Italia e il mondo

Alla riscoperta di un’élite dinamica? _ di Blake Smith

Alla riscoperta di un’élite dinamica?

Di Blake Smith

SAGGIO DI RECENSIONE
Elite e democrazia
di Hugo Drochon
Portfolio, 2025, 336 pagine

Èquasi inimmaginabile che chiunque osservi le società occidentali contemporanee possa ritenerle ben servite dalle proprie élite. Anche in assenza di un accordo su chi siano tali élite, sul significato del termine “élite” o sull’opportunità o meno di avere un’élite di qualche tipo, interlocutori di ogni orientamento politico e provenienza sociale possono unirsi nel detestare coloro che ci governano.

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Per difendere in modo convincente le nostre élite attuali occorrerebbe una maestria retorica che va ben oltre le capacità di qualsiasi scrittore vivente. Difendere l’idea che dovrebbero, o debbano, esserci élite — difendere una qualche versione di elitismo — è, tuttavia, possibile anche per intellettuali di modesto talento. Tali intellettuali, e forse alcuni dei loro lettori, possono immaginare che, sostenendo l’esistenza di un’élite, stiano andando contro le principali correnti della politica e del pensiero politico odierni.

Hugo Drochon, professore di teoria politica all’Università di Nottingham, lamenta che “viviamo nell’era della rivolta contro le élite” nel suo nuovo libro, Elites and Democracy. 1 Drochon cerca, attraverso le opere di diversi pensatori politici moderni, di difendere una forma adeguata di governo delle élite, compatibile con i valori della maggior parte degli occidentali istruiti che si occupano di manipolazione simbolica da colletto bianco: diritti liberali, progresso storico e, in una certa misura, democrazia.

Drochon definisce questo tipo di elitarismo auspicabile “democrazia dinamica”. Egli introduce il termine innanzitutto come una “teoria della democrazia”. Alla luce delle sue presunte intuizioni, dovremmo riconoscere che, come qualsiasi forma di governo, la democrazia implica “l’esistenza di un’élite che controlla le leve del potere, vale a dire lo Stato”. Questa è la «realtà del potere».2 A creare confusione, nel testo di Drochon il termine «democrazia dinamica» circola anche come nome di un tipo di regime basato su questa intuizione teorica. In questo contesto, un’élite al potere, «democratica» nella misura in cui è eletta, non ereditaria o soddisfa altri criteri, è «dinamica» nella misura in cui si apre al rinnovamento e alla contestazione da parte dei nuovi arrivati. I leader dei sindacati, i portavoce delle minoranze emarginate e altri contendenti al potere, con alle spalle le loro basi non appartenenti all’élite, esercitano una pressione sufficiente sulla classe dirigente affinché quest’ultima non solo apporti cambiamenti alle politiche, ma includa anche alcuni di quei leader nell’élite. Non è chiaro se Drochon intenda dire che la «democrazia dinamica» in questo senso sia stata la norma per gran parte della storia occidentale moderna, oppure se debba essere intesa come un ideale, realizzato solo in parte, a cui le democrazie dovrebbero aspirare.

Democrazia e merito

Per sostenere la sua nozione polisemica di “democrazia dinamica”, Drochon fa ricorso ai teorici delle élite che, nella sua disciplina, sono considerati quelli che hanno posto in modo più incisivo la questione delle élite nella politica moderna: Gaetano Mosca (1858–1941), Vilfredo Pareto (1848–1923) e Robert Michels (1876–1936). A queste letture dei pensatori fondamentali aggiunge capitoli dedicati a un’altra schiera di studiosi, da Joseph Schumpeter (1883–1950) a Raymond Aron (1905–1983), che egli ritiene abbiano conservato alcune delle intuizioni essenziali del primo gruppo, perdendone però altre. I lettori che non hanno familiarità con la tradizione intellettuale di Pareto, Mosca e dei loro interlocutori potranno apprendere qualcosa sulla teoria delle élite e sui suoi commentatori. I lettori che invece ne sono già a conoscenza troveranno fastidiosamente pretenziosa l’insistenza di Drochon sul suo presunto recupero di intuizioni chiave. Il lettore desideroso sia di una spiegazione introduttiva sia di una rilettura innovativa dei teorici delle élite troverebbe più utile il recente libro di Natasha Piano Democratic Elitism: The Founding Myth of American Political Science (2025), un libro che Drochon menziona solo in un breve paragrafo condiscendente che riduce il suo lavoro a un riflesso della rilettura di Machiavelli da parte del suo relatore di dottorato, John McCormick.

Coniare uno pseudo-concetto apparentemente originale, esaltare a dismisura l’originalità delle proprie interpretazioni dei testi, mettere da parte i giovani studiosi e collegare frettolosamente gli argomenti della propria presunta competenza alle questioni politiche attuali sono peccati così tipici del mondo accademico da dover essere perdonati. Alcuni degli altri problemi di Elites and Democracy, tuttavia, sono sintomatici di questioni più ampie rispetto alle deformazioni professionali di Drochon. Essi rivelano piuttosto una confusione su come concepire le élite, diffusa in tutto quel segmento della società incaricato della spiegazione pubblica di tali problemi.

