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Zelensky sostiene che alcuni documenti segreti russi trapelati dimostrino che la Russia si sta preparando a colpire i “centri decisionali” dell’Ucraina _ Simplicius

Zelensky sostiene che alcuni documenti segreti russi trapelati dimostrino che la Russia si sta preparando a colpire i “centri decisionali” dell’Ucraina

Simplicius16 maggio
 
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Riprendendo il filo del discorso dell’articolo di ieri, riguardo alla direzione futura della Russia, si registrano alcuni sviluppi interessanti. Zelensky ha appena annunciato che la Russia sta valutando un nuovo attacco su larga scala — forse contro Kiev — dalla Bielorussia, proprio come nel 2022:

Certo, sentiamo parlare di queste cose da molto tempo. Ma bisogna ammettere che la Russia ci ha dato motivo di riflessione con le recenti incursioni oltre confine proprio in quelle regioni. In particolare, le incursioni a Chernigov hanno portato alla conquista di territori in quella zona in direzione di Kiev per la prima volta dal 2022, e questo è successo negli ultimi mesi, anche se per ora si tratta di una striscia di terra molto piccola.

Probabilmente si tratta di una speculazione o di una semplice sciocchezza da parte di Zelensky, ma fa comunque riflettere, soprattutto alla luce di altri sviluppi paralleli.

Zelensky ha inoltre annunciato che la Russia sta preparando, per la prima volta da quando è iniziata la guerra, un’operazione volta a neutralizzare la leadership ucraina attraverso attacchi diretti contro i «centri decisionali» di Kiev. Ha pubblicato dei documenti che, secondo quanto riferito, sarebbero stati ottenuti dai suoi servizi segreti e che mostrano le liste degli obiettivi russi proprio per questi quartier generali:

Volodymyr Zelenskyy / Volodymyr Zelenskyy@ZelenskyyUaOggi ho tenuto una riunione con i capi dello Stato Maggiore delle Forze Armate ucraine, dei Servizi di intelligence della Difesa, dei Servizi di intelligence esteri e dei Servizi di sicurezza dell’Ucraina. Sono stati affrontati tre temi principali. In primo luogo, stiamo definendo gli obiettivi per la nostra prossima strategia a lungo termine13:20 · 15 maggio 2026 · 252.000 visualizzazioni247 risposte · 867 condivisioni · 3.960 Mi piace

In terzo luogo, gli esperti dei servizi di intelligence della Difesa ucraini hanno ottenuto documenti che indicano che i russi stanno preparando nuovi attacchi missilistici e con droni contro l’Ucraina, compresi, come li definiscono, quelli contro i «centri decisionali». Tra questi figurano quasi due dozzine di centri politici e posti di comando militari. Naturalmente, abbiamo tenuto conto di queste informazioni. Ma vale la pena sottolineare in modo specifico alla leadership russa che l’Ucraina – dopotutto – non è la Russia. E a differenza dello Stato aggressore, dove c’è un chiaro autore di questa guerra e una cerchia di lunga data attorno a lui che sostiene il suo distacco dalla realtà, la fonte della difesa dell’Ucraina è la prontezza del popolo ucraino a combattere per la propria indipendenza e per il proprio Stato sovrano. Gli ucraini meritano la loro sovranità proprio come qualsiasi altra nazione. Il popolo non può essere sconfitto. La Russia deve porre fine alla sua guerra e negoziare una pace dignitosa, piuttosto che cercare nuovi modi per intimidire l’Ucraina. Ringrazio tutti coloro che stanno aiutando. Gloria all’Ucraina!

La prima immagine mostra la sede della presidenza ucraina in via Bankova a Kiev, non lontano da piazza Maidan, e menziona un “tunnel sotterraneo a 95,2 metri di profondità”:

Un ufficiale ucraino ha fatto scalpore respingendo il piano, sostenendo che gli attacchi russi non sarebbero mai riusciti a penetrare in questi bunker profondi oltre 95 metri:

La seconda immagine pubblicata da Zelensky sembra mostrare una «dacia» di proprietà del presidente ucraino:

E infine, un elenco di altri obiettivi:

A prima vista, molti lo liquideranno come l’ennesima manovra di propaganda di Zelensky. Ma mi permetto di dissentire, dato che la Russia stessa, tramite il Ministero della Difesa, aveva appena reso nota una serie di obiettivi europei di produttori di droni per l’Ucraina, lasciando intendere molto chiaramente che la Russia potrebbe presto iniziare a colpire l’Europa.

