Italia e il mondo

Rassegna stampa tedesca. 76a puntata a cura di Gianpaolo Rosani

Trump ha spostato i confini di ciò che si può pensare e dire. Avrebbe voluto, in occasione del 250°
anniversario che gli Stati Uniti celebrano in questi giorni, spostare anche i confini fisici del Paese,
oltre il Canada e la Groenlandia. Quello che inizialmente era stato liquidato come una stravaganza
narcisistica, ora appare sempre più a molti osservatori come un disturbo patologico. Da parte sia
politica che medica vengono poste domande urgenti, sempre più spesso anche da repubblicani
che non sono più disposti a seguire incondizionatamente il presidente. E se si trattasse davvero di
una forma di follia: quali conseguenze avrebbe? E come si dovrebbe affrontarla? «Trump è un
narcisista maligno». Il termine implica quattro elementi di struttura della personalità: la mania di
grandezza e il bisogno permanente di ammirazione; la psicopatia e la mancanza di empatia; il
pensiero paranoico, secondo cui chi la pensa diversamente rappresenta costantemente una
minaccia; nonché il sadismo. «Abbiamo a che fare con qualcuno che prova piacere nel ferire le
persone e nel distruggere le cose. Questo gli dà un senso di potere».

STERN
02.07.2026
PRÄSIDEMENT
I suoi momenti di smarrimento si stanno moltiplicando, gli ex collaboratori lanciano l’allarme. Donald
Trump sta perdendo il controllo di sé stesso – e della sua carica? La situazione potrebbe diventare molto
pericolosa

Di Marc Etzold e Leonie Scheuble
Il 16 marzo di quest’anno, il presidente degli Stati Uniti d’America ha rivelato quasi per caso che il deputato Neal Dunn soffriva di una malattia «incurabile» e che i medici gli avevano pronosticato che sarebbe «morto entro giugno».

«Il male più grande della schiavitù era il mito secondo cui i bianchi fossero migliori dei neri».
Questo vecchio schema di pensiero esiste ancora. Per Trump, l’anniversario dell’indipendenza è
l’occasione per raccontare una storia immacolata della democrazia americana. La schiavitù è una
nota a piè di pagina che sui siti web governativi dedicati all’anniversario ricorre solo quando si
parla degli sforzi compiuti all’epoca per abolirla. I parchi nazionali e i parchi storici sono chiamati a
rivedere i propri contenuti. Anche se una giudice federale ha recentemente sospeso in via
provvisoria il decreto: la storia non può essere riscritta con il Tipp-Ex. Ci sono cose per cui
dovremmo collettivamente piangere e provare rammarico: chi parla solo del «miglior paese di tutti i
tempi» e di gloriose conquiste, non riconosce tutti gli aspetti della storia americana.


01.07.2026
Il vecchio male
In occasione del 250° anniversario degli Stati Uniti, Donald Trump impone una narrazione storica
patriottica. In Alabama, un attivista per i diritti civili si oppone

Di Sofia Dreisbach, Montgomery
Nel settembre 1959 un giudice federale dell’Alabama stabilì che la segregazione razziale nei parchi pubblici
di Montgomery era illegale. La città reagì.

La domanda se la sinistra politica abbia una parte di responsabilità nel successo delle forze di
destra preoccupa un numero crescente di Verdi. Sono preoccupati per la democrazia, ma anche
per i propri risultati elettorali. Sono più i giovani uomini che le donne a votare per partiti di destra o
di estrema destra. Il 25,2 per cento degli uomini tra i 18 e i 24 anni ha votato per l’AfD, partito di
estrema destra, alle ultime elezioni federali. Tra le donne della stessa fascia d’età la percentuale
era solo del 12,6 per cento. I Verdi ottengono risultati particolarmente deludenti soprattutto tra i
giovani uomini. Tra i Verdi ci sono sempre più politici che ritengono che il femminismo abbia
destabilizzato e spaventato i giovani uomini. Nella lotta per i diritti delle donne qualcosa è rimasto
indietro, scrivono 13 Verdi in un manifesto finora inedito. Il loro partito ha definito ciò che gli uomini
non dovrebbero essere: non violenti, non dominanti, non oppressivi. «Ma abbiamo dimenticato di
proporre cosa possa essere invece la mascolinità», si legge nel testo. «Abbiamo creato un vuoto,
e in questo vuoto stanno ora tornando a riversarsi le vecchie immagini».

03.07.2026
I Verdi al maschile
I leader politici dei Verdi sono insoddisfatti della loro immagine da “morbidi” e hanno redatto un
manifesto per una nuova immagine maschile: da oggi sono consentiti sia l’allenamento in palestra che le
auto potenti

di Christoph Schult
Un venerdì mattina alle dieci, Anton Hofreiter entra nella Marie-Elisabeth-Lüders-Haus nel quartiere
governativo di Berlino. L’ufficio del presidente della commissione per gli affari europei si trova nell’edificio
sulla riva opposta della Sprea, ma oggi Hofreiter ha altri programmi.

Trump è stato rieletto una seconda volta, ha messo in secondo piano lo Stato di diritto, ha fatto
dare la caccia agli immigrati dagli agenti dell’ICE e ha conferito al Paese tratti autocratici. Amo
comunque ancora gli Stati Uniti, ma devo giustificarmi sempre più spesso per questo. Perché non
riesco a fare altrimenti, perché molti tedeschi non riescono a fare altrimenti e perché va comunque
bene così.

