentarsi come ordine desiderabile, pur in un contesto che ne riduce drasticamente l’efficacia.
Trump I: la decostruzione del linguaggio universalista
Con l’elezione di Donald Trump (2017–2021) avviene una rottura eminentemente filologica. Trump I abbandona il linguaggio universalistico e adotta un lessico transazionale: deals, interests, winners and losers. La politica viene spogliata di ogni giustificazione morale universale.
Questa fase non produce ancora un nuovo progetto egemonico coerente, ma demistifica il linguaggio precedente. La critica al deep state non mette in discussione l’obiettivo egemonico degli Stati Uniti, ma ne denuncia le modalità inefficaci. L’egemonia resta, ma perde il suo vocabolario legittimante.
Steve Bannon e la prima articolazione ideologica del post-universalismo
All’interno della fase Trump I, una posizione peculiare è occupata da Steve Bannon, la cui funzione non può essere compresa né nei termini del neoconservatorismo classico né come semplice espressione di populismo anti-sistemico. Bannon rappresenta piuttosto un tentativo di articolazione ideologica della crisi dell’universalismo occidentale.
A differenza dei neoconservatori, Bannon rifiuta esplicitamente l’idea che i valori occidentali siano universalizzabili. Il suo lessico non è quello dei diritti, ma della decadenza civilizzazionale, del conflitto storico permanente e della rigenerazione attraverso la rottura. In questo senso, egli opera una traslazione semantica: dalla democrazia come valore universale alla civiltà come soggetto in lotta.
Tuttavia, questa rottura non implica l’abbandono dell’orizzonte egemonico statunitense. Al contrario, l’egemonia viene riformulata in termini post-universalisti: non più guida morale del mondo, ma centro decisionale di un conflitto sistemico tra civiltà. Bannon fornisce così il primo tentativo di dare forma ideologica a ciò che Trump I aveva espresso in modo prevalentemente pragmatico e destrutturato.
È inoltre significativo che Bannon svolga un ruolo centrale nel collegare il trumpismo statunitense alle destre europee, anticipando una circolazione ideologica alternativa a quella dei think tank neoconservatori tradizionali. Questa circolazione, tuttavia, non produce autonomia europea, ma una nuova forma di dipendenza periferica, fondata non più sull’universalismo liberale, bensì su una subordinazione civilizzazionale al centro statunitense.
In questa prospettiva, Bannon non rappresenta un’alternativa al neoconservatorismo, ma una figura di transizione: egli prepara il terreno discorsivo su cui il programma MAGA di Trump II potrà affermarsi come egemonia esplicita, priva di giustificazione universalistica.
Biden e la restaurazione incompiuta
L’amministrazione di Joe Biden tenta una restaurazione del linguaggio egemonico classico: democracy versus autocracy, rules-based international order, defending democracy. Tuttavia, tali significanti risultano indeboliti. Essi non producono più integrazione, ma delimitazione.
La discontinuità con Trump I è soprattutto stilistica. Sul piano strategico permane una continuità: centralità della competizione sistemica, uso selettivo dei valori, subordinazione del pluralismo. L’universalismo viene riproposto come linguaggio, ma non recupera la sua funzione egemonica originaria.
Trump II e MAGA: l’egemonia post-universalista
In questo contesto si colloca Trump II e il suo slogan-programma MAGA (Make America Great Again). Filologicamente, MAGA è un sintagma post-universalista: non promette valori condivisi, ma potenza; non universalità, ma gerarchia.
La “grandezza” evocata è posizionale, non morale. Trump II rinuncia definitivamente all’universalismo come linguaggio legittimante e propone un’egemonia esplicita, competitiva e dichiaratamente asimmetrica. Non guida il mondo: prevale su di esso.
In questo senso, Trump II rappresenta una delle forme più coerenti e compiute assunte dal neoconservatorismo, liberata da ogni residuo universalistico.
Conclusione. Il neoconservatorismo come necessità sistemica
Il neoconservatorismo non è una parentesi ideologica, ma una necessità sistemica dell’egemonia occidentale in crisi. Tale necessità non va, tuttavia, interpretata come esito inevitabile di un meccanismo impersonale, bensì come una forma storicamente ricorrente di adattamento egemonico, emersa all’interno di un insieme finito di possibilità politiche e discorsive.
Quando il linguaggio dei valori perde efficacia, esso viene sostituito da linguaggi della decisione, della sicurezza e della gerarchia.
Nelle periferie dell’Occidente usacentrico, in particolare in Europa, questo processo produce una perdita di autonomia teorica e politica. Il conservatorismo europeo, nella sua forma neoconservatrice, non conserva nulla: importa, traduce e radicalizza un paradigma elaborato altrove.
La crisi dell’Occidente non è soltanto crisi di potenza, ma crisi di pluralità interna. Quando anche le periferie parlano il linguaggio del centro, l’egemonia non si rinnova: si irrigidisce. Ed è in questa rigidità che il neoconservatorismo rivela la sua natura più profonda: non scelta ideologica, ma forma storica di sopravvivenza del potere.
L’articolo propone una distinzione tra sistema internazionale e ordine geopolitico per interpretare la crisi attuale delle relazioni internazionali. La guerra in Ucraina viene letta non come una rottura improvvisa dell’ordine liberale, ma come l’esito di una progressiva erosione della credibilità normativa durante la fase unipolare. La politicizzazione selettiva del diritto internazionale ha indebolito la funzione regolativa del sistema, rendendo strutturale il disallineamento tra norme e distribuzione della potenza. La transizione in corso solleva quindi un interrogativo più profondo: è possibile ricostruire un principio di legittimità condiviso in assenza di egemonia?
Sistema internazionale e ordine geopolitico
Per affrontare questo tema è necessario chiarire una distinzione concettuale fondamentale: quella tra sistema internazionale e ordine geopolitico.
Con il sintagma sistema internazionale ci riferiamo all’insieme di regole, norme, istituzioni e principi che organizzano formalmente le relazioni tra gli Stati. Si tratta di una dimensione prevalentemente normativa e istituzionale, che comprende concetti come la sovranità statale, il diritto internazionale e le organizzazioni multilaterali, a partire dalle Nazioni Unite. Il sistema internazionale fornisce quindi il quadro di legittimità entro cui gli attori dovrebbero agire, almeno nelle fasi in cui il sistema mantiene una capacità regolativa effettiva che dipende a sua volta dalle configurazioni dell’ordine geopolitico entro cui opera.
L’ordine geopolitico, invece, riguarda la distribuzione concreta della potenza: chi possiede capacità militari ed economiche decisive, chi esercita influenza, chi costruisce alleanze e chi è in grado di imporre vincoli agli altri attori. Qui il principio regolatore non è la norma, ma l’equilibrio di potenza.
In altri termini, il sistema internazionale indica come il mondo dovrebbe funzionare; l’ordine geopolitico descrive come il mondo funziona effettivamente. Le due dimensioni non si succedono in modo lineare, ma intrattengono una relazione dialettica: il sistema tende a regolamentare l’uso della forza, mentre l’ordine geopolitico ne condiziona concretamente l’efficacia.
In alcuni momenti storici, il cambiamento dell’ordine avviene all’interno di un sistema internazionale che permane; in altri, invece, la crisi dell’ordine è così profonda da mettere in discussione anche il sistema stesso. È soprattutto nei momenti di disallineamento tra queste due dimensioni che la guerra torna a occupare uno spazio centrale nella politica internazionale.
Ordine, sistema e guerra: una lettura storica
Adottando questa chiave di lettura, la storia delle relazioni internazionali non va interpretata come una semplice successione di sistemi che si sostituiscono l’uno all’altro. Piuttosto, essa può essere compresa come una dinamica di interazione e tensione tra sistemi internazionali relativamente stabili sul piano normativo e ordini geopolitici mutevoli, che ne condizionano il funzionamento concreto.
A partire dal 1648, con la Pace di Vestfalia, si afferma un sistema internazionale fondato sulla sovranità degli Stati e sul principio del bilanciamento di potenza. Nel XIX secolo, il Concerto Europeo rappresenta un tentativo di stabilizzare questo sistema attraverso la cooperazione diplomatica tra le grandi potenze.
Tuttavia, questo equilibrio entra progressivamente in crisi. La Prima guerra mondiale non rappresenta soltanto un conflitto di grandi dimensioni, ma una vera e propria crisi dell’ordine geopolitico europeo, che finisce per travolgere anche il sistema di regole che lo aveva sostenuto. Non è solo l’equilibrio di potenza a collassare, ma anche la fiducia nella capacità della diplomazia tradizionale di contenere il conflitto.
Il tentativo di risposta a questa crisi è incarnato dalla Società delle Nazioni, che mira a rafforzare la dimensione normativa del sistema internazionale. Tuttavia, l’assenza di un ordine geopolitico compatibile e di meccanismi coercitivi efficaci ne determina il fallimento.
Il sistema post-1945 e l’ordine bipolare
La Seconda guerra mondiale costituisce una rottura ancora più profonda. Essa non solo ridisegna l’ordine geopolitico globale, ma dà origine a una nuova architettura istituzionale: le Nazioni Unite, il sistema di Bretton Woods e un insieme di regole volte a prevenire il ritorno di conflitti sistemici.
Dopo il 1945 emerge così un sistema internazionale formalmente universale, fondato sul multilateralismo e sul diritto internazionale. Questo sistema convive con un ordine geopolitico bipolare, dominato dagli Stati Uniti e dall’Unione Sovietica.
Questo caso è particolarmente significativo perché mostra chiaramente che non sempre sistema e ordine coincidono. Il sistema internazionale post-1945 non viene sostituito durante la Guerra Fredda, ma viene strutturato e limitato dall’ordine bipolare. Le superpotenze determinano il funzionamento concreto delle istituzioni multilaterali, condizionano i processi decisionali e delimitano gli spazi di conflitto.
La guerra diretta tra le grandi potenze viene evitata grazie alla deterrenza nucleare, ma il conflitto non scompare. Si sposta verso la periferia del sistema sotto forma di guerre per procura, conflitti regionali e competizioni ideologiche. La Guerra Fredda dimostra quindi che un sistema internazionale relativamente stabile può convivere con un alto livello di violenza, purché questa rimanga geopoliticamente controllata.
Il momento unipolare: egemonia e destrutturazione del sistema
Con la fine della Guerra Fredda, l’ordine bipolare collassa mentre il sistema internazionale post-1945 rimane formalmente in vigore. Gli Stati Uniti emergono non solo come potenza dominante, ma come potenza egemone.
In questa fase il rapporto tra sistema e ordine subisce una trasformazione qualitativa. L’ordine unipolare non si limita a coesistere con il sistema internazionale, ma lo riorganizza dall’interno, imponendo progressivamente le proprie priorità politiche, economiche e normative, con una crescente enfasi sul diritto umanitario e sui suoi corollari, come il principio della responsabilità di proteggere e la legittimazione dell’intervento. A livello formale, il sistema internazionale sembra rafforzarsi in termini di densità istituzionale e produzione normativa, ma non in termini di autonomia rispetto al potere egemonico: si espandono le istituzioni occidentali, si intensifica la globalizzazione, si moltiplicano regimi normativi e tribunali internazionali.
Questo rafforzamento è accompagnato da una crescente omologazione del sistema alle preferenze dell’egemone. Il rafforzamento coincide con una crescente politicizzazione del diritto, che perde progressivamente la capacità di funzionare come vincolo generale e tende a operare in modo selettivo, a supporto dell’egemone.
Sul piano politico-strategico, la guerra non viene più definita come conflitto interstatale, ma come intervento contro Stati canaglia, contro il terrorismo o in nome di finalità umanitarie. Si stabilizza così una distinzione tra Stati “responsabili” e Stati “criminali”, cui corrisponde una progressiva esclusione dal perimetro della legittimità internazionale.
Questo processo ha conseguenze profonde: principi fondamentali del sistema internazionale, come la sovranità statale e l’inviolabilità delle frontiere, vengono progressivamente erosi. Le guerre nei Balcani, l’invasione dell’Afghanistan e soprattutto la guerra in Iraq del 2003 segnano una svolta: il sistema internazionale continua a esistere formalmente, ma viene svuotato nella pratica.
L’avversario non è più un soggetto politico legittimo, ma viene criminalizzato. La guerra diventa una forma di polizia internazionale esercitata dall’egemone, più che uno strumento regolato tra Stati sovrani.
In questo senso, il momento unipolare non rafforza realmente il sistema internazionale: lo destruttura, pur mantenendone le forme. Questa dinamica non è il risultato di un’intenzione deliberata, ma l’esito di una asimmetria di potere che ha progressivamente ridotto la capacità vincolante delle norme.
Per quanto riguarda il diritto internazionale, quanto scritto non implica che esso sia una mera finzione, ma che la sua efficacia sia storicamente condizionata e politicamente mediata.
