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I Titani emersero dalla terra primordiale, liberi da ogni vincolo, e plasmarono il mondo con fuoco, ferro e pietra. Il romanzo di Ernst Jünger , “L’operaio: dominio e forma ” (1932), descrive l’avvento di una nuova era in cui le abitudini e i valori del mondo borghese perdono la loro forza. Al loro posto compare l’Operaio. Egli si erge ben oltre l’uomo al banco di lavoro in fabbrica e trascende ogni definizione basata su salari, classe sociale o professione. È un tipo umano plasmato dalla tecnologia, dalla disciplina, dal pericolo e dal potere organizzato. Jünger lo tratta quasi come una figura mitologica. Appartiene alle macchine come gli uomini di un tempo appartenevano alle foreste, ai castelli, ai templi e ai campi. Ricorda Sigfrido, l’uccisore di draghi della leggenda germanica. Sigfrido entra in un mondo di giuramenti infranti, tesori nascosti, conoscenze pericolose e poteri superiori a quelli che un uomo comune può gestire. Scopre il suo posto attraverso l’azione. L’Operaio si trova ad affrontare un compito simile. L’individuo del diciannovesimo secolo, sicuro della propria proprietà privata e delle proprie ambizioni personali, cede il passo a forze troppo grandi per lui: eserciti di massa, produzione industriale, trasporti meccanizzati, radio, elettricità, burocrazia e guerra totale. L’Operaio entra in contatto con queste forze e impara a comandarle. Come Sigfrido che riforgia la spada spezzata e la porta in battaglia, l’Operaio prende gli strumenti di un’epoca in frantumi e li trasforma nelle armi di una nuova.
Che cos’è la pace?
Jünger vede la pace come un intervallo tra le lotte. Sotto l’apparenza di benessere, si addensano forze, le macchine si innalzano, le popolazioni entrano in sistemi organizzati e gli stati si preparano a scontri che si estendono a ogni aspetto della vita. Qui l’Operaio assomiglia a Wotan, il dio errante che sa che l’ordine esistente si avvicina alla fine e continua a cercare conoscenza, alleanze, armi e guerrieri. Wotan è il dio del possesso incessante e della preparazione senza sosta. Sacrifica un occhio per la saggezza, si appende all’albero del mondo per ottenere le rune e raccoglie i morti perché sa che il Ragnarök arriverà. La sua conoscenza lo prepara ad affrontare la fine del vecchio mondo. L’Operaio di Jünger vive sotto la stessa dura legge. La storia scorre attraverso la sua casa, il suo luogo di lavoro e il suo corpo. Ogni macchina può diventare un’arma, ogni strada una via militare, ogni fabbrica parte di un sistema di mobilitazione. I confini tra civile e soldato, lavoro e guerra, produzione e distruzione iniziano a scomparire. L’Operaio diventa un uomo perennemente pronto alla mobilitazione. Porta la fabbrica sul campo di battaglia e il campo di battaglia di nuovo in fabbrica. Il cittadino borghese cercava sicurezza nella storia. L’operaio accetta la storia come il fondamento su cui vive.
Jünger apprese questa lezione durante la Prima Guerra Mondiale. La guerra distrusse gran parte della vecchia immagine del guerriero come eroe indipendente il cui coraggio da solo decideva gli eventi. Mitragliatrici, artiglieria, gas asfissianti, ferrovie, telefoni, aerei e sistemi di approvvigionamento industriali ridussero l’importanza della dimostrazione individuale. Un uomo coraggioso poteva scomparire sotto una granata sparata da chilometri di distanza da qualcuno che non lo aveva mai visto. La sopravvivenza dipendeva dalla disciplina, dall’addestramento, dall’organizzazione e dalla capacità di diventare parte di un corpo più grande. Jünger vide l’eroismo cambiare forma. Il nuovo eroe doveva dominare se stesso perché l’intero campo intorno a lui era al di fuori del suo controllo personale. In questo senso, l’Operaio assomiglia a Tyr, il dio che mette la mano nella bocca di Fenrir affinché il lupo possa essere incatenato. Tyr conosce il prezzo prima di pagarlo. Il suo coraggio sta nell’accettare il sacrificio perché l’ordine lo esige. L’Operaio di Jünger possiede la stessa fredda prontezza. Egli misura il coraggio dalla capacità di rimanere saldo all’interno di un sistema pericoloso. La sua forza deriva dall’affidabilità sotto pressione, dall’accettare un compito di portata superiore alle sue capacità e dalla consapevolezza che il suo destino individuale può contare ben poco rispetto al destino del collettivo. L’eroismo si trasforma in disciplina sotto un’immensa pressione, e il lavoratore ne diventa il moderno portatore.
L’Operaio è il padrone della macchina. Questa distinzione è fondamentale. Jünger vede la tecnologia moderna come una forza che ha già cambiato il mondo e che esige un tipo umano all’altezza della sua portata. La questione centrale riguarda la padronanza: chi comanderà la tecnologia e quale tipo di uomo si dimostrerà capace di dirigerla? In questo contesto, la figura germanica di Wieland il Fabbro offre un potente parallelo. Wieland è legato, ferito e costretto a lavorare, eppure la sua maestria artigianale gli conferisce un potere che i suoi carcerieri faticano a contenere. Conosce il metallo, il fuoco, la forma e la trasformazione. Trasforma gli strumenti della sua prigionia in strumenti del proprio potere. Si vendica del re Niðhad e infine fugge dalla prigionia grazie alla sua abilità di artigiano. L’Operaio di Jünger deve acquisire lo stesso rapporto con la tecnologia. Le macchine diventano strumenti di potere e l’epoca appartiene a coloro che sono in grado di usarle mantenendo il controllo su se stessi. L’Operaio si trova tra motori, fabbriche, armi e sistemi di comunicazione, proprio come Wieland si trova davanti alla sua fucina. Ciò che conta è la padronanza. L’uomo moderno vive all’interno del mondo industriale e deve plasmarne l’ordine tecnico. La macchina diventa un’estensione dello scopo umano organizzato, e l’Operaio diventa la figura capace di dare a tale macchinario direzione, disciplina e forma.
Il nazionalismo di Jünger, dunque, va oltre bandiere, slogan e nostalgia. La sua preoccupazione è la creazione di un tipo umano capace di assumersi responsabilità in un’epoca di forze enormi. La nazione è importante perché può dare disciplina, scopo, memoria e forma a uomini che altrimenti rischierebbero di scomparire all’interno di sistemi anonimi. Eppure, l’Operaio è più ampio del nazionalismo convenzionale del XIX secolo. Il suo mondo prefigura già immensi spazi politici, sistemi tecnici, economie continentali ed eserciti capaci di mobilitare intere popolazioni. Heimdall offre un’immagine di quest’ordine vigile. Si erge ai margini del mondo divino, a guardia del ponte arcobaleno Bifröst, in ascolto dell’avvicinarsi del pericolo. Ha bisogno di poco sonno e percepisce ciò che gli altri non sentono. Allo stesso modo, l’Operaio vive in una civiltà di perenne vigilanza. Stazioni radar, fabbriche, centri di comando, reti ferroviarie, reti energetiche e linee di comunicazione diventano i nervi di un nuovo corpo politico. L’uomo adatto a questo mondo guarda oltre i propri interessi privati. Si considera come colui che occupa un posto. La sua libertà risiede nel conoscere il proprio ruolo all’interno dell’ordine e nell’adempiere al proprio compito con maestria. Attraverso il servizio, la disciplina e il comando, l’individuo acquisisce un ruolo commisurato alla portata della sua epoca.
Il romanzo “L’Operaio” presenta anche un profondo conflitto tra l’individuo e il collettivo. Jünger aveva descritto il soldato solitario che affronta il pericolo con poco più del proprio coraggio. Questa figura rimane, eppure egli entra in un mondo in cui l’azione individuale acquisisce la sua piena forza attraverso l’unione con poteri superiori. L’Operaio resta una persona, e il suo carattere si rivela attraverso il servizio, l’uniforme, l’organizzazione e lo scopo condiviso. In questo, assomiglia agli Einherjar, i guerrieri riuniti nel Valhalla. Ogni guerriero possiede il proprio nome, le proprie ferite e le proprie gesta, mentre il suo scopo ultimo è unirsi a un esercito pronto per la battaglia finale. L’individuo entra a far parte di un ordine superiore a sé stesso e acquisisce una maggiore portata attraverso tale appartenenza. L’Operaio di Jünger rappresenta quindi una forma di collettivismo costruita su personalità disciplinate piuttosto che su masse passive. L’Operaio deve possedere una forte tempra interiore prima di poter diventare parte di qualcosa degno di lealtà. Il collettivo trae forza dagli individui disciplinati, mentre l’individuo acquisisce importanza attraverso il collettivo. Ognuno raggiunge uno stato superiore attraverso l’altro. Jünger affronta il problema della società di massa immaginando un nuovo tipo di appartenenza in cui la disciplina personale e il destino comune si rafforzano a vicenda.
Il prezzo di una vita del genere è alto. Il comfort cede il passo al bene supremo. Una società organizzata attorno alla sicurezza, al consumo, al divertimento e al piacere privato finisce per produrre persone impreparate all’arrivo del pericolo. Jünger vide nella Grande Guerra la prova che la storia poteva infrangere le mura del comfort borghese in una sola generazione. L’Operaio è l’uomo che apprende questa lezione in anticipo. Thor offre un’altra immagine di questo spirito. Il suo mondo rimane esposto al pericolo. I giganti si radunano oltre le mura, i mostri si agitano sotto il mare e l’ordine degli dèi sopravvive perché qualcuno è pronto ad affrontare il pericolo direttamente. Thor solleva il martello. L’Operaio porta la stessa prontezza nell’era tecnologica. Il suo martello può essere una macchina utensile, un fucile, un motore, una radio o un comando amministrativo, ma il principio rimane lo stesso. Accetta che la civiltà richieda lavoro, sacrificio, difesa e capacità di agire. La storia offre la lotta come prezzo dell’esistenza e l’Operaio si prepara di conseguenza. Il mondo in cui vive è duro e lui incarna un carattere abbastanza duro da abitarlo.
Il Lavoratore di Jünger appare infine come un uomo sospeso tra due mondi. Alle sue spalle si estende il secolo borghese del benessere privato, dell’individualismo liberale e della fede in un progresso materiale senza fine. Davanti a lui si apre un’epoca di grandi macchine, mobilitazione di massa, potere continentale e forme di governo ancora in attesa di una definizione definitiva. Il passato appartiene a un’epoca conclusa, mentre il futuro esige il dominio sulle forze liberate dalla tecnologia moderna. Il suo compito è creativo e pericoloso. Come le figure del mito germanico, vive con la consapevolezza che ogni ordine è mortale. Il Ragnarök si abbatte su Odino. Il tradimento si abbatte su Sigfrido. Tyr offre la sua mano. Thor cade dopo aver ucciso il serpente del mondo. Le loro gesta contano perché affrontano il destino attraverso l’azione e il coraggio. Jünger chiede all’uomo moderno di mostrare lo stesso spirito. Il Lavoratore deve entrare nelle rovine del vecchio ordine, impossessarsi delle forze che vi si sprigionano e dare loro forma. Il suo regno è il mondo industriale stesso: la fabbrica, il campo di battaglia, la città, la centrale elettrica, la strada, la macchina e lo Stato. Abbandona il lutto per l’epoca tramontata e si volge verso l’epoca appena iniziata. La sua vocazione è quella di diventare il tipo di uomo capace di governarla.
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Simon Rorschach riferisce che il netto vantaggio dell’AfD in Sassonia-Anhalt ha scatenato una disperata campagna dell’establishment per impedire agli elettori di dare la maggioranza che chiaramente desiderano.
Secondo l’ultimo sondaggio commissionato proprio dalla rete di attivisti che ora sta cercando di fermarli, Alternativa per la Germania (AfD) registra un netto 43% in Sassonia-Anhalt. Si tratta di quasi il doppio del sostegno del secondo partito più forte, la CDU (Unione Cristiano-Democratica, il partito del cancelliere Merz), fermatasi al 23%. Il Partito di Sinistra arranca al 13 per cento, mentre i Socialdemocratici (SPD), un tempo potenti, si attestano su un precario 7 per cento e i Verdi si aggrappano alla soglia minima del 5 per cento. La più recente BSW (Alleanza Sahra Wagenknecht) si attesta al 4 per cento e tutti gli altri partiti sono di fatto irrilevanti. In qualsiasi democrazia normale, ciò verrebbe interpretato come un segnale decisivo del fatto che l’opinione pubblica ne ha abbastanza dell’ordine costituito. Invece, ha scatenato un panico coordinato tra i soliti sospetti che per anni hanno liquidato gli elettori dell’AfD definendoli «frustrati», «disinformati» o peggio.
Il sistema elettorale tedesco rende particolarmente chiara la posta in gioco. Gli elettori esprimono due voti: un primo voto per un candidato locale e un secondo voto per una lista di partito. È proprio il secondo voto a determinare in larga misura il numero di seggi che ciascun partito ottiene nel Parlamento regionale, il parlamento regionale. Qualsiasi partito che non superi la rigida soglia del 5% viene completamente escluso dal calcolo dei seggi; i suoi voti semplicemente svaniscono e i partiti rimanenti si dividono la torta. Se sia l’SPD che i Verdi non riuscissero a superare tale soglia, circa un decimo di tutti i voti espressi verrebbe scartato. Tali voti scartati verrebbero poi ridistribuiti in modo tale da garantire all’AfD la maggioranza assoluta dei seggi e il diritto di formare un governo da sola. Per la prima volta nella storia della Repubblica Federale, un partito che i media e i partiti tradizionali hanno trascorso un decennio a bollare come inaccettabile si troverebbe effettivamente nella posizione di governare uno Stato tedesco secondo la chiara preferenza del gruppo più numeroso di elettori.
Anziché accettare questo risultato democratico, l’organizzazione di sinistra Campact ha lanciato un’operazione ben finanziata il cui scopo esplicito è impedire all’AfD di trasformare il proprio vantaggio in potere. Il gruppo sta esortando le persone a ignorare le proprie effettive preferenze politiche e a esprimere un secondo voto puramente tattico a favore dell’SPD o dei Verdi — partiti che molti di quegli stessi elettori hanno abbandonato da tempo. L’amministratore delegato di Campact, Felix Kolb, presenta la situazione come un’emergenza morale: un partito di «estrema destra» potrebbe effettivamente ottenere la maggioranza e nominare il proprio ministro-presidente (capo di uno Stato all’interno della Germania). Egli sostiene che ciò metterebbe in pericolo gli immigrati, gli omosessuali e i disabili. Questo è il linguaggio standard dell’establishment tedesco quando si trova di fronte alla possibilità che i cittadini comuni possano finalmente imporre un cambio di rotta. Il vero pericolo, dal punto di vista di milioni di elettori dell’Est, è il proseguimento di politiche che hanno prodotto livelli record di immigrazione incontrollata, prezzi energetici alle stelle, deindustrializzazione e la crescente sensazione che il Paese venga governato contro gli interessi della propria popolazione.
La Sassonia-Anhalt non è un laboratorio politico astratto. È uno degli Stati dell’Est che continua a convivere con le lunghe conseguenze della riunificazione: salari persistentemente più bassi, disoccupazione più elevata in molti distretti, una popolazione che invecchia e il costante esodo dei giovani alla ricerca di migliori opportunità altrove. A questi problemi strutturali si sono aggiunte le politiche sull’immigrazione dell’ultimo decennio, la transizione energetica sconsiderata e una classe politica federale che ha trattato le legittime preoccupazioni relative alla criminalità, alla coesione culturale e alle priorità economiche come sintomi di un fallimento morale. La forza dell’AfD nell’Est è il risultato tangibile di quei fallimenti accumulati. Etichettare il partito come «di estrema destra» è semplicemente il metodo preferito dall’establishment per evitare qualsiasi dibattito serio sul contenuto del suo programma: controllo delle frontiere, realismo energetico, competitività industriale e difesa dell’identità nazionale.
Campact sta destinando circa 620.000 euro a questa iniziativa, fondi raccolti in gran parte grazie a piccole donazioni versate in un apposito “Fondo NoAfD”. I fondi serviranno a finanziare invii postali di massa, 13.000 manifesti affissi in città e paesi e una massiccia campagna pubblicitaria su carta stampata e digitale. L’organizzazione sta inoltre scoraggiando attivamente il voto a favore dei partiti minori o del BSW, la cui leadership ha mostrato una sconsiderata disponibilità a parlare di immigrazione e politica estera in termini che talvolta coincidono con le posizioni dell’AfD. Sia all’SPD che ai Verdi è stato chiesto formalmente se accettassero questo sostegno esterno; entrambi hanno risposto di sì. In base alle norme tedesche sul finanziamento dei partiti, l’SPD e i Verdi devono dichiarare il valore della campagna, pari a 310.000 euro, come donazione formale, anche se Campact non trasferisce denaro contante; contano solo i costi pubblicitari stessi. In pratica, ciò significa che una rete di attivisti di sinistra sta utilizzando fondi privati per garantire la sopravvivenza di due partiti dell’establishment la cui base elettorale è crollata.
