D’Alema e la sinistra dei figli: quando il Pci diventò un’eredità da consumare, di Fausto Anderlini
D’Alema e la sinistra dei figli: quando il Pci diventò un’eredità da consumare
6 Ottobre 2026

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Dalla disciplina austera del Pci alla generazione dei figli, più incline a narcisismo, successo e consumo dell’eredità politica: la parabola della sinistra italiana viene letta come un conflitto edipico tra fondatori e successori, fino alla mitobiografia di D’Alema.
Le zuccherose rimembranze di D’Alema
– Fausto Anderlini*
Il Pci fu una chiesa e, come tale, predicò per gli aderenti una condotta di vita seria e austera da galantuomini, anche valorizzando l’ubbidienza e il sacrificio, in nome dell’interesse collettivo e del disinteresse personale. Questo valeva per i semplici iscritti come per i quadri dirigenti. Nel caso di questi ultimi, tuttavia, con un’esenzione, in questo contraddicendo il galateo professato dalla vera Chiesa, cattolica apostolica romana: l’umiltà.
I “rivoluzionari di professione”, nell’accezione leniniana, proprio perché depositari della “coscienza per sé”, si pensavano come élite e avevano un’elevata stima di sé. Ne avevano ben d’onde, se non altro perché questa autostima emanava da una generazione “eroica” che aveva fatto la guerra di Spagna, attraversato il periodo clandestino, guidato la Resistenza ed essendosi infine profusa nell’edificazione del “Partito nuovo” nei duri anni ’40-’50.
Questa generazione, in alto come in basso, cardinali, chierici, missionari, semplici credenti, era letteralmente cementata nel partito, nel cui ambito si esauriva l’intero significato di vita. Perciò, in ogni modo, si industriò nell’edificarlo per godere di benefici simbolici, di stima, identità e rispetto impareggiabili rispetto a qualsivoglia privilegio mondano.
Tanto questa fu una generazione di “costruttori”, tanto quella successiva, cioè dei figli, sia carnali che adottivi, i baby boomers nati nel dopoguerra, fu una generazione incline alla dissipazione, al lusso e al godimento esistenziale. Cercò in ogni modo di acquisire l’eredità dei fondatori per realizzare le proprie aspettative di successo. Voleva imitarli, ma anche superarli. E alla fine ucciderli, in una combustione edipica che toccò l’acme con il cambio del nome.
Tutto il fallimento del Pds, come si domanda Bruno Gravagnuolo, a commento dell’ultima sciropposa mitobiografia data alle stampe da D’Alema, si spiega in questo “naturale” cambio generazionale.
Il narcisismo, l’arroganza, la supponenza, e tanto più in chi era d’estrazione borghese o godeva della fortuna d’essere figlio d’arte, fu la cifra dei nuovi arrivati. Destino ciclico di ogni aristocrazia ereditaria, specie in tempi di cambiamenti inediti e contagiosi. Il partito non fu per loro un capitale da accrescere, ma il campo nel quale trarre le risorse per realizzare le loro ambizioni differenzianti. Infanzia di capi, nati col bastoncino del comando e dell’autoaffermazione nello zainetto.
Scrivo a ragion veduta perché anch’io ne ho fatto parte, pur essendo d’estrazione proletaria e certo non avendo conseguito grandi successi. Una dolorosa consapevolezza che mi ha portato a rimuovere tutto il segmento di vita politica che va dai trent’anni ai cinquant’anni, portando semmai in evidenza il tracciato mnestico che va dai tre ai diciotto anni, quello dell’epopea nella calda placenta della famiglia, del villaggio e del quartiere operaio-contadino. Lì, prima di divenire arrogante, ero innocente.
Nella lunga intervista al Corriere, D’Alema, senza dubbio fra i più dotati, se non il massimo esponente, di questa dannosa generazione di subentrati, si sforza in ogni modo di allontanare da sé il pregiudizio che da sempre lo descrive come personalità calcolatrice, fredda e spietata quanto sarcastica. Si offre all’intervistatore in una chiave romantica e sentimentale, ribelle e persino erotistica. Invece che un’autocritica spietata (preferibilmente in altra sede che il sordido giornale euro-atlantico), una caramellosa (quasi veltroniana) mitobiografia da anni ’60, se non sessantottina. Per una volta, eo quoque, un piacione.
