Italia e il mondo

La parola manipolata – Philippe Breton

La parola manipolata – Philippe BretonSintesi e podcast del libro

In La parola manipolata (1997), Philippe Breton illustra le diverse tecniche di manipolazione attraverso le quali un individuo può essere indotto ad accettare un’affermazione contro la propria volontà. Sottolinea l’attualità di questa minaccia, anche nelle democrazie, e il modo in cui essa sfrutta le nuove opportunità offerte dalla società contemporanea.

Sfoglia la biblioteca

Biblioteca Democrazia

pubblicato il 11/09/2026 Di Élucid

reader

CONTRIBUITE!!! La situazione finanziaria del sito sta diventando insostenibile per la ormai quasi totale assenza di contributi
Il  sito Italia e il Mondo non riceve finanziamenti pubblici o pubblicitari. Se vuoi aiutarci a coprire le spese di gestione (circa 6.000 € all’anno), ecco come puoi contribuire:
– Postepay Evolution: Giuseppe Germinario – 5333171135855704;
– IBAN: IT30D3608105138261529861559
PayPal: PayPal.Me/italiaeilmondo
Tipeee: https://it.tipeee.com/italiaeilmondo
Puoi impostare un contributo mensile a partire da soli 2€! (PayPal trattiene 0,52€ di commissione per transazione).
Contatti: italiaeilmondo@gmail.com – x.com: @italiaeilmondo – Telegram: https://t.me/italiaeilmondo2 – Italiaeilmondo – LinkedIn: /giuseppe-germinario-2b804373

audio

Podcast La synthèse audio

PlayCONTRIBUITE!!! La situazione finanziaria del sito sta diventando insostenibile per la ormai quasi totale assenza di contributi
Il  sito Italia e il Mondo non riceve finanziamenti pubblici o pubblicitari. Se vuoi aiutarci a coprire le spese di gestione (circa 6.000 € all’anno), ecco come puoi contribuire:
– Postepay Evolution: Giuseppe Germinario – 5333171135855704;
– IBAN: IT30D3608105138261529861559
PayPal: PayPal.Me/italiaeilmondo
Tipeee: https://it.tipeee.com/italiaeilmondo
Puoi impostare un contributo mensile a partire da soli 2€! (PayPal trattiene 0,52€ di commissione per transazione).
Contatti: italiaeilmondo@gmail.com – x.com: @italiaeilmondo – Telegram: https://t.me/italiaeilmondo2 – Italiaeilmondo – LinkedIn: /giuseppe-germinario-2b804373

00:00

0:00 / 26:28Mute

Download

Ce qu’il faut retenir

Pendant quelques décennies après la fin de la Guerre froide, la manipulation semble avoir cessé d’être un sujet d’étude important, comme s’il avait perdu sa pertinence avec la victoire des démocraties contemporaines. Pourtant, la manipulation est tout aussi prévalente dans les démocraties que dans les régimes totalitaires ; c’est même en leur sein qu’elle a été systématisée pour la première fois, sous la forme de la propagande.

L’auteur s’attache à explorer les différentes techniques de manipulation élaborées au fil du temps, en retraçant leurs origines et leur fonctionnement. Il insiste également sur l’essor des communications, et notamment d’Internet qui, sans avoir fondamentalement modifié la manière dont la manipulation agit sur les esprits, a fourni de nouvelles perspectives à une échelle colossale.

En ce qu’elle détériore la valeur et la réception de la parole, laquelle constitue chez l’être humain un élément déterminant du lien social, la manipulation est délétère par nature, même lorsqu’elle est repérée et qu’elle échoue. Ce caractère délétère est d’autant plus marqué que la société contemporaine est mal armée face à la propagande, et y est particulièrement vulnérable. L’auteur encourage à lutter contre la désintégration de la valeur de la parole en établissant de nouvelles normes pour réduire la prévalence de la manipulation, en promouvant l’éducation à la rhétorique et en proclamant l’existence d’une « liberté de réception », pendant nécessaire à la liberté d’expression dont la manipulation constitue un abus.

