Allargamento: l’UE vuole creare una mini-globalizzazione all’interno dei propri confini_di Camille Adam
Allargamento: l’UE vuole creare una mini-globalizzazione all’interno dei propri confini
L’Unione europea si allargherà, è ormai deciso. Dei nove paesi candidati, quattro hanno ottime possibilità di aderire entro il 2030: Ucraina, Moldavia, Albania e Montenegro. Mentre i negoziati si trascinavano da anni, l’invasione dell’Ucraina da parte della Russia ha reso la questione urgente per la Commissione europea e diversi Stati membri, poiché l’allargamento è visto come un baluardo geopolitico contro la Russia e un modo per aumentare il peso dell’Unione europea nei negoziati tra i blocchi. Presentato come uno scudo geopolitico, questo allargamento avrà conseguenze importanti per la Francia: dovrà dare di più ricevendo meno dal bilancio europeo; il suo peso nei voti a maggioranza qualificata sarà diluito; sarà più isolata di fronte alle nuove alleanze chiave tra Germania, Austria e Italia; subirà una perdita di competitività rispetto ai nuovi entranti con salari cinque volte inferiori e sarà costretta a fare un ulteriore passo avanti nella spirale della federalizzazione.
pubblicato il 17/02/2026 Di Camille Adam

Il Montenegro, l’Albania, la Moldavia e l’Ucraina hanno tutte le possibilità di aderire all’Unione europea entro il 2030 o, come minimo, di concludere i negoziati di adesione entro tale data. È quanto emerge dalla tanto attesa comunicazione della Commissione europea del 4 novembre 2025 (“Comunicazione sulla politica di allargamento dell’UE”). Per gli altri Stati candidati: Serbia, Bosnia-Erzegovina, Macedonia del Nord, Georgia, Kosovo e Turchia, la situazione è più complessa, ciascuna per ragioni molto diverse. Nel resto di questo articolo, il termine “allargamento” si riferirà ai quattro Stati sopra menzionati, la cui adesione è, salvo imprevisti, relativamente certa.
Tutti sembrano avere buoni motivi per spingere verso questo allargamento: la Germania per ampliare il proprio hinterland e abbassare ulteriormente i costi di produzione delle proprie automobili in un contesto di perdita di competitività della propria industria; la Francia per gli stessi motivi, al servizio delle proprie multinazionali (i propri «campioni nazionali»); la Commissione per garantire la sfera di influenza dell’UE in questi paesi a scapito di quella della Russia ed eventualmente della Cina, ecc.
E poi, soprattutto, come già avvenuto con i precedenti allargamenti verso l’Europa centrale e orientale: ampliare il campo del mercato unico significa ampliare le possibilità di localizzazione delle catene del valore in paesi a basso costo per le multinazionali europee.
Un ampliamento sponsorizzato dalle grandi federazioni padronali
I soliti sospetti sono unanimi: che si tratti della Tavola rotonda degli industriali (ERT), di BusinessEurope o ancora di Eurochambres, queste tre grandi e potenti federazioni padronali sostengono con entusiasmo questo allargamento. Tutte hanno prodotto il proprio rapporto sull’argomento ed Eurochambres ha già avuto almeno un incontro con la commissaria europea per l’allargamento, Marta Kos.
Ciò che emerge da questi diversi rapporti “padronali” è che l’adesione ha poca importanza, purché il percorso per raggiungerla consenta di rendere questi paesi “business friendly“, ovvero in grado di offrire contesti normativi favorevoli agli interessi finanziari.
I criteri di adesione all’Unione europea: diventare uno Stato neoliberista
Infatti, l’adesione all’Unione europea è fortemente subordinata al rispetto di criteri di tre ordini: politico, economico, giuridico/istituzionale.

Per quanto riguarda i criteri politici, il paese candidato deve disporre di istituzioni stabili che garantiscano la democrazia. Inoltre, devono essere rispettati i diritti fondamentali e i diritti delle minoranze. Si ritrova l’idea sottesa alla missione civilizzatrice dell’Unione europea, che dovrebbe diffondere nelle ex repubbliche sovietiche la «democrazia europea», che consiste, ricordiamolo, in una serie di trasferimenti di sovranità a varie istituzioni situate a Strasburgo, Bruxelles, Lussemburgo o Francoforte. In virtù di questi criteri, «lo Stato di diritto» deve essere garantito per consentire ricorsi contro leggi, decreti o norme emanati da tale Stato e che sarebbero contrari al diritto europeo. La corruzione che danneggia la corretta assegnazione degli appalti pubblici deve essere eliminata.
