Hanno ragione le associazioni di magistrati a sostenere che le sentenze (esecutive) devono essere eseguite; ma ancor più di quanto hanno detto basta ricordare ciò che già riteneva Socrate nel Critone: che non eseguirle è intaccare uno dei fondamenti degli Stati antichi e, ancor più, moderni.
Senonché come pensava un acuto giurista come Maurice Hauriou, in ogni istituzione statale convivono due diritti e, di conseguenza, due giustizie. Una paritaria (cioè tra parti uguali) che chiamava Dike, l’altra non paritaria, denominata Temi (tra contendenti disuguali). L’una e l’altra sono insopprimibili, ma i confini tra loro sono diversi. Vanno da ordinamenti assai inclini a Temi (come quello sovietico o nazista, scriveva Calamandrei) a quelli maggiormente riconducibili a Dike (come in genere quelli degli Stati liberal-democratici). Non a caso durante la Seconda Repubblica, il confine si è allargato a favore di Temi, agendo prevalentemente sull’esecuzione delle sentenze di condanna dell’apparato pubblico. Resa più difficile, a tempi dilazionati, soggetta a limiti e sospensioni. Tutte a favore della parte pubblica e a carico di quella privata, malgrado la novella di modifica dell’art. 111 della Costituzione, che andava in direzione opposta, forse allo scopo di coprire la contraria prassi legislativa. Avendo scritto un saggio su questo, vi rimando i lettori che volessero approfondire quanto sopra sintetizzato[1].
Malgrado il governo Meloni non sia stato particolarmente attivo in questo andazzo, non risulta l’eliminazione di norme antiparitarie, e si trovano norme in linea con l’abitudine precedente come l’art. 5 sexies comma 12 bis della legge n. 89/01, come modificato dall’art. 1 comma 817, della legge di bilancio 2025. Taòe norma aveva disposto che “decorsi venti giorni dalla data di entrata in vigore della presente disposizione, per i successivi due anni, i creditori di cui al comma 1 non possono iniziare azioni esecutive o giudizi di ottemperanza e le azioni esecutive e i giudizi di ottemperanza in corso sono sospesi”. La norma è poi stata sostituita dall’art. 9, comma 1, lett. b), n. 5), d.l. 8 agosto 2025, n. 117, onde i processi esecutivi sono sospesi fino al 21 gennaio 2027.
Per cui il “diritto vivente” (cioè quello che risulta effettivamente applicato) negli ultimi trent’anni non è che le sentenze devono essere eseguite, ma come, quando e quante eseguirle è (per lo più) una prerogativa dell’Amministrazione. Con la quale è coerente la decisione della Meloni, indipendentemente dalla circostanza, se i magistrati avessero torto o ragione nel merito. Tenuto conto, al riguardo, che nella vicenda il TAR aveva considerato legittimo il decreto impugnato del 06/08/2021 (Presidente Draghi) e che la normativa de qua risale al secolo scorso.
A favore e contro la decisione della Meloni occorre aggiungere due considerazioni.
La prima che nel caso, data la situazione internazionale (guerre in corso, Ormuz, ecc. ecc.) e interna, nonché il notevole importo del debito, una decisione di rimodulazione del debito spalmandone nel tempo gli effetti, sarebbe coerente col principio della “razionalità rispetto allo scopo” di conservare i conti in ordine, pur contemperando le esigenze fattuali e quelle della legalità.
La seconda (e più in generale): la prassi della seconda Repubblica di occultare i debiti procrastinandone il rimborso ha concorso a creare il colossale debito, e a nasconderne una parte sotto il tappeto. Lo conferma anche questa vicenda, dato che, da quanto si legge, il miliardo da sborsare si è accumulato in quasi un decennio. Se lo Stato avesse pagato nei tempi dovuti, non si sarebbe trovato con un carico così pesante. Certi espedienti finiscono per pagarsi da tutti, tranne quelli che li hanno ideati, tra i quali, visti date, norme e decreti, non c’è la Meloni.
Teodoro Klitsche de la Grange
[1]v. Teodoro Klitsche de la Grange, La lotta contro il diritto, Oaks Editrice, email: info@oakseditrice.it.,
CONTRIBUITE!!! La situazione finanziaria del sito sta diventando insostenibile per la ormai quasi totale assenza di contributi Il sito Italia e il Mondo non riceve finanziamenti pubblici o pubblicitari. Se vuoi aiutarci a coprire le spese di gestione (circa 6.000 € all’anno), ecco come puoi contribuire: – Postepay Evolution: Giuseppe Germinario – 5333174737695817; – IBAN: IT30D3608105138261529861559 PayPal: PayPal.Me/italiaeilmondo Tipeee: https://it.tipeee.com/italiaeilmondo Puoi impostare un contributo mensile a partire da soli 2€! (PayPal trattiene 0,52€ di commissione per transazione). Contatti: italiaeilmondo@gmail.com – x.com: @italiaeilmondo – Telegram: https://t.me/italiaeilmondo2 – Italiaeilmondo – LinkedIn: /giuseppe-germinario-2b804373
Verso la fine degli anni ’70, in Gran Bretagna si sviluppò un movimento chiamato Punk, espresso principalmente nella musica, ma anche in altre forme d’arte. Non mi ha mai entusiasmato particolarmente, sebbene sia vero che rappresentò un utile correttivo alle insensate pomposità del Progressive Rock di inizio decennio. Tuttavia, la maggior parte dei commentatori dell’epoca riconobbe correttamente che la qualità della musica – spesso mediocre, nella migliore delle ipotesi – era meno importante della forza e dell’autenticità della rabbia e della frustrazione che essa esprimeva. Eppure, oggi deve essere difficile comprendere da dove provenissero queste emozioni, in una società in cui la disoccupazione, in termini moderni, era pressoché inesistente, in cui i servizi pubblici generalmente funzionavano e in cui il paese era ancora una grande potenza industriale. Eppure, anche prima dell’inizio del governo Thatcher, l’atmosfera era pervasa da rabbia e frustrazione. La gente manifestava per il Diritto al Lavoro e il Punk stesso veniva spesso descritto come “rock da fila per il sussidio di disoccupazione”. Il futuro sembrava sfuggire di mano, soprattutto per coloro che avevano ancora letto Enid Blyton durante l’Estate dell’Amore.
Ho già accennato al fatto che la perdita di fiducia nel Progresso, in una vita migliore per la gente comune, sia iniziata negli anni ’70, anche se ci sono voluti un paio di decenni prima che le classi intellettuali se ne accorgessero. E per Progresso, ripeto, non intendo auto volanti e viaggi spaziali, ma miglioramenti misurabili e quantificabili nel modo di vivere delle persone. Si trattava di una questione politica, non tecnologica, e nemmeno propriamente di denaro. Sono nato nella prima generazione di case popolari, costruite negli anni ’30, dotate di bagni e servizi igienici interni. Non c’era nulla di nuovo o costoso nella tecnologia, ovviamente, che esisteva da decenni: semplicemente, fino ad allora i governanti del paese non avevano ritenuto opportuno realizzarla per la classe lavoratrice. Ma la crisi petrolifera, che fu al contempo inflazionistica (per ovvie ragioni) e deflazionistica (sottrasse denaro ai consumi in altri settori), fu uno shock psicologico per una società i cui leader avevano gestito per decenni l’economia in modo pragmatico e senza drammi, al fine di garantire la piena occupazione e una crescita continua. In effetti, gli stessi leader, con i loro discorsi improvvisi e disperati di tagliare la spesa pubblica in piena recessione, sembravano impazziti, come chirurghi medievali che praticavano il salasso su pazienti malati. Fu la scomparsa improvvisa e brutale della speranza come elemento costitutivo della società e della politica a causare lo shock, la frustrazione e la rabbia, più che i dettagli delle cifre sulla disoccupazione, per quanto spaventose potessero sembrare all’epoca.
Questa perdita di speranza, e queste reazioni culturali e di altro genere, non erano certo esclusive della Gran Bretagna, ma era il paese in cui vivevo all’epoca. Eppure è stata la prima cosa a cui ho pensato quando, poche settimane fa, sono giunte le prime notizie di rivolte in Francia da parte di studenti del liceo, poi di studenti universitari e altri, e di distruzione e incendio di scuole e aggressioni agli insegnanti, seguite poco dopo in altri paesi. Non tratterò questi eventi in dettaglio: le cose si evolvono rapidamente e molti di essi sembrano avere poca relazione tra loro, o comunque con un qualsiasi schema generale. Mi limiterò però a due punti, entrambi rilevanti per la tesi generale di questo saggio.
******************************
Questi saggi saranno sempre gratuiti, ma potete continuare a sostenere il mio lavoro mettendo “mi piace”, commentando e, soprattutto, condividendoli con altri e con altri siti che frequentate. Se desiderate sottoscrivere un abbonamento a pagamento, non vi ostacolerò (anzi, ne sarei molto onorato), ma non posso promettervi nulla in cambio, se non una piacevole sensazione di merito. Un ringraziamento speciale a coloro che hanno recentemente sottoscritto un abbonamento a pagamento. Ho anche creato una pagina “Offrimi un caffè”, che potete trovare qui .Grazie a tutti coloro che hanno contribuito di recente e un ringraziamento speciale per le tante gentili parole di supporto che ho ricevuto da chi ha inviato denaro. Significano moltissimo per me.
