Svelare il paradosso della produttività in Cina_di Gavekal/Daniel Kishi: Sulla Cina, i nostri partner commerciali hanno una sola sceltaSvelare il paradosso della produttività in Cina_di Gavekal/
Due articoli importanti, da leggere l’uno in funzione dell’altro. Parto da una critica su di un aspetto apparentemente secondario trattato nell’articolo di Kishi: l’economia della Cina è fondata sempre più sulle esportazioni e lo sarà ancora di più se non cambierà l’intero contesto dei circuiti produttivi e commerciali internazionali e non solo quello tra Stati Uniti e Cina. Una constatazione del tutto condivisibile, ma che presenta una lacuna: la dirigenza cinese prevede infatti, con i prossimi piani quinquennali, di alimentare la domanda interna e sostenere con questo la creazione di un welfare moderno e l’espansione di un ceto medio produttivo, entrambe basi di maggiore solidità del regime politico e della politica di potenza, anche se quest’ultima intesa, al momento, in un senso diverso da quella statunitense, specie quella antecedente all’attuale presidenza. Una tendenza che richiede, però, arecchio tempo per affermarsi. Una omissione probabilmente calcolata, dovuta alla volontà politica di insinuare ed accentuare diffidenze e contrasti tra Cina e resto del mondo. La sostanza di quell’articolo rappresenta un ragionamento ben fondato e rivela una strategia statunitense molto più raffinata di come viene rappresentata dalla imperante narrazione antitrumpiana, giunta ormai al limite della derisione. Una sottovalutazione che potrebbe costare ancora più caro alle smarrite leadership europee di quanto sia l’attuale loro condizione.. Le leadership europee degli ultimi ottanta anni, uscite tutte da una sconfitta militare catastrofica, sono entrate in un regime di progressiva sottomissione politica e di particolare dipendenza economica nei confronti degli Stati Uniti, che ha comunque riservato loro, sino ai primi anni ’90, particolari benefici grazie a due fattori principali: il vivace confronto geopolitico prevalentemente bipolare da una parte, la persistenza di un vivace conflitto politico-sociale interno e di leadership, militarmente e politicamente sconfitte, ma dotate ancora di pensiero ed iniziativa relativamente autonomi dall’altra. Quaranta anni di progressiva infiltrazione degli apparati e di pervasivo ammaestramento di classi dirigenti e popolazioni non sono passati invano. L’implosione del blocco sovietico ha consentito di raccoglierne a piene mani i frutti. Frutti rivelatisi, però, in breve lasso di tempo velenosi per gli europei, i giapponesi, ma anche per gli stessi statunitensi. La presunzione di poter indirizzare e governare il mondo con gli strumenti militare, di predominio scientifico/tecnologico e manageriale/finanziario ha giocato un brutto scherzo sino a stravolgere le basi di potenza e di egemonia statunitense. Il particolare circuito di progressiva delocalizzazione manifatturiera e di drenaggio finanziario ha creato le premesse e le condizioni di emersione di nuove e vecchie potenze dotate di leadership ambiziose e politicamente autonome; dall’altro ha sconvolto e reso instabile l’assetto sociale del paese egemone, o presunto tale, sino a polarizzarlo progressivamente, tendenzialmente tra una classe dirigente dominante militar-tecno-finanziaria, uno strato intermedio professionale di tecnici in gran parte di servizi destinati a subire una profonda ristrutturazione con le nuove tecnologie digitali e una grande riserva di precariato e di assistiti. I paesi europei, in questo contesto hanno assunto progressivamente il ruolo di esportatori in settori manifatturieri in settori vieppiù complementari e di drenaggio delle relative eccedenze finanziarie da dirottare sotto varie forme, partecipazioni azionarie, ruolo dell’euro complementare al dollaro, dirottamento del risparmio, acquisto di titoli del debito, verso gli Stati Uniti con la Germania capofila e vigilante per conto terzi di questo circuito. Un