Mali: Anéfis, un Na San maliano?_di Bernard Lugan
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Nel 1952, a Na San, il generale Salan aveva decimato le forze del Vietminh attirandole in una battaglia frontale. In Mali, dopo aver ottenuto fino a quel momento solo scarsi risultati militari, i russi hanno appena inferto un duro colpo alla coalizione tuareg tendendole la trappola di Anéfis, nella quale essa è caduta.
Dopo cinque giorni di combattimenti, il 9 luglio, l’offensiva tuareg contro l’accampamento di Anéfis, punto nevralgico del Mali settentrionale, si è rivelata un sanguinoso fallimento per i tuareg, schiacciati dalla potenza di fuoco del contingente russo. Tuttavia, a differenza dei Fulani che combattono nella parte meridionale del Sahel, i Tuareg maliani non dispongono di riserve demografiche e non sono riusciti a convincere i loro fratelli del Niger e dell’Algeria a schierarsi dalla loro parte. Inoltre, i loro «cugini minori», gli Imghad e i Daoussak, li combattono… Il loro «serbatoio» di combattenti è stato quindi gravemente intaccato.
Come conseguenza immediata, la diplomazia russa ha imposto la ripresa dei contatti tra l’Algeria e il Mali, i suoi due alleati in guerra. Già dal 10 luglio, l’Algeria e il Mali hanno così annunciato il ritorno dei propri ambasciatori e la riapertura dei propri spazi aerei ai voli civili e militari. La trappola di Anéfis aveva rimescolato le carte e la storia dimostrava, ancora una volta, che non bisogna mai vendere troppo presto la pelle dell’orso russo…
Il numero di agosto 2026, che gli abbonati riceveranno il 1° agosto, conterrà un’analisi approfondita di questa battaglia e delle sue importantissime conseguenze regionali.

MALI : ANÉFIS UN « NA SAN » MALIANO ?
Il 10 luglio 2026, ovvero il giorno successivo alla riconquista di Anéfis da parte delle forze russo-maliane, l’Algeria e il Mali annunciarono il ritorno dei propri ambasciatori e la riapertura dei propri spazi aerei ai voli civili e militari. Il ripristino delle relazioni diplomatiche tra l’Algeria, che sostiene i Tuareg, e il Mali, che li combatte, può cambiare gli equilibri regionali? La questione si pone infatti poiché l’Algeria si trova ormai con le spalle al muro. O continua a fornire aiuto ai combattenti tuareg e la sua rottura con la Russia si accentuerà, oppure, al contrario, dato il mutato contesto, si allinea alla strategia russa che si basa sul rifiuto di qualsiasi secessione in Mali. Un rifiuto condiviso, del resto, da Algeri, che non vuole nemmeno l’indipendenza dell’Azawad, cosa che potrebbe dare idee ai propri tuareg. Le contraddizioni della politica algerina appaiono qui in tutta la loro evidenza.
MALI: L’ANÉFIS, UN «NA SAN» MALIANO?
Nel 1952, a Na San, il generale Salan aveva decimato le forze del Vietminh attirandole in una battaglia frontale. In Mali, mentre fino a quel momento avevano ottenuto solo scarsi risultati militari, i russi hanno inferto un duro colpo alla coalizione tuareg tendendole la trappola di Anéfis, nella quale essa è caduta.
Il 9 luglio, ad Anéfis, nel nord del Mali, dopo cinque giorni di combattimenti, i russi e le FAMa (Forze armate maliane) hanno inflitto pesanti perdite alla coalizione tuareg che riunisce (per il momento) gli indipendentisti del FLA (Fronte di liberazione dell’Azawad) e i tuareg islamisti del JNIM (Jamaat Nusrat al-Islam wal-Muslimin-Al-Qaeda) guidati da Iyad Agh Ghali. Le perdite umane subite dagli assalitori sono tanto più gravi in quanto i tuareg maliani non dispongono di riserve demografiche, essendo la loro popolazione totale stimata a circa meno di un milione di individui suddivisi in diverse confederazioni e clan (vedi l’articolo a pagina 8). In Mali, dopo aver subito perdite significative durante la battaglia di Tin Zawaten nel luglio 2024 contro i combattenti tuareg appoggiati dal confine algerino, i russi erano in una situazione di stallo. Si trovavano infatti di fronte a un problema classico, quello di un esercito convenzionale che deve affrontare una guerriglia che rifiuta gli scontri frontali. Tuttavia, rafforzata dalla vittoria di Kidal dello scorso aprile, la coalizione tuareg guidata da Iyad Agh Ghali, che riunisce gli indipendentisti del FLA (Fronte di liberazione dell’Azawad) e gli islamisti tuareg del JNIM, ha voluto consolidare la propria conquista territoriale tagliando l’asse Gao-Kidal per impedire qualsiasi offensiva delle forze armate maliane verso nord. Ma, per farlo, era necessario prima abbattere il blocco di Anéfis. Ben informati, i russi decisero allora di tendere una trappola ai tuareg, lasciando ad Anéfis solo una guarnigione esca. I Tuareg radunarono quindi tutte le loro forze e le lanciarono all’assalto della guarnigione, preparandosi nel contempo ad attaccare i convogli di soccorso che sarebbero stati inviati dai russi e dalle FAMa.
