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Federico II e l’eurasiatismo: due visioni dell’impero _ di Constantin von Hoffmeister

Federico II e l’eurasiatismo: due visioni dell’impero

Civiltà e diversità

Constantin von Hoffmeister8 luglio∙Pagato
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La storia spesso ritorna alle stesse domande, anche quando offre risposte diverse. Un’epoca parla attraverso i re, un’altra attraverso i filosofi. Una lotta per castelli e rotte commerciali, un’altra per la tecnologia, l’economia e l’equilibrio di potere tra i continenti. Eppure, al di sotto di queste differenze esteriori si cela un problema ricorrente: come possono tanti popoli convivere all’interno di un unico ordine politico senza omologarsi? Il pensatore tedesco della Nuova Destra Wolfgang Strauss (1931-2014) trova una risposta nella figura di Federico II (1194-1250), l’imperatore del Sacro Romano Impero che governò dalla Sicilia e si trovava al crocevia tra l’Europa e il Mediterraneo orientale. Il filosofo russo Alexander Dugin (nato nel 1962) affronta la stessa questione dal punto di vista della geopolitica contemporanea attraverso la sua teoria dell’eurasiatismo. Sebbene Strauss guardi al mondo medievale mentre Dugin si occupi della geopolitica contemporanea, entrambi cercano di comprendere come l’unità politica possa coesistere con una duratura diversità etnoculturale. Le loro risposte differiscono per aspetti importanti, ma entrambe mettono in discussione presupposti consolidati nell’era moderna.

Strauss presenta Federico II come un sovrano che non può essere compreso attraverso le categorie del nazionalismo successivo. Il suo impero non era concepito per creare un popolo unico, parlante una sola lingua e sotto un’amministrazione uniforme. Al contrario, riunì tedeschi, italiani, greci, arabi, ebrei e molte altre comunità le cui storie precedevano di gran lunga il suo regno. La Sicilia stessa rifletteva secoli di influenze romane, bizantine, arabe e normanne, rendendola una delle regioni più eterogenee dell’Europa medievale. Federico non ereditò una tabula rasa su cui costruire un nuovo ordine politico. Ereditò la complessità. Strauss sostiene che il suo successo non consistette nell’appiattire questa complessità, ma nel governare attraverso di essa. Legge, diplomazia, cultura e amministrazione divennero strumenti per mantenere una struttura politica sufficientemente ampia da contenere molteplici tradizioni senza pretendere che alcuna di esse cessasse di esistere.

Dugin parte da un mondo plasmato da forze diverse. L’industrializzazione, le comunicazioni globali, i mercati internazionali e gli stati moderni hanno trasformato la vita politica in modi inimmaginabili nel XIII secolo. Eppure, egli sostiene che, al di là di questi cambiamenti, le unità più profonde della storia rimangono le civiltà, piuttosto che individui o stati isolati. Le civiltà si sviluppano nel corso dei secoli attraverso la religione, la lingua, la memoria collettiva, la geografia e le istituzioni ereditate. Non possono essere semplicemente riprogettate secondo un modello universale. Da questa prospettiva, l’eurasiatismo è meno una descrizione geografica e più un tentativo di comprendere come diversi centri di civiltà coesistano all’interno del sistema internazionale. Dugin si interroga quindi sulla possibilità che un singolo modello politico o culturale possa rappresentare adeguatamente società con esperienze storiche profondamente diverse. La sua argomentazione riguarda il presente, ma si rifà a dibattiti precedenti sulla diversità e l’ordine politico.

Strauss descrive l’impero medievale come qualcosa di fondamentalmente diverso dallo stato-nazione centralizzato emerso molti secoli dopo. L’autorità fluiva attraverso lealtà sovrapposte, costumi regionali, privilegi locali e istituzioni imperiali, piuttosto che attraverso una completa uniformità amministrativa. Federico governò su territori molto diversi tra loro e che spesso conservavano le proprie tradizioni giuridiche. Allo stesso modo, Dugin sostiene che ampi spazi politici non necessariamente eliminano le differenze storiche tra i popoli che li abitano. Sebbene le forme istituzionali di cui parla appartengano al mondo moderno, egli rifiuta analogamente l’assunto che la stabilità politica richieda una completa standardizzazione culturale. In entrambi i casi, l’impero appare meno come una macchina per produrre uniformità e più come una struttura capace, almeno in teoria, di accogliere la diversità all’interno di un quadro politico più ampio.

Anche la religione occupa un posto centrale in entrambe le visioni, sebbene non in modo identico. Strauss descrive Federico come un sovrano insolitamente disposto a interagire con il mondo islamico attraverso la diplomazia, gli studi e la negoziazione. La sua riconquista di Gerusalemme durante la Sesta Crociata, ottenuta in gran parte tramite trattati piuttosto che con una guerra prolungata, illustra uno stile politico che spesso privilegiava l’accordo pratico allo scontro militare. La corte di Federico attrasse studiosi interessati alla filosofia, alla medicina, all’astronomia e alle scienze naturali provenienti da diverse tradizioni. Dugin affronta la religione in modo diverso. Invece di concentrarsi sulla diplomazia di un singolo sovrano, considera le tradizioni religiose come elementi essenziali nella formazione storica delle civiltà stesse. Cristianesimo, Islam, Buddismo, Induismo e altre tradizioni diventano parte della lunga memoria storica attraverso cui le civiltà comprendono se stesse.

