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«Attento a ciò che desideri»: I cambiamenti di rotta nei rapporti tra la NATO e la “difesa europea”_di Hajnalka VINCZE

«Attento a ciò che desideri»:

I cambiamenti di rotta nei rapporti tra la NATO

e la «difesa europea»

Hajnalka VINCZE

Non-Resident Fellow presso il Foreign Policy Research Institute

(FPRI) di Filadelfia40, analista indipendente di politica internazionale e di difesa.

Dopo aver sentito esperti e responsabili politici annunciare, anno dopo anno, ora il riequilibrio dell’Alleanza, ora l’emancipazione dell’Europa, è difficile accogliere l’ennesimo slancio di questo tipo senza un briciolo di scetticismo. Eppure, questa volta, una vasta trasformazione è davvero in atto nelle relazioni transatlantiche.

Non sono le innumerevoli grida di guerra «indipendentiste» da parte europea a dimostrarlo, né le numerose dichiarazioni accese da parte americana.

Se dipendesse solo da questo scontro verbale, si potrebbe temere, o sperare, a scelta, in un ritorno alla normalità prima o poi. Purtroppo, dietro questo scontro retorico si nascondono motivazioni ideologiche, prima fra tutte il vecchio tema del federalismo.

La messa in primo piano di concetti un tempo tabù rivela un vero e proprio cambiamento di mentalità. Solo dieci anni fa, i termini «autonomia strategica» e «preferenza europea» erano mal visti nell’Unione europea. Le uniformi erano bandite dai corridoi del Consiglio, l’idea stessa di un uso militare dei progetti spaziali europei come Galileo e Copernicus era considerata un anatema – per paura di dare l’impressione di costruire un’alternativa alla NATO e provocare così il «disimpegno» degli americani.

Ma i tempi sono radicalmente cambiati. Oggi la «difesa» viene sbandierata in ogni occasione, e i burocrati di Bruxelles non fanno altro che ripetere le parole «autonomia» e «preferenza europea». Per di più, politici e analisti ora attaccano il sancta sanctorum: un tempo vacca sacra delle relazioni transatlantiche, l’articolo 5 del trattato NATO viene improvvisamente relativizzato per mettere in evidenza l’incertezza intrinseca della garanzia statunitense.41

Le dichiarazioni dei responsabili europei testimoniano ciò che l’ambasciatore francese presso la NATO ha definito «uno shock vertiginoso sul piano psicologico».42 Subito dopo le elezioni tedesche, il futuro cancelliere Friedrich Merz indicava che la sua priorità assoluta sarebbe stata quella di «rafforzare l’Europa affinché potessimo diventare indipendenti dagli Stati Uniti ».43 Qualche mese dopo, tornò alla carica. Alla fine del 2025, mise in guardia i suoi omologhi sull’importanza della posta in gioco, ovvero «decidere dell’indipendenza europea ».44 La presidente della Commissione, Ursula von der Leyen, aveva inviato, in primavera, una lettera ai capi di Stato e di governo in cui spiegava: «I fondamenti dell’ordine del dopoguerra sono scossi. L’Europa deve essere responsabile della propria deterrenza e della propria difesa».45 Chiude l’anno dichiarando che, per l’Europa, è «il momento dell’indipendenza» .46 Il presidente del Consiglio europeo, Antonio Costa, arriverà addirittura a dire che gli europei devono proteggersi dai propri alleati.47

Una doppia spiegazione convenzionale viene avanzata ovunque per comprendere questo drammatico cambiamento di clima. La presa di coscienza europea sarebbe dovuta alla percezione della minaccia russa da un lato e, dall’altro, all’imprevedibilità americana sotto il presidente Trump.48 Questi due fattori entrano ovviamente in gioco, ma non spiegano tutto. Le motivazioni ideologiche pesa altrettanto e porta a una curiosa inversione dei ruoli. Gli atlantisti di un tempo, largamente maggioritari, non si riconoscono più nell’America «populista» e sono diventati, per questo motivo, i paladini dell’autonomia europea. Al contrario, i sostenitori tradizionali dell’autonomia strategica, per lo più sensibili alle questioni di sovranità, cominciano ad avere dei dubbi su come le forze integrazioniste si siano appropriate dell’obiettivo originario. Questa dimensione ideologica costituisce la grande novità dell’attuale crisi transatlantica. All’interno della NATO, una battaglia di idee oppone i «Due Occidenti»49: i governi europei e l’America di Trump. Da parte dell’UE, le aspirazioni federaliste sono tornate, sperando di prevalere sulla logica intergovernativa, con il pretesto dell’urgenza geopolitica.

  1. La «difesa europea» esce allo scoperto

Nell’Unione europea, il settore della difesa sta vivendo un periodo di crescita senza precedenti: le misure si susseguono a un ritmo frenetico e, soprattutto, interrogativi fondamentali, finora messi sotto il tappeto, vengono ora affrontati di petto e posti in cima all’agenda. Per una volta, le due parti del termine «difesa europea» assumono pienamente il loro significato: nelle politiche condotte sotto la sua egida, l’aspetto militare prende ormai il sopravvento su quello civile e le iniziative vengono concepite con un’esigenza di autonomia. La Francia si compiace di questa presa di coscienza che sostiene da decenni. Resta il fatto che questa nuova situazione non è priva di pericoli: il progetto che Parigi avevaportato avanti a fatica rischia di sfuggirle.

11 – Una dinamica mozzafiato

Nel suo ultimo libro sulla difesa europea, Nicolas GrosVerheyde intitola un capitolo evocando «La trasformazione militare europea».50 Si tratta, infatti, dell’aspetto più spettacolare dei recenti cambiamenti. Solo pochi anni fa ancora, nelle politiche e nelle iniziative cosiddette «difesa», la componente militare poteva essere introdotta solo di nascosto, l’UE teneva a talpunto alla sua immagine di «potenza civile».

 Attualmente, è il contrario a verificarsi. Nell’aprile 2025, Charles Fries, segretario generale aggiunto del Servizio europeo per l’azione esterna dell’UE riassume così il fenomeno: « In servizio da cinque anni presso il SEAE, ho potuto constatare quanto le tematiche di sicurezza e militari abbiano acquisito importanza nell’agenda europea. Rafforzare la sicurezza e la difesa dell’Europa costituisce la priorità della nuova alta rappresentante, la signora Kallas, e l’UE dispone ormai di un commissario alla difesa. Inoltre, il Parlamento europeo dispone di una commissione per la difesa a pieno titolo e i capi di Stato e di governo affrontano ora questo tema praticamente in tutti i Consigli europei.»51

Il Fondo europeo per la pace si è trasformato per consentire, per un importo di 17 miliardi di euro, l’acquisto e/o il rimborso delle forniture di armi all’Ucraina. Le regole sugli investimenti nella difesa sono state rese più flessibili, sia per la Banca europea per gli investimenti sia attraverso la sospensione della tassonomia. I ventitré membri dell’Agenzia spaziale europea hanno adottato una risoluzione, accompagnata da un budget record di 22 miliardi di euro, che riorienta le attività dell’ESA verso la sicurezza e la difesa.52 Il Collegio d’Europa lancia un corso di un anno, specializzato in strategia e difesa. La missione di assistenza militare EUMAM Ucraina è la più importante missione PSDC (politica estera e di difesa comune dell’ UE) ad oggi, avendo permesso l’addestramento di 75.000 soldati ucraini e l’attivazione di due quartier generali di addestramento, in Germania e in Polonia. La Capacità di dispiegamento rapido (CDR), prevista dalla Bussola strategica del 2022, forte di 5.000 uomini, è ora operativa e testata durante esercitazioni che, dal 2023, sono esercitazioni reali.53 Segno del nuovo clima, più «militare», all’interno dell’UE, sempre più riunioni si svolgono ora a porte doppie chiuse: solo tra i capi, senza alcun consigliere, a porte chiuse e senza dispositivi elettronici.54

L’altro grande cambiamento riguarda l’ imperativo dell’autonomia.

L’esigenza di autonomia strategica anima attualmente tutte le iniziative. Tutte sono concepite con l’idea di un approccio a 360°, un termine in codice per mettere gli Stati Uniti, a Ovest, sullo stesso piano delle sfide di sicurezza del fianco Sud e del fianco Est.55 E questa diffidenza nei confronti dell’alleato americano si traduce ormai intermini concreti. Éric Trappier ricorda che all’epoca, insieme a Serge Dassault, «eravamo stati tra i primi a perorare a Bruxelles la preferenza europea, ma l’ambasciata francese riteneva allora che si trattasse di una provocazione ».56 In pochi anni, tutto è cambiato. Numerosi elementi della preferenza europea figurano in ciascuno degli strumenti messi in atto negli ultimi due anni. La strategia europea per l’industria della difesa (EDIS) presentata nel marzo 2024 propone tre indicatori a tal fine: entro il 2030, almeno il 40% delle attrezzature di difesa dovrà essere acquistate congiuntamente; il valore del commercio di armi all’interno dell’UE dovrà rappresentare almeno il 35% del valore del mercato della difesa dell’Unione; e non meno del 50% del budget degli appalti pubblici della difesa dovrà essere speso all’interno dell’UE (con un obiettivo del 60% entro il 2035). 57

È difficile confutare l’argomento – già sentito all’inizio del 2000, al momento del lancio della PSDC – secondo cui, di fronte a un aumento senza precedenti dei bilanci militari, i contribuenti europei non capirebbero perché, nonostante un tale investimento, i loro paesi debbano rimanere sotto la protezione degli Stati Uniti, in una posizione di dipendenza. I diplomatici francesi hanno quindi gioco facile nel far valere la logica preferenziale, spiegando che il denaro europeo deve andare all’industria europea. Come osserva Charles Fries: «Le linee di forza si sono chiaramente spostate all’interno dei Venti-Sette. Il tema di un’Europa sovrana e di un’autonomia strategica europea, portato avanti da anni dalla Francia, torna in auge». Il principio è oggi acquisito, anche se i dettagli della sua attuazione – i famosi criteri di ammissibilità per il finanziamento di acquisti e programmi, ovvero la percentuale di componenti extraeuropei, l’ubicazione dell’autorità di progettazione, l’assenza di restrizioni d’uso – rimangono «un argomento di divisione all’interno dell’Unione».58

