Basta propaganda: siamo seri, almeno coi morti, di Paolo Bellavite

Si sa che personalmente non sono contrario ai vaccini per partito preso, tanto che ho iniziato la “carriera” di vaccinologo nel 2017 con un libro intitolato “Vaccini sì, obblighi no”. Se dovessi riscriverlo, sceglierei il titolo “Vaccini se, obblighi no”, dove il “se” indica la valutazione accurata dei rischi e dei benefici. Comunque non sono un “novax”, sono solo contrario agli obblighi vaccinali, tomba della scienza e dell’etica medica, e sono contrario alla disinformazione. Non può esservi libertà di scelta se non c’è corretta informazione.

Uno degli argomenti di maggiore interesse per l’opinione pubblica riguarda gli effetti avversi dei vaccini e in particolare la mortalità. Per questo vale la pena commentare  un articolo di Antonio Socci, comparso su Libero del 13 Ottobre, intitolato “Ma perché qualcuno ha più paura del vaccino che del COVID? Una riflessione statistica”. Tale articolo è emblematico di quale confusione si possa generare su un argomento così delicato e per questo prendendo spunto da questo ritengo utile trattare in modo tecnico alcuni aspetti della questione. Per brevità, pubblico il testo nel mio fascicolo in “Sfero” in attesa di altre eventuali possibilità di pubblicazione.

Socci analizza il tema delle morti improvvise, che definisce “uno dei temi più diffusi, fra i Novax, forse quello che più alimenta la paura e il rifiuto della vaccinazione”. I cosiddetti “Novax” sono accusati di rilanciare sui socials le notizie di cronaca relative a morti di persone che da pochi giorni hanno fatto il vaccino, come se ciò fosse espressione di ignoranza di statistica. Successivamente, l’autore si lancia in considerazioni tecniche in difesa delle vaccinazioni che lasciano stupiti per la loro scarsa consistenza scientifica.

Già il fatto di chiamare “Novax” chi rifiuta questi  cosiddetti vaccini – in realtà sono sostanze biotecnologiche capaci di manipolazioni dell’espressione genica –  lascia perplessi, ma altrettanto criticabile è attribuire tale qualifica in senso dispregiativo a chiunque abbia dei motivi per esitare. Secondo Socci, la convinzione che il vaccino sia pericoloso sarebbe “un’idea vaga e del tutto indimostrata” e per supportare la sua difesa del vaccino ricorre ad un certo Omar Ottonelli, un economista, che si lancia in calcoli statistici dei morti post-vaccino per concludere che sarebbero morti lo stesso. Partendo dalle 176 mila persone che nel 2014 sono morte in Italia per malattie cardiache o cardiovascolari calcola che ogni giorno è statisticamente attesa la morte per le citate malattie di 8 persone per milione di abitante. Considerando che ci sono circa 6 milioni di persone che hanno assunto una dose di vaccino negli ultimi 20 giorni, ne deriva, secondo Ottonelli come riferito da Socci, che “si prevede la morte – per cause indipendenti dal vaccino – di circa 48 persone (appunto: 8 per milione) che hanno assunto un vaccino negli ultimi 20 giorni. Quindi ci si deve attendere addirittura che 2 o 3 sfortunati, ogni giorno, muoiano di infarto, trombosi, embolia o simili entro le 24 ore dal vaccino: tutto a prescindere dal vaccino stesso”. In breve, si lascia intendere che tutto l’allarme dei “novax” sui morti sarebbe un abbaglio.

L’argomento delle morti comunque attese è serio, viene ripetuto più volte ed è stato estratto dal cappello anche dal viceministro Sileri in un recente dibattito televisivo su “La7”.  Questo approccio denota scarsa conoscenza di problemi reali che interessano la vaccinologia e nella fattispecie la questione degli anti-COVID-19. Segnalo per punti gli errori e omissioni più gravi.

Il numero di decessi nei 20 giorni successivi al vaccino è probabilmente molto superiore al valore di 2-3 al giorno fatto credere da Socci/Ottonelli. Questo numero sarebbe corrispondente alla media dei morti dopo il vaccino se i sistemi di rilevazione fossero corretti. Purtroppo non è affatto così. I morti dopo il vaccino finora segnalati in Italia sono circa 600, quindi 10 per milione di abitanti, circa 2-3 al giorno, ma si tratta di farmacovigilanza “spontanea”, vale a dire che si segnalano solo i decessi che si ha tempo e voglia di segnalare. La farmacovigilanza si basa sulle segnalazioni “spontanee” e non su studi rigorosi basati sul follow-up dei vaccinati. Io e altri abbiamo stimato che di tutti gli eventi gravi che si verificano nei giorni e settimane seguenti l’inoculo, meno di uno su 100 viene effettivamente segnalato (1). Questo problema si verifica anche ai vaccini anti-COVID19 se si pensa solo al fatto che AIFA riferisce di circa 16 eventi avversi gravi ogni 100.000 dosi, mentre gli studi sperimentali per la registrazione, quelli pubblicati, hanno riportato un’incidenza di circa 4000 reazioni avverse gravi ogni 100.000 dosi (2).

Perché tali discrepanze? Le ragioni sono molteplici a partire dallo scarso interesse ad approfondire l’argomento da cui potrebbero derivare messaggi di allarme per la popolazione (su quanto questo atteggiamento negazionista sia etico si potrebbe discutere). In Europa, dove i sistemi di segnalazione funzionano un po’ meglio (anche se prevalentemente basati sempre sulla spontaneità) si tratta di 25.000 morti finora registrati, quindi 50 decessi per milione di abitanti. Prendendo per buona questa cifra (comunque sottostimata) si avrebbero in Italia 300 decessi ogni 6 milioni di abitanti, non i 48 di Ottonelli che sarebbero la mortalità attesa.

Ma la cosa più grave è che si segnalano solo i decessi che il volontario segnalatore ritiene che sia dovuto al vaccino, non tutti i decessi, come si dovrebbe fare in una farmacovigilanza corretta. Comunemente si crede che le segnalazioni debbano essere fatte solo se c’è il sospetto che la causa sia stata il vaccino, mentre invece le segnalazioni si dovrebbero fare in ogni caso e spetterebbe poi ad una commissione di esperti multidisciplinare stabilire se esiste un nesso causale. Che questo sia un vero problema che interessa anche le autorità sanitarie si dimostra leggendo quanto ha dichiarato il sottosegretario di Stato alla Salute Andrea Costa (10 settembre 2021) in risposta a una interpellanza parlamentare del deputato Maria Teresa Bellucci: “La sospetta reazione avversa alla vaccinazione viene segnalata quando sussiste un ragionevole sospetto che gli eventi siano correlati e si necessario effettuare approfondimenti”. Questo concetto è sbagliato e fuorviante, porta inevitabilmente ad una preventiva censura del fenomeno, che certo non fa comodo considerare a chi parte dall’idea che un vaccino sia un bene sempre e comunque. È ovvio che se si procede come dichiara il sottosegretario Costa, molte reazioni avverse non vengono segnalate perché chi le osserva non “sospetta” che siano correlate. È noto che all’inizio della campagna vaccinale molte segnalazioni di fenomeni trombotici erano considerate come casuali o non correlate perché sembrava impossibile che i vaccini potessero causare trombosi. Eppure vari autori tra cui il sottoscritto già spiegarono il meccanismo con cui questi vaccini provocano la trombosi (3-5) e ne informai AIFA ed EMA già in febbraio 2021.

Un altro clamoroso errore del calcolo dei 2-3 morti al giorno attesi sta nel fatto che questo numero risulta da una stima della mortalità immaginata come distribuita uniformemente nel corso dei 20 giorni dopo il vaccino (48 morti distribuiti in 20 giorni). Essendo un economista, Ottonelli probabilmente non sa che le morti  dopo il vaccino (non quelle per altre malattie di più lunga durata la cui entità non si conosce ancora) non si distribuiscono in modo uniforme ma hanno un picco nei primi due giorni (vedi figura gentilmente concessa dal dr. P.A. McCoullough, Chief Medical Advisor, Truth for Health Foundation, ottenuta sulla base dei dati del sistema di segnalazione VAERS americano).

Andamento temporale dei decessi
Andamento nel tempo delle morti dopo vaccini anti-COVID-19 negli USA

Questo dimostra che non è corretto paragonare un andamento stabile nel tempo come quello delle malattie cardiovascolari (48 morti attesi in 20 giorni) con quello della mortalità da vaccino (concentrata in 2 o tre giorni). Stupisce che uno statistico, per quanto economista, faccia un errore del genere. Inoltre, dal grafico si vede chiaramente che l’alta mortalità che segue alla vaccinazione va decrescendo nei giorni successivi fino a raggiungere la normalità dopo circa un mese. Se il fenomeno fosse dovuto al “rumore di fondo” per la normale mortalità da malattie cardiovascolari, si dovrebbe osservare un andamento più o meno stabile nel periodo considerato. Invece il fatto che il rischio di morte decresca man mano che passa il tempo dopo il vaccino, fino ad approssimare il tasso di morte normale è proprio indicativo del fatto che sia stato proprio quell’intervento ad innescare la variazione statistica.

Se poi Socci volesse informarsi meglio di cosa dicono veramente i dati della vaccinovigilanza, scoprirebbe la differenza drammatica di segnalazioni tra i vaccini comuni (tipo gli antiinfluenzali) e questi di ultima fattura. Si veda ad esempio quanto emerge dagli USA: le morti dopo i vaccini erano meno di 200 all’anno, mentre solo nel 2021 hanno superato i 25000  (figura gentilmente concessa dal dr. P.A. McCoullough, con dati indicativi, di qualche mese fa).

Dati VAERS
Reports di vaccinovigilanza di eventi avversi (sinistra) e dei decessi (a destra) in diversi anni negli USA. I dati del 2021 sono indicativi e parziali, ai primi di ottobre i decessi erano già oltre 20.000

Un simile rapporto tra segnalazioni di morti dopo i vaccini c’è anche in Italia, laddove i morti segnalati  solitamente erano meno di una ventina mentre ora siamo già a oltre 600.  Come si spiega la differenza di segnalazioni di 30 volte, nello stesso sistema di rilevazione e nello stesso database, visto che la mortalità “attesa” per malattie cardiovascolari è rimasta invariata? Socci non lo dice, non lo sa, o non lo vuol dire.

L’articolo di “Libero” poi si lancia in banali considerazioni sulla “correlazione”, sostenendo che “è comprensibile che l’impatto emotivo di questi tragici eventi possa indurre familiari e amici della persona morta a immaginare una correlazione con il vaccino e tutto questo solitamente finisce sulle cronache dei giornali che parleranno della morte improvvisa di una persona appena vaccinata. Ma non ha senso stabilire una correlazione automatica, l’eventuale correlazione deve essere stabilita caso per caso dai medici. Non sorprende dunque se molte analisi mediche tendono sinora ad escludere, con discreta regolarità, l’esistenza di un rapporto di causa ed effetto con il vaccino.” Si legge anche che “Riflettere con serena razionalità su questi dati dovrebbe indurre a non stabilire più correlazioni automatiche e dovrebbe far capire che è obiettivamente sbagliata la paura del vaccino.”  La difesa del vaccino diventa poi pura propaganda quando Socci rilancia l’opinione di Burioni: “Non dovete avere paura di un vaccino che è tra i farmaci più sicuri della Terra e vi protegge da un virus che è tra i più pericolosi della Terra. Vaccinatevi. Con la salute non si scherza”. Francamente, sono proprio affermazioni superficiali come queste che paiono degli “scherzi”, e di cattivo gusto.

Tralascio di commentare altre idee del tipo che il vaccino “è più sicuro di quanto lo sia il viaggio in auto che ogni giorno facciamo per andare a lavoro” o  che “possono esserci effetti collaterali, come per tutti i farmaci, ma non in proporzioni che possano destare allarme collettivo” o “del resto può essere pericolosa qualsiasi medicina ma non risulta che i Novax rifiutino farmaci e cure ospedaliere.”

Quando tratta della causalità Socci dovrebbe astenersi di entrare in campi che non conosce. È vero che spesso la gente ragiona “post hoc, propter hoc”, cioè stabilisce una causalità sulla base di una semplice correlazione temporale.  D’altra parte, si usa spesso questo stesso “ragionamento” quando si sostiene che dopo l’introduzione dei vaccini le malattie sono diminuite. Oltretutto non risulta.

All’opposto di quanto corre sui tanto disprezzati “socials”, sulle cronache del mainstream nella maggior parte dei casi di morti dopo il vaccino si legge subito che non vi sarebbe correlazione. Quanto questa conclusione sia di solito affrettata si può facilmente capire dal fatto che la correlazione causale (oltre che temporale) tra una certa malattia e la vaccinazione si può stabilire statisticamente solo dopo una lunga serie di studi di confronto tra gruppi di soggetti comparabili (fase 2-3) , che invece sono ancora in corso. Ora tali studi erano previsti di durata di almeno 24 mesi, al termine dei quali si sarebbe dovuto fare un bilancio e dare finalmente la autorizzazione definitiva alla vendita. Tuttavia ben presto si è cominciato a vaccinare anche i volontari del gruppo di controllo (6). Ma così facendo si è vanificato lo studio di lungo corso e non si potrà avere la prova rigorosa di quanto dura la protezione e neppure delle conseguenze dei vaccini a medio-lungo termine. Una cosa è certa, in assenza degli studi controllati, non si può escludere la correlazione causale per alcune malattie e prima che si abbiano valutazioni statistiche serie sull’incidenza dei vari eventi che si registrano, con metodi adeguati di farmacovigilanza e di stima. Certe evidenze statistiche stanno emergendo proprio, ad esempio per l’amento di casi di sindrome di Guillain-Barré, di miocarditi, di herpes zoster, trombosi di vario tipo, autoimmunità, problemi mestruali e via dicendo.

Un aspetto della questione che sfugge totalmente a Socci riguarda il metodo per valutare “nesso di causalità”. Bisogna sapere che l’analisi della correlazione è fatta, come scrive la stessa AIFA, col metodo indicato dall’OMS, il quale però è difettoso e si presta facilmente a errori, come io e altri abbiamo dimostrato in vari lavori (1, 7, 8). I difetti sono molti ma il più clamoroso sta nel fatto che la correlazione è esclusa se esistono “altre cause” che potrebbero aver determinato l’evento. Ad esempio, se si verifica la morte di un vaccinato che aveva anche malattie di cuore, o tumori, o malattie di fegato, o disturbi della coagulazione, la causa è attribuita a queste malattie preesistenti e non al vaccino. Questa procedura è seguita negli stessi rapporti dell’AIFA e spiegato in dettaglio nel rapporto n. 3. Purtroppo, il metodo di esclusione delle concause è viziato da un grave difetto tecnico, che sfugge a chi non conosce la patologia generale: le reazioni avverse più gravi di solito sono dovute proprio alla interazione tra il prodotto iniettato e una predisposizione o suscettibilità del soggetto. Si tratta, in altre parole, di due o più CON-CAUSE che interagendo determinano l’evento avverso. Questo equivoco sulle correlazioni, oltre alla scarsa efficacia della farmacovigilanza, sta sbilanciando la valutazione dei rischi e benefici dei vaccini rispetto alla malattia. Infatti, nel caso della morte in soggetti positivi, la causa di morte viene attribuita al virus anche se ci sono altre cause come quelle che abbiamo menzionato. Alcuni autori hanno cercato di valutare il nesso di causalità in una serie di decessi dopo i vaccini anti-covid-19 negli USA e hanno riscontrato che solo nel 14 % dei casi si poteva escludere la responsabilità del vaccino stesso.(9)

Esistono vari altri indicatori dell’aumento di mortalità dopo l’introduzione delle vaccinazioni anti-COVID-19 ma non è questa la sede per trattarli, essendoci limitati a trattare solo alcuni aspetti della questione. In conclusione, spero che questo scritto serva a confutare le facilonerie statistiche che generano errori gravi nella interpretazione dei dati su un tema serio come quello dei danni gravi da vaccino.

Riferimenti bibliografici

1. Bellavite P, Donzelli A. Adverse events following measles-mumps-rubella-varicella vaccine: an independent perspective on Italian pharmacovigilance data. F1000Res. 2020 2020;9:1176. doi:10.12688/f1000research.26523.2 [doi].

2. Polack FP, et al. Safety and Efficacy of the BNT162b2 mRNA Covid-19 Vaccine. N Engl J Med. 2020 12/31/2020;383(27):2603-2615. doi:NJ202012103832702 [pii];10.1056/NEJMoa2034577 [doi].

3. Zhang S, et al. SARS-CoV-2 binds platelet ACE2 to enhance thrombosis in COVID-19. J Hematol Oncol. 2020 9/4/2020;13(1):120. doi:10.1186/s13045-020-00954-7 [pii];954 [pii];10.1186/s13045-020-00954-7 [doi].

4. Suzuki YJ, Gychka SG. SARS-CoV-2 Spike Protein Elicits Cell Signaling in Human Host Cells: Implications for Possible Consequences of COVID-19 Vaccines. Vaccines (Basel). 2021 1/11/2021;9(1). doi:vaccines9010036 [pii];vaccines-09-00036 [pii];10.3390/vaccines9010036 [doi].

5. Bellavite P. Renin-Angiotensin System, SARS-CoV-2 and Hypotheses about Adverse Effects Following Vaccination. EC Pharmacology and Toxicology. 2021 2021;9(4):1-10. doi:10.31080/ecpt.2021.09.00592.

6. Doshi P. Covid-19 vaccines: In the rush for regulatory approval, do we need more data? BMJ. 2021 May 18;373:n1244. Epub 2021/05/20. doi:10.1136/bmj.n1244. Cited in: Pubmed; PMID 34006591.

7. Bellavite P. Causality assessment of adverse events following immunization: the problem of multifactorial pathology. F1000Res. 2020 2020;9:170. doi:10.12688/f1000research.22600.1 [doi].

8. Puliyel J, Naik P. Revised World Health Organization (WHO)’s causality assessment of adverse events following immunization-a critique. F1000Res. 2018 2018;7:243. doi:10.12688/f1000research.13694.2 [doi].

9. McLachlan S. et al, Analysis of COVID-19 vaccine death reports from the Vaccine Adverse Events Reporting System (VAERS) Database Interim Results and Analysis. Research Gate. 2021;Doi:10.13140/RG.2.2.26987.26402.

L’esperimento, di Andrea Zhok

La gestione della crisi pandemica si sta caricando di significati e di “opportunità” che vanno ben oltre la grandezza del problema sanitario. E’ inevitabile. Qualsiasi problema di relazioni sociali, siano esse di natura conflittuale, cooperativa o di entrambe, giacché dette relazioni presuppongono gerarchie e prevalenze, comporta l’affermazione e l’esercizio del potere. Gli avvenimenti di queste due ultime settimane, in particolare i fatti di Trieste, ci raccontano uno scontro tra due mondi. Il primo ha le idee sufficientemente chiare, dispone degli strumenti per realizzarle man mano che si offrono le occasioni, deve distruggere il senso e l’idea di comunità conosciuti in questi ultimi due secoli; i secondi percepiscono di essere le vittime di queste dinamiche ma non hanno idea di quali siano le alternative o i modi di affrontare questi cambiamenti. In realtà le distinzioni non sono così nette e in ciascuno dei due mondi allignano tracce pesanti dell’altro come succede soprattutto nelle fasi di transizione. Non si tratta di denunciare e contrastare complotti oscuri; gran parte viene dichiarato e portato avanti alla luce del sole. Si tratta di colmare l’abisso culturale che divide i due contendenti; si tratta di distinguere, nella fattispecie, il fatto e la necessità di affrontarlo, nella fattispecie l’epidemia, dalla sua gestione la cui modalità contribuirà in maniera decisiva a ridefinire gli assetti di potere e le capacità di controllo della società; soprattutto, si tratta di rompere il gioco perverso e imposto di un conflitto senza storia, rappresentato nella dialettica tra una impostazione positivistica di scelte politiche senza alternative, corroborate dalla “scienza” istituzionalizzata e indiscutibile, anche quando smentisce se stessa in pochi minuti, rappresentante e detentrice essa del progresso e l’ignoranza superstiziosa e allucinata, rappresentante della reazione codina. Se non si comprende l’avversario, è impossibile forgiare le armi necessarie ad affrontarlo. Quegli uomini trepidanti e inquieti, in preghiera nella piazza di Trieste, sono lo specchio di questo smarrimento e di una ribellione attualmente senza sbocchi. Questo a prescindere dall’esito della vertenza. Ho l’impressione che, dietro le quinte, qualche rassicurazione sul destino del green pass nel giro di qualche settimana troverà un accomodamento che non costi un voltafaccia esplicito del Governo_Giuseppe Germinario

L’esperimento

Pubblicato il 18 ottobre 2021 alle 09:44

Nel contesto delle discussioni intorno al Green Pass, ci sono amici che non smettono di stupirsi di come spiegazioni, argomentazioni, e soprattutto dubbi di matrice scientifica, giuridica e umana che cerchino di motivare l’avversione al certificato verde vengano nel miglior dei casi perculati, nel peggiore diventino oggetto di aggressione verbale, di ‘shitstorm’, di accuse ad alzo zero di egoismo, ignoranza, inciviltà, ecc.

Il tutto nella più assoluta impermeabilità alle ragioni altrui.

Io ho letto con i miei occhi (e se non lo avessi visto, non ci avrei creduto) discussioni in cui una donna incinta che si preoccupava per gli effetti di una vaccinazione poco sperimentata sul feto, veniva bullizzata verbalmente come fosse una deficiente o come un’ignorante terminale, perché “non capiva che anche l’aspirina ha effetti collaterali”, perché non si “fidava della scienza”, ecc.

Ecco, io credo che in effetti non ci sia poi molto di cui stupirsi.

Ad occhio e croce siamo tutti all’interno di una grande replica dell’esperimento di Zimbardo, docente di psicologia a Stanford. Il prof. Zimbardo aveva le sue teorie intorno ai meccanismi dell’appartenenza di gruppo, teorie francamente inadeguate, basate sulle idee di Gustave Le Bon, ma ad ogni modo egli cercò di indagarle creando una condizione sociale artificiale.

Nel seminterrato del Dipartimento di Psicologia dell’Università di Stanford venne approntato una sorta di carcere. Vennero selezionati 24 studenti che secondo i test risultavano mentalmente e socialmente equilibrati, e vennero divisi a caso in due gruppi: i carcerati e i secondini, distinti per abbigliamento (inclusivo di occhiali scuri e manganello). Il compito assegnato era semplicissimo: i secondini dovevano mantenere l’ordine rispetto ai carcerati, secondo un programma quotidiano di gestione ordinaria.

Ebbene il risultato fu rapido ed esemplare.

Dopo soli due giorni iniziarono atti di violenza e intimidazione da un lato, e atti di ribellione dall’altro. La situazione degenerò così rapidamente che l’esperimento venne interrotto prima del termine della settimana, giacché alcuni dei “prigionieri” iniziavano a mostrare seri disturbi nervosi, mentre le “guardie” si compiacevano sempre di più di esercitare forme di prevaricazione e umiliazione.

L’esperimento era condotto metodologicamente in maniera troppo inadeguata per dare risultati certi, e la sua notorietà successiva rese eventuali repliche di fatto impossibili. (I partecipanti, usciti dall’esperimento, si vergognavano di quanto accaduto e cercarono sistematicamente di addossare la colpa di quanto accaduto ad altri.)

Tuttavia questo esperimento di fatto confermava intuizioni emerse già in un precedente esperimento (Milgram, 1961), in cui il compito assegnato era di somministrare ad una controparte scosse elettriche “con finalità educative”, e che aveva dimostrato la disponibilità di molti a somministrare scosse elevatissime (segnalate come “molto pericolose”) ai soggetti sperimentali con l’intento di “educarli”, persino quando questi ultimi chiedevano misericordia.

Ecco tutto ciò mostra, io credo, una dinamica fondamentale, spesso fraintesa (anche dallo stesso Zimbardo). Quanto accaduto, nel suo nucleo fondamentale, è che era stato conferito arbitrariamente potere e autorità morale ad un gruppo su di un altro, senza che ci fosse alcuna controparte di responsabilizzazione. Un gruppo di persone aveva di colpo avuto titolo a forzare, obbligare, offendere, deridere un altro gruppo, senza rischiare nulla, senza dover rispondere di nulla, con una legittimazione dall’alto.

Ecco, tanto basta.

Il governo italiano per la prima volta nella storia ha ricreato l’esperimento di Stanford a livello di una nazione (per fortuna per ora nella sola sfera virtuale).

C’è di che essere orgogliosi.

https://sfero.me/article/esperimento?fbclid=IwAR2kreRCu82DrjmG1aaDspFhrT1Y3-CW6m4iuJbScbGdbpSRzmN-1rgop4U

Tre paradossi di un assalto_di Giuseppe Germinario

Un mondo a rovescio! Almeno per chi ha vissuto e conosciuto il mondo di quaranta anni fa e più.

  • La sorpresa sardonica è tutta per Roberto Fiore, leader di Forza Nuova, nelle vesti di apostolo e paladino delle libertà dal Green Pass e dalla “dittatura sanitaria”.

  • L’inquietudine serpeggia nelle parole di Giorgia Meloni che adombra il lezzo sulfureo della provocazione organizzata che sia quella autonoma di un gruppo di facinorosi o quella perpetrata e programmata, come più probabile, grazie a probabili complicità e direttive.

  • Il sarcasmo aleggia quando la quasi totalità dei gruppi dirigenti, specie quelli progressisti, ostentano la loro indignazione su un atto così proditorio e “tempestivo”, ma dimentichi dell’essenziale del loro passato.

