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Hegel, l’Iran e il ritorno dello spirito del mondo_di Constantin von Hoffmeister

Hegel, l’Iran e il ritorno dello spirito del mondo

Islam ed Europa nella dialettica della storia

Constantin von Hoffmeister10 aprile∙Pagato
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Il filosofo tedesco Georg Wilhelm Friedrich Hegel non descrive eventi isolati; individua punti di svolta in cui intere civiltà cambiano orientamento, in cui la struttura interna della vita umana assume una nuova forma. Egli colloca una di queste trasformazioni decisive nel momento in cui i popoli germanici assumono il controllo dei resti dell’Impero Romano, plasmandoli in un nuovo ordine politico e culturale, mentre in Oriente l’ascesa dell’Islam introduce una forza di straordinaria coesione ed espansione. Questa duplice emersione segna una divergenza nel corso della storia mondiale, dove due forme di civiltà si cristallizzano con energie e traiettorie distinte. Hegel vede in questo momento la riorganizzazione della geografia spirituale del mondo, dove l’Occidente inizia a coltivare profondità, differenziazione e solidità istituzionale, mentre l’Oriente si raccoglie in un’unità concentrata che si espande verso l’esterno con notevole rapidità. Questo contrasto pone le basi per secoli di interazione, conflitto e influenza reciproca, formando un modello che continua a esercitare la sua influenza nel presente.

La trasformazione dell’Occidente implica molto più del semplice controllo territoriale o della continuità amministrativa. Il mondo germanico accoglie l’eredità romana e la rielabora dall’interno, introducendo una nuova relazione tra individuo e autorità, tra convinzione interiore e struttura esteriore. Questo processo dà origine a una civiltà che pone sempre maggiore enfasi sulla vita interiore, sulla coscienza, sulla legge e sull’articolazione di istituzioni che riflettono una concezione più profonda dell’ordine. La traiettoria occidentale si configura come un percorso di stratificazione e complessità, in cui molteplici forme di vita coesistono e interagiscono, dove filosofia, teologia e organizzazione politica si sviluppano in parallelo. Hegel interpreta questo processo come una discesa nelle profondità dello spirito, un movimento verso una forma di esistenza che ricerca la chiarezza attraverso la riflessione e la struttura attraverso la differenziazione. Questo orientamento interiore genera al contempo forza e tensione, poiché la molteplicità delle forme richiede una costante mediazione e un continuo adattamento, plasmando la lunga evoluzione della civiltà europea.

Al contrario, l’emergere dell’Islam appare nella narrazione hegeliana come una forza che accumula energia attraverso la semplificazione e l’unità, creando una forma di civiltà che avanza con straordinaria coerenza. Il mondo islamico accantona le distinzioni particolari e si muove con un senso di scopo che gli consente di espandersi rapidamente in vasti territori, dalla penisola arabica al Nord Africa, al Levante e oltre. Questa espansione porta con sé una forte convinzione spirituale, che lega popolazioni diverse in uno spazio condiviso di fede e pratica. Allo stesso tempo, Hegel riconosce la vitalità intellettuale che accompagna questo movimento. Centri di sapere sorgono in città come Baghdad e Damasco, dove gli studiosi si dedicano a una vasta gamma di discipline, dalla matematica e dalla medicina alla filosofia e all’astronomia. Questa fioritura dimostra che unità e attività intellettuale possono coesistere, producendo una civiltà che combina l’espansione esteriore con la coltivazione interiore della conoscenza.

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Un meccanismo centrale in questo sviluppo risiede nella trasmissione di idee attraverso i confini culturali. La filosofia greca, che aveva raggiunto un alto livello di raffinatezza nell’antichità, non scompare con il declino delle istituzioni classiche. Al contrario, viaggia attraverso culture intermedie, in particolare le comunità di lingua siriaca del Vicino Oriente. Questi studiosi preservano, traducono e interpretano i testi greci, mantenendo una continuità di conoscenza che colma il divario tra l’antichità e il mondo medievale. Grazie al loro lavoro, le opere di Platone, Aristotele e dei commentatori successivi diventano accessibili a un nuovo pubblico. Hegel sottolinea il ruolo di questi intermediari come agenti essenziali nella circolazione dello spirito storico-mondiale, che permette alle idee di sopravvivere e adattarsi nel passaggio da una civiltà all’altra. Baghdad, in particolare, diventa un punto focale in cui questa trasmissione raggiunge una nuova fase, poiché le traduzioni in arabo portano la tradizione filosofica nel cuore del mondo islamico.