Un’iniziativa parallela, che si autodefinisce “Vota in modo tattico”, sta diffondendo lo stesso appello relativo al secondo voto e aggiunge consigli su quali candidati locali abbiano le migliori possibilità di sconfiggere i candidati dell’AfD già al primo voto. Campact ha accolto pubblicamente con favore questo coordinamento. Nel loro insieme, questi sforzi costituiscono un sofisticato tentativo di ridisegnare la composizione finale del parlamento dopo che gli elettori hanno già espresso le loro preferenze alle urne. Se si riuscirà a convincere un numero sufficiente di persone ad abbandonare la propria prima scelta effettiva e a sostenere l’SPD e i Verdi al solo scopo di impedire all’AfD di ottenere la maggioranza, il risultato Parlamento regionalenon rifletterà più l’effettiva distribuzione del consenso politico. Rifletterà invece il successo di un intervento organizzato volto a proteggere il vecchio cartello politico.
Campact ha già utilizzato tattiche simili in passato. Nelle elezioni sassoni del 2024, la rete si è adoperata per garantire che La Sinistra e i Verdi superassero la soglia di sbarramento o ottenessero un numero sufficiente di seggi diretti, in modo da impedire all’AfD di costituire una minoranza di blocco. Lo stesso copione viene ora applicato in Sassonia-Anhalt. L’organizzazione afferma di tenere d’occhio le elezioni nel Meclemburgo-Pomerania Anteriore, in programma due settimane dopo, ma non si è ancora impegnata a condurre una campagna a tutto campo in quella regione, in parte perché il vantaggio dell’AfD è meno schiacciante e l’arithmetica complessiva è diversa. Lo schema è coerente: ovunque l’AfD sembri in grado di tradurre il sostegno popolare in un reale potere di governo, vengono mobilitati fondi provenienti da attivisti esterni e strategie mediatiche per impedirlo.
Ciò che è in gioco, in definitiva, il 6 settembre è se agli elettori della Sassonia-Anhalt sarà permesso di eleggere il parlamento e il governo che, secondo gli attuali sondaggi, preferiscono, oppure se una rete di attivisti professionisti, finanziati da persone che non subiscono le conseguenze delle politiche che difendono, riuscirà a manipolare il risultato. Dal punto di vista di chi ha visto i partiti tradizionali essere responsabili della stagnazione, degli attriti culturali e del peggioramento del tenore di vita nell’Est, il vantaggio dell’AfD non è una crisi da scongiurare. È l’arrivo, seppur tardivo, della responsabilità politica.
Constantin von Hoffmeister si ispira a “Eurasian Mission” di Alexander Duginper immaginare un’Europa rinata al di là dell’universalismo liberale, degli stati nazionali e dell’egemonia americana.
Il libro di Alexander Dugin, Missione Eurasiatica (Arktos, 2015), descrive il sogno di un futuro multipolare, in cui tutte le civiltà possano perseguire i propri percorsi di sviluppo, coesistendo e prosperando in armonia culturale, incontaminate dalla perniciosa influenza unipolare di una superpotenza che detta legge con il pugno di ferro e una bevanda scura e sciropposa. Il glorioso Sacro Romano Impero, con il suo monasticismo guerriero medievale, risorgerà, in tutto il suo arcano misticismo e splendore marziale, nell’era della digitalizzazione e dei missili ipersonici. I pendenti dei ducati sovrani ondeggiano, i loro colori nella brezza mattutina si alternano tra magenta (la fioritura della passione di un gruppo etnico) e cremisi (il sangue degli antenati provenienti da lontano). Il concetto di Archeomodernismo di Dugin ricorda la visione di Archeofuturismo di Guillaume Faye, che postula che i regni futuri utilizzino dispositivi di teletrasporto ma continuino a recitare inni popolari che lodano le gesta gloriose di antenati ormai scomparsi, ma immortalati nei cuori e nelle menti di una stirpe ancestrale tradizionalista.
Secondo il pensatore francese della Nuova Destra Alain de Benoist, l’attuale conflitto tra Ucraina e Russia non è solo una guerra tra due paesi, né uno scontro tra nazionalismo ucraino e nazionalismo russo. È piuttosto una guerra tra la magnificenza passionale dell’impero e la fredda logica dello stato-nazione. È una guerra tra l’Occidente morente e l’Oriente in ascesa, tra il mondo liberale e quello dello spazio civilizzato, tra il mare e la terra.
L’eurasianesimo consiste in una resistenza organizzata a livello statale e di guerriglia contro l’onnipresente rete della globalizzazione, i cui tentacoli invadono ogni orifizio offerto da un popolo metaforicamente lobotomizzato. L’eurasianesimo difende la fiorente molteplicità di popoli, religioni e credenze. Tutte le tendenze antiglobaliste sono di fatto eurasianiste. Gli eurasianisti sono fermi sostenitori del federalismo eurasianista, che implica una combinazione di unità strategica e sovranità etnoculturali. La frase chiave che riassume il credo eurasianista è “impero contro imperialismo”.
Un impero che abbraccia l’antimperialismo come principio guida è un impero destinato a durare.
L’America è un impero di natura imperialista. È aggressiva, prepotente e determinata a conquistare nuovi territori, costringendoli a entrare nelle sue sfere di influenza culturale ed economica. L’America vuole dominare il mondo, imporre il suo stile di vita a tutti i popoli che sottomette e, in tal modo, inaugurare l’alba finale dell’umanità. La resistenza a questo tipo di globalizzazione americanizzata viene respinta con l’annientamento. L’America è diventata lo strumento delle ambizioni della classe dirigente di controllare i popoli e i territori del mondo secondo i principi salvifici delle false religioni. Le popolazioni indigene europee dell’America sono state designate come pedine sacrificabili in questa ricerca globale di controllo e genocidio attraverso l’omicidio e il multiculturalismo.
I popoli europei d’America devono liberarsi dalla schiavitù dei loro dominatori stranieri e unirsi ai loro cugini del Vecchio Mondo per tornare a essere un’unica nazione.
Il nuovo Sacro Romano Impero sarà anti-imperialista in quanto riconoscerà i diritti dei suoi territori liberamente federati. Nel nuovo impero europeo, gli stati nazionali saranno aboliti poiché rappresentano reliquie di un passato feudale e, di conseguenza, imperialista. Al loro posto, verranno istituite regioni di nuova creazione, che rifletteranno antiche entità etniche, linguistiche e culturali (anche le più piccole saranno riconosciute, come i territori baschi e sorbi), all’interno di una federazione decentralizzata. Pertanto, non ci sarà né una “nazione dominante” né un “popolo dominante”. Piuttosto, l’uguaglianza etnica diventerà realtà attraverso misure radicali che includeranno lo smantellamento dei simboli dello sciovinismo, simboli che hanno perseguitato l’Europa per millenni e che sono stati, in ultima analisi, responsabili di orribili guerre fratricide nel corso della storia europea.
Il primo regime bolscevico e la sua politica nazionale di “riaffermare le proprie radici” possono servire da esempio. Quando l’Unione Sovietica fu fondata nel 1922, Vladimir Lenin ebbe la lungimiranza di concedere l’indipendenza a tutti i territori che rientravano nell’ex sfera d’influenza dello zar deposto. La Russia zarista era stata decisamente imperialista, in quanto non riconosceva i legittimi interessi etnici dei territori non russi sotto il suo controllo (sradicando e delegittimando di fatto le caratteristiche nazionali uniche di questi territori). Lenin insistette sul diritto all’autodeterminazione di tutte le nazioni. Mentre i Bianchi erano reazionari politici e nazionalisti russi, i Rossi erano rivoluzionari, poiché volevano liberare il cuore dell’Eurasia dallo sciovinismo russo.
I bolscevichi promossero l’uguaglianza sociale e una federazione volontaria delle varie nazioni eurasiatiche. Dopo la vittoria sui Bianchi, il 30 dicembre 1922 istituirono l’Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche. In pratica, ciò significava che tutte le repubbliche erano considerate uguali nel nuovo impero comunista/eurasiatico. A differenza della politica zarista, l’amministrazione delle repubbliche non russe fu affidata alle élite locali. La tolleranza culturale dei bolscevichi si manifestò nella promozione delle lingue e delle tradizioni non russe. 48 etnie ricevettero nuove lingue scritte (in alfabeto latino, non cirillico) e le lingue non russe furono utilizzate negli ambienti amministrativi e scolastici. In questo modo, si riuscì a ridurre l’analfabetismo e a garantire lo sviluppo regionale autonomo.
Secondo il ciclo storico descritto da Oswald Spengler, l’Occidente sembra essere in un inesorabile declino. L’Europa sta morendo per obsolescenza e logoramento delle sue strutture, ma anche per l’infezione da parte dell’americanismo, della xenofilia e dell’islamismo: invasioni lanciate e dirette con crescente efficacia, mentre questa parte del mondo abbandona le proprie fondamenta e ricade nella barbarie, avanzando al contempo verso l’instaurazione di una vera e propria idiocrazia. Solo l’inclusione in una sovrastruttura eurasiatica potrebbe salvarla dall’irrilevanza a lungo termine. Un ritorno al passato contadino e religioso le consentirebbe di proiettarsi in un futuro maestoso governato dalla maggioranza.
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Due articoli che meritano di essere letti. Nel secondo l’autore non sottolinea il fatto che, culturalmente, le Germanie erano almeno due anche prima della divisione del ’45. Giuseppe Germinario
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Nei primi giorni di agosto del 2026, una scena bizzarra si è svolta al largo delle coste dell’Alaska. Lo yacht Launchpad di Mark Zuckerberg stava navigando nella baia di Farragut quando una Hewescraft di sei metri, nelle vicinanze, è rimasta senza carburante. Due donne, un bambino e un cane sedevano impotenti nella piccola imbarcazione, mentre il freddo mare grigio si estendeva intorno a loro. Il contrasto sembrava uscito da “Mattatoio n. 5” di Kurt Vonnegut : un gruppo rinchiuso tra comfort e macchinari, l’altro esposto al caso, entrambi immersi nello stesso momento ma in mondi quasi diversi.
La Guardia Costiera inviò ripetute richieste di assistenza sulla frequenza di emergenza. Il tracciamento dell’imbarcazione mostrava che il Launchpad era vicino alla barca in difficoltà. Lo yacht rallentò in prossimità dell’imboccatura della baia, equipaggiato con radar, elicotteri, piccole imbarcazioni e ogni dispositivo che il denaro potesse comprare. Eppure la distanza tra ricchezza e bisogno rimaneva maggiore delle poche centinaia di metri d’acqua che separavano le due imbarcazioni. In Mattatoio n. 5 , Billy Pilgrim impara che la distanza non si misura sempre in miglia. Le persone possono stare accanto alla sofferenza e abitare comunque un altro universo.
L’aiuto arrivò invece dalla più piccola nave da crociera Wilderness Legacy . Il suo capitano cambiò rotta, prese a rimorchio la Hewescraft e portò i suoi passeggeri in salvo. Quando quelli a bordo della Wilderness Legacy seppero che il grande yacht era rimasto nelle vicinanze mentre la piccola imbarcazione era alla deriva senza carburante, fischiarono la Launchpad , le loro voci si propagarono sull’acqua verso lo scafo scintillante. Mattatoio n. 5 contrappone ripetutamente la sofferenza umana a macchine, istituzioni e uomini di grande potere che sembrano stranamente distaccati da essa. Dresda brucia mentre i funzionari parlano con un linguaggio ordinato; i prigionieri vengono trasferiti secondo orari prestabiliti; Billy Pilgrim attraversa catastrofi sotto il ritornello fatalista “così va la vita”. L’umorismo è nero perché il meccanismo continua a funzionare anche quando lo scopo umano che lo anima è scomparso. Qualcosa di simile sembra essere accaduto nella Baia di Farragut. La nave più grande possedeva tutto, eppure il vero salvataggio è arrivato dalla nave più modesta che ha semplicemente cambiato rotta e ha prestato soccorso. I fischi provenienti da Wilderness Legacy si trasformarono così in qualcosa di simile a una delle amare battute finali di Vonnegut: tutta la ricchezza e la tecnologia del mondo erano state concentrate in un unico luogo, mentre l’atto elementare di aiutare un altro essere umano proveniva da un altro posto.
Quando diversi media hanno riportato l’incidente, un portavoce ha dichiarato che Zuckerberg non si trovava a bordo dello yacht. L’equipaggio, ha spiegato, stava ascoltando un’altra stazione radio e quindi non aveva sentito le chiamate della Guardia Costiera. Solo dopo che Wilderness Legacy ebbe completato il salvataggio, gli operatori di Launchpad passarono alla frequenza di emergenza e appresero cosa era successo. È il tipo di spiegazione che si adatta perfettamente a Mattatoio n. 5 , dove eventi terribili o assurdi sono seguiti da spiegazioni che non cambiano nulla dell’evento stesso. Il momento è già accaduto. Così va il mondo.
Rimanevano dei dubbi su quel resoconto. Le grandi navi sono tenute a monitorare la frequenza internazionale di soccorso, mentre le moderne apparecchiature di comunicazione possono ricevere automaticamente gli avvisi di emergenza digitali. Se quei sistemi avessero funzionato come previsto, il messaggio di soccorso non sarebbe dovuto svanire nel silenzio. Mattatoio n. 5 torna ripetutamente su questo divario tra ciò che gli uomini dovrebbero fare e ciò che effettivamente fanno. Esistono regole, le macchine funzionano, vengono impartiti ordini, eppure qualcuno viene ancora lasciato fuori al freddo.
L’episodio offriva anche un’immagine del potere moderno. Un palazzo galleggiante attraversava le stesse acque di una piccola imbarcazione in avaria. I potenti possiedono macchine in grado di vedere più lontano, viaggiare più velocemente e comunicare in tutto il pianeta, ma nessuna di queste macchine può costringere un uomo a provare empatia. Mattatoio n. 5 dà a questo tipo di indifferenza una forma più semplice quando Billy Pilgrim e gli altri prigionieri americani vengono stipati in vagoni merci e trasportati attraverso la Germania. Gli uomini si ammalano, collassano e muoiono all’interno del treno, ma la ferrovia continua a spingerli verso la sua destinazione come se fossero merce anziché esseri umani. Il punto di Vonnegut non è che la macchina si guasti. La macchina funziona. Ciò che fallisce è il riconoscimento della persona intrappolata al suo interno. Farragut Bay presentava lo stesso contrasto su scala minore e meno terribile: Launchpad aveva l’attrezzatura per rilevare il pericolo e i mezzi per intervenire in pochi minuti, eppure la famiglia bloccata rimaneva un problema di qualcun altro finché un’altra nave non si dirigeva verso di loro.
Billy Pilgrim sopravvive sottraendosi alla logica del tempo ordinario. Vede Dresda bruciare, assiste alla morte delle persone e giunge a considerare ogni evento come qualcosa di immutabile nella struttura dell’universo. La scena nella baia di Farragut invita alla stessa fredda frase che accompagna la morte in tutto Mattatoio n. 5 : così va la vita. La piccola imbarcazione è andata alla deriva. Il grande yacht è rimasto nelle vicinanze. Un’altra nave è arrivata. I passeggeri sono stati salvati. Ogni fatto si affianca al successivo, e il giudizio morale è lasciato a chiunque sia ancora in grado di esprimerlo.
Poi Launchpad proseguì il suo viaggio e la Hewescraft raggiunse la riva affidata alle cure di altri. L’antico proverbio russo sull’uomo la cui capanna sorge ai margini del villaggio ha trovato una forma moderna sulla costa dell’Alaska: ciò che accade oltre la soglia sono affari di qualcun altro. I Tralfamadoriani di Mattatoio n. 5 non vi avrebbero trovato nulla di sorprendente. Ogni istante semplicemente esiste, dicono, fissato per sempre al suo posto. Gli esseri umani, a differenza dei Tralfamadoriani, hanno ancora il compito più difficile di decidere se “così va la vita” sia una spiegazione o una scusa.
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Sessantacinque anni fa, il 13 agosto 1961, operai e unità armate iniziarono a sigillare le strade tra Berlino Est e Berlino Ovest. Prima venne il filo spinato, poi il cemento. Il nome ufficiale dato al nuovo confine dalla Repubblica Democratica Tedesca (RDT) fu “Bastione di protezione antifascista”. La storia, dal 1989 a oggi, ha insegnato ai tedeschi a ridere di questa espressione. Viene loro detto che il Muro aveva un solo scopo: imprigionare l’Est e negare la libertà alla sua gente. C’è del vero in quest’accusa, ma non è tutta la verità. Il Muro segnava anche una vera e propria frontiera politica. Da una parte sorgeva uno stato tedesco socialista legato a Mosca; dall’altra un’enclave occidentale protetta da Stati Uniti, Gran Bretagna e Francia e integrata nel sistema politico, economico e culturale del mondo atlantico. Berlino era anche uno dei principali centri di spionaggio della Guerra Fredda. Le operazioni di intelligence occidentali contro l’Est non erano invenzioni della propaganda del SED (Partito Socialista Unificato di Germania): la CIA e l’MI6 avevano persino scavato un tunnel dal settore americano sotto Berlino Est per intercettare le comunicazioni sovietiche solo pochi anni prima della costruzione del Muro. La questione, quindi, non è se la DDR avesse nemici. Chiaramente li aveva. La questione più profonda è come uno stato tedesco socialista, che rivendicava la continuità con le antiche tradizioni nazionali della Prussia, di Lutero e del movimento operaio tedesco, potesse difendersi dal pernicioso Occidente senza rivolgere tale difesa contro il proprio popolo.