LA SORPRESA SARDONICA

Tutti i movimenti a carattere rivoluzionario ed eversivo giustificano i propri atti, anche i più brutali, sotto il vessillo della libertà. In suo nome si compiono le azioni più coraggiose, gli atti più efferati, le conquiste più ambiziose e le nuove e peggiori forme di sopraffazione. L’enfasi dell’azione diretta individuale, il carattere di per sé purificatore ed emancipatore di essa, lo spiritualismo orientato al richiamo alla tradizione e a valori immobili come programma politico sono gli ingredienti necessari a tarare un movimento e a segnare la sua deriva progressiva verso un anarchismo individualistico reso politicamente praticabile paradossalmente attraverso una visione rigidamente gerarchica e militare del proprio impegno sino ad assumere un carattere terroristico. Un vicolo cieco che prima o poi, per sopravvivere e non soccombere, porta ad essere strumento e complice, volente e nolente, delle trame di potere più oscure dei centri decisionali. È quanto è successo a Roberto Fiore, a Terza Posizione e ai NAR negli anni ‘70 e ‘80. Uscito indenne con un salvacondotto che gli ha permesso di fuggire ed arricchirsi in Gran Bretagna. Difficile che la sua salvezza non abbia richiesto il pagamento di un qualche pegno pesante qui in Italia e nel luogo di esilio. Ritorna ormai attempato in Italia, ma assieme ad altri commilitoni pronto ad innescare pesanti provocazioni come l’assalto recente alla CGIL. La contingenza suggerisce la volontà di influire sul ballottaggio elettorale; uno sguardo più lontano suggerisce qualcosa di molto più profondo legato alla gestione della pandemia e della profonda ristrutturazione degli assetti sociali e politici.

L’INQUIETUDINE CHE SERPEGGIA

Ha ragione quindi Giorgia Meloni ad alludere sia pure timidamente alla “eccessiva” facilità di movimento di personaggi ormai attempati e conosciuti per il loro particolare impegno politico e a ricondurre la responsabilità di quanto accaduto per lo meno al Ministro dell’Interno. Dovrebbe essere molto più chiara ed esplicita visto che la sua formazione politica, FdI, è la lontana erede del partito che spesso e volentieri ha offerto qualche copertura alle formazioni stragiste di quegli anni. In mancanza, un ulteriore pesante tassello sarà posto al disegno di isolamento e ghettizzazione del suo partito, funzionale alla creazione di una opposizione di comodo. Una morsa che sembra ormai accompagnarla, con tempi e modalità diverse, alla parabola discendente intrapresa da Salvini.

IL SARCASMO CHE ALEGGIA

La prontezza e la decisione con la quale tutto il campo progressista ha reagito alla pesante provocazione nasconde un lato oscuro. La generazione detentrice delle principali redini del potere politico di matrice progressista ha vissuto in prima persona o si è formata nella fase immediatamente successiva agli attentati terroristici e stragisti condannando quegli atti e denunciando le connivenze, le infiltrazioni e le strategie di centri e settori istituzionali nazionali ed esteri. “La strage di Stato” era all’incirca il motivo conduttore di quegli anni. Sarebbe stato quasi scontato almeno ipotizzare qualcosa di analogo senza nemmeno lo sforzo di dover individuare nuovi protagonisti, visto l’evidente problema di ricambio generazionale. Non lo fanno e il motivo è facilmente intuibile.

CONCLUSIONI

I pretesti, le provocazioni, le trappole sono parti integranti dell’armamentario della lotta politica, a maggior ragione nelle fasi più concitate di scontro e nei momenti di scarsa credibilità di un ceto politico. Solitamente favoriscono maggiormente le forze che più controllano le leve e i centri di potere e di influenza.

Trovano condizioni più favorevoli di esercizio quando le questioni sono mal poste e gli obbiettivi individuati dai movimenti di opposizione scarsamente definiti se non fuorvianti.

Nella fattispecie con l’introduzione delle mascherine, il green pass, le chiusure il problema posto dalla contestazione è quello della limitazione delle libertà e dell’incostituzionalità dei provvedimenti, quando il tema reale ed imposto è quello della necessità dello stato di emergenza, delle modalità di applicazione e delle dinamiche di accentramento e di efficacia dell’esercizio del potere con tutte le manipolazioni connaturate o che fungono da corollario.

Può apparire una sottigliezza insignificante; in realtà è dirimente in quanto riconosce la possibilità teorica dell’introduzione di uno stato d’emergenza e costringe ad entrare nel merito della gravità dell’epidemia, del disordine istituzionale, delle misure necessarie in funzione degli obbiettivi da raggiungere e delle manipolazioni politiche ormai sempre più evidenti di questa condizione. Dal punto di vista delle dinamiche politiche può contribuire a superare la fossilizzazione del confronto antitetico-polare tra la visione complottista del grande disegno totalitario perpetrato da una cupola onnipotente e onniveggente e quella tecnocratica-positivista fondata sul verbo a prescindere degli esperti riconosciuti istituzionalmente; una fossilizzazione del dibattito su binari inesorabilmente tracciati di fatto dai secondi.

A corollario induce a porre realisticamente un altro aspetto dalle implicazioni analoghe: quello dell’esorcizzazione e demonizzazione del problema dell’acquisizione dei dati e del controllo di questi e dei comportamenti. Nella realtà qualsiasi progresso scientifico e tecnologico mira a, parte da una crescente capacità di controllo di dati e procedure. Il problema da affrontare è quello dell’utilizzo possibile e del riconoscimento istituzionale di questi da parte dei detentori piuttosto che la limitazione dei flussi.

Sembrano questioni avulse; sono invece dirimenti per liberare la dinamica politica e soprattutto i movimenti contestatori dalla gabbia inesorabile che hanno costruito i centri decisori dominanti, più fragili nella realtà rispetto alle apparenze, ma resi forti anche grazie alla complicità delle stesse vittime.

Crisi pandemica. I vivaci pro e contro di una gestione politica. A cura di Giuseppe Germinario

Qui sotto il resoconto sintetico di un vivace dibattito in corso su facebook, non proprio la sede più appropriata, sui risvolti politici della gestione della crisi pandemica. Gli argomenti addotti sono indubbiamente interessanti ma soffrono spesso di un non detto e di fondamenti comuni impliciti ma non definiti con il necessario rigore tale da stabilire punti fermi più solidi. L’affermazione di potere implicita nelle scelte politiche di soluzione di problemi reali; il controllo crescente come aspirazione di ogni centro decisore politico, ma anche base necessaria di ogni progresso umano; la corrispondenza univoca o meno tra intensità del controllo e affermazione di processi totalitari; la definizione più o meno strumentale e manipolata delle priorità e del terreno di scontro e le modalità di reazione più opportune a questa definizione; la chiarezza nella distinzione tra l’analisi politica e la concreta capacità e possibilità di azione politica. Sono alcune delle questioni implicite che informano il dibattito. Per ultimo una considerazione: è un caso che la fossilizzazione del dibattito sul Green Pass avvenga soprattutto in Italia, poi in Francia e meno in paesi più centrali come gli Stati Uniti e la Gran Bretagna? Ha qualche significato il paradosso che l’ambizione esplicita al controllo trovi più spazio in Cina, il paese che teoricamente dovrebbe contrastare meglio i propositi di “Grande Reset” e di dominio della cupola capitalistico-finanziaria? Sono i discrimini che separano le interpretazioni delle dinamiche politico-sociali e la valutazione delle capacità e delle possibilità operative e di pianificazione dei centri decisori. Mi pare che si stia perdendo il senso della priorità, della misura e dei tempi di una azione politica di contestazione. Il dato certo sono la progressiva prevalenza di dinamiche, di atteggiamenti e posizioni manichee che non fanno presagire nulla di buono. Sembrano impulsi piuttosto che calcolo politico; parte di scaramucce strumentali, piuttosto che dichiarazioni di guerra. Sono il seme del peggio che può scaturire dalla banalità. Giuseppe Germinario
Alessandro Visalli
Non so se nel frastuono che tutto copre delle polemiche su Green Pass e vaccini ci sia un’astuzia del potere, o se, semplicemente è l’effetto di una banale dinamica autorafforzante del mercato delle ‘notizie’ (il tema ‘vende’), unito alla lotta partitica feroce in corso sottotraccia, entro l’artificiale perimetro governativo (per cui si provoca la Lega, per danneggiarne il leader rispetto ai competitori esterni -Meloni- ed interni -Giorgetti-, e, d’altra parte se ne subiscono i veti, da cui la politica vorrei-ma-non-posso del GP), ma l’effetto oggettivo è quello di una nuvola nerastra e polverosa di polemiche vacue e urlate che nascondono completamente le tantissime cose serie, importanti, persino epocali che stanno accadendo (entro e soprattutto fuori del paese).
La dinamica dei prezzi e della sconnessione delle supply chain mondiali mostra l’avvio di un passaggio tra il modo di produzione neoliberista mondializzato e qualcosa di diverso (quanto, come e quando, nonché dove lo potremo misurare in qualche anno); la ritirata anglosassone prelude ad una avanzata del ‘mondo multipolare’ (che ha molto a che fare con il punto precedente); il lavoro potrebbe cambiare, tornando ad una qualche forma di potere e, al contempo trascinando modifiche della forma territoriale; la risposta politica a queste tensioni di trasformazione potrebbe prendere la forma di un attivismo statalista di nuovo conio. Nessuna di queste cose è già formata, sono tutti piani di conflitto intrecciati e possono andare in direzioni diverse.
—–
Ma noi discutiamo di ciò che ci viene messo davanti agli occhi. Se uno insiste a sottoporre un tema ciò che bisognerebbe chiedersi non è se è giusto o sbagliato, ma quale altro nasconde. Ovvero, di cosa non si deve parlare.

Thomas Fazi

Attenzione: il fatto che ci sia un’operazione di distrazione in atto non vuol dire che l’oggetto della distrazione non sia reale (anche perché altrimenti non funzionerebbe). Quindi va bene denunciare l’operazione di distrazione (io parlo di strategia della tensione ma il concetto è quello) ma questo, ahimè, non esime dal confrontarsi con l’oggetto della distrazione.

Andrea Zhok

Tutto molto giusto. Succedono un sacco di altre cose importanti in Italia e nel mondo.
Solo mi sfugge come qualcuno pensi di poter eccepire a quei grandi movimenti se non riusciamo neanche a sottrarci a un TSO di massa, dichiaratamente pretestuoso e privo di qualunque fondamento sanitario.
Chissà come bloccheremo le manovre del grande capitale, se il controllo su movimenti e opinioni è illimitato, se non riusciamo neppure a proteggere i nostri figli, se la censura è sistematica, la demonizzazione del nemico pure.
Ah, ma scusa, questo è controllo, imposizione, censura e demonizzazione fatti per una giusta causa!

Pierluigi Fagan

Già. “Noi discutiamo di ciò che ci viene messo davanti agli occhi” e che i nostri e gli altrui occhi riescono a vedere. La dinamica è che c’è chi dice e chi ascolta e chi dà l’agenda. Il livello di questo dibattito è dato dalla qualità dell’ultimo livello, dal livello di chi ascolta. Tutta questa faccenda arriva a colpire direttamente le persone base, decisioni da prendere, paure da gestire, attraverso fatti semplici: farsi o non farsi una puntura, accettare o meno il GP etc. Su questa sensibilità attivata infuria la pressione informativa ufficiale perché ad oggi, in Italia, siamo a circa 67% vaccinati a doppia dose, una percentuale ritenuta insufficiente per arrivare a quella che erroneamente è detta “immunità di gregge” e che statisticamente è solo il fatto che dal 75% in su si è ragionevolmente sicuri di poter gestire l’eventuale pressione ospedaliera che è “il” problema che poi porta a codici colorati e lockdown che poi portano a distorcere i normali comportamenti economici che impediscono l’agognata “ripresa” per cui Draghi si è fatto dare i miliardi condizionati dall’UE. Un “prestito” che non può fallire. Sul fatto che i soldi dati all’Italia siano davvero utili a rimetterci -più o meno- in piedi si giocano molte partire in UE, ricordando che andiamo verso una UE post Merkel. Da cui anche le ambizioni personali tanto di Draghi che di Macron, non a caso i due politici dei due paesi che usano il GP in modo più feroce. La pressione crea disagio perché timori e paure non vengono superate con gli ordini. La mancanza di intelligenza sociale in senso prettamente “politico” di Draghi che culturalmente è un tecnico, più simile all’ingegnere che al coltivatore sociale, non prevede altro che “ordini” non c’è tempo e modo di agire una maniera più sofisticata. Nella forbice tra chi dà questa agenda ed un pubblico ancora per una significativa minoranza restio a conformarsi, c’è chi vede l’opportunità politica e culturale di inserirsi per approfondire la contraddizione. A me pare un calcolo sbagliato ma è solo la mia personale opinione. Del resto, la pressione è tale e la scarsa conoscenza di base è tale, che questo è l’unico livello di attenzione che è attivato, quindi l’unico gioco che si può giocare per chi vuole fare politica nel qui ed ora. Tuttavia, rivolgendomi solo ad uno sparuto gruppetto di non coordinate intelligenze politiche critiche, mi domando se ci si pone la domanda “conviene alimentare questo incendio?”. Intendo il fatto che nonostante il tema attiri con la gravità di un buco nero, forse i più avveduti dovrebbero domandarsi quanto farsi attrarre e quanto resistere e prender altra rotta. Quanto cioè la nostra incapacità non di dire il simmetrico contrario di ciò che viene detto dal potere, che è relativamente facile, ma il fatto che si accetti la loro agenda, sia la migliore garanzia del fatto che le questioni più decisive non verranno trattate ed alla fine, per cause di forza maggiore, mugugnando e maldicendo, questa cosa andrà come deve andare e tutte le altre che rimangono ignorate e non notate, ancor di più.

Andrea Zhok

Pierluigi Fagan Capisco, ma sono in disaccordo. Innanzitutto, la possibilità di sottrarsi al “buco nero” è nulla per una ragione di fondo: in politica è l’agenda del presente immediato a dettare l’oggetto di attenzione, non gli orizzonti più o meno remoti. Io posso vedere che le battaglie strategiche si faranno sull’uso del PNRR, ma oggi si tratta di far andare a scuola, in biblioteca o a lavorare gente che sta semplicemente decidendo del proprio corpo in maniera immediata, e cui questa libertà primaria viene sottratta. Se non hai potere su questo, se una serie di palle raffazzonate pompate dai media consentono di far passare questa libertà primaria in cavalleria, beh, è finita. E’ del tutto inutile discettare del futuro remoto, perché comunque non ne saremo noi i protagonisti.
Io mi rendo conto che se uno prende per buone le fiabe mediatiche sembra che l’oggetto della questione sia una fisima, una bazzecola su cui ci si impunta per oscure ragioni. Solo che NON è così quando si fa una anche breve indagine sui presupposti mancanti per questa operazione. Si tratta di un’imposizione sulla base di un ragionamento utilitaristico dimostrabilmente falso, dove la decisione di cosa è utile pubblico è demandato ad alcune emanazioni del governo, e propagandato dal 95% dei media.
Se un’emergenza costruita ad arte (non il virus, ma il modo di (non) affrontarlo) diviene il passe-partout che mette a tacere ogni dissenso a furor di popolo, immagina quanto sarà facile fare la stessa operazione sugli “impieghi verdi” del PNRR, o su quelli delle “pari opportunità”, o sull’inderogabile “necessità di crescita”, ecc. Su ogni argomento c’è bell’e pronta un’inderogabile emergenza che non può attendere e rispetto a cui chi obietta è solo un rompipalle.

Alessandro Visalli

Andrea Tutto sta su pretese di verità. Se, ovvero, sia vero che sono “palle raffazzonate” e “dimostratamente falso” o meno. Ho letto i paper che mostri, non tutti, ho anche da lavorare nella vita e non sono un virologo e non mi pare lo confermino (ma, scusa dimentico – anche io so usare il registro ironico/polemico – quelle sono frasette messe per farsi pubblicare). Certo, poi, se rubrico quel che non mi quadra come “frasette” e prendo di un testo solo quel che mi si adatta al frame che mi sono fatto, allora viene facile. Che dici leggiamo così anche la letteratura che conosci? Ha, ma è un piano mondiale per vendere vaccini (invece di farmaci che costano molto di più)? Oppure per il Grand Reset? Cosa altro? Che possa essere più semplice, agende eterogenee che si scontrano, opportunismo, confusione, tendenza ad applicare le soluzioni già pronte e facili rispetto a quelle difficili e/o ignote, vincoli di sistema (europei), classica logica DAD (Decidi, Annuncia, Difendi), no. Più bello vedere che c’è un cattivo (quello che si dice buono, ovviamente) e ci sono delle vittime inermi.

Pierluigi Fagan

Andrea Zhok Sì questo l’avevo capito come tua posizione, mi era chiaro. Non so, sono differenti valutazioni Andrea. Ho detto anche io che per chi vuole far politica nel qui ed ora, se questo è il tema del giorno, questo è il gioco. Però c’è anche da rimarcare che negli ultimi anni, ci sono stati altri incendi che sembravano promettenti, penso al “sovranismo” o al “populismo”, ridotti ormai a braci spente e sono pure fenomeni relativamente recenti, consumati in breve tempo. Sono almeno quaranta anni che in Occidente si mette a tacere o s’ignora o si isola ogni dissenso, non credo che si possa invertire la tendenza su questa nuove linea di fronte che cumula tra l’altro posizioni assai diverse che vanno da più che condivisibili resistenze “giuridiche” a vari tic psicotici anarco-libertari a paranoie personali. Sono due piani diversi, c’è la posizione sul discorso e la costruzione del discorso. Non credo che sommando posizioni sul discorso si riuscirà a costruire un discorso diverso. Molti che oggi sono anti-green pass domani saranno più che a favore di altre posizioni più che conformiste su altri argomenti. Comunque, non è faccenda da bianco o nero, se c’è chi vuole ingaggiarsi sul tema, bene lo faccia. Quello che più mi preoccupa è che non pare esserci più qualcun altro che porti avanti gli altri.

Andrea Zhok

Alessandro Visalli Guarda, se hai letto il dialoghetto che ho postato l’altro giorno, con le note, c’è tutto quello di cui c’è bisogno per farsi un’idea. Non è necessario essere persuasi di ogni dettaglio. Basta essere persuasi di alcuni punti elementari, cioè del fatto che è una balla incontrovertibile:
1) che i vaccinati non contagiano;
2) che se non vacciniamo tutti avremo di nuovo gli ospedali in overbooking;
3) che così facendo eradicheremo il virus attraverso l’immunità di gregge.
Questo è sufficiente per sapere al di là di ogni possibile dubbio che l’operazione è una – mi voglio esprimere con garbo – puttanata criminale.

Alessandro Visalli

1- non sono d’accordo (i vaccinati possono contagiare, talvolta e meno, c’è tutta la differenza pertinente per una logica epidemiologica). 2) si. Ma il numero non è ancora sufficiente, basta contare i posti letto in terapia intensiva e confrontarli con il potenziale di 5-6 milioni di vulnerabili. Su questo, però, si può arrivare forse anche con meno enfasi (forse, non ho visto i modelli e non ne conosco l’affidabilità). 3) Si, assolutamente. Il Virus è chiaramente non eradicabile (il che è una tragedia, per cui va nascosta. Questa critica è giusta, ma, purtroppo non stupisce, basta aver letto anche solo distrattamente la letteratura americana sulla teoria delle decisioni pubbliche). Dunque NI, è un caso di decisione difficile con agende plurime. Criticabile, anche aspramente, ma per le ragioni corrette.

Andrea Zhok

Pierluigi Fagan Quella sul GP non è una battaglia su fronti filosofici. Ci partecipano comunisti e anarchici, liberali e neofascisti e leghisti, (piddini no). Non è che alla fine si fonderà un partito. E’ una battaglia specifica (le uniche, incidentalmente, che accreditano davvero). Ma la concretezza di poter decidere del proprio corpo (o di quello dei propri figli) è una cosa talmente primordiale, talmente potente e ovvia che non è possibile fingere che sia una bazzecola. (Ed è questo punto che mi sconcerta in chi invece pensa che imporre una cosa del genere da parte di uno Stato neoliberale sia una quisquilia.)

Pierluigi Fagan

Andrea Zhok Andrea, non sono appassionato come te sul tema, ma davvero ti risultano esser questi i punti del discorso? Chi davvero sostiene che i vaccinati non contagino? Contagiano forse un po’ meno. Chi ha mai davvero detto che dobbiamo vaccinarci tutti? Nei fatti, ad esempio la Danimarca, ha appena tolto ogni restrizione al raggiunto limite del 75% dei vaccinati. Sembrerebbe puntino ad un rischio calcolato e gestibile non a eradicare il virus. Sanno tutti e da due anni che a queste dimensioni di circolazione il virus non si eradica, il virus si gestisce. Poi sul fatto che come hai giustamente scritto si possa gestire anche meglio con procedure sanitarie che non si risolvono unicamente col vaccino, sono ovviamente più che d’accordo. Ma questi sono punti dentro il problema, è il contesto del discorso pubblico e sul subirne la struttura che politicamente stavamo ragionando.

Maurizio Denaro

se mi permettete, devo dire che spiace molto vedere una sorta di incomunicabilità tra persone che reputo non solo intelligenti non solo acculturate ma anche schierate su posizioni di critica radicale al sistema. Purtroppo anche questo è effetto della pandemia e della gestione, politica, della pandemia. Purtroppo non c’è stata alcuna vera analisi critica di tutta la faccenda, ed oggi il grande problema è che la propaganda del potere ha portato a creare due posizioni, che alla fine sono figlie dello stesso processo logico-manipolativo. Andrea ha molte ragioni, ma, se mi permettete voce da esperto, molte imprecisioni, che oggi fanno la differenza. Peccato che non si possa in una sede più consona discutere apertamente e identificare i dettagli, che son quelli che poi creano le grandi confusioni. In ogni caso, volenti o nolenti la pandemia è lo strumento biopolitico che il capitale sta usando per le sue ristrutturazioni e per creare le nuove di sfruttamento

Alessandro Visalli

Maurizio Denaro certo che lo è. Il capitale (che non è un soggetto, ma una logica di sistema che si impone ai soggetti) si adatta a d ogni condizione seguendo il proprio principio di autoaccrescimento. Quindi in un certo senso lo usa per la ristrutturazione, solo che non “usa”, e non “crea”, si potrebbe scrivere <la situazione crea nuove forme di sfruttamento>.

Andrea Zhok

Se non intendi vaccinare tutti perché premi per vaccinare quelle fasce che palesemente non rappresentano un problema sanitario significativo e che al contempo non presentano sperimentazione di sorta (giovani sotto i 16, donne incinte)?
Chi ha mai detto che il 75% per cento è una cifra adatta a limitare i contagi e i decessi? E’ una percentuale del tutto gratuita, perché non stiamo da tempo ragionando più in termini di ‘immunità di gregge’. Il punto è vaccinare chi, non quanto.
E soprattutto, e cerco di contenere la mia rabbia nel dirlo, CHI ti ha dato il permesso (non a te, è retorico) di impormi la somministrazione di un prodotto farmaceutico che NON può essere stato adeguatamente testato, su cui è stato messo su un impianto di controllo ridicolo, e che ha già mostrato effetti collaterali gravi? Ci si rende conto del livello di abuso di un atto del genere?

Pierluigi Fagan

Andrea Zhok Eddaje! E’ un abuso giuridico su questo non ci piove. Bene notarlo, sottolinearlo, scriverci sopra, ok. Non credo sia politicamente la battaglia del secolo ma è bene farci qualche resistenza, concordo. Ho fatto un ragionamento, ipotetico: debbono arrivare a … ? 73%? 75%? 80% quanto più tanto meglio dal loro punto di vista. Sparano in tutte le direzioni per far salire quella percentuale che poco meno di un mese fa era al 63%, sale quindi molto più lentamente dell’auspicato. Vanno di fretta, debbono raggiungere percentuali più alte entro ottobre quando le relazioni umane e sociali tornano allo standard. Se falliscono la piena ripresa economica sono fottuti. Quindi vanno per le spicce. Tutto l’arco parlamentare lo sa ed infatti fanno pippa, incluso l’opposizione da twitter che tanto cambia niente nei fatti. Ma ripeto, se iniziamo una discussione sul peso che l’argomento ha o dovrebbe avere nel dibattito pubblico, specie quello critico e finiamo a discutere di nuovo dell’argomento in sé per sé, allora facciamo altro che confermare che l’argomento è tutto ciò di cui c’è da discutere. Il che mi trova in disaccordo, tutto qua.

Luca Bertolotti

Maurizio Denaro sottolineo e ribadisco ” molte imprecisioni” . Come si possa costruire un discorso sensato senza aver capito il risultato dell’enorme cherry picking effettuato e utilizzando la fede in farmacisti, odontoiatri e fisioterapisti guidati da avvocati che in 16 mesi non hanno prodotto un cavolo di report sui risultati delle loro terapie precoci, non è dato sapere

Pino Timpani

Pierluigi Fagan è esattamente così, va anche aggiunto che in questa vicenda della pandemia chi ne esce meglio è il sistema cinese che ne può trarre una notevole accelerazione. Inoltre hanno un ulteriore vantaggio nel fatto che hanno ancora, diversamente che l’Occidente, un predominanza della politica sulla finanza. E’ anche vero che c’è il partito unico, ma se dovessimo comparare a fondo i due sistemi, quello cinese risulterebbe più democratico del nostro, perché quanto meno esiste un processo decisionale che coinvolge molta più popolazione, mentre a noi viene propinata una politica spettacolo, ricca di marketing e sondaggi e soprattutto completamente succube degli interessi della finanza. Mi sembra emblematica la situazione attuale del personaggio Salvini che è ora nelle mani di Draghi o anche l’atro personaggio, Meloni che fatica sempre di più a nascondere le finzioni. Ha detto bene molti giorni fa Alessandro Visalli: questa “battaglia” sul green pass si svolge sullo stesso campo liberale e quindi non può fare altro che alimentare e far stravincere quella ideologia. Inoltre, questo è uno dei più fumosi movimenti mai visti, destinato ad evaporare in mille direzioni, come hai fatto notare.

Roberto Buffagni

La cosa più importante secondo me è la “nuvola nerastra e polverosa “, una malattia psichica che in confronto il Covid19 è un cioccolatino. Ansia, nervosità, paranoia, brutalità, ipocrisia, menzogne a raffica, sguaiataggine, incitazione a disumanizzare, e tutto ciò dovunque. Normalità psichica che diviene una eccezione.