12 – L’armamento al centro

La strategia EDIS è accompagnata da una proposta di regolamento che istituisce l’EDIP (Programma per l’industria europea della difesa). Questa mira ad ampliare l’ambito e la durata di applicazione degli strumenti precedentemente istituiti, quali ASAP per il sostegno alla produzione di munizioni ed EDIRPA per gli acquisti comuni di equipaggiamenti di difesa.59 Passare da misure puntuali di emergenza a strutture permanenti non è una cosa da poco. La Strategia lo afferma: «È tempo di passare dalle risposte di emergenza alla preparazione strutturale dell’UE in materia di difesa». La Commissione si posiziona come «facilitatore» imprescindibile nel settore degli armamenti, al crocevia tra la politica industriale e la politica estera e di difesa. Approfittando della breccia aperta dalla guerra in Ucraina, appare come l’istanza più adatta a orchestrare al contempo un aggregazione della domanda, una ristrutturazione dell’offerta e l’attrazione di capitali privati.60 L’EDIP, adottato nel dicembre 2025 e dotato di 1,5 miliardi di euro, ha lo scopo di aumentare la produzione, incoraggiare gli acquisti congiunti e propone una serie di nuove misure e nuovi strumenti, come il Fondo per l’accelerazione della trasformazione delle catene di approvvigionamento nel settore della difesa (FAST) o la struttura per i programmi di armamento europei (SPAE)61

La mobilitazione dei fondi avviene essenzialmente attraverso il PianoReArm Europe.62 Questo comprende due parti. La prima è  una clausola di deroga nazionale al Patto di stabilità e crescita per le spese di difesa. Secondo i calcoli della presidente von der Leyen: «se gli Stati membri aumentassero le loro spese di difesa fino all’1,5% del PIL in media, ciò consentirebbe di creare un margine di manovra di bilancio di circa 650 miliardi di euro in quattro anni».

 La seconda parte è un nuovo strumento di prestiti denominato SAFE (Security Action for Europe), dotato di 150 miliardi di euro, destinato agli Stati membri che desiderano investire in modo congiunto. Secondo von der Leyen, SAFE «permetterà agli Stati membri di mutualizzare la domanda e di procedere ad acquisti comuni». Fino a dicembre 2025, diciannove paesi hanno presentato domanda per un importo di 190 miliardi di euro, 40 miliardi in più rispetto alla dotazione disponibile, ma, alla fine, solo il 65% delle somme prestate andrà a acquisti congiunti, mentre il resto servirà per acquisizioni nazionali.63

Ciò non impedisce che i finanziamenti europei abbiano un effetto leva: il programma EDIRPA, dotato di 300 milioni di euro, avrebbe contribuito a un volume di ordini pari a 11 miliardi. Tuttavia, tutti questi miliardi mobilitati hanno chiaramente lo scopo di incoraggiare gli Stati membri a sviluppare e acquistare «in Europa». Il termine implica due cose. Da un lato l’indipendenza rispetto a  paesi esterni, ma anche, dall’altro, il superamento dei confini nazionali.

Al centro di questo attivismo «difensivo» c’è un inganno. La Commissione si difende da qualsiasi intento politico, di natura federalista, spiegando che rimane nel proprio ambito stretto e agisce «solo» sugli aspetti industriali e tecnologici. D’altro canto, per incoraggiare una maggiore azione nel settore, spiega quanto la BITDE costituisca la condizione sine qua non di qualsiasi politica di difesa degna di questo nome. Diventata paladina dell’autonomia strategica europea, il collegio di Bruxelles sottolinea anche i rischi di qualsiasi dipendenza da terzi. Solo che ciò che vale in un caso vale anche nell’altro. Se, senza una base industriale e tecnologica di difesa sovrana, non c’è politica di difesa, e se questa base ha senso solo se è indipendente, allora diventa difficile sostenere che l’europeizzazione a passo forzata della BITD lasci intatto il margine di manovra degli Stati membri nella conduzione della loro politica di difesa.

13 – Una federalizzazione strisciante

La Commissione europea afferma di «non essere interessata a un accaparramento di potere», ma le sue iniziative assomigliano ben a un assalto contro ciò che i trattati concepiscono come riserva degli Stati. L’articolo 346 del Trattato sul funzionamento dell’Unione europea stabilisce una deroga alle regole del mercato comune e conferisce a ciascuno Stato membro il diritto sia di escludere dall’ambito comunitario tutto ciò che riguarda alla produzione e al commercio di materiale bellico e di non divulgare alcuna informazione alle autorità di Bruxelles.64 Con EDIP, questa esenzione viene direttamente messa in discussione. A cominciare dal diritto alla riservatezza: la mappatura delle catene di approvvigionamento, il catalogo centralizzato dei prodotti di difesa e il monitoraggio delle capacità di produzione proposti dalla Commissione costituirebbero un’intrusione nel cuore delle informazioni sensibili delle nazioni. Thierry Breton si rallegra del fatto che un’«autorità politica europea possa vedere cosa succede in tutte le fabbriche del continente, mentre prima erano gelosamente nascoste da ciascun paese».65

E non è tutto. La Commissione vuole attribuirsi il diritto di adottare misure di intervento diretto e di effettuare ordini prioritari qualora venga dichiarato uno «stato di crisi di approvvigionamento» venga dichiarato dal Consiglio… a maggioranza qualificata. Intende inoltre presiedere il nuovo Consiglio di preparazione industriale per la difesa. Tante invasioni di competenze giuridicamente contestabili– e contestate. Tre mesi esatti dopo l’annuncio dell’EDIP, il Senato francese ha concluso che la proposta di regolamento non è conforme ai principi enunciati nei trattati.66 Ha osservato che la Commissione fonda il proprio testo su quattro basi giuridiche (articoli 173, 114, 212 e 322), tralasciando l’articolo 42, che è tuttavia quello che disciplina il settore della difesa. La proposta conferirebbe così alla Commissione un ruolo che i trattati non le attribuiscono, in un settore di competenza nazionale in cui il quadro naturale della cooperazione è intergovernativo. Secondo il Senato, l’intenzione è chiara: «la Commissione voleva proporre un testo globale, in una logica esclusivamente comunitaria». 67

A più di un anno di distanza, l’obiettivo rimane lo stesso. Il pacchetto di misure «volte a ridurre le formalità amministrative» (Omnibus Difesa) in nome della semplificazione e dell’armonizzazione non è nemmeno questo privo di incidenza sul margine di manovra degli Stati membri.68 La rappresentante permanente della Francia presso il Comitato politico e di sicurezza dell’Unione europea (COPS) mette in guardia: «La semplificazione è lodevole, ma non deve essere condotta in modo affrettato. (…) è inoltre opportuno dare prova di vigilanza poiché si tratta di settori che rientrano nella sovranità nazionale».69

Solo che questa vigilanza, nessuno la eserciterà in seno al COPS, sede che riunisce gli ambasciatori dei ventisette paesi e incaricata di guidare la PSDC. Per la semplice e valida ragione che tutte le iniziative recenti in materia di difesa sono state prese sotto un regime giuridico che le sottrae alla competenza del COPS. Più in generale, espedienti giuridici qua e là facilitano la comunitarizzazione delle questioni di difesa.

Secondo Jean-Dominique Giuliani, presidente della Fondazione Robert Schuman, questo processo deve essere messo in discussione: «La Commissione europea, sulla base giuridica dell’articolo 173 del Trattato sul funzionamento dell’Unione europea che riguarda l’industria, sta compiendo un’importante irruzione nella politica di difesa. Questa base giuridica deve essere almeno messa in discussione». 70

Stesso appello alla prudenza da parte di Arnaud Danjean, che consiglia di insistere sul fatto che «le azioni della Commissione europea possono rivelarsi estremamente utili purché essa rimanga nel proprio ruolo, ovvero un ruolo di facilitatore, di sostegno, o addirittura di finanziatore, ma certamente non un ruolo di operatore». Secondo Danjean, bisognerà fare in modo che ciascuno rimanga al proprio posto perché «quando la Commissione si occupa di un argomento, non lo molla più» . Tuttavia, aggiunge, «sarebbe molto pericoloso che la Commissione europea cercasse in un modo o nell’altro di sostituirsi agli Stati membri, che rimangono gli attori principali in materia di difesa, anche sul piano industriale e finanziario. In definitiva, sono gli Stati membri che effettuano gli ordini, equipaggiano le loro forze armate e le dirigono. Per noi francesi, è una cosa ovvia» .71 Solo che l’approccio « europeo» finisce per erodere, pezzo per pezzo, il margine di manovra degli Stati.

Il presidente Macron si inserisce pienamente in questa dinamica europea. Durante il suo discorso di auguri alle Forze Armate, nel gennaio 2026, non ha forse dichiarato: «Ho bisogno di un’industria della difesa che non consideri più le forze armate francesi come clienti vincolati, perché potremmo cercare soluzioni europee se queste sono più rapide o più efficaci (…) Dobbiamo essere più europei. E quindi, dobbiamo essere più europei nei nostri stessi acquisti, dobbiamo essere più europei nelle nostre strategie industriali».72

Allo stesso tempo, risulta che il Parlamento europeo intenda conferire alla Commissione europea il potere di esercitare il proprio controllo sulle esportazioni di armi degli Stati membri. Si tratta di un emendamento proposto alle direttive 2009/43/CE e 2009/81/CE (semplificazione dei trasferimenti intra-UE di prodotti legati alla difesa e semplificazione degli appalti di sicurezza e difesa). Tuttavia, come osserva Michel Cabirol: « questo emendamento è una vera e propria provocazione nei confronti degli interessi della Francia, il “controllo delle esportazioni” è una questione di vitale interesse per essa».73 A parte il fatto che, nel contesto attuale, molti considerano l’interesse nazionale come obsoleto, sarebbe quindi giunto il momento di sostituirlo con l’interesse europeo. L’unione fa la forza, ci viene detto. Ma è vero?

