Ridislocamenti nel Vicino Oriente_traduzione di Roberto Buffagni

I documenti mostrano che gli  Stati Uniti stanno espandendo in modo massiccio la loro presenza presso la base aerea della Giordania tra screzi Turchia e Iraq

 

Era stato annunciato un ritiro, in realtà è una ridislocazione dello schieramento militare americano nel Vicino Oriente. Non riguarda solo la Siria, ma l’insieme delle relazioni con i paesi di quell’area, in particolare la Turchia e l’Iraq. Se poi si aggiunge che per la prima volta una portaerei a propulsione nucleare di prima classe, con tutta la sua squadra, si è avventurata nel Golfo Persico, nelle immediate vicinanze dell’Iran il quadro comincia a definirsi meglio. Ancora una volta gli alti e bassi nello scontro politico interno alla classe dirigente americana determinano involontariamente il solco profondo entro il quale si muove la politica estera americana_Giuseppe Germinario

http://www.thedrive.com/the-war-zone/25955/docs-show-us-to-massively-expand-footprint-at-jordanian-air-base-amid-spats-with-turkey-iraq?fbclid=IwAR3zI3kGt38ssi7CDAA-gW7OsGq_vouy7lXathP3CV-743SSvz7Zr4V–3w

Decine di milioni di dollari trasformeranno questa base in Giordania in un nuovo importante hub regionale per jet da combattimento, droni, aerei cargo e altro.

di Joseph Trevithick, gennaio 14, 2019

Le forze armate statunitensi stanno portando avanti piani per espandere notevolmente la propria presenza nella base aerea di Muwaffaq Salti in Giordania, per ospitare meglio un ampio mix di aerei da combattimento, aerei da attacco al suolo, droni armati, aerei da carico e altro ancora. Il progetto di costruzione da svariati milioni di dollari arriva quando l’amministrazione del presidente Donald Trump sta per ritirare le forze americane dalla vicina Siria. Ma mentre le nuove strutture della base giordana potrebbero aiutare a sostenere le operazioni siriane in via indiretta, serviranno uno scopo ben più importante nel fornire un’alternativa ad altre importanti sedi operative nella regione, specialmente in Turchia, dove dissidi politici potrebbero ostacolare l’accesso degli Stati Uniti in nel mezzo di una crisi.

 

Il Corpo dei Genieri dell’Esercito degli Stati Uniti, che sta supervisionando il lavoro a Muwaffaq Salti, ha rilasciato specifiche e disegni relativi ai nuovi piazzali, alle vie di rullaggio e ad altre strutture associate su FedBizOpps, il sito web principale delle opere pubbliche federali degli Stati Uniti, l’11 gennaio 2019. I documenti stessi risalgono all’autunno del 2018. Il bilancio della difesa per l’anno fiscale 2018 includeva più di $ 140 milioni per gli ammodernamenti alla base della Royal Jordanian Air Force, che gli Stati Uniti hanno utilizzato attivamente per le operazioni regionali almeno dal 2013.

 

I documenti contrattuali non menzionano Muwaffaq Salti per nome, che le forze armate statunitensi descrivono generalmente come una “posizione segreta”, ma includono immagini satellitari annotate che mostrano chiaramente che si tratta della base in questione. Precedenti annunci contrattuali hanno indicato che il 407th Air Expeditionary Air della US Air Force attualmente supervisiona le operazioni di ordinaria amministrazione nella base.

 

Il nuovo incremento delle forze armate statunitensi sembra focalizzato sulla crescita della presenza dell’Air Force specificamente nella base; e la maggior parte dei miglioramenti sarà effettuata sulla pista meridionale della base. Questi includono un piazzale attrezzato per gli aerovelivoli, un piazzale attrezzato per l’addestramento delle forze speciali e la preparazione delle operazioni speciali, un piazzale attrezzato per l’appoggio aereo al suolo (CAS) per le operazioni di intelligence, sorveglianza e ricognizione (ISR).

Google Earth

A satellite image of Muwaffaq Salti Air Base as of May 2017.

USACE

An annotated satellite image of Muwaffaq Salti Air Base, showing the locations of the various planned upgrades.

Il piazzale attrezzato per gli aerovelivoli di quasi 28.000 mq. con annesso spazio di carico e scarico di 3700 mq., sarà abbastanza grande da ospitare fino a due aerei da carico C-17 Globemaster III e uno C-5 Galaxy contemporaneamente. Ciò consentirà il movimento di grandi quantità di personale, munizioni, carburante e altri materiali all’interno e all’esterno della base, il che sarebbe fondamentale per le operazioni aeree di lunga durata.

 

Muwaffaq Salti potrebbe anche fungere da punto di trasbordo, con squadre che trasferiscono il carico su aeromobili più piccoli, come il C-130 Hercules, per spostarsi verso altre sedi operative in altre parti della regione. I C-17 hanno anche la capacità di operare da piste di atterraggio non rinforzate. Il piano di costruzione degli Stati Uniti a Muwaffaq Salt comprende anche un “hot point” di carico  di quasi 26.000 mq. sul lato nord della base per lo scarico rapido e il caricamento di materiale da aerei in transito.

USAF

C-17s at an undisclosed location supporting US operations against ISIS in Iraq and Syria in 2018.

Nella parte meridionale della base, gli Stati Uniti prevedono anche di aggiungere un piazzale attrezzato 41.000 mq. per il recupero del personale e le operazioni speciali. Questo avrà spazi di parcheggio dimensionati per l’airlifter C-130J-30 di della misura maggiore, ma molto probabilmente sarà la sede di distaccamenti di operazioni speciali MC-130. Ci sarà anche spazio per quattro rotori inclinabili Osprey CV-22B.

 

Gli MC-130 dell’Air Force possono fungere da navi cisterna per i CV-22, contribuendo a estendere la loro portata e dando alle forze operative speciali la capacità di spostare rapidamente piccole unità e carichi da e verso i siti dispersi nella regione, o di appoggiare attacchi aerei su specifici obiettivi . Inoltre, gli Ospreys hanno un vantaggio di velocità rispetto agli elicotteri tradizionali, nonché varie contromisure elettroniche e altri sistemi di autodifesa e capacità di volo a bassissima quota (NOE), che consentono all’aereo di raggiungere rapidamente l’area obiettivo e ridurre la sua vulnerabilità alle difese ostili.

 

Come tali, i CV-22 in Giordania potrebbero essere chiamati per inserire rinforzi, esfiltrare i feriti o le forze sotto il fuoco, eseguire missioni di ricerca e soccorso (CSAR) e altre funzioni di recupero del personale. Il CASR è una considerazione particolarmente importante per le operazioni aeree sostenute e una in cui gli Stati Uniti hanno opzioni storicamente limitate nella regione. Ad esempio, al momento, le forze armate statunitensi hanno reparti in Kuwait, Iraq e Turchia per fornire quel tipo di capacità in Iraq e in Siria.

USACE

A more detailed breakdown of the personnel recovery/special operations forces apron, showing the C-130J-30- and CV-22-sized parking spaces.

Il cosiddetto grembiule “CAS / ISR” sarà di gran lunga la più grande aggiunta singola, coprendo quasi 125.000 mq. Ciò consentirà agli Stati Uniti di costruire tre dozzine di spot con rivestimenti protettivi e tettoie, tutti dimensionati per caccia F-15 o F-16, nonché pere gli aerei d’ attacco terrestre A-10. Ci sarà un altro piazzale con quattro spot per MQ-9 Reapers, oltre a più shelter chiusi, ciascuno in grado di ospitare due dei droni, anch’essi collegati a quest’area.

Sebbene descritto come CAS / ISR focalizzato per scopi di pianificazione edilizia, ciò darebbe agli Stati Uniti la possibilità di utilizzare Muwaffaq Salti per estese operazioni di combattimento aereo. L’aereo che questo piazzale  può ospitare può eseguire pattugliamenti aerei di combattimento, interdizione e varie altre missioni.

USACE

A closer look at the CAS/ISR apron with the MQ-9 shelters at the top and additional parking spaces for those drones to the right.

Il dimensionamento degli spazi di parcheggio potrebbe consentire lo spiegamento di altri jet da combattimento, anche da servizi diversi dall’aeronautica militare statunitense, a seconda delle necessità. Nel settembre 2018, l’Air Force ha condotto uno schieramento temporaneo di caccia stealth Raptor F-22 dalla base aerea di Al Dhafra negli Emirati Arabi Uniti a Muwaffaq Salti, insieme al personale di supporto in un aereo cisterna KC-10 Extender.

Questo è qualcosa che potrebbe diventare più comune e richiedere meno supporto esterno, con gli aggiornamenti dell’infrastruttura. Il Corpo dei Marines degli Stati Uniti gestisce anche una forza di risposta alle crisi terrestri con calabroni F / A-18C / D, tra gli altri velivoli, che potrebbero utilizzare le strutture ampliate.

The video below shows the F-22s from the Air Force’s 380th Air Expeditionary Wing deploying to an “undisclosed location” September 2018.

Il video qui sopra mostra gli F-22 della 380a Air Expeditionary Wing dell’Air Force che si sta dispiegando in una “località sconosciuta” nel settembre 2018.

 

Oltre ai vari piazzali, le forze armate statunitensi costruiranno nuove piste di rullaggio, strade di accesso, aree di supporto vitale e altre infrastrutture per sostenere la più ampia presenza americana a Muwaffaq Salti. Il Corpo dei Genieri dell’Esercito stima che il lavoro avrà un costo tra $ 25 e $ 100 milioni, lasciando anche dei fondi significativi per altre aggiunte. La data di scadenza per  presentare le offerte su questo contratto è il 19 febbraio 2019, ma non è prevista una data per la conclusione dei lavori.

 

Il piano chiarisce che gli Stati Uniti stanno cercando di accrescere la propria presenza sul sito e trasformarlo in una base strategica più permanente. Questo potrebbe essere importante, considerando gli sforzi dell’amministrazione Trump per sradicare le forze americane dalla Siria.

 

La tempistica esatta per il ritiro non è chiara. Resta inoltre da vedere in che modo si evolverà la politica degli Stati Uniti in merito alla lotta in corso contro ISIS in Siria e in Iraq, nonché al più ampio conflitto in Siria.

 

Sono stati segnalati casi in cui è probabile che le forze statunitensi si trasferiscano in strutture in altri paesi limitrofi. Da lì, potrebbero rimanere vicini per appoggiare le forze locali sostenute dagli americani e altri partner statunitensi che ancora combattono in Siria, se necessario.

USAF

A US Air Force F-16C Viper taxies at Muwaffaq Salti during the multi-national Falcon Air Meet in 2011.

Il video qui sopra mostra gli F-22 della 380a Air Expeditionary Wing dell’Air Force che si sta dispiegando in una “località sconosciuta” nel settembre 2018.

 

Oltre ai vari piazzali, le forze armate statunitensi costruiranno nuove piste di rullaggio, strade di accesso, aree di supporto vitale e altre infrastrutture per sostenere la più ampia presenza americana a Muwaffaq Salti. Il Corpo dei Genieri dell’Esercito stima che il lavoro avrà un costo tra $ 25 e $ 100 milioni, lasciando anche dei fondi significativi per altre aggiunte. La data di scadenza per  presentare le offerte su questo contratto è il 19 febbraio 2019, ma non è prevista una data per la conclusione dei lavori.

 

Il piano chiarisce che gli Stati Uniti stanno cercando di accrescere la propria presenza sul sito e trasformarlo in una base strategica più permanente. Questo potrebbe essere importante, considerando gli sforzi dell’amministrazione Trump per sradicare le forze americane dalla Siria.

 

La tempistica esatta per il ritiro non è chiara. Resta inoltre da vedere in che modo si evolverà la politica degli Stati Uniti in merito alla lotta in corso contro ISIS in Siria e in Iraq, nonché al più ampio conflitto in Siria.

 

Sono stati segnalati casi in cui è probabile che le forze statunitensi si trasferiscano in strutture in altri paesi limitrofi. Da lì, potrebbero rimanere vicini per appoggiare le forze locali sostenute dagli americani e altri partner statunitensi che ancora combattono in Siria, se necessario.

Sebbene l’Iraq sia stato citato come il paese più probabile per accogliere le unità che si ritirano dalla Siria, la Giordania potrebbe facilmente essere un’altra opzione, e già ospita una significativa presenza militare americana. Oltre a ciò, alcuni membri del parlamento iracheno erano irritati dal fatto che Donald Trump non si fosse incontrato personalmente con il primo ministro Adil Abdul-Mahdi durante la sua visita a sorpresa nel paese nel dicembre 2018.

 

I membri dell’attuale governo di coalizione in Iraq, che sta anche cercando di migliorare le relazioni con l’Iran, hanno richiesto un ritiro completo delle forze americane dal paese. Qualunque sia l’esito di questo particolare contrasto, esso potrebbe limitare la capacità delle forze armate statunitensi di utilizzare le basi in quel paese in futuro.

 

L’espansione di Muwaffaq Salti potrebbe ridurre la necessità di altre sedi operative regionali, che sono diventate negli ultimi anni sempre più politicamente insostenibili, in generale. Quando il piano generale divenne pubblico per la prima volta nel 2017, arrivò in un momento in cui c’erano anche preoccupazioni significative sulla continuità della base aerea di Al Udeid in Qatar, che è la più grande base aerea americana del Medio Oriente ed è stato un hub centrale per le operazioni nella regione e oltre per decenni. Puoi leggere di più su quanto sia vitale questa base per l’esercito americano qui.

Sfortunatamente, il Qatar rimane invischiato in un importante dissidio politico con Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti ed Egitto, tra gli altri, che hanno interrotto le relazioni diplomatiche e bloccato il paese economicamente. Tuttavia, il Segretario di Stato americano Mike Pompeo ha firmato un memorandum d’intesa con i funzionari del Qatar per avviare piani per espandere significativamente Al Udeid, anche durante una visita nel paese il 13 gennaio 2019.

