Italia e il mondo

NUOVI APPROCCI TEORICI E CONCETTUALI ALLO STUDIO DELLA GEOPOLITICA_recensione di Aniello Inverso

NUOVI APPROCCI TEORICI E CONCETTUALI ALLO STUDIO DELLA GEOPOLITICA

Volume I: Fondamenti, paradigmi e metodologie della geopolitica contemporanea

NEW THEORETICAL AND CONCEPTUAL APPROACHES TO THE STUDY OF GEOPOLITICS

Volume I: Foundations, Paradigms, and Methodologies of Contemporary Geopolitics

Collana Heartland – Storia e Teoria della Geopolitica

Edizioni Callive/Media&Books, Roma, 2026

Il volume dell’opera curata da Tiberio Graziani e Phil Kelly, Nuovi approcci teorici e concettuali allo studio della geopolitica. Volume I: Fondamenti, paradigmi e metodologie della geopolitica contemporanea (ISSN 9791281485525 – 2026), pubblicato nella collana Heartland – Storia e Teoria della Geopolitica, costituisce la prima parte del collettaneo all’interno della collana, inserendosi in un contesto internazionale caratterizzato da una continua reinterpretazione dei confini e della sovranità statale.

L’opera si sviluppa attraverso tre capitoli che affrontano rispettivamente i fondamenti teorici e le nuove basi concettuali della disciplina, la rilettura critica dei paradigmi classici, e infine le dimensioni di autorità, identità e ontologie del potere geopolitico. Il volume raccoglie tredici contributi di studiosi internazionali: Giorgia Cadei, Alberto Cossu, Ivelina Dimitrova, Éva Dóra Druhalóczki, Viktor Eszterhai, Alessandro Frandi, Vladimir Goliney, Tiberio Graziani, Phil Kelly, Alfredo Musto, Beatrice Parisi, Giuseppe Romeo e Andrea Salustri.​

Il primo capitolo, Epistemologia, metodo e nuove basi teoriche della disciplina, segna l’avvio della rifondazione teorica del volume, passando dal paradigma deterministico-spaziale della geopolitica classica a una scienza della connessione sistemica e relazionale. Dopo aver riconosciuto i limiti del determinismo mackindleriano, il capitolo ridefinisce i fondamenti concettuali integrando geografia fisica, teoria dei sistemi complessi e filosofia della relazione, aprendo alla temporalità attiva e agli immaginari simbolici come dimensioni costitutive del potere geopolitico.

Il primo lavoro, firmato da Phil Kelly, intitolato “A Critique of Mackinder’s Heartland Thesis with a Comparison of Three Continental Heartlands and How They Might Change in a Coming Era of International Chaos“, propone una rivalutazione critica della teoria dell’Heartland di Halford Mackinder alla luce dell’evoluzione dell’ordine internazionale. Kelly confronta tre heartland continentali: la regione di Charcas in Sud America (Bolivia), l’Eurasia e il Nord America; esplorando i diversi gradi di successo nell’applicazione del modello quadripartito originariamente formulato da Mackinder. L’autore identifica cinque omissioni critiche nella tesi originaria: la necessità che gli stati heartland siano effettivamente disposti ad espandersi territorialmente; la loro capacità effettiva di occupare, conquistare o acquistare regioni esterne; la distinzione tra impero ed egemonia come forme di controllo territoriale; l’importanza dei rimlands e del sea power come fattori limitanti; l’assenza di altri esempi continentali oltre all’Eurasia. Kelly incorpora concetti geopolitici aggiuntivi quali checkerboards (configurazioni in cui i vicini sono rivali ma i vicini dei vicini sono amici), rimlands (regioni adiacenti agli oceani che spesso si alleano con le potenze marittime contro gli heartland), shatterbelts (zone di turbolenza con interventi esterni) e sea power per spiegare i vincoli interni ed esterni che modellano l’influenza delle regioni heartland. Il saggio dimostra come l’heartland nordamericano sia il più riuscito nel completare tutti e quattro i requisiti mackindleriani, mentre quello eurasiatico rimane vincolato da ostacoli geografici, diversità culturali e rivalità geopolitiche, e quello sudamericano (Charcas) giace dormiente e isolato. Kelly conclude reinterpretando l’heartland non come un predittore fisso di dominanza ma come uno strumento analitico flessibile la cui rilevanza fluttua in base alle condizioni geopolitiche e ambientali, considerando le potenziali trasformazioni in relazione alla frammentazione regionale, all’ascesa della Cina e all’impatto del cambiamento climatico.​

