Italia e il mondo

Intervista a Tiberio Graziani di Vito Errichetti: l’India nel nuovo ordine globale

Interview with TIBERIO GRAZIANI by VITO ERRICHETTI

Il vertice BRICS di Nuova Delhi del 13 settembre, che ha approvato una dichiarazione in 140 punti, ha riportato in primo piano alcune delle questioni centrali che plasmano l’attuale trasformazione dell’ordine internazionale: la riforma delle Nazioni Unite, la ridistribuzione del potere, il ruolo dei BRICS e l’emergere di nuove dinamiche globali. In questo contesto, Vito Errichetti ha intervistato Tiberio Graziani, Presidente di Vision & Global Trends, sulla transizione da un ordine unipolare verso un sistema internazionale sempre più complesso e policentrico. L’intervista anticipa anche alcuni dei temi che saranno affrontati al seminario “ L’India nel nuovo ordine globale: autonomia strategica, connettività e trasformazione del potere ”, che si terrà a Roma il 6 ottobre 2026 e sarà organizzato da Vision & Global Trends e CERIPI – Link University.

Le Nazioni Unite sono ancora il luogo in cui si determinano gli equilibri internazionali, o si limitano a prendere atto delle decisioni prese altrove?

Da una prospettiva strettamente realista, le Nazioni Unite non sono mai state veramente il luogo in cui si determinano gli equilibri internazionali. Piuttosto, sono l’arena in cui le relazioni di potere esistenti vengono rappresentate, negoziate, talvolta moderate e, in certi casi, legittimate. Lo stesso Consiglio di Sicurezza, con i suoi cinque membri permanenti dotati di diritto di veto, riflette ancora la distribuzione del potere emersa dalla Seconda Guerra Mondiale.

Ciò non significa che le Nazioni Unite siano irrilevanti. Esse conservano un ruolo importante come sede di mediazione, come forum universale e come fonte di norme e legittimità internazionale. Ma quando sono in gioco gli interessi strategici vitali delle grandi potenze, i limiti strutturali dell’Organizzazione diventano evidenti. Le principali crisi che hanno segnato la storia dell’ONU rivelano proprio questa tensione tra universalismo normativo e reale distribuzione del potere. Un caso emblematico è il Kosovo nel 1999: l’intervento militare della NATO iniziò senza l’autorizzazione specifica del Consiglio di Sicurezza, che intervenne successivamente, tramite la Risoluzione 1244, per definire il quadro della presenza internazionale. In quel caso, il diritto si è adeguato al fatto compiuto.

Oggi questa contraddizione è ancora più evidente perché l’architettura istituzionale del 1945 deve confrontarsi con una configurazione internazionale profondamente trasformata. In altre parole, l’ONU continua formalmente a rappresentare la comunità internazionale, mentre la ridistribuzione del potere si sta svolgendo in gran parte al di fuori delle sue strutture.

La politica “America First” di Trump segnala un nuovo unilateralismo americano o la crisi definitiva dell’ordine unipolare?

Interpretare “America First” unicamente come il ritorno dell’unilateralismo americano, come spesso si suggerisce, mi sembra riduttivo. Lo considererei piuttosto una delle manifestazioni della crisi del ruolo egemonico esercitato dagli Stati Uniti dopo la fine della Guerra Fredda.

Il cosiddetto “momento unipolare”, iniziato con lo scioglimento dell’Unione Sovietica, ha permesso a Washington per un certo periodo di esercitare una capacità eccezionale di plasmare l’ordine internazionale. Tale fase si è progressivamente conclusa. La rinascita della Russia dopo il difficile decennio di Eltsin, l’ascesa della Cina, l’emergere dell’India e di altri stati di dimensioni continentali, e il crescente peso del cosiddetto Sud globale hanno modificato la distribuzione del potere.

“America First” esprime dunque anche la necessità americana di adattarsi a un contesto internazionale in cui il costo del mantenimento dell’egemonia è aumentato e la capacità di imporre unilateralmente regole e priorità si è ridotta. Allo stesso tempo, Washington continua a cercare di preservare la propria centralità attraverso il suo sistema di alleanze e, in particolare, attraverso una relazione euro-atlantica che rimane fortemente asimmetrica e all’interno della quale l’autonomia strategica europea continua ad essere molto limitata.

Ci troviamo nel mezzo di una transizione. Da un lato, gli Stati Uniti cercano di preservare il più possibile la centralità acquisita durante il ciclo precedente; dall’altro, cresce la richiesta da parte di Cina, India e numerosi attori del Sud del mondo di una maggiore partecipazione alla definizione dell’ordine internazionale. Molte crisi contemporanee vanno comprese anche all’interno di questa tensione strutturale.

