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Il ritorno della storia: l’agenzia continentale e il crollo dell’ordine unipolare, di Taha

Il ritorno della storia: l’agenzia continentale e il crollo dell’ordine unipolare

Taha25 agosto
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Introduzione: Il crollo del vecchio ordine

Il ventesimo secolo si è concluso con l’illusione della permanenza. La caduta dell’Unione Sovietica sembrava consacrare un’era di egemonia unipolare, in cui Washington regnava sovrana, dove il dollaro dominava incontrastato e dove le guerre della NATO venivano spacciate per crociate umanitarie. Eppure, una generazione dopo, l’edificio si è incrinato. Da Kabul a Kiev, da Caracas a Kinshasa, l’ordine unipolare è stato privato della sua credibilità. Il ventunesimo secolo non ha portato la “fine della storia”, ma il ritorno della storia, cruda e spietata. Ciò che emerge al suo posto non è uno stabile equilibrio multipolare, ma una mutazione caotica, un ordine meta-imperiale in cui gli imperi sopravvivono attraverso la trasformazione, dove la sovranità si scontra con la dipendenza e dove il futuro dei continenti si forgia nella battaglia tra resistenza e ricolonizzazione.

Muammer Gheddafi – Unione Africana, 2009

Il risveglio geopolitico dell’Africa: l’Africa centrale come asse del futuro

L’Africa, a lungo considerata la periferia del mondo, è in realtà l’arena decisiva del futuro. Il suo suolo contiene il sessanta percento delle terre arabili rimanenti del pianeta, cobalto per le batterie elettriche, uranio per i reattori e terre rare per le tecnologie di domani. La sua popolazione, già di oltre 1,4 miliardi, raddoppierà nel giro di decenni, plasmando migrazioni, lavoro e mercati su scala globale. Chiunque protegga l’Africa, protegga il secolo.

Il cuore di questa lotta non si trova sulle coste, ma in Africa Centrale. La Repubblica Democratica del Congo (RDC) è l’impero silenzioso delle risorse. Le sue miniere di cobalto alimentano la rivoluzione delle auto elettriche. Le aziende cinesi, sia attraverso colossi statali che partnership private, dominano gran parte di questa estrazione, costruendo infrastrutture in cambio di diritti minerari. A Kolwezi, le aziende cinesi gestiscono vaste concessioni che alimentano la catena di fornitura globale di batterie. Anche la Russia ha fatto progressi, con le forze di Wagner che hanno messo in sicurezza i siti minerari nella Repubblica Centrafricana (RCA) e protetto il governo di Bangui dagli insorti. In cambio, Mosca ottiene l’accesso alle concessioni per l’estrazione di oro e diamanti, ma soprattutto, una leva strategica nel Sahel e un punto d’appoggio politico in Africa Centrale.

Questi interventi trasformano il processo decisionale africano a livello continentale. L’Unione Africana, un tempo dominata dalle élite francofone legate a Parigi, ora subisce la pressione di regimi incoraggiati dalla finanza cinese e dalle armi russe. Quando Mali, Burkina Faso e Niger espulsero le truppe francesi, trovarono sostegno non a Bruxelles, ma a Mosca e Pechino. La Repubblica Centrafricana, un tempo colonia dimenticata, ora si esprime in difesa della presenza russa nei forum internazionali. L’Angola, ex campo di battaglia della Guerra Fredda, negozia contratti petroliferi e di difesa sia con Washington che con Pechino, mettendo le potenze l’una contro l’altra. L’asse dell’Africa Centrale che si estende da Kinshasa a Bangui a Juba non è più marginale; plasma il posizionamento dell’Africa tra Oriente e Occidente.

Questa è l’essenza del risveglio dell’Africa: una sovranità non ancora conquistata, ma contestata. L’assassinio di Gheddafi ha dimostrato che qualsiasi progetto africano di indipendenza incontrerà il sabotaggio occidentale. Eppure, il ritorno dell’Africa centrale sulla scena mondiale dimostra che il continente non è più un oggetto passivo. È un’arena in cui convergono ferrovie cinesi, appaltatori russi, investimenti del Golfo e sanzioni occidentali. La domanda per l’Africa è se potrà trascendere l’essere un obiettivo e diventare un polo di potere a pieno titolo.