Su questo quadro di revisione critica dei paradigmi classici si innesta il contributo di Tiberio Graziani con il saggio “Geopolitics as the Science of Connection: toward an epistemological foundation between Geography, System, and Relation“. Graziani propone una riformulazione radicale della geopolitica, concepita non più semplicemente come scienza dello spazio ma come scienza della connessione. Partendo dalla questione dello statuto disciplinare della geopolitica e dalla sua distinzione rispetto sia alla geografia politica sia alle relazioni internazionali, l’autore la reinterpreta come campo integrativo di secondo ordine che collega geografia, teoria dei sistemi, filosofia della relazione e scienze della complessità. La “connessione” viene analizzata attraverso tre dimensioni: ontologica (la connessione come struttura della realtà), epistemica (la connessione come principio di conoscenza) e applicativa (la connessione come infrastruttura materiale e immateriale). Graziani esplora il significato di “connessione” nelle scienze esatte. Dalla fisica dei sistemi complessi (Prigogine, Heisenberg) alla geometria differenziale (dove la connessione stabilisce regole di coerenza nello spazio curvo), dalla teoria delle reti informatiche (Barabási) alle scienze della vita (Maturana, Varela, neuroscienze), per poi risalire alla dimensione filosofica e metafisica, dalla metafisica classica (Aristotele, Stoici, Plotino, Leibniz, Spinoza) alle tradizioni orientali (Brahman, Tao, pratītya-samutpāda buddhista) fino alla metafisica tradizionale di Guénon e alla filosofia contemporanea della relazione (Whitehead, Deleuze e Guattari, Latour, Morin, Luhmann). L’obiettivo del lavoro è definire la geopolitica come scienza integrativa capace di tradurre la complessità globale in un quadro relazionale che unisce dimensioni materiali e simboliche, stabilendo una distinzione cruciale tra connectivity (l’infrastruttura empirica dei flussi: rotte commerciali, pipelines, backbone digitali) e connection (il principio cognitivo e sistemico che conferisce loro significato e ordine). Graziani conclude con una formulazione sintetica del paradigma: Geopolitica = f(Spazio × Connessione × Potere), dove la connessione agisce come principio dinamico che trasforma lo spazio in una rete di relazioni di potere, rendendo la geopolitica una metascienza della relazione che integra scienze della Terra e teoria dei sistemi in una visione unificata dello spazio politico globale.

Complementare alla proposta di Graziani sulla geopolitica come scienza della connessione, il saggio di Alberto Cossu, “Dal territorio alla connettività: ripensare il potere geopolitico nell’era multipolare“, approfondisce come l’esercizio del potere si sia evoluto oltre i paradigmi tradizionali basati su territorialità, forza militare e dominio stato-centrico. Se Graziani aveva proposto la connessione come principio epistemologico fondativo, Cossu dimostra come tale principio operi concretamente nella riconfigurazione del potere globale nell’era post-unipolare. Attraverso l’integrazione di approcci classici, geopolitica critica e teoria spaziale, l’autore propone una riconcettualizzazione del potere come fenomeno stratificato: materiale, relazionale, infrastrutturale e simbolico; dimostrando mediante l’analisi comparativa di casi emblematici, come la proiezione militare USA, l’espansione infrastrutturale cinese, l’influenza strategica russa, che lo spazio non è mero contenitore ma elemento costitutivo dell’esercizio del potere. Il saggio sviluppa una genealogia teorica dai paradigmi classici di Mackinder e Mahan fino al concetto di “potere della connettività” di Parag Khanna, secondo cui grandi progetti infrastrutturali creano «spazi funzionali che sfidano la sovranità territoriale classica». Cossu analizza sistematicamente il potere come processo multilivello che integra quattro dimensioni: materiale (capacità coercitive militari-economiche), relazionale (soft power e governance globale), infrastrutturale (reti di trasporto, energia, comunicazioni), e simbolica (narrazioni e identità collettive). Il contributo termina proponendo una teoria del potere connettivo che supera la dicotomia hard/soft power, integrando dimensioni materiali e immateriali in un sistema interconnesso che riflette la complessità delle relazioni internazionali contemporanee.