La tesi più forte a favore del Muro non era quindi che ogni uomo che lo attraversava verso ovest fosse un fascista. Sarebbe stato assurdo. La tesi era piuttosto che il confine tra i due stati tedeschi coincidesse con il confine tra due sistemi politici, e uno di questi sistemi possedeva una ricchezza di gran lunga maggiore, una propaganda più potente e il patrocinio dello stato capitalista più potente del mondo. Berlino Ovest non era un’isola innocente che galleggiava all’interno della DDR. Era un avamposto del blocco occidentale. Vi lavoravano agenti dei servizi segreti; le trasmissioni occidentali raggiungevano l’Est; il denaro e le merci occidentali esercitavano un’attrazione evidente. Il confine aperto conferiva allo stato più ricco un vantaggio permanente su quello più povero. La stessa Fondazione del Muro di Berlino osserva che i servizi segreti occidentali interrogavano i viaggiatori provenienti dalla DDR per ottenere informazioni su siti militari, centri di ricerca e condizioni nell’Est. Uno stato sovrano aveva ogni ragione di controllare un confine di questo tipo. Il principio del bastione difensivo era quindi difendibile: una Germania socialista aveva il diritto di difendere la propria indipendenza politica contro l’infiltrazione, lo spionaggio, le pressioni economiche e l’enorme soft power del mondo atlantico. Una nazione che non può controllare i propri confini non è sovrana. Ma la sovranità sul confine non avrebbe mai dovuto trasformarsi in proprietà del cittadino.
Quello fu l’errore fatale. La DDR avrebbe dovuto sorvegliare la strada verso Berlino , lasciandola però aperta ai tedeschi che desideravano davvero andarsene. Uno Stato sicuro di sé non ha bisogno di intrappolare i suoi cittadini. Dice loro: se preferite l’altro sistema, andate a vivere sotto di esso. Una politica del genere sarebbe certamente costata all’Est una buona parte della popolazione nei primi anni. La fuga verso ovest prima del 1961 era già enorme, e la via aperta attraverso Berlino era diventata il principale canale di partenza. Eppure, un diritto legale all’emigrazione avrebbe anche eliminato una delle cause più profonde dell’odio verso lo Stato. Chi sa di poter partire domani non sente lo stesso disperato bisogno di fuggire stasera. Alcuni sarebbero partiti, avrebbero scoperto che la Repubblica Federale non era un paradiso e forse sarebbero tornati. Altri se ne sarebbero andati per sempre, e molti dei più acerrimi nemici dell’ordine socialista se ne sarebbero allontanati. La DDR avrebbe quindi potuto competere per la lealtà del suo popolo invece di esigerla sotto la minaccia delle armi. Le guardie di frontiera avrebbero potuto sorvegliare spie e agenti ostili, anziché giovani tedeschi impauriti che si arrampicavano sul cemento a mezzanotte. La tragedia del Muro non è stata che uno Stato mantenesse una frontiera sorvegliata. Gli Stati lo fanno ovunque. La tragedia è stata che la frontiera si è trasformata in un muro di prigione.
Questa distinzione è importante perché la DDR merita un giudizio più serio del verdetto compiaciuto emesso dopo il 1990. La Repubblica Federale ha vinto, e naturalmente il vincitore ha scritto l’epitaffio. Eppure, da un punto di vista nazionalista, si può sostenere con forza che la Germania dell’Est abbia preservato più della vecchia Germania di quanto non abbia fatto la Germania dell’Ovest. La Repubblica Federale era più ricca, più libera e più agiata, ma fu anche ricostruita sotto la protezione americana e imparò gradualmente a diffidare di gran parte della storia tedesca precedente al 1945. L’Est compì un’altra operazione. Iniziò con l’ostilità marxista verso la Prussia, per poi riscoprire lentamente l’eredità nazionale che aveva cercato di seppellire. Federico il Grande tornò a Unter den Linden nel 1980, quando il governo della DDR restaurò il suo grande monumento equestre nel cuore di Berlino. Quel gesto valeva più di una dozzina di discorsi ideologici. La repubblica socialista aveva scoperto di non poter costruire la Germania amputando la storia tedesca. La Prussia non poteva più essere liquidata come un semplice vivaio di militarismo. Federico, Stein, Scharnhorst, Clausewitz e le guerre di liberazione appartenevano alla stessa storia nazionale di Marx, Engels, Liebknecht e del movimento operaio. La contraddizione non fu mai completamente risolta. Eppure il tentativo in sé era importante: la bandiera rossa veniva piantata non sulle rovine della storia tedesca, ma al suo interno.
L’Esercito Popolare Nazionale (ANP) espresse lo stesso concetto senza bisogno di parole. I suoi soldati non assomigliavano alle truppe sovietiche. L’ANP sviluppò consapevolmente quella che la sua stessa leadership definiva una tradizione militare socialista tedesca. Le sue uniformi grigio pietra, le spalline, il portamento eretto, le esercitazioni cerimoniali e il taglio militare antiquato richiamavano gli eserciti tedeschi del passato in modo molto più evidente di quanto la Bundeswehr (Difesa Federale, esercito della Germania Ovest) avesse inizialmente intenzione di fare. Le descrizioni contemporanee dell’ANP collegavano esplicitamente il suo aspetto al desiderio di un distinto carattere militare “tedesco”, mentre la Bundeswehr inizialmente cercò di avvicinarsi visivamente al modello americano. L’uniforme da combattimento della Germania Ovest si stabilizzò poi sulla familiare uniforme da campo verde oliva. Nulla di tutto ciò fece rinascere la Prussia della DDR, né avrebbe dovuto. Ma i simboli contano. Un soldato di guardia in uniforme grigio pietra sotto i tigli di Berlino apparteneva visivamente a una linea militare tedesca che si estendeva a ritroso attraverso la Reichswehr (Difesa del Reich) e l’esercito imperiale fino alla Prussia. Lo stato socialista arrivò persino a istituire l’Ordine di Scharnhorst, conferendo al riformatore prussiano una delle sue più alte onorificenze militari. In questo caso, l’Est dimostrò maggiore sicurezza storica rispetto all’Ovest. Bonn temeva che un’eccessiva continuità l’avrebbe resa sospetta. Berlino Est alla fine comprese che una nazione senza continuità diventa una zona amministrativa. Il marxismo da solo non poteva rendere i tedeschi tali.
Lo stesso recupero si verificò anche nella religione e nella storia popolare. La prima DDR trattò Martin Lutero con sospetto, preferendo Thomas Müntzer, il predicatore radicale della Guerra dei contadini che Engels aveva contribuito a trasformare in un antenato rivoluzionario. Müntzer era l’ideale per uno stato operaio e contadino: predicatore, ribelle, nemico dei principi, leader sconfitto di una rivolta popolare. Apparve sulla banconota da cinque marchi ed entrò a far parte del canone storico della DDR. Eppure lo stato alla fine comprese di non poter consegnare Lutero all’Occidente. Nell’Anno di Lutero del 1983, la DDR celebrò il cinquecentesimo anniversario della nascita del riformatore in grande stile, pur mantenendo Müntzer come figura rivoluzionaria centrale nella sua interpretazione della storia tedesca. La cultura storica ufficiale si concluse così con uno spazio per entrambi gli uomini: il traduttore della Bibbia che contribuì a plasmare la lingua tedesca e l’ardente predicatore che esigeva che la fede entrasse nel mondo della lotta sociale. Questa fu una sintesi tipicamente tedesca. Lutero rappresentava la nazione, la lingua, la fede e la forma culturale; Müntzer rappresentava la rivolta, la giustizia e la rabbia del popolo. Un nazionalbolscevico non ha bisogno di scegliere tra questi elementi. La Germania li racchiude entrambi: la Bibbia a Wartburg e la bandiera contadina a Frankenhausen.
Ecco perché la DDR, nonostante tutti i suoi fallimenti, può essere considerata l’esperimento più interessante tra i due del dopoguerra tedesco. La Germania Ovest offriva prosperità, abbondanza di beni di consumo e l’accesso all’Occidente guidato dagli Stati Uniti. La Germania Est tentò qualcosa di più arduo, fallendo infine: conciliare il socialismo con l’identità storica tedesca. Il suo fallimento fu in parte economico, in parte politico e in parte morale. Esigeva lealtà, ma rendeva la partenza un crimine. Permetteva allo stato di sicurezza di intromettersi nella vita privata. Confondeva il dissenso con il tradimento. Questi errori non rafforzarono il socialismo; al contrario, lo privarono di sostenitori. Un socialismo tedesco degno di questo nome avrebbe avuto maggiore fiducia nel popolo tedesco. Avrebbe mantenuto le industrie strategiche sotto il controllo nazionale, difeso i lavoratori dalla finanza, preservato il grande patrimonio culturale, mantenuto un esercito forte, resistito al dominio straniero e permesso a qualsiasi cittadino che rifiutasse tale ordine di andarsene. Un simile Stato avrebbe potuto perdere migliaia di persone all’inizio. Il fatto curioso è che il Muro rese la società consumistica occidentale più attraente proprio perché la rendeva proibita. La vetrina sorvegliata brillava più di quella aperta.
La lezione del 13 agosto 1961 non è dunque né “i muri sono il male” né “la DDR aveva ragione”. Il Muro era giusto nella misura in cui segnava una frontiera contro una potenza straniera; era sbagliato nella misura in cui divenne una gabbia per i tedeschi. Il bastione difensivo antifascista avrebbe dovuto essere uno scudo, non una serratura. La Germania dell’Est avrebbe dovuto dire a Washington, Londra, Bonn e a tutti i servizi segreti operanti dai settori occidentali: questo è il nostro territorio, la nostra economia, il nostro ordine sociale e il nostro Stato tedesco; potete entrare solo alle nostre condizioni. Ma avrebbe dovuto dire ai propri cittadini: la porta è aperta. Restate perché questo Paese vi merita, non perché il cemento vi impedisce di andarvene. Se la DDR avesse compreso questa distinzione, la sua storia avrebbe potuto avere un finale diverso. Perché sotto le bandiere rosse si ergeva qualcosa che era sopravvissuto al marxismo stesso: statue prussiane, uniformi tedesche, il linguaggio di Lutero, la rivolta di Müntzer, le antiche pietre di Berlino e l’ostinata idea che la Germania non dovesse diventare semplicemente la provincia orientale del mondo atlantico. Sessantacinque anni dopo che il primo filo spinato fu steso attraverso Berlino, è proprio questa la parte della storia del Muro che vale la pena riscoprire: non il fucile puntato verso l’interno, ma la rivendicazione del diritto di uno Stato tedesco di guardare verso l’esterno e dire di no .
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Il Signore degli Anelli di Ralph Bakshi uscì nel 1978, quando il mondo politico sembrava ancora diviso in due grandi schieramenti. Visto nel 2026, il film appare stranamente adatto a un’altra epoca. La sua Terra di Mezzo non è un unico spazio politico. È una mappa frammentata di antichi popoli, regni, tribù, foreste, fortezze e civiltà in rovina, ognuno con le proprie leggi e la propria eredità. Gli Hobbit non desiderano diventare Uomini. I Nani non desiderano diventare Elfi. Rohan non desidera diventare Gondor. Persino coloro che combattono lo stesso nemico rimangono se stessi. Contro di loro si erge Sauron, il cui obiettivo è ben diverso. Non vuole semplicemente più terre. Possiede l’Unico Anello, uno strumento il cui scopo è quello di sottomettere molte volontà a una sola. Ecco perché il film di Bakshi può essere letto come una parabola del tramonto dell’era unipolare. La lotta politica del nostro tempo ruota sempre più attorno alla stessa domanda: il mondo deve rispondere a un unico centro, a un unico insieme di regole e a un’unica gerarchia, oppure possono coesistere diverse grandi civiltà e potenze regionali senza rinunciare alle proprie peculiarità? Il termine che oggi si usa per indicare la seconda possibilità è multipolarità. Il presidente cinese parla apertamente di un “mondo multipolare equo e ordinato”, mentre i paesi BRICS utilizzano un linguaggio molto simile.
Bakshi chiarisce il principio dell’Unico Anello ancor prima che la storia principale abbia inizio. Il suo prologo mostra la creazione degli Anelli, Sauron che acquisisce potere, Isildur che si impossessa dell’Anello dopo la caduta di Sauron e la lunga catena di possesso che infine lo conduce a Bilbo e Frodo. Il fatto fondamentale è che nessuno può usare l’Anello in sicurezza contro il suo creatore. L’arma racchiude in sé la logica del suo creatore. Boromir in seguito non lo comprenderà, ma Gandalf lo sa già. L’Anello promette sicurezza, ordine, vittoria e il potere di risolvere le questioni una volta per tutte. Promette quindi ciò che promette ogni impero universale. Il prezzo da pagare è che non può esserci una vera indipendenza al di sotto di esso. Questo è simile alla crisi del sistema post-Guerra Fredda. Dopo il 1991, le istituzioni occidentali non avevano rivali di pari peso e il linguaggio politico occidentale spesso considerava un modello di governo, commercio e sicurezza come il punto di arrivo verso cui tutti gli stati seri avrebbero dovuto tendere. Quel momento è passato. La Cina è diventata un polo a sé stante. La Russia ha scelto il confronto piuttosto che l’assorbimento in un ordine di sicurezza occidentale. L’India collabora con Washington in alcuni settori, pur rifiutandosi di diventare un satellite americano. Le potenze di medio raggio in Asia parlano sempre più spesso di autonomia strategica piuttosto che di obbedienza permanente a Washington o a Pechino. A luglio, Reuters ha riportato che i governi e gli investitori asiatici si stavano adattando alla rivalità tra Stati Uniti e Cina, cercando partnership flessibili invece di optare per una semplice scelta tra i due schieramenti. L’Anello rappresenta ancora una tentazione, ma sono sempre meno gli Stati che credono che una sola mano debba indossarlo.
Il Consiglio di Elrond è dunque una delle scene più politiche del film di Bakshi. Frodo raggiunge Gran Burrone dopo il terrore dei Cavalieri Neri, ma la risposta a Sauron non è la creazione di un secondo Sauron. Uomini, Elfi, Nani, Hobbit e Gandalf si incontrano perché nessuno può risolvere la questione da solo. Diffidano gli uni degli altri. Ricordano vecchie ferite. I loro interessi non coincidono. Eppure riescono a concordare su un obiettivo comune, seppur limitato. Questo è molto più vicino alla politica multipolare rispetto ai rigidi sistemi di alleanze del ventesimo secolo. I BRICS sono un utile esempio attuale perché i loro membri non sono tutti uguali. India e Cina hanno le loro rivalità. Iran ed Emirati Arabi Uniti possono sedere nella stessa organizzazione pur assumendo posizioni opposte su questioni cruciali. Alla riunione dei ministri degli Esteri dei BRICS a Nuova Delhi nel maggio 2026, queste divergenze sulla guerra che coinvolgeva l’Iran erano così marcate che i ministri non sono riusciti a produrre una dichiarazione comune. Questo fallimento non smentisce la multipolarità. Ne rivela la vera natura. Gran Burrone non è un parlamento di stati identici. Nessuno vi giunge dopo aver rinunciato alla propria storia. La cooperazione esiste perché esiste la diversità. La Compagnia è forte quando i suoi membri concordano su ciò che deve essere fatto, pur rimanendo Elfi, Nani, Uomini, Maghi e Hobbit. Cesserebbe di essere una Compagnia se Elrond pretendesse che tutti diventassero Elfi.
Saruman rappresenta la reazione opposta alla caduta del vecchio ordine. Quando Gandalf si presenta da lui, Saruman ha già deciso che l’ascesa di Sauron è inarrestabile. La sua risposta è l’accondiscendenza verso il potere. Propone che i saggi si uniscano alla fazione vincente e magari la guidino dall’interno. Gandalf rifiuta e Saruman lo imprigiona. La scena cattura una scelta che gli stati si trovano ad affrontare ogni volta che emerge una potenza dominante: sottomettersi, trovare un equilibrio o cercare di rimanere fuori dalla lotta. Durante i decenni unipolari, molti governi conclusero che non aveva molto senso resistere al primato americano, poiché l’accesso a finanza, tecnologia, sicurezza e commercio dipendeva fortemente da istituzioni in cui gli Stati Uniti e i loro alleati esercitavano una grande influenza. Il nuovo mondo è meno semplice. Uno stato sanzionato da un blocco può trovare mercati, armi, credito o sostegno diplomatico in un altro. Un paese sotto pressione da Washington può rivolgersi a Pechino. Un paese diffidente nei confronti di Pechino può rafforzare i legami con Washington, Tokyo, Delhi o Canberra. Altri cercano di trattare con tutti loro. Il Pacifico ora mostra questo processo in miniatura. Il recente test missilistico cinese ha acuito la rivalità nella regione, mentre le Figi hanno firmato un trattato di difesa con l’Australia e altri governi insulari si sono avvicinati a Pechino. Gli stati del Pacifico non hanno reagito come un blocco unico e obbediente; le loro divisioni hanno impedito una dichiarazione regionale comune sul test cinese. I piccoli paesi non sono semplici pedine sulla scacchiera di qualcun altro. Come i popoli della Terra di Mezzo, stanno imparando che la competizione tra le grandi potenze può dare agli attori più deboli margine di manovra.