Cronache del crollo: Green Pass, sorveglianza e sicurezza, di Alessandro Visalli

Cronache del crollo: Green Pass, sorveglianza e sicurezza

 

Shoshana Zuboff, nel suo noto “Il capitalismo della sorveglianza[1], racconta come il news feed[2] di Facebook sia il frutto di ricerche ed applicazioni di data science costate ciclopici investimenti che hanno finito per produrre algoritmi predittivi in grado di selezionare ed elaborare istantaneamente, e per ogni utente, oltre 100.000 elementi. Scansionando e raccogliendo, ogni volta, qualunque cosa sia stata postata nell’ultima settimana da ciascuno degli amici, quindi da chiunque venga seguito, da qualunque gruppo frequentato, e da ogni pagina con il like. Per cui il software crea e modifica costantemente un “indice di rilevanza personale” per tutti i post candidabili ad essere inseriti nel feed scelti tra migliaia per individuare e proporre nel feed solo quello che più probabilmente, scrive Will Oremus, “vi darà piangere, sorridere, cliccare, premere like, condividere o commentare”[3]. È come un guanto stretto intorno a noi, che dà sistematicamente la precedenza ai post delle persone con le quali abbiamo interagito e quelli che hanno coinvolto persone simili a quelle con le quali interagiamo.

Ogni utente ha dunque uno “specchio sociale” che provoca del tutto intenzionalmente una sorta di fusione tra noi e l’ambiente sociale modellato dal software. Si tratta, in altre parole, di un effetto espressamente progettato per ottenere, come sostiene la Zuboff, “un loop chiuso in grado di alimentare, rinforzare e amplificare le inclinazioni di un utente, per farlo fondere con il gruppo e aumentare la sua tendenza a condividere informazioni personali”. Ciò che queste meccaniche sfruttano è semplicemente la difficoltà a formarsi un sé autonomo in parte connaturato alle meccaniche sociali umane, ma in parte rafforzato enormemente in questi tempi di grande incertezza. L’ingegnerizzazione di questa forma di meccanica della sorveglianza sfrutta l’esigenza di sentirsi come altri (e quindi diversi da altri ancora), migliori di alcuni, e consente di gonfiare il proprio io alla ricerca di indispensabili forme di popolarità, autostima e quindi felicità. I social media sono perciò descrivibili come contesti artificiali pensati espressamente per indurre ed incentivare la tendenza del ritorno al branco; ci attirano in uno specchio sociale e catturano la nostra attenzione sfruttando il fascino del confronto sociale, ma nel fare ciò massimizzano la pressione sociale e la conformità (oppositiva).

 

Ci sono alcune cose rilevanti in questa terrificante descrizione:

  • Spiega perché sui social media, divenuti così centrali nella vita di tanti e quindi nella formazione del dibattito pubblico, si crei una crescente polarizzazione tra branchi reciprocamente non solo ostili, quanto proprio non comunicanti (in quanto basato sulla conoscenza di fatti ed interpretazioni del tutto diverse);
  • Spiega perché di volta in volta alcuni temi emergano con la forza di una valanga e si impongano, ricreando sempre nuovi branchi e nuove partizioni sociali (altrettanto incomunicabili delle precedenti);
  • Rende chiaro come mai vediamo sempre conferme a quel che ‘riteniamo’ di pensare (ma che è un costrutto sociale indotto dall’algoritmo).

 

Scrive il mio amico Maurizio Denaro (che conosco nella vita ‘reale’ e con il quale ho pranzato, questo antico rito che una volta definiva la vera conoscenza):

“mi piace, di tanto in tanto, ricordare quanto siano fugaci i dibattiti, di questi tempi, e di come argomenti che sembravano tali da far crollare il mondo, tornano nel dimenticatoio:

  • chi si ricorda del MES? anche quello sanitario, che senza il nostro SSN sarebbe crollato e non si sarebbe potuta affrontare la pandemia?
  • chi si può dimenticare dello spread, indice di tutti i mali del nostro paese e maestro di direzione, verso riforme salvifiche e fondamentali.
  • ed il debito pubblico? quello ogni tanto ce lo ricordano, ma non troppo, che ad oggi ne devono far debito per uscire dalla loro crisi, ma adesso far debito non è male, e non sono le prossime generazioni a doverlo ripagare, chi non lo dicono, ma tanto fa niente.
  • la legge elettorale, fondamentale, senza quella la riduzione dei parlamentari rischia di essere una puttanata, niente, non è prevista tra le riforme che ci chiede l’UE, quindi non serve, tanto della democrazia ce ne siamo dimenticati.

Allora forse non vale più neanche il tempo di litigare, che sò, sulla pandemia, che quando decideranno non sarà più rilevante, che sò, sull’Afghanistan, che ce lo eravamo dimenticati, e così sarà tra qualche settimana.

Buon fine settimana”.

 

Questo post non raccoglierà “like” da nessuno dei due branchi.

 

Fatti: la pandemia.

Questi ultimi mesi sono stati investiti da un evento straordinario, in qualunque modo lo si voglia vedere, che impatta la vita di tutti noi, ma lo fa in modo molto diverso per ciascuno. All’inizio del 2020 si è presentata infatti una pandemia subdolamente simile alle malattie polmonari alle quali siamo abituati. In essa il tasso di mortalità è abbastanza basso (anche se superiore all’operazione al cuore che subì mio padre anni fa), ma la contagiosità molto alta (e ancora più con alcune delle varianti che si sono prodotte). Da un sito che controllo talvolta[4] leggo che nel mondo ci sono stati ad ora 220 milioni di casi registrati e 4,5 milioni di morti (2% dei casi). Per fare un esempio, l’influenza “asiatica”, diffusa in tutto il mondo nel 1957, provocò un milione di morti e spinse la creazione di vaccini antinfluenzali annuali. Simile fu l’impatto della “influenza di Hong Kong”, nel 1968.

L’Italia è al nono posto per morti (ma al sedicesimo per milione di abitanti con i suoi 2.145 morti per milione di abitanti). Nel 2020 ha visto i morti per tutte le cause aumentare di centomila unità, rispetto alla media dei cinque anni precedenti, ciò su 4.035.000 casi diagnosticati[5]; si tratta del più alto livello di mortalità dal dopoguerra, con un aumento del 9%. È da segnalare che i dati anomali di mortalità in Italia, rispetto alla media dei cinque anni precedenti (ed in effetti a tutto il dopoguerra), sono limitati a poche regioni: Piemonte, Valle d’Aosta, Lombardia e Trento. Le altre regioni non registrano mortalità più alte della media. Inoltre è molto sbilanciata per età, nella classe 65-79 anni il 20% dei decessi è stato da connettere al Covid; infine per sesso, in quanto colpisce in particolare gli uomini.

L’epidemia, come noto, si è svolta per “ondate” (come è quasi sempre accaduto), dove la prima (che colse impreparato l’intero sistema) fu apparentemente più piccola, anche se la rilevazione era molto meno efficace, ma provocò molti morti a causa del semi-collasso del sistema sanitario nazionale.

Il confronto con il numero dei decessi restituisce, infatti, una curva del tutto diversa.

Per terminare questa analisi dei principali fatti, la distribuzione dei decessi attribuiti al Covid è enormemente sbilanciata verso le coorti di età più grandi. Il 60% circa dei morti è attribuibile a quella degli ultra ottantenni (che è normale abbiano anche altre patologie), mentre il 30 % a quella degli ultra sessantacinquenni. Solo l’8% alla classe tra cinquanta e sessantacinque anni, e solo il 1% a quella sotto i cinquanta anni.

Come si vede dal grafico i picchi di mortalità sono stati vicini ai 1.000 morti al giorno, e la campana della fase acuta superiore ai 500. Per dare un’idea in Italia muoiono normalmente circa 650.000 persone all’anno, quindi poco meno di 2.000 al giorno. Ma questo dato, di per sé rilevante, è accentuato dal fatto che le morti (e le ospedalizzazioni gravi) sono concentrate in poche regioni e province.

 

A partire dal 2021 sono disponibili alcuni vaccini, sviluppati a tempo di record ed approvati in emergenza dalle autorità sanitarie mondiali[6], somministrati[7] ormai in Italia a 38 milioni di persone, con una incidenza delle dosi somministrate molto alta (circa 90%), ed un numero di dosi per centomila abitanti di centotrentatremila che ci colloca al 35° posto nel mondo. per fasce di età gli ultranovantenni sono vicini al cento per cento (95%), gli ottantenni al 93%, i settantenni al 90%, i sessantenni al 85% ed i cinquantenni al 77%. Le coorti meno a rischio di morte dei quarantenni al 67% e via via di meno (ventenni e trentenni al 60%, sotto al 40%). La stima è che al 22 settembre si raggiungerà la soglia dell’80% dei vaccinati. Questa soglia era stata considerata nei modelli epidemiologici sufficiente per spezzare le catene di contagio e rendere la malattia tollerabile per il sistema sanitario nazionale, ma la variante “delta” che è molto più contagiosa rende questo calcolo incerto. Su questa dimensione tecnica della valutazione c’è una incomprensibile mancanza di trasparenza.

 

Divagazione: decisioni e fratture comunicative

Come capita normalmente in tutti i campi i decisori tendono alla logica DAD (Decidi, Annuncia, Difendi), invece di offrire alla discussione pubblica i motivi razionali e l’analisi delle priorità delle scelte.

Ogni politica, e soprattutto ogni azione conseguente, comporta infatti sempre la distribuzione di oneri per alcuni e spesso immediati a fronte di benefici distribuiti diversamente nel tempo e nello spazio; questa è la ragione per la quale non manca mai di sollevare ostilità e spesso reazioni organizzate. Spesso queste si organizzano in un vero e proprio conflitto che, grazie anche all’interessata infrastruttura dei social, subisce un processo di “escalazione”. Dalla divergenza di opinioni si passa all’identificazione di un “nemico”, per cui si alza una insuperabile barriera comunicativa. Ogni azione, ed ogni tentativo di comunicazione, sarà immediatamente distorto in uno schema amico-nemico e visto come tattica, inganno, menzogna etc.

Questo processo di verifica da entrambi i lati della frattura comunicativa.

Tra i fattori che rendono sempre più forte il processo di “escalazione” (cioè l’escalation del conflitto) ci sono alcuni che conviene focalizzare:

  • la riduzione della complessità cognitiva; progressivamente gli attori, per una pulsione psicologica di base alla semplificazione di quadri complessi e stressanti (difficilmente si può immaginare qualcosa di più complesso e stressante di una pandemia), tendono a farsi un’immagine sempre più sintetica del conflitto e delle sue motivazioni. Tendono a darne spiegazioni univoche ed a ricercare un colpevole ben definito. Si cercano “complotti”.
  • il cambiamento dello status dell’avversario; quando l’escalazione è arrivata ad un livello alto l’avversario viene deumanizzato e gli viene negato ogni aspetto positivo, attribuendogli solo un profilo astratto di “nemico”.
  • si attivano fenomeni di “anticipazione pessimistica” in base ai quali ognuno si attende il peggio dall’altro e con ciò lo provoca effettivamente.
  • gli attori sociali restano intrappolati dalla quantità di risorse (economiche, tecniche, sociali e politiche) che hanno investiti via via nel conflitto; ne segue che non possono più ritirarsi senza perderle (tipica è la paura di “perdere la faccia”, ovvero i follower, ma anche il tempo impegnato nella controversia).

 

Il processo stesso di “escalazione” può essere ricondotto ad alcune fasi tipiche:

  • in una prima fase gli attori pensano ancora che la controversia possa risolversi in una soluzione di mutuo beneficio (vince-vince) e quindi rimane in primo piano l’oggetto stesso di divergenza; tale fase può essere subarticolata come segue:
    • un primo momento di irrigidimento, nel quale si entra nel conflitto, si iniziano a creare le identità collettive e, conseguentemente, le percezioni si fanno sempre più selettive;
    • in un secondo, i dibattiti in corso tra le parti ed al loro interno generano polarizzazione (inizia a distinguersi tra leader, membri dei gruppi, simpatizzanti e spettatori); la comunicazione inizia ad essere usata più che per cercare soluzioni al problema per acquisire un vantaggio simbolico, inizia il duello verbale;
    • se il dibattito non porta effetti, gli attori possono passare alla politica del fatto compiuto, ovvero agire indipendentemente dalla controparte cercando di forzarle la mano; si tratta di una violazione dei rapporti di dialogo comunque esistenti nella fase precedente e del superamento di una soglia psicologica che provoca un’ulteriore escalazione; il conflitto diventa di ostacolamento.
  • in una seconda fase gli attori entrano nella prospettiva di chi pensa che la sua vittoria deve comportare la sconfitta dell’avversario (vince-perde), ad esempio non si consente più all’avversario di “salvare la faccia”; tale fase può essere subarticolata come segue:
    • ogni attore crea una propria immagine del “nemico” e simmetricamente si fa un’immagine eroica di sé; in tale fase si manifestano le anticipazioni pessimistiche e si chiudono i canali di comunicazione reale; le azioni diventano rivolte a cercare alleati ed a colpire l’avversario, non più la sua azione;
    • se il conflitto passa sul piano di azioni rivolte a far “perdere la faccia” all’avversario (cioè a colpire la sua identità sociale) si è superata una soglia psicologica fondamentale e un punto di non ritorno; da questo momento in poi è un conflitto di valori e di appartenenza che non prevede comunicazione;
    • a questo punto normalmente si passa alle minacce ed agli ultimatum che vincolano entrambe le parti a passare altre soglie di scontro o a cedere e ritirarsi (su questo passaggio si può collocare il Green Pass sotto il profilo della sua funzione nel conflitto);
  • la terza fase è quella dell’azione fisica, in essa sono possibili atti di violenza mirata o generalizzata (naturalmente non nei casi che sono qui oggetto di analisi); il conflitto entra in una fase terminale in cui gli attori ammettono di poter subire danni pur di farne di più all’avversario (perde-perde).

 

La strategia di “de-escalazione” dovrebbe passare a questo punto per il ridimensionamento dei fini degli attori (il decisore dovrebbe accettare di contenere e non eradicare il virus, rimuovendo gli eventuali fini eterogenei, e i ‘ribelli’ non vedere la cosa come un conflitto per la rivoluzione – liberale o socialista -, ma solo come una politica sanitaria complessa). Quindi per la “depolarizzazione”, che passa per la ricomplessificazione della materia (fornire da entrambe le parti descrizioni meno manichee). Tipicamente questo può passare per l’ampliamento delle soluzioni ammissibili (per cui, come vedremo al termine, la centralità vaccinale può essere attenuata e affiancata da più flessibili procedure di distanziamento, da ristrutturazione e potenziamento graduali delle capacità di cura e di trattamento anche emergenziale, di riarticolazione dei luoghi e tempi di lavoro e vita, risolvendo i nodi di sovraffollamento) anche al prezzo di forzare alcuni vincoli sistemici (la principale ragione per cui l’elenco sopra indicato non si implementa adeguatamente, e soprattutto strutturalmente, è che ci sono vincoli obiettivi di tipo europeo, sui quali torneremo dopo) e di modificare la mentalizzazione del problema (non pensare alla pandemia come un ‘cigno nero’, che passerà tornando al business-as-usual, ma come un segnale sistemico di disfunzionalità che vanno affrontate e risolte).

 

Fatti: vaccini ed effetti

Torniamo, dopo questa divagazione, alla descrizione. L’impatto positivo principale dei vaccini (e quello per il quale sono stati progettati) è di aver modificato drasticamente l’incidenza delle ospedalizzazioni, e soprattutto della mortalità, più incerto l’impatto sulle diagnosi ovvero sulla diffusione della malattia. I dati[8] direbbero comunque che si è registrata una riduzione dell’80% per il rischio di infezione (che ora impatta molto più sulle classi degli under quaranta e giovani), e del 90% e 95%, rispettivamente, per il rischio ricovero e decesso. Si tratta, ovviamente, di elaborazioni non semplici ed elaborate con il modello statistico di Poisson. Molte ricerche sembrano affermare che le persone vaccinate con successo, ovviamente non tutte, mediamente se vengono in contatto con il virus ostacolano la sua replicazione e quindi serbano una minore carica virale e per meno tempo. Qui ci sono numerosi fraintendimenti e difetti di lettura degli stessi paper scientifici (i quali non sono scritti per essere compresi da tutti, ma solo dalla comunità scientifica). È chiaro che nei grandi numeri ci siano casi di contagio da parte di vaccinati, ciò sia perché il vaccino non funziona per tutti ed in ogni caso (a grandi linee c’è un 10% di casi in cui fallisce, e che sale man mano che ci si allontana dal momento della somministrazione) sia perché le condizioni di contagio sono diverse (è molto diverso se una persona con bassa carica virale, nel quale il virus non riesce a replicarsi o lo fa poco, entra in contatto con un’altra per pochi secondi in un’area semiaperta, come un bar mentre si prende un caffè, o sta due ore in un pub affollato). Tuttavia quel che è rilevante per l’impostazione di una politica pubblica di sicurezza sanitaria non è il singolo caso, che si può tollerare, quanto l’effetto aggregato. Per cui se abbasso la probabilità di contagio, vaccinando, e riduco le occasioni di stare in contatto tra persone a diverso grado di vulnerabilità, complessivamente avrò una circolazione del virus meno rapida e quindi avrò meno pressione sul sistema sanitario. Ciò significa che potrò gestire i malati e ridurre al minimo la mortalità.

Questa è, mi pare, la base razionale delle misure di confinamento selettivo (il fatto che sia la base razionale non significa che sia la ragione dell’adozione, o che sia tutta la ragione). Né, tantomeno, che giustifichi il modo in cui è stato promosso. In effetti sembra giustificarlo molto poco (ma non abbiamo esatta contezza del grado di fragilità del sistema sanitario né delle stime dei modelli, e questa assenza di trasparenza è una delle cose più gravi della situazione).

 

Questi i fatti, per come sono descritti dalle fonti ufficiali e sulla base delle tecniche di raccolta ed elaborazione statistica normalmente adoperate.

 

Ora proviamo a raccontarli in una diversa cornice.

Il 2019 era terminato con la formazione del governo ‘bianco-giallo’ (PD e M5S) e con la riduzione dell’anomalia delle elezioni del ciclo 2016-18 (ciclo populista) un poco ovunque. Questa è una circostanza di sfondo molto importante, come proveremo a dire dopo, perché parte della rivalsa che si intravede nelle decisioni governative ne risente. In un generale clima di normalizzazione all’inizio del 2020 è cominciata a circolare la notizia di una malattia classificata inizialmente come ‘polmonite atipica’ che si diffondeva in oriente (dove si era avuta l’esperienza della Sars e della Mers), ed in particolare in Cina, in un’area di grande densità ed importanza come la regione di Wuhan (circa la dimensione demografica dell’Italia).

Con qualche sconcerto, e un malcelato e divertito senso di superiorità, i nostri media riportarono che, dopo un’esitazione iniziale, il governo centrale cinese (Pcc) rispose con misure senza precedenti di blocco assoluto delle attività nell’intera regione. Si riportava di persone chiuse in casa, distribuzione di viveri, severissimi blocchi alla circolazione, immediata chiusura di tutte le attività non indispensabili. Ma anche di un immediato supporto dal resto del paese e costruzione a tempo di record (singoli giorni) di enormi, nuovi, ospedali. Il blocco durò un paio di mesi ed fu accettato disciplinatamente dalla popolazione. Rientrata l’epidemia seguì, in tutti i paesi orientali, un maniacale tracciamento di tutto e tutti per prevenire altri focolai. Quando si sono presentati sono stati immediatamente ripristinati i blocchi (anche per milioni di persone, anche nei porti della costa), fino ad ora.

Dopo un paio di mesi la cosa, però, si presentò improvvisamente e brutalmente nel bergamasco e poi in buona parte della Lombardia. Il governo italiano, politicamente debole e con una forte opposizione (Lega e Fratelli d’Italia) dotata di un fortissimo consenso (ed al governo in quelle regioni), esitò per alcune settimane (promuovendo anche brindisi pubblici ai “navigli” di Milano), terrorizzato dal dover interrompere le attività connesse al tempo libero ed alla produzione. Come ricordiamo la Confindustria (come fa tutt’ora) si mobilitò immediatamente per scongiurare il blocco delle attività produttive. Lentamente però il progresso dell’epidemia, e l’impennata dei casi ospedalizzati in modo grave (che saturarono subito le pochissime terapie intensive sopravvissute a decenni di tagli alla sanità) costrinse il governo a dichiarare, con la costante e ferma opposizione del governo lombardo, il lock down. Un lock down, si intende, all’acqua di rose e limitato a più o meno la metà dei lavoratori e delle attività. Tuttavia, per la scala geografica totale (mal giustificata dai numeri, dato che interessava poche regioni) e l’impatto sulle vite dei cittadini si trattava di una misura senza precedenti noti (durante la spagnola ci furono lock down, ma per lo più in singole città).

 

Divagazione: impatti sociali e sociointegrazione liberale

Questo lock down parziale mise in evidenza drasticamente l’enorme differenza creata dal capitalismo contemporaneo tra coloro che sono impegnati in attività produttive, godendo di qualche protezione e garanzia residuale (alla deregolazione degli ultimi trenta anni) e l’enorme massa di coloro che sono precari, saltuari, impegnati in attività ‘deboli’ come il turismo, la ristorazione, il tempo libero (attività che l’analisi marxista, e l’economia ‘classica’, individuava come “improduttive”). Attività nelle quali, accelerando negli anni della ristrutturazione post 2007, si erano in effetti rifugiati i capitali deboli ed era proliferata una grande massa di lavoro senza garanzie e protezioni, debolissimo, supersfruttato, o al limite tra lavoro autonomo, imprenditoria e semi-dipendenza. Una costellazione che è stata colpita come da un ciclone dal dissimmetrico impatto del virus e delle misure di emergenza[9].

Una vastissima area, quindi, includendo anche il piccolo commercio fermato dal lock down, che è stata sostanzialmente abbandonata a se stessa (a causa delle esitazioni e dei vincoli imposti dal combinato della Ue e della Tesoreria). Pochi fondi e in grande ritardo sono stati destinati in un momento in cui la nuova politica della Bce avrebbe potuto consentire di accedere senza limiti all’emissione di debito (se in tale direzione non fosse operante un divieto non palese ma molto concreto)[10].

È difficile sottovalutare questa circostanza. Il tremendo colpo subito dalle parti più deboli della società del lavoro rappresenta un enorme acceleratore della crisi della democrazia. Come mostravano Durkheim e Marx (sul piano della denuncia), tra gli altri, la qualità della partecipazione dipendono in modo sostanziale dal presupposto dell’esistenza di una corretta, trasparente ed inclusiva del lavoro, non dalla sola presenza di possibilità di discussione pubblica. La coesione sociale dipende e deriva dalla società del lavoro non alienato, e da questo la possibilità di sentirsi membro della società e partecipe politico di essa. Non è la comunicazione (peraltro distrutta in radice dal medium verticistico dei luoghi ufficiali – televisione e giornali – e da quello alternativo dominato dagli algoritmi “della sorveglianza”) ad essere fonte di integrazione, che in genere nelle condizioni sociali attuali diventa piuttosto fonte di “escalazione” di conflitti, quanto la pratica nella quale membri paritari si riconoscono nella reciproca indipendenza, sviluppando un senso comune di appartenenza attraverso la cooperazione nella produzione di qualcosa nel mondo. Ovvero nell’esperienza di lavorare gli uni per gli altri. Ovviamente questa, prima di Marx, è stata la lezione di Hegel. È in questo modo che si crea il presupposto per raggiungere il senso del proprio valore. E, cosa molto importante, non è qui tanto una questione dell’entità delle entrate monetarie, ma proprio delle condizioni sociali di un lavoro che determinano la sensazione che il proprio contributo abbia un peso. La sensazione di non stare costruendo qualcosa di intellegibile nel mondo, di non produrre o farlo non comprendendo il proprio ruolo e contributo, è ciò che espelle l’individuo dal senso di essere nella società. In altre parole, più i membri di una società hanno la possibilità di svolgere compiti complessi, cooperativi, più alta è la partecipazione e più si attivano anche politicamente.

La disattivazione politica che si vede ovunque, l’indifferenza e l’individualismo dominante, l’assoluta incomprensione del sacrificio per gli altri, derivano da questo. Da una cattiva divisione del lavoro e da una società del lavoro male ordinata. Qui la critica di Marx, che reputava non a torto che il capitalismo fosse inadatto a organizzare una divisione del lavoro idonea a creare coesione ed attivazione, è centrale.

Ciò significa che la ristrutturazione necessaria delle strutture sociali di formazione della personalità e della politica dovrebbe passare per l’idea durkheimana che la società dovrebbe sforzarsi di selezionare i lavori più significati e cooperativi in modo che il singolo lavoratore sia messo in condizione di comprendere il modo in cui il proprio ruolo si incastri nell’insieme delle attività interconnesse e nella generale divisione del lavoro, trovandovi il suo posto. Dovrebbe anche significare il contrasto, cosa che è decisamente contro lo spirito del capitalismo neoliberale (e del capitalismo in generale), di tutte le forme di lavoro precario, intermittente, flessibile e umiliante, sottopagato, frammentato e svuotato di senso, monotono, routinario. Giungendo fino a potenziare il lavoro cooperativo autogestito o, al capo opposto, il servizio pubblico obbligatorio indipendente da censo o posizione sociale.

 

Reazioni

Tornando ancora al racconto, si deve ricordare che successivamente l’epidemia si attenuò e nell’anno successivo (tra l’ottobre 2020 e l’inizio del 2021) si ripresentò più forte, ed anche al sud, inducendo un altro lock down per le regioni più colpite (fu introdotta la classifica “rosso-arancio-giallo” e limitata la circolazione interna).

Nel frattempo il governo Conte negoziò l’accesso al nuovo meccanismo (New Generation Eu[11]) di sostegno per la ristrutturazione del sistema economico e sociale europeo e, immediatamente, è stato sostituito dal governo Draghi che ha l’appoggio anche della Lega.