La fase di transizione: crisi dell’unipolarismo
A partire dal 2008, i presupposti dell’ordine unipolare entrano in crisi. La crisi finanziaria globale ridimensiona l’idea di superiorità economica dell’Occidente. Parallelamente, si assiste all’ascesa della Cina come potenza globale, alla riemersione della Russia come attore considerato, dalla vulgata occidentale, revisionista. A questo nuovo scenario si aggiunge anche la crescente importanza dell’India. Si tratta di tre Stati-continente collocati nello spazio eurasiatico, la cui crescente proiezione internazionale ridisegna gli equilibri globali.
In questo contesto cresce la crisi del multilateralismo liberale: accordi internazionali vengono contestati, aumentano le tensioni interne all’Occidente e si rafforza la frammentazione regionale. Il sistema internazionale formale rimane in piedi, ma la sua capacità regolativa si indebolisce.
Il risultato è una fase di transizione caratterizzata dall’erosione dell’egemonia americana e dal ritorno della competizione tra grandi potenze.
La guerra in Ucraina: effetto della destrutturazione sistemica
Alla luce dell’analisi precedente, la guerra in Ucraina non può essere interpretata in modo semplicistico come una rottura improvvisa dell’ordine internazionale esistente. Una simile lettura risulta convincente solo se si assume come ancora pienamente operativo quel sistema di norme che, in realtà, è stato progressivamente indebolito nella sua capacità vincolante nel corso del momento unipolare, cioè durante quella che potremmo chiamare la fase della “reggenza statunitense” dell’ordine globale.
Nel periodo successivo alla Guerra Fredda, il sistema internazionale e il diritto internazionale hanno continuato a esistere formalmente, ma sono stati applicati in modo selettivo e gerarchico. Le ripetute violazioni della sovranità statale, l’uso della forza senza mandato ONU e la delegittimazione dell’avversario politico hanno progressivamente svuotato il principio di universalità delle norme.
In questo senso, la guerra in Ucraina non rappresenta tanto l’inizio della crisi del sistema internazionale, quanto una sua manifestazione tardiva ma strutturalmente prevedibile. Il ritorno di una guerra interstatale ad alta intensità avviene in un contesto in cui la guerra è già stata normalizzata come strumento politico, seppur in forme asimmetriche e discorsivamente depoliticizzate.
Dal punto di vista sistemico, ciò che emerge non è semplicemente la violazione di norme condivise, ma l’assenza di un consenso reale – universalmente condiviso e non gerarchizzato – sul loro significato e sulla loro applicazione. Il diritto internazionale, già eroso durante il momento unipolare, non è più in grado di svolgere una funzione regolativa efficace.
Sul piano geopolitico, il conflitto ucraino riflette la collisione tra una fase di transizione incompiuta e l’eredità di un ordine egemonico che ha destrutturato il sistema senza sostituirlo con un nuovo equilibrio stabile. In questo quadro, la guerra non appare come un’anomalia, ma come l’esito prevedibile di un sistema in cui la forza ha preceduto e svuotato la norma.
Una dinamica analoga è visibile nel conflitto in corso tra Stati Uniti, Israele e Iran. Anche in questo caso, l’uso della forza viene giustificato attraverso categorie di sicurezza preventiva, deterrenza o contrasto a minacce esistenziali, mentre il sistema internazionale appare incapace di esercitare una funzione regolativa effettiva. Il conflitto non si presenta soltanto come scontro regionale, ma come espressione di una competizione più ampia in un contesto di transizione geopolitica, nel quale la legittimazione dell’azione militare precede e condiziona la norma.
Riconoscere la dimensione strutturale dei conflitti non comporta la sospensione del giudizio sulle violazioni del diritto internazionale, che restano tali a prescindere dalla fase storica o dalla posizione di potere dell’attore coinvolto.
Conclusione
L’analisi condotta mostra che il problema centrale dell’attuale fase storica non risiede semplicemente nella redistribuzione della potenza globale, ma nel disallineamento tra sistema internazionale e ordine geopolitico.
Il sistema internazionale moderno si fonda sull’idea che la forza sia regolata da norme universalmente valide. Tuttavia, la sua efficacia non dipende dall’esistenza formale delle regole, bensì dalla loro applicazione non selettiva. Quando l’asimmetria di potere diventa così marcata da consentire a un attore di interpretare e applicare le norme in modo gerarchico, il sistema non scompare, ma perde progressivamente la propria capacità vincolante.
La fase unipolare ha rappresentato un momento in cui il sistema è stato mantenuto nella forma ma trasformato nella sostanza. La norma non è stata formalmente abolita, ma progressivamente politicizzata. In questo processo, la distinzione tra legalità e legittimità si è progressivamente assottigliata, fino a rendere instabile il quadro regolativo complessivo.
La fase di transizione attuale non coincide con un semplice ritorno della competizione tra grandi potenze, ma rende manifeste le tensioni prodotte da un sistema la cui pretesa di universalità era ormai divenuta selettiva. In assenza di un ordine geopolitico compatibile con la struttura normativa, la guerra torna a occupare uno spazio centrale non perché le norme siano formalmente decadute, ma perché la loro credibilità è stata erosa.
Il nodo teorico che emerge è il seguente: un sistema internazionale può sopravvivere senza coincidere perfettamente con l’ordine geopolitico, ma non può funzionare se la distanza tra norma e potenza diventa strutturalmente percepita come ingiusta o gerarchica.
La stabilità futura dipenderà dunque non soltanto dall’equilibrio tra gli attori principali, ma dalla capacità di ricomporre il rapporto tra regole e distribuzione della forza. In mancanza di questa ricomposizione, la transizione tenderà a produrre conflitti ricorrenti, nei quali la guerra non sarà un’eccezione al sistema, bensì una delle modalità attraverso cui si ridefiniscono i suoi limiti.
La questione decisiva non è se emergerà un nuovo centro di potere dominante, ma se sarà possibile ricostruire un livello minimo di riconoscimento reciproco capace di restituire al sistema internazionale la funzione regolativa che ne costituisce la ragion d’essere.
La liquidazione dell’idea di un “mondo senza confini” non è una semplice presa di posizione retorica, ma il segnale di una trasformazione profonda nella concezione statunitense della sicurezza. Con questa formula, Rubio non attacca soltanto un’utopia liberal-globalista, ma prende atto del fallimento di un’intera fase storica: quella in cui l’ordine internazionale veniva pensato come progressiva neutralizzazione della geopolitica attraverso istituzioni, mercati e interdipendenza.
Ciò che emerge è una concezione opposta: la sicurezza non nasce dalla diluizione dei confini, ma dal loro controllo; non dall’apertura indiscriminata, ma dalla selezione; non dalla fiducia nell’ordine, ma dalla capacità di governarne le fratture. Washington riconosce che l’illusione di un mondo post-politico ha prodotto vulnerabilità interne, perdita di coesione sociale, dipendenze strategiche e dispersione di risorse, mentre attori rivali hanno continuato a muoversi secondo logiche di potenza classiche.
Il messaggio per il futuro è netto: l’ordine globale non è più concepito come spazio da integrare, ma come ambiente competitivo da attraversare in modo selettivo. La priorità diventa la messa in sicurezza del perimetro — territoriale, industriale, tecnologico, simbolico — come condizione preliminare per qualsiasi ambizione globale. Non si tratta di isolamento, ma di chiusura funzionale: ridurre l’esposizione per aumentare la libertà d’azione.
La critica al multilateralismo e il problema della credibilità
La denuncia dell’inefficacia delle istituzioni internazionali non va letta come un rigetto morale del multilateralismo, bensì come una ridefinizione del suo statuto politico. Gli Stati Uniti non contestano l’esistenza delle istituzioni, ma la pretesa che esse possano vincolare in modo simmetrico tutti gli attori, incluso l’egemone.
In questo senso, la critica è credibile non come valutazione imparziale, ma come atto di potere. Le istituzioni multilaterali vengono accettate quando funzionano da moltiplicatori dell’influenza statunitense e respinte quando si trasformano in arene di freno o di contestazione. Il problema non è il multilateralismo in sé, ma la perdita di controllo sul suo funzionamento.
Ciò che viene messo in discussione è l’idea che l’ordine possa essere governato da norme impersonali indipendenti dai rapporti di forza. Washington afferma implicitamente che le istituzioni non sono fini, ma strumenti; non arbitri, ma infrastrutture politiche. Quando cessano di servire questa funzione, perdono legittimità agli occhi dell’egemone.
La critica, dunque, non è ipocrisia, ma normalizzazione dell’eccezione: il riconoscimento esplicito che l’universalismo non è un vincolo assoluto, bensì una risorsa da amministrare.
“Europa forte” e crisi di fiducia: la contraddizione solo apparente
L’appello a una “Europa forte” non è contraddittorio con le pratiche che alimentano la sfiducia degli alleati, ma coerente con una logica precisa: rafforzare l’Europa sul piano operativo senza emanciparla sul piano strategico. La forza richiesta non è autonomia decisionale, ma capacità di assorbire oneri, gestire crisi regionali e garantire stabilità periferica.
In questo quadro, la riorganizzazione dei comandi e la pressione sull’aumento della spesa militare non segnano un arretramento statunitense, bensì una redistribuzione dei costi della leadership. L’Europa viene chiamata a diventare più centrale nella gestione dell’ordine, ma non nella sua direzione. La distinzione tra visibilità politica e controllo strategico resta intatta.
La crescente percezione di inaffidabilità degli Stati Uniti nasce proprio da questa asimmetria: gli alleati sono sollecitati a investire, rischiare e assumere responsabilità, senza che ciò si traduca in un reale potere di indirizzo. La fiducia si erode non perché Washington abbandoni l’alleanza, ma perché la trasforma progressivamente in un rapporto contrattuale e gerarchico, più che in una comunità politica.
L’unilateralismo come struttura, non come deviazione
La disponibilità ad agire “da soli” non rappresenta una rottura con la cooperazione, ma ne rivela il fondamento reale. Nell’ordine guidato dagli Stati Uniti, la cooperazione è sempre stata condizionata: funziona finché non limita la libertà di decisione del centro. Quando entra in conflitto con interessi considerati vitali, viene sospesa senza che ciò sia percepito come anomalia.
Le esperienze in Medio Oriente e in America Latina mostrano che l’unilateralismo non è un incidente, ma una costante, soprattutto nelle aree ritenute strutturali per la sicurezza statunitense. Qui la logica è preventiva: garantire il controllo dello spazio prossimo per evitare l’ingresso di potenze rivali e preservare la capacità di proiezione globale.
In questo senso, la difesa collettiva non scompare, ma viene subordinata. Non è un principio assoluto, bensì una funzione della gerarchia. L’ordine cooperativo esiste, ma è selettivo; la norma vale, ma non per tutti allo stesso modo; l’alleanza è reale, ma non simmetrica.
In sostanza, le dichiarazioni di Rubio non segnano una svolta improvvisa, ma rendono esplicita una trasformazione già in atto: il passaggio da un ordine universalista fondato sulla pretesa di neutralità a un ordine apertamente gerarchico, fondato sulla gestione selettiva delle norme. Valori, istituzioni e alleanze non scompaiono, ma cambiano statuto: da fini a strumenti, da vincoli a risorse.
La frattura che emerge non è soltanto tra Occidente e resto del mondo, ma all’interno dello stesso campo occidentale: tra chi può permettersi l’eccezione e chi deve continuare a esibire coerenza. È qui che si colloca la crisi più profonda: non una crisi di potenza, ma una crisi di legittimazione condivisa.
Foto MSCA MarcoRubio/X
Tiberio Graziani è presidente di Vision & Global Trends – International Institute for Global Analyses. Attualmente insegna presso la Scuola di Dottorato Internazionale in “Diritto e mutamento sociale: le sfide della regolamentazione transnazionale” presso l’Università degli Studi Roma Tre, Dipartimento di Giurisprudenza. Nel 2011 ha fondato la rivista Geopolitica – Journal of Geopolitics and Related Matters, di cui è direttore responsabile. Dirige inoltre le seguenti collane accademiche: Giano – Affari Internazionali, Heartland – Storia e Teoria della Geopolitica e Orizzonti d’Eurasia – Storia, Politica ed Economia del Supercontinente.
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L’opera si sviluppa attraverso tre capitoli che affrontano rispettivamente i fondamenti teorici e le nuove basi concettuali della disciplina, la rilettura critica dei paradigmi classici, e infine le dimensioni di autorità, identità e ontologie del potere geopolitico. Il volume raccoglie tredici contributi di studiosi internazionali: Giorgia Cadei, Alberto Cossu, Ivelina Dimitrova, Éva Dóra Druhalóczki, Viktor Eszterhai, Alessandro Frandi, Vladimir Goliney, Tiberio Graziani, Phil Kelly, Alfredo Musto, Beatrice Parisi, Giuseppe Romeo e Andrea Salustri.
Il primo capitolo, Epistemologia, metodo e nuove basi teoriche della disciplina, segna l’avvio della rifondazione teorica del volume, passando dal paradigma deterministico-spaziale della geopolitica classica a una scienza della connessione sistemica e relazionale. Dopo aver riconosciuto i limiti del determinismo mackindleriano, il capitolo ridefinisce i fondamenti concettuali integrando geografia fisica, teoria dei sistemi complessi e filosofia della relazione, aprendo alla temporalità attiva e agli immaginari simbolici come dimensioni costitutive del potere geopolitico.