circuito che si sta ormai inceppando in vari meccanismi. Su queste basi e sul connesso annichilimento politico si sono formate le attuali ledearship e classi dirigenti dall’inguaribile spirito gregario e la formazione di blocchi sociali ormai sempre più ristretti ed arroccati, difficili da convertire a cause più nobili, dignitose e comprensive degli interessi popolari. La quasi totalità delle leadership e delle classi dirigenti europee si è cacciata e ha rinchiuso le popolazioni dei rispettivi paesi in un “cul de sac” dal quale sarà impossibile uscire se non al prezzo però di pesanti incognite e sacrifici e della loro defenestrazione e liquidazione. Paesi stretti in una tenaglia sempre più soffocante tra due colossi comunque a loro modo politicamente vitali; gli Stati Uniti della svolta trumpiana dall’influsso sempre più “hard” teso a preservare e ricreare le proprie basi interne di potere e coesione da una parte, la Cina impegnata a perseverare ancora per molti anni prevalentemente sul proprio modello di esportazione manifatturiera e di costruzione di potenza, avendo cura soprattutto delle sue relazioni di vicinato e con i paesi fornitori di fonti primarie in un contesto nel quale gli europei hanno a loro volta bruciato scientemente i ponti con l’Africa e la Russia. Se gli Stati Uniti prevedono ed auspicano una diffusione della competizione a base di protezionismo ed esportazioni selettive che metta in crisi il modello cinese e se la Cina, a sua volta, cercherà almeno parzialmente di farvi fronte accrescendo il livello qualitativo della propria economia, per gli europei il percorso appare sempre più problematico. Vedremo cosa questi ultimi riusciranno a fare con India e America Latina. Le premesse non promettono niente di buono: sentiamo predicare, non ultima la recente intervista da corifeo di Gentiloni, ancora, imperterriti, di Unione Europea paladina di “regole” di mercato aperto in assenza di potere e di politiche industriali attive e selettive, almeno nei settori strategici; profeta di una affrettata difesa comune in assenza di una strategia e di una politica estera comune autonoma di fatto impossibile da realizzare per l’eterogeneità e per il peccato costitutivo originario della Unione, se non con la riproduzione peggiorativa delle attuali relazioni di dipendenza. Gli attuali accordi con il MERCOSUR e l’India non fanno che confermare questa postura. Le attuali dinamiche politiche negli Stati Uniti, compresa l’originaria svolta trumpiana e il dinamismo della Cina, da opportunità rischiano di trasformarsi in nuove alternative di dipendenza ancora più feroce con una Unione Europea sempre più rivelatasi un cappio al collo e con leadership europee costitutivamente gregarie, capaci al contempo di servilismo e reazioni avventate ed avventuriste_Giuseppe Germinario

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Svelare il paradosso della produttività in Cina
par Gavekal
La Cina vanta una produttività molto elevata, ma le ragioni alla base di tale produttività sono diverse da quelle degli Stati Uniti. Ciò porta alla creazione di due modelli industriali diversi.
Un articolo da trovare nel numero 61. Oltremare: la Francia dei 13 fusi orari.

Weijian Shan. Gavekal Dragonomics
La Cina è leader mondiale nell’industria manifatturiera. Contribuisce a circa il 30% del valore aggiunto mondiale in questo settore e rappresenta fino a due terzi della produzione fisica nei seguenti settori: costruzione navale, veicoli elettrici, batterie al litio, droni commerciali e pannelli solari. Utilizza tecnologie all’avanguardia e nel 2024 installerà oltre la metà dei robot industriali mondiali, con una densità robotica superiore del 50% a quella degli Stati Uniti. Conta oltre 30.000 fabbriche intelligenti, tra cui “fabbriche buie” autonome che funzionano 24 ore su 24 senza operai né illuminazione. La Gigafactory di Tesla a Shanghai produce il doppio dei veicoli per operaio rispetto alle sue fabbriche californiane.