03.07.2026
Si possono ancora amare gli Stati Uniti?
Buon compleanno, America! Ti faccio gli auguri come si fa con un ex che si continua a rimpiangere

Di Philipp Oehmke
I primi dubbi mi sono venuti dopo circa due ore in una spoglia stanza seminterrata dell’aeroporto di Los
Angeles. Era l’estate del 2021, il mondo era in preda ai lockdown per il Covid, Joe Biden era presidente degli
Stati Uniti, Donald Trump sembrava ormai un ricordo del passato. Le restrizioni all’ingresso erano ancora in
vigore, ma poiché avevo vissuto negli Stati Uniti poco prima,

La lotta per le maggioranze al Congresso USA si preannuncia estremamente serrata. Alla Camera
dei Rappresentanti vengono riassegnati tutti i 435 seggi, mentre al Senato sono in palio 33 seggi.
Per ottenere la maggioranza al Senato, i democratici dovrebbero difendere tutti i propri seggi – tra
cui quello della Georgia – e conquistarne altri quattro. Nella maggior parte degli Stati e dei collegi
elettorali, le preferenze di partito sono così consolidate che l’esito si profila già all’orizzonte. Ma in
alcuni casi la situazione è diversa – e questi potrebbero rivelarsi decisivi alla fine. La corsa al
Senato è ancora aperta soprattutto nel Maine, nel Michigan e nell’Ohio. Altri sei Stati sono
considerati contesi.

01.07.2026
L’ora dei democratici?
Il presidente degli Stati Uniti è più impopolare che mai. Alle elezioni di medio termine di novembre, gli
americani potrebbero fare i conti con la politica di Trump e punire i repubblicani – a patto che le figure
chiave dei democratici non commettano errori

di Dana Heide, Atlanta, Washington
Jon Ossoff non si perde nemmeno il tempo di attaccare il suo diretto avversario repubblicano. Fin dall’inizio
del suo discorso elettorale ad Atlanta alla fine di maggio, il senatore democratico della Georgia preferisce
attaccare direttamente il presidente degli Stati Uniti.

Negli ultimi mesi la coalizione ha preso sempre più coscienza di quanto il «shock cinese» pesi
sull’industria tedesca: i produttori cinesi stanno recuperando terreno dal punto di vista tecnologico
in un numero sempre maggiore di settori chiave, invadendo il mercato mondiale con
sovraccapacità sostenute dallo Stato e una politica dei prezzi aggressiva. Tra il 2019 e il 2025 la
competitività in termini di prezzi dell’economia tedesca si è fortemente deteriorata rispetto alla
Cina, ma non rispetto ai principali partner commerciali tedeschi nel loro complesso; forse la
Germania non presenta una debolezza competitiva così grave come spesso si presume. Il
problema è soprattutto la Cina.

01.07.2026
La base industriale si sta erodendo
Berlino e Bruxelles inaspriscono la politica nei confronti della Cina. Pechino si mostra disposta al dialogo.
Un cedimento – o uno stratagemma?

Di M. Greive, J. Hanke, M. Koch, J. Olk – Berlino, Bruxelles
Riduzione della burocrazia, riforme in corso in materia fiscale e sul mercato del lavoro: questi sono i temi
all’ordine del giorno della riunione della commissione di coalizione di mercoledì.

L’Unione Europea investe solo una minuscola somma per difendere la verità. Tuttavia, non si tratta
solo di denaro, ma anche di atteggiamento di fondo. Ci difendiamo cercando di smascherare le
menzogne dopo che si sono diffuse. Questo non basta: dobbiamo anticipare la propaganda.
Abbiamo bisogno di qualcosa di più che semplici azioni a breve termine. Sia la Russia che la Cina
pianificano le loro strategie di informazione con decenni di anticipo. Dovremmo fare lo stesso. Ciò
significa che dobbiamo fornire maggiori risorse e sostegno ai professionisti dei media moderni –
influencer, podcaster, artisti digitali, futuristi, analisti e visionari. Essi plasmano il pensiero e i
sentimenti di milioni di persone. Dobbiamo investire nelle piattaforme, nelle voci e nei formati che
raggiungono le persone oggi.


05-06.07.2026
Difendere la verità: l’Europa deve anticipare la
propaganda
La Russia spende ogni anno quasi due miliardi di dollari in propaganda. L’attività mediatica della Cina è
ancora più estesa e nebulosa. L’Unione Europea investe solo una minuscola frazione di queste somme

Di Pekka Kallioniemi – è uno studioso e blogger finlandese. Svolge ricerche e scrive di propaganda e disinformazione sui social media
e si è occupato, tra l’altro, in modo approfondito delle relative campagne russe

Paesi come la Russia e la Cina puntano già da anni sulla disinformazione. Non solo mentono, ma lo fanno a
gran voce, costantemente e su tutte le piattaforme.

Cosa sta succedendo quindi tra AfD e BSW? E quale calcolo sta alla base di questo
corteggiamento? Il fatto è che per entrambi i partiti le cose potrebbero andare meglio in questo
momento. Ed entrambi sanno che devono fare qualcosa. L’AfD ha recentemente perso terreno
politico per la prima volta dopo molto tempo. Nei sondaggi si attesta tra il 22 e il 23 per cento, il
risultato peggiore dalle elezioni federali. Allo stesso tempo, nonostante la sua forza, al partito
manca una chiara prospettiva di potere. Per questo motivo l’AfD è attualmente alla ricerca di un
partner. I nemici comuni favoriscono un avvicinamento: il BSW di Wagenknecht è l’unica opzione
realistica. Non perché ci si piaccia particolarmente a vicenda, ma perché si hanno gli stessi nemici:
i «partiti tradizionali» CDU, SPD e Verdi.


05-06.07.2026
AfD e BSW si avvicinano: il flirt degli outsider
politici
La politica del “muro di contenimento” ha reso l’AfD sempre più forte e non dovrebbe essere portata
avanti

Di Thorsten Metzner e Dennis Pohl
È un flirt un po’ strano quello che si sta attualmente sviluppando tra l’AfD e il BSW. Qualche giorno fa, in
Turingia, i capigruppo dei due partiti nel Landtag si sono incontrati per un colloquio.

