vedo o non vedo?_di Roberto Buffagni

L’EMANCIPAZIONE REGRESSIVA
I media riportano con grande enfasi l’episodio del Liceo Socrate di Roma, dove la preside avrebbe invitato le studentesse a non mettere la minigonna perché sennò “ai professori casca l’occhio”.
Trattandosi di una vicenda francamente insignificante tacere sarebbe la cosa giusta da fare, ma dopo le minacciose “richieste di chiarimenti” della ministra Azzolina e l’odierna badilata di banalità di Gramellini, forse dopo tutto un commento è opportuno.
Le parole della preside di primo acchito sembrano solo una tra le molte possibili espressioni malriuscite in un contesto, come quello delle scuole italiane, che di solito veleggia più che dalle parti dell’inappropriatezza, da quelle dell’ordinaria follia.
Davvero niente di cui mettersi a discutere, se non fosse emersa la solita indignazione a molla sul “diritto leso” che oramai sembra occupare la totalità del discorso morale contemporaneo.
La raccomandazione della preside sarebbe un attacco alla libertà di espressione; non sarebbero le studentesse a dover sorvegliare il proprio abbigliamento ma i professori (quei maiali) a dover sorvegliare i propri sguardi.
Ora, questo, che nella sua concretezza reale sembra un non-problema, può diventarlo se diamo libero corso ad alcuni degli argomenti che sono stati usati. Si tratta di argomenti ipocriti ed ideologici, dove da un lato avremmo le pure “esigenze di espressione della personalità” espresse nella scelta dell’abbigliamento (qui femminile, ma vale anche per i maschi) e dall’altra avremmo l’improvvida animalità istintuale degli sguardi (qui solo maschili), che – signora mia – sarebbe tempo che si civilizzassero.
Ecco, questo giochino è pura manifestazione di malafede.
Innanzitutto, che il vestiario (a maggior ragione adolescenziale) sia la manifestazione di un “impulso espressivo endogeno” del tutto puro, non macchiato da alcuna valutazione degli effetti su terzi, e che “ci si veste per stare bene con sé stessi” sono ridicole fiabe.
Da sempre, e a maggior ragione nell’odierna cultura dell’immagine, e alla seconda potenza tra gli adolescenti, il vestiario è un codice rivolto agli sguardi altrui, un codice che non essendo verbale presenta sì maggiori margini interpretativi, ma che è ben lungi dall’essere neutrale o arbitrario.
Non è, naturalmente, mai un pezzo di stoffa, o la sua mancanza, a definire univocamente un messaggio: il contesto è sempre anch’esso parte determinante del messaggio. La medesima parte di pelle scoperta se si è dal medico, al mare, o in classe sono tre messaggi diversi, e questo è perfettamente chiaro a chiunque ne faccia esperienza, attiva o passiva.
Ora, in un contesto come quello di un’aula scolastica certe forme di vestiario che evidenziano i propri ‘punti di forza’ (e insisto, ciò vale oggi per le femmine come per i maschi) sono un codice definito, un codice che segnala interesse sessuale.
Non si tratta, per la natura del messaggio, di una dichiarazione o di un invito, e spesso capita che il messaggio sia pensato da chi lo predispone come vagamente rivolto a Tizio e Caio, mentre sciaguratamente esso finisce per suscitare l’attenzione di Sempronio.
Capita, la vita è piena di trabocchetti, e tuttavia prendersela qui con Sempronio sembra davvero improprio.
D’altro canto che vi siano manifestazioni di interesse sessuale è la cosa più normale e bella dell’universo – e rendiamone grazie al cielo – perché l’interesse sessuale è probabilmente l’ultima cosa che ancora separa le nuove generazioni dal passare l’intera esistenza in bolle autistiche con cuffie e iPhone. Il buon vecchio istinto sessuale, Deo gratias, resta ancora una delle poche cose a spingere verso interazioni non virtuali.
Dunque tutto bene?
Non proprio.
Partiamo dall’ABC.
Le aule scolastiche, soprattutto se parliamo di minorenni, sono luoghi deputati ad attività specifiche che predono il nome di ‘studio’. Lo ‘studio’, dal latino ‘studium’, indica applicazione, cura, diligenza, impegno, attività che richiedono concentrazione, sforzo, attenzione.
Dunque, che collateralmente allo ‘studio’ possano accadere altre belle cose, tra cui espressioni di interesse sessuale, è accettabile, ma deve anche essere tassativamente qualcosa di marginale. La scuola potrà cercare di essere accogliente e umana, ma deve restare chiaramente distinguibile da una pizzeria, una discoteca, una piazza.
Ora, cosa c’è di problematico nel porre l’accento sulla ‘libertà d’espressione’ manifestata col vestiario in ambito scolastico?
Ecco, il problema è che la scuola NON ha al suo centro questo ordine espressivo.
Non perché l’ordine espressivo degli interessi sessuali sia ‘male’, ma perché esso ha una capacità di imporsi all’attenzione e di dislocare ogni altro livello attentivo, e ciò va contro il senso dell’istituzione scolastica.