Biographie de l’auteur

Philippe Breton (1951-) est un psychanalyste, anthropologue et politologue français, professeur à l’université de Strasbourg. Il a rédigé de nombreux ouvrages à portée sociologique, notamment concernant les problématiques de la communication et des réseaux. Il est également actif dans le domaine de l’humanitaire, ayant dirigé la Croix-Rouge française de 2017 à 2023, ainsi qu’en tant qu’observateur et commentateur politique, notamment dans sa région de résidence, l’Alsace.

Avertissement :Il presente documento è una sintesi dell’opera di riferimento sopra citata, realizzata dai team di Élucid; ha lo scopo di riportare le idee principali di tale opera e non intende riprodurne il contenuto. Per approfondire le vostre conoscenze su questo argomento, vi invitiamo ad acquistare l’opera di riferimento presso la vostra libreria. La copertina, le immagini, il titolo e le altre informazioni relative all’opera di riferimento sopra citata rimangono di proprietà del suo editore.

Schema dell’opera

I. Carattere permanente della manipolazione
II. L’importanza della parola
III. La tecnicizzazione del linguaggio
IV. La manipolazione delle emozioni
V. La manipolazione cognitiva
VI. Il ruolo di Internet e dei social network
VII. I due effetti della manipolazione
VIII. Una resistenza debole
IX. Le regole del discorso

Sintesi del libro

I. Carattere permanente della manipolazione

L’autore osserva che, un tempo, dopo la pubblicazione di opere come Lo stupro delle masse da parte della propaganda politica di Tchakhotine e di altri libri simili, l’individuo tendeva a essere consapevole del potere delle tecniche di manipolazione e della loro natura insidiosa. Tuttavia, dalla fine degli anni ’80, lo studio della propaganda sembra essere stato trascurato, come se il concetto fosse improvvisamente diventato meno rilevante, se non per gli storici. L’autore mette in guardia contro questa politica dello struzzo, proprio mentre la metà degli anni 2010 vede il ritorno in forze delle tecniche di manipolazione politica, con l’irruzione del populismo sulla scena politica occidentale.

La fine della Guerra Fredda e il « trionfo » delle democrazie occidentali non significano che la manipolazione sia un fenomeno ormai superato. Essa non è appannaggio esclusivo dei regimi totalitari. Oltre alla pubblicità, che rivendica apertamente l’uso di tecniche di manipolazione, numerosi movimenti dipendono in parte dalla manipolazione per garantire la propria sopravvivenza e prosperità proprio all’interno delle democrazie contemporanee. L’esempio più lampante è senza dubbio quello del liberalismo economico, che ha a lungo coltivato l’idea che non esistano alternative e che pretende di rappresentare una sorta di « evidenza razionale », mentre anch’esso non è altro che l’ennesima causa che cerca di difendersi ricorrendo alle tecniche di manipolazione.

Il discorso liberale, in particolare, è un esempio di una tendenza particolarmente perniciosa, secondo cui, poiché le democrazie sono per loro natura « buone », in quanto portatrici di valori considerati « buoni », non potrebbero mai ricorrere alla manipolazione, che è « cattiva ». È necessario distinguere rigorosamente tra i valori promossi da una causa e il modo in cui vengono promossi: è perfettamente possibile promuovere valori « buoni » ricorrendo a tecniche manipolatorie. Forse ancora più pericolosa è l’idea, ampiamente diffusa, secondo cui l’uomo contemporaneo sia «immunizzato» alla propaganda, poiché è lucido sulla questione, e che le tecniche di manipolazione impiegate siano «delicate». Oltre al fatto che ogni manipolazione è necessariamente una forma di violenza, questo modo di pensare – molto allettante, poiché di gran lunga preferibile all’ammettere che si possa essere manipolati – convince l’individuo di essere libero nel proprio pensiero, il che è proprio l’obiettivo della manipolazione, che mira a far passare inosservati i propri effetti.