US Department of State

US Secretary of State Mike Pompeo, at center in suit, arrives in Qatar on Jan. 13, 2019.

“Siamo tutti piùforti quando lavoriamo insieme”, ha detto Pompeo in una conferenza stampa, in cui ha anche affermato che la disputa di quasi 20 mesi tra il Qatar e altri paesi della regione si è “trascinata troppo a lungo”. L’alto diplomatico è ora in Arabia Saudita e, tra le altre cose, probabilmente continuerà a sostenere una risoluzione della situazione.

 

Oltre a ciò, Muwaffaq Salti si trova a circa 1.000 miglia da Al Udeid, rendendolo mal posizionato per essere un sostituto di quella base. Sembra più probabile che la principale forza trainante dell’espansione in Giordania sia le tensioni a lungo latenti tra Stati Uniti e Turchia. Nonostante entrambi siano membri della NATO, entrambi i paesi si sono allontanati a causa di una serie di dispute, tra cui la decisione della Turchia di acquistare missili S-400 dalla Russia, i crescenti legami di Ankara con Mosca in generale, e il sostegno degli Stati Uniti ai gruppi curdi in Siria, che le autorità turche considerano terroristi.

USAF

A-10 Warthog ground attack aircraft arrive at Incirlik Air Base in Turkey to support operations against ISIS in 2015.

 La Turchia e gli Stati Uniti sono anche coinvolti in una disputa su Fethullah Gülen, un ex alleato politico del sempre più dittatoriale presidente turco Recep Tayyip Erdoğan, che ora vive in esilio auto-imposto negli Stati Uniti. Le autorità turche accusano Gülen di aver architettato un tentato colpo di stato del 2016 contro Erdoğan, ma gli Stati Uniti hanno finora negato, adducendo l’insufficienza di prove.

 

La questione del sostegno americano ai curdi, in particolare, è stato un fattore importante nella decisione iniziale di Trump di ritirare le forze statunitensi dalla Siria e la sicurezza dei civili curdi in tutte le aree in cui le forze turche o turche potrebbero prendere il controllo della situazione. . Da allora le autorità statunitensi hanno chiesto assicurazioni dalla Turchia che non tenterà di attaccare i curdi e Trump stesso ha minacciato di “devastare economicamente la Turchia” se Ankara non è d’accordo con queste condizioni.

 

Inizia il lungo ritiro della Siria colpendo duramente il poco rimanente califfato territoriale ISIS, e da molte direzioni. Attaccherà di nuovo dalla base vicina esistente se riformerà. Distruggerà economicamente la Turchia se colpiscono i curdi. Crea una zona sicura di 20 miglia ….

– Donald J. Trump (@realDonaldTrump), 13 gennaio 2019

 

 

 

Il presidente ha anche insistito sul fatto che non voleva che i curdi “provocassero” la Turchia. Non è del tutto chiaro se i “curdi” in questo caso si riferisce a civili curdi, il gruppo di forze democratiche siriane a maggioranza curda appoggiato dagli Stati Uniti che sta combattendo contro l’ISIS, o entrambi. La Turchia ha ripetutamente dichiarato l’intenzione di schiacciare i combattenti curdi, anche se sono allineati con l’SDF, attraverso la Siria settentrionale.

 

Vale anche la pena notare che gli Stati Uniti forniscono intelligence e altro supporto alle operazioni militari turche contro altri gruppi militanti curdi attivi in ​​Turchia. Quindi, come il governo turco potrebbe interpretare eventuali richieste da parte delle loro controparti americane e quanto gli Stati Uniti potrebbero essere disposti a rispondere a qualsiasi apparente violazione di tali clausole resta da vedere.

 

…. Allo stesso modo, non voglio che i curdi provocino la Turchia. La Russia, l’Iran e la Siria sono stati i maggiori beneficiari della politica a lungo termine degli Stati Uniti di distruggere l’ISIS in Siria: nemici naturali. Ne beneficiamo anche noi, ma è ora di riportare a casa le nostre truppe. Fermate le GUERRE INFINITE!

– Donald J. Trump (@realDonaldTrump), 13 gennaio 2019

 

Tutto ciò rappresenta un rischio permanente per l’accesso alla base aerea di Incirlik, un importante hub regionale per l’esercito americano che funge da base per i jet da combattimento che operano nella regione, un sito di stoccaggio di armi nucleari tattico e un importante punto di trasbordo , potrebbe finire in un momento critico. Muwaffaq Salti, a meno di 400 miglia a sud, è ben posizionato per soppiantare Incirlik, così come altre località operative in Turchia, per operazioni convenzionali se il governo turco dovesse fermare le operazioni americane da quelle basi.

 

Tutto sommato, gli aggiornamenti a Muwaffaq Salti aumenteranno la capacità dell’America di operare in quella parte del Medio Oriente al di fuori di qualsiasi operazione attualmente in corso, in Siria o altrove, per gli anni a venire e cementeranno ulteriormente le relazioni USA-Giordania. Con questo in mente, potremmo iniziare a vedere lavori in altri siti in Giordania oltre a Muwaffaq Salti nei prossimi anni. Se le stime del Corpo dei Genieri  sono accurate, ci saranno decine di milioni di dollari per progetti di costruzione nel paese.

 

 

Il Pendolo di Erdogan, di Antonio de Martini

Turchia: nuove grane con le FFAA. Due generali (Temel comandante delle Truppe operanti in Siria e Irak e Barut comandante la IV brigata Commandos) sono stati esonerati e assegnati a compiti burocratici.

Ambienti filo occidentali si stanno affannando a illustrare divergenze strategiche tra militari e governo, ma – mentre queste spiegherebbero l’avvicendamento di Temel, non collimano con l’allontanamento di un semplice comandante di brigata- si ipotizza una ambizione politica dei due che disponevano dei mezzi e del carisma che sono mancati ai golpisti del 2016.

Altri analisti mormorano di una intenzione dei militari di forzare la mano al governo che procederebbe, a loro avviso, con troppa cautela nelle sue ambizioni territoriali e indugia ad attaccare i curdi. I militari vorrebbero approfittare per debellare i curdi di YPG mentre il governo avrebbe mire sul territorio siro-iracheno.

Da seguire, perché ogni volta che Erdogan sente odore di golpe , si avvicina a Putin e comunque sempre dai russi dipende il “ via libera” verso Mossul .

È proprio per scongiurare questa intesa che gli USA avrebbero deciso di rallentare la loro ritirata dalla Siria e il Senato si appresta a censurare la scelta di Trump alla riapertura dei lavori.

La posizione di forza di Putin consiste nella sua capacità di giocare su tutti i tavoli, mentre gli USA non riescono a interagire che con Israele i cui interessi peraltro iniziano a distinguersi.

Il Consigliere della Casa Bianca Bolton è a Ankara mentre la capa della CIA è , contemporaneamente, a Istanbul per tamponare i “ leaks”sul caso Khassoghi che ormai fanno parte del balletto diplomatico del Levante e che mettono in forse i 110 miliardi residui di ordinativi sauditi alla industria militare USA.

GLI STATI UNITI NEL VICINO ORIENTE. ORDINI E CONTRORDINI_intervista ad Antonio de Martini

Trump ha annunciato il ritiro delle truppe dalla Siria e dall’Afghanistan. Putin ha sostenuto la scelta dell’amico Donald “sempre che riesca a darvi corso”. Un annuncio che ha innescato un ulteriore conflitto all’interno dello staff presidenziale, con le dimissioni del generale Mattis e certamente accelererà le dinamiche già convulse nel Vicino Oriente. Al provvedimento, sempre che abbia seguito, farà certamente da contrappeso qualche compensazione alle vittime designate di questa scelta: parte dei curdi sul campo di battaglia, l’Arabia Saudita di Ben Salman nel contesto geopolitico di quell’area. Non di meno la scelta assume un carattere dirompente. Buon ascolto_Giuseppe Germinario

https://www.youtube.com/watch?v=-BUnvgcHFR4&feature=youtu.be

 

SALOMON ON THE POTOMAC. IL PERICOLO SI AVVICINA, di Antonio de Martini

 SALOMON ON THE POTOMAC

Gli USA in Siria erano alleati coi turchi ( NATO) contro il governo siriano; coi curdi contro il daesch e con gli insorti siriani contro Assad.

Problema: i turchi sparavano ai curdi ; i curdi del PKK ai curdi YPG ( Peshmerga) e ai turchi; gli USA contro il daesch che però rifornivano e i siriani sparavano a tutti tranne che agli iraniani che sparavano a chiunque, ma venivano bombardati dagli israeliani.

La Turchia la scorsa settimana ha annunciato che intende ripulire la riva orientale dell’Eufrate fino a Mossul dai curdi di ogni orientamento sparando a chiunque porti insegne curde – come ad esempio i “ consiglieri” USA frammisti si Peshmerga. Lunedì ha annunziato che il dispiegamento delle truppe era pronto e attendevano “ l’ordine politico”.

Problema N 2 : che fare se i turchi sparano agli americani ? Denunciare l’alleanza atlantica ed espellere la Turchia o tradire – sarebbe la quinta volta in trenta anni- i curdi in generale e i Peshmerga in particolare?

Dopo attenta meditazione, Trump ha deciso che la guerra ai jihadisti del daesch era conclusa vittoriosamente e che gli americani potevano quindi ritirarsi dalla Siria.

Così, in un solo colpo, ha tradito i curdi di ogni colore, i residui ribelli siriani del FDS (forze siriane democratiche) e il residuo di immagine che gli USA avevano nel Vicino Oriente.

Conseguenze prevedibili sulla situazione irachena, sull’embargo all’Iran e sulla sorte di Fetullah Gulen, il predicatore considerato l’ispiratore del golpe del 2016 contro Erdogan che potrebbe essere estradato entro breve.

E sui rapporti israelo curdi dato che Israele è il “ main sponsor “ dei curdi.
Dulcis in fundo, ha di fatto ammesso che il daesch è da tempo
una “ quantité négligeable « e che gli USA stavano in Siria principalmente per costituire una minaccia alla sua indipendenza e a Assad.

La narrativa USA sulla Siria costruita dal 2005 politicamente e dal 2011 militarmente, non esiste più.

IL PERICOLO SI AVVICINA

Il Pentagono ha notificato al Congresso USA di aver approvato una vendita da parte della Raytheon di missili antiaerei Patriot alla Turchia per un importo di 3,5 miliardi di dollari.

Il contratto non è firmato, la vendita incerta, ma l’approvazione del Pentagono è definitiva.

Ora la scelta sta ad Ankara.

Le truppe USA ( in pratica una brigata di 2.000 uomini con mezzi pesanti) ha ricevuto ordine di abbandonare il territorio siriano ( andranno probabilmente in Irak) al più presto e il personale diplomatico americano ha ricevuto ordine di evacuazione.

Il portavoce dello SM turco ha annunziato che i Peshmerga che rimarranno sulla riva orientale dell’Eufrate “ verranno sepolti nelle loro buche”.

Anche qui la scelta sta ad Ankara.

Al quadro del rinnovato idillio tra Trump e Erdogan manca solo la consegna di Fetullah Gulen legato mani e piedi.

Certo, il Pentagono ha anche contraddetto il Presidente dichiarando che “ l’ISIS non è stato ancora sconfitto” e tacendo eloquentemente circa il futuro dei Peshmerga.

La ragione l’ho detta nel post di ieri: gli Stati Uniti non possono permettersi di perdere l’alleato NATO che assicura basi e tenuta del fianco destro dell’alleanza che fronteggia la Russia.

Ovviamente non possono permettersi nemmeno di ignorare che con l’iniziativa diplomatico militare russa, lo schieramento è stato aggirato e Putin si è insinuato a Cuneo tra la Turchia e l’Arabia Saudita e gli Emirati.

Manovra speculare a quella americana che dalle basi afgana e irachena chiudono in una morsa l’Iran.

I prossimi trenta giorni saranno decisivi e dipenderanno dalle scelte di Erdogan tra est e ovest.

Ecco perché Putin nella conferenza stampa di fine anno ha evocato lo spettro della guerra nucleare: ricorda ai turchi che , comunque, l’impatto del primo urto toccherà a loro.

PRIMATO ENERGETICO E GEOPOLITICA, di Gianfranco Campa

PER LA PRIMA VOLTA DOPO 70 ANNI GLI STATI UNITI HANNO ESPORTATO PIÙ PETROLIO DI QUANTO NE ABBIANO IMPORTATO.

 In un articolo che abbiamo pubblicato su Italia e il Mondo lo scorso Giugno (http://italiaeilmondo.com/2018/06/10/2155/ ), abbiamo annunciato come gli Stati Uniti siano diventati il primo produttore di Petrolio, Idrocarburi e gas naturale al mondo.

Ebbene la settimana scorsa la EIA, cioe la U.S.Energy Information Administration (https://www.eia.gov/), l’agenzia federale, parente del Dipartimento dell’Energia degli Stati Uniti, che si occupa di collezionare, analizzare e disseminare  tutti i dati pertinenti alle importazioni, esportazioni e produzione su carbone, petrolio, gas naturale, energia elettrica, energia rinnovabile e nucleare, ha divulgato dati importantissimi che dimostrano la crescente potenza energetica degli Stati Uniti.

E ormai confermato che gli Americani sono diventati la potenza energetica principale al mondo e l’ultimo tassello nel consolidamento di questa epocale trasformazione si è avuto nell’ultimo semestre del 2018; per la prima volta dal 1949, cioè quando il presidente Harry Truman era ancora in carica alla Casa Bianca, quasi 70 anni fa, le importazioni nette settimanali di petrolio greggio e prodotti petroliferi sono scese a meno 211.000 barili al giorno (bpd) a fronte di un’impennata delle esportazioni di greggio con il record settimanale di oltre 3,2 milioni di bpd. In altre parole gli Stati Uniti sono diventati esportatori netti di energia, hanno esportato più di quanto abbiano importato.