Tuttavia, quasi tutti gli studi disponibili affermano che la produttività del lavoro nel settore manifatturiero cinese è nettamente inferiore a quella degli Stati Uniti, con stime che possono scendere fino a una percentuale a una cifra rispetto ai livelli americani. Sembra paradossale: il settore manifatturiero cinese è competitivo a livello mondiale, ma non è produttivo? L’efficienza del settore manifatturiero cinese è un’illusione?
Questo apparente paradosso è dovuto a lacune nella metodologia di ricerca. Le stime sulla bassa produttività della Cina non tengono conto della distinzione tra produttori di design originali e produttori di apparecchiature originali. Inoltre, non considerano adeguatamente le notevoli differenze di prezzo tra i due paesi. Nei settori in cui la produzione può essere misurata in termini fisici, un lavoratore cinese produce da due a tre volte di più di un lavoratore statunitense. In termini di valore aggiunto nominale in dollari, tuttavia, il vantaggio cinese si riduce a circa il 20% a causa delle differenze di prezzo e di potere d’acquisto. Se misurata correttamente, la Cina è infatti leader mondiale non solo in termini di produzione manifatturiera, ma anche in termini di produttività manifatturiera.
Errori di misurazione: mele contro arance
Gli economisti misurano generalmente la produttività del lavoro in termini di valore aggiunto per lavoratore. Il valore aggiunto è definito come il fatturato meno il costo dei fattori intermedi. Ci sono buoni motivi per utilizzare questa misura. Consente di confrontare la produzione di settori diversi, come l’arredamento e l’informatica, o di segmenti diversi dello stesso settore (ad esempio, una Honda Civic e una Mercedes Classe S).
Ma il valore aggiunto può anche derivare da fattori non legati alla produzione, come la progettazione del prodotto, l’immagine del marchio, la proprietà intellettuale legata al prodotto (in contrapposizione alla proprietà intellettuale integrata nel processo di produzione) e il marketing. Questa definizione monetaria del valore aggiunto può anche essere influenzata da differenze di prezzo persistenti tra i paesi, come quelle dovute ai dazi doganali o ai diversi tassi di inflazione. La misura standard del valore aggiunto rende quindi difficile isolare la reale produttività del lavoro nel processo di produzione stesso.
Prendiamo due tipi di produttori: i produttori di design originali (ODM) come Apple e Nvidia, e i produttori di apparecchiature originali (OEM) come Foxconn e Taiwan Semiconductor Manufacturing Co. (TSMC). Gli ODM non impiegano manodopera nella produzione e traggono tutto il loro valore dalla progettazione dei prodotti e dalla gestione degli acquisti. Gli OEM si concentrano sulla produzione fisica. Apple genera un valore per dipendente molto più elevato progettando iPhone rispetto a Foxconn che li produce. Nvidia, un progettista di chip semiconduttori, produce un valore per dipendente molto superiore a quello di TSMC, che produce i chip per Nvidia.
Questo significa che Foxconn e TSMC sono produttori inefficienti? No. Foxconn e TSMC sono tra i produttori più efficienti e produttivi al mondo. Tuttavia, una misura convenzionale del valore aggiunto della produttività del lavoro, che confonde gli ODM con gli OEM, porta al risultato paradossale secondo cui i produttori più efficienti hanno una bassa produttività del lavoro nel settore manifatturiero.
Un altro problema legato alla misurazione della produttività in termini di valore aggiunto nominale è la notevole differenza di prezzo tra prodotti identici in paesi diversi. Senza tenere adeguatamente conto delle differenze di prezzo e di potere d’acquisto, l’approccio basato sul valore aggiunto potrebbe non riflettere la produttività reale.