Tutto ciò non è ovviamente negativo di per sé, ma non si può che essere scettici nei confronti di ogni tentativo di democratizzazione forzata. Ciò ricorda infatti la logica del «nation building» (la «costruzione delle nazioni») cara agli americani, che pensavano di poter imporre la forma dello Stato-nazione e la democrazia a tutti i popoli e a tutti i territori senza tener conto della loro cultura o maturità politica.
I criteri economici prevedono che gli Stati candidati si dotino di un’economia di mercato funzionante e abbiano la capacità di far fronte alla concorrenza e alle forze di mercato all’interno dell’UE. Si potrebbe parlare di « market building » (costruzione dei mercati). Lo Stato candidato deve dotarsi di istituzioni che garantiscano il liberalismo, ovvero la libera circolazione di beni, capitali e servizi, la protezione della proprietà intellettuale e il diritto della concorrenza.
Infine, per quanto riguarda i criteri giuridici e istituzionali, gli Stati candidati devono integrare nel proprio diritto nazionale il cosiddetto « acquis comunitario » , ovvero l’insieme delle leggi, delle direttive e dei regolamenti europei, e accettare gli obiettivi dell’Unione, compresa l’Unione economica e monetaria (senza l’obbligo immediato di adottare l’euro).
In altre parole, si tratta di preparare gli Stati alla loro futura sottomissione ai trattati europei, disciplinarli e farli rientrare nella linea neoliberista prima della loro adesione, per evitare «ogni circo sovranista».

Una nuova condizione: il divieto di neutralità
Va precisato che è stato aggiunto un nuovo criterio non previsto dai testi, ma estremamente chiaro ed esplicito: quello del allineamento totale in materia di politica estera. Gli Stati devono essere pronti a votare i pacchetti di sanzioni contro la Russia. Questo disallineamento in materia di politica estera spiega oggi perché l’adesione della Serbia sia ampiamente compromessa, dato che quest’ultima è ancora fortemente dipendente dal gas russo e critica nei confronti della NATO (in riferimento ai bombardamenti che ha subito da parte dell’alleanza atlantica negli anni ’90).
Tuttavia, le multinazionali hanno ben compreso che ampliare l’Unione europea significa innanzitutto ampliare un mercato e che la cosa più importante è garantire ogni passo verso il liberalismo di questi paesi candidati. È stato quindi proposto un approccio inedito per incoraggiare fortemente gli Stati a mantenere politiche liberali, anche se per un motivo o per l’altro non dovessero diventare membri dell’Unione europea.
L’approccio graduale: garantire i risultati ottenuti
Si tratta dell’approccio graduale: i paesi candidati possono accedere in blocchi a determinate politiche o programmi dell’UE (mercato interno, Erasmus, Horizon, fondi europei, unione energetica, roaming, ecc.) prima di diventare membri a pieno titolo, ogni progresso è subordinato al rispetto continuo dei criteri (Stato di diritto, riforme economiche). In caso di regresso democratico, i benefici possono essere sospesi o revocati, cosa che non è praticamente possibile una volta acquisita l’adesione. La condizionalità è quindi rafforzata. Questo approccio ricorda molto quello del FMI e dei suoi programmi strutturali: un aiuto o un sostegno viene concesso al paese solo se si converte al neoliberismo (apertura delle frontiere commerciali, del capitale delle sue imprese, ecc.).
