L’UNICO “COLPEVOLE” DI NASSIRIYA, di Piero Visani

L’UNICO “COLPEVOLE” DI NASSIRIYA

Quando facevo il consulente per l’istituzione militare, a un certo punto avevo nitidamente compreso che era meglio cambiare aria, prima che me la facessero cambiare d’autorità.
All’epoca – a differenza di quanto si potrebbe comunemente supporre – non è che incontrassi grande solidaritetà all’interno dell’ambiente militare, sempre prono ai potenti di turno e assolutamente favorevole allo “spirito del tempo”, quello dei “soldati di pace”, se vogliamo dilettarci in ossimori.

Ricordo nitidamente una mia conferenza al CASD (Centro Alti Studi per la Difesa), in cui un uditorio in uniforme mi suggerì di ammorbidire le mie posizioni sulla natura della professione militare, perché altre erano le idee dominanti in quella fase storica. E – si sa – all’interno di quell’istituzione è sempre bene stare “allineati e coperti”…

Sebbene io sia di natura molto freddo, la cosa mi provocò un minimo di irritazione, al punto che mi avventurai in una previsione, cosa che non faccio mai. Formulai un interrogativo, relativo alla scomoda “missione di pace” in Iraq in cui eravamo all’epoca impegnati e chiesi se, nel caso in cui ci fosse stato un attentato a carico dei nostri reparti, la responsabilità sarebbe stata assunta in toto dal potere politico – autore unico della amena teoria dei “soldati di pace” – o sarebbe stata addossata in toto ai comandanti militari, per carente spirito di “militarità” o per insufficienza delle misure di sicurezza.
Con un ottimismo che a me parve degno di miglior causa, il mio uditorio diede maggioritariamente prova di credere che il potere politico avrebbe dato adeguata copertura ai militari. Per me fu facile prevedere che sarebbe stato esattamente il contrario, ma i sorrisini di compatimento a mio carico si sprecarono, e non insistetti, ormai conoscevo le buone abitudini del luogo.

Fu il giorno in cui mi dissi che la mia esperienza in quell’ambiente era chiusa: detesto i preti atei…

Tutti sappiamo dell’attentato del 12 novembre 2003 e delle 28 vittime che provocò: 19 italiane e 9 irachene. E sappiamo pure delle vicende giudiziarie successive, culminate ieri nella condanna, da parte della Corte di Cassazione civile, del generale Bruno Stano, all’epoca dell’attentato comandante della missione italiana in Iraq.

Non intendo certo commentare una sentenza, ma commentare come succedono le cose in Italia: il conformismo di massa si adegua al pensiero dominante e cerca di trasformare i militari in crocerossine con il fucile. I militari si dicono contenti della trasformazione, perché altrimenti non si fa carriera e anzi si finisce all’indice. Un così eccelso livello di “militarità” genera sfracelli, come quello di Nassiriya e, alla fine, c’è un unico capro espiatorio, chiamato a scontare – da solo – le colpe di tutti, di tutti coloro che decidono di partecipare alle guerre coloniali degli Stati Uniti perché li obbliga la loro condizione di “Stati clienti” e debbono pure sforzarsi di vestirle, agli occhi dell’opinione pubblica italiana, come “missioni di pace”, altrimenti nessuno le accetterebbe. Poi ci scappano le decine di morti – perché le “missioni di pace” sono incredibilmente simili a quelle di guerra – e allora occorre trovare un colpevole, uno solo, perché i colpevoli del RIFIUTO DELLA REALTA’, cioè del rifiuto della politica, della guerra, della natura tragica dell’esistenza, delle responsabilità e della dignità sono tutto un popolo, cioè troppi, dunque non condannabili in massa.

La sentenza è stata emessa il 10 settembre, ma avrebbe potuto benissimo essere anche l’8… Certe date ci perseguitano…

Migranti e portatori di pace, a cura di Giuseppe Germinario

 

MIGRANTI

qui sotto un testo tradotto dell’analista africanista Bernard Lugan. Coglie un aspetto importante dei processi migratori. Ve ne sono ormai aggiunti altri. A migrare non è nemmeno la componente più povera di quel continente; questa non se lo può permettere. E’ presente inoltre una componente sempre più importante legata all’esportazione e al radicamento di organizzazioni mafiose in particolare dell’Africa del Nord-Ovest. Numerose inchieste in varie città italiane, riportate sui giornali locali, molto meno su quelli nazionali, stanno iniziando ad offrire barlumi di verità_Giuseppe Germinario

Nel 2017 (i dati completi per 2018 non sono noti), il jihadismo, nella sua accezione più ampia ha causato 10.376 morti in Africa (Fonte:Centro di studi strategici per l’Africa). Per quanto drammatiche siano, queste cifre non giustificano che centinaia di milioni di africani debbano essere ospitati. Siamo infatti non in presenza di una vera e propria condizione di pericolo di persone tale da giustificare l’applicazione di un “diritto d’asilo”, diventato la filiera ufficiale dell’immigrazione. Non è infatti il jihadismo a spingere i “migranti” africani a forzare le porte di un’Europa paralizzata dalla tunica di Nessus etno-masochista, ma la miseria. I migranti economici, quindi non hanno diritto di restare nei paesi europei. Non se ne dispiacciano contrabbandieri ideologici e papa.