Shenzhen, simbolo della potenza cinese. © Rivista Conflits
I lavoratori cinesi sono due volte più produttivi
Per valutare meglio la produttività reale della manodopera nel settore manifatturiero, dobbiamo utilizzare confronti a parità di condizioni. I produttori di attrezzature devono essere confrontati con altri produttori dello stesso settore e dobbiamo misurare la produzione fisica per lavoratore.
I risultati sono sorprendenti. In tutti i settori, la produttività del lavoro nel settore manifatturiero cinese, misurata in termini di produzione fisica per lavoratore, era superiore a quella degli Stati Uniti, con una media di 2,4 volte. In termini di valore aggiunto nominale, il vantaggio della Cina si riduce in media a 1,2 volte. Il cemento rappresenta un’eccezione: la produzione fisica per lavoratore in Cina era leggermente superiore a quella degli Stati Uniti, ma la produttività in termini di valore aggiunto nominale rappresentava dal 28 al 50% di quella di un lavoratore statunitense a causa delle notevoli differenze di prezzo.
La maggiore produttività della manodopera cinese non si traduce in salari più elevati rispetto agli Stati Uniti. I lavoratori americani sono pagati cinque o sei volte di più rispetto ai lavoratori cinesi in termini nominali in dollari americani, anche se il potere d’acquisto di un dollaro è due volte superiore in Cina rispetto agli Stati Uniti, secondo il FMI.
La differenza tra i salari nel settore manifatturiero negli Stati Uniti e in Cina riflette più il divario tra i livelli di reddito nazionale che i livelli di produttività del lavoro in questo settore. I livelli di reddito nazionale sono determinati dalla produttività dell’intera economia, non solo dalla produttività di un settore specifico come quello manifatturiero. Tesla ne è un esempio: i suoi dipendenti a Shanghai sono due volte più produttivi, ma il loro salario è inferiore del 17-18% rispetto a quello dei loro omologhi statunitensi in dollari USA nominali.
Il vantaggio competitivo della Cina nel settore manifatturiero è reale.
L’efficienza della produzione manifatturiera cinese non è un’illusione: in molti settori, i lavoratori cinesi producono da due a tre volte di più rispetto ai loro omologhi statunitensi. Il fatto che i salari nel settore manifatturiero cinese siano inferiori dell’80% rispetto a quelli praticati negli Stati Uniti non riflette un calo della produttività del lavoro. Confondere il settore manifatturiero con quello non manifatturiero e non tenere adeguatamente conto delle differenze di prezzo può spiegare le conclusioni contraddittorie degli studi precedenti.
La combinazione tra la maggiore produttività della manodopera manifatturiera cinese e i salari più elevati negli Stati Uniti spinge le aziende americane a esternalizzare la produzione in Cina. Concentrarsi sulla progettazione, sulla proprietà intellettuale dei prodotti, sull’immagine del marchio e sul marketing, esternalizzando al contempo la produzione ai produttori più efficienti, è un punto di forza degli Stati Uniti, non una debolezza.
Le politiche di reindustrializzazione statunitensi, come quelle volte a esercitare pressioni su Apple affinché assembli i propri iPhone sul territorio nazionale, hanno poche possibilità di successo, poiché vanno contro potenti tendenze economiche. Se attuate, ridurranno il reddito nazionale trasferendo i lavoratori statunitensi verso posti di lavoro in cui sono meno produttivi e generano meno valore aggiunto rispetto ai loro omologhi stranieri.
La Cina sta scalando i livelli della catena del valore manifatturiero, delocalizzando la produzione di fascia bassa verso paesi con salari più bassi, seguendo così la strada tracciata dalle economie avanzate come gli Stati Uniti e il Giappone. La Cina produce già più degli Stati Uniti nei settori ad alto valore aggiunto, cosa che non potrebbe fare se la sua produttività manifatturiera fosse bassa. Sta migliorando la sua efficienza manifatturiera adottando l’automazione e la produzione intelligente basata sull’intelligenza artificiale.