14 – Più problemi che soluzioni

Le tendenze attuali comportano diverse incognite, sia istituzionali che di capacità, ma soprattutto due fonti di tensione potrebbero rivelarsi fatali per l’intero progetto europeo.

La prima riguarda la rottura dell’equilibrio fondamentale, in particolare tra Francia e Germania. Tradizionalmente, l’intero edificio europeo poggiava sul fatto che i punti di forza militari della Francia (la sua deterrenza nucleare, ma anche i vantaggi che ne erano derivati in termini di industria spaziale e degli armamenti) costituivano un contrappeso alla potenza economica tedesca. Non è più così. L’equilibrio è compromesso in due modi. Da un lato, l’europeizzazione in corso della politica estera e di difesa, con tutto ciò che ciò implica in termini di messa in comune, di sottrazione finanziaria e di livellamento, erode meccanicamente i vantaggi di chi si distingueva in questi settori, ovvero la Francia.

D’altra parte, la Germania si sta riarmando con molte più riserve nazionali e decisamente meno spirito di sacrificio europeista rispetto a Parigi.74 Entro il 2029, Berlino prevede di spendere 153 miliardi di euro all’anno per la difesa, mentre la Francia conta di raggiungere un bilancio di 80 miliardi all’anno entro il 2030. I diplomatici a Bruxelles non si sbagliano, alcuni parlano di un cambiamento «tellurico» e vedono nel riarmo tedesco «la cosa più importante sulla scena europea». Un responsabile francese incaricato della difesa osserva, sotto la copertura dell’anonimato: «Sarà difficile lavorare con loro, perché saranno estremamente dominanti (…) È a metà strada tra la vigilanza e la minaccia». 75 In effetti, la Germania assume la leadership nel settore spaziale, con un contributo di 5,1 miliardi di euro al prossimo bilancio dell’ESA (Agenzia Spaziale Europea), da confrontare con i 3,7 miliardi messi sul tavolo dalla Francia.76 Più in generale, le tensioni franco-tedesche sullo SCAF (sistema di combattimento aereo del futuro)77 o ancora la rivalità tra i due paesi per stabilire chi guiderà i progetti europei di difesa antimissile dimostrano che le carte sono state rimescolate.78 Tutto va nella direzione dell’analisi del defunto generale Pierre-Marie Gallois: «A poco a poco, la Germania impone ai paesi europei ciò che vuole. È lei a dettare le regole del gioco europeo. (…) La Germania sarà la superpotenza europea attraverso la costruzione dell’Europa, in grado di competere con i grandi blocchi di domani, facendo balenare ai paesi europei un futuro di cui sarebbero, insieme a lei, i motori – sottinteso: i motori obbedienti.» Resta solo una cosa da sistemare prima: «far abbassare la bandiera alla Francia».79

Oltre alla rottura dell’equilibrio franco-tedesco, l’altra fonte di pericolo risiede in quella che è un’inversione del motto «l’unione fa la forza». L’idea era accettabile fintanto che non riguardava il cuore stesso della sovranità delle nazioni, la loro capacità di difendersi, e/o fintanto che il diritto di veto era scolpito nella pietra, garantendo che nessuno Stato membro fosse messo in minoranza su ciò che considera essere i propri interessi fondamentali. Ma attualmente le istituzioni europee stanno diventando il luogo in cui gli Stati membri trattano ormai le questioni più delicate per la loro sicurezza. Parallelamente, si moltiplicano gli appelli all’abolizione del diritto di veto e si stanno mettendo in atto strategie per aggirare il metodo intergovernativo. Piuttosto che «l’unione fa la forza», il proseguimento di questa dinamica potrebbe indebolirel’Europa in tre modi: creando risentimento, distruggendo l’eccellenza e portando alla deresponsabilizzazione.

Lungi dall’essere un fattore di divisione, il diritto di veto permette di tenere uniti i paesi membri dell’Unione nonostante la grande diversità delle loro priorità e delle loro situazioni. Li obbliga a negoziare fino a quando non si trovi un compromesso che non leda gli interessi vitali di nessuno di loro. Questa considerazione delle linee rosse di ciascuno è indispensabile per la legittimità delle decisioni comuni.

Permette inoltre di evitare che un paese venga messo in minoranza su una questione che ritiene determinante, con tutto ciò che ciò implicerebbe in termini di risentimento e desiderio di rivalsa. Un altro problema è che la Commissione europea, animata dalla sua visione sovranazionale, tende a considerare i risultati precedenti e l’eccellenza come sospetti, fonte di disuguaglianza tra gli Stati membri. In nome di un’equa ripartizione delle risorse e dei compiti, rischia di emarginare i grandi Stati a vantaggio di quelli piccoli, l’eccellenza a vantaggio dell’apprendimento, incoraggiando così, in molti casi, l’appiattimento verso il basso.80

Infine, la costruzione europea che oggi segue un doppio movimento di espansione della difesa e di arretramento del controllo nazionale, non è un moltiplicatore ma un disattivatore di potenza. Una morsa strutturale piuttosto che la leva di Archimede di un tempo.81 Sulle pagine della prestigiosa rivista Survival, un articolo dal titolo provocatorio «L’Europa ha bisogno di meno cooperazione in materia di difesa», scritto da Bence Nemeth, va contro la tendenza del momento e confuta i soliti argomenti a favore dell’accelerazione dell’integrazione in materia di difesa.82 Nemeth vi riporta le ben note lacune dei programmi collaborativi che «procedono alla velocità del partecipante più lento», e i cui benefici in termini di costi e tempi di consegna sono tutt’altro che evidenti. Egli punta il dito contro l’errore fondamentale delle analisi secondo cui le attuali inefficienze sono solo « difetti di sistema» a cui è possibile porre rimedio dall’alto, con maggiore armonizzazione e condivisione.

L’articolo prende l’esempio dell’isola di Gotland per illustrare l’importanza di dare priorità al rafforzamento delle capacità a livello nazionale: «Gotland, l’isola svedese strategicamente vitale del Mar, ospita ormai solo 370 soldati svedesi, contro i 25.000 del periodo della guerra fredda. Quando al ministro degli Esteri svedese, Tobias Billström, è stato interrogato sull’eventualità di un rafforzamento militare, si è limitato a rispondere che la Svezia avrebbe partecipato ai comitati della NATO incaricati della questione e avrebbe atteso le raccomandazioni del Comandante supremo delle forze alleate in Europa prima di prendere qualsiasi decisione». E Nemeth aggiunge: « La responsabilità primaria di un paese europeo rimane tuttavia quella di proteggere il proprio territorio, (…) piuttosto che attendere passivamente istruzioni». Purtroppo, il caso dell’isola di Gotland è sintomatico di ciò che il generale de Gaulle già denunciava come l’effetto nefasto dell’integrazione in materia di difesa: la deresponsabilizzazione degli Stati. All’epoca, questa constatazione poteva riguardare solo la NATO, ma oggi si applica ancora di più all’UE: « Accade che, nell’integrazione, il paese integrato sia portato a disinteressarsi della propria difesa nazionale poiché non ne è responsabile. Allora l’insieme (…) vi perde della propria autonomia e della propria forza ».83

2 – La NATO messa alla prova

L’ombra che grava sull’Alleanza a causa dello scontro tra gli europei e la presidenza Trump non ha cambiato granché nella routine militare dell’organizzazione, sia per quanto riguarda i piani di difesa, le esercitazioni o l’adeguamento dei comandi. Resta tuttavia il fatto che la vita dell’istituzione transatlantica è ora scandita dai momenti salienti di natura politica. A differenza di quanto avveniva nell’immediato dopoguerra fredda, i «valori» dividono attualmente le due sponde dell’Atlantico, mentre i loro interessi dovrebbero unirli sempre di più.

21 – La psicosi Trump

Nelle sue memorie, Jens Stoltenberg, ex Segretario generale della NATO dal 2014 al 2024, descrive in dettaglio il trauma causato all’interno dell’Organizzazione dall’elezione di Donald Trump. Racconta come, durante la campagna del 2016 che vedeva Trump contrapposto a Hillary Clinton, «molti membri del personale americano si divertivano a far intendere il risultato che speravano. “Siamo lieti di accogliere il prossimo leader degli Stati Uniti al vertice di maggio 2017, e sarà un grande onore incontrarla”, dicevano.» Un sentimento condiviso, si intuisce tra le righe, con quasi tutti i loro colleghi stranieri. Di conseguenza, dopo la vittoria di Trump, Stoltenberg impose una disciplina ferrea tra le file: «Ho chiarito che i sospiri di esasperazione durante le riunioni interne erano inaccettabili. Non ci sarebbero stati alzare di occhi al cielo di fronte ai tweet e alle apparizioni pubbliche di Trump; nessuna risata beffarda davanti ai video; nessuna battuta sul golf o sui suoi modi. Una tolleranza zero nei confronti di questo tipo di comportamento era assolutamente indispensabile. Basta un piccolo gruppo di persone che deridono una dichiarazione o un comportamento perché questo si diffonda in tutta l’organizzazione e finisca per trapelare all’esterno. E se ciò fosse accaduto, sarebbe bastato poco perché Washington venisse a sapere che il personale della sede della NATO si divertiva a ridere di Donald Trump. Sarebbe stato disastroso. » 84

Stoltenberg afferma di aver finito per capire come lavorare con Donald Trump: «Un giorno poteva minacciare di lasciare la NATO; il giorno dopo, poteva dichiararsi un “grande, grandissimo fan” dell’Alleanza. Ma tutta l’attenzione che aveva rivolto alla NATO aveva portato alla mobilitazione di forze significative a favore dell’Alleanza, sia tra i repubblicani che tra i democratici al Congresso. Ben presto, lo stesso Trump era diventato favorevole al coinvolgimento della NATO». Favorevole è un’esagerazione. È tuttavia vero che, man mano che gli europei facevano concessioni sulla Cina, lo spazio, i bilanci, il presidente americano si è gradualmente adattato alla NATO. Dopo un vertice, alla fine del 2019, in cui gli alleati avevano ratificato alcune di queste priorità americane, si è detto soddisfatto: «Sono diventato un sostenitore ancora più convinto della NATO perché sono stati così flessibili. Se non fossero stati così flessibili, penso che non sarei così contento. Ma sono molto flessibili.»85

Tuttavia, tutte queste pressioni poco discrete e queste concessioni forzate hanno lasciato il segno. L’ex rappresentante della Francia presso la NATO, Muriel Domenach racconta: «Quando sono arrivata alla NATO nell’autunno del 2019, ho trovato un’alleanza in stato di stress post-traumatico. Donald Trump, durante i vertici del 2017 e del 2018, aveva trattato gli alleati con grande brutalità». Non sorprende che, in vista delle prossime elezioni americane, i team della NATO pregassero per la fine dell’incubo. Secondo Domenach: «Tutti speravano nella vittoria di Biden nel 2020 e nel “ritorno alla normalità”. Ricordo la fine di quella notte elettorale estremamente tesa, a casa della mia collega ambasciatrice americana, un’ex senatrice repubblicana della vecchia guardia, Kay Bailey Hutchison. L’angoscia alla NATO era palpabile ed esistenziale.”86 I loro desideri sono stati esauditi, ma nel 2024, si ripete la storia: Kamala Harris, vicepresidentessa di Joe Biden, non ha vinto le elezioni e Donald Trump era di ritorno. Si presenta, per di più, con una squadra più affiatata, mano libera grazie alla sua maggioranza al Congresso e la determinazione ad agire in fretta.

