Italia e il mondo

STORIA – DOSSIER «LA FINE DI UN IMPERO» (7/8) – URSS, 1991: Come una superpotenza può scomparire senza perdere una guerra mondiale _ di Le Diplomate

STORIA – DOSSIER «LA FINE DI UN IMPERO» (7/8) – URSS, 1991: Come una superpotenza può scomparire senza perdere una guerra mondiale

Di Le Diplomate / 16.09.2026

CONTRIBUITE!!! La situazione finanziaria del sito sta diventando insostenibile per la ormai quasi totale assenza di contributi
Il  sito Italia e il Mondo non riceve finanziamenti pubblici o pubblicitari. Se vuoi aiutarci a coprire le spese di gestione (circa 6.000 € all’anno), ecco come puoi contribuire:
– Postepay Evolution: Giuseppe Germinario – 5333174737695817;
– IBAN: IT30D3608105138261529861559
PayPal: PayPal.Me/italiaeilmondo
Tipeee: https://it.tipeee.com/italiaeilmondo
Puoi impostare un contributo mensile a partire da soli 2€! (PayPal trattiene 0,52€ di commissione per transazione).
Contatti: italiaeilmondo@gmail.com – x.com: @italiaeilmondo – Telegram: https://t.me/italiaeilmondo2 – Italiaeilmondo – LinkedIn: /giuseppe-germinario-2b804373

Stampa l’articolo

Ascolta

HISTOIRE – DOSSIER « FINS D’EMPIRE » (7/8) – URSS, 1991 : Comment une superpuissance peut disparaître sans perdre une guerre mondiale

A cura della redazione

Settima puntata del nostro speciale dedicato alla “Fine dell’Impero”. Dopo Roma, Bizanzio, la Spagna degli Asburgo, il “sussulto napoleonico” » e le due catastrofi tedesche del 1914-1945  e l’Impero britannico , che a Suez scoprì di non essere più padrone del gioco, ecco forse il caso più affascinante di tutti: quello di una superpotenza che scompare senza essere stata conquistata. Nel dicembre 1991, nessun carro armato americano entrò a Mosca, nessun esercito straniero occupò il Cremlino, non fu firmata alcuna capitolazione militare. Eppure, nel giro di pochi mesi, l’Unione Sovietica si disgrega, quindici repubbliche diventano indipendenti e il gigantesco insieme che aveva sconfitto Hitler, mandato il primo uomo nello spazio e conteso agli Stati Uniti la leadership mondiale per quasi mezzo secolo cessa giuridicamente di esistere. Per Roland Lombardi, storico, geopolitologo e direttore di Diplomate média, questa scomparsa ricorda una regola fondamentale della fine degli imperi: «Le grandi potenze muoiono raramente per una sola ferita. Muoiono quando le loro debolezze economiche, le loro fratture interne e i loro errori politici finiscono per convergere nel momento preciso in cui i loro avversari sanno come sfruttarli. » Il paradosso russo è tuttavia ancora più straordinario: l’URSS è scomparsa, ma la Russia, erede di una struttura imperiale secolare, rimane nel 2026 lo Stato più vasto del mondo e una delle principali potenze nucleari. Per comprendere il 1991, occorre quindi risalire ben prima del 1917, fino alle origini di una civiltà che ha quasi sempre concepito la propria sicurezza su scala continentale.

Prima dell’URSS, la Russia: una civiltà nata tra l’Europa e l’Eurasia

È difficile comprendere appieno il crollo dell’Unione Sovietica se si parte dall’ottobre 1917. L’URSS fu certamente una costruzione ideologica rivoluzionaria, ma si sovrappose in larga misura a uno spazio politico plasmato nel corso dei secoli dalla Russia. Questo è del resto uno dei grandi insegnamenti dell’opera di Hélène Carrère d’Encausse, da *L’Empire éclaté* del 1978 a *La Gloire des nations*, *La Russie inachevée*, *L’Empire d’Eurasie* e *Six années qui ont changé le monde, 1985-1991*. Ben prima della fine dell’Unione Sovietica, aveva compreso che dietro l’apparente unità comunista sussistevano le nazioni, le memorie, le religioni e le identità che il marxismo-leninismo non era mai riuscito a dissolvere completamente. Il suo *L’Empire éclaté* analizzava proprio la contraddizione tra l’universalismo sovietico e la persistenza delle nazionalità in uno Stato in cui i russi occupavano di fatto una posizione centrale.

Le stesse origini russe riflettono questa posizione intermedia tra Europa e Asia. Sarebbe storicamente troppo semplicistico definire i russi come un semplice «miscuglio di slavi, vichinghi e mongoli». Il nucleo demografico e linguistico è essenzialmente slavo orientale, ma lo spazio russo si è costituito attraverso il contatto e la progressiva integrazione di elementi finno-ugrici, scandinavi, turcofoni e, più tardi, di popolazioni molto diverse provenienti dall’immenso spazio eurasiatico. I Varanghi, popoli scandinavi che percorrevano le rotte commerciali che collegavano il Baltico a Bisanzio, contribuirono nel IX secolo alla formazione della Rus’ di Kiev attorno alla dinastia dei Rurikidi.

Ma l’identità politica russa si è forgiata anche nel confronto con due esperienze storiche di grande rilievo: la dominazione mongola e, più in generale, il contatto costante con le potenze musulmane delle steppe, del Volga, del Caucaso e del Mar Nero. L’invasione mongola del XIII secolo distrusse diversi centri della Rus’ e pose gran parte dei principati russi sotto la sovranità dell’Orda d’Oro. Per quasi due secoli, Mosca imparò così a sopravvivere, a negoziare, a pagare tributi e ad accumulare progressivamente potere sufficiente per emanciparsi. La battaglia di Kulikovo del 1380 acquisisce retrospettivamente un immenso valore simbolico, anche se il dominio dell’Orda non scompare immediatamente, e l’affermazione dell’indipendenza moscovita alla fine del XV secolo contribuisce fortemente alla costruzione della narrativa nazionale russa.

Questo scontro, tuttavia, non è mai stato una semplice opposizione tra una Russia cristiana e un blocco musulmano omogeneo. La storia è più complessa. Gli eredi dell’Orda d’Oro formarono diversi khanati musulmani, in particolare Kazan, Astrakhan e la Crimea, ma le interazioni tra loro furono un intreccio di guerre, alleanze, commercio e integrazione. I tartari musulmani prestarono servizio presso i sovrani moscoviti e, già prima delle conquiste di Kazan e Astrakhan nel XVI secolo, popolazioni musulmane vivevano all’interno della Moscovia. Gli studi della *Cambridge History of Inner Asia* dimostrano che, dopo l’annessione di Kazan e Astrakhan negli anni 1550, importanti popolazioni turche, musulmane e non slave furono incorporate nello Stato russo senza essere necessariamente russificate.

In altre parole, l’identità russa non si è costruita solo in opposizione ai mondi mongolo e musulmano; si è costruita anche a contatto con essi e integrandone una parte, come ricorda Roland Lombardi nel suo Putin d’Arabia, 2020, VA Éditions. Questo è uno dei motivi per cui l’Impero russo diventerà ben presto un impero ortodosso, ma profondamente multiconfessionale e multietnico. Questa dualità è fondamentale: l’ortodossia costituisce il nucleo civilizzativo, ma l’Impero assorbe tatari, baschiri, popoli caucasici, musulmani dell’Asia centrale, buddisti e popolazioni siberiane. Questo modello imperiale non si basa quindi su un’omogeneità etnica inesistente, ma sulla capacità di un centro politico russo di tenere insieme popolazioni straordinariamente diverse.

La conversione di Vladimir di Kiev al cristianesimo bizantino nel 988 fu fondamentale a questo proposito. Essa legò in modo duraturo il mondo russo all’ortodossia e all’eredità di Costantinopoli. Dopo la caduta di quest’ultima nel 1453, e poi con l’ascesa di Mosca, si sviluppò progressivamente l’idea di Mosca come «Terza Roma». All’inizio del XVI secolo, il monaco Filoteo di Pskov formulò questa concezione secondo cui, dopo Roma e Costantinopoli, Mosca avrebbe dovuto diventare l’ultimo grande centro della cristianità ortodossa. Questa idea, inizialmente di natura religiosa ed escatologica più che un programma imperiale nel senso moderno del termine, verrà tuttavia reinterpretata in chiave politica e contribuirà ad alimentare la rappresentazione di una missione storica particolare della Russia. Jean-François Colosimo ha magistralmente esplorato questa articolazione tra Bisanzio, ortodossia, autocrazia, rivoluzione e identità russa in *L’Apocalisse russa*.

Questa persistenza del fattore religioso e civile al di là della parentesi sovietica si ricollega anche agli studi della storica e geopolitologa Ana Pouvreau, specialista del mondo russo, che ha studiato in particolare i movimenti cristiani nella società russa contemporanea e, più in generale, la ricerca da parte della Russia post-sovietica di una propria via tra eredità storica, identità nazionale e rapporto complesso con l’Occidente.

Ivan, Pietro, Caterina: costruire l’Impero attraverso la profondità

Sotto Ivan IV, detto Ivan il Terribile, primo sovrano moscovita incoronato zar nel 1547, la Russia intraprese una formidabile espansione verso est con la conquista dei khanati di Kazan nel 1552 e, pochi anni dopo, di Astrakhan. Si trattò di conquiste di grande importanza poiché posero progressivamente fine a una parte dell’eredità politica dell’Orda d’Oro, conferirono a Mosca il controllo di gran parte del bacino del Volga e aprirono ulteriormente la via verso sud e verso est. Astrakhan era un khanato musulmano sunnita e la sua conquista rappresentò una tappa decisiva nell’espansione russa verso il Mar Caspio e il Caucaso.