*********************************
Innanzitutto, non si tratta di un 1968 V 2.0, per quanto coloro che erano troppo giovani per aver partecipato al lancio di ciottoli contro la polizia vorrebbero che lo fosse. Il 1968 fu una ribellione di studenti della classe media provenienti da famiglie benestanti, diretta contro i propri genitori e contro le autorità che consideravano paternalistiche e repressive. Fu un esempio dei cambiamenti sociali e delle rivendicazioni degli anni Sessanta e, sebbene fossero espresse nel linguaggio alt-marxista e situazionista in voga all’epoca, le principali richieste dei manifestanti erano prosaiche e in gran parte legate alle loro condizioni di studio e alle limitazioni alla loro indipendenza personale. Una volta soddisfatte queste richieste, le proteste iniziarono a svanire. I manifestanti tornarono ai loro studi e, nel giro di pochi anni, trovarono impiego in politica, nelle università, nei media, nella giurisprudenza e nelle ONG, da cui, per mezzo secolo, hanno ricordato con nostalgia la loro giovinezza trascorsa a lanciare ciottoli. Nel frattempo, le loro idee sono arrivate a dominare il pensiero politico dell’élite francese e a influenzare il pensiero anche in molti altri paesi: non sempre in meglio.
Eppure, l’attenzione su Parigi e sui giovani studenti ha oscurato il fatto che quello fu anche il periodo del più grande episodio di militanza industriale nella storia francese, quando i lavoratori occuparono fabbriche in tutto il paese. Furono queste occupazioni, più che gli scontri di piazza, a minacciare la caduta del governo. A quei tempi, le azioni sindacali organizzate e guidate dai sindacati erano comuni e talvolta efficaci. Ai giorni nostri, naturalmente, non ci sono più fabbriche da occupare, né sindacati efficaci, né spirito di militanza organizzata, a differenza della semplice rabbia, a cui attingere. Quando non c’è speranza di alcun cambiamento positivo, l’azione organizzata per la ricerca di un futuro migliore sembra semplicemente inutile, anche se per miracolo tale organizzazione fosse possibile.
C’è poi l’elevatissimo livello di violenza: la cifra generalmente accettata per i morti nel maggio e giugno del 1968 in tutta la Francia è di sette, inclusi due membri delle Forze dell’Ordine. Gli scontri veri e propri erano piuttosto ritualizzati e strutturati: cori e insulti, una grandinata di pietre, una carica della polizia che metteva in fuga i manifestanti, un riorganizzamento, altri cori e insulti, altre pietre e via . Ma ci furono pochissime distruzioni, saccheggi e rapine. I manifestanti, provenienti da famiglie borghesi, non toccarono le proprietà private. Allo stesso modo, non ci furono seri tentativi di attaccare le strutture dello Stato, né di prendere di mira funzionari governativi diversi dalle Forze dell’Ordine. Le università stesse furono occupate, ma per lo più non danneggiate, e raramente in modo indiscriminato.
L’ultima settimana è stata apocalittica, con bande di giovani che hanno imperversato nelle principali città, attaccando e saccheggiando negozi e facendo irruzione negli edifici governativi locali e nazionali, devastandoli e incendiandoli. La polizia e la gendarmeria, in netta inferiorità numerica e incaricate di gestire manifestazioni e rivolte tradizionali e organizzate, non sono in grado di proteggere i cittadini e le loro proprietà. Ci sono ragioni per cui credo che sia così e torneremo su queste, ma per ora è sufficiente constatare che, almeno in Francia, siamo entrati in una fase di violenza politica ben diversa da qualsiasi altra vista in precedenza. È probabile che altri paesi seguiranno l’esempio. I principali responsabili, certamente non studenti o alunni, vengono genericamente definiti ” casseurs” in francese, letteralmente “distruttori”, e li chiamerò così anche qui. Il sistema politico è paralizzato. Alcuni settori della sinistra incolpano la polizia per i ” casseurs” che fanno irruzione nei negozi di lusso e li saccheggiano, e attaccano e in alcuni casi distruggono gli edifici governativi. (Scuole e università erano già state prese di mira la settimana precedente, e gli insegnanti erano stati aggrediti.) Altre frange della sinistra hanno cercato di dissociarsi dalle violenze. Questi attacchi si verificano al di fuori e al di là delle manifestazioni di massa, che in genere sono state ordinate e pacifiche, e i leader del movimento dei licei, nella misura in cui hanno ancora un ruolo, hanno riconosciuto di aver perso qualsiasi controllo che un tempo avevano.
In questo saggio intendo dedicare la maggior parte del mio tempo a parlare del “perché” di questi eventi, piuttosto che del “cosa”, anche perché il “cosa” è in continua evoluzione. Prima, però, vorrei sottolineare due aspetti riguardo alla natura della violenza. Il primo è che non si tratta del tradizionale scontro a colpi di pietre. Sebbene gruppi di poliziotti e gendarmi siano stati attaccati, a volte con bombe improvvisate fatte con fuochi d’artificio, per lo più la violenza è perpetrata da piccoli gruppi, che a volte si scontrano con la polizia, aggirandosi per i quartieri più ricchi di Parigi, distruggendo e saccheggiando. I manifestanti stessi rappresentavano praticamente ogni forma di malcontento della società francese odierna, a tutti i livelli e in ogni ambito, e non c’era alcuna organizzazione centrale né alcun controllo. Ma i ” casseurs” , come è sempre stata loro abitudine, non sembrano avere rivendicazioni specifiche, né altre motivazioni se non la rabbia. Non stanno in alcun modo “sostenendo” i manifestanti, a prescindere da ciò che si possa leggere. Ma perché mai dovrebbe essere così? E perché i cassieri dovrebbero apparire in numero molto maggiore rispetto al passato, prendendo di mira negozi di lusso, edifici governativi locali e persino incendiando l’ufficio del turismo a Lione, la seconda città della Francia? (Se c’è una logica dietro quest’ultimo attacco, mi piacerebbe davvero conoscerla).
Il secondo problema è che le forme di violenza si sono pericolosamente evolute. Le armi automatiche sono ormai liberamente reperibili nelle principali città europee e vengono utilizzate per risolvere i conflitti tra bande di narcotrafficanti. La consegna di droga avviene ormai abitualmente tramite smartphone e persino droni. Nelle zone più povere delle grandi città, prevalentemente, ma non esclusivamente, abitate da immigrati, i bambini crescono in una cultura della violenza: in casa e in famiglia, nel cortile della scuola, per strada e, naturalmente, perpetrata dalle bande, che rappresentano la principale forza strutturante, nelle aree dove la polizia non interviene. Le bande hanno iniziato a utilizzare bambini di appena 14 o 15 anni per commettere omicidi, per ragioni legali. Per ragazzi di quell’età (e molti sono stati arrestati) irrompere in un negozio e minacciare o aggredire il proprietario fa parte della quotidianità. Almeno per ora, nessuno sa con certezza quale sia la differenza tra i criminali violenti e i semplici delinquenti, o se tale differenza esista. Quel che è certo è che le bande criminali ora hanno un’enorme opportunità di saccheggiare e depredare mentre l’attenzione delle forze dell’ordine è rivolta altrove. La maggior parte degli arrestati per reati contro il patrimonio ha tra i 18 e i 30 anni, quindi è improbabile che frequentino la scuola. Il governo attribuisce la violenza all'”estrema sinistra”, il che è politicamente conveniente, ma non sono sicuro che distinzioni del genere contino davvero. Di certo non hanno un programma politico che non sia la distruzione.
Allora perché? Beh, le circostanze in ogni paese sono ovviamente diverse, quindi cercherò di parlare a un livello più generale. Torniamo innanzitutto all’estinzione della speranza. Il punto di una società neoliberale, dopotutto, è negare la speranza che qualcosa possa essere realizzato al di fuori della ferrea struttura del neoliberismo stesso. I pregiudizi (perché di questo si tratta) impongono tagli alla spesa pubblica, la vendita di tutto ciò che non è inchiodato al suolo, la globalizzazione libera di prosperare e la “concorrenza” e il “mercato” di decidere non solo la struttura dell’economia, ma anche le strutture della società e della vita quotidiana stessa. E da questo non c’è appello: chi protesta contro la delocalizzazione dell’industria, ad esempio, è da compatire perché non capisce come funziona un’economia moderna. Non ci può essere alcun cambiamento, se non in peggio, nella vita delle persone comuni, e quindi non ci può essere speranza.
Prima dell’era neoliberale, e per quanto possa sembrare incredibile oggi, i governi potevano essere influenzati, e di fatto lo erano, dall’opinione pubblica e dalle campagne. Negli anni ’60, ad esempio, ci furono campagne ben sostenute per la depenalizzazione dell’aborto e dell’omosessualità, e per l’abolizione della pena di morte. Queste campagne furono condotte attraverso i media e in parlamento, e tutte ebbero successo nel promuovere modifiche legislative. Furono guidate da persone che credevano che tali iniziative avrebbero migliorato la società, rendendola più civile e moderna. Gli stessi governi intrapresero una serie di iniziative, come l’innalzamento dell’età dell’obbligo scolastico e l’espansione del sistema universitario, perché credevano che la società ne avrebbe tratto beneficio.
Negli anni Ottanta, l’idea di creare una società migliore, o di fare pressione sul governo affinché lo facesse, sembrava irrimediabilmente antiquata. La migliore speranza era che le cose non peggiorassero ulteriormente. La violenza politica degli anni Ottanta fu quindi in gran parte conservatrice e reazionaria, un disperato tentativo di aggrapparsi a ciò che la gente possedeva. La sinistra non ha mai capito che le persone comuni possono nutrire sentimenti reazionari perché il mondo in cui si stanno dirigendo è peggiore di quello che conoscevano, e sa benissimo che le uniche ragioni del cambiamento sono ideologiche. (Storicamente, la maggior parte delle rivoluzioni sono state conservatrici, dopotutto). Gli anni Ottanta videro molte ribellioni conservatrici ed episodi di militanza, come lo sciopero dei minatori del 1984 nel Regno Unito, la cui sconfitta segnò la fine della capacità del movimento operaio organizzato di ostacolare la transizione al neoliberismo, e di fatto l’inizio della fine del movimento operaio organizzato stesso. Questi movimenti erano essenzialmente conservatori, perché cercavano di preservare ciò che si poteva salvare di un passato migliore, e solo occasionalmente riuscivano a sventare un’iniziativa che avrebbe peggiorato ulteriormente la situazione, come nel caso delle rivolte contro la Poll Tax che contribuirono alla caduta della signora Thatcher.