La nuova amministrazione non ha usato mezzi termini, fin da subito ha affrontato tutti i tabù. Il nuovo Segretario alla Difesa, diventato Segretario alla Guerra, ha fatto il suo ingresso nella sede della NATO con una franchezza insolita in quelle mura: «Dure realtà strategiche impediscono agli Stati Uniti di concentrarsi principalmente sulla sicurezza dell’Europa. Sfidiamo i vostri paesi a raddoppiare gli sforzi e a rinnovare il loro impegno a favore degli obiettivi di difesa e deterrenza a lungo termine dell’Europa. Ciò richiederà ai nostri alleati europei di entrare pienamente in campo e di assumersi la responsabilità della sicurezza convenzionale sul continente. Gli Stati Uniti non tollereranno più una relazione squilibrata che incoraggia la dipendenza. Al contrario, la nostra relazione darà priorità all’autonomia dell’Europa affinché si assuma la responsabilità della propria sicurezza ».87 Per incoraggiarli in tal senso, il presidente americano ha ribadito la minaccia: «Se non pagano, non li difenderò, è una questione di buon senso».88 Il suo ambasciatore presso la NATO ha lanciato l’idea di un Comandante supremo (SACEUR) che un giorno sarebbe stato tedesco, o comunque non americano.89 Alla fine del 2025, Washington ha fatto sapere di avere in mente una data limite per il riassunzione, da parte degli europei, della maggior parte dei compiti legati alla difesa convenzionale del vecchio continente: il 2027.90

22 – Servizio minimo

Dato questo contesto politico, a dir poco turbolento, non sorprende che l’organizzazione si accontentasse di gestire gli affari correnti in una sorta di pilota automatico. Si concentrava su tre temi: l’aumento dei bilanci, l’adeguamento delle strutture di comando e il rafforzamento del fianco orientale.

Conformemente al desiderio degli Stati Uniti, al vertice dell’Aia del giugno 2025 gli Alleati si sono impegnati, per il 2035, a portare al 5% la quota del prodotto interno lordo (PIL) destinata ogni anno al finanziamento della difesa e della sicurezza in senso lato, con il 3,5% per il finanziamento delle esigenze della difesa propriamente detta.91

Gérard Araud, ex ambasciatore di Francia negli Stati Uniti, si dice scettico: «Le promesse impegnano solo chi le riceve; certamente, è certo che, a parte gli Stati membri la cui sicurezza è direttamente minacciata, come gli Stati baltici e la Polonia, questa cifra non sarà raggiunta più di quanto lo sia stata la precedente – solo il 2% – ma il fatto stesso di accettarla dimostra che gli europei erano pronti a tutto per soddisfare Trump».

Araud vede lo stesso spirito di «vassallaggio» nell’allestimento del vertice. L’incontro è stato ridotto a una sola sessione – invece delle tre o quattro abituali – per paura di annoiare il presidente americano al punto che lasciasse la sala, i capi di Stato e di governo hanno avuto solo pochi minuti ciascuno per esprimersi. Il tutto, dopo che il segretario generale della NATO, l’olandese Mark Rutte, aveva inviato a Donald Trump «un messaggio in cui, nel più puro stile nordcoreano, lo ricopriva dei complimenti più enfatici». Per l’ex ambasciatore di Francia, questo vertice «richiama irresistibilmente Tacito che, negli Annali, descrive i senatori di fronte all’imperatore: “si precipitavano alla servitù”».92

È vero che, agli occhi della maggior parte degli europei, la percezione della minaccia russa è un potente motivo per piegarsi ai desiderata degli Stati Uniti, almeno temporaneamente, in mancanza di un piano B disponibile. Nell’autunno del 2025, alcuni incidenti di violazione dello spazio aereo di diversi alleati – Estonia, Finlandia, Lettonia, Lituania, Norvegia, Polonia e Romania – da parte di droni e aerei russi, hanno ricordato a chi lo avesse dimenticato l’importanza dell’articolo 5 e delle garanzie degli Stati Uniti.

Nell’immediato, l’Alleanza ha istituito Eastern Sentry, «un’ attività multimodale e flessibile il cui obiettivo è aumentare la vigilanza della NATO su tutto il suo fianco orientale.» Questo rafforzamento si aggiunge alle Forze terrestri avanzate (FLF) composte da otto gruppi tattici multinazionali. «In origine, si trattava di unità equivalenti a battaglioni, ma nel 2022 gli Alleati hanno concordato di schierare truppe supplementari e di trasformarle in unità delle dimensioni di una brigata, dove e quando necessario».93 Gli Stati membri più esposti continuavano a «esortare la NATO ad abbandonare il modello basato sul rafforzamento e ad adottare, per il fianco orientale, una strategia consistente nel ‘ respingere, e non cacciare’ : piuttosto che contare sui rinforzi, questi Alleati dovrebbero essere in grado di respingere qualsiasi incursione sin dall’inizio».94

Nonostante l’intensificazione delle attività della NATO, quali le operazioni di polizia marittima e aerea, l’equilibrio delle forze in questo teatro non è ancora a suo favore, ma il centro di gravità dell’Alleanza si è indubbiamente spostato verso est.

Un’altra direzione prioritaria: l’Artico. Il governo norvegese ha annunciato nel maggio 2025 la sua decisione di designare la città di Bodø, situata a nord del circolo polare artico, come sede permanente per ospitare il nuovo Centro combinato di operazioni aeree (CAOC). Ne esistono già due in Europa, uno a Uedem in Germania e l’altro in Spagna, a Torrejón. Quello di Bodø è diventato operativo nel corso dell’anno e copre lo spazio aereo della regione nordica e del Grande Nord.95 Sulla stessa linea, la Finlandia, la Svezia e la Danimarca si sono unite al quartier generale della NATO a Norfolk, in Virginia. 96 Faranno quindi parte, insieme al Regno Unito, Islanda e la Norvegia, alla responsabilità dell’unico comando operativo della NATO con sede negli Stati Uniti. Il loro trasferimento dal Comando interforze di Brunssum, nei Paesi Bassi, a quello di Norfolk è in conformità con i piani di difesa regionali definiti al vertice di Vilnius nel 2023 e si rientra nella volontà di «consolidare la nostra posizione nel Grande Nord», secondo il generale Alexus Grynkewich, Comandante Supremo delle forze alleate in Europa.97

23 – I valori dall’effetto centrifugo

Dal ritorno al potere di Donald Trump, i punti di tensione si sono moltiplicati tra Europa e America. Che si tratti dell’incertezza deliberatamente alimentata intorno all’articolo5, come mezzo di pressione per ottenere un maggiore contributo dagli alleati europei; o dell’inevitabile ritiro di una parte dei circa 100.000 soldati americani di stanza nel Vecchio; o ancora della controversia sull’appartenenza dell’isola della Groenlandia – lo stesso schema si ripete. Ogni volta, i ragionamenti strategici, spesso validi, passano in secondo piano rispetto alla logica conflittuale. A questa o quella controversia si aggiunge un’opposizione di fondo che la amplifica fino al punto di rottura. Questa opposizione riguarda «i valori» e si manifesta soprattutto in occasione delle critiche formulate dall’amministrazione Trump nei confronti dell’Europa riguardo all’immigrazione di massa e alla libertà di espressione. I due momenti salienti del 2025 su questo piano sono stati il discorso del vicepresidente J. D. Vance alla Conferenza di Monaco sulla sicurezza a febbraio e la pubblicazione della nuova Strategia di sicurezza nazionale alla fine dell’anno.

La nuova Strategia (National Security Strategy: NSS) mette in guardia: l’Europa si sta dirigendo verso una «scomparsa civilizzazionale», aggiungendo che «se le tendenze attuali proseguiranno, il continente sarà irriconoscibile tra 20 anni o meno». 98 La migrazione di massa è identificata come il fattore decisivo: «entro pochi decenni al massimo, alcuni membri della NATO diventeranno in maggioranza non europei». L’alleanza potrebbe inoltre essere indebolita a causa di questa trasformazione demografica in corso. La NSS ne parla in modo diretto: quando, in alcuni paesi della NATO, la maggioranza della popolazione non sarà più di origine europea, « è lecito chiedersi se questi paesi percepiranno ancora il loro posto nel mondo, o la loro alleanza con gli Stati Uniti, allo stesso modo». Agli occhi dell’amministrazione Trump, le violazioni della libertà di espressione sono anche legate, in parte, alla questione dell’immigrazione.