Tutti solidali, ogni dissidio e animosa concorrenzialità infragenerazionale nel dimenticatoio. Non è un caso che i figli di questa generazione siano quasi sempre mal riusciti, se non degli spostati borghesi perfettamente integrati (persino nell’anglosfera). Godendo del patrimonio acquisito, come ogni rampollo di ceto (master, esperienze all’estero, specie nella finanza, nel management o nella cultura e nei media), ma non volendo seguire comunque le orme dei genitori, cioè della politica come professione. Anche questa un’evoluzione naturale.
Più talentuosi, come mi ha suggerito Mauthe, quelli che come mito di riferimento ed esempio di vita si sono attaccati ai nonni. Non oso pensare, mettendomi i panni di Turgenev, a cosa potranno attaccarsi i nipoti, cioè i figli dei figli (ammesso che siano generati).

* Dalle riflessioni social di Fausto Anderlini
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Massimo D’Alema: «Presi botte dai poliziotti e una coltellata da un fascista. Piansi per Berlinguer. La passione con la mia prima moglie Gioia durò anche dopo la separazione»
di Aldo Cazzullo
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L’ex presidente del Consiglio: l’incontro da bimbo con Togliatti, la Normale di Pisa, la lotta politica. «Da premier rividi Fidel Castro, che mi disse: torna a Cuba, compañero»

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Massimo D’Alema, lei apre il suo racconto autobiografico, “Eravamo comunisti”, pubblicato da Feltrinelli, con la morte sul Piave di suo zio Antonio, medaglia d’argento al valor militare, il 2 novembre 1918.
«Fu una sliding door. Mio padre Giuseppe mi disse che suo fratello era un ardente nazionalista, forse sarebbe stato fascista. Se non fosse morto, forse la vita di papà sarebbe stata diversa, e anche la mia».
Suo padre divenne comunista e capo partigiano.
«Sfuggì alla morte più di una volta. A Ferrara i fascisti lo sorpresero all’uscita da una riunione clandestina, gli spararono, ebbe il soprabito bucherellato dai proiettili, si salvò fuggendo sulla bicicletta che gli porse un compagno, che fu preso, torturato e fucilato».
Suo zio Domenico fu deportato a Mauthausen.
«Tornò malato di tifo. Non era più lo stesso».
Anche nella sua famiglia materna erano tutti comunisti.
«La capofabbricato voleva denunciarli. Nonna Margherita le mise la testa sotto l’acqua del lavatoio e la tirò su cianotica: “Fatte l’affari tua”. E quella così fece».
È vero che i suoi genitori si fidanzarono all’ambasciata sovietica? «Lavoravano alle Botteghe Oscure, mio padre era invitato al ricevimento per il 7 novembre, anniversario della Rivoluzione d’ottobre. Mia madre gli fece: “Dici sempre che ti piaccio tanto, perché non mi porti?”. Così sul cartoncino d’invito lui aggiunse a penna “e moglie”, e la portò».
A sei anni lei era già nei Pionieri.
«Ricordo una bambina bionda, bellissima, di cui mi innamorai: Chiara Ingrao. La presidente era Gaspara Pajetta. Siccome non avevamo una sede, andammo a protestare da Togliatti».
Com’era Togliatti?
«Curioso. Gentile. Ci ascoltò, ci fece molte domande: cosa fate? quanti iscritti avete? Poi ci disse: “Occupate la sede. Forzate la saracinesca con un piede di porco”. Nessuno di noi sapeva cosa fosse un piede di porco, ma non osammo chiederglielo. “Se qualcuno protesta, rispondete che ve l’ha detto Togliatti”. Così facemmo».
Lei arrivò a Genova a undici anni, nei giorni della rivolta del luglio ’60. «Troppo piccolo per partecipare agli scontri. Le prime botte dalla polizia le presi nel 1967, in un corteo in difesa della democrazia greca».
In quel 1967 entrò alla Normale di Pisa.
«Sulle scale incontrai Fabio Mussi, con la frangetta. Si sentiva l’eco degli scontri: il Fuan teneva una manifestazione per i colonnelli greci, c’era pure Rauti. Posammo le valigie in portineria e ci gettammo nella mischia».
Ha preso altre botte?
«La prima grande manifestazione a Pisa fu all’inizio del ’68. La polizia ci caricò brutalmente, presi un sacco di manganellate. Più tardi un vecchio compagno della Fiat mi spiegò come fare: “Non scappare, non chinare la testa, guardali. È più difficile picchiare uno che ti guarda in faccia. Se devi ritirarti, muoviti senza voltare le spalle”. Funzionava».