Questo approccio, proposto da BusinessEurope ed Eurochambres, è stato ripreso da numerosi think tank (ad esempio l’Istituto Jacques Delors) ed è ora ufficialmente adottato dalla Commissione europea. Ciò consentirebbe di promuovere la libera circolazione di beni, capitali e servizi in paesi in cui l’adesione è lungi dall’essere acquisita: Bosnia-Erzegovina, Macedonia del Nord, Serbia, Kosovo e persino Turchia. Bruxelles riterrebbe un peccato che, con il pretesto che uno Stato non rispetta la libertà di stampa o le elezioni, gli venga chiusa la porta d’ingresso al club europeo e che quest’ultimo rinunci a ogni sforzo per rendere il suo paese attraente per gli investimenti stranieri…

Non bisogna quindi lasciarsi ingannare dalla retorica geopolitica che circonda questo allargamento: un allargamento ha innanzitutto conseguenze economiche e, per quanto riguarda la Francia, queste sono considerevoli.
Dare di più e ricevere di meno: un accordo perdente per la Francia
La questione dell’impatto dell’allargamento sul bilancio europeo e di chi darà di più e chi riceverà di meno è senza dubbio l’aspetto che è stato maggiormente documentato dai vari think tank.
È noto che l’integrazione dell’Ucraina, prevista per il 2030, sconvolgerà la Politica agricola comune (PAC), poiché questa consiste principalmente nella distribuzione di aiuti finanziari agli agricoltori in base alla superficie dei loro terreni. Finora, la Francia, data la sua superficie, era di gran lunga il principale beneficiario della PAC. Secondo un rapporto commissionato dal Parlamento europeo all’Istituto Jacques Delors, la situazione cambierebbe sostanzialmente con l’Ucraina che diventerebbe il primo beneficiario. Applicando le attuali regole di pagamento diretto per ettaro, l’Ucraina riceverebbe circa 7,8-9,3 miliardi di euro all’anno, un importo paragonabile alla dotazione francese. La Francia, sebbene meno colpita rispetto alla Spagna o all’Italia, vedrebbe ridursi i propri stanziamenti per l’agricoltura e l’ambiente di quasi 2 miliardi di euro, con un calo di circa il 18%.
Per quanto riguarda i fondi di coesione, ovvero gli “aiuti europei” (in realtà denaro nazionale con bandiera europea) destinati alle regioni francesi, tali fondi diminuirebbero di 600 milioni di euro. Questo calo degli aiuti è dovuto a un «effetto statistico»: l’adesione di paesi con un PIL pro capite molto basso fa diminuire automaticamente la ricchezza media dell’UE. Di conseguenza, alcune regioni francesi (così come in Spagna o in Italia) sarebbero riclassificate come “più ricche” rispetto a questa nuova media abbassata. Si troverebbero così al di sopra delle soglie di ammissibilità ai fondi strutturali, il che le priverebbe di finanziamenti vitali per il loro sviluppo territoriale a vantaggio dei nuovi entranti.

La Francia riceverebbe quindi meno soldi… pur contribuendo di più. Infatti, il contributo della Francia al bilancio europeo, già in crescita, dovrebbe raggiungere i 25,3 miliardi di euro nel 2025, per poi aumentare notevolmente fino a raggiungere i 32,2 miliardi nel 2026 e i 34,3 miliardi di euro nel 2027.

La diplomazia francese sa bene che si tratta di un tema delicato, perché politicamente ingiustificabile, soprattutto in un periodo di austerità. Per questo motivo spinge verso la creazione di nuove imposte europee, al fine di alleggerire i bilanci nazionali dal costo dell’assorbimento dei nuovi entranti. Per il momento, i nostri partner sono molto divisi sulla questione e la maggior parte di loro non vuole nemmeno sentirne parlare.
Il ritorno della concorrenza libera e non falsata alla maniera europea
L’Unione europea e il suo mercato unico funzionano come una super zona di libero scambio senza barriere doganali, senza misure antidumping e con il minor numero possibile di barriere normative tra gli Stati membri. Ciò significa che l’adesione di un nuovo Stato equivale a concludere questo super accordo di libero scambio con tale Stato e, per quanto riguarda questa nuova ondata di allargamento, con Stati i cui lavoratori hanno salari inferiori a quelli della Cina.
Per quanto riguarda i Balcani occidentali, una relazione dell’Assemblea nazionale ha presentato il salario minimo di questi paesi.

Osservando questa tabella, si nota che il rapporto di inferiorità tra il salario minimo francese e quello di questi paesi è di 4 a 5. Se si confronta il salario medio (prima dei trasferimenti sociali) di questi paesi, esso è da 3 a 5 volte inferiore al salario medio francese, che nel 2023 era di circa 25.000 euro.