A Monaco, il vicepresidente Vance spiega: dal punto di vista di un’America in cui la libertà di espressione, la famosa «free speech», è garantita dalla Costituzione come quasi illimitata, il concetto di «contenuto che incita all’odio» sembra un pretesto per mettere a tacere le voci discordanti. Vance non ha mancato di notare che la conferenza di Monaco stessa aveva escluso i leader dell’AfD, il principale partito di opposizione tedesco. «Non dobbiamo necessariamente essere d’accordo con tutto — né tantomeno con qualcosa — di ciò che dicono alcune persone, ma quando i leader politici rappresentano una parte significativa dell’elettorato, è nostro dovere almeno avviare un dialogo con loro.» 99 I cordoni sanitari, gli archi repubblicani, i Brandmauern d’oltre Reno, dimostrano, secondo il vicepresidente, che i leader europei hanno paura dei propri cittadini. Egli vi vede, a lungo termine, un rischio per la resilienza e la sicurezza delle società europee.

La NSS afferma: l’America si opporrà alle «restrizioni delle libertà fondamentali in Europa, imposte dalle élite e contrarie ai principi democratici». Si darà come priorità quella di «coltivare la resistenza all’attuale traiettoria dell’Europa all’interno delle sue nazioni».

24 – Gli interessi a effetto centripeto

Le dichiarazioni dei leader americani e la stessa Strategia di sicurezza indicano chiaramente: l’amministrazione Trump ritiene sinceramente che l’Europa si stia dirigendo, a passo svelto, verso la propria auto-annullamento, e che Washington preferirebbe arginare questo movimento, se non altro per i propri interessi strategici.100

Con la fine dell’era unipolare e l’ascesa degli Stati cosiddetti revisionisti, nel senso di una messa in discussione l’ordine internazionale stabilito, Washington si ritrova in una posizione geopolitica indebolita. La sua visione strategica rimane la stessa: la sicurezza, la libertà e la prosperità americane sarebbero messe a rischio se un avversario riuscisse ad affermare la propria egemonia in una delle regioni considerate decisive, in primo luogo l’Asia.101

Per evitare che ciò accada, gli Stati Uniti devono ora essere in grado di prevalere in conflitti simultanei, su teatri lontani l’uno dall’altro, contro avversari di pari livello o quasi (peer e near-peer nella terminologia americana). Tuttavia, Washington è ben lungi dal raggiungere il suo obiettivo. La nuova legge di bilancio impone al Pentagono di stilare, il più rapidamente possibile, l’elenco del volume di munizioni di cui avrebbe bisogno in un conflitto simultaneo.102 Un rapporto bipartisan della Commissione sulla strategia di difesa nazionale ha lanciato l’allarme già nel 2024: il «nuovo allineamento di nazioni contrarie agli interessi degli Stati Uniti crea un rischio reale, se non una probabilità, che i conflitti, ovunque si verifichino, possano trasformarsi in una guerra su più teatri o in una guerra mondiale» . Il rapporto osservava senza giro di parole che, al momento, gli Stati Uniti «non sono preparati» a un simile scenario. 103

Ne derivano due conclusioni per l’Europa.

Da un lato, gli europei devono prendere sul serio gli appelli americani e ricostruire con urgenza le loro forze convenzionali. Ciò consentirebbe di ridistribuire le forze americane altrove, senza creare enormi lacune nella posizione di deterrenza della NATO.

D’altro canto, gli europei devono capire che l’America non è sul punto di abbandonarli. La NATO è il caso emblematico delle cosiddette coalizioni anti-egemoniche che gli Stati Uniti cercano per arginare i propri avversari, in primo luogo la Cina. La NSS è chiara: «L’Europa rimane vitale per gli Stati Uniti. Rinunciare all’Europa, sarebbe come spararsi sui piedi rispetto agli obiettivi che questa strategia cerca di raggiungere.»

Da parte degli europei, interessi altrettanto reali hanno di che raffreddare gli ardori dei nuovi cantori dell’autonomia. Nel corso dei decenni, la ricerca della soluzione più facile – meno spese militari, buona coscienza pacifista – ha fatto precipitare l’Europa in una situazione di dipendenza asimmetrica dagli Stati Uniti. A pochi giorni dalle elezioni presidenziali americane del 2020, il ministro della Difesa tedesco dichiarava: « Dobbiamo riconoscere che, nel prossimo futuro, rimarremo dipendenti. […] Le illusioni di un’autonomia strategica europea devono cessare: gli europei non saranno in grado di sostituire il ruolo cruciale dell’America come garante della sicurezza.»104 Da allora e paradossalmente, la retorica europea è cambiata radicalmente, mentre la dipendenza europea non ha fatto che aumentare. Come ha sottolineato Jeremy Shapiro, direttore di ricerca presso l’ECFR (Consiglio europeo per le relazioni internazionali), la dipendenza europea è aumentata in modo evidente dall’inizio della guerra in Ucraina.

La situazione precedente al 2022 — in cui la Germania, e l’Europa, erano percepite come dipendenti dagli Stati Uniti per la difesa, dalla Russia per l’energia e dalla Cina per i mercati — è profondamente cambiata: «Sempre più, l’Europa dipende dagli Stati Uniti per tutte e tre le cose.»105

Infatti, mentre l’Europa si impegna a ridurre fortemente la propria dipendenza dall’energia russa, gli Stati Uniti si sono imposti come fornitore chiave, sia di gas naturale liquefatto (GNL) che di petrolio greggio.106 Per quanto riguarda gli scambi con Pechino, gli sforzi di «derisking» e le sanzioni statunitensi sulle tecnologie avanzate complicano le relazioni commerciali. Inoltre, Inoltre, la guerra in Ucraina ha rivalutato l’ombrello nucleare americano e l’aumento degli acquisti di armi da parte dell’UE non ha fatto diminuire la quota proveniente dall’estero (il 63% di queste importazioni è ancora di origine americana). Al di là di questi interessi concreti, il ruolo indispensabile degli Stati Uniti in Europa si declina anche in un altro modo. Tradizionalmente, in qualità di potenza europea attraverso la NATO, l’America, per la sua sola dimensione, neutralizza le disparità di dimensioni e di forza e svolge così un ruolo di equalizzatore tra i paesi europei. Un contributo non trascurabile in un momento in cui la logica del potere e dei rapporti di forza sta tornando a farsi sentire nel Vecchio Continente.107

3 – Le 3D in piena ridefinizione

Gli interessi oggettivi di entrambe le parti non spingono quindi necessariamente, in questo momento, a un ribaltamento dei ruoli tra partner transatlantici. Eppure, «Sarebbe assurdo negare, scrive l’ambasciatore Araud, che le placche tettoniche di questo dibattito, che dura da decenni, abbiano recentemente iniziato a muoversi». 108 Ci sono segnali che non ingannano. Su Défense & Stratégie seguiamo da dieci anni quelli che consideriamo gli indicatori più affidabili delle evoluzioni nei rapporti UE-NATO e, più in generale, nelle relazioni transatlantiche. Si tratta delle famose 3D, ovvero i limiti imposti dagli Stati Uniti alla politica di difesa dell’UE al momento del suo avvio alla fine degli anni ’90. L’allora Segretaria di Stato Madeleine Albright le ha concettualizzate, coniando l’espressione «3D ».109 Il che significa: nessun «disaccoppiamento» tra il processo decisionale europeo e la NATO, nessuna «duplicazione» delle capacità e delle strutture della NATO e nessuna «discriminazione» nei confronti degli alleati non membri dell’UE.

Dal «rilancio» della PSDC nel 2016, e nonostante tutti gli scossoni subiti dalle relazioni transatlantiche – il primo mandato di Donald Trump, la crisi e poi la guerra in Ucraina o ancora la Brexit – i cambiamenti su questi tre aspetti sono stati minori.110 Tuttavia, improvvisamente, da un anno a questa parte, i dibattiti sui temi relativi alle 3D si svolgono su basi inedite. I concetti finora «banditi» attorno ai quali si articolavano tutti i punti nevralgici si impongono ormai con la forza dell’ evidenza. È ormai un dato di fatto che gli europei prendano alcune decisioni in materia di difesa tra di loro, prima di, o persino senza, consultare l’America; che stiano riflettendo su un piano di sostituzione credibile per garantire la loro difesa collettiva; che diano (una dose di) preferenza europea nell’intero ciclo degli armamenti; infine che riconoscano la legittimità di una distinzione tra membri UE e non UE dell’Alleanza. Ormai, l’unica questione che rimane è solo una questione di grado.

31 – Il non-disaccoppiamento

La prima richiesta avanzata dagli Stati Uniti, così come è stata formulata da Albright, stabiliva: «il processo decisionale europeo non deve essere separato dal processo decisionale più ampio all’interno dell’Alleanza». Da quell’epoca, ciò si traduceva nel rifiuto di vedere gli europei presentarsi alle discussioni della NATO con una posizione comune su cui si fossero accordati in precedenza. Joachim Bitterlich, ex ambasciatore tedesco presso la NATO, spiegava già nel 2007: «L’idea di un caucus europeo, emersa nella prima metà degli anni ’90, è un orrore per gli americani. Tuttavia, se gli europei vogliono essere presi sul serio da un lato dagli americani e dall’altro a livello mondiale, bisogna procedere verso la creazione di un tale caucus.».111 Segno dei tempi, nel 2025 l’ambasciatore francese presso la NATO, David Cvach, ha segnalato un «vero e proprio appetito per una concertazione europea più intensa». Egli ricorda: «Di solito, all’interno della NATO, ognuno ha la tendenza a rivolgersi agli Stati Uniti più che a qualsiasi altro partner, ma l’atmosfera ora, e per il momento, è un po’ diversa».112

La difficoltà consiste nell’assicurarsi che i responsabili nazionali trasmettano alla NATO lo stesso messaggio che esprimevano durante i loro contatti «tra europei». Secondo Cvach: «spesso esiste un fenomeno di “bolla” alla NATO dove non si parla esattamente allo stesso modo che altrove». Questo doppio discorso degli europei viene denunciato dagli interlocutori americani, esasperati da ciò che appare come un vero e proprio sdoppiamento di personalità in alcuni.