 

In questa condizione di grande stress e di paura, la prima pienamente comprensibile reazione di molti (e di alcuni ancora oggi), veicolata e rafforzata dalla creazione di branchi che abbiamo prima descritto, è stata di dire che il Covid non esiste. Di fronte all’evidenza (ed al moltiplicarsi di casi noti nel proprio ambito di conoscenze personali) dopo settantamila morti e riscontrato che gli ospedali buttavano per strada tutti quelli che non avevano covid, una parte si è impegnata a dire che la malattia esisterà pure ma comunque non bisogna fermare la vita (che, se no, diventa “nuda”[12]) e quindi non si dovevano fare Lock Down. Uno degli argomenti, comprensibile se pure egoistico, era che chi è giovane (la grande maggioranza dei lavoratori deboli nei settori prima descritti), in fondo, non si ammala in modo grave. Nella versione più brutale, chiaramente favorita dalla ricerca ossessiva dei ‘like’ nei social, si trattava di lasciare che la natura facesse il suo corso. Alla fine nella vita si muore (ovviamente chi lo scriveva, senza vergogna, sapeva di essere al sicuro).

Qui ha fatto capolino l’idea, nella dinamica dei gruppi in fusione che progressivamente si staccavano dal generale ambiente di discorso, creando una propria rete di fonti, di rimandi, di teorie e di fatti, che in effetti c’erano (ci dovevano essere necessariamente) cure nascoste e che qualche progetto doveva (quindi) essere in corso.

Peraltro, dopo i primi settantamila morti, quando i lock down ridussero i casi (soprattutto dipendenti delle aziende private ospedaliere del nord, nelle regioni leghiste), molti operatori in cerca di visibilità mediatica cominciarono a dire che a quel punto “il virus era morto”, con poca coerenza con la precedente affermazione sull’inutilità dei blocchi. Dunque, coerentemente, se il virus era “clinicamente” morto, allora non bisognava tracciare nulla, che questo era un’insopportabile violazione della privacy (anche se brutta copia e non funzionante delle app di controllo orientali). E, ovviamente, non doveva essere imposto nessun presidio, o profilassi, come le mascherine. Ricordiamo, infatti, che di volta in volta sono state difese, nelle aree di discussione che sempre più si rafforzavano, linee di conflitto noi/loro intorno a qualunque politica di contrasto venisse avanzata. I Lock down, ovviamente, ma anche le mascherine, l’app immuni, etc.

 

Quando purtroppo è ripresa la malattia, ma nel frattempo sono stati approvati a tempo di record (data la situazione che stava, niente di meno, che mettendo a rischio l’egemonia bisecolare dell’occidente e facendo collassare il suo strumento principe: la globalizzazione) alcuni vaccini (in occidente, perché cinesi, cubani e russi avevano fatto prima e con tecniche più tradizionali), allora il repertorio si è allargato a questi: inutili, dannosi, non sperimentati, prodotto di business (cosa vera). Una parte rilevante della critica si è concentrata sulle cosiddette “cure precoci”[13]. In effetti arrivando, con poca coerenza, ad osteggiare vaccini da 20 euro una volta all’anno in favore di cure altamente complesse e costose, ad esempio a base di sieri derivati dal sangue (che, per essere affidabili richiedono lavorazioni altamente specialistiche) che, ovviamente, nel sistema capitalista in cui viviamo sarebbero comunque offerte dalle medesime ditte a costi enormemente superiori.

Ma ormai ci sono intere biblioteche di dati ed elaborazioni, ognuna con i suoi riferimenti più o meno condivisi nella ‘comunità scientifica’ (che fortunatamente genera sempre ipotesi di minoranza, anche per la spinta a differenziarsi[14]), che non comunicano. Ogni gruppo autorafforzato dagli algoritmi e dalla spinta umana ad avere riscontro, fama, conformità, ha i suoi.

 

Mentre questa polemica continua (si spera che in autunno-inverno arrivino finalmente le prime cure approvate, ma sono per lo più delle stesse ditte che producono i vaccini[15]) e viene dimostrato dai numeri che i vaccini almeno eliminano sostanzialmente le terapie intensive e i morti, è cominciata la battaglia degli esperti di statistica e degli analisti autopromossi (per lo più con formazione umanistica). Si registra quindi un profluvio di analisi su paper complessi in inglese e sui database israeliani, inglesi, svedesi, etc. senza adeguata comprensione dei dati e capacità (che è tecnicamente non banale e occorre apprenderla) di disaggregarli. Una piena applicazione del paradosso di Simpson[16].

 

In questa dinamica di progressiva distruzione del terreno comune e sociale alla fine è emersa la grande battaglia di “libertà” del Green Pass.

 

Fermiamoci qui, perché si tratta in effetti di una questione molto complessa.

 

Logica dell’argomento dei no-Green Pass

La logica dell’argomento opposto dall’area di discussione ‘ribelle’ alla confusionaria e contraddittoria politica pubblica del Green Pass si può riassumere come segue:

  1. Fatto 1. Il vaccino protegge dai casi gravi della malattia,
  2. Fatto 2. Il vaccino non impedisce il contagio,
  3. Fatto 3. I giovani non si ammalano in modo grave.
  4. Conseguenza 1. E’ ingiustificato vaccinare i giovani (under 40 anni).

Quindi:

  1. Conseguenza Costringerli in modo surrettizio è un abuso non necessario.

Infatti (argomento complementare, ma necessario):

  1. Fatto 4. I vaccini danneggiano e/o possono provocare reazioni avverse anche nei giovani,

Quindi:

  1. Conseguenza 1 (versione b). Il bilancio costi/benefici è negativo e non c’è neppure un beneficio collettivo compensativo.

e

  1. Conclusione La politica del Green Pass è quindi irrazionale e illogica

Ne consegue logicamente che:

  1. Conclusione 2. Non servendo alla lotta pandemica essa deve quindi servire a qualcosa di altro. E questo altro è da rintracciare nei suoi effetti di potere (questione “Grand Reset”[17] e questione “Dittatura sanitaria” o “tecnocratica”[18]).

 

Questa filiera logica conduce al dominio delle posizioni libertarie (e complottiste, C2) nella mobilitazione. La quale non si attiva a partire dalla obiettiva e gravissima carenza del servizio pubblico e mancanza di ristrutturazione del sistema economico (che rende tanti, ed in particolare giovani, in condizioni di debolezza tale da non poter sopportare due o tre mesi di arresto di attività) o, sui vincoli finanziari (che impediscono il supporto che in Cina è stato garantito dal primo giorno), bensì intorno a parole d’ordine coerenti con il sottostante senso comune sedimentato in questi ultimi decenni:

  • <libertà>
  • <sfiducia> (nel pubblico, si intende, ben meritata).

A questo senso comune si trovano uniti sul piano sociologico:

  • marginali (resi tali dall’organizzazione economica),
  • fortemente abbienti (spesso in posizione di imprenditori e/o di rentier che non vogliono sopportare limitazioni).

Sul piano culturale:

  • liberisti conseguenti,
  • libertari di destra e sinistra.

 

Divaricazioni ed egemonia neoliberale

Come avevo già scritto, di fronte a questa sfida si è quindi manifestata una profonda divaricazione. Una lacerazione ha attraversato diagonalmente la società e tutte quelle che sembravano, ante la crisi, delle comunità politiche in formazione. La sfida della sicurezza ha lacerato il corpo dei “contenitori dell’ira”[19], portando allo scoperto la loro matrice e cultura neoliberale. In particolare, quella che si potrebbe chiamare ‘l’area della sovranità costituzionale’, di ispirazione marcatamente euroscettica e di pratica politica -in varie forme- populista, si è lacerata ed è entrata in una fase di pronunciata “asfissia politica”. In grandissime linee l’ipotesi politica che l’aveva ispirata era di tentare un compromesso tra forze di diversa ispirazione e cultura politica intorno all’ipotesi che l’oggettivo interesse per l’espansione della “domanda interna” potesse essere punto di convergenza di una nuova maggioranza politica dalla periferia e dal basso. Ovvero che un accorto esercizio della logica oppositiva del populismo (inteso al senso di Laclau) potesse ripoliticizzare le forze sparpagliate dalla rivoluzione neoliberale intorno al “programma minimo” di una ripresa di capacità sovrana a base popolare. Il tentativo di mettere tra parentesi tante vecchie fratture, quella tra “riformisti” e “rivoluzionari”, ad esempio, per iniziare almeno di uscire dall’angolo e riprendere il cammino verso una società più decente. Secondo l’idea che un passo produce forza per fare il successivo. Una ipotesi, per intendersi, interclassista e caratterizzata da un riformismo ‘forte’ (o strutturale).

Tuttavia, nella seconda fase della crisi, già dalla metà del 2020, sotto la spinta delle conseguenze diseguali delle misure di protezione sanitaria su un sistema economico e sociale reso fortemente frammentato dal trentennio neoliberale, abbiamo assistito alle mobilitazioni delle frazioni più precarizzate e di quelle più deboli del lavoro autonomo o professionale/imprenditoriale. E questa mobilitazione si è spontaneamente rivolta contro lo Stato, accusato di esercitare un potere “biopolitico” eccedente, e contro i ceti “protetti” dei lavoratori dipendenti. Ha inseguito le più stravaganti ipotesi, ha assunto toni di aspra difesa della libertà offesa. L’ipotesi di “alleanza della domanda interna” è andata in frantumi.

 

Quel che è emerso alla luce è che buona parte dell’area si muoveva sotto la ferma egemonia di quei ceti intermedi indeboliti, attori della svolta neoliberale degli anni seguenti al riflusso ma oggi traditi nel loro affidamento ad essa. La reazione emersa ha opposto, non senza una sua quale coerenza, la risposta di protezione difensiva delle macchine statuali alla violazione della libertà individuale, identificandola quale profonda violazione dell’ordine liberale[20]. Dimentica di ogni sbandierato orientamento al socialismo sono riemersi tutti i temi libertari profondamente radicati nella società italiana e nelle sue medie borghesie, siano esse orientate a sinistra, destra o centro.

Sono esplose quelle precarie “catene di equivalenza” che, sotto l’astratto slogan della “domanda interna” facevano sembrare simili le domande di chi in effetti odia lo Stato (e specificamente lo Stato fiscale e disciplinatore) e chi al contrario lo vuole potenziare dopo un quarantennio di indebolimento; chi vuole solo ascendere alla posizione dalla quale può nuovamente, e finalmente, sfruttare il lavoro debole (di commessi, impiegati, operai) per vincere la lotta della vita e raggiungere il proprio posto in essa, e chi, magari, vorrebbe ridurre all’opposto il proprio grado di sfruttamento e guadagnare condizioni di lavoro più dignitose; chi ha bisogno di indebolire il lavoro per sfruttarlo e chi questo lavoro lo presta; chi abita le periferie e chi ne fugge disperatamente, o non vuole scivolarvi; chi si sente in basso e chi in alto.

Nei mesi tra la metà del 20 e del 21 il sistema dei media, ed in parte il frastuono dei social, hanno restituito un’immagine per la quale a mobilitarsi ‘contro’ sono micro e piccoli imprenditori, autonomi, commercianti, più che insegnanti, impiegati, operai e funzionari pubblici. In parte è una percezione deformata dai media (i quali sistematicamente hanno sovrarappresentato alcune manifestazioni ed ignorato altre), in parte dipende dal fatto che alcuni strati dei primi soffrono maggiormente le misure di protezione prese. Le subiscono senza le protezioni residuali il trentennio di espansione del welfare di cui i secondi ancora godono. Ma si muovono anche perché su di essi la cultura neoliberale ha maggiore presa. Si muovono perché per loro è più aspro lo scollamento tra la promessa di autopromozione o di elevamento nella quale sono stati formati e la realtà di scivolamento e stagnazione in cui vivono. Promessa sulla quale contano per ancorare l’autoriconoscimento in una logica di competizione verticale propria della loro soggettivazione come classe.

Insomma, in questi mesi, è riemersa una frattura strutturale che ha anche un suo versante culturale e cognitivo. La “alleanza per la domanda interna” è una astratta necessità politica, ma anche nelle condizioni odierne una concreta impossibilità. Questi ceti e gruppi, quelli che Wright Mills chiamava in mezzo al trentennio “un’insalata di occupazioni”, fatta di dirigenti, professionisti, addetti alle vendite, impiegati, artigiani, piccoli e medi imprenditori, accomunati da molto poco oltre a certi parametri di reddito rilevati ex post e il desiderio di un certo status sociale, vogliono ascendere. Vogliono staccarsi dai ceti popolari e dai lavoratori, e vogliono, anzi che questi gli servano per farlo.

 

Conclusioni sul Green Pass

Dunque:

  1. allo stato il GP è un dispositivo di distrazione a bassa efficacia e non sicura necessità (ma la distrazione è andata perfettamente a segno anche a causa della reazione), ma in linea di principio la circostanza che chi non si vaccina (e non dimostra in altro modo di non essere portatore del virus) possa essere oggetto di qualche precauzione non è sbagliata.
  2. Mentre il Fatto 1 prima descritto è sostanzialmente vero, i Fatti 2 e 3, in diversa misura, non sono correttamente espressi. In questa forma lavorano con una logica binaria troppo semplificata tipica di un processo di “escalazione” indotto dai social sul fondo della sfiducia e della disgregazione della personalità sociale. E’ illogico, oltre che non sufficientemente dimostrato, che chi è vaccinato ed ha avuto una normale reazione contagi nello stesso modo, e questa considerazione pesa nella forma aggregata che devono prendere le politiche di pianificazione pubblica. I giovani e molto giovani potrebbero essere esposti alle controindicazioni di lungo periodo, anche gravi, la scelta di vaccinarli va quindi ponderata in modo molto attento (inclino a pensare che non sia opportuno, l’unico argomento solido è che potrebbero contagiare gli over 50 non ancora vaccinati che sono molti).
  3. Naturalmente ciò non implica che tutte le misure siano logiche ed appropriate (non lo sono mai, in quanto esito di una logica ibrida come quella politica). Ad esempio, non mi sembrano necessarie le mascherine per i professori vaccinati, andrebbe evitata qualsiasi stigmatizzazione dei lavoratori non vaccinati e moltissime delle misure disciplinari che si propongono non sono affatto giustificate e mostrano altre “agende” all’opera (ci sono forze, cioè, che stanno cercando di cogliere l’occasione per aumentare il disciplinamento sociale dei lavoratori, e non solo).
  4. E’ grave la costruzione di una simbolica e di una separazione tra ‘puri’ ed ‘impuri’ che va combattuta aspramente evidente, infatti, la decisione di vaccinare è sempre una scelta dalla potente funzione mistica, esibisce i simboli della competenza, distingue tra buoni e cattivi (o tra puri ed impuri), e divide. Ma soprattutto unisce. Ovvero funge da dispositivo di potere e creazione di coesione, indicando un nemico interno sul quale concentrare il male. Si tratta di un dispositivo tipico del politico[21].
  5. Dunque, il vaccino è un dispositivo tecnico efficace, necessario, compatibile con le nostre ‘libertà’ (anzi volte a salvaguardale nella misura del possibile), ma ANCHE un regolatore sociale e un produttore di potere.

 

Come si reagisce? Non urlando <libertà> (perché questa è sempre, nella sua più intima essenza sociale) e immaginandosi come ‘ribelli’ che combattono lo Stato (il quale in sostanza non fa nulla di diverso da quel che deve fare, anche se lo dovrebbe fare diversamente e soprattutto con altre forme di comunicazione e mobilitazione). Svolgendo una critica razionale, ordinata, non reattiva (rispondendo dichiarando ‘impuro’ quel che altri chiamano ‘puro’ e viceversa), e cercando di mettere il potere di fronte alle proprie reali contraddizioni che sono:

  • la mancanza di investimenti strutturali,
  • la conservazione di aree di privilegio intoccabili come le imprese,
  • il rifiuto di riorganizzare la produzione e riproduzione sociale per rendere più capace il mondo di affrontare le crisi, non solo sanitarie.

 

La necessaria ristrutturazione: dal calice di cristallo alla coppa di ferro

Infatti il nostro problema essenziale non è che abbiamo incontrato il “cigno nero” della pandemia, quello è solo il fattore scatenante finale. Il nostro problema è che l’intero sistema produttivo e riproduttivo nel quale viviamo, altamente finanziarizzato e interconnesso, è come un calice di cristallo. È esile, elegante, sottile, durissimo e fragile.  È stato lasciato crescere per decenni sulla base della ricerca costante, sotto la spinta di una concorrenza più o meno manipolata e secondo il principio della massima accumulazione a brevissimo termine. Il sistema di premi e punizioni che il sistema ha elargito ai suoi attori (a partire dai manager fino all’ultimo lavoratore) puntava parossisticamente sul rendimento a brevissimo termine, come se mai potesse arrivare una crisi.

È bastata la minaccia (resa credibile non solo da astratti modelli matematici, che spesso hanno sbagliato per difetto o per eccesso, quanto dallo spettacolo di alcuni sistemi sanitari di ‘eccellenza’ messi in ginocchio in poche settimane) di una malattia infettiva che, se ben curata, uccide pochi, ma capace in potenza di mettere contemporaneamente nella necessità di avere bisogno di cure rare e costose per sopravvivere (un posto in terapia intensiva costa circa millecinquecento euro al giorno e all’avvio della crisi ne erano disponibili poco più di tremila), per mettere davanti all’evidenza di non avere margini. Nell’antico Egitto le ricorrenti carestie avevano insegnato ad una casta sacerdotale e politica avveduta la necessità di mettere da parte, anno su anno, ingenti scorte per affrontarle. Limitavano la crescita, certo, ma rappresentavano l’assicurazione che la carestia, con il correlato di epidemie, invasioni, sommosse, rivoluzioni, non sarebbe arrivata un brutto giorno a distruggere tutto.

La nostra furbissima economia neoliberale, e i governi di quegli Stati che per decenni abbiamo descritto come residui di epoche passate e sostanzialmente inutili e dannosi, hanno pensato che pagare il costo assicurativo di avere una robusta sanità ed efficienti servizi territoriali di prevenzione fosse uno spreco. Li abbiamo quindi lentamente smantellati. Tenere ospedali di riserva per quando sarebbe giunta una emergenza, formare più medici, potenziare la rete dei medici di prossimità, creare ambulatori, avere industrie strategiche, anche se leggermente meno competitive, che potessero garantire le forniture di ciò che sarebbe stato necessario, è sembrato un lusso superfluo. Come in ogni altro settore.

E, sotto la pressione del sistema di vincoli in parte autoinflitto che ci sovrasta, ancora lo pensiamo. Altrimenti gli investimenti andrebbero in altra direzione e il numero chiuso a medicina sarebbe stato rimosso.

 

Il calice di cristallo si sta dunque rompendo, piccole fessure si intravedono, ma i nostri decisori (ovvero il complesso sistema d’azione costituito dalle élite nazionali e da quelle internazionali connesse e dominanti, dalle tecnostrutture specializzate non solo sanitarie, dai gruppi di pressione e partiti politici) cercano di guardare altrove.

E, soprattutto, cercano di distrarci.

A questo serve il modesto dispositivo tecnico del Green Pass. Viene esacerbato e accompagnato da dichiarazioni fuori luogo e polarizzanti, in un gioco tra opposti che si sostengono a vicenda, allo scopo di non farci guardare che i nodi giungono al pettine.

 

Da decenni ogni fabbrica produce i suoi beni utilizzando prodotti intermedi di terzi e appoggiandosi su una rete di servizi che è spesso estesa su più nazioni e continenti, e che è condivisa con tante altre, di settori merceologici del tutto diversi. Ogni azienda, inoltre, si appoggia su servizi finanziari condivisi con tante altre. Non è sempre stato così, una volta le aziende erano più integrate verticalmente, poi si è detto che dovevano concentrarsi sul “core business”; una volta investivano con risorse proprie, poi si è detto che la liquidità andava impiegata nella finanza che rendeva di più, e tanto per tutto il resto c’era la “leva”; una volta si privilegiavano gli investimenti sul territorio, o comunque nella stessa area amministrativa, poi si è detto che la frontiera era la delocalizzazione; una volta i lavoratori erano trattenuti e ci si investiva, poi si è detto che l’organizzazione flessibile ed il lavoro agile erano il futuro. Tutta questa interconnessione è servita a porre il mondo del lavoro sotto costante ricatto di delocalizzazione, a cercare di ottenere ovunque le condizioni migliori, a guadagnare sempre di più, inseguendo il più marginale sconto di prezzo ovunque fosse.

Ma, al contempo, tutta questa interconnessione fa sì che se oggi chiudo un settore economico (quello metallurgico come quello dei mobili) potrei assistere all’imprevista chiusura anche di quelli che ho lasciato aperti, perché l’intero ecosistema produttivo collasserebbe. Ad esempio, la fonderia che chiudo d’autorità potrebbe essere indebitata con una banca la quale per reagire alla perdita potrebbe stringere il credito anche alla fabbrica tessile che non ho chiuso, o potrebbe essere il cliente fondamentale di un fornitore anche dell’impianto tessile. Quando questo fornitore dovesse chiudere, costringerebbe il nostro tessile a sostituirlo d’urgenza, in un momento in cui gli scambi internazionali faticano a riprendersi ed il costo di molte materie prime e semilavorati è aumentato.

 

Quel che dovremmo fare è sostituire il calice di cristallo con un coppa di ferro.

 

E’ per non farlo vedere che si stimola l’istinto individuale, colpendo i suoi luoghi simbolici e compensativi, con misure ad alto impatto simbolico come il Green Pass.

Dovremmo imparare che un sistema economico deve avere una parziale indipendenza, per non subire le conseguenze di interruzioni per i più diversi motivi di beni o servizi essenziali. L’organizzazione a rete leggera delle imprese dovrebbe essere vista come un lusso che non ci possiamo sempre permettere. I magazzini semivuoti egualmente. La mondializzazione senza limiti deve essere inquadrata come un errore di percorso (o meglio, un progetto sbagliato).

Quel di cui avremmo bisogno, ben oltre le misere e spesso sbagliate misure del Pnrr, è che le attività produttive vengano irrobustite, le catene logistiche radicalmente accorciate o comunque rese ridondanti, i magazzini rinforzati. Bisognerà affrontare la tendenza, intrinseca alla traiettoria di sviluppo tecnologico, di potenziare le tecnologie di controllo cosiddette “industria 4.0” e di sostituzione del lavoro, di erogare i servizi in remoto, di smantellare l’inefficiente ma cruciale per il tessuto civile e urbano piccola distribuzione. Farsi carico dell’enorme problema del ripensamento e riqualificazione della città e del territorio[22].

 

La via di uscita è una profonda razionalizzazione degli apparati produttivi, riducendo l’inutile differenziazione dei prodotti e le tante fonti di lavoro improduttivo, ampliando l’indipendenza del paese e la sua robustezza, garantendo la partecipazione di tutti alla produzione, alla sua organizzazione, ai suoi frutti.

 

La posizione politica: oltre il populismo

Per questo, al di là della polarizzazione in corso, che leggo essenzialmente come rivelatore e come cortina fumogena ad un tempo (rivela la vera natura di molte forze che sembravano agire per il cambiamento, mentre cercavano solo di tornare ai tempi d’oro e dal lato dell’intenzionalità dei promotori nasconde le necessità di reale cambiamento), il punto dirimente deve essere inquadrato come politico. E deve partire dalla percezione della frattura che la crisi pandemica ha aperto.

Una frattura che si è manifestata anche sul piano della tattica politica. Abbiamo visto esaurire il ciclo del “neopopulismo” ad immediato ridosso della crisi. Si trattava di potenti tecniche per aggregare in poco tempo “contenitori dell’ira” capaci di effetti elettorali significativi e anche, in alcuni casi irripetibili[23], vincenti. Ma al fine di una reale politica antisistemica sono esempi inservibili. Se hanno fallito la trasformazione in “contenitori di potere” è per ragioni interne e inaggirabili. Il potere non è contenuto nella figura organizzativa formalmente apicale, in nessun caso e tanto meno nella macchina pubblica statuale. Il potere, quello effettivo, ovvero quello di cambiare, è contenuto nelle relazioni circolanti in un molto più vasto sistema ed ha carattere continuo, non discontinuo. Nessuna “catena equivalenziale” può quindi fare il miracolo di evitare il duro lavoro della “guerra di posizione” e della costruzione di effettiva egemonia[24].

 

Molti seguono sistematicamente ogni e qualsiasi mobilitazione, pensando di appropriarsene, ma è un errore grave e molto noto. Lenin, in “Che fare?” lo chiamò “codismo”[25].

La questione è piuttosto di capire, in una situazione dinamica, non tanto chi si muove oggi, ma chi è nella posizione di fare leva per agire nel vero conflitto in essere contrastandone la forza motrice. Contrastandola per indurre l’avvio di un riequilibrio dei rapporti di forze che possa indurre degli elementi di socialismo, dei quali c’è assoluto bisogno. Senza i quali nessuna soluzione potrà essere trovata neppure ai dilemmi sistemici sommariamente descritti. Per fare questo non si deve partire dalla mera fotografia dell’esistente, immaginando che chi oggi è attivo o inattivo lo resti sempre, e non bisogna immaginare la questione del potere come un episodio singolo. Una “presa”. Bisogna comprendere, e bene, cosa è per noi il popolo e cosa sono i suoi nemici. Sapendo che verso i nemici si combatte, verso il popolo si lavora a creare unità di interesse e sentire.

E bisogna aver fermo e compreso che in sé la contraddizione tra chi intende elevarsi abbassando gli altri, ovvero aumentando il saggio di sfruttamento a proprio vantaggio, e chi ne subisce l’azione sistemica è una contraddizione antagonista. Che può sia scivolare in una relazione con nemici, sia essere ricondotta ad una dimensione organicamente equilibrata, ma solo se viene trattata espressamente. Inserendo i desideri, le pulsioni, e le ambizioni delle diverse soggettività sociali in un quadro non competitivo, socialista, appunto. Si tratta allora di distinguere tra inimicizia e divergenza (di rappresentazione, teoria delle funzioni sociali, prospettiva temporale). Tra la lotta e la discussione.

