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Lega 2026: galoppini, poche idee, tante paure _ di Antonio Rossello

Lega 2026: galoppini, poche idee, tante paure
Sottotitolo: La quarta incoronazione di Salvini chiude un congresso senza dibattito: un simbolo ritoccato per la nuova legge elettorale, un dissenso interno pari al 24% e la minaccia di smarcarsi su Kiev per contare di più nella coalizione. La base sociale del partito si è ormai dissolta, ma la direzione non riesce a nominarla.
Occhiello: Dal 76% di Milano all’ipostasi federalista: anatomia di una leadership che conserva il potere mentre il suo progetto politico si sfalda.
Tags: Lega, Salvini, congresso federale, materialismo storico, crisi egemonica
Il congresso straordinario che si è chiuso lo scorso 25 ottobre a Milano non è stato un momento di confronto, ma un atto di conservazione. Matteo Salvini è stato riconfermato segretario federale per la quarta volta con 465 voti su 611 votanti, contro i 146 del suo sfidante Massimo Garavaglia. Il dato, letto con la lente del materialismo storico, non racconta una vittoria politica: racconta la capacità di un ceto dirigente di riprodurre se stesso anche quando le condizioni materiali che ne avevano giustificato l’ascesa sono venute meno.
L’ascesa e la dissoluzione della base sociale
La Lega di Salvini nasce da una scommessa precisa: abbandonare il radicamento territoriale nel Nord produttivo per inseguire un elettorato nazionale e sovranista, costruito attorno ai temi dell’immigrazione e della sicurezza. Quella scommessa, tra il 2017 e il 2019, sembrò pagare. Ma il materialismo storico insegna che nessuna egemonia politica sopravvive a lungo se recide il legame con la classe che pretende di rappresentare. Il congresso di ieri è la certificazione di quel taglio: il 24% raccolto da Garavaglia, espressione dei cosiddetti ribelli del Nord, non è un dettaglio. È il sintomo di una contraddizione irrisolta tra una base settentrionale che non si sente più rappresentata e una dirigenza che ha spostato il baricentro del partito verso un nazionalismo senza territorio.
La mozione sul Mezzogiorno, approvata all’unanimità e presentata come prova di unità nella diversità, è l’esempio perfetto di come il partito rimuova la contraddizione invece di affrontarla. Il Sud non è mai stato un soggetto reale nella strategia leghista: è uno spazio elettorale da occupare, un’astrazione che serve a legittimare la leadership nazionale. Il federalismo invocato nel nuovo simbolo — Lega Italia federale, con buona pace del fatto che Bossi lo voleva limitato al Nord — è ormai una formula vuota, un significante senza referente materiale.
Il trasformismo come metodo
La vicenda del simbolo è illuminante. Sparisce Salvini premier, entra Italia federale. La ragione dichiarata è tecnica: la nuova legge elettorale impone l’indicazione del candidato premier di coalizione, e quel candidato, nel centrodestra, non è Salvini ma Meloni. Ma la ragione profonda è un’altra: il partito non ha più un progetto egemonico proprio. Si adatta alla forma della legge, come si è adattato al governo Draghi, come si è adattato alla maggioranza Meloni. Il trasformismo non è un’accusa moralistica: è la descrizione di una pratica politica che sostituisce la costruzione di un blocco sociale con l’occupazione di posizioni di rendita.
Il ministro Giorgetti, dal palco, ha osato dire ciò che i fedelissimi negano: a Bergamo la Lega è passata dal 50% al 20%. Questo non è un problema di comunicazione. È la misura del distacco tra un apparato che vive di incarichi e una base sociale che non riconosce più se stessa nella propria rappresentanza. I galoppini di cui si parlava nel documento congressuale non sono una caricatura: sono la figura sociale di un ceto politico che ha fatto della propria sopravvivenza l’unico programma.
La sfida a Kiev: un’opposizione simulata
Il momento di maggiore teatralità del congresso è stato l’annuncio di Salvini: porterà in Consiglio dei ministri la posizione contraria all’invio di armi e fondi a Kiev. A prima vista, sembra un colpo di coda sovranista. In realtà, è l’opposto: è la ricerca di un posizionamento interno alla coalizione, un modo per marcare una differenza che non mette in discussione il governo ma contratta un peso maggiore al suo interno. Non siamo alleati di serie B, ha detto Salvini. La frase è la sintesi di una subalternità che si vorrebbe rovesciare senza toccare i rapporti di forza reali.
Il pacifismo improvvisato del leader leghista non ha nulla a che vedere con una critica delle guerre imperialiste. È la stessa logica che aveva portato la Lega a stare nel governo Draghi mentre tuonava contro il PD, salvo poi dichiarare mai più con il PD. Il partito non costruisce opposizione: gestisce la propria rendita di posizione dentro la coalizione. La politica estera diventa così un terreno di manovra interna, non di elaborazione strategica.
Conclusione: la cronaca di una morte annunciata
Il congresso di Milano non ha prodotto idee, non ha risolto contraddizioni, non ha ricostruito un legame con la società. Ha riconfermato un leader e ritoccato un logo. Il 76% dei voti non è un plebiscito: è la misura di un apparato che si è chiuso a riccio attorno alla propria sopravvivenza. La Lega di Salvini è oggi un’ipostasi del proprio passato: conserva le forme esteriori di un partito di lotta mentre esercita la pratica di un partito di governo senza progetto. Il canto del cigno, forse, non è ancora iniziato. Ma le condizioni materiali per la sua fine — la dissoluzione della base, l’assenza di egemonia, la riduzione della politica a gestione di rendite — sono tutte presenti. Il resto è questione di tempo.