Durante il suo viaggio a Bruxelles nel dicembre 2025, il Sottosegretario di Stato Christopher Landau parla di palese incoerenza:

«Si tratta quasi degli stessi paesi in entrambe le organizzazioni. Quando questi paesi indossano il cappello della NATO, affermano che la cooperazione transatlantica è la pietra angolare della nostra sicurezza reciproca. Ma quando questi stessi paesi indossano il cappello europeo, perseguono ogni sorta di agenda che spesso è totalmente contraria agli interessi e alla sicurezza degli Stati Uniti».113

Questo doppio gioco è sempre esistito, ma la tendenza si è invertita negli ultimi tempi. Man mano che si moltiplicano le sedi di coordinamento europee, dai formati informali fino alle riunioni del Consiglio Affari Esteri dell’UE in configurazione difesa, non sono più, o comunque meno spesso, le posizioni assunte in NATO ad essere importate nell’Unione, ma piuttosto si verifica il contrario. Per l’ambasciatore Cvach, anche se una «grande serata» istituzionale della governance e del processo decisionale in seno alla NATO non è per domani, «gli europei possono affermarsi maggiormente in occasione dei numerosissimi dibattiti e riunioni – e lo faranno tanto più che avremo definito al di fuori della NATO le grandi linee d’azione da declinare». Un’idea in controtendenza rispetto alla condizione di non disaccoppiamento posta 25 anni fa.

32 – La non duplicazione

Il criterio della non duplicazione tra la NATO e l’UE dovrebbe incarnare il famoso concetto di complementarità tra le due organizzazioni. Finora si è manifestato attraverso tre divieti: la PSDC non poteva portare a un «doppione» dei mezzi di pianificazione e di conduzione delle operazioni della NATO; né a una copia della sua funzione essenziale che è la difesa collettiva; né alla costruzione di una «fortezza» protezionista per gli acquisti di armamenti. Questi tre ambiti rimangono altamente sensibili dal punto di vista politico, ma il divieto assoluto che li riguardava appartiene ormai al passato.

A riprova di ciò, il continuo rafforzamento della Capacità militare di pianificazione e conduzione (MPCC in inglese) dell’UE.114

All’inizio, l’idea stessa era stata esclusa: coloro che osavano evocare la necessità di un nucleo di quartier generale europeo, come la Francia, la Germania, il Lussemburgo e il Belgio durante la loro riunione di Tervuren nel 2003, venivano derisi perché stavano organizzando «un vertice dei cioccolatieri». Tuttavia, sulla scia delrilancio del 2016, è stata presa la decisione di creare una capacitàpermanente per la pianificazione e la conduzione delle operazionimilitari della PSDC – ma all’epoca solo per lemissioni cosiddette «non esecutive» (senza uso della forza, di tipoconsultivo). In dieci anni, la sua funzione si è notevolmente ampliata:è diventata la chiave -portante della Capacità di dispiegamentorapido (CDR) volta a consentire all’UE di dispiegare rapidamentefino a 5000 soldati in un’operazione interforze. Vieneregolarmente impiegata nelle esercitazioni militari reali,sul campo, che l’ l’UE organizza dal 2023: LIVEX 25 si è svolta nelmarzo-aprile 2025 con la partecipazione di 13 Stati membri perconvalidare, con successo, lo stato operativo della CDR.115Un’evoluzione simile si osserva sul fronte della difesareciproca. Al lancio della Politica europea di sicurezza edifesa, era stato concordato che la difesa territoriale sarebbe rimasta dicompetenza esclusiva della NATO, mentre l’UE si sarebbe occupata della gestione delle crisi.I responsabili dell’Alleanza hanno tenuto a ricordare a intervalliregolari: «la cooperazione europea in materia di difesa non sostituirà ladifesa collettiva che la NATO garantisce agli alleati europei».116 Per laFrancia, invece, la politica di difesa europea hasempre avuto la vocazione di includere la difesa reciproca. Il Ministero delleForze Armate presenta la questione in questi termini: « L’Europa della difesa si concretizza nellaclausola di difesa reciproca tra gli Stati membri, sancita dall’articolo 42, paragrafo 7del Trattato di Lisbona del 2009. Gli europei sono, pertanto, vincolati da unobbligo di assistenza in caso di aggressione armata sul loro territorio».117A lungo tabù, questa idea ha fatto un vero e proprio passo avanti nell’ultimoanno. Per il Commissario alla difesa, una delle questioni piùurgenti riguardo alla preparazione istituzionale dell’UE è quella di«trovare le modalità di attuazione dell’articolo 42.7 sull’obbligodi assistenza reciproca tra Stati membri in caso di aggressione armata».118 Nel2025, la parola d’ordine è «rendere operativo» l’articolo 42.7.119 Con, al termine delle riflessioni, un’eventuale europeizzazione delladissuasione nucleare francese.120La questione degli acquisti di armi è sempre stata strettamente legata aquella delle garanzie ultime.

Nel 2024, Éric Trappier, amministratore delegato di Dassault, riassume lo stato d’animo degli europei per i quali: «stare sotto l’ombrello americano richiede l’acquisto di aerei americani».121 Un anno più tardi, spiega ai senatori che lo ascoltano: «la NATO è lo strumento di difesa di molti paesi in Europa, è dominata dagli americani e ciò che accade è che molti paesi europei temono per la propria sicurezza se gli americani si allontanassero dalla NATO – e che, per prevenire questo rischio, vogliano avvicinarsi maggiormente agli americani, acquistando loro più materiale, per legarli all’Europa».122 È così che più della metà degli alleati si è impegnata ad acquistare armi americane per l’Ucraina, per un valore di 4 miliardi di dollari entro la fine del 2025, nell’ambito dell’iniziativa PURL (elenco delle esigenze prioritarie dell’Ucraina).123

Tuttavia, alcune cifre spesso citate meritano di essere chiarite.

Nella sua Nuova strategia per l’industria europea della difesa, il collegio di Bruxelles sottolinea: «Circa il 78% degli acquisti effettuati nel settore della difesa dagli Stati membri dell’UE tra l’inizio della guerra di aggressione condotta dalla Russia e il giugno 2023 proveniva da fuori dall’UE, con gli Stati Uniti che da soli rappresentavano il 63% di tali acquisti ».124 Una cifra spesso ripresa in seguito per suggerire che gli europei acquistino quasi due terzi delle loro attrezzature militari dagli Stati Uniti. Falso. In realtà, questa cifra si applica solo alle importazioni e indica la quota statunitense in esse. Se, invece, si considera il totale degli acquisti (sia le importazioni che gli acquisti intraeuropei), allora la quota degli acquisti di armi americane scende al 36%, poiché i paesi europei si riforniscono per il 52% da produttori europei.125

È vero che, al di là del volume totale, ciò che conta è anche la quota delle importazioni in settori strategici o sensibili. Così, nell’artiglieria, solo il 27% dei contratti è stato eseguito da un fornitore europeo, e nell’aeronautica militare, il 64% del valore dei contratti europei è andato a imprese americane. Tuttavia, sotto il duplice effetto delle forniture di armi all’Ucraina e dell’aumento dei bilanci militari, l’origine delle attrezzature acquistate è ormai al centro dei dibattiti politici.

Il presidente francese ha gioco facile nel far valere l’argomento: « Ciò che dimostra l’Ucraina è che possiamo dare con certezza a Kiev solo ciò che abbiamo e ciò che produciamo. E ciò che ci arriva da terzi non europei è evidentemente meno maneggevole: soggetto a scadenze, code, priorità, a volte alle autorizzazioni di paesi terzi. Dipendendo troppo dall’esterno, ci si prepara i problemi di domani».126

33 – La non discriminazione

Non sorprende quindi che sia proprio nel settore degli armamenti che il terzo pilastro delle 3D, quello che sancisce la non discriminazione nei confronti degli alleati non membri dell’UE, si pone con la massima urgenza e acutezza. Questa esigenza è stata onnipresente nei comunicati ufficiali, l’ultimo dei quali risale al vertice di Washington del 2024: «È essenziale per il partenariato strategico tra NATO e l’UE che gli alleati non membri dell’UE siano associati il più ampiamente possibile alle iniziative dell’Unione in materia di difesa».127 È su questa base che gli alleati non UE rivendicano un accesso privilegiato alle iniziative e ai finanziamenti europei in materia di armamenti.

Come spiega l’ex ambasciatrice Muriel Domenach: «È naturale che la NATO si faccia portavoce anche degli interessi di quegli alleati non membri dell’Unione che esercitano pressioni affinché i criteri di ammissibilità agli strumenti di sostegno all’industria siano il più possibile possibile».128 Naturale, certo, ma lo è anche la resistenza a questa pressione.

La Commissione e i responsabili francesi ribadiscono a turno: « i fondi europei devono rimanere per gli europei e non alimentare imprese all’estero ».129 Il Commissario incaricato del dossier assicura: « Naturalmente, ci adoperiamo per spendere i fondi europei presso imprese con sede nel continente europeo ».130

Secondo il direttore dell’Agenzia europea per la difesa, la Francia è in prima linea:

« l’ambasciatrice francese presso il Comitato politico e di sicurezza (CPS) è stata on ne più chiara, affermando che i fondi europei devono andare alle imprese europee».131 Lo stesso obiettivo viene perseguito in seno alla NATO: «ci impegneremo con grande determinazione affinché i fondi europei siano destinati a programmi europei».132

 Su questo punto, Dassault e Airbus sono sulla stessa linea – e non esitano a precisare rispetto a quale paese sia opportuno proteggere la BITD. Per il vicepresidente di Airbus, «il denaro europeo deve essere accompagnato da una serie di linee rosse, che devono essere definite, affinché questo denaro non venga utilizzato per acquistare americano»133; per l’amministratore delegato di Dassault, « il colmo sarebbe far lavorare gli americani con denaro europeo».134

Tutti questi sforzi hanno indubbiamente dato i loro frutti. Certo, gli americani non hanno detto l’ultima parola, con il Dipartimento di Stato che rimprovera agli europei «politiche protezionistiche e discriminatorie che spingono le imprese americane fuori dal mercato e minano la nostra difesa collettiva».135

Certo, il diavolo sta nei dettagli, i dibattiti sono quindi lungi dall’essere conclusi. Ne è testimonianza la mobilitazione di Stati membri come la Polonia per aprire il programma SAFE alla partecipazione degli Stati Uniti.136 Tuttavia, si osserva qui lo stesso movimento generale di emancipazione che si riscontra negli altri aspetti delle 3D. Gli europei sono passati dall’ l’imperativo di «includere il più possibile tutti gli alleati» al decidere caso per caso. Sono persino pronti a escludere definitivamente o a esigere un contributo finanziario in cambio dell’accesso, come nel caso del Canada.137 Il principio della preferenza europea ha quindi ottenuto diritto di cittadinanza, cosa che sarebbe stata inimmaginabile solo pochi anni fa.