Ma questa espansione non dà vita a uno spazio uniformemente ortodosso. È proprio questa una delle peculiarità dell’Impero russo: man mano che avanza contro le potenze politiche musulmane, incorpora milioni di sudditi musulmani che diventano a loro volta attori dell’Impero. Ricerche recenti, in particolare quelle di Danielle Ross sui tatari di Kazan, dimostrano addirittura che le reti intellettuali, religiose e commerciali musulmane contribuirono a loro modo all’espansione russa verso gli Urali, la Siberia occidentale e le steppe kazake.

Contemporaneamente si apre la via della Siberia. Sotto i Romanov, questa avanzata assume ritmi vertiginosi: esploratori, cosacchi, mercanti e soldati attraversano la Siberia fino al Pacifico. Nel XVII secolo, la Russia raggiunge l’oceano quasi un secolo prima che gli Stati Uniti indipendenti inizino davvero la loro grande marcia verso Ovest.

Questa espansione verso est non si ferma, del resto, al Pacifico. Nel XVIII e XIX secolo, l’Impero russo attraversa lo stretto di Bering, colonizza una parte dell’Alaska e sviluppa quella che verrà chiamata l’America russa. Al suo apice, questa presenza non si limitava all’Alaska: i russi fondarono anche avamposti molto più a sud, sulla costa pacifica del Nord America. Il più famoso è Fort Ross, fondato nel 1812 in California, a nord di San Francisco, dalla Compagnia Russo-Americana. Il suo scopo principale era quello di rifornire di prodotti agricoli gli insediamenti russi in Alaska. La presenza russa in California rimase limitata e Fort Ross fu venduto nel 1841, mentre l’Alaska fu infine ceduta agli Stati Uniti nel 1867 per 7,2 milioni di dollari. Ma questo episodio ricorda fino a che punto si era spinta l’espansione di un Impero russo che, in un momento della sua storia, aveva letteralmente messo piede sul continente americano ed esteso il proprio spazio strategico dal Baltico al Pacifico settentrionale.

Vale la pena ricordare questa simultaneità storica. Come sottolinea Roland Lombardi, «si dimentica che mentre gli europei costruivano i loro imperi coloniali d’oltremare e i futuri Stati Uniti, poi gli americani, compivano la loro conquista del West, i russi portavano avanti la propria conquista dell’Est». I francesi e i britannici costruirono principalmente imperi marittimi; i russi costruirono un impero continentale. Questa differenza geografica avrebbe avuto conseguenze immense: i possedimenti britannici, francesi o spagnoli potevano diventare indipendenti senza intaccare direttamente il territorio metropolitano storico, mentre l’Impero russo si era costituito per continuità territoriale. Colonie, marche militari, popoli conquistati, popolazioni integrate e antiche province finirono per formare uno spazio senza confini evidenti tra «metropoli» e «impero».

Pietro il Grande trasformò poi la Russia in una potenza europea. La sua vittoria contro la Svezia di Carlo XII durante la Grande Guerra del Nord aprì l’accesso al Mar Baltico, San Pietroburgo divenne una «finestra sull’Europa» e la Russia entrò definitivamente nel concerto delle grandi potenze. Caterina II proseguì questa espansione verso il Mar Nero, annesse la Crimea nel 1783 e consolidò l’avanzata russa verso sud. Si delinea così una delle costanti più famose della geopolitica russa: la ricerca dell’accesso ai mari caldi, verso il Mar Nero e gli stretti ottomani, verso il Caucaso e, indirettamente, verso il Mediterraneo, mentre l’espansione asiatica progredisce fino al Pacifico e all’Asia centrale.

Anche il lungo confronto con l’Impero ottomano, i khanati musulmani e le potenze caucasiche contribuisce a plasmare la concezione russa dei propri confini. Ancora una volta, questa storia non va ridotta a una guerra religiosa permanente: San Pietroburgo poteva combattere Istanbul pur governando popolazioni musulmane e avvalendosi di élite tartare o caucasiche. Ma l’esperienza ripetuta delle incursioni, delle guerre russo-turche, dei conflitti per la Crimea, il Caucaso e gli stretti contribuisce in modo determinante ad alimentare questa ossessione russa per la profondità territoriale, i confini sicuri e l’accesso a mari liberi dai ghiacci.

La geografia impone infatti alla Russia un’ossessione quasi permanente per la profondità strategica. Immensa ma a lungo priva di confini naturali protettivi sul suo versante occidentale, ha subito le invasioni polacche, svedesi, napoleoniche e tedesche. Lo spazio diventa quindi al tempo stesso vulnerabilità e difesa: più l’Impero si espande, più i suoi confini diventano difficili da proteggere; ma più dispone anche di profondità per assorbire le invasioni.

Da qui la formula di Roland Lombardi: la Russia ha costruito «uno dei più antichi grandi imperi continentali ancora parzialmente conservati sotto forma di Stato, oggi il più vasto del pianeta con circa 17 milioni di chilometri quadrati». L’espressione va intesa in senso storico e non giuridico: la Federazione Russa contemporanea non è ovviamente l’Impero russo, ma rimane l’erede territoriale di una parte eccezionale di questa espansione plurisecolare.

1905: il primo segnale di allarme proveniente dall’Asia

Ma anche questa gigantesca espansione finì per incontrare i propri limiti. All’inizio del XX secolo, la Russia voleva consolidare la propria presenza in Estremo Oriente, in particolare in Manciuria e in Corea, dove entrò in diretta concorrenza con un Giappone modernizzato a partire dall’era Meiji. La guerra russo-giapponese del 1904-1905 costituì quindi un duro colpo. L’esercito russo subì pesanti sconfitte a Port Arthur e poi a Mukden, mentre la flotta del Baltico, inviata dall’altra parte del mondo dopo un viaggio di diversi mesi, fu praticamente annientata dall’ammiraglio Tōgō durante la battaglia di Tsushima, nel maggio 1905. Il trattato di Portsmouth, negoziato sotto l’egida del presidente americano Theodore Roosevelt, sancisce la vittoria giapponese e obbliga la Russia a riconoscere la supremazia di Tokyo in Corea, a cedere la metà meridionale di Sakhalin e ad abbandonare parte delle sue posizioni in Manciuria. Per la prima volta nell’era moderna, una grande potenza europea viene così sconfitta da una potenza asiatica modernizzata. L’effetto psicologico è immenso, sia in Russia che nel resto del mondo.

Questa sconfitta, di per sé, non provoca il crollo dell’Impero, ma ne mette brutalmente a nudo le debolezze militari, amministrative e sociali. Contribuisce direttamente alla rivoluzione del 1905, costringe Nicola II a concedere l’istituzione della Duma e costituisce, col senno di poi, uno dei segnali di allarme più gravi che preannunciavano la catastrofe del 1917.

1917: la rivoluzione che avrebbe dovuto distruggere l’Impero

La prima guerra mondiale sembra tuttavia destinata a porre fine a questa costruzione. Nel 1917, l’Impero russo crolla sotto l’effetto combinato delle sconfitte militari, delle carenze di generi di prima necessità, dell’esaurimento sociale e della crisi politica. Nicola II abdica. Pochi mesi dopo, i bolscevichi prendono il potere.

La Germania imperiale ha svolto un ruolo ampiamente documentato nel ritorno di Lenin in Russia. Nell’aprile 1917, le autorità tedesche permisero a Lenin e ad altri rivoluzionari di attraversare il proprio territorio a bordo del famoso «treno sigillato». Berlino aveva un obiettivo strategico evidente: aggravare la decomposizione della Russia e ottenere l’uscita della Russia dalla guerra. La manovra ebbe successo. Il trattato di Brest-Litovsk del marzo 1918 permise alla Germania di alleggerire momentaneamente il proprio fronte orientale al costo, per la Russia, di notevoli perdite territoriali.

Ma quella che avrebbe potuto essere l’equivalente russo della Rivoluzione francese, nella sua dimensione di rottura imperiale, alla fine non porta alla scomparsa definitiva dello spazio russo. Una terribile guerra civile oppone i Rossi alle armate bianche, mentre inglesi, francesi, americani, giapponesi e altre potenze intervengono in vari modi nell’ex Impero. La Finlandia diventa indipendente, gli Stati baltici si emancipano, la Polonia rinasce, ma i bolscevichi riconquistano gran parte dell’ex spazio zarista.

Il paradosso è enorme: i rivoluzionari internazionalisti che avevano denunciato «la prigione dei popoli» zarista finiscono per ricostruire gran parte dell’Impero sotto un altro nome. Hélène Carrère d’Encausse aveva proprio dimostrato come l’URSS, ufficialmente una federazione egualitaria di popoli socialisti, rimanesse di fatto organizzata attorno al peso demografico, politico, culturale e militare della Russia.