Per ciò è inaccettabile, oltre che falso, il giochino per cui:
a) le espressioni di vestiario sarebbero istanze innocenti, neutrali, che non intendono nulla, e di fronte a cui gli altri sarebbero chiamati a passare come se fossero ciechi;
b) e “chi saremmo noi per giudicare”, sindacare o, figuriamoci, vietare l’altrui libertà d’espressione.
Ecco, anche no.
Le espressioni del vestiario, e soprattutto quelle meno convenzionali, sono messaggi sparati ad alto volume verso un ‘uditorio’ imprecisato, ma non per ciò sono messaggi neutrali o innocenti. Il fatto che i messaggi visivi abbiano una caratteristica polisemia, e che quindi non siano traducibili in parole precise, non li rende perciò innocenti. Sono messaggi che chiamano ad una reazione, che invocano uno sguardo, che bramano un giudizio. In tutto ciò non c’è niente di casuale e niente di innocente, anche se possono mescolarvisi ingenuità, confusione o mera emulazione.
Che importanti sezioni dell’attenzione dei ragazzi in età scolare venga dedicata alla scelta e all’acquisto dei capi d’abbigliamento più attrattivi, alla loro attenta valutazione, che la scuola tenda a diventare un circo Barnum di esibizione competitiva, lasciando sullo sfondo come noie contingenti i fattori formativi non è indifferente e non è un bene.
In quest’ottica, tra le tante idee inattuali che dovrebbero essere tirate fuori dalla famosa ‘pattumiera della storia’ c’è l’adozione scolastica di una divisa.
Sappiamo tutti quanto ricco e vitale sia il mercato del vestiario giovanile, e come l’elogio della ‘concorrenza’ venga introdotto forzosamente in modo precoce nelle famiglie attraverso le emulazioni, imitazioni e competizioni quotidiane sul ‘come apparire’. Tutto ciò verrebbe simpaticamente stroncato con un taglio netto dall’adozione di una divisa.
Non è per altro accidentale che la divisa sia oggi adottata solo in alcune scuole private di alto livello, come nelle public schools britanniche (da cui prende spunto, peraltro, la narrativa di Hogwarts…). Sono le scuole dove i ceti dirigenti cercano di riprodurre nella generazione successiva la propria superiorità quelle che hanno maggiore consapevolezza delle virtù della divisa.
Invece le scuole delle periferie degradate di tutto il mondo sono il regno della ‘libertà d’espressione’ – piccoli fortunati.
La divisa evita (o limita) insensate competizioni tra opposti narcisismi, depaupera la sfera del consumismo adolescenziale, e riduce i motivi di distrazione. Sarebbe una soluzione semplice, lineare, economica, ottimizzante, democratica ed egalitaria.
Ed è per questo che rimarrà un proposito letterario, mentre noi continueremo a chiacchierarci addosso a colpi di ‘libertà di espressione’, ‘sguardi colpevoli’, ‘oppressione dei corpi’, e altri animali fantastici.
Minigonne, sintesi 2.
A scuola si va per imparare e studiare (gli studenti), per insegnare i professori. Per imparare, studiare e insegnare bisogna concentrarsi e prestare attenzione. Poche cose disturbano la concentrazione e l’attenzione come il desiderio erotico, dal quale nessuno, quale che sia la sua età, è immune (per fortuna); anche se ovviamente lo frena e non passa immediatamente all’atto, se appena appena è civilizzato. Dunque, a scuola nessuno si deve vestire in modo provocante. Poi ovviamente si può provocare il desiderio erotico in cento modi, anche vestendosi con la massima sobrietà. Ci vuole tanto a capirlo?

L’amico

Francesco Maria De Collibus

ha cortesemente riportato un mio breve post sulle minigonne sulla sua bacheca. Interessanti i commenti ivi prevalenti, che illustrano come l’ideologia (in questo caso, politically correct) e l’accecamento che provoca sia bipartisan. Destra e sinistra unite nella lotta contro la ragione e il buonsenso. Ad majora.

POVERI NOI MODERNI …COSI’ IPOCRITI E COSI’ STUPIDINI…
La protesta della “minigonna” in un Liceo romano – notizia di per sé cretina come poche altre – mi suggerisce tuttavia un paio di riflessioni sparse che vi propongo. Premetto: non ho nessuna fiducia nel fatto che la gran parte dell’umanità attuale – giovani, giovanissimi o vecchi che siano – riesca a comprende qualsivoglia ragionamento un po’ più articolato, ma questo non è un buon motivo per non ragionare (almeno per chi questo dono lo possiede ancora).