Daniel Kishi: Sulla Cina, i nostri partner commerciali hanno una sola scelta
Quando l’onere commerciale è condiviso, non può essere ignorato.
| Daniele Kishi25 gennaio∙Post di un ospite |

Una tattica schietta ma chiarificatrice si è rivelata un punto di svolta nella crisi migratoria dell’amministrazione Biden . I governatori degli stati di confine hanno sostenuto che i leader nazionali stavano liquidando i costi degli attraversamenti illegali come un problema regionale anziché un’emergenza nazionale, e hanno iniziato a trasportare i migranti verso città a guida democratica lontane dal confine. Una volta che la crisi non è stata più confinata agli stati di confine sopraffatti, i leader politici di altri paesi non hanno più potuto ignorarla e hanno iniziato a fare pressione sull’amministrazione Biden per arginare il flusso di migranti illegali. Qualunque cosa si pensi di questa tattica, la logica politica era inequivocabile : i costi concentrati creano indifferenza, finché qualcuno non li ridistribuisce e impone una responsabilità condivisa.
Il commercio globale sta ora entrando in un momento di chiarezza forzata, guidato dalla stessa logica: quando un mercato dice “basta”, l’onere si sposta. Per anni , il sistema commerciale internazionale ha dipeso dagli Stati Uniti, che hanno registrato enormi deficit di merci – incluso un deficit record di 1,2 trilioni di dollari nel 2024 – rendendo l’America l’importatore di ultima istanza dell’economia globale e consentendo alle economie trainate dalle esportazioni di evitare difficili aggiustamenti interni. La Cina ne ha beneficiato maggiormente, ma molti dei partner commerciali più stretti dell’America – tra cui Germania, Giappone e Corea – hanno fatto affidamento sulla domanda statunitense per sostenere i propri modelli di crescita basati sul surplus.
Questi squilibri cronici sono ciò a cui mira il regime tariffario reciproco del Presidente Trump . Gli Stati Uniti non permetteranno più ai nostri partner commerciali di sostenere i loro surplus proteggendo i propri mercati e affidandosi a un accesso senza barriere o esente da dazi ai nostri. Sfruttando le enormi dimensioni del mercato statunitense, l’amministrazione sta ora forzando i negoziati, aprendo i mercati esteri, riorientando la domanda verso la produzione interna e catalizzando gli investimenti nella base industriale, il che, nel tempo, porterà gli Stati Uniti verso un commercio equilibrato .
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Nessun partner commerciale illustra il problema in modo più lampante della Cina. Come hanno sostenuto Mark DiPlacido, economista politico senior di American Compass , e altri , il modello di crescita cinese basato sul principio “beggar-thy-neighbor” – che sopprime i consumi interni per sostenere le esportazioni all’estero – canalizza una quota sproporzionata del reddito nazionale in investimenti e capacità industriale, mantenendo al contempo i consumi delle famiglie cinesi troppo bassi per assorbire la produzione dei lavoratori cinesi. Quando la domanda interna non riesce a tenere il passo con la produzione industriale, il surplus deve essere esportato, spesso a prezzi e margini che le imprese delle economie di mercato non sono in grado di sostenere. In altre parole, la strategia industriale cinese, alimentata dai sussidi, rende i suoi produttori “competitivi” a livello globale, a spese dirette delle basi industriali dei suoi partner commerciali.
Gli americani hanno già pagato il prezzo di questo modello. Lo ” shock cinese ” dell’inizio del XXI secolo ha eliminato milioni di posti di lavoro nel settore manifatturiero e decine di migliaia di fabbriche, una dislocazione che ha colpito regioni e settori specifici con brutale violenza. Il danno è andato ben oltre gli stipendi: le comunità hanno dovuto affrontare un declino a lungo termine di opportunità e status, e la disgregazione ha contribuito ad alimentare un disagio sociale più ampio, dalla minore partecipazione alla forza lavoro all’aumento delle “morti per disperazione”, dalla più debole formazione familiare all’aumento dei tassi di povertà infantile.
