ITALEXIT, di Andrea Zhok

ITALEXIT

In questo periodo nell’area politica che frequento maggiormente c’è grande fermento, volano stracci e qualche coltellata.
Il grande tema è dato dalla comparsa sul terreno di un’aspirante forza politica, guidata dall’ex direttore della Padania e vicedirettore di Libero, sen. Gianluigi Paragone.

Il manifesto politico è scritto da mani capaci, e, per quanto semplicistico, tocca tutti i punti giusti nell’area di riferimento. Tuttavia più del manifesto, il cuore della proposta sta in ciò che viene comunicato dalla scelta stessa del nome: ITALEXIT, l’uscita dell’Italia dall’UE.

La fibrillazione nell’area politica di riferimento (oscillante tra ‘sinistra euroscettica’ e ‘destra sociale’) è manifesta. Il senso politico dell’operazione è piuttosto chiaro: esiste una fascia di elettorato rimasto politicamente orfano dopo che nella Lega l’europeismo di Giorgetti ha messo all’angolo l’area Borghi-Bagnai, e dopo che l’esperienza di governo ha mitigato l’euroscetticismo del M5S.
Il progetto di ITALEXIT sta nel chiamare a raccolta quest’area di malcontento in uscita da Lega e M5S, con numeri sufficienti da superare le soglie di sbarramento alle prossime elezioni politiche, portando qualcuno (a partire dal sen. Paragone) in Parlamento.

L’operazione è politicamente legittima e può avere successo.
Intorno a questa operazione, al suo retroterra e ai suoi concreti sbocchi si è acceso un rovente dibattito. Conformemente al modo di porsi del nuovo partito, la discussione si è immediatamente fatta incandescente intorno al tema dell’Italexit, con un ritorno in grande stile delle accuse di “altroeuropeismo”.

Per chi non sia addentro al linguaggio iniziatico di quest’area, per “altroeuropeismo” si intende l’atteggiamento, frequente soprattutto nella sinistra radicale, in cui da un lato si ammettono i difetti dell’Unione Europea, ma dall’altro si professa illimitata fiducia nella capacità dell’UE di autocorreggersi. “Altroeuropeismo” è un termine stigmatizzante in quanto l’Altroeuropeista finge di non vedere le colossali difficoltà, tecniche e politiche, che si frappongono ad una riforma radicale (ad esempio in senso keynesiano) dell’impianto normativo dell’UE, distintamente neoliberale.

L’Altroeuropeista esemplare è un parlamentare europeo che da decenni si atteggia a furente critico dell’Europa, salvo però rimanere attaccato al suo scranno e promettendo che le cose andranno meglio in seguito. L’Altroeuropeista non spende mai una parola che non sia generica intorno a ‘come’ le cose dovrebbero cambiare, salta a piedi pari la realtà dei rapporti di forza e dei vincoli, e si limita a ‘gettare il cuore oltre l’ostacolo’, proclamando la propria fede (e ciò magari gli fa guadagnare una cadrega).

Ora, mentre l’accusa di ‘Altroeuropeismo’ ha un’identità semantica ben chiara, per chi si appella all’Italexit, forse può essere interessante mettere alla prova un rovesciamento delle posizioni, per vedere se l’identità semantica del fautore dell’Italexit è parimenti chiara.

Qualcuno infatti potrebbe notare curiose quanto paradossali affinità formali tra i due estremi.

Dopo tutto chi pone l’Italexit come punto centrale e primario, proprio come l’Altroeuropeista, finge di non vedere le colossali difficoltà, tecniche e politiche presenti (qui rispetto all’uscita unilaterale dell’Italia dai trattati europei), come l’Altroeuropeista non spende mai una parola che non sia generica intorno a ‘come’ l’uscita dovrebbe avvenire, e come l’Altroeuropeista salta a piedi pari la realtà dei rapporti di forza e dei vincoli, limitandosi a ‘gettare il cuore oltre l’ostacolo’ e a proclamare la propria fiducia. (E chissà che così facendo non riesca pure lui a guadagnare una cadrega.)

A difesa di questa affinità formale si potrebbe dire che, dopo tutto, in entrambi i casi si tratta di posizioni critiche dello status quo, che per necessità devono appellarsi all’ottimismo della volontà, perché se aspettano il conforto della ragione potrebbero aspettare a lungo.

Questa è una possibilità, e se nel dibattito corrente non si fossero alzati i toni in maniera indecente, con accuse di tradimento come se piovesse, non mi sentirei di aggiungere altro.

Ma le accuse di ‘tradimento’ nei confronti di chi ha esaminato e denunciato reiteratamente il carattere neoliberale dell’UE, sono state davvero uno spettacolo po’ eccessivo anche per persone tolleranti.

Dunque, di fronte a questa chiamata alle armi nel nome dell’Italexit (e di ITALEXIT) forse qualche pacato ragionamento è doveroso.

Sulla cattiva coscienza degli Altroeuropeisti mi sono soffermato spesso, spendiamo dunque oggi un paio di parole sull’immaginario da Italexit.

Nell’agitare la parola d’ordine dell’Italexit ci sono, a mio avviso, tre livelli motivazionali possibili.

1) Il primo è il più semplice e diretto, ed evoca l’idea di qualcosa come strappare un cerotto: tieni il fiato, un momento di dolore, e poi stai bene. Qui stanno quelli che “mettiamo in moto la zecca di stato il venerdì sera, a borse chiuse, e zac, lunedì siamo di nuovo in possesso del nostro destino.”
Ora, è doloroso ricordarlo, perché sembra sporcare la bellezza della fede con la volgarità della realtà, però l’appartenenza dell’Italia all’UE consta di un intrico di scambi, contratti e leggi sedimentati in mezzo secolo, rispetto a cui è pia illusione pensare che l’unico problema da risolvere sia poter stampare moneta con valore legale. Che questo sia un punto strategico è certo, ma è solo un tassello in un ampio quadro complessivo. È ovvio che tutti i nostri rapporti reali, finanziari, di import-export, tutti i patti di collaborazione, la normativa sulla sicurezza transfrontaliera, gli accordi industriali, tutta la normativa sulle forme di scambio, sulla concorrenza, ecc. ecc. rimangono in vigore finché non vengono sostituite, una ad una.

Si tratta di un cambiamento storico che richiede non solo il supporto massivo delle forze politiche parlamentari, ma risorse tecnocratiche e la collaborazione di gran parte dei ceti dirigenti. Si tratta di un atto che avrebbe bisogno di un’unità d’intenti a livello nazionale come nella storia d’Italia non si è mai vista. Una volta ottenuta tale unità d’intenti saremmo di fronte ad un processo di medio periodo, in cui tutti gli accordi nuovi che vengono stipulati verranno stipulati sulla base dei reali rapporti di forza tra i contraenti, e saranno questi rapporti di forza a definirli come più o meno vantaggiosi rispetto agli accordi vigenti.
Più che strappare un cerotto, direi che siamo piuttosto dalle parti di tre anni di chemioterapia.

2) Il secondo tipo di argomento è di carattere tattico, ed agita l’Italexit più che come prospettiva rivoluzionaria come fattore di trattativa. In effetti un paese che ha tra le sue opzioni quella di abbandonare il tavolo ha un’arma in più nelle trattative, e in questo senso prendere in considerazione l’Italexit può rappresentare un modo per aumentare il proprio potere contrattuale in Europa.
Per molto tempo, quando in Italia era in vigore un irriflesso unanimismo sui ‘grandi ideali europei’, questa prospettiva tattica ha avuto grandi meriti, e anche ora, quando l’euroscetticismo è oramai sdoganato, rimane un buon argomento. Impostare il discorso in questi termini ha permesso di togliere molti veli e di vedere finalmente i rapporti intraeuropei per quello che sono: accordi tra stati nell’interesse degli stati.

I limiti di questa posizione sono, naturalmente, che una minaccia per conferire reale forza contrattuale dev’essere credibile. E aver maturato la consapevolezza che l’Europa non è il Paese dei Balocchi e che dobbiamo fare, come tutti, i nostri interessi, aumenta solo un po’ la nostra credibilità nel minacciare di andarsene. Il resto della plausibilità dipende da calcoli costi-benefici che hanno a disposizione anche gli interlocutori con cui si tratta e su cui non si può bluffare.

3) Il terzo tipo di argomento è quello del collasso endogeno. In questo caso parlare di Italexit può essere improprio, giacché la prospettiva effettiva è che venga meno per cedimento strutturale interno la casa da cui vorremmo uscire. Dunque non ce ne andremmo sbattendo la porta, perché non ci sarebbero più né la porta né le mura. Questa è l’opzione concretamente più probabile, ma è anche quella rispetto a cui le iniziative italiane giocano un ruolo irrisorio. Possiamo ‘prepararci mentalmente’. Possiamo preparare ‘piani B’. Ma in definitiva il boccino in mano ce l’hanno i paesi che l’UE la guidano, ed in particolare la Germania. Se la Germania decide che l’UE non è più un proprio interesse primario, si mette in moto un processo di disgregazione dei trattati in vigore, e di ridefinizione di altri trattati. Qui l’unico partito efficace per l’Italexit dovrebbe farsi eleggere al Bundestag.

Rispetto sia alle prospettive (3) che (2) qualunque rimodulazione tedesca delle regole europee (come quelle avvenute con il ruolo di supporto ascritto alla BCE, e anche con il Recovery Fund) modifica le carte in tavole e le opzioni disponibili. Condizioni più gravose rendono la minaccia di Italexit più plausibile e il collasso endogeno del sistema più probabile. Al contrario, condizioni di allentamento dei vincoli e di mutualità riducono la plausibilità sia di (2) che di (3).

Visto in quest’ottica, il quadro appare come alquanto meno rigidamente ideologico di quanto ci si potrebbe aspettare, e alquanto più pragmatico. E in effetti non c’è molto da stupirsi, perché, caso mai ce ne fossimo scordati, l’Italexit non è un fine ma un mezzo. Ed essendo un mezzo e non un fine, le sue forme, la sua plausibilità e l’intensità delle sue pretese possono variare a seconda di come varia il contesto storico e politico.

Dunque, se l’Italexit è un mezzo e non un fine, la vera domanda da porsi è: un mezzo per cosa?

La mia risposta è di ispirazione socialista ed è semplice: l’Italexit, se un senso ce l’ha, ce l’ha in quanto mezzo per riacquisire una sovranità democratica capace di porre in essere politiche nell’interesse del lavoro e di ridurre il potere di ricatto del capitale. Sovranità democratica e centralità del lavoro sono inscritte nel primo articolo della nostra Costituzione, e sono il lascito di un’epoca socialmente più avanzata di quella attuale.

La costruzione dei trattati europei, in particolare dal Trattato di Maastricht, ha imposto una svolta in senso dichiaratamente neoliberale, con la concorrenza posta come ideale normativo e la tutela della stabilità della moneta anteposta all’occupazione e ai salari. Dunque la catena logica va dalla tutela del lavoro, alla sovranità democratica, al rigetto della normativa europea.

Quest’ordine logico ha alcune implicazioni fondamentali. Non ogni modo di respingere le normative europee vale uguale.

Brandire l’Italexit per consegnare i lavoratori italiani a un settore industriale sussidiato dallo Stato non sarebbe un passo avanti, ma due indietro. Che la normativa europea vieti aiuti di stato all’industria privata (sia pure con svariate eccezioni) potrebbe rendere un rigetto della normativa europea accettabile per diversi settori industriali, ma di per sé potrebbe essere una condizione peggiorativa per il lavoro.

Brandire l’Italexit per svincolare le industrie italiane dai vincoli ambientali imposti a livello europeo può suonare liberatorio per molta piccola e media industria (e talvolta, visti gli inghippi burocratici, lo è senz’altro), ma non garantisce affatto un futuro migliore per il paese.

Brandire l’Italexit per ricollocarsi con più forza di prima sotto l’ombrello americano e atlantico non è, di nuovo, il viatico ad un paese migliore per i lavoratori italiani. Incidentalmente, l’Italia ha sofferto di pesanti limitazioni della sovranità almeno dal 1945, e ha perso di peso e ruolo industriale in quegli anni sotto la pressione USA (Mattei, Olivetti). Di fatto per parecchi anni la prospettiva europea è stata vissuta, sia a destra che a sinistra, come un modo per sottrarsi al giogo americano. Che per sfuggire al giogo americano si sia commesso l’errore di infilarsi nella trappola ordoliberale tedesca non significa che sfuggire oggi alla trappola ordoliberale tedesca per rifluire in quella neoliberista austro-americana sia un colpo di genio.

Ora, in conclusione, mi pare ci siano solo tre prospettive di massima sul tema Italexit.

La prima è pragmatica, e guarda all’appello all’Italexit come ad uno strumento politico accanto ad altri, uno strumento che sotto certe condizioni può essere utile coltivare, ma che non ha nessun valore intrinseco: esso conta se e quando è una carta giocabile per ottenere un miglioramento diffuso delle condizioni di vita nazionali. Ma non è un fine, non è un punto d’arrivo, non è una meta agognata, non è niente cui si deve giurare fedeltà. Date certe condizioni contingenti può essere uno scopo intermedio parziale.

La seconda prospettiva è ideologica e, appunto, pone il mezzo come fine: si pone l’Italexit come se fosse un ideale a sé stante, e dopo aver redatto un libro (o pamphlet) dei sogni si spiega al pubblico plaudente che ‘prima si deve riacquisire la sovranità’ e solo poi si potrà agire nel tessuto del paese secondo i precetti del libro.
Questa prospettiva, naturalmente, si garantisce a priori di non dover mai arrivare alla prova dei fatti; figuriamoci infatti se un’impresa letteralmente rivoluzionaria – e potenzialmente cruenta – come l’Italexit può essere affidata dal popolo a qualcuno sulla fiducia, solo perché ha redatto due buoni propositi sul web o ha ‘bucato il video’ con un meme. Si tratta ovviamente di un bellicoso pour parler destinato ad essere inconseguente rispetto alle promesse.

La terza prospettiva è opportunistica e personalistica. Essa non crede neanche per un minuto che la parola d’ordine dell’Italexit indichi una qualche sostanza politica percorribile. La sua funzione effettiva è di intercettare l’attenzione pubblica intorno a qualche slogan impetuoso e tranchant, in modo da ottenere una massa elettorale bastevole a portare qualcuno in parlamento. Questa prospettiva è possibile, ma al netto del gioco di specchi per i gonzi, la sua legittimità sta tutta nella credibilità personale di chi viene mandato in parlamento. Il voto viene in effetti chiesto sulla fiducia, e qui tutto dipende da questa fiducia.

Se da chi ti chiede il voto non compreresti un motorino usato, puoi impiegare gli atti di fede in direzioni più proficue.

Dalla Germania al Mediterraneo, del Generale Marco Bertolini

“Oltre la politica interna, la mossa voluta da Trump evidenzia il ritorno alla Great power competition, cioè lo sforzo di contrastare la Russia tra Medio Oriente e Libia, e la Cina, attiva con la Via della Seta, che ingolosisce molti Paesi europei”. L’analisi del generale Marco Bertolini, già comandante del Coi e della Brigata paracadutisti Folgore

Il dispositivo strategico degli Stati Uniti è sempre stato caratterizzato da una generosa disseminazione di forze in buona parte dei Paesi europei, con una concentrazione marcata in Germania (36 mila uomini negli ultimi anni). C’erano ragioni storiche per quest’assetto, tenuto conto che la Germania era stata l’obiettivo primario della guerra di ottant’anni fa e che nel confronto col Patto di Varsavia doveva rappresentare il teatro dello sforzo principale della Nato. C’erano poi ragioni più politiche, come il controllo da vicino di un Paese che ha sempre preoccupato, per le sue potenzialità, “l’amico” americano. Ora, con una recente decisione del Pentagono, circa seimila militari americani “tedeschi” dovrebbero presto essere ripiegati negli Usa, mentre pochi di meno verrebbero ridislocati in altri Paesi europei, tra cui l’Italia, lasciando in Germania “solo” 24 mila uomini circa.

La mossa, fortemente voluta da Donald Trump, evidenzia un suo preciso disegno complessivo nella Great Power Competition, vale a dire nello sforzo statunitense per confermare la supremazia militare nel confronto con Russia a Cina, resa quanto mai urgente dall’attivismo di Mosca in Medio Oriente e in Libia, nonché da quello di Pechino con l’iniziativa della Via della Seta che ingolosisce molti Paesi europei, tra cui il nostro. Inoltre, potrebbe essere utile per conseguire una pluralità di obiettivi diversi.

Prima di tutto, con un occhio alla politica interna statunitense, Potus segna un punto a suo favore, con l’approssimarsi della scadenza elettorale che lo vede contrapposto a Joe Biden, nel confermare al suo elettorato un seppur parziale ridimensionamento del ruolo degli Usa quale poliziotto globale. Così facendo, impone il suo “passo” al partito democratico, che della globalizzazione è un fautore acclarato, e afferma la sua autorità nei confronti dell’establishment. Si impone, infatti, su quel Deep State che ha importanti ramificazioni anche negli alti vertici militari che lo hanno sfidato pure con inedite prese di posizione pubbliche da parte di alcuni famosi generali in quiescenza.

In secondo luogo, per quanto ci riguarda più da vicino, la decisione rappresenta un segnale forte lanciato ai Paesi europei – a partire dalla Germania stessa – da lui accusati di non impegnarsi sufficientemente con un programma di potenziamento militare nell’ambito della Nato. E Berlino evidenzia, al riguardo, l’abbandono delle frustrazioni di ex Paese “occupato” dimostrando di non gradire una mossa che altera uno status quo che ormai gli va bene. Anzi benissimo, se si considera il ruolo di primissimo piano nel quale si è affermato nel Vecchio continente, anche ai danni di altri Paesi come il nostro, come dimostrato dalle recenti questioni inerenti il Recovery Fund che lo confermano leader continentale indiscusso.