In sostanza, alle “pasionarie” del diritto al Tanga, io proverei a far capire due concetti antropologici basilari:
1) IL LINGUAGGIO DEL CORPO E’ MOLTO PIU’ EFFICACE DI QUELLO VERBALE. I nostri gesti, la nostra fisicità, i nostri sguardi, ancor più il nostro vestire, non sono MAI neutri, ma implicano sempre – che ne siamo coscienti o meno – un messaggio inviato a terzi. Faccio un esempio estremo per far capire: se io entro al supermercato in mimetica, attrezzatura tattica da guerriglia e faccia dipinta, questo rientra nella mia cosiddetta “libertà”, ma è anche vero che, in quel momento, io sto lanciando un messaggio esplicito; pertanto, se le vecchiette che fanno la spesa mi guarderanno con perplessità o forse con un po’ di timore e se, al limite, fuori dal mercato mi ritrovo una pattuglia che, come minimo, mi chiede i documenti, questa è una reazione che devo tenere in conto…
La sedicente civiltà dell’immagine ci ha fatto dimenticare che “l’immaginario” si nutre e reagisce in base, appunto, alle forme che percepisce.
Altro esempio: se io (donna o uomo) inondo il web di immagini seducenti o ammiccanti di tutto o parte del mio corpo è evidente che la percezione che il 98% degli spettatori avrà di me sarà di una persona “a caccia di preda” – cosa che spesso corrisponde al reale, malgrado tutte le scuse che possiamo accampare a noi stessi – e il fatto che lo si voglia negare è solo un’ipocrisia sciocchina.
In sostanza: le immagini parlano sempre molto più delle parole. E questo non è il frutto di chissà quale, immaginaria, società “repressiva”, ma un dato antropologico ineliminabile.
2) IL CORPO DELLA DONNA E’ POTENZA. La natura della Donna è un qualcosa di realmente straordinario, ragazze mie. Vi hanno mai insegnato a casa, a scuola, al centro sociale autogestito o anche in parrocchietta che la Donna è Potenza? Qui si va molto oltre la “morale”: qui stiamo su un piano metafisico. La donna è la Shakti, come chiamano gli Indù la Potenza Divina che da origine al creato. Ora, la Potenza tuttavia è sempre qualcosa da usare “cum grano salis”. Una Potenza profanata, svenduta, continuamente esibita, diventa automaticamente pre-potenza: e la pre-potenza non è esattamente la condizione migliore per crescere, evolversi, migliorare, conoscere. L’ipersessualizzazione di massa che ha trasformato le donne in bambole gonfiabili da vendere a poco prezzo e gli uomini in annoiati e grassi peluche sbavanti su youporn, non mi pare abbia reso felice molte persone.
Poi, per carità, se non avete niente di meglio da fare, continuate a protestare per il diritto di far vedere il fondoschiena; tanto state tranquille, la gran parte dei vostri professori, allevati ed evirati dal post-sessantottismo e dall’ACR, probabilmente neanche vi guardano più. E poi, infondo, siete merce inflazionata, oramai…

PESTAGGI E SCIOCCHEZZE, di Andrea Zhok

Un paio di osservazioni sull’osceno pestaggio mortale di Colleferro.
1) I processi mediatici o sui social non sono mai raccomandabili, per principio, e dovremmo fare tutti uno sforzo a non cedere al desiderio di fare giustizia su eventi di cui abbiamo contezza mediata, perché per un caso in cui la rappresentazione mediatica corrisponde alla realtà ce ne sono sempre due in cui non è così.
2) Detto questo, fidandosi di quanto diffuso dai media (e dal filmato semioscurato che gira), direi che siamo di fronte ad un atto di tale abissale vigliaccheria da lasciare attoniti.
Quattro energumeni allenati ad hoc che pestano a morte un singolo ragazzo, preso a caso, che era la metà di loro, è qualcosa che prima di ogni discussione giuridica produce incontenibile nausea umana. (Peraltro, se il filmato visto riproduce quegli eventi, l’ultimo colpo, un calcio alla tempia con la vittima ferma a terra, era letteralmente un’esecuzione).
Qui protagonista principale non è la violenza, ma la totale mancanza di empatia. La violenza può esercitarsi in molte situazioni ed è qualcosa di, occasionalmente, funzionale nella natura umana (come in quella di ogni animale), ma negli umani (e nella maggioranza dei mammiferi) è contenuta e modulata dall’empatia. La violenza in condizioni di rabbia, spavento, difesa è qualcosa di completamente diverso dalla violenza esercitata sull’indifeso innocente. Quest’ultima si colloca ai margini di ciò che è natura umana. Per questo motivo, qualunque pena verrà erogata a questi personaggi, a legislazione italiana vigente, possiamo già dire che sarà troppo mite. (In Italia la pena media per l’omicidio preterintenzionale è di 8,8 anni, e 12,4 per l’omicidio volontario, più sconti di pena e semilibertà.)
3) Il riferimento all’aggravante del razzismo lascia perplessi. Da un lato, per quanto detto sopra, qualunque appiglio i giudici trovino per appesantire la pena mi trova personalmente d’accordo. Ma questa è ovviamente una valutazione di pancia, non certo di diritto o di giustizia. E in termini di diritto e giustizia faccio fatica a capire per quale motivo se il ragazzo vigliaccamente ucciso fosse stato di un altro colore la pena dovrebbe essere più mite.
