L’Iran non è l’anti Cristo -prima parte-di Fogliolax
L’Iran non è l’anti Cristo -prima parte-
| Fogliolaxmar 18 |
In questa prima parte racconterò la mia visione dell’Iran e della sua società, mentre nella seconda parlerò del conflitto in atto.
Premessa: l’Iran non è l’anti Cristo preannunciato da San Giovanni nell’Apocalisse. Nonostante alcuni articoli recenti lo dipingano come tale, il sospettato non corrisponde alla descrizione.
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Da Ciro a Khamenei

L’Iran è uno stato che discende da un antico impero fondato da Ciro il Grande circa 2600 anni fa e che né i greci né i romani furono in grado di assoggettare. Ci riuscirono militarmente gli arabi tra il 600 e l’800 d.C., non culturalmente dato che sia la tradizione persiana che la lingua farsi rimasero sempre vive per tutto il Medioevo fino a far scegliere all’Iran un percorso diverso (quello sciita) rispetto alla maggioranza araba. Nel 1000 gli invasori turchi finirono per diventare loro stessi persiani; addirittura i mongoli e Tamerlano, che pure portarono enormi distruzioni tra il 1200 e il 1500, si fecero affascinare dalla cultura persiana. Nel 1501 la dinastia Safavide riunificò il regno e diede origine all’”Iran” sciita. Nel 1800 e nel primo ‘900 il territorio venne conteso tra russi e inglesi, dopo la Seconda guerra mondiale l’influenza sovietica ebbe la meglio fino al golpe del 1953 promosso da CIA e MI6 che portò al potere Mohammad Reza Pahlavi. Dopo 26 anni, nel 1979, la rivoluzione guidata dagli ayatollah diede vita alla repubblica islamica odierna.
Questi brevi cenni storici servono a far comprendere che ci troviamo di fronte a un popolo che affonda le proprie radici nella storia; al di là dell’importante componente sciita, un iraniano è anzitutto un persiano, portatore di una cultura antica e discendente di una società organizzata attorno a dei valori tradizionali: fede, unità della patria e famiglia.
Ecco perché il regime non è crollato sotto i bombardamenti, anzi, ne è uscito rafforzato. Questa demonizzazione del nemico, della sua cultura e della sua storia tipica della NATO non fa altro che stringere le popolazioni attorno ai propri governi. È successo in Afghanistan, in Russia, in Iran e succederà anche in Cina. Senza dimenticare l’Africa, dove i recenti golpe militari sono stati accolti con grande favore dai cittadini desiderosi di liberarsi dalla presenza francese.
Il mio Iran
Con l’intento di riumanizzare il “nemico”, concedetemi alcune semplificazioni turistiche di natura personale.
Tutte le volte che mi sono recato a Tehran e dintorni durante la prima presidenza Trump, la mia impressione è stata quella di trovarmi nella Russia rurale post sovietica o nel Sud Italia di 30 anni fa: dall’accoglienza nelle case dove come entri ti portano da mangiare e da bere come se arrivassi da 40 giorni nel deserto, al modo in cui guardano “o’straniero” con un misto di sospetto e di ammirazione, fino alle nonne, che coordinano tutto il ménage familiare con stile militaresco.
Per non parlare del traffico caotico, immaginate Napoli o Bari con 15 milioni di abitanti!

E che dire dei vestiti, così demonizzati da noi “occidentali”. Un volto coperto non l’ho mai visto. In generale le donne appartenenti alle famiglie più osservanti portano o il chador (mantello) nero classico con uno scialle che copre i capelli o delle tuniche colorate di origine persiana. Nella capitale ho visto moltissime ragazze con gonne sotto al ginocchio o pantaloni, camicie (chiuse) e foulard dei migliori stilisti francesi e italiani per coprire i capelli. Questo in pubblico, mentre nelle serate trascorse nelle case private i capelli non venivano coperti e le gonne lasciavano intravedere il ginocchio (e anche un po’ di più).
Nella Russia rurale la situazione non è molto differente, e anche a Mosca, a Minsk o a Kiev, quando le donne entrano in Chiesa si coprono i capelli. Non era (è) così anche nel Sud Italia? Alcune volte ho inviato foto scattate fuori Tehran ad amiche della Campania o della Sicilia e pensavano fossi in qualche paesino dalle loro parti.
È pur vero che esiste una parte di società che a noi può sembrare “fuori dal mondo”, ma solo una percentuale minoritaria di iraniani vive queste regole come una imposizione. Durante i miei viaggi mi è capitato di parlare con delle donne “integraliste”, impegnate in politica, vestite sempre di nero e coperte dalla testa ai piedi (col volto scoperto però). Mi hanno spiegato che è il loro modo di conservarsi per il futuro marito, che sono contente di farlo e che, nonostante le apparenze, non hanno rinunciato ai loro “vezzi” femminili. Dopo qualche giorno di frequentazione per motivi lavorativi ho acquisito la loro fiducia e così mi hanno mostrato le quantità industriali di gioielli che indossano sotto il chador e persino i loro telefoni, adornati da custodie infantili in netto contrasto con le persone che avevo di fronte.