La Moria di Bakshi conferisce a questo cambiamento politico una forma più cupa. La Compagnia non può prendere la strada più facile attraverso le montagne e deve addentrarsi in un regno sotterraneo ormai morto. Lì trovano i resti di un antico potere e scoprono che la sua ricchezza non è bastata a salvarlo. Gli orchi si riversano nei corridoi e Gandalf affronta finalmente il Balrog sul ponte prima di precipitare nell’abisso. Le figure rozze e realizzate con la tecnica del rotoscopio da Bakshi rendono queste scene meno simili a un fantasy raffinato e più a immagini di cinegiornale di una guerra ormai quasi dimenticata. I nemici si muovono in masse oscure. I volti individuali scompaiono. Il potere diventa meccanico. Questo è importante perché la multipolarità non significa la fine della guerra. Potrebbe significare il ritorno di guerre in cui diversi sistemi industriali, catene di approvvigionamento, reti di intelligence e partner militari alimentano lo stesso campo di battaglia. L’Ucraina ne è la dimostrazione. Russia e Ucraina combattono direttamente, ma la guerra si estende ben oltre i loro confini attraverso armi, finanza, sistemi satellitari, sanzioni, droni, intelligence e aiuti militari stranieri. L’11 agosto 2026, funzionari ucraini hanno dichiarato che la Russia aveva utilizzato missili balistici nordcoreani in recenti attacchi, un ulteriore segno della crescente relazione militare tra Mosca e Pyongyang. Moria mette in guardia contro l’ingenua convinzione che un mondo con molteplici poli sia automaticamente pacifico. Una prigione può avere molte entrate. Una guerra può avere molti fautori. La fine di un centro di potere non pone fine alla lotta per il potere.
Boromir offre l’avvertimento più chiaro del film a coloro che si oppongono a un egemone. Non ama segretamente Sauron. Lo odia. Il suo errore è più interessante. Crede che Gondor possa impossessarsi dell’Anello e usarlo per uno scopo migliore. Alla fine tenta di strapparlo a Frodo, poi riscatta il suo onore difendendo Merry e Pipino e morendo nel tentativo. Il suo errore è l’antico errore dello sfidante: credere che lo strumento del padrone diventi innocente quando passa in mani diverse. Un ordine multipolare potrebbe fallire proprio in questo modo. C’è poco da guadagnare nel sostituire un sistema universale con un altro, o un monopolio finanziario con un altro, o un impero basato su regole con un impero che sventola una bandiera diversa. I cambiamenti più interessanti che stanno avvenendo ora sono quelli che moltiplicano le scelte. Al vertice BRICS in India l’11 agosto 2026, gli Stati membri discutevano di come collegare i sistemi di pagamento nazionali e le valute digitali delle banche centrali, mentre l’India continua a promuovere un maggiore utilizzo delle valute locali nel commercio internazionale. L’importanza non risiede tanto nella creazione di una nuova valuta principale, quanto nella riduzione della dipendenza da un singolo canale. Boromir vuole che Gondor possieda l’Unico Anello. Un vero sistema multipolare sarebbe più sicuro se l’Unico Anello non esistesse affatto.
Rohan mostra come appare un mondo del genere sul campo. Quando Gandalf ritorna e raggiunge Théoden, la questione non è se Rohan debba dissolversi in un’unità politica più ampia, ma se Rohan rimarrà Rohan. Théoden deve difendere il suo popolo, la sua terra e la sua fortezza. Al Fosso di Helm, Bakshi ci presenta una battaglia combattuta da un regno specifico su un territorio specifico. Aragorn, Legolas, Gimli e Gandalf lo aiutano, ma non lo sostituiscono. Gandalf alla fine ritorna con i Cavalieri di Rohan e respinge l’assalto di Saruman. Qui sta la distinzione tra alleanza e assorbimento. Un ordine multipolare non richiede che le nazioni vivano isolate. Richiede che mantengano il diritto di decidere perché, quando e con chi cooperare. L’India può appartenere ai BRICS pur perseguendo i propri interessi con gli Stati Uniti. Le nazioni del Pacifico possono commerciare con la Cina pur mantenendo legami di sicurezza con l’Australia o l’America. I governi asiatici possono rifiutare la richiesta di scegliere un blocco permanente. Persino i BRICS stessi ora comprendono governi i cui interessi si scontrano nettamente, ed è per questo che le loro dispute interne sono importanti quanto le loro dichiarazioni. Il Fosso di Helm è difeso grazie all’aiuto esterno, ma i Rohirrim restano padroni del proprio destino. Questo è il cuore politico della multipolarità: cooperazione senza rinunciare alla forma.
Il film di Bakshi termina prima della storia di Tolkien, e questa sua natura incompiuta gioca a suo favore. Frodo e Sam sono ancora in viaggio con Gollum. Sauron rimane a Mordor. L’esercito di Saruman è stato sconfitto al Fosso di Helm, ma la grande guerra non è finita. Non c’è una soluzione definitiva né una pace permanente. La nostra epoca ha lo stesso carattere incompiuto. I BRICS espandono il loro apparato mentre litigano al loro interno. La Cina invoca la multipolarità mentre la sua crescente forza militare allarma alcuni dei suoi vicini. La Russia combatte una grande guerra in Europa mentre riceve supporto militare dalla Corea del Nord. Gli stati asiatici cercano di trovare spazio tra Washington e Pechino piuttosto che accettare una netta divisione del mondo. Il vecchio momento unipolare sta svanendo, ma ciò che ne consegue non ha ancora assunto una forma definita. La Terra di Mezzo di Bakshi offre una regola utile per giudicare il risultato. La multipolarità non è un bene solo perché ci sono diverse potenze forti. Saruman e Sauron sono, dopotutto, due potenze. L’ordine migliore è quello in cui nessun sovrano può riunire tutti i popoli sotto un’unica volontà. Il compito, quindi, è più grande del semplice sconfiggere l’attuale portatore dell’Anello. Consiste nel costruire un mondo in cui nessuno possa indossarlo.
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Le navi sono già ormeggiate oltre le mura, eppure i governanti europei parlano come se la storia fosse stata abolita da un trattato. Indeboliscono i confini, dissolvono le lealtà ereditate, cedono il potere a istituzioni lontane e insegnano ai propri popoli a guardare con sospetto alla propria ascendenza, nazione e storia. Nel frattempo, il linguaggio dell’amministrazione sostituisce quello del dovere, e la vita politica si trasforma in una lotta per le procedure, mentre le fondamenta stesse della civiltà restano indifese. Omero conosceva questa cecità: re consumati dalla vanità, consigli sordi agli avvertimenti, guerrieri inviati a pagare per gli errori di uomini al di sopra di loro, e città orgogliose che scoprono che le mura non possono salvare un popolo il cui giudizio è venuto meno. Le figure di spicco della Nuova Destra francese, Dominique Venner e Guillaume Faye, hanno visto nell’Europa moderna il ritorno di quell’antico pericolo. Il loro avvertimento era tanto politico quanto culturale: nessuna civiltà sopravvive indefinitamente quando le sue élite cessano di credere nella sua continuità, quando al suo popolo viene insegnato a diffidare della propria eredità e quando coloro che sono incaricati di custodirne le porte insistono sul fatto che le porte non contino più.
Che cosa distingue una civiltà vivente da una che si limita ad abitare le rovine del proprio passato?
Dominique Venner apparteneva a una tipologia che l’Europa moderna produce solo raramente: l’uomo che passa dall’azione alla riflessione senza considerare le due vite come separate. Da giovane soldato prestò servizio in Algeria, dove la politica cessò di essere un dibattito sui giornali e divenne una questione di lealtà, paura, resistenza, comando e morte. L’esperienza lo segnò per sempre. Quando in seguito abbandonò l’attivismo politico per dedicarsi alla storia, non divenne un accademico nel senso comune del termine. Si accostò al passato come un uomo in cerca di insegnamenti. Battaglie, dinastie, tradizioni venatorie, rivoluzioni, guerre civili e poemi epici lo interessavano perché rivelavano ciò che gli esseri umani diventavano quando le comodità svanivano e le conseguenze non potevano più essere rimandate. Credeva che l’Europa avesse dimenticato questa severa educazione. Le sue classi dominanti parlavano il linguaggio del management, del consumismo e dei diritti universali, mentre i popoli storici, al di sotto di queste astrazioni, erano tenuti a rinunciare senza opporre resistenza alle forme di vita ereditate. Venner, pertanto, scrisse la storia come una disciplina della memoria. Desiderava che gli europei riscopressero i valori morali che li avevano preceduti: la lealtà prima della convenienza, il coraggio prima della sicurezza, la forma prima dell’appetito, la continuità prima della novità. Questo era lo scopo centrale della sua opera matura. Riteneva che l’Europa non avrebbe potuto comprendere la propria debolezza attuale finché non avesse ricordato il mondo morale più antico da cui era emersa.
L’ Iliade è da tempo al centro di quel mondo. Venner non leggeva Omero semplicemente perché il poema era antico o perché la letteratura classica godeva di prestigio culturale. Lo leggeva perché quasi tutto ciò che il linguaggio politico cerca di celare vi si manifesta senza veli. Gli uomini bramano la gloria. I re litigano per l’onore. Gli amici muoiono. I padri seppelliscono i figli. Le città periscono perché i governanti prendono decisioni il cui costo è pagato da migliaia di persone che non le hanno mai prese. Achille è magnifico e terribile perché la stessa forza produce sia la sua grandezza che la sua rovina. Ettore è ammirevole non perché si aspetti di vincere, ma perché sa cosa può comportare la sconfitta e scende comunque in campo per combattere. Il dolore di Priamo non viene lenito da una teoria del progresso. Andromaca non può sfuggire alla storia dichiarandosi innocente. Omero presenta la guerra senza fingere che sia pulita, eppure non riduce il coraggio alla stupidità né il sacrificio alla patologia. Questo rifiuto di facili consolazioni affascinava Venner. In Omero, Venner individuò una concezione più antica della dignità umana: l’uomo non controlla il destino, ma rimane responsabile del modo in cui lo affronta. L’Europa, secondo Venner, un tempo lo aveva compreso istintivamente. Aveva ereditato dalla Grecia non solo la filosofia e l’arte, ma anche un certo atteggiamento nei confronti della necessità, della tragedia, della memoria e della morte. La questione era se un simile atteggiamento potesse sopravvivere in una civiltà sempre più organizzata attorno al comfort e all’evitamento del rischio.
L’ Iliade non è solo un poema sulla guerra di Troia, ma sul destino così come veniva inteso dai nostri antenati boreali, siano essi greci, celtici, germanici, slavi o latini. Il poeta canta la nobiltà di fronte alla guerra, gli eroi coraggiosi che uccidono e muoiono, il sacrificio di coloro che difendono la patria, i dolori delle donne, l’addio del padre al figlio che resta in vita, la stanchezza della vecchiaia. Canta di molte altre cose: le ambizioni dei re, la loro vanità, i loro litigi. Canta di coraggio e codardia, amicizia, amore e tenerezza. Del bisogno di gloria che spinge gli uomini fino alla cima degli dèi.
— Dominique Venner, Lo shock della storia
C’è un’importante austerità in questa interpretazione di Omero. Il poema non divide l’umanità in vittime innocenti e aggressori colpevoli secondo il vocabolario morale dei nostri giorni. Gli Achei sono capaci di vanità, crudeltà, inganno, coraggio, lealtà e tenerezza; così come i Troiani. Agamennone è un re, ma può comportarsi in modo spregevole. Achille è il più grande guerriero, ma la sua furia mette in pericolo il suo stesso popolo. Ettore possiede virtù che mancano a molti degli uomini che alla fine distruggeranno la sua città. Gli dèi stessi sono faziosi, gelosi, vendicativi, affettuosi e imprevedibili. Nulla assomiglia all’universo morale armonioso in cui la storia si muove inevitabilmente verso l’Illuminismo. Al contrario, c’è conflitto tra beni, conflitto tra doveri, conflitto tra uomini che possono vantare ciascuno un diritto legittimo. Quella tragica struttura era importante per Venner perché credeva che gli europei moderni fossero stati educati a pensare politicamente in modo diametralmente opposto: abolire le istituzioni sbagliate, correggere le opinioni errate, educare adeguatamente la popolazione, e le contraddizioni sarebbero scomparse. Omero non offre una simile promessa. Troia brucia ancora. Patroclo resta morto. Priamo riceve il corpo di Ettore, ma non suo figlio. La grandezza umana consiste in parte nell’agire in condizioni irreversibili. La morte di Venner a Notre-Dame nel 2013 deve essere considerata con sobrietà, piuttosto che trasformata in un’altra scena omerica; il suicidio non diventa nobile per il simbolismo. Eppure, il luogo e la dichiarazione politica che ha lasciato dietro di sé dimostravano chiaramente che intendeva con quel gesto un intervento finale nella tesi che portava avanti da decenni sulla continuità, l’identità e la memoria storica europea.
La distinzione greca tra civiltà e barbarie rende tale argomentazione più complessa della semplice contrapposizione tra Europa e mondo esterno. La frontiera, in origine, attraversava il mondo greco stesso. Gli scrittori greci potevano descrivere come barbari popoli di stirpe affine quando i loro costumi apparivano rozzi, politicamente arretrati o distanti dall’ordine civico associato alla polis. Il contrasto, quindi, riguardava tanto uno stile di vita quanto la discendenza. La città era importante perché creava spazio pubblico, legge, competizione, deliberazione, atletica, teatro, obblighi militari e un parametro visibile in base al quale i cittadini si giudicavano a vicenda. Una popolazione che rimaneva dispersa, tribale, povera, dedita alle razzie o non influenzata dalle abitudini della vita civica poteva apparire ai Greci più sedentari come una reliquia di un’epoca precedente. Tucidide descrisse la stessa Grecia antica come un tempo vissuta in modi simili a quelli che in seguito sarebbero stati associati ai barbari: l’insicurezza era la norma, le armi venivano portate abitualmente, gli insediamenti erano deboli e la pirateria poteva ancora essere considerata un’occupazione onorevole. La distinzione tra greco e barbaro, quindi, non fu semplicemente definita all’inizio. Storicamente, l’identità greca si è consolidata. I Greci hanno creato un’immagine più definita di sé stessi man mano che le loro istituzioni politiche, le arti, le pratiche militari, le feste e la letteratura si sono affinate. L’identità ha seguito la forma. Un popolo ha acquisito consapevolezza di sé distinguendo la vita che aveva costruito da quella che credeva di essersi lasciato alle spalle.
Ecco perché esempi come l’Epiro, gli Euritani e persino Troia sono così rivelatori. L’Epiro ospitava Dodona, uno dei più antichi centri sacri associati a Zeus, eppure alcune parti della regione potevano ancora essere descritte dai Greci del sud come arretrate o barbare. Gli Euritani si guadagnarono la reputazione di essere estremamente rozzi; le cronache antiche sottolineavano la loro lingua difficile e i loro costumi primitivi, presentandoli quasi come uomini a metà strada tra il mondo civile greco e qualcosa di più antico. Casi come questo dimostrano che la sola ascendenza sacra non era sufficiente a risolvere la questione. Si poteva appartenere a un universo religioso ed essere comunque giudicati inadeguati secondo gli standard politici e culturali della polis. Troia subì una trasformazione altrettanto significativa nell’immaginario greco. In Omero, Troiani e Achei abitano mondi morali straordinariamente simili. Adorano divinità analoghe, rispettano codici aristocratici simili, si scambiano armature e doni, piangono i loro morti, danno valore alla stirpe e comprendono lo stesso linguaggio dell’onore. In seguito, l’arte e la letteratura spinsero sempre più i Troiani verso est, vestendoli con abiti asiatici e trattandoli come rappresentanti di un regno straniero. Il nemico divenne col passare del tempo sempre più estraneo. Lo storico tedesco Jacob Burckhardt vide in questi sviluppi la prova della crescente consapevolezza di sé dei Greci. I Greci non scoprirono un’identità immutabile e intatta che li attendeva sotto la superficie della storia. La formarono attraverso le istituzioni, la rivalità e il contrasto. Il confine si irrigidì perché la civiltà greca stessa acquisì una forma più solida.