Proseguendo l’esplorazione delle nuove basi teoriche della geopolitica contemporanea, il saggio di Beatrice Parisi, intitolato “Time as a Geopolitical Tool: Weaponization of History under Vladimir Putin“, introduce la dimensione temporale come categoria geopolitica attiva, superando il paradigma spaziale che ha storicamente dominato la disciplina. Se i contributi precedenti avevano proposto la connessione e la connettività come principi epistemologici e strumenti analitici per reinterpretare il potere, Parisi dimostra come la temporalità, attraverso la manipolazione della storia e della memoria collettiva, costituisca essa stessa uno strumento di dominio geopolitico. L’autrice sostiene che «mentre il tempo è spesso trattato come uno sfondo neutrale, le interpretazioni del passato e le proiezioni del futuro modellano criticamente gli immaginari geopolitici», evidenziando come «la dimensione temporale diventi l’arena primaria in cui la sovranità e la legittimità del potere vengono rinegoziati». Il saggio sviluppa un’analisi interdisciplinare che integra filosofia, teoria politica e geopolitica critica, esplorando come la temporalità ciclica, dal ritorno eterno nietzschiano all’Ouroboros alchemico, dalla cosmologia platonica alla teoria organicista di Spengler, funzioni come lente ideologica e strategica nel discorso neoimperialista contemporaneo, alimentato dalla paura della ripetizione e del declino. Parisi ricostruisce come il potere simbolico operi attraverso i tre livelli di organizzazione temporale identificati da Koselleck: registrazione degli eventi, prolungamento narrativo e riscrittura, quest’ultima costituendo «una vera espressione di cronopolitica, poiché il controllo del passato è funzionale alla legittimazione delle azioni presenti». L’analisi si concentra sulla traiettoria della Russia sotto Vladimir Putin come risposta al trauma del collasso dei regimi, dimostrando come l’identità nazionale e le visioni strategiche siano costruite attraverso una temporalità radicata nella paura del declino e nel desiderio di restaurazione imperiale. Putin ha descritto il crollo dell’Unione Sovietica come «la più grande catastrofe geopolitica del XX secolo», attivando una nostalgia politica selettiva che non mira a restaurare l’ordine sovietico ma a selezionare elementi funzionali alla costruzione di continuità simbolica tra epoche zarista, sovietica e post-sovietica, mascherando le fratture storiche attraverso il riferimento alla «storia millenaria della Russia». Gli emendamenti costituzionali del 2020 trasformano «la politica della memoria in uno strumento di legittimazione politica», mentre la retorica del «nemico esterno», dall’Illuminismo alla perestrojka di Gorbačëv, interpretata come «cavallo di Troia dell’Occidente liberale», esternalizza sistematicamente le cause delle crisi interne. Concludendo l’autrice sottolinea come il controllo delle narrazioni temporali costituisca una risorsa geopolitica fondamentale che può essere riassunta nella formula: “chi controlla le narrazioni temporali controlla l’esercizio della sovranità”, reinterpretando l’analogia geografica di Spykman (“chi controlla l’Eurasia controlla il Destino del Mondo”) in chiave cronopolitica.