 

Per emergere dunque dalle contraddizioni e dai conflitti che questi due anni hanno fatto venire allo scoperto, bisogna liberarsi dell’idea che l’assetto sociale postmoderno, creato dalle specifiche forze introdotte dall’equilibrio del dopoguerra su generazioni che questa avevano subito e consolidato in cultura appresa dalle nuove generazioni, sia di fatto irreversibile. Ma non è la coscienza degli uomini che determina il loro essere, è più vero il contrario, l’essere sociale determina la loro coscienza. C’è infatti una contraddizione inscritta profondamente, nelle ossa stesse, che lavora a scalzare la coscienza postmoderna la quale paralizza l’azione sociale: l’individualismo edonista ha perso le condizioni di sicurezza ed affidamento che lo rendevano possibile. Nelle condizioni del lavoro contemporaneo ed in quelle della vita della grandissima parte della popolazione, in particolare di coloro che non possono scaricare su altri, o sperare di farlo, i propri pesi, si affaccia la semplice logica che solo l’azione collettiva, nuovamente, può o potrà rimettere in questione i rapporti di forza.

È tutta, sempre questione di rapporti di forza. E ciò nel paese, non al suo esterno. Altrimenti si resta prigionieri del gattopardo neoliberale, nei suoi numerosi travestimenti (uno dei quali, lo ribadisco, è la mobilitazione sul Green Pass). Mentre si giocherella con la pietra filosofale, sperando di essere finalmente l’avanguardia rivoluzionaria tanto attesa, il senso comune neoliberale, la coscienza data, lavorerà a riprodursi travestito. La cosa non potrebbe essere più seria.

 

Abbiamo passato alcuni anni ad indicare nella struttura di nessi e dominazione dei trattati europei il punto archimedeo da scalzare per rimettere in gioco e rendere contendibile le istanze di giustizia civile e popolare in Europa. Su questa parola d’ordine, o con il linguaggio di Laclau, intorno a questa “catena equivalenziale” abbiamo aggregato forze eterogenee. L’esperienza mostra che si è trattato di un effimero consenso.

Ora alcuni pensano di ripetere la mossa del “neopopulismo”, raccogliendolo intorno al significante vuoto <libertà>. Ma non è vuoto, è occupato dal nemico.

Inoltre la coscienza postmoderna è ormai scalzata dalle sue contraddizioni interne, e permane solo come zombie. Ci vorrà tempo perché produca i suoi effetti, e bisognerà restare forse a lungo nelle trincee, ma l’unica strada feconda è quella che si sforza di oltrepassare l’impolitico neoliberale e tutti i suoi travestimenti e recepire il nuovo bisogno di collettivo e di umanità, dandogli forma. Che ha pazienza di lavorare sulle fratture che si aprono, giorno dopo giorno. Tessendo e cucendo, senza perdere il filo dell’interesse da difendere. Ovvero del miglior interesse del paese, che è sempre quello dei suoi lavoratori. Che si sforza di identificare i luoghi ed i temi nei quali, intorno agli assi ordinatori centro/periferia ed alto/basso si stanno comunque polarizzando estetiche, linguaggi, priorità e valori, quindi soggettività di gruppo incompatibili con lo stato delle cose presenti. È capace di non farsi ingolosire da immediate traduzioni elettorali, ma di lavorare alla cultura politica, ovvero alla creazione di una struttura sociale densa e ad una rete di impegni e riconoscimenti con la necessaria decisione e passo. Conquistando una piazzaforte dopo l’altra e fidando che l’essere sociale ha ricominciato a lavorare a nostro favore.

 

Questo resta dunque il punto politico da porre (cosa che non significa sia l’unico)[26]. Tutte le mobilitazioni reattive, guidate dalle forze sociali che sono state cresciute e coltivate dalla svolta neoliberale, e da questa ora tradite, sembrano essere nuove e ‘ribelli’, ma accrescono solo l’egemonia neoliberale nelle sue fondamenta più intime. Quando il sistema potrà erogare qualche spicciolo, riattivando un anche piccolo ciclo di crescita tale da far gocciolare qualcosa, rientreranno immediatamente. E di questo svezzamento alla politica gli resterà solo l’ostilità per ogni iniziativa pubblica, per ogni politica collettiva, per lo Stato. Ostilità che sono proprie della egemonia neoliberale, la costituiscono.

Gli resterà l’idea di essere portatori di diritti inalienabili a fronte di qualunque interesse collettivo di qualsiasi genere, di essere i possessori unici di un concetto e pratica di ‘libertà’ che termina esattamente ai confini del proprio corpo e non si interessa di altro. “Libertà” secondo la classica nozione liberale.

La prima esperienza di mobilitazione sarà anche l’ultima, a meno che non si imponga una prospettiva socialista nel paese. Allora li ritroveremo dall’altra parte della barricata, ma non saranno loro ad essere cambiati, saremo noi a non aver mai capito per cosa si battevano.

 

 

 

[1] – Shoshana Zuboff, “Il capitalismo della sorveglianza”, Luiss 2019.

[2] – La pagina che si apre quando si clicca sul simbolo a sinistra in alto e mostra i post selezionati dall’algoritmo.

[3] – Zuboff, p. 475.

[4]https://www.worldometers.info/coronavirus/

[5] – Dati istat. https://www.istat.it/it/files//2021/06/Report_ISS_Istat_2021_10_giugno.pdf

[6] – La cosa è oggetto di furiose polemiche, in parte per la comprensibile paura dei vaccini (costante, dato che si tratta di farmaci che si prendono quando si è sani, mentre se si ha, ad esempio, mal di testa non ci si preoccupa di prendere farmaci come l’Aulin dalle controindicazioni note ed attestate), in parte per una latente tecnofobia (si tratta di vaccini elaborati, almeno alcuni, con una tecnica a Rna – che molti confondono con una tecnica che manipola il Dna non avendo fatto biologia al liceo – in sperimentazione da 30 anni ma sinora applicata per cure contro il cancro etc.), in parte per ostilità anticapitalista e antimonopolista (la quale, tuttavia, se applicata in questo modo porterebbe per coerenza a dover tornare nei boschi con l’arco a cacciare), infine per sfiducia nelle procedure pubbliche (accentuata dalla urgenza ben comprensibile con la quale sono state esperite).

[7]https://lab24.ilsole24ore.com/numeri-vaccini-italia-mondo/

[8]https://www.epicentro.iss.it/

[9] – Richard Sennett, con le sue note ricerche sul lavoro evidenzia il potere erosivo per la personalità del lavoro debole, intermittente, senza prospettive e senza capacità di un racconto sensato e continuo, nel quale sono intrappolati con la società neoliberale la maggioranza dei lavoratori contemporanei (quando non sono disoccupati). Le persone che svolgono solo lavori temporanei, sottolinea il sociologo, si sentono svalutati e non possono integrare il proprio lavoro nella propria storia di vita. Come ricorda anche Honneth questa circostanza distrugge anche la capacità di sentirsi membri solidali ed attivi della società politica. Produce un senso potente di “deragliamento personale” e rende impossibile, questo è importante, provare senso di solidarietà per gli altri. Il lavoro senza scopo produce quindi una personalità chiusa, difensiva, interamente individualista, e, Honneth dirà, anche impolitica. Storie troppo brevi, e le tattiche del moderno management (volte a creare disciplinamento interno di gruppo e mascherare il potere del capo) che spesso creano e distruggono gruppi di lavoro, punendoli collettivamente per i fallimenti individuali, rendono impossibile sentirsi solidali e creare unità sociali coese e immersive. Il lavoro mobile, flessibile e temporaneo “sospende la realtà” e induce a pensare solo al presente, in modo strettamente individuale. Si veda Axel Honnett, Richard Sennett, Alain Supiot, “Perché lavoro?”, 2020.

[10] – E’ evidente che l’Italia è sotto una tutela particolarmente stretta, per cui l’accesso alle risorse economiche aggiuntive che i programmi di acquisto di titoli pubblici (che, nella sostanza, li annullano) della Bce è soggetto a strettissimi vincoli negoziali. Negoziati che si svolgono sotto traccia, tenuti nascosti anche al Parlamento, e che impediscono a tutta evidenza di destinare risorse alla ristrutturazione sistemica (della sanità, ma non solo) di cui ci sarebbe bisogno. Si veda, per una ricognizione generale dei temi connessi, “Spartiacque, il 2020”.

[11] – Si veda “Bastone e carota”.

[12] – Faccio riferimento, ovviamente, alle esternazioni di Agamben.

[13] – Mi spiego meglio. Una cura precoce implica che sia erogata fuori degli ospedali, a chiunque sia positivo, prima dei sintomi, e sostanzialmente ‘fai da te’ (se va bene sotto la guida di un medico generico che non ha le necessarie specializzazioni ed esperienza). Talvolta sono cure erogate con farmaci ad alto impatto, alcuni dalle gravissime controindicazioni, persone che magari potrebbero cavarsela con due giorni di febbre. Il rischio è che il mix di farmaci produca nel suo complesso danni notevolmente maggiori (per la platea di applicazione) dell’evoluzione della malattia dei pochi. Si ricorda che si tratta di una malattia che normalmente conduce all’ospedalizzazione il 3,5% ca. dei contagiati (https://www.agenas.gov.it/covid19/web/index.php?r=site%2Fgraph1) e che quindi per il 96,5% dei casi si risolverebbe comunque con pochi giorni di febbre o poco più.

[14] – Anche se il presupposto del dibattito alternativo (che è stato soggetto al processo di “escalazione”) è che le voci di minoranza nel dibattito scientifico, essendo non “mainstream”, sono per definizione più libere, il clima competitivo entro la comunità scientifica potrebbe anche indurre alcuni ad esasperare la propria posizione per semplice tattica opportunista. Non, quindi, per convinzione quanto per emergere e trovare un ‘seguito’ (amplificato da social e media) in grado di promuoverlo e farlo emergere dall’anonimato.

[15] – Pfizer e Astra Zeneca, ad esempio.

[16]https://it.wikipedia.org/wiki/Paradosso_di_Simpson

[17] – Si veda Klaus Schwab, Thierry Malleret, “Covid 19: The Great reset”, 2020.

[18] – Tema molto ampio, sul quale dovremo tornare. Uno dei modi di affrontarlo è cercare di comprendere quale oggetto, soggetto e processo sia qualificabile come democratico in una società reale e complessa (non nel modello implicito e ipersemplificato che ce ne facciamo sulla base dell’esperienza saltuaria di qualche episodio deliberativo a piccola scala). Se è vero che una ragione procedurale in grado di essere qualificata come democratica deve essere in linea di principio capace di procedere in giudizio contro se stessa restando permeabile alle critiche, tuttavia nelle condizioni delle nostre società nazionali complesse ed inserite in tecnomacchine altamente delicate ciò che si autoorganizza è in prima battuta la comunità giuridica e non una qualche omogenea fusione di senso, di scopo o di sangue. Una simile comunità vive di due piani di legittimità: del sistema normativo nel suo insieme e delle singole norme. La riscattabilità di principio delle pretese di validità normativa delle norme è quindi articolata su entrambi i piani. Quando avviene (ed avviene di rado) si unisce validità di fatto e legittimità e quindi si attiva una funzione socio-integrativa che dovrebbe essere una delle prestazioni essenziali della democrazia giuridicamente istituita. Cosa è essenziale, a questo riguardo? Parecchie cose, tra queste che le ragioni valide non siano ristrette in modo pregiudiziale. Tuttavia ciò non significa che tutto possa essere detto ed ogni enunciato valga per argomento in ogni contesto. Le ragioni in grado di contare restano relative alla logica del problema da affrontare. Ecco che fa capolino la questione che, frettolosamente, si iscrive come “tecnocrazia” (quando si staglia sul modello implicito dell’assemblea). Ciò che bisogna ottenere per sviluppare una dinamica all’altezza della necessità di gestione di una società sia democratica sia complessa è di chiarire di volta in volta criteri ed interessi legittimi e accordarsi circa gli aspetti rilevanti per trattare l’eguale in modo eguale ed il diseguale in modo diseguale. Dunque articolare intorno al singolo problema, e coerentemente con la natura di questo, il nesso tra diritto e politica. In altre parole, quando si dà una produzione normativa (leggi o regolamenti) la sua legittimità non si deve commisurare solo alla giustezza dei giudizi morali, ma anche (tra l’altro) alla disponibilità, alla pertinenza, rilevanza e completezza delle informazioni fornite; quindi all’adeguatezza con cui si propone che queste interpretino correttamente le diverse situazioni e prospettino i problemi e soprattutto all’equità dei compromessi raggiunti. Chiaramente l’autodeterminazione democratica dei cittadini che si consultano supera, sul piano della capacità sociointegrativa e della legittimazione etica, la mera prestazione data dalla normazione costituzionale d’una società mercantile che – aspirando a soddisfare semplicemente le aspettative di felicità d’individui privati economicamente attivi – tenti di garantire (fallendo) un bene comune minimale, sostanzialmente inteso come non politico. Al contrario l’autodeterminazione si sostanzia e dipende dalla capacità di istituzionalizzare e rendersi permeabile a quelle che si potrebbero descrivere come procedure e presupposti comunicativi, e quindi dall’interazione delle consultazioni istituzionalizzate e non con le opinioni pubbliche informali. Si potrebbe dire che essa punta ad una sorta di intersoggettività di livello superiore, ma, attenzione, che resta incorporata nelle procedure democratiche nella misura in cui contengono in forma implicita processi d’intesa e/o nella rete comunicativa delle sfere pubbliche politiche. Si tratta di non farsi catturare né dal modello mercantile liberale, né dal modello anarcoide (al fondo anche esso liberale) dell’assemblea. Cosa che implica prestare attenzione alla necessaria, ineliminabile, interazione tra il sistema politico istituzionalizzato, che è l’unico in grado davvero di agire, e le strutture comunicative della sfera pubblica che sono rappresentabili come una diffusa rete di “sensori” i quali reagiscono alla pressione delle situazioni problematiche complessive con il sollecitare opinioni influenti.

Ora, la questione di democrazia e tecnocrazia sta in questa delicata relazione, che non si risolve con un taglio secco, tra due sfere d’azione tra le quali agisce una sorta di “chiusa idraulica” (l’immagine è di Habermas, 1996) rappresentata dai presupposti e dai procedimenti comunicativi per la formazione democratica dell’opinione e della volontà. La questione della “tecnocrazia” non si risolve tutta d’un pezzo, bisogna spenderla nella moneta di piccolo taglio di una discussione di merito ed adeguatezza.

[19] – Si veda il post “Dai contenitori dell’ira ai contenitori di potere”.

[20] – Si veda Andrea Zhok, “Critica della ragione liberale”, Meltemi 2020

[21] – Altro punto su cui si dovrebbe tornare. Una decisione pubblica non è mai solo un calcolo. Non è, nella sua essenza, l’espressione di una volontà. Non è il risultato di un voto. In una decisione pubblica c’è sempre l’attivazione di un’arena di conflitto e lo spegnimento di qualche altra. Ci sono sempre attori valorizzati ed altri oscurati. C’è sempre una posta palese ed altre invisibili; ogni attore ne ha, e non sempre collimano. Una decisione pubblica non è mai logica. Ha sempre un contenuto emotivo ed un significato politico. Produce, riproduce e celebra dei valori sociali, e dunque è il risultato (e la matrice) di una società esistente o nascente. Ogni decisione interpreta il flusso della storia dell’organizzazione o del milieu che è stato attivato per strutturarla e giustificarla, essa crea sempre alleanze (e non sarebbe concepibile senza di esse), nasce nel conflitto e lo delimita. Articola una sua legittimità e dispiega i simboli della competenza e della reputazione. Per arrivare a definire una decisione strutturante (ad esempio, come quella di entrare o uscire dall’Euro) bisogna accedere ai problemi, definirli, riconoscerli tali, traguardarne l’esito. Il “setting decisionale” inquadra le identità valide nel campo decisionale, i soggetti riconoscibili e gli attori, le Istituzioni attivate e quelle inibite. Per arrivarci bisogna selezionare l’informazione pertinente e le tecniche “valide”. Il punto è che ogni decisione viene presa in condizioni di scarsità di tempo, di attenzione, di chiarezza ed è un processo sociale e politico importante in sé. Una sorta di “rituale sacro”, come scriveva James March (“Decisioni e organizzazioni”, Il Mulino 1993). Ogni decisione è in parte mera applicazione di routine e norme, in parte attivazione di memoria selettiva, in parte intuizione di nuove possibilità, in parte imitazione, in parte tradizione e fede. Lavora con scopi, conseguenze future, preferenze future (che sono sempre gestite strategicamente), con l’informazione (che è fonte di potere, di garanzia ritualistica, oggetto di strategie, riserva di senso, …). Ci sono due principali “finzioni” (che svolgono una fondamentale funzione di legittimazione sociale) che vanno considerate per non immaginare che sia questione solo di definire una buona e razionale “soluzione”: che le scelte siano ricondotte ai decisori; che i problemi siano ricondotti alle scelte.

Il processo decisionale è essenzialmente un confronto-scontro che fa uso dei materiali disponibili (tra cui, sia bene inteso, hanno grande importanza le “riserve di senso” incorporate nelle norme e nei discorsi normativi) per attivare impulsi di forza, contrattare, formare coalizioni, stimolare lealtà, riscuotere crediti. I risultati dipendono dalle preferenze di partenza degli attori e dal potere che può essere mobilitato da ognuno. Le scelte sono quindi piuttosto da ricondurre alla sedimentazione (o agglomerazione) di un “sistema d’azione” efficace (più dei concorrenti) e non ai “decisori”. I problemi sono definiti insieme alle scelte (non di rado sono le scelte a individuare i “loro” problemi. Un ottimo esempio è la stringa <l’offerta crea la domanda>, nel momento in cui chi la propone “decide” implicitamente di includere nel suo “sistema d’azione” l’organizzazione degli industriali ed escludere altri). Il significato della decisione assunta, o che si predilige, incorpora quindi sempre l’informazione solo se questa è collegabile a storie coerenti e raccontabili. Se fa sistema.

Informazioni e processo decisionale consolidano una struttura di significati nella quale si collocano; che le sostiene e le crea. In questo senso l’attività decisionale pubblica (ma anche quella privata) è una sorta di “rituale sacro” e comporta attività “altamente simboliche”. Come scrive March, “essa esalta i valori fondamentali di una società, in particolare il concetto che l’esistenza è alla mercé della volontà umana e che tale controllo si esercita mediante scelte, individuali e collettive, fondate su un’esplicita previsione di alternative e sui loro probabili effetti”. Decisione e potere sono indissolubilmente uniti per via di questa caratteristica simbolica ineliminabile.

Allora il processo decisionale non è un luogo “tecnico” (molto spesso, nella lunga polemica sulla Moneta Unica ed il processo di costruzione europeo, abbiamo sentito la lamentazione circa l’irrazionalità tecnica-economica della decisione “politica” assunta), è più la palestra per esercitarsi in valori sociali, far mostra di autorità, esibire comportamenti distintivi rispetto al costrutto ideologico centrale (nella nostra cultura occidentale) di <scelta intelligente e consapevole>. La decisione è politica in questo senso.

Interagire con questa complessa dinamica richiede saggezza ed intuito, richiede percezione ed empatia per le forze in campo e quelle mobilitabili (che in campo possono entrare), richiede una strategia rivolta a spingere l’intero apparato di dati informativi, aspettative ed opzioni disponibili in una direzione nella quale si dimostri produttiva. Cercando di sviluppare in una sola mossa ciò che è produttivo e gli strumenti per conseguirlo (insieme agli attori).

Dunque si potrebbe argomentare, che la crisi che attraversiamo non è solo un malfunzionamento essenziale della finanza nel suo ruolo di mediazione tra risparmio ed impieghi produttivi, che ha avuto sin dal medioevo; non è solo uno scollamento tra la crescita della produttività e l’occupabilità o la rendita del lavoro; non è solo lo spaccamento della società in enclave incomunicanti ed il rifiuto della parte fortunata di condividere le sue ricchezze tornate a livelli ottocenteschi; non è solo prevalenza della competizione e dell’egoismo sulla cooperazione e solidarietà, senza la quale la società precipita nel caos e nell’odio. La crisi è soprattutto una rottura di razionalità nel capitalismo a rete. E’ la dimostrazione che le routine e le soluzioni consolidate nella tradizione sono ormai spiazzate, che anche le nuove non funzionano più.

[22] – In questa direzione la Iot territoriale e le smart cities, della cui ambiguità ho parlato in “Le città intelligenti e la distopia del lavoro perduto”.

[23] – Il riferimento è, ovviamente, alla parabola del Movimento 5 Stelle.

[24] – Si veda “Guerre di movimento e guerre di posizione”.

[25] – Scrive in “L’inizio dell’ascesa del movimento spontaneo”: “vi è spontaneità e spontaneità. Anche negli anni sessanta e settanta (e persino nella prima metà del secolo) vi furono in Russia degli scioperi accompagnati da distruzioni “spontanee” di macchine e simili. In confronto con queste “rivolte”, gli scioperi avvenuti dopo il 1890 potrebbero perfino essere chiamati “coscienti”, tanto è importante il passo in avanti fatto nel frattempo dal movimento operaio. Ciò prova che in fondo l'”elemento spontaneo” non è che la forma embrionale della coscienza. Anche le rivolte primitive esprimevano già un certo risveglio di coscienza: gli operai perdevano la loro fede secolare nella solidità assoluta del regime che li schiacciava; cominciavano… non dirò a comprendere, ma a sentire la necessità di una resistenza collettiva e rompevano risolutamente con la sottomissione servile all’autorità. E tuttavia questa era ben più una manifestazione di disperazione e di vendetta che una lotta. Gli scioperi della fine del secolo, invece, rivelano bagliori di coscienza molto più numerosi: si pongono rivendicazioni precise, si cerca di prevedere il momento più favorevole, si discutono i casi e gli esempi noti delle altre località, ecc. Mentre prima si trattava semplicemente di una rivolta di gente oppressa, gli scioperi sistematici rappresentavano già degli embrioni – ma soltanto degli embrioni – di lotta di classe. […] Abbiamo detto che gli operai non potevano ancora possedere una coscienza socialdemocratica. Essa poteva essere loro apportata soltanto dall’esterno.” Viceversa “lo sviluppo spontaneo del movimento operaio fa sì che esso si subordini all’ideologia borghese […] In ogni caso, la funzione della socialdemocrazia non è di trascinarsi alla coda del movimento: cosa che nel migliore dei casi è inutile, e, nel peggiore, estremamente nociva per il movimento stesso. Il Raboceie Dielo, da parte sua, non si limita a seguire questa «tattica-processo», ma la erige a principio, sicché la sua tendenza deve essere definita non tanto opportunismo quanto (dalla parola: coda) codismo.” Vladimir Ilic Lenin, “Che fare?”, 1902.

[26] – Trovo, ad esempio rilevante e ben scelto il punto posto da Roberto Buffagni in un recente post su Facebook. “Alla radice del conflitto sui vaccini: liofilizzo una ipotesi. Perché è così aspro il conflitto sui vaccini? È un conflitto importante, anzi decisivo, oppure una diversione rispetto ai conflitti reali? Benvenute le critiche anche radicali purché cortesi, è una cosa difficile e mi manca la preparazione adeguata. Diciamo che ci provo. Ecco l’ipotesi liofilizzata: Fatta la tara (una grossa tara) della forza d’inerzia mediatica e della consueta dinamica della polarizzazione politica, il conflitto sui vaccini è aspro e importante, anzi decisivo, perché è un conflitto in merito alla legittimazione dell’ordine sociale e ideologico. La posta in gioco del conflitto sui vaccini è: chi ha il diritto di stabilire che cos’è la verità, anzi la Verità con la maiuscola? (In forma degradata e comico-grottesca, è una replica, a parti rovesciate, del conflitto tra Bellarmino e Galilei). Scrivo “Verità con la maiuscola” perché nel senso comune confusamente relativista oggi egemone, unica fonte della Verità è “la scienza”. Epistemologicamente è una sciocchezza, ma tant’è, è una sciocchezza che ce l’ha fatta. Ora, però, “la scienza” non solo non è in grado di fornire alcuna “Verità”, che è un concetto filosofico o religioso, ma è una pratica sociale in cui la formazione del consenso della comunità scientifica è laboriosa, difficile, influenzabile, e sempre soggetta a possibili revisioni anche radicali, come esige appunto il metodo scientifico. In breve, “la scienza” vera e propria non è per nulla adatta a sfornare Verità su ordinazione, come maritozzi. Invece, i powers that be hanno bisogno, molto bisogno di Verità su ordinazione (beninteso, ordinazione loro), perché è molto difficile esercitare un minimo di controllo sociale su masse di persone che: a) hanno introiettato il principio liberale, inaugurato contro le religioni, che “non esistono verità assolute”, l’altro principio liberale che “la mia libertà finisce dove comincia la tua”, ossia non si sa dove, e in attesa di capirlo io faccio quel cazzo che mi pare; e, ciliegina sul gelato, danno per scontato che il principio di autorità valga solo per gli stupidi e gli arretrati; b) vivono in una condizione ossimorica di permanente precarietà senza precedenti storici, per quanto attiene il proprio ruolo sociale, la propria identità personale, insomma sono tutti, chi più chi meno, degli sradicati; c) nonostante a) e b), devono contribuire, ciascuno per la propria parte grande o piccola, a garantire il funzionamento di una macchina sociale – di una Zivilisation – quanto mai complicata, delicata, interconnessa a livello mondiale.