Lei scrive che prese una coltellata da un fascista.
«Vede questa cicatrice? (D’Alema mostra un segno sulla mano destra). Nella rissa uno tirò fuori un coltello, io mi protessi con la mano, il colpo mi aprì un dito. Il sangue che zampillava spaventò più lui di me. Gli dissi: questa roba non conviene a nessuno».
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Lo denunciò?
«Per queste cose non si andava dalla polizia. Da allora ci rispettammo, ci salutavamo da lontano. Invece rimasi molto male quando sulle scale della Sapienza fui picchiato da Giorgio Pietrostefani».
Pietrostefani?
«Eravamo reduci da un’assemblea in cui la nostra mozione aveva prevalso sulla loro. Mi saltò addosso, era una forza della natura, mi diede un sacco di botte. Fu umiliante, così, davanti a tutti. Qualcuno del servizio d’ordine gli spiegò poi riservatamente che non era il caso di aggredire un dirigente del Pci».
Lei era sia nel Pci sia nel movimento. E finì anche in tribunale.
«In corte d’assise. Non ricordo quanti anni di carcere chiese il pm, mi pare cinque…».
Come andò?
«Arrestarono due studenti, ci fu un corteo di solidarietà. Poi un gruppo guidato da Adriano Sofri si diresse verso la stazione, chiaramente per scontrarsi con la polizia. Non mi trattenni e andai alla stazione. Ma al processo Rina Gagliardi testimoniò che ero con lei al seminario di filosofia. E mi fece assolvere».
Nel 1968 andò a Praga.
«Con mio zio, quello tornato da Mauthausen. I ragazzi disegnavano le svastiche con il gessetto sui carri armati sovietici. Ne feci una anch’io».
Era anche alla Bussola, Capodanno 1969. I carabinieri spararono, Soriano Ceccanti rimase paralizzato.
«Commisi un’imprudenza, portai anche mio fratello Marco e la mia fidanzata Gioia. Quando cominciò la caccia all’uomo, li feci salire con un’auto di passaggio».
Perché lei rimase?
«Per vedere cosa succedeva, per non abbandonare il campo di battaglia. Fu un vero rastrellamento. Con Pino Masi, il cantautore, ci mettemmo in salvo scivolando carponi sulla spiaggia, tra i pattìni. Gian Mario Cazzaniga, il leader del movimento studentesco, mi chiese: “Come fai ad andare dietro a un pazzo come Adriano Sofri?”. Anche il capo della federazione del Pci mi rimproverò aspramente. Invece Pajetta mi disse: “Meglio rischiare e sbagliare che stare a casa”. Era rimasto il ragazzo rosso della sua giovinezza sovversiva».
Non tutti i vecchi compagni erano teneri con voi.
«Con Mussi e altri entrai nel comitato nazionale del partito per l’università. Alla prima riunione mi persi nei corridoi delle Botteghe Oscure. Mi imbattei in un uomo tarchiato e roccioso, un gigante. Gli chiesi: compagno, sai dov’è la riunione? Mi squadrò. Io, capellone, con l’eskimo, non ero un grande spettacolo. Poi disse: “Voi studenti siete tutti teste di cazzo”. E se ne andò. Seppi dopo che era Willy Schiapparelli, leggendario combattente in Spagna e nella Resistenza».
E Sofri com’era?
«Affascinante. Soreliano, con una forte carica di vitalismo. Lotta continua fu il frutto più originale del ’68. Molto tempo dopo andai a trovarlo in carcere, pensavamo di scrivere un libro insieme, avemmo una lunga conversazione e alla fine ci accorgemmo che per sbaglio non avevamo registrato nulla…».
Pensa che sia il mandante dell’omicidio Calabresi?
«Non lo so. So che è stato uno dei pochi protagonisti di quella stagione a pagare».
Nel libro racconta di aver portato in epoche diverse le tre donne della sua vita nello stesso teatro di Londra, lo Shaftesbury.
«Nel ’69 vidi Hair con Gioia, nell’82 Cats con Giusi, e con Linda Chicago, in una splendida edizione con Ute Lemper. Vicino a noi c’era Mike Bongiorno con moglie e figli. Un uomo simpaticissimo».
Gioia era di una grande famiglia ebraica.