Il successo di Vannacci costringe Meloni a combattere sul suo terreno politico – su temi quali
l’immigrazione, l’identità nazionale, i rapporti con la Russia o le spese per la difesa della NATO.
Ma se Meloni dovesse decidere di corteggiare l’elettorato di Vannacci, rischierebbe di allontanare
gli elettori moderati e il suo alleato di centro-destra, il terzo partner di coalizione, Forza Italia.
Questi ultimi considerano l’estremismo xenofobo di Vannacci e le sue posizioni ostili all’UE una
minaccia per la credibilità dell’Italia sulla scena internazionale.


01.07.2026
L’ex generale che supera Meloni sulla destra
La presidente del Consiglio italiana si trova di fronte a uno sfidante che sostiene posizioni più radicali
rispetto al suo governo

di HANNAH ROBERTS
La presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha lavorato per anni per portare la destra italiana al centro dello
schieramento politico. Ora, però, un ex generale la sta spingendo nuovamente a destra. Il partito di recente
fondazione Futuro Nazionale, guidato dall’ex paracadutista ed eurodeputato Roberto Vannacci, sta
rapidamente guadagnando consensi e attirando transfughi dal campo di governo.

Il necessario potenziamento della Bundeswehr, che dovrebbe passare dagli attuali 184.000 a
260.000 soldati in servizio attivo, dovrebbe, secondo le speranze politiche, avvenire sulla base del
principio del volontariato. Le prime esperienze con questo progetto, tuttavia, smentiscono questa
visione idealistica. Da gennaio fino alla data di riferimento del 18 giugno 2026 sono state inviate
circa 298.200 lettere con un questionario di interesse a uomini e donne di 18 anni. Circa 530 di
questi, ovvero lo 0,18%, sono ora previsti per il servizio militare quest’anno – hanno quindi dato la
loro disponibilità, pur non essendo ancora stati arruolati. Dalla riunione di gabinetto di mercoledì, si
evince un senso della realtà ben più spiccato. Viene infatti approvata una «legge per il
rafforzamento della riserva», con la quale il governo abbandona il principio della volontarietà.


01.07.2026
Il cambiamento di rotta di Pistorius sulla riserva
delle Forze Armate Federali
Le esercitazioni diventano obbligatorie per gli ex militari. Tuttavia, questo cambiamento di rotta rischia
di creare un nuovo squilibrio – e un altro piano del ministro potrebbe esserne fortemente compromesso

DI THORSTEN JUNGHOLT
Per la seconda volta in questa legislatura, il Consiglio dei ministri federale si riunisce oggi, mercoledì, presso
il Ministero della Difesa. Con il trasferimento dalla Cancelleria al Bendlerblock di Berlino, il governo intende
sottolineare la particolare importanza della politica di sicurezza e di difesa nell’attuale contesto politico
mondiale. La prima volta, nell’agosto 2025, l’iniziativa non ebbe grande successo.

Orbán ha trasformato l’Ungheria in una «democrazia illiberale», occupando posizioni chiave nei
media, nella magistratura e nelle università con i propri favoriti. Orbán se n’è andato, il suo sistema
rimane. Magyar vuole smantellare tutto questo e costruire una nuova Ungheria. Tuttavia, il nome
che ha dato alla sua visione sembra un po’ fuori dal tempo. Il nuovo capo del governo parla di una
«Operazione Purgatorio»: «liberiamo il nostro Paese dalla prigionia della mafia politica ed
economica che ha governato negli ultimi 16 anni».

27.06.2026
Operazione Purgatorio
Il nuovo primo ministro ungherese Péter Magyar si trova di fronte a un dilemma: come si fa a
trasformare uno STATO AUTORITARIO in una DEMOCRAZIA senza ricorrere a sua volta a misure
autoritarie?

Di Franziska Tschinderle
Péter Magyar è in carica da sei settimane quando presenta quello che è probabilmente il suo pacchetto di
riforme più importante. Lunedì scorso Magyar è salito sul podio del Parlamento ungherese a Budapest,
dove il suo partito Tisza detiene una maggioranza di due terzi dopo la schiacciante vittoria di aprile. Voti
sufficienti per modificare la Costituzione e riorganizzare lo Stato.

La scommessa su un futuro dorato, caratterizzato da tassi di interesse bassi e crescita, andrà a
buon fine? «Le tecnologie trasformative spesso promettono più di quanto possano mantenere nel
breve termine. È stato così per la macchina a vapore, l’elettricità, il computer e potrebbe valere
anche per l’intelligenza artificiale», afferma Dirk Schumacher, capo economista della banca statale
tedesca KfW, il cui team ha condotto uno studio sull’argomento. «Tuttavia, vi sono elementi che
indicano che l’IA potrebbe affermarsi più rapidamente rispetto alle precedenti tecnologie di base
come la macchina a vapore o l’elettricità, poiché l’IA si basa su un mondo già completamente
digitalizzato e su una potenza di calcolo gigantesca. Potrebbe quindi fungere da catalizzatore
finale, accelerando la spinta alla produttività». Il mondo è in una fase sperimentale, si stanno
ancora cercando i migliori modelli di business per il mondo dell’IA.

02.07.2026
L’intelligenza artificiale manterrà le promesse di
Trump?
Il presidente degli Stati Uniti spera che l’intelligenza artificiale favorisca una rapida crescita economica.
Tuttavia, nel caso di innovazioni tecnologiche come l’elettricità, spesso ci sono voluti decenni. Uno studio
esamina se questa scommessa possa andare a buon fine

Di Markus Zydra
Gli investimenti sono sempre scommesse sul futuro. Attualmente si scommette con particolare entusiasmo
sull’intelligenza artificiale e, di conseguenza, sui benefici economici e sociali che ci si aspetta da essa.
Secondo uno studio della società di consulenza Gartner, quest’anno dovrebbero affluire in questa
tecnologia circa 2,5 trilioni di dollari provenienti da fonti private e pubbliche.