Sempre secondo i dati forniti dalla EIA, le importazioni nette di petrolio negli Stati Uniti hanno raggiunto un picco nel 2005 di oltre 14 milioni di barili al giorno e da allora sono sono costantemente scese fino a raggiungere, la settimana scorsa il livello più basso mai registrato. Durante questo periodo, la produzione di petrolio negli Stati Uniti è più che raddoppiata, trasformando gli Stati Uniti nel più grande produttore di petrolio e gas naturale del mondo, avanti all’Arabia Saudita e alla Russia.

Questa trasformazione energetica è dovuta a molti fattori, ma soprattutto all’uso della fratturazione idraulica (fracking) conseguente alla perforazione orizzontale che ha permesso di sfruttare i giacimenti del Shale Gas (gas da argille). Il miracolo energetico degli Stati Uniti deve essere quindi ricercato nello sfruttamento dello Shale Gas, ma non solo.

Un altro fattore importante nel determinare la rivoluzione energetica americana va vista nel programma di riforme del presidente Trump. Programma teso a stimolare la crescita economica eliminando regolamenti federali eccessivi e onerosi cha hanno alleggerito l’impatto burocratico nell’industria in generale ma energetica in particolare. Grazie alle politiche di sostegno dell’industria energetica, i produttori di shale continuano a stabilire risultati record, in primis riducendo i costi di estrazione e di conseguenza aumentando l’input di produzione, al punto tale che anche se il costo a barile dovesse scendere a 40 dollari, i produttori americani non perderebbero la loro competitività.

L’Organizzazione dei Paesi esportatori di petrolio (OPEC) ha, in gran parte, dettato il mercato del petrolio negli ultimi 50 anni. L’Agenzia internazionale per l’energia, tuttavia, ha recentemente stimato che gli Stati Uniti rappresenteranno quasi il 75% della crescita della produzione petrolifera mondiale da qui al 2040. L’Energy Information Administration prevede che il Shale Gas, solo nello stato del Texas rappresenterà il 50% di tutta la nuova produzione mondiale di petrolio nei prossimi cinque anni. Spinti da questi livelli di produzione, nel 2017, l’economia del Texas è cresciuta più velocemente di qualsiasi altro stato americano, a confronto, fino a due volte e mezzo in più rispetto al PIL registrato all’epoca dell’amministrazione Obama. C’e` di piu! Nel 2017 la produzione di Shale Gas associata a tutta quella del comparto energetico statunitense, ha alimentato la crescita del settore manifatturiero, soprattutto in Texas dove ha significativamente superato la media nazionale. L’aumento della produzione energetica americana ha creato nuovi posti di lavoro, posti di lavoro altamente remunerati. Ma non è solo il Texas a beneficiare di questa rivoluzione energetica; anche stati come la Pennsylvania, il North Dakota, il New Mexico, il Colorado e tanti altri hanno fruito economicamente del boom energetico Americano. I grandi giacimenti nella regione del bacino Permiano, nel Texas e nel Nuovo Messico, passando per la riserva Bakken nel North Dakota, un “serbatoio”  petrolifero di circa 200 mila miglia quadrate di estensione,  fino alla formazione della Marcellus in Pennsylvania, hanno contribuito al miracolo energetico degli Stati Uniti. Come se tutto ciò non bastasse il Dipartimento degli Interni americano ha annunciato, il 6 dicembre scorso, la scoperta del più grande giacimento di petrolio e gas mai visto. Il giacimento è situato nel cosiddetto Wolfcamp Shale e sovrasta il Bone Spring Formation in Texas nonchè nel bacino Permiano del Nuovo Messico. Si stima che il nuovo giacimento contenga 46,3 miliardi di barili di petrolio, 281 trilioni di metri cubi di gas naturale e 20 miliardi di barili di gas naturale per un valore stimato in trilioni di dollari. (https://www.doi.gov/pressreleases/usgs-identifies-largest-continuous-oil-and-gas-resource-potential-ever-assessed )

Secondo l’API (American Petroleum Institute) (https://www.api.org/) per bocca del suo vicepresidente, Erik Milito, ha dichiarato che:  “L’industria petrolifera e del gas naturale statunitense continua a essere all’avanguardia, portando grandi benefici economici, inclusi investimenti e posti di lavoro, in varie comunità sparse per il paese, oltre naturalmente a energia abbordabile e affidabile.. Il Nuovo Messico, per esempio, nel 2015,  beneficiò di oltre 90.000 nuovi posti di lavoro sostenuti dal 13% del suo PIL derivante dall’industria del petrolio e del gas naturale…Tecnologie avanzate e alti standard industriali consentono all’industria petrolifera e del gas naturale di esplorare e sviluppare in modo sicuro e responsabile sia onshore che offshore..”

 

La differenza principale tra produzione tradizionale di petrolio e quella dello Shale Gas è la diversità di accesso alla produzione che, invece delle grandi compagnie petrolifere, vede come attori principali le piccole e medie imprese energetiche. In altre parole i proprietari terrieri trasformati da mandriani a milionari dell’energia nel giro di pochi anni. Una Arabia Saudita agli antipodi; lì i proprietari di dromedari si sono trasformati in sceicchi del petrolio, mentre qui in USA, i Cowboy delle praterie del Dakota in imprenditori del settore energetico.

La notizia che gli Stati Uniti sono diventati esportatori netti di petrolio per la prima volta dopo quasi 70 anni è stata oscurata, la scorsa settimana, dall’incontro dell’OPEC a Vienna, dove i 15 membri e la Russia hanno deciso di tagliare la produzione di 1,2 milioni di barili per i primi sei mesi del 2019.

Gli Stati Uniti erano esclusi dal summit tra i produttori OPEC e non OPEC; ciononostante l’influenza del paese a stelle e strisce sui mercati petroliferi globali è destinata inevitabilmente a rafforzarsi e ad oscurare il cartello petrolifero , come afferma anche l’International Energy Agency (IEA) che nel suo ultimo rapporto ha dichiarato  “Mentre gli Stati Uniti non erano presenti a Vienna, nessuno può ignorare la loro crescente influenza…”  All’incontro dell’OPEC insomma c’era un convitato di pietra, mai nominato, non invitato, ma inevitabilmente presente, soprattutto nei pensieri dei partecipanti al vertice: gli Stati Uniti. Se l’ombra degli Stati Uniti non bastasse, si aggiungono ai dolori dell’OPEC anche la notizia che il Qatar si ritirerà dall’organizzazione. Intervenendo ad una conferenza stampa, il ministro dell’Energia del Qatar, Saad al-Kaabi, ha dichiarato che il paese si ritirerà dall’OPEC dal primo  gennaio 2019, ponendo fine a un’adesione che dura da più di mezzo secolo.

E chiaro che il boom energetico americano crea una serie di problematiche a livello geopolitico non indifferenti. L’OPEC è in fase di declino, gli analisti mettono in discussione la rilevanza a lungo termine del cartello petrolifero in un contesto storico dove gli Stati Uniti assumono un ruolo sempre più importante in quel mercato. Il rapporto tra Stati Uniti e resto del mondo , in particolare gli stati arabi del golfo, verrà senza dubbio influenzato da queste nuove dinamiche economiche-energetiche. Il futuro verrà rimodellato in parte dai cowboys delle praterie americane, trasformati in magnati del petrolio. Se sia una cosa positiva o meno ce lo dirà solo il tempo.

Nel frattempo gli Stati Uniti, ormai secondi al mondo dopo la Cina nel campo delle rinnovabili, stanno comunque sviluppando la produzione alternativa di energie rinnovabili a dispetto della nomea generale diffusa.

Il settore delle energie rinnovabili ha continuato a crescere significativamente nel 2018 nonostante alcune storture di natura burocratica e fiscale. L’innovazione tecnologica legata alla produzione e allo stoccaggio di queste energie sta compiendo passi significativi e progressivi.

Nel frattempo la decisione di Trump di ritirare gli Stati Uniti dall’accordo climatico di Parigi, provocò, all’epoca, indignazione tra i politici, la comunità internazionale e gli ambientalisti, definendola una scelta di isolazionismo pericoloso per l’ambiente e di conseguenza per l’umanità.

L’American Enterprise Institute (AEI) analizzando i dati a disposizione, ha pubblicato un grafico che indica come gli Stati Uniti sono leader mondiali nella riduzione di emissioni di carbonio. Dal 2005 le emissioni annue di biossido di carbonio sono diminuite di 758 milioni di tonnellate. Nello stesso periodo, per l’intera comunità Europea, le diminuzioni sono state di 770 milioni di tonnellate. Nel 2017 le emissioni di carbonio negli Stati Uniti sono diminuite di oltre 42 milioni di tonnellate, questo nonostante l’uscita dall’accordo di Parigi. Tra il 2005 e il 2017 le emissioni di anidride carbonica sono diminuite del 12,4% su base assoluta e del 19,9% su base pro-capita. In contrasto la Cina, firmataria di Parigi, si è confermato il paese con le emissioni inquinanti più alte del mondo, emettendo nel 2017, il più alto numero di carbonio nell’atmosfera, accoppiati con l’India hanno rappresentato quasi la metà del totale delle emissioni globali di carbonio.

Qui sotto i link illustrativi delle tendenze in atto:

https://www2.deloitte.com/us/en/pages/energy-and-resources/articles/renewable-energy-outlook.html?fbclid=IwAR0Im0ARrlxluB5oeasJkixoA1zDXvA_yg60cob9WfGO7Rcxw787it4YJO8

https://capitalresearch.org/article/u-s-achieves-largest-decrease-in-carbon-emissionswithout-the-paris-climate-accord/?fbclid=IwAR2m6YBCj0ISubdVrdXF5ryF4Kqpt_8TBdfAxtI-fYLeLDOBZobLC0PNv3A

https://capitalresearch.org/article/u-s-achieves-largest-decrease-in-carbon-emissionswithout-the-paris-climate-accord/?fbclid=IwAR2kJ9xraYo19Lr4eaq30wn_Xa-hF5rl_D149i3Lpz5tZXe6ClFTPfmbvhU

NB_ Il traduttore di google offre una traduzione attendibile in caso di necessità

Uyghur: nuovi fronti ad Oriente, a cura di Giuseppe Germinario

Uyghur: Il Partito Islamico del Turkestan, in rotta verso la globalizzazione della lotta, con un focus prioritario, Cina e buddisti.

Fonte: Madaniya, René Naba , 03-12-2018

Questo interessante articolo rivela ormai un dato di fondo. La pressione occidentale rimane costante nelle zone grige, lungo i margini dei confini degli avversari strategici, ma con due pesanti incognite: l’esistenza di zone di contesa lontane  da quei bordi, marginalmente in America Latina e soprattutto in Africa; l’accerchiamento non più di un solo paese, la Russia, ma di un altro colosso, la Cina, suscettibile di produrre e consolidare un sodalizio inedito al centro del continente asiatico con una possibile opzione del terzo gigante, l’India. Come vero collante di questo possibile esito, più che l’insorgenza del movimento islamico integralista prospettata dal saggista, un mero strumento e corollario, potrebbe fungere l’acceso, inedito e feroce confronto politico in corso apertamente da ormai due anni negli Stati Uniti e la conseguente incapacità di individuare ed affrontare con una politica coerente l’avversario geopolitico principale. A  quel punto ci si dovrà chiedere chi saranno alla fine in realtà gli accerchiati. Buona lettura_Giuseppe Germinario

1 – Turchia e Stati Uniti, padrini nascosti della PIT

Dopo otto anni di presenza in Siria, in particolare nel nord, nella zona di Aleppo-Idlib, il movimento jihadista del Turkestan si appresta a dare un impulso trans-regionale alla lotta, al di là della Siria , con obbiettivo prioritario: la Cina.
Tale almeno è la sostanza del discorso mobilitatore del predicatore Abu Azzam Zir tenuto in occasione del Festival Fitr nel mese di giugno 2018, mettendo in evidenza la “ingiustizia” subita dal Turkestan nei suoi due versanti, il versante occidentale ( Russia) e il lato orientale (Cina).

Tuttavia, il progetto TIP potrebbe essere vanificato, da un lato, dal maggiore coinvolgimento della Cina nella guerra siriana e, dall’altro, dalla possibile modifica della precedente relazione strategica tra la Turchia e gli Stati Uniti, due ex soci della guerra fredda, ora in conflitto.
Secondo il discorso del predicatore di Abu Zir Azzam, la mobilitazione verso la Siria è stata congelata. Il Partito islamista del Turkestan (PIT) si prepara a lanciare la Jihad contro i buddisti. I jihadisti uiguri in Siria rimarranno sul posto fino a quando la loro missione non sarà completata, ma le nuove reclute verranno inviate su altri fronti.

Nel giugno 2017, la Turchia e gli Stati Uniti, i padrini occulti PIT, hanno incoraggiato questo orientamento con il pretesto di preservare i combattenti di questa formazione per assegnarli ad altri teatri di operazioni contro gli avversari degli Stati Uniti coagulatisi all’interno dei BRICS (Cina e Russia), polo di protesta per l’egemonia americana nel mondo.

2- La duplicità della Turchia: verso una zona turca in Siria sul modello di Cipro del Nord?

Ansioso di preservare i suoi allievi, “Hayat Al Tahrir Cham”, già Jabhat Un Nosra sotto filiale di Al Qaeda, in particolare gli uiguri del partito islamista del Turkestan, strattonati d’altronde tra alleanze conflittuali, il neoislamista Recep Tayyip Erdogan -Membro del gruppo di Astana (Russia, Iran, Turchia), allo stesso tempo membro della NATO, ha proposto la costruzione di una grande area per ospitare i jihadisti in una zona sotto l’autorità della Turchia per procedere alla cernita tra i gruppi islamici inclusi nella lista nera del terrorismo jihadista e raggruppate sotto la sigla VSO (opposizione siriana convalidato dal Ovest). Un’operazione in linea di principio per consentire all’esercito turco per separare il bene dal male secondo lo schema della NATO.