Capisco l’intenzione dissuasiva nei confronti del razzismo di queste norme. Tuttavia ogni norma che violi, foss’anche per le migliori ragioni del mondo, la percezione di una legge uguale per tutti, finisce per lasciare un retrogusto di parzialità, che rischia di ottenere effetti opposti al desiderato.
4) In questo triste contesto non poteva mancare nello sciocchezzaio quotidiano l’uscita del direttore Massimo Giannini, che di fronte a questo orrendo fatto di cronaca non trova di meglio che chiedere di bandire le arti marziali e chiuderne le palestre. A questo punto, viste le foto, io, fossi in Giannini, un pensierino sul chiudere anche i negozi di tatuaggi lo farei.

Il Karate come educazione inattuale
(pubblicato in Filosofia e arti marziali, a cura di M. Ghilardi,
Milano, Mimesis, 2020, pp. 179-192)
1) Premessa
Pratico il Karate Shotokan, con sostanziale continuità, dal 1984.
L’ho praticato in 6 dojo1 diversi, sotto 7 diversi sensei,
in 3 diverse nazioni europee. Pur avendo occasionalmente praticato altre discipline marziali per brevi periodi (pugilato, full-contact e kick-boxing) esse mi sono rimaste
essenzialmente estranee nello spirito. Al contrario, la pratica del Karate ha
inciso ampiamente sulla mia formazione umana e anche intellettuale, in
misura comparabile con quanto fatto dall’istruzione scolastica e
universitaria.
Questa nota biografica è necessaria per chiarire il senso delle
osservazioni che seguiranno. Le considerazioni qui esposte non mirano a
fornire un resoconto scientifico o storico di una delle arte marziali più
diffuse, né hanno l’ambizione di darne una prospettiva con pretese di validità
universale. L’intenzione qui è soltanto quella di estrarre dalla mia esperienza
personale, con i suoi ovvi limiti, alcune osservazioni che possono forse
risultare di interesse generale. In quest’ottica non mi cimenterò nelle
discussioni che spesso appassionano i cultori di arti marziali, circa le
specificità e i punti di forza delle varie discipline, la loro origine, la loro
efficacia comparativa, ecc. La prospettiva che propongo è solo quella di una
riflessione personale su una disciplina praticata a lungo, e filtrata attraverso
la cultura filosofica occidentale che ho la ventura di frequentare
professionalmente.
Alcune parole introduttive alla disciplina marziale di cui ho fatto
esperienza sono comunque opportune. Il Karate Shōtōkan è una dei 4 stili
di Karate oggi ufficialmente riconosciuti dalla World Karate Association;
gli altri sono Shitō-ryū, Gōjū-ryū, Wadō-ryū. La mia esperienza si è svolta
sempre nell’ambito dello Shotokan, ed è di quella che parlerò, tuttavia
l’impressione che ho ricevuto frequentando appassionati ed esperti in altri
stili è che sussista una considerevole uniformità negli aspetti più profondi
della disciplina, al netto delle differenze tecniche.
Il Karate si è sviluppato quasi certamente a partire da una precedente
base di tecniche di origine cinese, derivanti dall’antentato di ciò che oggi è
noto come Kung-Fu, sviluppandosi però autonomamente ad Okinawa per
alcuni secoli. In questo senso il Karate ha assorbito profondamente alcuni
tratti fondamentali della storia culturale giapponese, con il suo lungo

‘Medioevo’, durato sostanzialmente fino a metà ‘800, con il passaggio dallo
shogunato Tokugawa alla dinastia Meji (1868). Nel Karate sono perciò
rimasti incastonati in maniera profonda tratti di una forma di vita
premoderna, che nonostante le trasformazioni e attualizzazioni
necessariamente avvenute, continua a trovare manifestazione nella
disciplina marziale. È in questo carattere ‘inattuale’ degli aspetti più
profondi del Karate che consiste a mo avviso uno specifico potenziale
educativo della disciplina. Intendiamo qui ‘inattuale’, nel senso
nietzscheano del termine, come nella seconda delle Considerazioni inattuali,
dove egli scrive che l’inattualità consiste nell’agire contro il proprio tempo,
“e in tal modo sul tempo e, speriamolo, a favore di un tempo venturo.”

2) Il Dojo e la tradizione
Un aspetto che a posteriori trovo sorprendente è l’omogeneità nello
spirito del Karate che ho riscontrato in contesti sociali, urbani e anche
nazionali assai differenti. Mentre alcuni aspetti tecnici potevano subire
modificazioni e varianti in diversi luoghi e con diversi sensei, lo spirito della
disciplina mi è sempre apparso preservato in maniera riconoscibile e robusta.
Tra il dojo di una cittadina inglese (da cui i pub della zona traevano lo staff
per i buttafuori), e un dojo nel semicentro benestante di Milano, il contesto
sociale e l’utenza potrebbero essere difficilmente più diversi, e tuttavia la
continuità di spirito che ho rilevato è stata impressionante.