Lei parla di “orientamento esterno internalizzato” dell’Europa. Che margine di manovra ha oggi l’Italia per costruire una politica estera realmente autonoma?

Il problema, ancor prima di essere diplomatico o militare, è culturale. Per costruire una politica estera più autonoma, l’Italia dovrebbe innanzitutto intraprendere un processo di emancipazione intellettuale. Quando parlo di “direzione esterna interiorizzata”, intendo proprio questo: la subordinazione diventa tanto più efficace quanto meno viene percepita come tale.

Nel caso italiano, questo fenomeno non riguarda solo una parte delle classi dirigenti. Nel corso dei decenni, ha permeato il dibattito pubblico, il linguaggio politico, la produzione culturale e persino il modo in cui vengono concepiti l’interesse nazionale e lo spazio geopolitico del Paese. Un esempio apparentemente marginale, ma di grande rilevanza, riguarda la terminologia geografica. Il linguaggio giornalistico, politico e persino accademico italiano utilizza abitualmente l’espressione “Medio Oriente” per riferirsi anche a un’area che, secondo la tradizione geografica europea e dalla prospettiva mediterranea italiana, appartiene propriamente al “Vicino Oriente”. Non si tratta di una mera questione terminologica: è il segno di una mappa mentale adottata da un altro centro geopolitico e progressivamente interiorizzata come propria. Al contrario, è significativo che l’India utilizzi comunemente l’espressione “Asia occidentale”: ogni spazio geopolitico tende a definire il mondo dal proprio punto di vista. Anche dettagli di questo tipo rivelano la profondità della subordinazione culturale.

Ma la subordinazione non è solo culturale: ha anche una dimensione materiale e strategica, legata alla presenza militare statunitense sul territorio italiano e all’incorporazione dell’Italia in accordi di sicurezza definiti in gran parte al di fuori del suo orizzonte geopolitico autonomo e principalmente a vantaggio di Washington.

Un’autonomia effettiva richiederebbe quindi un processo graduale, capace di ampliare il margine di iniziativa dell’Italia nei confronti del suo alleato americano e, più in generale, all’interno del sistema euro-atlantico. Non significherebbe isolamento, bensì la capacità di articolare autonomamente priorità e interessi.

Il punto decisivo, tuttavia, è che l’Italia torni a pensare a se stessa dal punto di vista della propria geografia. È un Paese mediterraneo, ma si proietta anche verso lo spazio continentale eurasiatico; occupa quindi una posizione cruciale tra Europa, Mediterraneo, Africa e le principali vie di comunicazione verso Oriente. Da questa posizione dovrebbe partire una politica estera autenticamente autonoma, che sviluppi un approccio multidimensionale capace di coniugare le sue dimensioni mediterranea, europea ed eurasiatica.

Da questa prospettiva, alcuni paesi offrono esempi interessanti. La Turchia, pur essendo membro della NATO e in parte un paese mediterraneo, ha sviluppato negli ultimi due decenni una politica estera fortemente multidimensionale, mantenendo relazioni con Washington e l’Alleanza Atlantica, ma al contempo creando un proprio margine di manovra verso la Russia, l’Asia centrale, il vicinato meridionale e orientale, l’Africa orientale e il mondo turco. Non si tratta, ovviamente, di un modello da riprodurre meccanicamente, ma dimostra che l’appartenenza a un’alleanza e la ricerca dell’autonomia strategica non sono necessariamente incompatibili.

La Dichiarazione di Nuova Delhi chiede una riforma del Consiglio di Sicurezza. È realistico pensare che i membri con diritto di veto accetteranno una riduzione dei loro privilegi?

Questo è uno dei punti fondamentali. La Dichiarazione di Nuova Delhi non propone l’abolizione del diritto di veto, ma ribadisce la necessità di una riforma complessiva delle Nazioni Unite e del Consiglio di Sicurezza affinché diventino più rappresentativi, in particolare attraverso una maggiore rappresentanza dei paesi emergenti e del Sud del mondo. Cina e Russia, entrambi membri permanenti, hanno inoltre ribadito il loro sostegno alle aspirazioni di Brasile e India di svolgere un ruolo più incisivo nelle Nazioni Unite, compreso il Consiglio di Sicurezza.

Il problema è che qualsiasi riforma sostanziale incide inevitabilmente sulla distribuzione del potere istituzionalizzata nel 1945. Chi detiene una posizione privilegiata difficilmente la cederà volontariamente. È proprio per questo che la questione non può essere separata dalla più ampia trasformazione dell’ordine internazionale. Se l’effettiva distribuzione del potere continuerà a cambiare, aumenterà la pressione affinché anche le istituzioni multilaterali si adattino. Da questa prospettiva, la riforma delle Nazioni Unite non precederà la trasformazione dei rapporti di potere; in larga misura, ne sarà una conseguenza.