Ricordiamo che Medvedev aveva avvertito più volte che la Russia sta perdendo la pazienza al riguardo.

Ora, l’ambasciatore russo Dmitry Polyanskiy ha confermato a Daniel Davis in un’intervista che la Russia sembra davvero aver raggiunto un punto di non ritorno proprio di questo tipo:

Analisi approfondita di Daniel Davis@DanielLDavis1Ambasciatore russo: potrebbe essere già “troppo tardi” per scongiurare un attacco missilistico russo contro l’Europa. @Dpol_un Questa mattina, durante la nostra trasmissione “Deep Dive”, ho intervistato l’ambasciatore russo presso l’OSCE a Vienna e gli ho chiesto senza mezzi termini se la Russia avrebbe colpito obiettivi *europei* e19:26 · 15 maggio 2026 · 15,9 mila visualizzazioni29 risposte · 191 condivisioni · 458 Mi piace

Questa mattina, durante la nostra trasmissione “Deep Dive”, ho intervistato l’ambasciatore russo presso l’OSCE a Vienna e gli ho chiesto senza mezzi termini se la Russia avrebbe colpito obiettivi *europei* ed esteso il conflitto. Mi aspettavo una risposta diplomaticamente evasiva, dalla quale avrei dovuto leggere tra le righe. Invece, è stato diretto come nessun altro diplomatico che abbia mai sentito:

Potrebbe essere già “troppo tardi” per evitare un attacco diretto della Russia contro obiettivi europei.

Certo, penso che il colonnello Davis abbia un po’ esagerato nel parafrasare le parole di Polyanskiy. Non ha detto che potrebbe essere “già troppo tardi” per scongiurare attacchi russi sull’Europa, ma ha avanzato un’ipotesi: se la Russia dovesse attaccare in futuro, la gente si chiederà perché sia successo, e a quel punto sarà ormai troppo tardi.

Ciononostante, Polyanskiy lascia chiaramente intendere che la Russia potrebbe non escludere la possibilità di colpire obiettivi europei qualora questa situazione dovesse protrarsi, poiché, come egli stesso afferma, l’Europa e la NATO sono ora coinvolte a loro volta nel colpire obiettivi in Russia. Non solo fornendo le coordinate e gli specialisti necessari per lanciare armi europee come lo Storm Shadow, ma anche attraverso recenti iniziative come, ad esempio, quella della Germania che ha avviato un percorso di sviluppo cooperativo con l’azienda ucraina FirePoint per costruire missili simili al Flamingo destinati a colpire obiettivi in profondità sul territorio russo. E poi c’è il sostegno diretto agli attacchi ucraini attraverso lo spazio aereo europeo, come abbiamo visto culminare con la debacle baltica.

Un altro aspetto da considerare è che la Russia potrebbe aver ignorato a lungo tali provocazioni poiché non avevano causato danni gravi alle sue «retrovie». Di recente, però, questi attacchi sferrati con l’aiuto dell’Occidente tramite droni ucraini hanno colpito diversi siti russi sensibili, dagli impianti elettronici e militari-industriali chiave fino, ovviamente, alle infrastrutture petrolifere di importanza strategica nazionale. A un certo punto, se il dolore causato da questi attacchi inizia a diventare insostenibile o a scuotere il Cremlino, allora la Russia potrebbe non avere altra scelta che togliersi i guanti.

Sempre più politologi, personalità di spicco e figure influenti dell’ambito militare russi stanno invocando attacchi di questo tipo, in particolare di natura nucleare.

Ma l’altro aspetto, più interessante, si ricollega a quanto ho scritto nell’ultimo articolo a proposito delle dichiarazioni di Medvedev e della teoria secondo cui la Russia potrebbe essere in attesa della destituzione di Zelensky per imporre un cessate il fuoco che le consentirebbe di conquistare rapidamente la regione del Donbass. Ora, alla luce delle recenti notizie secondo cui la Russia potrebbe prepararsi a colpire i centri decisionali – il che presumibilmente include anche i loro effettivi occupanti – questa teoria assume una nuova prospettiva.