Da questo punto di vista, e qui arriviamo al terzo obiettivo, più che il ritiro di una parte dei militari negli Usa, è il ridislocamento di un’altra cospicua parte degli stessi (5.800 uomini) in altri Paesi europei a rappresentare il segnale più forte da un punto di vista strategico. Con questo provvedimento, infatti, si certifica una relativa perdita di importanza della Germania rispetto allo scacchiere meridionale, per il quale da anni l’Italia lamenta una scarsa attenzione da parte della Nato. Il nostro Paese, al contrario, dovrebbe vedere un aumento di forze Usa sul proprio territorio al quale non potrà non corrispondere un cambio del nostro ruolo nel “gioco” militare della super-potenza nel Mare Nostrum, fino ad ora abbandonato alle iniziative turche e francesi, per limitarci ai Paesi della nostra Alleanza. Non so quanto questo possa far piacere a una classe politica che considera le nostre Forze armate il succedaneo povero di quelle dell’Ordine, da impiegare nel controllo del distanziamento sociale nelle spiagge; ma chi riuscisse a fare due più due quattro potrebbe scoprire che il mondo sta cambiando, nonostante le nostre resistenze.

Infine, il provvedimento si presenta come manovra a bilancio zero nella strategia complessiva statunitense, disegnata in buona parte da quello che è stato definito lo stratega di Trump, quel generale Flynn riemerso dalla palude di accuse infamanti alle quali era stato sottoposto ancor prima dell’insediamento del suo presidente. Alla diminuzione delle forze, infatti, corrisponde un aumento in termini di aderenza alle aree più preoccupanti da parte di quelle unità che rimarranno nel vecchio continente. Ciò vale soprattutto per il sud Europa, dal quale il Comando statunitense per l’Africa (AfriCom) potrà esercitare una maggiore influenza sul “continente nero”, col bubbone dell’islamismo radicale che i francesi stentano a controllare nel Sahel. Ma un occhio sarà anche al Sud Europa stesso, esposto dagli egoismi dei sedicenti “frugali” europei alle tentazioni cinesi e russe. E che la frugalità dei contadini, dei minatori e dei pescatori virando a improbabile dote degli speculatori potesse esporre a queste conseguenze anche nel campo strategico è veramente la novità di questi strani tempi. Con la quale è il caso di fare i conti.

tratto da https://formiche.net/2020/07/germania-ritiro-truppe-usa-bertolini/?fbclid=IwAR3k2S1ocdN55ie5O3y60gSb8SzuwHtuAnqyTXxY9tIcxTBeS3T_aG7qsaQ

Barboncini, processi e buchi nell’acqua, di Roberto Buffagni

Barboncini, processi e buchi nell’acqua

 

Cari Amici vicini & lontani,

in queste belle giornate estive due fatti di cronaca campeggiano sui media: lo sbarco di immigrati tunisini a Lampedusa con barboncino (di nazionalità ignota) al seguito[1], e l’autorizzazione a procedere per il caso Open Arms[2] contro Matteo Salvini concessa dal Senato[3].

L’autorizzazione a procedere contro Matteo Salvini per il caso Open Arms è motivata, ovviamente, da ostilità politica nuda e cruda, manifestata in forma particolarmente indecente , perché a) si è trattato di un atto squisitamente politico compiuto da un ministro in carica b) la responsabilità politica di quell’atto è condivisa, come minimo, dal Presidente del Consiglio del governo giallo-verde Giuseppe Conte, che andrebbe dunque processato anch’egli: cosa un po’ complicata e ossimorica, visto che Conte continua ad essere il Presidente del Consiglio in carica anche del governo giallo-rosa, sostenuto dalla maggioranza che ha appena votato l’autorizzazione a procedere contro Salvini.

Probabilmente, a Matteo Salvini non dispiace la prospettiva di finire sotto processo per il caso Open Arms, perché gli serve su un vassoio d’argento l’opportunità di presentarsi come vittima di un’ingiustizia e unico difensore degli italiani dai pericoli dell’immigrazione incontrollata. Tant’è vero che ha già diffuso il trailer dello spettacolo mediatico-giudiziario di cui sarà protagonista, dichiarando a caldo «Contro di me festeggiano i Palamara, i vigliacchi, gli scafisti e chi ha preferito la poltrona alla dignità. Sono orgoglioso di aver difeso l’Italia: lo rifarei e lo rifarò. Vado avanti, a testa alta e con la coscienza pulita»

L’autorizzazione a procedere è sicuramente un’ingiustizia; resta da vedere se Salvini sia una vittima.

Secondo me, sì: Salvini è una vittima, ma è una vittima anzitutto di se stesso e della povertà desolante della sua cultura e azione politica. Motivo? Ecco il motivo, anzi i motivi.

  1. La maggioranza parlamentare che l’ha indecentemente mandato a processo l’ha costituita lui, con la sua decisione dell’agosto scorso di far cadere il governo, nella speranza di provocare nuove elezioni e di incassare un diluvio di consensi[4]. All’epoca, la decisione di Salvini fu attribuita a valutazioni strategiche così raffinate da risultare accessibili solo a un Olimpo di pochi eletti strateghi. Ai molti perplessi si ingiunsero umiltà, silenzio, fiducia, come ai militi dell’Arma (mele marce escluse). Salvo prossimi, miracolosi rovesciamenti della situazione, forse implicanti intervento dei Piani Superiori (dagli USA di Trump a Padre Pio) mi pare si possa pacificamente riscontrare che le valutazioni strategiche di cui sopra erano, tutto sommato, sbagliate.
  2. L’azione politica per cui Salvini viene oggi indecentemente processato, e le altre analoghe da lui compiute come Ministro degli Interni, ovvero la chiusura dei porti agli immigrati clandestini, aveva già allora due caratteristiche principali: a) faceva acquisire una valanga di consensi a Salvini b) era ovviamente insufficiente per affrontare sul serio il problema (enorme) dell’immigrazione[5], perché da un canto è impossibile chiudere efficacemente i porti nell’attuale quadro politico e legislativo, e dall’altro, il problema dell’immigrazione si può affrontare solo se si ha una visione adeguata della politica internazionale, in particolare dei rapporti tra l’Italia e i paesi che si affacciano sul Mediterraneo.

Evidentemente, per Salvini era rilevante soltanto l’aspetto sub a) della sua azione politica, cioè il fatto che gli faceva acquisire tanti consensi. Consensi che in un regime di democrazia parlamentare a suffragio universale hanno certo importanza decisiva, per un politico, ma che non sono tutto; anche perché come si acquisiscono, così si perdono: e se si acquisiscono con azioni dimostrative attente anzitutto all’immagine, ma che non producono alcun risultato concreto, si perdono quando l’immagine di autorevolezza e di sbrigativa efficacia proiettata con l’ausilio di Photoshop si appanna, o addirittura viene smentita dai fatti.

Qualcosina di meglio e di più anche Salvini avrebbe potuto fare, quando era ministro, anche sotto il profilo dell’immagine. Qui vi racconto un minimo esempio di quel qualcosina di più e di meglio.  Ce ne sono certamente altri, ma vi racconto questo perché lo conosco bene, visto che alla Lega l’ho proposto io.

Come sanno i lettori di italiaeilmondo.com e non solo loro (se n’è parlato in più occasioni sulla stampa nazionale, è stato presentato in un importante convegno internazionale in Tunisia, lo conoscono molto bene il governo tunisino e l’ambasciatore italiano a Tunisi) il nostro collaboratore Antonio de Martini è il referente italiano di un importante e suggestivo progetto, appoggiato da tre Università italiane, “Mare nel Saharahttps://www.medinsahara.org/

In pillola, è la ripresa aggiornata di un antico progetto francese, mai realizzato per contrasti politici, che fu appoggiato da Ferdinand de Lesseps[6], promotore ed esecutore del Canale di Suez e del Canale di Panama. Nel deserto tunisino vi sono vaste depressioni naturali, gli chott, site in prossimità del Mediterraneo. Escavandole per aumentarne la profondità, e sterrando un canale, vi si potrebbe far irrompere il Mar Mediterraneo, creando un mare artificiale. Con l’evaporazione, esso cambierebbe il microclima, rendendo fertili i terreni circostanti. Risultano subito chiare le ricadute positive economiche e sociali per la Tunisia e per l’Italia. Per la Tunisia, creazione immediata di 60.000 posti di lavoro, estensione della superficie coltivabile e creazione di una nuova leva di agricoltori; sviluppo di pesca e turismo marittimo (il 20% del PIL tunisino si deve al turismo). Per l’Italia, 4-5 miliardi di euro di lavori per imprese italiane, alle quali sarebbero commessi i lavori che esigono superiori capacità e tecnologie; cessazione dell’immigrazione clandestina dalla Tunisia; accrescimento del prestigio e dell’influenza politica italiana nella regione che è la cintura di sicurezza geopolitica naturale per l’Italia, la costiera mediterranea dell’Africa; replicabilità dell’iniziativa anche altrove, per esempio in Algeria, dove esistono condizioni geografiche analoghe. Ma invito i lettori a consultare il sito https://www.medinsahara.org/, dove troveranno le informazioni essenziali su questo bel progetto.

Per quanto riguarda la Lega, e in generale il defunto governo giallo-verde, l’opportunità e il vantaggio politico, anche di immagine, di promuovere un progetto simile mi parevano abbaglianti come il sole del deserto. Anzitutto, sul piano dell’immagine e del consenso, appoggiare questo progetto significava  fare per primi quel che gli avversari politici immigrazionisti dicono sempre di voler fare e non fanno mai: “aiutarli a casa loro”: e quindi tappare la bocca all’avversario. Per forze politiche prive di esperienza internazionale e di governo nazionale come Lega e Cinque Stelle, inoltre, sponsorizzare un progetto del genere implicava presentarsi come forze responsabili e lungimiranti, capaci di strategia internazionale. Per Matteo Salvini personalmente, poteva essere una buona occasione per smentire le accuse d’essere un capopopolo incolto e chiacchierone di cui lo bersagliano gli avversari,  proponendosi invece come statista affidabile, che sa coinvolgere persino gli avversari politici in progetti di vasto respiro: se avesse voluto respingere a priori e disprezzare un progetto di cui tutto si può dire tranne che sia razzista, il PD si sarebbe trovato in grave imbarazzo.

A ciò si aggiunga che per acquisire gli elementi di valutazione indispensabili a decidere se passare alla fase operativa vera e propria, bastava finanziare con 3-400.000 euro uno studio di fattibilità, del quale sono già individuate le fasi essenziali. Se per una delle mille ragioni possibili si fosse poi deciso di non dare il via al progetto, nessuno avrebbe potuto accusare i promotori politici di aver sprecato ingenti risorse; e intanto, essi avrebbero incassato l’effetto promozionale di un nobile, encomiabile tentativo di affrontare il problema, sul serio enorme, dell’immigrazione.

Così, all’insediamento del governo giallo-verde interessai al progetto il sen. Alberto Bagnai, e lo misi in contatto con Antonio de Martini. Il sen. Bagnai, però, non ritenne opportuno incontrare de Martini (che peraltro abita anch’egli a Roma) e lasciò cadere la proposta.

Grazie alla cortese disponibilità di un intermediario, incontrai poi l’On. Riccardo Molinari, capogruppo leghista alla Camera. L’ On. Molinari, che qui colgo l’occasione di ringraziare, mi ha ricevuto con prontezza e cortesia, e mi ha dedicato due ore del poco tempo di cui dispone un politico molto impegnato. Nel nostro colloquio gli illustrai il progetto, e da lui richiestone mi diffusi sull’importanza politica e geopolitica del Mediterraneo per il nostro paese. In lui trovai un interlocutore attentissimo, intelligente e molto disponibile, benché la materia in discussione non facesse parte della sua esperienza politica precedente. Ci congedammo con l’intesa che l’On. Molinari avrebbe portato il progetto, con le sue implicazioni, all’attenzione del segretario del suo partito, Matteo Salvini.

Risultato: un buco nell’acqua.

E’ vero: l’attuazione del progetto “Mare nel deserto” non avrebbe risolto definitivamente il problema dell’immigrazione, né soddisfatto l’ambizione di Matteo Salvini di guidare il governo italiano. Forse, però, se Matteo Salvini, invece di scavare un buco nell’acqua dopo l’altro, avesse fatto scavare qualche buco nella sabbia del deserto tunisino, oggi si troverebbe meglio. L’Italia e la Tunisia, di sicuro.

That’s all, folks.

 

 

 

[1] https://www.corriere.it/cronache/20_luglio_28/migranti-barboncino-travestiti-turisti-nuove-tecniche-sbarco-c3dcb4c0-d0a0-11ea-b3cf-26aaa2253468.shtml

[2] https://www.corriere.it/cronache/20_luglio_30/caso-open-arms-tar-scontro-ministri-ecco-cosa-accadde-f687df6e-d23d-11ea-9ae0-73704986785b.shtml

[3] https://www.corriere.it/politica/20_luglio_30/salvini-va-processo-il-caso-open-arms-senato-concede-l-autorizzazione-procedere-37b84b96-d27e-11ea-9ae0-73704986785b.shtml

[4] L’ho commentata nel settembre 2019, e purtroppo devo constatare che ci ho indovinato: http://italiaeilmondo.com/2019/09/11/lezioni-di-umilta-di-roberto-buffagni/

[5] Qui, in una serie di tre articoli, ne tratto sotto il profilo del conflitto politico su base etnico/religiosa che immigrazione e allargamento dello ius soli possono causare: http://italiaeilmondo.com/?s=ius+soli

[6] https://it.wikipedia.org/wiki/Ferdinand_de_Lesseps

Libro – Il Medio Oriente in fase di ristrutturazione (4/5), di Eugène Berg

Sappiamo che il Medio Oriente si concentra in uno spazio relativamente piccolo, un massimo di domande di natura geopolitica, molteplici antagonismi, nonché questioni politiche, religiose, economiche, sociali e culturali. Nessuno spazio al mondo come quello situato tra il Mediterraneo, il Mar Nero, il Mar Caspio, il Mar Rosso e il Mar Arabico ha così tante guerre, conflitti, scontri e sconvolgimenti. Da qui il grande interesse che si lega all’opera monumentale di Gérard Fellous dedicata alla regione del Medio Oriente, a differenza di qualsiasi altra.

A giudicare da cinque volumi, in oltre 2.500 pagine ampie e ben documentate che coprono tutti i paesi, tutte le domande relative a questa vitale area geopolitica alla confluenza di tre continenti.

Gérard Fellous ha seguito nella sua carriera giornalistica le evoluzioni geopolitiche dei paesi del Medio e del Medio Oriente, alla guida di un’agenzia di stampa internazionale. Esperto per le Nazioni Unite, l’Unione europea, il Consiglio d’Europa per i diritti umani e l’Organizzazione internazionale della Francofonia, è stato consultato da numerosi paesi arabo-musulmani. Il segretario generale della Commissione consultiva nazionale per i diritti umani (CNCDH) a nove primi ministri francesi, tra il 1986 e il 2007, ha trattato, in simbiosi con la società civile, le questioni della società sottoposte alla Repubblica.

Senza essere in grado di darne una spiegazione nella sua totalità, prendiamo in considerazione gli elementi essenziali, esaminando i cinque volumi, che costituiscono altrettanti punti di riferimento essenziali.

Volume 4: Siria: un devastante conflitto asimmetrico

La crisi siriana – equazione con molte incognite in cui piccole cause generano grandi conseguenze, in una sorta di “effetto farfalla”, sembra essere l’epicentro di una profonda destabilizzazione e il modello di sconvolgimento regionale. Nove anni dopo il suo scoppio, il caos siriano sotto Bashar al-Assad è, in larga misura, mantenuto da quattro potenze egemoniche, tre regionali, come abbiamo visto: Turchia, Iran e Arabia Saudita e una internazionale : Russia, a cui si sono unite varie coalizioni statali di geometrie diverse. Queste interferenze si sovrappongono sul campo siriano, come “bambole russe”. La Turchia, in costante guerra contro i curdi, ma anche occasionalmente contro il regime siriano, strumentalizza sul suo territorio quasi 4 milioni di rifugiati siriani.

Una vera borsa di nodi 

La Russia, alleata “occasionale” della Turchia, è decisamente ostile a tutti gli oppositori o ribelli che potrebbero minacciare il regime siriano. Lo scontro tra sunniti e sciiti si riflette in Siria da una “guerra fredda” tra Iran e Arabia Saudita che produce costantemente scontri armati, come in tutta la regione. Gli Stati Uniti, sotto le successive presidenze di Barak Obama e Donald Trump, hanno cercato, non senza difficoltà, di adattarsi alle mutevoli realtà della Siria, rifiutando di “impegnarsi come in passato in Vietnam. in Afghânistân, volendo creare lì nuovi equilibri. L’Unione europea è timidamente coinvolta di fronte al flusso incontrollato di rifugiati siriani, cui si aggiungono immigranti economici dal Sahel. Questi poteri sono più o meno coinvolti,

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La Repubblica araba siriana offre quindi un paradigma geopolitico che consente di decifrare la nuova decomposizione-ristrutturazione di tutto il Medio Oriente. Nel corso degli anni, questo paese si è trovato all’epicentro di tensioni multiple. A causa dell’assenza di una nuova leadership politica e militare regionale, un vuoto lasciato dall’Egitto, in cui Iran, Turchia e Arabia Saudita stanno cercando di imporsi. La crisi umanitaria siriana è tra le più gravi al mondo. 700.000 persone sopravvissero in 15 aree assediate, tra cui 300.000 bambini. Quasi 5 milioni di persone, tra cui oltre 2 milioni di bambini, vivevano in aree estremamente difficili da ottenere per gli aiuti umanitari a causa di incessanti combattimenti, insicurezza e restrizioni alla libera circolazione.