Per contrastare il modello cinese basato sulle esportazioni e arrestare e invertire i danni che ha inflitto all’economia statunitense, l’amministrazione Trump ha aumentato drasticamente i dazi sui beni cinesi nel 2025, ben oltre i livelli imposti durante il primo mandato presidenziale. I dati commerciali della seconda metà del 2025 suggerivano che la strategia stava funzionando. I dati annuali di questo mese lo hanno confermato. La Cina ha registrato un surplus di 1,19 trilioni di dollari nel 2025, in aumento del 20% rispetto al 2024, il più grande surplus commerciale mai registrato , anche al netto dell’inflazione. Ha mantenuto questo surplus storico nonostante il suo surplus bilaterale con gli Stati Uniti sia diminuito del 22% su base annua.
Ecco il calcolo di base che molti osservatori ancora non colgono: i dazi modificano la destinazione della produzione eccedentaria cinese; non la fanno scomparire. Come ha scritto Nicholas Phillips su Commonplace alla fine dello scorso anno, quando i dazi statunitensi sulla Cina rimangono significativamente più alti di quelli imposti dal resto del mondo, la produzione eccedentaria cinese non diminuisce; viene deviata. Questo spinge i beni cinesi fuori dal mercato statunitense e verso mercati con barriere commerciali più basse. Infatti, nel 2025, le esportazioni cinesi verso il Sud-est asiatico sono aumentate del 13%, verso l’Unione Europea dell’8%, verso l’America Latina del 7% e verso l’Africa del 26%. Questo è il mondo creato dai dazi di Trump: non una minore produzione cinese, ma una produzione cinese alla ricerca di nuovi mercati all’estero.
Questa è una deviazione commerciale da manuale , e rispecchia la logica della storia dell’immigrazione dell’era Biden: quando una giurisdizione interviene, l’onere non scompare; si sposta sul libro mastro di un’altra giurisdizione. Questo ci porta alla scomoda verità per i partner commerciali degli Stati Uniti: potrebbero voler gestire autonomamente i surplus, ma sono i prossimi ad assorbire l’eccesso di produzione cinese. Le esportazioni cinesi stanno ora aumentando verso mercati che dipendono ancora dalla produzione manifatturiera e quindi sono meno in grado di “assorbire” il surplus cinese di mille miliardi di dollari senza sacrificare la propria capacità industriale. Giappone e Germania non possono semplicemente “accettare” deficit maggiori; assorbire l’eccesso di capacità produttiva cinese sarebbe un colpo mortale alle fondamenta dei loro modelli economici. E Pechino non ha alcuna intenzione di allentare la presa. The Financial Times segnala che il prossimo piano quinquennale della Cina, senza che nessuno ne sia sorpreso, raddoppierà il predominio nel settore manifatturiero basato sulle esportazioni.
Questa dinamica di base colpisce più duramente i settori che ancorano la produzione moderna. Il settore automobilistico sottolinea la posta in gioco. Un’ondata di veicoli sottocosto non minaccia solo i margini trimestrali di un’azienda. Minaccia le economie di scala che sostengono un ecosistema industriale: fornitori, attrezzature, componenti e competenze della forza lavoro che richiedono decenni per essere sviluppate e che ricordano ai decisori politici il loro valore solo dopo che sono scomparse. Le case automobilistiche cinesi, escluse dal mercato statunitense a causa dei dazi imposti durante la prima amministrazione Trump e ampliate durante l’amministrazione Biden, stanno ora invadendo il mercato automobilistico europeo, accelerando la perdita di posti di lavoro nel settore automobilistico del continente e costringendo a una resa dei conti esistenziale che minaccerà le fondamenta della base industriale europea. I produttori del settore automobilistico europeo hanno lanciato l’allarme di una ” trasformazione darwiniana ” e hanno avvertito di ulteriori perdite di posti di lavoro a meno che l’UE non intervenga per proteggere il settore dalla concorrenza cinese.