Il racconto del filosofo ebreo medievale Maimonide offre a Hegel un’illustrazione dettagliata di come le idee filosofiche entrino nel discorso religioso attraverso le pressioni del dibattito e della difesa. Le comunità religiose si confrontano con argomentazioni filosofiche che mettono in discussione le loro dottrine, spingendole a sviluppare nuovi metodi di ragionamento e di articolazione. Gli studiosi cristiani, di fronte alla necessità di difendere le proprie credenze dalla critica filosofica, costruiscono sistemi di pensiero che integrano elementi di logica e metafisica. Questi sistemi influenzano poi i pensatori islamici, che si confrontano con le stesse questioni e adottano metodi simili. Il risultato è un’arena intellettuale condivisa in cui le idee circolano, si scontrano ed evolvono. Hegel interpreta questo processo come una manifestazione del movimento dialettico della storia, in cui l’opposizione genera sviluppo e conduce a forme di comprensione più raffinate, pur approfondendo le divisioni tra le diverse tradizioni.

Il movimento di traduzione sotto i califfi abbasidi rappresenta una fase decisiva nella conservazione e nella trasformazione del sapere. Figure come Hunayn ibn Ishaq svolgono un ruolo centrale in questo processo, traducendo un vasto corpus di opere greche in arabo, spesso tramite intermediari siriaci. Queste traduzioni abbracciano una vasta gamma di argomenti, tra cui medicina, astronomia e filosofia, creando una solida base intellettuale per il mondo islamico. Le opere di Aristotele, in particolare, diventano centrali in questa tradizione, alimentando la ricerca sistematica che plasma lo sviluppo del pensiero. Hegel vede questo come l’adozione di una struttura preesistente, tuttavia la portata e l’intensità dello sforzo di traduzione trasformano il panorama culturale, consentendo al mondo islamico di diventare un importante centro di attività intellettuale e garantendo la continuità della tradizione filosofica.

All’interno di questa traiettoria più ampia, Hegel colloca la filosofia araba come continuazione degli sviluppi avviati da Platone, Aristotele e dai neoplatonici. Platone stabilisce il regno delle idee come fondamento della realtà intellettuale, Aristotele elabora questo regno in un sistema strutturato di concetti e il neoplatonismo integra questi elementi in una visione complessiva dello spirito. La filosofia araba opera all’interno di questo quadro, elaborando e trasmettendo i concetti che eredita, adattandoli al contempo a nuovi contesti. La filosofia scolastica nell’Europa medievale attinge alle stesse fonti, creando una continuità che collega le tradizioni intellettuali islamiche e cristiane. Hegel sottolinea l’unità di fondo di questo processo, in cui diverse civiltà partecipano a un movimento di pensiero condiviso, pur esprimendolo in modi distinti, plasmati dalle proprie condizioni storiche.

La valutazione hegeliana della filosofia araba riflette i suoi criteri più ampi per lo sviluppo filosofico. Egli la caratterizza come priva dell’originalità necessaria per un sistema pienamente indipendente, descrivendola come una modalità o un modo piuttosto che una nuova creazione. Questo giudizio scaturisce dalla sua convinzione che il vero progresso filosofico implichi l’emergere di nuovi concetti che trasformino la struttura stessa del pensiero. Tuttavia, anche all’interno di questo commento critico, egli riconosce il ruolo indispensabile svolto dai pensatori arabi nella conservazione e nella trasmissione del sapere. I loro sforzi assicurano che la tradizione filosofica rimanga viva durante i periodi di transizione, permettendone l’adozione e l’ulteriore sviluppo in altri contesti. La continuità del pensiero dipende da tali processi, in cui la conservazione e l’adattamento fungono da fondamento per l’innovazione futura.