In persone cosiffatte, la nascita, lo sviluppo organico, la stabilizzazione della norma interiore, insomma la Bildung, sono, inevitabilmente, assai problematici. In qualsiasi società, il controllo sociale viene garantito al 90% dalla norma interiore, e solo per il 10% dalla norma esteriore (polizia, tribunali, etc.). La necessità aguzza l’ingegno. Nel corso della pandemia da Covid19, i powers that be sono stati sospinti, anche dalla logica dell’ideologia da loro universalmente condivisa, lo scientismo, a fare un vero e proprio grande reset. No, non è il Grande Reset dei novax. È il grande reset della legittimazione dell’ordine sociale, oggi in corso d’opera; ossia la fondazione di una teologia civile fotocopiata – credo inconsapevolmente – dal programma politico, sociale e teologico positivista di Auguste Comte (vedere Wikipedia, c’è tutto il necessario). Per impiantare questa nuova teologia civile, c’è un requisito indispensabile: l’accordo reciproco preliminare del potere spirituale, la Scienza, e del potere temporale, l’Autorità Politica Positiva Tecnica). Profetico, Comte ha previsto tutto un secolo e mezzo fa, delegando il potere spirituale a un Consiglio degli Scienziati, e il potere temporale a un Consiglio degli Industriali (il programma comtiano è una parodia scientista del cattolicesimo).

Se la scienza continua ad essere quel che è nata per essere, questo accordo reciproco preliminare tra Scienza e Autorità Politica Positiva (Tecnica) semplicemente non c’è: per la banale ragione che a) l’accordo scientifico unanime in merito a qualcosa che sia immediatamente rilevante per la decisione politica è molto raro o addirittura inesistente b) dunque, quando si tratta di decidere politicamente qualcosa, ciascuna delle parti in conflitto pesca i pareri scientifici che più le convengono, e/o paga e promuove pareri scientifici a sé favorevoli, trovandoli sempre.

Quindi, si ritorna alla casella di partenza, in cui le decisioni politiche rilevanti si prendono per ragioni che certo tengono conto della “scienza” (nessun decisore prende misure che ignorano la legge di gravitazione universale) ma che la scienza mai potrà garantire come certe e “Vere” al 100%. Insomma, nella realtà effettuale il decisore decide con uno sforzo previsionale, nell’incertezza, e si assume la responsabilità di conseguenze che non sono mai, ripeto mai, interamente prevedibili. Ma l’accordo preliminare tra “Scienza” e Autorità Politica Positiva (Tecnica), tra potere spirituale e temporale è necessario per garantire il controllo e la coesione sociale, e la performatività del sistema. Si assiste dunque, oggi, a una grottesca riedizione della “lotta per le investiture” tra scienza (potere spirituale) e autorità politica (potere temporale), in cui paradossalmente il potere spirituale – la scienza – per come la rappresenta la grande maggioranza della comunità scientifica, NON combatte, e anzi esulta e festeggia l’aggressione dell’avversario: perché di vera e propria minaccia esistenziale alla scienza si tratta, quando il potere politico pretende di stabilire “Verità scientifiche” ufficiali, di farle oggetto di “fede” [sic] e di sanzionare chi non vi aderisca.

Le ragioni di questa paradossale esultanza, di questa sindrome di Stoccolma della comunità scientifica sono tante. Salto le più facilmente identificabili (vanità, timore, interessi) e mi concentro sulle meno visibili. Secondo me le ragioni meno visibili della sindrome di Stoccolma della comunità scientifica sono: a) NON si sono accorti che l’autorità politica sta trasformando la scienza in una religione, sia perché sono scientisti non pochi scienziati, specie ai livelli meno avanzati della ricerca, sia perché, lavorando sul serio come scienziati, sanno benissimo che la scienza effettualmente esistente è tutt’altra e incompatibile cosa rispetto a qualsivoglia religione, e non li sfiora il pensiero che qualcuno possa provarci sul serio b) non essendosene accorti, non ne hanno dedotto le possibili, anzi probabili conseguenze, che per la scienza effettualmente esistente sono devastanti: se alla pressione degli interessi economici e politici tradizionali si aggiunge la pressione del ruolo di garante ideologico dell’intero sistema sociale, la libertà di ricerca si riduce al lumicino e lo scienziato può venir chiamato di colpo a fare l’eroe, se vuole continuare ad essere scienziato c) l’opposizione all’insediamento della nuova teologia civile scientista, come si manifesta nel presente conflitto sivax/novax, è a dir poco, anzi a dir pochissimo, molto confusa.

Tralasciando i veri e propri mattoidi irrazionali (non pochi) l’asse ideologico principale conforme al quale gli oppositori combattono le autorità politiche è “la libertà”, come la intende il senso comune liberale (v. sopra). Ora, questo è un errore colossale, perché è evidente a chiunque non sia irrazionale che qualora ve ne sia un fondato motivo, l’autorità politica ha non solo il diritto, ma il preciso dovere di limitare, anche molto più gravemente di come oggi accada, la libertà dei cittadini. Il problema è se ve ne sia il fondato motivo, e il calcolo previsionale rischi/benefici in ordine al quale si giustifica la limitazione di libertà. Per capire se ve ne sia il fondato motivo, e per fare un calcolo rischi/benefici della limitazione di libertà da imporre, è indispensabile che la scienza, e ovviamente la comunità scientifica senza la quale la scienza non esiste, siano libere, ossia che siano liberi di argomentare il proprio fondato parere, e sottoporlo al dibattito tra pari, tutti i membri della comunità scientifica che operano in settori rilevanti per la decisione. Essi però non possono farlo, sennò si compromette la legittimazione dell’autorità politica. Dunque, in un mondo migliore, l’asse ideologico principale del conflitto con l’autorità politica in merito ai vaccini dovrebbe essere proprio la difesa della scienza e della libertà di ricerca + la difesa delle forme legali e sostanziali in cui deve avvenire ogni decisione politica. Noi però non siamo in un mondo migliore, siamo in questo qui.

Che cosa succede dopo? Succede che i powers that be vincono a mani basse, perché in un conflitto politico tra sicurezza e libertà, comunque intese (anche nel modo più stupido) la sicurezza vince sempre; e perché “per il solo fatto di esserlo, il ribelle perde metà della sua forza” (Richelieu): specie poi se il ribelle sbaglia di grosso la ribellione. Il processo di insediamento della teologia civile scientista continuerà, integrandosi agevolmente con la legittimazione dell’ordine sociale sinora in vigore (fascismo/antifascismo, progressismo/reazione, UE-mondialismo/nazionalismo-populismo). Tranne errori catastrofici immediatamente evidenti (es., e Deus avertat, se fra un anno o due si scopre che i vaccini provocano effetti imprevisti gravi in quote importanti dei vaccinati) anche le peggiori sciocchezze dette e fatte sinora dalle autorità passeranno in cavalleria.

Succederà però anche un’altra cosa, ominosa; e succederà per così dire automaticamente, di default, perché l’imposizione di una Verità Ufficiale a cui si deve prestare fede, pena sanzioni legali, la produce sempre: produrrà eretici, produrrà esclusioni, produrrà condanne implicite o esplicite alla morte civile, produrrà insomma tutti gli effetti collaterali sgradevoli e “medievali” ai quali il liberalismo classico s’era giustamente vantato di aver posto fine. E poi, ovviamente, produrrà retroazioni cibernetiche a catena nella comunità scientifica e nella scienza, nessuna favorevole. Le scienze più direttamente esposte alla pressione dell’autorità politica, quelle a cui più spesso e urgentemente sarà chiesto di fornire legittimazione al potere temporale, ossia le scienze sociali, saranno esposte a una pressione da fondere il granito. In bocca al lupo a chi vi opera, arrivano tempi interessanti”.

https://tempofertile.blogspot.com/2021/09/cronache-del-crollo-green-pass.html?fbclid=IwAR1Q4XjlGEdQCNRHTt-I6ijyWJ9C6JcBelzNW80jZtb3gJ-93ZaKYK6lgmM

Alla radice del conflitto sui vaccini: ipotesi liofilizzate, di Roberto Buffagni

Alla radice del conflitto sui vaccini: liofilizzo una ipotesi.
Perché è così aspro il conflitto sui vaccini? È un conflitto importante, anzi decisivo, oppure una diversione rispetto ai conflitti reali?
Benvenute le critiche anche radicali purché cortesi, è una cosa difficile e mi manca la preparazione adeguata. Diciamo che ci provo
Ecco l’ipotesi liofilizzata: “Fatta la tara (una grossa tara) della forza d’inerzia mediatica e della consueta dinamica della polarizzazione politica, il conflitto sui vaccini è aspro e importante, anzi decisivo, perché è un conflitto in merito alla legittimazione dell’ordine sociale e ideologico.”
La posta in gioco del conflitto sui vaccini è: “chi ha il diritto di stabilire che cos’è la verità, anzi la Verità con la maiuscola?” (In forma degradata e comico-grottesca, è una replica, a parti rovesciate, del conflitto tra Bellarmino e Galilei).
Scrivo “Verità con la maiuscola” perché nel senso comune confusamente relativista oggi egemone, unica fonte della Verità è “la scienza”. Epistemologicamente è una sciocchezza, ma tant’è, è una sciocchezza che ce l’ha fatta.
Ora, però, “la scienza” non solo non è in grado di fornire alcuna “Verità”, che è un concetto filosofico o religioso, ma è una pratica sociale in cui la formazione del consenso della comunità scientifica è laboriosa, difficile, influenzabile, e sempre soggetta a possibili revisioni anche radicali, come esige appunto il metodo scientifico. In breve, “la scienza” vera e propria non è per nulla adatta a sfornare Verità su ordinazione, come maritozzi.
Invece, i powers that be hanno bisogno, molto bisogno di Verità su ordinazione (beninteso, ordinazione loro), perché è molto difficile esercitare un minimo di controllo sociale su masse di persone che
a) hanno introiettato il principio liberale, inaugurato contro le religioni, che “non esistono verità assolute”, l’altro principio liberale che “la mia libertà finisce dove comincia la tua”, ossia non si sa dove, e in attesa di capirlo io faccio quel cazzo che mi pare; e, ciliegina sul gelato, danno per scontato che il principio di autorità valga solo per gli stupidi e gli arretrati
b) vivono in una condizione ossimorica di permanente precarietà senza precedenti storici, per quanto attiene il proprio ruolo sociale, la propria identità personale, insomma sono tutti, chi più chi meno, degli sradicati
c) nonostante a) e b), devono contribuire, ciascuno per la propria parte grande o piccola, a garantire il funzionamento di una macchina sociale – di una Zivilisation – quanto mai complicata, delicata, interconnessa a livello mondiale.
In persone cosiffatte, la nascita, lo sviluppo organico, la stabilizzazione della norma interiore, insomma la Bildung, sono, inevitabilmente, assai problematici. In qualsiasi società, il controllo sociale viene garantito al 90% dalla norma interiore, e solo per il 10% dalla norma esteriore (polizia, tribunali, etc.).
La necessità aguzza l’ingegno. Nel corso della pandemia da Covid19, i powers that be sono stati sospinti, anche dalla logica dell’ideologia da loro universalmente condivisa, lo scientismo, a fare un vero e proprio grande reset. No, non è il Grande Reset dei novax. È il grande reset della legittimazione dell’ordine sociale, oggi in corso d’opera; ossia la fondazione di una teologia civile fotocopiata – credo inconsapevolmente – dal programma politico, sociale e teologico positivista di Auguste Comte (vedere Wikipedia, c’è tutto il necessario). Per impiantare questa nuova teologia civile, c’è un requisito indispensabile: l’accordo reciproco preliminare del potere spirituale, la Scienza, e del potere temporale, l’Autorità Politica Positiva 😊 Tecnica). Profetico, Comte ha previsto tutto un secolo e mezzo fa, delegando il potere spirituale a un Consiglio degli Scienziati, e il potere temporale a un Consiglio degli Industriali (il programma comtiano è una parodia scientista del cattolicesimo).
Se la scienza continua ad essere quel che è nata per essere, questo accordo reciproco preliminare tra Scienza e Autorità Politica Positiva (Tecnica) semplicemente non c’è: per la banale ragione che
a) l’accordo scientifico unanime in merito a qualcosa che sia immediatamente rilevante per la decisione politica è molto raro o addirittura inesistente
b) dunque, quando si tratta di decidere politicamente qualcosa, ciascuna delle parti in conflitto pesca i pareri scientifici che più le convengono, e/o paga e promuove pareri scientifici a sé favorevoli, trovandoli sempre.
Quindi, si ritorna alla casella di partenza, in cui le decisioni politiche rilevanti si prendono per ragioni che certo tengono conto della “scienza” (nessun decisore prende misure che ignorano la legge di gravitazione universale) ma che la scienza mai potrà garantire come certe e “Vere” al 100%. Insomma, nella realtà effettuale il decisore decide con uno sforzo previsionale, nell’incertezza, e si assume la responsabilità di conseguenze che non sono mai, ripeto mai, interamente prevedibili.
Ma l’accordo preliminare tra “Scienza” e Autorità Politica Positiva (Tecnica), tra potere spirituale e temporale è necessario per garantire il controllo e la coesione sociale, e la performatività del sistema. Si assiste dunque, oggi, a una grottesca riedizione della “lotta per le investiture” tra scienza (potere spirituale) e autorità politica (potere temporale), in cui paradossalmente il potere spirituale – la scienza – per come la rappresenta la grande maggioranza della comunità scientifica, NON combatte, e anzi esulta e festeggia l’aggressione dell’avversario: perché di vera e propria minaccia esistenziale alla scienza si tratta, quando il potere politico pretende di stabilire “Verità scientifiche” ufficiali, di farle oggetto di “fede” [sic] e di sanzionare chi non vi aderisca.
Le ragioni di questa paradossale esultanza, di questa sindrome di Stoccolma della comunità scientifica sono tante. Salto le più facilmente identificabili (vanità, timore, interessi) e mi concentro sulle meno visibili.
Secondo me le ragioni meno visibili della sindrome di Stoccolma della comunità scientifica sono:
a) NON si sono accorti che l’autorità politica sta trasformando la scienza in una religione, sia perché sono scientisti non pochi scienziati, specie ai livelli meno avanzati della ricerca, sia perché, lavorando sul serio come scienziati, sanno benissimo che la scienza effettualmente esistente è tutt’altra e incompatibile cosa rispetto a qualsivoglia religione, e non li sfiora il pensiero che qualcuno possa provarci sul serio
b) non essendosene accorti, non ne hanno dedotto le possibili, anzi probabili conseguenze, che per la scienza effettualmente esistente sono devastanti: se alla pressione degli interessi economici e politici tradizionali si aggiunge la pressione del ruolo di garante ideologico dell’intero sistema sociale, la libertà di ricerca si riduce al lumicino e lo scienziato può venir chiamato di colpo a fare l’eroe, se vuole continuare ad essere scienziato
c) l’opposizione all’insediamento della nuova teologia civile scientista, come si manifesta nel presente conflitto sivax/novax, è a dir poco, anzi a dir pochissimo, molto confusa.
Tralasciando i veri e propri mattoidi irrazionali (non pochi) l’asse ideologico principale conforme al quale gli oppositori combattono le autorità politiche è “la libertà”, come la intende il senso comune liberale (v. sopra). Ora, questo è un errore colossale, perché è evidente a chiunque non sia irrazionale che qualora ve ne sia un fondato motivo, l’autorità politica ha non solo il diritto, ma il preciso dovere di limitare, anche molto più gravemente di come oggi accada, la libertà dei cittadini. Il problema è se ve ne sia il fondato motivo, e il calcolo previsionale rischi/benefici in ordine al quale si giustifica la limitazione di libertà.
Per capire se ve ne sia il fondato motivo, e per fare un calcolo rischi/benefici della limitazione di libertà da imporre, è indispensabile che la scienza, e ovviamente la comunità scientifica senza la quale la scienza non esiste, siano libere, ossia che siano liberi di argomentare il proprio fondato parere, e sottoporlo al dibattito tra pari, tutti i membri della comunità scientifica che operano in settori rilevanti per la decisione. Essi però non possono farlo, sennò si compromette la legittimazione dell’autorità politica.
Dunque, in un mondo migliore, l’asse ideologico principale del conflitto con l’autorità politica in merito ai vaccini dovrebbe essere proprio la difesa della scienza e della libertà di ricerca + la difesa delle forme legali e sostanziali in cui deve avvenire ogni decisione politica. Noi però non siamo in un mondo migliore, siamo in questo qui.
Che cosa succede dopo?
Succede che i powers that be vincono a mani basse, perché in un conflitto politico tra sicurezza e libertà, comunque intese (anche nel modo più stupido) la sicurezza vince sempre; e perché “per il solo fatto di esserlo, il ribelle perde metà della sua forza” (Richelieu): specie poi se il ribelle sbaglia di grosso la ribellione.
Il processo di insediamento della teologia civile scientista continuerà, integrandosi agevolmente con la legittimazione dell’ordine sociale sinora in vigore (fascismo/antifascismo, progressismo/reazione, UE-mondialismo/nazionalismo-populismo).
Tranne errori catastrofici immediatamente evidenti (es., e Deus avertat, se fra un anno o due si scopre che i vaccini provocano effetti imprevisti gravi in quote importanti dei vaccinati) anche le peggiori sciocchezze dette e fatte sinora dalle autorità passeranno in cavalleria.
Succederà però anche un’altra cosa, ominosa; e succederà per così dire automaticamente, di default, perché l’imposizione di una Verità Ufficiale a cui si deve prestare fede, pena sanzioni legali, la produce sempre: produrrà eretici, produrrà esclusioni, produrrà condanne implicite o esplicite alla morte civile, produrrà insomma tutti gli effetti collaterali sgradevoli e “medievali” ai quali il liberalismo classico s’era giustamente vantato di aver posto fine.
E poi, ovviamente, produrrà retroazioni cibernetiche a catena nella comunità scientifica e nella scienza, nessuna favorevole. Le scienze più direttamente esposte alla pressione dell’autorità politica, quelle a cui più spesso e urgentemente sarà chiesto di fornire legittimazione al potere temporale, ossia le scienze sociali, saranno esposte a una pressione da fondere il granito. In bocca al lupo a chi vi opera, arrivano tempi interessanti.
Vincenzo Cucinotta

Post molto interessante, anche se lo condivido solo parzialmente. Evitando di scrivere un commento troppo lungo come pure il post meriterebbe, mi limito a formulare due osservazioni. La prima è che tutto ciò che dici sulla scienza, del tutto corretto e condivisibile, e come sai lo dico dall’interno di quel mondo, sta già alle nostre spalle, e ciò dipende da quanto l’ordinatore economico abbia approfondito il suo ruolo fino a tendere ad annullare ogni altro possibile criterio di ordine. Ciò fa parte di una per certi versi inevitabile deriva di omogeneizzazione di una società al criterio dominante e che avrebbe forse potuto trovare una certa resistenza da un certo spirito di casta che pur essendo in sé una cosa brutta, pure può svolgere funzioni positive se il singolo appartenente riconosce che il suo ruolo gli conceda dei privilegi. Gli odiati baroni costituivano in verità un baluardo verso questa sottomissione che oggi osserviamo. Ho potuto poi osservare questa svolta nelle Università da un modello di docente-ricercatore che si divertiva del suo lavoro, a un altro modello, quello di chi identifica questo ruolo come strumento di potere e che invece di divertirsi lavorando, si diverte rompendo le scatole a chi gli sta attorno. Ho invece qualcosa da obiettare sulla rivendicazione di libertà che tu guardi criticamente, ma io ritengo perchè la osservi dal punto di vista del conflitto tra libertà e sicurezza, quindi in termini astratti al massimo e come tali indefinibili se non con un elevato grado di genericità. Invece, il punto va osservato su base legale e costituzionale. Spero che nessuno abbia dimenticato che siamo in presenza di uno stato di emergenza ormai in vigore per ventuno lunghi ed ininterrotti mesi. Ora, qui dobbiamo intenderci, non esiste emergenza che possa durare più di qualche giorno, al massimo qualche settimana. Un caso classico di emergenza è quello di un sisma distruttivo, e si capisce che lì ha senso parlare di stato di emergenza perchè ci si trova in presenza di una situazione critica improvvisa e che richiede misure drastiche immediate,. quali tipicamente la ricerca di sopravvissuti sotto le macerie. E’ chiaro che per alcuni giorni, l’intera nazione è chiamata a considerare come prioritario questo compito. Quando finisce questa fase, come successe a L’Aquila, pur in presenza di un centro storico distrutto e ancora per anni impraticabile, lo stato di emergenza finì. Con il che, non si giudicava risolta la crisi di quella città, ma semplicemente si ratificava che nessuna novità improvvisa stesse emergendo. Fare confusione tra emergenza e gravità della situazione da parte di alcuni è un errore, da parte di altri è un vero e proprio imbroglio. Per queste ragioni, ritengo che quasi due anni di mantenimento di vincoli così stringenti alle attività individuali costituisca aperta violazione della costituzione e in sostanza un golpe istituzionale. Lo stato può certo costringerti a limitazioni anche più stringenti delle libertà personali, ma non per un periodo così lungo. Il fatto che non si trovi un numero sufficientemente alto di giuristi che lo denuncino è il segno del disegno totalitario in atto, che poi a mio modo di vedere costituisce il vero fine del modo in cui è stata affrontata la vicenda COVID-19. Questo è il livello dello scontro, e qualunque resistenza si voglia operare, non può fare a meno di confrontarsi con tale livello.
Roberto Buffagni

Grazie Vincenzo, anche per lo sguardo prezioso dall’interno della comunità scientifica che io ovviamente non posso avere. Nei termini in cui tu lo descrivi, il conflitto tra libertà e sicurezza è sicuramente fondato, perché si tratta di una libertà concreta, politicamente garantita, e ovviamente preziosa. E’ invece rovinoso e suicida se il conflitto viene condotto in nome della libertà di fare quello che mi pare. Quanto poi alla previsione di come va a finire lo scontro libertà/sicurezza, non c’è un giudizio di valore ma, temo, una constatazione basata sull’esperienza: alla larga maggioranza delle persone preme di più la propria sicurezza (magari fraintesa) della propria libertà (magari fraintesa anch’essa).

Lettera ai Professori_a cura di Luigi Longo

LA LETTERA DEGLI STUDENTI DI BERGAMO: ESEMPIO DI PENSIERO CRITICO ARGOMENTATO, CHIARO ED EFFICACE

a cura di Luigi Longo

Leggendo la lettera degli studenti dell’Università di Bergamo, riportata subito dopo, mi sono ricordato del bel film del 2007, ispirato ad una storia vera, diretto e interpretato dal vincitore del premio Oscar Denzel Washington, The Great Debaters. Il potere della parola.

E’ “la storia di Melvin B. Tolson, professore universitario e poeta degli anni ’30 ’40, in prima linea nella lotta contro i pregiudizi razziali e gli abusi culturali nei confronti della comunità afroamericana negli Stati Uniti. Dalla sua cattedra nel college di Wiley nel Texas, frequentato da ragazzi di colore, Tolson, spronò i suoi studenti a fondare il primo gruppo di discussione dell’Istituto. Sfidando pareri contrari e la generale opinione pubblica, portando il suo team a sfidare quello di Harvad nel campionato nazionale di dibattito”.

La lettera degli studenti dell’Università di Bergamo è un esempio di pensiero critico argomentato, chiaro ed efficace. Se gli studenti e i docenti riuscissero a intrecciare relazioni significative per mettere in discussione il degrado sociale rappresentato sia dalla costruzione della cosiddetta pandemia da covid-19 che nulla a che fare con la salute della popolazione ma molto con le relazioni conflittuali di riorganizzazione della società dentro il sistema cosiddetto capitalistico, sia dal degrado delle Università che da luoghi di saperi sono state ridotte a luoghi di stupidità.

Affido la conclusione di questa riflessione all’intervento di Samantha Booke tenuto contro l’università di Ohlahoma così come dal film surriportato: “il tempo per la giustizia, il tempo per la libertà e il tempo per l’uguaglianza è ogni giorno, è adesso!”

La lettera degli studenti dell’Università di Bergamo

LA LETTERA DEGLI STUDENTI DELL’UNIVERSITÀ DI BERGAMO AI DOCENTI, AL RETTORE, AL PERSONALE UNIVERSITARIO

Alla cortese attenzione dei docenti tutti I ricercatori e i dottorandi

I componenti del Senato Accademico

Il Magnifico Rettore Remo Morzenti Pellegrini

Il personale tecnico e amministrativo

I responsabili delle Biblioteche di Dipartimento

Gli uscieri dell’Università degli Studi di Bergamo

Gentili tutti, vorremmo iniziare col ricordarvi alcuni presupposti eletti a linee-guida della nostra Università, così ben esposti nel manifesto disponibile sul sito della stessa: La mission della nostra università è già tutta racchiusa nel suo nome: universĭtas. Apertura, pluralità, libertà, incontro, appunto: “universalità”. Sapere vuol dire sfidare i tempi, saperli scuotere. Un’interpretazione preconfezionata non è mai buona: ogni interpretazione pretende infatti una mente critica. Dunque: apertura, pluralità, libertà, incontro, universalità, capacità di porsi criticamente rispetto ai tempi e di sfidarli. Insieme a voi, crediamo e vorremmo continuare a credere in questi valori, che il biglietto da visita della nostra università – come di molte altre università d’Italia e del mondo – dichiara esplicitamente di tenere in alto grado.

Ma oggi, alla luce del D.L. 111/2021 del 6 agosto (Misure urgenti per l’esercizio in sicurezza delle attività scolastiche, universitarie, sociali e in materia di trasporti), si impone un principio di discriminazione, legittimato da motivazioni presentate come medico-scientifiche, che ci appare agli antipodi di quella stessa inclusività posta sin dall’etimo a fondamento dell’istituzione universitaria. Con questo provvedimento discriminante e divisivo vengono di fatto esclusi dal diritto allo studio e dai servizi erogati dall’Università – o ne viene gravemente limitata l’accessibilità ‒ tutti coloro che per legittima scelta personale non intendono prestarsi a trattamenti sanitari invasivi e a proprie spese, quali i tamponi PCR, né aderire alla campagna vaccinale sperimentale, consapevoli di come sulla reale attendibilità dei primi e, soprattutto, sulla validità e sulla sicurezza della seconda manchi ad oggi un accordo scientifico risolto e unanime.