Il primo lavoro, firmato da Phil Kelly, intitolato “A Critique of Mackinder’s Heartland Thesis with a Comparison of Three Continental Heartlands and How They Might Change in a Coming Era of International Chaos“, propone una rivalutazione critica della teoria dell’Heartland di Halford Mackinder alla luce dell’evoluzione dell’ordine internazionale. Kelly confronta tre heartland continentali: la regione di Charcas in Sud America (Bolivia), l’Eurasia e il Nord America; esplorando i diversi gradi di successo nell’applicazione del modello quadripartito originariamente formulato da Mackinder. L’autore identifica cinque omissioni critiche nella tesi originaria: la necessità che gli stati heartland siano effettivamente disposti ad espandersi territorialmente; la loro capacità effettiva di occupare, conquistare o acquistare regioni esterne; la distinzione tra impero ed egemonia come forme di controllo territoriale; l’importanza dei rimlands e del sea power come fattori limitanti; l’assenza di altri esempi continentali oltre all’Eurasia. Kelly incorpora concetti geopolitici aggiuntivi quali checkerboards (configurazioni in cui i vicini sono rivali ma i vicini dei vicini sono amici), rimlands (regioni adiacenti agli oceani che spesso si alleano con le potenze marittime contro gli heartland), shatterbelts (zone di turbolenza con interventi esterni) e sea power per spiegare i vincoli interni ed esterni che modellano l’influenza delle regioni heartland. Il saggio dimostra come l’heartland nordamericano sia il più riuscito nel completare tutti e quattro i requisiti mackindleriani, mentre quello eurasiatico rimane vincolato da ostacoli geografici, diversità culturali e rivalità geopolitiche, e quello sudamericano (Charcas) giace dormiente e isolato. Kelly conclude reinterpretando l’heartland non come un predittore fisso di dominanza ma come uno strumento analitico flessibile la cui rilevanza fluttua in base alle condizioni geopolitiche e ambientali, considerando le potenziali trasformazioni in relazione alla frammentazione regionale, all’ascesa della Cina e all’impatto del cambiamento climatico.
Su questo quadro di revisione critica dei paradigmi classici si innesta il contributo di Tiberio Graziani con il saggio “Geopolitics as the Science of Connection: toward an epistemological foundation between Geography, System, and Relation“. Graziani propone una riformulazione radicale della geopolitica, concepita non più semplicemente come scienza dello spazio ma come scienza della connessione. Partendo dalla questione dello statuto disciplinare della geopolitica e dalla sua distinzione rispetto sia alla geografia politica sia alle relazioni internazionali, l’autore la reinterpreta come campo integrativo di secondo ordine che collega geografia, teoria dei sistemi, filosofia della relazione e scienze della complessità. La “connessione” viene analizzata attraverso tre dimensioni: ontologica (la connessione come struttura della realtà), epistemica (la connessione come principio di conoscenza) e applicativa (la connessione come infrastruttura materiale e immateriale). Graziani esplora il significato di “connessione” nelle scienze esatte. Dalla fisica dei sistemi complessi (Prigogine, Heisenberg) alla geometria differenziale (dove la connessione stabilisce regole di coerenza nello spazio curvo), dalla teoria delle reti informatiche (Barabási) alle scienze della vita (Maturana, Varela, neuroscienze), per poi risalire alla dimensione filosofica e metafisica, dalla metafisica classica (Aristotele, Stoici, Plotino, Leibniz, Spinoza) alle tradizioni orientali (Brahman, Tao, pratītya-samutpāda buddhista) fino alla metafisica tradizionale di Guénon e alla filosofia contemporanea della relazione (Whitehead, Deleuze e Guattari, Latour, Morin, Luhmann). L’obiettivo del lavoro è definire la geopolitica come scienza integrativa capace di tradurre la complessità globale in un quadro relazionale che unisce dimensioni materiali e simboliche, stabilendo una distinzione cruciale tra connectivity (l’infrastruttura empirica dei flussi: rotte commerciali, pipelines, backbone digitali) e connection (il principio cognitivo e sistemico che conferisce loro significato e ordine). Graziani conclude con una formulazione sintetica del paradigma: Geopolitica = f(Spazio × Connessione × Potere), dove la connessione agisce come principio dinamico che trasforma lo spazio in una rete di relazioni di potere, rendendo la geopolitica una metascienza della relazione che integra scienze della Terra e teoria dei sistemi in una visione unificata dello spazio politico globale.
Complementare alla proposta di Graziani sulla geopolitica come scienza della connessione, il saggio di Alberto Cossu, “Dal territorio alla connettività: ripensare il potere geopolitico nell’era multipolare“, approfondisce come l’esercizio del potere si sia evoluto oltre i paradigmi tradizionali basati su territorialità, forza militare e dominio stato-centrico. Se Graziani aveva proposto la connessione come principio epistemologico fondativo, Cossu dimostra come tale principio operi concretamente nella riconfigurazione del potere globale nell’era post-unipolare. Attraverso l’integrazione di approcci classici, geopolitica critica e teoria spaziale, l’autore propone una riconcettualizzazione del potere come fenomeno stratificato: materiale, relazionale, infrastrutturale e simbolico; dimostrando mediante l’analisi comparativa di casi emblematici, come la proiezione militare USA, l’espansione infrastrutturale cinese, l’influenza strategica russa, che lo spazio non è mero contenitore ma elemento costitutivo dell’esercizio del potere. Il saggio sviluppa una genealogia teorica dai paradigmi classici di Mackinder e Mahan fino al concetto di “potere della connettività” di Parag Khanna, secondo cui grandi progetti infrastrutturali creano «spazi funzionali che sfidano la sovranità territoriale classica». Cossu analizza sistematicamente il potere come processo multilivello che integra quattro dimensioni: materiale (capacità coercitive militari-economiche), relazionale (soft power e governance globale), infrastrutturale (reti di trasporto, energia, comunicazioni), e simbolica (narrazioni e identità collettive). Il contributo termina proponendo una teoria del potere connettivo che supera la dicotomia hard/soft power, integrando dimensioni materiali e immateriali in un sistema interconnesso che riflette la complessità delle relazioni internazionali contemporanee.
Proseguendo l’esplorazione delle nuove basi teoriche della geopolitica contemporanea, il saggio di Beatrice Parisi, intitolato “Time as a Geopolitical Tool: Weaponization of History under Vladimir Putin“, introduce la dimensione temporale come categoria geopolitica attiva, superando il paradigma spaziale che ha storicamente dominato la disciplina. Se i contributi precedenti avevano proposto la connessione e la connettività come principi epistemologici e strumenti analitici per reinterpretare il potere, Parisi dimostra come la temporalità, attraverso la manipolazione della storia e della memoria collettiva, costituisca essa stessa uno strumento di dominio geopolitico. L’autrice sostiene che «mentre il tempo è spesso trattato come uno sfondo neutrale, le interpretazioni del passato e le proiezioni del futuro modellano criticamente gli immaginari geopolitici», evidenziando come «la dimensione temporale diventi l’arena primaria in cui la sovranità e la legittimità del potere vengono rinegoziati». Il saggio sviluppa un’analisi interdisciplinare che integra filosofia, teoria politica e geopolitica critica, esplorando come la temporalità ciclica, dal ritorno eterno nietzschiano all’Ouroboros alchemico, dalla cosmologia platonica alla teoria organicista di Spengler, funzioni come lente ideologica e strategica nel discorso neoimperialista contemporaneo, alimentato dalla paura della ripetizione e del declino. Parisi ricostruisce come il potere simbolico operi attraverso i tre livelli di organizzazione temporale identificati da Koselleck: registrazione degli eventi, prolungamento narrativo e riscrittura, quest’ultima costituendo «una vera espressione di cronopolitica, poiché il controllo del passato è funzionale alla legittimazione delle azioni presenti». L’analisi si concentra sulla traiettoria della Russia sotto Vladimir Putin come risposta al trauma del collasso dei regimi, dimostrando come l’identità nazionale e le visioni strategiche siano costruite attraverso una temporalità radicata nella paura del declino e nel desiderio di restaurazione imperiale. Putin ha descritto il crollo dell’Unione Sovietica come «la più grande catastrofe geopolitica del XX secolo», attivando una nostalgia politica selettiva che non mira a restaurare l’ordine sovietico ma a selezionare elementi funzionali alla costruzione di continuità simbolica tra epoche zarista, sovietica e post-sovietica, mascherando le fratture storiche attraverso il riferimento alla «storia millenaria della Russia». Gli emendamenti costituzionali del 2020 trasformano «la politica della memoria in uno strumento di legittimazione politica», mentre la retorica del «nemico esterno», dall’Illuminismo alla perestrojka di Gorbačëv, interpretata come «cavallo di Troia dell’Occidente liberale», esternalizza sistematicamente le cause delle crisi interne. Concludendo l’autrice sottolinea come il controllo delle narrazioni temporali costituisca una risorsa geopolitica fondamentale che può essere riassunta nella formula: “chi controlla le narrazioni temporali controlla l’esercizio della sovranità”, reinterpretando l’analogia geografica di Spykman (“chi controlla l’Eurasia controlla il Destino del Mondo”) in chiave cronopolitica.
Con il saggio di Alessandro Frandi, “Geopolitical Imaginaries: narratives and symbolic struggles in global space“, il focus si sposta sulle dimensioni simboliche e discorsive del potere geopolitico, esplorando come narrazioni, rappresentazioni e immaginari modellino le gerarchie globali e legittimino pratiche strategiche. Se Parisi aveva dimostrato come Putin manipoli la storia e la memoria collettiva, Frandi fornisce il quadro teorico-metodologico della critical geopolitics per comprendere come gli immaginari geopolitici, quali “l’Occidente,” “l’Eurasia,” “il Sud Globale”, funzionino come strumenti di potere culturale piuttosto che descrizioni neutre dello spazio. Attingendo alla geopolitica critica, all’analisi del discorso e ai cultural studies, l’autore esamina la produzione e circolazione delle narrazioni geopolitiche attraverso media, diplomazia e retorica politica, con particolare attenzione alla Russia post-sovietica. Frandi ricostruisce i concetti chiave della disciplina: la critica della “trappola territoriale” di John Agnew che supera la visione stato-centrica westfaliana; le tre dimensioni identificate da Gerard Ó Tuathail (geopolitica popolare, pratica e formale) a cui si aggiunge la geopolitica dell’immaginazione; la decostruzione delle narrazioni egemoniche. Il contributo analizza sistematicamente gli strumenti della geopolitica simbolica russa: la narrativa della minaccia NATO; l’idealizzazione dello spazio imperiale che legittima interventi nei territori ex-sovietici; il controllo comunicativo che sostituisce “guerra” con “operazione militare speciale”; il soft power regionale. Frandi dimostra come Mosca costruisca consenso internazionale attraverso una narrativa civilizzazionale che presenta la Russia come “Stato-civiltà” distinto dall’Occidente, caratterizzato dalla religione ortodossa, dall’eredità storico-culturale e da una visione messianica. Termina sostenendo che la geopolitica simbolica, radicata in miti, storia e identità, è diventata dimensione chiave del potere nel XXI secolo, e che comprendere la geopolitica contemporanea richiede l’interpretazione dei linguaggi, simboli e immaginari attraverso cui il potere viene articolato, contestato e riprodotto nello spazio globale.
Il secondo capitolo, Riletture dei paradigmi classici e innovazioni concettuali, applica la rivoluzione teorica del primo alla riconfigurazione materiale del potere multipolare. Partendo dalla soggettività rimlandiana, transita attraverso la quantificazione dei poli regionali fino alla tecnopolarità come nuovo criterio gerarchico. Dopo aver stabilito il come teorico della conoscenza, il capitolo determina il dove e il quanto concreto del potere nello spazio globale.
Il capitolo si apre con il saggio di Iveлina Dimitrova, intitolato Reassessing the Geopolitical Role of the Rimland from Antiquity to Present Day, che propone una reinterpretazione dei paradigmi classici partendo dal concetto di Rimland. L’autrice sostiene che il Rimland non debba essere concepito «meramente come un oggetto di rivalità ma come un soggetto geopolitico capace di modellare il proprio futuro ed essere parte della formazione di un nuovo ordine globale». Attraverso un’analisi storico-geopolitica che spazia dall’Antichità al presente, Dimitrova ricostruisce come la fascia costiera che circonda la massa continentale eurasiatica abbia costituito «centri di potere, scambio economico e culturale, e innovazione» molto prima che il concetto ricevesse formulazione teorica con Spykman. Il contributo propone tre innovazioni concettuali: una trinità geopolitica tripolare (Heartland-Rimland-Periferia Marittima) che supera il dualismo terra-mare dei modelli classici; il concetto di soggettività del Rimland come attore autonomo capace di generare una terza via che integri caratteristiche continentali e marittime; una suddivisione analitica del Rimland in sei sub-Rimland (Euro-Mediterraneo, Arabo-Persiano, Indo-Pacifico, Sino-, Russo-Pacifico, Nordico-Artico), ciascuno con propria storia, struttura politica ed economia. Particolare attenzione viene dedicata al sub-Rimland mediterraneo come «culla della civiltà occidentale ed esempio di declino presente nella soggettività e potenziale rinnovamento». Dimitrova sviluppa, inoltre, tre scenari per il Mediterraneo: continuazione dell’equilibrio post-bellico (stabilità ma stagnazione); caos organizzato (vulnerabilità strategica e dipendenza esterna); rinascita attraverso multipolarità e auto-centrismo (trasformazione più ambiziosa ma più promettente). Il saggio conclude sostenendo che la comprensione del Rimland come soggetto geopolitico autonomo è essenziale per interpretare l’ordine multipolare emergente, dove «la geografia guadagna significato solo quando rafforzata da cultura, economia, identità collettiva e soprattutto da una visione per il futuro».