Con il saggio di Alessandro Frandi, “Geopolitical Imaginaries: narratives and symbolic struggles in global space“, il focus si sposta sulle dimensioni simboliche e discorsive del potere geopolitico, esplorando come narrazioni, rappresentazioni e immaginari modellino le gerarchie globali e legittimino pratiche strategiche. Se Parisi aveva dimostrato come Putin manipoli la storia e la memoria collettiva, Frandi fornisce il quadro teorico-metodologico della critical geopolitics per comprendere come gli immaginari geopolitici, quali “l’Occidente,” “l’Eurasia,” “il Sud Globale”, funzionino come strumenti di potere culturale piuttosto che descrizioni neutre dello spazio. Attingendo alla geopolitica critica, all’analisi del discorso e ai cultural studies, l’autore esamina la produzione e circolazione delle narrazioni geopolitiche attraverso media, diplomazia e retorica politica, con particolare attenzione alla Russia post-sovietica. Frandi ricostruisce i concetti chiave della disciplina: la critica della “trappola territoriale” di John Agnew che supera la visione stato-centrica westfaliana; le tre dimensioni identificate da Gerard Ó Tuathail (geopolitica popolare, pratica e formale) a cui si aggiunge la geopolitica dell’immaginazione; la decostruzione delle narrazioni egemoniche. Il contributo analizza sistematicamente gli strumenti della geopolitica simbolica russa: la narrativa della minaccia NATO; l’idealizzazione dello spazio imperiale che legittima interventi nei territori ex-sovietici; il controllo comunicativo che sostituisce “guerra” con “operazione militare speciale”; il soft power regionale. Frandi dimostra come Mosca costruisca consenso internazionale attraverso una narrativa civilizzazionale che presenta la Russia come “Stato-civiltà” distinto dall’Occidente, caratterizzato dalla religione ortodossa, dall’eredità storico-culturale e da una visione messianica. Termina sostenendo che la geopolitica simbolica, radicata in miti, storia e identità, è diventata dimensione chiave del potere nel XXI secolo, e che comprendere la geopolitica contemporanea richiede l’interpretazione dei linguaggi, simboli e immaginari attraverso cui il potere viene articolato, contestato e riprodotto nello spazio globale.

Il secondo capitolo, Riletture dei paradigmi classici e innovazioni concettuali, applica la rivoluzione teorica del primo alla riconfigurazione materiale del potere multipolare. Partendo dalla soggettività rimlandiana, transita attraverso la quantificazione dei poli regionali fino alla tecnopolarità come nuovo criterio gerarchico. Dopo aver stabilito il come teorico della conoscenza, il capitolo determina il dove e il quanto concreto del potere nello spazio globale.

Il capitolo si apre con il saggio di Iveлina Dimitrova, intitolato Reassessing the Geopolitical Role of the Rimland from Antiquity to Present Day, che propone una reinterpretazione dei paradigmi classici partendo dal concetto di Rimland. L’autrice sostiene che il Rimland non debba essere concepito «meramente come un oggetto di rivalità ma come un soggetto geopolitico capace di modellare il proprio futuro ed essere parte della formazione di un nuovo ordine globale». Attraverso un’analisi storico-geopolitica che spazia dall’Antichità al presente, Dimitrova ricostruisce come la fascia costiera che circonda la massa continentale eurasiatica abbia costituito «centri di potere, scambio economico e culturale, e innovazione» molto prima che il concetto ricevesse formulazione teorica con Spykman. Il contributo propone tre innovazioni concettuali: una trinità geopolitica tripolare (Heartland-Rimland-Periferia Marittima) che supera il dualismo terra-mare dei modelli classici; il concetto di soggettività del Rimland come attore autonomo capace di generare una terza via che integri caratteristiche continentali e marittime; una suddivisione analitica del Rimland in sei sub-Rimland (Euro-Mediterraneo, Arabo-Persiano, Indo-Pacifico, Sino-, Russo-Pacifico, Nordico-Artico), ciascuno con propria storia, struttura politica ed economia. Particolare attenzione viene dedicata al sub-Rimland mediterraneo come «culla della civiltà occidentale ed esempio di declino presente nella soggettività e potenziale rinnovamento». Dimitrova sviluppa, inoltre, tre scenari per il Mediterraneo: continuazione dell’equilibrio post-bellico (stabilità ma stagnazione); caos organizzato (vulnerabilità strategica e dipendenza esterna); rinascita attraverso multipolarità e auto-centrismo (trasformazione più ambiziosa ma più promettente). Il saggio conclude sostenendo che la comprensione del Rimland come soggetto geopolitico autonomo è essenziale per interpretare l’ordine multipolare emergente, dove «la geografia guadagna significato solo quando rafforzata da cultura, economia, identità collettiva e soprattutto da una visione per il futuro».