Oggigiorno, però, nessuno crede davvero che si possa fermare il cambiamento negativo: le forze in gioco sembrano troppo potenti e, con il passare delle generazioni, l’idea che siano esistite società in cui i servizi pubblici funzionavano, le strade erano sicure e tutti avevano un lavoro, appare sempre più come una sorta di utopia. Così, la violenza odierna ha raggiunto una terza fase: quella della vendetta e della distruzione nichilista fine a se stessa. Il progresso verso una società e una vita sempre peggiori non può essere arrestato: tutto ciò che si può fare è compiere atti di vendetta contro coloro che lo stanno provocando. Certo, non ci si può aspettare nulla di positivo dal distruggere municipi e centri commerciali, ma d’altronde non ci si può aspettare nulla di positivo da niente. E questa atmosfera di vendetta ha a sua volta incoraggiato nuovi attori criminali, che hanno compreso quanto sia fragile la presa delle Forze dell’Ordine sulla sicurezza pubblica e hanno deciso di sfruttare la situazione.
Come siamo arrivati a questa situazione apocalittica? Nella misura in cui le prime rimostranze espresse erano legittime, riguardavano la gestione interna di scuole e università, e non è necessario addentrarci qui in questo dettaglio. Ma dietro le rivendicazioni attuali, si cela un’intera storia, lunga più di vent’anni, di negligenza nei confronti di scuole e università in Occidente, perché la classe dominante non attribuisce più valore all’istruzione. È straordinario pensare che l’istruzione sia stata la grande causa della sinistra per oltre un secolo, e che i governi di sinistra abbiano combattuto aspre battaglie per ampliare le opportunità educative, perché sapevano che una cittadinanza istruita è essenziale in una democrazia. A destra, l’istruzione è stata svalutata, ridotta a un semplice investimento, come imparare a guidare, che avrebbe portato benefici economici in futuro. A sinistra, una volta che la generazione del 1968 ha preso il potere, le scuole sono state reinterpretate come istituzioni repressive e l’istruzione quasi come una forma di violenza. Invece di insegnare alle persone a leggere e scrivere e a fare di conto, la parola d’ordine era “benevolenza”. L’obiettivo era quello di far uscire i bambini dal sistema scolastico sentendosi felici e con una qualifica, anche se non avevano raggiunto il livello di preparazione necessario: l’insegnante li avrebbe aiutati.
Il risultato è che molti alunni lasciano la scuola di fatto analfabeti e incapaci di fare di conto, scoprendo che persino il lavoro più umile – sistemare gli scaffali in un supermercato – è al di là delle loro capacità. Non ho mai capito come sia possibile trascorrere dieci anni a scuola e uscirne funzionalmente analfabeti, ma è più facile da accettare se si comprende che chi governa la nostra società semplicementenon se ne cura. Così i bambini vengono lasciati a “esprimersi”, nella romantica convinzione che in ogni bambino si nasconda una personalità già formata che cerca di esprimersi. Come qualcuno possa aver pensato una cosa del genere, se avesse saputo qualcosa sullo sviluppo infantile, o se avesse mai avuto figli, è al di là della mia comprensione. I bambini non raggiungono la piena maturità e individualità prima dei venticinque anni circa, eppure li lasciamo liberi, senza modelli di riferimento né norme, e diciamo loro allegramente di “essere se stessi”. Poi ci stupiamo quando (soprattutto in assenza di una figura paterna) scelgono i gangster e la loro etica come modelli e norme, e quando cadono in depressione e arrivano persino al suicidio. Non c’è da stupirsi che siano furiosi con il sistema.
Le università, ovviamente, sono anche peggio. Da meccanismi di trasmissione della conoscenza e di promozione del progresso sociale, si sono trasformate in veri e propri racket di protezione. Non si tratta più nemmeno di “prendere una laurea e trovare un buon lavoro”, ma piuttosto di “pagare un sacco di soldi e ottenere una laurea, altrimenti potresti non trovare lavoro affatto”. Le università, ancor più delle scuole, sono ormai gestite in modo ossessivo, e una generazione a cui viene detto che può essere tutto ciò che desidera vede ogni dettaglio della propria vita privata, del proprio comportamento e persino dei propri messaggi sociali scrutati alla ricerca di “pensieri cattivi”. Imparare qualcosa di utile è secondario, se non addirittura assente. Gli studenti di oggi cercano di non dare nell’occhio, di evitare i guai, di non esprimere opinioni eterodosse e di emergere da tre anni di sorveglianza pieni di debiti, con un pezzo di carta nella speranza di trovare un lavoro. Non c’è da stupirsi che siano furiosi con il sistema, che ormai sembra assomigliare a un tempio di William Blake, con la scritta “Non commettere” sulla porta.
Questo mette in luce un problema più ampio, relativo alla natura stessa della società liberale. Tutte le società, fino ad oggi, hanno avuto un ethos (a volte anche più di uno) che struttura il modo in cui le persone parlano, pensano e interagiscono con gli altri. Per definizione, il liberalismo non può avere questo, perché riconosce solo due modalità di interazione con gli altri. La prima si basa sul contratto nel senso più ampio del termine, in cui denaro o favori vengono scambiati in cambio di servizi resi e, in caso di controversia, un giudice decide chi ha ragione. L’altra si fonda sul concetto di diritti, in cui io cerco di costringerti a cambiare il tuo comportamento per essere più accomodante nei miei confronti, e io resisto ai tuoi tentativi di fare lo stesso. In caso di controversia, un giudice decide chi ha ragione.
Il liberalismo non può quindi avere un quadro adeguato in cui essere implementato, o persino compreso. Un sistema etico, suppongo, si riduce a un semplice comandamento etico: “Fai ciò che vuoi sarà tutta la legge, e già che ci sei, cerca di costringere anche gli altri a fare ciò che vuoi tu”. Un sistema che riconosce gli altri esseri umani solo come concorrenti per i diritti o la ricchezza, o come risorse da impiegare nel perseguimento di tali obiettivi, non può essere generalizzato in un’etica sociale. Ma questo è il sistema che abbiamo oggi: o forse sarebbe meglio dire il “non-sistema”. Per la prima volta nella storia documentata, una società non possiede un sistema condiviso per formulare giudizi etici e morali, e i governanti della nostra società credono che un tale sistema sia comunque superfluo. Questo non significa negare che una società liberale formuli giudizi e dichiarazioni etiche. A volte, anzi, sembra che le società liberali non facciano molto altro. Ma, come ho sottolineato di recente, non esiste un quadro etico strutturato per formulare, o persino comprendere, i loro giudizi. Non c’è nulla al di sopra e al di là dell’umanità, nulla di più grande dell’umanità, nessuna idea duratura, nulla di ciò che è rimasto di ciò che è servito ai nostri antenati come base per il dibattito e lo scambio. In una società liberale, quindi, tutte le decisioni e i comandi etici sono semplicemente espressioni di potere: mi piace questo, non mi piace quello, e ho il potere di obbligarti a seguire le mie preferenze.
Qualsiasi teoria etica che si rispetti dovrebbe essere universalista. Il cristianesimo ha compiuto rapidi progressi nei suoi primi secoli grazie alla sua dottrina radicale della salvezza per tutti. Più recentemente, la tradizione repubblicana in Francia, prendendo molto sul serio il principio di uguaglianza, ha cercato di applicare le stesse regole a tutti. Tutto ciò è ora cambiato e le precedenti consuetudini universaliste sono state sostituite da un caleidoscopio in continua evoluzione di opinioni accettabili e inaccettabili, dettate dalle strutture di potere. Al momento, ad esempio, è considerato “razzista” fare campagna contro le mutilazioni genitali femminili in Africa, nonostante sia da tempo una preoccupazione delle femministe africane stesse.
I giovani, in particolare, devono quindi destreggiarsi fin dalla tenera età in una serie sconcertante di imperativi comportamentali decontestualizzati e spesso arbitrari. Proprio perché arbitrari e basati sul potere, non possono essere messi in discussione. (“Non usare quella parola, potrebbe essere dannosa.” “OK, spiegami in cosa consiste questo danno.” “Stai cercando di essere divertente?”) È impossibile per loro costruire un sistema etico coerente a partire dalla molteplicità di ingiunzioni sconnesse che ricevono. (Quando ero giovane, si cominciava a dire che dovremmo “mettere in discussione tutto”. Ma guai a te se osavi mettere in discussione quella particolare ingiunzione.) Il liberalismo si vanta della sua tolleranza: in effetti, viene generalmente presentata come la grande virtù liberale. Eppure, a quanto pare, ha anche tolleranza zero per quasi tutto ciò che si possa immaginare, e un buon liberale è una massa inarrestabile di rabbia diretta verso una serie di cose che non dovrebbero essere permesse. Io esigo tolleranza per me stesso, per le persone e per le cause che sostengo. Tutto il resto deve essere distrutto. Non è un’ideologia molto attraente, a dire il vero.
I giovani sono spesso arrabbiati e contrari a molte cose; ma in generale non gradiscono sentirsi dire cosa odiare e possono reagire abbracciando proprio quelle cose che sono impopolari presso le autorità. Inoltre, i giovani oggi non hanno un quadro morale alternativo da offrire per giustificare qualsiasi senso di ribellione possano provare. Quando ero giovane, i miei coetanei potevano difendersi con i concetti del marxismo o, in alcuni casi, del decostruzionismo. Altri potevano rifugiarsi in credenze religiose o in forti visioni etiche provenienti da altre correnti, come il buddismo. Nulla di tutto ciò è possibile oggi: i giovani sono arrabbiati, e giustamente, ma non riescono a spiegare coerentemente il perché. Hanno motivi per essere arrabbiati, ma nessun contesto intellettuale in cui collocare la loro rabbia, e quindi nessun modo per spiegare in modo coerente cosa c’è di sbagliato e cosa vorrebbero vedere al suo posto. Sanno cosa non gli piace, ma niente di più.