Come afferma Drochon nella sua conclusione, l’idea più fondamentale dei teorici delle élite è che «le élite governano sempre».3 La democrazia non può significare, come sembrerebbe per definizione ed etimologia, il governo del popolo. Coloro che difendono la democrazia non devono perdere di vista questo fatto, esorta Drochon. Devono opporsi ai progetti che mirano ad abolire del tutto le élite senza per questo soccombere a un pessimismo in cui il dominio incessante delle élite fa apparire la politica futile. Sebbene il governo da parte di un’élite sia inevitabile, non siamo destinati a essere governati da una particolare élite, e le potenziali élite variano notevolmente in termini di qualità. Essere governati meglio può non sembrare una causa particolarmente entusiasmante o nobile, ma a differenza dei sogni di emancipazione totale dal governo o dell’esercizio perfettamente non gerarchico del potere, non è impossibile sempre e ovunque. Se Elites and Democracy avvicina anche solo uno dei suoi lettori a questa saggezza prudente e moderata, forse ne è valsa la pena di scriverlo, anche se Drochon non riesce mai a spiegare in modo convincente perché questa saggezza richieda né un termine di nuova coniazione come «democrazia dinamica» né un’escursione attraverso gli scritti di vari teorici politici.

Senza dubbio, Mosca e Pareto, in particolare, sono pensatori stimolanti, giunti alle loro visioni in qualche modo complementari dell’elitarismo osservando il successo di una monarchia costituzionale liberale e democratica in Italia, insieme all’ascesa dei partiti operai di ispirazione marxista, all’emergere dell’Unione Sovietica e, infine, al fascismo italiano. Tutti questi movimenti attaccavano le precedenti forme di governo in quanto espressione di quella che i loro sostenitori consideravano un’élite eccessivamente ristretta, egoista e reazionaria, inadeguata alle sfide poste dalla modernità industriale. Tutti sostenevano che un insieme di persone non appartenenti all’élite – che potesse essere l’umanità in quanto titolare di diritti universali, il proletariato o la nazione – fosse stato escluso dal potere e oppresso. Eppure nessuno di quei movimenti creò una forma di governo in cui non governassero élite di qualche tipo. Questo fatto spinse Mosca e Pareto a sostenere che le élite sarebbero state un elemento di qualsiasi regime possibile e a considerare quali specifiche modalità di selezione, istruzione e competizione potessero produrre la migliore schiera di leader politici. Per loro, le rivoluzioni del XIX e dell’inizio del XX secolo non rappresentavano tanto una successione di rotture storiche decisive quanto piuttosto una serie di promemoria sull’importanza di gestire in modo pragmatico le tensioni sociali attraverso il mantenimento di un’élite adeguatamente diversificata, intelligente e flessibile.

Gran parte di ciò che si può trarre da Mosca e Pareto in questo senso è buon senso, frutto dell’osservazione della loro epoca ma, mutatis mutandis, valido anche per la nostra. Il nucleo di questo buon senso, tuttavia, non era affatto estraneo ai leader delle rivoluzioni liberaldemocratiche, marxiste e fasciste che, qualunque cosa dicessero a nome della parte non elitaria dell’umanità, erano essi stessi acuti teorici e praticanti dei propri tipi di elitarismo. L’avanguardismo di Lenin, o i culti fascisti del grande uomo, sono ciò che si potrebbe definire teorie elitarie. Gli scritti che li esprimono, al di là del loro dogmatismo respingente e del loro carattere occasionale, sono attenti ai problemi legati alla costituzione di una nuova élite capace di organizzare un cambiamento sociale auspicabile.

Anche le rivoluzioni democratiche che le avevano precedute erano indissolubilmente legate alla riflessione sulle élite. Ad esempio, uno dei pensatori centrali della Rivoluzione francese, Emmanuel Joseph Sieyès, nel suo opuscolo del 1789 “Che cos’è il Terzo Stato?”, fornì un quadro di riferimento attraverso il quale organizzare intellettualmente e operativamente le richieste diffuse e ancora incoerenti rivolte alla monarchia vacillante. Come molti dei suoi colleghi, Sieyès vedeva la Rivoluzione come il rovesciamento di un’aristocrazia feudale ereditaria a favore di una nuova élite la cui pretesa al potere si fondava su ciò che veniva chiamato talento o merito. Presentata dai rivoluzionari come una rottura con quello che cominciarono a chiamare l’ancien régime, questa era in realtà solo un’estensione o un’accelerazione del processo di assorbimento di nuovi membri già in atto all’interno di quest’ultimo. La monarchia francese, come quasi tutte le sue contemporanee, aveva creato percorsi che consentivano ai cittadini comuni di nobilitare se stessi o i propri figli in cambio di ingenti somme di denaro o della prestazione di grandi servizi pubblici.

Idee simili erano presenti anche tra i padri fondatori americani, per i quali il pensiero politico era sinonimo di riflessioni sulla creazione, la continuità e il ricambio delle élite. Sebbene avessero visioni diverse sul futuro dell’America e sul tipo di persone qualificate a guidarla verso la sua realizzazione, i padri fondatori potevano dare per scontato che esistessero individui dotati di intelligenza, ambizione e virtù eccezionali, qualificati a governare. Questi individui dovevano ricevere un’istruzione adeguata affinché potessero essere di massima utilità alla repubblica. Dovevano inoltre essere protetti sia dalla gelosia di quella che all’epoca veniva definita «la plebe», sia dalla loro stessa tentazione di monopolizzare il potere ed emarginare i colleghi. L’arte di governare consisteva principalmente nella creazione di istituzioni, prassi e principi etici grazie ai quali gli individui si sarebbero impegnati a guadagnarsi un posto tra le élite attraverso una forma di emulazione tra rivali, intensa ma ben incanalata.