Parliamo di ragazze per lo più laureate e con un ottimo livello di inglese, molto gentili al limite del servile: per giorni ho faticato a farmi aprire le porte e a precederle nel passo, ma non hanno voluto sentire ragioni, mi sono quindi (piacevolmente) adattato per non offenderle; ne ho conosciuta abbastanza bene una che ora studia a Roma e con cui sono ancora in contatto, ci sono anche uscito una volta, nel caffè dell’hotel, di pomeriggio, sotto lo sguardo della mia guida che controllava dal tavolo a fianco che non ci fosse alcun contatto fisico tra lo straniero e l’indigena. È stato molto divertente. L’ho raccontato a una mia amica pugliese e mi ha detto che suo padre ugualmente non la faceva uscire di sera, ispezionava i vestiti che indossava e ai primi appuntamenti mandava il fratello a controllare.
Poi, come in tutte le società, le esagerazioni esistono, ma, tra i paesi islamici che ho visitato, l’Iran è sicuramente il più affine a noi. A parte l’alcol, che è davvero proibito per lo meno nei luoghi pubblici, e così mi è capitato di stare fino alle 2 di notte in un ristorante con musica dal vivo bevendo tè, allietato da un cantante azero imitatore di Little Tony con tanto di classico abbigliamento post comunista: scarpe chiare di pelle di almeno 4 numeri in più, pantalone scuro sotto al tacco e camicia completamente aperta.
Venendo a temi più seri, c’è rispetto sia per i cristiani sia per gli ebrei che da Babilonia furono liberati proprio da Ciro, il fondatore della Persia. Per gli iraniani Gesù è un grande profeta, purtroppo non è il figlio di Dio come per noi, tuttavia lo venerano come Suo messaggero. Lo stesso dicasi per la Santa Vergine Maria, cui l’anno scorso è stata intitolata una fermata della metropolitana. E così io giravo tranquillamente con l’anello rosario al dito e la domenica partecipavo alla Messa; certo, è un paese musulmano, la prudenza è sempre consigliata. Ci sono ancora le pubbliche impiccagioni, durante le ultime proteste le vittime sono state circa 4 mila (ne parleremo nella seconda parte), ma credere che bombardandoli possiamo mitigare alcune loro abitudini è quantomeno insensato.
Non sono comunque dei terroristi internazionali seriali come spesso li si dipinge accomunandoli ad Al Qaeda, ISIS e alle loro diramazioni tutte di matrice sunnita salafita. In modo diretto hanno ucciso alcuni dissidenti all’estero, questo sì. Hezbollah è un’altra storia, la vedremo nella seconda parte. Quello che stupisce è che a noi cattolici sfugga la differenza, visto quanto avvenuto in Iraq e Siria dove gli sciiti hanno combattuto accanto e a difesa anche dei cristiani o in Nigeria dove i nostri fratelli nella fede sono perseguitati da Boko Haram, altro gruppo sunnita salafita.
Cito un ultimo aneddoto che poi tornerà utile nella seconda parte. In nessuno dei viaggi ho subito controlli a parte quelli aeroportuali che sono un filino capillari; per pura curiosità personale sono persino andato in taxi all’ingresso di una delle centrali nucleari bombardate l’anno scorso. Nessuno mi ha fermato o fatto domande. Passando rapidamente al presente, a Tehran operano abbastanza liberamente Sky News e CNN, le tv del nemico. Quella iraniana è una società molto orgogliosa, con abitudini consolidate e che accetta restrizioni solamente dall’interno, non dall’esterno, a costo di rimetterci la vita dei propri leader.

Ecco perché se non vogliamo vivere in uno stato perenne di conflitto, occorre trovare ciò che ci accomuna con le altre civiltà e non sempre e solo quello che ci divide. Se, ad esempio, guardiamo alle foto o ai ritratti dei grandi missionari cristiani notiamo come col tempo essi prendevano le sembianze del popolo presso cui vivevano, senza per questo rinunciare ad annunciare il Vangelo o a seguire gli insegnamenti di Cristo.
Purtroppo, noi europei ci siamo dimenticati la nostra storia, le nostre radici greco romane; pretendiamo di imporre i nostri valori a tutto il mondo, in un momento in cui i nostri valori sono in fortissima crisi, non perché non siano più validi, ma perché in nome della globalizzazione li abbiamo rimossi dalle nostre vite e sostituiti con i capricci del momento. Come possiamo relazionarci con altri popoli e culture non sapendo più chi siamo? Come possiamo eventualmente anche invitarli ad abbandonare certe forzature se non riusciamo più a proporre una valida alternativa? Come possiamo giudicare i loro comportamenti se l’autorità morale (il Papa, ma anche molti Cardinali) sovente si dimentica del suo ruolo?
“Chi di voi è senza peccato, scagli per primo la pietra contro di lei” ci fa sapere sempre San Giovanni.

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