Premesso che una campionatura personale, per quanto varia, rimane
limitata e non facilmente generalizzabile, dubito che si tratti di un fatto
casuale. La mia impressione è che tale capacità di preservare lo spirito di
una tradizione, peraltro già di suo distante e diversa, sia legata alla sua
specifica modalità di trasferimento, che si giova della trasmissione diretta,
personale, di un patrimonio di comportamenti, sia di tipo rituale, che legati
alla preparazione tecnica in senso specifico. Il Karate è stato trasmesso sin
dall’inizio, e continua ad essere trasmesso, in forma personale, cioè per
contatto diretto tra maestro e allievo, per imitazione, emulazione e
subordinazione, in concatenazioni che partono almeno dall’ordinamento
definito da Gichin Funakoshi (1868-1957). In questo modo tali catene
personali ne hanno diffuso la pratica dapprima da Okinawa al resto del
Giappone, e poi a livello globale.
La trasmissione personale non ha alcun equivalente nella
trasmissione scritta o, in generale, nella trasmissione mediata da supporti
impersonali e non interattivi. Il sensei è esempio personale e autorità
inappellabile, e la trasmissione avviene attraverso l’acquisizione di una serie
di abiti, di comportamenti reiterati che divengono ‘seconda natura’. Se la
parola scritta, come ricordava Platone nel Fedro,
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si avventura per il mondo

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incapace di difendersi, lasciata necessariamente a sé stessa senza poter
sorvegliare la propria corretta interpretazione, ciò non accade invece per la
trasmissione interattiva personale, dove ad essere trasmesso è un
comportamento con il suo stile. Qui lo ‘stile’ non è un accidente estetico,
una coloritura superficiale della sostanza, ma è la sostanza. Quando il quinto
dei ‘principi’ del Karate recita che “lo spirito viene prima della tecnica”, ciò
che qui si dice è proprio che il modo dell’azione è ciò che va principalmente
trasmesso e che consente poi di apprendere in maniera appropriata la tecnica.
Nell’apprendimento per prossimità, esemplificazione e correzione si
colgono anche componenti ‘ritmiche’, del moto, del coordinamento, della
respirazione, che il sensei stesso può non essere in grado di verbalizzare. Al
tempo stesso la correzione non può procedere adottando un metro generico,
valevole per chiunque, perché i modi di sbagliare sono molteplici quanto gli
allievi che si sforzano di imparare: ogni correzione è mirata.
In questo processo di apprendimento c’è un’osmosi continua tra il
‘cosa’ e il ‘come’, tra la tecnica e il ‘modo d’essere’, che perciò, con il
tempo, travalica le porte del dojo, divenendo appunto un ‘modo d’essere’.
Nessun testo scritto (e questa è una costatazione amara per chi, come il
sottoscritto,scrive per professione) può mai avere quel grado di penetrazione
e di capacità di trasformazione che è accessibile alla trasmissione personale
di pratiche ed abiti, giacché la parola scritta riceve sempre il suo significato
precisamente solo a partire dalle pratiche e dagli abiti che già incarniamo.
Le parole non trasportano magicamente pensieri e capacità da una mente
all’altra, ma aiutano ad evocare esperienze comuni fatte da chi parla e
disponibili in chi ascolta. Perciò in ultima istanza la parola deve sempre
poggiare su una comunanza di pratiche vissute, e se queste non vi sono la
parola è impotente a suggerirle. Come ricorda Michael Polanyi,5
ciò vale
sempre per la trasmissione delle ‘arti’, che funzionano sulla scorta di
meccanismi di esemplificazione e correzione diretta, e che solo così
permettono quella finezza di trasmissione che è preclusa a tutte le traduzioni
scritte (o, oggi, ‘digitali’).
Nello specifico, nel Karate un ruolo essenziale nella trasmissione
tecnica e stilistica è costituito dai Kata (26 nello Shotokan) che
rappresentano sequenze formali di tecniche da apprendere in modo rigoroso
e dettagliato. Il Kata rappresenta una sorta di combattimento con più
avversari imaginari, in cui vengono esercitati, e dunque istituiti in abiti
sensomotori,6
tutti i fattori fondamentali del combattimento, salvo l’impatto:
tempistica, equilibrio, accelerazione, contrazione e decontrazione, potenza e
fluidità. Il repertorio dei Kata è perciò come un ‘libro vissuto’, la memoria
storica del Karate e della sua evoluzione trasmessa come tradizione vivente.

