Sykes-Picot, il confine originario _ da Conflits
Sykes-Picot, il confine originario
a cura di Rivista Conflits
Prima puntata della nostra serie estiva «I confini inaspettati». Dietro ogni confine assurdo, c’è un momento in cui alcuni uomini hanno deciso il destino di popoli che non conoscevano.
Nel 1916, due diplomatici, uno britannico e uno francese, tracciarono in segreto i futuri confini del Medio Oriente su una mappa dello Stato Maggiore.
Un secolo dopo, dalla Siria all’Iraq, questa divisione rimane una delle linee di conflitto più accese al mondo — e oggetto di un mito che va saputo relativizzare.
Esiste una mappa, conservata negli archivi britannici, sulla quale una linea tracciata a matita rossa si snoda in diagonale, dal Mediterraneo al confine persiano. Questa linea, tracciata nel 1916 da due uomini che non avrebbero mai immaginato di plasmare il destino di milioni di persone, è diventata il simbolo di tutti i confini imposti dall’esterno. Si chiama linea Sykes-Picot, dal nome dei suoi autori. E un secolo dopo, continua a causare sofferenze.
Due uomini, una mappa, un impero da spartirsi
Siamo nel pieno della Prima guerra mondiale. L’Impero ottomano, alleato della Germania, sembra destinato alla sconfitta, e le potenze dell’Intesa prevedono già il suo smembramento — ciò che le cancellerie europee definiscono la «questione d’Oriente». Londra e Parigi incaricano due diplomatici di concordare la spartizione delle spoglie: il britannico Mark Sykes e il francese François Georges-Picot, con il consenso della Russia zarista.
L’accordo, firmato nel maggio 1916 con il nome ufficiale di «accordo dell’Asia Minore», è di una semplicità brutale. Una linea separa una zona di influenza francese a nord — l’attuale Siria e Libano — da una zona britannica a sud — l’odierno Iraq e Giordania. Alla Palestina, invece, doveva essere attribuito uno status internazionale. La suddivisione non aveva, in sostanza, nulla a che vedere con le realtà etniche, religiose o tribali del territorio: mirava a spartire il bottino tra due imperi. Si dice che Churchill abbia ideato la Giordania nel corso di un pomeriggio di riflessione; sotto la pressione dei cattolici libanesi, la Francia ampliò il Libano a spese della Siria.
La suddivisione non aveva nulla a che vedere con la realtà sul campo: mirava a spartire il bottino tra due imperi.
Il tradimento svelato
Il segreto non durò a lungo. Nel novembre 1917, i bolscevichi, appena saliti al potere in Russia, resero pubblico l’accordo per mettere in imbarazzo le potenze imperialiste. Lo scandalo fu enorme. Infatti, Londra aveva, nel frattempo, moltiplicato le promesse contraddittorie: agli arabi, nella corrispondenza McMahon-Hussein, si era fatto sperare in un grande regno arabo indipendente in cambio della loro rivolta contro gli ottomani; ai sionisti, con la dichiarazione Balfour del 1917, si prometteva una «patria nazionale ebraica» in Palestina. Almeno tre promesse per le stesse terre.
I nazionalisti arabi si sentirono traditi, e quel tradimento fondante alimentò a lungo la diffidenza nei confronti dell’Occidente. L’accordo, formalizzato e modificato alla conferenza di San Remo nel 1920 e successivamente tradotto nel sistema dei mandati della Società delle Nazioni, divenne il modello su cui si basarono i confini della Siria, dell’Iraq, del Libano e della Giordania moderni. Stati disegnati, secondo la formula consolidata, per la convenienza degli imperi piuttosto che per la coerenza dei popoli.
Una ferita ancora aperta
Perché questa linea rimane così scottante? Perché gli Stati che ne sono scaturiti portano in sé le contraddizioni della loro nascita. Un Iraq a maggioranza sciita governato a lungo da una minoranza sunnita; una Siria frammentata in fazioni confessionali rivali; un Libano costruito su un fragile equilibrio comunitario; e, ovunque, un grande assente: il popolo curdo, sparpagliato tra quattro Stati senza averne ottenuto nessuno. Le tensioni che osserviamo oggi affondano, in parte, le loro radici in quei confini tracciati un secolo fa.
Il simbolo è stato del resto riportato in auge con grande clamore. Nel 2014, quando lo Stato Islamico si impadronì di un territorio a cavallo tra Iraq e Siria, filmò la distruzione con un bulldozer di un posto di frontiera tra i due paesi e proclamò la «fine dell’accordo Sykes-Picot». La messa in scena era calcolata: cancellare quella linea significava pretendere di abolire un secolo di umiliazioni imposte dall’Occidente. Più recentemente, il crollo del regime di Bashar al-Assad e la ricomposizione della Siria hanno rilanciato le speculazioni su un’eventuale ridefinizione dei confini ereditati dal 1916.
Il mito e le sfumature
Resta il fatto che bisogna guardarsi dal considerare il Sykes-Picot come una spiegazione onnicomprensiva. Gli storici ricordano che l’accordo del 1916 non fu mai applicato tal quale: fu ampiamente modificato dopo la guerra, e i confini definitivi furono il risultato di altre conferenze, altri compromessi, altri rapporti di forza. Considerare questa sola linea come l’unica causa di tutti i mali del Medio Oriente significa cedere a una lettura semplicistica — e, paradossalmente, attribuire ai due diplomatici un potere demiurgico che in realtà non avevano.
La verità è più sottile, e più inquietante. L’accordo Sykes-Picot non è la causa meccanica di ogni conflitto regionale; ne è piuttosto la ferita originaria, il simbolo di un metodo. Perché ciò che questo accordo incarna, e ciò che apre la nostra serie, è il gesto stesso: quello di uomini lontani, riuniti in un ufficio, che tracciano su una mappa il destino di popolazioni che non conoscevano e che non hanno mai consultato. Prima del 1916, il mondo arabo era uno spazio ottomano imperfetto ma continuo, multietnico e pre-nazionale. Dopo il 1920, divenne un mosaico di Stati artificiali. L’intera serie che si apre si riassume in questa lezione: un confine non è mai innocente, e i tratti di matita dei potenti diventano, per i popoli, linee di frattura che durano secoli.

Prossima puntata: la linea Durand, il confine che l’Afghanistan non ha mai riconosciuto.