Il doppio Quattro Luglio _ di Tiberio Graziani

Il doppio Quattro Luglio


4 Lug , 2026|Tiberio Graziani | 2026 | Visioni

1776-1976: due dichiarazioni, una lunga trasformazione dell’ordine internazionale

Quello che segue è il testo dell’intervento svolto da Tiberio Graziani in apertura del convegno “La ricomposizione dell’ordine internazionale. Libere riflessioni sul policentrismo a 250 anni dalla Dichiarazione d’Indipendenza degli Stati Uniti d’America e a 50 anni dalla Dichiarazione Universale dei Diritti dei Popoli (Carta di Algeri)”, tenutosi il 2 luglio 2026 presso il Dipartimento di Giurisprudenza dell’Università degli Studi Roma Tre (vedi locandina qui in basso).

Il convegno, promosso dal Dottorato Internazionale Law and Social Change del Dipartimento di Giurisprudenza dell’Università Roma Tre, in collaborazione con Vision & Global Trends – International Institute for Global Analyses e la Società Italiana di Geopolitica, si inserisce nell’ambito delle attività scientifiche della Scuola di Dottorato ed è stato dedicato a una riflessione interdisciplinare sulla trasformazione dell’ordine internazionale contemporaneo.

L’intervento propone una lettura congiunta di due documenti appartenenti a momenti storici profondamente differenti ma che, considerati nella prospettiva della lunga durata, consentono di riflettere sulla genesi, sull’evoluzione e sulla progressiva ricomposizione dell’ordine internazionale moderno.

Attraverso il confronto tra la Dichiarazione d’Indipendenza americana e la Carta di Algeri, il testo sviluppa una riflessione sulla crisi dell’ordine internazionale a guida occidentale, sulla progressiva emersione di nuovi soggetti della politica mondiale e sulla necessità di distinguere, sul piano teorico, tra multipolarismo e policentrismo. Ne deriva una proposta di carattere metodologico: comprendere le grandi transizioni storiche richiede non soltanto l’osservazione dei mutamenti geopolitici, ma anche una revisione critica delle categorie concettuali attraverso cui tali mutamenti vengono interpretati.

Il punto di partenza del mio intervento è una domanda apparentemente semplice: perché accostare due anniversari così distanti come i 250 anni della Dichiarazione d’Indipendenza degli Stati Uniti d’America e i 50 anni della Carta di Algeri? La risposta, credo, non può essere soltanto commemorativa.

La tesi che intendo sostenere è che questi due documenti acquistano oggi un significato particolare perché appartengono a due momenti decisivi della lunga trasformazione dell’ordine internazionale moderno: ci permettono di osservare, da angolazioni diverse, l’ascesa, l’apogeo e l’attuale ricomposizione di quell’ordine. Con questa espressione non mi riferisco soltanto alla distribuzione della potenza tra gli Stati, ma all’insieme dei principi di legittimazione, delle istituzioni, delle gerarchie e delle configurazioni spaziali attraverso cui la comunità internazionale organizza sé stessa.

La Dichiarazione americana del 4 luglio 1776 si colloca all’origine di una traiettoria storica che condurrà progressivamente gli Stati Uniti dalla condizione di nuova comunità politica atlantica alla funzione di principale organizzatore dell’ordine mondiale del secondo dopoguerra e, in seguito, del momento unipolare.

La Carta di Algeri del 4 luglio 1976 nasce invece in un contesto profondamente diverso: quello della decolonizzazione, dell’emersione dei popoli dell’Asia, dell’Africa e dell’America Latina, del Movimento dei Non Allineati e della richiesta di un ordine internazionale meno gerarchico e più rappresentativo della pluralità storica del mondo.

Accostare questi due documenti significa dunque osservare due momenti diversi di una medesima, lunga trasformazione: da un lato l’ascesa dell’ordine occidentale a guida statunitense, dall’altro l’emersione di soggetti, popoli e spazi geopolitici che hanno progressivamente rimesso in discussione la pretesa di un unico centro ordinatore.

In questo senso il 2026 non è soltanto una coincidenza di calendario, ma un punto di osservazione privilegiato per interrogarsi sulla fase storica che stiamo attraversando: una fase in cui l’egemone vede erodersi progressivamente la propria capacità ordinatrice, e in cui l’ordine internazionale appare sempre meno riconducibile alle categorie che ne hanno accompagnato la costruzione nel Novecento.

Le transizioni storiche mettono in crisi anche le categorie interpretative

Collocare i due documenti in questa prospettiva impone di soffermarsi su un aspetto che considero decisivo. Ogni ordine internazionale produce non soltanto una determinata distribuzione della potenza, ma anche l’insieme di categorie attraverso cui quella realtà viene osservata, descritta e interpretata — possiede, per così dire, una propria epistemologia: un lessico, delle rappresentazioni, una griglia concettuale che orientano il modo in cui comprendiamo il mondo.

Per questo ogni fase di transizione richiede anche un lavoro di riconcettualizzazione: comprendere un ordine che cambia significa, prima di tutto, interrogare criticamente il linguaggio con cui continuiamo a descriverlo. Le grandi trasformazioni dell’ordine internazionale non modificano soltanto i rapporti di forza tra gli Stati, ma mettono progressivamente in discussione anche gli strumenti concettuali con cui leggiamo la realtà, perché le categorie interpretative elaborate in una fase riflettono inevitabilmente gli equilibri dell’ordine che le ha generate e incontrano crescenti difficoltà non appena quell’ordine comincia a mutare.

È quanto accadde, ad esempio, durante la Guerra fredda. Il bipolarismo era una rappresentazione corretta della distribuzione della potenza militare e nucleare, e descriveva efficacemente il confronto strategico tra Stati Uniti e Unione Sovietica; non era però una rappresentazione falsa, bensì incompleta. Coglieva con precisione la struttura del confronto tra le due superpotenze, ma lasciava inevitabilmente in ombra altri processi storici che, per quanto apparissero allora periferici, erano destinati a modificare profondamente la composizione della società internazionale.