In altre parole, per liberare i siriani pentiti e per tenere i combattenti stranieri (ceceni, uiguri) sotto il gomito per introdurli di contrabbando in altri teatri di operazioni.

Approfittando del dispiegamento delle forze Usa nel nord della Siria nel perimetro della base aerea di Manbij, così come nella zona di Idlib, la Turchia ha approfittato di questa fase preliminare dell’offensiva per spostare  i suo sostenitori, per lo più uiguri e al Moharjirine (migranti) sotto “Hayat Tahrir come Ham” tendenza salafita jihadista; il gruppo è stato incluso nella lista nera del terrorismo dalle Nazioni Unite nel 2013.
Il presidente russo Vladimir Putin ha dato la sua approvazione alla proposta turca al vertice di Sochi del 17 settembre, ansiosa di preservare la nuova alleanza con la Turchia di fronte a una guerra ibrida da parte degli Stati Uniti.

Il bracconaggio della Turchia è la carta principale della Russia nei suoi negoziati con la coalizione occidentale al punto che Mosca sembra così ansiosa di incoraggiare questa sconnessione strategica dell’asse Turchia Stati Uniti, sino a promettere la consegna del sistema balistico SSS 400 per il 2019.
Ankara spera, nel frattempo, conservando la maggior parte della sua forza di interdizione nella zona, con un obiettivo di fondo teso allo sviluppo nella zona di Idlib di un’enclave turca sul modello della Repubblica turca di Cipro. Per fare questo, si prevede di condurre un cambiamento demografico nella zona in modo da formare una sorta di barriera umana con cittadini siriani sotto la sfera d’influenza dei Fratelli Musulmani considerati come de facto sotto la propria autorità. In questa zona l’ambizione era di concentrare un terreno fertile jihadista da poter gestire secondo le esigenze della propria strategia.
Il DMZ concesso temporaneamente in Turchia si estende su una fascia ampia oltre 15 km lungo il confine siriano-turco nella zona di Idlib, che copre l’area di dispiegamento delle forze curde sostenute dagli Stati Uniti.

Con la disposizione di Sochi, la Russia ha voluto dare tempo per testare le reali intenzioni della Turchia tra cui il modus operandi che utilizza per eliminare, se non almeno neutralizzare “Hayat Al Tahrir Cham”, in conformità con le raccomandazioni dell’ONU che considera “terrorista” il franchise di Al Qaida in Siria.

Manna per la Turchia, la decapitazione del giornalista Jamal Khashoggi nel consolato saudita a Istanbul, 2 ottobre 2018, ha permesso ad Ankara l’avvio della campagna mediatica metodica contro l’Arabia Saudita per assicurare il ritiro di Riyadh dalla gestione del dossier siriano e chiedere, allo stesso tempo, l’inclusione dei jihadisti protetti nella commissione di redazione della futura costituzione siriana dalla quale erano stati precedentemente esclusi.

Il presidente Erdogan ha fatto della guerra in Siria una questione personale, che lo costringe a una certa rigidità sotto pena di sconfessione, non riuscendo a raggiungere un duplice obiettivo: la garanzia di interessi turchi in progetti di ricostruzione in Siria e soprattutto la neutralizzazione politica e militare dei curdi siriani, i protetti degli alleati americani. Una quadratura di un cerchio in modo vizioso che porta la Turchia ad esercitare un ampio strappo al punto di rottura … .. fino al punto di smembramento.

Sulla duplicità della Turchia nella guerra siriana, vedi questi collegamenti:

3- Terminologia marxista come vestizione legale al punto di svolta

L’abito ideologico della svolta del PIT è stato tratto dalla terminologia marxista. Al termine di un dibattito interno di diversi mesi, gli avvocati di questa formazione hanno deciso di dare una dimensione globale alla loro lotta privilegiando il nemico vicino (Cina) a quello lontano (Siria).
La concorrenza giurisprudenziale è stata stabilita tra i prescrittori rivali Abdel Rahman Al Chami, vicino a Jabhat An Nosra, la frangia siriana di Al Qaida e Abdel Halim Al Zarkaoui, vicino a Daech.

– Il discorso mobilitante di Azzam Abu Zir
Il predicatore ha fatto un’irruzione politica sostenuta da un discorso militante in onda in occasione del Festival Fitr nel mese di giugno 2018, mettendo in evidenza la “ingiustizia” subita dal Turkestan nei suoi due versanti , il versante occidentale (Russia) e il versante orientale (Cina). Facendo appello al boicottaggio commerciale della Cina, ha elencato gli abusi storici subiti dagli uiguri cinesi, citando lo “stupro di musulmano” e “l’obbligo di mangiare carne di maiale.”

“Il partito islamico del Turkestan si sta preparando per la Jihad contro i buddisti”, questo link per gli arabi

3- La guerra siriana, il rivelatore del PIT

Se la guerra siriana ha elevato Hezbollah al rango di stratega e spinto la formazione sciita al ruolo di interlocutore diretto del comando militare russo, allo stesso tempo ha rivelato il Partito islamico del Turkestan, come parte del campo jihadista nel campo di battaglia della Siria settentrionale, al confine con la Turchia.

La battaglia per la conquista di Aleppo, nel dicembre 2016, ha così conferito a Hezbollah il ruolo di stratega statuale piuttosto che semplice esecutore della strategia iraniana, un attore maggiore militare contro Israele e la Siria. Anticipando le risposte jihadiste, non esitando a condurre battaglie di strada, la pulizia degli edifici più pulito, Hezbollah ha avuto la consacrazione dei suoi piani di battaglia condotti per otto anni in Siria  nelle accademie militari russo. Un successo ottenuto a costo di pesanti sacrifici.

Il rovescio della medaglia. Diversi leader della formazione, tra cui Moustapha Badredddine, il capo dell’ala militare di Hezbollah, Jihad Mughniyeh, il figlio del fondatore del l’ala militare di Hezbollah, Imad Mughniyeh, Samir Kintar, ex doyen di prigionieri politici arabi in Israele hanno perso la vita in Siria. Nel campo avverso il comandante Abu Omar Saraqeb che ha guidato la più grande coalizione di ribelli e jihadisti in Siria, responsabile della conquista di Jisr Al Shughour, anche, è morto nel teatro delle operazioni come pure Omar Al Shishani, il comandante jihadista del Fronte Nord.

4- Rafforzamento della presenza militare russa e l’importante svolta strategica della Cina nel Mediterraneo

Dal suo intervento militare diretto a sostegno del presidente siriano Bashar Al Assad, la Russia ha aumentato significativamente la sua presenza in Siria, dove ora ha due basi; la base aerea di Hemeimine, a sud-est della città di Lattaquieh e l’importante base navale di Tartous.

Rompendo il monopolio delle aree detenute dalla NATO nella zona dalla fine della Seconda Guerra Mondiale, il sistema di difesa russo include missili da crociera, batterie dei missili S.400 TRIUMPH, con base a Hemeimine, il cui raggio di  azione copre l’intero Mediterraneo orientale (Siria, Turchia, Cipro, Libano Israele), garantendo la protezione di fatto non solo dello spazio aereo della Siria, ma anche della zona di schieramento di Hezbollah nel Libano meridionale.

Allo stesso tempo, la Cina ha stabilito due punti di ancoraggio nel Mediterraneo; Tartous (Siria) e Cherchell (Algeria); una svolta strategica importante del Regno di Mezzo in quest’area dall’inizio dei tempi.

5 – Cina: la Siria, un ricettacolo per il terrorismo globale

Il fermento Jihadista-Uighur in Siria e in paesi lontani dalla Cina ha indotto Pechino, nel marzo 2018, a schierare con discrezione truppe in Siria con il motivo ufficiale di tutoraggio di reparti dell’esercito siriano fornendo loro supporto logistico e medico.
Pechino ha giustificato questo atteggiamento proattivo con la sua connessione ideologica con il potere baathista a causa della sua natura secolare, così come con la presenza nel nord della Siria di un grande contingente di combattenti uighuri.

In tal modo, la Cina mira a fronteggiare i jihadisti Uighur, che vuole neutralizzare dal loro possibile ritorno in Cina, a conferma quindi dei legami tra separatisti islamici nelle Filippine e nel Mayanmar e i gruppi islamici che operano in Siria, come dimostra l’arresto di agenti dello Stato islamico (Daesh) in Malesia nel marzo 2018, a Singapore nel giugno 2018.

La fase di graduale inserimento della Cina nel teatro siriano, dove ha già ottenuto impianti navali nel campo di applicazione della base navale russa di Tartus mira consolidare la sua posizione tra i tre maggiori investitori e finanziatori della ricostruzione in Siria assieme a Russia e Iran.

Oltre a Tartous, la Cina ha costruito la sua prima base navale all’estero in Gibuti nel 2017. Adiacente al porto Doraleh e alla zona libera di Gibuti – costruito dalla Cina-tale base dovrebbe ospitare inizialmente 400 uomini. Ma, secondo diverse fonti, sono circa 10.000 gli uomini che potrebbero stabilirsi lì entro il 2026, quando l’esercito cinese trasformerà questo enclave in un avamposto militare della Cina in Africa.

In seguito all’inaugurazione della base navale cinese a Gibuti, una nave portacontainer gigante ha scaricato materiale per i progetti di ricostruzione siriani il 17 agosto nel porto di Tripoli (Nord Libano).

Con una lunghezza di 300 metri, per una larghezza di 40 metri, la nave portacontainer “Nerval”, appartenente alla società francese CGM-CMA, ha scaricato migliaia di contenitori di materiali dalla Cina e dall’Indonesia, per essere trasportati lungo la rotta verso la Siria.

In sovrapposizione, la Cina ha partecipato alle manovre navali russe al largo del Mediterraneo all’inizio di settembre, le più importanti manovre della flotta russa nella storia navale mondiale. Ha inviato truppe in Siria, per la prima volta nella sua storia nel marzo 2018, per sostenere le forze del governo siriano durante la conquista di Idbib, tra l’altro decrittando le comunicazioni tra i jihadisti uighur al fine di neutralizzarle.

Per quanto riguarda la Cina, la Siria funge da ricettacolo del terrorismo globale, anche per l’interno cinese. Ansioso di alleviare lo sforzo russo e sostenere lo sforzo bellico siriano, la Cina ha concesso un aiuto militare da 7 miliardi di dollari alla Siria le cui forze combattono nella battaglia di Aleppo, i jihadisti uiguri (musulmani di lingua turca nella Cina nord-occidentale), dove circa 5.000 famiglie, quasi quindicimila persone, si trovano ad est di Aleppo.

6- La problematica uigura

L’uso degli uiguri da parte degli americani risponde al loro desiderio di avere una leva contro Pechino, in quanto “la Cina e gli Stati Uniti sono impegnati, a lungo termine, lungo una rotta di collisione.

I precedenti storici indicano che una potenza in ascesa e un potente in declino sono vocati principalmente a confronto “, dice l’ex primo ministro francese Dominique de Villepin, soprattutto in un momento in cui la fase diplomatica internazionale è in fase di transizione verso un mondo post-occidentale. L’obiettivo di fondo è quello di contrastare l’implementazione della “2a strada della seta”.

Musulmani turcofoni, gli Uighur vivono nella provincia di Xinjiang nel lontano occidente della Cina, al confine con otto paesi (Mongolia, Russia, Kazakistan, Kirghizistan, Tagikistan, Afghanistan, Tagikistan, Pakistan e India). Molti uiguri hanno combattuto in Siria sotto la bandiera del Turkistan Islamic Party (Sharqi Turkestan), alias Xinjiang, una lotta armata separatista il cui obiettivo è la creazione di uno “Stato islamico Uighur” nello Xinjiang.

I combattenti uyghur sono stati assistiti dai servizi di intelligence turchi per il loro trasferimento in Siria attraverso la Turchia. Questo ha generato tensioni tra i servizi intelligence turchi e cinesi di intelligence con la Cina preoccupata per il ruolo dei turchi nel sostenere i combattenti uiguri in Siria e per il supporto che potrebbero fornire per i prossimi combattimenti nello Xinjiang.

La comunità uigura in Turchia conta 20.000 membri, alcuni dei quali lavorano per l’Associazione di solidarietà e istruzione del Turkestan orientale, che fornisce aiuti umanitari ai siriani e viene osservata dalla Cina. Un video dell’IPO di gennaio 2017 afferma che la sua brigata siriana ha combattuto con il fronte di al-Nusra nel 2013 nelle province di Raqqa, Hassakeh e Aleppo.
Nel mese di giugno 2014, il gruppo jihadista ha formalizzato la propria presenza in Siria: la sua brigata sul posto, guidata da Abu al-Ridha Turkestani, un interlocutore arabo, probabilmente un siriano, ha sostenuto un attacco suicida a Urumqi nel maggio 2014 e un attacco VBIED in Piazza Tiananmen nell’ottobre 2013.

Il gruppo ha giurato fedeltà al mullah Omar dei talebani. Ventidue uiguri sono stati detenuti a Guantanamo Bay e rilasciati per mancanza di prove. Seguendo l’esempio di Emirato islamico del Caucaso, il cui ramo siriano operava sotto Jaysh Muhaajireen Wal-Ansar, il PIT ha creato la sua propria filiale in Siria, che opera in collaborazione con Jabhat Un Nosra tra le province di Idlib e Latakia.

7 – L’ambiente jihadista dell’India e il suo passaggio verso Israele.

La distruzione dei Buddha di Bamiyan da parte dei Talebani nel marzo 2001, sei mesi prima del raid dell’11 settembre contro i simboli della superpotenza americana, era un innesco che porta l’India ad abbandonare la sua tradizionale politica di amicizia con il Paesi arabi, in particolare l’Egitto, suo principale partner nel Movimento dei non allineati, per avvicinarsi a Israele.