Anche gli occidentali con una conoscenza storica anche solo superficiale comprendono che le tradizioni politiche dei secoli precedenti, dall’estrema sinistra all’estrema destra passando per il centro liberaldemocratico, ruotano essenzialmente attorno alle questioni relative alla leadership. La lettura dei Federalist Papers, o un corso universitario introduttivo alla storia europea dal 1750 in poi, dovrebbe essere sufficiente a far prendere coscienza agli studenti che l’elitarismo — ovvero l’accettazione del fatto che una minoranza governi sempre, unita alla preoccupazione per la selezione e la formazione di questa minoranza — non è una posizione esoterica o eterodossa in contrasto con i valori liberaldemocratici. È semplicemente l’impostazione predefinita del pensiero politico occidentale moderno e di molto altro ancora, prima della modernità e al di là dell’Occidente. Non occorre guardare oltre le risorse concettuali immediate delle nostre tradizioni più vicine, né ridefinire la democrazia, per scoprire l’importanza di un’élite funzionale.

Un certo tipo di persona, tuttavia, potrebbe sentire il bisogno di immaginare che, facendo o pensando qualcosa di consolidato, stia inventando qualcosa di nuovo oppure recuperando, con un certo rischio, qualcosa di perduto o nascosto. Negli ultimi anni, qualsiasi cosa – dall’avere figli alla lettura di libri, fino all’attività fisica – è stata interpretata da alcuni commentatori della cultura come una spinta di sfida contro le norme prevalenti. Siamo incitati da ogni parte a concepire noi stessi come in resistenza a qualcosa, piuttosto che come attuatori e difensori: a provare risentimento verso la nostra cultura piuttosto che gratitudine per il fatto che, nella sua straordinaria generosità, ci abbia offerto ricche risorse concettuali grazie alle quali possiamo perseguire e forse diventare chi vogliamo essere. Così, la «democrazia dinamica» viene presentata al lettore come un termine rivelatore.

Mosca, Pareto e i loro difetti

Se oggi i classici luoghi comuni riescono a colpirci solo quando vengono presentati come novità, allora forse Drochon ha ragione, per ragioni tattiche, a riscaldare l’elitarismo che sta al centro del pensiero politico occidentale moderno con il suo concetto apparentemente innovativo. Purtroppo, però, è piuttosto affascinato da alcune delle idee più eccentriche o inapplicabili dei pensatori da cui attinge le sue idee. Questi ultimi sono tra i meno adatti ad aiutarci a comprendere i problemi del presente. È affascinato, ad esempio, dalla divisione di Pareto delle élite in «leoni» e «volpi». I primi sono «conservatori, che danno importanza al mantenimento dell’unità… dell’omogeneità, dei costumi consolidati e della fede, anteponendo i bisogni della comunità a quelli dell’individuo». I secondi sono «gli innovatori, più inclini alla disaggregazione… alla pluralità e allo scetticismo, che antepongono l’individuo alla comunità». 4 Questa distinzione è stata tratta dall’esperienza storica del suo autore nell’Italia del XIX secolo, dove la nobiltà tradizionale era in conflitto con coloro che avevano accumulato ricchezze grazie alla finanza e all’industria. L’analogia deve essere apparsa convincente a chi era cresciuto in mezzo a questi conflitti e in una cultura in cui tali concetti trovavano ancora eco.

Drochon, stranamente, ritiene che la contrapposizione “leoni contro volpi” metta in luce la nostra esperienza più recente. “La storia europea recente”, sostiene, è stata “dominata” dai “valori” delle volpi, ovvero quel tipo di élite in grado di prosperare nei “regimi parlamentari” basati sulla “negoziazione e sul compromesso”. 5 Gran parte della storia europea recente, infatti, è stata caratterizzata dalla frustrazione nei confronti dei regimi parlamentari, spesso descritti dai loro nemici come forum inutili per litigi senza fine o come strumenti corrotti al servizio degli interessi economici (le burocrazie statali europee e la burocrazia sovranazionale dell’Unione Europea possono essere intese come strategie per eludere alcuni aspetti indesiderabili del parlamentarismo).

Anche tralasciando i movimenti antiparlamentari del fascismo, del nazismo e del comunismo, se si considera la storia europea dopo il 1945, uno dei leader più importanti del continente, Charles de Gaulle, compì un colpo di Stato militare nel 1958 per abolire quello che considerava il regime eccessivamente parlamentare della Quarta Repubblica. Se quella si potesse definire un’azione da leone, il suo successivo programma di governo presidenziale sottolineava la necessità di modernizzare l’economia e la società francesi, cosa che, secondo Drochon, è invece la preoccupazione specifica delle volpi. Categorie in qualche modo utili per comprendere ciò che animava i dibattiti tra i politici italiani cinque generazioni fa crollano al contatto con i fenomeni del XX secolo, per non parlare di quelli del XXI.

