America faustiana _ di Constantin von Hoffmeister
America faustiana
La ricerca di rinnovamento e trascendenza dell’America bianca
| Constantin von Hoffmeister28 maggio |
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Questo è un estratto dal mio libro Il destino dell’America bianca (Multipolar Press, 2026).
Nell’ottobre del 1916, nel pieno della Prima Guerra Mondiale, mentre gli eserciti europei erano impegnati in una carneficina meccanizzata nelle trincee della Somme, di Verdun e in innumerevoli altri campi di battaglia meno noti, il giovane scrittore americano H.P. Lovecraft si fermò a riflettere sul destino della propria civiltà. Le antiche nazioni europee – Francia, Germania, Gran Bretagna, Austria-Ungheria e Russia – stavano divorando i loro giovani tra bombardamenti di artiglieria e nubi di gas velenosi, un’apocalisse che infrangeva la fiducia nel progresso che caratterizzava il XIX secolo. In mezzo a questo sconvolgimento, Lovecraft pose una domanda cruciale: “Gli americani desiderano rimanere un popolo teutonico-celtico vigoroso e di sani principi morali, oppure desiderano trasformare il loro paese in un sordido e amorfo caos di degrado e ibridismo come la Roma imperiale?”. Lovecraft inquadrò la questione attraverso la lente della storia classica. L’Impero Romano, un tempo disciplinato ed espansionista, si era, a suo avviso, degenerato in una massa cosmopolita, dove le popolazioni provinciali si riversavano nella capitale e l’antico carattere romano si dissolveva. La sua domanda, quindi, si ricollegava a un dibattito ben più antico sul destino delle civiltà. Roma, Atene, Cartagine e gli imperi successivi si erano tutti trovati ad affrontare momenti in cui l’identità che li aveva costruiti sembrava dissolversi all’interno della stessa universalità che avevano creato. Lovecraft si chiedeva se l’America, nata appena un secolo e mezzo prima, avrebbe seguito la stessa traiettoria.
Per gran parte della sua storia iniziale, gli Stati Uniti si sono considerati una civiltà plasmata principalmente dalla colonizzazione europea. Dall’epoca coloniale fino al XIX secolo, il quadro culturale dominante rifletteva le tradizioni delle Isole Britanniche e del Nord Europa, rafforzate dalla migrazione di tedeschi, irlandesi, scandinavi e altri popoli europei che si sono gradualmente integrati nella più ampia popolazione americana. I leader politici e gli intellettuali descrivevano spesso la nazione come una continuazione della civiltà occidentale nel Nuovo Mondo. Questa autopercezione ha iniziato a cambiare radicalmente nel corso del XX secolo, in particolare dopo l’approvazione dell’Immigration and Nationality Act del 1965, che ha sostituito i precedenti sistemi di quote che avevano favorito l’immigrazione europea. La nuova legge ha aperto le porte dell’immigrazione in modo più ampio all’Asia, all’America Latina e ad altre regioni del mondo in via di sviluppo. Nei decenni successivi, la composizione demografica degli Stati Uniti è cambiata a un ritmo senza precedenti nella storia del paese. A più di sessant’anni da quella svolta legislativa, la domanda si ripropone: come interpretano gli stessi americani bianchi l’identità della nazione? In molte regioni di quella che i giornalisti spesso chiamano “America centrale” o “paese di passaggio”, ampie fasce della popolazione immaginano ancora gli Stati Uniti attraverso la vecchia narrazione di una società di discendenza europea. I flussi migratori a volte riflettono questo istinto di continuità culturale, con le famiglie che si trasferiscono in aree dove le comunità conservano tradizioni e norme sociali familiari. Tuttavia, la portata e la velocità del cambiamento demografico creano una potente controcorrente. Per i critici delle politiche migratorie contemporanee, il semplice rallentamento dell’afflusso non sembra sufficiente. Sostengono che sarebbero necessarie misure di vasta portata per ripristinare l’equilibrio demografico che un tempo definiva l’identità storica del paese.
Il significato storico più ampio dell’America, tuttavia, si estende oltre le questioni demografiche, fino al regno del carattere civilizzazionale. Molti osservatori hanno descritto gli Stati Uniti come espressione dello spirito faustiano identificato da Oswald Spengler. Nell’analisi di Spengler, la civiltà faustiana dell’Occidente ricerca un’espansione, un’esplorazione e un dominio dello spazio senza fine. L’America incarna questo impulso con notevole intensità. La conquista del West americano durante il XIX secolo illustra vividamente questo concetto. I coloni attraversarono vaste pianure e catene montuose, costruirono ferrovie attraverso i deserti e fondarono città dove un tempo la natura selvaggia si estendeva ininterrotta fino all’orizzonte. L’esperienza della frontiera richiedeva forza di volontà, resistenza e la volontà di affrontare l’ignoto. Con sangue, sudore e implacabile determinazione, la repubblica in espansione trasformò un continente immenso in una civiltà industriale. La stessa energia irrequieta spinse in seguito gli Stati Uniti a raggiungere traguardi scientifici e tecnologici. Quando gli Stati Uniti lanciarono i programmi spaziali Apollo e Mercury durante la Guerra Fredda, il simbolismo andò ben oltre il risultato tecnico dell’allunaggio degli astronauti. Le missioni portavano i nomi di divinità classiche – Apollo, il radioso dio del sole, e Mercurio, il veloce messaggero dell’Olimpo – collegando l’ambizione tecnologica moderna all’immaginazione mitologica dell’antica Europa. L’emblema dell’aquila, a lungo associato alla Roma imperiale e successivamente adottato dagli Stati Uniti come simbolo nazionale, sembrò quasi riemergere in una nuova forma mentre i razzi perforavano l’alta atmosfera. In quel momento, la spinta prometeica della civiltà occidentale si estese oltre la Terra stessa.
Questo stesso temperamento civilizzazionale permea la cultura americana sia a livello pratico che intellettuale. Il sistema capitalistico del paese incoraggia l’innovazione, l’assunzione di rischi e la ricerca di progetti ambiziosi che spingono al limite le capacità umane. Le imprese private portano avanti sempre più l’impulso esplorativo che un tempo apparteneva principalmente ai governi. Le aziende impegnate nell’esplorazione spaziale commerciale tentano di spingere la presenza umana sempre più in profondità nel sistema solare, ravvivando lo spirito che animava i precedenti programmi nazionali. In questo senso, i discendenti del Dottor Faust, il leggendario cercatore della conoscenza e del potere assoluti, continuano la loro ricerca attraverso i laboratori, le piattaforme di lancio e i centri di ricerca dell’America moderna. La spinta a trascendere i limiti, ad andare più lontano e più in alto di quanto le generazioni precedenti avessero mai immaginato possibile, rimane profondamente radicata nell’immaginario americano.
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