L’ambiente jihadista in India ha anche portato i suoi leader ad avvicinarsi agli Stati Uniti in un contesto segnato dalla scomparsa del partner sovietico, insieme ad un aumento della cooperazione sino-pakistana che ha portato al trasferimento di tecnologia nucleare a Islamabad e il lancio di un programma nucleare pakistano con sussidi sauditi.

La nuova alleanza con Stati Uniti e Israele è stata suggellata sulla base di una convergenza di interessi e un approccio sostanzialmente simile di paesi che si presentano come democrazie che condividono la stessa visione del mondo plurale, avendo lo stesso nemico comune, “Islam radicale”.
Il riavvicinamento ad Israele ha determinato una normalizzazione delle relazioni israelo-indiano nel 1992 materializzato nella prima visita di un leader israeliano a New Delhi nel 2003, nella persona del primo ministro Ariel Sharon, anno dell’invasione americana dell’Iraq.

La terza potenza regionale con Cina e Giappone, l’India è in una posizione ambivalente nel mantenere stretti legami con le superpotenze per mantenersi nelle prime fila della leadership mondiale, senza allentare i suoi legami. con il Terzo Mondo, di cui è stata a lungo uno dei leader. La sua presenza nei BRICS (Brasile, Russia, India, Cina, Sud Africa) risponde a questa logica.

Gli Uiguri, dalla memoria degli osservatori, non sono mai morti per la Palestina. Ma molti sono stati contro la Siria, seguendo una deviazione settaria dalla loro ideologia.

Agli occhi degli strateghi del Pentagono, la strumentalizzazione dell’irredentismo uighur dovrebbe avere lo stesso effetto destabilizzante sulla Cina del jihadismo ceceno sulla Russia di Putin. Ma un possibile aumento del Partito islamico del Turkestan potrebbe avviare una redistribuzione delle carte; le principali vittime potrebbero essere gli stessi jihadisti uiguri, come gli islamisti in Siria.

A voler servire troppo come “carne di cannone” di mercenari in combattimenti decisi da sponsor motivati esclusivamente dalla ragion di stato, il destino degli ausiliari è inevitabilmente segnato: tacchino ripieno di un gigantesco inganno.

8 La defezione di tre paesi musulmani alleati dell’Occidente

Di fronte a una tale configurazione, il Pakistan, pyrotecnico vigile del fuoco del jihadismo globale per decenni sembrava avviare una drastica revisione delle sue alleanze, rinunciando al suo precedente ruolo di guardia del corpo della dinastia wahhabita per un ruolo più gratificante di partner della Cina, potenza planetaria in via di realizzazione, attraverso il progetto OBOR. Due altri paesi musulmani, una volta alleati dell’Occidente, hanno seguito le sue orme: Malesia e, probabilmente, nel medio termine, la Turchia colpita da sanzioni economiche da parte degli Stati Uniti.

Se l’ipotesi del movimento jihadista antibuddhista dovesse materializzarsi, essa potrebbe avviare una gigantesca  tettonica a placche sino a suggellare un’alleanza de facto tra la Cina e l’India, i due stati continenti di Asia, non musulmani, per sconfiggere l’idra islamista che si aggira intorno a loro.

Fonte: Madaniya, René Naba , 03-12-2018

Verità per Regeni? Verità su Regeni!_di Roberto Buffagni

Verità per Regeni?

“Verità per Regeni”? Vediamo un po’. Di verità sull’argomento ce n’è solo una briciola. Cominciamo da quella, poi passiamo alle ipotesi.

Briciola di verità

Regeni lavorava per una azienda privata di intelligence, la Oxford Analytica.[1] All’epoca dei fatti, il responsabile di Oxford Analytica è David Young, capo dell’équipe che per conto del presidente Nixon scassinò gli uffici del Partito Democratico al Watergate, facendosi beccare e innescando il processo che condusse all’impeachment e alle dimissioni dello statista repubblicano. Nel board, a fare da testimonials, ci sono John Negroponte[2], responsabile diretto dell’organizzazione degli squadroni della morte nell’America Latina anni Ottanta, e Sir Colin McColl[3], Control dell’MI6 (ora SIS) dal 1988 al 1994.

Regeni agente segreto?

Regeni non, ripeto non era un agente segreto. Per Oxford Analytica, Regeni lavorava da precario, in subappalto, stesso tipo di rapporto che intercorre fra un fattorino che consegna la pizza a domicilio e la catena di fast food che lo assume. Conforme a una plurisecolare tradizione di rapporti organici d’interscambio tra Oxbridge e servizi segreti britannici, il rapporto diretto con Oxford Analytica ce l’avevano i suoi professori di Cambridge, che utilizzavano i graduate students e i ricercatori come manovalanza a basso prezzo. Queste agenzie private di intelligence non sono la SPECTRE. Si fanno pagare a caro prezzo informazioni di secondo e terz’ordine, abbagliando gli acquirenti con i nomi di prestigiosi pensionati dell’intelligence. Siccome lavorano esclusivamente per il profitto economico, certo non si danno la pena di addestrare gli agenti sul campo, e tantomeno i fattorini come Regeni. Regeni infatti, a quanto risulta dalla semplice lettura dei giornali, non era stato neanche minimamente addestrato. Nei giorni precedenti il suo sequestro, ad esempio, agenti della sicurezza egiziana erano passati a casa sua per informarsi su di lui. Probabile che Regeni neanche lo sapesse, perché  non s’era creato una rete di sicurezza intorno alla sua abitazione (basta pagare qualcuno dei vicini e il portinaio, non ci vuole James Bond); oppure l’ha saputo e l’ha sottovalutato. Ignoranza e sottovalutazione in un contesto come l’egiziano, dove il governo è sottoposto a tensioni politiche interne e internazionali enormi, e mentre sono in ballo poste economiche e politiche immense (era stato scoperto un enorme giacimento di petrolio nelle vicinanze e andavano firmati i contratti per l’estrazione, e in Egitto c’è il canale di Suez) sono l’equivalente di un tentato suicidio, come sedersi a prendere l’aperitivo in corsia di sorpasso in autostrada.

Escludo poi ogni rapporto diretto tra Regeni e il SIS. Il SIS non aveva nessun bisogno di reclutare Regeni; più pratico e sicuro usarlo a sua insaputa, tanto c’erano i suoi prof. di Cambridge e dell’American University del Cairo a fargli fare quel ch’era utile facesse. I servizi d’informazione usano abitualmente il metodo della leva lunga: stare il più lontani possibile dal personale che usano, utilizzando intermediari, in modo da garantirsi la plausible deniability.[4] Regeni presentava anche il pregio di non essere cittadino britannico, e di essere quindi per antonomasia expendable: i servizi inglesi sono celebri, oltre che per la loro abilità, per la loro cattiveria abissale e il loro cinismo terrificante in un mondo dove i chierichetti non allignano. Si acquisti al modico prezzo di 9 euro The Secret Servant: The Life of Sir Stewart Menzies, Churchill’s Spymaster di Anthony Cave Brown[5] e si vedrà quel che intendo.

A maggior ragione escludo ogni rapporto diretto tra Regeni e AISE.  E’ vero che i servizi d’informazione italiani, dopo la sciagurata riforma e sostituzione del vecchio personale con il nuovo, sono molto peggiorati da tutti i punti di vista, anzitutto professionale: opera di Massimo D’Alema, il Signore si ricordi di lui al momento buono .

(Digressione: uno degli errori più gravi della riforma è stato smettere di pescare i quadri dalle FFAA, mentre l’addestramento e la selezione militari sono indispensabili se si vogliono quadri adeguati al servizio di spionaggio e controspionaggio. Esempio, Calipari. Io non credo a complotti o rappresaglie degli americani. Calipari, ottimo funzionario di polizia, è morto coraggiosamente proteggendo la Vispa Teresa Sgrena perché, non avendo formazione militare, ha fatto un errore blu in zona di operazioni. Al momento di esfiltrare la Sgrena ha privilegiato la velocità del mezzo, perché dove non si combatte, è effettivamente più sicuro fare così: la cosa importante è arrivare a destinazione sicura prima che l’opposizione riesca a organizzare una risposta e a intercettarti. In zona di operazioni, invece, e specialmente in quella zona di operazioni, salire in automobile civile e andare sparati = disegnarsi un bersaglio sul cofano, e infatti l’hanno centrato. E’ un errore che io, pur non essendo né  James Bond né von Clausewitz, non avrei fatto mai. Bastava prendere un autoblindo, andare a 40 kmh, e oggi Calipari sarebbe vivo e vegeto e potrebbe illustrare alla Sgrena alcune realtà fondamentali del mondo e della politica internazionale).

In sintesi: escludo un rapporto organico tra Regeni e l’Aise perché se fosse vero, l’Aise andrebbe subito gettato nelle fiamme dell’inferno in toto, in quanto composto esclusivamente da traditori o da minus habentes con QI inferiore a 80, essendo il risultato più che prevedibile dell’operazione in cui sarebbe stato coinvolto Regeni un colossale autogol per l’interesse nazionale italiano.

Pure ipotesi

Regeni studia sociologia a Cambridge. Viene mandato al Cairo, alla American University, celeberrimo centro di reclutamento dell’anglosfera per la classe dirigente egiziana e non solo. Lì fa ricerche di sociologia “embedded”, dice la professoressa Maha Abdel Rahman, la sua tutor[6]. Cosa vuole dire “embedded”? Vuole dire che non va in archivio e basta, ma frequenta ambienti sociali i più vari, registra posizioni politiche e progetti, prende indirizzi e telefoni, nomi di leader, etc. I professori di Cambridge vendono queste e altre informazioni a Oxford Analytica, che le ridistribuisce tra i suoi clienti. Non so se Regeni ci abbia guadagnato qualche soldo, magari sì magari no, ma non è questo il punto. Il punto è che le informazioni raccolte da Regeni sono anche la materia prima per chi organizza “rivoluzioni colorate” et similia. Le rivoluzioni colorate funzionano così: prima si fa leva sulle opposizioni liberali e occidentaliste buone, democratiche e non violente, poi si gioca la carta vera, perché la linea di faglia vera sta lì: la carta etnico-religiosa, che tanto liberale e non violenta non è (“democratica” forse, nel senso che trova largo appoggio tra le masse). L’impero britannico la carta etnico-religiosa contro i nazionalismi arabi e non solo la sta giocando da un duecento anni, non è una cosa nuova. Tra Fratelli musulmani e Gran Bretagna, per esempio, c’è un rapporto organico da sempre[7]. Il presidente democraticamente eletto dell’Egitto, prima di Al Sissi, era Muḥammad Mursī[8], del Partito Libertà e Giustizia, espressione politica dei Fratelli musulmani.

Non so se Regeni provasse simpatia ideologica per le “opposizioni democratiche”; probabilmente sì, visto che voleva pubblicare sul “il Manifesto”, che si è illustrato per l’appoggio ideologico alle “rivoluzioni colorate” in quanto le fa el pueblo che quando scende in piazza ha sempre ragione. Secondo me è una ideologia disastrosa, ma in questo caso l’ideologia è il meno. Il più è questo: che né Regeni aveva capito da solo, né i suoi mandanti gli avevano spiegato, che stava partecipando in prima linea a un’azione di guerra coperta (destabilizzazione) contro il governo egiziano. In guerra ci si fa male, molto male. E’ poi quasi certo che ci lasci la pelle se ci vai senza una minima preparazione, se passeggi lungo la linea del fuoco con il gelato in mano. Ora, perché Regeni non ci sia arrivato da solo non lo so. Perché  da giovani ci si sente invulnerabili? Perché uno studioso non è un uomo d’azione? Non lo so.  Ma i suoi mandanti, invece, lo sapevano eccome.

I suoi professori di Cambridge avevano sicuramente un rapporto diretto con l’agenzia privata di intelligence per cui lavoravano. Avevano sicuramente un rapporto o diretto, o indiretto attraverso l’agenzia privata, con il SIS[9]. Poi magari anche i suoi professori non si rendevano pienamente, emotivamente conto di quel che stavano facendo fare a Regeni, perché  un conto è andare sul campo, un conto fare analisi seduti nel proprio studio con il termosifone che ronfa: anche l’analista militare più spregiudicato, se non ha visto mai un morto ammazzato, se non si è mai sentito fischiare nelle orecchie una pallottola, stenta a mettersi nei panni del soldato in zona di combattimento. In questo campo, tra la teoria e la pratica c’è la stessa differenza che passa tra un manuale di educazione sessuale e un rapporto sessuale vero e proprio.

Il fatto è che a Regeni, i don e i fellows di Cambridge non gliel’hanno raccontata chiara. Non gli hanno detto, versione A: “Giulio, ti mandiamo sul campo a raccogliere dati in vista di una destabilizzazione del governo egiziano, siamo certi che ci andrai volentieri perché  gioverà alla tua carriera e perché così combatterai per la democrazia, il progresso e il bene del popolo egiziano.” Se gliel’avessero detto, magari Regeni, che non era stupido, ci pensava un attimo, si domandava a quali rischi andava incontro, quali coperture gli assicuravano sul campo, chiedeva perlomeno di essere addestrato a un mestiere che – lo avrà visto, qualche film di spionaggio! – sapeva non essere di tutto riposo, etc.

Gli avranno invece detto, versione B: “Giulio, sei proprio bravo, perché non approfondisci la tua ricerca entrando nel vivo della dialettica sociale egiziana? Gioverà alla tua carriera e darai un contributo al progresso sociale in Egitto.” Regeni non ha tradotto la versione B nella versione A, ha pensato che tutto sommato faceva solo della ricerca sociologica, anche più interessante e coinvolgente; che essendo straniero e occidentale, coperto da importanti istituzioni quali le università di Cambridge e American del Cairo, dalle diplomazie italiana, americana e inglese era al sicuro, ed è andato sulla linea del fuoco senza aver mai sparato un colpo neanche al poligono, senza aver visto una pistola tranne che in TV, e senza sapere sul serio che quella era la linea del fuoco: perché in una guerra coperta, la linea del fuoco è la strada sotto casa, l’edicola dove compri il giornale, il bar dove fai colazione la mattina, la tua camera da letto.