Parte dell’opposizione al peggioramento della situazione era storicamente ispirata da una storia e una cultura condivise: rivolte e rivoluzioni, unità e divisione nazionale, punti di riferimento culturali comuni. Quando andavo a scuola, mi insegnavano il progresso costante, seppur a volte esitante e violento, della rappresentanza politica in Gran Bretagna, l’ascesa dei sindacati e dello Stato sociale. In Francia, l’equivalente era persino più strutturato e didattico. Questa era una semplificazione eccessiva, suppongo, ma non era sbagliata, e forniva a noi, inorriditi dagli eventi degli anni ’80, un quadro storico e culturale in cui protestare. Oggi non esiste nulla di simile. La maggior parte dei giovani che crescono nei paesi occidentali prova un senso di vergogna instillato nei confronti della propria storia. Anzi, c’è chi guarda con sospetto all’interesse per la storia. Non passa giorno senza che un leader occidentale si lanci in grottesche “scuse” per qualche torto reale o immaginario del passato. E ovviamente, come accade con qualsiasi sistema di questo tipo, più si alimenta la lobby delle lamentele, più essa diventa affamata.
Si tratta di politici che giocano a chi riesce a essere più decoloniale e ad accumulare il maggior numero di “punti di colpa”. Dubito che gli venga mai in mente di pensare alle conseguenze pratiche dell’insegnare a intere generazioni di bambini a disprezzare il paese in cui sono nati e a liquidare la sua storia e cultura come prive di interesse. I bambini, di fatto, sono danni collaterali nei giochi degli adulti: solo ora stiamo scoprendo cosa significhi davvero una generazione di bambini priva di alfabetizzazione storica e culturale.
Esistono fattori specifici che aggravano ulteriormente la situazione dei figli delle comunità immigrate. La ragione principale della migrazione è la ricerca della famosa “vita migliore” per sé e per i propri figli. Per questo motivo, storicamente, gli immigrati sono stati i cittadini più patriottici: hanno scelto di vivere lì. Di conseguenza, gli immigrati hanno svolto un ruolo vitale e nobile nella storia di molti paesi occidentali, integrandosi con entusiasmo nelle società che hanno scelto. A scuola, i loro figli imparavano la storia e la cultura della terra che li aveva accolti. Eppure, nell’ultima generazione, questa situazione è radicalmente cambiata. Gli insegnanti trasmettono la storia che hanno appreso a loro volta. La Francia, ad esempio, non è una terra promessa, ma un cesso, un sobborgo infernale, la cui storia e cultura sono state contaminate dall’imperialismo e dalla schiavitù. E no, non sto esagerando. I social media sono pieni di accuse di “razzismo strutturale” e gli influencer che i giovani ascoltano dicono loro che la Francia è uno stato decadente e blasfemo in cui nessun musulmano devoto dovrebbe vivere. Lo stesso messaggio viene diffuso da imam radicali del Qatar e della Turchia. Anche in questo caso, si tratta di futili lotte politiche tra adulti: ancora una volta, i bambini sono vittime collaterali. Il fatto è che molti, se non la maggior parte, di coloro che arrivano in Francia trovano una vita migliore, con opportunità che non avrebbero mai avuto, ad esempio, in Tunisia. Ma perché rovinare un buon gioco politico?
Più in generale, gli adulti in posizioni di influenza ma non di autorità – i media, gli insegnanti, le ONG – spesso incanalano una sorta di odio verso se stessi per essere cittadini di un paese che (a loro avviso) sta sbagliando o semplicemente non riesce a fare le cose per bene. All’epoca dei combattimenti in Bosnia, rimasi colpito dall’odio viscerale mostrato verso i governi occidentali da alcuni dei loro cittadini, che apparentemente pensavano che i loro governi avrebbero potuto “fermare la violenza” se lo avessero voluto. Questa è una forma relativamente pura di transfert psicologico, e qualcosa che chiunque lavori nella pubblica amministrazione incontra prima o poi: attribuiamo ai governi i poteri magici che un tempo attribuivamo ai nostri genitori, e rimaniamo altrettanto amaramente delusi quando non riescono a mantenerli. E tale è la forza dell’ego occidentale che, parlando del passato, vuole parlare solo di sé, regolando i conti edipici con i suoi genitori e nonni simbolici per le cose che presumibilmente hanno fatto di male, distruggendo le loro statue. Tutto ciò contribuisce a formare il putrido miscuglio in cui crescono i giovani: assediati da persone che dicono loro cosa fare, ma senza alcuna argomentazione se non il potere, e senza alcun sistema etico più ampio.
Non sorprende quindi che l’Islam stia facendo breccia nel deserto spirituale che abbiamo creato per i nostri giovani. Le donne che vediamo indossare il velo sono molto spesso giovani: le loro madri sono venute in Europa per sfuggire a tali restrizioni sull’abbigliamento. L’Islam, come ogni religione monoteista, offre risposte a domande sul comportamento, e la sua struttura, con la fusione del diritto comune con quello che noi chiameremmo diritto canonico, fa sì che fornisca risposte a quasi ogni domanda immaginabile. Ancora più importante, offre una struttura per la vita e il comportamento, un significato per l’universo e un ricco e profondo corpus di riflessioni su di esso. Sono secoli che la Chiesa cristiana non può certo aspirare a uno status simile.
In passato, l’interesse per la religione era visto come un segno di adesione alla destra, e in un certo senso era vero. Ma rappresentava anche una scelta consapevole tra sistemi di credenze concorrenti, ognuno con i propri martiri, la propria iconografia e la propria dottrina. Ora, è rimasta solo la religione, e il cristianesimo ortodosso stesso ha gettato la spugna, credendo che il materialismo ottocentesco abbia trionfato nella nostra società e abbia “smentito” la Bibbia. Ma ovviamente non è così, ed è per questo che le Chiese che convertono tendono ad essere o carismatiche, o austere e altamente strutturate come quella ortodossa, con la loro enfasi sulla cerimonia e sul rituale. Il modello laico del repubblicanesimo in Francia, un tempo una potente forza di liberazione dalla religione oscurantista, si è ormai di fatto arreso ad essa.
Forse tutti noi, inconsciamente, invidiamo coloro che abbracciano dottrine religiose attiviste: in molti casi, queste persone mettono in atto la nostra fantasia di vivere in una società in cui le persone hanno una struttura e un ordine ben definiti, e in cui il giusto e lo sbagliato non sono concetti infinitamente malleabili a seconda di chi sei e di quanto oppresso tu sia stato. Questo, forse, spiega non solo l’afflusso di convertiti musulmani in Siria una decina di anni fa, ma anche il fascino che molti in Occidente – pur essendo fieri laici – provano per le forze militari islamiste del mondo arabo, come Hezbollah, il Corpo delle Guardie Rivoluzionarie Islamiche iraniane e persino Hamas. Si tratta di persone che possiedono qualcosa che noi non abbiamo, qualcosa per cui sono disposte a morire.
In ogni caso, è troppo tardi. Una generazione di negligenza ha creato una classe qualificata ma semi-istruita, senza speranza e senza prospettive, solo materia prima utilizzata in oscure battaglie tra teorici dell’identità. Hanno rabbia, ma non sanno come incanalarla. Non hanno un sistema di valori a cui fare riferimento, nessuna esperienza e nemmeno un’idea di cosa significhi una vita migliore.
Ma non è tutto, perché dietro a loro ci sono coloro che sono stati completamente emarginati dal sistema: in gran parte analfabeti e incapaci di fare calcoli, con poche alternative al crimine. Per decenni, i governi europei hanno riconosciuto che per smantellare la criminalità organizzata sarebbe stato necessario intervenire in aree “sensibili” ad alta immigrazione, il che avrebbe provocato violenza e probabilmente morti. Nessun governo era disposto a correre questo rischio. Ora è troppo tardi. Ma le ultime due settimane hanno messo a nudo la terribile fragilità delle nostre società occidentali anche di fronte a episodi di violenza limitati e localizzati.
Prevedo due possibili sviluppi, e mezzo. Il primo è che bande criminali e ladri , avendo capito quanto sia facile, si dirigeranno sempre più spesso verso il centro delle città europee per saccheggiare, derubare e rubare. I mezzi pubblici li porteranno lì e indietro in pochi minuti, e una volta a casa saranno praticamente invulnerabili. La refurtiva comparirà in vendita su Internet il giorno successivo. Se sei un negoziante o un ristoratore, beh, peggio per te. Le forze dell’ordine sembrano essere state ritirate per proteggere il sistema politico e i centri del potere, come era prevedibile.
La seconda opzione è la creazione di zone governate da gruppi islamici. Questa è in gran parte una realtà al momento, ma potrebbe facilmente evolversi ulteriormente. Gli islamisti sono ben armati e, a ragione, riterrebbero che lo Stato non rischierebbe di tentare di ristabilire l’ordine con la forza. Grazie alle loro reti di controllo sociale, potrebbero riuscire a creare, almeno temporaneamente, dei piccoli stati quasi indipendenti, nei quali non si imporrebbe l’autorità statale. Questa è un’opzione che è già stata ampiamente discussa su internet.