La Russia potrebbe decidere di “accelerare” definitivamente l’“ascesa” di Zelensky mediante una sua rimozione forzata, dopo aver perso la pazienza. Zelensky ha ora promesso di rispondere agli ultimi attacchi con alcuni colpi “delicati” da parte sua. Circolano voci secondo cui l’Ucraina tenterà nuovamente di colpire direttamente il Cremlino, ed è vero che recentemente la prevalenza di droni ucraini e l’aiuto dei paesi confinanti hanno permesso all’Ucraina di aggirare, in una certa misura e in modo insolito, le difese russe.

Il Cremlino potrebbe prepararsi proprio a queste provocazioni ed essere pronto a colpire i «centri decisionali» come rappresaglia. Si è parlato della possibilità che l’Ucraina stia cercando di raggiungere un accordo reciproco per porre fine a tali attacchi, compresi quelli alle infrastrutture energetiche, il che suggerisce l’ipotesi che in precedenza esistesse un accordo segreto, una sorta di «stretta di mano», per non prendere di mira i rispettivi centri decisionali.

Perché la Russia dovrebbe stipulare un accordo del genere? Per la Russia, la minaccia non consiste nel fatto che l’Ucraina possa effettivamente eliminare o decapitare importanti esponenti della leadership militare o politica russa: ciò non è plausibile. Ciò che è plausibile è che tali attacchi causino una grave umiliazione politica alla Russia, il che sarebbe sgradevole. Per l’Ucraina, invece, la minaccia che la propria leadership venga effettivamente eliminata è reale.

Pertanto, le ultime minacce provenienti da entrambe le parti potrebbero essere solo una mossa strategica volta a scoraggiare un’ulteriore escalation da parte dell’altra. È tuttavia probabile che, alla luce dei continui attacchi riusciti sferrati dall’Ucraina contro le infrastrutture energetiche russe, le voci all’interno dei circoli dell’élite russa a favore di una forte rappresaglia contro l’Europa stiano diventando sempre più insistenti.

In questo caso, si può affermare che Putin rimanga probabilmente uno degli ultimi «freni di sicurezza» a contenere l’ondata crescente di nazionalisti turbo-patrioti inferociti che non vedrebbero l’ora di vendicarsi dell’Europa. Verrebbe da pensare che ciò dovrebbe terrorizzare i leader europei al punto da spingerli a garantire che Putin rimanga al potere come una diga a contenerne l’avanzata. Ma in realtà, ci sono probabilmente molti ai vertici della cabala europea e della mafia di Bruxelles che vorrebbero che gli estremisti russi prendessero il comando e attaccassero l’Europa, perché ciò darebbe all’UE e alla NATO, ormai moribonde, il casus belli di cui hanno bisogno per vendere la guerra a una popolazione stordita, e consentirebbe loro quel grande reset del sistema finanziario che cercano ormai da tanto tempo.

Allora, che ne pensi?

SONDAGGIOLa Russia attaccherà davvero l’Europa?
Assolutamente no,
Putin non è pazzo
Sicuramente, e molto presto
Alla fine, se si insiste

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Imprese e Autarkeia: l’economia civilizzata _ di Speglarian Perspective

Imprese e Autarkeia: l’economia civilizzata

Spenglarian perspective 11 maggio
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Going with the grain: the rise and fall of the Roman market - Engelsberg  ideas

Vi scrivo questo promemoria ora che la mia tesi è online. Inizierò a pubblicare contenuti a pagamento, oltre ai post gratuiti, che potrete leggere per 5 sterline al mese. Ho ufficialmente terminato l’anno accademico, quindi mi dedicherò maggiormente al blog e al contempo completerò il mio libro. Grazie ai primi abbonamenti a pagamento, siamo anche saliti al 34° posto nella classifica Rising History, rispetto al 53° di ieri. Grazie a tutti voi per il supporto a Spenglarian.Perspective.