«Il nonno, Leone, era stato rabbino di Firenze, sfuggito ai campi di sterminio, dove era morta la madre. Gioia mi portò a conoscerlo. Mi chiese: “Lei è comunista? Sì? Che spreco!”. Perché? “La rivoluzione è come bruciare una casa per cuocere due uova al tegamino”».
Le venne il primo dubbio sul comunismo?
«Dubbio, no. Però mi colpì».
Con Gioia vi sposaste, vi lasciaste, ma continuaste a vedervi.
«Ogni tanto, presi dalla passione. Come in Scene da un matrimonio di Bergman. Ma poi finì».
Berlinguer la chiamò alla guida della Federazione giovanile comunista. «Mi informò: “Abbiamo deciso che farai il segretario della Fgci. Cosa pensi di fare?”. Risposi che preferivo restare a Pisa. Berlinguer mi guardò, e accennò un sorriso: “No, forse non hai capito. Abbiamo deciso che farai il segretario della Fgci. Che cosa pensi di fare come segretario della Fgci?”. Il segretario generale calcò l’accento sulla parola “deciso”. Non avevo alternative».
Com’era Berlinguer?
«Un uomo di una fermezza assoluta. Molto garbato e molto deciso. Non era la fragilità corazzata di arroganza; era la testardaggine avvolta dalla gentilezza. Ricordo lo scontro sul referendum sulla scala mobile».
1984, governo Craxi.
«Lama, Bufalini, Chiaromonte, Nilde Iotti erano contro. La storia del partito. Lui non replicò neppure. Mise ai voti. Il referendum passò per poco. Ma sono convinto che Berlinguer non volesse farlo».
Questa è una rivelazione.
«La sua idea era brandire il referendum per far cadere Craxi, liberarsi di lui, e avere un altro governo».
Berlinguer e Craxi si detestavano.
«Da quel conflitto venne la sconfitta della sinistra italiana. Più che torti e ragioni, c’erano ragioni da entrambe le parti. Craxi fu senz’altro un modernizzatore. Ma è sbagliata l’idea di un Berlinguer chiuso alla modernità. Dichiarando finita la spinta propulsiva della Rivoluzione d’ottobre, di fatto dichiarava finita anche la storia del Pci. Certo, lui pensava a un altro comunismo. Pose la questione dell’ambiente, delle donne, del rapporto tra l’innovazione tecnologica e l’umano. Tutti temi carichi di futuro».
Lei entrò nella Direzione a 26 anni.
«Per alcuni mesi ascoltai, senza avere il coraggio di parlare; però prendevo appunti. Un giorno Arturo Colombi, presidente della commissione di controllo, si alzò, fece il giro del grande tavolo, si parò davanti a me, mi prese i fogli, li strappò, senza furia, ma con accuratezza, e mi sibilò: “Qui solo le spie prendono appunti”».
Fece una gaffe pure con Berlinguer.
«Arriva una telefonata di prima mattina: è un compagno che vuole sapere tutto sulla manifestazione a Cosenza. Non sono di buon umore e rispondo: “Senti, compagno, tra un po’ arriva Guerzoni e ti spiega. Io sarei D’Alema e ho anche da fare”. E lui: “Io sarei Berlinguer. E anche io, dopo, avrei da fare”. Commisi un secondo errore, e lo raccontai. “Sarei Berlinguer se non disturbo” diventò un mantra tra i giovani comunisti».
È vero che alle elezioni del ’76 Berlinguer accolse con sollievo la notizia che il Pci non aveva superato la Dc?
«Credo di sì. Chiaromonte me lo disse con chiarezza: “Sarebbe stato un disastro”. Il Pci era cresciuto, la Dc era rimasta il primo partito, ma era costretta a dialogare con noi. Esattamente la linea di Berlinguer».
Ingrao divenne presidente della Camera.
«Berlinguer in Direzione propose Amendola. Lui si alzò. Disse che La Malfa l’aveva chiamato per incoraggiarlo: sarebbe stato bello che lui, figlio di Giovanni Amendola, perseguitato a morte dai fascisti, fosse diventato presidente della Camera. Amendola venerava la memoria del padre, ma non trovava giusto che un comunista venisse scelto perché figlio di un liberale. E poi voleva passare più tempo con la donna che amava, Germaine. Concluse: “Noi tutti dobbiamo qualcosa al compagno Ingrao”».
Lo scontro tra Amendola e Ingrao aveva segnato la storia del Pci.
«Ingrao si commosse, e molti di noi con lui».
E Berlinguer?