Con la Moldavia e l’Ucraina, il divario è ancora più grave: un reddito medio annuo di 3.308 € (pro capite) per la Moldavia nel 2023 e di 2.249 € per l’Ucraina nel 2021 (ultimi dati disponibili). A titolo di confronto, secondo l’Ufficio nazionale di statistica cinese, il reddito medio annuo in Cina (pro capite) era di circa 4.450 € nel 2024.

Con i suoi 40 milioni di abitanti, l’Ucraina fornirà all’Unione europea una nuova officina e una nuova terra per le delocalizzazioni. Lo scenario del 2004 e del primo allargamento rischia di ripetersi. Ci sarà prima il “business” della ricostruzione, prima che i fattori di produzione – ovvero le fabbriche (o ciò che ne resta per quanto riguarda la Francia) – vi vengano delocalizzati. In realtà, nel 2004, non è stato tanto il fenomeno delle delocalizzazioni ad essere importante – queste ultime hanno avuto luogo soprattutto in Cina e nel Sud-Est asiatico – quanto quello dei fallimenti veri e propri. Infatti, come si può essere competitivi in queste condizioni? Non si può, si delocalizza se possibile, altrimenti si fallisce.
Questo allargamento renderà definitivamente illusoria qualsiasi prospettiva di reindustrializzazione in Francia. Perché installare fabbriche in Francia quando c’è l’Ucraina con i suoi lavoratori qualificati a 200 euro al mese? Un tale divario di competitività dei prezzi è impossibile da colmare.
Nessuna valutazione d’impatto, nessun problema
L’idea è quindi quella di passare dal “Made in China” al “Made in Europe”, senza che quest’ultimo significhi necessariamente “Made in France”. L’idea è quindi quella di avere “la Cina a casa nostra” e di ricreare una mini-globalizzazione all’interno dei confini europei, cosa che era già avvenuta durante l’ondata di allargamenti del 2004.
L’occupazione e la pianificazione territoriale non sono considerazioni degne di interesse né per la Commissione europea, che conduce i negoziati per questo allargamento, né per il governo francese che ha dato mandato per tali negoziati. Come nel 2004, non è stata effettuata alcuna valutazione d’impatto in materia di occupazione o di localizzazione dei fattori di produzione. Secondo un rapporto dell’Istituto Jacques Delors del 2003, questo rifiuto di informarsi era volontario. È probabile che lo stesso valga anche oggi, poiché uno studio di questo tipo renderebbe politicamente impossibile un simile progetto politico.
Mentre logicamente la Francia dovrebbe proteggersi dai suoi vicini europei a basso costo per sperare di rilocalizzare gli stabilimenti, si prevede invece di fare esattamente il contrario. Con il consenso della nostra diplomazia e dei nostri rappresentanti, la concorrenza a cui sono esposti i nostri lavoratori e industriali sarà estesa a paesi ancora più poveri. Un protezionismo al di fuori dei confini europei sarebbe benvenuto, ma con un effetto limitato poiché i nostri deficit sono per lo più intraeuropei.
È anche molto probabile che questa volta le delocalizzazioni interessino anche gli stabilimenti situati nei paesi dell’allargamento del 2004, come la Polonia. La Polonia, insieme all’Ungheria, alla Bulgaria e alla Slovacchia, sta già subendo la concorrenza ucraina nel settore agricolo.
La questione agricola ucraina
La questione della riduzione della PAC per gli agricoltori francesi non è l’unico problema che l’Ucraina porrà. La concorrenza diretta dei prodotti agricoli ucraini è forse un problema ancora più grande e già attuale. Infatti, l’Unione europea, per sostenere l’Ucraina dopo l’invasione da parte della Russia, ha concluso un accordo di libero scambio integrale (ALEAC) con quest’ultima, ovvero zero dazi doganali e zero quote, senza che i prodotti ucraini debbano essere conformi alle norme fitosanitarie europee. Abbiamo così potuto trovare sui nostri banchi uova ucraine non conformi alle norme francesi.