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3) Il rispetto
Un secondo livello a cui si manifesta il carattere di educazione
inattuale del Karate è quello del rispetto. Questo è uno dei punti in cui il
contrasto tra le ascendenze premoderne della disciplina marziale e gli
sviluppi sociali contemporanei è più marcato. I primi due principi del
Karate, codificati da Funakoshi, sono dedicati precisamente a due aspetti
strettamente connessi al rispetto: “Il Karate-dō comincia e finisce con il
saluto”, e “Nel Karate non esiste il primo attacco”. Per comprendere bene
questi principi bisogna intendere lo sfondo di ‘mortale serietà’ in cui è nata
e si è sviluppata l’intera disciplina, e di cui permangono ancora tracce
evidenti. La disciplina marziale non è mai stato essenzialmente uno ‘sport’,
termine inglese che richiama lo svago, il divertimento (come nell’italiano
‘diporto’). Il retroterra in cui il Karate si è sviluppato era quello della
concreta e quotidiana possibilità di vedere la propria vita messa a
repentaglio. Una delle versioni più accreditate intorno all’origine storica del
Karate (versione comunque incerta, vista la mancanza di solide basi
storiografiche prima dell’800), ne spiega la nascita in connessione con la
necessità della popolazione locale di Okinawa di difendersi da aggressioni
occasionali in un contesto in cui lo Shogun, dopo l’invasione dell’isola,
aveva vietato alla popolazione di detenere qualunque tipo di arma. Quale
che sia la veridicità storica del racconto, esso si attaglia comunque molto
bene allo spirito marziale del Karate, in cui le tecniche sono concepite per
infliggere il massimo danno possibile con un singolo attacco (l’unico
plausibilmente a disposizione in una difesa contro un avversario armato). In
ciò il Karate tradizionale si differenzia da gran parte delle altre discipline
marziali – anche nobilissime – dove l’idea di procedere ad un graduale
infiacchimento dell’avversario è frequente (si pensi al pugilato). Nel Karate
l’idea della massima linearità, essenzialità, rapidità e potenza della tecnica è
costitutiva. Ciò spiega ad esempio la predilezione per le tecniche di braccio
lanciate secondo linee interne e dirette, cioè secondo traiettorie molto meno
anticipabili rispetto alle tecniche circolari, di per sé non meno efficaci, ma
difficili da lanciare come tecnica isolata.
Questo tratto orginario del Karate si è in gran parte perduto
nell’evoluzione sportiva della disciplina, dove l’idea di una ‘strategia di
combattimento’ con l’aspettativa di un combattimento prolungato, ha ridotto
lo spazio per la ‘singola tecnica decisiva’. Tuttavia si tratta di un aspetto che
informa l’intera disciplina in profondità e ne ricorda il senso primario,
lontanissimo da ogni carattere ludico: qui ne va della vita e della morte.7
È su questo sfondo che il fattore di ‘rispetto’ acquisisce il suo pieno
senso. Il rispetto qui è qualcosa di primordiale, perché strettamente connesso
al timore. L’ingresso (sempre volontario) in un dojo è l’ingresso in un
ambito in cui deve vigere la serietà connessa ad un luogo che tratta di vita e

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di morte, dove ciascuno studia con te (e su di te), tecniche concepite per
poter incapacitare l’avversario producendo lesioni gravi o anche fatali.
Durante ogni esercizio e nel corso di ogni allenamento ciascuno, dunque, si
espone volontariamente alla possibilità teorica di subire un danno grave, e
si mette letteralmente nelle mani altrui, perché ciò non accada. In questo
senso si comprende bene come qui il ‘rispetto’ non sia semplicemente
‘buona educazione formale’, ma ritorni ad un senso arcaico del termine,
come quello che troviamo all’origine dei comuni gesti di saluto. I gesti
tradizionali di saluto sono infatti di norma gesti che manifestano al
destinatario del saluto la propria fiducia in lui e la propria innocuità: i saluti
a mano aperta, come l’ordinaria stretta di mano, segnalavano l’assenza di
un’arma; gli inchini, in tutte le loro infinite varianti, sono una messa a
disposizione del proprio capo in una postura indifesa (non dissimile dai segni
di sottimissione tra i lupi).
Nello stesso senso bisogna interpretare il senso difensivo del Karate.
Tutti i Kata hanno inizio con una parata, e con ciò esprimono il carattere
difensivo-reattivo, e non offensivo, della disciplina. Lo scopo delle tecniche
è il ripristino dell’iniziale condizione di equilibrio, rotta dall’aggressione
altrui, e ciò è simbolicamente rappresentato dal ritorno dell’ultima tecnica
del Kata alla posizione di partenza (embusen).
Il rispetto è qui parte integrante della componente di serietà che
permea la disciplina marziale, e che la pone più intensamente in conflitto
con l’evoluzione sociale contemporanea. Questo è stato perciò uno dei tratti
su cui la pressione del mondo circostante è stata più manifesta, e dove la
tendenza a vedere crepe e cedimenti è più chiara. Nei 35 anni, ad oggi, in
cui ho frequentato la disciplina ho visto erodere questo elemento in maniera
evidente, anche se fortunatamente ancora entro limiti che tengono quest’arte
marziale distinta dalla generalità delle comuni attività sportive. Il ritardo e
la chiacchiera estemporanea vengono ancora sanzionate, seppure
blandamente, mentre il mancato controllo nelle tecniche su altri (la peggior
forma di mancanza di rispetto) rimane sanzionato in maniera severa, fino
all’espulsione.