Un altro elemento deplorevole del pensiero di Mosca e Pareto che affascina Drochon è l’idea dei gruppi sociali in ascesa e in declino. La “democrazia dinamica” da lui sostenuta è aperta al talento e al merito, di cui sono portatori gli individui non appartenenti alle élite che lottano per scalare la gerarchia, oltre che ai gruppi emarginati che, attraverso i propri leader, esercitano pressione sulle élite, le quali rispondono ammettendo alcuni di quei leader in un’élite riconfigurata. Tutto ciò rientra nella norma. Ma, cosa ben più significativa, Drochon sostiene che il regime ideale sia quello governato da un’élite che rimanga aperta alla «sfida perpetua delle élite emergenti nei confronti di quelle consolidate».6

Questa nozione di una “élite emergente” che si unisce a un’“élite consolidata” può sembrare una naturale riformulazione dei due percorsi di ingresso delle non-élite nell’élite descritti sopra. Ma cosa significa “emergente”? Si può dire che gli individui ammessi nell’élite attraverso quelli che vengono intesi come risultati personali o come mezzo di negoziazione collettiva siano emersi o, piuttosto, siano stati elevati. Ma ciò che Drochon intende per «élite emergente» è che, ancor prima di essere ammessi nell’élite esistente, questi individui sono già su una traiettoria ascendente, fanno parte di un gruppo sociale in ascesa in termini di ricchezza e prestigio, senza aver ancora ottenuto dall’attuale classe dirigente ciò che i suoi membri attribuiscono a se stessi come misura del riconoscimento meritato.

Si tratta di immaginare che i gruppi sociali formino o una sorta di soggetto collettivo che si può dire stia facendo strada verso l’alto, oppure un’entità sovraindividuale trascinata verso l’alto dal moto del cambiamento storico. Nella sua ascesa, essa converge e si scontra con le élite esistenti. Ma non sappiamo quali gruppi stiano emergendo, né tantomeno quali insiemi di persone possano mantenere una coerenza politica, culturale e morale sufficiente per essere qualificati in modo convincente come gruppi, se non attraverso le lotte di potere che, secondo Drochon, si svolgono tra le élite future e quelle attuali. La competizione non è un’arena in cui un’élite aspirante entra una volta superata una soglia di sviluppo sociale. Piuttosto, i risultati della competizione fanno sì che i vincitori e i vinti sembrino, col senno di poi, aver appartenuto a gruppi in ascesa o in declino.

Le aspirazioni frustrate delle classi sociali apparentemente emergenti costituirono un tema centrale dell’attivismo politico e della teoria occidentale del XVIII, XIX e primo XX secolo. Si riteneva che il progresso storico della modernità commerciale e industriale creasse una serie di classi distinte, ciascuna delle quali, man mano che diventava più numerosa e politicamente consapevole, finiva per scontrarsi con le strutture tradizionali della società e con le élite che le governavano. Si diceva che la borghesia avanzasse tali richieste alla nobiltà; una volta che la borghesia era stata accontentata, a sua volta la classe operaia avanzava le proprie richieste. Questo modo di concepire la storia recente non era esclusivo di Marx e della tradizione marxista. Era il contesto intellettuale che rendeva plausibili le idee di Marx. Tocqueville, ad esempio, vedeva la democrazia liberale—il regime della nuova élite—imprenditoriale e burocratica non aristocratica—nonostante l’apparente fallimento della Rivoluzione francese, come destinata a eliminare i residui dell’ancien régime e a sostituire, o fondersi con, l’élite aristocratica di quest’ultimo. In un contesto del genere, poteva sembrare plausibile parlare, con speranza o con timore, dell’ascesa della borghesia o del proletariato come se si discutesse dell’inesorabile movimento delle placche tettoniche.

Nell’ultimo mezzo secolo, gli storici si sono spesso chiesti se, in realtà, dietro le rivoluzioni del 1776, del 1789 e del 1848 esistessero effettivamente gruppi sociali così coerenti. Forse si sono accumulati dubbi ancora maggiori riguardo alla convinzione che la storia possa essere intesa come un movimento in avanti dello sviluppo economico e sociale, costituito da movimenti e contromovimenti più piccoli attraverso i quali insiemi di attori politici cercano di accelerare, rallentare o comunque rispondere al ritmo del cambiamento.

Potrebbe invece essere utile pensare alla società, in un dato momento, come a un insieme di un numero indefinito di potenziali contro-élite che vengono spinte verso l’autocoscienza dagli sforzi dei loro aspiranti leader di entrare nell’establishment al potere. Pensare in questi termini, in termini di élite potenziali piuttosto che emergenti, significherebbe accettare che vi sia contingenza non solo nell’esito degli scontri tra élite attuali e aspiranti, ma anche nei processi attraverso i quali i gruppi sociali vengono a esistere, e nei processi attraverso i quali le persone ambiziose vengono designate come rappresentanti di tali gruppi. Ciò che renderebbe efficace, o in qualche modo legittima, una particolare schiera di aspiranti a entrare nelle file della classe dirigente non sarebbe, secondo questa prospettiva, il fatto che essi appartengano a forze emergenti o storicamente progressiste.