Le quattro fasi della battaglia di Anéfis
La battaglia di Anéfis (4–9 luglio 2026) si è svolta in quattro fasi: 1) All’alba del 4 luglio, gli assalitori lanciano un’ offensiva simultanea su diverse città del Mali, tra cui Anéfis, Konna, Sofara e Gao. Conquistano la città di Anéfis, mentre le FAMa e i russi dell’Africa Corps si trincerano nel campo militare, che continua a resistere. Nel frattempo, il JNIM conduce attacchi diversivi nel centro e nel sud del Paese per disperdere le forze maliane. 2) Dal 5 al 7 luglio si verificano tentativi di sblocco, ostacolati dalle imboscate tese dai Tuareg. Un primo convoglio partito da Gao viene respinto. Un secondo convoglio parte da Gao il 6 luglio, ma viene a sua volta bloccato da imboscate e droni kamikaze. 3) L’8 i combattimenti si intensificano intorno ad Anéfis, mentre i russi effettuano massicci attacchi aerei. 4) Il 9 luglio, un convoglio riesce a rompere il blocco e a raggiungere Anéfis. Dopo aspri combattimenti, aggira le posizioni dei Tuareg da est. Per evitare di essere a loro volta circondati, questi ultimi lanciano nuovi attacchi, ma, schiacciati dai raid russi, subiscono pesanti perdite umane e materiali. In serata, l’accampamento viene liberato e gli assalitori si ritirano. Il 10 luglio, lo stato maggiore maliano annuncia ufficialmente la riconquista di Anéfis e, in una conferenza stampa, illustra in dettaglio la strategia seguita dalle forze russo-maliane che, secondo lui, consisteva nel lasciare che i gruppi armati tuareg concentrassero le loro forze, per poi colpirli massicciamente prima di rompere l’assedio Il bilancio umano e materiale dei combattimenti, che non è ancora stato chiaramente stabilito, varia naturalmente molto a seconda delle fonti: – Secondo le FAMa / Africa Corps, più di 1.000 combattenti tuareg sarebbero stati neutralizzati e 14 veicoli corazzati distrutti. Alcune fonti russe parlano a loro volta di 2.000 combattenti uccisi e diverse decine di veicoli distrutti, ma nulla viene a confermare un simile bilancio. Secondo lo stato maggiore maliano, tra i morti figuravano il primo vice del capo dell’FLA, Mbarek Agh Akli, nonché il «braccio destro» del capo del JNIM, Abderrahman Zaza. – Da parte loro, i tuareg non forniscono dati sulle perdite, limitandosi ad affermare di aver inflitto alle FAMa e ai russi le loro «perdite più gravi» nella regione. Le uniche perdite confermate sono un elicottero Mi-24 e un aereo non identificato. Il FLA afferma tuttavia di aver perso «alcuni dei suoi figli migliori», il che lascia intendere che le perdite siano state effettivamente significative. Ciononostante, le capacità militari della coalizione tuareg sembrano ancora concrete, poiché sabato 18 luglio un convoglio logistico delle FAMa, partito da Anéfis per raggiungere Gao, è caduto in un’ imboscata molto sanguinosa. Un’imboscata che suscita perplessità, poiché la scorta russa del convoglio, che apriva la strada, precedeva di tanto i veicoli che avrebbe dovuto proteggere da essere già arrivata a Gao quando il convoglio delle FAMa è stato massacrato nell’ imboscata…
Un’altra analisi degli scontri di Anefis
«La coalizione tuareg ha dimostrato di poter bloccare un asse, decimare i convogli e abbattere un elicottero, (…) ma non ha dimostrato di poter conquistare e mantenere il controllo. Bamako e Mosca, dal canto loro, nascondono una verità ancora più sconcertante: ci sono voluti 6 giorni, 2 convogli, un rapporto di 2 mercenari russi per ogni soldato maliano e ausiliari tuareg del GATIA e del MSA, i «figli del deserto» gli unici in grado di interpretare il terreno, per rifornire un accampamento situato a un centinaio di chilometri da Gao. Lo Stato maliano ha dimostrato di poter sopravvivere ad Anéfis, non di controllare la strada che vi conduce. Controlla il campo per procura, con i russi nei cieli e i tuareg a terra, e il discorso sovranista viene così polverizzato dalle sue stesse cifre (…). (…) Anéfis ha appena dimostrato alle due parti belligeranti, e soprattutto ai loro sostenitori, che la soluzione militare è un pozzo senza fondo, che ogni rifornimento alla guarnigione costa ormai una battaglia in campo aperto e che l’ logoramento non produce alcun vincitore, ma solo comunicati stampa. (…) La verità di Anéfis è inquietante: quella di uno Stato che mantiene il proprio territorio solo grazie alla forza delle ali altrui, di fronte a una coalizione che non è ancora in grado di strapparglielo, e di una guerra che, in mancanza di un possibile vincitore, non produce altro che narrazioni. » Sambou Sissoko su Sahel Horizon, 15 luglio 2026.