Stalin: il terribile “balzo in avanti” sovietico

È con Stalin che questa continuità imperiale raggiunge la sua forma più brutale. Ovviamente non si tratta qui di dimenticare i crimini del regime: la collettivizzazione forzata, le carestie, il Grande Terrore, le deportazioni di intere popolazioni, il Gulag e la repressione politica di massa costituiscono elementi inscindibili dello stalinismo. Ma l’analisi geopolitica impone al contempo di constatare che, al termine del suo regno, l’Unione Sovietica era diventata una delle due principali potenze mondiali.

La Seconda Guerra Mondiale rappresenta il punto di svolta. L’invasione tedesca del giugno 1941 pone l’URSS di fronte a un pericolo esistenziale. Il costo umano per i sovietici è spaventoso, stimato generalmente intorno ai 27 milioni di morti, tra civili e militari. Stalingrado, Kursk, l’operazione Bagration e poi l’avanzata dell’Armata Rossa fino a Berlino distruggono gran parte della potenza terrestre del Terzo Reich.

Questa trasformazione militare costituisce inoltre un elemento essenziale per comprendere il passaggio della Russia sovietica dal disastro del 1941 allo status di superpotenza del 1945. I lavori dello storico militare Laurent Henninger, in particolare quelli dedicati ai grandi comandanti militari sovietici, ci ricordano che questa vittoria non può essere ricondotta esclusivamente al peso demografico dell’URSS: anche l’Armata Rossa imparò dalle sue catastrofi iniziali, trasformò i propri metodi operativi e finì per sviluppare una formidabile padronanza della guerra meccanizzata su vastissima scala.

Senza sminuire il ruolo decisivo degli Stati Uniti, del Regno Unito, degli altri Alleati e degli aiuti americani nell’ambito del Lend-Lease, è impossibile comprendere la sconfitta di Hitler senza riconoscere il peso colossale del fronte orientale.

Per Roland Lombardi, Stalin rappresenta quindi, in una categoria ovviamente particolare data la natura criminale del suo regime, una sorta di «sussulto di fine Impero» paragonabile strutturalmente — e solo strutturalmente — a Napoleone: «La rivoluzione avrebbe potuto smantellare definitivamente l’antico Impero russo, così come la Rivoluzione francese aveva frantumato parte del potere accumulato dalla monarchia francese. Stalin, al prezzo di una violenza mostruosa, conserva l’essenziale dello spazio sovietico, industrializza massicciamente il Paese, vince la guerra contro la Germania nazista e trasforma l’URSS in una superpotenza mondiale». Il paragone non riguarda quindi né i regimi né gli uomini; riguarda piuttosto questa eccezionale capacità di trasformare una crisi potenzialmente terminale in una spettacolare ripresa di potere.

Nel 1945, Mosca controllava direttamente l’URSS e, indirettamente, un’immensa profondità strategica nell’Europa centrale e orientale. Nel giro di pochi anni, si dotò della bomba atomica, sviluppò missili balistici ed entrò nell’era spaziale. Nel 1957, lo Sputnik sbalordisce l’Occidente; nel 1961, Yuri Gagarin diventa il primo uomo nello spazio. L’ex impero agricolo che Hitler pensava di schiacciare in pochi mesi è diventato il grande rivale degli Stati Uniti.

Guerra fredda: due ideologie, ma anche due imperi

La Guerra Fredda fu ovviamente un confronto ideologico. Da un lato, gli Stati Uniti e le democrazie liberali occidentali, anche se Washington non esitò mai a sostenere regimi autoritari quando i propri interessi lo richiedevano; dall’altro, l’Unione Sovietica e le democrazie popolari organizzate attorno al partito unico, all’economia pianificata e al marxismo-leninismo. Il capitalismo e il comunismo pretendevano entrambi di incarnare un modello universale.

Ma ridurre la Guerra Fredda a una questione ideologica sarebbe un errore. Dietro al conflitto tra sistemi si nasconde anche una classica lotta geopolitica per il controllo dell’Eurasia.

La vittoria comunista di Mao in Cina nel 1949 dà per un attimo l’impressione che un gigantesco blocco comunista continentale si estenda da Berlino a Pechino. Per Roland Lombardi, «dopo i tentativi napoleonici e poi hitleriani di dominare il continente, l’URSS sembrava allora essere riuscita, sotto una forma ideologica diversa, a costituire il nucleo di una formidabile potenza continentale eurasiatica e sovietica che si estendeva dall’Europa orientale alla Cina di Mao; i piani del famoso Istituto Frunze prevedevano anche l’invasione dell’Europa occidentale in caso di terza guerra mondiale…». Si tratta proprio dell’incubo geopolitico descritto in precedenza, in forme diverse, da Halford Mackinder e soprattutto da Nicholas Spykman: la comparsa di una potenza o di una coalizione in grado di controllare risorse sufficienti del continente eurasiatico per contestare la supremazia della potenza marittima.

La rottura sino-sovietica finirà tuttavia per lacerare quel blocco. Le divergenze ideologiche e nazionali tra Mosca e Pechino si trasformano progressivamente in aperta ostilità, fino agli scontri di confine del 1969 sul fiume Ussuri. Ed è proprio in quel momento che due americani comprendono, meglio di quasi tutti i loro contemporanei, l’occasione storica che si presenta loro.

Nixon e Kissinger: il colpo di genio cinese

Richard Nixon e Henry Kissinger realizzano uno dei capolavori diplomatici del XX secolo. Anziché combattere contemporaneamente le due grandi potenze comuniste, Washington decide di sfruttare la loro rivalità. Kissinger si reca segretamente a Pechino nel 1971; Nixon incontra Mao nel febbraio 1972. La completa normalizzazione diplomatica avverrà solo nel 1979 sotto Carter, ma la svolta strategica è già un dato di fatto: gli Stati Uniti dispongono ormai di una leva cinese contro l’Unione Sovietica.

Roland Lombardi ha approfondito ampiamente questa interpretazione nel suo editoriale dedicato a Richard Nixon e nel suo ritratto di Henry Kissinger, definendo questa apertura un «colpo di genio geopolitico»: l’America, indebolita dal Vietnam, riesce a infliggere un colpo decisivo al mondo comunista e trasforma un confronto bipolare in un gioco triangolare tra Washington, Mosca e Pechino.

Questa mossa avrà conseguenze di grande portata. Kissinger capirà del resto, molto tempo dopo, che l’ascesa della Cina aveva finito per ribaltare l’equazione e che d’ora in poi bisognava evitare un’alleanza duratura tra Pechino e Mosca. È proprio questa la logica della diplomazia triangolare: la prima potenza mondiale deve impedire alla seconda e alla terza potenza di unire le forze contro di essa.

Gli anni ’70: quando l’URSS sembrava ancora in vantaggio

La caduta dell’Unione Sovietica appare tanto più spettacolare in quanto, quindici anni prima, Mosca sembrava ancora in ascesa. Dopo il trauma americano del Vietnam, i movimenti e i regimi vicini all’URSS guadagnano terreno in diverse regioni del mondo. Angola, Mozambico, Etiopia, Nicaragua, Afghanistan: l’influenza sovietica sembra espandersi mentre gli Stati Uniti attraversano il Watergate, la crisi petrolifera, le conseguenze del Vietnam e poi la crisi iraniana.

Roland Lombardi ha sviluppato, nella sua analisi particolarmente critica di Jimmy Carter, l’idea che l’idealismo e le esitazioni della sua amministrazione abbiano contribuito a un periodo di arretramento strategico degli Stati Uniti, anche se questa interpretazione va sfumata alla luce degli accordi di Camp David e di diverse importanti iniziative diplomatiche del presidente democratico. L’invasione sovietica dell’Afghanistan nel dicembre 1979 e la rivoluzione iraniana conferiscono tuttavia agli Stati Uniti l’immagine di una potenza sulla difensiva.

Ma dietro la facciata geopolitica sovietica, il motore economico sta già iniziando a incepparsi pericolosamente.

Il colosso scientifico dai piedi d’argilla in campo economico

Sarebbe ridicolo presentare l’URSS come una società totalmente arretrata. Aveva costruito un sistema educativo di massa straordinario, formato eccellenti matematici, fisici, ingegneri e medici, sviluppato un’industria pesante gigantesca e raggiunto livelli di eccellenza nel settore nucleare, nell’aeronautica, nell’armamento e nello spazio. Il suo apparato di intelligence, in particolare il KGB, figurava tra i più efficienti al mondo. Una potenza incapace di innovare non avrebbe mandato Gagarin nello spazio trentacinque anni dopo essere uscita devastata da una guerra civile.

Il problema sovietico risiedeva altrove: l’eccellenza settoriale coesisteva con un’inefficienza sistemica. L’economia pianificata sapeva concentrare risorse immense su una priorità stabilita dallo Stato, che si trattasse di un missile, di una centrale nucleare o di un programma spaziale; era invece molto meno efficiente nell’organizzare i milioni di decisioni quotidiane necessarie a un’economia moderna di consumo. Prezzi controllati, assenza di concorrenza, scarsi incentivi alla produttività, carenze croniche, cattiva allocazione del capitale, un’agricoltura costantemente carente nonostante l’immensità dei terreni disponibili e una burocratizzazione paralizzante minarono progressivamente il sistema.

L’economista Alec Nove, uno dei maggiori esperti occidentali di economia sovietica, ha sottolineato queste inefficienze strutturali della pianificazione centralizzata, alle quali si aggiungeranno, sotto Gorbaciov, riforme incoerenti: si allentano alcuni meccanismi amministrativi senza aver ancora creato le istituzioni necessarie al funzionamento di un vero mercato. Il risultato sarà talvolta il peggiore dei due sistemi: meno controllo senza un vero mercato.