Il problema principale è la possibilità di una reazione negativa, o forse di più di una. È piuttosto inutile cercare di anticipare i dettagli, ma è abbastanza chiaro che le attività commerciali nelle zone e nelle città meno alla moda saranno lasciate a se stesse, perché la polizia semplicemente non ha abbastanza personale. Se questo darà vita a gruppi di autodifesa che pattugliano le strade, e se tali gruppi saranno organizzati e sfruttati per fini politici, nessuno si sorprenderà. Poiché i media sono capaci solo di parlare di inezie, la domanda è stata se i recenti eventi “rafforzeranno l’estrema destra”. Credo che abbiamo superato da tempo questa fase: la vera domanda ora è se il sistema della Quinta Repubblica reggerà.
Il neoliberismo non ha dato nulla a queste persone: nessuna speranza, nessun futuro (ah, gli anni del punk!), nessuna qualifica che possano effettivamente utilizzare; nessun lavoro, nessun altro status se non quello di consumatore. E ora non stanno più chiamando pazientemente il chatbot basato sull’intelligenza artificiale per protestare, ma stanno spaccando vetrine e prendendo le cose direttamente. Chi può stupirsi? Dal nulla non nascerà nulla, proclamava Re Lear in un contesto ben diverso. Credo che sarà anche peggio: coloro ai quali abbiamo dato nulla ci daranno in cambio molto più di nulla, e non ci piacerà.
********************************
Questo è tutto per questa settimana. Come sempre, grazie a coloro che instancabilmente forniscono traduzioni nelle loro lingue. Maria José Tormo pubblica traduzioni in spagnolo sul suo sito qui , Marco Zeloni pubblica traduzioni in italiano su un sito qui e Italia e il Mondo le pubblica qui . Sono lieto di aggiungere che le versioni di questi saggi in ceco appariranno ora regolarmente in traduzione sul sito czstrat.cz . Sono sempre grato a coloro che pubblicano occasionalmente traduzioni e riassunti in altre lingue, purché citino l’originale e me lo facciano sapere.
Guillaume Faye (1949–2019) fu, negli anni ’70 e nei primi anni ’80, uno dei teorici più brillanti e combattivi del GRECE — insieme ad Alain de Benoist, la voce intellettuale dominante dell’“età d’oro” della Nouvelle Droite. Ruppe con Alain de Benoist e il GRECE intorno al 1986–87, si ritirò dall’attività militante per circa un decennio e tornò alla ribalta alla fine degli anni ’90 con un corpus di opere nettamente più radicale — L’archeofuturismo(1998), La colonizzazione dell’Europa(2000). Il presente testo è opera del primo Faye: il teorico del GRECE dei primi anni ’80.
L’argomentazione di Faye ruota attorno a un’unica distinzione, volutamente provocatoria. L’«Occidente» non è in declino — si sta espandendo — ma è il declino stesso: una civiltà universalista, egualitaria e tecnicista la cui essenza è l’entropia, l’omogeneizzazione di tutte le forme di vita, rappresentata come una proliferazione cancerosa. L’«Europa», al contrario, non è un principio ma un popolo e una civiltà viva; è quindi semplicemente in decadenza, una malattia dalla quale può guarire attraverso l’autometamorfosi. Faye individua i semi della rigenerazione nell’«ignoranza colta» di una giovane generazione «neo-europea» immunizzata contro la vulgata occidentale, in un atteggiamento «anarchico» di stampo dionisiaco/jüngeriano e nel progetto di «zone autocentrate» distaccate dal mercato planetario.
Tradotto da Alexander Raynor (Questa traduzione è opera mia.)
A prima vista, l’errore di Oswald Spengler fu immenso: egli annunciò per il XX secolo il declino dell’Occidente, mentre stiamo assistendo, al contrario, all’affermazione della civiltà occidentale, all’occidentalizzazione della Terra, alla generalizzazione di questo “Occidente” auto-istituito come cultura della specie umana — di cui, per supremo paradosso, le nazioni neo-industriali dell’Oriente costituiranno forse presto l’avanguardia. A prima vista, tuttavia, è al declino dell’Europa che siamo chiamati ad assistere. L’ascesa al potere dell’Occidente e la perdita di sostanza dell’Europa: i due fenomeni sono indubbiamente collegati, l’uno comporta l’altro. Tutto avviene come se, dopo aver dato vita all’Occidente — oggi diffuso su tutto il pianeta —, un’Europa esausta stesse entrando in una nuova era buia.
La tesi qui presentata sarà semplice: l’Occidente non è in declino — è, al contrario, in espansione — ma è il declino stesso. Ed è così sin dalle sue fondamenta, sin dal suo decollo ideologico nel XVIII secolo. L’Europa, dal canto suo, è semplicemente in decadenza. Già l’etimologia lo dice: l’«Occidente» è il luogo dove il sole tramonta. E, nella sua essenza, la civiltà occidentale — un apparente movimento ascendente — si fonde in realtà con una metafisica del declino, un appassimento del principio solare che, superficialmente, sembra fondarla. Questo declino intrinseco, che è la legge dell’Occidente, non è tuttavia facile da discernere, tanto è intriso di paradossi.
• Primo paradosso: mentre l’ideologia occidentale entra in una fase di declino — declino delle teorie progressiste, rivoluzionarie, democratiste, ecc. — la civiltà occidentale registra, anche sul piano politico, un’espansione inarrestabile dei propri regimi economici e politici, siano essi socialisti o capitalisti, a scapito delle tradizioni locali di sovranità e cultura.
• Secondo paradosso: mentre l’Europa sembra — ahimè — iniziare a deperire, nel suo insieme continentale, in un numero impressionante di ambiti, l’Occidente — che costituisce, per Abellio come per Heidegger, il figlio metafisico e geopolitico di questa Europa — esplode su scala planetaria.
• Terzo paradosso: mentre nel cuore stesso della nostra cultura assistiamo all’implosione del significato, al declino dei grandi valori costitutivi, al crollo delle molle spirituali, vediamo al contempo l’ascesa al potere della componente materiale della nostra cultura, della sua “forma” — vale a dire delle sue manifestazioni tecnologiche e scientifiche, che stanno per assumere il dominio assoluto sulla Terra. La civiltà tecnica ed economica che, partita dall’Europa e dal Nord America, sta conquistando l’intero pianeta, non può essere seriamente confusa con un fenomeno di «decadenza». Gli storici ci hanno dimostrato, ad esempio, che la famosa «decadenza dell’Impero Romano» — troppo spesso e erroneamente paragonata alla nostra situazione — fu accompagnata da una regressione delle «forme» della civiltà: tecniche, istituzioni, città, infrastrutture, scambi, ecc. Sempre più strade, fabbriche, aerei, scuole, ospedali, libri, inquinamento ed esseri umani. Più la «struttura» esplode, meno le sue fondamenta ideologiche e morali sembrano solide. Assistiamo parallelamente a un’esplosione delle forme di civiltà e a un’implosione dei valori, delle ideologie e, soprattutto, di tutte le fondamenta morali e spirituali che conferiscono un «senso» globale alle società.
• Quarto paradosso: se ci si limita a considerare il settore dell’economia pura, si osserva una crisi dei meccanismi mondiali di libero scambio commerciale e monetario, ma al tempo stesso un progresso inarrestabile delle tecnologie e dell’organizzazione commerciale e scientifica dell’umanità.
• Quinto paradosso: mentre il crollo dei tassi di fertilità in tutto il mondo (iniziato in Francia nel XVIII secolo e nel Terzo Mondo negli ultimi anni) ha finora determinato uno spopolamento solo nei paesi industrializzati, la popolazione mondiale, in virtù di una semplice legge aritmetica, continua a crescere a un ritmo esponenziale.1
Questi cinque paradossi sono inquietanti. Anziché attraversare declini globali e lineari come le altre civiltà che ci hanno preceduto, viviamo quello che si potrebbe definire un «declino annidato in un’espansione». Come se la civiltà occidentale fosse una macchina impazzita, il cui centro implode mentre la periferia esplode. L’Europa regredisce, l’Occidente si espande. Il significato scompare, le forme crescono. Il «sangue» evapora, ma le vene si ramificano in reti sempre più vuote. Sempre meno cervello, ma sempre più corpo e muscoli. Sempre meno umanità, ma sempre più uomini. Sempre meno culture, ma sempre più civiltà. Tutto ciò assomiglia stranamente a una proliferazione cancerosa. Un cancro, infatti, è il declino della differenziazione qualitativa delle cellule a vantaggio del trionfo della riproduzione quantitativa.
La logica profonda dell’Occidente — attraverso l’egualitarismo sociale, la conversione di tutte le culture agli stessi modelli politici ed economici, attraverso la razionalizzazione dell’esistenza che nemmeno i regimi che la combattono nelle loro dottrine possono evitare — è, fin dalle sue fondamenta, la riduzione dell’organico al meccanico. Il paradosso supremo dell’Occidente è che il suo presupposto è, sotto l’apparenza di crescita e giovinezza, un’entropia, vale a dire una crescente omogeneizzazione delle forme di vita e di civiltà. Ora, l’unica vera forma di declino, come ci insegnano l’astrofisica e la biologia, è proprio l’entropia: la crescita cancerosa di cellule indifferenziate o, secondo il secondo principio della termodinamica, la perdita di energia attraverso l’omogeneizzazione. Da questo punto di vista, l’essenza dell’Occidente è il declino, poiché la sua ragion d’essere è l’uniformazione delle forme di vita umane. E l’essenza del «progresso» è l’entropia. La moltiplicazione esplosiva delle tecnologie serve a mascherare questo declino agli occhi dei suoi stessi protagonisti, esattamente come, nel tragico processo di remissione del cancro, la proliferazione di cellule indifferenziate dà, per un certo tempo, l’illusione della salute e della crescita organica. L’Occidente è un vecchio che si crede un adolescente.