Alla domanda che tutti si pongono, perché il regime di Assad è stato in grado di durare per più di otto anni dopo l’inizio di una guerra civile scoppiata nel 2011, quando molti altri regimi autocratico nel mondo mediorientale è stato spazzato via o modificato in paesi come Tunisia, Algeria, Yemen , Egitto, Bahrain o Iraq, Gérard Fellous fornisce sei elementi della risposta.

Le ragioni della sussistenza del regime siriano 

Ha beneficiato di un esercito professionale e ben equipaggiato la cui forza principale non era nel piccolo numero della sua fanteria, supportata da milizie radunate e mercenari stranieri, ma nella sua forza aerea e nella sua difesa antiaerea notevolmente rafforzata da trasferimenti tecnici e di investimento dall’Iran e dalla Russia. Per la sua difesa antiaerea, il materiale obsoleto del tipo SA-5, SA6 e SA-7 che possedeva, è stato sostituito dai missili antiaerei SA-17, SA-22 e SA-24 di modelli recenti. Il regime siriano era quindi presente nel suo spazio aereo, lasciando inizialmente alle forze aeree della coalizione solo gli attacchi contro i territori detenuti da Daesh.

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A differenza della Libia, le forze aeree occidentali hanno trovato molto più difficile distruggere le forze aeree siriane e gli attacchi antiterroristici, con il rischio di imbattersi in una copertura russa. Solo l’aviazione israeliana ha fatto intrusioni più di cento volte nello spazio aereo siriano, o da quello del Libano, per distruggere centri di raccolta e convogli missilistici iraniani destinati a Hezbollah e ai combattenti. iraniani. Assad ha la possibilità di sparare alla folla di civili solo con armi leggere, riservando pesanti munizioni per la distruzione di edifici e gas venefici nei centri urbani detenuti da gruppi militari ribelli. Pertanto, i carri armati e l’artiglieria erano stati usati solo con parsimonia contro importanti località detenute dagli avversari dell’ASL (Esercito siriano libero). Oltre a un esercito convenzionale progettato per il campo di battaglia, o contro Israele, il clan Assad fece appello a forze meglio addestrate nel combattimento asimmetrico, adottando una tattica di controinsurrezione. La Russia e l’Iran hanno lavorato per dissuadere qualsiasi suggerimento di un intervento diretto da parte dell’Occidente contro le infrastrutture militari siriane, in particolare l’aria, come nel caso della Libia.

Nel quadro delle Nazioni Unite, la Russia, e in parte la Cina, ha bloccato qualsiasi risoluzione che consentisse operazioni militari dirette contro il regime di Assad. L’Iran ha reso la Siria il primo dei campi di battaglia della sua “guerra che incombe sull’America”. Teheran si occupò quindi dell’addestramento di 50.000 combattenti delle forze speciali siriane e inviò le proprie “forze speciali di Al-Quds” in prima linea a sostegno dei combattenti di Hezbollah. Mantenendo una selvaggia repressione contro qualsiasi inclinazione di opposizione o ribellione, il regime di Assad ha mantenuto un equilibrio di potere attraverso il terrore, che gli è stato rapidamente favorevole. Dopo i primi colpi contro la folla di manifestanti, il regime ha continuato ad arrestare e imprigionare migliaia di ribelli, uomini, donne e persino bambini,

Terrorismo delle popolazioni, una strategia redditizia

Terrorizzando le popolazioni, sunnite o minoritarie, la strategia di Damasco è stata quella di tentare di tagliare l’opposizione politica e militare dal suo popolare substrato. La violenza e la crudeltà del regime non sono “libere”, corrispondono a un freddo calcolo politico. La mancanza di credibilità politica e la frammentazione dell’opposizione in esilio sono state sfruttate a suo vantaggio dal regime di Assad. Damasco ha tratto grande beneficio dal loro dissenso interno, soprattutto quando il CNS (Consiglio nazionale siriano) è stato accusato dall’ASL di opportunismo, di essere tagliato fuori dalle realtà sul terreno o di essere dominato dai Fratelli Musulmani. Attuando, agli occhi dell’opinione mondiale, la massima: “Tra due mali, scegli il meno dannoso”,

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Dal 2012, Damasco si è sforzato di squalificare la FSA, insistendo sul fatto che il Fronte di Al-Nosra era più disciplinato, non praticando il saccheggio e il racket dei siriani, supportati dai patroni del Golfo. La propaganda ufficiale ha suggerito che il Fronte di Al-Nusra spesso soppianta l’FSA, essendo un attore militare tatticamente credibile. In secondo luogo, Damasco ha insistito sulla violenza praticata da questi jihadisti, sul loro desiderio di far dominare la Sharia in diversi distretti di Aleppo controllati dall’opposizione, diffondendo ampiamente esecuzioni sistematiche di prigionieri, decapitazioni di Alawites o Cristiani, e facendo circolare questi video su Internet. Bashar al-Assad non ha nascosto la sua soddisfazione nel vedere le Nazioni Unite mettere questi jihadisti nella lista dei “terroristi”.

Accettando la propaganda jihadista e diffondendola ampiamente sulle reti, Bashar al-Assad ha cercato di apparire come un male minore. Infine, il regime di Assad ha lavorato per riguadagnare la legittimità politica, non solo “organizzando” le elezioni, ma garantendo che siano ampiamente conquistate. Pertanto, con l’estrema violenza della repressione, Bashar al-Assad associò un certo “machiavellismo politico”, così come suo padre Hafez. In futuro, la Siria sarebbe in grado di sopravvivere al caos generato dal regime di Assad? Oggi non esiste un’alternativa credibile ad Assad, che non lo rende una soluzione duratura e desiderabile. Le sue frange più vulnerabili rispondono alla violenza con violenza e morte.

Pertanto, la dittatura del regime di Assad risponderebbe al nichilismo di Daeshe islamisti estremisti. Dopo anni di violenza e una serie di tentativi di mediazione diplomatica, dopo essere impantanato in sovrapposizioni di scontri militari e aver esaurito ogni ricorso per una soluzione politica, la Siria, come il resto il Medio Oriente, si rassegna a un futuro religioso fondamentalista? – Allo stesso modo, gli scontri diretti tra sciiti (regime alawita), sunniti e curdi, in un contesto in cui interessi e posizioni sono mescolati, lasceranno profonde e durature conseguenze di fratture sociali e politiche. – I tentativi del regime di Assad di “vittimizzare” la minoranza alawita nel conflitto interno e la sua militarizzazione che potrebbe solo essere accompagnata da una maggiore confessionalizzazione, porteranno i loro frutti velenosi, come l’Iraq, dalla Libia o dallo Yemen. La crisi siriana ebbe la particolarità di non essere stata inizialmente di natura religiosa, ma che alla fine sarebbe finita lì.

Un pedaggio molto pesante

Né l’Iran, né gli altri due sostenitori di Damasco, la Russia e, in misura minore, la Cina, né il mondo sunnita schierato dietro l’Arabia Saudita e alcuni paesi del Golfo saranno in grado di assumerlo a lungo, senza senza fiato. Tuttavia, il bilancio della guerra civile asimmetrica è uno dei più pesanti che la regione abbia conosciuto nella sua storia contemporanea, dal numero di morti e feriti civili, dalla distruzione di infrastrutture economiche e dal volo degli abitanti. preso in ostaggio dalle forze in presenza e spinto a trovare rifugio, in massa, nei paesi vicini e fino in Europa. La soluzione di una divisione geografica della Siria tra comunità religiose ed etniche (aree alawite / cristiane / curde / sciite / sunnite …) con un governo composito e debole a Damasco, come quello stabilito in un Iraq instabile, proprio come in una sfilacciata Libia o in un Libano in tensione, sarebbe la peggiore prospettiva offerta. Una spartizione militare del paese potrebbe derivare di fatto da una “guerra totale” senza fine, tra un lato una “utile Siria” in Occidente, che va da Aleppo a Damasco, attraverso la fascia costiera di Latakia. nella città centrale di Homs, controllata dal regime di Assad e dai suoi alleati; e dall’altro controllato dal regime di Assad e dai suoi alleati; e dall’altro controllato dal regime di Assad e dai suoi alleati; e dall’altroIl “Daechstan”, detenuto da jihadisti di ogni genere, si fondeva in popolazioni-tribù, clan, milizie, famiglie convertite. I curdi avrebbero poi formato il loro sogno “Kurdistan”, a cavallo tra Siria e Iraq.

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Quali sarebbero in definitiva le condizioni utopiche per la normalizzazione, chiede Gérard Fellous? Lo scenario perfetto per porre fine alla crisi in Siria consisterebbe nello sradicare il jihadismo e soprattutto Daesh dal paese, rimuovendo Bashar al-Assad e il suo clan dal potere, neutralizzando le molte fazioni armate che stanno dividendo e saccheggiando il paese, e promuovere l’emergere di una vera opposizione politica legata in una certa misura a un sistema democratico. Ma questo progetto incontrerebbe molte difficoltà che sembrano insormontabili a breve termine. Al fine di ripristinare l’autorità di uno stato siriano stabile su tutto il suo territorio, il primo passo sarebbe la distruzione di Daesh, non solo dopo che lo Stato islamico fosse stato cacciato dalle sue due “capitali”, Rakka (Siria) e Mosul (Iraq), e i suoi “contatori” circostanti, ma anche le aree rurali o desertiche in cui si era ritirato evitando di combattere. Le scelte dell’Arabia Saudita di acquisire una posizione dominante nello scontro sunnita-sciita, mantenendo indefinitamente le tensioni nell’Umma, anche nei suoi interventi contro gli hutisti nello Yemen L’incerta polarizzazione di una Turchia ossessionata dalla sua lotta contro la Curdi, ostacolando il loro progetto per un territorio transfrontaliero autonomo. Internamente in Siria, la pace civile potrebbe essere ripristinata solo su due presupposti: * Le centinaia di milizie, piccole o potenti, legate al regime di Assad o all’opposizione o soprattutto indipendenti, dovranno essere disarmate e dissolte. Alcuni potrebbero essere integrati in un nuovo esercito nazionale regolare. Una pace negoziata sarebbe il prerequisito per un processo di transizione politica come indicato da diciassette paesi nel novembre 2015 a Vienna, sotto l’egida delle Nazioni Unite e dell’Unione Europea. Ma la probabilità di successo di questa uscita dalla crisi sembra molto ridotta nel prossimo futuro. La logica bellicosa della sottomissione tribale predomina sempre e ovunque. Il regime di Assad non sarà mai pronto a rinunciare alla zavorra per la pace né a prendere in considerazione la minima concessione di condividere il proprio potere, a condizione che il suo potere militare sia assicurato dalla combinazione delle forze russe e iraniane. Bashar al-Assad ha preso in ostaggio Mosca e Teheran. Ma la probabilità di successo di questa uscita dalla crisi sembra molto ridotta nel prossimo futuro. La logica bellicosa della sottomissione tribale predomina sempre e ovunque. Il regime di Assad non sarà mai pronto a rinunciare alla zavorra per la pace né a prendere in considerazione la minima concessione di condividere il proprio potere, purché il suo potere militare sia assicurato dalla coniugazione delle forze russe e iraniane. Bashar al-Assad ha preso in ostaggio Mosca e Teheran. Ma la probabilità di successo di questa uscita dalla crisi sembra molto ridotta nel prossimo futuro. La logica bellicosa della sottomissione tribale predomina sempre e ovunque. Il regime di Assad non sarà mai pronto a rinunciare alla zavorra per la pace né a prendere in considerazione la minima concessione di condividere il proprio potere, purché il suo potere militare sia assicurato dalla coniugazione delle forze russe e iraniane. Bashar al-Assad ha preso in ostaggio Mosca e Teheran. purché il suo potere militare sia assicurato dalla combinazione delle forze russe e iraniane. Bashar al-Assad ha preso in ostaggio Mosca e Teheran. purché il suo potere militare sia assicurato dalla combinazione delle forze russe e iraniane. Bashar al-Assad ha preso in ostaggio Mosca e Teheran.

Per quanto riguarda l’amministrazione americana di Donald Trump, avrà il suo biglietto d’ingresso per i negoziati di pace solo quando avrà conquistato la fiducia reciproca, rompendo tutta la logica isolazionista. La guerra civile siriana è continuata per più di sette anni e durerà per molti più anni principalmente a causa del regime di Assad, che non smetterà di combattere fino a quando non avrà riconquistato “l’utile Siria”, vale a dire. dire la spina dorsale del paese, ma anche per la prima volta da decenni, spera in tutto il paese, qualunque sia il costo. Continuerà la sua “riconquista” fintanto che beneficerà del sostegno di un solido asse Teheran-Mosca, dal quale rimarrà sempre più dipendente.

L’attore principale nel futuro di questo paese rimarrà la Russia, a condizione che quest’ultimo abbia interesse a rimanere lì e abbia i mezzi per farlo. Al fine di mantenere la sua esistenza, il regime di Assad, in termini demografici e geografici di minoranza, in cerca di protettori, si era lasciato “colonizzare” da Vladimir Poutine, a condizione di mantenere una parvenza di potere politico. Per quanto riguarda la Cina, che non ha interessi strategici nel paese, ha colto l’opportunità della crisi siriana per garantire un possibile accesso alle risorse energetiche della regione e, nell’immediato futuro, stabilire il suo “potere fastidioso” all’interno della comunità internazionale al fine di convincerlo che d’ora in poi dovrà essere preso in considerazione negli affari mondiali.

In Siria, ciò equivarrebbe principalmente a ottenere un disaccoppiamento del regime baathista dall’influenza della Russia e dell’Iran. L’obiettivo sarebbe un prosciugamento dell’aiuto militare fornito da Putin a Bashar Al-Assad da un lato, e dall’altro un arresto del sostegno militare alla ribellione alimentata dall’Arabia Saudita e da alcuni paesi del Golfo sunnita, e un prosciugamento delle forniture di armi dall’ovest. La tensione si ridurrebbe progressivamente di parecchie tacche nel contesto dell’emergere di un “governo siriano di transizione”, mettendo gradualmente a repentaglio Bashar Al-Assad e il suo clan. Un’ipotesi difficile.

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Libro – Il Medio Oriente in fase di ristrutturazione (2/5), di Eugène Berg

Proseguiamo con la recensione, scritta dallo stesso autore, dell’opera in cinque volumi dedicata all’area mediorientale_Giuseppe Germinario

Volume 2: tre potenze regionali competono per la leadership

Sappiamo che il Medio Oriente, in uno spazio relativamente piccolo, concentra un massimo di domande di natura geopolitica, antagonismi multipli, nonché questioni politiche, religiose, economiche, sociali e culturali. Nessuno spazio al mondo come quello tra il Mediterraneo, il Mar Nero, il Mar Caspio, il Mar Rosso e il Mar Arabico ha così tante guerre, conflitti, scontri e sconvolgimenti. Da qui il grande interesse che si lega all’opera monumentale di Gérard Fellous dedicata alla regione del Medio Oriente, a differenza di qualsiasi altra.

A giudicare da cinque volumi, in oltre 2.500 pagine ampie e ben documentate che coprono tutti i paesi, tutte le domande relative a questa vitale area geopolitica alla confluenza di tre continenti.

Gérard Fellous ha seguito nella sua carriera giornalistica le evoluzioni geopolitiche dei paesi del Medio e del Medio Oriente, alla guida di un’agenzia di stampa internazionale. Esperto con le Nazioni Unite, l’Unione europea, il Consiglio d’Europa per i diritti umani e l’Organizzazione internazionale della Francofonia, è stato consultato da numerosi paesi arabo-musulmani. Il segretario generale della Commissione consultiva nazionale per i diritti umani (CNCDH) a nove primi ministri francesi, tra il 1986 e il 2007, ha trattato, in simbiosi con la società civile, le questioni della società sottoposte alla Repubblica.

Senza essere in grado di darne una spiegazione nella sua totalità, prendiamo in considerazione gli elementi essenziali, esaminando i cinque volumi, che costituiscono altrettanti punti di riferimento essenziali.

Volume 2: tre potenze regionali competono per la leadership

Tre potenze regionali, stabilite più o meno permanentemente nella regione, due vecchi imperi, il terzo di origine più recente, il Guardiano dei luoghi santi dell’Islam stanno combattendo per la leadership, stanno cercando di estendere la loro influenza, a raduna amici e alleati al loro stendardo. L’Iran, l’Arabia Saudita e la Turchia formano una configurazione complessa, i cui componenti dovrebbero essere scomposti.

Iran, un’ambiziosa teocrazia islamista

“Colosso con i piedi di argilla con potenziale nucleare”, la Repubblica islamica dell’Iran è un caso atipico nella moderna geopolitica. Si è presentato sin dalla sua adesione nel 1979 come la prima teocrazia a trarre la sua dottrina religiosa da uno scisma del VII secolo d.C., per conquistare il subcontinente del Medio Oriente e allo stesso tempo condurre strategie con insistenza. . Da un lato, contro il suo principale nemico e la principale potenza economica e militare del mondo, gli Stati Uniti d’America, il Grande Satana e, d’altra parte, contro lo Stato di Israele, l’unica potenza nucleare regionale. L’Iran dei Mullah ha per la prima ambizione egemonica di stabilire un “arco sciita” in Medio Oriente a partire da Teheran per unirsi al Mediterraneo, attraverso Iraq, Siria, Libano. È una strategia offensiva, difensiva, piuttosto mista, in ogni caso vediamo che la comunità sciita, che costituisce il 15-20% della popolazione regionale, tende a comportarsi come una maggioranza. Dagli anni ’80, gli iraniani hanno aspirato a costituire questo “asse della resistenza” contro gli arabi sunniti della regione in cui le popolazioni sciite svantaggiate, demograficamente in minoranza, come in Siria (12%) avrebbero detenuto potere militare e / o politico. Questa zona di influenza militare e / o politica decollata nel 2003, in seguito all’intervento americano in Iraq, ha suscitato grande preoccupazione nelle comunità sunnite, ma anche nei paesi occidentali. La Repubblica islamica dell’Iran potrebbe essere sulla carta uno dei principali fattori scatenanti della terza ristrutturazione storica della regione.