Per Spengler, il denaro è un concetto, una teoria della mente che attribuisce valore a cose che non hanno un valore intrinseco. Essendo una teoria della mente, è anche soggetta ai particolari modi di pensare di ogni cultura che la produce. Abbiamo visto nel precedente articolo sul denaro che i modi classici e occidentali di concepirlo sono reciprocamente opposti. Per la Grecia, il valore è insito nella sua stabilità fisica. L’oro ha un valore intrinseco, quindi viene trasformato in moneta. In Occidente, il valore viene prodotto attraverso la concentrazione di energia e la sua canalizzazione come forza, essendo la forza direzionale un concetto completamente estraneo al pensiero greco. Di conseguenza, il denaro occidentale, come la sua politica, la sua scienza e la sua matematica, è dinamico e fondato sulle relazioni tra punti variabili , mentre il denaro greco, ancora una volta, come il suo pensiero e la sua politica, si basa su sostanze statiche senza alcuna concezione di passato o futuro.

In Civilisation, questo concetto si trasforma in forme grandiose. Spengler indica il capitalismo occidentale come prodotto di un pensiero cosmopolita e il capitale come la forza che mantiene l’economia in movimento e, di conseguenza, genera valore. Contemporaneamente, nella Grecia ellenistica, l’economia esercitava un effetto magnetico che attirava monete fisiche da tutto il mondo conosciuto verso i centri commerciali. In ogni città-stato, Spengler osserva l’ideale comune di Autarkeia, in cui ogni polis cercava di isolare la propria economia dalle altre e di essere completamente indipendente, possedendo un proprio sistema economico interno che non si diffondeva al di fuori della propria sfera di influenza. Spengler contrappone questo concetto alla nozione occidentale di impresa , un’organizzazione a scopo di lucro che produce e vende beni a soggetti esterni alla propria sfera d’influenza per accumulare profitti, espandendo così il proprio capitale personale e, di conseguenza, la propria sfera di influenza sul mercato di riferimento. Può trattarsi di qualcosa di semplice come uno studio legale locale, o di qualcosa di più complesso come una megacorporazione multinazionale, ma il punto è che questo stile di economia espansiva e in crescita esponenziale tende a estendersi deliberatamente il più possibile verso l’esterno per convertire la produzione in energia e influenza. Se un qualsiasi sistema economico moderno cercasse di essere stabile o autosufficiente, rischierebbe di soccombere alla concorrenza e il suo valore perderebbe significato al di fuori della circolazione.

L’economia classica era anche miope. Se il suo obiettivo era quello di rendere ogni cosa il più possibile vicina alla propria presenza, questo valeva anche in termini temporali. Le fonti di reddito non venivano considerate finché non se ne presentava la necessità, spingendo a metodi disperati, e talvolta autodistruttivi, per procurarsi oro. Ci si aspettava che gli edili di Roma finanziassero le strade e gli edifici che progettavano e i giochi che organizzavano, con conseguenti enormi debiti che venivano spesso ripagati saccheggiando le province, come nel caso di Giulio Cesare in Gallia. Quando si verificavano eccedenze, si seguiva l’esempio di Eubulo di Atene, che le distribuiva al popolo per ottenere popolarità. L’idea di intensificare il lavoro, come farebbe un manager o un uomo d’affari occidentale, non sfiorava minimamente l’uomo ellenistico, e Spengler osserva che se Roma non avesse avuto sotto il suo controllo un’antica civiltà dotata di questo istinto, come l’Egitto, avrebbe saccheggiato costantemente il mondo circostante e si sarebbe estinta piuttosto rapidamente.

Il pensiero monetario occidentale non ha mai messo in dubbio l’idea che il denaro debba essere pianificato. Già nel Medioevo, si osservava la pianificazione centralizzata delle nazioni da parte di tesorieri e finanzieri in Inghilterra e Francia, e fu la Spagna, intorno al periodo tardo, a introdurre la contabilità a partita doppia, che rivoluzionò la conservazione del valore monetario. Il capitalismo viene spesso additato come la causa sistematica del colonialismo, ma l’espansione è anche al centro dell’ideologia socialista e comunista. La teoria del valore-lavoro riconosce, all’incirca nello stesso periodo in cui venivano elaborate le leggi della termodinamica, che il valore non è intrinseco alla proprietà, ma è il prodotto del lavoro in essa investito, proprio come la concezione lockiana dei diritti di proprietà fu sancita dalla teoria del lavoro. Il lavoro è energia; pertanto, il lavoro genera valore, che può essere misurato in denaro. La necessità di pianificare in anticipo e prevedere gli eventi futuri diventa quindi fondamentale per preservare il flusso di questo capitale astratto e superare gli ostacoli futuri.