Complementare alla proposta di Dimitrova di una geopolitica tripolare, il saggio di Vladimir Andreevich Goliney, Theoretical aspects of polarity in Geopolitics and International Relations: the example of Inter-American System as a pole“, affronta la questione teorica della polarità nel sistema internazionale, colmando una lacuna critica, identificata nell’assenza di una definizione chiara del concetto di “polo”. Goliney fornisce una teorizzazione sistematica del concetto come elemento costitutivo dell’ordine multipolare emergente. L’autore evidenzia come «mentre esiste comprensione delle configurazioni “polari” nelle forme di mondi unipolari, bipolari e multipolari, non esiste una definizione chiara di “polo” come concetto». Attraverso un’analisi interdisciplinare che integra geopolitica, teoria delle relazioni internazionali e analisi quantitativa, Goliney ricostruisce il discorso sulla polarità dal secondo dopoguerra (Morgenthau, Waltz, Mearsheimer, Kaplan), evidenziando quattro aspetti: la centralità del concetto di potere/influenza; il carattere sistemico e gerarchico delle relazioni internazionali; l’emergere di modelli quantitativi per misurare il potere (Deutsch, Singer, Cline, Organski); l’inclusione di attori non statali (corporazioni, organizzazioni internazionali, associazioni regionali). Il contributo propone una definizione articolata del “polo” che varia in base anche al sistema internazionale: in un mondo unipolare, il polo è «un attore internazionale con risorse combinate sufficienti, leadership e influenza indivisa sulla coscienza pubblica e sugli affari globali»; in un mondo bipolare, esistono due poli che costruiscono sistemi internazionali alternativi; in un mondo multipolare, i poli consistono in «sistemi regionali guidati da un leader regionale che persegue politiche volte a implementare un progetto regionale piuttosto che globale». Utilizzando un modello quantitativo di potenziale geopolitico basato sulla formula G(t) = √(XT × XD × XE × XM) che integra territorio, demografia, economia e dimensione militare, Goliney dimostra empiricamente la distribuzione del potere nel sistema internazionale fino al 2035, identificando otto possibili poli regionali: europeo, eurasiatico, “Grande Cina”, inter-americano, America Latina, “Grande Africa”, Medio Oriente, “Grande Oceania”. L’analisi del sistema inter-americano come caso studio rivela come gli Stati Uniti mantengano l’egemonia regionale mentre il Brasile, pur avendo il potenziale per emergere come leader di un polo latino-americano autonomo, si trovi in una condizione di «leadership senza seguaci».

Il terzo contributo del secondo capitolo porta una prospettiva italiana alla riflessione sui paradigmi geopolitici. Giuseppe Romeo dell’Università di Torino, con il saggio Nuovi paradigmi geopolitici in un ordine tecnopolare, compie un’operazione teorica complementare ma radicalmente diversa rispetto ai primi due contributi. Mentre Dimitrova aveva proposto la soggettività del Rimland come terza via e Goliney aveva fornito una definizione analitica del concetto di polo, Romeo argomenta come il progresso tecnologico sta ridefinendo le stesse categorie spaziali della geopolitica classica, producendo «nuove geografie, centri e periferie all’interno di un ordine post-globale, multipolare, se non tecnopolare». Partendo da una ricognizione epistemologica che recupera le origini della disciplina (Ratzel, Kjellén, Mackinder, Spykman), Romeo sostiene che «dovremmo metterci d’accordo, nel nostro e nel prossimo tempo, che cosa si intende e si intenderà per spazio», poiché la dimensione geografica tradizionale viene progressivamente sostituita da una «geopolitica degli orizzonti progressivi» dove il differenziale tecnologico determina nuove centralità e marginalità. Il saggio sviluppa una critica radicale al modello unipolare americano attraverso l’analisi del caos costruttivo come strumento di egemonia fallito. Ciò che si osserva è che ogni progetto di nuovo ordine è franato proprio nell’essere stato subordinato a una prospettiva unilaterale di un caos strumentale per un divide et impera. Romeo reinterpreta criticamente le posizioni di Brzezinski e Dugin non come antitetiche ma come espressioni di una medesima logica di ridefinizione dei rapporti centro-periferia, evidenziando come il «riposizionamento del mondo orientale in campo politico ed economico si dimostra ogni giorno come un processo ineluttabile». La categoria teorica centrale proposta è quella di tecnopolarità: «Il concetto di tecnopolarità è di per sé sufficiente a esprimere le traiettorie che saranno seguite dalla geopolitica del Millennio, dettando regole di comprensione e di interpretazione degli interessi delle grandi potenze […] ricondotte su un piano di indipendenza economica, imperialismo e/o colonialismo tecnologico». Romeo sostiene che la supremazia nell’intelligenza artificiale e nelle tecnologie quantistiche rappresenta il nuovo fattore di potenza, superando il controllo delle materie prime e delle rotte commerciali come determinanti geopolitiche. Prospettando un sistema internazionale caratterizzato da «mobilità delle persone, dalla sempre più stretta contaminazione dei bisogni e delle aspettative dei popoli e dalla sostenibilità di una politica capace di garantire nuove forme di cooperazione», dove la stessa sovranità statale viene ridefinita in termini di «indipendenza tecnologica e di condizioni di accesso a pari opportunità di utilizzo delle risorse digitali».