Mentre l’attenzione di studiosi e decisori restava concentrata quasi esclusivamente sul confronto tra i due blocchi, prendevano infatti forma fenomeni di lungo periodo che la sola logica bipolare non riusciva a spiegare: la decolonizzazione, l’emersione di decine di nuovi Stati, la Conferenza di Bandung, il Movimento dei Non Allineati, le rivendicazioni di un Nuovo Ordine Economico Internazionale, l’affermazione di un’autonoma soggettività politica dei paesi dell’Asia, dell’Africa e dell’America Latina. Il bipolarismo, insomma, permetteva di comprendere la distribuzione della potenza ma si rivelava meno efficace nell’interpretare la trasformazione dell’ordine: quella trasformazione era già in corso, erano le categorie disponibili a non consentire ancora di coglierne pienamente la portata.

La Carta di Algeri e l’emersione di una nuova idea di ordine

È proprio alla luce di queste considerazioni che, a mio avviso, la Carta di Algeri del 1976 acquista un significato che va ben oltre la sua dimensione giuridica o politica. Viene generalmente ricordata come una dichiarazione dedicata ai diritti dei popoli e, più in generale, come uno dei principali prodotti culturali della stagione della decolonizzazione: un’interpretazione certamente corretta, ma che rischia di coglierne solo una parte, perché la Carta costituisce anche uno dei primi tentativi di interpretare una trasformazione dell’ordine internazionale che le categorie dominanti dell’epoca non erano ancora pienamente in grado di descrivere.

Nel 1976 il mondo continuava a essere letto prevalentemente attraverso la logica del bipolarismo, ma i fenomeni appena richiamati avevano ormai raggiunto una massa critica tale da richiedere una codificazione politica e giuridica autonoma. È esattamente in questo scarto — tra una lettura del mondo ancora bipolare e una società internazionale già profondamente mutata — che si colloca la Carta di Algeri.

Da questo punto di vista la Carta di Algeri è qualcosa di più di una dichiarazione di principi: prende atto che il mondo non può più essere interpretato esclusivamente attraverso la relazione tra le grandi potenze, e per la prima volta i popoli diventano non soltanto destinatari di diritti, ma soggetti della storia internazionale. È probabilmente questo il suo contributo più originale. Non dispone ancora, certo, di una teoria della transizione dell’ordine internazionale, né tantomeno di una teoria del policentrismo; ma coglie con lucidità un elemento destinato a diventare sempre più evidente nei decenni successivi, ossia che l’ordine internazionale non può più essere pensato come l’espressione di un unico centro di organizzazione politica e culturale.

Più che proporre una nuova lista dei diritti, la Carta suggerisce implicitamente che la crescente universalizzazione della società internazionale renda inevitabile anche una progressiva pluralizzazione dell’ordine: la pluralità dei popoli, delle civiltà, delle culture e delle esperienze storiche non è più una condizione periferica del sistema internazionale, ma diventa uno dei tratti fondamentali della sua nuova configurazione.

Per questa ragione la Carta di Algeri non appartiene soltanto alla storia della decolonizzazione, ma anche a quella della progressiva trasformazione dell’ordine internazionale. Se il bipolarismo organizzava la lettura del mondo attorno alla competizione tra due superpotenze, la Carta spostava implicitamente il baricentro dell’analisi verso la crescente pluralità dei soggetti della vita internazionale: non si limitava a contestare un determinato equilibrio geopolitico, ma contribuiva a mettere in discussione la stessa cornice concettuale entro cui quell’equilibrio veniva interpretato.

Dalla crisi dell’egemonia alla ricomposizione dell’ordine

Se questa interpretazione è corretta, essa aiuta anche a comprendere la fase storica che stiamo attraversando. Nel dibattito internazionale si parla spesso del declino relativo degli Stati Uniti, dell’ascesa della Cina, del ritorno della Russia, dell’espansione dei BRICS+, del crescente protagonismo del cosiddetto Sud Globale: fenomeni reali, ampiamente documentati, destinati a incidere sugli equilibri internazionali. A mio giudizio, tuttavia, essi sono soprattutto le manifestazioni visibili di un processo più profondo.

Il fenomeno fondamentale, infatti, non consiste nella semplice redistribuzione della potenza, ma nella crescente trasformazione della struttura dell’ordine internazionale: non cambia soltanto chi la detiene, cambiano i principi con cui viene organizzata, le modalità con cui l’ordine viene prodotto e le forme della sua legittimazione. È probabilmente questa la vera novità della fase attuale.

Per lungo tempo abbiamo interpretato la storia delle relazioni internazionali come una successione di egemonie, in cui una grande potenza sostituisce la precedente e ne costruisce l’ordine. Questa rappresentazione appare oggi sempre meno convincente: ciò a cui assistiamo non sembra il semplice passaggio da un’egemonia all’altra, quanto piuttosto la progressiva dispersione delle capacità ordinatrici.

Lo Stato continua naturalmente a rappresentare il principale soggetto della politica internazionale, ma la strutturazione dell’ordine coinvolge ormai una pluralità crescente di livelli organizzativi e centri di iniziativa: organizzazioni regionali, grandi complessi geopolitici, reti infrastrutturali, piattaforme tecnologiche, sistemi finanziari, corridoi logistici e nuove forme di cooperazione internazionale partecipano, in modi diversi, alla configurazione dell’ordine mondiale. La ricomposizione dell’ordine internazionale non coincide dunque con il semplice trasferimento della leadership da una potenza a un’altra, ma con la ridefinizione dei principi, delle istituzioni e delle configurazioni spaziali attraverso cui l’ordine viene prodotto, mantenuto e legittimato.