Quando queste idee vengono riproposte nel presente, la loro rilevanza diventa sorprendente se focalizzata sull’Iran, espressione concentrata delle tensioni storiche e filosofiche descritte da Hegel. L’Iran occupa una posizione unica in cui l’antica memoria imperiale, l’identità rivoluzionaria islamica e la moderna arte di governo convergono in un’unica forma politica. L’eredità della Persia, la rottura del 1979 e decenni di scontri con potenze esterne hanno prodotto una coscienza etnocivilizzazionale stratificata che influenza le sue azioni odierne. Autorità religiosa, sovranità politica e intervento straniero si intersecano in Iran in modi che rivelano la persistenza di profonde tensioni strutturali. Lo Stato incarna sia la continuità che la rottura, attingendo a una lunga tradizione storica e al contempo affermando un progetto ideologico distinto che sfida l’influenza esterna. Ciò crea una condizione in cui visioni contrastanti dell’ordine lottano per il predominio all’interno e intorno all’Iran, e in cui la memoria storica plasma attivamente le decisioni strategiche, producendo una continua interazione tra formazioni passate e conflitti presenti.

Il momento attuale mostra anche un più ampio cambiamento di civiltà, che si manifesta attraverso la posizione dell’Iran nel sistema mondiale. L’erosione di un unico centro globale dominante ha aperto spazi per le potenze regionali, consentendo loro di affermare la propria autonomia, e l’Iran si è mosso con decisione per definire il proprio ruolo all’interno di questa emergente struttura multipolare. La sua politica estera, le sue alleanze e la sua postura strategica riflettono lo sforzo di articolare una forma di sovranità di civiltà fondata sul proprio fondamento storico e ideologico. Questo movimento si allinea strettamente con la concezione hegeliana della storia come processo in cui diverse forme di spirito di civiltà emergono e si contendono il riconoscimento sulla scena globale. L’affermazione dell’indipendenza dell’Iran, sia politicamente che culturalmente, segnala un riequilibrio di potere che si estende oltre la regione, contribuendo a una più ampia trasformazione delle relazioni globali, dove molteplici centri di autorità e di significato coesistono e competono.

Al contempo, in Iran si manifesta in modo particolarmente evidente un ritorno alla tradizione, che plasma sia il suo sviluppo interno sia la sua proiezione di potere all’esterno. La Repubblica Islamica attinge ampiamente al simbolismo religioso, alle narrazioni storiche e alla memoria culturale per sostenere la propria legittimità e mobilitare la popolazione. Questo ritorno non implica una semplice restaurazione del passato; piuttosto, comporta una reinterpretazione della tradizione nel contesto della modernità. Il concetto di archeofuturismo trova qui una chiara espressione, poiché l’Iran integra tecnologie avanzate – dai sistemi missilistici alle capacità informatiche – in una società definita da un’identità religiosa e storica. Questa sintesi crea una modalità d’azione peculiare, in cui antiche forme di significato coesistono con strumenti di potere contemporanei, consentendo all’Iran di muoversi in un contesto geopolitico complesso e in rapida evoluzione, mantenendo al contempo un forte senso di continuità con il proprio passato.

L’interazione tra tradizione e modernità in Iran genera una forma di conflitto che opera simultaneamente su più livelli. Gli scontri militari coinvolgono tecnologie sofisticate, tra cui droni e sistemi di guida di precisione, mentre le lotte ideologiche attingono a profonde radici religiose ed esperienze storiche. Le potenze esterne interagiscono con l’Iran in modi che riflettono sia calcoli strategici sia più ampi allineamenti di civiltà, intensificando la complessità della situazione. Questa convergenza di capacità tecnologiche e profondità ideologica produce una dinamica che si allinea alla concezione hegeliana della storia come processo evolutivo, in cui diversi elementi interagiscono, si scontrano e si trasformano reciprocamente. L’Iran diventa un luogo in cui queste interazioni raggiungono un’intensità maggiore, rivelando le forze sottostanti che plasmano il più ampio corso della storia mondiale.

