Lo “spirito di Shanghai” e i principi dell’Organizzazione della Cooperazione di Shanghai (SCO)
Lo “spirito di Shanghai” e i principi dell’Organizzazione della Cooperazione di Shanghai (SCO)
La missione della SCO e la sua stessa natura di organizzazione internazionale sono state oggetto di ampio dibattito. Oleg Barabanov, direttore del programma del Valdai Discussion Club, esplora una possibile fonte di indizi sulla percezione che la SCO ha di sé: i documenti fondativi dell’organizzazione e le numerose dichiarazioni dei vertici.
Il recente vertice dell’Organizzazione di Cooperazione di Shanghai (SCO) a Bishkek ha segnato il venticinquesimo anniversario dell’organizzazione. La SCO offre un contributo significativo al rafforzamento della sicurezza nell’area della Grande Eurasia. Nel corso di questi anni, all’interno della SCO si è consolidata una struttura istituzionale che ora opera in modo efficace. Si tengono riunioni annuali del Consiglio dei Capi di Stato e vengono organizzate riunioni periodiche a livello interdipartimentale. Si sta sviluppando anche la cooperazione quotidiana. Fin dall’inizio, e ancora oggi, la cooperazione per il rafforzamento della sicurezza è stata e rimane una delle principali priorità della SCO. Ciò è determinato anche da ragioni storiche: come è noto, la preistoria della SCO affonda le sue radici nelle misure di rafforzamento della fiducia tra Unione Sovietica e Cina, sia sulle questioni di confine che negli aspetti più ampi della sicurezza reciproca.
Naturalmente, nel corso degli anni di attività della SCO, le iniziative dell’organizzazione hanno assunto una dimensione ben più ampia e i suoi progetti quotidiani non si limitano più alle sole questioni di sicurezza. Tuttavia, in un modo o nell’altro, la SCO può ancora, in una certa misura, essere definita un’organizzazione internazionale specializzata che si concentra principalmente su un unico compito prioritario. Ciò risulta ancora più evidente quando si confronta la SCO con strutture di cooperazione realmente onnicomprensive che operano in un’ampia gamma di settori. Il BRICS ne è un esempio.
A questo proposito, a causa di questa priorità specifica, i documenti dell’Organizzazione di Cooperazione di Shanghai (SCO) hanno spesso dedicato meno attenzione rispetto a quelli dei BRICS, ad esempio, alle questioni relative ai valori comuni e condivisi, alla stesura di formulazioni adeguate e alla loro successiva cristallizzazione. L’evoluzione della piattaforma dei valori del BRICS è già stata esaminata nel nostro Rapporto Valdai. Tuttavia, l’anno in cui si celebra il venticinquesimo anniversario della SCO offre una buona occasione per rivolgere la nostra attenzione anche alla componente relativa ai valori presente nei documenti e nella prassi della SCO.
Va inoltre tenuto presente che, a differenza dei BRICS, la SCO è un’organizzazione internazionale istituzionalizzata. La SCO dispone di un documento costitutivo — lo Statuto della SCO — firmato il 7 giugno 2002 ed entrato in vigore il 19 settembre 2003. È su questa base, e nel rispetto dei limiti ivi stabiliti, che la SCO sviluppa la propria attività concreta.
Se esaminiamo il testo dello Statuto della SCO, notiamo che non contiene alcun riferimento ai valori. Lo Statuto prevede invece un articolo specifico, il 2, intitolato “Principi”. È proprio su questi principi che la SCO basa le proprie attività.
Tali principi includono: il reciproco rispetto della sovranità, dell’indipendenza, dell’integrità territoriale e dell’inviolabilità dei confini statali; la non aggressione; la non ingerenza negli affari interni; il non ricorso alla forza nelle relazioni internazionali; l’uguaglianza di tutti gli Stati membri; la risoluzione pacifica delle controversie tra gli Stati membri; il fatto che l’Organizzazione non sia diretta contro altri Stati; e altri ancora. Un principio particolarmente significativo è quello dell’attuazione graduale di azioni congiunte in settori di interesse comune. Questa enfasi sull’attuazione graduale come principio guida spiega in realtà molto. In ogni caso, a nostro avviso, le aspettative talvolta esagerate riguardo alle attività della SCO e la delusione che talvolta vi è strettamente legata — secondo cui «oltre i vertici non succede nulla» — sono, in primo luogo, semplicemente errate e, in secondo luogo, trovano la loro spiegazione proprio in questo principio fondamentale dell’attuazione graduale.