Per questo preferisco parlare di ricomposizione piuttosto che di sostituzione dell’ordine: il termine suggerisce che la transizione in corso non comporti la scomparsa dell’ordine precedente e la sua sostituzione con uno nuovo, ma un processo più complesso, nel quale elementi di continuità e fattori di innovazione convivono, interagiscono e ridefiniscono, passo dopo passo, la struttura della società internazionale. Ciascun ordine attraversa infatti una fase in cui il principio che ne aveva garantito la coesione continua a operare, senza però riuscire più a organizzare l’intera realtà internazionale: è in questi momenti che emergono nuovi principi ordinatori, dapprima dispersi e frammentari, destinati a ridefinire, nel tempo, l’assetto del sistema. Cambia, in definitiva, il principio ordinatore stesso: se nella fase precedente esso era riconducibile alla capacità di un unico centro di organizzare la vita internazionale, oggi tende ad articolarsi attorno a una pluralità di centri, di livelli decisionali e di configurazioni geopolitiche.

Due livelli dell’analisi geopolitica

Le considerazioni appena svolte mi conducono a una conclusione di carattere teorico: ritengo che la fase storica attuale renda necessario distinguere due livelli analitici che nel dibattito contemporaneo vengono spesso sovrapposti. Il primo riguarda la distribuzione della potenza, il secondo la struttura dell’ordine internazionale: due prospettive complementari, ma non coincidenti.

La prima si concentra sulla localizzazione delle risorse materiali della potenza — capacità militari, economiche, tecnologiche, demografiche, finanziarie —, la seconda si interroga sulle modalità con cui tali risorse vengono organizzate, coordinate e trasformate in un principio di ordine. Questa distinzione mi sembra fondamentale per comprendere la fase storica che stiamo vivendo.

A questo punto emerge una conseguenza teorica di particolare rilievo. Se la trasformazione contemporanea investe insieme la distribuzione della potenza e la struttura dell’ordine internazionale, diventa necessario distinguere analiticamente due livelli che la letteratura tende spesso a sovrapporre: non tutte le trasformazioni della potenza producono infatti una trasformazione dell’ordine, così come una trasformazione dell’ordine può maturare progressivamente prima ancora che la distribuzione della potenza risulti pienamente ridefinita.

È proprio in questo scarto temporale, credo, che si coglie il nucleo della distinzione qui proposta: la distribuzione della potenza e l’organizzazione dell’ordine non mutano necessariamente allo stesso ritmo. Si può quindi avere una multipolarizzazione della potenza senza un corrispondente policentrismo dell’ordine, così come si può osservare un processo di policentrizzazione già in atto mentre la redistribuzione della potenza non risulta ancora pienamente compiuta.

Multipolarismo e Policentrismo

È precisamente in questa prospettiva che propongo di distinguere tra multipolarismo e policentrismo. Il multipolarismo riguarda la distribuzione della potenza e risponde a una domanda relativamente semplice:

“quali sono i principali poli della potenza mondiale e come si distribuiscono le loro capacità strategiche?”

Il policentrismo riguarda invece la struttura dell’ordine e si interroga su una questione differente:

“come viene concretamente organizzato l’ordine internazionale?”

La differenza è sostanziale: il multipolarismo descrive una configurazione della potenza, il policentrismo interpreta una configurazione dell’ordine.

In questo quadro gli Stati continuano naturalmente a rappresentare gli attori fondamentali della politica internazionale, ma operano sempre più all’interno di configurazioni spaziali, economiche, tecnologiche e istituzionali più ampie: organizzazioni regionali, grandi spazi geopolitici, reti infrastrutturali, sistemi finanziari, piattaforme tecnologiche, corridoi logistici e nuove architetture della cooperazione partecipano, insieme agli Stati, alla produzione dell’ordine. Per questo ritengo che il policentrismo non sia semplicemente un nuovo sinonimo di multipolarismo, ma una diversa prospettiva teorica attraverso cui interpretare la trasformazione dell’ordine internazionale.

In altri termini, multipolarismo e policentrismo non si collocano sullo stesso piano concettuale: il primo appartiene prevalentemente alla teoria della potenza, il secondo alla teoria dell’ordine. Confondere i due livelli significa attribuire alla sola distribuzione delle risorse materiali una capacità esplicativa che, da sola, non possiede: la distribuzione della potenza è certamente una condizione necessaria dell’ordine internazionale, ma non è sufficiente a spiegarne la forma, la stabilità e i principi di legittimazione.

Ripensare l’ordine internazionale

È proprio per questa ragione che ritengo significativo accostare, in questo convegno, la Dichiarazione d’Indipendenza americana e la Carta di Algeri: non perché i due documenti appartengano alla medesima tradizione politica o culturale, né perché perseguano gli stessi obiettivi, ma perché segnano due momenti fondamentali della lunga storia dell’ordine internazionale moderno.

La Dichiarazione del 1776 inaugura una traiettoria storica destinata a condurre, attraverso l’affermazione della potenza americana e dell’ordine occidentale, alla configurazione internazionale che ha caratterizzato buona parte del Novecento. La Carta di Algeri rappresenta invece uno dei primi documenti in cui emerge la consapevolezza che quella configurazione non fosse più sufficiente a rappresentare la crescente pluralità della comunità internazionale.

Non annunciava ancora il policentrismo, ma poneva implicitamente una domanda destinata ad accompagnare tutta la successiva evoluzione dell’ordine internazionale:

“come costruire un ordine capace di riconoscere la pluralità dei popoli, delle civiltà e delle differenti esperienze storiche?”

A distanza di cinquant’anni quella domanda conserva, a mio giudizio, tutta la propria attualità. Oggi la questione non riguarda semplicemente l’emergere di nuove potenze, ma, soprattutto, la possibilità di costruire un ordine internazionale capace di riflettere la crescente pluralità dei centri decisionali, delle identità politiche, delle configurazioni geopolitiche e delle forme di organizzazione della potenza che caratterizzano il XXI secolo.

Il compito della geopolitica

È qui che si colloca anche il compito della ricerca geopolitica, la quale non può limitarsi a descrivere gli equilibri internazionali, ma deve interrogarsi criticamente sulle categorie attraverso cui quegli equilibri vengono interpretati — il lessico e la griglia concettuale di cui ho detto poco fa, destinati anch’essi a mostrare i propri limiti non appena l’ordine che li ha prodotti muta. Comprendere una transizione significa dunque non soltanto osservare il mutamento della realtà, ma verificare se gli strumenti concettuali di cui disponiamo siano ancora adeguati a descriverla.

