La Francia in fiamme: l’ascesa della destra atlantista europea, di Constantin von Hoffmeister
La Francia in fiamme: l’ascesa della destra atlantista europea
La rivolta gestita
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Le fiamme che divampano per le strade della Francia rivelano qualcosa di ben più significativo di una semplice esplosione di rabbia popolare. Dietro le solite scene di veicoli in fiamme, vetrine infrante e scontri tra polizia e manifestanti, potrebbe profilarsi una trasformazione politica. Tensioni simili in tutta Europa suggeriscono che il continente stia entrando in un periodo di profonda instabilità. Eppure, le conseguenze di questo disordine si rivelano straordinariamente convenienti per certi potenti interessi. I governi liberali perdono la loro residua autorità, la popolazione esige azioni decisive e i movimenti di destra si preparano a ereditare lo Stato. Quella che appare come la disgregazione dell’ordine esistente potrebbe diventare il mezzo attraverso il quale tale ordine rinnova il proprio potere sotto una diversa bandiera politica.
C’è qualcosa di sospettosamente teatrale nella sequenza degli eventi. Certamente esistono autentiche rimostranze sociali, e la rabbia della gente comune non richiede l’intervento di un’organizzazione segreta per essere spiegata. Tuttavia, la possibilità che alcune frange di questa protesta vengano deliberatamente incoraggiate, manipolate o lasciate degenerare merita seria considerazione. Un’operazione politica di questo tipo non richiederebbe né l’invenzione di ogni singola rimostranza né l’organizzazione diretta di ogni manifestazione. Le tensioni esistenti potrebbero essere sfruttate attraverso provocazioni mirate, fallimenti calcolati delle forze dell’ordine e l’incessante amplificazione della violenza attraverso i media. Sebbene non sia ancora stato dimostrato un piano coordinato, gli effetti politici assomigliano a quelli di un’operazione attentamente pianificata: prima il caos, poi le richieste di autorità e infine l’emergere di una nuova classe dirigente che promette la salvezza nazionale.
Le radici più profonde di questa crisi risiedono nel sistema liberale stesso. Per decenni, i governi europei hanno perseguito politiche migratorie le cui conseguenze sociali si sono mostrati sempre meno disposti ad affrontare, mentre l’insicurezza economica, il declino dei servizi pubblici e l’erosione della coesione nazionale indebolivano la fiducia dei cittadini. Le tensioni che ne sono derivate hanno creato le condizioni in cui movimenti radicali, criminali opportunisti e cittadini sinceramente frustrati possono convergere nelle piazze. L’establishment politico presenta quindi il disordine come un’emergenza esistenziale che richiede misure straordinarie. In questo modo, lo stesso sistema di governo che ha contribuito a generare la crisi può rivendicare l’autorità per risolverla. La popolazione viene incoraggiata a cercare protezione da forze che potrebbero avere ben poca intenzione di cambiare le strutture di potere sottostanti.
La Francia offre un esempio particolarmente illuminante. Emmanuel Macron incarna una classe politica la cui autorità si fonda su un’amministrazione tecnocratica, sull’integrazione europea e su una stretta collaborazione con l’establishment di sicurezza atlantista. I suoi fallimenti hanno rafforzato Marine Le Pen e l’opposizione nazionalista in vista delle elezioni presidenziali del 2027. Ogni nuovo scontro nelle piazze accresce l’attrattiva delle figure politiche che promettono disciplina, sicurezza e restaurazione nazionale. Tuttavia, la questione cruciale riguarda l’orientamento internazionale delle forze che potrebbero sostituire Macron. Un cambio di governo avrebbe poco significato se la Francia continuasse ad accettare gli stessi obblighi strategici, le stesse dipendenze economiche e gli stessi impegni militari. Il linguaggio politico potrebbe assumere toni fortemente nazionalisti, mentre il rapporto essenziale con Washington rimarrebbe intatto.