Al contrario, le nostre aspiranti élite si ingraziano l’élite esistente presentando in modo convincente le proprie ambizioni individuali come il mezzo per il progresso delle masse non appartenenti all’élite. Queste ultime, in realtà, dispongono di un’effettiva forza politica e persino di coesione sociale nella misura in cui vengono spinte all’azione o rappresentate simbolicamente dai propri leader. Il fatto che i leader descrivano coloro che guidano come formazioni sociali preesistenti su una traiettoria storica ascendente, destinate a scontrarsi con i limiti di un ordine conservatore, è una caratteristica contingente — e forse in via di estinzione di una particolare fase della storia occidentale moderna. Man mano che l’era della borghesia «in ascesa», seguita da un proletariato «in ascesa» (che non è mai realmente asceso), si allontana, alle sue narrazioni politiche caratteristiche dovrebbe essere riservato lo stesso scetticismo che riserveremmo alle storie sulle fazioni al potere che hanno ottenuto o perso il Mandato del Cielo.

Eliti demoralizzate

Mosca e Pareto combinano la concezione storicista dell’ascesa e del declino delle classi con metafore naturalistiche che, come le antiche nozioni di un ciclo delle dinastie, assimilano la vita politica a meccanismi impersonali. Drochon trova queste metafore affascinanti. Per Mosca, la classe dominante diventa «chiusa e stazionaria — in una parola, conservatrice», mentre nuovi contendenti emergono e riportano la storia a uno stato di flusso. Per Pareto, la «circolazione delle élite» avviene o attraverso un flusso costante in cui nuovi talenti vengono continuamente assorbiti da una classe dominante aperta, oppure attraverso «il fiume che straripa e rompe gli argini» nel rovesciamento rivoluzionario di un’élite che si era mantenuta chiusa. 7 In questa ottica, la politica è l’arte di individuare nuovi talenti e gruppi sempre più potenti, e di adattare ad essi le istituzioni esistenti in modo tale che il cambiamento assuma la forma di una sequenza costante di riforme tempestive piuttosto che di rotture dirompenti.

Concepire la politica in questo modo affida alle élite consolidate una missione gestionale, analitica e, in ultima analisi, antipolitica. Anziché assumersi la responsabilità attiva di creare le condizioni sociali ed economiche che ritengono debbano prevalere, le élite educate a pensare nei termini sopra indicati sono essenzialmente irresponsabili. È certamente sensato integrare in modo pragmatico i dissidenti e i nuovi talenti. Ma una delle cause dell’attuale impasse politica e dell’ampia insoddisfazione nei confronti delle odierne élite occidentali potrebbe benissimo essere il fatto che queste ultime siano state a lungo addestrate a liberarsi della responsabilità politica: a descrivere se stesse come semplici esecutrici degli imperativi imposti dalla logica del mercato, dalla sicurezza nazionale, dall’arco morale dell’universo, ecc., piuttosto che come leader che plasmano e realizzano una volontà collettiva. Un’élite i cui membri vedono la propria missione come la descrive Drochon potrebbe non essere in grado di esercitare una leadership politica, specialmente nel corso delle generazioni.

Drochon ha molto da dire sull’importanza di accettare che tutti i regimi, anche le democrazie, abbiano un’élite, e di comprendere che un’élite funzionale è quella aperta a nuovi membri. Entrambe queste affermazioni sono sicuramente vere, anche se ci si potrebbe interrogare sull’impegno profuso per sottolinearle. Ma non c’è motivo di pensare che tale élite debba essere aperta nel modo in cui Drochon, attingendo a Mosca e Pareto, concepisce l’apertura. Abbiamo alle spalle una certa esperienza storica, o meglio una narrazione storiografica, di vecchi regimi abbattuti da una borghesia in ascesa e di ordini liberali minacciati da classi operaie insorgenti. Di conseguenza, abbiamo un senso comune morale e politico secondo cui appare evidente che una casta ristretta, chiusa e che si autoalimenta sia necessariamente «conservatrice», anzi anacronistica, e destinata al collasso se non rimane aperta a nuovi talenti. Né questa visione della storia né quella delle élite chiuse contrapposte a quelle aperte sono ovviamente vere. Queste nozioni potrebbero essere considerate come prodotti di un’epoca specifica, sempre più lontana, in cui la rivoluzione era una prospettiva concreta.

Sia da una prospettiva storica più ampia che da un punto di vista immediato nell’Occidente contemporaneo, non è affatto chiaro perché un gruppo di élite non possa perpetuarsi con successo senza aprirsi a nuovi membri. Per gran parte della storia recente, lo status all’interno di un’élite politica, economica e culturale è stato tramandato di generazione in generazione attraverso poche famiglie, i cui membri dovevano in genere superare alcune prove di idoneità, come esami o il servizio militare. Se ben concepito, un sistema del genere può durare a lungo. Si potrebbero prendere in considerazione le dinastie imperiali cinesi, che in genere duravano due o tre secoli. Un’élite di questo tipo potrebbe essere più o meno «statica» pur presiedendo a cambiamenti «dinamici» sul piano economico, sociologico e persino politico. Può valere anche il contrario: un’élite dinamica (composta da più gruppi in un equilibrio mutevole) non è necessariamente la più adatta a promuovere cambiamenti positivi nella società.

La stasi di tipo negativo ci è ben nota. Le nostre società, sempre più disuguali, conoscono bene la ricchezza patrimoniale: dopotutto, stiamo assistendo a un ritorno dall’impresa societaria all’azienda familiare come forma più rilevante di potere economico. Le nostre giovani aspiranti élite, impegnate a dimostrare il proprio merito e a incarnare valori legati al dinamismo, all’apertura e al progresso, sono solitamente figlie di élite che hanno fatto lo stesso.