Ma nella misura in cui questa civiltà occidentale entra nella sua “terza età”, vivendo al tempo stesso il trionfo delle sue forme, delle sue quantità, della sua espansione statistica e geografica, e tuttavia l’esaurimento del suo significato, della sua ideologia, dei suoi valori, ci si può chiedere se non sia proprio sull’orlo della risoluzione di quel declino che porta in sé. Ipotesi: sarebbe allora l’intera Terra ad entrare nel periodo del declino, poiché, per la prima volta, un’intera civiltà la unifica — una civiltà minata dall’interno. La civiltà occidentale assomiglia agli alberi di Parigi: continuano a crescere anche mentre vengono rosicchiati.
Si potrebbe ritenere che l’uniformazione dell’intera Terra sotto la legge di un’unica civiltà — politica, economica e culturale — sia un processo bio-cibernetico, poiché si tratta, come hanno dimostrato Lupasco e Nicolescu, di un’omogeneizzazione delle energie. Per il momento questa entropia è “espansiva”; un giorno, come ogni entropia nella sua fase n. 2, diventerà implosiva. E non crediamo, come immagina Lévi-Strauss, che possano sorgere «nuove differenze» e nuove eterogeneità all’interno di una civiltà mondiale ormai occidentalizzata.2Si tratterebbe solo di specificità superficiali, elementi folcloristici o “varianti”.
E nella misura in cui questa adesione storica dell’umanità a un’unica e stessa civiltà occidentale — democratica, prospera, individualista ed egualitaria — costituisce da oltre un secolo il progetto delle ideologie del Progresso, siano esse socialiste o liberali, non ci si deve forse chiedere se l’idea stessa di Progresso non sia la figura centrale del Declino? La materia e l’essenza del Progresso sono l’adesione di tutti gli uomini alla stessa condizione e alla stessa morale sociale, ritenuta universale. In questo senso, le dottrine progressiste, secolarizzando le religioni monoteiste della verità rivelata, hanno messo in moto un processo di fine della storia, di fine delle storie di ciascun popolo. Oggi intravediamo questa fine della storia: uno status quo planetario attraverso la minaccia termonucleare, un condominio sovietico-americano sul mondo che congela le indipendenze nazionali, una «gestione» tecno-economica e finanziaria di un’economia mondiale che uniformizza i modi di produzione e di consumo, ecc. Si ripete all’infinito, sulla scia di Alvin Toffler, che stiamo entrando nella «terza rivoluzione industriale»; questo è vero, ma non perdiamo comunque di vista questo sorprendente paradosso: al fantastico sconvolgimento delle forme socio-economiche corrisponde la glaciazione delle forme politiche e «storiche». Viviamo una «mutazione immobile». Tutto vibra (tecnologie, relazioni sociali ed economiche) ma nulla «si muove» (geopolitica); o meglio, nulla si muove ancora. E, come la coscienza storica, anche le idee e i valori si stanno congelando.
Dietro al suo trionfo, la civiltà occidentale vede oggi spezzata la sua molla motrice: i suoi miti fondanti e le sue ideologie appassiscono e si sclerotizzano. Il progressismo, l’egualitarismo, lo scientismo, il socialismo hanno disincantato i propri sostenitori e non riescono più a mobilitare energie. I modelli politici di una civiltà quantitativa, interamente fondata sull’economia, hanno prodotto in Oriente un totalitarismo tirannico, in Occidente il totalitarismo morbido e dispotico della società dei consumi previsto da Tocqueville, e nel Terzo Mondo l’etnocidio e il pauperismo di massa — quest’ultimo mascherato dalla triste mistica dello «sviluppo».
Assumendo un carattere antirivoluzionario, le ideologie occidentali, a immagine della civiltà neoprimitiva che rappresentano, convergono oggi in un social-liberalismo tiepido, cinico, privo di progetti, manageriale e irrilevante, incentrato sulla vulgata accademica dei “Diritti dell’Uomo”, di cui Claude Polin ha ben dimostrato l’insensatezza e l’inefficacia.3Priva di ogni trascendenza, organizzata nel suo principio attorno al rifiuto di qualsiasi riferimento allo spirituale, la civiltà occidentale è l’organizzazione tecnico-razionale dell’ateismo. Ora, mutilata dei suoi dei, qualunque essi siano, una cultura umana si condanna a lungo termine, anche se altrove risplende lo splendore di Mammona, anche se l’accumulo tecnologico, la progressione nominale dei redditi o il «progresso della giustizia sociale» danno l’illusione di vitalità.
Ma questa ascesa dell’economia e della tecnica — in nome di cosa si dovrebbe considerarla un miglioramento? È facile dimostrare, ad esempio, che i processi mentali della società dei consumi — anche dal punto di vista dell’intelligenza gnoso-pratica e tecnica — non sono necessariamente più elaborati di quelli delle società tradizionali. La società tecnica vede, concretamente, il declino dell’«spirituale» (Evola) o dell’«essere» (Heidegger), e forse anche dell’intelligenza nelle sue forme di vita.4E, paradossalmente, poiché il mondo — contrariamente alle concezioni cristiane — non è dualista ma associa, in un’apparente contraddizione, ciò che è più immateriale e ciò che è più biologico nella stessa unità organica e vitalista, non sorprende che al declino spirituale corrisponda anche il declino dello spirito di stirpe, il declino demografico. La coscienza biologica e la coscienza spirituale sono legate. La separazione operata dal dualismo cristiano tra Dio e il mondo ha profondamente segnato la civiltà occidentale, rompendo con l’unità del trascendente e dell’immanente propria della tradizione ellenica. Penetrando nell’inconscio collettivo e nelle forme della civiltà, questo dualismo ha progressivamente dato origine a un disincanto e a una desacralizzazione del mondo, a una civiltà schizofrenica: da qui le separazioni mutilanti tra lo Stato-Padre-e-Giudice e la società, tra la Legge e il popolo, tra le razionalità del liberalismo e del socialismo e lo slancio vitale «cieco» (ma per questo chiaroveggente perché «oscuro») delle civiltà, tra l’individuo elevato a monade e le sue comunità, tra l’apparente legittimità dell’Occidente — vale a dire questa «democrazia» di cui tutti (tiranni compresi) sostengono di far parte senza percepirne il significato — e le reali aspirazioni delle popolazioni, tra la Tecnica, figura dominante dell’epoca, e l’ideologia.
Questi ultimi due punti meritano una precisazione. Il divario tra la Tecnica — oggi prosaica e disincantata — e l’ideologia è stato spesso frainteso, in particolare da Spengler e Jünger. A nostro avviso, non è la Tecnica a costituire la causa del materialismo, dell’uniformismo e della destinalizzazione dell’Occidente; è piuttosto l’ideologia occidentale stessa ad aver fatto di questa Tecnica il motore della sua logica mortifera. La tecnica è disincantata, ma non è il disincanto nella sua essenza. La ragione di ciò sta nel divorzio tra l’essenza della Tecnica — che è, come intuì Heidegger, poetica, lirica, faustiana, quindi spirituale e «artistica» — e le ideologie dominanti in Occidente, che attribuiscono a questa Tecnica solo il prosaismo meccanico dell’addomesticamento attraverso il benessere e la riducono a una «tecnologia della felicità individuale». Se il razzo Ariane non fa sognare quando dovrebbe, quando dovrebbe rappresentare per il nostro immaginario la «trasfigurazione degli dei», è perché la sua finalità è la ritrasmissione di programmi televisivi, vale a dire l’espressione della più piatta «banalità».
E quando Gilbert Durand invoca la rinascita delle ombre dell’immaginario, forse le uniche in grado di contrastare il disincanto della società tecno-consumistica, non è nel consumo del passato, nei musei, negli studi, nelle nostalgie, nei miti archiviati su schede informatiche, che esse potranno essere ritrovate. È, paradossalmente, nella contemplazione pura dei computer stessi, nei razzi e nelle centrali elettriche — in breve, in una Tecnica che porta in sé il più grande potenziale di sogno che l’umanità sia mai riuscita a trovare, e che oggi è neutralizzata, scollegata, da ideologie e modelli sociali interamente dominati dalla meschinità domestica e dalla fredda logica contabile delle burocrazie.
La seconda grave conseguenza del dualismo occidentale riguarda il divario tra il regime politico ufficiale (la famosa “democrazia”) e il modo in cui tale regime viene concretamente percepito, e socialmente vissuto, dai cosiddetti “cittadini”. Possiamo qui solo elencare, senza approfondirli, gli effetti di questa separazione: la radicale non rappresentatività della classe politica, l’onnipotenza delle feudalità minoritarie (organizzazioni sindacali, media, reti bancarie, organismi tecnocratici), il simulacro della partecipazione elettorale dei cittadini al potere attraverso il carattere irrilevante della posta in gioco nelle votazioni, la costante volontà dei partiti politici di distorcere a proprio vantaggio la reale opinione del popolo, ecc. Più che mai, l’opposizione tra il paese reale [pays réel] e il paese legale [pays légal] rimane la regola.
Fondato sulla sovranità del popolo, l’Occidente la attua ancora meno delle società tradizionali tanto denigrate come tiranniche. A questo proposito, la cosa più grave non è l’assenza di “democrazia” (sarebbe meglio, tutto sommato, avere un potere che riconosca ufficialmente l’impossibilità della democrazia e che fondasse la sovranità su — ad esempio — un’autocrazia sacralizzata), ma la schizofrenia endemica, la menzogna permanente di un sistema di potere che, in Oriente come in Occidente, trae la propria legittimità da un principio (il Popolo sovrano) che non solo non viene applicato, ma la cui applicazione le classi dominanti si preoccupano principalmente di impedire. Infatti, cosa temono e combattono maggiormente i partiti, i sindacati, i grandi organismi, i media progressisti (e, nell’URSS, il PCUS), se non la democrazia diretta, se non il cesarismo referendario in cui l’opinione brutale del popolo si esprime senza giri di parole? E perché temono così tanto questo popolo? Perché sanno bene che nelle sue profondità l’umanesimo, l’egualitarismo illuminato, il cosmopolitismo sradicato non trovano spazio. Sanno che all’interno del popolo «ignorante», lasciato a se stesso senza la supervisione delle «élite» sindacali, partitocratiche e giornalistiche, vivono ancora valori e aspirazioni che non corrispondono a ciò che si aspettano gli scribi, i tecnocrati, i politici e i sacerdoti.