Jean-Luc Mélenchon e la sinistra radicale occupano una posizione altrettanto rivelatrice in questo processo. I loro sostenitori possono considerare le manifestazioni come una lotta contro la disuguaglianza e i fallimenti dello Stato francese, ma lo spettacolo di rivolte e distruzioni può produrre conseguenze del tutto opposte ai loro obiettivi. Ogni edificio in fiamme diventa materiale per le campagne politiche dei loro avversari. Ogni scontro accresce la simpatia dell’opinione pubblica per un maggiore controllo della polizia e un governo più severo. La sinistra rischia di diventare, suo malgrado, partecipe dell’ascesa della destra, fornendo le immagini attraverso cui una futura svolta autoritaria potrebbe essere giustificata. Questo non significa che gli organizzatori di sinistra stiano segretamente collaborando con i loro oppositori. Dimostra piuttosto con quanta facilità un movimento possa servire interessi politici completamente diversi da quelli che crede di difendere.
L’esito più pericoloso sarebbe l’avvento di una destra neoconservatrice sostenuta dagli Stati Uniti, che si presentasse come difensore della civiltà europea. Un simile sviluppo rappresenterebbe un inganno politico straordinario. Gli elettori europei potrebbero credere di rifiutare il globalismo liberale, per poi scoprire che i nuovi governi rimangono saldamente ancorati alla NATO, al confronto con la Russia e alla leadership strategica americana. L’Italia di Giorgia Meloni dimostra già come le politiche nazionaliste interne possano coesistere con forti impegni di politica estera atlantista. Altri movimenti di destra europei perseguono posizioni diverse, soprattutto nei confronti della Russia, e non possono essere tutti accomunati. Ciononostante, la possibilità di incanalare l’insoddisfazione nazionalista in un blocco politico saldamente atlantista offre una prospettiva allettante per coloro che sono determinati a preservare il predominio geopolitico occidentale.
In questo contesto, il pensiero di Ernst Niekisch diventa imprescindibile. Tra le figure associate alla Rivoluzione Conservatrice tedesca, Niekisch interpretò la questione nazionale attraverso una critica intransigente della civiltà liberale occidentale e della dipendenza della Germania dalle potenze straniere. La sua posizione nazionalbolscevica mirava a una trasformazione rivoluzionaria della vita politica tedesca attraverso un orientamento verso est, in particolare verso la Russia. Per Niekisch, la questione decisiva riguardava la capacità di una nazione di determinare il proprio destino storico. La sua opera del 1932, Hitler: ein deutsches Verhängnis ( Hitler: una calamità tedesca ), avvertiva che il nazionalsocialismo avrebbe portato la Germania alla rovina. In seguito, si oppose al regime di Hitler e subì anni di prigionia. Il suo esempio dimostra che un linguaggio nazionalista radicale non offre alcuna garanzia di autentica indipendenza nazionale. Un movimento può celebrare la nazione pur perseguendo politiche che conducono direttamente alla sua rovina.
Da una prospettiva niekischiana, l’ascesa di una destra atlantista europea rappresenterebbe quindi una profonda ironia storica. Partiti che invocano l’identità nazionale, la tradizione e la sovranità potrebbero diventare strumenti di un ordine geopolitico che nega alle nazioni europee un’esistenza strategica indipendente. La loro opposizione all’immigrazione e alle politiche sociali liberali fornirebbe la forza emotiva necessaria per mobilitare la popolazione, mentre la loro politica estera rimarrebbe subordinata al sistema di sicurezza guidato dagli Stati Uniti. Niekisch avrebbe riconosciuto la contraddizione tra le aspirazioni rivoluzionarie nazionali e la dipendenza dal potere americano. La questione decisiva riguarderebbe la direzione in cui questa rinnovata energia nazionale verrebbe incanalata. Se la sua destinazione finale fosse un altro confronto continentale con la Russia, la presunta rinascita nazionale culminerebbe in una catastrofe europea già vista.