Complementare alla proposta di Dimitrova di una geopolitica tripolare, il saggio di Vladimir Andreevich Goliney, Theoretical aspects of polarity in Geopolitics and International Relations: the example of Inter-American System as a pole“, affronta la questione teorica della polarità nel sistema internazionale, colmando una lacuna critica, identificata nell’assenza di una definizione chiara del concetto di “polo”. Goliney fornisce una teorizzazione sistematica del concetto come elemento costitutivo dell’ordine multipolare emergente. L’autore evidenzia come «mentre esiste comprensione delle configurazioni “polari” nelle forme di mondi unipolari, bipolari e multipolari, non esiste una definizione chiara di “polo” come concetto». Attraverso un’analisi interdisciplinare che integra geopolitica, teoria delle relazioni internazionali e analisi quantitativa, Goliney ricostruisce il discorso sulla polarità dal secondo dopoguerra (Morgenthau, Waltz, Mearsheimer, Kaplan), evidenziando quattro aspetti: la centralità del concetto di potere/influenza; il carattere sistemico e gerarchico delle relazioni internazionali; l’emergere di modelli quantitativi per misurare il potere (Deutsch, Singer, Cline, Organski); l’inclusione di attori non statali (corporazioni, organizzazioni internazionali, associazioni regionali). Il contributo propone una definizione articolata del “polo” che varia in base anche al sistema internazionale: in un mondo unipolare, il polo è «un attore internazionale con risorse combinate sufficienti, leadership e influenza indivisa sulla coscienza pubblica e sugli affari globali»; in un mondo bipolare, esistono due poli che costruiscono sistemi internazionali alternativi; in un mondo multipolare, i poli consistono in «sistemi regionali guidati da un leader regionale che persegue politiche volte a implementare un progetto regionale piuttosto che globale». Utilizzando un modello quantitativo di potenziale geopolitico basato sulla formula G(t) = √(XT × XD × XE × XM) che integra territorio, demografia, economia e dimensione militare, Goliney dimostra empiricamente la distribuzione del potere nel sistema internazionale fino al 2035, identificando otto possibili poli regionali: europeo, eurasiatico, “Grande Cina”, inter-americano, America Latina, “Grande Africa”, Medio Oriente, “Grande Oceania”. L’analisi del sistema inter-americano come caso studio rivela come gli Stati Uniti mantengano l’egemonia regionale mentre il Brasile, pur avendo il potenziale per emergere come leader di un polo latino-americano autonomo, si trovi in una condizione di «leadership senza seguaci».
Il terzo contributo del secondo capitolo porta una prospettiva italiana alla riflessione sui paradigmi geopolitici. Giuseppe Romeo dell’Università di Torino, con il saggio Nuovi paradigmi geopolitici in un ordine tecnopolare, compie un’operazione teorica complementare ma radicalmente diversa rispetto ai primi due contributi. Mentre Dimitrova aveva proposto la soggettività del Rimland come terza via e Goliney aveva fornito una definizione analitica del concetto di polo, Romeo argomenta come il progresso tecnologico sta ridefinendo le stesse categorie spaziali della geopolitica classica, producendo «nuove geografie, centri e periferie all’interno di un ordine post-globale, multipolare, se non tecnopolare». Partendo da una ricognizione epistemologica che recupera le origini della disciplina (Ratzel, Kjellén, Mackinder, Spykman), Romeo sostiene che «dovremmo metterci d’accordo, nel nostro e nel prossimo tempo, che cosa si intende e si intenderà per spazio», poiché la dimensione geografica tradizionale viene progressivamente sostituita da una «geopolitica degli orizzonti progressivi» dove il differenziale tecnologico determina nuove centralità e marginalità. Il saggio sviluppa una critica radicale al modello unipolare americano attraverso l’analisi del caos costruttivo come strumento di egemonia fallito. Ciò che si osserva è che ogni progetto di nuovo ordine è franato proprio nell’essere stato subordinato a una prospettiva unilaterale di un caos strumentale per un divide et impera. Romeo reinterpreta criticamente le posizioni di Brzezinski e Dugin non come antitetiche ma come espressioni di una medesima logica di ridefinizione dei rapporti centro-periferia, evidenziando come il «riposizionamento del mondo orientale in campo politico ed economico si dimostra ogni giorno come un processo ineluttabile». La categoria teorica centrale proposta è quella di tecnopolarità: «Il concetto di tecnopolarità è di per sé sufficiente a esprimere le traiettorie che saranno seguite dalla geopolitica del Millennio, dettando regole di comprensione e di interpretazione degli interessi delle grandi potenze […] ricondotte su un piano di indipendenza economica, imperialismo e/o colonialismo tecnologico». Romeo sostiene che la supremazia nell’intelligenza artificiale e nelle tecnologie quantistiche rappresenta il nuovo fattore di potenza, superando il controllo delle materie prime e delle rotte commerciali come determinanti geopolitiche. Prospettando un sistema internazionale caratterizzato da «mobilità delle persone, dalla sempre più stretta contaminazione dei bisogni e delle aspettative dei popoli e dalla sostenibilità di una politica capace di garantire nuove forme di cooperazione», dove la stessa sovranità statale viene ridefinita in termini di «indipendenza tecnologica e di condizioni di accesso a pari opportunità di utilizzo delle risorse digitali».
Il terzo capitolo si innesta direttamente sul percorso teorico costruito nei primi due capitoli, completandolo sul piano ontologico‑normativo. Nel primo capitolo, la geopolitica veniva ripensata nei suoi fondamenti epistemologici, criticando il determinismo spaziale classico e aprendo alla dimensione costruttivista, sistemica e metodologica della disciplina. Nel secondo capitolo, questa revisione si traduceva in nuove architetture spaziali e strutturali del potere: dalla soggettività del Rimland e della sua articolazione in sub‑Rimland, alla ridefinizione quantitativa dei poli del sistema internazionale, fino alla tecnopolarità come nuovo criterio di gerarchia basato sul differenziale tecnologico. In questa traiettoria, il terzo capitolo rappresenta il passaggio decisivo: dopo aver ridefinito il dove del potere (spazio) e il quanto del potere (potenziale), esso interroga il come e il perché del potere, cioè le forme di autorità, le identità e le ontologie che rendono legittimo o contestabile l’esercizio della potenza nello spazio. L’attenzione si sposta dunque dalla configurazione materiale e tecnico‑strutturale del sistema (Heartland/Rimland, poli, ordine tecnopolare) alle grammatiche morali, culturali e simboliche che definiscono chi può legittimamente guidare, con quali narrazioni e con quale forma di leadership (coercitiva, egemonica, morale).
Il capitolo si apre con il saggio di Viktor Eszterhai ed Éva Dóra Druhalóczki, The Kingly Way: Rethinking Political Authority in Geopolitics, che propone un ripensamento dell’autorità geopolitica a partire dalla filosofia politica cinese. Gli autori mostrano come sia la geopolitica classica sia quella critica, pur divergendo su geografia e discorso, condividano una concezione del potere centrata sulla coercizione materiale o discorsiva, relegando la dimensione etica e la legittimità a variabili secondarie. In alternativa, il saggio introduce la tripartizione confuciana tra qiangquan (tirannia), baquan (egemonia fondata sulla forza) e wangdao (la “via regale”, autorità umana), sostenendo che quest’ultima configura un modello relazionale e valoriale di autorità, radicato in etica, legittimità culturale e riconoscimento morale. Inserito nel quadro cosmologico di Tianxia (“Tutto‑sotto‑il‑Cielo”), wangdao viene interpretato come forma di leadership in cui il potere deriva dalla virtù (de), dal consenso del popolo (minxin) e da un’immagine internazionale positiva, più che dalla sola capacità coercitiva. Il sistema tributario storico è analizzato come traduzione istituzionale di questa logica. Una gerarchia asimmetrica ma fondata su reciprocità rituale, reputazione e attrazione morale, vicino a una proto‑soft power order regionale. Riprendendo Yan Xuetong, gli autori sostengono che la “leadership morale” possa costituire una strategia geopolitica non coercitiva, soprattutto se integrata con la geopolitica analitica di Morgado, dove wangdao funge da filtro normativo delle percezioni degli agenti geopolitici, misurabile attraverso l’immagine internazionale (discorso di politica estera, soft power, comportamento nelle istituzioni multilaterali). In questo modo, il saggio collega la riflessione sui nuovi spazi e poli del potere sviluppata nei capitoli precedenti alla questione decisiva di chi può guidare quel sistema e con quale forma di autorità: non solo potenza, ma credibilità morale come variabile geopolitica.
Il secondo contributo del terzo capitolo applica il framework teorico del primo a un caso empirico concreto. Identificato nella Turchia come attore liminale. Giorgia Cadei nel saggio Turkey’s Liminal Position: Rethinking Geopolitics through Identity and Ontological Security, sostiene come la geopolitica tradizionale fallisce nel spiegare i comportamenti “irrazionali” degli Stati in un mondo ibrido, proponendo un paradigma geopolitico guidato dall’identità che integra liminalità, insicurezza ontologica e Sèvresphobia. La Turchia, ponte strategico tra Europa, Eurasia, MENA e NATA, genera volatilità politica e imprevedibilità. Cadei identifica tre dimensioni interconnesse: Sèvresphobia (paranoia storica di smembramento post‑Trattato di Sèvres 1920), insicurezza fisica (nemici esterni/interni) e insicurezza ontologica (crisi identitaria kemalista vs. neo‑ottomana islamica, con AKP come post‑islamismo che concilia Islam e costituzionalismo). Attraverso casi studio, quali le relazioni ambivalenti con Israele/Arabia (da partnership strategica a leadership regionale), i bilaterali Russia/Ucraina/EU (mediazione armata), il Sofa Gate (sfida gerarchica), la deriva autoritaria (arresto İmamoğlu), Cadei dimostra come la Turchia agisca come security‑seeker ibrido, bilanciando Occidente e Oriente per preservare sovranità e identità. Questo approccio rafforza il capitolo esplicitando come la Turchia esemplifichi il modo in cui le ontologie identitarie (liminalità) generino strategie geopolitiche non solo materiali ma narrative e simboliche.
Andrea Salustri, con il saggio Redistribution and Social Investments. A Soft Power Perspective on European Welfare, chiude il Capitolo III e l’intero volume spostando l’analisi ontologica dell’autorità dal caso asiatico/turco (wangdao, liminalità) all’UE come attore geopolitico normativo. Salustri ridefinisce le politiche di welfare come strumento geopolitico duale che agisce internamente per stabilizzare asimmetrie tra core (frugali) e periferia (PIGS), ed esternamente come soft power normativo alternativo al neoliberismo USA e al capitalismo statale cinese. L’autore critica la geopolitica classica (Mackinder, Spykman) per aver ignorato il welfare come governance spaziale relazionale e discorsiva, proponendo un approccio interdisciplinare (discorso, comparazione, riflessione critica) che integra geografia critica e governmentality foucaultiana. Il Social Europe agisce come moral economy attraverso narrazioni di solidarietà, integrazione/coesione e responsabilità/resilienza, ma genera paradossi quali la digitalizzazione che esclude anziani/rurali, i migranti qualificati che superano i locali, la precarietà intellettuale in era AI, con dinamiche insider/outsider che stratificano lo spazio EU (cohesion policy, European Semester, RRF). Questo saggio completa il capitolo mostrando come, dopo l’autorità morale confuciana e l’identità liminale turca, l’UE esemplifichi il modo in cui il welfare produca ontologie di potere soft, redistribuendo non solo risorse ma spazio geopolitico normativo e culturale.
In conclusione, il volume si distingue per la rifondazione teorica della geopolitica attraverso un’architettura tripartita che integra epistemologie relazionali, analisi quantitative e ontologie normative del potere. La progressione dal fondamento teorico alla materializzazione spaziale fino alle grammatiche normative del potere offre strumenti analitici sofisticati per interpretare dinamiche complesse come la competizione sino-americana, la cronopolitica russa e il welfare europeo come governance spaziale. L’approccio interdisciplinare che dialoga con fisica quantistica, filosofia della relazione e governmentality foucaultiana risponde alla complessità multipolare del XXI secolo. Studiosi, analisti e decisori politici vi troveranno categorie operative per superare retoriche emergenziali e nostalgie deterministiche, rendendo la geopolitica scienza della connessione e strumento essenziale per navigare l’ordine internazionale emergente.