A partire dall’inizio dell’età imperiale, iniziamo a osservare la trasformazione dell’impero in una condizione rurale. L’oro, da riserva di valore intrinseco, torna a essere una merce, poiché la popolazione cessa di essere urbana e il mondo contadino riemerge, insieme al pensiero contadino. L’oro possiede valore solo nelle culture cittadine e urbane perché è necessario un certo livello di astrazione affinché tali ambienti possano esistere; ma nelle campagne, i problemi dell’uomo non sono ideologici, spirituali o politici, bensì pratici e legati a circostanze concrete. Spengler attribuisce a questo fattore l’insolito spostamento dell’oro verso est dopo Adriano. Il Nuovo Mondo era quello magico, che aveva un maggiore bisogno di oro nella propria concezione del valore, mentre l’Impero Romano d’Occidente, al di fuori della sua sfera culturale, regrediva a condizioni più primitive. Con l’avvento di Diocleziano, assistiamo anche all’abolizione dell’economia schiavista. Gli uomini non sono più un metro di misura del valore, e il loro status di pedine nel mondo antico cambia man mano che quest’ultimo inizia ad assumere un ruolo più marcato nelle concezioni cristiane dell’umanità e del denaro.

Spengler non poté dire ai suoi tempi cosa ci riservasse il futuro dell’economia faustiana. Dedica invece un secondo capitolo sull’economia, di appena una decina di pagine, in cui utilizza tutto ciò che aveva esposto fino a quel momento nei due volumi per condurre un’analisi critica del motore della società occidentale: la Macchina. Approfondiremo questo aspetto la prossima settimana.

M. Cacciari, R. Esposito, Kaos _ recensione di Tedoro Klitsche de la Grange

M. Cacciari, R. Esposito, Kaos, Il Mulino, Bologna 2026, pp. 134, € 16,00.

Uscito da poche settimane, questo libro, composto da  due saggi sul Kaos, è stato abbondantemente (e meritatamente) recensito, sia per le prospettive da cui parte (lontane dagli anatemi e dalle ovazioni della stampa mainstream) che dal tema trattato.

Cos’è il Kaos? Scrivono gli autori nella premessa “Le Muse di Esiodo ci ricordano che il Principio sommo della generazione, genesis, è Chaos – da lui vengono Erebo e Notte e da questi Etere e Giorno. Gli opposti sorgono dal suo Abisso. Chaos significa il Vuoto senza differenza in sé, l’Aperto, la bocca spalancata prima che qualsiasi suono venga emesso. Relazioni, armonie, così come contraddizioni e confusioni nascono da Chaos, non sono Chaos. E nel suo immenso Vuoto possono fare ritorno. Il Vuoto-Chaos resta sempre aperto sotto i nostri piedi… Questo è il vero pericolo; la confusione e il disordine che sembrano marcare l’epoca forse nascondono un Vuoto che è il grembo dove stanno maturando nuovi ordini e nuovi principi. Perché il Vuoto apre a infiniti possibili… Chaos è principio morfogenetico, genererà necessariamente nuovi Ordini…Ciò che l’arte e la mitologia riescono a tradurre in immagine è l’attrito, sempre più marcato, tra luoghi sovrani, spazi imperiali e potenze globali tecno-economiche”; e la Tecnica? “Priva di energia politica, è incapace di pacificare i conflitti in corso in un nuovo assetto giuridico. Se può sfondare tutti i nomoi precedenti, non sa fondare un nuovo nomos. Nonostante la sua debolezza, il Politico continua a sporgere da ogni neutralizzazione, resta irriducibile a semplice amministrazione. Resiste alla sua emarginazione, creando nuovo Chaos. Così dietro tutti i progetti di ordine cosmopolitico si affaccia il fantasma dell’anarchia, della guerra civile mondiale”.