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Il regime dei mullah scommetteva che il suo controllo sulla regione poteva prosperare solo nel caos, sulle ceneri di un conflitto generalizzato. Una prospettiva così apocalittica è tuttavia improbabile, i mullah, maestri della diplomazia sull’orlo dell’abisso sanno dove fermarsi. Per la prima volta nel 2004, il re giordano Abdullah II ha parlato della minaccia della costituzione di una “Mezzaluna sciita” in Medio Oriente. In soli tredici anni, il progetto Teheran era diventato una realtà che testimoniava i relè di influenza che la Repubblica islamica era riuscita a stabilire nella regione. Storicamente, una potenza persiana si è rivolta verso l’Asia, la Repubblica islamica aspira oggi a uno sbocco sul Mediterraneo, con l’istituzione di una base navale in Siria, in conflitto su questo punto con la Russia di Vladimir Poutine che, per La sua parte, sogna di realizzare il progetto di Caterina II. Gli iraniani non nascondono più le loro ambizioni: il presidente Hassan Rohani si vantava in un modo un po ‘”moderato” che in “Iraq, Siria, Libano, Nord Africa, nel Golfo Persico, non è più possibile agire decisivo senza tener conto dell’Iran. Il generale del corpo delle Guardie rivoluzionarie, Qassem Soleiman, si aggira liberamente per questi territori per installare e motivare le sue truppe e per attuare piani di battaglia per stabilire meglio l’autorità dei Mullah lì.

Le maggiori potenze nucleari, come gli Stati Uniti, la Francia, la Russia o la Cina, si sono dimostrate pronte ad attuare la “diplomazia atomica” civile nella regione al fine di conquistare i mercati emergenti e tesserne di nuovi. legami economici e diplomatici, con stati solventi. In questo contesto generale, e tenendo conto dell’evoluzione della domanda e della produzione di idrocarburi nei paesi del Medio Oriente e del Nord Africa, siano essi produttori o consumatori, si sono manifestati durante negli ultimi anni il loro desiderio di acquisire centrali nucleari (4 negli Emirati Arabi Uniti, 11 previste in Arabia Saudita), ma questi piani sembrano irrealistici nella situazione attuale.

Arabia Saudita, mancanza di respiro generale

La destabilizzazione del Medio Oriente è anche in gran parte il risultato di un indebolimento dell’Arabia Saudita, sia finanziariamente che politicamente e militarmente. Non più il più grande fornitore al mondo di idrocarburi, dopo che gli Stati Uniti hanno acquisito l’autonomia petrolifera con lo sfruttamento del gas di scisto e delle riserve di petrolio dall’Alaska, l’Arabia Saudita ha visto rapidamente diminuire la sua influenza finanziaria . I ricavi delle esportazioni di petrolio, che ammontavano a circa $ 250 miliardi l’anno tra i 2.000 e i 2.013, sono stati ridotti della metà dal 2014.

Continuando a trarre 30 miliardi di dollari (26,7 miliardi di euro) ogni mese dalle sue riserve di bilancio stimate a 700 miliardi, Riyadh sarebbe stato portato a “fallire completamente” tra due anni, ha ammesso Mohammad ben Salman (MBS). Durante il 2015, il paese è entrato in un difficile ciclo di “mucche magre”. I conti sono stati chiusi con un deficit record di 98 miliardi di dollari (87 miliardi di euro), ovvero il 16% del suo prodotto interno lordo (PIL). Al momento dell’adesione di Re Salman al trono nel 2015 e la designazione; il 21 giugno 2017 di suo figlio Mohammad, 31 anni, come principe ereditario e ministro della difesa, a detrimento di suo nipote, Mohammed ben Nayef, il contesto internazionale non è favorevole a Riyad: da un lato L’Arabia Saudita si è impantanata militarmente contro gli Houtis nello Yemen, una ribellione tra sciiti e sciiti, appoggiata politicamente dall’Iran, portando le monarchie del Golfo in un lungo confronto. D’altra parte, l’Arabia Saudita, un tradizionale alleato degli Stati Uniti,

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Pertanto, questo potere regionale che cristallizza attorno ad esso l’intero mondo sunnita, fa affidamento su una doppia nuova alleanza: apertamente quella dell’amministrazione americana del presidente Donald Trump e, più discretamente, quella di Israele startup e “dissuasivi nucleari. La sua piaga dell’Egitto, essendo il conflitto per omicidio nello Yemen, è iniziata nel marzo 2015, da cui vuole ritirarsi a favore della pandemia. L’Arabia Saudita, quindi il secondo candidato alla leadership regionale, stava affrontando contemporaneamente una tripla sfida, la cui ricerca simultanea si è scontrata con l’attuale situazione economica e sanitaria. Il suo obiettivo principale, il piano 2030, è convertire la sua potenza petrolifera in una moderna economia diversificata. Il secondo è il rafforzamento attorno ad esso della solidarietà sunnita regionale. Ma soprattutto l’ultimo progetto è una guerra di molestie alternativamente nascosta e / o frontale lanciata dal regime delle Mollah, il cui obiettivo è quello di indebolire la monarchia wahabita. Nonostante la portata degli ostacoli da superare, Riyadh ha comunque mantenuto due punti di forza. Oltre alle profonde riforme economiche e sociali che le avrebbero consentito di entrare nel nuovo secolo digitale, nel quadro della cooperazione con Israele, ha continuato a beneficiare di un solido sostegno internazionale, in particolare da parte degli Stati Uniti e dell’Europa. Nel contesto degli scontri tra sunniti e sciiti, da parte dell’Arabia Saudita e della Repubblica islamica dell’Iran, nel 2019 è stato difficile affermare il cui obiettivo è quello di indebolire la monarchia wahabita. Nonostante l’entità degli ostacoli per superare Riyadh, tuttavia, ha mantenuto due vantaggi. Oltre alle profonde riforme economiche e sociali che le avrebbero consentito di entrare nel nuovo secolo digitale, nel quadro della cooperazione con Israele, ha continuato a beneficiare di un solido sostegno internazionale, in particolare da parte degli Stati Uniti e dell’Europa. Nel contesto degli scontri tra sunniti e sciiti, interposti dall’Arabia Saudita e dalla Repubblica islamica dell’Iran, è stato difficile dire nel 2019 il cui obiettivo è quello di indebolire la monarchia wahabita. Nonostante la portata degli ostacoli da superare, Riyadh ha comunque mantenuto due punti di forza. Oltre alle profonde riforme economiche e sociali che le avrebbero consentito di entrare nel nuovo secolo digitale, nell’ambito della cooperazione con Israele, ha continuato a beneficiare di un solido sostegno internazionale, in particolare da parte degli Stati Uniti e dell’Europa. Nel contesto degli scontri tra sunniti e sciiti, interposti dall’Arabia Saudita e dalla Repubblica islamica dell’Iran, è stato difficile dire nel 2019 nell’ambito della cooperazione con Israele, ha continuato a beneficiare di un solido sostegno internazionale, in particolare da parte degli Stati Uniti e dell’Europa. Nel contesto degli scontri tra sunniti e sciiti, da parte dell’Arabia Saudita e della Repubblica islamica dell’Iran, nel 2019 è stato difficile affermare nell’ambito della cooperazione con Israele, ha continuato a beneficiare di un solido sostegno internazionale, in particolare da parte degli Stati Uniti e dell’Europa. Nel contesto degli scontri tra sunniti e sciiti, da parte dell’Arabia Saudita e della Repubblica islamica dell’Iran, nel 2019 è stato difficile affermaresia attraverso l’islamismo dei mullah , una moderna potenza economica senza democrazia, che gli sciiti porteranno il mondo arabo-musulmano in prosperità e sviluppo, o se è con l’Arabia Saudita che sta gradualmente abbandonando il suo arcaismi religiosi e le sue entrate petrolifere per portare i sunniti nel 21 ° secolo.

Turchia conservatrice-islamista

Ultimo ma non meno importante , la Turchia, che sta cercando di svolgere un ruolo crescente in Medio Oriente riaccendendo molte nostalgie imperiali. Questo tentativo di tornare a una grandezza ottomana passata, sotto forma di leadership regionale, è espresso da un forte risentimento verso gli Stati Uniti e l’Unione Europea, accusato di sostenere in Siria le milizie curde dell’YPG (Unità di difesa popolare) ) alleati del PKK , con cui il regime turco è in guerra da più di trent’anni e che descrive come un’organizzazione terroristica, più pericolosa di Daesh.

D’altra parte, per giustificare l’intervento del suo paese in Libia, il presidente Erdogan ha discusso in particolare degli storici legami turco-libici. Davanti al Parlamento, all’inizio del gennaio 2020 il capo del “Saray-Palais” presidenziale ha affermato che le vite di quasi un milione di turchi-libici, chiamate “Köroglu”, discendenti degli ottomani, sono state minacciate oggi. Un’altra prova dell’interesse che la Turchia avrebbe avuto oggi per la Libia, la città di Misurata, sulla costa nord-occidentale del paese. È dichiarato “il centro principale” della comunità di origine turca in Libia, che si dice abbia ospitato 270.000 discendenti degli ottomani su una popolazione di 400.000.

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In Siria, la Turchia conservatrice-islamista del presidente Recep Tayyip Erdogan mantiene tre ferri da fuoco. Il primo a contrastare qualsiasi inclinazione a costituire un Kurdistan; il secondo per aiutare ad eliminare il regime di Assad; e infine contribuire all’eradicazione dello Stato Daesh-Islamico. Rimarrà che la Turchia di Recep Tayyip Erdogan, seguace di “trame” e incursioni militari in un territorio vicino, a capo di un regime conservatore islamo che ha seppellito la tradizione secolare turca, rimarrà il terzo attore in questa corsa per il potere. regionale. Convinto di essere l’erede dell’Impero ottomano, affrontando all’ombra della NATO, della Russia, dei jihadisti regionali, Erdogan prende la precauzione di non designare tra i suoi “nemici”, né l’Iran né l’Arabia Saudita, ma i “terroristi” di un’organizzazione curda secondaria: il “Partito dell’Unione Democratica -PYD. Né la sua economia debole, né il suo esercito diviso, né la sua incerta diplomazia sembravano essere in grado di dare a questo paese terzo lo status di nazione di leadership regionale. Ciò non impedirà ai suoi fastidiosi poteri di essere ancora esercitati nella regione, causando problemi nel Mediterraneo orientale, interrompendo il suo nuovo boom petrolifero offshore, o in Libia, suscitando disaccordi interni. In assenza di leadership, la Turchia di Erdogan sta giocando “facinorosi” per rivendicare, in un secondo momento, la loro risoluzione. Un’agitazione vana e pericolosa. né la sua incerta diplomazia sembrava essere in grado di conferire a questo paese terzo una posizione di leadership regionale. Ciò non impedirà ai suoi fastidiosi poteri di essere ancora esercitati nella regione, causando problemi nel Mediterraneo orientale, interrompendo il suo nuovo boom petrolifero offshore, o in Libia, suscitando disaccordi interni. In assenza di leadership, la Turchia di Erdogan interpreta “facinorosi”, al fine di fingere, in una seconda volta, di risolverli. Un’agitazione vana e pericolosa. né la sua incerta diplomazia sembrava essere in grado di conferire a questo paese terzo lo status di nazione di leadership regionale. Ciò non impedirà che le sue facoltà di disturbo vengano nuovamente esercitate nella regione, seminando problemi nel Mediterraneo orientale, interrompendo il suo nuovo boom petrolifero offshore o in Libia alimentando il dissenso interno. In assenza di leadership, la Turchia di Erdogan sta giocando “facinorosi” per rivendicare, in un secondo momento, la loro risoluzione. Un’agitazione vana e pericolosa. La Turchia di Erdogan interpreta “facinorosi”, per fingere, in una seconda volta per risolverli. Un’agitazione vana e pericolosa. La Turchia di Erdogan interpreta “facinorosi”, per fingere, in una seconda volta per risolverli. Un’agitazione vana e pericolosa.

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FORSE NON LA STIAMO PRENDENDO PER IL VERSO GIUSTO, Pierluigi Fagan

FORSE NON LA STIAMO PRENDENDO PER IL VERSO GIUSTO. L’altro ieri, la missione di analisti dell’IMF, di ritorno dal suo soggiorno americano, ha pubblicato questo rapporto su stato e prospettive dell’economia americana che da sola vale un quarto di quella planetaria.

Nel secondo trimestre (A-M-G), il Pil USA ha fatto -37% (lo ripeto per i distratti e coloro che saltano i dati di quantità a priori perché preferiscono le parole: “meno trentasette per cento”). Si prevede che l’economia USA tornerà ai livelli di Pil fine 2019, solo a metà 2022, forse. IMF segnala che gli USA erano già un sistema con una forte componente di povertà interna, la crisi è destinata ad allargare e sprofondare questa parte addensata nelle etnie afro-americana ed ispanica. Al momento sono 15 milioni i disoccupati ed è appena iniziata la catena di fallimenti di esercizi commerciali ed imprese che accompagnerà la lenta ma costante caduta. Ed aggiunge: “il rischio che ci attende è che una grande parte della popolazione americana dovrà affrontare un importante deterioramento degli standard di vita e significative difficoltà economiche per molti anni a venire.”.

“Molti anni a venire” , come riportato in post precedenti, viene da Nouriel Roubini e dai “miliardari invocanti tasse”, quotato sulla prospettiva del decennio, magari non saranno proprio dieci anni, ma al momento le prospettive sono di crisi profonda e lunga. “Larga parte della popolazione” significa più che la maggioranza. Il “deterioramento dello standard di vita” è l’esatto opposto del contratto sociale americano basato sull’espansione continuata, ciò che tiene in piedi un sistema assai variegato e pieno di contraddizioni e pluralità problematiche. Tutto questo, nonostante gli eccezionali sforzi di pronto intervento messi in campo dall’Amministrazione e dal FED (che noi in Europa ci sogniamo) e nonostante lo sbandierato +8% dei consumi a maggio. Si stima un rapporto debito/Pil al 160% nel 2030 (reggerà la credibilità dell’unità di conto, scambio e valore internazionale di un paese che ha il 160% di debito pubblico/Pil?) , ma si teme che poiché grande parte dei costi di assistenza sanitaria, educazione e disoccupazione sono nei bilanci degli stati federati già per altro al limite o oltre il limite, l’intera situazione possa ulteriormente peggiorare. Ne segue una lunga ricetta di interventi che però è politicamente improbabile per via delle diverse priorità che le élite americana in genere hanno (o l’una o l’altra poco importa) e soprattutto di cui non si vede né la sostenibilità finanziaria, né il certo effetto ristoratore. Ironia della sorte, giusto il giorno prima, il governo cinese annunciava un +3,2% su aspettative del +2,5% per la crescita del proprio Pil nello stesso periodo.

Tutto ciò, mentre gli USA continuano a macinare record di contagi. Gli USA hanno tre volte i contagiati che abbiamo avuto noi (a parità di popolazione) ma per via del fatto che hanno iniziato dopo e si sono potuti avvalere di qualche parziale miglioramento nelle cure e nei trattamenti, nonché una popolazione decisamente più giovane della nostra, la mortalità è al momento a 430 per milione di abitanti, contro i 580 nostri. Sono però al limite di capienza alcune strutture sanitarie tra cui la Florida ed il Texas, ma non sono i soli. Il conflitto capitale-salute-libertà continua a dilaniare gli americani stante che quando si sceglie il capitale, peggiora la salute ma sopratutto non sembra neanche migliorare il capitale. C’è infatti la psicologia umana in mezzo che valuta il rischio non secondo pura logica statistica.

Tutto ciò potrebbe avere una svolta col vaccino ma al momento non si sa bene quando potrà esser operativo, a che condizioni, come verrà preso dalla popolazione, quanto sarà efficace. Non si è mai trovato un vaccino per i coronavirus che pure si conoscono da decenni. Questi tipi di virus hanno una strategia adattativa molto basica: grande semplicità (è un filo di RNA corto) e grande cambiamento (molte mutazioni per darsi più condizioni di possibilità), cambia molto ed in fretta per ingannare i sistemi immunitari. I virus sono qui sulla Terra da forse 3,5 miliardi di anni e sono le entità biologiche più diffuse sul pianeta, evidentemente la strategia ha i suoi perché. Noi invece non solo geneticamente ma soprattutto socialmente, siamo molto complessi e cambiamo poco e molto, molto lentamente.