Questo cambiamento strutturale ha provocato un afflusso massiccio di prodotti ucraini sui mercati limitrofi. Invece di transitare semplicemente verso l’Africa o il Medio Oriente, gran parte delle scorte è rimasta bloccata nei paesi vicini. La concorrenza dei cereali ucraini, prodotti in aziende agricole di grandi dimensioni, ha fatto crollare il prezzo del grano polacco.
Di fronte alle proteste dei propri agricoltori, Polonia, Ungheria, Slovacchia e Bulgaria hanno adottato misure unilaterali nell’aprile 2023, in totale contrasto con i trattati europei, vietando l’importazione di grano, mais, colza e girasole ucraini. Nel 2024 erano state attivate clausole di salvaguardia per limitare le importazioni di prodotti ultra-sensibili (uova, zucchero, avena, mais, miele). Recentemente, il 29 ottobre 2025, è entrata in vigore una versione modernizzata dell’accordo di libero scambio (ALEAC). Più restrittiva delle misure di emergenza del 2022, essa ripristina alcune quote imponendo al contempo all’Ucraina un progressivo allineamento alle norme di produzione europee.
Quando l’Ucraina diventerà membro a pieno titolo dell’Unione europea, tutte le misure restrittive o qualsiasi altra misura di salvaguardia saranno vietate. Lo shock per l’agricoltura francese rischia quindi di essere estremamente violento.
L’Ucraina rappresenterebbe circa il 20% della produzione cerealicola dell’Unione europea allargata, di cui il 15% di frumento e il 49% di mais. Il settore francese della barbabietola da zucchero è particolarmente esposto. L’afflusso di zucchero ucraino sul mercato europeo ha già contribuito a esercitare pressione sui prezzi e a una prevista contrazione della produzione francese per il 2025/2026. Il settore avicolo ucraino è dominato da grandi aziende integrate verticalmente, in grado di esportare volumi massicci a prezzi che sfidano qualsiasi concorrenza per gli allevatori francesi. Infine, l’Ucraina è il primo fornitore mondiale di olio di girasole e produce colza.
La minaccia per l’agricoltura francese non risiede solo nei volumi, ma anche nella radicale differenza delle strutture di sfruttamento. Il settore ucraino conta circa 110 “agro-holding” giganti che gestiscono centinaia di migliaia di ettari (con una media compresa tra 479 e 649 ettari per azienda agricola commerciale contro i circa 69 ettari in Francia) .
Meno aiuti, più concorrenza, prezzi dell’energia in aumento e, nel frattempo, l’adozione dell’accordo di libero scambio con il Mercosur: l’agricoltura francese sta andando incontro a terribili difficoltà.
Nuovi trasferimenti di sovranità
Come se tutto ciò non bastasse, l’elenco dei cambiamenti radicali per il nostro Paese non finisce qui. Esiste un relativo consenso tra i think tank, le federazioni dei datori di lavoro e in particolare l’ERT e una parte della diplomazia europea e francese, secondo cui questo allargamento deve essere accompagnato da una riforma dei trattati europei per evitare qualsiasi paralisi nel processo decisionale.
Come ad ogni revisione dei trattati dal 1985, l’ERT è la federazione dei datori di lavoro più attiva nell’influenzarne la stesura in modo sempre favorevole alle grandi multinazionali europee. In un ampio rapporto del 2024 intitolato « Securing Europe’s place in a new world order – ERT Vision Paper 2024-2029 », l’ERT chiede una maggiore centralizzazione dei poteri della Commissione europea, in particolare per quanto riguarda la conclusione di accordi di libero scambio e la riduzione del potere degli Stati membri di adottare le proprie leggi. Si suggerisce che la Commissione imponga agli Stati, attraverso il semestre europeo, di abolire alcune delle loro leggi nazionali che ostacolano la libera circolazione di beni e servizi nel mercato unico.
La Germania, sostenuta da diversi altri Stati membri, spinge invece per un ampliamento del voto a maggioranza qualificata in materia di politica estera, ovvero in materia di diplomazia. Ciò significa che uno Stato minoritario potrebbe vedersi imporre una posizione diplomatica che non condivide e, se del caso, essere trascinato in una guerra che non ha autorizzato.