Non è facile distinguere ciò che costituisce una manipolazione da ciò che rappresenta un tentativo legittimo e non violento di convincere. Alcuni indizi possono tuttavia aiutare a definirne il concetto. In primo luogo, come abbiamo appena visto, la manipolazione agisce in modo occulto: se il suo tentativo di limitare la libertà del pubblico di opporsi all’affermazione che gli viene proposta viene smascherato, essa perde ogni efficacia. In secondo luogo, il messaggio utilizzato è mendace, in quanto mira a ingannare il proprio pubblico sottoponendogli un’affermazione che si discosta dalla verità e dalla ragione. È inoltre opportuno distinguere tra la fede dell’oratore nella convinzione che intende diffondere e la veridicità dell’argomento che utilizza. Un razzista può credere sinceramente che il razzismo sia preferibile alla tolleranza razziale, ma in assenza di un consenso scientifico sulla disuguaglianza delle razze, è costretto a ricorrere ad argomenti intellettualmente disonesti per influenzare il proprio pubblico. In terzo luogo, la manipolazione presuppone l’esistenza di una forma di resistenza iniziale nei confronti dell’affermazione che si vuole far accettare; in caso contrario, non ci sarebbe bisogno di compiere alcuno sforzo per convincere. Il suo obiettivo è superare tale resistenza senza essere scoperta.

II. L’importanza della parola

Il linguaggio è una caratteristica fondamentale dell’essere umano, legata alla sua natura gregaria. Ha origine dalle interazioni tra gli esseri umani, ed è proprio dal linguaggio stesso che è emerso il concetto di politica. La parola umana si articola in tre registri: l’espressione – che ha in comune con l’animale –, l’informazione – che ha in comune non solo con l’animale, ma anche con la macchina – e infine la convinzione, che le è propria e che interessa particolarmente l’autore in vista delle sue relazioni con la manipolazione.

Il sistema politico democratico trae la sua specificità dal ruolo che attribuisce alla parola: essa costituisce un’alternativa alla violenza fisica come modalità di risoluzione dei conflitti, violenza fisica che viene delegittimata rispetto ai sistemi precedenti. Tale ruolo rimane tuttavia fragile, da un lato perché la sua istituzionalizzazione può nascondere una disuguaglianza concreta nello spazio concesso alla parola a seconda dell’interlocutore considerato, e dall’altro perché la centralità della parola la rende vulnerabile alle tecniche di manipolazione.

L’esistenza della democrazia ha portato alla formidabile battaglia di idee che ha caratterizzato il XXe secolo : diverse ideologie hanno messo in campo un vero e proprio tesoro di convinzione e manipolazione per conquistare l’adesione delle masse. La caduta dell’URSS, contrariamente a quanto si potesse pensare, non segna la fine di questo fenomeno: il liberalismo ha visto emergere nuovi avversari contro i quali deve mobilitare la propria retorica. Si può naturalmente citare la rinascita di ogni sorta di fondamentalismo religioso e settario, i movimenti identitari o populisti in senso più ampio; ma anche il messianismo tecnologico, sostenuto dai miliardari del settore tecnologico, che annunciano l’avvento di un mondo migliore attraverso un’interconnessione universale e permanente.

Per difendersi, il liberalismo può contare sulla pubblicità, una vera e propria macchina di persuasione, sapientemente sviluppata nel corso dei decenni, la cui stessa esistenza implica necessariamente una società sprofondata nel consumo di massa e nell’economia liberista. È proprio la pubblicità, del resto, a innovare maggiormente nell’elaborazione di nuove tecniche di manipolazione, concepite per essere efficaci e riproducibili; dall’arte della retorica si passa a una tecnicizzazione del discorso, a procedimenti concepiti per convincere.