Il pericolo aumenta se si considerano questi sviluppi politici insieme all’accelerazione dei preparativi militari in Europa. I governi stanno incrementando le spese per la difesa, rafforzando le industrie belliche e preparando le proprie società alla possibilità di un confronto prolungato. Una trasformazione politica nazionalista potrebbe fornire l’entusiasmo popolare che i governi tecnocratici hanno faticato a generare. Le richieste di confini più sicuri e di una maggiore disciplina nazionale potrebbero gradualmente trasformarsi in richieste di sacrifici militari in nome della sicurezza europea. Lo Stato moderno possiede inoltre straordinari mezzi tecnologici di sorveglianza, coordinamento e controllo sociale. Il concetto di mobilitazione totale di Ernst Jünger, altro importante contributo al panorama intellettuale della Rivoluzione Conservatrice, acquista qui un significato rinnovato. Una popolazione spaventata dal caos interno potrebbe diventare sempre più disposta ad accettare una mobilitazione generale contro un nemico esterno designato.
Il significato geopolitico più ampio emerge dal conflitto tra unipolarità e multipolarità. La predominanza americana è storicamente dipesa dalla capacità di impedire la formazione di una concentrazione eurasiatica indipendente di potere economico, tecnologico e militare. Un’Europa in grado di sviluppare una duratura cooperazione strategica con la Russia disporrebbe di immense capacità industriali, risorse scientifiche, risorse energetiche e accesso all’intero continente eurasiatico. Una tale configurazione altererebbe radicalmente gli equilibri di potere mondiali. Di conseguenza, l’establishment atlantista ha un forte interesse strategico nel mantenere la dipendenza europea e nell’impedire una riconciliazione duratura tra Berlino, Parigi e Mosca. In quest’ottica, la trasformazione della politica europea diventa uno strumento per preservare l’unipolarità attraverso nuovi metodi ideologici. L’universalismo liberale potrebbe cedere il passo al nazionalismo militante, mentre la struttura geopolitica rimarrebbe sostanzialmente invariata.
Una politica europea autenticamente multipolare si muoverebbe nella direzione opposta. Riconoscerebbe la Russia come una grande potenza europea ed eurasiatica, i cui interessi di sicurezza non possono essere semplicemente cancellati dall’equazione continentale. Cercherebbe una maggiore autonomia strategica da Washington, stabilendo al contempo relazioni indipendenti con la Cina, l’India e altri centri di potere mondiali. L’orientamento orientale di Niekisch offre un precedente storico per riconsiderare il rapporto tra Germania e Russia. Il principio essenziale è l’indipendenza del destino politico dell’Europa. Un autentico conservatorismo europeo difenderebbe il carattere storico delle nazioni europee, rifiutandosi al contempo di trasformarle in strumenti della strategia militare americana. La sovranità dovrebbe estendersi oltre l’immigrazione, la cultura e la legislazione interna, fino agli ambiti decisivi della diplomazia, della politica economica e della guerra.
Il pericolo principale, dunque, risiede nella possibilità che il disordine europeo produca una rivoluzione politica i cui esiti siano già stati determinati dagli attuali centri di potere. Resta da vedere se l’attuale instabilità sia deliberatamente coordinata o semplicemente sfruttata da interessi contrapposti. Tuttavia, l’opportunità strategica è evidente. Una popolazione spaventata potrebbe sostituire amministratori liberali esausti con leader nazionalisti che promettono ordine, preservando al contempo il sistema atlantista e preparando il continente allo scontro con la Russia. Questo rappresenterebbe il tradimento definitivo della sovranità europea. Il vecchio ordine dominante sopravvivrebbe sotto nuove bandiere e le energie della resistenza nazionale verrebbero reindirizzate verso la preservazione dell’egemonia americana. L’Europa si crederebbe rinata proprio nel momento in cui si mobilita per un’altra disastrosa guerra al servizio di un impero oltreoceano.

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