Le catastrofi umane dello stalinismo, in particolare le grandi carestie legate alla collettivizzazione, appartengono a un periodo precedente, ma avevano già messo in luce il prezzo mostruoso di certe politiche economiche. Chernobyl, nell’aprile 1986, rivela qualcos’altro: l’opacità burocratica, la cultura del segreto, le mancanze in materia di responsabilità e l’incapacità iniziale del sistema di riconoscere pubblicamente una catastrofe. L’incidente, ovviamente, non provoca da solo il crollo dell’URSS, ma diventa il simbolo delle sue patologie.

Giovanni Paolo II: minare l’Impero attraverso la nazione e la fede

Un altro elemento sfugge in gran parte alle equazioni economiche: il ritorno del religioso e del nazionale. L’elezione nel 1978 del cardinale polacco Karol Wojtyła, diventato Giovanni Paolo II, ha una portata geopolitica considerevole. Il suo trionfale viaggio in Polonia nel 1979 ricorda che quarant’anni di comunismo non hanno distrutto né il cattolicesimo polacco né il sentimento nazionale. L’anno successivo nasce Solidarność attorno a Lech Wałęsa.

Ovviamente il Vaticano non “distrugge” da solo l’URSS, ma Giovanni Paolo II contribuisce in modo determinante a delegittimare il sistema comunista nell’Europa orientale. Dimostra che dietro l’Homo sovieticus immaginato dal regime si nascondono il polacco cattolico, il lituano, l’ucraino, il georgiano, l’armeno e tutte quelle identità che l’ideologia aveva preteso di superare.

È proprio questo il problema individuato, prima di molti altri, da Hélène Carrère d’Encausse. Il comunismo aveva creduto di risolvere la questione nazionale; in realtà l’aveva soprattutto congelata. Quando il ghiaccio ideologico si scioglie, le nazioni riaffiorano.

Reagan: accelerare l’esaurimento dell’Unione Sovietica

« L’arrivo di Ronald Reagan alla Casa Bianca nel gennaio 1981 cambiò radicalmente il rapporto psicologico e strategico. Eppure fu proprio lui, colui che all’epoca veniva considerato un buffone, un po’ come Trump oggi, a segnare la fine dell’URSS. Laddove la distensione aveva cercato di stabilizzare la competizione, Reagan scelse di sfruttare le debolezze sovietiche. Aumentò notevolmente lo sforzo militare americano e nel marzo 1983 annunciò l’Iniziativa di difesa strategica, presto soprannominata «Guerra delle stelle». Il programma era tecnologicamente molto ambizioso e parte delle sue promesse rientrava allora più nella sfera delle proiezioni che in una capacità operativa immediata. Ma proprio per questo: Mosca non poteva essere certa che si trattasse di un bluff.

«L’effetto psicologico conta quasi quanto quello militare. I dirigenti sovietici sanno che la loro economia è molto più piccola e meno dinamica di quella degli Stati Uniti e temono il vantaggio tecnologico americano. Diverse analisi sulla caduta dell’Unione Sovietica sottolineano che la nuova corsa tecnologica e agli armamenti imposta da Reagan aumentava ulteriormente la pressione su risorse già insufficienti» (Roland Lombardi).

A ciò si aggiunge il contraccolpo petrolifero del 1985-1986. I prezzi del greggio crollano quando l’Arabia Saudita abbandona la sua politica di limitazione della produzione e aumenta notevolmente i volumi per riconquistare le proprie quote di mercato. Per l’URSS, grande esportatore di idrocarburi e fortemente dipendente dai propri proventi in valuta estera, lo shock è grave.

Roland Lombardi sottolinea giustamente l’importanza, spesso sottovalutata, di questo fattore energetico nell’indebolimento dell’Unione Sovietica. Occorre tuttavia distinguere in questa sede il fatto accertato dall’interpretazione geopolitica: l’idea secondo cui Reagan avrebbe personalmente ordinato ai sauditi di inondare il mercato con l’obiettivo esplicito di provocare il crollo dell’URSS rimane oggetto di dibattito tra gli storici e non è dimostrata in modo sufficientemente solido da poter essere presentata come un dato di fatto. Ciò che è invece indiscutibile è la concomitanza: il crollo del prezzo del petrolio privò Mosca di una parte essenziale delle sue entrate estere proprio nel momento in cui le spese militari, le difficoltà economiche e le esigenze di importazione gravavano pesantemente sul sistema.

Forse è proprio questo il più grande successo strategico di Reagan: non tanto “abbattere” direttamente l’URSS, quanto costringerla a sostenere una competizione il cui costo stava diventando sproporzionato rispetto alle prestazioni della sua economia. L’America aveva agito in modo simile, in un altro ambito e senza provocare un crollo politico, di fronte alla sfida economica giapponese degli anni ’80: sfruttare i vantaggi strutturali del sistema americano e spostare la competizione su terreni in cui l’avversario è meno in grado di tenere il passo.

Afghanistan: una sconfitta, ma non quel “Vietnam sovietico” semplicistico di cui si parla

L’intervento sovietico in Afghanistan tra il 1979 e il 1989 viene spesso descritto come il colpo di grazia inferto all’URSS. Fu indubbiamente molto costoso in termini umani, finanziari e politici. Gli Stati Uniti, il Pakistan e l’Arabia Saudita fornirono un aiuto considerevole ai mujaheddin; i missili antiaerei Stinger divennero uno dei simboli di questa guerra per procura.

Ma il confronto meccanico con la guerra del Vietnam merita di essere seriamente sfumato, come ricorda Roland Lombardi basandosi in particolare sulle analisi militari di Mériadec Raffray, soprattutto nel suo: Afghanistan: Le vittorie dimenticate dell’Armata Rossa. Dopo un inizio difficile di fronte a una guerra asimmetrica per la quale l’esercito convenzionale sovietico era mal preparato, la 40ª Armata adegua progressivamente i propri metodi.

Questa capacità di adattamento militare non era del resto del tutto nuova nella storia sovietica: come ricorda più ampiamente la storia operativa dell’Armata Rossa studiata in particolare da Laurent Henninger, l’apparato militare sovietico poteva dimostrarsi straordinariamente rigido nelle sue fasi iniziali prima di imparare, a volte in modo brusco, dai propri fallimenti.

In ogni caso, i sovietici ovviamente non “vincono” la guerra dal punto di vista politico, ma ottengono diversi importanti successi tattici e operativi, tra cui l’operazione Magistral nel 1987-1988.

Soprattutto, il loro ritiro del febbraio 1989 fu pianificato ed eseguito in modo ordinato. Gli archivi del Politburo, studiati da allora, hanno portato diversi ricercatori a mettere in discussione l’immagine di un esercito sovietico in fuga dal campo di battaglia dopo un crollo militare. Il governo di Mohammad Najibullah, sostenuto da Mosca, sopravvisse per quasi tre anni alla partenza delle truppe sovietiche e cadde solo nel 1992, dopo la scomparsa dell’URSS e l’interruzione del sostegno che lo accompagnava. Gli studi accademici sul ritiro sovietico parlano esplicitamente di una strategia di uscita coerente che, per un certo periodo, ha raggiunto i suoi obiettivi limitati.

Il confronto con il ritiro americano dell’agosto 2021 è quindi crudele: il governo afghano sostenuto dagli Stati Uniti crollò prima ancora che il ritiro occidentale fosse completamente concluso e Kabul cadde nelle mani dei talebani in scene di caos trasmesse in tutto il mondo. Najibullah, invece, aveva resistito fino al 1992. Ciò ovviamente non trasforma l’intervento sovietico in una vittoria; ci impone semplicemente di distinguere tra un fallimento strategico a lungo termine e una disfatta militare immediata.

Questa distinzione si ricollega alle riflessioni sviluppate nel nostro recente ritratto del generale Giáp sulle guerre asimmetriche: una guerriglia non trionfa mai grazie a una sorta di magia del «debole contro il forte»; il risultato dipende dalla durata, dal rifugio esterno, dai sostegni stranieri, dalla volontà politica e dalla capacità del potere locale di sopravvivere dopo la partenza della grande potenza.

Gorbaciov: l’uomo celebrato in Occidente, molto meno in Russia…

Quando Mikhail Gorbaciov sale al potere nel 1985, comprende chiaramente una cosa fondamentale: il sistema sovietico non può continuare così. Ma comprendere la necessità della riforma non significa saperla condurre. La perestrojka mira a ristrutturare l’economia; la glasnost libera progressivamente la libertà di parola; la politica estera sovietica diventa meno conflittuale. Gorbaciov accetta la riunificazione tedesca, rinuncia a intervenire militarmente per salvare i regimi comunisti dell’Europa orientale e contribuisce direttamente a porre fine pacificamente alla Guerra Fredda.

Ecco perché il suo prestigio rimane notevole in Occidente. Ma lo sguardo russo è molto più severo. La liberalizzazione politica sta progressivamente distruggendo i meccanismi di autorità che sostenevano l’Unione, mentre le riforme economiche non riescono a costruire un sistema sostenibile. Si aggravano la carenza di beni, il deficit di bilancio, la disorganizzazione dei circuiti produttivi e la crisi monetaria. Come ha dimostrato Alec Nove, le riforme accumulano incoerenze ed errori proprio nel momento in cui l’ascesa dei nazionalismi e la perdita di legittimità del Partito creano un vero e proprio vuoto di potere.