Com’è possibile accettare che strumenti sanitari di dubbia efficacia condizionino i principi di apertura, libertà e indipendenza dell’insegnamento universitario? Ancora in piena emergenza pandemica, il nostro stesso Rettore aveva avuto modo di ribadirci alcuni obiettivi essenziali dell’Istituzione che è chiamato a rappresentare, promettendo di mantenere l’Università saldamente imperniata sui principi di inclusione (garantire un sapere condiviso e relazionale, email del 31 marzo 2020; siamo una comunità dove studiano e lavorano tante persone, dove ognuno deve essere rispettato tanto nei propri doveri quanto nei propri diritti, email del 29 aprile 2020) e di coesione (l’obiettivo dell’UniBg di farvi provare sempre e comunque la forza coesiva che deve caratterizzare un Ateneo […] crediamo fortemente nel nostro procedere uniti, nonostante le difficoltà che possono presentarsi, email del 14 ottobre 2020). Non ha dimenticato nemmeno di sottolineare l’impegno dell’Università nel garantire un sostegno costante (senza mai permettere che il vostro e, anzi, il nostro percorso verso le conoscenze possa essere interrotto, email del 4 novembre 2020). Questa promessa, però, sembra ora venir meno, con la comunicazione del 10 agosto 2021 agli studenti: tutti coloro che accederanno, per motivi di studio o lavoro, alle sedi universitarie dovranno essere infatti in possesso del cosiddetto green pass. Non un cenno a chi non si adegua a questo aut-aut, scegliendo di non sottoporsi ai tamponi diagnostici, il cui alto tasso di inattendibilità è certificato dallo stesso Istituto Superiore di Sanità (cfr. rapporto ISS Covid-19 n. 46/2020), né all’inoculazione dei vaccini sperimentali a mRna o a Dna ricombinante, la cui efficacia nell’arginare i contagi è presentata come relativa, ad esempio, nello stesso foglietto illustrativo della “Pfizer: potrebbe non proteggere completamente tutti coloro che lo ricevono 1 e la durata della protezione non è nota (dalla nota informativa 1 del modulo di consenso vaccinale Comirnaty).

Considerato che lo stesso vaccinato può contagiare ed essere a sua volta contagiato, ci si chiede quale possa in effetti essere la funzione del Green Pass, e se essa sia realmente di natura sanitaria o eminentemente politica. Anche la garanzia di non nocività dei vaccini sperimentali è alquanto dubbia: come esplicitato dal punto 10 del consenso informato (non è possibile al momento prevedere danni a lunga distanza), non si escludono possibili effetti collaterali a lungo termine, anche gravi. Che ne sarà allora delle promesse di inclusione, di coesione e di sostegno per tutti gli studenti che sceglieranno di non aderire acriticamente e incondizionatamente alla sperimentazione vaccinale di massa o al tracciamento sanitario via Green Pass, dispositivo di controllo sociale e amministrativo in aperta violazione del diritto alla privacy dei propri dati? Proprio a Bergamo, come se i molti lutti non fossero bastati, osiamo mettere in discussione quella che viene attualmente presentata come l’unica soluzione in grado di contenere il contagio? Sì, proprio a Bergamo, la città più colpita dalla pandemia. Come in tutt’Italia, ci si prepara ora a perdere anche l’universale diritto all’istruzione e alla cultura (sancito dalla nostra Costituzione all’art. 34) o quantomeno a vederne compromessa la fruibilità. Proprio a Bergamo, la città in cui – com’è noto – il direttore del dipartimento di anatomia patologica dell’Ospedale Papa Giovanni XXIII, mettendo in discussione le indicazioni dell’Organizzazione Mondiale della Sanità e del Ministero della Salute che sconsigliavano di eseguire le autopsie sui corpi deceduti a causa del Covid, scoprì il ruolo decisivo della formazione dei trombi nell’aggravarsi della malattia, evidenziando la necessità dell’utilizzo dei farmaci anticoagulanti.

Proprio a Bergamo, la città in cui il primo atto di disubbidienza in materia di pandemia si è dimostrato un primo passo verso la verità clinica. Con lo stesso spirito, siamo portati oggi a dubitare dell’utilità scientifica, della legittimità giuridica e della liceità etica di un lasciapassare sanitario formalmente preposto a contenere la diffusione del Covid-19. Questo strumento, infatti, oltre a non garantire la non-contagiosità dei suoi detentori, comporta la discriminazione nei diritti costituzionali in base allo stato di salute e all’assunzione di un prodotto sperimentale (non privo di possibili effetti collaterali gravi) per una malattia ritenuta curabile da sempre più medici con i protocolli farmacologici di terapia domiciliare (come testimoniato, ad esempio, dall’esperienza dei dottori di ippocrateorg.org e del Comitato Cure Domiciliari Covid-19, a smentire con oltre 60.000 guariti la diffusa vulgata secondo cui non esistono valide alternative mediche al vaccino). Proprio a Bergamo, dove a inizio pandemia l’abbandono dei pazienti fino all’aggravarsi della malattia e l’inopportuna pratica di ventilazione forzata precoce hanno contribuito a causare così tante morti, possiamo permetterci altri errori? Oggi chiunque critichi l’effettiva utilità sanitaria e la neutralità politica del Green Pass rischia di attirarsi quella stessa accusa di “irresponsabilità” che viene già disinvoltamente rivolta, con modi sempre più violenti e intimidatori, a chiunque decida di non farsi iniettare i vaccini genici a mRna e a Dna ricombinante (la cui fase di sperimentazione terminerà, per i diversi brevetti, tra il 2022 e il 2023). Ci si chiede quale considerazione del concetto di responsabilità abbia realmente oggi chi ci governa, laddove Stato, istituzioni e multinazionali farmaceutiche – ben lungi dall’assumersi la responsabilità delle proprie decisioni politiche e tantomeno i rischi degli effetti avversi da vaccini – li scaricano sul senso civico e sulla “libera scelta” dei cittadini stessi. La manleva di responsabilità avviene tramite consenso informato, accompagnata da forme di pressione psicologica, sociale e mediatica che giungono ora a compimento con l’imposizione del Green Pass, a una sorta di obbligo indiretto che preclude – in assenza di tamponi diagnostici o certificati d’avvenuta vaccinazione – l’accesso a servizi essenziali. Queste misure, come l’obbligo vaccinale ventilato in queste settimane, sarebbero forse più comprensibili e accettabili se il rapporto benefici/rischi della vaccinazione anti-Covid 19 fosse nettamente a vantaggio dei primi, ma anche su questo vi sono ragionevoli dubbi all’interno della stessa comunità scientifica. Al netto di una controversa ma in genere assai bassa letalità del virus (attestata secondo l’OMS allo 0,6%, senza considerare le differenze per fasce d’età e i casi di co-morbilità e patologie pregresse), si ricorda che tra gli effetti avversi a breve termine dei vaccini genici possono presentarsi gravi trombosi, danni neurologici, miocarditi e pericarditi; nel lungo termine, sono svariati gli scienziati che prospettano il serio rischio di effetti mutageni, infertilità, malattie autoimmuni e tumori. Perfino i dati ufficiali iniziano a parlare chiaro: l’Eudravigilance, la banca dati europea di farmacovigilanza dell’EMA, registrava al 31 luglio 2021 e per i soli paesi dell’Unione Europea un totale di 20.594 morti associate ai vaccini anti-Covid e un totale di 1.960.607 effetti avversi provocati dagli stessi (dei quali 968.870 gravi). In fatto di responsabilità, com’è possibile sorvolare sulle gravi reazioni che possono conseguire dalla vaccinazione anti-Covid 19, specie per una fascia d’età, quella degli studenti universitari, in cui la relativa pericolosità del virus è ulteriormente ridotta? Tornando a noi, e sempre a questo proposito, è utile a questo punto richiamare le parole del nostro Rettore, dalla citata email del 10 agosto 2021 sull’introduzione del Green Pass: Contiamo sul vostro senso di responsabilità, come abbiamo sempre fatto, convinti che provvederete quanto prima (e possibile) a farvi vaccinare: solo in questo modo avremo la speranza di “tenere a bada” il contagio e, di conseguenza, di proseguire le nostre attività in presenza tutti insieme, senza paura di danneggiarci l’un l’altro. Caro Rettore, con la presente ci sentiamo di rassicurarLa: Lei può senz’altro contare sul nostro senso di responsabilità morale, non certo nel farci “quanto prima (possibile)” vaccinare (visto che il vaccino, come sopra ricordato, non assicura affatto di poter “tenere a bada” il contagio), bensì nel non assecondare, per il bene nostro e altrui, un nuovo ordine culturale, legislativo e sociale nutrito d’irresponsabilità politica e di coartazione tecnologico-sanitaria. Da parte nostra sarebbe relativamente comodo, facile e indolore accettare il requisito del Green Pass per meglio concentrarci egoisticamente sulla nostra singola carriera universitaria, apprestandoci a vivere il mondo di domani come se non fosse un prodotto delle nostre scelte (o delle nostre reticenze) di oggi. Disgraziatamente, però, il nostro senso di responsabilità ci trattiene dal farlo. A Lei che ce ne ha ricordato l’importanza, ci permettiamo così – a nostra volta – di ringraziarLa richiamandoLa a questo stesso principio, non solo nei riguardi dell’Università di Bergamo ma di tutti gli atenei lombardi di cui è coordinatore. A porsi idealmente di fronte a tutti gli studenti, indistintamente. E a ribadire, se vorrà, queste sue stesse parole suasive e perentorie. È sicuro di volersene prendere la responsabilità? Insieme a tutti i destinatari della presente, ci chiediamo in particolare se anche i professori della nostra Università vorranno accondiscendere, foss’anche solo nel silenzio/assenso, a questa stessa sovrana attitudine alla deresponsabilizzazione, al pensiero unilaterale e semplificatorio, al silenziamento d’ogni dissenso critico, quando non già criminalizzato o patologizzato. Esattamente novant’anni fa, nel 1931, venne imposto a tutti i professori universitari l’obbligo di giurare fedeltà al regime fascista, pena la destituzione dalla cattedra di cui erano titolari. Come ben sappiamo, solo 12 professori su 1.225 rifiutarono. Oggi il personale docente e non docente presente negli istituti universitari italiani ammonta a circa 125.600 persone: quanti di questi si rassegneranno ad accettare l’inaccettabile?

Giova ricordare a tutti noi – che conosciamdo così male la Storia – quanto ancora rischiamo di ripeterne gli orrori?

Cari professori: anche noi, come il Rettore nei nostri confronti, sappiamo di poter contare sul suo e sul vostro senso di responsabilità, certi “che provvederete quanto prima (e possibile)” a levare finalmente una voce contraria e non sottomessa dinanzi a questo provvedimento incostituzionale e inqualificabile, come alcuni vostri colleghi stanno già coraggiosamente iniziando a fare, da Andrea-Sigfrido Camperio Ciani (ordinario di Etologia, Psicobiologia e Psicologia evoluzionistica all’Università di Padova) a Francesco Benozzo (associato di Filologia e linguistica romanza all’Università di Bologna, candidato al Nobel per la Letteratura dal 2015). Forse non sarete tutti, forse sarete solo una piccola parte, ma ci basterà per essere fieri, una volta di più, di essere o essere stati vostri studenti. Ci sarà sufficiente per non incrinare la fiducia che in questi anni di studio abbiamo avuto e tuttora abbiamo in voi. Per non dover mettere in discussione, alla radice, il senso del vostro stesso insegnamento. Se poi vorrete, spazientiti, sbirciare già alla fine di questo messaggio ben poco smart, social friendly o parcellizzabile in slogan pronti ad essere confutati con ottusa disinvoltura dai sedicenti fact-checker, troverete un nuovo motivo di delusione.

Vedete, non ci firmiamo “Studenti contro il Green Pass”. Nemmeno “Studenti contro i sieri genici sperimentali a mRna e Dna ricombinante”, o “Studenti contro il terrorismo mediatico, il tracciamento sanitario e la digitalizzazione totalitaria”. Siamo, semplicemente, studenti dell’Università di Bergamo. Spiacenti di aggiungere un’inerte constatazione in un momento già governato dal consenso tautologico e dal culto dell’identico, ma, sapete, questo non è niente di più e niente di meno di quello che effettivamente siamo. Siamo parte della comunità universitaria. Ci siamo regolarmente iscritti, pagando le tasse universitarie. Abbiamo frequentato le lezioni, abbiamo sostenuto gli esami, anche con medie eccellenti. Durante il nostro percorso universitario, come tutti, siamo stati colpiti dai lutti e dalle restrizioni. Infine siamo tornati in Università, per riprendere, terminare o proseguire i nostri studi. E ora? Ora, con il D.L. 111/2021 e la conseguente comunicazione del Rettore, chi è deciso a non accettare l’illegittima imposizione del Green Pass non sembra venir nemmeno contemplato nella vita universitaria, sia pure con altre modalità di partecipazione (senza curarsi del considerando n. 36 del regolamento 953/2021 del Consiglio d’Europa e dell’Unione Europea sull’uso del Green Pass, dove si sancisce che anche coloro che hanno scelto di non essere vaccinati non possono essere oggetto di discriminazione, diretta o indiretta). Neppure un riferimento alla possibilità – comunque moralmente discutibile e insoddisfacente – di svolgere gli esami a distanza, ricorrendo a una modalità partecipativa così sistematicamente e agilmente adottata nell’anno e mezzo di emergenza pandemica. Ed eccoci esclusi, come accaduto ad altri studenti Unibg nel curioso caso di occultamento dei 192 commenti – in larghissima parte critici – sottoscritti al post di Facebook con cui l’Università di Bergamo informava dell’introduzione del Green Pass, lo scorso 23 agosto: fuori dal testo, fuori dal diritto, fuori dalla comunità. Confidiamo in una dimenticanza, in un refuso, a cui auspichiamo si rimedi presto, come a livello governativo si è fatto con quel celebre “per scelta” curiosamente omesso e poi reintegrato nella traduzione italiana dello stesso 953/2021. Perché questo è quello che siamo: studenti dell’Università di Bergamo, a rappresentanza di pressoché tutte le sue facoltà. Non ci qualifichiamo, non ci quantifichiamo. Potremmo essere 10, 100, 1000, 10000… Ma anche se fossimo solo in due, come erroneamente e grottescamente riportato dal Corriere della Sera-Bergamo in data 18 agosto 2021 riguardo ai primi due giorni di raccolta firme a Bergamo per la petizione indetta dal Prof. Granara, dovrete fare i conti con la nostra presenza. E con le nostre domande.

Da aspiranti filologi e filosofi, ci chiediamo come sia ammissibile una massificazione tanto violenta e un depauperamento tanto sistematico e su larga scala del linguaggio e del pensiero critico.

Da aspiranti pedagogisti, ci domandiamo se tutto ciò non sottintenda un preoccupante stravolgimento dei concetti stessi di istruzione, di educazione e di insegnamento.

Da aspiranti psicologi, ci interroghiamo su quanto sia legittimo ed eticamente accettabile l’abuso di tecniche di condizionamento mentale da parte di mass media e istituzioni nel promuovere la campagna vaccinale.

Da aspiranti ingegneri, ci chiediamo quanto sia effettivamente fondato e corretto un utilizzo mediatico e strumentale di statistiche e dati, volti a giustificare restrizioni e norme politico-sanitarie.

Da aspiranti giuristi, ci interroghiamo su quanto siano tollerabili nel nome dell’emergenza sanitaria la drastica riduzione e il graduale smantellamento delle libertà fondamentali sancite dalla Costituzione Italiana e dell’ordinamento democratico del nostro Paese.

Da esseri umani, ci domandiamo quanto sia sostenibile questa china tecnocratica e disumana che si va profilando, e a quale idea di futuro autoritario e biomedicalizzato ci stiamo progressivamente adattando. Per paura, indifferenza o conformismo. Ci chiediamo tutto questo, e lo chiediamo a voi. A ciascuno di voi. Cosa deciderete di fare? In un contesto di pianificato caos normativo e statistico dove di osservabile e verificabile sembra rimanere ben poco, e dove a dettare legge sono spesso gli scienziati più autoritari in luogo dei più autorevoli, avanziamo il sospetto che l’Università tutta rischi oggi di trovarsi davanti a un bivio cruciale.

Può darsi, a ben vedere, che non siamo lontani dalla concreta, drammatica possibilità di regredire dai moderni principi del metodo scientifico sperimentale – che delle Università rinnovarono, illuminarono e affinarono lo spirito – all’opacità di un nuovo, restaurando dominio del principio d’autorità, sclerotizzato in granitica e incontestabile Scienza. Per riconoscere la direzione più giusta e probabilmente più sana, può darsi che la strada da percorrere non sia all’insegna della paura e del controllo, bensì del coraggio e della libertà, debitamente scrostati dalle sedimentazioni propagandistiche di questi mesi.

E può darsi che al netto di tutti i ricatti morali e occupazionali del caso, non siamo altri che noi – mittenti e destinatari di questa lettera, insieme – i primi artefici del futuro che ci aspetta.

Da oggi stesso, ognuno di noi, individualmente, ne sarà responsabile.

Grazie dell’attenzione,

Studenti dell’Università di Bergamo

Bergamo, 1 Settembre 2021

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Aneddotica, di Andrea Zhok

A volte la banalità del quotidiano illustra più delle parole_Giuseppe Germinario
ANEDDOTICA
1) Madre porta il figlio quattordicenne a fare la vaccinazione contro l’encefalite da zecca.
L’infermiera, mentre armeggia per preparare le fiale:
“O che bel ragazzo. Ma l’hai fatta la vaccinazione per il Covid? Come no?”
Madre: “Stiamo valutando la situazione per qualche mese, perché i dati sulla sicurezza dei vaccini non sono del tutto tranquillizzanti.”
Infermiera: “Ma come! Hanno fatto tutte le prove! E poi guardi che con la variante Delta vanno in ospedale un sacco di ragazzi!”
Madre: “Scusi, ma dove ha trovato detto che vanno in ospedale un sacco di ragazzi?”
Infermiera: “Ah, guardi, io non ce l’ho neanche la televisione; leggo i giornali e c’è scritto tutto là”
Madre: “Capisco. Lei sta spaventando i miei figli. Se vuole fare la vaccinazione per cui siamo venuti proceda, altrimenti ce ne andiamo.” – “Ah, va bene, va bene.”
2) Un conoscente porta la sorella in ospedale perché ha avuto uno svenimento e le dolgono fortemente le articolazioni.
Riferisce al medico che quarantotto ore prima hanno fatto la seconda dose di vaccino.
Replica del medico:
“Ma cosa cerca di dimostrare? Ma siete Novax?”
3) L’amico B. ha il cognato che è anestesista, e che insiste perché si vaccini.
B.: “Ci sto pensando, ma perché insisti tanto? Credi che sia tanto a rischio?”
Cognato: “Non è tanto quello, è che se ti ammali, guarda che qui i non vaccinati li trattano come spazzatura. Non è che poi starei tanto tranquillo.”
4) Post di un’infermiera (con stemmone di Emergency e santino di Gino Strada):
“Ecco, questi no-green pass, no-vax, no questo e no quello, tutti leoni quando vanno in strada a protestare! E magari si accalcano, e poi tutti co…ni, quando ci arrivano qua e ci pregano di intubarli.”
Un tempo i medici formulavano il Giuramento di Ippocrate, che tra le sue clausole riporta:
“Giuro di curare ogni paziente con eguale scrupolo e impegno, prescindendo da etnia, religione, nazionalità, condizione sociale e ideologia politica e promuovendo l’eliminazione di ogni forma di discriminazione in campo sanitario.”
Ma il nostro nuovo mondo coraggioso sembra aver superato tutto questo.
L’aria che tira è che oggi – anche se lavoro grazie alle tue tasse – però mi sento giustificato a curarti solo se mi convinci di essere dalla parte dei buoni, solo se sei dalla parte giusta, la mia.
Altrimenti sei un subumano e ho il buon diritto – diciamocelo, lo spiegano anche i giornali – di fare di te un po’ quello che mi pare (tanto se vieni qua, il coltello dalla parte del manico ce l’ho io).
Sono certo che molti medici inorridiscano come inorridisco io di fronte a questi episodi, a questi atteggiamenti, che vediamo testimoniati anche quotidianamente sui media.
Però allora dovrebbero forse non solo inorridire privatamente, ma anche alzare la voce.
Non so se un giorno realizzeremo fino in fondo quanto male è stato causato nella società italiana, non dal Covid – che è pure una malattia insidiosa – ma dall’oscena gestione politico-sanitaria del Covid stesso (soprattutto recente).
Non so se capiremo quanto fango umano, quanto fascismo profondo, quanta frustrazione pronta a scattare in odio e prevaricazione soddisfatta di sé sia stata portata a galla da queste vicende.
Io comunque mi faccio il fioretto di non dimenticarlo.
Perché il Green Pass – nella forma che ha preso in Italia – è un’iniziativa inaccettabile e va abrogato?
Abbiamo speso molte parole, forse troppe, per spiegarne contorni, implicazioni, per mostrarne il pessimo significato politico, morale e strategico.
Proviamo ora a prendere la strada di un argomento minimalista, diretto, forse più comprensibile.
1) Premessa: Il requisito di Green Pass rappresenta una grave violazione della libertà personale. Vietare l’accesso di un ragazzo ad una biblioteca o ad una palestra, di uno studente all’università, o addirittura minacciare con la perdita del lavoro e del salario un insegnante sono atti di estrema gravità, discriminazioni pesantissime, non formalismi, non bazzecole.
2) Per giustificare un atto discriminatorio di questa gravità ci devono essere motivazioni a prova di bomba, non congetture, non illazioni, non auspici. Una simile limitazione della libertà può essere giustificata solo se è incontestabile che essa sia l’unico, o almeno il migliore, metodo disponibile per evitare che la libertà di qualcuno (il discriminato) produca un danno a qualcun altro (l’incluso).
Questo sfondo motivazionale richiede due condizioni:
2.1) Dev’essere manifesto che l’accesso dell’escluso (no GP) ad un certo luogo possa creare un danno ai presenti che l’accesso dell’incluso (sì GP) non crea.
Così, se un bambino è malato e la sua malattia è contagiosa possiamo dover ricorrere alla sua esclusione dalla classe, sulla base del fatto che il suo accesso alla classe metterebbe a repentaglio la salute altrui, mentre l’accesso di un bambino sano non lo farebbe.
2.2) Dev’essere parimenti incontrovertibile che non vi sono strade alternative, egualmente percorribili, che potrebbero permettere di non procedere con l’atto di esclusione.
Nel caso in cui esistesse un modo semplice e non oneroso per fare in modo che il bambino non risultasse più contagioso per gli altri, insistere nel non ammetterlo sarebbe un atto ingiustificabilmente discriminatorio.
3) Né il primo punto, né il secondo corrispondono allo stato di cose nella presente fattispecie del Green Pass “anti-Covid”, focalizzato sull’avvenuta vaccinazione.
3.1) In primo luogo non è vero che l’accesso, supponiamo, di uno studente non vaccinato rappresenti una minaccia alla salute dei presenti in un’aula che uno studente vaccinato non rappresenterebbe.
L’ipotesi su cui si poteva fondare una procedura del genere è che, come avviene per altri vaccini, anche qui il vaccino eliminasse la possibilità che il vaccinato risulti contagioso. Questo fatto è però oggi smentito al di là di ogni ragionevole dubbio: i vaccinati con gli attuali vaccini anti-Covid possono perfettamente trasmettere il virus. Dati epidemiologici e test di laboratorio provenienti da vari paesi lo hanno ampiamente confermato.
Circa quanto e come avvenga la diffusione, i dati sono ancora controversi. Alcuni studi testimoniano la presenza di un’equivalente carica infettante nei soggetti vaccinati e non vaccinati (vedi riferimenti nei commenti); a ciò alcuni replicano che però, forse, la durata della contagiosità è minore; altri replicano che, al contrario, la rilevante permanenza del virus nel cavo orofaringeo in assenza di sintomi, tenuti sotto controllo dal vaccino, fa dei vaccinati dei superdiffusori.
Qui siamo sul piano delle congetture.
Il dato solido è che un non vaccinato che entri in un ambiente di vaccinati può forse temere per sé (loro sono protetti, lui no), ma di principio non rappresenta una minaccia ai vaccinati diversa da quella che sarebbe rappresentata dall’ingresso di un ulteriore vaccinato.
3.2) Ma prima di lanciarci nell’usuale lotta a base di congetture, chiediamoci se la soluzione discriminante che è stata adottata non abbia alternative. Ora, si dà il caso che un’alternativa non discriminante, e soprattutto molto più sicura per tutti, esiste. Se vogliamo davvero minimizzare i rischi di contagio in certi ambienti la strada maestra non è il vaccino, ma un tampone rapido per tutti. E’ un’opzione adottata peraltro in molti paesi. In Austria, ad esempio, se vuoi accedere ad una palestra o alle terme o a un concerto fai un tampone salivare all’ingresso (gratuito), o porti il risultato di uno recente. Questo metodo è semplice, non invasivo, non oneroso, non discrimina nessuno ed è di gran lunga una garanzia di contenimento dei contagi migliore.
4) Conclusione.
Se l’intento del Green Pass è quello dichiarato di fornire un presidio di sicurezza, la sua attuale forma è fallimentare, ingiustificabile, e gravemente discriminatoria: non garantisce nulla in termini di ridotto accesso del virus in certi ambienti e trascura soluzioni alternative che forniscono garanzie molto superiori.
Naturalmente se l’intento non è quello dichiarato, allora si spiega il carattere punitivo riservato alla strategia dei tamponi, concepiti come una piccola tortura (tampone molecolare nasale) a carico del cittadino (abbiamo i tamponi più cari d’Europa).
Ma qui entriamo su un piano squisitamente politico, di cui le argomentazioni di salute pubblica rappresentano semplicemente la foglia di fico, e di cui abbiamo discusso altre volte.