Credo che noi non si stia capendo bene in che tipo di problema siamo capitati, un problema che non è italiano o americano ma quantomeno occidentale prima e mondiale poi. Molti si impegnano ad interpretare il virus, la sua genesi, gli interessi in gioco, le pratiche sanitarie, il rumore dei media, criticare il governo, l’Unione europea. Ognuno di questi punti è interessante ma perde il quadro d’insieme ed il quadro d’insieme è un lento armageddon economico e quindi sociale cui saremo soggetti, forse, per anni. E’ desolante il fatto che tra le tante analisi che si leggono, quelle mainstream non meno di quelle alternative, sembra non comprendersi la profondità della crisi cui siamo condannati. Poco o nulla importa se il virus è così o colà, come e da dove è venuto, se i suoi effetti sono esagerati e da chi e perché, poco importa prevedere catastrofi biopolitiche o incolpare i cinesi o Big Pharma. Questi sono intrattenimenti info-culturali. Il fatto crudo e duro è che nella misura in cui la gente teme di ammalarsi e forse morire, i suoi comportamenti sociali abituali o tali ritenuti, cioè i precedenti, non torneranno a sostenere la vita associata per lungo tempo. In tutto il mondo. Con questo avremo a che fare e per questo non sembra esserci medicina di pronto intervento. Questo minerà il funzionamento della società radicalmente. Molto ma molto più radicalmente di qualsiasi Recovery fund o MES, Trump o Biden, ricetta economica a base di interventi generici e consueti. Manca cioè, a mio avviso, consapevolezza dell’eccezionalità e radicalità del problema.

Per adattarsi a questo quadro d’insieme mancano tre cose essenziali. Una è il tempo, il tempo semplicemente non c’è, siamo in ritardo cronico. Qualsiasi intervento risulterà parziale, ci vorrà molto tempo a metterlo in essere e impiegherà molto tempo a dare gli effetti sperati, se li darà. Il secondo è la comprensione del fatto che dovrebbe portare ad una comprensione dell’intervento. Da tempo posto articoli su tassazioni ridistributive straordinarie e diminuzioni immediata dell’orario di lavoro con ridistribuzione dello stesso. Non son le uniche ricette possibili, forse neanche le migliori, ma danno il tono di quanto dovrebbero esser fuori norma gli interventi necessari. Non si può pensare normale in tempi eccezionali. Il terzo è la sistematica rimozione della realtà. Ci vuole un massa critica importante per spingere una società ad una mossa adattiva così importante e seria, qualcosa intorno ad un 60% del corpo sociale, non certo meno. Soprattutto, faccio notare quel “una grande parte della popolazione […] dovrà affrontare un importante deterioramento degli standard di vita e significative difficoltà economiche per molti anni a venire”. C’è da riformulare il contratto sociale, cosa di non poco conto in tutta evidenza, cosa necessaria e di attualità già da tempo prima, ora con una specifica urgenza conclamata. Siamo molto lontano ed in ritardo dall’affermarsi tale consapevolezza nei grandi numeri ma, mi pare, anche nei piccoli.

Scusate per quello che a voi, una domenica di fine luglio, apparirà pessimismo ma che per me è semplice realismo consapevole. Mi sentivo di allarmare sul fatto che forse non la stiamo prendendo per il verso giusto. Anche a livello teorico, penso si dovrebbe mettere in campo più pensiero radicale concreto, non narrativo o contro-narrativo e neanche critico, la critica non cambia il reale. C’è da modificare la realtà il prima possibile in quanti più è possibile, con idee semplici e forti. Forse non ci si riuscirebbe comunque, ma sarebbe sano vederne almeno il tentativo, la discussione, ci sarebbe da provar ad imporre un dibattito pubblico più serio e tra adulti non compromessi da rimozione nevrotica della realtà. Nella misura in cui la gente pensa che questa sia la realtà, questa sarà la realtà e se questa sarà la realtà come sembra, a lungo, gli effetti saranno quelli annunciati. Toccherebbe darsi una regolata …

https://www.imf.org/en/News/Articles/2020/07/17/mcs-071720-united-states-of-america-staff-concluding-statement-of-the-2020-article-iv-mission?fbclid=IwAR2Q0TOBoyweogopmS4Sy4ZTXWbzyqW7tKM9PF3CMB7FA3dgVTmGu6AlnfA

United States of America: Staff Concluding Statement of the 2020 Article IV Mission July 17, 2020 A Concluding Statement describes the preliminary findings of IMF staff at the end of an official staff visit (or ‘mission’), in most cases to a member country. Missions are undertaken as part of reg…

La Cina dominerà il mondo. Intervista con il generale Qiao Liang

Una intervista importante proprio per la scarsità di informazioni riguardanti le linee di condotta del regime e della classe dirigente cinesi. Un paese che, sia pure con dinamiche e logiche diverse, legate anche ad una visione del mondo e a chiavi interpretative diverse da quelle occidentali, è attraversato da numerose contraddizioni e conflitti altrettanto dirimenti di quelle occidentali. La differenza e la forza sta nel carattere emergente di quella formazione sociopolitica. Più di una volta negli ultimi decenni quelle classi dirigenti hanno però perso il polso della situazione e forzato troppo la mano sino ad essere costretti a retrocedere rovinosamente. Le ricorrenti crisi su Taiwan ne sono state spesso un esempio. Anche questa volta la classe dirigente dominante sembra aprire o essere costretta ad accettare troppi fronti conflittuali; tanto più che il confronto geopolitico in quell’area si sviluppa tra giganti ed assume le caratteristiche prevalenti di un confronto tra stati nazionali nelle loro forme più classiche. Il Generale Qiao Liang è autore del libro “Guerra senza limiti”. Buona lettura_Giuseppe Germinario

La Cina dominerà il mondo. Intervista con il generale Qiao Liang

Ascoltare ciò che la Cina dice di comprendere questo Paese, la sua visione del mondo e il suo sistema di pensiero è una necessità per affrontare il nuovo ordine mondiale. La Cina desidera invadere Taiwan e garantire la sua egemonia nel mondo. Questo è quanto ha affermato il generale Qiao Liang in un’intervista pubblicata in cinese. Un documento eccezionale, da leggere per capire.  

Conflits ti offre questo testo per comprendere la Cina e la visione dei leader cinesi. Andare alla fonte e ascoltare ciò che dicono gli altri è essenziale per comprendere la loro visione del mondo. Senza complicazioni, questo generale afferma la sua volontà di invadere Taiwan e sviluppare l’egemonia cinese. È un documento eccezionale che ci immerge nel cuore del sistema cinese.

Ringraziamo Laurent Gayard che ha fornito la traduzione di questo testo e Waldemar Brun Theremin per avermelo segnalato.

I titoli provengono da conflitti. Consentono di seguire i temi del colloquio.

Autore : Qiao Liang è un generale dell’Aeronautica in pensione. È professore all’Università e ha pubblicato numerose opere di strategia, una delle quali è stata tradotta in francese: La guerre hors limite . È direttore del National Security Research Council e membro dell’Associazione degli scrittori cinesi. Parla qui a titolo privato e la sua parola non vincola il governo cinese. Tuttavia, ciò che dice è in linea con ciò che pensano le più alte autorità cinesi.

Il generale Qiao Liang è intervistato dai giornalisti Wei Dongsheng e Zhuang Lei nel numero di maggio 2020 della rivista Bauhinia (Zijing), una rivista cinese pubblicata ad Hong Kong.

Attualmente, la situazione epidemica della polmonite coronarica è stata principalmente controllata in Cina. Ma ciò che non possiamo ignorare è che la diffusione dell’epidemia globale e la conseguente reazione a catena potrebbero causare una seconda enorme “onda d’urto” per la Cina. Di recente, gli Stati Uniti hanno avviato operazioni di evacuazione in molti paesi e hanno invitato tutte le società americane in Cina a evacuare. Trump ha firmato il Taipei Act [1]quando infuriava la nuova epidemia di polmonite americana. Come dice il proverbio, se qualcosa va storto, ci deve essere un demone. Quale cospirazione c’è dietro questo comportamento anomalo negli Stati Uniti? Quale impatto maggiore avrà l’epidemia sul modello globale? Ci saranno conflitti tra Cina e Stati Uniti e tra le due parti? Nel contesto attuale, come dovrebbe reagire la Cina? Il nostro giornalista ha recentemente intervistato il generale Qiao Liang, un professore dell’Università di Difesa Nazionale e un famoso esperto militare, su questi temi ardenti.

Gli Stati Uniti contro la Cina

Reporter : Di recente, gli Stati Uniti hanno iniziato a evacuare i cinesi all’estero da molti paesi. Inoltre, le forze armate statunitensi hanno anche mobilitato la base militare di Cheyenne Mountain, richiamato milioni di forze di riserva e avvisato cittadini e soldati statunitensi all’estero. La realtà è che gli Stati Uniti sono diventati il ​​paese più duro del mondo ed è ovviamente più sicuro per gli americani rimanere in paesi stranieri che nel proprio paese. Perché è necessario avviare l’evacuazione cinese all’estero in tali circostanze? Queste circostanze indicano che la “guerra mondiale sta per scoppiare”, che alcuni media considerano non senza fondamento?

Qiao Liang : La mia opinione è esattamente l’opposto su questo tema. Gli Stati Uniti hanno preso queste misure mentre l’epidemia si restringe completamente. Gli Stati Uniti sono un paese molto vigile e penso che queste pratiche siano misure precauzionali tempestive volte a impedire alle persone di trarre vantaggio dall’opportunità di “cospirare” contro gli Stati Uniti. Questo sembra un po ‘ridicolo, perché nessun paese sta attualmente usando il pericolo rappresentato dagli Stati Uniti per preoccuparli. Naturalmente, non si può escludere che le organizzazioni terroristiche possano fare qualcosa, ma è improbabile che la maggior parte dei paesi abbia la capacità di colpire gli Stati Uniti. Sebbene sia certo che nessuno attaccherà gli Stati Uniti, gli Stati Uniti devono tuttavia prendere precauzioni.

Gli Stati Uniti sono attualmente in un’epidemia, non in una crisi economica o di altra natura. La guerra esterna non può risolvere il problema dell’epidemia o distogliere l’attenzione dalla crisi interna. Inoltre, gli Stati Uniti stanno attualmente mobilitando i quattro principali settori economici, oltre 150 basi sono infette e sono state attraccate quattro portaerei e un sottomarino nucleare. Alcuni sostengono che bisogna evitare una scalata agli estremi. Ma il problema è davvero che è possibile arrampicarsi? Quale salita? Questo può mitigare l’epidemia negli Stati Uniti?

Generale Qiao Liang

Alcuni dicono che la guerra di oggi è una questione di alta tecnologia. Gli Stati Uniti hanno un indiscutibile vantaggio nell’alta tecnologia. Non è quindi escluso che possano ancora condurre una guerra ad alta tecnologia di fronte all’epidemia. Questo sembra del tutto ragionevole e persino irrefutabile. Ma l’alta tecnologia dipende dall’industria manifatturiera. Avere capacità di ricerca e sviluppo non si traduce automaticamente in capacità di alta tecnologia e la trasformazione delle capacità di ricerca e sviluppo in mezzi di alta tecnologia è essenziale e dipende da uno dei fattori più importanti che sono le capacità produttive. In altre parole, la battaglia finale rimane manifatturiera. A giudicare dallo stato attuale del settore manifatturiero americano in declino, se oggi vuole fare la guerra in qualsiasi paese, sta esaurendo le sue scorte di armi e attrezzature. Se gli Stati Uniti vogliono combattere il più grande paese manifatturiero dopo che l’industria manifatturiera si è svuotata, come combatteranno? Stanno esaurendo le loro scorte, e se non ci fossero ulteriori aumenti? Questo è ciò di cui gli americani, compresi quelli che sono ottimisti riguardo agli Stati Uniti, devono davvero preoccuparsi oggi.

 

Molte persone non lo vedono, pensando che la forza della scienza e della tecnologia americana possa consentire loro di fare tutto. Il potere scientifico e tecnologico degli Stati Uniti è davvero importante, ma se la ricerca e lo sviluppo non possono essere convertiti in prodotti su larga scala, è in effetti equivalente all’ottenimento di un diploma di potere tecnologico e scientifico senza risolvere il problema. Ad esempio, negli Stati Uniti, il rilevamento degli acidi nucleici del nuovo coronavirus modernizzerebbe sei generazioni di apparecchiature mediche e strumenti più sofisticati di generazione in generazione. Quindi possiamo vedere che il potere scientifico e tecnologico degli Stati Uniti è effettivamente avanzato, ma quanti di questi dispositivi possono produrre? Questa attrezzatura può essere utilizzata dagli americani? Anche se l’apparecchiatura di prova è molto avanzata, per quanto riguarda il sistema medico? Per rilevare questi pazienti, se non ci sono abbastanza attrezzature mediche e non abbastanza ventilatori, il problema non può essere risolto e migliaia di persone dovranno morire.

 

In questa occasione, la società americana Medtronic ha violato completamente i suoi diritti di proprietà intellettuale per il proprio respiratore e ha lasciato che altri paesi lo producessero, in particolare la Cina. Perché ? È perché in questo caso hanno prevalso considerazioni umane e morali? Non nego che esista tale possibilità, ma ciò che è più importante è che gli americani non hanno la capacità di produrre respiratori di cui hanno i brevetti. Di 1.400 parti di ventilatori, oltre 1.100 devono essere prodotti in Cina, compreso il montaggio finale. Questo è il problema degli Stati Uniti oggi. Hanno una tecnologia avanzata, ma non hanno metodi e capacità di produzione, quindi devono fare affidamento sulla produzione cinese.

Lo stesso vale per la guerra. La guerra è ancora un’industria manifatturiera oggi. Alcuni sostengono che la guerra oggi sia uno scontro di reti, il chip è regina. Sì, i chip svolgono un ruolo insostituibile nelle guerre moderne ad alta tecnologia. Ma il chip stesso non può combattere, il chip deve essere installato su varie armi e attrezzature e tutti i tipi di armi e attrezzature devono prima essere prodotti da una forte industria manifatturiera. È noto che gli Stati Uniti hanno fatto affidamento su una forte industria manifatturiera per vincere la prima e la seconda guerra mondiale.

Non c’è niente di sbagliato in questo. Ma gli Stati Uniti hanno ancora un’industria manifatturiera abbastanza forte da vincere la prima e la seconda guerra mondiale? Per mezzo secolo, dopo che il dollaro si è separato dall’oro, gli Stati Uniti hanno gradualmente usato il dollaro per trarre vantaggio dal mondo. In effetti, abbandonarono la loro industria manifatturiera di fascia bassa e gradualmente si trasformarono in un paese di industrie fantasma. Se il mondo è in pace e tutti sono in pace con gli altri, non c’è problema. Gli Stati Uniti stampano dollari americani per acquistare prodotti da tutto il mondo e il mondo intero lavora per gli Stati Uniti. Tutto questo è molto buono Ma in caso di epidemia o guerra, un paese senza industria manifatturiera può essere considerato un paese potente? Anche se gli Stati Uniti continuano ad avere l’alta tecnologia, ad avere dollari e ad avere truppe americane, tutti questi elementi necessitano di supporto produttivo. Senza un’industria manifatturiera, chi supporta la tua alta tecnologia? Chi sostiene il tuo dollaro? Chi sostiene il tuo esercito americano?

 

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Per contrastare questo, la risposta della Cina è di continuare a mantenere, sviluppare e migliorare la propria industria manifatturiera, non solo per migliorare, ma anche per mantenere la produzione tradizionale. È impossibile modernizzare tutte queste capacità produttive. Se tutti fossero aggiornati e sostituiti, l’industria manifatturiera tradizionale sarebbe abbandonata. Quando gli Stati Uniti hanno bisogno di un gran numero di maschere come oggi, l’intero paese non ha nemmeno una catena di produzione completa. In tali circostanze, non possono rispondere all’epidemia con la stessa forza e rapidità della Cina. Quindi non sottovalutare l’industria manifatturiera di fascia bassa, e non considerare la produzione di fascia alta come l’unico obiettivo dello sviluppo manifatturiero della Cina. Non puoi fare a meno delle abilità di manutenzione e pulizia.

 

Inoltre, dobbiamo anche vedere che l’effettiva campagna anti-epidemica della Cina, oltre alle misure introdotte dal governo, mostra che le misure correttive erano molto tempestive e che la gente era molto cooperativa e che qualcosa prodotto dagli Stati Uniti era vantaggioso, è il ‘Internet. Cose come il pagamento online, la consegna e-commerce e i servizi postali sono nati tutti negli Stati Uniti, ma dove sono nate queste invenzioni americane? In Cina. La Cina ha adottato Internet e Internet of Things, mettendo Internet, in particolare il cloud per l’e-commerce, al servizio della produzione e della vita nella società moderna, e possiamo dire che conduce in quest’area. Sebbene la proprietà intellettuale non sia nelle nostre mani e il root server non sia nelle nostre mani, questo non ci impedisce di utilizzarli al meglio.

 

Ci sono molte ragioni per questo, che sono complesse. Tuttavia, possiamo effettivamente vedere che siamo migliori di altri paesi nell’uso dell’alta tecnologia e delle nuove tecnologie, a causa delle forti capacità di apprendimento dei cinesi. Dobbiamo continuare a coltivare il nostro vantaggio in tal senso. Oltre alle qualità del sistema nazionale, dobbiamo anche imparare dagli altri e quindi applicare ciò che abbiamo imparato per trarne vantaggio. Questa è la nostra forza di fronte a un futuro imprevedibile se scoppierà una nuova epidemia. Dobbiamo mantenerlo.

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Industria e delocalizzazione

Giornalista : alcuni media hanno riferito che il sig. Kudlow, presidente della Conferenza economica nazionale della Casa Bianca, ha chiesto il ritiro di tutte le imprese americane dalla Cina e ha affermato che il governo degli Stati Uniti rimborserebbe il 100% del costo del ritorno. dalla Cina. Questo significa che gli Stati Uniti si stanno preparando a “disaccoppiare” dalla Cina e ad accelerare gradualmente il ritmo? Gli Stati Uniti svolgeranno un ruolo positivo nel potenziamento dell’industria manifatturiera locale? Qual è il vero scopo dietro l’incoraggiamento delle aziende nazionali a lasciare la Cina?