Nicolas Maduro nel giorno dell’Indipendenza – Caracas, 2024

L’America Latina all’ombra della dottrina Monroe

Se l’Africa rappresenta la promessa del risveglio, l’America Latina incarna la persistenza della resistenza. La Dottrina Monroe proietta ancora la sua ombra, ricordando al continente che Washington lo considera un “cortile di casa”. Eppure, le crepe sono visibili.

Il Venezuela è al centro di questa sfida. Con le più grandi riserve petrolifere accertate al mondo, è diventato l’ancora di un asse latinoamericano che resiste alla ricolonizzazione. Nonostante le sanzioni che hanno fatto crollare la sua economia, nonostante i tentativi di colpo di stato e i complotti di assassinio, Caracas sopravvive. Lo fa perché non è più sola. I prestiti e gli acquisti di petrolio della Cina le danno respiro, mentre i consiglieri militari e le armi russe rafforzano le sue difese. Anche l’Iran ha silenziosamente inviato petroliere nei porti venezuelani, sfidando i blocchi statunitensi. In questo modo, il Venezuela rappresenta non solo la sovranità, ma anche la solidarietà: la prova che i piccoli stati possono resistere quando sono sostenuti da imperi rivali.

Altrove, il Brasile di Lula da Silva si destreggia con cautela tra Washington e Pechino. Cerca la tecnologia statunitense, ma fa molto affidamento sul commercio cinese, soprattutto per quanto riguarda soia e minerali. L’ingresso dell’Argentina nei BRICS segna una svolta verso il multipolarismo, pur dovendo fare i conti con la dipendenza dal FMI. In Nicaragua, il regime di Daniel Ortega continua a resistere alle pressioni statunitensi, mantenendo i legami con Russia e Cina. Ogni caso dimostra la stessa tendenza: l’America Latina non è più completamente prigioniera della Dottrina Monroe, anche se rimane vulnerabile.

Eppure questa resistenza è fragile. Washington ha iniziato a riaffermarsi, in particolare nei Caraibi e in America Centrale, dove le crisi migratorie forniscono una leva per l’intervento. La contesa non è finita. Ma la presenza di Cina e Russia in Venezuela, a Cuba e in Argentina, per quanto limitata, crea un nuovo calcolo. L’America Latina non è più semplicemente un cortile di casa degli Stati Uniti; è una prima linea di contesa multipolare.

Mappa del conflitto nel Mar Cinese Meridionale

La Cina e gli oceani del Pacifico di domani

Se l’Africa è la terra del risveglio e l’America Latina il continente della resistenza, la Cina è l’impero degli oceani. Il suo destino è inscindibile dai corridoi marittimi, soprattutto dal Mar Cinese Meridionale. Qui risiede il cuore della strategia di Pechino: chiunque controlli questo mare controlla le linee vitali del commercio cinese, il suo accesso alle risorse, la sua stessa sopravvivenza. Gli Stati Uniti, consapevoli di ciò, cercano l’accerchiamento, armando Taiwan, militarizzando le Filippine, fortificando Guam e tessendo alleanze dal Giappone all’Australia sotto il “Quad” e l’AUKUS.

Eppure la Cina non si muove frettolosamente. La sua Belt and Road Initiative non solo costruisce ferrovie attraverso l’Asia e l’Africa, ma anche porti attraverso l’Oceano Indiano, da Gwadar in Pakistan a Gibuti nel Corno d’Africa. Ogni porto è un nodo di influenza, un punto d’appoggio per il futuro. Nel Pacifico, le aperture della Cina alle Isole Salomone e a Kiribati segnalano una sfida diretta al predominio statunitense. In patria, il silenzio di Xi Jinping sulla scena internazionale dalla metà del 2025 è più un consolidamento che una ritirata: la Cina si prepara, calcola e attende.

La Russia, spinta verso est dalle sanzioni, rafforza questo scacchiere marittimo. Le sue esercitazioni navali con la Cina nel Pacifico e la sua espansione artica dimostrano che le potenze eurasiatiche non sono più confinate alla terraferma. Il Pacifico non è più il dominio sicuro dell’America. È l’oceano del futuro, dove la multipolarità sarà consacrata o annientata.