A riflettere su questa aporia è la geopolitica: «Nulla è meno “statico” dello Stato – necessariamente tendente ad una potenza che può essere di volta in volta contenuta, trattenuta, ma non azzerata. Per questo, contrariamente a quanto è accaduto nei primi decenni del secolo scorso, la geopolitica contemporanea, oltre che della forza, è scienza del limite… Per ogni soggetto politico il Possibile confina da un lato con il Necessario e dall’altro con l’Impossibile».

Ciò serve a spiegare la situazione attuale, dove all’ordine bipolare precedente il crollo del comunismo, non si è sostituito alcun ordine, perché quello unipolare dell’egemonia americana si è rivelato  inconsistente e quello multipolare dei “grandi spazi” è nelle doglie del parto e dell’identità del nascituro.

La brillante esposizione e la dotta (e logica) argomentazione degli autori ha generato, come cennato, molte recensioni da prospettive politiche, politologiche e filosofiche. Manca la prospettiva giuridica, o meglio, giuspublicistica, onde cerco, da giurista dilettante, di ovviare.

In primo luogo il Kaos, come disordine, non è (solo) il contrario dell’ordine, e non ha (solo) connotazioni negative. E’ una condizione storica di transizione, di passaggio da un (vecchio) ordine a uno nuovo: il disordine è la fase necessaria di instaurazione di un ordinamento, di una forma nuova della comunità. Non è determinato dal diritto, ma lo distrugge e lo crea. Le concezioni che più  somigliano a quelle degli autori sono di Jhering (la forza crea il diritto per salvare la vita), di M. Hauriou su  le gouvernement de fait (che progressivamente diventa gouvernement de droit) e di Santi Romano (in particolare, ma non solo, vedi il saggio su Rivoluzione e diritto). Se è una condizione storica del Mouvement social (scriverebbe Hauriou) il Kaos è quindi necessario e ineliminabile. Non distrugge (solo) l’ordine: è la creazione di quello nuovo, è il travaglio della storia.

In secondo luogo, e come conseguenza, la funzione morfogenetica del Kaos è rapportabile sia alla teoria ciclica della successione tra forme politiche che a quelle del carattere nei cambiamenti di costituzione. Quanto alla concezione ciclica, è così diffusa che è inutile, tra i tanti che l’hanno condivisa, ricordare i giuristi (non tutti ovviamente). Quanto al cambiamento di costituzione sempre indotto dalla crisi, dal disordine e dalla lotta (violenta) fu enunciata da Spinoza (ma ripresa, in modi diversi da Jhering, Santi Romano e Carl Schmitt). Sempre a Spinoza dobbiamo l’antecedente della teoria del rapporto tra possibile, necessario e impossibile. Ma prima di Spinoza era già ripetuto dai giuristi romani nel Corpus juris: ad impossibilia memo tenetur, obligatio rei impossibilitis nulla est, e così via. Quindi oltre un millennio prima del filosofo olandese. Anch’essa ripetuta (poi) da tanti  legislatori e giuristi successivi, tra gli altri, Del Vecchio.

Al rapporto tra possibile e impossibile, dobbiamo anche la concezione dello spazio.

Lo spazio del diritto è delimitato dal possibile. Ma i limiti del possibile sono quelli non solo del comando ma anche della lotta (il campo di battaglia). E dei comportamenti relativi. Agli spazi della terra o del mare e ai relativi diversi tipi di guerre si è aggiunto (Schmitt) nel XX secolo lo spazio aereo, e poi nel XXI secolo il cyberspazio.

Tutti campi di battaglia nuovi resi possibili dal progresso tecnico. Che come ha ampliato il possibile, lo ha fatto con lo spazio del conflitto.