È proprio in questi momenti che diventa necessario elaborare nuove categorie interpretative: non per sostituire meccanicamente quelle precedenti, ma per comprendere fenomeni che esse non riescono più a spiegare in maniera soddisfacente.

La distinzione tra multipolarismo e policentrismo non è dunque una semplice precisazione terminologica, ma riflette l’esigenza di tenere separati i due piani dell’analisi internazionale di cui ho detto: la distribuzione della potenza e l’organizzazione dell’ordine. Confonderli significa rischiare di leggere il XXI secolo con le categorie elaborate per comprendere il XX.

Se il Novecento ci ha lasciato l’apparato concettuale con cui abbiamo interpretato l’ordine internazionale del secondo dopoguerra, il nuovo secolo ci assegna un compito diverso: non soltanto comprendere una trasformazione già in atto, ma contribuire a elaborare gli strumenti concettuali necessari per interpretarla. È per tali ragioni che i 250 anni della Dichiarazione d’Indipendenza americana e i 50 anni della Carta di Algeri acquistano oggi un significato che va ben oltre la ricorrenza storica.

Non sono semplicemente due anniversari: sono due punti di osservazione privilegiati da cui riflettere sulla lunga trasformazione dell’ordine internazionale e sulla necessità di ripensare gli strumenti interpretativi con cui lo leggiamo. Ogni ordine internazionale nasce, del resto, da una ricomposizione della pluralità storica. Comprendere il nostro tempo significa allora comprendere non soltanto che un ordine si sta esaurendo, ma soprattutto quale principio di ricomposizione stia lentamente emergendo.

Comprendere la ricomposizione dell’ordine internazionale significa allora riconoscere che ogni grande transizione storica richiede anche una transizione concettuale. Quando muta l’ordine del mondo, mutano necessariamente anche le categorie con cui pretendiamo di interpretarlo. È forse questo il primo compito della riflessione geopolitica nel XXI secolo.

Federico II e l’eurasiatismo: due visioni dell’impero _ di Constantin von Hoffmeister

Federico II e l’eurasiatismo: due visioni dell’impero

Civiltà e diversità

Constantin von Hoffmeister8 luglio∙Pagato
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La storia spesso ritorna alle stesse domande, anche quando offre risposte diverse. Un’epoca parla attraverso i re, un’altra attraverso i filosofi. Una lotta per castelli e rotte commerciali, un’altra per la tecnologia, l’economia e l’equilibrio di potere tra i continenti. Eppure, al di sotto di queste differenze esteriori si cela un problema ricorrente: come possono tanti popoli convivere all’interno di un unico ordine politico senza omologarsi? Il pensatore tedesco della Nuova Destra Wolfgang Strauss (1931-2014) trova una risposta nella figura di Federico II (1194-1250), l’imperatore del Sacro Romano Impero che governò dalla Sicilia e si trovava al crocevia tra l’Europa e il Mediterraneo orientale. Il filosofo russo Alexander Dugin (nato nel 1962) affronta la stessa questione dal punto di vista della geopolitica contemporanea attraverso la sua teoria dell’eurasiatismo. Sebbene Strauss guardi al mondo medievale mentre Dugin si occupi della geopolitica contemporanea, entrambi cercano di comprendere come l’unità politica possa coesistere con una duratura diversità etnoculturale. Le loro risposte differiscono per aspetti importanti, ma entrambe mettono in discussione presupposti consolidati nell’era moderna.

Strauss presenta Federico II come un sovrano che non può essere compreso attraverso le categorie del nazionalismo successivo. Il suo impero non era concepito per creare un popolo unico, parlante una sola lingua e sotto un’amministrazione uniforme. Al contrario, riunì tedeschi, italiani, greci, arabi, ebrei e molte altre comunità le cui storie precedevano di gran lunga il suo regno. La Sicilia stessa rifletteva secoli di influenze romane, bizantine, arabe e normanne, rendendola una delle regioni più eterogenee dell’Europa medievale. Federico non ereditò una tabula rasa su cui costruire un nuovo ordine politico. Ereditò la complessità. Strauss sostiene che il suo successo non consistette nell’appiattire questa complessità, ma nel governare attraverso di essa. Legge, diplomazia, cultura e amministrazione divennero strumenti per mantenere una struttura politica sufficientemente ampia da contenere molteplici tradizioni senza pretendere che alcuna di esse cessasse di esistere.

Dugin parte da un mondo plasmato da forze diverse. L’industrializzazione, le comunicazioni globali, i mercati internazionali e gli stati moderni hanno trasformato la vita politica in modi inimmaginabili nel XIII secolo. Eppure, egli sostiene che, al di là di questi cambiamenti, le unità più profonde della storia rimangono le civiltà, piuttosto che individui o stati isolati. Le civiltà si sviluppano nel corso dei secoli attraverso la religione, la lingua, la memoria collettiva, la geografia e le istituzioni ereditate. Non possono essere semplicemente riprogettate secondo un modello universale. Da questa prospettiva, l’eurasiatismo è meno una descrizione geografica e più un tentativo di comprendere come diversi centri di civiltà coesistano all’interno del sistema internazionale. Dugin si interroga quindi sulla possibilità che un singolo modello politico o culturale possa rappresentare adeguatamente società con esperienze storiche profondamente diverse. La sua argomentazione riguarda il presente, ma si rifà a dibattiti precedenti sulla diversità e l’ordine politico.