III. La tecnicizzazione del linguaggio

L’arte della retorica è nata in Grecia, nell’antichità, e non è apparsa lì per caso; la sua stessa esistenza è una conseguenza di un’innovazione storica: la comparsa delle prime assemblee di cittadini, delle prime giurie popolari. Questa novità rese indispensabile, per la prima volta, il fatto di convincere gli altri delle proprie opinioni – e non solo un singolo individuo detentore del potere, ma un’intera assemblea – se si sperava di vederle prevalere. Ben presto emerge una sistematizzazione delle tecniche a disposizione dell’oratore, che distingue il logos (il discorso razionale), l’ethos (il discorso relativo al carattere dell’oratore) e il pathos (il discorso volto a suscitare un’emozione nel pubblico). Molto rapidamente, tuttavia, si impone una gerarchia: il logos si afferma come la modalità « normale » di persuasione, da privilegiare, in quanto rispetta la libertà del pubblico, mentre le altre modalità, che cercano di aggirarla, sono percepite come inferiori.

Già in quell’epoca esisteva, parallelamente a queste tre modalità, una tecnica spesso utilizzata in ambito militare, ma non solo: la disinformazione. Si tratta della più antica delle tecniche di manipolazione: mira a diffondere notizie false presentarle come vere, in modo da indurre in errore il pubblico. Prospera ancora oggi, nell’era delle «fake news». L’utilità di tale tecnica in ambito militare è evidente; ma trova applicazione anche in contesti politici e commerciali.

Il passaggio dalla retorica e dalla pratica occasionale della disinformazione alla vera e propria propaganda, ovvero all’esistenza di veri e propri sistemi concepiti per conquistare le masse, avviene curiosamente nelle democrazie occidentali durante la Prima guerra mondiale, soprattutto negli Stati Uniti. Il termine non era allora percepito in senso peggiorativo, e lo diventerà solo in un secondo momento, durante la Guerra Fredda: la propaganda, in questo senso iniziale, si prefiggeva l’obiettivo di sostenere il morale della nazione e di minare quello dell’avversario, e si concepiva quindi come un mezzo di lotta come un altro, rivendicandosi puramente tecnica e apolitica. Sono proprio questi primi metodi di propaganda, ripresi dai nazisti negli anni ’30 e poi diffusi in tutto il mondo, a costituire la base delle tecniche di manipolazione contemporanee.

IV. La manipolazione delle emozioni

Eredi del registro del pathos identificato dai Greci, le tecniche di manipolazione che influenzano le emozioni del pubblico costituiscono una delle categorie più ricche del repertorio del propagandista. L’appello diretto ai sentimenti ne è una forma semplice, di cui una variante molto diffusa è la seduzione demagogica. Quest’ultima fa leva su alcune qualità personali dell’oratore per affascinare il proprio pubblico, creando una simpatia di cui beneficia, di riflesso, il messaggio che l’oratore veicola. Questa variante è molto diffusa soprattutto tra i politici. Una tecnica simile, meno dipendente dalla personalità dell’oratore, consiste nel «avvolgere» il messaggio da trasmettere in un involucro esteticamente gradevole per il pubblico, conferendogli una forma seducente che ne facilita l’accettazione.

Al contrario, ricorrere alla paura costituisce un’altra tecnica semplice: suscitando la paura nel pubblico, lo si rende più incline ad accettare le soluzioni presentate come le uniche in grado di salvarlo. Si può anche pensare al ricorso all’autorità, che può essere legittimo quando lascia al pubblico la scelta di accettare o meno l’argomento d’autorità, ma che non lo è quando il prestigio personale o la posizione dell’oratore – o dell’autorità a cui fa riferimento – viene utilizzato per imporre un’idea senza dibattito. Tale metodo è molto efficace anche sui bambini, poiché essi non distinguono bene tra ciò che è autorevole e ciò che non lo è; la pubblicità sfrutta questo fenomeno per utilizzare i bambini al fine di convincere i loro genitori a consumare.