Alcuni osservatori guardano al surplus record della Cina e la dichiarano vincitrice della guerra commerciale. Ma questa logica capovolge la storia. Un surplus record non è una prova di forza; è la prova di uno squilibrio sistemico: un’economia ancora dipendente dalla domanda estera perché non riesce a generare sufficienti consumi interni (o, nel caso del governo cinese, non vuole svilupparli). Non si tratta di un’impennata temporanea delle esportazioni che la diplomazia può mitigare, e la sua diffusione nei mercati dei nostri partner commerciali non è un errore. È piuttosto la conseguenza prevedibile quando una strategia economica che dà sistematicamente priorità alla produzione rispetto ai consumi si scontra con un muro tariffario eretto dagli Stati Uniti.
Ecco perché il prossimo capitolo della politica commerciale statunitense nei confronti della Cina non consiste semplicemente nell’imporre ulteriori dazi sui prodotti cinesi, un esito che sembra improbabile (almeno nel breve termine) dopo che Washington ha raggiunto una delicata distensione con Pechino lo scorso ottobre. Riguarda la condivisione degli oneri – e, francamente, la responsabilità degli oneri – che significa tariffe allineate in tutti i settori chiave, un’applicazione più rigorosa delle regole di origine e un’azione coordinata per bloccare il trasbordo e l’elusione. Gli Stati Uniti devono continuare a rifiutarsi di assorbire i prodotti manifatturieri cinesi e continuare a rafforzare gli accordi commerciali reciproci per garantire che i nostri partner commerciali non fungano da stazioni di sosta per le merci cinesi in rotta verso il mercato statunitense, come abbiamo fatto con Malesia e Cambogia .
Se manteniamo questa rotta, i nostri partner commerciali si troveranno di fronte alla scelta tra assorbire la sovrapproduzione di Pechino o seguire l’esempio degli Stati Uniti: costruire i propri dazi doganali per difendere i mercati interni. Il rappresentante commerciale statunitense Jamieson Greer lo ha detto chiaramente in un discorso a Davos la scorsa settimana:
Il sistema che ha funzionato negli ultimi tre decenni ha richiesto agli Stati Uniti di assorbire i surplus commerciali in continua crescita di altre nazioni. Abbiamo acquistato quantità sempre maggiori di beni artificialmente a basso prezzo, finanziati da cumuli di debito in costante crescita. Questo approccio non era sostenibile, né economicamente né politicamente… Tuttavia, anche i cittadini di Europa, Regno Unito, Messico e altre economie sono vulnerabili alle pratiche non di mercato e alla sovraccapacità produttiva. Sempre più spesso, i lavoratori di quei paesi vedono i propri mezzi di sussistenza scomparire sotto i loro piedi a causa di ondate di importazioni a basso costo… Se i loro politici non capiscono ancora di dover affrontare le stesse pressioni dell’America, presto glielo spiegheranno i loro elettori.
Il punto di Greer accentua l’analogia con l’immigrazione: una volta che il peso si distribuisce, la politica cambia. Gli Stati Uniti non fingono più che il commercio si bilanci da solo secondo i presupposti del “libero mercato” del cosiddetto sistema commerciale basato su regole. Persino Paul Krugman ora riconosce che la sua convinzione, un tempo radicata, di deficit commerciali “autocorrettivi” era “ingenua”. La domanda ora è se i nostri partner commerciali soccomberanno allo ” shock cinese 2.0 ” fino a quando la diversione non li travolgerà, o se sceglieranno di difendere la capacità industriale che ancora possiedono o, nel caso dei paesi in via di sviluppo, desiderano costruire. La pressione è già cambiata. La politica sta per seguire la tendenza, proprio come è successo quando una crisi migratoria regionale è improvvisamente diventata nazionale.
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