In questo contesto, l’Iran rappresenta un’arena centrale nella riconfigurazione dell’ordine globale, dove le forze della multipolarità, dell’identità di civiltà e del cambiamento tecnologico si intersecano in modo particolarmente concentrato. I conflitti che circondano l’Iran fungono da indicatori di profondi cambiamenti strutturali, evidenziando le tensioni intrinseche a un mondo che si muove verso una distribuzione del potere più plurale. Le azioni e le reazioni dell’Iran riflettono una più ampia lotta per il riconoscimento e l’autodefinizione, nel tentativo di affermare il proprio ruolo all’interno di un sistema internazionale in continua evoluzione. Attraverso questa prospettiva, le idee di Hegel offrono una chiave di lettura per interpretare il momento presente come parte di un lungo movimento storico, in cui le civiltà attingono alle proprie tradizioni adattandosi al contempo a nuove condizioni, e in cui l’esito di queste lotte contribuisce alla continua trasformazione dell’ordine globale.

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L’Ungheria e la maledizione di Trump

La guerra e il crollo della destra occidentale

Constantin von Hoffmeister

13 aprile 2026

L’Europa reagisce. L’Europa reagisce sempre. Percepisce la direzione prima ancora di definirla. Il movimento attuale si sta orientando verso sinistra, e la causa è sotto gli occhi di tutti: il comportamento di Donald Trump nell’escalation del conflitto con l’Iran. Quella che un tempo sembrava una rivolta globale antiglobalista contro la tirannia liberale ora sembra piuttosto la sua continuazione più aggressiva. La maschera è cambiata. Il mostro rimane ed è più audace che mai.

La guerra in Iran segna una svolta decisiva. Gli attacchi sferrati alla fine di febbraio con la scusa di un cambio di regime hanno aperto una nuova fase di scontro diretto. Sono state prese di mira infrastrutture e civili, sono stati assassinati leader e le loro famiglie, e gruppi dissidenti/terroristici sono stati armati in anticipo. Si tratta di un copione familiare, scritto molto prima che Trump entrasse in politica. Il linguaggio è cambiato. La struttura è rimasta. L’istinto unipolare si afferma attraverso la forza, la pressione e il presupposto che un unico centro debba plasmare il mondo a propria immagine.

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Questo è il momento in cui la destra occidentale sta perdendo il proprio orientamento. La promessa un tempo portata avanti da Trump si basava su una rottura con la logica neoconservatrice. Egli parlava di porre fine alle guerre infinite, di ripristinare la sovranità nazionale e di respingere l’impulso missionario degli interventi liberali. Quella promessa ha dato slancio alla destra nell’Europa occidentale. Ha permesso a figure come Viktor Orbán di mantenere una posizione ferma, di opporsi a Bruxelles e di costruire un modello alternativo di governance radicato nell’identità e nel potere statale.

Ora la situazione si sta ribaltando. L’attacco immotivato contro l’Iran per conto di Israele trasmette un messaggio diverso: gli Stati Uniti stanno tornando alla coercizione e ai tentativi di dominio strategico. La destra sta così perdendo la pretesa di rappresentare una nuova via. Sta diventando indistinguibile dal sistema suprematista che un tempo combatteva. L’Europa occidentale lo sta interpretando chiaramente. La reazione non si fa attendere.

L’Ungheria è stata la prima grande vittima. Il Fidesz, da tempo radicato nei principi di sovranità e resistenza alla sottomissione, è crollato sotto pressione. Il Partito Tisza, approvato dall’UE e guidato da Péter Magyar, è emerso con una schiacciante maggioranza parlamentare. La modifica costituzionale è ora a portata di mano. Il sistema Orbán, costruito nel corso di quattordici anni, sta entrando in una fase di rapido smantellamento.

Questo risultato riflette anche fattori interni. Ogni cambiamento elettorale ha cause interne. Tuttavia, il segnale esterno ha un peso maggiore. Gli elettori europei vedono un mondo in subbuglio, plasmato dall’escalation americana. Reagiscono cercando rifugio all’interno di strutture familiari. La sinistra si presenta ora come un punto di riferimento e una protezione contro il caos scatenato dall’impero americano. La destra, legata all’immagine di Trump, appare instabile, imprevedibile e invischiata in ostilità e violenze inutili.