Occorre tuttavia evitare un anacronismo frequente: il crollo catastrofico del tenore di vita russo, la grande ondata di oligarchi, le privatizzazioni predatorie e l’esplosione delle disuguaglianze risalgono soprattutto agli anni di Eltsin successivi alla scomparsa dell’URSS, anche se il deterioramento era iniziato già prima.

Eltsin: la libertà, il caos e il crollo della potenza russa

Boris Eltsin rappresenta a questo proposito una figura assolutamente imprescindibile e profondamente ambivalente. Ha svolto un ruolo determinante nella distruzione del sistema sovietico e nella nascita dell’attuale Federazione Russa. Nell’agosto 1991, in piedi su un carro armato davanti alla Casa Bianca di Mosca, è diventato il simbolo della resistenza al colpo di Stato conservatore. Pochi mesi dopo, fu anche uno dei tre leader che, insieme a Leonid Kravchuk per l’Ucraina e Stanislav Shushkevich per la Bielorussia, firmarono gli accordi di Belovej, con cui si constatava che l’URSS «non esisteva più».

Sarebbe troppo semplicistico ridurre Eltsin al ruolo di un becchino irresponsabile. Egli contribuisce effettivamente allo smantellamento del sistema del partito unico, garantisce una libertà politica e mediatica sconosciuta sotto il regime sovietico e avvia la Russia verso l’economia di mercato. Tuttavia, il modo in cui viene condotta questa transizione provoca contemporaneamente una catastrofe economica e una disorganizzazione dello Stato, dalla quale la Russia impiegherà più di un decennio per riprendersi.

La “terapia d’urto” avviata nel 1992 liberalizza bruscamente i prezzi in un’economia in cui le strutture di mercato sono ancora in fase embrionale. L’inflazione distrugge gran parte dei risparmi accumulati dalle famiglie sovietiche, la produzione crolla e milioni di persone vedono peggiorare il proprio tenore di vita. Le massicce privatizzazioni del 1992-1994 trasferiscono una parte immensa dell’ex apparato produttivo sovietico al settore privato in condizioni spesso poco trasparenti. Il FMI ricorda che alla fine del 1994 erano state privatizzate o affittate con opzione di acquisto circa 130.000 imprese, ovvero più della metà delle imprese pubbliche e comunali esistenti all’inizio della transizione.

Il sistema dei “loans for shares” del 1995 accelera ulteriormente la concentrazione della ricchezza nelle mani di una manciata di uomini d’affari che diventeranno i famosi oligarchi. Lo stesso FMI ha descritto come questi ultimi abbiano rafforzato in modo massiccio il proprio potere economico e politico, finanziato la rielezione di Eltsin nel 1996, influenzato le leggi, i ministeri e la fiscalità, contribuendo così a indebolire ulteriormente uno Stato già estremamente fragile.

Anche la crisi politica del 1993, quando il conflitto tra Eltsin e il Parlamento sfociò nell’assalto militare alla Casa Bianca, mise in luce i limiti della narrativa di una transizione democratica pacifica. Il presidente vinse la prova di forza e la Costituzione del dicembre 1993 istituì un regime presidenziale particolarmente forte. Allo stesso tempo, la prima guerra in Cecenia, iniziata nel 1994, rivela in modo umiliante lo stato di degrado delle forze armate russe. Grozny diventa il simbolo di quella Russia che possiede ancora migliaia di armi nucleari ma fatica a ristabilire la propria autorità su una piccola repubblica del Caucaso.

Per milioni di russi, gli anni di Eltsin sono quindi associati a un doloroso paradosso: maggiori libertà individuali e politiche, ma anche il crollo sociale, il mancato pagamento di stipendi e pensioni, l’esplosione della criminalità organizzata, la nascita di ingenti fortune oligarchiche e uno spettacolare declino sul piano internazionale. È questa esperienza, più ancora della nostalgia ideologica per il comunismo, a spiegare perché il decennio degli anni ’90 sia diventato, nella memoria politica russa, il contrappunto su cui Vladimir Putin costruirà una parte essenziale della sua legittimità.

Questa ambivalenza del periodo Eltsin è stata studiata, in particolare, da Jean-Robert Raviot, specialista della Russia post-sovietica, che ha dedicato diversi studi all’eredità politica del primo presidente della Federazione Russa. Il decennio degli anni ’90 appare così meno come una semplice transizione lineare dal comunismo alla democrazia e più come una ricomposizione caotica del potere russo, delle sue élite, delle sue istituzioni e dei rapporti tra il centro e le regioni.

Eppure, proprio all’interno di questa Russia indebolita sta gradualmente emergendo una reazione strategica. Essa porta in particolare il nome di un personaggio troppo spesso dimenticato nell’Europa occidentale: Evgenij Primakov.

Evgenij Primakov: quando la Russia ricomincia a dire “no”

Primakov è una delle figure chiave della Russia post-sovietica. Orientalista, esperto del mondo arabo, ex corrispondente della Pravda e poi capo dei servizi segreti esteri russi dopo lo scioglimento del KGB, è diventato ministro degli Affari esteri nel gennaio 1996, prima di essere nominato primo ministro nel settembre 1998, all’indomani della grande crisi finanziaria russa.

Il suo arrivo al Ministero degli Affari Esteri segna una svolta significativa. Dal 1991, la diplomazia di Andrej Kozyrev aveva perseguito una stretta integrazione della Russia nell’ordine occidentale dominato dagli Stati Uniti. Primakov non sostiene tuttavia una rottura con l’Occidente. Le testimonianze e le analisi dell’epoca mostrano invece un uomo pragmatico, capace di compromessi, anche con la NATO. Egli ritiene tuttavia che la Russia non possa accettare a lungo termine lo status di potenza sconfitta o secondaria e che l’ordine internazionale emerso dalla Guerra Fredda non possa rimanere per sempre unipolare. La stessa NATO ha in seguito descritto Primakov come un uomo pragmatico, nonostante la sua opposizione all’allargamento dell’Alleanza.

Quella che diventerà la «dottrina Primakov» si fonda su un’idea centrale: il mondo deve evolversi verso la multipolarità e la Russia deve conservare una capacità decisionale indipendente, sviluppando al contempo le proprie relazioni con l’Europa, la Cina, l’India, il Medio Oriente e le ex repubbliche sovietiche. Non si tratta quindi più di tentare di ricostituire l’URSS, ma di impedire che la fine dell’era sovietica trasformi la Russia in una semplice periferia del sistema americano. Primakov intuisce già che Mosca può compensare in parte il proprio indebolimento economico facendo leva sulla geografia, sulla diplomazia e sull’equilibrio tra diversi poli.

L’episodio ormai leggendario del «Primakov Loop» sintetizza questa volontà di autonomia. Nel marzo 1999, mentre si recava ufficialmente negli Stati Uniti in qualità di primo ministro, Primakov venne a sapere, mentre sorvolava l’Atlantico, che la NATO stava iniziando i bombardamenti contro la Jugoslavia senza un mandato del Consiglio di sicurezza. Ordinò al suo aereo di invertire la rotta e tornò a Mosca. Il gesto è simbolico ma significativo: la Russia degli anni ’90, impoverita, militarmente indebolita e finanziariamente dipendente dall’Occidente, fa comunque capire di non volersi più allineare automaticamente a Washington.

Primakov non rimase al potere abbastanza a lungo da trasformare completamente il sistema russo. Ma il suo pensiero prefigura in larga misura ciò che sarebbe accaduto in seguito. L’idea di un mondo multipolare, l’importanza attribuita alla Cina e all’India, il rifiuto di un’egemonia americana senza contrappesi e la volontà di ripristinare l’autonomia strategica russa sarebbero diventati, pochi anni dopo, i pilastri della politica estera di Vladimir Putin.

Per questo motivo sarebbe storicamente errato far risalire l’inizio del «ritorno della Russia» solo al 2000. Putin ripristinerà i mezzi del potere; Primakov aveva già iniziato a ne ripristinare la dottrina.

1991: quando le nazioni fanno crollare l’Impero

Nel frattempo, l’edificio sovietico inizia a incrinarsi. Gli Stati baltici rivendicano la propria indipendenza. Il Caucaso è in fermento. I nazionalismi si risvegliano in Ucraina, in Georgia, in Armenia e altrove. Lo stesso potere russo, guidato da Boris Eltsin, entra in competizione con il potere sovietico di Gorbaciov.

Il colpo di Stato conservatore dell’agosto 1991 accelera proprio ciò che avrebbe voluto impedire. I cospiratori falliscono; Gorbaciov torna a Mosca politicamente distrutto; Eltsin emerge come vincitore. L’8 dicembre, i leader russi, ucraini e bielorussi firmano gli accordi di Belovej, che sanciscono la fine dell’URSS e istituiscono la Comunità degli Stati Indipendenti. Il 25 dicembre 1991, Gorbaciov si dimette. La bandiera rossa viene ammainata dal Cremlino.

La superpotenza che disponeva di diversi milioni di soldati, migliaia di armi nucleari, sottomarini strategici, una flotta oceanica, un programma spaziale e uno dei più potenti apparati di intelligence della storia scompare praticamente senza combattere.