Questi, che ricoprono il ruolo di “élite europee” ma non ne hanno la statura, preda del vuoto intellettuale e ideologico, si aggrappano alla vulgata occidentale come a un salvagente. La “destra” e la “sinistra” politiche fanno convergere i loro discorsi impoveriti nello stesso atlantismo social-liberale. Con sfacciataggine, la sinistra francese, dopo il prevedibile fallimento del proprio «socialismo», ne celebra il funerale discreto e si autoproclama portavoce del capitalismo e dell’individualismo, abbandonando definitivamente ogni discorso rivoluzionario. Nasce così, sul piano ideologico come sul terreno politico, una «sinistra-destra», il nuovo partito unico delle democrazie occidentali, che si riconosce nell’atlantismo, nella difesa dell’Occidente (tema un tempo proprio dei criptofascisti), nel reaganismo, nella filosofia sommaria dei diritti dell’uomo e nel conservatorismo.
Questo “asse sinistra-destra” ideologico e politico è caratterizzato non solo dal suo occidentalismo, ma anche dalla sua deriva antieuropea, mascherata da un antisovietismo di primo piano e da un discorso apparentemente filoeuropeo. L’obiettivo è negare all’Europa ogni specificità e ogni indipendenza, definendola una mera zona (e uno scudo) dell’Occidente atlantico.5
Ora accade che, senza dubbio per la prima volta nella sua storia, l’Europa non condivida più gli interessi dell’Occidente (culturali, geopolitici ed economici), e che sia diventato necessario un distacco tra l’Europa e l’Occidente di impronta americana. È proprio perché fa parte esclusivamente della civiltà occidentale — che un tempo era europea ma ora non lo è più — che l’Europa è entrata in decadenza. Le figure della decadenza europea sono note. Ricordiamole per la cronaca: questa civiltà, che è ancora praticamente la più densa e potente della Terra, giace, come un Gulliver incatenato, smembrata dal condominio sovietico-americano. Privata dell’indipendenza politica, futuro campo chiuso di uno scontro tra i due Super-Grandi, l’Europa vive con la prospettiva del proprio genocidio nucleare. Il «giorno dopo» non preoccupa, in realtà, i nostri due protettori. Vittima di una guerra economica che la deindustrializza, preda al centro della colonizzazione e dell’occupazione e, a ovest, della deculturazione e dello sfruttamento, l’Europa è anche in caduta libera demografica. In ogni ambito, dopo essere esplosa, l’Europa, come un buco nero, implode. Entra, come dopo la caduta di Roma, in una nuova era buia.
Ma la decadenza europea è meno grave e non sembra della stessa natura del “declino esplosivo” che affligge l’Occidente. Quest’ultimo, ripetiamolo, è il declino; porta in sé il deperimento di tutte le cose. Il declino di un organismo è senza rimedio, perché ne tocca le fondamenta e il principio. L’Occidente ha un principio, astratto: è l’ideologia (l’americanismo o il sovietismo, entrambe secolarizzazioni del cristianesimo). Ora, l’Europa non è un principio, ma un popolo, una civiltà, una storia, di natura viva e organica e non meccanica. In questo senso l’Europa è semplicemente in decadenza. Sta attraversando un’epoca buia dalla quale può riprendersi. È malata e può guarire attraverso l’autometamorfosi, mentre l’Occidente è incurabile perché non può metamorfizzarsi, poiché obbedisce a una logica lineare, ignara di ogni polimorfismo.
Come afferma lo storico Robert Steuckers, l’Occidente americano è l’alleanza tra l’Ingegnere e il Predicatore; l’Occidente sovietico è l’alleanza tra l’Ingegnere e l’Ideologo. Ora l’Ideologo e il Predicatore stanno perdendo, proprio in questo momento, la loro legittimità, il loro fascino, il loro incanto. L’opera dell’Ingegnere, che si fondava esclusivamente sull’equilibrio precario dei propri discorsi e che continua, ancora per un po’, per effetto di inerzia, il proprio percorso, è destinata a fallire nel lungo periodo perché non è più alimentata. L’Europa, d’altra parte, è l’alleanza tra l’Ingegnere e lo Storico. Il discorso di quest’ultimo — irrazionale, fondato sulle profondità dell’immaginario — può senza dubbio entrare in crisi come oggi, ma è inesauribile perché può rigenerarsi secondo il principio dionisiaco della perpetua efflorescenza. L’Europa è legata al discorso occidentale solo in via provvisoria. I suoi «principi di vita» sono molteplici: un popolo non deve la propria esistenza, a differenza dell’Occidente americano o sovietico, a un meccanismo ideologico, a una legittimità «politica» che deve essere incessantemente giustificata, o, peggio ancora, alla logica quantitativa dell’economia. Per sopravvivere, un vero popolo — come nel caso dell’Europa e di molte civiltà del «Terzo Mondo» — non ha nulla «da dimostrare». L’Occidente, dal canto suo, deve incessantemente «dimostrare»; ora, questo è proprio ciò che non è più in grado di fare…
La decadenza europea è legata agli effetti della civiltà occidentale, che si tratti di americanismo o di sovietismo. Ma, paradossalmente, il declino già iniziato di questa civiltà, anche se a prima vista sembra essere la causa della decadenza europea, costituirà, in una seconda fase, la condizione per una rigenerazione della cultura europea. La condizione per una rinascita europea va ricercata in un’autometamorfosi, come la nostra storia ne ha conosciute diverse: l’abbandono delle ideologie occidentali e la nascita di nuovi fondamenti che ancora non conosciamo, che non potranno che essere irrazionali e spirituali e che, a loro volta, dureranno solo per un certo tempo. Ma la civiltà normalizzata, avendo trasformato i propri principi spirituali fondanti in una moralità prosaica e normativa, non lascia più spazio alla creazione di valori mobilitanti. Il narcisismo diventa il destino degli individui che si isolano nel presentismo, di fronte a una società ormai autonoma, le cui norme non hanno altri fini se non se stesse. In queste condizioni, si possono considerare come un «ritorno del senso», come una risposta spontanea della società alle strutture normalizzanti, le molteplici manifestazioni contemporanee che, nelle loro «esplosioni», sembrano sconfiggere la trasparenza razionale dei discorsi e la freddezza dei meccanismi tecno-economici?
I recenti fenomeni di liberalizzazione dei costumi, la creatività dei gruppi che si presentano in “ritardo” rispetto a quanto la sociologia ritiene di scoprire in termini di nuovi tipi di relazioni umane, il diffuso movimento di ri-radicamento culturale che sembra preannunciare un risveglio delle culture popolari contro la cultura di massa mercantile, ecc. — tutto ciò fa presagire un rinnovamento di un “paganesimo sociale” contro la normalizzazione degli Stati del benessere? Oppure non stiamo assistendo alla nascita di «valvole di sfogo», come porosità nel corpo della norma attraverso le quali sfuggirebbero, in quantità programmate, energie potenzialmente pericolose che verrebbero recuperate e neutralizzate, trasformate in «distrazioni», riprodotte come «tempo libero»? È difficile rispondere.
Tuttavia, non si può fare a meno di notare che la nostra epoca vede coesistere due fenomeni opposti: da un lato il rafforzamento delle norme tecno-economiche, dall’altro la liberazione delle moralità private. L’eteronomia sociale risponde all’autonomizzazione delle regole non economiche dell’esistenza. Questo parallelismo, che non è necessariamente frutto del caso, ci spinge a considerare con grande attenzione la funzione dei movimenti di liberazione e di innovazione dei costumi, senza tuttavia trascurare le speranze che essi possono anche suscitare. In ogni caso, per rispondere a questo desiderio di normalità — diventato effettiva normalizzazione — in cui l’ideologia occidentale ci rinchiude, sono incline a riporre maggiore speranza nei popoli piuttosto che nelle società: quei popoli messi in moto non dalle «vibrazioni» dei costumi, ma dai movimenti della storia. Ora, l’Europa, prima di essere una società, non è forse innanzitutto un popolo? Paradossalmente, la possibilità dell’Europa risiede forse nella sua vecchiaia, che può trasformarsi in giovinezza: l’Europa, toccata per prima dalla civiltà occidentale, sarà forse la prima a reagire contro di essa. In tal caso, la decadenza sarebbe un fattore di anti-declino, e la senescenza un fattore di esperienza e ringiovanimento: disillusi, tornati da ogni cosa, i neo-europei delle giovani generazioni che, nella loro «ignoranza colta», non vogliono nemmeno più sapere cosa significhino politica, democrazia, uguaglianza, diritti dell’uomo, sviluppo, ecc. , che non credono più nel volgare prometeismo delle mistiche socialiste o capitaliste, tornano, grazie a questa apparente depoliticizzazione, alle cose essenziali: «non vogliamo morire, insieme al nostro popolo, schiacciati da una guerra atomica in Europa la cui posta in gioco non è la nostra; non vogliamo “impegnarci” a destra o a sinistra, in un occidentalismo o in un sovietismo che sono solo le facce falsamente antagoniste dello stesso totalitarismo». Questo discorso è frequente tra i giovani. Tanto meglio; è quello dell’«Anarch» di Ernst Jünger. È un discorso rivoluzionario e impegnato sotto le apparenze del disimpegno e dell’incivismo. È l’atteggiamento dei neutralisti tedeschi, che non esprimono affatto una rassegnazione, ma una prodigiosa energia, l’eterna astuzia del popolo che sa che ci si può riprendere da un «regime politico» ma non da un olocausto.