Un’osservazione particolare dev’essere dedicata al rapporto tra
maestro e allievo. Il sensei nel dojo è autorità indiscussa ed ultima, e ciò ha
una funzione educativa fondamentale. La divisione dei ruoli implica la
possibilità, ed anzi necessità, dell’allievo di affidarsi alle indicazioni,
istruzioni e incitamenti del maestro; l’allievo può ‘vuotare la mente’ e
seguire il flusso dei comandi dimenticando i propri limiti, e gradatamente
superandoli. Ciò al contempo implica la responsabilità piena del maestro per
il proprio insegnamento e per i propri allievi. Questa forma di
subordinazione non è coattiva, giacché l’allievo è lì volontariamente e può
andarsene in ogni momento. Si tratta di una delega rituale di responsabilità,
delega che però, una volta avvenuta, consente innanzitutto all’allievo di
spingersi al di là dei propri limiti e delle proprie capacità correnti. La parola
del sensei può essere oggetto di chiarimento, ma non di discussione. Il
contesto è chiaramente ed orgogliosamente ‘antidemocratico’ (o più
precisamente: ‘predemocratico’). Ciò ha due effetti principali. In primo
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luogo, come detto, questo affidamento permette di accedere a
comportamenti e abiti sensomotori che sono radicalmente differenti ed
ulteriori rispetto a quelli già consueti. In secondo luogo, ciò crea uno spirito
di corpo egalitario tra gli allievi, in quanto tutti parimenti subordinati.
Questo secondo tratto fa sì che, nonostante in una palestra vi siano sempre
allievi con gradi di anzianità e livelli di avanzamento molto differenti, essi
stiano tutti comunque su uno stesso piano in grazia della loro incolmabile
distanza (per definizione) dal maestro.
4) Una ‘seconda natura’
Tradizionalmente tutte le forme di educazione umana mirano non
semplicemente all’acquisizione esteriore di un certo numero di competenze
tecniche, ma in parte alla trasformazione del soggetto stesso. L’idea
dell’apprendimento come dato esteriore da poter magari un giorno ‘caricare’
come un software su un disco rigido, è estranea ai concetti classici
dell’educazione come la paideia greca o come la Bildung romantica. La
specie umana è, come noto, la specie ‘culturale per natura’, nel senso che ha
incardinata tra le proprie disposizioni naturali primarie la capacità e
l’esigenza di apprendere dai propri co-specifici (a partire
dall’apprendimento del linguaggio).
L’acquisizione di nuovi abiti corporei non è niente di simile
all’acquisizione di oggetti o strumenti esterni, in quanto qui ne va di una
trasformazione del proprio modo di essere. Un abito mentale o sensomotorio
non è qualcosa che può essere comprato o venduto, raccolto o smarrito: si
tratta di una disposizione stabilmente appresa che trasforma insieme la
propria capacità di agire e di percepire il mondo.
Nell’apprendimento del Karate questo processo prende una strada
particolare, in quanto la ‘lotta fisica’ è qualcosa rispetto a cui ciascuno
soggetto tende già sempre ad avere alcune presunte cognizioni, più o meno
istintive. Rispetto a questa dimensione istintuale l’istruzione iniziale della
disciplina marziale opera in modo altamente controintuitivo, scomponendo
la naturalità dei movimenti iniziali e dissolvendone il funzionamento
spontaneo e irriflesso, in modo da reimpostare dall’inizio ogni posizione e
ogni moto. Questo modo di procedere è caratteristico e distingue il Karate
(ed altre arti marziali di origine orientale) da approcci più istintuali
all’autodifesa. È un’osservazione nota ai praticanti che dopo alcuni mesi di
allenamento iniziale la capacità di autodifesa di chi studia il Karate può
essere persino diminuita rispetto a quella che si aveva prima. Questo non è
ciò che accade nel caso di altre discipline come il pugilato, in cui anche
poche settimane di allenamento possono condurre ad un miglioramento nelle
proprie capacità di autodifesa. La differenza essenziale concerne
precisamente il fatto che nel Karate, diversamente dal pugilato, la base di
comportamento ‘istintuale’ non viene semplicemente corretta, ma
inizialmente proprio decostruita. Ogni posizione dei piedi, delle ginocchia,
delle anche, ogni distribuzione di peso tra le due gambe, ogni inspirazione
7
ed espirazione viene esaminata, ‘denaturalizzata’ e infine gradatamente
riautomatizzata. Le reazioni istintive che tutti naturalmente hanno nel
combattimento, dall’irruenza, alla tendenza a chiudere gli occhi, al dare le
spalle, ecc. vengono inibite e reimpostate.