La democrazia dinamica in America

Drochon vuole convincerci che, poiché non possiamo fare a meno di un’élite, dobbiamo mantenere aperta la nostra élite. Egli sostiene che, in particolare negli Stati Uniti, la “circolazione delle élite” abbia “subito un rallentamento, se non si è addirittura arrestata”, creando le condizioni per una “rivoluzione” o almeno per una “rivolta”. È vero che la contesa tra Trump e Biden è stata giustamente «denunciata come gerontocratica» e considerata un segnale preoccupante del fatto che i meccanismi di trasmissione del potere alla prossima generazione di élite fossero in qualche modo bloccati o in fase di collasso.8  Tuttavia, nulla nell’analisi di Drochon ci fornisce gli strumenti per riflettere specificamente sulla trasmissione generazionale del potere, che dopotutto può consistere nel fatto che i figli subentrino nelle posizioni dei genitori. Un’élite potrebbe evitare la gerontocrazia pur rimanendo chiusa sia ai nuovi talenti sia ai leader dei gruppi emergenti. Possiamo immaginare un’aristocrazia politicamente efficace composta da persone di mezza età o persino da giovani, come i principi del Rinascimento italiano o, più immediatamente, i giovani rampolli delle dinastie dei Kennedy e dei Trump.

Per Drochon, tuttavia, è stata la chiusura mentale — piuttosto che l’età, l’incompetenza o la malevolenza — dell’élite americana a suscitare sia l’antielitarismo populista sia l’insoddisfazione di un’élite emergente che, almeno temporaneamente, si è identificata con Trump. Quest’ultima, sostiene Drochon in un’affermazione incredibilmente generica, ha vinto nel 2024 con il sostegno di una nuova élite che «ha completamente sostituito la vecchia élite». La vecchia élite era composta da democratici e repubblicani anti-Trump (Drochon cita solo politici); la nuova élite include repubblicani pro-Trump e «i “tech-bros” Elon Musk, Jeff Bezos e Mark Zuckerberg, ecc.». Questi «oligarchi della tecnologia» costituivano una «élite emergente», apparentemente insoddisfatta dei limiti imposti loro dalla vecchia élite politica, pronta a sostenere il «cambio di regime» di Trump per promuovere i propri interessi.9 In che misura questi miliardari della tecnologia costituissero già in precedenza un’élite emergente o quali siano i loro interessi specifici rimane inspiegato in tutto il libro.

Negli ultimi due anni questa storia è stata raccontata così tante volte che l’esistenza di una specifica formazione sociale costituita dalle élite tecnologiche, con interessi e ideologia propri, potrebbe sembrare ovvia. Le convinzioni politiche delle singole élite della Silicon Valley, tuttavia, sono ampiamente eccentriche e instabili. I tentativi di tracciare il comportamento politico collettivo del gruppo, o di delineare gli impegni condivisi dai suoi membri, finora si sono rivelati poco convincenti. Poiché le élite tecnologiche sembrano aderire a ogni dottrina, dall’anarco-libertarismo all’autoritarismo neocameralista e dal transumanesimo al cattolicesimo eterodosso, spostando al contempo le loro donazioni dai Democratici neoliberisti ai Repubblicani sostenitori del MAGA, diventa difficile formulare affermazioni sul carattere di questa élite.

È vero che alcune élite tecnologiche hanno donato ingenti somme di denaro a Trump, e questo è stato probabilmente determinante per la sua rielezione. Ma queste élite rappresentano forse un gruppo distinto, una classe emergente con una propria visione del mondo e un proprio percorso storico, che si scontrano con le strutture gerontocratiche della Beltway proprio come la borghesia francese si scontrò con la Bastiglia?

Gli oligarchi della tecnologia, come gli altri ricchi, in genere vogliono tasse più basse, meno regolamentazione, più appalti pubblici, manodopera a basso costo, mercati protetti e così via. A differenza degli altri ricchi, possono anche avanzare richieste specifiche, ad esempio riguardo all’approvvigionamento idrico ed elettrico per i data center o all’allentamento delle leggi antimonopolistiche. Possono trovarsi in disaccordo con altri ricchi —e tra di loro—su ogni sorta di altre questioni sociali e culturali. Non è chiaro fino a che punto le loro richieste specifiche si integrino in un programma tale da poter affermare che le élite tecnologiche abbiano interessi comuni chiaramente articolati che debbano essere soddisfatti dall’establishment politico.

È ancora meno ovvio se il mezzo secolo di cambiamenti economici legati alla Silicon Valley e al settore tecnologico possa essere paragonato all’era dell’industrializzazione, che presumibilmente ha dato vita a nuove classi e a élite emergenti, tanto da poter parlare delle élite tecnologiche come di un’altra formazione di questo tipo. Tale analogia, tuttavia, ha orientato gran parte del nostro modo di pensare sia a queste élite, sia, più in generale, alle nuove tecnologie e ai nuovi modi di vivere legati all’informatica, a Internet e all’intelligenza artificiale. Gli analisti ci informano periodicamente che, grazie al dinamismo intrinseco della tecnologia, siamo alle soglie di, o siamo già entrati in, una nuova era alla quale le nostre strutture politiche, sociali e culturali devono adeguarsi. Tale affermazione si basava sul fatto che tali analisti avessero ereditato un quadro intellettuale grazie al quale potevano parlare con sicurezza della natura del cambiamento storico e della sua inevitabile sequenza di novità epocali.