Qiao Liang: Secondo me, non è così facile per i paesi sviluppati “disaccoppiare” dalla Cina e riprendere la produzione locale. Il dilemma è che se vuoi riprendere la produzione, devi essere mentalmente preparato, o condividere le stesse difficoltà e dolori con la Cina e ricevere la stessa retribuzione per lo stesso lavoro, in modo che prodotti e manodopera siano allo stesso prezzo della Cina (altrimenti i prodotti non saranno più competitivi della produzione cinese). Ciò equivale a rinunciare all’egemonia del denaro e al potere di fissare i prezzi dei prodotti e di scendere dalla cima della catena alimentare; o continuare ad essere ai vertici della catena alimentare, in modo che il reddito dei dipendenti continui ad essere più di 7 volte quello della Cina, che rende il prodotto non competitivo e le imprese non redditizie. Se si cerca il primo obiettivo, gli Stati Uniti e l’Occidente dovranno tornare al livello dei paesi ordinari, in particolare gli Stati Uniti. Se ciò non è possibile, il ritorno delle industrie manifatturiere negli Stati Uniti e in Occidente sarà solo uno spettacolo della mente.

 

L’argomento secondo cui Vietnam, Filippine, Bangladesh, L’India e altri paesi potrebbero diventare sostituti della manodopera a basso costo in Cina in realtà riguarda solo la popolazione, ma pensa a quale dei paesi di cui sopra ha più lavoratori formati rispetto alla Cina? Anche con i redditi cinesi in aumento di anno in anno, il dividendo del lavoro è esaurito, ma quante risorse umane di fascia media e alta sono state prodotte in Cina negli ultimi 30 anni? Chi ha formato oltre 100 milioni di studenti universitari e universitari? L’energia di questo gruppo di persone è ancora lontana dall’essere rilasciata nello sviluppo economico della Cina. Pertanto, lasciare che manodopera a basso costo proveniente da altri paesi sostituisca il prodotto in Cina è un pio desiderio.

 

Per quanto riguarda coloro che affermano che l’Occidente può utilizzare molti robot per completare la localizzazione della produzione, non si può dire che questa possibilità non esiste, ma se i robot vengono realmente utilizzati per ripristinare la produzione locale negli Stati Uniti o altri paesi occidentali, incluso il Giappone, come risolvere il problema del tasso di occupazione? L’uso di un gran numero di robot significa che una parte maggiore della forza lavoro è disoccupata. La forza lavoro si è ridotta. Cosa dovrebbe fare il governo degli Stati Uniti? E i governi dei paesi occidentali? Hanno davvero i mezzi finanziari per sfamare invano l’esercito di disoccupati di questi diversi paesi? Ma se non li supporti, chi voterà per farti salire al potere? Con ogni evidenza Trump e Abe non hanno riflettuto molto nel sostenere il ritorno delle rispettive aziende in Cina al mercato locale.

 

Gli occidentali sono tutti consapevoli dell’importanza di ripristinare l’industria manifatturiera e sono consapevoli dello stato di sofferenza in cui si trova la loro economia reale. Se questa consapevolezza è reale è un’altra domanda. L’importante è chiedersi: quando un paese come gli Stati Uniti si rende conto che l’industria manifatturiera deve riprendere, può davvero riprendere la produzione? In realtà è molto difficile.

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In effetti, dopo la crisi finanziaria internazionale del 2008, gli Stati Uniti hanno già realizzato le conseguenze del crollo del settore. Né l’attuale epidemia ha evidenziato la dolorosa assenza di industrie manifatturiere che sono gravemente carenti nei mezzi di sussistenza delle persone, ma quanto è facile riprendere la produzione? Dove sono imprenditori, ingegneri e operai specializzati? Il costo del lavoro negli Stati Uniti è 7 volte più alto che in Cina. Come si possono creare profitti aziendali? Anche se il governo taglia le tasse e i dipendenti riducono automaticamente i loro salari a metà, si tratta di misure di emergenza a breve termine. Perché le tasse saranno ridotte, così come le entrate fiscali americane. Come mantenere una forte potenza nazionale e militare? Salari bassi sono possibili in tempi straordinari, sono normalmente? Inoltre, il reddito personale sarà dimezzato e anche i consumi saranno dimezzati. Come aumentare la produzione? Se la produzione non aumenta, il PIL diminuirà, gli Stati Uniti possono mantenere la propria posizione di leader mondiale? A queste domande, Trump non avrebbe dovuto pensare quando ha fatto le promesse discusse sopra. Inoltre, se l’industria manifatturiera ricomincia, i prodotti devono essere venduti e si genererà un surplus e l’egemonia del dollaro può essere ottenuta solo fornendo liquidità al mondo, vale a dire che deve essere accettato attraverso il deficit.

 

La canna da zucchero non è dolce ad entrambe le estremità e per fornire liquidità agli altri, è necessario acquistare i prodotti di altre persone. Ma se fai rivivere l’industria manifatturiera, non devi acquistare i prodotti di altre persone. In questo modo, ci saranno meno dollari che fluiranno verso altri paesi e quando altri paesi scambieranno tra loro, dovranno trovare altre valute. Ci sarà ancora un’egemonia del dollaro? Ancora più importante, la ripresa dell’industria manifatturiera danneggerà gravemente gli interessi dei gruppi di capitali finanziari americani. Cosa può fare Wall Street? Cosa può fare la Fed? L’approccio di Trump è stato diverso da quello dei precedenti presidenti degli Stati Uniti per 50 anni. I precedenti presidenti degli Stati Uniti da 50 anni hanno mantenuto l’egemonia del dollaro e Trump ora vuole rilanciare l’industria manifatturiera. Con uno sguardo così sovversivo negli Stati Uniti, c’è una maggiore possibilità che la finanza e l’economia virtuale non ritornino. Di conseguenza, l’impero è in pericolo.

 

La Cina non ha rinunciato a invadere Taiwan

Reporter : Di recente, Trump ha firmato il Taipei Act [2] , che è stato firmato al momento della nuova epidemia americana di polmonite coronarica. Hanno scelto di intervenire sulla questione di Taiwan in quel momento. Cosa li ha spinti a interferire negli affari interni della Cina? Che impatto avrà sulle relazioni tra Cina e Stati Uniti e sulle relazioni tra le due parti dello stretto? Alcuni media ritengono che l’attuale epidemia negli Stati Uniti sia grave e che non abbiamo più tempo per l’automedicazione. Dobbiamo cogliere l’opportunità offerta per risolvere il problema di Taiwan. Cosa ne pensi ?

Qiao Liang : è il momento migliore per risolvere il problema di Taiwan? La prima cosa da considerare è se la Cina è attualmente in un punto critico nel processo di rinascita nazionale. In questo momento, la Cina sta affrontando una situazione complessa che non è mai stata vista nel mondo moderno, specialmente in una situazione in cui gli Stati Uniti ignorano completamente la Cina. Se stiamo lavorando per risolvere il problema di Taiwan, è possibile che ci perderemo di vista e che ciò potrebbe interrompere il processo di recupero della Cina?

In secondo luogo, la soluzione della questione di Taiwan è in relazione parziale o globale alla grande rivitalizzazione della nazione cinese? Se non viene risolto immediatamente, ciò non lascia tempo per spingere ulteriormente il processo di ringiovanimento nazionale?

Terzo, se lo Stretto di Taiwan andrà in guerra dipende dal numero di azioni intraprese dagli Stati Uniti sulla questione di Taiwan o dall’atteggiamento della Cina. Dipende dal giudizio della Cina sulla situazione internazionale e sulla situazione interna (a mio avviso, il giudizio sul secondo è migliore rispetto al primo)? In quarto luogo, la natura del problema di TaiwanÈ una questione di relazioni sino-americane o è semplicemente una questione di relazioni tra i due paesi? La questione di Taiwan può essere completamente risolta prima che il conflitto tra Cina e Stati Uniti sia risolto? Se è regolato in anticipo, ora sarà il prezzo che la Cina dovrà pagare di più o di meno, e quale sarà l’impatto sul trasporto cinese?

 

Anche se comprendiamo le domande sopra, ci sarà un’altra domanda che ci costringerà a continuare a pensare e rispondere. Sebbene gli Stati Uniti siano nel mezzo di un’epidemia e di difficoltà economiche, ha ancora il potere militare di interferire direttamente o indirettamente nella questione dello Stretto di Taiwan, scegliere Wutong [3]darebbe agli Stati Uniti una buona scusa per bloccare e punire la Cina e tagliarla dal mondo occidentale, offrendo agli americani l’opportunità di mettere da parte i loro problemi e indebolirci perché gli Stati Uniti e la Cina sono ben consapevole che la Cina è ancora fortemente dipendente dalle risorse e dai mercati esteri. Come paese produttore, non possiamo ancora soddisfare la nostra industria manifatturiera con le nostre risorse e fare affidamento sul nostro mercato per digerire i nostri prodotti. Quindi in questo momento, se pensiamo che questa sia la migliore opportunità per riconquistare Taiwan, non sarà una buona cosa anche per gli Stati Uniti e alcuni paesi mal intenzionati? Questi fattori esterni sono anche fattori che dobbiamo prendere pienamente in considerazione nel prendere decisioni.

 

È indubbiamente una buona cosa per i cinesi fare la grande causa della riunificazione, ma è sempre un errore se la cosa giusta viene fatta al momento sbagliato. Possiamo agire solo al momento giusto. Non prendere una decisione stupida che perderà sempre. Non possiamo permettere alla nostra generazione di commettere il peccato di interrompere il processo di rinascita della nazione cinese. Per quanto riguarda la questione territoriale, la maggior parte delle persone ha ancora un pensiero tradizionale, è ancora la sensibilità dei piccoli agricoltori che amano la terra che predomina nell’analisi finale. La sovranità territoriale allargata è considerata sinonimo di sovranità nazionale, ma non può da sola comprendere il pieno significato della sovranità nazionale moderna.

 

Nel mondo di oggi, sovranità economica, sovranità finanziaria, sovranità informatica, sovranità della difesa, sovranità delle risorse, sovranità alimentare, sovranità sugli investimenti, sovranità biologica, sovranità culturale, sovranità del discorso e altri aspetti relativi agli interessi e alla sopravvivenza dei paesi fanno tutti parte della sovranità nazionale. Non pensare che solo la sovranità territoriale sia legata agli interessi fondamentali del Paese. Altre sovranità sono anche i principali interessi fondamentali, a volte persino più prioritari della sovranità territoriale, determinando anche la vita o la morte.

 

Ad esempio, al fine di salvare la propria economia, gli Stati Uniti vendono rapidamente trilioni di valuta estera, in modo che le riserve di valuta estera vengano diluite con acqua. La guerra commerciale ti ha costretto a utilizzare i prodotti fisici a scopo di lucro e ad essere rubato attraverso tariffe più elevate. Gli interessi economici della Cina sono stati fortemente colpiti e la sovranità economica è stata gravemente indebolita, ma non si è nemmeno in grado di proteggerla. In questo momento, anche se hai il potere di proteggere l’integrità territoriale, pensi che tutto vada bene, non puoi considerare altre questioni di sovranità altrettanto importanti, se non più importanti? Chi conosce il problema in questo modo non è una persona veramente moderna.

 

Non sto dicendo che per dire che la questione territoriale non è importante, ma per sottolineare che come persona moderna, dobbiamo capire che altre sovranità del paese sono importanti quanto l’integrità territoriale, e non perderli di vista. La questione territoriale non può essere avanzata in misura maggiore rispetto alle altre sovranità anche se non deve essere trascurata. Ma allo stesso tempo, dobbiamo anche chiederci se la questione dell ‘”indipendenza di Taiwan” potrebbe non portarci troppo lontano se prevediamo una guerra per risolvere questa questione. Con il supporto degli Stati Uniti e dei paesi occidentali, possiamo fare solo qualcosa? Non necessariamente. Per frenare “l’indipendenza di Taiwan”, oltre alle opzioni di guerra, più opzioni devono essere considerate. Possiamo pensare a modi di agire nell’enorme area grigia tra guerra e pace, e possiamo persino pensare a modi più specifici, come l’avvio di operazioni militari che non daranno inizio a una guerra, ma che possono consistere in un uso moderato della forza moderata per scoraggiare “l’indipendenza di Taiwan”.

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Alcuni chiedono se l’uso della forza non sia una guerra. Penso che questo sia un evidente fraintendimento. Quando gli Stati Uniti bombardarono l’ambasciata cinese in Jugoslavia o decapitarono il comando delle Guardie rivoluzionarie [4] , si poteva dire che si trattava di una guerra contro la Cina o l’Iran ? No. Ma non è stata un’operazione militare? Sì. Perché usa la forza. Per risolvere i problemi associati alle “operazioni militari non belliche”, dovremmo davvero imparare dagli americani con una mente aperta. Esistono sempre più soluzioni che problemi. C’è un problema e ci possono essere dieci soluzioni. La chiave è come scegliamo la soluzione migliore.

 

Perché formulare l’analisi e il giudizio di cui sopra? Questo perché, secondo me, il Congresso degli Stati Uniti e il governo hanno introdotto la “Legge di Taipei” [5]In questo momento. L’intenzione non è di spingere la Cina ai suoi limiti. È principalmente perché il governo degli Stati Uniti, il Congresso e i responsabili politici sono nei guai negli Stati Uniti, sia che si tratti dei problemi dell’epidemia o di quelli della mancanza di produzione, che è necessario sbarazzarsi di del loro dilemma, e non esiste alcuna soluzione, quindi gli Stati Uniti non possono lasciare la Cina “in pace”, vogliono radunare gli avversari, creare preoccupazioni, sostenere spese energia, fa sì che si disperda e usa questo metodo per darsi l’opportunità di respirare e risparmiare tempo. Allo stesso tempo, questo metodo di dispersione di energia e potere porta a indebolire la nostra forza nazionale e a ostacolare la marcia del progresso.

 

Per quanto riguarda l’impatto sulla Cina, penso che se dobbiamo ballare con i lupi, non dobbiamo ballare al ritmo degli Stati Uniti. Dobbiamo avere il nostro ritmo e persino tentare di romperlo, al fine di minimizzare la sua influenza. Se la potenza americana ha girato il suo bastone, è perché è nella trappola. Non possiamo permettere agli Stati Uniti di scavare pozzi uno per uno per noi (il Taipei Actè l’ultima buca per la Cina), e saltare ai box uno per uno. Invece di saltare nella fossa, devi compensare il suo impatto. Ci sono cose che possiamo ignorare, altre che possiamo ignorare in un modo che agli americani non piace. Gli americani ci stanno facendo domande ora e noi stiamo rispondendo a loro. Ma non possiamo cambiare il nostro modo di pensare, porre anche domande e lasciare che gli americani rispondano? Questi metodi sono tutti modi per compensare l’influenza degli Stati Uniti, incluso il modo in cui usano la questione di Taiwan per influenzarci.

 

L’influenza dell’atteggiamento dei politici americani sui rapporti tra le due parti dello stretto farà sicuramente piacere alle autorità di Tsai Ing-wen [6]. Ma i taiwanesi, incluso Tsai Ing-wen, non si raccontano storie? Fino a che punto gli americani manterranno le loro promesse a Taiwan? Gli americani incoraggiano l’indipendenza di Taiwan, ma ci sarà davvero un rischio di guerra per Taiwan quando l’indipendenza di Taiwan sarà punita mentre il Congresso degli Stati Uniti proclama “non lasceremo mai sanguinare i nostri giovani per la questione di Taiwan “? Per non parlare del fatto che anche se gli americani lasciano davvero versare il sangue dei propri giovani sulla questione di Taiwan, ciò potrebbe non essere sufficiente per contrastare la determinazione e la capacità della Cina di riunire Taiwan. Cosa accadrà all’indipendenza di Taiwan se gli americani non offrono il sangue per Taiwan? Cosa accadrà alle autorità inglesi di Taiwan? In questa fase, Penso che Tsai Ing-wen abbia davvero molto da fare. Fino ad oggi, osa ancora non disegnare apertamente la bandiera di indipendenza di Taiwan e osa fare un piccolo passo avanti, dicendo che Taiwan è in realtà un paese. Ha solo osato andare così lontano, ma non oltre. Poiché andare oltre farà arrabbiare 1,4 miliardi di persone, ciò può avere conseguenze inimmaginabili e disastrose per qualsiasi paese o regione.

 

La Cina deve prima dimostrare determinazione strategica per risolvere il problema di Taiwan, e quindi avere pazienza strategica. Naturalmente, questa premessa è che dobbiamo sviluppare e mantenere la nostra forza strategica per risolvere la questione di Taiwan con la forza in qualsiasi momento.

 

Epidemia e nuovo ordine mondiale

Giornalista : tutti parlano dell’impatto dell’epidemia sul mondo, parlando di eventi importanti come la prima e la seconda guerra mondiale e la disintegrazione dell’Unione Sovietica. Cosa ne pensi di questa affermazione? In che modo l’epidemia cambierà il modello globale?

Qiao Liang : L’impatto dell’epidemia di Nuova polmonite coronarica sul mondo, poiché è un evento attuale ed è ancora in fermentazione, può essere considerato un evento decisivo come quelli conosciuti in passato, e può anche essere decorrelato dalla prima guerra mondiale, dalla seconda guerra mondiale e dalla caduta dell’Unione Sovietica. Tutti questi eventi sono alla stessa altezza. Penso che un simile giudizio sia fondamentalmente fedele ai fatti, e non è un’esagerazione, ma la maggior parte delle persone non lo vede.