Quell’antica esperienza greca solleva un interrogativo scomodo per l’Europa moderna. Una civiltà non si preserva solo per discendenza, né per musei, costituzioni, monumenti turistici o la ripetizione abitudinaria di nomi famosi. Sopravvive solo se le abitudini che un tempo le davano forma vengono riprodotte tra le persone viventi. I Greci potevano perdere la loro “grecità” agli occhi degli altri Greci quando abbandonavano o non riuscivano ad acquisire le pratiche associate alla vita civilizzata. L’implicazione è più dura di quanto la maggior parte delle moderne teorie sull’identità lascino intendere. Una società può continuare ad abitare la stessa geografia pur diventando culturalmente diversa dalla società che l’ha preceduta. Può possedere Omero nelle sue biblioteche e non comprendere più Ettore. Può preservare le cattedrali pur considerando la fede che le ha costruite come motivo di imbarazzo. Può insegnare la storia romana pur trovando incomprensibili le virtù romane. Può invocare la democrazia mentre il cittadino viene gradualmente sostituito dal consumatore, dallo spettatore o dal cliente gestito dalle istituzioni. L’ossessione di Venner per la storia nacque da questa possibilità. L’eredità storica, a suo avviso, non è mai stata automatica. Richiedeva selezione, educazione, imitazione e rinnovamento. Una civiltà incapace di trasmettere i propri standard finirebbe per possedere i propri monumenti nello stesso modo in cui uno straniero possiede una casa acquistata dai discendenti dei suoi costruttori: legalmente, forse comodamente, ma senza la necessaria comprensione dello scopo per cui quelle stanze erano state create.
Guillaume Faye ha affrontato la stessa crisi europea da una prospettiva diversa. Mentre Venner guardava al passato, verso la memoria epica, la continuità storica e la formazione del carattere, Faye guardava al futuro, verso la collisione. La sua celebre idea di “convergenza di catastrofi” si basava sull’assunto che diversi sistemi potessero collassare contemporaneamente, anziché uno dopo l’altro. La tensione demografica potrebbe interagire con l’instabilità economica; l’instabilità economica potrebbe indebolire l’autorità politica; la dipendenza tecnologica potrebbe rendere le società complesse più vulnerabili alle perturbazioni; le migrazioni di massa potrebbero acuire i conflitti di identità e lealtà; le pressioni ambientali o energetiche potrebbero rivelare la fragilità nascosta sotto l’apparente abbondanza. Un sistema in grado di sopravvivere a una crisi potrebbe non sopravvivere a cinque crisi simultanee. L’importanza di Faye risiede meno nel prevedere una data precisa che nell’aver posto l’attenzione sull’interazione. I governi moderni dividono i problemi in ministeri e dipartimenti. La migrazione appartiene a un ufficio, l’energia a un altro, il debito a un altro, la sicurezza a un altro, la cultura alle università e ai media. La realtà non rispetta questi confini amministrativi. Uno shock finanziario cambia la politica. La paralisi politica influenza i confini. Le questioni di confine modificano le elezioni. Il progresso tecnologico trasforma simultaneamente l’occupazione, la sorveglianza, la guerra e la comunicazione. La tesi di Faye era che l’Europa avesse costruito una civiltà di immensa sofisticazione tecnica, indebolendo al contempo la fiducia culturale necessaria a difendere o dirigere tale sofisticazione. Il pericolo non era semplicemente che le macchine si guastassero, ma che la società che le controllasse potesse cessare di sapere cosa volesse preservare.
Qui l’ Iliade ritorna in una forma inaspettata. Troia non viene distrutta perché i suoi abitanti mancano di civiltà. È ricca, fortificata, aristocratica, religiosa e coraggiosa. Cade perché potere, inganno, sfinimento, caso e destino si combinano infine contro di essa. Le sue mura sono formidabili, ma le mura sono inutili quando l’arma decisiva varca la porta. Ecco perché l’ Iliade rimane politicamente inquietante. Ricorda alle società benestanti che la sofisticazione non offre immunità dalle catastrofi. Le istituzioni possono decadere mentre le cerimonie continuano. Un esercito può possedere equipaggiamenti costosi pur perdendo fiducia nella civiltà che serve. Una classe dominante può parlare costantemente di “valori” pur rifiutandosi di definire quali forme ereditate siano non negoziabili. Il dibattito pubblico può saturarsi a tal punto di un linguaggio morale approvato che i conflitti evidenti vengono discussi solo attraverso eufemismi. Faye attaccò quella che considerava questa abitudine all’evasione. Credeva che la retorica umanitaria fosse spesso usata non per risolvere problemi difficili, ma per impedire che venissero definiti con precisione. Un vocabolario politico che impedisce descrizioni appropriate finisce per rendere impossibili azioni intelligenti. Una società non può reagire a ciò che si rifiuta di vedere.
Omero presenta uomini plasmati da doveri ereditari e giudicati in base al modo in cui soddisfano le necessità. I Greci classici si definirono in modo più netto sviluppando istituzioni civiche e differenziando il loro stile di vita da ciò che chiamavano barbarie. Venner si chiede se gli europei siano ancora in grado di riconoscere la civiltà che li ha prodotti. Faye si interroga su cosa accada quando una società perde tale riconoscimento proprio mentre diverse pressioni materiali iniziano a convergere. Nessuna di queste domande può trovare risposta fingendo che la storia sia finita. L’Europa ha conosciuto invasioni, guerre civili, trasformazioni religiose, rivoluzioni, sconvolgimenti demografici, shock tecnologici, espansione imperiale, crollo imperiale e rinascita politica. Non c’è motivo di supporre che la generazione attuale sia esente dalla storia. La lezione di Troia non è che la sconfitta sia inevitabile, né che la catastrofe debba essere auspicata. È che ricchezza, reputazione, antiche mura e ricordi di una grandezza passata non garantiscono la sopravvivenza. La continuità appartiene a coloro che sono capaci di trasformare la propria eredità in una condotta resiliente. Una civiltà resta in vita finché le sue storie continuano a insegnare al suo popolo come giudicare, finché le sue istituzioni esprimono ancora lealtà riconoscibili e finché i suoi membri credono che ciò che è stato ricevuto dai morti meriti di essere tramandato ai non nati. Una volta che questa convinzione scompare, le rovine possono rimanere magnifiche. Ma le rovine non sono una civiltà.
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Jerry B. Marchant sostiene che l’attuale situazione di stallo tra la Russia e l’Occidente non possa essere interpretata come una controversia relativa esclusivamente all’ultimo decennio, ma vada piuttosto intesa come il punto di svolta moderno di una frattura tra civiltà che risale al Grande Scisma del 1054.
C’è l’abitudine, diffusa tra chi studia solo l’ultimo decennio di un conflitto, di immaginare che la storia inizi con il giornale. Si legge di carri armati e sanzioni, di vertici e comunicati, e si conclude che la questione sia recente. Una disputa sui gasdotti, forse, o le ambizioni di un singolo governo. Ma le civiltà non litigano per i gasdotti. Quando litigano, lo fanno per qualcosa di più vicino all’anima, e l’anima di questa particolare disputa non si è formata nel 2014 o nel 2022, bensì nell’estate del 1054, quando un cardinale di Roma depose una bolla di scomunica sull’altare di Santa Sofia e un patriarca di Costantinopoli rispose con un gesto analogo.
Vale la pena soffermarsi sulla stranezza di quel momento, perché tutto ciò che è venuto dopo è, in un certo senso, un commento. Due vescovi, ciascuno convinto di essere l’unico a detenere le chiavi, divisero un’unica Chiesa in due civiltà che avrebbero trascorso i successivi mille anni a scoprire quanto poco avessero ancora in comune. Roma conservò l’alfabeto latino e, col tempo, la stampa, la Riforma, l’Illuminismo e l’intero, irrequieto meccanismo dell’auto-invenzione occidentale. Costantinopoli conservò l’alfabeto cirillico che aveva donato agli slavi, l’icona anziché la statua, il conciliare anziché il papale, e un rapporto diverso, più lento, con il tempo stesso, in cui l’eterno non era qualcosa da migliorare.
Il pensatore russo del XIX secolo Nikolai Danilevsky sosteneva, sia in Russia che in Europa, che l’umanità non progredisce lungo un’unica linea verso un’unica civiltà, come immaginavano gli hegeliani del suo tempo, ma si sviluppa invece in tipi storico-culturali distinti, ciascuno con una propria vita organica, ciascuno incommensurabile con gli altri. Konstantin Leontiev si spinse oltre, vedendo proprio nell’omogeneizzazione dell’Europa, nel suo appiattimento delle differenze in un’unica media liberale, una sorta di esaurimento civilizzazionale. Che si accetti o meno l’intera struttura del loro pensiero, entrambi gli uomini stavano rilevando qualcosa di reale: che la linea tracciata nel 1054 non era meramente teologica, ma ontologica. Essa ha prodotto due risposte diverse alla domanda su quale sia lo scopo dell’essere umano.
Non è un caso, quindi, che quando negli anni ’90 scoppiarono le guerre di successione jugoslave, le stragi non seguirono i confini tracciati dai cartografi di Tito, ma il confine più antico, quello che Teodosio il Grande aveva tracciato quando divise l’Impero Romano tra i suoi figli, quello che tredici secoli dopo separava ancora i croati cattolici dai serbi ortodossi. Il nazionalismo moderno ha fornito le bandiere e la retorica; la linea di frattura sottostante era già lì, in attesa, proprio come una cicatrice ricorda una ferita molto tempo dopo che la pelle si è rimarginata.
L’Ucraina si trova proprio a cavallo di questa linea di frattura, e il suo nome ce lo rivela prima ancora che lo faccia qualsiasi storico: okraina, la terra di confine, il margine delle cose. Per mille anni le terre tra il Dnepr e i Carpazi sono state la frontiera dove l’Oriente ortodosso incontrava l’Occidente cattolico e poi protestante, contesa dai principi di Kiev, dai re polacchi, dagli hetman cosacchi e dai governatori asburgici, assorbita, liberata e assorbita di nuovo. Quella che oggi viene chiamata Ucraina occidentale ha trascorso secoli sotto il dominio polacco-lituano e poi austro-ungarico, plasmata dal cattolicesimo uniato e da una sensibilità mitteleuropea ben distinta dall’identità ortodossa della Rus’ di Kiev, Chernihiv e delle terre più a est. Fu Stalin, non la storia, a unire per primo queste due Ucraine in un’unica unità amministrativa nel 1939 e nel 1945. Una soluzione di comodo in tempo di guerra che lo Stato sovietico ha poi tramandato, immutata, all’Ucraina indipendente nel 1991.
Vladimir Soloviev, scrivendo alla fine del XIX secolo di una futura riconciliazione tra Oriente e Occidente, sperava che la vocazione della Russia fosse, in ultima analisi, quella della sintesi piuttosto che della conquista. Nikolaj Berdjaev, esiliato dal paese che amava, scrisse della “ «idea russa»” come un desiderio di totalità (sobornost) che l’individualismo frammentato dell’Occidente non avrebbe mai potuto soddisfare appieno. Nessuno dei due era uno stratega, e nessuno dei due riconoscerebbe gran parte di ciò che viene fatto oggi in nome delle idee che essi hanno affinato. Ma entrambi capivano che il confine in questione non è una linea su una mappa che un trattato possa semplicemente ridisegnare. È un confine nella coscienza storica di una civiltà, e tali confini hanno la tendenza a riaffermarsi,«ritornando al loro posto», come ha affermato un osservatore non del tutto privo di comprensione, indipendentemente da ciò che possano dire i documenti dei secoli trascorsi.
Samuel Huntington, che non era certo un sostenitore della tradizione danilevskiana e che scriveva proprio dal cuore della civiltà che cercava di difendere, giunse per una strada diversa a una conclusione simile nel suo Scontro delle civiltà: i conflitti più pericolosi del secolo a venire non sarebbero stati ideologici, bensì tra civiltà, e che la linea che separava la cristianità occidentale da quella ortodossa — che, secondo la sua descrizione, attraversava proprio questo tratto dell’Europa orientale — fosse tra le più antiche e le meno negoziabili in assoluto. È raro che un politologo di Harvard e un mistico slavofilo del XIX secolo finiscano per tracciare la stessa mappa.
Nulla di tutto ciò va inteso come una profezia, né tantomeno come giustificazione di una politica specifica di un determinato governo. È inteso solo come rimedio all’amnesia del presente. Il presupposto che ciò che sta accadendo ora stia accadendo per la prima volta.
Roma e Costantinopoli entrarono in conflitto quasi mille anni fa a causa della clausola del “filioque” e della questione di chi potesse rivendicare l’autorità universale. I loro discendenti stanno ancora, in un certo senso, portando a termine quella disputa. Gli storici saggi non pretendono di sapere come andrà a finire. Insistono solo sul fatto che, prima di parlare di confini e trattati, dobbiamo comprendere che non siamo la prima generazione a trovarci su questo particolare confine del mondo, e non saremo l’ultima.
Bibliografia:
Berdyaev, Nikolai. L’idea russa. Traduzione di R. M. French, Lindisfarne Books, 1992. Prima edizione del 1946.
Danilevsky, Nikolai. La Russia e l’Europa: le relazioni politiche e culturali del mondo slavo con il mondo germanico-romano. Traduzione di Stephen M. Woodburn, Slavica Publishers, 2013. Prima edizione del 1869.
Huntington, Samuel P. Lo scontro delle civiltà e la ridefinizione dell’ordine mondiale. Simon & Schuster, 1996.
Leontiev, Konstantin. Bizantismo e slavismo [Vizantizm i slavyanstvo]. 1875.
Solovyov, Vladimir. La Russia e la Chiesa universale. 1889.
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Un articolo scritto da un ospiteÈ PROPAGANDA?®Analista politico e scrittore specializzato in zone di conflitto, diplomazia e multipolarità. Laurea triennale in Studi internazionali/Storia (California), Laurea magistrale in Scienze politiche, Scuola Superiore di Economia (Mosca). Parla correntemente inglese, francese e russo.