La rinascita arborescente — astuta o inconsapevole — delle vitalità popolari di ogni genere contro il freddo ordine dei pianificatori o dei liberali, dei centralizzatori o dei decentralizzatori, dei politici, degli “umanisti”, dei sacerdoti, dei professori, dei socialismi, dei liberalismi, dei fascismi — e persino degli “anarchismi”… — contro i regolamenti, le reti, i programmi e i circuiti, contro l’uguaglianza e la disuguaglianza, la giustizia e la tirannia, la libertà e l’oppressione, la democrazia e il dispotismo, la società permissiva o il totalitarismo — in breve, contro tutti questi falsi opposti, queste false finestre delle ideologie occidentali il cui disegno comune è, come quello di Mosè nell’antichità, quello di imporre la propria Legge contro la vita e il reale — questa rinascita, dunque, costituisce oggi, in particolare nelle giovani generazioni, la principale forza di anti-declino. Al di fuori degli Stati e delle istituzioni ufficiali dei paesi occidentali, che oggi sono diventate forze di appassimento, si deve parlare di una resistenza popolare. Resistenza alle decadenze, allo statalismo sociale, ai piatti preconfezionati dell’angelismo umanitario e delle credenze progressiste, resistenza della saggezza dionisiaca di fronte alla follia prometeica dei livellatori — una resistenza multiforme di cui la crescente indifferenza verso la politica è solo un aspetto.
Questo vitalismo sociale non è un disimpegno, ma un impegno. In un mondo in cui tutto ciò che si vuole legittimo e istituzionalizzato fa appello al narcisismo di massa, al lavoro alienato, al presentismo, al macchinismo, allo sradicamento, nuove energie emergono spontaneamente e, nonostante le pressioni dei poteri e delle pedagogie, osano «fare musica senza solfeggio». Figli della decadenza, i neo-europei, nuovi barbari, non conoscono nemmeno più la vulgata del moralismo umanitario occidentale. Questo è l’effetto perverso — e dal nostro punto di vista quello positivo — del declino dell’educazione culturale in Europa: con il pretesto dell’uguaglianza e dell’universalismo, l’ideologia dominante ha trascurato l’insegnamento della cultura d’élite. Ma ha buttato via il bambino con l’acqua sporca. Le giovani generazioni si ritrovano forse deculturate, private della memoria — che era l’obiettivo perseguito dai professori dello sradicamento — ma anche (il che è senza dubbio un evento considerevole) liberate dagli scolastici e dai tabù delle ideologie mortifere dell’Occidente. I grandi concetti sacri (Uguaglianza, Democrazia, Politica, Libertà, Economia, Sviluppo, ecc.), responsabili del declino, galleggiano ormai come cadaveri nel pantheon mentale delle giovani generazioni.
Allora si verificherà una delle due cose: o questa fine radicale della “cultura classica” (alla quale, nonostante tutto, appartengono tutte le attuali categorie politiche e tutta la mistica egualitaria dell’Occidente) darà origine solo al vuoto e all’immersione nel neoprimitivismo, oppure farà emergere la profondità purificata della psiche europea, quella profondità che scaturisce dal nostro “istinto greco”. Alla diagnosi apparentemente pessimistica della «fine della storia» che sembra toccare gli europei, si può senza dubbio obiettare che, a livello del quotidiano, dell’intensità della vita delle società, le «storie» continuano a dispiegare le loro strategie, e che non bisogna fare la Cassandra. Ma, private della dimensione «storica» (e non di quella «politica», poiché «politica», «individualismo» e «fine della storia» vanno di pari passo) della loro esistenza, spogliate di una prospettiva sovrana, le società europee potrebbero ancora conoscere, nelle loro dinamiche private e quotidiane, nell’energia segreta del popolo, «storie», avventure, impulsi creativi?
Nessuno può rispondere. Due indicatori positivi, due potenti fattori di rigenerazione, possono tuttavia essere individuati all’interno della decadenza stessa. Primo indicatore: la proliferazione dionisiaca di nuovi comportamenti sociali paralleli, secessionisti e sensuali, legati a una rinascita contemporanea dell’estetica europea, che aggirano le istituzioni, le conoscenze istituzionalizzate, le reti tecnocratiche, e che la sociologia di Maffesoli porta alla luce — costituiscono al tempo stesso il segno che la moralità regolamentata, che il borghismo tecnomorfo della civiltà occidentale (vale a dire del declino) si scontra con l’inerzia del popolo, ma anche che stiamo assistendo a una rinascita dell’immaginario, dell’irrazionale, delle forze quotidiane inconsapevoli del proprio potere. Queste forze sono quelle che danno alle nazioni i loro grandi artisti, i loro grandi imprenditori. Come il seme durante l’inverno, dobbiamo a tutti i costi sperare che le energie della società civile germoglino. Domani potrebbero essere fecondate da una sovranità a venire, se il Destino — che non rimane mai a lungo in silenzio — così decidesse.
Secondo indicatore. A questo fattore di rigenerazione interna si aggiunge un possibile motivo di rigenerazione esterna. Si tratta, paradossalmente, del grande “rischio” di vedere la civiltà progressista e globale dell’Occidente naufragare in una crisi gigantesca. Il declino latente diventerebbe, nel senso inteso da Thom, una catastrofe. Infatti, all’attuale periodo di auto-risoluzione delle crisi attraverso una fuga in avanti tecnologica, alla macro-stabilità del sistema occidentale, potrebbe benissimo succedere una destabilizzazione piuttosto brutale. Ci stiamo infatti dirigendo verso una fine di secolo in cui convergeranno evoluzioni il cui parallelismo è per il momento un fattore di «crescita» (canceroso), ma il cui incontro e fusione rischiano di essere la causa di un gigantesco squilibrio planetario. Queste «linee evolutive» sono: i crescenti squilibri economici provocati dallo «sviluppo» neocoloniale del Terzo Mondo; gli effetti cumulativi del congelamento geostrategico (status quo) imposto dalle superpotenze, combinati con la sofisticazione e la densificazione degli armamenti iperdistruttivi; il proseguimento del declino della democrazia sia in Occidente che in Oriente; l’ampliamento del divario demografico Nord-Sud; il divario tra popolazione e risorse nei paesi poveri; l’ascesa delle forze di autoaffermazione nazionale e religiosa nel Terzo Mondo, parallelamente al rafforzamento di una tecnostruttura mondiale; e così via.
La nostra epoca è dominata dalla minaccia di un “punto di rottura” che si profila all’orizzonte della fine del XX secolo, dove un’umanità sovraffollata si scontrerà con sfide convergenti di natura alimentare, ecologica, geopolitica e così via. Ormai, nessuna società tradizionale è in grado di risolverle. Il ritorno a un modello di civiltà “olistico” e antitecnologico è impossibile. Siamo condannati alla normalità occidentale? L’ambiguità della modernità è riconoscibile nel fatto che essa si afferma come unico rimedio ai mali che essa stessa ha provocato. Eppure — per citare solo l’esempio dell’economia — sarebbe interessante prestare ascolto alle nuove dottrine che tentano di risolvere questa contraddizione; esse ci sembrano di gran lunga più originali dell’impostura intellettuale del ritorno di Adam Smith sotto la maschera pubblicitaria dei «nuovi economisti».
Queste nuove dottrine a cui alludo, difese in Francia da François Perroux, André Grjebine, François Partant e altri, sostengono l’abbandono, non dell’industria e della tecnologia, ma della norma universale di un mercato planetario e di un sistema di scambio e produzione. Si pronunciano a favore della costruzione progressiva di zone «autocentrate», in cui le unità culturali, politiche, economiche e geopolitiche si sovrapporrebbero, dove il produttivismo mercantile, il contenuto dei «bisogni» umani e il ruolo dell’economia nella società verrebbero ripensati da cima a fondo. Il punto è, in un certo senso, concepire una modernità che non sia più globalmente normativa.
Brutale o progressista che sia, la vera crisi è davanti a noi. O porterà a un declino definitivo, al bacio dei megatoni, al grande sole nucleare che potrebbe benissimo illuminare la fine di questo secolo con il fuoco dell’olocausto dei vertebrati superiori; oppure, al di fuori di questa prospettiva al tempo stesso terrificante e altamente estetica, la civiltà occidentale, scontrandosi con questa «convergenza delle evoluzioni», non sarà più fisicamente in grado di continuare a funzionare. Non essendo riusciti a prevederla con serenità, saremmo allora costretti a organizzare, sull’orlo della tomba, l’autarchia economica, la post-democrazia — in breve, nuovi principi politici di vita in società. Questi principi non sarebbero certamente più quelli del progressismo occidentale. Ogni regione del mondo improvviserebbe la propria soluzione…
Allora, per evitare una simile improvvisazione, spetta forse agli intellettuali illuminati — coloro che oggi sfuggono ai grandi dogmi raggrinziti dell’umanesimo, del liberalismo, del socialismo, ecc. — riflettere su questi nuovi principi, sui valori postmoderni in grado di prendere il posto di questa lunga processione di illusioni che oggi si confondono con il declino e che ancora costituiscono, ahimè, il corpo di quella vulgata occidentale che funge da sapere per le élite europee.
Cfr. a questo proposito, Laurent Joffrin, La sinistra in via di estinzione(La sinistra in via di scomparsa), Seuil, 1984.
Consiglia la rivista “European New Right Revue” ai tuoi lettori
Un archivio dedicato alla Nuova Destra Europea (ENR) a cura di Alexander Raynor. Mi occupo di tradurre opere dell’ENR, scrivere articoli sui concetti e le idee chiave dell’ENR e recensire libri dell’ENR.