Sembra tuttavia sempre più difficile tracciare la storia in questi termini lineari, o seguire l’ascesa e il declino di gruppi sociali caratterizzati da insiemi ben definiti di interessi e ideologie. La vita politica e la società civile appaiono sempre più come geroglifici imperscrutabili, specialmente se letti attraverso i metodi tradizionali dello storicismo e dell’analisi sociologica. Il corso in continua evoluzione dell’amministrazione Trump, l’instabile coalizione che lo sostiene e la mutevolezza delle visioni del mondo delle élite tecnologiche sembrano sintomatici di questa variabilità, così come lo sono i tentativi disperatamente loquaci dei commentatori di fornire categorie e classi attraverso cui comprendere le forme di pensiero frammentarie, proteiformi e sconcertanti in cui ci muoviamo. Non passa settimana senza che qualche saggio su Substack, improvvisamente popolare, annunci o denunci l’esistenza di una categoria di persone prima insospettabile (come, appunto, volpi e leoni). Ci viene fatto credere che per il nostro futuro politico sia imperativo comprendere questa categoria, o meglio discuterne in modo prolisso fino alla pubblicazione del prossimo saggio.

A partire dagli anni ’60, la sinistra ha cercato un gruppo sociale che sostituisse la classe operaia come motore del cambiamento sociale, riponendo le proprie speranze nelle minoranze razziali, nei giovani e negli immigrati, mentre gli osservatori conservatori hanno di conseguenza concentrato la propria ira su una serie di gruppi in parte immaginari, dai burocrati dello “Stato profondo” alle donne delle risorse umane. Le descrizioni dell’«élite tecnologica» possono ricoprire un ruolo simile, facendola apparire o come un pericolo o come uno strumento con cui smantellare un’élite sempre più disfunzionale. Ma il discorso pseudo-sociologico che identifica nuovi eroi e cattivi per il nostro dramma storico sembra aver raggiunto un picco di onnipresenza, incapace di orientare in modo affidabile la nostra politica.

Immaginare un’élite del futuro

Quanto detto sopra potrebbe sembrare un cavillo meschino. Drochon vuole che accettiamo l’idea che abbiamo bisogno di un’élite, in contrapposizione alla spinta irrazionale del populismo. Vuole che la nostra élite sia vitale, energica e competente. Si tratta di un’idea lodevole, e non si può che essere d’accordo. Ma nel tentativo di utilizzare le sue interpretazioni della teoria delle élite e il suo concetto di “democrazia dinamica” per sostenere queste tesi, Drochon ci presenta false scelte e falsi problemi.

Coloro che condividono il suo desiderio che le società occidentali siano governate in modo dignitoso non dovrebbero confondere tale desiderio, come fa Drochon, con quelli di mobilità sociale o di adeguamento al progresso della storia, che hanno prevalso come senso comune sin dalla fine del XVIII secolo. Questi desideri possono essere ragionevoli, o avere un nucleo razionale che andrebbe riformulato per la nostra epoca, ma non hanno nulla a che vedere, di per sé, né con la democrazia né con un’élite sana. Drochon, avendo accettato che la democrazia non possa fare a meno di un’élite, cerca di ridefinire la democrazia come un regime governato da un’élite aperta, mobile e progressista. Un regime governato da un’élite meritocratica, tuttavia, costantemente aperta a nuovi talenti e attivamente alla ricerca nel campo sociale di gruppi emergenti o minoranze emarginate, potrebbe essere percepito come antidemocratico da molti dei non-elitari che esso governa. Questo scenario, dopotutto, riflette in parte il modo in cui la base populista di Trump vede le élite che identifica all’interno della burocrazia federale, delle reti di lobbisti, dei media e del mondo accademico.

Se abbiamo deciso che la democrazia non può significare letteralmente il governo del popolo e deve essere ridefinita, allora non c’è alcun motivo particolare per cui dobbiamo accettare che l’apertura, la mobilità o l’adesione delle élite democratiche ad alcuni ideali di progresso storico siano gli elementi chiave di una democrazia ridefinita oggi. La democrazia, una volta svincolata dall’idea del governo del popolo, potrebbe piuttosto significare che l’inevitabile élite governa efficacemente per conto del popolo. Da questa prospettiva, potremmo riconsiderare se la creazione di un’élite intelligente e virtuosa al servizio del popolo abbia davvero così tanto a che fare con la questione della sua apertura, piuttosto che, ad esempio, con la qualità della sua istruzione, l’ampiezza della sua visione o il suo senso di responsabilità. Una volta liberati dalle narrazioni ormai consegnate alla storia, o dalle metafore fisiche che equiparano una buona società alla fluidità e al movimento, potremmo essere liberi di ripensare a ciò che vogliamo dalle nostre élite e a come ottenerlo.