Così ha fatto una fine atroce, lasciando nella mente dei suoi genitori un’immagine di orrore senza nome che non si spegnerà mai finché resteranno vivi, e gli angoscerà la veglia e il sonno per sempre.

A occhio e croce, sono stati i servizi egiziani a torturare e uccidere Regeni. L’interrogatorio serviva a ottenere i nomi dei suoi contatti, e forse anche le intenzioni dei suoi mandanti, che probabilmente Regeni non conosceva: motivo più che sufficiente per spiegare la ferocia delle torture. Se ti chiedono una cosa che non sai, come fai a confessare? E come fa l’interrogante a esser certo che davvero non sai? Deve spingersi al punto da potersi dire, “se lo sapeva me l’avrebbe detto di sicuro”.

Il fatto che siano stati gli egiziani a ucciderlo non vuol dire che l’ordine sia partito dal governo egiziano. Intanto, di polizie più o meno segrete ce ne sono tante. Poi, un’eventuale operazione inglese ha potuto svolgersi così (pura ipotesi): gli inglesi fanno arrivare informazioni mezze vere mezze false su Regeni: lavora per gli inglesi (vero) è un personaggio importante che sa cose decisive (falso). Magari fanno filtrare l’informazione a una polizia egiziana che ha bisogno di fare bella figura o di fregare un corpo concorrente. Questi lo rapiscono, lo interrogano, ci vanno giù pesante perché sono sicuri che ne valga la pena, e quando capiscono che li hanno fregati e Regeni non sa un gran che, sono arrivati troppo in là e devono ucciderlo comunque. Poi danno incarico a qualcuno di farlo sparire – magari proprio a quelli che gli hanno passato l’informazione farlocca, perché “chi rompe paga e i cocci sono suoi”-  ma quel qualcuno è l’infiltrato degli inglesi che invece di far sparire il cadavere lo butta a lato strada e lo fa ritrovare.

Conclusione

La verità giuridica sul caso Regeni non si raggiungerà mai, perché contro l’accertamento delle prove c’è l’ostacolo insormontabile di interessi politici ed economici colossali. La verità storica va cercata anzitutto in Gran Bretagna, e solo in subordine in Egitto. La verità umana è che un giovane e intelligente italiano è stato ingannato, a fini di interesse economico personale e politico nazionale,  dai docenti britannici che avevano l’obbligo etico di proteggerlo – la parola tutor viene dal latino tueri, proteggere, custodire, difendere – e mandato a morire di una morte atroce[10]. Ai suoi genitori e a tutti i suoi cari, è stato inflitto un dolore incancellabile; e per di più, a loro insaputa essi sono stati coinvolti e strumentalizzati in una operazione d’intossicazione e d’ influenza, ordita dai principali responsabili della morte di Giulio Regeni,  volta a confondere le acque e a sviare l’attenzione del pubblico dalla realtà dei fatti, cioè da loro.

 

 

[1] http://www.lastampa.it/2016/02/16/esteri/regeni-a-londra-lavor-per-unazienda-dintelligence-Ue3kZmmArej9wuMH279t5J/pagina.html

 

[2] https://it.wikipedia.org/wiki/John_Negroponte

[3] https://wikispooks.com/wiki/Colin_McColl

[4] http://italiaeilmondo.com/2018/01/17/disinformazione-un-breve-vademecum_1a-parte-di-roberto-buffagni/

[5] https://www.amazon.it/Secret-Servant-Stewart-Churchills-Spymaster/dp/0718127455/ref=sr_1_1?ie=UTF8&qid=1543654420&sr=8-1&keywords=The+secret+servant%3A+the+life+of+Sir+Stewart+Menzies%2C+Churchill%27s+spymaster

[6] https://www.lastampa.it/2018/01/24/italia/la-tutor-di-cambridge-impose-a-regeni-di-affidarsi-a-unattivista-GNaS3l5g4Z0hroND31xCKP/pagina.html

[7] Tra mille, si legga questo articolo: https://www.counterpunch.org/2017/03/10/the-secret-to-our-nations-security/

[8] https://it.wikipedia.org/wiki/Mohamed_Morsi

[9] https://www.sis.gov.uk/

[10] http://www.lastampa.it/2016/02/19/esteri/giulio-regeni-mandato-allo-sbaraglio-dai-suoi-docenti-inglesi-sv1TscnNnGt3oBUwjPoz2H/pagina.html

 

http://italiaeilmondo.com/2018/11/27/chi-si-rivede-regeni-secondo-di-antonio-de-martini/

L’uccisione di Khashoggi – Al complesso incrocio di tre punti di inflessione. di Alastair Crooke

L’uccisione di Khashoggi – Al complesso incrocio di tre punti di inflessione. di Alastair Crooke

Arabia Saudita , Jamal Khashoggi

 

Fonte: Strategic Culture, Alastair Crooke , 23-10-2018

I realisti sottolineano che lo smembramento ancora in vita e l’assassinio di Khashoggi è ancora solo la morte di un giornalista; che tali eventi non sono eccezionali – e che gli stati raramente cambiano le politiche sulla base della morte, non importa quanto atroce. Tutto questo è vero. Ma è anche vero che un evento isolato si verifica “al momento giusto”; può colpire proprio nel punto di flessione dove è pronto a oscillare; quando solo un ulteriore fiocco di neve indistinto può innescare una enorme colata la cui massa è del tutto sproporzionata rispetto al singolo chicco che la innesca. L’uccisione di Khashoggi l’ha quindi innescata? Sì, è del tutto possibile perché ci sono molti accumuli instabili di implicazioni politiche nella regione, dove anche un piccolo evento potrebbe innescare uno scenario più grande. Queste dinamiche costituiscono un legame complesso di dinamiche mutevoli.

Anche il corpo letteralmente smembrato di Khashoggi è in qualche modo un’allegoria delle più ampie dinamiche regionali che si stanno sgretolando. Khashoggi – uno dei primi membri della Fratellanza Musulmana, e considerato la loro icona – è stato, ci viene detto, letteralmente, orribilmente smembrato. Simbolicamente, la sua fine sarà considerata – almeno nella regione – come il corpo vivente ancora dei MB (Fratelli musulmani), sdraiata sulla scrivania, tagliata da apparatchik sauditi – ricordando quasi fedelmente la campagna del Golfo per schiacciare e “eradicare” La Fratellanza di questa zona.

Il simbolismo è tanto più struggente in quanto Khashoggi simboleggia, anche nella sua figura, questo tentacolo ambiguo che si estende tra Al Qaeda di bin Laden e i Fratelli musulmani – anche se Khashoggi aveva poi voluto qualificare la sua stima per bin Laden. (Khashoggi si unì alla Fratellanza Musulmana all’incirca lo stesso tempo che con Bin Laden, ha viaggiato a lungo con il leader di Al Qaeda in Afghanistan e ha scritto uno dei  primi ritratti a una rivista saudita nel 1988 ( vedi L’Osama bin Laden I Know di Peter Bergen).

Il principale “punto di inflessione” colto giustamente dal mondo, però, è la possibilità che il presidente Trump è con le spalle al muro, costretto a malincuore dal filtraggio lento delle notizie, dal flusso della trasmissione di prove – a un riequilibrio delle relazioni Usa-sauditi, per la prima volta dal 1948. E, in questo contesto, ad ammettere a malincuore che Mohammed bin Salman non è la base affidabile attorno alla quale ruotano tutti gli elementi principali della politica estera USA: Il cambio di regime in Iran, la limitazione del prezzo del petrolio mentre l’Iran è oggetto di nuove sanzioni, la vendita di armi americane e l’omaggio a Israele del suo “accordo del secolo”). Naturalmente, nessuno sa cosa potrebbe accadere in Arabia Saudita se MBS fosse emarginato come presunto erede. Ci sono rumori nella famiglia al-Saud che sono chiaramente udibili.

Trump prenderà davvero una decisione del genere? Farà di tutto per evitarlo. Tuttavia, un l’innalzamento dei toni  critici dell’opinione del Congresso degli Stati Uniti e del Beltway [il linguaggio americano usato per caratterizzare le questioni che sono, o sembrano essere, importanti soprattutto per i funzionari federali statunitensi] hanno intaccato da tempo le relazioni saudite: A poco a poco, dall’11 settembre e dalla catastrofe dello Yemen, si è innalzata questa ondata di malcontento e disagio sul merito della stretta relazione di MBS con gli Stati Uniti.

Poche persone a Washington non credono che l’affermazione di Trump che le vendite delle armi rappresentano un potenziale di 110 miliardi di dollari non siano altro che spacconate: camuffamento di vendita esistenti, già in preparazione dal tempo di Obama oggetto di alcune lettere di intenti (non vincolanti). E gli Stati Uniti non dipendono più da una fornitura sicura di petrolio saudita. Inevitabilmente, il lato negativo della relazione diventa sempre più marcato (e più scuro). E con il pubblico più consapevole degli orrori che sono il jihadismo wahabita brutale (vale a dire in Siria) e della realizzazione lenta di una “riforma” in Arabia Saudita che non corrisponde a ciò che il termine significa altrove. L’uccisione di Khashoggi è l’ultimo grano che scatenerà l’improvvisa caduta? Se il senatore Lindsay Graham può essere considerato il “canarino nella miniera”, allora sì: “Questo ragazzo [MBS], deve andarsene” Graham insiste .

E qui, l’altro simbolismo derivante dall’assassinio di Khashoggi indica un diverso “punto di svolta”: il suo smembramento ha avuto luogo in Turchia, proprio mentre stava per manifestarsi all’Istituzione del AKP (lo zio della sua fidanzata era uno dei fondatori dell’AKP). Khashoggi era anche amico del presidente Erdogan. Questo evento spaventoso ha permesso a Erdogan di massimizzare la posizione della Turchia in modo incommensurabile (specialmente quando si è verificato contemporaneamente alla liberazione del pastore americano Brunson da parte della corte turca). Trump, inchinandosi a Brunson alla Casa Bianca, si è convertito a modo suo a Damasco: ora considera la Turchia molto favorevolmente, ha detto il presidente. Erdogan trarrà pieno vantaggio da questo vantaggio ; separare gli Stati Uniti dai curdi della Siria orientale e rafforzare la propria influenza giocando a Washington contro Mosca.

Erdogan ha ovviamente maggiori ambizioni. Sta usando questa leva di Khashoggi per promuovere la sua leadership nel mondo islamico, sperando di strapparlo all’Arabia Saudita. Dopo la sconfitta dei wahhabiti in Siria, Erdogan ritiene che l’islam sunnita stia per prevalere: usa audacemente il linguaggio e l’immaginario ottomano per affermare questa passata affermazione; gli articoli della stampa turca aggiungono a ciò la richiesta che l’Arabia Saudita abbandoni la sua egemonia “wahhabita” nei luoghi santi della Mecca e Medina.

Questo è un altro importante punto di svolta: la posizione dell’Arabia Saudita sta collassando: è sempre stato uno stato politicamente marginale, ma il regno ha compensato questa situazione con una politica dei libretti degli assegni e con il suo accreditamento come guardiano dei luoghi santi.

Ma con gli eccessi dell’IS che hanno alienato le simpatie degli americani e degli europei, gli stati del Golfo si sono rivolti a una narrazione di “appello alla moderazione” e all’approvazione della “guerra contro la teocrazia” piuttosto che rischiare una condanna diretta della violenza jihadista: una posizione inaccettabile per i loro stessi chierici puritani. (Il fatto è che mentre la “guerra contro la teocrazia” potrebbe essere intesa come un esplicito impegno per combattere l’IS, è più conveniente e retoricamente servito per equiparare Iran, Hezbollah e la Fratellanza Musulmana con EI, considerandoli indistinguibili da questi ultimi). Questa è la storia altamente artificiale a cui Trump si è iscritto senza riserve.

La stessa “moderazione” ha tuttavia innescato un tentativo concertato, anche se confuso, di allontanare le monarchie del Golfo dallo “Stato islamico”. Ma, come ha sottolineato Ahmad Dailami, il nazionalismo monarchico che MBS usava per allontanare il regno dal proprio puritanesimo islamico non è stato sostituito da un altro credo o da un vero secolarismo.

Khashoggi è salutato in Occidente come un riformista pro-liberale e democratico, ma in realtà, è stato un forte sostenitore della monarchia (della quale MBS è il capo effettivo). Sostenne, tuttavia, che tutte queste monarchie fossero “riformabili” . Solo le repubbliche secolari (come Iraq, Siria e Libia) non sono riformabili e devono essere rovesciate, ha detto. Il tema di disaccordo con MBS interessa il passaggio verso la laicità o “liberismo” pro occidentali perché ha favorito una riforma islamizzata della politica araba sul modello dei Fratelli Musulmani – come Erdogan, in realtà.

Ecco il secondo potenziale punto di svolta : lo sfruttamento dell’assassinio di Khashoggi da parte di Erdogan sarà finora in grado di trascinare nella sua scia un cambiamento nel sostegno americano , che si sta allontanando dal Golfo per tornare al modello dei Fratelli musulmani turchi? Nel corso degli anni, gli Stati Uniti hanno oscillato (spesso in modo abbastanza violento) tra il sostegno ai Fratelli Musulmani come catalizzatore del cambiamento in Medio Oriente e il ritorno alle competenze dei servizi segreti sauditi per rendere questi jihadisti “dall’inferno” la migliore ricetta per rapidi cambiamenti di regime.