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L’autore sostiene che la Strategia di sicurezza nazionale 2025 emerge in un momento in cui il dominio unipolare degli Stati Uniti si è indebolito e il sistema internazionale è sempre più plasmato da molteplici centri di potere.
Parole chiave: egemonia degli Stati Uniti, ordine policentrico, reindustrializzazione e sicurezza interna, NATO e autonomia europea, competizione strategica tra Stati Uniti e Cina
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La Strategia di Sicurezza Nazionale (NSS) 2025 emerge in un momento delicato della storia strategica degli Stati Uniti e, più in generale, dell’evoluzione dell’ordine internazionale. Dopo i tre decenni successivi alla fine della Guerra Fredda, caratterizzati da una fase di apparente unipolarità americana, il sistema globale è ora attraversato dall’ascesa di molteplici centri di potere: Cina, Russia, India, il gruppo BRICS allargato e nuovi attori regionali nel Vicino e Medio Oriente, in Africa e in America Latina. In questo contesto, la capacità di Washington di stabilire unilateralmente le regole del gioco non può più essere data per scontata.
La NSS 2025 nasce proprio in questo contesto di tensione: da un lato, ribadisce con fermezza l’obiettivo di preservare il ruolo centrale degli Stati Uniti; dall’altro, riflette la consapevolezza che tale centralità è sempre più contestata e indebolita da processi geopolitici, economici e tecnologici di lungo periodo. La strategia rifiuta esplicitamente l’idea di un ordine policentrico pienamente cooperativo e mira invece a riorganizzare l’architettura internazionale in forma gerarchica, con Washington al vertice e una serie di poli subordinati che fungono da garanti locali di un sistema ancora guidato dal potere statunitense.
Questo approccio può essere descritto come «unipolarismo reattivo»: non più l’unipolarità trionfante degli anni ’90, ma piuttosto il tentativo di prolungare l’egemonia in condizioni strutturali meno favorevoli, attraverso strumenti più selettivi, più difensivi e talvolta apertamente coercitivi.
CONTINUITÀ E ROTTURE CON LE STRATEGIE PRECEDENTI
Continuità strutturali
Nonostante le sue innovazioni, la Strategia di sicurezza nazionale 2025 si inserisce in una linea di continuità con le principali strategie sviluppate dal 2001. Diversi pilastri fondamentali rimangono invariati.
In primo luogo, l’obiettivo di impedire l’emergere di potenze egemoniche regionali ostili rimane centrale. Gli Stati Uniti continuano a considerare fondamentale impedire che qualsiasi potenza rivale domini l’Europa, l’Asia orientale o il Vicino e Medio Oriente. Questo obiettivo è alla base del mantenimento di una presenza militare avanzata degli Stati Uniti in Europa (attraverso la NATO) e in Asia (attraverso il sistema di alleanze bilaterali con Giappone, Corea del Sud e Australia, nonché il partenariato strategico con l’India).
In secondo luogo, la strategia ribadisce la logica della “pace attraverso la forza”. Il rafforzamento della potenza militare, sia convenzionale che nucleare, rimane un pilastro della politica di sicurezza degli Stati Uniti. La deterrenza è ancora percepita come lo strumento principale per prevenire i conflitti tra grandi potenze e per mantenere equilibri di potere favorevoli.
In terzo luogo, si consolida ulteriormente la centralità dell’Indo-Pacifico e della competizione tecnologica con la Cina. La supremazia in settori quali l’intelligenza artificiale, l’informatica quantistica, le telecomunicazioni avanzate, l’energia e le biotecnologie è considerata parte integrante della sicurezza nazionale, piuttosto che un semplice obiettivo economico o industriale.
Infine, il sistema di alleanze e partenariati continua a essere considerato un moltiplicatore di forza. Gli Stati Uniti intendono affidarsi all’Europa, al Giappone, all’India, all’Australia e ad altri partner per distribuire gli oneri e le responsabilità associati alla gestione dell’ordine internazionale.
Discontinuità: sovranismo, protezionismo e la fine del globalismo
Accanto a queste continuità, emergono chiaramente anche alcune significative discontinuità.
Il primo riguarda il rifiuto della globalizzazione. La strategia critica esplicitamente trent’anni di libero scambio, delocalizzazione, apertura indiscriminata dei mercati e dipendenza da istituzioni internazionali percepite come veicoli di erosione della sovranità economica degli Stati Uniti. L’obiettivo dichiarato non è più quello di “guidare l’ordine liberale”, ma piuttosto quello di difendere gli interessi degli Stati Uniti come priorità, anche a costo di minare le regole e le pratiche stabilite nel periodo successivo alla seconda guerra mondiale.
La seconda grande discontinuità è la centralità attribuita alla migrazione. L’immigrazione non è più considerata principalmente come una questione sociale o economica, ma come una minaccia fondamentale alla coesione interna e, quindi, alla sicurezza nazionale. La protezione delle frontiere è definita come la prima linea di difesa dello Stato e la strategia proclama esplicitamente la “fine dell’era della migrazione di massa”. Ciò rappresenta un profondo cambiamento rispetto alle fasi precedenti, in cui le minacce principali erano identificate nel terrorismo o nella proliferazione nucleare.
La terza svolta riguarda l’abbandono della retorica della “promozione della democrazia”. La NSS 2025 non cerca più di trasformare altri sistemi politici dall’esterno invocando i diritti umani e le norme democratiche. Al contrario, afferma la legittimità della cooperazione con regimi non democratici quando ciò serve gli interessi degli Stati Uniti. Ciò segna un chiaro allontanamento dalle dottrine interventiste degli anni ’90 e 2000.
La quarta rottura risiede nella trasformazione delle alleanze in rapporti contrattuali condizionati. Le alleanze non sono più concepite come comunità di valori condivisi, ma come meccanismi attraverso i quali Washington richiede ai propri alleati maggiori spese per la difesa, acquisti di armi e allineamento tecnologico e geoeconomico in cambio di garanzie di sicurezza.
Infine, la strategia abbraccia una forma di “mercantilismo strategico”. La reindustrializzazione, il protezionismo, l’uso politico delle tariffe doganali e il rifiuto del paradigma “Net Zero” diventano componenti integranti della dottrina di sicurezza, piuttosto che semplici elementi della politica economica interna.
La sicurezza come difesa dell’ordine interno
Uno degli aspetti più innovativi della Strategia di sicurezza nazionale 2025 è lo stretto legame che stabilisce tra la sicurezza interna e la capacità di proiezione di potere all’estero.
Reindustrializzazione e sovranità economica
L’erosione della base industriale è identificata come una minaccia alla sicurezza nazionale. La reindustrializzazione è presentata come una condizione necessaria per sostenere la capacità militare, ridurre la dipendenza da catene di approvvigionamento globali vulnerabili, riequilibrare le relazioni economiche con la Cina e proteggere la società americana dalle conseguenze sociali e politiche della deindustrializzazione.
Questo approccio ribalta il paradigma del recente passato: non è più l’apertura commerciale a garantire il potere, ma piuttosto il controllo sulle infrastrutture produttive, energetiche e tecnologiche critiche. La sicurezza nazionale è quindi ancorata alla sovranità industriale.
Migrazione, società e vulnerabilità interna
La strategia sottolinea la minaccia rappresentata dalla migrazione irregolare, dal traffico di droga (in particolare il fentanil) e dalla crescente percezione di insicurezza sociale. I flussi migratori su larga scala sono associati al rischio di frammentazione dell’identità e di crisi politica interna. La sicurezza delle frontiere è quindi elevata a pilastro centrale della sicurezza nazionale.
Questo cambiamento ha implicazioni significative: le minacce non provengono più solo da attori statali ostili, ma anche da processi transnazionali – migrazione, reti criminali e instabilità sociale – che influenzano direttamente la coesione della comunità politica americana.
La crisi del globalismo e la deglobalizzazione selettiva
La critica al globalismo si traduce in una forma di deglobalizzazione selettiva. Gli Stati Uniti non abbandonano del tutto la globalizzazione, ma cercano invece di gestirne gli effetti al fine di preservare la propria supremazia. Da un lato, l’accesso a settori strategici – quali tecnologie avanzate, catene del valore critiche e infrastrutture digitali – è limitato o filtrato; dall’altro, il ruolo del dollaro e dei mercati finanziari statunitensi come fulcro del sistema economico internazionale viene mantenuto e rafforzato.
(Questo articolo costituisce la prima parte di un articolo in due parti che esamina la Strategia di sicurezza nazionale 2025.)
In questa seconda parte dell’articolo, l’autore sostiene che trattando gli alleati come semplici appaltatori anziché come co-progettisti e facendo ampio ricorso a strumenti economici coercitivi, la strategia rischia di minare le proprie fondamenta di legittimità, attrattiva e sostenibilità a lungo termine.
Parole chiave: egemonia degli Stati Uniti, ordine policentrico, reindustrializzazione e sicurezza interna, NATO e autonomia europea, competizione strategica tra Stati Uniti e Cina
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EUROPA, RUSSIA ED EURASIA: UN FRONTE DA STABILIZZARE MA NON DA EMANCIPARE
La sezione europea della strategia è particolarmente significativa per comprendere la logica complessiva del documento.
L’Europa come spazio di proiezione, non come polo autonomo
L’Europa viene presentata come un partner fondamentale, ma non come un attore in grado di definire in modo indipendente il proprio destino strategico. La retorica del “rafforzamento dell’Europa” è accompagnata da una serie di condizioni: un forte aumento della spesa militare, una riduzione della dipendenza energetica e tecnologica dagli attori non occidentali, una maggiore apertura ai prodotti e alle tecnologie statunitensi e il sostegno alle forze politiche meno integrate nel progetto sovranazionale europeo.
Il presupposto implicito è che un’Europa veramente autonoma, in particolare se in grado di instaurare un dialogo strutturato con la Russia e la Cina, rappresenterebbe una minaccia per l’ordine atlantico. Di conseguenza, la strategia mira a raggiungere un equilibrio in cui gli Stati europei rimangano sufficientemente forti da contribuire alla sicurezza del continente, ma non al punto da poter definire un’agenda strategica indipendente.
Russia: stabilizzare il conflitto e prevenire un asse eurasiatico
La strategia dichiara l’intenzione di negoziare una rapida cessazione delle ostilità in Ucraina e di ripristinare condizioni di stabilità strategica con Mosca. Ciò segna un cambiamento di tono rispetto al periodo in cui l’obiettivo esplicito era l’indebolimento a lungo termine della Russia. Tuttavia, l’obiettivo non è quello di integrare la Russia come polo legittimo all’interno di un ordine multipolare eurasiatico, ma piuttosto di congelarne il ruolo, impedendole di fungere da ponte strutturale tra Europa e Asia.
In questo senso, la stabilizzazione del fronte ucraino appare fondamentale per impedire la nascita di uno spazio eurasiatico più ampio che colleghi Mosca, Berlino, Pechino e altre capitali attraverso reti di interdipendenza energetica, infrastrutturale e tecnologica che costituirebbero un’alternativa all’ordine guidato dagli Stati Uniti.
La NATO come strumento di trasferimento degli oneri
La NATO rimane al centro dell’architettura di sicurezza euro-atlantica, ma la sua funzione è stata ridefinita: da organizzazione difensiva contro un nemico chiaramente identificato a piattaforma per il trasferimento di oneri e responsabilità agli alleati europei.
L’aumento della spesa per la difesa e la spinta verso una “NATO più piccola ma più fortemente armata” dovrebbero essere interpretati come un tentativo di: (a) rafforzare le capacità europee di contenimento della Russia; (b) generare domanda per l’industria della difesa statunitense; (c) liberare risorse americane da ridistribuire nel teatro indo-pacifico.
ASIA E EMISFERO OCCIDENTALE: CONTENERE LA CINA E IL RITORNO DELLA DOTTRINA MONROE
La Cina come sfida sistemica
La Cina è considerata una sfida sistemica di natura prevalentemente economica e tecnologica piuttosto che ideologica. La priorità dichiarata è quella di “riequilibrare” le relazioni economiche, ridurre i deficit e le dipendenze, limitare l’accesso della Cina alle tecnologie critiche e contrastare la sua espansione nei paesi a medio e basso reddito.
La strategia combina dazi e sanzioni, controlli sulle esportazioni e sugli investimenti, la creazione di coalizioni normative con Europa, Giappone, India e Australia e investimenti interni in settori strategici.
Questo approccio, tuttavia, comporta un potenziale effetto collaterale: incoraggia Pechino a rafforzare ulteriormente i legami con la Russia, l’Iran, i paesi dell’ASEAN, l’Africa e l’America Latina, accelerando così la differenziazione del sistema economico globale e l’emergere di circuiti finanziari e tecnologici alternativi a quelli occidentali.