La pubblicità ricorre ampiamente a un’altra tattica, l’associazione emotiva, che non è di sua esclusiva competenza e che si rivela incredibilmente efficace: associando il messaggio che si vuole far accettare – molto spesso un prodotto, nel contesto pubblicitario – a un altro elemento, del tutto estraneo al messaggio, ma che si sa suscitare una reazione emotiva forte e/o positiva, si crea un collegamento artificiale tra i due nella mente del pubblico. L’esempio tipico è ovviamente quello dell’associazione tra un prodotto e una donna giovane e bella, spesso poco vestita. Il tatto produce sul pubblico un’influenza simile, il che lascia supporre che le immagini di carattere erotico o sessuale non costituiscano che un’estensione di questa influenza emotiva tattile.

Un’altra tecnica pubblicitaria è quella dello slogan, o più in generale della ripetizione incessante del messaggio, che si ricollega a discipline come l’ipnosi: alla fine, il contenuto del messaggio non ha più alcuna importanza, finisce per penetrare nella mente del pubblico, poiché questo vi è costantemente esposto. La programmazione neurolinguistica, o PNL, è una disciplina che parte da questa semplice constatazione per sviluppare altre tecniche di «sincronizzazione» tra il messaggio e il pubblico, con l’obiettivo di far accettare al pubblico qualsiasi cosa a sua insaputa. Le sette sono molto spesso il luogo in cui la sperimentazione di queste diverse tecniche, derivate dall’ipnosi o dalla manipolazione psicologica, raggiunge il suo apice.

V. La manipolazione cognitiva

Ciò che l’autore definisce «manipolazione cognitiva» si riferisce più specificamente al modo in cui si presenta il messaggio che si cerca di imporre al pubblico e a come se ne articolano le componenti. Una delle tecniche di manipolazione cognitiva che egli individua per introdurre il concetto è quella del “riformulazione manipolativa” del messaggio. In tal caso, il messaggio, sebbene di per sé falso, viene ricollocato all’interno di un quadro interpretativo che ha lo scopo di renderlo verosimile. Tale cornice può consistere in una distorsione della realtà, tramite modifica o omissione, nella sostituzione del contesto iniziale del messaggio con un altro, oppure nella presentazione al pubblico di una cornice descritta come priva di alternative, o comprendente solo alcune alternative controllate dal manipolatore. La pubblicità ricorre ampiamente a quest’ultimo caso, in particolare nella falsa dicotomia tra un marchio e un altro.

Esiste anche l’amalgama cognitivo, simile all’amalgama affettivo. Come quest’ultimo, mira a stabilire un’analogia, o addirittura una falsa relazione di identità o di causa-effetto tra il messaggio da trasmettere e un altro elemento, senza che vi sia necessariamente un legame affettivo, ma piuttosto in modo tale che l’instancabile ripetizione dell’associazione renda il messaggio indissociabile dalle qualità a cui viene accostato. Infine, una forma « speculare » dell’argomento d’autorità è quella che l’autore definisce « reductio ad Hitlerum », una tecnica ben nota che consiste nel screditare a priori un’opinione mettendo in evidenza un legame tra questa e un’ideologia, un sistema di valori ampiamente percepito come ripugnante, come il nazismo. Si tratta di un mezzo molto efficace per affossare un argomento, indipendentemente dalla sua pertinenza, senza nemmeno doverlo affrontare.

VI. Il ruolo di Internet e dei social network

Sebbene l’avvento di Internet e la sua democratizzazione abbiano certamente avuto un impatto significativo sulla portata e sul pubblico dei tentativi di manipolazione, sarebbe errato pensare che questa innovazione abbia modificato la natura stessa della manipolazione. Le tecniche utilizzate sono sempre le stesse, le fake news non sono affatto un fenomeno nuovo ; si diffondono semplicemente più velocemente, più lontano e più facilmente che mai, non solo a causa della struttura stessa di Internet, ma anche perché l’interconnessione garantita da Internet ha fortemente indebolito i meccanismi e le autorità che in precedenza permettevano di assicurare, almeno in una certa misura, la veridicità di un’affermazione. Questo indebolimento garantisce inoltre la sopravvivenza delle fake news nel lungo periodo, poiché confutarle in modo definitivo diventa molto difficile: i social network esistono in una sorta di «presente permanente», in cui vecchie forme di disinformazione possono riemergere in qualsiasi momento.