Il terzo capitolo si innesta direttamente sul percorso teorico costruito nei primi due capitoli, completandolo sul piano ontologico‑normativo. Nel primo capitolo, la geopolitica veniva ripensata nei suoi fondamenti epistemologici, criticando il determinismo spaziale classico e aprendo alla dimensione costruttivista, sistemica e metodologica della disciplina. Nel secondo capitolo, questa revisione si traduceva in nuove architetture spaziali e strutturali del potere: dalla soggettività del Rimland e della sua articolazione in sub‑Rimland, alla ridefinizione quantitativa dei poli del sistema internazionale, fino alla tecnopolarità come nuovo criterio di gerarchia basato sul differenziale tecnologico. In questa traiettoria, il terzo capitolo rappresenta il passaggio decisivo: dopo aver ridefinito il dove del potere (spazio) e il quanto del potere (potenziale), esso interroga il come e il perché del potere, cioè le forme di autorità, le identità e le ontologie che rendono legittimo o contestabile l’esercizio della potenza nello spazio. L’attenzione si sposta dunque dalla configurazione materiale e tecnico‑strutturale del sistema (Heartland/Rimland, poli, ordine tecnopolare) alle grammatiche morali, culturali e simboliche che definiscono chi può legittimamente guidare, con quali narrazioni e con quale forma di leadership (coercitiva, egemonica, morale).

Il capitolo si apre con il saggio di Viktor Eszterhai ed Éva Dóra Druhalóczki, The Kingly Way: Rethinking Political Authority in Geopolitics, che propone un ripensamento dell’autorità geopolitica a partire dalla filosofia politica cinese. Gli autori mostrano come sia la geopolitica classica sia quella critica, pur divergendo su geografia e discorso, condividano una concezione del potere centrata sulla coercizione materiale o discorsiva, relegando la dimensione etica e la legittimità a variabili secondarie. In alternativa, il saggio introduce la tripartizione confuciana tra qiangquan (tirannia), baquan (egemonia fondata sulla forza) e wangdao (la “via regale”, autorità umana), sostenendo che quest’ultima configura un modello relazionale e valoriale di autorità, radicato in etica, legittimità culturale e riconoscimento morale. Inserito nel quadro cosmologico di Tianxia (“Tutto‑sotto‑il‑Cielo”), wangdao viene interpretato come forma di leadership in cui il potere deriva dalla virtù (de), dal consenso del popolo (minxin) e da un’immagine internazionale positiva, più che dalla sola capacità coercitiva. Il sistema tributario storico è analizzato come traduzione istituzionale di questa logica. Una gerarchia asimmetrica ma fondata su reciprocità rituale, reputazione e attrazione morale, vicino a una proto‑soft power order regionale. Riprendendo Yan Xuetong, gli autori sostengono che la “leadership morale” possa costituire una strategia geopolitica non coercitiva, soprattutto se integrata con la geopolitica analitica di Morgado, dove wangdao funge da filtro normativo delle percezioni degli agenti geopolitici, misurabile attraverso l’immagine internazionale (discorso di politica estera, soft power, comportamento nelle istituzioni multilaterali). In questo modo, il saggio collega la riflessione sui nuovi spazi e poli del potere sviluppata nei capitoli precedenti alla questione decisiva di chi può guidare quel sistema e con quale forma di autorità: non solo potenza, ma credibilità morale come variabile geopolitica.