Per avere una chiara idea del vero tributo umano del jihadismo africano, passeremo in rassegna le sue aree di attività, vale a dire la Somalia, Egitto, Libia, Nigeria e la regione del Sahel-Sahara.

1) Somalia: delle 10376 morti causate dal jihadismo africano nell’accezione più ampia, 4557 – ovvero il 44% del totale – sono stati uccisi dal Shabaab della Somalia, anche se non sappiamo se si tratta di puro jihadismo , guerra civile o entrambi.

2) l’Egitto e il Sinai: 391 morti nel 2017 (contro 223 nel 2016) causate dallo Stato islamico e da Al Mourabitun.

3) Libia: 239 morti, la maggior parte delle quali membri dello Stato Islamico uccisi dalle milizie che lo combattono.

4) Nigeria (Boko Haram): dopo il picco di 11 519 morti nel 2015, nel 2017, il numero totale di morti è raggiunto la cifra di 3329.

5) La regione del Sahel sahariana (Mali, Niger, Burkina Faso): Il bilancio delle vittime è purtroppo quasi raddoppiato in un anno, da 223 nel 2016-391 nel 2017. Dei 391 morti, 253 sono attribuibili al gruppo Jama ‘ ha Nusrat al-Islam wal Muslimeen.

 

Se togliamo dalle 10.376 vittime del jihadismo globale i 4557 decessi somali, nel 2017, per il resto della loro azione terra africana, i jihadisti hanno provocato 5819 morti. Alla scala delle vaste zone colpite, e in relazione a una popolazione di circa 400 milioni di persone che vivono lì, non siamo ovviamente in presenza di popolazioni in pericolo tale da provocare un esodo che giustifichi la domanda di asilo.

Tuttavia, in passato, l’Africa ha sperimentato uccisioni di massa veri, in particolare tra il 1991 e il 2002, quando la guerra civile algerina ha causato la morte di più di 60 000 persone (e anche più di 100 000 secondo alcune ONG), circa 6000 l’anno. Allo stesso modo, nel decennio 1980-1990 la guerra civile in Liberia ha provocato più di 150.000 morti, pari a circa 15 000 l’anno; o tra il 1991 e il 2002 quella della Sierra Leone ha causato più di 120 000 morti, circa 12 000 l’anno. Per non parlare delle guerre di Ituri e Kasai ecc

 

Ma in quei momenti non abbiamo conosciuto un’ondata di “rifugiati” a immagine di ciò che l’Europa sta soffrendo attualmente.

Questa non è la guerra dalla quale fuggono questi “migranti” africani forzando le porte dell’Europa, con l’aiuto dei contrabbandieri professionali o ideologici. In Africa, il jihadismo in realtà provoca tre volte meno vittime dei morsi di serpente. Mamba, vipere di sabbia e altri naja  nel 2017, ucciso tra i 25.000 e i 30.000 poveri e reso molte vite storpie (Slate fonte Africa).

Queste persone non sono “rifugiati” che temono per la loro vita e ai quali noi “dovremmo” dare il benvenuto e proteggere mentre cercano di entrare nel “Eldorado” europeo; sono clandestini. Attratti dal nostro “benessere” e dalle nostre leggi sociali generose, questi squatters (occupanti abusivi) si introducono per effrazione in un’Europa a lasciarli entrare, come diceva Chesterton; l’attuale Papa lo rovela nel suo discorso in nome di “antiche virtù cristiane impazzite.”

Bernard Lugan

2019/01/27

 

 

PORTATORI DI PACE

La maggioranza del Congresso Americano, democratici e buona parte dei repubblicani, ha bocciato la decisione di Trump del ritiro delle forze militari americane da Siria ed Afghanistan. Il Presidente Trump sarà pure paralizzato nella sua azione politica; sta di fatto che la sua pura e semplice esistenza sta costringendo le forze politiche a mettere da parte ogni ipocrisia e a manifestarsi apertamente. Sarà sempre più difficile una operazione di mera restaurazione e di recupero in tempi rapidi di credibilità ed autorevolezza; come pura di una riproposizione dello schema classico destra/sinistra-democratici/conservatori.

qui sotto il link e la traduzione di una nota

In this Jan. 29, 2019, photo, Senate Majority Leader Mitch McConnell, R-Ky., speaks to reporters at the Capitol in Washington. In a rebuke to President Donald Trump, the Senate has voted 68-23 to advance an amendment that would oppose withdrawal of U.S. troops from Syria and Afghanistan. The amendment from McConnell says Islamic State and al-Qaida militants still pose a serious threat to the United States and warns that “a precipitous withdrawal” of U.S. forces from Syria and Afghanistan could allow the groups to regroup and destabilize the countries.