 

In effetti, il nuovo coronavirus stesso non ha un effetto così grande. Almeno finora, non è stato così tragico come la prima e la seconda guerra mondiale, che tuttavia non hanno potuto cambiare il panorama internazionale dall’oggi al domani, come il crollo dell’Unione Sovietica. Non è la prima volta che gli umani affrontano un’epidemia e non tutte le epidemie determinano un cambiamento così significativo. Per qualsiasi modifica, la causa esterna è il fattore scatenante e la causa interna è il fattore decisivo. Questa epidemia è solo l’ultima goccia d’acqua che schiaccerà questo ciclo di globalizzazione e la forza trainante della globalizzazione.

 

Se questa epidemia si verificasse negli anni ’50 e ’60, penseremmo davvero che metterebbe gli Stati Uniti in tale imbarazzo e l’Europa in tale imbarazzo? Perché l’epidemia che si sta verificando oggi è così imbarazzante per tutto il mondo occidentale? Il punto non è sapere quanto sia terribile l’epidemia, ma rendersi conto che sia gli Stati Uniti che l’Occidente hanno avuto il loro periodo di massimo splendore e che oggi si trovano ad affrontare questa crisi. epidemia mentre diminuiscono. L’epidemia arriva in questo momento, e anche se è solo un ramoscello, può rompere la parte posteriore del cammello che sta già avendo problemi a camminare. Questa è la ragione più profonda.

 

Perché i paesi occidentali hanno fatto questo passo? Possiamo pensarci. Nell’ultimo mezzo secolo, gli Stati Uniti hanno aperto la strada, seguiti dall’Europa e dal mondo occidentale, hanno intrapreso un percorso economico virtuale e hanno gradualmente abbandonato l’economia reale. Per questi paesi, questa tendenza può sembrare un vantaggio che i paesi sviluppati ottengono per nulla, ma in realtà ha iniziato la loro linfa vitale. È in effetti lo stesso motivo per cui l’antica Roma è gradualmente crollata durante il periodo successivo a causa della sua arroganza e stravaganza, che alla fine ha portato al crollo dell’impero.

 

Penso che dopo l’epidemia, gli Stati Uniti e i paesi occidentali cercheranno sicuramente di rimettersi in piedi. Molte persone si fidano ancora degli Stati Uniti e dei paesi occidentali, cioè credono di avere una forte capacità di correggere gli errori, ma è possibile solo correggere gli errori ‘con sufficiente forza economica e fiducia. In passato, gli americani hanno corretto gli errori e non si sono mai lamentati degli altri. Ora che gli americani non possono più correggere i propri errori, stanno iniziando a spostare la colpa sugli altri. Anche i paesi occidentali hanno restituito la palla alla Cina e persino alcuni dei nostri paesi di origine amichevoli si sono trovati nella stessa situazione e hanno fatto lo stesso. Il motivo di base è che a chiunque non abbia la capacità di correggere gli errori automaticamente piace lanciare la palla. Fantasticano che è semplicemente impossibile ripristinare la propria economia e respingere le responsabilità in modo che possano essere riparate e corrette. In effetti, gli occidentali dovrebbero pensare a molti aspetti di questa sequenza, incluso il loro sistema medico e il loro sistema di valori. Di fronte all’epidemia, questi sistemi erano quasi indifesi e indifesi. Qual è la ragione ? Se non riesci a capirlo, puoi risolvere il problema semplicemente spostando la responsabilità in Cina? Proprio come la guerra non può essere usata per sconfiggere l’epidemia, è anche impossibile restituire la palla per correggere i propri errori.

 

Penso che l’Occidente impiegherà almeno una dozzina di mesi o due anni dopo l’epidemia per riparare la propria economia e riparare il proprio trauma. In questo processo, le cosiddette responsabilità e richieste nei confronti della Cina sono tutte fantasiose e alla fine scompariranno di fronte a una situazione post-epidemia più grave. La Cina dovrebbe avere abbastanza fiducia in se stessa da sapere che finché può rimanere abbastanza forte e mantenere tenacemente le sue capacità di produzione, nessuno può danneggiarlo.

 

Quando gli Stati Uniti sono forti, chi può accusarli della diffusione dell’AIDS? La gente non ha accusato gli Stati Uniti perché le forze di spedizione americane hanno portato in Europa l’influenza scoppiata negli Stati Uniti alla fine della prima guerra mondiale e che alla fine fu chiamata influenza spagnola. Perché nessuno ha incolpato gli Stati Uniti? Fu a causa della forza degli Stati Uniti in quel momento. Finché la Cina rimane sempre più forte, nessuno può abbatterla con le cosiddette rivendicazioni di responsabilità. La Cina dovrebbe avere fiducia in esso.

 

Fonte: questo articolo è stato pubblicato nel numero di maggio 2020 della rivista Bauhinia

 

Appunti

[1] https://en.wikipedia.org/wiki/Taiwan_Allies_International_Protection_and_Enhancement_Initiative_Act

[2]     https://www.congress.gov/bill/116th-congress/senate-bill/1678/text

[3] Il     monte Wutong, che culmina a 944 m, situato nella provincia del Guangdong, sulla costa, vicino a Shenzen, si affaccia geograficamente ad Hong Kong Taiwan nel Mar Cinese Meridionale. L’espressione qui può riferirsi al fatto di tenere gli occhi fissi su Taiwan, persino di intervenire lì.

[4] Possiamo supporre che questo sia un riferimento all’eliminazione da parte del drone di Qassem Soleimani il 3 gennaio 2020 da parte dell’esercito americano

[5]     Oltre all’iniziativa americana, possiamo anche citare la legge adottata a Taiwan nel gennaio 2020: https://www.asie21.com/2020/03/10/taiwan-etats-unis-chine-les-etats united-weave-their-web-for-total-disaccoppiamento / # altro-16985

[6]     Presidente della Repubblica di Taiwan dal 20 maggio 2016 e bête noire di Pechino

https://www.revueconflits.com/general-qiao-liang-hegemonie-chine-laurent-gayard/

Libro – Il Medio Oriente in fase di ristrutturazione (1/5), di Eugène Berg

Volume 1: tra shock sciita-sunnita, petrolio e rivolte popolari

Sappiamo che il Medio Oriente, si concentra in uno spazio piuttosto limitato, un massimo di questioni geopolitiche, di molteplici antagonismi, come questioni politiche, religiose, economiche, sociali e culturali. Nessuno spazio al mondo come quello situato tra il Mediterraneo, il Mar Nero, il Mar Caspio, il Mar Rosso e il Mar Arabico ha tante guerre, conflitti, scontri e tremori. Da qui il grande interesse legato all’opera monumentale di Gérard Fellous dedicata alla regione del Medio Oriente, come nessun altro.

Come puoi vedere, cinque volumi, in più di 2.500 pagine grandi e ben documentate che coprono tutti i paesi, tutte le domande relative a questa vitale area geopolitica alla confluenza di tre continenti.

Gérard Fellous ha seguito nella sua carriera giornalistica le evoluzioni geopolitiche dei paesi del Medio e del Medio Oriente, alla guida di un’agenzia di stampa internazionale. Esperto con le Nazioni Unite, l’Unione Europea, il Consiglio d’Europa per i Diritti Umani e l’Organizzazione Internazionale della Francofonia, è stato consultato da numerosi paesi arabo-musulmani. Il segretario generale della Commissione consultiva nazionale per i diritti umani (CNCDH) a nove primi ministri francesi, tra il 1986 e il 2007, ha trattato, in simbiosi con la società civile, le questioni sociali poste alla Repubblica.

Senza essere in grado di renderne conto nella sua interezza, diamo un resoconto dell’essenziale, sfogliando i cinque volumi, che costituiscono altrettanti punti di riferimento essenziali.

Volume 1: tra shock sciita-sunnita, petrolio e rivolte popolari, Medio Oriente in ristrutturazione – L’Harmattan, 2020, 434 pagine

Prefazione di Adama DIENG Sottosegretario generale delle Nazioni Unite

All’inizio del 2020, quando il Mashreq e il Maghreb, non senza difficoltà, sotto la pressione dei conflitti armati, stavano cercando di entrare nella loro terza era di ristrutturazione, era arrivata la pandemia coronavirus-Covid-19 colpire tutti i paesi, aggiungendo a una crisi sanitaria, nuovi svantaggi sociali, economici e finanziari che hanno provocato altrettanti freni politici nell’adesione della regione al 21 ° secolo. È attraverso un’analisi molto dettagliata dell’impatto del coronavirus sul Medio Oriente che Gérard Fellous, la sua opera monumentale, completa.

In questa somma, ha analizzato tutto, tutto coperto, tutto posto a lungo termine, mentre descriveva tutte le domande relative a quest’area importante. Ma il suo sguardo e le sue analisi si estendono oltre questo già vasto quadro geopolitico, perché affrontando tutte le sfaccettature del terrorismo islamico, attraversa il Sahel, a cui dedica ben venti pagine, alle Filippine, Indonesia, Kashmir, vecchia domanda opposta dal 1947 all’India e al Pakistanche si è svegliato la scorsa estate. Allo stesso modo, dedica quasi sessanta pagine alle azioni islamiste in Francia: tra agosto 1982 e gennaio 2020, la Francia è stata vittima di 34 attacchi islamisti, con due picchi nel 2015 e nel 2016, causando un totale di 292 morti e 1.034 feriti. Su ciascuna delle domande che esamina e ce ne sono diverse centinaia, troviamo la stessa preoccupazione per la precisione, che si contrappone alla riflessione geopolitica, economica, legale, sociale e culturale. Le settimane saranno necessarie per leggere e comprendere questo lavoro di riferimento, che, in ultima analisi, evita la trappola dei giudizi finali e eccessivamente chiari presentando la varietà di punti di vista, la diversità degli interessi, la molteplicità degli attori, gli interni e presente esteriore sulla scena mediorientale, che non ha mai bisogno di eventi imprevisti, inversioni,

Quale linea di forza possiamo in definitiva trarre da tutte queste guerre protratte, da questi tremori che scuotono poteri e società, regioni, gruppi religiosi ed etnici che descrive in profondità, da queste linee di scissione, che egli decifra , che hanno attraversato i confini per secoli? Molti esperti e analisti, per legittima preoccupazione per il confronto, hanno avanzato l’ipotesi che il conflitto arabo-israeliano non sia più la preoccupazione centrale dei paesi della regione, ora è il conflitto sciita-sunnita a sostituirlo. Così una nuova guerra dei trent’anni sorvola la regione. Ma la somiglianza storica si fermerà qui, perché fino ad oggi nulla suggerisce che domani, in Medio Oriente, una “Pace della Vestfalia” getterà le basi di un “diritto pubblico” comune, generando strutture statali reali, vale a dire, sovrani, secolarizzati, seguaci della democrazia. Per decifrare il Medio Oriente dall’inizio del 21 ° secolo, l’Occidente dovrebbe ammettere che per i popoli che lo compongono, la Storia non ha le stesse origini e non va nella stessa direzione, contrariamente a quanto che alcuni suggerirebbero. Volendo leggere il Medio Oriente con riferimenti storici europei ci porterebbe a sciocchezze. I nostri modelli occidentali di comprensione, costruiti sul substrato della nostra cultura greco-latina, quindi nel criterio dei nostri stati democratici e secolari non sarebbero molto operativi per comprendere le realtà geopolitiche di questa regione che è stata descritta come “est complicato”. ”  

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Questa affermazione affermata, che è peraltro ampiamente condivisa, sebbene non sempre messa in pratica, Gérard Fellous nota che il Medio Oriente è entrato per quasi tre decenni nella sua terza fase storica di ricomposizione, e quindi si chiede a quale destino politico sarebbe andato. Tre decenni, questo corrisponde alla prima guerra del Golfo (1990-1991), il crollo dell’URSS e l’annuncio da parte di George Bush dell’avvento di un nuovo ordine mondiale, tutti eventi del mondo che hanno avuto ripercussioni sulla matassa mediorientale. Il diritto internazionale condiviso dalla comunità internazionale è ancora pertinente per esso? Le Nazioni Unite possono costruire una pace giusta e duratura? La crescita economica può essere distribuita in modo più uniforme? È possibile garantire la coesistenza tra le diverse minoranze confessionali, etniche e regionali? Un ordine di pace e cooperazione simile a quello che è stato stabilito in Europa con la sua famiglia di organizzazioni regionali, il Consiglio d’Europa, l’OSCE, emergerà su un orizzonte più o meno vicino? Difficilmente vediamo apparire le premesse.

Una cooperazione più ampia ed efficace fornirà soluzioni in materia ambientale? una grande quantità di risorse idriche (che si oppongono a molti paesi, Egitto / Etiopia, Turchia / Siria e Iraq, Israele e i suoi vicini sul tema della Giordania), nei campi migratori, i contatti di frontiera, fermo restando che tutto ciò suppone l’eradicazione cause di espansione dei fondamentalismi islamici – argomento su cui l’autore si estende a lungo. Queste sono alcune delle domande, tra le molte altre che l’autore esplora in profondità, nei cinque volumi che dedica a questo subcontinente che sta entrando nel 21 ° secolo, dopo aver dato alla luce, il suo origini delle tre religioni monoteiste.

La prima strutturazione del Medio Oriente era iniziata dopo la prima guerra mondiale del 14-18, un secolo fa, quando quasi l’intera regione era sotto il dominio ottomano. Due coalizioni si sono scontrate lì. Da un lato, l’impero ottomano, la Germania e il potere austro-ungarico e, dall’altro, gli imperi coloniali francesi, britannici e russi. Il problema principale era economico con il controllo delle risorse energetiche (il petrolio aveva scoperto in Iran nel 1908). Possiamo dire, in vista del risveglio ottomano della Turchia a cui sono dedicate lunghe pagine, che questo periodo non è stato completato.

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La seconda ristrutturazione della regione iniziò alla fine della seconda guerra mondiale sotto la guida delle amministrazioni Roosevelt e Truman. Sin dall’inizio, ebbe luogo nel contesto della guerra fredda, con la crisi iraniana (1945-1946). Fu istituito attorno al petrolio, di cui il Medio Oriente deteneva i 2/3 delle riserve, oltre a quello più economico del pianeta. I principali paesi esportatori del Medio Oriente intendevano quindi riprendere il controllo delle loro risorse, un processo che durò quasi trent’anni, con le varie nazionalizzazioni, gli accordi di Teheran del 1971, prima che si verificasse il primo shock petrolifero. nel 1973, che aumentò il prezzo di un barile da $ 2,50 a $ 11,65 nel gennaio 1974. Un secondo shock, consecutivo alla “rivoluzione iraniana”, lo portò al livello di $ 40 nel 1980, praticamente il suo livello attuale! I paesi consumatori, come gli Stati Uniti, esercitavano interferenze dirette quando i loro interessi erano minacciati, come in Iran da Mossadegh nel 1953. Di fronte a loro, tutti i paesi produttori hanno creato nel maggio 1960 l’Organizzazione dei paesi esportatori OPEC, la maggior parte dei quali membri erano situati in Medio Oriente.

A metà degli anni ’50, le riserve petrolifere dell’Iraq erano stimate al 10% delle riserve mondiali – erano ancora controllate congiuntamente dalla Gran Bretagna e dagli Stati Uniti, mentre il paese stava diminuendo economicamente, fino alla rivoluzione del 14 Luglio 1958 che abolì la monarchia. Quindi appare un regime militare a Baghdad e uno scontro regionale tra, da un lato, il mondo comunista, guidato da Cina e Unione Sovietica e, dall’altro, l’Occidente democratico.

Entrando nel 21 ° secolo, il Medio Oriente apre una nuova fase di ristrutturazione che segnerebbe l’ultimo avatar della post-decolonizzazione, dopo i fallimenti quasi generalizzati della “Primavera araba”. Sono trascorsi più di cinquant’anni dalla “Guerra dei Sei giorni ”che ha segnato una svolta nel conflitto israelo-palestinese, un episodio bellicoso che ha segnato il crollo del panarabismo di Nasser.

Oggi gli scontri politici e militari che hanno distrutto il Vicino e il Medio Oriente dalla metà degli anni 2000 hanno le loro origini, per molti conflitti religiosi locali e regionali tra i due flussi principali dell’Islam. È quasi lì e non altrove nel mondo che appare oggi, con la massima chiarezza la differenza tra queste due correnti dell’Islam che si sono scontrate dal primo secolo della nostra era. Questo confronto è stato descritto molte volte, ma l’originalità dell’autore, specialista in diritti umani e secolarismo è quella di aggiungere questa dimensione religiosa, etica e giuridica di questo confronto – che come ogni tocco di confronto globale molte sfere dell’attività umana. Quanto lontano andrà questo conflitto?

La paura di vedere scoppiare una terza guerra mondiale dai conflitti e dalle instabilità del Medio Oriente era apparsa negli anni ’90, nel quadro di una controversa analisi geopolitica tra da un lato, Francis Fukuyama e la sua tesi di “The fine della storia “e, d’altra parte, Samuel Huntington, che ha annunciato uno” Scontro di civiltà. All’inizio del 21 ° secolo, queste analisi potrebbero dare un senso alla terza ristrutturazione geopolitica del Medio Oriente che sta prendendo forma. Per Fukuyama, il villaggio globale dovrebbe costituire l’orizzonte del 21 ° secolo, in cui “una crescente omogeneizzazione di tutte le società umane intorno alla democrazia, ai diritti umani e all’economia liberale porrebbe fine alle guerre. “Questo consenso porterebbe a una pacificazione delle relazioni internazionali,

Lo scontro di civiltà o la fine della storia?