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Cacciari scrive è: «Illusionspolitik l’idea che il processo di globalizzazione produca “naturalmente” Ordine politico (di qualsiasi natura lo si immagini). La rete della globalizzazione è tutta buchi politici… Anche l’idea, logicamente assurda (non è questa la sede per dimostrarlo) dello iustum bellum, che riempie oggi la bocca degli stolti di tutto il mondo, nasce da qui. Ma come potrà essere garantita la terzietà del giudice in un conflitto tra Stati?» e prosegue “O piuttosto, ancora, sarà da una catastrofe “rigenerante” da una globale violenza costituente, che dobbiamo attenderci il Giudizio? Certo, esso non verrà da un Tribunale terzo”. Per la verità gran parte dei giuristi contemporanei non sono d’accordo. Tuttavia quelli che hanno previsto il contrario, condividendo il giudizio di Hegel che non c’è Pretore  tra gli Stati tra i quali, come  esempio di sintesi tra tesi opposte, può ricordarsi Maurice Hauriou. Il quale sosteneva che ogni comunità umana organizzata genera due tipi di diritti e di giustizia: quella intergroupale tra pari e quella istituzionale-disciplinare, tra non pari. Per cui né la situazione di parità elimina la giustizia istituzionale-disciplinare né questa elimina quella, perché entrambe fondate su caratteristiche naturali dell’uomo: la naturale socievolezza e l’essere zoon politikon.

Scrive Esposito, concludendo il suo saggio «il chaos, quanto più esteso, tanto più reclama la possibilità di un nuovo ordine. Chaos e nomos si oppongono, ma sono allo stesso tempo complementari. Perciò oggi è quanto mai urgente riattivare una rinnovata prassi istituente… Rinnovata nel linguaggio e nelle intenzioni, la geopolitica è aperta ad un confronto produttivo con il costituzionalismo democratico e pluralista. Innanzitutto perché è in essenza pluralista – escludendo la possibilità di un unico Impero o anche di un mondo unipolare. E poi perché considera essenziale riconoscere, accanto al proprio, il punto di vista dell’altro…  Del resto, nonostante le pretese di universalità, il diritto ha sempre una dimensione, o almeno un’origine, locale. Affonda sempre in una terra, anche quando intende solcare i mari e alzarsi nei cieli. Perciò è sbagliato contrapporlo alla geopolitica. Ogni costituzione giuridica poggia su un dato materiale senza il quale si dissolverebbe in pura estrazione. Ma la terra, per farsi spazio politico, richiede una legge che la determini. E’ questo nodo metafisico a legare chaos e cosmo in un  medesimo destino». E tale stretto rapporto è avvertito e fondamentale nelle concezioni realistiche del diritto e nei giuristi che le hanno sostenute.

Teodoro Katte Klitsche de la Grange

La trappola iraniana_di WS

 Questo  articolo  di Simplicius

tratta   della sconfitta  tattica        già ricevuta   dagli U$A in Iran . 

 Gli U$A   non hanno la forza   convenzionale per disarmare  l’ Iran,   e la cosa    era  evidente    già da prima.  Nessun bombardamento   convenzionale   può  distruggere    fabbriche  e depositi  posti    sotto centinaia  di metri   di granito.    Non  si possono   sigillare  per sempre   tutte  le entrate  e uscite   di un formicaio; l’ unico modo  per distruggerlo   è sventrarlo,    cosa   che   nessun   arma NON-nucleare  può   fare .

Ma questo   “stallo”    ci induce   ad  una domanda: come piegare una entità nazionale come l’ Iran ?

Per   un simile    scopo  ci sono sempre  quattro  vie possibili :

1) corrompere una buona parte  sua elite ( es URSS o Iran 1953 ) 

2 ) generare una guerra civile ( es-. Siria) 

3) disarticolare l’ entità con bombardamenti/incursioni  per favorire la presa di potere di una fazione amica ( es Libia, ma anche italia 1943)

4) invaderla ed occuparla in modo sistematico ( esempio europa 1945 o Irak 2003 )  

E’ chiaro che la soluzione più  efficace  è sempre e solo la (4) . Senza  “ boots on the ground “le altre non possono essere altrettanto sicure .

 La ( 1) non è stata sufficiente ad impadronirsi definitivamente  né della Russia né  dell’ Iran; nemmeno la (2) è sicura dal momento che anche la fazione vincente potrebbe poi avere un propria politica nazionale in base alle leggi ferree della geopolitica ( come già vediamo in Siria ).

. La (3), anche limitata al solo bombardamento disarticolante, può essere  al contrario molto valida se lo scopo è solo quello di impadronirsi delle risorse NON-umane di uno stato “fallito” ( es Libia) o addirittura sterminarne e cacciarne gli abitanti ( es Gaza o Libano) .