La Terra multipolare contro il mare globale Abitazione radicata contro capitale liquido Constantin von Hoffmeister
26 luglio
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Il mare si estende a perdita d’occhio come un’unica superficie ininterrotta, una vasta e uniforme distesa d’acqua che trascina ogni cosa in un movimento continuo. In questo regno, l’occhio trova solo uniformità, poiché le onde si alzano e si abbassano senza curarsi di alcun segno o confine fisso che una mano umana potrebbe tracciare sulla terra. Laddove la terra offre crinali, valli e i contorni netti dei territori, il mare si presenta come un campo aperto in cui ogni differenza si dissolve nell’infinito gioco delle correnti. È la controparte liquida del deserto, una distesa che invita al viaggio ma rifiuta la permanenza dell’insediamento, e in questo rifiuto rivela la sua essenza più profonda di mezzo di pura circolazione. Il teorico politico tedesco Carl Schmitt (1888-1985) osservò la distinzione fondamentale tra terra e mare come due principi opposti che plasmano l’ordine politico del mondo. Sulla terra, la terra stessa fornisce il terreno solido su cui i popoli stabiliscono confini, leggi e istituzioni durature; il suolo riceve l’impronta della volontà umana e la conserva attraverso le generazioni. Il mare, al contrario, rimane libero da tali segni permanenti. La sua superficie non ammette linee permanenti e le sue profondità sono attraversate solo dalle rotte temporanee delle navi che passano e scompaiono. Il pensatore francese della Nuova Destra Alain de Benoist (nato nel 1943) ha ripreso questa stessa distinzione e l’ha portata all’epoca contemporanea, mostrando come il principio marittimo sia diventato dominante e ora cerchi di rimodellare ogni sfera della vita secondo la propria fluida misura. Le antiche tradizioni della terra possono ancora rispondere alla crescente ondata di pura circolazione? Un mondo governato dal mare non conosce un centro fisso da cui possano irradiarsi autorità o identità. Vive invece di movimento continuo, di passaggio incessante di navi, merci e segnali che non si fermano mai. Queste correnti costituiscono la sostanza stessa dell’esistenza del mare e trovano il loro equivalente moderno nei grandi flussi dell’era della globalizzazione. Capitali, informazioni e popolazioni si muovono sulla superficie del pianeta secondo schemi che ripetono l’antica irrequietezza dell’oceano, unendo coste lontane in un’unica rete di scambi, pur lasciandosi alle spalle le solide ancore delle comunità più antiche. L’epoca attuale si presenta come un ordine liquido in cui ogni forma solida cede alla pressione del movimento. Ciò che un tempo era saldo – le tradizioni radicate dei popoli, le nette distinzioni di rango e di luogo, e le strutture durature della vita locale – ora si piega e si sposta sotto la forza di una circolazione incessante. La stabilità cede il passo alla trasformazione costante, la solidità si ammorbidisce in adattabilità e i diversi modelli di insediamento umano confluiscono in una superficie più liscia e uniforme. In questo mondo liquido, le virtù terrestri della permanenza e della misurata differenza si ritirano di fronte alle virtù marittime della velocità e dello scambio. Il filosofo tedesco Martin Heidegger (1889-1976) definì l’abitare il modo in cui gli esseri umani rimangono sulla terra in pace, preservando e salvaguardando il mondo che li circonda affinché possa nascere una vera casa. Abitare è la modalità fondamentale dell’esistenza umana stessa: abitare significa prendere posto sul terreno solido, rimanere con le cose del mondo e riunire il quadruplice elemento in un tutto vivente. Il quadruplice elemento è costituito da terra e cielo, mortali e divinità, e ogni elemento entra in libera relazione con gli altri attraverso l’atto stesso dell’abitare. La terra appare come il terreno di sostegno che fiorisce e porta frutto, che si espande verso l’esterno in rocce e acque e si eleva in vita vegetale e animale. Il cielo si dispiega come il percorso arcuato del sole, il corso della luna, il luccichio errante delle stelle, il susseguirsi delle stagioni, la luce e il crepuscolo del giorno, l’oscurità e il bagliore della notte, e il mutevole clima di nuvole ed etere limpido. Gli esseri umani sono coloro che sono consapevoli della propria morte e perciò misurano i loro giorni con cura. Le divinità giungono come messaggeri invitanti del sacro, silenziose allusioni del divino che conferiscono a ogni luogo la sua profondità di significato. Nell’abitare, queste quattro si uniscono, ciascuna preservando le altre affinché possa sorgere un mondo autentico. Chi abita in un luogo costruisce e cura, misura il terreno con paziente attenzione e permette alle cose del mondo – case, ponti, campi e imbarcazioni – di manifestarsi pienamente, accogliendo al loro interno la quadruplice essenza. Questa modalità di esistenza appartiene interamente alla terra, dove il suolo riceve il peso delle abitazioni, la crescita dei campi coltivati e la quieta successione delle generazioni che rimangono legate a un luogo specifico. Sulla terra solida, la presenza umana trae la sua misura da un’appartenenza radicata, dai ritmi quotidiani di lavoro e riposo, semina e raccolto, costruzione e conservazione che plasmano una casa duratura. Il principio terrestre preserva così le condizioni affinché l’abitare possa dispiegarsi nella sua forma piena e autentica, riunendo terra e cielo, mortali e divinità in un unico ordine continuo che funge da contrappeso vivente alle correnti inquiete del regno marittimo. Anche il commercio segue lo stesso percorso liquido. Le merci viaggiano in flussi che attraversano ogni antica frontiera, guidati dalla logica del capitale che misura il valore solo in termini di movimento e rendimento. Il capitale, come il mare, prospera grazie al flusso continuo; trae forza dal passaggio ininterrotto della ricchezza da una mano all’altra, da una sponda all’altra. Il mercante e l’investitore diventano navigatori moderni, tracciando rotte attraverso mercati che si comportano come acque aperte, liberi dai punti di riferimento fissi che un tempo definivano la vita della terra. L’uniformità prodotta da questo commercio globale appartiene interamente al principio marittimo. Laddove un tempo la terra sosteneva una ricca varietà di ordini locali, ciascuno plasmato dal proprio suolo e dalla propria storia, il mare impone un’unica misura che appiana ogni differenza. Alain de Benoist ha dimostrato come questa logica marittima si affermi sotto la bandiera di una singolare fede economica, un monoteismo del capitale che non tollera divinità rivali del luogo o della tradizione. Il capitale che oggi domina il mondo trae la sua essenza dal mare aperto, e la somiglianza tra l’impresa capitalistica e l’antica pratica della pirateria appare come una parentela naturale piuttosto che una coincidenza. Un tempo i pirati vivevano impadronendosi delle ricchezze gratuite delle rotte oceaniche, muovendosi rapidamente, colpendo dove la corrente li favoriva e scomparendo di nuovo nell’immensa distesa. Lo stesso spirito anima i grandi sistemi commerciali dei nostri giorni: prosperano catturando valore in movimento, trattando ogni confine come provvisorio e convertendo la ricchezza fissa della terra nella ricchezza fluida dello scambio. La distinzione di Schmitt tra terra e mare illumina quindi il conflitto più profondo del presente, poiché l’ordine marittimo cerca di estendere il suo dominio liquido su ogni residua sacca di solidità terrestre. In definitiva, la lotta tra questi due principi determina la forma dell’era a venire. La terra continua a offrire la possibilità di comunità radicate, confini chiari e forme di vita durature, mentre il mare impone la sua visione di flusso infinito e uniformità universale. De Benoist ci ricorda che la scelta tra questi ordini rimane aperta. Si intravedono ora segnali che l’era del puro dominio marittimo sta cedendo il passo a un ordine multipolare in cui diversi centri di civiltà distinti, ciascuno radicato nel proprio suolo e nella propria storia, si affermano per rivendicare la propria dimensione del mondo. Questi poli emergenti traggono la loro forza dal principio terrestre, ripristinando il peso del luogo, la continuità dei popoli e la varietà di forme durature che la corrente globale liquida un tempo cercava di dissolvere in un unico movimento uniforme. Se apprezzate i miei scritti, potete ordinare il mio nuovo libro, The Fate of White America , qui .
L’universalismo si espande sempre a partire da un particolare nucleo culturale fino a rivendicare come proprio dominio naturale gli angoli più remoti del mondo umano. In questa espansione, le abitudini locali di un popolo si trasformano in un presunto metro di misura per ogni popolo. Il nazionalismo opera in direzione opposta, raccogliendo i desideri di molte persone distinte in un’unica volontà condivisa. Entrambi i movimenti trattano la vita concreta delle comunità come materia prima per astrazioni più ampie. La trama viva delle singole usanze e la reale portata di ciò che può essere condiviso rimangono quindi al di fuori del quadro di entrambe le dottrine. Ciò che emerge, invece, è un’incessante oscillazione tra il locale e il planetario, che non si stabilizza mai in un ordine duraturo.
In un mondo composto da molteplici civiltà autonome, ciascuna incentrata sulla propria esperienza storica, la principale fonte di destabilizzazione si manifesta ogni volta che una di queste civiltà si erge a modello definitivo per tutte le altre. Tale civiltà si incarna in un senso di redenzione e cerca di diffondere le proprie istituzioni, forme economiche e vocabolario morale oltre ogni confine. La pretesa di parlare a nome dell’umanità intera genera un attrito continuo con le società che continuano a orientarsi secondo la propria memoria e i propri parametri. La pressione culturale e la leva economica si muovono di pari passo, rafforzandosi a vicenda, finché i centri più piccoli non percepiscono minacciata la propria continuità.
L’Europa, intesa come formazione continentale radicata in una stratificazione di storie di lingua, paesaggio e diritto, esiste in crescente tensione con l’Occidente, inteso come un insieme di principi trasportabili, svincolati da qualsiasi geografia fissa. La realtà continentale trae la sua coerenza da stagioni condivise, confini condivisi e sequenze di eventi comuni, percorribili e ricordabili. L’Occidente, privo di geografia, fluttua libero da questi ancoraggi e si offre come un modello portatile pronto per l’esportazione. I due seguono quindi traiettorie divergenti: l’uno rimane legato al luogo, l’altro dissolve il luogo in una mobilità astratta. La loro separazione diventa la naturale conseguenza di queste diverse fondamenta.
Se l’Occidente astratto si è completamente distaccato dalla storia e dalla geografia, cosa ne sarà delle persone rimaste indietro che ancora desiderano un senso di appartenenza a un luogo?
L’identità emerge come una questione vitale quando i vecchi segni di appartenenza cominciano a svanire. Nelle forme sociali precedenti, i ritmi del lavoro, della parentela e dei rituali fornivano una risposta continua alla domanda su chi si fosse. Le persone si muovevano all’interno di una rete di ruoli riconosciuti e obblighi ereditari che richiedevano poca analisi esplicita. Con l’affievolirsi di questi segni, individui e gruppi rivolgono contemporaneamente la loro attenzione verso l’interno e verso l’esterno, chiedendosi cosa resti della continuità e quali nuove forme di attaccamento possano prenderne il posto. L’indagine stessa diventa un elemento distintivo del panorama moderno.
Nelle società tradizionali, il senso di identità si esprimeva attraverso la pratica quotidiana piuttosto che tramite dichiarazioni formali. I riti di lignaggio, le feste stagionali e la presenza visibile degli anziani fornivano una costante conferma dell’appartenenza a una narrazione in continua evoluzione. La condizione moderna moltiplica le narrazioni disponibili e le distanze tra di esse. Di conseguenza, la stessa persona può appartenere contemporaneamente a diverse affiliazioni parziali e può sentire il bisogno di scegliere o di ricombinarle. Tale bisogno genera un dialogo esplicito sull’identità, che nelle epoche precedenti poteva essere lasciato inespresso.
La pietà più profonda si manifesta in una dipendenza costante da coloro che ci hanno preceduto. Si estende a ritroso attraverso la catena degli antenati, verso l’esterno attraverso la stirpe vivente e in avanti attraverso le persone che erediteranno lo stesso nome. Questa dipendenza non è un ornamento facoltativo, ma la sostanza stessa della continuità. La memoria, tramandata di generazione in generazione, mantiene viva la presenza dei defunti tra i vivi e, in tal modo, preserva l’integrità della comunità nel tempo.
Gli antenati rimangono una presenza attiva e avvolgente. Le loro voci continuano a risuonare nelle storie che vengono raccontate, nei nomi che vengono ripetuti e nei doveri che vengono tramandati. Finché i discendenti conservano questa memoria, la moltitudine dei defunti rimane vicina, offrendo consigli silenziosi e un esempio costante. I vivi, quindi, si muovono in una compagnia invisibile che plasma le loro scelte e dà peso alle loro azioni. Questa vicinanza fornisce il terreno fertile per ogni seria rivendicazione di appartenenza.
La coltivazione della memoria ancestrale diventa dunque un obbligo pratico piuttosto che un esercizio sentimentale. Ogni generazione eredita il compito di mantenere chiari i nomi, curare le tombe e tramandare le storie con precisione. Nell’adempiere a questo compito, i vivi difendono l’onore di chi li ha preceduti e preparano la stessa difesa per chi verrà dopo. La difesa è continua e ordinaria, si svolge nelle decisioni quotidiane che rafforzano o indeboliscono la catena di trasmissione.
Nel loro insieme, questi movimenti rivelano un pluriverso di entità egocentriche, ognuna delle quali trae forza dalla propria particolare profondità. Il tentativo di dissolvere tale particolarità in un unico modello universale o di ridurla alla somma di volontà individuali non fa che generare ulteriore inquietudine. Ciò che perdura è il silenzioso lavoro della memoria, il paziente mantenimento della discendenza e l’accettazione che ogni autentica universalità germoglia da un terreno che rimane specifico.
Le analisi fenomenologiche del filosofo austro-tedesco Edmund Husserl (1859-1938) aprono un’ulteriore dimensione all’interno di questo stesso campo, focalizzando l’attenzione sul flusso vivente dell’esperienza intenzionale in cui ogni significato prende forma. Attraverso l’accurata descrizione degli atti di coscienza, il particolare orizzonte storico di una comunità si rivela come il terreno fertile da cui emergono continuamente sia le consuetudini limitate sia le ampie pretese di ordine. Il mondo vitale delle pratiche condivise, dei ricordi sedimentati e delle aspettative reciproche fornisce il terreno concreto che le dottrine successive astraggono ed estendono fino a una scala planetaria. All’interno della continua costituzione di un mondo comune attraverso le generazioni, la presenza degli antenati appare come uno strato attivo di significato, conservato e riattivato nel presente vivente, in modo che i defunti rimangano partecipanti attivi nella continua formazione del significato. L’emergere moderno delle questioni identitarie coincide con il momento in cui l’atteggiamento naturale del mondo vitale viene interrotto e le strutture trascendentali della creazione di significato diventano accessibili a una riflessione esplicita. In quest’ottica, il pluriverso di entità autocentrate corrisponde a una molteplicità di comunità trascendentali, ognuna delle quali costituisce il proprio universo coerente a partire dalla profondità generativa della propria vita storica.
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La contrazione demografica accelerata delle popolazioni occidentali, il sistematico disprezzo di sé coltivato dalle loro élite politiche e culturali, le aggressive politiche liberali che smantellano le strutture sociali ereditate e l’accoglienza calcolata delle diaspore islamiche deliberatamente separate dalle tradizioni disciplinate delle loro società d’origine costituiscono, nel loro insieme, un movimento storico coerente che trasferisce energia, ambizione e predominio numerico della civiltà alle vigorose maggioranze della Maggioranza Globale.
L’Occidente odierno è caratterizzato da una popolazione che invecchia e il cui numero diminuisce costantemente rispetto alla crescente moltitudine di persone al di fuori dei suoi confini. Questa società segue una traiettoria che la conduce alla propria scomparsa come forza civilizzatrice distinta. L’odio per se stessa permea le sue istituzioni culturali e il discorso pubblico, mentre una particolare forma di energia liberale alimenta politiche che accelerano questo processo. Le élite che ne dirigono gli affari mostrano una combinazione di perversione morale, distacco emotivo dalle comuni preoccupazioni umane e corruzione sistemica che antepone l’interesse privato a qualsiasi scopo civico condiviso.
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Al contrario, le società della Maggioranza Globale mostrano vitalità in ogni ambito misurabile dell’attività umana. I tassi di natalità rimangono elevati, le città si espandono con costruzioni mirate e le giovani popolazioni perseguono l’istruzione, l’imprenditorialità e la padronanza tecnologica con visibile determinazione. L’ambizione trova espressione in progetti infrastrutturali su larga scala, nella crescente capacità industriale e nella sicura affermazione della continuità culturale. Queste società possiedono le risorse demografiche e psicologiche necessarie per superare le posizioni di influenza un tempo detenute dall’Occidente.
Una chiara comprensione dell’immigrazione islamica nei paesi occidentali richiede il riconoscimento della distinzione deliberatamente operata dai decisori globalisti. Nei tradizionali territori della civiltà islamica, la religione appare come un ordine sociale coerente, sostenuto da strutture giuridiche, familiari ed educative consolidate da tempo. La politica globalista considera questi stessi territori come bersagli di pressioni militari, bombardamenti aerei e continue campagne di denigrazione internazionale. L’obiettivo rimane l’indebolimento degli stati islamici sovrani che rifiutano la subordinazione all’ordine economico e politico dominante.
Eppure, le stesse reti globaliste riservano un’accoglienza diversa alle popolazioni islamiche una volta che queste lasciano i loro territori ancestrali e si stabiliscono nelle città occidentali. L’accoglienza è particolarmente calorosa per i gruppi che si sono allontanati dalle rigide strutture delle loro società d’origine, gruppi i cui membri compaiono con frequenza elevata nelle statistiche sulla criminalità e le cui manifestazioni pubbliche di fede riducono la religione a una serie di gesti di protesta. Queste diaspore ricevono protezione istituzionale, sostegno finanziario e accesso preferenziale ai sistemi abitativi e di welfare.
Il modello di preferenza che ne deriva rivela uno standard di giudizio coerente. Le comunità islamiche che rimangono radicate nelle loro terre storiche vengono etichettate come nemiche o malvagie, mentre quelle che si trasferiscono nello spazio occidentale vengono considerate alleate o amiche. Le comunità trasferite indeboliscono la coesione interna della tradizione che un tempo avevano ereditato e, allo stesso tempo, erodono i costumi, le norme giuridiche e gli equilibri demografici delle popolazioni ospitanti. Questo duplice effetto serve agli interessi strategici di coloro che mirano alla dissoluzione sia dell’ordine islamico classico sia dell’ordine europeo classico.
La leadership politica europea continua a sostenere le stesse politiche che producono questi risultati. I funzionari liberali nominano persone provenienti da contesti di immigrazione a posizioni che sovrintendono all’immigrazione. Ampliano le vie d’ingresso che aggirano i controlli legali, organizzano cerimonie pubbliche di benvenuto per i nuovi arrivati musulmani ed eliminano simboli e figure cristiane dai centri di autorità culturale. Ogni nuova misura amministrativa adottata dai funzionari europei si basa sulle precedenti e prosegue sulla stessa linea già avviata.
L’Unione Europea traduce queste preferenze in regolamenti vincolanti e meccanismi di finanziamento. I funzionari stanziano risorse che favoriscono l’espansione delle reti di immigrati, riducendo al contempo il sostegno alle popolazioni storiche degli Stati membri. I programmi scolastici e le linee guida dei media celebrano l’arrivo di nuove comunità e presentano il patrimonio culturale più antico come un ostacolo al progresso. L’apparato di governo opera con continuità ininterrotta, convertendo ogni principio astratto in pratica istituzionale concreta.
Gli osservatori che esaminano la sequenza delle decisioni scoprono che le scelte amministrative più improbabili si concretizzano con una frequenza prevedibile. Comitati composti da immigrati arrivati di recente ottengono l’autorità sulla selezione dei futuri immigrati. Fondi pubblici finanziano la costruzione di edifici religiosi stranieri che soppiantano i luoghi di culto locali. Si estendono le tutele legali per pratiche che contraddicono le norme residue delle società ospitanti.