In ogni caso, l’allargamento dell’Unione europea da 27 a 31 Stati membri diluirebbe automaticamente il peso della Francia nelle votazioni delle decisioni del Consiglio che sono prese a doppia maggioranza qualificata. Una direttiva o un regolamento viene votato solo se approvato dal 55% degli Stati, ovvero, al momento, da più di 15 Stati membri che rappresentano oltre il 65% della popolazione europea, pari a 295 milioni di europei.
In un’Unione Europea a 31 che include Montenegro, Albania, Moldavia e Ucraina, con una popolazione totale di 45 milioni di abitanti che si aggiungerebbe ai 450 milioni di europei, la Francia, che rappresentava il 15,2% dei voti in Consiglio, vedrebbe i suoi voti ridotti al 13,8% . E mentre la Francia aveva 1 voto su 6 al momento del trattato di Roma, è passata a 1 voto su 27 con il trattato di Lisbona (pari al 3,70% dei voti) e potrebbe quindi passare a 1 voto su 31 (pari al 3,23% dei voti).
È molto probabile che questo allargamento finisca per spostare il baricentro dell’Unione europea verso la Germania, l’Austria e forse anche l’Italia, tre paesi che hanno legami storici con i Balcani occidentali e l’Ucraina. Si possono quindi immaginare nuove alleanze chiave attorno a questi paesi su questioni in cui la Francia sarebbe isolata, ad esempio in materia di politica energetica relativa al carbone o in materia di difesa europea.
Un referendum sull’allargamento in Francia?
La Francia sembra quindi avere tutto da perdere da questo allargamento. La grande domanda è quindi: ci sarà un dibattito? Saremo consultati come previsto dall’articolo 88-5 della Costituzione? Questo articolo, introdotto nel 2005 per rassicurare i francesi sull’allargamento dell’UE alla Turchia, prevede infatti che, in linea di principio, ogni allargamento dell’Unione europea debba essere sottoposto a referendum. Ma durante la revisione costituzionale del 2008, questo articolo è stato modificato per prevedere che, in via eccezionale, il Congresso, ovvero l’Assemblea nazionale e il Senato, potesse essere consultato sulla questione al posto del popolo. Considerata la rapida evoluzione del panorama politico francese, è difficile prevedere in questa fase quale opzione sarà privilegiata.
Qualsiasi progetto di legge che autorizzi la ratifica di un trattato relativo all’adesione di uno Stato all’Unione europea è sottoposto a referendum dal Presidente della Repubblica.
Tuttavia, con una mozione approvata in termini identici da ciascuna assemblea con una maggioranza dei tre quinti, il Parlamento può autorizzare l’adozione del disegno di legge secondo la procedura prevista al terzo comma dell’articolo 89.
[Il presente articolo non si applica alle adesioni successive a una conferenza intergovernativa la cui convocazione sia stata decisa dal Consiglio europeo prima del 1° luglio 2004].
Un’altra cosa è certa: ci sarà una campagna mediatica per minimizzare le conseguenze di questo allargamento sul tessuto economico e sociale francese e ridurlo a una mera operazione geopolitica.
Se alcune voci diventano troppo critiche, ci si dovrà aspettare un ricatto emotivo sui valori europei, sul fatto che «non possiamo lasciarli fuori dalla porta del club europeo», che dobbiamo fare un «piccolo sforzo». Si sentirà anche dire che abbiamo «un dovere» di solidarietà nei loro confronti e che sarebbe assolutamente egoista negare loro l’immenso e incomparabile vantaggio di appartenere all’Unione europea, indipendentemente dal costo per i francesi. Infine, potremmo persino sentire dire che, in termini di PIL, questi paesi non hanno un peso rilevante e che sarebbe razzista rifiutarli. Pazienza per le delocalizzazioni, pazienza per i fallimenti, pazienza per la disoccupazione, pazienza per l’austerità.
Foto di apertura: Conclusioni della riunione settimanale della Commissione von der Leyen di Kaja Kallas, alta rappresentante dell’Unione e vicepresidente della Commissione europea, e Marta Kos, commissaria europea, sul pacchetto di allargamento 2025 (CE, Audiovisual Service, Unione europea 2025, foto: Lukasz Kobus).