Vladimir Putin e Emmanuel Macron – Mosca, 2022

La Russia e la fragilità dell’Europa

La guerra in Ucraina è spesso inquadrata come la disperazione della Russia, ma in realtà rivela la fragilità dell’Europa. Per Mosca, l’Ucraina è sia memoria che necessità: la culla della sua civiltà, il cuscinetto contro la NATO, la prova che non si lascerà accerchiare senza opporre resistenza. Per l’Europa, tuttavia, l’Ucraina rivela la dipendenza. La sua industria crolla sotto il peso delle sanzioni energetiche, la sua politica si frammenta sotto pressione e la sua sovranità si dissolve all’ombra di Washington.

La forza della Russia non risiede solo nella sua resistenza, ma anche nella sua portata. In Africa, Wagner si assicura i governi. In America Latina, Mosca stringe alleanze con regimi assediati dall’Occidente. In Medio Oriente, collabora con l’Iran per sostenere l’Asse della Resistenza. Ogni mossa estende il campo di battaglia oltre l’Ucraina, costringendo l’Occidente a un’estensione eccessiva.

L’Europa, nel frattempo, è frammentata. La Germania non riesce a conciliare le sue esigenze industriali con gli impegni NATO. La Francia parla di “autonomia strategica”, ma capitola quando viene sfidata. La Polonia chiede un’escalation, ma non ha il peso per guidare. L’Unione Europea, un tempo salutata come un progetto di civiltà, appare ora come un fragile blocco di trattati, vulnerabile agli shock esterni e al nazionalismo interno. La Russia non ha bisogno di conquistare militarmente l’Europa; deve solo sostenere la guerra finché l’Europa non imploderà sotto le sue stesse contraddizioni.

Il ritorno di Donald Trump amplifica questa fragilità. Il suo disprezzo per la NATO, la sua ammirazione transazionale per Putin e la sua imprevedibilità lasciano l’Europa paralizzata. Se Washington abbandona il continente, l’Europa è indifesa. Se Washington negozia con Mosca, l’Europa è tradita. In ogni caso, la Russia sopravvive.

Il futuro della multipolarità: tra costruzione e caos

La storia del nostro secolo non è la sopravvivenza di un solo impero, ma la mutazione di molti. L’Africa si solleva dalla sua emarginazione, le sue regioni centrali plasmano il processo decisionale continentale sotto il patrocinio cinese e russo. L’America Latina resiste alla ricolonizzazione, il Venezuela si erge come una fortezza ribelle contro la Dottrina Monroe. La Cina manovra nel silenzio, costruendo oceani di influenza in attesa del suo momento decisivo. La Russia sanguina ma resiste, destabilizzando l’Europa non attraverso la conquista ma attraverso l’attrito.

Tuttavia, il pericolo di questa transizione è l’instabilità. La multipolarità non è automaticamente pacifica. Può produrre convergenza, dove le potenze rispettano le proprie sfere di influenza, o caos, dove ogni frontiera diventa un campo di battaglia. L’Africa centrale può diventare la spina dorsale della sovranità continentale, oppure può rimanere un obiettivo conteso da potenze esterne. L’America Latina può emergere come un blocco autonomo, oppure può essere frammentata dall’intervento statunitense. L’Eurasia può consolidarsi attorno a un asse sino-russo, oppure può sprofondare nella rivalità.

La verità è che l’era dell’arroganza unipolare è finita. Ciò che verrà dopo è incerto: un nuovo equilibrio di civiltà o un’era di confronto permanente. Il mondo è decentrato, plurale, frammentato. E in questo risiedono sia i suoi pericoli che le sue promesse.

Assemblea generale delle Nazioni Unite

Il ritorno della storia

Da Kinshasa a Caracas, da Mosca a Pechino, dal Mar Cinese Meridionale al Sahel, la storia è tornata con forza. Gli imperi non crollano più; mutano. Le nazioni non aspettano più; manovrano. Gli Stati Uniti si aggrappano alla supremazia ma perdono credibilità. L’Europa proclama unità ma nasconde fragilità. L’Africa e l’America Latina si risvegliano, non ancora libere ma non più silenziose. La Russia resiste, la Cina attende e gli oceani tremano per le battaglie a venire.

Il futuro è incerto. Il multipolarismo può consegnare la sovranità ai dimenticati, oppure scatenare un’instabilità senza fine. Ma una verità non può essere negata: l’ordine unipolare è morto. Il XXI secolo non appartiene a un solo impero, ma a molte civiltà, non a un singolo destino, ma allo scontro dei futuri. La domanda che ci troviamo di fronte non è chi governerà il mondo, ma se il mondo riuscirà a sopravvivere al suo ritorno alla storia.

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