Nel loro insieme, questi sviluppi costituiscono un movimento storico coerente. La contrazione demografica dell’Occidente procede di pari passo con l’espansione demografica della Maggioranza Globale. L’autodisprezzo interno delle élite occidentali trova il suo corrispettivo nell’inarrestabile slancio in avanti di società che considerano ancora la propria continuità come un bene positivo. L’immigrazione islamica, sotto la sponsorizzazione selettiva delle reti globaliste, accelera la trasformazione introducendo popolazioni la cui presenza altera sia il panorama religioso sia gli equilibri politici. Il processo prosegue sotto la guida costante delle istituzioni europee, che considerano ogni passo successivo come il naturale compimento della propria filosofia di governo.
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Friedrich Nietzsche colloca Omero e i suoi poemi epici al centro stesso della civiltà occidentale, non semplicemente come prodotti di un antico poeta, ma come opere che hanno plasmato l’immaginario europeo per oltre duemila anni. Sostiene che la grandezza dell’Iliade e dell’Odissea non può essere compresa semplicemente chiedendosi chi le abbia scritte, perché tale domanda appartiene a un’indagine ben più ampia su come le civiltà preservano, trasformano e ricordano le loro più grandi creazioni. I poemi epici sono apprezzati dall’umanità occidentale come opere d’arte apparentemente perfette, ammirate da innumerevoli generazioni e considerate modelli che gli scrittori successivi hanno potuto imitare, ma mai superare.
Eppure, più gli studiosi le esaminano attentamente, più la figura di Omero si fa incerta. Il poeta sembra quasi dissolversi sotto il peso della leggenda, della tradizione e delle interpretazioni contrastanti. Nietzsche non vede in questo un motivo per abbandonare Omero, ma un invito a riflettere più a fondo sul rapporto tra genio, storia e memoria culturale. La vera questione non è semplicemente se Omero sia esistito come un singolo individuo, ma perché questi poemi siano diventati inseparabili dal suo nome e cosa ciò ci riveli sul modo in cui le civiltà creano i propri eroi. Il potere duraturo dell’Iliade e dell’Odissea , con i loro vividi ritratti di coraggio, sofferenza, ritorno a casa e resistenza umana, dimostra che la grande letteratura possiede una vita che trascende le circostanze storiche della sua creazione. Secondo Nietzsche, il compito della filologia classica è quindi quello di comprendere come queste opere siano nate e perché continuino a esercitare un’autorità così straordinaria sull’immaginario occidentale.
Nietzsche sostiene che la filologia classica non possiede un’identità semplice o unitaria perché combina storia, linguistica, estetica e pedagogia in un’unica disciplina, le cui componenti spesso tendono in direzioni diverse. Studia il passato con rigore scientifico, ricercando al contempo ideali di bellezza e grandezza che siano rilevanti per il presente. Questa tensione genera confusione sia tra gli studiosi che nel grande pubblico, eppure Nietzsche insiste sul fatto che è proprio questa difficile combinazione a conferire importanza alla filologia. Piuttosto che essere un campo tecnico ristretto, essa si colloca al punto d’incontro tra conoscenza, cultura e formazione del carattere umano.
Nietzsche ritiene che il pericolo maggiore per la filologia non sia il ridicolo da parte degli estranei, bensì la perdita di fiducia al suo interno. Molti liquidano i filologi come aridi specialisti che trascorrono la vita immersi in dettagli insignificanti, mentre altri attaccano la disciplina perché mantiene in vita ideali che la società moderna non desidera più onorare. Eppure Nietzsche sostiene che lo studio accurato della Grecia protegge la civiltà stessa, preservando i canoni di nobiltà, bellezza e serietà intellettuale. Senza questo legame con il mondo classico, il progresso tecnico e lo sviluppo politico da soli non possono impedire il declino culturale.
Allo stesso tempo, Nietzsche ammette che la filologia contiene una contraddizione interna. L’analisi scientifica scompone i testi antichi in frammenti, confronta le parole e ricostruisce la storia, mentre l’ammirazione artistica anela a vivere le opere come un’unità vivente. Lo studioso che disseziona un capolavoro può inavvertitamente distruggere la meraviglia stessa che lo ha ispirato. Questo conflitto non può essere semplicemente eliminato perché entrambi gli approcci appartengono alla disciplina. Nietzsche sostiene che la filologia raggiunge il suo vero scopo solo quando la precisione scientifica è al servizio, e non sostituisce, l’apprezzamento della grandezza.
Nietzsche si sofferma sulla questione omerica, presentandola come l’esempio più chiaro di questo conflitto. Il problema non è semplicemente se Omero sia esistito come individuo storico, ma come la critica moderna dovrebbe affrontare le origini dell’Iliade e dell’Odissea . Le generazioni precedenti accettarono Omero senza riserve, mentre i critici successivi iniziarono a suddividere i poemi in molteplici strati e autori. Nietzsche non respinge queste indagini, ma insiste sul fatto che esse debbano essere comprese come parte di una più ampia ricerca della verità, piuttosto che come atti di distruzione della tradizione antica.
Egli ripercorre la storia degli studi omerici dagli antichi Greci fino a Friedrich August Wolf, la cui opera più influente fu Prolegomena ad Homerum (1795), in cui contestò la convinzione tradizionale che Omero fosse l’unico autore dell’Iliade e dell’Odissea . Gli studiosi antichi credevano che i poemi fossero stati tramandati oralmente prima di essere messi per iscritto e riconoscevano che editori e cantori successivi ne avessero alterato alcune parti. Wolf ripropose questi interrogativi nell’era moderna e dimostrò che anche le tradizioni più rispettate devono essere esaminate criticamente. Per Nietzsche, ciò rappresentò un importante passo avanti perché dimostrava che la storia poteva mettere in discussione credenze ereditate senza rinunciare al rispetto per le conquiste culturali del passato.
Nietzsche sostiene che il nome stesso di Omero abbia cambiato significato nel corso del tempo. Inizialmente, non si riferiva necessariamente a un poeta specifico, ma fungeva da simbolo per l’intera tradizione della poesia epica eroica. Solo in seguito, con l’affinarsi del giudizio artistico greco, Omero venne identificato specificamente con l’ Iliade e l’ Odissea , fino a diventare il modello supremo di perfezione poetica. Pertanto, l’immagine familiare di Omero non è semplicemente un dato storico, ma il risultato di secoli di interpretazione culturale.
Una delle idee centrali di Nietzsche è che l’opposizione tra poesia popolare e genio individuale sia fondamentalmente errata. Ogni poesia deve passare attraverso la mente creativa di un individuo, anche quando esprime i sentimenti e le tradizioni di un intero popolo. Allo stesso modo, nessun grande poeta si pone al di fuori della vita della sua cultura. L’individuo e la comunità non possono essere separati in modo così netto come suggeriscono molte teorie moderne, perché il genio nasce dagli istinti più profondi di un popolo pur rimanendo opera di un singolo creatore.
Nietzsche critica la convinzione, all’epoca di moda, che le grandi opere siano prodotte da masse anonime, mentre i singoli autori si limitano a dar loro forma. Egli considera questa un’illusione nata da una errata comprensione della storia. Il popolo possiede istinti e tradizioni, ma l’arte richiede sempre una personalità creativa capace di dare a questi istinti un’espressione visibile. La grande letteratura, quindi, non è né il prodotto di un genio isolato né di un collettivo senza volto. Essa emerge laddove un individuo eccezionale diventa la voce attraverso cui si esprime una civiltà.
Nietzsche è altrettanto scettico riguardo ai tentativi di ricostruire la personalità di un autore assemblando frammenti di biografia, circostanze storiche e psicologia. Tali metodi possono spiegare le influenze esterne, ma non riescono a cogliere la forza creativa unica che definisce il vero genio. Quando rimangono solo le opere, gli studiosi spesso confondono le proprie preferenze con scoperte oggettive. Nietzsche avverte che ridurre la grandezza artistica a spiegazioni meccaniche significa privarla proprio di ciò che la rende degna di studio.
Secondo Nietzsche, la perfezione dei poemi omerici non va ricercata in una struttura impeccabile, bensì nella straordinaria potenza delle singole scene. L’ Iliade non assomiglia a una struttura perfettamente unitaria, ma a una magnifica ghirlanda intessuta da innumerevoli immagini brillanti. Editori successivi potrebbero aver imposto una maggiore organizzazione, ma ciò non sminuisce il valore artistico. La grandezza duratura dei poemi risiede nella loro forza vitale, piuttosto che in un’astratta simmetria strutturale.
Nietzsche giunge dunque a una conclusione sorprendente. Crede nell’esistenza di un grande poeta dietro l’ Iliade e l’ Odissea , ma non ritiene che questo poeta corrisponda alla figura leggendaria tradizionalmente chiamata Omero. Il nome storico appartiene al mito e alla memoria culturale, mentre l’opera artistica appartiene a un creatore straordinario ma in definitiva sconosciuto. La leggenda e l’opera non vanno confuse, sebbene entrambe siano diventate inseparabili nella storia della civiltà occidentale.
Lungi dal distruggere il passato, Nietzsche sostiene che la filologia lo rinnova continuamente. Le generazioni precedenti hanno ereditato concetti vaghi e spesso vuoti sull’antichità. Attraverso un paziente lavoro di ricerca, questi concetti sono stati smantellati, corretti e ricostruiti su basi più solide. Ciò che ai critici appare come una demolizione è in realtà una ricostruzione. I vecchi nomi rimangono, ma i loro significati si arricchiscono e si precisano perché sono stati messi alla prova anziché accettati ciecamente.
Nietzsche difende anche i filologi da coloro che li accusano di mancare di rispetto per la cultura antica. I capolavori della Grecia non sono sopravvissuti da soli. Hanno dovuto essere recuperati attraverso generazioni di lavoro meticoloso, critica e interpretazione. La filologia non ha creato il mondo antico, ma lo ha riportato alla luce e restaurato dopo secoli di abbandono. Senza questo paziente lavoro, gran parte del più grande patrimonio dell’umanità sarebbe rimasto sepolto sotto l’ignoranza e il pregiudizio.
Nietzsche insiste sul fatto che lo studio di fatti isolati non è mai sufficiente. Ogni dettaglio deve essere compreso, in ultima analisi, all’interno di una visione filosofica più ampia che conferisca unità e significato alla conoscenza. L’erudizione senza la filosofia diventa un accumulo infinito di osservazioni sconnesse, mentre la filosofia senza uno studio rigoroso perde il contatto con la realtà. Le due cose devono rimanere inseparabili affinché l’apprendimento sia al servizio della cultura e non della mera curiosità.
Nietzsche esprime la speranza che la filologia torni a essere una via verso la saggezza, anziché una mera raccolta di esercizi tecnici. Lo studioso non dovrebbe accontentarsi di catalogare frammenti del passato, ma dovrebbe cercare di rivelare le verità eterne che tali frammenti contengono. Solo quando la conoscenza storica è guidata da una profonda intuizione filosofica, la filologia realizza il suo scopo più elevato, agendo non solo come scienza dei testi antichi, ma anche come ponte tra la grandezza del passato e la vita spirituale del presente.
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Constantin von Hoffmeister analizza il declino dell’America e sostiene che il futuro dell’Europa dipenda dalla capacità di liberarsi dal dominio atlantico e sionista.
Il pensatore politico William Pierce (1933-2002) esaminò la condizione americana con un realismo inflessibile. Dimostrò che gli Stati Uniti erano entrati in un profondo declino razziale e culturale, causato dalla perdita di omogeneità etnica e dalla crescente influenza di forze ostili alla storica nazione americana. Pierce sostenne che il controllo esercitato da un’élite straniera sulla finanza, sui media e sulla politica serviva interessi ristretti piuttosto che il benessere del ceppo fondatore americano. Avvertì che l’immigrazione incontrollata, il calo del tasso di natalità tra gli americani bianchi e gli infiniti coinvolgimenti all’estero facevano parte di una deliberata erosione della forza nazionale. Pierce invocò la difesa dei popoli di origine europea e la creazione di uno stato organizzato attorno all’integrità razziale e culturale.
Gli Stati Uniti sono in preda a un declino sistemico da decenni, e le loro élite politiche, economiche e mediatiche lo sanno benissimo. L’aspettativa di vita per la maggior parte degli americani comuni è in costante calo – un sintomo brutale di una società in profondo declino – eppure la classe dominante continua ad assistere a questo crollo con fredda indifferenza. L’emergere della Repubblica Popolare Cinese come rivale sistemico forte e di successo ha infranto la loro compiacenza. Messi alle strette da questa sfida, i capitalisti americani e l’amministrazione Trump hanno reagito con aggressività e spietatezza ancora maggiori di prima, scagliandosi contro gli avversari per preservare il loro dominio in declino. Nonostante le promesse elettorali, Trump si è dimostrato incapace di arrestare l’ondata di immigrazione di massa o di invertire la rapida dissoluzione demografica del patrimonio storico bianco europeo degli Stati Uniti. Questo fallimento ha ulteriormente messo in luce i limiti del suo potere e la natura radicata delle forze che guidano la sostituzione razziale e culturale della nazione.
L’Europa continuerà a sottomettersi a questo fallimentare ordine sionista atlantico, oppure riuscirà finalmente a liberarsi e a perseguire la via della sovranità continentale attraverso un’alleanza strategica eurosiberiana con la Russia?
Il mito fondativo dell’America, plasmato dal protestantesimo, ritraeva gli Stati Uniti come una nazione particolarmente benedetta e legittimata da Dio, un popolo eletto con una missione divina di espansione e dominio. Questa autoimmagine religiosa, radicata nelle idee calviniste di elezione e successo mondano, si fuse con il progetto americano fin dai suoi albori. Come sostenne il sociologo Max Weber nella sua celebre analisi dell’etica protestante, questa fede nel favore divino e nel successo materiale divenne una potente forza ideologica che giustificava sia l’inarrestabile espansione sia la superiorità morale dell’impresa americana.
L’amministrazione Trump abbraccia apertamente politiche sioniste radicali e l’ideologia del sionismo cristiano. Entrambi i principali partiti americani hanno fornito un sostegno bipartisan ininterrotto allo Stato di Israele per oltre sessant’anni. Questo sostegno include una protezione diplomatica incrollabile, ripetuti veti su risoluzioni critiche del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite contro Israele, voti costanti a favore di Israele nell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite e miliardi di dollari in aiuti militari annuali e forniture di armamenti avanzati, tra cui aerei da combattimento, sistemi di difesa missilistica e munizioni di precisione. La potente lobby ebraico-sionista, in particolare l’American Israel Public Affairs Committee (AIPAC), fornisce un sostegno politico e finanziario organizzato ai politici di entrambi i partiti. Il presidente Trump si è spinto oltre i suoi predecessori allineandosi apertamente all’ideologia del sionismo cristiano e guadagnandosi il loro entusiastico sostegno. Diversi dei suoi consiglieri e alti funzionari più influenti, compresi membri chiave del gabinetto, sono sionisti dichiarati, e molti si identificano esplicitamente come sionisti cristiani. Jared Kushner, genero e consigliere senior di Trump, ha svolto un ruolo centrale nel plasmare la politica filo-israeliana.
Al contrario, l’Unione Sovietica considerava il sionismo una pericolosa forma di imperialismo razzista e uno strumento di dominio capitalista occidentale. Dopo la fulminea vittoria di Israele nella Guerra dei Sei Giorni del 1967, durante la quale Israele conquistò vasti territori a scapito di Egitto, Giordania e Siria in una guerra di espansione, l’URSS intensificò la sua opposizione. I leader e la propaganda sovietica condannarono aspramente il sionismo come un’ideologia aggressiva e colonialista. L’Unione Sovietica divenne uno dei più forti sostenitori internazionali degli stati arabi, armandoli contro Israele e dipingendo il progetto sionista come intrinsecamente espansionista e contrario ai principi di liberazione nazionale e socialismo. Questo scontro fondamentale sul sionismo trasformò il conflitto israelo-palestinese in uno dei principali campi di battaglia ideologici della Guerra Fredda, e l’entusiastica adesione di Trump al sionismo rappresenta la diretta continuazione della posizione americana in quello storico confronto.
Trump segue uno schema ben consolidato da molti presidenti americani prima di lui: annunciano pubblicamente il loro desiderio di pace, salvo poi iniziare o intensificare i conflitti. Il caso di Trump non fa eccezione. Ha parlato di porre fine a guerre interminabili, mentre alla fine si è mosso verso lo scontro con l’Iran. I presidenti precedenti hanno mostrato la stessa ipocrisia. Woodrow Wilson vinse la rielezione nel 1916 con lo slogan “Ci ha tenuti fuori dalla guerra”, salvo poi condurre l’America nella Prima Guerra Mondiale l’anno successivo. Mentre Wilson predicava la neutralità, le banche di Wall Street e le grandi aziende fornirono con entusiasmo armi, materie prime e ingenti prestiti alle parti in conflitto fin dall’inizio della guerra nel 1914. Lyndon B. Johnson si candidò nel 1964 come candidato pacifista contro Barry Goldwater, per poi intensificare drasticamente la guerra del Vietnam. Nel 2000 George W. Bush promise una politica estera moderata, salvo poi lanciare l’invasione dell’Iraq nel 2003. La questione centrale, quindi, non è se Trump rappresenti una vera e propria svolta, ma se si limiti a proseguire la lunga tradizione della politica estera americana, caratterizzata da un’alta retorica pacifista che maschera ripetute aggressioni militari.