Il secondo contributo del terzo capitolo applica il framework teorico del primo a un caso empirico concreto. Identificato nella Turchia come attore liminale. Giorgia Cadei nel saggio Turkey’s Liminal Position: Rethinking Geopolitics through Identity and Ontological Security, sostiene come la geopolitica tradizionale fallisce nel spiegare i comportamenti “irrazionali” degli Stati in un mondo ibrido, proponendo un paradigma geopolitico guidato dall’identità che integra liminalità, insicurezza ontologica e Sèvresphobia. La Turchia, ponte strategico tra Europa, Eurasia, MENA e NATA, genera volatilità politica e imprevedibilità. Cadei identifica tre dimensioni interconnesse: Sèvresphobia (paranoia storica di smembramento post‑Trattato di Sèvres 1920), insicurezza fisica (nemici esterni/interni) e insicurezza ontologica (crisi identitaria kemalista vs. neo‑ottomana islamica, con AKP come post‑islamismo che concilia Islam e costituzionalismo). Attraverso casi studio, quali le relazioni ambivalenti con Israele/Arabia (da partnership strategica a leadership regionale), i bilaterali Russia/Ucraina/EU (mediazione armata), il Sofa Gate (sfida gerarchica), la deriva autoritaria (arresto İmamoğlu), Cadei dimostra come la Turchia agisca come security‑seeker ibrido, bilanciando Occidente e Oriente per preservare sovranità e identità. Questo approccio rafforza il capitolo esplicitando come la Turchia esemplifichi il modo in cui le ontologie identitarie (liminalità) generino strategie geopolitiche non solo materiali ma narrative e simboliche. 

Andrea Salustri, con il saggio Redistribution and Social Investments. A Soft Power Perspective on European Welfare, chiude il Capitolo III e l’intero volume spostando l’analisi ontologica dell’autorità dal caso asiatico/turco (wangdao, liminalità) all’UE come attore geopolitico normativo. Salustri ridefinisce le politiche di welfare come strumento geopolitico duale che agisce internamente per stabilizzare asimmetrie tra core (frugali) e periferia (PIGS), ed esternamente come soft power normativo alternativo al neoliberismo USA e al capitalismo statale cinese. L’autore critica la geopolitica classica (Mackinder, Spykman) per aver ignorato il welfare come governance spaziale relazionale e discorsiva, proponendo un approccio interdisciplinare (discorso, comparazione, riflessione critica) che integra geografia critica e governmentality foucaultiana. Il Social Europe agisce come moral economy attraverso narrazioni di solidarietà, integrazione/coesione e responsabilità/resilienza, ma genera paradossi quali la digitalizzazione che esclude anziani/rurali, i migranti qualificati che superano i locali, la precarietà intellettuale in era AI, con dinamiche insider/outsider che stratificano lo spazio EU (cohesion policy, European Semester, RRF). Questo saggio completa il capitolo mostrando come, dopo l’autorità morale confuciana e l’identità liminale turca, l’UE esemplifichi il modo in cui il welfare produca ontologie di potere soft, redistribuendo non solo risorse ma spazio geopolitico normativo e culturale.

In conclusione, il volume si distingue per la rifondazione teorica della geopolitica attraverso un’architettura tripartita che integra epistemologie relazionali, analisi quantitative e ontologie normative del potere. La progressione dal fondamento teorico alla materializzazione spaziale fino alle grammatiche normative del potere offre strumenti analitici sofisticati per interpretare dinamiche complesse come la competizione sino-americana, la cronopolitica russa e il welfare europeo come governance spaziale. L’approccio interdisciplinare che dialoga con fisica quantistica, filosofia della relazione e governmentality foucaultiana risponde alla complessità multipolare del XXI secolo. Studiosi, analisti e decisori politici vi troveranno categorie operative per superare retoriche emergenziali e nostalgie deterministiche, rendendo la geopolitica scienza della connessione e strumento essenziale per navigare l’ordine internazionale emergente.

L’autore: Aniello Inverso – Laurea magistrale in ‘Investigazione, Criminalità e Sicurezza Internazionale’, presso l’Università degli Studi Internazionali di Roma. Laurea triennale in ‘Scienze politiche e delle relazioni internazionali’ presso l’Università degli Studi di Napoli ‘Federico II’. Analista presso Vision & Global Trends International Institute for Global Analyses, nell’ambito del progetto Società Italiana di Geopolitica. Il suo ultimo saggio è:  Geopolitica vettore dell’ordine globale. Dinamiche spaziali e attori strategici nella trasformazione del sistema internazionale” (prefazione di Stefano de Falco – Callive, 2025 – ISBN 9791281485310 – Collana Heartland ISSN 3035-322X)

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