Trump ha accennato a un tale cambiamento possibile con i suoi commenti favorevoli sulla Turchia quando ha ricevuto il pastore Brunson: “È uno splendido passo per avere un rapporto speciale con la Turchia. I nostri pensieri sulla Turchia di oggi sono molto diversi da quelli di ieri. Immagino che avremo la possibilità di essere molto più vicini alla Turchia, di avere relazioni molto più strette. Stabilire buoni legami con il presidente Erdoğan sta guadagnando importanza. ”

E cosa costituisce la possibilità latente di un terzo punto di inflessione? Israele, ovviamente. L’ex ambasciatore degli Stati Uniti in Israele Dan Shapiro scrive :

“L’assassinio di Khashoggi ha implicazioni che vanno ben oltre il rivelare che il principe ereditario saudita è brutale e spericolato. A Gerusalemme e Washington, DC, stanno piangendo il loro intero concetto strategico per il Medio Oriente – specialmente per contrastare l’Iran … La scioccante brutalità del rapimento e dell’omicidio di Jamal Khashoggi da parte delle forze di sicurezza saudite può essere mimetizzata, indipendentemente dall’incredibile versione che viene fatta, come errore durante un interrogatorio o il lavoro di teppisti.

Ma le sue implicazioni vanno oltre la tragedia che ha colpito la famiglia e la fidanzata di Khashoggi. Ciò solleva interrogativi fondamentali per gli Stati Uniti e Israele sul loro concetto strategico in Medio Oriente … L’assassinio di Khashoggi, al di là dell’eliminazione delle linee rosse dell’immoralità, sottolinea anche l’inaffidabilità fondamentale dell’ l’Arabia Saudita di MBS come partner strategico. Quello che è successo al consolato saudita a Istanbul riecheggia le parole usate in passato per descrivere l’eliminazione di un avversario da parte di Napoleone: “È peggio di un crimine. È un errore Si potrebbe aggiungere che questo è un errore strategico. “

In effetti, apre un potenziale punto di inflessione di grande importanza. Israele potrebbe aver perso la sua superiorità aerea sulla Siria e sull’arco settentrionale del Medio Oriente, o almeno questa superiorità aerea è stata ampiamente circoscritta. Israele ha fatto affidamento su questa superiorità aerea. Ma in seguito alla perdita di un Iliushin Il-20 e dei suoi 15 aviatori sulla Siria il 17 settembre, la Russia ha installato un formidabile ombrello aereo e di difesa elettronica su gran parte dell’area settentrionale del paese del Medio Oriente.

Di conseguenza, l’equilibrio strategico nel Medio Oriente oscilla instabilmente. L’equilibrio dei poteri si è spostato verso nord: “per Israele non sarà facile navigare in queste acque, mentre l’establishment della politica estera di Washington si è rapidamente diviso in campi anti-iraniani e anti-sauditi … Per gli israeliani, [potrebbe essere] il più grande contraccolpo   dell’uccisione di Khashoggi [che] MBS, nel suo tentativo di mettere a tacere i suoi critici, ha in realtà minato la volontà di costruire un consenso internazionale per fare pressione sull’Iran “, ha concluso Shapiro. Israele ora ha un certo numero di alternative: esortare Trump ad intervenire su Putin per “tornare” a schierare la S-300 SAM in Siria; direttamente sfidare le difese aeree russe o accettare un nuovo equilibrio strategico regionale.

Il modo in cui Trump alla fine decide di gestire l’assassinio di Khashoggi – se evitarlo o meno – può ben determinare quale di queste opzioni Israele – e la regione nel suo complesso – alla fine scelga di seguire.

Fonte: Strategic Culture, Alastair Crooke , 23-10-2018

 

RIEDUCAZIONE, di Antonio de Martini

ASSASSINIO PREMEDITATO IN PIENO SOLE A FINI EDUCATIVI

Nessun media del mondo ha pubblicato ( o ripubblicato) gli articoli ( e nemmeno singole frasi) del “ giornalista” Khassoghi che, in realtà abbiamo saputo essere stato il segretario del principe Turki (ex capo dei servizi segreti sauditi e ex ambasciatore negli USA fino a che non si è provato un finanziamento a uno degli attentatori dell’11 settembre da parte della moglie).

La ragione del mancato “scoop” giornalistico è che leggendo gli scritti si capirebbe che le “accuse” fatte sul Washington post ( giornale di Jeff Bezos, padrone di Amazon e amico di Mohammed mani di forbice) sono note dalla fondazione del regno, insignificanti e ignote alla stragrande maggioranza dei sauditi che sono in gran parte analfabeti anche nella loro lingua.

Nessun giornale occidentale ha mai citato testi o notizie scritte da questo signore, reso cauto anche dal fatto che il divieto di espatrio al figlio rimasto a Ryad lo aveva in pratica reso un ostaggio a garanzia di eventuali intemperanze giornalistiche.

Un poliziotto direbbe che a questo delitto non c’è movente.
Non si tratta certamente di in tentativo di conculcare la libertà di stampa o del “ cervello che deve essere messo a tacere” come disse Mussolini di Gramsci.

Trovare il movente – dato che il colpevole è certo e ormai confesso – richiede conoscere il segreto meglio custodito del momento: perché mai Khassoghi abbia messo la testa nella bocca della belva.

La spiegazione della richiesta di un certificato è risibile.

L’Arabia saudita non ha una anagrafe degna di menzione.
Per matrimonio e divorzio sono ancora più spicci: al maschio per divorziare basta pronunciare tre volte la parola “ ti ripudio” e per sposarsi basta tirar fuori l’attrezzo.

Se davvero avesser avuto bisogno di un certificato , gli sarebbe bastato chiedere al figlio che viveva in loco e una mancia a un impiegato per ottenere qualsiasi pezzo di carta timbrato e firmato.

Scoprire cosa, e chi, lo ha convinto a entrare nel consolato significherebbe fare un grande passo avanti nella ricerca della ragione vera dell’omicidio e dello scempio.

Tutte le pene che vengono inflitte in Arabia Saudita hanno intento esemplare.

Faccio un esempio noto alla mia famiglia: durante la seconda guerra mondiale, mio padre Francesco, mentre era a colloquio con uno sceicco, si trovò ad assistere all’arrivo di un giovanotto trafelato che disse al capo villaggio di aver visto, abbandonati, cinque sacchi di caffè all’entrata del villaggio.
“ come sai che è caffè?” Chiese il vecchio. “ ho aperto uno dei sacchi”.

Quando il capo villaggio ordinò di tagliare la mano allo sventurato, mio padre chiese come mai questa pena visto che nulla era stato rubato.

“ non ha rubato perché era caffè, se fosse stato oro se lo sarebbe tenuto” disse il vecchio sheikh respingendo l’appello, “avrebbe dovuto informarmi senza informarsi del contenuto”.

Ho maturato il convincimento che il delitto con annesso scempio ha tutte le caratteristiche della esecuzione esemplare: nulla è stato fatto per nasconderlo.

Il luogo, la squadra di killer giunta con due jet privati invece che alla spicciolata come da prassi, l’aver lasciata viva la fidanzata- testimone, la noncuranza per il “ cover up” , l’immediata dichiarazione americana che le forniture USA non sarebbero state interrotte, il disinteresse per le conseguenze internazionali e, in pratica , la candida ammissione, la partecipazione all’esecuzione di intimi servitori del crownprince, tutto mostra che è una pubblica esecuzione.

Il fiume di denaro che ha distratto in Occidente la pubblica opinione non è stato speso nel mondo arabo che oscilla tra l’orrore e l’ammirazione, tutto induceva pensare che nessuno voleva nascondere il delitto, anzi.

La sequela di errori politici con Yemen, Siria e Katar e l’omicidio di due familiari concorrenti al trono, hanno certamente creato una corrente contraria a Mohammed mani di forbice. In seno al Consiglio di famiglia che deve eleggere il successore di re Salman ormai con entrambi i piedi nella tomba.

Le orribili torture inflitte a un agente, che gli USA hanno deciso essere sacrificabile” sconsiglieranno molti membri della famiglia reale dal cercare un altro candidato ed un eventuale candidato dall’accettare la candidatura.

Un piano di questa complessità prevede assicurarsi la complicità USA (110 miliardi di forniture più altre dall’anno prossimo) per la copertura media e il non boicottaggio ; la complicità dei padroni del luogo ( vedrete che investimenti giungeranno in Turchia) e l’immediato permesso alla polizia a perquisire locali coperti da immunità diplomatica completano il panorama.
Per non uccidere i suoi fidi esecutori Mohammed ha pagato il prezzo del sangue ( liberando il figlio e i beni di Khassoghi e li lascerà processare in Turchia.

LA CRISI LIBANESE SARA’ LA TOMBA DELLA DINASTIA SAUDITA? IN OGNI CASO E’ UN ALTRO SCHIAFFO AGLI USA. di Antonio de Martini, scritto il 13 nov 2017

Immaginatevi che il Primo ministro Paolo Gentiloni vada in America,  all’arrivo invece del benvenuto di prammatica si veda sequestrato il telefonino, venga catapultato davanti a una telecamera a leggere una lettera di dimissioni e a chi lo contattasse per sapere quando torna in Italia, risponda ” a Dio piacendo” e avrete la fotografia di quel che è accaduto tra Libano e Arabia Saudita in questi giorni.

La motivazione del perché avviene è più complessa e andrebbe spiegata con la psicoanalisi prima che con l’analisi politica. Proviamo a dipanare questa intricata matassa di lana di cammello.Procediamo in ordine cronologico distinguendo tra interno ed estero..

Da quando il nuovo principe ereditario ( MOHAMMED BEN SALMAN) ha ottenuto dal re suo padre,( SALMAN BEN ABDULAZIZ)  approfittando della sua infermità, i pieni poteri, la situazione interna ed estera saudita ha iniziato a muoversi con un moto progressivamente accelerato. Impossibile oggi  capire se verso i vertici del mondo o verso il baratro.

SUL PIANO INTERNO

, col solito pretesto della ” lotta alla corruzione” il nuovo aspirante re ha fatto uccidere due tra i figli di  predecessori del re suo padre che avevano la caratura per contendergli il trono ( il figlio di Abdallah e quello di Fahd; ha messo agli arresto nella sua residenza il cugino ministro dell’interno Mohammed Ben Nayaf suo predecessore nel ruolo, arrestato cinque altri cugini figli di re predecessori del padre  e dieci principi minori più undici ex ministri e le tre fortune più importanti del regno.

E’ di stanotte la notizia che avrebbe arrestato l’ex capo dei servizi segreti Bandar ” Busch” Sultan che fu l’iniziatore della guerra alla Siria,  amico intimo dell’ex Presidente USA George W. Bush ( di qui il suo nomignolo) ed è stato lunghi anni ambasciatore saudita a Washington. Per metterci un po di pepe nel minestrone , sua moglie è stata notata dalla commissione di inchiesta come generosa contribuente di un pio conterraneo il cui nome figura tra quelli dei caduti sauditi che hanno condotto l’attentato alle due torri del World Trade Center.

Mohammed Ben Salman , ormai l Crownprince , è figlio dell’attuale re Salman ben Abdulaziz ,ultimo dei sette fratelli di stessa madre ( Hassa , la preferita del fondatore della dinastia) che si sono trasmessi il trono, per via adelfica, dal 1945.                                                                                                                                                                                               Prima d’essere vittima dell’Alzeimer, Salman era reputato come il più rigido della famiglia reale e il solo che nel 1991 si oppose  – nel Consiglio di famiglia composto da 150 persone – alla concessione di basi militari USA sul territorio saudita, con la motivazione che una volta installati non se ne sarebbero più andati. E’ stato facile profeta. Essndo l’ultimo figlio di Abdelaziz,  otttantenne e malato, si pensò che non avrebbe creato problemi , anzi che avrebbe dato tempo per pensare alla successione e al passaggio generazionale.

Appena salito al trono invece, Salman ha nominato – come da attese-  Crownprince Mohammed Ben Nayaf che da quattro anni era succeduto al defunto suo padre nella conduzione del ministero dell’interno. Dopo qualche tempo, però, il re creò una nuova carica: vice principe ereditario, mettendoci suo figlio Mohammed Ben Salman ( ministro della Difesa e capo della polizia religiosa).

I due Mohammed, in perfetto accordo giubilarono Bandar Bush ( creando per un breve periodo una sorta di Consiglio per la sicurezza nazionale con dentro il figlio), misero da parte il principe Muqrin che aspirava a fare da ago della bilancia tra i due  e poi iniziarono il confronto culminato nella nomina a principe ereditario ( che ha unicamente funzioni di primo ministro dato che il re viene nominato dal Consiglio di famiglia) del trentaduenne  figlio prediletto  Mohammed  il quale non ha esitato a sbarazzarsi del più anziano cugino , accoppare i due principi-cugini  più quotati alla successione e terrorizzare i membri più anziani del clan arrestando in totale quindici principi di varia caratura, oggi ospiti del Royal Carlton Hotel  trasformato in una fastosa prigione e ” fully booked” . L’inchiesta sulla corruzione prosegue senza fretta. Sono ostaggi nella più genuina tradizione beduina. E’ stato proibito in tutto il regno, il decollo di jet privati.

Posto che il piano riesca e il Crownprince prevalga, gli resterà da sciogliere il nodo della modernizzazione ( es la patente alle donne) con il fatto che egli ( e il padre) rappresenta l’ala conservatrice wahabita e si è appoggiato alla polizia religiosa nella sua scalata….

SUL PIANO ESTERO

 Come ministro della Difesa , Mohammed Ben Salman avrebbe dovuto passare per il tramite del Ministero degli Esteri per guerreggiare nello Yemen, ma come figlio del re non si attardò in quisquilie e mosse all’attacco, creandosi così una buona rete di amicizie USA tra i fornitori di materiale bellico.

Per la prima volta nella storia della dinastia il ministro degli esteri fu scelto NON tra i membri della famiglia reale e questo fu un primo segnale che sarebbe stata una partita a due.