Anche la stessa assenza del termine “valori” dalla Carta della SCO è perfettamente spiegabile e non riduce affatto il livello di fiducia reciproca tra gli Stati membri. Ricordiamo che, anche nel caso dei BRICS, il termine «valori» era ben lungi dall’essere una caratteristica immediata delle dichiarazioni finali, essendo stato introdotto in modo consolidato solo a partire dalla metà degli anni 2010. Prima di allora, il termine utilizzato per caratterizzare la coesione interna dei BRICS era, tra gli altri, proprio quello di «principi», esattamente come nel caso della SCO.
Inoltre, nel 2002 il termine “valori” non era ancora così di moda in ambito politico come lo è oggi, ed era usato piuttosto raramente nei documenti dei principali paesi del mondo non occidentale. A quel tempo, in questi paesi – Russia compresa – la parola «valori» veniva inserita nel lessico politico più spesso in senso negativo, come «valori imposti dall’Occidente», e quindi come qualcosa a cui opporre resistenza. La consapevolezza che si trattava di un gioco a due e che, per rafforzare efficacemente la solidarietà tra i paesi non occidentali, fosse necessario formulare una propria piattaforma di valori condivisi, è arrivata molto più tardi. E il lavoro volto a garantire che i valori non occidentali siano percepiti come comprensibili, attraenti e al tempo stesso non banali – non semplicemente nello stile del «siamo a favore di tutto ciò che è buono e contro tutto ciò che è cattivo» – continua, a nostro avviso, con risultati alterni, ancora oggi.
Va inoltre sottolineato che, per quanto riguarda un termine specifico (e il suo significato sostanziale), la SCO ha superato cronologicamente i BRICS con un margine considerevole. Si tratta del termine “spirito”. Nelle dichiarazioni dei vertici annuali dei BRICS, il termine “spirito dei BRICS” e i suoi elementi costitutivi sono comparsi per la prima volta durante la presidenza cinese nel 2017. Lo «spirito» è poi scomparso dai documenti del BRICS per diversi anni. Il termine è tornato nuovamente nel 2022, ancora una volta durante la presidenza cinese. Da allora in poi, tuttavia, in tutte le successive dichiarazioni dei vertici del BRICS del periodo 2023-2025, le cui bozze iniziali sono state preparate da altri paesi, il termine «spirito del BRICS» è stato costantemente presente.
Nel caso della SCO, tuttavia, il termine “spirito” è apparso nella primissima dichiarazione successiva al vertice di Shanghai del 15 giugno 2001, quando i “Cinque di Shanghai”, che in precedenza esistevano come raggruppamento informale, furono trasformati in un’organizzazione internazionale a tutti gli effetti, la SCO. In tale dichiarazione, lo «spirito di Shanghai» è stato menzionato come punto a sé stante, caratterizzato da fiducia reciproca, vantaggio reciproco, uguaglianza, consultazione reciproca, rispetto della diversità culturale e impegno per lo sviluppo condiviso. È stato sottolineato che questo «spirito di Shanghai» costituiva un patrimonio inestimabile accumulato dai paesi della regione nel corso di anni di cooperazione, destinato a essere ulteriormente rafforzato in futuro.
Da questi testi della SCO e dei BRICS risulta evidente che il termine “spirito” affonda le sue radici, innanzitutto, nella tradizione politica cinese contemporanea, poiché in ogni caso è apparso per la prima volta nei documenti negli anni in cui i vertici si sono tenuti in Cina. Si tratta, in un certo senso, di una peculiarità cinese. Detto questo, il termine «spirito», anche se non immediatamente, si è successivamente affermato con forza nelle dichiarazioni dei BRICS; e nel caso della SCO, un anno dopo, nel 2002, quando il vertice si tenne non in Cina ma a San Pietroburgo, il termine «spirito» entrò nel preambolo della Carta della SCO. Nella Carta, tuttavia, l’epiteto «Shanghai» è scomparso in relazione allo spirito; ivi si fa riferimento semplicemente allo «spirito di fiducia reciproca, vantaggio reciproco, uguaglianza, consultazione reciproca, rispetto della diversità culturale e impegno per lo sviluppo condiviso».