Quale razionalità? La pandemia e la filosofia, di Vincenzo Costa

Quale razionalità? La pandemia e la filosofia
La pandemia ha indotto molti filosofi, più importanti e meno importanti, a prendere posizione. Ma temo che la discussione sia divenuta l’occasione per una sorta di regolamento di conti. In questo regolamento di conti si sono sviluppate critiche che trovo mancare il bersaglio, del tutto campate in aria, in cui ci si inventa la posizione dell’altro, si operano ricostruzioni improbabili.
Io credo vi siano due posizioni da rifiutare: la prima è quella di Agamben, che non va confusa con quella di Cacciari, molto diversa. La seconda è quella del coro del “bisogna fidarsi della scienza”, un coro che oramai identifica la razionalità tout court con la fede nella scienza (da non confondere con la scienza, poiché la scienza è un’impresa razionale, mentre l’appello alla fede nella scienza è caratteristico dell’irrazionalismo di certe correnti filosofiche che si considerano custodi della razionalità).
Vorrei brevemente argomentare in tre passaggi:
1) Critica della posizione di Agamben
2) Critica della fede nella scienza e messa in luce del suo carattere irrazionalistico
3) Proposta di un modo filosofico di affrontare le questioni del rischio, attraverso un uso libero di Ulrick Beck e del principio responsabilità di Jonas.
1. Critica della posizione di Agamben
Io non sono un esperto di Agamben, e su questo non sono del tutto sicuro di cogliere nel segno. Tuttavia, a me pare che, dal punto di vista filosofico, alla base dell’impostazione assunta da Agamben vi sia un concetto ben preciso, che merita di essere contestato. Alla sua base, non vi è Heidegger né tantomeno Hegel, come pure è stato detto. In Heidegger e Hegel vi sono tanti pericoli, passaggi da sorvegliare e di cui diffidare, ma questi vanno in direzione opposta a quella che si è voluta imputare a questi filosofi. Il pericolo che si annida in Heidegger e Hegel non è il libertarismo, ma la dissoluzione dell’individuo nello spirito oggettivo (nello Stato per dirla in maniera imprecisa ma chiara) o nell’epoca. Ricordo l’invito di Heidegger a decidersi per la propria generazione, per il destino. Ricordo le lezioni del 1934 sul Volk, sulla sua preminenza. Heidegger e Hegel non c’entrano niente. Poi ovviamente ci si può confrontare in maniera più specifica e questa cosa non la temo di certo. Testi alla mano.
Alla base delle posizioni di Agamben vi è invece, mi pare, il concetto foulcaultiano di “dispositivo disciplinare”, così come viene elaborato in Sorvegliare e punire e poi, secondo me con più chiarezza, ne Il potere psichiatrico:
«Nel sistema disciplinare non si è, secondo le circostanze, a disposizione di qualcuno, ma si è perpetuamente esposti allo sguardo di qualcuno o, in ogni caso, nella condizione di poter essere costantemernte osservati»,
dice Foucault. Il problema è che questo si estende a tutto: alla disciplina scolastica, sanitaria, manicomiale etc. Tutto diventa un dispositivo disciplinare. Tutto diventa “dispositivo di potere”, che mira a controllare i corpi, il tempo etc. A questo punto il potere è dappertutto, non esistono più questioni di razionalità, perché la razionalità stessa diventa un sistema disciplinare. E la mia critica è, molto semplicemente e rozzamente: che cosa NON è un dispositivo disciplinare?
Perché la formazione, l’alfabetizzazione, la crescita culturale del popolo invece di essere strumento di progresso diviene a questo punto “dispositivo disciplinare”.
Per la verità, Foucault, soprattutto l’ultimo Foucault che civetta con Habermas, è molto ironico, Chiarisce di non essere così matto da voler abolire l’istituzione scolastica. Ma semplicemente che bisogna avere coscienza del suo potenziale di “dispositivo disciplinare”.
Questo tema dilaga invece in Agamben, dove tutto è dispositivo disciplinare, e pare che Nancy abbia raccontato che Agamben gli avesse raccomandato di non farsi operare al cuore. Ovviamente Nancy sarebbe morto. Ovunque Agamben vede dispositivi disciplinari, e così si priva della possibilità di distinguere cose diverse, cioè tutela della salute da dittatura sanitaria, e chiaramente il lockdown prima e il vaccino dopo verranno visti come dispositivi disciplinari, per cosi dire a priori.
Questa dunque la radice, credo, e detto alla buona, mentre non c’entra niente Heidegger, Hegel, o Derrida, che peraltro attacca in maniera feroce Agamben ne La bestia e il sovrano. E solitamente Derrida è delicato nelle critiche.
Posizione del tutto diversa quella di Cacciari, autore con altra base culturale, più preoccupato del funzionamento della legge, di quello che può succedere quando questa viene meno e si sviluppa l’eccesso, la tracotanza. Tema che non trascurerei, poiché di tracotanza (e spocchia) se ne vede molta in giro.
Ecco, di questa idea di dispositivo disciplinare bisogna liberarsi, perché effettivamente impedisce di confrontarsi con la scienza, che ovviamente viene immediatamente ricondotta a dispositivo di manipolazione e controllo, mentre la scienza è anche e soprattutto uno strumento adattivo per sovravvivere in un ambiente che cambia.
2. Critica della fede nella scienza e messa in luce del suo carattere irrazionalistico
La pandemia poteva essere una grande occasione per sviluppare la divulgazione scientifica e la crescita culturale del paese. Ci si poteva immaginare programmi televisivi che spiegassero la differenza tra un virus e un batterio, un virus a dna e a rna, che cosa è un rna, come funziona un dna, quali parti codificano e quali no. Ci si poteva aspettare che fosse un’occasione per avvicinare a scuola gli studenti alla scienza, a partire da un’urgenza. Niente di tutto questo. Tutto si è risolto in una sfilata di cialtroni che hanno sbagliato tutto dall’inizio alla fine: il virus è una semplice influenza, poi lo stesso competente: “non uscite di casa che morite”. Poi: la comunità scientifica assicura, con evidenze assolute, che il virus è naturale, lo mostra la sequenziazione. Ora, la stessa comunità scientifica ci dice: “certamente uscito da un laboratorio”. Come ci si può fidare? Chiaro che emergono problemi di legittimazione del sapere.
Ora il complottismo è una brutta bestia, ma bisogna farne di strada per diventare così coglioni da considerare la scienza del tutto priva di rapporto con il potere e con il profitto. Bisogna seppellire almeno un secolo di ricerca scientifica sociologica, mandare in soffitta Habermas, la sociologica dalla conoscenza, il nesso tra conoscenza e interesse. Tutte analisi fallibili, per carità, ma che ci hanno insegnato uno spirito critico verso la scienza. Spirito critico che non rifiuta la scienza, ma anzi la protegge e ne tutela la legittimazione.
Poi, si continua a dire: bisogna fidarsi dei competenti, solo loro devono parlare. Dunque, solo i medici (e quali medici) decidono per il mio corpo e la mia salute, mentre io sono espropriato da ogni decisione che riguarda proprio il mio corpo e la mia salute. Solo i competenti decidono le scelte di politica economica, perché la ggggente non capisce niente. Che poi alla fine il competente è tal Marattin, che manco due lire gli affiderei.
Ma allora, se tutto deve essere deciso dai competenti, la democrazia a che cosa serve? Che cosa rimane della democrazia? Oltre che di calcio, c’è qualcosa di cui l’opinione pubblica può discutere? Che senso ha per voi la sfera pubblica e l’opinione pubblica, che si vede espropriata di ogni terreno di discussione?
Peraltro, esiste un’ampia letteratura, a partire da Max Weber sino allo Habermas della teoria dell’agire comunicativo, che ha ipotizzato che la scienza può indicarci quali mezzi usare per raggiungere un certo scopo. MA NON Può INDICARE QUALI SCOPI SIA DESIDERABILE PERSEGUIRE. Questo significa che accanto alla razionalità scientifica (strumentale, usando un vecchio linguaggio) vi è una razionalità comunicativa, che ha strutture e risorse razionali differenti.
Tutto questo viene spazzato via con un colpo di spugna dal detto: “fidati dei competenti”, “come osi parlare, lurido parvenu”? Viene spazzata via una discussione di secoli, che temo oramai si conosca poco, e con essa il concetto stesso di democrazia. Si passa, è stato opportunamente notato da un caro amico, alla tecnocrazia.
E tutto ciò indica anche una regressione del concetto stesso di liberalismo. Per un liberale come John Stuart Mill l’appello alla fede nella scienza sarebbe suonato come una bestemmia, e lo stesso per un’intera tradizione filosofica che pure ha costruito i pilastri della filosofia della scienza contemporanea. Mi chiedo che ne avrebbe detto Schlick, ucciso da un nazista se la mia memoria non mi tradisce. Emerge invece ora un liberalismo solidale con il totalitarismo, che niente ha a che fare con la tradizione liberale classica.
Al posto di una teoria critica, che sorvegli il discorso del potere (questo è Amartya Sen e Rawls, non Foucault), emerge ora una teoria critica del tutto solidale con i discorsi di potere. La nuova “teoria critica” (o critical Thinking) non mira a mettere in luce le contraddizione del sistema, i meccanismi di oppressione (e ce ne sono tanti), non sviluppa un discorso che smaschera il potere: sviluppa un discorso contro la ggggente, contro la loro ignoranza, per mostrare che chi si oppone, chi protesta, è a priori uno scemo, uno spostato, un terrapiattista, uno che a malapena sa dire sgrunt sgrunt. E a questo punto, davvero, contraddicendo me stesso (ma mica tanto), davvero questa teoria critica che mira a produrre la spirale del silenzio, la colpa, l’ammutolire del dissenso, è un dispositivo disciplinare. E’ il totalitarismo, e deve arretrare, perché gli italiani sono ancora capaci di difendere la loro libertà.
3. Proposta di un modo filosofico di affrontare le questioni del rischio, attraverso un uso libero di Ulrick Beck e del principio responsabilità di Jonas.
Ma su questo basta. Passiamo a una parte positiva, che trarrei non dai filosofi, ma da Ulrich Beck, in particolare dalla sua distinzione tra rischio e catastrofe. Qui voglio essere davvero breve, limitarmi a indicare un punto soltanto, ma sperando che Beck venga letto un poco di più:
“Rischio non è sinonimo di catastrofe. Rischio significa l’anticipazione della catastrofe. I rischi riguardano la possibilità di eventi e sviluppi futuri, rendono presente una condizione del mondo che non c’è ancora….. I rischi sono sempre eventi futuri che forse ci attendono, che ci minacciano”
L’anticipazione della catastrofe, nota Beck, “stimola a reinventare il politico”.
Beck pensa a molte cose. Qui potremmo piegare il suo ragionamento in maniera molto semplice: occorre un principio responsabilità, precauzione, un’anticipazione della catastrofe.
Nessuno può dire che cosa i vaccini produrranno tra 10 o 30 anni. Mettiamo che siano vaccinati 54 milioni di abitanti. Mettiamo che, con tutta probabilità, i vaccini siano innocui, non producano danni futuri. Tuttavia, può accadere che li producano. Anticipazione del rischio significa:
se (dico “se”) il 10% della popolazione sviluppasse problemi (cardiaci, tumori), quale sistema sanitario al mondo potrebbe essere in grado di gestire una cosa simile?
Che cosa significherebbe? Questa è l’anticipazione della catastrofe, questo è il principio responsabilità.
Chi si salverebbe? Chi verrebbe curato? E chi non lo sarebbe? Emerge un problema di classe, di differenze di ricchezza.
Mettiamo che il danno tocchi il 5% degli attuali adolescenti, con una malattia invalidante. Quale sistema sanitario e previdenziale potrebbe sostenere un costo simile? In che mondo ci troveremmo a vivere? Chi vivrebbe e chi morirebbe?
Abbiamo, nel caso questi problemi si presentassero, gli strumenti per gestire questa situazione?
Certo, ora vogliamo rischiare, perché il PIL deve salire, e questo ci serve per avere i finanziamenti europei, che sto iniziando a maledire. Si corre un rischio, va bene, corriamolo. Ma vogliamo almeno porci il problema di anticipare la catastrofe, anche se qualcuno è certo (nella sua razionalità) che non si verificherà?
E riempire di soldi (si vedano gli aumenti del costo dei vaccini) le case produttrici dei vaccini, che così saranno le uniche a poter fare ricerca, ci mette in condizioni di indipendenza o è un altro limite alla sovranità degli stati, e alle istituzioni democratiche. Che cosa prepara per il futuro questo spostamento di denaro pubblico?
Ecco, io penso che abbiamo bisogno di un altro tipo di razionalità rispetto a quella che si sta facendo strada. Quella che si sta facendo strada è solo un metodo di dissuasione, di emarginazione, per silenziare, ma che non ci aiuta minimamente a comprendere che cosa sta accadendo e come affrontarlo.
A questo punto credo di essermi inimicato provax e novax, continentali e analitici. Pazienza, a volte bisogna andare da soli, e può non essere spiacevole.

Noterella a margine, di Roberto Buffagni

Noterella a margine del post pubblicato stamani da Andrea Zhok, intitolato “LA COERCIZIONE LIBERALE”, con il quale concordo.
Ho l’impressione che stiamo assistendo all’istituzione di una vera e propria teologia civile legittimante l’ordine sociale, fondata sullo scientismo positivista, in una stupefacente fotocopia del programma di Auguste Comte: «L’Amour pour principe et l’Ordre pour base; le Progrès pour but» (“Systéme de politique positive”, 1853). Da questa teologia civile legittimante su base scientista discendono le relative inclusioni ed esclusioni culturali e politiche, che parzialmente riassorbono e integrano le precedenti, fascismo/antifascismo, fondate su una interpretazione storica (secondo me errata) che designa i fascismi come antimoderni e reazionari, “René Guénon + le Panzerdivisionen”. La definizione dei fascismi come fenomeno antimoderno facilita, ovviamente, l’integrazione del vecchio sistema di esclusioni ed inclusioni nel nuovo, che si autodefinisce identificandosi tout court con la Modernità e il Progresso (niente è più moderno e progressista dello scientismo).
Ovviamente una società che si fondi su una teologia civile scientista non può essere democratica, perché non esiste né può esistere una popolazione in grado di accedere, in massa, alle conoscenze, per es. matematiche, e ai metodi che consentono anche solo di farsi un’idea delle pratiche delle scienze dei fenomeni. La vitalità di un regime democratico nell’effettualità storica ha bisogno di tante precondizioni, culturali e sociali, ma sul piano dei principi, la democrazia moderna ha assoluto bisogno di un accordo in merito alle seguenti asserzioni: a) tutti gli uomini sono eguali, nel senso che tutti possono, almeno virtualmente, partecipare a una discussione razionale in merito ai fini che la comunità deve perseguire, sebbene la discussione in merito ai mezzi da impiegare, e la loro implementazione, possa e debba essere riservata a una minoranza tecnicamente capace b) corollario di a: gli uomini sono, almeno virtualmente, persuadibili per via razionale, ossia, tutti gli uomini partecipano, almeno virtualmente, a una medesima Ragione che scrivo con la maiuscola perché NON coincide con il solo intelletto astratto, e alla quale si può accedere per via filosofica, artistica, religiosa, sapienziale. Questo è il minimo comun denominatore umanistico sul quale hanno trovato accordo politico culture assai diverse come la cristiana, la liberale classica, la socialista.
Ora, la scienza dei fenomeni NON è in grado di fornire la minima indicazione in merito ai fini (perché viviamo, come dobbiamo vivere, che dobbiamo farne dei ritrovati della scienza, etc.). Di questo fatto nudo e crudo Comte si rese conto in un momento molto difficile della sua vita personale, ed è per questo che si inventò di sana pianta (con un po’ di copiancolla da Condorcet e Turgot) il suo demenziale progetto di “Religione dell’Umanità”, con tanto di Chiesa e Catechismo positivista, Consiglio degli Scienziati, etc. invitando per lettera il Padre Generale dei Gesuiti a collaborarvi (allora non ebbe risposta, ai suoi imitatori odierni andrà molto meglio). Non so se gli attuali powers that be si siano accorti di stare copiando il progetto di Comte, fatto sta che lo copiano perché sono andati a sbattere contro il problema che indusse il vecchio Comte a inventarselo, e che all’epoca non esisteva (ancora).
Ossia, il problema di governare una società composta da persone che, in larghissima maggioranza, hanno introiettato il senso comune relativista che logicamente discende dallo scientismo e dal liberalismo. Il senso comune relativista, in parole povere ma chiare, dice che la mia opinione vale la tua, e che è impossibile giungere, per mezzo della discussione razionale, a stabilire che una affermazione sia vera e un’altra falsa: “vera” o “falsa” non solo sul piano empirico, ossia corretta o errata (per es. perché i dati su cui basiamo l’argomento sono corretti o no) ma anche, per es., sul piano etico e metafisico, i piani più rilevanti per la determinazione dei fini; perché tutto dipende dal sistema valoriale che si adotta, e lo si adotta sempre arbitrariamente ( = vige il sistema valoriale affermato dalla forza sociale maggiore, e non ha senso interrogarsi se sia giusto o sbagliato, buono o cattivo) .
Siccome qualsiasi società ha bisogno, per non implodere nell’anarchia, che a fare il 90% del lavoro di controllo sociale sia la norma interiore, e solo il 10% la norma esteriore (polizia, tribunali, etc.), è chiaro quanto sia altamente instabile una società dove il 90% della popolazione condivide un senso comune relativista, ciascuno pensa di aver diritto alla sua opinione che vale quanto qualsiasi altra, e tendenzialmente rifiuta il principio di autorità (“Chi sono io per giudicare?” ha detto il Vicario di Cristo). L’unico salvagente a cui aggrapparsi per non annegare nell’anarchia e nell’anomia, e controllare bene o male una società molto complicata e delicata come l’industriale, pare essere la scienza, che tutti rispettano perché a) garantisce la vita quotidiana b) rende disponibile una potenza immane, ossia rimpiazza le due tradizionali sorgenti della norma interiore, il costume (vita quotidiana) e la religione (onnipotenza divina). Purtroppo però la scienza dei fenomeni sa inventare cose pazzesche, ma NON ci dice assolutamente niente in merito a come vivere, a come usare le cose pazzesche che inventa, etc.; e dunque ritorniamo alla casella di partenza, il relativismo dei valori e i suoi (enormi) problemi.
A questo punto, la mossa obbligata per i powers that be è la riedizione del programma comtiano, ossia l’invenzione di sana pianta di una religione scientista che sa di essere falsa, perché ha uno scopo puramente strumentale: non si tratta della vecchia politica dell’uso della religione come instrumentum regni, ma della fondazione di una nuova religione in perfetta, totale malafede, o, in altri termini, l’adozione affatto arbitraria -ma non esistono di altro tipo – di un sistema valoriale ufficiale che si autoconfeziona come religione laica. Naturalmente, lo si fa “per amore dell’umanità”. Come dice il don Giovanni di Moliére al mendicante che gli chiede l’elemosina “per amor di Dio”: “Te la do per amore dell’umanità”.
Al tempo di Comte, i suoi colleghi, scienziati e filosofi positivisti, attribuirono l’invenzione della religione positivista a un ottenebramento delle sue facoltà, perché a metà XIX secolo l’ambiente sociale era ancora alimentato e stabilizzato dal costume e dalla religione premoderni; e non solo non c’era alcun bisogno di ufficializzare la “Religione dell’Umanità”, ma tutti, positivisti compresi, avrebbero avuto una reazione almeno di imbarazzo, se non di rigetto, dinanzi a questa assurda, ridicola e preoccupante parodia del cristianesimo. Be’, adesso il bisogno c’è e la reazione di rigetto non ce l’ha neanche il papa, e quindi via col Progetto Comte 2, la Vendetta.
Nel Progetto Comte 2, la Vendetta, prende un rilievo enorme la manipolazione psicologica di massa, perché a) “la scienza” non ci dice nulla in merito alla persuadibilità degli uomini in quanto partecipi a una comune Ragione (metèxis, un concetto metafisico o religioso) b) “la scienza” ci dice invece un botto di cose in merito alla manipolabilità psicologica degli uomini. Regola base del positivismo è «non si può aver scienza se non di fatti». Poiché l’osservatore e l’organo osservato coincidono, non è possibile avere osservazione dei fenomeni intellettuali in atto, per cui, ritenendo impossibile la descrizione dei processi mentali e della psiche come indipendenti dai fatti fisiologici o da quelli sociali, Comte riconduce la psicologia alla biologia e alla sociologia: e qui si ritrova l’origine del Green Pass e dei metodi behaviouristici con i quali viene introdotto.
Faccio rilevare en passant che in merito all’umanità della quale si sta fondando la religione, la scienza dei fenomeni – in questo caso, la genetica – può dirci una cosa sola: che tutti gli uomini, a qualunque razza appartengano, condividono, con minime varianti, il medesimo corredo genetico, ossia che sono tutti appartenenti alla specie umana. La scienza dei fenomeni, però, NON ci dice come vada trattata, questa specie tra le specie che è la specie umana. Se si volesse massimizzare il suo rendimento, ad esempio, anche in conformità a un criterio positivista classico quale l’utilitarismo, “il maggior bene per il maggior numero”, sarebbe certamente opportuno potarne i rami secchi, ossia provvedere con i metodi adeguati a una vasta politica eugenetica, che incoraggi le caratteristiche genetiche più favorevoli e scoraggi le meno favorevoli, inserendosi – come è la norma per tutte le scienze dei fenomeni – nelle catene di causazione (non tutte individuate) del fenomeno “specie umana”. In un progettino come questo ci sta di tutto, e in questo tutto ci sono cose che oggi nessuno è in grado di immaginare, ed è anche meglio perché immaginandole potrebbero venire i capelli bianchi.
Andrea Zhok
SULLA COERCIZIONE LIBERALE
Gli stati, sotto certe condizioni di emergenza o urgenza, possono esercitare atti di imperio e coercizione sulla propria popolazione.
La coercizione classica, ad esempio la chiamata alle armi a difesa della patria, era esercitata ad un tempo come chiamata etica ad uno sforzo di protezione dell’intera collettività e come assunzione di responsabilità del governante, che si faceva garante della giustezza (e della buona gestione) dell’iniziativa.
Quest’assunzione di responsabilità, automaticamente implicita nell’atto di pubblica coercizione, non era priva di conseguenze: di fronte ad esiti nefasti di quell’iniziativa coatta i governanti erano chiamati a risponderne. Non a risponderne legalmente, con qualche forma di “responsabilità limitata”, ma fisicamente, in prima persona. L’esito tipico delle sconfitte militari era, ed è, l’abbattimento dei vertici che hanno promosso l’azione, e spesso la loro fine ingloriosa o violenta.
Questa premessa ci permette di focalizzare su cosa c’è di indecente nella forma di “coercizione soft” connessa ad iniziative come il Green Pass.
Se i nostri governanti fossero assolutamente sicuri di quello che stanno facendo, se fosse vero che l’unica strada per affrontare la pandemia in questa fase è la vaccinazione a tappeto, se fossero davvero certi – come dicono di essere – che l’operazione è del tutto sicura sul piano delle conseguenze per la salute dei cittadini, allora non ci sarebbe nessun problema a prendere la strada dell’obbligo universale.
Questo creerebbe, come è giusto che sia, due gruppi ben definiti: quelli che si assumono la responsabilità delle decisioni e quelli che le decisioni le subiscono. Tutta la cittadinanza starebbe dalla stessa parte, sarebbe accomunata da un destino comune, ed eventualmente si potrebbe mobilitare in comune nel momento in cui qualcosa nella strada presa si mostrasse erroneo o esiziale.
Ma – nonostante tutti i proclami – questa non è affatto la situazione reale. Ed è per questo che viene adottata la forma tipica della coercizione liberale: la coercizione dissimulata, recitata come se si trattasse di libera scelta.
E’ importante vedere che si tratta di un modello classico, non di una recente escogitazione in occasione del Covid. Il modello liberale è quello che ti dice che se non vuoi lavorare per un tozzo pane sei liberissimo di crepare di fame: è una tua libera scelta e nessuno ti ha costretto. Il modello liberale è quello che spacca sistematicamente la società in brandelli perché mette tutti in competizione con tutti gli altri, insegnando a vedere nel tuo vicino un avversario.
Così, il modello della coercizione liberale applicato all’emergenza Covid è quello che ti dice che nessuno ti obbliga a vaccinarti, è una tua libera scelta.
Certo, se non lo fai, o se non lo fai fare ai tuoi figli, beh, vi scordate il cinema, la palestra, il ristorante, il teatro, il bar, la piscina, il treno, l’aereo, l’università e spesso anche il lavoro.
Però è una tua scelta e nessuno ti obbliga.
Poi, è vero, a parte questo, se non lo fai vieni additato anche come un traditore, un nemico della patria, un cretino, un paranoico, un egoista, un ignorante e un perdente, alimentando l’odio o il disprezzo altrui.
Però sia ben chiaro, puoi esercitare una libera scelta.
E nel caso tu voglia esercitare la tua libera scelta, prenderti il tuo appuntamento, firmare una liberatoria, mostrando il tuo consenso (dis)informato, bene così.
Ricorda che l’hai voluto tu.
Questa procedura consente al governante di trattare con la massima serenità qualunque azzardo.
Chi se la sentirebbe di obbligare ad assumere un farmaco sperimentale un ragazzino o una donna in stato di gravidanza in mancanza di una schiacciante evidenza che le alternative sono peggiori?
Ma con la forma di coercizione liberale il problema non si pone. L’obbligo a tutti gli effetti concreti sussiste, ma assume le vesti della scelta personale, di cui si fa carico chi sceglie.
Se – Dio non voglia – tra un paio d’anni dovessimo scoprire che l’azzardo è andato male, che sussistono conseguenze rilevanti, chi pensate che sarà possibile chiamare a rispondere?
Tra un paio d’anni gli stessi che oggi imperversano con disposizioni normative e certezze apodittiche saranno irreperibili.
Chi sarà a curarsi dei suoi quattro alani nella tenuta in campagna, chi si godrà una pensione dorata, chi sarà stato promosso ad altro prestigioso incarico.
Le eventuali lamentele, gli eventuali danni saranno risolti con un’alzata di spalle da nuovi “responsabili” e con qualche mancia di indennizzo estratta dall’erario pubblico.
In ogni caso, anche se l’azzardo andasse a buon fine, o con danni collaterali non massivi, ne saremo usciti peggiori: il paese una volta di più spaccato, con un senso di impotenza diffusa e di irresponsabilità generale.
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