Altri meccanismi, in particolare l’onnipresenza del supporto visivo – che si tratti di immagini o video – contribuiscono alla potenza delle fake news, poiché il supporto visivo è un modo molto efficace per dare l’illusione della realtà, indipendentemente dal fatto che riproduca fedelmente la realtà o meno. Da qui deriva il carattere particolarmente devastante delle immagini o dei video manipolati o artificiali, che conferiscono un’enorme credibilità aggiuntiva all’affermazione che sostengono, soprattutto quando le piattaforme che li ospitano non si preoccupano di individuarli ed eliminarli. Infine, al di là dei contenuti ingannevoli pubblicati dagli utenti, si pone anche il problema della manipolazione da parte delle piattaforme stesse, in particolare per quanto riguarda la creazione di una dipendenza dal loro utilizzo.

VII. I due effetti della manipolazione

Il titolo di questo capitolo fa riferimento al fatto che, anche quando una manipolazione fallisce, non è priva di conseguenze. I «due effetti» a cui si riferisce sono rispettivamente l’effetto di una manipolazione quando raggiunge il suo obiettivo e l’effetto quando non riesce a raggiungerlo, perché è stata smascherata; il secondo è del resto potenzialmente più preoccupante del primo. Non che gli effetti di una manipolazione riuscita siano da sottovalutare. Ad esempio, la nocività del tabacco e dello zucchero per la salute umana è stata dimostrata molto presto, già prima degli anni ’50; tuttavia, enormi campagne pubblicitarie, basate soprattutto su tecniche di confusione, hanno sostenuto il consumo di queste sostanze, il cui abuso causa ancora oggi decine di migliaia di vittime ogni anno. Al di fuori del mondo pubblicitario, le conseguenze della manipolazione possono essere ancora più radicali: ad esempio, per citare un caso politico, la campagna di disinformazione contro il primo ministro israeliano Yitzhak Rabin, negli anni ’90, che lo assimilava a Hitler, ha portato al suo assassinio.

Ma quando il tentativo di manipolazione viene smascherato e non riesce a raggiungere il proprio obiettivo, produce comunque effetti deleteri. Infatti, quando il pubblico si rende conto di essere vittima di un tentativo di manipolazione, si rifugia in un atteggiamento difensivo estremista: consapevole che qualsiasi discorso gli venga presentato è potenzialmente sospetto, ogni parola diventa un pericolo, e il pubblico si disconnette progressivamente, rendendosi volontariamente inaccessibile a qualsiasi discorso. Questo fenomeno è uno dei terreni fertili dell’individualismo estremo che si osserva nelle società contemporanee, causa della distruzione del legame sociale. Per ironia della sorte, questa perdita dei punti di riferimento comuni agli individui, legata alla percezione di scarsa affidabilità della parola, rende il pubblico ancora più vulnerabile ad altre tecniche di manipolazione, che fanno leva sulla crescente richiesta di legami più « fusionali » tra gli individui, che cercano di mettersi al riparo da ogni tradimento.

VIII. Una resistenza debole

Sebbene l’individuazione di un tentativo di manipolazione provochi una reazione da parte del pubblico che ne è vittima, resta comunque il fatto che, a livello sociale, la resistenza alla manipolazione è notevolmente debole. Una delle cause principali di questa vulnerabilità è la scomparsa dell’insegnamento della retorica, che è stata la norma per tutte le classi colte dall’antichità fino all’inizio del XXe secolo. Da quel momento in poi, l’individuo semplicemente non dispone più delle armi necessarie per sapere come convincere e per capire quando lasciarsi convincere – e quando invece non farlo. E anche quando ne dispone, generalmente ne fa uso inconsapevolmente, in modo sperimentale e non sistematico, il che difficilmente può proteggerlo con successo da un tentativo di manipolazione.