Conclusione: per la Francia, una vittoria illusoria?

Dal ritorno al potere di Donald Trump negli Stati Uniti, la stampa straniera si entusiasma per «le intuizioni» di Emmanuel Macron e ne elogia la «lungimiranza » sulla necessaria autonomia strategica. Gli articoli più avveduti sottolineano che non si tratta di una scoperta del presidente Macron, ma della politica perseguita dalla Francia dadecenni.138 Comunque sia, questo entusiasmo mediatico è il riflesso di ciò che sta accadendo nei circoli europei e transatlantici. L’ambasciatore francese presso la NATO racconta: « Vi confesso che l’atmosfera è molto particolare; sono probabilmente l’unico ambasciatore francese nella storia della NATO a ricevere regolarmente i propri colleghi in cerca di conforto. (…) Sentiamo dire, leggiamo che ‘la Francia aveva ragione’».139

Infatti… Un mondo dominato dalla fine delleillusioni globaliste, dal ritorno della Realpolitik e dalla competizione senza veli tra le potenze non poteva che confermare la correttezza dell’analisi gollista sull’imperativo di garantire la libertà di analisi, di decisione e di azione in ogni circostanza.

Tuttavia, il modo in cui questa «autonomia strategica » sia attualmente concepita e perseguita in Europa non è necessariamente a vantaggio della Francia.

L’oscillazione dell’atteggiamento degli europei tra la prima presidenza Trump (slancio autonomista), gli anni di Biden (sollievo e distensione), e poi il secondo mandato di Trump (sfiducia dichiarata) suggerisce che la lotta ideologica giochi un ruolo altrettanto importante, forse più, rispetto ai calcoli geopolitici. Eppure, nel frattempo, i rapporti di forza stanno subendo un capovolgimento sia a livello internazionale che all’interno dell’Europa. Nel complesso, le posizioni degli Stati Uniti sono in declino, Washington avrebbe, per una volta, davvero bisogno dei suoi alleati e, se possibile, di alleati che sianoal tempo stesso affidabili e forti. Nel continente europeo, la Germania si starimilitarizzando, uno sviluppo che rischia fortemente di rompere l’equilibriofondante tra Berlino e Parigi. Nel momento in cui l’America,progressivamente messa da parte, non potrebbe più svolgere il suo ruolo dineutralizzatore dei rapporti di forza tra i paesi europei. Nelmomento in cui la Brexit ha privato l’UE dell’alleato naturale della Francianel fare da contrappeso alla potenza tedesca enel contenere le mire federaliste della Commissione e di alcuniStati membri. Contemporaneamente, in modo metodico, il collegiodi Bruxelles si sta appropriando della difesa. Le implicazioni sono innumerevoli:attacco contro i bastioni di eccellenza visti come fontedi disuguaglianza; indebolimento generalizzato man mano chevengono delegate le responsabilità; riduzione del margine di manovradegli Stati, o addirittura la loro messa in minoranza, su questioni che sono tuttavia alcuore della loro sovranità.Il processo in cui l’Europa sembra impegnarsi potrebbe, senon sta attenta, far perdere alla Francia sia il suo seggio al Consigliodi sicurezza dell’ONU sia la sua forza di dissuasione nucleare. L’Europasarebbe allora «unita», sotto la preponderanza tedesca, con lapotenza militare e la legittimità popolare diluite in una «terra di nessuno»terra di nessuno» tra le Nazioni spossessate, private di responsabilità, e labolla tecnocratica e scollegata di Bruxelles. La Francia vi siscioglierebbe «come lo zucchero nel caffè».*

40 Nota: « Le contenu de l’article n’engage que son auteur et ne reflète pas

nécessairement la position du Foreign Policy Research Institute ».

41 EU countries should have ‘multiple’ security guarantees beyond Article 5,

Kubilius says, Euronews, 17 novembre 2025.

42 Audition de David Cvach, représentant de la France auprès de l’OTAN,

Commission de la Défense et des forces armées de l’Assemblée nationale, 5

mars 2025.

43 Europe turns to Germany’s Merz for leadership and stability, Deutsche Welle,

24 février 2025.

44 Friedrich Merz, Wir entscheiden jetzt über die Zukunft Europas, Frankfurter

Allgemeine Zeitung, 3 décembre 2025.

45 Letter by President von der Leyen on defence to the European Council

ahead of its meeting on Thursday, 6 March 2025, Bruxelles, 4 mars 2025.

46 Speech by President von der Leyen at the European Parliament plenary

debate in preparation of the European Council meeting of 18-19 December

2025, in particular the need to support Ukraine, transatlantic relations and the

EU’s strategic autonomy, Strasbourg, 16 décembre 2025.

47 Europe needs protection from its own allies, EU chief Costa says, Euractiv, 8

décembre 2025.

48 Barry R. Posen, European Military Autonomy: What Comes First?, in

Survival, octobre-novembre 2025. Plusieurs articles du numéro de janvierfévrier 2026 de la revue Foreign Affairs partent du même constat : Matthias

Matthijs – Nathalie Tocci, How Europe Lost – Can the Continent Escape Its

Trump Trap ?; Philip H. Gordon – Mara Karlin, The Allies After America – In

Search of Plan B.

49 Mathieu Bock-Côté, Les Deux Occidents, Les Presses de la Cité, 2025.

50 Nicolas Gros-Verheyde, La défense européenne à l’heure de la guerre en Ukraine –

Des tabous tombent, Editions du Villard, 2024.

51 Audition Charles Fries, secrétaire général-adjoint du service européen pour

l’action extérieure de l’Union européenne, sur l’Europe de la défense,

Commission de la Défense et des forces armées de l’Assemblée nationale, 30

avril 2025.

52 Resolution on Elevating the Future of Europe through Space, 27 novembre

2025.

53 Lt. Col. Felix Nieto, Enhancing EU Crisis Management through Exercises: A

Tenure of Transformation, Impetus n°34, Bruxelles, hiver 2025.

54 Nicolas Gros-Verheyde, Idem. p.78.

55 FIREPOWER: European Council adopts 360° defence mindset, Euractiv, 12

décembre 2025.

56 Audition d’Éric Trappier, président directeur général de Dassault Aviation,

sur l’Europe de la défense et les coopérations européennes, Commission de la

Défense et des forces armées de l’Assemblée nationale, 25 mars 2025.

57 A new European Defence Industrial Strategy: Achieving EU readiness

through a responsive and resilient European Defence Industry, Bruxelles,

Communication de la Commission, 5 mars 2024.

58 Fries, Ibid.

59 Regulation establishing the European Defence Industry Programme and a

framework of measures to ensure the timely availability and supply of defence

products (‘EDIP’), 3 mai 2024.

60 Voir de l’auteur, « Pour le meilleur ou pour le pire : en matière d’armement

l’UE s’active », DefTech n°11 octobre-décembre 2024.

61 Programme pour l’industrie européenne de la défense: le Conseil donne son

approbation définitive, Communiqué de presse, 8 décembre 2025.

62 Déclaration de la Présidente von der Leyen sur le paquet défense, Bruxelles,

3 mars 2025.

63 Total bids for the Commission’s SAFE loans reach nearly €190 billion,

Euractiv, 12 décembre 2025; EU countries opt for solo projects in €150 billion

joint defence procurement scheme, Euractiv, 11 décembre 2025.

64 Voir de l’auteur : « L’article 296 du TCE : obstacle ou garde-fou ? », in Défense

& Stratégie, n°18, automne 2006.

65 Audition de Thierry Breton, commissaire européen au marché intérieur,

chargé de la politique industrielle, du tourisme, du numérique, de l’audiovisuel,

des industries de la défense et de l’espace, à la Commission des affaires

étrangères du Sénat, 30 avril 2024.

66 Résolution du Sénat portant avis motivé sur la conformité au principe de

subsidiarité de la proposition de règlement, 5 juin 2024.

67 Voir de l’auteur : « Pour le meilleur ou pour le pire : en matière d’armement

l’UE s’active », DefTech, N°11 octobre-décembre 2024.

68 Une nouvelle simplification pour accélérer les investissements en matière de

défense dans l’UE, Commission, Direction générale de la communication, 17

juin 2025. Sur la base du White Paper for European Defence – Readiness 2030,

présenté par la Commission le 19 mars 2025. Voir aussi : Parliament seeks

middle ground on EU defence red tape, Euractiv, 15 décembre 2025.

69 Audition de Mathilde Félix-Paganon, représentante permanente de la France

au Comité politique et de sécurité (COPS) de l’Union européenne,

Commission de la Défense et des forces armées de l’Assemblée nationale, 19

mars 2025.

70 Audition de Jean-Dominique Giuliani, président de la Fondation Robert

Schuman, Commission de la Défense et des forces armées de l’Assemblée

nationale, 5 février 2025.

71 Audition d’Arnaud Danjean, ancien député européen, ancien président du

comité de rédaction de la Revue stratégique, Commission de la Défense et des

forces armées de l’Assemblée nationale, 19 février 2025.

72 Discours du Président de la République à l’occasion des vœux aux Armées,

15 janvier 2026.

73 Michel Cabirol, Exportations d’armements : l’Europe veut imposer son

contrôle à la France, La Tribune, 16 janvier 2026.

74

« Berlin to simplify rules in bid to speed up defence surge, draft law says »,

Reuters, 27 juin 2025.

75 Germany’s rearmament upends Europe’s power balance, Politico, 12

novembre 2025. Voir aussi : Michel Cabirol, « Défense : comment l’Allemagne

se réarme pour devenir leader en Europe », La Tribune, 14 janvier 2026.