India engages with the BRICS, the United States, Russia and Europe. Is its “multi-alignment” the new face of non-alignment?

Esattamente. Piuttosto che una rottura con il non allineamento, la considererei un adattamento di quella tradizione alle condizioni contemporanee.

L’autonomia strategica è profondamente radicata nella tradizione di politica estera dell’India sin dall’indipendenza. Il multi-allineamento aggiorna questa tradizione per un sistema internazionale in cui gli allineamenti sono meno rigidi e le geometrie della cooperazione stanno diventando variabili.

Nuova Delhi può cooperare con Washington all’interno del Quad, mantenere il suo storico rapporto con Mosca, partecipare ai BRICS insieme alla Cina, sviluppare le relazioni con l’Europa e, al contempo, presentarsi come uno dei principali interlocutori del Sud globale. Non si tratta di neutralità nel senso classico del termine, né di una meccanica rievocazione dello spirito di Bandung del 1955. La definirei piuttosto come una forma di autonomia strategica: la determinazione a non delegare ad altri la definizione dei propri interessi e a mantenere aperte molteplici vie di dialogo.

Si tratta di una tendenza che, in forme diverse, possiamo osservare anche in altre regioni, a cominciare dall’Asia centrale: cooperazione con Russia e Cina per ragioni storiche, economiche e geografiche, e al contempo apertura verso l’Unione Europea, gli Stati Uniti, la Turchia e altri interlocutori. È uno degli indicatori più significativi dei cambiamenti sistemici in atto.

Per quanto tempo l’India potrà mantenere questo equilibrio tra Washington, Mosca, Pechino e Bruxelles senza che Nuova Delhi sia costretta a scegliere?

La questione presuppone in parte una logica di allineamento tipica del sistema bipolare. Nel contesto attuale, tuttavia, la capacità di evitare una scelta esclusiva può di per sé costituire una fonte di potere.

L’India è consapevole del valore della sua posizione. La sua autonomia strategica le consente di mantenere relazioni differenziate con interlocutori che possono essere anche concorrenti e, proprio attraverso questa pluralità di relazioni, di accrescere il proprio potere contrattuale.

Naturalmente, ci sono limiti e contraddizioni, soprattutto nei rapporti con la Cina. Ma una scelta esclusiva a favore di uno dei due poli principali ridurrebbe il margine di manovra dell’India e, di conseguenza, parte del ruolo di equilibrio che Nuova Delhi può esercitare nell’attuale fase di transizione.

Per questo motivo, credo che l’India continuerà, per quanto possibile, a privilegiare l’autonomia rispetto a un allineamento rigido.

Lei distingue tra “multipolarità” e “policentrismo”. Qual è la differenza e perché considera quest’ultimo concetto più efficace?

I due concetti sono correlati, ma non coincidono. La multipolarità riguarda essenzialmente la distribuzione del potere. Un sistema è multipolare quando la capacità di influenzare gli equilibri internazionali non è concentrata in un unico polo o in due poli principali, ma è distribuita tra diversi attori di rilievo. La multipolarità, tuttavia, continua a descrivere prevalentemente una distribuzione del potere tra attori statali, ovvero tra entità che possono essere collocate all’interno della logica westfaliana dell’ordine internazionale.

Il policentrismo, al contrario, riguarda la struttura dell’ordine. Oggi, la trasformazione non interessa solo i rapporti di potere tra gli Stati. Accanto agli Stati, sono attivi anche ampi spazi regionali, organizzazioni e raggruppamenti internazionali come i BRICS; allo stesso modo, assumono sempre maggiore importanza le reti infrastrutturali, i corridoi logistici, i sistemi finanziari e di pagamento, le piattaforme tecnologiche, le reti energetiche e i centri di produzione della conoscenza. Si tratta di attori, strutture e meccanismi che interagiscono con la dimensione statale senza esservi interamente riducibili. Comprendendo anche gli attori non statali, il policentrismo ci permette di cogliere più a fondo l’attuale trasformazione del sistema mondiale.

Possiamo quindi affermare che la multipolarità ci indica come è distribuito il potere, mentre il policentrismo ci aiuta a comprendere attraverso quali centri, reti e strutture tale potere viene organizzato ed esercitato.

Per questo motivo, ritengo che il concetto di policentrismo sia più adeguato a descrivere la transizione contemporanea. Il mondo non si sta semplicemente spostando da un unico polo dominante a una pluralità di poli statali. Sta diventando più complesso: emergono diversi centri decisionali, che operano a diverse scale territoriali e funzionali, e che cooperano, competono e si sovrappongono.

Direi quindi che la multipolarità descrive una dimensione del dinamico riallineamento internazionale; il policentrismo cerca di coglierne la forma complessiva.