L’Indo-Pacifico e il ruolo degli alleati regionali
India, Giappone, Corea del Sud e Australia hanno ruoli complementari nel contenimento della Cina:
L’India come grande potenza continentale con margini di autonomia, orientata a limitare l’espansione cinese nel subcontinente e nell’Oceano Indiano;
Giappone e Corea del Sud come pilastri della difesa marittima e aerea lungo la “prima catena di isole”;
L’Australia come piattaforma logistica avanzata nel Pacifico.
Anche in questo caso la logica è transazionale: Washington offre deterrenza e garanzie di sicurezza, ma chiede ai suoi alleati aumenti sostanziali della spesa per la difesa, allineamento tecnologico e partecipazione attiva alle strategie di contenimento.
L’AMERICA LATINA E IL “COROLLAIO TRUMP” ALLA DOTTRINA MONROE
All’interno del proprio emisfero, gli Stati Uniti rilanciano una versione aggiornata della Dottrina Monroe. L’obiettivo è impedire alle potenze extra-emisferiche, soprattutto Cina e Russia, di acquisire il controllo delle infrastrutture critiche, delle risorse naturali, delle reti digitali e, più in generale, di esercitare una forte influenza politica nei paesi dell’America Latina.
La strategia combina:
iniziative economiche e commerciali preferenziali per i partner allineati;
cooperazione in materia di sicurezza nella lotta contro i cartelli della droga e il traffico illegale;
pressione politica contro i governi percepiti come eccessivamente vicini a Pechino o Mosca.
Tuttavia, i processi in atto nella regione – quali la crescente interdipendenza commerciale con la Cina, la sperimentazione di accordi monetari alternativi e il crescente interesse per il BRICS+ – rendono sempre più difficile sostenere questa pretesa di esclusività.
VALUTAZIONE COMPLESSIVA: UNA STRATEGIA DI DIFESA EGEMONICA
Nel complesso, la Strategia di sicurezza nazionale 2025 appare come una strategia volta più a difendere che ad espandere l’egemonia degli Stati Uniti. I suoi punti di forza non devono essere sottovalutati:
riconosce che il potere esterno dipende dalla resilienza interna;
identifica chiaramente la centralità della concorrenza con la Cina;
riconosce la necessità di evitare di disperdere le risorse militari su troppi fronti;
mira a ridurre le dipendenze economiche ritenute pericolose.
Allo stesso tempo, emergono limiti strutturali significativi:
1. Rifiuto di un ordine cooperativo multipolare
La strategia riconosce l’esistenza di più poli, ma non ne accetta la piena legittimità. Gli altri attori sono considerati rivali da contenere o partner subordinati. Nel medio termine, ciò rischia di favorire la convergenza tra potenze che, nonostante le loro differenze, condividono l’obiettivo di ridurre la dipendenza dal sistema incentrato sugli Stati Uniti.
2. Gli alleati trattati come appaltatori piuttosto che come co-architetti dell’ordine
La trasformazione delle alleanze in relazioni prevalentemente transazionali potrebbe minare la fiducia politica che le ha sostenute per decenni. L’Europa, in particolare, potrebbe reagire, sebbene con difficoltà, cercando una maggiore autonomia strategica qualora l’allineamento atlantico fosse percepito come eccessivamente costoso in termini economici e politici.
3. Uso difensivo del potere economico
Tariffe, sanzioni, controlli tecnologici e condizionalità finanziaria sono strumenti efficaci nel breve termine, ma insufficienti per costruire un ordine verso cui gli altri attori convergano volontariamente. Un potere che fa sempre più affidamento su strumenti restrittivi rischia di erodere la propria capacità di attrazione.
4. Fragilità interna irrisolta
L’importanza attribuita alla migrazione, alla droga e all’insicurezza sociale rivela una profonda preoccupazione per la coesione interna. Se questi problemi vengono affrontati quasi esclusivamente attraverso approcci di sicurezza, senza sforzi paralleli per affrontare le loro radici economiche e politiche, il risultato potrebbe essere solo una sicurezza apparente che non riesce ad affrontare le cause sottostanti della vulnerabilità.
CONCLUSIONE
La Strategia di Sicurezza Nazionale 2025 descrive un’America riluttante a rinunciare al proprio ruolo di potenza centrale, ma costretta a ripensare profondamente i mezzi attraverso i quali cerca di preservare tale ruolo. Piuttosto che proporre un progetto di ordine condiviso, la strategia delinea un disegno per la ri-gerarchizzazione del sistema internazionale: un mondo in cui esistono più poli, ma organizzati attorno a un vertice statunitense che continua a stabilire standard, regole e priorità.
In definitiva, si tratta di una strategia di transizione: troppo consapevole della crisi del vecchio ordine per limitarsi a riprodurlo, ma non ancora pronta a immaginare un assetto realmente policentrico in cui gli Stati Uniti sarebbero una grande potenza tra le altre, anziché il centro inevitabile del sistema.
Il futuro dell’ordine internazionale dipenderà in parte proprio da questa tensione: dalla capacità – o incapacità – di questa strategia di adattarsi a un mondo in cui la forza militare e il potere economico, pur rimanendo fondamentali, non sono più sufficienti a sostenere un’egemonia incontrastata. Resta da vedere se la NSS 2025 si evolverà in una piattaforma per una nuova forma di coesistenza tra le potenze o rimarrà il manifesto di un’egemonia difensiva destinata a essere erosa proprio dai processi che cerca di contenere.
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Parole chiave: Egemonia degli Stati Uniti, America Latina, Venezuela
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Tentare un’analisi strutturata sulla base di un singolo episodio è sempre problematico, soprattutto quando questo si svolge in un contesto internazionale già fortemente polarizzato. Tuttavia, per evitare il proliferare di interpretazioni superficiali e letture contingenti, eventi come quelli riguardanti l’operazione militare statunitense in Venezuela e il rapimento del presidente Nicolás Maduro e di sua moglie devono essere collocati in un quadro storico e geopolitico più ampio. Solo in tale contesto è possibile coglierne il significato più profondo, in relazione alla storia dei rapporti tra gli Stati Uniti e l’America Latina nel suo complesso. Questo articolo ricostruisce, in modo succinto, le radici storiche dell’egemonia statunitense nella regione, ne esamina l’evoluzione e interpreta il colpo di Stato venezuelano come parte di una più ampia strategia americana volta a riaffermare la propria influenza in un contesto di percepito declino nazionale.
Da un punto di vista geopolitico, la proiezione degli Stati Uniti nell’America centrale e meridionale affonda le sue radici nella nota Dottrina Monroe, sintetizzata nel principio “L’America agli americani”. Fin dalle sue origini, questo approccio ha legittimato una presenza sempre più invasiva degli Stati Uniti nello spazio continentale, assumendo gradualmente caratteristiche distintamente egemoniche nel corso del XIX secolo, culminate nella guerra ispano-americana, che ha segnato l’ingresso degli Stati Uniti nel club delle potenze imperiali, in linea con la propria vocazione colonialista espansionistica.
Nel corso del XX secolo, il controllo dell’intero emisfero occidentale è diventato un obiettivo costante delle pratiche geopolitiche, geostrategiche ed economiche degli Stati Uniti, intenzionati ad assumere un ruolo globale. In questo contesto, la Mesoamerica e il subcontinente latinoamericano sono stati descritti nella retorica nordamericana come una sorta di cortile di casa, uno spazio da monitorare e governare almeno indirettamente, al fine di impedire l’emergere di attori autonomi o ostili.
Dopo la fine della seconda guerra mondiale, l’azione egemonica degli Stati Uniti nell’America centrale e meridionale ha assunto molteplici forme, adattandosi alle diverse congiunture storiche. Attraverso iniziative coordinate dalla Casa Bianca, dal Pentagono e dalle agenzie di intelligence, tale azione è stata costantemente mirata a precludere o limitare qualsiasi tentativo di autonomia politica, economica o strategica da parte dei paesi latinoamericani. Da questo punto di vista, la storia delle relazioni tra gli Stati Uniti e l’America Latina può essere letta come un lungo confronto tra l’ingerenza di Washington, spesso motivata dagli interessi delle grandi multinazionali nordamericane, e i tentativi più o meno riusciti di alcuni governi della regione di affermare la propria sovranità decisionale.
I casi emblematici di leader come Perón, Castro, Chávez, Morales o Lula, nonostante le loro profonde differenze, illustrano chiaramente questa dinamica di fondo. Allo stesso modo, il sostegno diretto o indiretto a colpi di Stato, regimi autoritari e dittature “anti-progressiste” ha costituito per decenni la spina dorsale dell’intervento statunitense in America Latina, giustificato dalla lotta al comunismo, dalla difesa della stabilità, dalla promozione della democrazia o, come nell’attuale crisi venezuelana, dalla lotta al traffico di droga.
Tuttavia, non va trascurato lo sforzo di riaffermare la sovranità dei popoli latinoamericani che ha preso forma durante una delle fasi più intense della globalizzazione, tra la fine del secolo scorso e l’inizio di quello attuale. Durante quel periodo, paesi come Argentina, Brasile, Venezuela, Bolivia e, sebbene con traiettorie più discontinue, Cile, pur seguendo agende nazionali diverse, hanno condiviso un progetto strategico di integrazione regionale. Questo progetto mirava a superare gli interessi nazionali nell’ottica della più ampia missione di costruire la cosiddetta “Patria Grande”, concepita come strumento di emancipazione collettiva a livello politico, economico e simbolico.
Questa fase di relativa autonomia regionale ha coinciso con un temporaneo declino dell’interesse degli Stati Uniti per il subcontinente latinoamericano, dovuto al primario impegno di Washington in altre aree strategiche, come il cosiddetto Grande Medio Oriente e, successivamente, il “pivot to Asia”. Una volta mutato il contesto internazionale, Washington ha gradualmente ridefinito una strategia volta a riportare l’intero spazio latinoamericano nella sua sfera di influenza.
Questa strategia si è inizialmente manifestata attraverso l’elezione di governi più vicini agli interessi statunitensi, come quello di Jair Bolsonaro in Brasile, seguita dall’ascesa di leader politici in Argentina e Cile che, sebbene con caratteristiche diverse, hanno portato a un riorientamento politico favorevole a Washington, grazie alla loro visione neoliberista condivisa.
Nel caso specifico del Venezuela, queste dinamiche politiche e strategiche hanno trovato un punto di convergenza grazie al forte interesse degli Stati Uniti nel controllare le vaste risorse energetiche del Paese. Una leadership non allineata con Washington potrebbe utilizzare tali risorse come leva per rafforzare la cooperazione con attori non occidentali, in particolare alcuni Paesi BRICS+ e, soprattutto, la Cina, alterando così l’equilibrio energetico e geopolitico regionale.
Alla luce di questo quadro generale, è ragionevole prevedere che la pressione degli Stati Uniti non si fermerà al Venezuela. In una prospettiva di medio termine, il prossimo teatro di scontro, oltre a Cuba, potrebbe essere la Colombia guidata da Gustavo Petro, in un contesto in cui l’intero spazio latinoamericano riacquista una posizione centrale nella competizione geopolitica globale. L’azione militare recentemente condotta in Venezuela esemplifica la strategia di Trump di riaffermare l’egemonia americana in un momento in cui gli Stati Uniti si rendono conto che la loro supremazia si sta rapidamente erodendo. Da questo punto di vista, questo episodio – che illustra la volontà di ricorrere a tattiche intimidatorie, la vecchia “diplomazia delle cannoniere” – costituisce un precedente, un vero e proprio avvertimento rivolto non solo ai presunti nemici, ma anche agli alleati che Washington considera inaffidabili.
La nuova amministrazione americana dovrà affrontare una serie di sfide significative in America Latina, una regione che potrebbe diventare una priorità per la politica estera statunitense. Queste sfide sono influenzate da vari fattori, tra cui la crescente influenza della Cina nella regione, le questioni relative all’immigrazione, il narcotraffico e le relazioni commerciali con i paesi latinoamericani. Anche l’Unione Europea sta emergendo nell’area con un accordo di libero scambio che coinvolge i paesi del Mercosur. Sebbene apparentemente abbandonata, la Dottrina Monroe potrebbe trovare nuova vita.
Una delle principali questioni che l’amministrazione americana dovrà affrontare è l’espansione dell’influenza cinese in America Latina. Negli ultimi anni, il commercio tra la Cina e i paesi latinoamericani è aumentato drasticamente, passando da 18 miliardi di dollari nel 2002 a 480 miliardi di dollari nel 2023. La Cina ha investito in importanti progetti infrastrutturali, come porti e reti elettriche, rendendo difficile per gli Stati Uniti convincere i paesi della regione a prendere le distanze da Pechino e a collaborare più strettamente con Washington. In questo contesto, gli Stati Uniti stanno valutando l’adozione di un approccio più aggressivo per limitare l’accesso della Cina a progetti sensibili, considerandolo una questione di sicurezza nazionale. Il ruolo della Cina in America Latina e nei Caraibi è cresciuto rapidamente dall’inizio del secolo, promettendo opportunità economiche e sollevando al contempo preoccupazioni circa l’influenza di Pechino. Le imprese statali cinesi sono investitori chiave nei settori energetico, infrastrutturale e spaziale nella regione. Inoltre, Pechino ha ampliato la sua presenza culturale, diplomatica e militare in tutta la regione. Di recente, la Cina ha celebrato l’apertura di un nuovo mega-porto in Perù nell’ambito della sua iniziativa globale Belt and Road Initiative (BRI).