Strauss descrive l’impero medievale come qualcosa di fondamentalmente diverso dallo stato-nazione centralizzato emerso molti secoli dopo. L’autorità fluiva attraverso lealtà sovrapposte, costumi regionali, privilegi locali e istituzioni imperiali, piuttosto che attraverso una completa uniformità amministrativa. Federico governò su territori molto diversi tra loro e che spesso conservavano le proprie tradizioni giuridiche. Allo stesso modo, Dugin sostiene che ampi spazi politici non necessariamente eliminano le differenze storiche tra i popoli che li abitano. Sebbene le forme istituzionali di cui parla appartengano al mondo moderno, egli rifiuta analogamente l’assunto che la stabilità politica richieda una completa standardizzazione culturale. In entrambi i casi, l’impero appare meno come una macchina per produrre uniformità e più come una struttura capace, almeno in teoria, di accogliere la diversità all’interno di un quadro politico più ampio.

Anche la religione occupa un posto centrale in entrambe le visioni, sebbene non in modo identico. Strauss descrive Federico come un sovrano insolitamente disposto a interagire con il mondo islamico attraverso la diplomazia, gli studi e la negoziazione. La sua riconquista di Gerusalemme durante la Sesta Crociata, ottenuta in gran parte tramite trattati piuttosto che con una guerra prolungata, illustra uno stile politico che spesso privilegiava l’accordo pratico allo scontro militare. La corte di Federico attrasse studiosi interessati alla filosofia, alla medicina, all’astronomia e alle scienze naturali provenienti da diverse tradizioni. Dugin affronta la religione in modo diverso. Invece di concentrarsi sulla diplomazia di un singolo sovrano, considera le tradizioni religiose come elementi essenziali nella formazione storica delle civiltà stesse. Cristianesimo, Islam, Buddismo, Induismo e altre tradizioni diventano parte della lunga memoria storica attraverso cui le civiltà comprendono se stesse.

Anche la geografia gioca un ruolo decisivo. Strauss torna ripetutamente sull’importanza della Sicilia e del Mediterraneo, dove Europa, Africa e Asia si incontravano attraverso il commercio, la diplomazia e le migrazioni. L’impero di Federico occupava una posizione strategica che collegava questi mondi. Idee, merci e persone attraversavano costantemente il mare, rendendo il Mediterraneo non tanto una linea di demarcazione quanto una zona di contatto. Dugin amplia notevolmente questa prospettiva geografica. La sua analisi si estende all’immensa massa continentale dell’Eurasia e considera come montagne, pianure, fiumi, coste e frontiere strategiche influenzino lo sviluppo politico nel lungo periodo. In entrambi gli studi, la geografia non è mai semplicemente un terreno fisico. Essa plasma gli scambi economici, la strategia militare, l’interazione culturale e l’esperienza storica. Le idee politiche, suggeriscono, emergono in parte dai paesaggi in cui si sviluppano le civiltà.

Strauss scrive come interprete della storia medievale. Il suo obiettivo principale è comprendere un imperatore straordinario nel contesto politico e intellettuale del XIII secolo. Le prove provengono da cronache, riforme giuridiche, diplomazia e dalle istituzioni del Sacro Romano Impero e del Regno di Sicilia. Dugin, invece, scrive come filosofo politico contemporaneo, affrontando questioni sollevate dall’ordine internazionale del XXI secolo. Gli esempi storici servono a supportare le sue argomentazioni teoriche più ampie, piuttosto che costituirne l’oggetto principale. Strauss, pertanto, ricostruisce un caso storico, mentre Dugin costruisce un’impalcatura filosofica. Questa distinzione è importante perché la spiegazione storica e la teoria politica perseguono obiettivi diversi, anche quando esaminano temi correlati.

Un’altra importante differenza riguarda il ruolo dell’individuo. Strauss pone Federico stesso al centro della sua narrazione. L’intelligenza, l’istruzione, la curiosità e le capacità amministrative dell’imperatore contribuiscono a spiegare il carattere distintivo del suo regno. La sua personalità diventa una forza storica a sé stante. Dugin, al contrario, attribuisce molta più importanza alle civiltà come attori collettivi. I singoli leader possono influenzare gli eventi, ma operano all’interno di comunità storiche la cui identità si è sviluppata nel corso dei secoli. La forza motrice della storia si sposta quindi dai sovrani eccezionali alle formazioni culturali durature. Una prospettiva privilegia la biografia, l’altra la continuità storica. Insieme, illustrano due diversi metodi per spiegare il cambiamento politico.

Il confronto solleva anche questioni più ampie sul significato dell’ordine politico. Le discussioni moderne spesso presuppongono che le grandi strutture politiche sopprimano inevitabilmente le identità locali, sostituendole con un’uniformità centralizzata. Strauss complica questa ipotesi presentando un impero medievale che ha preservato una considerevole diversità regionale pur mantenendo un’autorità sovraordinata. Gli storici continuano a dibattere sull’efficacia pratica di questo equilibrio, ma l’esempio stesso mette in discussione le narrazioni storiche semplicistiche. Analogamente, Dugin sostiene che le grandi formazioni politiche non debbano necessariamente cancellare le distinzioni storiche se sono organizzate attorno al riconoscimento della pluralità delle civiltà piuttosto che all’omogeneizzazione culturale. Che si condivida o meno l’una o l’altra interpretazione, entrambe incoraggiano un riesame di presupposti che vengono spesso considerati ovvi.

Così la strada serpeggia attraverso i regni della memoria, dove le pietre degli antichi palazzi ricordano ancora il passo di imperatori dimenticati, e dove i fiumi portano i nomi di popoli da tempo scomparsi dalla terra. Là l’aquila volteggia sopra montagne e mare, non vedendo solo Oriente né Occidente, ma l’intero orizzonte sotto i cieli mutevoli. I troni crollano, gli stendardi svaniscono e le voci dei re si spengono, eppure l’opera di ogni generazione rimane la stessa: unire la giustizia alla forza, la saggezza al potere, e molti popoli in una pace che non richieda l’oblio. Perché ogni impero costruito solo sulla spada si disperde come polvere al vento, ma ogni regno che onora la memoria dei suoi popoli, la misura della terra e l’ordine scritto nel tempo stesso lascia dietro di sé una luce che né secoli né rovine possono spegnere del tutto.

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