Un’altra causa va ricercata nel comportamentismo e negli studi scientifici che pretendono di controllare il comportamento umano, riducendolo a un insieme di riflessi innati e condizionati – e quindi condizionabili. Queste teorie hanno come obiettivo dichiarato quello di scoprire metodi volti a « modellare » le menti. Ampiamente utilizzate a fini manipolatori, conferiscono alla manipolazione una parvenza di legittimità scientifica, se non addirittura terapeutica, che costituisce un’ulteriore via d’accesso nella società per i discorsi manipolatori.

Infine, un’ultima causa è da ricondurre alla deresponsabilizzazione dell’uso della parola negli ambienti professionali. La gestione della parola è radicalmente separata tra gli specialisti della comunicazione, che si considerano semplici tecnici che mettono strumenti a disposizione dei propri superiori, e i decisori stessi, che utilizzano questi strumenti senza padroneggiarne i meccanismi. Il tecnico si protegge così da ogni responsabilità puntando il dito contro il decisore, e il decisore fa lo stesso puntando il dito contro il tecnico. Ne risulta un uso della manipolazione privo di qualsiasi complesso etico, in cui proprio coloro che la utilizzano la considerano perfettamente normale. Un fenomeno simile è da attribuire ai media, che pretendono di essere neutrali mentre molto spesso, a loro insaputa, contribuiscono ad amplificare discorsi a scopo manipolatorio che non hanno creato, ma che si limitano a ritrasmettere a scopo informativo.

IX. Le norme del linguaggio

Dopo aver analizzato i meccanismi e la natura insidiosa della manipolazione nelle nostre società contemporanee, l’autore si propone di delineare un’etica della parola, volta a promuovere la resistenza di fronte alla manipolazione, la cui nocività è stata ampiamente dimostrata nelle argomentazioni precedenti, sia a livello individuale che a livello della società nel suo complesso.

L’autore respinge inoltre le argomentazioni volte a dimostrare che esistano circostanze in cui la manipolazione possa essere giustificabile: rifiuta il presupposto naturalistico secondo cui gli uomini siano naturalmente in competizione tra loro e utilizzino tutti gli strumenti a loro disposizione; respingono inoltre l’idea che la manipolazione sia solo uno strumento, neutro per sua natura, la cui finalità dipende dall’utilizzatore, ritenendo che i processi di manipolazione siano concepiti per manipolare e, quindi, per esercitare una violenza sul pubblico; infine, scarta l’idea secondo cui la manipolazione sia un’arma « del debole contro il forte », sottolineando al contrario che essa viene utilizzata soprattutto per sostenere i discorsi dominanti.

L’autore sottolinea il valore di ciò che definisce « libertà di ricezione », che concepisce come controparte della libertà di espressione. Quest’ultima non è generalmente oggetto di dibattito nelle nostre democrazie contemporanee, ma l’autore ritiene che sia insufficiente senza una libertà equivalente, di cui dovrebbe disporre il pubblico: la libertà di non vedersi opporre discorsi che esercitino una violenza nei confronti della propria capacità di giudizio. Egli ritiene che tale diritto a non essere manipolati, un diritto al mantenimento della qualità del discorso in circolazione, dovrebbe avere un valore equivalente al diritto di esprimersi come si desidera, in quanto preserva sia la libertà individuale sia il corretto funzionamento della società.

Sebbene sia opportuno diffidare della censura, l’assenza di norme relative all’uso della parola, legata alla visione estrema della libertà di espressione veicolata dal liberalismo contemporaneo, non rappresenta necessariamente una situazione salutare per la società. Per questo motivo, l’autore prende in considerazione la promozione di norme che regolino l’uso della parola, puntando più alla loro adozione attraverso l’educazione progressiva della società, e quindi alla loro interiorizzazione, piuttosto che a un’imposizione dall’esterno; propone così di rivalutare l’apprendimento della retorica, assimilando i limiti che essa incontra in funzione del rispetto dell’integrità del pubblico.