I beneficiari si stanno schierando secondo schemi prevedibili. Bruxelles sta riprendendo il controllo su uno Stato membro ribelle. Kiev si sta avvicinando alla garanzia di ingenti flussi finanziari in grado di sostenere la sua posizione bellicosa nei confronti della Russia. L’orizzonte si restringe, l’aria si fa densa, linee di forza scivolano sulla mappa come lame sfoderate al rallentatore. I segnali si incrociano, i comandi rispondono ai comandi, i circuiti ronzano di un calore crescente che cerca sfogo. Una terza guerra mondiale si sta preparando nella corrente sotterranea, un ritmo crescente sotto ogni decisione, una convergenza che preme dall’interno da tutte le parti, sempre più vicina, più stretta, inevitabile nel suo avvicinarsi. La rete legata a George Soros sta rientrando nel campo ungherese con rinnovata forza. La circolazione riprende, una diatesi latente si agita nel corpo politico, i vasi si riaprono, i canali capillari ammettono un’infiltrazione più sottile. Si accumula una lenta congestione, una saturazione invisibile dei tessuti, un effluvio pervasivo che si insinua in ogni organo, finché l’intero sistema cede alla sua pressione sottile e cumulativa. Ogni attore avanza sotto la stessa bandiera: il ripristino di un ordine gestito, centralizzato, egemonico.

Da una prospettiva multipolare, l’ironia appare evidente. Trump, una figura che un tempo parlava di smantellare la morsa liberale sull’Occidente, ne sta ora accelerando il ritorno. La guerra in Iran non gode del sostegno popolare nell’Europa occidentale. La maggior parte degli europei la guarda con sospetto, paura e stanchezza. Eppure il conflitto sta ancora rafforzando il coordinamento atlantista a livello delle élite. Giustifica l’intervento, fa rivivere il linguaggio della «sicurezza» e della «responsabilità» e rafforza l’allineamento istituzionale. Allo stesso tempo, l’ansia dell’opinione pubblica per l’escalation spinge gli elettori verso la sinistra, che si presenta come la forza della moderazione. Il sistema riacquista coerenza dall’alto, anche se la sfiducia cresce dal basso.

Le conseguenze vanno oltre i confini dell’Ungheria. In tutta l’Europa occidentale, la precedente ondata di svolta a destra sta rallentando e invertendo la rotta. I movimenti che traevano forza dall’opposizione al globalismo faticano ora a definire la propria identità. Se Washington e lo stesso movimento MAGA abbracciano l’interventismo, cosa resta della destra anti-interventista? Cosa distingue il nuovo dal vecchio?

In Gran Bretagna, Nigel Farage si trova ad affrontare questo panorama in evoluzione. La sua ascesa si è basata sulla chiarezza: la sovranità contro la burocrazia e la nazione contro un sistema truccato a danno del popolo. Ora il panorama sta crollando. Le forze di sinistra, spesso al di fuori dell’establishment tradizionale, stanno guadagnando terreno canalizzando l’ansia dell’opinione pubblica riguardo alla guerra e all’instabilità. I sondaggi si restringono. Le elezioni comunali si avvicinano come primo banco di prova. L’esito rimane incerto, ma la direzione appare chiara: la frammentazione favorisce chi promette contenimento.

All’interno degli Stati Uniti si sta manifestando la stessa contraddizione. La guerra sta accentuando le divisioni. Alcune fazioni invocano un’escalation, altre mettono in guardia dai costi e dal rischio di andare oltre i limiti. La linea strategica manca di coerenza. I programmi economici sono in stallo sotto il peso del conflitto, con conseguenti ritardi in settori chiave come quello delle esportazioni tecnologiche. La guerra assorbe attenzione, risorse e legittimità.

La storia procede per cicli. La fase attuale favorisce il consolidamento dell’ordine liberale in Europa. Sotto la superficie, correnti più profonde continuano a scorrere. Le civiltà si allontanano le une dalle altre. Il potere si diffonde. Sorgano nuovi poli. Il lungo arco si inclina verso la pluralità.

Eppure, il tempismo conta. La strategia conta. L’allineamento tra parole e fatti determina se un movimento si espande o crolla. In questo momento, la destra occidentale sta subendo una contrazione. Segue un leader che ha perso la rotta e, così facendo, accelera l’avanzata dei propri nemici.

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