Per Huntington, abbiamo assistito alla proliferazione di sanguinosi conflitti locali per tre decenni. La sua tesi è che, nonostante le apparenze economiche, il mondo si sta evolvendo verso la disintegrazione piuttosto che verso l’unificazione, verso le divisioni e le rivalità, piuttosto che verso la pace. Afferma che: “Se il XIX secolo è stato segnato dai conflitti degli Stati-nazione e il XX dal confronto di ideologie, il XXI secolo vedrà lo shock delle civiltà, perché i confini tra culture, religioni e razze sono ora linee di frattura. Crisi multiple in Medio Oriente dimostrerebbero Huntington giusto? Oggi, se “i popoli non occidentali che stanno vivendo un fiorente sviluppo economico non sono pronti a vendere i loro valori culturali e religiosi”, come prevedeva Huntington, ciò significherebbe che la vera fonte della storia per questo secolo nascente non sarebbe solo economica, ma anche culturale e spirituale. Tuttavia, il concetto di cultura dovrebbe essere ridotto a quello di civiltà e il mondo potrebbe essere attirato in una “guerra di religioni”?

Per Gérard Fellous, il Medio Oriente sarebbe quindi ai confini dell’alternativa di Huntington / Fukuyama. Siamo allo stesso tempo nello scontro di civiltà, ma aspiriamo alla fine della storia, ma senza crederci davvero. Tante escatologie terrene sono crollate.

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Molteplici fonti di tensione minacciano gli equilibri di alleanze e deterrenza tra gli stati in questa regione. Gerard Fellous li combina con un lusso di dettagli. Quello che sembra assorbirli tutti è quello tra sciiti e sunniti, tensioni alimentate tra il regime teocratico dei mullahe la divina monarchia di destra di Saud, incombe una “Guerra di religioni” con prospettive apocalittiche. I combattenti estremisti religiosi dei jihadisti del Medio Oriente hanno l’obiettivo finale di provocare una terza “guerra mondiale”, in nome di una “guerra santa”, che richiede la costituzione di una coalizione militare delle potenze occidentali e degli stati musulmani arabi moderati. . In effetti i jihadisti sperano di provocare una conflagrazione generale dalla quale la loro fede emergerebbe trionfante con “l’aiuto divino”. Si dice che il fanatismo religioso abbia aderito al suo “sacrificio”. La “jihad”, per nulla limitata al Medio Oriente, si è diffusa in tutto il Mediterraneo orientale e ben oltre in Africa e in Asia, fino alle nostre terre in Europa occidentale. Questa vocazione non si è estinta all’inizio del 21 ° secolo. Le “guerre eterne” al servizio della divinità, i conflitti per territori e risorse che si oppongono a tribù, clan, famiglie, milizie, eserciti nazionali usano, come ieri, il “potere delle parole” oggi è aumentato di dieci volte con nuove tecniche digitale e le sue reti di comunicazione sociale, al servizio di sofisticate armi convenzionali e nucleari. Quindi alle armi letali di tutti i poteri, ai negoziati politici e diplomatici, che un tempo si chiamavano “palaver”, si aggiungono la “guerra dell’informazione”, la propaganda bellicosa e l’intossicazione “. Notizie false “,” posizioni “e pseudo impegni. Dobbiamo quindi rendere la parte del vero-falso, posture,

Quale approccio alla minaccia in Medio Oriente?

Quale approccio dovrebbe essere adottato per affrontare questa minaccia globale e duratura, che non sta per estinguersi? Possiamo solo notare i limiti dell’azione diplomatica, sia quella delle Nazioni Unite, quella delle grandi potenze mondiali, in prima linea gli Stati Uniti d’America, la Cina e l’Europa. Ognuno di loro vuole escludere la prospettiva di un conflitto militare generalizzato. Ognuno vuole preservare le sue reti di alleanze, proteges, amici, proteges, alcuni dei quali praticano doppie alleanze, inversioni, come fece Sadat nel 1972 tagliando i legami con l’URSS prima di impegnarsi nella guerra dell’ottobre 1973. Ci sono innumerevoli piani con nomi più o meno prestigiosi, sforzi di mediazione. Gli sforzi di Kissinger nel 1974-1975 non si sono qualificati come diplomazia della navetta che ha portato, tra le altre cose, alla riapertura del canale di Suez? Dalle navette, si sono moltiplicati i meno prestigiosi.

Un altro approccio, sicuramente più fecondo, ma più difficile da disinnescare dall’esplosione mediorientale sarebbe sul terreno teologico che è principalmente di competenza della sfera musulmana. È anche la responsabilità delle altre religioni monoteiste, unite in uno sforzo di armonia e pace. Per disinnescare gli inizi di uno “scontro di civiltà”, la risposta verrebbe dalle maggioranze cosiddette “moderate” o “riformate” delle tre religioni abramitiche che stanno già facendo sentire la loro voce, dando segni rassicuranti. Questa vocazione non si è estinta all’inizio del 21 ° secolo. Le “guerre eterne” al servizio della divinità, i conflitti per territori e risorse che si oppongono a tribù, clan, famiglie, milizie, eserciti nazionali usano, come ieri,

Quindi alle armi letali di tutti i poteri, ai negoziati politici e diplomatici, che un tempo si chiamavano “palaver”, si aggiungono la “guerra dell’informazione”, la propaganda bellicosa e l’intossicazione “. Notizie false “,” posizioni “e pseudo-impegni. È quindi necessario rendere la parte di vero-falso, posture, eredi del “diritto del sangue” o concessioni verbali di arrese “senza perdere la faccia” che portano, come in precedenza, agli sfollamenti di popolazioni, ai massacri di civili senza uniformi, armate o pacifiche, con guerre asimmetriche che causano nel tempo massicce o multiple distruzioni, che oggi portano la regione del Medio Oriente alla sua terza ristrutturazione.

https://www.revueconflits.com/moyen-orient-restructuration-petrole-religion-conflits-armes-eugene-berg/

SANTA SOFIA, LUNTANO A TE !, di Antonio de Martini

SANTA SOFIA, LUNTANO A TE !

La Turchia é grande due volte e mezzo l’Italia (784.000 kmq) , ha 84 milioni di abitanti sul suo territorio ( +4 miloni di emigrati in Germania) e un esercito di un milione e duecentomila uomini sotto le armi e controlla lo stretto dei dardanelli.

Il suo servizio segreto opera in quella zona strategica compresa tra Belgrado e Bassora da oltre tre secoli con continuità.

Dal 1952 ha rappresentato l’ala destra del dispositivo NATO schierato contro l’Unione Sovietica ai tempi della guerra fredda. È membro fondatore del Consiglio d’Europa.

Dalla fine della guerra fredda, la NATO non é piu riuscita a coagulare il consenso di tutti i contraenti attorno a una qualche nuova missione condivisa.

Gia dai primi anni sessanta i turchi hanno guardato al Mercato Comune Europeo ( MEC) intavolando trattative che si sono eternizzate, ma hanno procurato annualmente alla Turchia ingenti aiuti economici e indulgenza per le periodiche impiccaggioni di primi ministri accusati di clericalismo islamico.

Un momento di riconoscenza occidentale ci fu nel 1974 quando un intervento militare turco pose fine a un colpo di stato a Cipro e provocò la caduta del regime militare greco che l’aveva ispirato.

L’intervento fu fatto in virtù del trattato di Losanna ( ultimo quarto del XIX secolo) che riconosceva ad un tempo il dominio inglese su Cipro e la sovranità turca sull’isola.

Il costante adeguamento legislativo rispetto all’Europa, la nomina di una donna a premier ( Tansu Ciller), il fatto che il paese fosse membro fondatore del Consiglio d’Europa lasciarono immaginare che, in un futuro indefinito ma prossimo, il paese sarebbe stato accettato nel mercato unico.

Il tumultuoso sviluppo dovuto a Turgut Ozal ( prima ministro dell’economia, poi premier ed infine presidente) lasciarono però immaginare l’ingresso di un temibilissimo concorrente specie nel tessile, pelletterie , agroindustria e edilizia.

Il colpo di Stato anticlericale del generale Evren fu il pretesto per allargare il fossato e rinviare sine die.

Il risorgere della questione d’Oriente – dai Balcani al Vicino e Medio Oriente- spinse la Turchia che aveva visto prevalere il nuovo partito AKP semi clericale, a cercare un posizionamento regionale in una con Israele, lArabia Saufita e l’Egitto.

La Turchia, forte di uno sviluppo a due cifre per oltre un quarto di secolo, a un export sostenuto nelle ex repubbliche sovietiche di cultura para turca, e di uno status amicale con gli USA, nonché buoni rapporti – unico paese islamico- con Israele, iniziò a volere il suo posto al sole.

Le questioni di Cipro – ormai divisa in due- dell’ex impero, della zona petrolifera di Mossul – abusivamente occupata dagli inglesi tre giorni dopo l’armistizio del 1918 – ogni pretesto era buono per ricordare vecchi torti da riparare e nuovi spazi da rivendicare.

La protezione concessa alla striscia di Gaza, e l’incidente del MAVI MARMARA , in cui persero la vita otto cittadini turchi , iniziarono a incrinare i rapporti con Israele, cui la Turchia concedeva acqua , spazi aerei per l’addestramento e turismo vicino e a buon mercato.

L’allontanamento da Israele ha comportato fatalmente un raffreddamento con gli USA.

I militari, grandi tutori della laicità fino all’insubordinazione, certi della cameratesca simpatia americana , tentarono un golpe nel luglio 2016 per cacciare Erdogan.

Il fallimento del tentativo inasprirì la situazione fino a provocare una rappresaglia all’interno e un riavvicinamento col tradizionale nemico russo in politica estera in cerca di una intesa sulla questione siriana e di una rivincita- monito verso il grande alleato.

L’adozione di un formidabile sistema d’armi antiaereo sovietico (S 400), l’esclusione dal mercato dell’F35 , l’aver gli USA armato milizie curde indiscriminatamente senza considerare la guerriglia anti turca condotta da oltre un quarto di secolo, l’arresto per spionaggio di un pastore protestante americano ed i continui tentativi di creargli difficoltà di governo tramite effimeri cartelli elettorali sono culminati nella fuoriuscita dal governo e dal partito, del ministro dell’economia Babacan e degli Esteri Davusoglu ciascuno con un nuovo partito moderato, hanno seriamente indebolito il presidente Erdogan.

Per non subire un’altra scissione da parte degli islamisti cui resisteva da anni alla richiesta di trasformare Santa Sofia in Moschea, Erdogan ha ceduto.

L’indomani è iniziata una cagnara orchestrata da atei e laici filo occidentali cui del cristianesimo non importa nulla, ma del fianco destro della NATO importa moltissimo.

La situazione reale non cambierà granché. A duecento metri c’è la Moschea blu semivuota da decenni e ormai museo di fatto. Santa Sofia avrà identico destino.

La propaganda religiosa attecchì poco anche ai tempi delle crociate, figuriamoci adesso che le primavere arabe hanno dissolto le ultime illusioni circa la religiosità mussulmana.

Invece di speculare su Cristi e Madonne cui loro stessi danno credito limitato, gli occidentali dovrebbero porsi alcune semplici domande.

Se col pretesto religioso si rifiuta di accettare la Turchia in seno alla UE, dove altro questa potrà rivolgersi ?

La geopolitica è come la natura, non facit saltus e ha orrore del vuoto.
E si fa beffe di tutte le religioni, il cui utilizzo è strumentale.

A chi vogliamo regalare l’esercito più agguerrito e numeroso d’Europa che ha sconfitto in campo la Francia e la Grecia e intimorito l’inghilterra mentre il paese era ancora in formazione ?

LOS DOS AMIGOS, di Gianfranco Campa

 

Qui sotto alcune considerazioni di Gianfranco Campa riguardo ad un fatto politico rilevante, ma disconosciuto nel mondo e negli stessi Stati Uniti: la sottoscrizione da parte dei presidenti statunitense e messicano del trattato USMCA (Stati Uniti, Messico, Canada) in sostituzione del decaduto NAFTA.  La grande stampa americana ha ignorato e tutt’al più ironizzato sull’evento. Eppure il trattato prevede delle misure di tutela e regolazione sorprendenti visti i precedenti accordi di natura apertamente liberista che avrebbero dovuto quantomeno incuriosire quella sinistra sedicente legata ai problemi di disuguaglianza e di squilibrio economico. Il Messico, assieme al Brasile, è il paese potenzialmente leader dell’America Latina. Gran parte dei paesi di quell’area hanno tentato la via dell’emancipazione sociale che però, al netto di alcuni successi, è rapidamente ricaduta in una facile politica di tipo assistenziale e in una economia ancora una volta fondata e condannata alla rendita legata allo sfruttamento delle materie prime. Con una novità importante: i beneficiari di questo squilibrio non sono più i soli Stati Uniti, ma anche la Cina. Un dualismo che ha consentito ad alcuni regimi di resistere alle intromissioni pesanti di uno, poggiandosi su altri protagonisti dello scacchiere geopolitico; rendendo meno scontati quindi gli esiti di interventi diretti o sovversioni drammatiche come quelle del golpe cileno degli anni ’70. Si assiste ad un ritorno del nazionalismo, ma di una natura diversa. Il processo di globalizzazione ha pesantemente penalizzato quasi tutti i paesi latino-americani. La concentrazione degli investimenti occidentali, soprattutto americani in Cina e nel Sud-Est asiatico, hanno bruscamente e drammaticamente interrotto i processi di industrializzazione nei paesi del Centro-Sud-America devastandoli e degradandoli pesantemente. http://italiaeilmondo.com/2018/09/20/2564/ Hanno contemporaneamente indebolito notevolmente l’influenza e la presa statunitense su di essi senza che le nuove classi dirigenti latinoamericane riuscissero a creare reali condizioni di indipendenza politica ed economica; paradossalmente hanno disarticolato quel poco di tessuto economico autoctono che si era creato. L’accordo sottoscritto sembra porre su nuove basi questo sistema di relazioni interamericano. E’ però ancora solo una traccia passibile di essere rimessa pesantemente in discussione. Con gli occhi e il punto di vista di uno storico, a bocce ferme, la Presidenza Trump dovrà essere rivisitata da troppi luoghi comuni e da troppi stereotipi interessati_Giuseppe Germinario

 

 

LO DOS AMIGOS, di Gianfranco Campa

 

L’8 luglio, alla Casa Bianca, il presidente Donald Trump e il presidente Messicano Andres Manuel Lopez-Obrador (AMLO) hanno sottoscritto il nuovo trattato internazionale fra i tre giganti nord americani (CANADA-USA-MESSICO), il cosiddetto USMCA che sostituisce il vecchio NAFTA.

L’incontro fra i due leader ( i due Amigos, per l’Economist) è stato ignorato dalla maggior parte dei mass-media; qualcuno ha voluto ricordare le dichiarazioni ‘razziste” fatte da Trump sui messicani prima delle elezioni del 2016. Non torniamo su  quelle dichiarazioni poiché all’epoca alcune parole dette da Trump furono travisate e estrapolate fuori contesto. Ma in linea di massima cioè di cui i critici accusano il presidente degli Stati Uniti Donald Trump è di aver denigrato i migranti messicani e di aver minacciato l’alleato degli Stati Uniti con tariffe paralizzanti.

Ma se andiamo al di là della dialettica e propaganda politica, quello che molti non colgono è il filo che accomuna Trump a AMLO. È vero che i due vengono da estrazioni politiche diverse. AMLO è socialista, Trump di destra, entrambi però sono nazionalisti, populisti. AMLO è anti-capitalista, per intenderci anche Trump è un anti-capitalista anche se in versione diversa da AMLO. I due presidenti pur di estrazione politica apparentemente “opposta” non solo condividono la considerazione del nazionalismo, ma anche  l’avversione al cosiddetto crony-capitalism, il capitalismo clientelare.

Tra i due protagonisti ci sono stati scambi amorevoli, qualcuno le ha definite “effusioni pubbliche”. Le critiche ad AMLO continueranno senza sosta; d’ora in poi verrà trattato come un ologramma di Trump stesso, anche perché non solo ha speso parole positive su Trump, urtato quindi la sensibilità di molti, ma ha evitato di incontrare e fare gli omaggi al prossimo presidente Joe Biden. Probabilmente AMLO dovrà pagare un dazio pesante quando e se Bidet diventerà presidente…

Comunque sia, le ragioni del rapporto cordiale fra Trump ed AMLO sono spiegate dallo stesso AMLO nel discorso fatto alla Casa Bianca durante la cerimonia della firma del USMC:

… volevo essere qui anche per ringraziare la gente degli Stati Uniti, il suo governo; grazie presidente Trump per essere sempre più rispettoso con i nostri simili messicani.

 E a lei, presidente Trump, voglio ringraziarla per la comprensione e l’aiuto che ci ha fornito in questioni relative al commercio, al petrolio, nonché al suo supporto personale per l’acquisizione di attrezzature mediche di cui avevamo urgente bisogno per trattare i nostri pazienti con COVID-19.

 Ma ciò che apprezzo principalmente è che non hai mai cercato di imporci nulla violando la nostra sovranità. Invece della Dottrina Monroe, hai seguito, nel nostro caso, i saggi consigli del brillante e prudente presidente George Washington che ha detto, citando: “Le nazioni non dovrebbero approfittare della sfortunata condizione degli altri popoli“.

 Non hai provato a trattarci come una colonia; al contrario, hai onorato la nostra condizione di nazione indipendente. Ecco perché sono qui per esprimere alla gente degli Stati Uniti che il loro Presidente si è comportato con noi con gentilezza e rispetto. Ci hai trattati proprio come quello che siamo: un paese e un popolo dignitoso; un popolo libero, democratico e sovrano.

 Lunga vita all’amicizia delle nostre due nazioni. Lunga vita agli Stati Uniti d’America. Lunga vita al Canada. Lunga vita alla nostra America. Lunga vita al Messico. Viva México.”

 

 

 

https://publicpool.kinja.com/subject-remarks-by-president-trump-and-president-lopez-1844313082

 

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