«Ripensandoci, non ho dubbi che Berlinguer e Amendola fossero d’accordo. E tuttavia quell’episodio rafforzò in me l’orgoglio di appartenere a quel gruppo dirigente».
Come ricorda la morte di Berlinguer?
«Ero a Lecce per un comizio in un hotel. Mi telefonò Occhetto: non c’era più nulla da fare. Salii in auto nella notte per tornare a Bari. Mi fermai, accostai lungo il guard-rail, e scoppiai a piangere».
L’avevano mandata in Puglia a fare il capo della propaganda. Una retrocessione.
«Scoprii la Puglia e me ne innamorai. C’è un episodio che mi sono dimenticato nel libro…».
Ce lo racconta?
«Comizio a Tricase, un paese dove la Dc aveva 26 consiglieri su 30, e il Pci uno solo. Il capo locale mi dice: andiamo davanti alla chiesa. I fedeli uscivano dalla messa, si trovavano davanti questo palco pieno di bandiere rosse, e fuggivano in varie direzioni, a volte maledicendoci. Da ultimo uscì il prete, un bell’uomo. Mi ascoltò, alla fine mi strinse la mano. Era don Tonino Bello».
A Bari la raggiunse la sua donna, Giusi Del Mugnaio. Lei scrive che il terremoto del 1980 vi sorprese in una condizione imbarazzante… «Eravamo a casa del compagno Miccoli, all’ultimo piano di un palazzone della Bari popolare. Stavamo facendo l’amore sul divano di Miccoli quando tutto cominciò a tremare, al di là del movimento da noi generato. Ci precipitammo per strada, ridendo come matti. Poi quando capimmo la dimensione della tragedia partimmo con altri compagni per le zone terremotate, ad aiutare».
Giusi morì in un incidente stradale, un mese dopo Berlinguer.
«Ero a Torino, anche quella volta in un hotel. Anche quella notizia arrivò al telefono. Rimasi in silenzio, stordito, senza respiro, distrutto. Arrivò Fassino, ci abbracciammo, mi accompagnò all’aeroporto per prendere il primo aereo e tornare a Bari. Feci scalo a Fiumicino, ad aspettarmi c’era Reichlin, che venne con me. Nel dolore straziante, il partito mi fece sentire la sua solidarietà».
E Natta la mandò in Nicaragua.
«Fu salvifico. Avevo perso 15 chili. Nella giungla si sparava, gli americani avevano imposto il blocco, che fu violato da un nave di aiuti italiani, mandata dal governo. I sandinisti mi chiedevano: “Ma perché voi comunisti ce l’avete con Andreotti? Lo sapete che è l’unico leader occidentale che combatte l’imperialismo?”».
Crede che gli americani gliel’abbiano fatta pagare?
«Andreotti ne era convinto».
Le sue missioni all’estero a volte fanno sorridere. Come nel ’75 a Barcellona.
«Per una riunione clandestina dei giovani leader comunisti. C’era ancora Franco. Avevamo appuntamento in un bar di Plaza de Catalunya di cui non ricordavamo il nome. Plaza de Catalunya è la più grande d’Europa, e aveva molti bar. Agganciammo un vietnamita sventolando una copia di Rinascita. Se il franchismo non fosse stato agli sgoccioli, ci avrebbero arrestati tutti».
A Cuba, da Castro. Com’era?
«Istrione, simpatico. Ci diede appuntamento in un locale notturno, arrivò armato, posò il cinturone con la pistola e ci parlò a lungo. Lo rividi nel 2000, da presidente del Consiglio: “Torna a Cuba, compañero D’Alema! Venne una volta quando era un giovane comunista. Ora non è più comunista, ma è sempre giovane”. Discutemmo animatamente del Kosovo: Castro era contrarissimo all’intervento. Ricordo signore brasiliane che lo guardavano adoranti. Agli occhi di tutti i latinoamericani, anche quelli non di sinistra, era il leader che aveva sfidato gli yankee».
Crollò il Muro, arrivò la svolta di Occhetto. Lei un po’ la assecondò, un po’ la frenò.
«Io ero favorevole alla svolta e lavorai affinché riuscisse, senza sgretolare la nostra comunità. Altri invece pensavano che sgretolarla fosse la precondizione del successo. Credo che avessi ragione; forse avrei dovuto fare di più. Già emergeva la polemica contro i partiti».