Inoltre, il Messico sta attraversando significative trasformazioni, guidate dall’ex presidente Andrés Manuel López Obrador, che aprono prospettive di investimento per i capitali internazionali. In particolare, il progetto principale del presidente mira a rivitalizzare la parte sud-orientale del paese, che è l’area meno sviluppata. Il piano include progetti infrastrutturali su larga scala come autostrade, ferrovie, aeroporti, porti, piattaforme logistiche e digitali, in cui la Cina è sempre più coinvolta. Nel Messico settentrionale, le aziende automobilistiche stanno assemblando prodotti cinesi, determinando un’impennata delle importazioni dalla Cina in Messico. Questa situazione alimenta un sistema di imprese di origine incerta che mirano ad aggirare i dazi doganali che favoriscono le continue esportazioni cinesi.
Inoltre, dal 2024 in poi, Pechino ha firmato accordi di libero scambio con Cile, Costa Rica, Ecuador, Nicaragua e Perù. Il volume degli investimenti diretti esteri dalla Cina al Messico è aumentato da 272 milioni di dollari nel periodo 2004-2013 a 1,843 miliardi di dollari nel decennio successivo (2014-2023), con un incremento di oltre sei volte in un periodo relativamente breve.
La gestione dell’immigrazione rappresenterà un’altra sfida cruciale. La precedente amministrazione ha dato priorità alla lotta all’immigrazione illegale. Con l’aumento dei flussi migratori – sebbene recentemente in calo – da paesi come Messico, Guatemala, Venezuela e Haiti, la nuova amministrazione potrebbe esercitare pressioni sui governi latinoamericani affinché blocchino i flussi migratori verso gli Stati Uniti. Ciò potrebbe comportare l’imposizione di dazi o sanzioni ai paesi che non collaborano alla riduzione dell’emigrazione.
Il traffico di droga rappresenta un altro problema critico. Gli Stati Uniti continuano a combattere l’epidemia di oppioidi, in particolare il fentanil, gran parte del quale proviene dal Messico. Questa situazione spinge Washington a prendere in considerazione misure punitive contro il Messico e altri paesi della regione qualora non riuscissero a controllare il traffico di droga. Tali misure potrebbero includere l’uso di droni o altre forme di intervento militare contro i cartelli messicani.
La nuova amministrazione statunitense ha minacciato di imporre dazi significativi sui prodotti messicani se il governo messicano non collaborerà alla risoluzione delle questioni relative all’immigrazione e al narcotraffico. Alcune dichiarazioni indicano che potrebbe prendere in considerazione dazi fino al 25% sulle importazioni dal Messico. Questa strategia potrebbe danneggiare gravemente le relazioni commerciali tra gli Stati Uniti e i paesi latinoamericani, in particolare con il Messico, che è il principale partner commerciale degli Stati Uniti nella regione. Tuttavia, è essenziale chiarire che le relazioni commerciali tra Stati Uniti e Messico sono regolate dall’USMCA (United States-Mexico-Canada Agreement), che consente clausole di salvaguardia ma non ne consente l’uso indiscriminato.
La nuova amministrazione si confronterà con i leader latinoamericani che potrebbero essere più favorevoli alle sue politiche rispetto ai loro predecessori. Presidenti come Javier Milei in Argentina e Nayib Bukele in El Salvador hanno dimostrato un orientamento conservatore. Tuttavia, questa amministrazione dovrà bilanciare il sostegno a questi leader con il mantenimento di relazioni stabili con altri Paesi che potrebbero non essere ideologicamente allineati.
In sintesi, il nuovo Presidente dovrà affrontare una serie di sfide complesse in America Latina durante il suo secondo mandato. Dalla crescente influenza cinese alle questioni relative all’immigrazione e al traffico di droga, le sue politiche potrebbero avere un impatto significativo sulle relazioni tra gli Stati Uniti e le nazioni latinoamericane. Sarà fondamentale per la nuova amministrazione gestire queste dinamiche con attenzione per evitare conflitti aperti e mantenere una certa stabilità nella regione.
Il prossimo Presidente ha già annunciato l’intenzione di dare priorità all’America Latina nella sua agenda di politica estera, in contrasto con l’approccio di “negligenza benevola” adottato negli ultimi decenni. La sua amministrazione si concentrerà su questioni come l’immigrazione, il narcotraffico e l’influenza cinese, tutti fattori che potrebbero influenzare le elezioni nei paesi latinoamericani.
Le sanzioni imposte dalla nuova amministrazione statunitense potrebbero avere un impatto profondo sull’economia dell’America Latina. Queste misure punitive, tra cui dazi e altre restrizioni commerciali, sono concepite non solo per colpire direttamente i paesi interessati, ma anche per rimodellare l’intero panorama economico della regione. Un effetto immediato delle sanzioni sarà il deterioramento delle relazioni commerciali tra gli Stati Uniti e le nazioni latinoamericane. Gli Stati Uniti rappresentano una destinazione cruciale per le esportazioni di molti paesi della regione, in particolare il Messico, che dipende da questo mercato per oltre l’80% delle sue esportazioni. L’imposizione di dazi elevati, come quelli minacciati da Trump, potrebbe portare a una significativa riduzione del commercio bilaterale, danneggiando le economie locali e aumentando i costi per i consumatori.
Le sanzioni commerciali e i dazi possono avere un impatto diretto sull’occupazione nei paesi interessati. Settori come l’agricoltura, l’industria manifatturiera e i servizi potrebbero subire perdite sostanziali a causa del calo della domanda statunitense. Questa situazione potrebbe portare a un aumento dei tassi di povertà e disoccupazione, aggravando le già difficili condizioni economiche in molte nazioni latinoamericane.
Con l’aumento delle tensioni con gli Stati Uniti, i paesi latinoamericani potrebbero cercare di diversificare le proprie relazioni commerciali aumentando la dipendenza da partner alternativi come la Cina. Negli ultimi anni, la Cina ha notevolmente ampliato la propria presenza economica in America Latina investendo in infrastrutture e risorse naturali. Pertanto, le sanzioni statunitensi potrebbero accelerare questo processo di diversificazione, portando a una maggiore influenza cinese nella regione.
Le sanzioni imposte dagli Stati Uniti potrebbero anche provocare reazioni di ritorsione da parte dei governi latinoamericani interessati. Paesi come Messico e Brasile potrebbero imporre dazi sui prodotti fabbricati negli Stati Uniti in risposta alle misure punitive di Trump, creando un circolo vizioso di conflitti commerciali che danneggerebbe ulteriormente tutte le economie coinvolte.
Queste sanzioni non avranno ripercussioni solo sull’economia dell’America Latina, ma avranno anche ripercussioni sulla stabilità economica globale. Le interruzioni nei flussi commerciali tra Stati Uniti e America Latina potrebbero contribuire all’instabilità dei mercati a livello mondiale, aumentando l’incertezza per gli investitori e potenzialmente influenzando i tassi di crescita in altre regioni.
In conclusione, la nuova amministrazione è costretta ad abbandonare la sua precedente politica di “negligenza benevola” a favore di una posizione più aggressiva volta a proteggere sia il sistema economico americano sia gli interessi di sicurezza nazionale, che vedono una nazione apertamente avversaria non solo economicamente ma anche politicamente vicina come una minaccia. In questo contesto, una rinascita dei principi della Dottrina Monroe – anche nei suoi aspetti più aggressivi – è possibile, poiché la sicurezza nazionale è in gioco, mentre l’America Latina diventa sempre più attraente per le nazioni europee – in primis la Germania – che cercano nuovi spazi commerciali in un contesto di potenziali riduzioni altrove a livello globale. Questo scenario pone l’America Latina come una delle principali priorità per la nuova amministrazione in futuro.
America Latina: una priorità strategica per gli Stati Uniti
Alberto Cossu 14/01/2025
La nuova amministrazione americana dovrà affrontare una serie di sfide significative in America Latina, una regione che potrebbe diventare una priorità per la politica estera statunitense. Queste sfide sono influenzate da vari fattori, tra cui la crescente influenza della Cina nella regione, le questioni relative all’immigrazione, il narcotraffico e le relazioni commerciali con i paesi latinoamericani. Anche l’Unione Europea sta emergendo nell’area con un accordo di libero scambio che coinvolge i paesi del Mercosur. Sebbene apparentemente abbandonata, la Dottrina Monroe potrebbe trovare nuova vita.
Una delle principali questioni che l’amministrazione americana dovrà affrontare è l’espansione dell’influenza cinese in America Latina. Negli ultimi anni, il commercio tra la Cina e i paesi latinoamericani è aumentato drasticamente, passando da 18 miliardi di dollari nel 2002 a 480 miliardi di dollari nel 2023. La Cina ha investito in importanti progetti infrastrutturali, come porti e reti elettriche, rendendo difficile per gli Stati Uniti convincere i paesi della regione a prendere le distanze da Pechino e a collaborare più strettamente con Washington. In questo contesto, gli Stati Uniti stanno valutando l’adozione di un approccio più aggressivo per limitare l’accesso della Cina a progetti sensibili, considerandolo una questione di sicurezza nazionale. Il ruolo della Cina in America Latina e nei Caraibi è cresciuto rapidamente dall’inizio del secolo, promettendo opportunità economiche e sollevando al contempo preoccupazioni circa l’influenza di Pechino. Le imprese statali cinesi sono investitori chiave nei settori energetico, infrastrutturale e spaziale nella regione. Inoltre, Pechino ha ampliato la sua presenza culturale, diplomatica e militare in tutta la regione. Di recente, la Cina ha celebrato l’apertura di un nuovo mega-porto in Perù nell’ambito della sua iniziativa globale Belt and Road Initiative (BRI).
Inoltre, il Messico sta attraversando significative trasformazioni, guidate dall’ex presidente Andrés Manuel López Obrador, che aprono prospettive di investimento per i capitali internazionali. In particolare, il progetto principale del presidente mira a rivitalizzare la parte sud-orientale del paese, che è l’area meno sviluppata. Il piano include progetti infrastrutturali su larga scala come autostrade, ferrovie, aeroporti, porti, piattaforme logistiche e digitali, in cui la Cina è sempre più coinvolta. Nel Messico settentrionale, le aziende automobilistiche stanno assemblando prodotti cinesi, determinando un’impennata delle importazioni dalla Cina in Messico. Questa situazione alimenta un sistema di imprese di origine incerta che mirano ad aggirare i dazi doganali che favoriscono le continue esportazioni cinesi.
Inoltre, dal 2024 in poi, Pechino ha firmato accordi di libero scambio con Cile, Costa Rica, Ecuador, Nicaragua e Perù. Il volume degli investimenti diretti esteri dalla Cina al Messico è aumentato da 272 milioni di dollari nel periodo 2004-2013 a 1,843 miliardi di dollari nel decennio successivo (2014-2023), con un incremento di oltre sei volte in un periodo relativamente breve.
La gestione dell’immigrazione rappresenterà un’altra sfida cruciale. La precedente amministrazione ha dato priorità alla lotta all’immigrazione illegale. Con l’aumento dei flussi migratori – sebbene recentemente in calo – da paesi come Messico, Guatemala, Venezuela e Haiti, la nuova amministrazione potrebbe esercitare pressioni sui governi latinoamericani affinché blocchino i flussi migratori verso gli Stati Uniti. Ciò potrebbe comportare l’imposizione di dazi o sanzioni ai paesi che non collaborano alla riduzione dell’emigrazione.
Il traffico di droga rappresenta un altro problema critico. Gli Stati Uniti continuano a combattere l’epidemia di oppioidi, in particolare il fentanil, gran parte del quale proviene dal Messico. Questa situazione spinge Washington a prendere in considerazione misure punitive contro il Messico e altri paesi della regione qualora non riuscissero a controllare il traffico di droga. Tali misure potrebbero includere l’uso di droni o altre forme di intervento militare contro i cartelli messicani.
La nuova amministrazione statunitense ha minacciato di imporre dazi significativi sui prodotti messicani se il governo messicano non collaborerà alla risoluzione delle questioni relative all’immigrazione e al narcotraffico. Alcune dichiarazioni indicano che potrebbe prendere in considerazione dazi fino al 25% sulle importazioni dal Messico. Questa strategia potrebbe danneggiare gravemente le relazioni commerciali tra gli Stati Uniti e i paesi latinoamericani, in particolare con il Messico, che è il principale partner commerciale degli Stati Uniti nella regione. Tuttavia, è essenziale chiarire che le relazioni commerciali tra Stati Uniti e Messico sono regolate dall’USMCA (United States-Mexico-Canada Agreement), che consente clausole di salvaguardia ma non ne consente l’uso indiscriminato.