76 Voir les articles de Michel Cabirol dans La Tribune : « Comment l’Allemagne

va mettre K-O la France dans le spatial », 10 novembre 2025 ; « Spatial : La

France ne boxe plus dans la même catégorie que l’Allemagne », 26 novembre

2025 ; « Spatial : l’Europe, portée par l’Allemagne, gonfle enfin ses muscles »,

27 novembre 2025.

77 Le PDG du groupe industriel franco-allemand KNDS veut croire à la

poursuite du projet d’avion de combat du futur malgré les difficultés, Euractiv,

15 décembre 2025.

78 La rivalité industrielle franco-allemande à son apogée pour le développement

d’un bouclier antimissile européen, Euractiv, 16 décembre 2025.

79 Pierre-Marie Gallois, Le consentement fatal, Éditions Textuel, 2001.

80 Voir de l’auteur: « Le ciel va-t-il nous tomber sur la tête? L’Europe s’active

en matière de défense aérienne/antimissile », DefTech, N°9 avril-juin 2024.

81 Le général de Gaulle employait l’image du levier d’Archimède pour évoquer

le potentiel de la construction européenne, qu’il concevait dans la logique

intergouvernementale, à amplifier la puissance des Etats membres.

82

« Bence Nemeth, Europe Needs Less Defence Cooperation », Survival, juinjuillet 2025. Nemeth est le directeur du Centre for Defence Economics and

Management du King’s College de Londres.

83 Charles de Gaulle, Conférence de presse du 11 avril 1961.

84 Jens Stoltenberg, On My Watch – Leading NATO in a Time of War, W. W.

Norton & Company, 2025.

85 Point de presse du Secrétaire général Stoltenberg et du président Trump, 3

décembre 2019.

86 « Vu de Washington, le maintien de 100 000 personnels en Europe ne va pas

de soi », une conversation avec Muriel Domenach, ancienne ambassadrice à

l’OTAN, par Pierre Ramond, Le Grand continent, 30 octobre 2024.

87 Opening Remarks by Secretary of Defense Pete Hegseth at Ukraine Defense

Contact Group, Brussels, 12 février, 2025.

88 Trump: If NATO members don’t pay, US won’t defend them, Reuters, 6

mars 2025.

89 US ambassador suggests Germany take NATO’s top military role in future,

Euronews, 26 novembre 2025.

90 Exlusive: U.S. sets 2027 deadline for Europe-led NATO defense, Reuters, 6

décembre 2025.

91 Déclaration du Sommet de La Haye, 25 juin 2025. Dépenses de défense et

engagement des 5 %, Site OTAN www.nato.int, mise à jour le 18 décember

2025

92 Gérard Araud, Leçons de diplomatie, Editions Tallandier, 2025, pp148-149.

93 L’OTAN renforce son flanc oriental, Site OTAN www.nato.int, mise à jour

le 4 novembre 2025. Pour plus d’information sur les groupements tactiques de

l’OTAN, voir Gros-Verheyde, Idem. pp 107-108.

94 Rebecca Patterson (rapporteur), La future stratégie de l’OTAN vis-à-vis de la

Russie, Rapport à l’Assemblée parlementaire de l’OTAN, 12 octobre 2025.

95 NATO opens new Combined Air Operations Centre in Norway, NATO

SHAPE Newsroom, 10 octobre 2025.

96 NATO’s Allied Command Operations to update provisional, regional

boundaries, News Release, 4 décembre 2025.

97 Nordics to Norfolk: NATO trio shifts to US-based command focused on

Atlantic, High North, in Stars and Stripes, 5 décembre 2025. La nouvelle famille

de plans de défense régionaux divise l’OTAN en trois zones : la première

couvre l’Atlantique et l’Arctique européen, dirigée par le Commandement

interarmées (JFC) de Norfolk. La deuxième couvre la région baltique et

l’Europe centrale, dirigée par le JFC de Brunssum. La troisième couvre la

Méditerranée et la mer Noire et est dirigée par le JFC de Naples.

98 National Security Strategy of the United States of America, Maison Blanche,

november 2025.

99 Remarks by the Vice President J. D. Vance at the Munich Security

Conference, 14 février, 2025.

100 Voir de l’auteur, « Right Assessment, Wrong Tactics: Europe in the New

National Security Strategy », FPRI Analysis, 17 décembre 2025.

101 Pour une vision d’ensemble sa l’approche américaine, voir le livre The

Strategy of Denial – American Defense in an Age of Great Power Conflict’, Yale

University Press, 2021 par Elbridge Colby, auteur de la Stratégie de défense

nationale de 2018 et proche conseiller du vice-président Vance et actuellement

numéro trois du Pentagone.

102 National Defense Authorization Act for Fiscal Year 2026, entrée en vigueur

le 18 décembre 2025.

103 Commission on the National Defense Strategy, juillet 2024

104 Annegret Kramp-Karrenbauer, Europe still needs America, Politico, 2

novembre 2020.

105 Giada Santana, What the EU stands to lose from Trump 2.0, Euractiv

Podcast, 25 janvier 2025.

106 How did the EU get hooked on American gas?, Politico, 20 janvier 2026.

107 Voir de l’auteur: « Something Old, Something New: Transatlantic Discords

in the Second Trump Presidency », FPRI Analysis, mars 2025.

108 Araud, Idem. p150.

109 Madeleine K Albright, « The Right Balance Will Secure NATO’s Future »,

Financial Times, 7 décembre 1998.

110 Voir en particulier les numéros 40, 42, 44, 45 et 47 de Défense & Stratégie.

111 Audition de Joachim Bitterlich par la Commission du Livre blanc, 18

octobre 2007, in Défense et Sécurité Nationale. Livre blanc, Tome 2 Les Débats,

Paris, Editions Odile Jacob, La Documentation française, juin 2008. p.286.

112 Cvach, Ibid.

113 Christopher Landau sur son compte du réseau social X, le 6 décembre 2025.

114 Pour des détails sur cette structure, voir : Manel Bernado Arjona,

« European Command and Control Capabilities in Executive CSDP Missions

and Operations », Finabel – European Army Interoperability Center, décembre

2022.

115 Lt Col Felix Nieto, « Enhancing EU Crisis Management through Exercises:

A Tenure of Transformation, » EUMS/EEAS Impetus, n°34, hiver 2025.

116 Remarques de Jens Stoltenberg, Secrétaire général de l’OTAN, à la

Commission Politique étrangère et à la Sous-Commission sécurité et Défense

du Parlement européen, 8 mai 2017.

117 Europe de la défense : le réveil a sonné, Ministère des Armées,

www.defense.gouv.fr, 9 mai 2025.

118 Speech by Commissioner Kubilius at the Folk och Försvar – National

Conference 2026: “Europe Under Pressure”, Stockholm, 10 janvier 2026.

119 Brussels looking to beef up the EU’s collective defence clause, Euronews, 5

mai 2025; “We have no family of plans for European defence, as NATO does”

An interview with General Robert Brieger, former Chairman of the EU

Military Committee, The New Eastern Europe, 10 septembre 2025.

120 Voir dans ce numéro, l’article de Patrice Buffotot, « La dissuasion nucléaire

française face à l’évolution du système international ».

121 Interview d’Eric Trappier sur Cnews, Matinale, 23 avril 2024.

122 Audition d’Éric Trappier, président-directeur général de Dassault Aviation à

la Commission des affaires étrangères, de la défense et des forces armées du

Sénat, 25 juin 2025.

123 Initiative PURL : plus de 4 milliards de dollars d’équipements déjà financés

par les Alliés et leurs partenaires au profit de l’Ukraine, Site OTAN, 10

décembre 2025.

124

« Une nouvelle stratégie pour l’industrie européenne de la défense pour

préparer l’Union à toute éventualité en la dotant d’une industrie européenne de

la défense réactive et résiliente », Bruxelles, 5 mars 2025.

125

« Progress and Shortfalls in Europe’s Defence – An Assessment », The

International Institute for Strategic Studies, 2025, p58. L’analyse du IISS se

basaient sur les contrats placés entre février 2022 et septembre 2024.

126 Déclaration d’Emmanuel Macron sur la défense européenne, Inauguration

du 54ème édition du Salon International de l’Aéronautique et de l’Espace au

Bourget, 19 juin 2023.

127 Déclaration du Sommet de Washington, 10 juillet 2024, paragraphe 29.

128 Domenach, Ibid.

129 Fries, Ibid.

130 Audition d’Andrius Kubilius, commissaire européen à la Défense et à

l’Espace, Commission de la Défense et des forces armées de l’Assemblée

nationale, 25 mars 2025.

131 Audition d’André Denk, directeur exécutif-adjoint de l’Agence européenne

de défense (AED), Commission de la Défense et des forces armées de

l’Assemblée nationale, 12 mars 2025.

132 Cvach, Ibid.

133 Audition de Jean-Brice Dumont, vice-président d’Airbus, Commission de la

Défense et des forces armées de l’Assemblée nationale, 5 février 2025.

134 Trappier, Ibid.

135

« Top US official berates Europe over cutting American industry out of

defense buildup », Politico, 3 décembre 2025.

136 Fabrice Wolf, « Varsovie milite pour dépenser sa dotation SAFE vers

l’industrie américaine de défense », Meta-Defense , www.meta-defense.fr, 11

décembre 2025.

137

« Canada clinches deal to join Europe’s €150B defense schème », Euractiv, 1

décembre 2025.

138

« EU shifts on defence – and concedes maybe ‘Macron was right », The

Business Times, 7 mars 2025; « In a Europe Adrift, Macron Seizes the Moment »,

The New York Times, 13 mars 2025; « Il avait raison depuis le début » : « les

intuitions de Macron saluées par la presse étrangère », Le Point, 15 mars 2025 ;

« Macron was right about strategic autonomy », The Economist, 24 juillet 2025;

Aurélie Pugnet, « Merde! The French were right all along », Euractiv, 16 janvier

2026; Gregoire Roos, « EU leaders echo de Gaulle, saying Europe must

depend on no-one. But where should autonomy begin? », Chatham House, 29

janvier 2026.

139 Cvach, Ibid.