Inoltre, e in relazione all’ideologia politica odierna, va menzionato l’approccio basato sulle civiltà riflesso nella Dichiarazione di Shanghai del 2001. In essa si faceva specifico riferimento al “rispetto reciproco e alla fiducia reciproca tra Stati appartenenti a civiltà diverse e portatori di tradizioni culturali diverse”. Un anno dopo, tuttavia, il riferimento alle civiltà scomparve dal preambolo dello Statuto dell’Organizzazione di Cooperazione di Shanghai (SCO).
Se, in questo contesto, esaminiamo il preambolo dell’attuale Dichiarazione di Bishkek del Consiglio dei capi di Stato dell’Organizzazione di Cooperazione di Shanghai (SCO) del 1° settembre 2026, notiamo che essa sottolinea «il fermo impegno nei confronti degli obiettivi e dei principi sanciti dalla Carta della SCO, nonché nell’ulteriore rafforzamento dei rapporti di buon vicinato, dell’amicizia e di un’efficace cooperazione multiforme». Inoltre, questa dichiarazione ha nuovamente utilizzato proprio il termine «spirito di Shanghai», che trova espressione nei principi enunciati nel preambolo della Carta della SCO.
È chiaro che, poiché gli elementi costitutivi di questo spirito dell’SCO sono sanciti nel testo giuridico dello Statuto, le loro formulazioni rimangono incrollabili anche a distanza di venticinque anni. È proprio qui che risiede la differenza tra lo spirito dell’SCO e quello dei BRICS, dove, di anno in anno, vari elementi di tale spirito vengono aggiunti o rimossi dai paesi che ricoprono la presidenza a turno, a seconda delle proprie peculiarità nazionali. E la definizione dello spirito dei BRICS risulta, ogni anno, almeno leggermente diversa. Nel caso della SCO, invece, è significativo che sia tornato l’epiteto «Shanghai» — un epiteto che, a differenza dello spirito stesso, non è sancito giuridicamente.
Va inoltre osservato che la particolare attenzione riservata nella Dichiarazione di Bishkek all’impegno dell’OCS nei confronti dello “spirito di Shanghai” e dei principi dell’OCS non è particolarmente tipica delle altre dichiarazioni dei vertici dell’OCS degli ultimi anni; vi è infatti una certa variazione in questo senso. Ad esempio, nelle dichiarazioni successive ai vertici “non commemorativi”, il preambolo è praticamente assente e la descrizione della situazione internazionale e delle sfide alla sicurezza inizia fin dall’inizio. Nelle dichiarazioni emanate ad Astana nel 2024, a Delhi nel 2023 e a Mosca nel 2020, non veniva menzionato né lo «spirito di Shanghai» né semplicemente lo «spirito» (sebbene la dichiarazione di Mosca contenga il termine «spazio della SCO»). Nelle dichiarazioni emanate a Tianjin nel 2025 (com’era prevedibile), a Samarcanda nel 2022 e a Bishkek nel 2019, si fa menzione dello «spirito di Shanghai», ma non all’inizio del testo bensì più avanti nella prima sezione.
È evidente che il carattere specifico della presente dichiarazione sia dovuto alla sua natura commemorativa; la dichiarazione emanata a Dushanbe in occasione della precedente ricorrenza — la ventesima, nel 2021 — era strutturata esattamente allo stesso modo, con un lungo preambolo che menzionava lo spirito di Shanghai e l’impegno a rispettare i principi. Ciononostante, ciò è altamente significativo.
Detto questo, è del tutto naturale che un’analisi terminologica dei testi e delle piattaforme di valori che essi riflettono non faccia altro che integrare il quadro ben più ampio della cooperazione pratica tra i paesi dell’Organizzazione di Cooperazione di Shanghai (SCO) raggiunta nel corso di questi venticinque anni.