La nuova amministrazione si confronterà con i leader latinoamericani che potrebbero essere più favorevoli alle sue politiche rispetto ai loro predecessori. Presidenti come Javier Milei in Argentina e Nayib Bukele in El Salvador hanno dimostrato un orientamento conservatore. Tuttavia, questa amministrazione dovrà bilanciare il sostegno a questi leader con il mantenimento di relazioni stabili con altri Paesi che potrebbero non essere ideologicamente allineati.
In sintesi, il nuovo Presidente dovrà affrontare una serie di sfide complesse in America Latina durante il suo secondo mandato. Dalla crescente influenza cinese alle questioni relative all’immigrazione e al traffico di droga, le sue politiche potrebbero avere un impatto significativo sulle relazioni tra gli Stati Uniti e le nazioni latinoamericane. Sarà fondamentale per la nuova amministrazione gestire queste dinamiche con attenzione per evitare conflitti aperti e mantenere una certa stabilità nella regione.
Il prossimo Presidente ha già annunciato l’intenzione di dare priorità all’America Latina nella sua agenda di politica estera, in contrasto con l’approccio di “negligenza benevola” adottato negli ultimi decenni. La sua amministrazione si concentrerà su questioni come l’immigrazione, il narcotraffico e l’influenza cinese, tutti fattori che potrebbero influenzare le elezioni nei paesi latinoamericani.
Le sanzioni imposte dalla nuova amministrazione statunitense potrebbero avere un impatto profondo sull’economia dell’America Latina. Queste misure punitive, tra cui dazi e altre restrizioni commerciali, sono concepite non solo per colpire direttamente i paesi interessati, ma anche per rimodellare l’intero panorama economico della regione. Un effetto immediato delle sanzioni sarà il deterioramento delle relazioni commerciali tra gli Stati Uniti e le nazioni latinoamericane. Gli Stati Uniti rappresentano una destinazione cruciale per le esportazioni di molti paesi della regione, in particolare il Messico, che dipende da questo mercato per oltre l’80% delle sue esportazioni. L’imposizione di dazi elevati, come quelli minacciati da Trump, potrebbe portare a una significativa riduzione del commercio bilaterale, danneggiando le economie locali e aumentando i costi per i consumatori.
Le sanzioni commerciali e i dazi possono avere un impatto diretto sull’occupazione nei paesi interessati. Settori come l’agricoltura, l’industria manifatturiera e i servizi potrebbero subire perdite sostanziali a causa del calo della domanda statunitense. Questa situazione potrebbe portare a un aumento dei tassi di povertà e disoccupazione, aggravando le già difficili condizioni economiche in molte nazioni latinoamericane.
Con l’aumento delle tensioni con gli Stati Uniti, i paesi latinoamericani potrebbero cercare di diversificare le proprie relazioni commerciali aumentando la dipendenza da partner alternativi come la Cina. Negli ultimi anni, la Cina ha notevolmente ampliato la propria presenza economica in America Latina investendo in infrastrutture e risorse naturali. Pertanto, le sanzioni statunitensi potrebbero accelerare questo processo di diversificazione, portando a una maggiore influenza cinese nella regione.
Le sanzioni imposte dagli Stati Uniti potrebbero anche provocare reazioni di ritorsione da parte dei governi latinoamericani interessati. Paesi come Messico e Brasile potrebbero imporre dazi sui prodotti fabbricati negli Stati Uniti in risposta alle misure punitive di Trump, creando un circolo vizioso di conflitti commerciali che danneggerebbe ulteriormente tutte le economie coinvolte.
Queste sanzioni non avranno ripercussioni solo sull’economia dell’America Latina, ma avranno anche ripercussioni sulla stabilità economica globale. Le interruzioni nei flussi commerciali tra Stati Uniti e America Latina potrebbero contribuire all’instabilità dei mercati a livello mondiale, aumentando l’incertezza per gli investitori e potenzialmente influenzando i tassi di crescita in altre regioni.
In conclusione, la nuova amministrazione è costretta ad abbandonare la sua precedente politica di “negligenza benevola” a favore di una posizione più aggressiva volta a proteggere sia il sistema economico americano sia gli interessi di sicurezza nazionale, che vedono una nazione apertamente avversaria non solo economicamente ma anche politicamente vicina come una minaccia. In questo contesto, una rinascita dei principi della Dottrina Monroe – anche nei suoi aspetti più aggressivi – è possibile, poiché la sicurezza nazionale è in gioco, mentre l’America Latina diventa sempre più attraente per le nazioni europee – in primis la Germania – che cercano nuovi spazi commerciali in un contesto di potenziali riduzioni altrove a livello globale. Questo scenario pone l’America Latina come una delle principali priorità per la nuova amministrazione in futuro.
Pubblichiamo un articolo di Tiberio Graziani, dove il ragionamento sulla metafora della “gabbia d’acciaio” di Weber, aggiornata al contesto odierno, invita a riflettere sul ruolo della politica di fronte alla sfida dell’intelligenza artificiale e sulle possibili derive…
Nel contesto contemporaneo, caratterizzato dalla pervasività crescente delle nuove tecnologie di comunicazione nei processi di formazione dell’opinione e delle decisioni, le riflessioni sociologiche di Max Weber sulla “gabbia d’acciaio” si rivelano uno strumento proficuo per comprendere le avvisaglie di quelle che possiamo definire le derive del sistema neo-liberaldemocratico.
Infatti, la connessione tra razionalizzazione tecnocratica, etica utilitarista e conformismo sociale e culturale, ben descritto da Weber, trova oggi nuova linfa nella crescente strumentalizzazione del fenomeno dell’intelligenza artificiale, nell’ascesa del politically correct e nella trasformazione delle democrazie occidentali in regimi che mostrano tratti di neo-totalitarismo.
L’intelligenza artificiale: il volto razionale della gabbia d’acciaio
L’intelligenza artificiale (IA), applicata ai processi industriali rappresenterebbe, in un certo senso, l’apice della razionalizzazione teorizzata dal pensatore tedesco. Essa è sostanzialmente una tecnologia che promette – e permette – efficienza e ottimizzazione, ma – se non criticamente e adeguatamente gestita – al prezzo di una crescente e generalizzata alienazione. Le decisioni automatizzate, infatti, basate su algoritmi, potrebbero ridurre la capacità dell’individuo di influire sugli esiti dei processi sociali: Dal punto di vista della critica del potere, l’uso di questi algoritmi sembra rafforzare una struttura burocratica che si autoalimenta, concorrendo alla creazione di una “gabbia d’acciaio” digitale. Questa “gabbia d’acciaio” digitale, apparentemente neutrale, imporrebbe pertanto una logica strumentale che svuota i valori umani di significato, spingendo le classi dominanti verso un controllo sempre più marcato, pervasivo e disumanizzante delle società.
L’IA – per come attualmente viene gestita – si pone come un ulteriore strumento di consolidamento del potere delle classi dominanti degli Stati tecnologicamente più avanzati e dei gruppi di potere all’interno delle grandi corporation finanziarie e industriali, producendo disuguaglianze strutturali nelle società e negli ambiti lavorativi. L’accesso alle tecnologie più avanzate è riservato a pochi attori globali, mentre i cittadini comuni diventano meri ingranaggi di un sistema che non sembrano comprendere pienamente. La promessa di libertà, tipica del discorso neoliberale, si trasforma in una forma di “schiavitù algoritmica”, dove la capacità di autodeterminazione è sempre più limitata.
Il politically correct: sintomo del neostato etico occidentale
Il politically correct, spesso percepito e soprattutto veicolato come un progresso civile, può essere interpretato – nell’ambito della critica degli odierni comportamenti sociali e dell’evoluzione politica della società occidentale – come un sintomo concreto dell’affermazione di uno stato etico di matrice occidentale. Attraverso un rigido controllo del linguaggio e delle opinioni, si cerca di conformare la società a un insieme di valori ritenuti universali, ma che in realtà riflettono l’ideologia dei ceti dominanti. Questo fenomeno, lungi dall’essere una forma di emancipazione, diventa uno strumento di omologazione culturale.
L’imposizione del politically correct non solo limita la libertà di espressione, ma tradisce un’eterogenesi dei fini. Le democrazie liberali, nate per tutelare il pluralismo e la diversità, finiscono per adottare pratiche totalizzanti che mirano a eliminare il dissenso. In tal modo, si realizza una nuova forma di totalitarismo soft, in cui il consenso è costruito attraverso la pressione sociale e l’isolamento dei “devianti”, mediante, ma non solo, sofisticate forme di gogna mediatica (la nota ‘macchina del fango’), attribuzioni di connessioni, relazioni e comportamenti fatti percepire come imbarazzanti, socialmente e politicamente riprovevoli, suscettibili persino di coercizione sanzionatoria.
Totalitarismo ed eterogenesi dei fini
Il pensiero neo-liberaldemocratico, con la sua enfasi sul mercato, sui diritti individuali e sul progresso tecnologico, sembra dunque incarnare l’apice della modernità. Tuttavia, esso si rivela paradossalmente, nella sua esplicitazione pratica, come l’esito terminale del ciclo storico liberaldemocratico. La ricerca incessante di efficienza, connessa alla crescente concentrazione del potere economico e finanziario nelle mani di pochi gruppi, come ben descritto da Alessandro Volpi, ha portato a un sistema che limita sempre più la libertà autentica, trasformando i cittadini in sudditi di un ordine razionalizzato e globalizzato, in cui il dibattito democratico, laddove ancora si esercita, nel migliore dei casi assume i caratteri di una mera ritualità sclerotizzata, nel peggiore, data la crescente virulenza polarizzatrice che attualmente lo contraddistingue, una singolare forma di nevrosi.
L’eterogenesi dei fini – principio per il quale le azioni ideate ed intraprese con uno scopo ben preciso conducono invece a impensabili risultati opposti – si palesa chiaramente nella prassi della contemporanea liberaldemocrazia. Le democrazie, per come le abbiamo conosciute nel nostro Continente almeno a partire dalla Rivoluzione francese ad oggi, nate per proteggere l’individuo dall’arbitrio del potere, si sono trasformate, nell’arco di pochi decenni, in sistemi che controllano capillarmente le vite dei cittadini. I meccanismi di sorveglianza, la censura implicita e la manipolazione dell’informazione costituiscono alcuni degli strumenti di un potere che non si presenta più visibilmente come autoritario, ma parodisticamente paternalistico e salvifico, ammantato di una sovrastruttura retorica presa in prestito dalla riflessione popperiana.
La necessità e l’urgenza di nuova critica della modernità
Il ragionamento sulla metafora della “gabbia d’acciaio” di Weber, aggiornata al contesto odierno, ci aiuta a riflettere sulle derive del modello neo-liberaldemocratico che attualmente viviamo. L’uso strumentale dell’intelligenza artificiale, il politically correct e le dinamiche di eterogenesi dei fini sono evidenti sintomi del percorso di un sistema autoreferenziale che sembra avviarsi al collasso.
Per contenere e sfuggire a questa nuova forma di totalitarismo, risulta necessario ed urgente recuperare il valore del pensiero critico e la pratica dell’azione collettiva. Solo mediante una riformulazione dei rapporti tra tecnologia, etica e politica forse sarà possibile costruire un futuro che non sia dominato dalla logica impersonale della “gabbia d’acciaio”, ma che restituisca centralità all’essere umano e alla sua dignità.
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Se la tendenza delle dinamiche geopolitiche volge sempre più verso una fase multipolare o policentrica non è detto che le ambizioni e le volontà dei centri decisori siano in grado di adattarsi ed intendano accettare questa nuova condizione. Il divario tra la complessità crescente del confronto e del conflitto politico e il desiderio di semplificazione delle trame in corso costituisce il fattore più destabilizzante che può portare ad una esacerbazione incontrollata dello scontro. Ne parliamo con Federico Bordonaro e Tiberio Graziani sulla falsariga di due interessanti monografie edite e curate dai due autori. Buon ascolto, Giuseppe Germinario
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Ancora una conversazione sulla geopolitica e sui geopolitici. Grazie al libro curato da Federico Bordonaro, Tiberio Graziani e Emanuel Pietrobon entra nel mirino il geopolitico statunitense Phil Kelly. L’obbiettivo di Kelly è riaffermare il ruolo della geopolitica, quindi della geografia, rispetto al realismo e al costruttivismo; anche, però, iniziare a definire non solo l’autonomia ma anche le relazioni tra di essi. Da qui una definizione aggiornata di heartland e delle interazioni molto più interconnesse tra le tre parti del globo definite dalla geopolitica classica. Una attenzione che consente di discernerere la rilevanza teorica della produzione di Kelly dalla sua fervente affiliazione alla causa della proiezione statunitense, sin troppo evidente in gran parte dei suoi scritti. Buon ascolto, Giuseppe Germinario ll sito www.italiaeilmondo.com non fruisce di alcuna forma di finanziamento, nemmeno pubblicitaria. Tutte le spese sono a carico del redattore. Nel caso vogliate offrire un qualsiasi contributo, anche periodico, ecco le coordinate: postepay evolution a nome di Giuseppe Germinario nr 5333171135855704 oppure iban IT30D3608105138261529861559 oppure PayPal.Me/italiaeilmondo