Il governo degli Stati Uniti e i suoi principali capitalisti non sono la stessa entità. Sebbene i due spesso collaborino e il governo promuova frequentemente gli interessi del grande capitale, rimangono forze distinte con esigenze immediate diverse. Il governo deve costantemente presentarsi al pubblico come garante della democrazia, della pace e del benessere nazionale. I capitalisti, d’altro canto, perseguono il profitto, il dominio del mercato e il potere a lungo termine, anche quando questi obiettivi sono in conflitto con la politica ufficiale o la dichiarata neutralità. Questa separazione consente ai capitalisti di violare le leggi o ignorare le dichiarazioni del governo, come accadde negli anni ’30 quando fornirono armi e materiali a Mussolini, Franco e Hitler nonostante le leggi sulla neutralità approvate dal Congresso. Il rapporto è caratterizzato da una stretta alleanza e da una mutua dipendenza, ma non raggiunge la completa unità. Il governo fornisce la retorica pubblica e la legittimità politica; i capitalisti forniscono i finanziamenti e spesso influenzano le politiche sottostanti.
Il ruolo assegnato al governo consiste nel promettere democrazia, pace e prosperità per assicurarsi il sostegno popolare e mantenere un’apparenza di legittimità. Allo stesso tempo, i due principali partiti sono finanziati in larga misura da società e banche i cui concreti interessi economici e strategici spesso perseguono indipendentemente, o addirittura in diretta contraddizione, con le dichiarazioni pubbliche ufficiali. Questa dualità si allinea strettamente con la teoria politica di Carl Schmitt (1888-1985), il quale sosteneva che le democrazie liberali sono caratterizzate da una tensione permanente tra l’ordine costituzionale formale e i veri centri di potere. Secondo Schmitt, dietro la facciata liberale del parlamentarismo e del dibattito pubblico si cela l’influenza decisiva di potenti interessi economici e di attori sovrani occulti che determinano quando vengono fatte eccezioni e la cui volontà, in ultima analisi, plasma le politiche. Nel sistema americano, il governo svolge la funzione teatrale del rituale democratico, mentre il vero potere sovrano – concentrato nel capitale finanziario, nelle grandi aziende e nelle lobby allineate – opera con maggiore autonomia, spesso scavalcando la neutralità formale o i principi dichiarati quando sono in gioco i suoi interessi vitali.
Le case produttrici di armi americane ed europee, insieme ai principali fondi di investimento, stanno generando enormi profitti dalle guerre in corso, in particolare dal conflitto in Ucraina. Aziende come Lockheed Martin, Raytheon, Rheinmetall e BAE Systems hanno visto i prezzi delle loro azioni e i portafogli ordini impennarsi, poiché la guerra consuma ingenti quantità di missili, munizioni, droni e veicoli blindati. Anche i fondi di investimento fortemente esposti al settore della difesa hanno ottenuto rendimenti considerevoli, dimostrando ancora una volta come certi potenti interessi economici traggano profitto diretto da conflitti militari prolungati.
Le aziende cinesi operano su basi completamente diverse. La Cina ha certamente molti individui facoltosi e imprenditori di successo, eppure il sistema politico vieta rigorosamente il finanziamento privato del Partito Comunista. Una differenza fondamentale risiede nella politica cinese nei confronti dei capitali stranieri: ha accolto migliaia di aziende e investitori occidentali, ma li sottopone a regolamentazioni, requisiti di joint venture e controlli molto più severi rispetto a quelli a cui sono soggetti negli Stati Uniti o in Europa. Questi investitori accettano in larga misura tali condizioni perché la Cina rimane il mercato più grande e in più rapida crescita al mondo, offrendo una portata e opportunità senza pari nei settori in cui ha compiuto rapidi progressi tecnologici.
Negli ultimi trent’anni, i lavoratori cinesi hanno beneficiato di alcuni dei maggiori e più duraturi aumenti salariali reali al mondo. Nello stesso periodo, il Paese ha costruito un’enorme e prospera classe media urbana, composta da diverse centinaia di milioni di persone. Questo drastico miglioramento del tenore di vita dei cittadini cinesi comuni contrasta nettamente con la stagnazione e il declino che hanno colpito gran parte della classe lavoratrice e della classe media negli Stati Uniti e in molti Paesi occidentali. In America, la classe media, un tempo forte, si è progressivamente impoverita e ridotta. Allo stesso tempo, gli Stati Uniti mantengono circa 850 basi e installazioni militari distribuite in circa 80 Paesi in tutto il mondo. Queste basi impongono un enorme onere finanziario, con costi annuali di centinaia di miliardi di dollari. Particolarmente costose sono le basi remote come Guam, nel Pacifico occidentale, Diego Garcia, nell’Oceano Indiano, e Guantanamo Bay, a Cuba, che richiedono continui rifornimenti, infrastrutture specializzate e lunghe linee di approvvigionamento lontane dal continente americano. La Cina non sopporta nessuno di questi pesanti oneri finanziari o logistici.
Il governo statunitense afferma di spendere ingenti somme di denaro per proteggere i propri alleati. Agli europei viene ripetutamente ripetuto che un eventuale ritiro americano li lascerebbe esposti e insicuri. Questa idea costituisce un elemento centrale della narrativa ufficiale americana. Tuttavia, la Costituzione degli Stati Uniti impone esplicitamente al governo di servire esclusivamente gli interessi nazionali degli Stati Uniti. L’affermazione secondo cui il ruolo principale dell’America sia quello di garantire la sicurezza europea è quindi falsa. Attualmente, gli Stati Uniti stanno spostando gran parte delle proprie risorse militari verso l’Asia, poiché considerano la Cina il loro principale rivale geopolitico. Nell’ambito di questo spostamento, Giappone, Australia, Filippine e Corea del Sud stanno ricevendo maggiori armamenti e supporto dagli Stati Uniti. Nel frattempo, le basi militari americane in Europa rimangono attive come centri logistici per le operazioni con droni e il trasporto di munizioni. Sotto l’amministrazione Trump, i membri europei della NATO continuano ad aumentare le spese militari e si stanno riarmando contro la Russia. Nessun politico europeo di spicco sostiene l’uscita dalla NATO. Persino coloro che invocano una maggiore sovranità europea e una maggiore indipendenza dagli Stati Uniti non contestano l’appartenenza alla NATO. La dipendenza economica rafforza l’assetto. In Germania, Francia, Belgio, Gran Bretagna, Paesi Bassi, Lussemburgo e Svizzera, potenti investitori finanziari americani – tra cui BlackRock, Vanguard, State Street, KKR, Blackstone, Carlyle e Capital Group – figurano tra i maggiori azionisti delle più importanti aziende e banche. Questi investitori attuano tagli al personale e promuovono strategie di elusione fiscale. Per questi motivi, l’idea, spesso invocata, di un’indipendenza europea dagli Stati Uniti rimane al momento una promessa retorica, non una realtà consolidata.
La condizione essenziale per una vera sicurezza, pace e autentica prosperità è la completa fine dell’umiliante dipendenza dell’Europa dagli Stati Uniti. Le nazioni europee dovrebbero abbandonare la NATO senza indugio e creare una propria alleanza di sicurezza indipendente. La forma più forte e naturale di questa alleanza sarebbe un partenariato strategico continentale europeo-russo: un blocco eurosiberiano sovrano, libero dal controllo americano. Come sosteneva con forza il pensatore francese Guillaume Faye (1949-2019) nella sua visione dell’Eurosiberia, l’Europa deve forgiare una grande alleanza continentale con la Russia per contrastare l’egemonia americana, respingere l’immigrazione di massa, difendere la propria identità di civiltà e assicurarsi un futuro come potenza indipendente sulla scena mondiale.
Lo stratega americano Francis Parker Yockey (1917-1960) individuò negli Stati Uniti il principale portatore esterno di una distorsione culturale che indebolisce le fondamenta organiche della civiltà europea. Yockey descrisse come la democrazia liberale e il capitalismo materialista, plasmati da influenze esterne, erodano l’unità spirituale e il destino storico dell’Occidente. Auspicò la creazione di un Impero europeo : un ordine continentale sovrano, gerarchico e spiritualmente illuminato, capace di resistere al dominio esterno e al decadimento interno. Yockey sottolineò che la vera indipendenza europea richiede il rifiuto del controllo finanziario americano, delle alleanze militari e dei modelli culturali che privilegiano la quantità alla qualità e l’individualismo senza radici alle comunità organiche. Avvertì che la continua sottomissione impedisce all’Europa di adempiere alla sua missione storico-mondiale e porta alla graduale sostituzione dei suoi popoli e delle sue tradizioni. I fatti confermano in gran parte la diagnosi di Yockey. Il modello di potere americano, il ruolo del sionismo, i legami economici e la pressione sugli stati indipendenti illustrano tutti i meccanismi che Yockey aveva messo in luce. Gli europei e le altre nazioni hanno ora l’opportunità di riconoscere questa realtà, porre fine alle strutture di dipendenza e costruire un futuro fondato sui propri punti di forza culturali e storici. La strada da percorrere risiede in un’azione lungimirante radicata nei principi organici che Yockey difendeva.
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Il poeta tedesco Gottfried Benn (1888-1956) sostiene che la storia non progredisce attraverso scelte democratiche o consenso pubblico, bensì attraverso forze elementari che emergono in punti di svolta decisivi. A suo avviso, le grandi trasformazioni storiche non scaturiscono mai da votazioni o dibattiti. Piuttosto, la storia genera quello che egli definisce un nuovo tipo biologico, una generazione che incarna energie nuove e si assume il fardello di plasmare una nuova era. Questo nuovo tipo non è invitato a partecipare, ma è costretto ad agire, a sopportare le difficoltà e a tradurre l’idea fondante della sua generazione nella sostanza del suo tempo. Per Benn, la storia esige fermezza piuttosto che esitazione, richiedendo agli individui di obbedire a quella che egli considera la legge fondamentale della vita attraverso l’azione e il sacrificio.
Secondo Benn, ogni volta che un nuovo tipo umano fa la sua comparsa nella storia, gli assetti sociali esistenti cedono inevitabilmente il passo. Le gerarchie consolidate vengono sovvertite, le vecchie élite perdono la loro posizione privilegiata e le tradizioni intellettuali che un tempo sembravano immutabili iniziano a svanire. Egli presenta questo processo non come accidentale né evitabile, ma come la naturale conseguenza del rinnovamento storico. Piuttosto che considerare questi sconvolgimenti come tragedie, Benn li interpreta come segni visibili della fine di un’epoca storica e dell’inizio di un’altra, con nuove forme che sostituiscono quelle che hanno esaurito la loro forza creativa.
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Benn si rivolge anche a quella che considera la generazione emergente, descrivendo la sua intrinseca convinzione come una forza superiore a qualsiasi potenza materiale. Contrappone questa energia giovanile a una classe intellettuale più anziana che, a suo giudizio, ha raggiunto i limiti della propria capacità creativa. Descrive tale classe come un popolo che sopravvive solo grazie a frammenti di conquiste passate, concentrandosi sul comfort, la ricchezza e la rispettabilità sociale anziché su ideali più elevati. Simboli di successo borghese, come case lussuose e automobili costose, diventano, secondo Benn, la prova di una civiltà che ha barattato la visione con la soddisfazione materiale. Esorta quindi la nuova generazione a non sprecare le proprie energie in interminabili dispute, ma a dedicarsi alla costruzione di un nuovo ordine politico.
Nel pensiero di Benn, i concetti di forma e disciplina occupano un posto centrale. Egli li presenta come i fondamenti essenziali su cui deve poggiare ogni civiltà destinata a durare. A suo avviso, l’autorità politica e la creazione artistica non sono forze opposte, bensì espressioni complementari dello stesso impulso civilizzazionale. Ordine, stile, disciplina e realizzazione artistica, insieme, forniscono la struttura entro cui un popolo può plasmare il proprio destino. Benn vede quindi il futuro fondato su due pilastri inscindibili: lo Stato come organizzatore della vita collettiva e l’arte come sua più alta espressione spirituale.
Benn sostiene inoltre che il potere politico possiede una funzione formativa piuttosto che meramente coercitiva. Lo Stato, a suo avviso, affina l’individuo frenando l’impulsività e conferendo alla personalità struttura, chiarezza e stabilità. Utilizza un linguaggio artistico per descrivere questa trasformazione, suggerendo che il potere rende l’individuo capace di espressione artistica imponendo una forma laddove prima regnava il disordine. L’autorità politica diventa quindi, nella concezione di Benn, uno strumento attraverso il quale il carattere umano viene disciplinato ed elevato a qualcosa di capace di partecipare a un ordine culturale superiore.
Eppure, Benn sostiene in definitiva che nemmeno lo Stato più potente può portare a compimento l’ultimo passo della creazione artistica. Il potere politico può preparare gli individui coltivando disciplina, struttura e predisposizione, ma l’autentica realizzazione artistica rimane al di fuori della portata del governo. Lo Stato può stabilire le condizioni affinché la cultura fiorisca, ma l’atto creativo appartiene solo all’artista. In questa distinzione, Benn preserva l’autonomia dell’arte, sostenendo che, mentre la politica può plasmare la struttura della civiltà, le più alte conquiste creative scaturiscono sempre dallo spirito indipendente dell’individuo.
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Mentre la lancetta del grande orologio del tempo solcava il crepuscolo del diciottesimo secolo, dalle tenebre del Vecchio Mondo emerse uno spettacolo di mostruosa trasformazione che avrebbe squarciato i fragili veli dell’ordine e della civiltà. Fu la nascita di un’orribile mostruosità chiamata Rivoluzione francese, un evento di tale orrore e impatto così profondo che le vestigia dell’Europa tradizionale – intrisa della potente eredità della nobiltà, della fede e della cavalleria – sarebbero state per sempre spazzate via dalla sua gelida corrente sotterranea.
Questa tempesta, che ha scosso il mondo, non era frutto di mera ambizione politica o malcontento economico; era la macabra manifestazione di un culto troppo terribile da contemplare, un culto nato nell’ombra di tempi dimenticati e di conoscenze proibite: il Culto di Cthulhu.
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La nefasta influenza di questo culto, le cui origini terrificanti risalgono a epoche remote prima della nascita dell’umanità, sulla Rivoluzione francese è rimasta in gran parte celata sotto il manto della storia. Le sue dottrine antinaturali, tuttavia, si rivelarono un terreno fertile per il tumulto che avrebbe sconvolto l’Europa.
Dalle squallide profondità delle catacombe parigine, emersero sussurri di ” Libertà, Uguaglianza, Fraternità “. Eppure, non erano altro che flebili ritornelli dell’antico canto del culto: ” Ph’nglui mglw’nafh Cthulhu R’lyeh wgah’nagl fhtagn ” (“Nella sua casa a R’lyeh, il morto Cthulhu attende sognando”). Entrambi, in sostanza, racchiudevano la stessa terribile promessa: il crollo del vecchio ordine, l’annientamento delle antiche fedi e l’ascesa di un nuovo mondo, indicibile e terrificante.
Qui, nel labirinto oscuro del sottobosco parigino, il Culto di Cthulhu alimentò le filosofie di uomini come Robespierre e Marat, le cui menti erano intrappolate negli arcani incantesimi del Grande Antico. Con dottrine di uguaglianza e fraternità, l’influenza malevola del culto si insinuò nel tessuto stesso della Rivoluzione, spingendola verso il caos e la distruzione.
La follia diede i suoi frutti sinistri nel Regno del Terrore, un periodo che rievoca i grandi sconvolgimenti dell’ordine cosmico quando il Grande Antico si scatenò contro la sua prigionia. La ghigliottina, simbolo di questo regno, non era semplicemente uno strumento di morte, ma un altare a Cthulhu, ogni testa mozzata un macabro tributo all’eterna fame della grande bestia.
Inoltre, la distruzione della Chiesa, baluardo tradizionale contro l’avanzata delle divinità pagane, simboleggiò la vittoria di Cthulhu sul fondamento spirituale dell’Europa. Il Culto della Ragione , la nuova “religione” della Rivoluzione, non era altro che una perversa e umanistica parodia del vero culto che il Culto di Cthulhu propagava in quelle criptiche notti di luna nelle catacombe. Lo sterminio degli antichi residui di fede aprì la strada all’indescrivibile regno dell’abominio alieno.
Mentre la Rivoluzione francese divampava in tutta Europa, lasciava dietro di sé i resti carbonizzati di secoli di tradizione. L’Europa di un tempo – terra di re e cavalieri, di fede e onore, di tranquilli villaggi e immense cattedrali – non esisteva più. Al suo posto sorse un mondo nuovo, un mondo definito dagli ideali rivoluzionari di uguaglianza e laicità.
Eppure, questo mondo era nato dai mormorii del Grande Antico e, pertanto, pur nella sua apparente razionalità, portava il segno dell’ultraterreno, del non euclideo. Nel suo cuore, era un mondo creato a immagine dell’Antico, un mondo che non guardava più al cielo in cerca di guida divina, ma scrutava invece l’abisso, in perenne attesa, in costante timore, anticipando il giorno in cui Cthulhu sarebbe risorto.
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