Tornando ora all ‘Iran per gli interessi americani la (4) è rischiosissima e basterebbe anche solo la (1), la via appunto che essi seguono da sempre senza successo.

 Per Israele invece questo non basta. L’ Iran  va   soprattutto “destrutturato”, perché   quando  nel 1979  per le sue ambizioni   geopolitiche U$rael  decise  e perseguì  la caduta dello Scià , l’ operazione  pur perfettamente riuscita  poi fece  “backfire “ quando il nuovo “regime”  RI-prese gli stessi obbiettivi geostrategici di quello vecchio aggiungendoci in più un odio dichiarato verso  il vecchio protettore del regime  caduto.

La conclusione  quindi è semplice: se gli U$A non possono/vogliono applicare la (4) all’ Iran, per Israele comunque necessita che gli U$A gli applichino  quantomeno una  (2) o  (3).

Pur avendoci provato,  Israele da solo  non può  farlo .  L’ Iran è troppo  grande e  cementato , nonostante  le numerose  diversità  regionali,  da una lunga comune civiltà.

Per   questo gli U$A  hanno sempre rifiutato  le  richieste   israeliane  di un attacco diretto    all’ Iran  intuendone non solo le difficoltà ma anche le pericolose conseguenze strategiche.

Questo, però,  finché non è  arrivato Trump, un egocentrico megalomane   che  a Israele  non può  dire   di no.  Trump   si è  fatto  convincere   che   un “bombardamento mirato”   a tradimento  avrebbe prodotto  nella  elite iraniana  non solo  quella (1)   che  la Cia   con i suoi soliti e potenti mezzi  non   era  riuscita  a cogliere  per 47  anni, ma addirittura  la (2),   la  frammentazione quindi della società iraniana   che   ne  sarebbe   conseguita  sul modello   siriano  (sebbene anche lì  non si sa  per quanto tempo);  quel   “  successo  irakeno”  della  frantumazione   settaria  dello  stato  per una     facile  acquisizione  e  spoliazione delle  sue risorse NON-umane.

 E  così Trump è caduto  in una  trappola ,  forse  anche   accuratamente  preparata,   come  da me  ipotizzato e descritto   un paio  di volte.

Trappola o meno     da cui  comunque  Trump personalmente    non potrà che uscire  da perdente;     un esito   al quale lui  farà  di tutto  per sfuggire.

Così  , da un punto di vista  strategico,  la    trappola   riguarda  solo  gli U$A che   ogni  giorno  che  passa  si trovano  costretti   ad  impegnarvisi sempre  di più   e  da cui ,  come ha  ben spiegato  il principe  ( sionista)   dei Neocon,    gli  U$A  non possono  disimpeganrsi , esattamente come in Afghanistan,  senza    un  costo    “geopolitico”.

 Peggio  ancora   se  poi  decidessero pure   di  trasformare il conflitto  in un Vietnam.

Ciò  detto,  che   cosa  possono ora  fare  gli U$A?   Per ora hanno impostato  una   guerra  dei blocchi   con la quale  sperano  sia  la società iraniana  a crollare per prima.

Ma  non basterà . La  società Iraniana è   altamente   motivata  a resistere   alla   stretta   dell’ odiato  “Satana    americano”   e ci saranno  ben prima     contraccolpi politici  nella società  americana.

Già  oggi  il  fallimento    strategico  degli U$A  in Iran   si  vede  nel   viaggio    “col capello in mano”   di Trump  a Pechino  in un disperato tentativo   di   usare la “leva   cinese”   per    “vincere”   nel Golfo; avendo  Trump  scelto  ormai      di non   fare  il suo  solito   TACO mascherato  da “vittoria” , presto o  tardi  non avrà  altra  scelta  che   RI-attaccare.

 Forse   sarà un attacco  a Hormuz, il più  probabile,  o  un’altra  fallimentare  “ricerca  dell’ uranio “; in ogni  caso  si finirebbe prima o poi   in   quel  bombardamento  a tappeto   dell‘Iran,    il  vero “desiderata”   di Israele.

Ma     è proprio  a questa    falsa uscita  che porta  la “trappola  iraniana “.  Lo  capiranno    Trump   e la sua “corte”?  Lo vedremo dalla lezione   che prenderanno oggi  a Pechino.