Come nemico fu scelta la tribù degli Houti confinanti con l’Arabia Saudita a sud . Il pretesto era che stavano diventando una spina nel fianco alleata con l’Iran.        Inaspettatamente, gli Houti – privi di aeronautica-  resistettero, contrattaccarono, occuparono la capitale Sanaa e il giovane principe ebbe il suo primo “scacco al regno”.  Ossessionato dalla onnipresenza iraniana , il saudita si lanciò sulla scia USA nelle vicende irachene  che hanno visto trionfare l’Irak ufficiale ormai in mano agli sciiti per decreto ( 2003)  del proconsole USA Bremer. I Curdi rientrarono nell’ordine e l’Arabia Saudita si trovò confinante con un Irak ricostruito e diventato potenza sciita invece che sunnita come era sempre stato. Potenzialmente soggetto a influenze iraniane.

Sempre in cerca di successi napoleonici che lo legittimassero agli occhi dei sudditi, specie dopo le prime pessime figure, Mohammed Ben Salman decise di egemonizzare il Consiglio del Golfo ( una sorta di UE degli Emirati) fino ad allora gestito assieme al Katar della famiglia Al Thani. La politica del Katar è sempre consistita nel far fluire i denari in tutte le direzioni e supplire alla dimensione minima del paese ( 300.000 abitanti) con partecipazioni e sponsorizzazioni sportive di caratura mondiale.

Invitato a rompere i contatti con l’Iran ,  Tamim al Thani ,  emiro del katar, finse di non sentire. La reazione smodata fu l’accusa ufficiale  di sostenere nascostamente  il terrorismo e la sanzione lampo fu l’embargo.

Gli americani, per mostrare equidistanza autorizzarono comunque una significativa vendita di armi all’emirato. La famiglia al Thani, approfittando che il padre dell’emiro, Ahmad ben Khalifa al Thani,   ( defenestrato su richiesta USA quando iniziarono a girare le voci sui finanziamenti al Daesch) utilizzò il padre installato negli USA, per una intervista televisiva bomba: nella sua veste di ex primo ministro, dichiarò davanti alle telecamere di aver in effetti finanziato il Daesch, e di averlo fatto suprecisa, insistente  richiesta del re Abdallahben Abdulaziz , predecessore dell’attuale, e d’intesa con il governo americano e la Turchia che si sono occupati della distribuzione dei finanziamenti, delle armi, e della selezione dei mercenari. Il gruppo era destinato a ” una partita di caccia alla volpe” siriana. A conclusione della intervista, il vecchio sceicco ha anche posto la pietra tombale al progetto, dichiarandolo fallito.

Come e dove colpire l’odiato Iran? Come recuperare prestigio alla corona? Sconfitto in Siria, scornato in Yemen e ridicolizzato a Doha, restava il Libano.

Mohammed Ben Salman, convoca il primo ministro libanese Saad Hariri ( figlio dell’ex premier, arricchitosi in Arabia Saudita e  saltato in aria nel 2009) e dopo una accoglienza fredda ( nessuno all’aeroporto ad accoglierlo) e quattro ore di anticamera l’indomani, gli ingiunge di muovere guerra all’Hezbollah. Sarebbe come chiedere alla Romania di muovere guerra alla Russia.

Giudiziosamente Saad Hariri gli deve aver risposto che ci ha già provato nel 2006, subendo una sconfitta netta – come sconfitto fu l’esercito israeliano che aveva sottovalutato il problema –  Oggi l’Hezbollah fa parte del governo, alle elezioni ottiene il 50% dei voti ed è armato fino ai denti con in più la campagna di Siria in cui ha acquisito esperienza  operativa di manovra anche a livello di brigata, cosa che l’esercito regolare non ha. Hezbollah è nell’elenco delle organizzazioni terroristiche in USA, ma un movimento che ha dietro di se metà del paese, è un problema politico , non di ordine pubblico.

Altra reazione furente: Mohammed ingiunge a Saad di dimettersi da primo ministro e lo vuole sostituire col fratello maggiore Bahaa che, guarda caso è in Arabia anche lui.  Il Libano insorge in favore del suo giovanotto in pericolo, i dirigenti del partito di Hariri ( il 14 marzo) rifiutano di andare a Ryad a prestare giuramento di fedeltà a Bahaa come richiesto,  spiegando sprezzantemente che in Libano i dirigenti dei partiti li sceglie il partito in un congresso. Pietosa bugia che rivela la paura di non tornare a casa.

il presidente  della Repubblica, generale Aoun ( i cui volontari cristiani hanno combattuto assieme all’Hezbollah in Siria) si rivolge agli USA e alla Francia per ottenere la liberazione dell’ostaggio. Il dipartimento di Stato USA rilascia una dichiarazione di solidarietà e rispetto per Hariri, mentre il presidente francese Macron va in Arabia Saudita a parlare col focoso giovanotto. Esce dichiarando di non essere d’accordo con la politica iraniana del Crownprince e di ritenere che Hariri è trattenuto. Gli americani cerchiobbottisti avventizi, dichiarano che studieranno delle sanzioni a Hezbollah e la Camera dei rappresentanti autorizza eventuali spese in questo senso.

Consapevoli della gravità del momento, Israele e Hezbollah hanno tenuto un profilo basso e insolitamente silenzioso. Il quotidiano Haartez commenta che l’Arabia Saudita vuole far fare a Israele ” il lavoro sporco”.  In sede di analisi, spiega che non vuole intralciare il processo in corso di accordo tra Hamas e Fatah al Cairo e abbisogna di almeno un anno per completare le sistemazioni difensive del Sinai.

Credo che il silenzioso Hezbollah stia cercando tra i familiari del Crownprince la persona adatta a sbarazzarci del matto, mentre Saad Hariri , rintracciato da un giornalista che voleva sapere quando sarebbe tornato in Patria,  avrebbe risposto ” tra giorni”. Inchallah.

Gli USA adesso non sanno che pesci pigliare. Se seguire il rampollo reale nella sua spericolata discesa e inimicarsi anche il Libano, oppure guardare alla dinastia giordana che potrebbe sostituire i sauditi ( wahabiti) nella custodia dei luoghi santi dell’Islam, visto che ormai i wahabiti vengono sempre più considerati come estranei all’Islam. E guidati da due matti. Sono quasi certo che prenderanno la decisione sbagliata.

Khashoggi, il buono e il cattivo_di Giuseppe Germinario

La sparizione e la probabile morte del saudita Jamal Khashoggi a Istanbul ha provocato una vera e propria indignata sollevazione di scudi. La Turchia in questi mesi ha conosciuto altri eventi drammatici che hanno riguardato diplomatici, nella fattispecie l’uccisione dell’ambasciatore russo; ha vissuto tragici attentati, un tentativo di golpe e una drastica conseguente epurazione di decine di migliaia di funzionari pubblici e giornalisti che hanno rafforzato il pieno controllo politico di Erdogan sul paese. In Arabia Saudita, d’altro canto, paese componente e sino a pochi mesi fa posto senza remore alla presidenza del Consiglio per i Diritti Umani dell’ONU, il confronto politico prevede da sempre, nella gamma delle modalità, la liquidazione fisica degli avversari ed altre amene trivialità; in un paese dove la pena di morte, le punizioni corporali e il controllo capillare sono connaturati al regime integralista sin dalla nascita. A conferma che queste pratiche non risparmiano nessuno il recente attacco sanguinoso con fucili di assalto nel palazzo del Principe Selmani prontamente censurato.

Da questa plumbea normalità il caso Khashoggi è emerso con grande clamore rimbalzando in tutto il mondo.

Il paladino della democrazia, il giornalista militante della libera informazione vittima della crudeltà triviale del Principe Saudita oscurantista e paranoico. In un mondo così confuso finalmente un chiaro discrimine tra il buono e il cattivo così in voga nella narrazione cinematografica.

Una nobile indignazione colta ed alimentata da quella grande stampa che negli ultimi anni pare aver spento ogni spirito critico e ogni precauzione alla manipolazione dei fatti.

Ma siamo proprio sicuri di trovarci ad un atto di redenzione sia pure tardivo?

Proviamo a porci e porre qualche domanda.

Come mai Erdogan, sino a pochi giorni fa presentato come il grande affossatore della libertà di stampa, il fustigatore di decine di giornalisti, l’epuratore per antonomasia assurge improvvisamente agli stessi occhi dei fustigatori di un tempo al ruolo di dispensatore della verità e di giudice della barbarie saudita? Eppure sono stati i turchi ad avvertire i sauditi del prossimo arrivo di Khashoggi a Istanbul; dicono di avere prove schiaccianti e filmati del barbaro assassinio, ma tardano ad esibirle. La stessa presenza di filmati, se confermata, confermerebbe piuttosto l’esistenza di una quinta colonna nel drappello saudita incaricato della missione. In operazioni analoghe i sauditi hanno per altro dimostrato ben altra perizia con il trasbordo forzato in madrepatria della vittima designata.

Come mai la testa dello schieramento dei partigiani della verità e della democrazia è fermamente e tempestivamente presidiata, tra gli altri del medesimo campo, da John Brennan, ex capo della CIA ai tempi di Obama, grande artefice delle primavere non solo arabe e del grande caos in Medio Oriente e dal Washington Post, giornale ormai ridotto a mera cassa di risonanza partigiana dell’establishment sconfitto alle elezioni presidenziali americane. Figure ormai poco attendibili e credibili per questo genere di proclami e di campagne.

Come mai il martire Khashoggi è stato unanimemente presentato come fine giornalista e scrittore e come paladino della democrazia liberale quando il suo curriculum è ben più nutrito e abbraccia un campo di interessi e di interventi ben più vasto e rilevante. La figura del giornalista, purtroppo non è più così ben definita. Il confine tra il ruolo di giornalista, quello di informatore e di agente sta diventando labile. La scena indecoroso fferta a Tripoli da buona parte degli addetti nel 2011 è rivelatrice di una insana commistione. Nel caso di Khashoggi per altro sembrano esserci pochi dubbi. Negli anni ’80 lo vediamo impegnato a buoni livelli nella resistenza jihadista in Afghanistan; successivamente lo si vede in contatto stretto con Al Qaida e con Bin Laden al punto da essere indicato dai sauditi come mediatore di una possibile riconciliazione del capo qadista con la famiglia saudita; ancora dopo lo si vede tra i sostenitori e simpatizzanti dei Fratelli Musulmani, notoriamente sostenuti e finanziati dall’emiro del Qatar e dai Turchi e ormai da tempo scaricati dai sauditi, dopo le fallimentari prove offerte in Egitto e in Libia. Obama e il suo cerchio magico aveva notoriamente riposto in essi le maggiori speranze di successo di un ribaltamento dei regimi in Medio Oriente. Da qui il suo impegno in Siria a favore dei “ribelli moderati”, almeno nelle sigle. La democrazia rivendicata da essi e dallo stesso Khashoggi, a leggere con attenzione i suoi testi, non era altro che un tentativo di imporre un diverso regime, alternativo al modello wahabita dei Saud, ma pur sempre nettamente integralista. Quanto alla sua visione geopolitica è sufficiente sottolineare la sua conclamata omologazione del Principe Selman alla figura altrettanto nefasta di Putin. Per ultimo Khashoggi è stato per anni segretario del capo dei servizi segreti sauditi, Principe Suleiman, acerrimo avversario del Principe Selman, attualmente capo di fatto della casa saudita. Negli ultimi tempi il giornalista, entrato nelle grazie di Obama, è apparso sempre più distante ed estraneo ai giochi interni alla casa saudita e sempre più legato alle trame dei servizi angloamericani. Lo stesso era addirittura in predicato di diventare uno dei capi all’estero di una eventuale rivoluzione d’Arabia che prevedeva il controllo diretto da parte americana dei pozzi di petrolio e l’instaurazione di un nuovo regime che spodestasse i Saud. Un progetto per il momento naufragato con lo stallo in Siria e l’elezione di Trump alla Casa Bianca.

Il caso Khashoggi in realtà si sta trasformando in un’occasione e uno strumento da brandire da parte dei vari attori dello scacchiere geopolitico mediorientale e delle due fazioni in lotta negli Stati Uniti. Può servire ad Erdogan per ottenere un qualche salvacondotto nella politica di sanzioni all’Iran, visto il suo vitale interscambio commerciale con esso. Può servire a ridurre a patti e a ridimensionare il peso geopolitico del Principe Selman ed indebolire quindi il suo patto di ferro con Trump ed Israele e di conseguenza a ricucire il rapporti di Erdogan con i due schieramenti negli USA. Sarebbe in proposito interessante analizzare le linee di condotta Russa e Cinese nell’eventualità di un nuovo giro di valzer turco. Per la prima volta Trump appare stretto in un cul di sac, obbligato a due scelte alternative altrettanto costose: sostenere il maldestro Bin Selman e con questo rendersi complice di un comportamento efferato; scaricarlo e con questo mettere in discussione la triplice alleanza con i sauditi e Israele; il perno della attuale politica americana in Medio Oriente.

In realtà la componente wahabita più integralista, quella stessa osteggiata dal Principe Selman, potrebbe essere quell’avversario ancora più spietato e determinato, interessato a liquidare il “giornalista” troppo vicino ai Fratelli Musulmani e agli americani. Il temporaneo sodalizio di questa con il sultano turco e la sua simbiosi con la componente democratica-neocon americana potrebbe essere il trio diabolico più interessato a liquidare e sacrificare “il paladino della democrazia” addebitandone la responsabilità al Principe saudita di fatto reggente. L’improvvisa prudenza con la quale Erdogan in queste ore sta affrontando l’affaire lascia margini alla fantapolitica. Potrebbe essere la scappatoia che consentirebbe a Trump di uscire dalla trappola e di ribaltare sulle spalle altrui il dilemma; in questo, ancora una volta, sarà importante il lavoro sotterraneo di Israele, ben presente nei tre paesi principali di quell’area.

Intanto l’Arabia Saudita ha improvvisamente aumentato i volumi di produzione del petrolio; ci sarà da attendersi una pressione dei prezzi al ribasso. Russia e Stati Uniti sono avvertiti.

Ci attende un mondo sempre più complicato e dalle apparenze ingannevoli dove i buoni, in realtà, possono rivelarsi ben peggiori dei cattivi.

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