La nostra profonda e diffusa insoddisfazione nei confronti degli attuali assetti sociali, economici e culturali si manifesta spesso sotto forma di ostilità verso coloro che vengono percepiti come élite e, talvolta, verso qualsiasi élite in generale. Le proteste contro la stagnazione e il relativo declino del tenore di vita delle classi medie e lavoratrici occidentali —che generano disorientamento etico e disperazione nei loro membri—si esprimono in forme imprecise e irrazionali che confondono problemi risolvibili con nemici chimerici. Il malcontento ben fondato nei confronti della traiettoria della nostra civiltà sfocia in movimenti e credenze bizzarri e autolesionistici. Le lamentele riguardo all’inaccessibilità degli alloggi e dell’assistenza sanitaria, o alla crescente difficoltà di assicurarsi un lavoro ben retribuito e un matrimonio appagante, si traducono in invettive non solo contro i leader che ci capitano e le loro decisioni sbagliate, ma contro il fatto stesso di dover essere guidati.

La sensazione diffusa di essere stati condotti in un vicolo cieco e di dover trovare una nuova strada rappresenta una richiesta politica di azione collettiva per riorganizzare il nostro mondo. Le persone che sembrano invocare a gran voce l’azione, la politica, la leadership sono diventate, a causa delle condizioni contro cui protestano, così disorientate e tormentate da aderire a movimenti demagogici che offrono loro la fugace illusione che qualcosa possa essere fatto a loro favore (o, più probabilmente, per punire le persone che odiano). Nel frattempo, questa demagogia erode ulteriormente non solo il loro tenore di vita, ma anche la loro capacità di distinguere l’azione dal gesto, la politica dal teatro, i leader dagli showman.

Nell’ultimo decennio, le richieste di smantellare lo “Stato amministrativo” o lo “Stato profondo” provenienti dalla destra, oppure “la polizia” e “le frontiere” provenienti dalla sinistra, si sono accompagnate, in un apparente paradosso, a un uso arbitrario e punitivo del potere statale da parte sia dei conservatori che dei progressisti, al fine di mettere a tacere e umiliare i propri nemici ideologici. Sia le richieste impossibili di abolire gli strumenti necessari al potere politico, sia gli abusi eclatanti di tali strumenti sono stati accolti con favore da ampi segmenti dell’opinione pubblica non appartenente all’élite. Se in tutto l’Occidente contemporaneo l’élite ha deluso il popolo, va detto che il popolo, a sua volta, ha perso la capacità di selezionare, sostenere o riconoscere un’élite efficace.

Noi che facciamo parte dell’élite culturale o intellettuale dobbiamo chiarire ai nostri concittadini — e prima di tutto a noi stessi — che un’élite di qualche tipo è necessaria e che solo attraverso un’élite è possibile riattivare la politica e trovare una via d’uscita dalla nostra impasse che ci sta riducendo alla miseria. La difesa di questo elitarismo non dovrebbe basarsi su modelli di pensiero storici e sociologici che, se mai sono stati utili, ora sembrano solo ingombrare il nostro discorso comune con astrazioni inapplicabili. Sappiamo, senza bisogno di ricorrere a essi, che esiste un’élite al potere e che ci governa male.

Potremmo iniziare a riflettere in modo positivo su come dovrebbe essere un’élite auspicabile, senza immaginarne l’auspicabilità in termini di capacità di rappresentare classi sociali o tipi umani distinti. Potremmo, infatti, considerare l’idea di rompere con la tradizione moderna che ha interpretato il problema delle élite in termini di grado di apertura della classe dirigente nei confronti dei nuovi arrivati e considerare aspetti più elevati. Tale apertura rimarrebbe, ovviamente, un argomento di analisi, ma di secondaria importanza rispetto alla virtù intrinseca della nostra élite in senso più platonico: nella forza di carattere, nella chiarezza di visione e nella gestione responsabile della nazione. In politica ci sono cose più importanti del semplice metodo di selezione.

Percepiamo inoltre che, nel cuore della libertà umana, vi sia un richiamo sempre presente a riconoscere e a partecipare a quella qualità splendente, preminente e superiore che si manifesta in certi individui dinamici, i quali ci svelano possibilità insospettate di agire. Il fatto che questo richiamo sia stato stravolto dai demagoghi — che fingono di essere proprio quelle persone per sedurci con gesti spettacolari e vuoti, che incarnano i nostri grotteschi fallimenti e mettono in scena le nostre peggiori fantasie invece di liberarci per vivere meglio alla luce del loro stesso esempio — rende ancora più imperativo che lo ascoltiamo e lo facciamo eco. Se speriamo di convincere i nostri concittadini ad accettare la necessità di un’élite, e di rendere questa élite necessaria il più competente e benevola possibile, allora dobbiamo iniziare a portare alla luce e a chiarire le nostre esperienze elementari di gerarchia, che sono state in parte oscurate da quel tipo di richiami allo storicismo su cui si basa la difesa dell’elitarismo di Drochon.

Questo articolo è stato originariamente pubblicato su American Affairs Volume X, Numero 2 (Estate 2026): 226–40.

Note

Hugo Drochon, Elites and Democracy (Princeton: Princeton University Press, 2026), 2.

Drochon, Elites and Democracy, 11–12.

Drochon, Elites and Democracy, 239.

Drochon, Elites and Democracy, 109.

Drochon, Elites and Democracy, 120.

Drochon, Elites and Democracy, 239.

Drochon, Elites and Democracy, 62, 106.

Drochon, Elites and Democracy, 241.

Drochon, Elites and Democracy, 242.