Hélène Carrère d’Encausse aveva avuto ragione sui punti essenziali prima di quasi tutti: l’Impero sovietico era meno omogeneo di quanto sembrasse e la questione nazionale costituiva una frattura fondamentale. I meccanismi precisi del crollo differivano da alcune previsioni demografiche contenute in *L’Empire éclaté*, ma l’intuizione centrale era notevole.

L’URSS non è stata quindi «sconfitta»: si è resa incapace di andare avanti

Forse è questa la grande lezione del 1991. Cercare una causa unica significa ricostruire ideologicamente la storia. Reagan, da solo, non ha «distrutto» l’URSS. Né lo ha fatto Giovanni Paolo II. Né l’Afghanistan. Né il petrolio. Né Gorbaciov.

Ma alla fine tutto si è sommato.

La stagnazione della produttività, le rigidità della pianificazione, il peso sproporzionato del complesso militare-industriale, la dipendenza dalle esportazioni energetiche, il ritardo in alcune tecnologie civili, la crisi di legittimità ideologica, la corruzione burocratica, Cernobyl, l’Afghanistan, la pressione strategica statunitense, il crollo del settore petrolifero, l’ascesa dei nazionalismi, l’emancipazione dell’Europa orientale e, infine, le riforme mal gestite di Gorbaciov hanno finito per rafforzarsi a vicenda.

Storici e politologi come Stephen Kotkin, in particolare in *Armageddon Averted*, Vladislav Zubok in *Collapse: The Fall of the Soviet Union*, Archie Brown in *The Gorbachev Factor* e *The Rise and Fall of Communism*, o ancora Serhii Plokhy in *The Last Empire* hanno sottolineato, con approcci diversi, questa interazione tra strutture economiche, decisioni politiche, nazionalità, ideologia e contingenza. Il crollo non fu né un miracolo americano né una fatalità scritta nel destino fin dal 1917.

Ci fu una convergenza.

Putin: la «rinascita» russa dopo il crollo

Quando Vladimir Putin sale al vertice dello Stato a cavallo tra il 1999 e il 2000, la Russia sta uscendo da un decennio traumatico. Il suo progetto si fonda in gran parte sull’esperienza degli anni ’90: risanare lo Stato, ripristinare gli stipendi dei funzionari pubblici, rimettere in riga gli oligarchi che pretendono di dettare legge al Cremlino, riprendere il controllo dei settori strategici e ristabilire l’autorità federale.

Ma Putin non si trova in un vuoto strategico totale. Eredita anche la linea intellettuale e diplomatica avviata da Primakov a partire dalla metà degli anni ’90. L’ex primo ministro aveva ridato coerenza a una politica estera che non voleva più limitarsi a essere semplicemente occidentalizzata; Putin le fornirà progressivamente ulteriori mezzi economici, militari e istituzionali. La continuità tra Primakov e Putin è quindi reale, anche se i metodi, i contesti e la concentrazione del potere differiscono profondamente.

La seconda guerra in Cecenia diventa l’atto fondante di questo ritorno dello Stato. Seguono poi la ripresa economica degli anni 2000, favorita in modo decisivo dall’aumento dei prezzi degli idrocarburi, la guerra in Georgia del 2008, l’annessione della Crimea nel 2014, l’intervento in Siria a partire dal 2015 e il ritorno di Mosca al centro della scena mediorientale. Dopo l’umiliazione degli anni di Eltsin, la Russia torna ad essere una potenza con cui gli altri attori devono fare i conti.

Nella nostra panoramica sui «sussulti di fine Impero», Putin rappresenta quindi un caso particolarmente interessante. Ovviamente non ha ricostituito l’Unione Sovietica, e tutto indica che sia consapevole dell’impossibilità di una sua completa restaurazione. La sua formula, spesso citata, è del resto più sottile della caricatura che se ne fa: «Chi non rimpiange la scomparsa dell’Unione Sovietica non ha cuore; chi vuole restaurarla nella sua forma precedente non ha cervello».

Putin cerca piuttosto di ricreare attorno alla Russia uno spazio di sicurezza e di influenza compatibile con la sua storia imperiale e con la sua concezione di potere. È proprio questo progetto che entra in conflitto con l’allargamento della NATO e, in ultima analisi, con la questione ucraina.

Questa crescente incomprensione tra Mosca e le capitali occidentali non risale, del resto, alla guerra in Ucraina. Già negli anni ’90, Ana Pouvreau, in particolare nel libro I russi e la sicurezza europea, si era interessata al modo in cui i russi percepivano il proprio contesto strategico e il proprio ruolo nell’architettura di sicurezza del continente europeo.

Ucraina: questa ripresa può trasformarsi in esaurimento?

La guerra iniziata nel febbraio 2022 è entrata nel 2026 nel suo quinto anno e rappresenta ormai la prova più dura per il sistema putiniano. Contrariamente alle previsioni iniziali di un rapido crollo a causa delle sanzioni occidentali, la Russia ha dimostrato una notevole capacità di adattamento economico, industriale e militare. Dispone ancora di risorse naturali enormi, di una potente industria degli armamenti, di un territorio di eccezionale estensione e di partner in grado di attenuare in parte il suo isolamento dall’Occidente.

Ma nessuna guerra di lunga durata è a costo zero. Le perdite umane, le spese militari, la mobilitazione di una quota crescente dell’economia, le sanzioni, le difficoltà tecnologiche e gli attacchi alle infrastrutture energetiche comportano un costo reale.

Per Roland Lombardi, questa situazione va inquadrata in una prospettiva molto più ampia: «La Russia si sta in parte logorando in Ucraina sotto la pressione e con il sostegno militare della NATO; anche l’Europa si sta logorando economicamente e politicamente in questo scontro; e gli Stati Uniti di Trump sono ormai impegnati in un costoso scontro con l’Iran. Se sei uno stratega a Pechino, non puoi che osservare con soddisfazione i tuoi principali concorrenti dedicare contemporaneamente una quota crescente delle loro risorse a conflitti periferici, mentre la Cina ragiona in una prospettiva a lungo termine.»

Ecco forse uno dei grandi capovolgimenti della nostra epoca: dopo essere stata oggetto della diplomazia triangolare di Nixon e Kissinger, la Cina può ora trarre vantaggio dallo scontro tra gli altri poli del sistema.

Russia-Cina: un’alleanza necessaria, una preoccupazione silenziosa

Il spettacolare riavvicinamento tra Mosca e Pechino non deve quindi essere confuso con un’alleanza naturale ed eterna, come ha ricordato Roland Lombardi in uno dei suoi editoriali. Lo ha già sottolineato su *Le Diplomate*: il riorientamento della Russia verso la Cina è in gran parte il risultato della rottura con l’Occidente. Le sanzioni europee e americane hanno accelerato un riorientamento commerciale e strategico della Russia verso l’Asia che, altrimenti, sarebbe stato molto più graduale.

Ma l’asimmetria si accentua. La Cina possiede ormai un’economia di gran lunga superiore a quella della Russia, una popolazione quasi dieci volte più numerosa e una potenza industriale che nemmeno l’Unione Sovietica ha mai posseduto su questa scala relativa. Mosca apporta energia, materie prime, una formidabile potenza militare e nucleare, profondità strategica e un’esperienza diplomatica a livello mondiale; Pechino possiede la massa economica.

Anche la storia ha il suo peso. Gli scontri sino-sovietici del 1969 non appartengono a un passato così lontano, e l’ascesa della Cina in Asia centrale riguarda una regione a lungo considerata il cortile di casa strategico della Russia. De Gaulle aveva del resto intuito molto presto questa contraddizione geopolitica. Già durante la conferenza stampa del 10 novembre 1959, egli sottolineava che, nonostante l’ideologia comunista condivisa, la Russia rimaneva una potenza europea e asiatica alle prese con l’immensa massa cinese in piena ascesa.

L’errore strategico occidentale degli ultimi decenni potrebbe quindi essere stato quello di trasformare una potenziale diffidenza tra Mosca e Pechino in un’alleanza di necessità. Si tratta esattamente dell’opposto della logica di Nixon-Kissinger — e, sotto molti aspetti, dell’intuizione che Primakov aveva sviluppato già negli anni ’90, cercando egli stesso di utilizzare i rapporti con Pechino e Nuova Delhi per restituire alla Russia margini di manovra nei confronti di Washington.

Da un mondo bipolare a un mondo multipolare

La scomparsa dell’URSS era sembrata aprire una parentesi storica eccezionale. Gli Stati Uniti si ritrovavano senza rivali a livello globale. Francis Fukuyama poteva diffondere l’idea di una «fine della Storia» e l’Occidente poteva credere che la democrazia liberale, l’economia di mercato e la globalizzazione avrebbero progressivamente costituito l’orizzonte politico universale.

Trentacinque anni dopo, questa certezza sembra appartenere a un altro mondo.

La Cina è diventata il principale rivale economico e strategico degli Stati Uniti. L’India afferma i propri interessi. Le potenze del Golfo si rifiutano sempre più spesso di schierarsi sistematicamente da una parte o dall’altra. I BRICS si sono ampliati. Il «Sud globale», concetto certamente impreciso, esprime tuttavia una realtà politica: una parte crescente del mondo non occidentale intende intrattenere contemporaneamente relazioni con Washington, Pechino, Mosca e altri poli piuttosto che allinearsi automaticamente.

Questa evoluzione si ricollega alla riflessione sviluppata su *Le Diplomate* riguardo a Henry Kissinger e all’equilibrio westfaliano: un ordine duraturo non si basa necessariamente sull’universalizzazione del sistema del vincitore, ma sul riconoscimento degli interessi, delle culture politiche e dei rapporti di potere dei diversi attori.