CHI SONO I TUAREG DEL MALI?
In Mali, la popolazione tuareg è stimata a poco più di 800.000 persone, ma si tratta solo di una stima, poiché non disponiamo di dati ricavati dai censimenti che la riguardano.

I gruppi clanici tuareg costituiscono un’alchimia sociale fondata su tre criteri strutturanti: la filiazione matrilineare, la gerarchia tra nobili e tributari e l’appartenenza a confederazioni composte da clan a loro volta formati da lignaggi nobili, tributari o servili. In Mali, la confederazione tuareg politicamente dominante è quella dei Kel Adagh / Kel Ifoghas, meglio nota con il nome di Ifora, il cui cuore territoriale è la regione di Kidal, Tessalit, Aguelhok. Il FLA e il JNIM sono composti essenzialmente da membri Ifora. Poiché la popolazione Ifora è stimata tra 100.000 e 150.000 persone, le perdite subite ad Anéfis rappresentano quindi una vera e propria emorragia demografica. In Mali sono presenti anche altri gruppi tuareg. Tra questi gli Idnan della regione di Gao-Ménaka, una confederazione dalla reputazione guerriera legata agli Ifora, la cui popolazione è stimata a meno di 100.000 persone e alcuni dei cui lignaggi combattono a fianco delle FLA e del JNIM. Gli Imghad (o Tuareg «neri»), un tempo vassalli degli Ifora, sono i più numerosi tra tutti i Tuareg del Mali, poiché la loro popolazione è stimata a poco più di 200.000 persone. Molti dei loro clan combattono a fianco delle FAMa all’interno di una milizia denominata GATIA (Gruppo di autodifesa tuareg Imghad e alleati).

I DUE CONFLITTI DEL MALI
Fin dall’inizio del conflitto, nel periodo 2011-2014, la mia analisi si basa su una constatazione che all’epoca i decisori francesi non hanno voluto ammettere, ovvero che non siamo di fronte a un unico conflitto, ma a due conflitti distinti.
Questi due conflitti hanno origini diverse e la loro gestione richiede quindi mezzi diversi. Si tratta di: 1) Il conflitto tra federalisti e indipendentisti del nord, scatenato nel 2011 dai Tuareg. 2) Il successivo contagio islamico-fulani nel sud, nel Macina, in Burkina Faso e nella regione delle Tre Frontiere. La messa in luce di questa realtà, che andava contro le visioni dell’Eliseo – e che spiega la mia espulsione dall’ ESM di Coëtquidan e dalla Scuola di Guerra –, si basa sulla differenza di natura tra questi due conflitti: 1) Il primo, quello del nord, è di natura politico-etnica poiché ha origine dal posto riservato ai Tuareg all’interno del Mali unitario. Un posto che viene loro negato dall’etno-matematica elettorale, poiché costituiscono solo il 5% della popolazione del paese. 2) Il secondo, o più precisamente i secondi, poiché sono molteplici, sono quelli del sud. Complessi, intricati, invischiati nel jihadismo, le modalità di gestione che li riguardano sono diverse da quelle del primo. Contrariamente alla politica seguita dai decisori dell’ Eliseo, ho sempre difeso la linea che consiste nel spegnere innanzitutto il conflitto del nord, quello dei Tuareg, quello che, per effetto a catena, ha innescato gli altri, per poter poi concentrare gli sforzi sui conflitti del sud opportunamente presi in mano dal jihadismo. I russi sembrano aver compreso questa realtà, il che ovviamente non significa che avranno successo nella loro politica, tanto il loro comportamento sul campo è infatti spesso fuori luogo e persino erratico rispetto alle pratiche locali.