I BRICS stanno davvero costruendo alternative all’attuale sistema finanziario internazionale, o siamo ancora nella fase delle dichiarazioni?

Ci troviamo in una fase intermedia. Sarebbe prematuro parlare oggi di un sistema finanziario alternativo pienamente consolidato; tuttavia, ridurre tutto a mere dichiarazioni rischierebbe di oscurare il processo già in atto.

La Dichiarazione di Nuova Delhi documenta, ad esempio, il lavoro della Task Force sui pagamenti dei BRICS in materia di pagamenti transfrontalieri, interoperabilità dei sistemi di pagamento e di messaggistica e utilizzo delle valute nazionali nel commercio e negli investimenti. Tuttavia, chiarisce anche che le priorità nazionali rimangono diverse e che non esiste un’unica soluzione applicabile a tutti.

A mio avviso, dobbiamo abituarci all’idea di coesistenza. Non è detto che assisteremo alla sostituzione improvvisa dell’attuale architettura finanziaria internazionale con una completamente separata. È più probabile che emergano gradualmente circuiti, strumenti e piattaforme complementari o alternativi, inizialmente concentrati in particolari aree regionali o per specifiche funzioni.

Anche la transizione policentrica procede in questo modo: attraverso sovrapposizioni, sperimentazione e geometrie variabili, piuttosto che attraverso una sostituzione sistemica.

La grande eterogeneità dei BRICS rappresenta un punto di forza, o rischia di diventare il principale ostacolo alla costruzione di un attore geopolitico più coeso?

A mio avviso, il problema sorge quando un raggruppamento eterogeneo viene interpretato attraverso categorie concepite per descrivere blocchi compatti e contrapposti. I BRICS non sono destinati a diventare un attore politico unitario o una sorta di alleanza che rispecchi l’Occidente.

Piuttosto, i BRICS costituiscono un raggruppamento geopolitico e geoeconomico estremamente eterogeneo. I loro membri condividono alcuni interessi e, soprattutto, una crescente insoddisfazione per la distribuzione della rappresentanza e del potere all’interno delle istituzioni internazionali. Tuttavia, mantengono interessi e priorità nazionali differenti e, in alcuni casi, apertamente divergenti. Basti pensare alla complessità delle relazioni tra Cina e India o alle tensioni tra India e Pakistan.

L’eterogeneità, tuttavia, non impedisce necessariamente la cooperazione. Al contrario, il significato politico e l’originalità dei BRICS potrebbero risiedere proprio nella loro capacità di costruire convergenze selettive senza richiedere uniformità ideologica o un pieno allineamento strategico.

In questo senso, i BRICS sono interessanti perché anticipano una possibile caratteristica di un ordine policentrico: diversi attori, incarnando diverse tradizioni storiche e culturali, possono cooperare su obiettivi specifici senza essere costretti a convergere su un unico modello politico.

Nel 2027, la presidenza dei BRICS sarà affidata alla Cina. Assisteremo a un ordine internazionale più frammentato o a un nuovo equilibrio stabile tra molteplici centri di potere?

La frammentazione è già in atto. Non dovremmo necessariamente considerarla il punto di arrivo della trasformazione, ma piuttosto una delle fasi attraverso cui il precedente ordine si sta decomponendo. Ogni grande transizione internazionale attraversa una fase in cui le vecchie gerarchie perdono efficacia, mentre le nuove forme di ordine non si sono ancora pienamente consolidate. A mio avviso, questa è la situazione in cui ci troviamo ora.

Il problema, quindi, non è se il mondo si frammenterà: lo è già, in misura crescente. La questione è quali forme di ricomposizione potranno emergere da questa frammentazione.

Da questa prospettiva, la presidenza cinese dei BRICS nel 2027 rappresenterà un momento cruciale. La Dichiarazione di Nuova Delhi affida formalmente alla Cina la presidenza del 2027 e l’organizzazione del 19° Vertice. Sarà quindi interessante osservare in che misura Pechino riuscirà a trasformare le numerose iniziative attualmente in discussione in meccanismi operativi, senza compromettere la flessibilità e la pluralità di interessi che caratterizzano il gruppo.

A mio avviso, siamo entrati in una fase di ricomposizione policentrica. Dopo la frammentazione dell’ordine precedente, la sfida sarà quella di ricomporre il mosaico internazionale attorno a molteplici centri di potere, molteplici spazi e molteplici forme di cooperazione, senza che nessuno di essi possa più pretendere di rappresentare l’intero sistema.

Ringraziamo Vito Errichetti per aver gentilmente concesso l’autorizzazione alla traduzione in inglese di questa intervista, originariamente pubblicata sul quotidiano Cronache venerdì 25 settembre 2026 ( www.lecronache.info ).

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