Inoltre, attribuisce retrospettivamente un’importanza considerevole a Primakov. A metà degli anni ’90, quando l’unipolarità americana sembrava trionfante, egli affermava già che tale configurazione sarebbe stata temporanea e che un mondo multipolare sarebbe inevitabilmente riemerso. Che si condivida o meno la visione russa di tale ordine, bisogna riconoscere che l’evoluzione del sistema internazionale dall’inizio del XXI secolo ha reso questa intuizione molto meno marginale di quanto sembrasse allora.

La Russia post-sovietica ha cercato proprio di ritagliarsi un posto in questo mondo multipolare. Non possiede più la potenza economica dell’URSS rispetto al resto del mondo, ma dispone di risorse sufficienti per rimanere un attore imprescindibile: territorio, risorse naturali, energia nucleare, armamenti, seggio permanente nel Consiglio di Sicurezza, spazio, Artico, agricoltura, diplomazia e posizione geografica tra Europa e Asia.

La vera sfida della Russia: preservare lo spazio

È proprio qui, in definitiva, che il 1991 si unisce a Ivan il Terribile, Pietro il Grande, Caterina II, Stalin, Eltsin, Primakov e Putin. Da secoli, il problema fondamentale della Russia non è tanto quello di conquistare quanto quello di tenere insieme un territorio gigantesco.

Hélène Carrère d’Encausse aveva compreso che gli imperi multinazionali non sono mai definitivamente consolidati. L’URSS aveva tentato di risolvere il problema attraverso un’ideologia sovranazionale, un’organizzazione federale teorica e un potere centrale estremamente potente. Quando l’ideologia e il centro crollarono contemporaneamente, i confini amministrativi delle repubbliche sovietiche divennero, nel giro di pochi mesi, confini internazionali.

Questa persistenza invita a considerare la dimensione imperiale russa in modo diverso dalla semplice nostalgia per l’URSS. In Il software imperiale russo, Jean-Robert Raviot analizza proprio la persistenza, attraverso i cambiamenti di regime, delle rappresentazioni del potere, dello spazio e della sovranità ereditate dalla lunga storia russa. L’Impero degli zar, l’Unione Sovietica e la Federazione Russa non sono ovviamente regimi intercambiabili, ma alcune concezioni della profondità strategica, del ruolo del centro e dello status di grande potenza attraversano le loro discontinuità politiche.

La Federazione Russa contemporanea rimane a sua volta multinazionale, multiconfessionale e immensa. Russi etnici, tartari, baschiri, ceceni, popoli del Caucaso e della Siberia appartengono a uno Stato che si estende su undici fusi orari. Questa diversità non è un caso fortuito: è il risultato di diversi secoli di espansione, scontri, conquiste, ma anche di progressiva integrazione di popolazioni finno-ugriche, turche, mongole, caucasiche, musulmane e buddiste.

Il suo problema storico rimane quindi esattamente lo stesso che avevano affrontato gli zar e poi i leader sovietici: come mantenere la coesione di uno spazio così immenso senza che la diversità delle regioni periferiche si trasformi in una forza centrifuga?

La demografia, lo sviluppo della Siberia e dell’Estremo Oriente, l’equilibrio tra Mosca e le regioni, l’integrazione delle popolazioni musulmane, i rapporti con il Caucaso e, soprattutto, la capacità di mantenere uno Stato sufficientemente potente senza soffocare la società avranno probabilmente un peso maggiore per il futuro della Russia rispetto ai chilometri quadrati conquistati o persi su questo o quel fronte.

«La Russia assorbirà il comunismo come la carta assorbente assorbe l’inchiostro»

Charles de Gaulle aveva forse espresso meglio di chiunque altro questa straordinaria costanza storica. A lui si attribuisce la frase secondo cui «la Russia assorbirà il comunismo come la carta assorbente assorbe l’inchiostro», un’affermazione il cui significato è ben documentato nelle testimonianze sulla sua visione dell’URSS. Per de Gaulle, dietro al comunismo c’era la Russia.

Questa intuizione spiega forse meglio di molte teorie la differenza tra la caduta dell’Unione Sovietica e quella dell’Impero romano o bizantino.

Il regime è crollato; la civiltà è rimasta.

L’Unione Sovietica era durata solo sessantanove anni. La Russia, nelle sue successive forme politiche, aveva alle spalle diversi secoli di storia statale. Il marxismo-leninismo poteva scomparire; Mosca rimaneva Mosca. L’aquila bicipite poteva sostituire la falce e il martello. L’ortodossia poteva riapparire là dove il regime aveva distrutto o chiuso migliaia di chiese. I colori imperiali, i Romanov, la memoria della Grande Guerra Patriottica e persino alcuni simboli sovietici potevano, paradossalmente, coesistere in una nuova sintesi nazionale.

È proprio questo che Jean-François Colosimo analizza quando ricolloca il comunismo nel lunghissimo periodo storico religioso e politico russo: il 1917 non ha mai cancellato del tutto Bisanzio, la «Terza Roma», Pietro il Grande o la Russia ortodossa. E questa permanenza è tanto più notevole in quanto la Russia non si è mai costituita come una nazione etnicamente omogenea: è nata slava e ortodossa, è stata plasmata dal dominio mongolo, si è affermata di fronte ai khanati musulmani e poi all’Impero ottomano e ha finito per integrare nel proprio sistema politico una moltitudine di popoli provenienti proprio da quei mondi. Anche questo è parte della singolarità russa: l’avversario di ieri diventa spesso una componente dell’Impero di domani.

1991: la più strana delle fine di un impero

L’URSS costituisce quindi un caso quasi unico nel nostro contesto. Roma fu progressivamente sopraffatta e disgregata. Costantinopoli fu conquistata. La Spagna perse la propria egemonia in una serie di guerre e di esaurimenti. La Francia napoleonica fu sconfitta a Waterloo. La Germania fu schiacciata militarmente nel 1918 e poi completamente distrutta nel 1945. La Gran Bretagna scoprì a Suez di non poter più condurre una guerra contro la volontà americana.

L’Unione Sovietica, dal canto suo, disponeva ancora, il giorno della sua scomparsa, di mezzi militari sufficienti a distruggere il pianeta più volte.

Ecco il paradosso.

Non ha perso nessuna guerra mondiale. Non è stata invasa. Il suo esercito non si è arreso. I suoi missili erano ancora nei silos. I suoi sottomarini continuavano a pattugliare. Il suo KGB era ancora operativo. Eppure lo Stato è scomparso.

La Russia degli anni di Eltsin dimostra del resto che la fine giuridica dell’Impero non costituisce necessariamente la fine del declino. Dopo il 1991 si verifica una seconda crisi, quella dello stesso Stato russo, della sua economia, della sua società e del suo ruolo internazionale. È proprio per questo che Primakov e poi Putin possono essere intesi come due fasi successive di un unico movimento di reazione: il primo cerca di ripristinare un pensiero strategico autonomo nel momento in cui la Russia non dispone praticamente più dei mezzi necessari per realizzare le proprie ambizioni; il secondo ripristina progressivamente una parte di tali mezzi.

Perché l’URSS è scomparsa?

Perché la potenza militare non è mai che uno degli elementi della potenza. Quando un’economia non è più in grado di sostenere a lungo termine le ambizioni dello Stato, quando l’ideologia non convince più coloro che dovrebbero difenderla, quando i popoli periferici smettono di credere nel centro, quando le stesse élite dubitano del sistema, quando le riforme distruggono i vecchi meccanismi prima che quelli nuovi siano operativi e quando un avversario esterno sufficientemente intelligente aumenta contemporaneamente il costo della competizione, nemmeno migliaia di testate nucleari possono impedire a un impero di sgretolarsi dall’interno.

È proprio per questo che il 1991 rappresenta forse l’avvertimento più importante di tutta la nostra serie.

Da Washington a Pechino: la lezione sovietica per gli imperi di oggi

Gli Stati Uniti farebbero male a interpretare il crollo dell’Unione Sovietica esclusivamente come una prova della loro eterna superiorità. L’URSS non è morta perché l’America possedeva un maggior numero di portaerei; è morta perché non riusciva più a conciliare in modo duraturo le sue ambizioni estere, le sue risorse economiche, il suo sistema politico e la coesione del suo spazio interno.

Tutte le grandi potenze sono soggette a questa equazione.

La stessa Russia di Putin deve oggi tenerne conto. Dal 2000 ha dimostrato una capacità di ripresa che pochi osservatori occidentali avrebbero immaginato nel 1991. Ma la sua “rinascita” potrà essere duratura solo se preserverà le basi demografiche, tecnologiche, economiche e politiche della potenza russa. Una guerra prolungata può consolidare momentaneamente uno Stato, ma può anche esaurirlo. La storia russa conosce entrambi gli scenari.

Gli Stati Uniti si trovano ad affrontare un’altra versione dello stesso problema: un debito colossale, impegni militari su scala globale, polarizzazione interna e competizione simultanea con diverse potenze. L’Europa, dal canto suo, possiede una formidabile ricchezza economica ma fatica a trasformarla in una volontà strategica autonoma. E nel frattempo, la Cina osserva, investe, produce, sviluppa le proprie forze armate e cerca proprio di evitare gli errori commessi dagli imperi che l’hanno preceduta.