L’ALGERIA DOVRÀ SACRIFICARE I TUAREG?
Mentre era in corso la battaglia di Anéfis, la Russia imponeva la ripresa dei contatti all’Algeria e al Mali, i suoi due alleati in guerra. Il 10 luglio, all’indomani della vittoria russo-maliana ad Anéfis, l’Algeria e il Mali annunciarono così il ritorno dei propri ambasciatori e la riapertura dei propri spazi aerei ai voli civili e militari, aprendo così una nuova pagina nella geopolitica regionale. Ma la grave controversia algerino-maliana verrà forse cancellata o messa da parte a favore di interessi «superiori»? I prossimi mesi lo diranno.
La controversia tra Algeria e Mali si basa su un dato fondamentale: Algeri ha sempre sostenuto i movimenti tuareg, senza però fornire loro i mezzi per prevalere su Bamako. La preoccupazione dei leader algerini è infatti quella di fare di tutto per evitare la creazione di uno Stato tuareg sulle macerie del Mali, cosa che potrebbe dare idee ai propri tuareg, dato che il sud dell’Algeria è la cassa di risonanza dei problemi saharo-saheliani. Eppure, da diversi mesi, l’Algeria è intrappolata nelle «dinamiche» saheliane che non controlla più. Le autorità maliane la accusano, a ragione, di ingerenza attraverso i gruppi tuareg, mentre Algeri, preoccupata per la destabilizzazione del nord del Mali, cerca di proteggere i propri confini meridionali per evitare un contagio in termini di sicurezza verso Tamanrasset e l’Hoggar. La tensione tra Algeri e Bamako è stata aggravata dalla distruzione di un drone maliano da parte dell’esercito algerino vicino al confine comune nel marzo-aprile 2025, dalla decisione di Bamako di porre fine all’Accordo di Algeri del 2015, di cui l’Algeria era il principale mediatore, e dalle accuse di sostegno algerino ai gruppi armati che, il 25 aprile 2026, hanno condotto attacchi coordinati nel corso dei quali il ministro della Difesa maliano, Sadio Camara, è stato ucciso. Se fosse confermata, la «normalizzazione» tra Bamako e Algeri sarebbe il risultato dell’attiva diplomazia del ministro degli Affari esteri russo, Sergej Lavrov. Nel quadro della ridefinizione del «grande gioco» mediterraneo-sahariano-saheliano che Mosca sta cercando di avviare, il riavvicinamento tra il Mali e l’Algeria, i suoi due alleati in contrasto tra loro, è un presupposto fondamentale. Mosca ha quindi messo sul piatto della bilancia l’idea che la pace favorirebbe la priorità algerina, ovvero la realizzazione del gasdotto trans-sahariano Nigeria-Algeria. Tuttavia, questo colossale progetto non può vedere la luce senza un minimo di sicurezza, sia in Niger che in Mali. Ma per Algeri il tempo stringe, poiché il progetto concorrente del Marocco per il collegamento del Sahel con l’Atlantico sta procedendo (vedi mappa a pagina 9). In occasione di un vertice ordinario a Freetown, i capi di Stato della Commissione della Comunità economica degli Stati dell’Africa occidentale (CEDEAO) hanno infatti firmato, domenica 19 luglio, un accordo intergovernativo che approva la costruzione di questo gasdotto destinato a collegare la Nigeria al Marocco. L’Algeria si trova quindi con le spalle al muro, sia nei confronti dei Tuareg che del Polisario. Dovrà infatti fare una scelta poiché, in entrambi i casi, sembra che coloro che sostiene da anni le stiano ormai creando problemi e costituiscano addirittura un ostacolo ai suoi reali interessi. Ma se li abbandonasse, rischierebbe allora di perderne completamente il controllo, con il rischio di una grave destabilizzazione di tutto il suo spazio sahariano. Infatti, se l’Algeria smettesse di aiutare i Tuareg, questi perderebbero la loro base logistica. E poiché i russi hanno chiaramente annunciato che, insieme alle FAMa, avrebbero lanciato un’offensiva su Kidal al fine di ristabilire l’autorità di Bamako su l’intero Paese, il loro mezzo secolo di lotta non sarebbe quindi servito a nulla. Potrebbero allora rivolgersi contro Algeri, accusandola di averli utilizzati per poi tradirli.