Anche la geografia gioca un ruolo decisivo. Strauss torna ripetutamente sull’importanza della Sicilia e del Mediterraneo, dove Europa, Africa e Asia si incontravano attraverso il commercio, la diplomazia e le migrazioni. L’impero di Federico occupava una posizione strategica che collegava questi mondi. Idee, merci e persone attraversavano costantemente il mare, rendendo il Mediterraneo non tanto una linea di demarcazione quanto una zona di contatto. Dugin amplia notevolmente questa prospettiva geografica. La sua analisi si estende all’immensa massa continentale dell’Eurasia e considera come montagne, pianure, fiumi, coste e frontiere strategiche influenzino lo sviluppo politico nel lungo periodo. In entrambi gli studi, la geografia non è mai semplicemente un terreno fisico. Essa plasma gli scambi economici, la strategia militare, l’interazione culturale e l’esperienza storica. Le idee politiche, suggeriscono, emergono in parte dai paesaggi in cui si sviluppano le civiltà.

Strauss scrive come interprete della storia medievale. Il suo obiettivo principale è comprendere un imperatore straordinario nel contesto politico e intellettuale del XIII secolo. Le prove provengono da cronache, riforme giuridiche, diplomazia e dalle istituzioni del Sacro Romano Impero e del Regno di Sicilia. Dugin, invece, scrive come filosofo politico contemporaneo, affrontando questioni sollevate dall’ordine internazionale del XXI secolo. Gli esempi storici servono a supportare le sue argomentazioni teoriche più ampie, piuttosto che costituirne l’oggetto principale. Strauss, pertanto, ricostruisce un caso storico, mentre Dugin costruisce un’impalcatura filosofica. Questa distinzione è importante perché la spiegazione storica e la teoria politica perseguono obiettivi diversi, anche quando esaminano temi correlati.

Un’altra importante differenza riguarda il ruolo dell’individuo. Strauss pone Federico stesso al centro della sua narrazione. L’intelligenza, l’istruzione, la curiosità e le capacità amministrative dell’imperatore contribuiscono a spiegare il carattere distintivo del suo regno. La sua personalità diventa una forza storica a sé stante. Dugin, al contrario, attribuisce molta più importanza alle civiltà come attori collettivi. I singoli leader possono influenzare gli eventi, ma operano all’interno di comunità storiche la cui identità si è sviluppata nel corso dei secoli. La forza motrice della storia si sposta quindi dai sovrani eccezionali alle formazioni culturali durature. Una prospettiva privilegia la biografia, l’altra la continuità storica. Insieme, illustrano due diversi metodi per spiegare il cambiamento politico.

Il confronto solleva anche questioni più ampie sul significato dell’ordine politico. Le discussioni moderne spesso presuppongono che le grandi strutture politiche sopprimano inevitabilmente le identità locali, sostituendole con un’uniformità centralizzata. Strauss complica questa ipotesi presentando un impero medievale che ha preservato una considerevole diversità regionale pur mantenendo un’autorità sovraordinata. Gli storici continuano a dibattere sull’efficacia pratica di questo equilibrio, ma l’esempio stesso mette in discussione le narrazioni storiche semplicistiche. Analogamente, Dugin sostiene che le grandi formazioni politiche non debbano necessariamente cancellare le distinzioni storiche se sono organizzate attorno al riconoscimento della pluralità delle civiltà piuttosto che all’omogeneizzazione culturale. Che si condivida o meno l’una o l’altra interpretazione, entrambe incoraggiano un riesame di presupposti che vengono spesso considerati ovvi.

Così la strada serpeggia attraverso i regni della memoria, dove le pietre degli antichi palazzi ricordano ancora il passo di imperatori dimenticati, e dove i fiumi portano i nomi di popoli da tempo scomparsi dalla terra. Là l’aquila volteggia sopra montagne e mare, non vedendo solo Oriente né Occidente, ma l’intero orizzonte sotto i cieli mutevoli. I troni crollano, gli stendardi svaniscono e le voci dei re si spengono, eppure l’opera di ogni generazione rimane la stessa: unire la giustizia alla forza, la saggezza al potere, e molti popoli in una pace che non richieda l’oblio. Perché ogni impero costruito solo sulla spada si disperde come polvere al vento, ma ogni regno che onora la memoria dei suoi popoli, la misura della terra e l’ordine scritto nel tempo stesso lascia dietro di sé una luce che né secoli né rovine possono spegnere del tutto.

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