Per Roland Lombardi, è forse proprio qui che risiede la vera ironia geopolitica del 2026: «Gli americani si stanno logorando in Medio Oriente, i russi in Ucraina, gli europei in uno scontro con Mosca di cui sostengono una parte crescente dei costi, mentre la Cina può osservare i suoi principali concorrenti consumarsi a vicenda le risorse. Se per un istante ci poniamo non a Parigi, Washington o Mosca, ma a Pechino, lo spettacolo è inevitabilmente istruttivo, se non addirittura piacevole…»

Ciò non significa affatto che la Cina abbia già vinto il XXI secolo. Anch’essa presenta le proprie fragilità demografiche, finanziarie, sociali e territoriali. Ma ha studiato con attenzione quasi ossessiva la scomparsa dell’Unione Sovietica. Per il Partito Comunista Cinese, il 1991 rappresenta non tanto un episodio storico estraneo, quanto piuttosto un manuale di ciò che non bisogna assolutamente lasciare che accada.

Forse è questa l’ironia suprema: la grande potenza che ha tratto gli insegnamenti più profondi dalla caduta dell’URSS è oggi l’ultima grande potenza governata da un partito comunista.

La Russia dopo il comunismo: la civiltà dura più a lungo dell’ideologia

Rimane infine un’ultima lezione, probabilmente la più profonda. Le ideologie possono essere estremamente potenti, ma le grandi civiltà hanno spesso una durata infinitamente superiore.

Il comunismo sovietico pretendeva di creare un uomo nuovo e di superare i confini nazionali. Sessantanove anni dopo, il sistema scomparve e le nazioni riapparvero quasi istantaneamente. Ma al centro dell’ex blocco sovietico, la Russia rimase.

Era sopravvissuta ai mongoli, alle guerre contro i khanati dell’Orda, agli scontri secolari con l’Impero ottomano, alle guerre civili, a Napoleone, a Hitler, alle purghe, alle carestie, alla rivoluzione e al comunismo. Soprattutto, aveva progressivamente incorporato una parte dei mondi che un tempo aveva combattuto, fino a diventare quella potenza ortodossa ma multietnica e multiconfessionale la cui diversità costituisce al tempo stesso una ricchezza e una difficoltà permanente di governo. Aveva perso l’URSS senza scomparire essa stessa.

Ecco perché la frase attribuita a de Gaulle ha una forza così grande: la Russia ha effettivamente assorbito il comunismo più di quanto il comunismo sia riuscito ad assorbire definitivamente la Russia.

L’URSS è cessata di esistere il 26 dicembre 1991.

La Russia, invece, aveva iniziato ben prima di lei.

Eltsin incarna uno dei periodi più caotici della sua reinvenzione, Primakov il ritorno a un pensiero strategico autonomo, e Putin il tentativo di restituire allo Stato gli strumenti materiali di un potere perduto. Questa successione non significa affatto che conduca meccanicamente a una nuova grandezza. Mostra solo qualcosa di profondamente russo: dietro i cambiamenti di regime permane una sorprendente continuità della questione centrale, quella del potere del centro, della coesione dello spazio e del posto della Russia tra Europa e Asia.

Ed è probabilmente per questo che è sopravvissuta all’Unione Sovietica.

La sfida di Mosca nel XXI secolo sarà capire se questa straordinaria capacità storica di sopravvivere a regimi, catastrofi e invasioni sarà ancora sufficiente in un mondo in cui il potere si misura meno che in passato solo in base all’estensione territoriale e sempre più in base alla demografia, alla tecnologia, all’industria, ai dati, all’intelligenza artificiale e alla capacità di innovazione.

Perché la storia della fine degli imperi ci insegna ormai qualcosa di fondamentale: le civiltà possono sopravvivere ai propri imperi, ma solo se sanno reinventarsi dopo la loro caduta.

Ed è proprio su questa questione che si aprirà l’ultima parte del nostro dossier: quella dell’Impero che domina ancora il sistema mondiale ma che vede emergere, per la prima volta dal 1945, un concorrente in grado di contendergli in modo duraturo il primo posto.

Da seguire: STORIA – DOSSIER «LA FINE DELL’IMPERO» (8/8) – Stati Uniti: stiamo assistendo all’ultimo sussulto dell’Impero americano?

Riferimenti storiografici

Per approfondire questa storia, l’opera di Hélène Carrère d’Encausse costituisce naturalmente uno dei fili conduttori più preziosi, a partire da *L’Empire éclaté*. Da *La rivolta delle nazioni nell’URSS* (1978), che fin da subito aveva posto la questione nazionale al centro delle fragilità sovietiche, fino a *La gloria delle nazioni*, *L’Impero dell’Eurasia* e soprattutto *Sei anni che hanno cambiato il mondo, 1985-1991*. Il suo lavoro permette di comprendere l’URSS non come una parentesi totalmente distaccata dalla storia russa, ma come una costruzione politica inserita nella lunga durata di uno spazio imperiale e multinazionale.

A questa lettura vanno aggiunti Jean-François Colosimo, in particolare con *L’Apocalypse russe*, per la profondità religiosa e bizantina della storia russa; Stephen Kotkin, con *Armageddon Averted: The Soviet Collapse, 1970-2000*; Vladislav Zubok, autore di *Collapse: The Fall of the Soviet Union*; Serhii Plokhy, con *The Last Empire*; Archie Brown, in particolare con *The Gorbachev Factor* e *The Rise and Fall of Communism*; Alec Nove, imprescindibile per comprendere le contraddizioni economiche della pianificazione sovietica; senza dimenticare Moshe Lewin, Martin Malia, Richard Pipes e Orlando Figes, le cui interpretazioni, talvolta molto divergenti, consentono proprio di misurare quanto la scomparsa dell’Unione Sovietica rimanga un tema storiografico controverso.

Per quanto riguarda il lungo periodo dell’Impero russo e in particolare i rapporti tra la Moscovia, il mondo tartaro e l’Islam russo, i lavori raccolti in *The Cambridge History of Inner Asia* e quelli di Danielle Ross sui tartari di Kazan consentono utilmente di superare una lettura troppo semplicistica che contrappone continuamente russi ortodossi e musulmani: l’Impero si è costruito attraverso scontri, conquiste, compromessi e successive integrazioni. Infine, lo studio della Russia post-sovietica non può fermarsi a Gorbaciov: Eltsin, con la liberalizzazione e il crollo istituzionale degli anni ’90, e poi Evgenij Primakov, vero e proprio padre dottrinale del ritorno della Russia alla multipolarità, costituiscono due anelli indispensabili per comprendere perché il sistema putiniano abbia poi potuto presentarsi sia come una restaurazione dello Stato sia come una rottura con il decennio precedente.

A questi riferimenti vanno aggiunti diversi autori francesi contemporanei, i cui lavori consentono di far luce su diverse dimensioni di questa lunga storia russa. Ana Pouvreau, specialista dei contesti russo e turco, ha pubblicato in particolare Une Troisième Voie pour la Russie (L’Harmattan, 1996) e Les Russes et la sécurité européenne (L’Harmattan, 1998), due opere particolarmente interessanti per comprendere le questioni identitarie e strategiche della Russia all’indomani della fine dell’Unione Sovietica. Laurent Henninger, storico militare e specialista in questioni strategiche, ha curato in particolare un’edizione riveduta e ampliata di *I marescialli sovietici parlano* (Perrin, 2013), utile per ricollocare l’esperienza militare sovietica e i suoi grandi comandanti nella storia della potenza russa. Infine, Jean-Robert Raviot, uno dei migliori esperti francesi della Russia post-sovietica, è autore, tra l’altro, di *Democrazia alla russa. Potere e contro-potere in Russia* (Ellipses, 2008), *Chi governa la Russia?* (Lignes de repères, 2007), *Dall’URSS alla Russia: la civiltà sovietica* con Taline Ter Minassian (Ellipses, 2006), *Il software imperiale russo* (L’Artilleur, 2024) e *Vladimir Putin e la Russia* (2024-2025). Nel 2026 ha inoltre curato insieme ad altri *La potenza russa nel XXI secolo*, un’opera collettiva di grande attualità sulle dinamiche e i limiti della potenza russa contemporanea.

Sono proprio questa pluralità di cause e questa eccezionale continuità della civiltà russa a rendere il 1991 una fine dell’Impero diversa da tutte le altre: la più grande sconfitta geopolitica della storia sovietica è stata subita senza una battaglia decisiva, ma non ha segnato la fine della Russia.


#Storia, #URSS, #Russia, #Gorbaciov, #Eltsin, #FineDell’Impero, #GuerraFredda, #Sovietico, #UnioneSovietica, #Crollo, #Superpotenza, #Geopolitica, #StoriaRussa, #ImperoSovietico, #TransizionePost-sovietica, #Putin, #Primakov, #RiformeDiGorbaciov, #Perestrojka, #Glasnost, #GuerraInAfghanistan, #Reagan, #GiovanniPaoloII, #BloccoDell’Est, #Comunismo, #StoriaContemporanea, #RussiaPost-sovietica, #Ereditàsovietica, #FineDellaGuerraFredda, #StoriaMondiale, #CadutaDelComunismo, #ScomparsaDell’URSS, #CadutaDell’URSS, #StoriaDell’URSS, #FineDell’URSS

Avatar photo

Il diplomatico

▼ Leggi la biografia completa