Nel libro racconta che, quando a Rimini Occhetto non fu rieletto segretario, la portarono in una camera d’albergo dove c’erano tutti: Natta, Napolitano, Ingrao, Chiaromonte, Reichlin, Bufalini… Volevano che facesse lei il segretario?
«Qualcuno forse sì. Bufalini mi chiese: e ora che facciamo? Risposi: “L’unica cosa da fare è rieleggere Occhetto. Richiederà un certo lavoro, quindi io parto subito”».
Lei era anche direttore dell’Unità, pur non amando i giornalisti.
«Girava la notizia che Cervetti avesse parlato in Direzione contro la linea del partito. C’ero, e avvisai il caporedattore, il bravissimo Piero Sansonetti: queste cose Cervetti non le ha dette. Rispose: “Compagno D’Alema, tu non hai ancora capito come funziona il giornalismo. Un conto sono i fatti, un altro le notizie”. Ma questa notizia non è vera. “Certo. Ma se non la diamo, prendiamo un buco”. Per fortuna potevo contare sulla prudenza di Luciano Fontana, che fu prezioso nel servizio politico, anche perché era uno dei pochissimi sostenitori della svolta in una redazione ingraiana».
Lei e Veltroni saliste sul camper di Craxi per chiedergli di non andare a votare subito.
«Non c’era traccia di lusso, solo due divanetti. Lui, semisdraiato, ne occupava uno per intero. Veltroni e io ci sedemmo compìti nell’altro. Ci spiegò che lo sbocco naturale della nostra svolta era ritrovare l’unità della sinistra. Non era possibile, Craxi era troppo compromesso con il Caf, il patto di potere con la parte più conservatrice della Dc. Però in linea teorica aveva ragione lui. Non credevo alla soluzione dell’“oltre”, oltre il socialismo, caldeggiata da Scalfari».
Era anche la linea di Veltroni. Nel libro ne parla come del migliore amico: ha celebrato il suo matrimonio, insieme fondaste scherzosamente l’URCA, Ufficio Riparazioni Cazzate Altrui… Ma le cronache dicono che siete sempre stati nemici.
«Ma Walter è mio amico, di più, è persona di famiglia. Sono amiche le nostre figlie, si sono già incontrate persino le nostre nipotine… Un conto sono i contrasti politici; un altro i rapporti umani. Io avevo un rapporto filiale con Natta, e gli dissi che se ne doveva andare, che dovevamo darci un altro segretario. Non sono mai riuscito a legare con Occhetto, e mi sono battuto perché il segretario lo facesse lui».
Scrive di essere stato molto duro, a volte troppo, nella lotta politica, ma di non aver mai tramato. Vale anche per Prodi?
«Ho tramato per aiutarlo. Mandai Minniti da Cossiga per convincerlo a votare la fiducia al suo governo; e Cossiga accettò, bastava che Prodi citasse i partiti che avevano votato il Dpef, il documento di programmazione economica e finanziaria. Non volle farlo. Su mia indicazione, il presidente della Camera Violante gli chiese irritualmente se volesse aggiungere qualcosa. Fece segno di no. Gli voglio bene lo stesso; ma andò così. Dopodiché non lo mandammo in Siberia, ma a fare il presidente della Commissione europea».
Cossiga la accusò di corruzione.
«Ci promettevano oltre 500 miliardi di lire per collaborare a esportare un’enorme quantità di denaro dall’Unione Sovietica. Era senz’altro una trappola. Ovviamente rifiutai e avvisai la segreteria di Gorbaciov. Ma Cossiga, che era presidente della Repubblica, mi chiamò per accusarmi del contrario. Avemmo una discussione molto accesa. E pensare che poi siamo diventati amici».
Si racconta che Cossiga fece nascere il suo governo per fare la guerra in Kosovo.
«Ma no. Voleva essere lui, uomo di fiducia degli americani, a far nascere il primo governo guidato da uno che era stato comunista».
La protagonista dell’ultima parte del libro è sua moglie Linda, la madre dei vostri figli Giulia e Francesco. Però viene raccontato anche un litigio. In barca a vela.
«Era la fine di agosto, tornavamo dalla Grecia. Beccammo una tempesta rimasta negli annali: una barca affondò, molte furono danneggiate. Linda passò tutta la notte sballottata con Giulia in braccio, che cinguettava tutta allegra. Mia moglie gridava: “Sei un delinquente, non ci vengo mai più!”. Nella sua infinita pazienza, ci è venuta per altri quarant’anni»