A fronte delle discipline marziali più istintive il Karate ha dunque
uno svantaggio iniziale nell’avere un accesso più lento ad una capacità di
autodifesa efficace, ma tale svantaggio si ripaga abbondantemente nel lungo
periodo, in quanto la molteplicità delle opzioni tecniche è talmente ampia da
permettere miglioramenti sostanzialmente infiniti nella ricchezza e fluidità
delle tecniche e delle combinazioni. Discipline più istintive ad un certo
punto incrementano di efficacia soltanto sul piano della capacità atletica, per
poi declinare inesorabilmente una volta superato l’apice dell’efficienza
atletica. Al contrario, come recita il nono dei principi del Karate: “Il Karate
si pratica tutta la vita”. Questo non indica semplicemente il fatto che, in
quanto educazione complessiva, esso si adatta ad ogni età, ma anche nel
senso più specifico che i margini di miglioramento tecnico sono
sostanzialmente illimitati. Ciò significa anche che per un certo tempo la
fatale riduzione nell’efficienza fisica legata all’età, con progressiva
riduzione di velocità, agilità e potenza, possono essere ben compensate da
miglioramenti nella ‘scelta di tempo’ e nella ricchezza di soluzioni tecniche
disponibili. In questo senso la parabola dell’efficacia difensiva non coincide
con quella del declino fisico, ma può permanere molto più a lungo.
Questo processo si rispecchia nel diciassettesimo principio del
Karate, che ricorda come la posizione di guardia debba lasciare infine il
posto ad un “ritorno alla posizione naturale”. La posizione naturale diviene
una posizione di partenza possibile quando le soluzioni di difesa e reazione
sono sufficientemente molteplici da consentire una risposta adeguata in
qualsiasi circostanza e con qualsiasi angolatura. Mentre la guardia consente
di impostare la difesa in modi favorevoli, che limitano le opzioni di attacco
dell’avversario, la posizione naturale lascia all’avversario l’intero spettro
delle opzioni di attacco, e quindi richiede al difensore la disponibilità di
risposte adeguate per ogni opzione.
Il processo di apprendimento attraverso la costituzione di abiti
sensomotori e posturali permanenti opera in profondità, toccando anche
tratti comportamentali e disposizionali, forgiando di fatto elementi
essenziali del carattere come l’autocontrollo, la costanza, la disciplina e
l’equanimità, tratti peraltro caratterizzanti di tutte le etiche antiche (si può
vedere a questo proposito la lista delle virtù del mos maiorum romano).
5) L’educazione alla realtà
Nel momento in cui abbiamo introdotto il tema della ‘seconda
natura’ che la nostra disciplina marziale cerca di costruire, è stato
implicitamente introdotto un aspetto fondamentale per ogni educazione,
8
ovvero il modo in cui essa si relaziona alla realtà.8
In ogni forma di
educazione umana questo è il punto cruciale, ovvero come far sì che un
processo che si muove in una sfera ‘virtuale’ sia in grado di preparare ad
affrontare la realtà.
Ogni educazione infatti si differenzia dalla diretta esposizione del
discente alle difficoltà reali per il fatto di sospendere in varia misura le
urgenze e insidie implicate nel confronto col mondo. Tale sospensione
consente di sperimentare, di mettere alla prova, di esercitare abilità senza
correre i rischi propri di un confronto diretto con la realtà. Questo processo
mima e istituzionalizza la spontanea attività di gioco in cui si esprimono tutti
i giovani mammiferi,9
e che li prepara al confronto con la durezza del reale.
La difficoltà di una buona educazione sta in gran parte proprio qui, nel saper
dosare il ‘realismo’ di ciò che è oggetto di apprendimento, con l’agio e la
gratuità ‘virtuale’ del poter ‘fare esperienza senza conseguenze’.
Un’educazione troppo ‘realistica’ con un’esposizione prematura ad
una realtà incontrollata può produrre reazioni di rigetto e ritrazione, che
restringono la libertà di esplorazione e con ciò riducono le opzioni operative
disponibili e le abilità acquisibili. La parabola educativa tipica del bambino
poco scolarizzato e che magari aiuta precocemente i genitori nell’attività
lavorativa, implica un rapido raggiungimento di autonomia nell’affrontare
una circoscritta classe di problemi, ma a scapito dell’ampiezza di opzioni e
abilità disponibili. Tale limitazione tende a metterlo poi in difficoltà, spesso
insuperabili, quando i problemi e le situazioni si discostano
significativamente da quelli su cui si è formato.
All’estremo opposto troviamo scolarizzazioni prolungate e astratte
in cui il discente viene preservato integralmente, e a lungo, da ogni confronto
diretto con il mondo. Questa seconda opzione può avere esiti
paradossalmente simili alla prima: il discente, una volta terminato il proprio
lungo percorso di preparazione, può trovarsi di fatto seriamente impreparato.
Le opzioni e varianti che ha sperimentato hanno un carattere astratto,
estraneo al mondo circostante, inapplicabile: sono assenti i punti di contatto
tra quanto appreso e la ‘durezza della realtà’. L’esito può essere (e lo è più
spesso di quanto si creda) la ritrazione del soggetto, a formazione ultimata,
in una condizione limitata e controllabile, circoscritta, ripetitiva, che
rassicuri il soggetto senza sottoporlo allo stress di adattare la propria
preparazione astratta ad una realtà dissonante e variabile.
Questi due estremi di un’educazione sbagliata sono ampiamente
rappresentati nelle tendenze prevalenti del mondo contemporaneo, dove
troviamo spesso sia soggetti ‘street-smart’, capaci di arrangiarsi entro le
proprie ‘nicchie ecologiche’, ma disadattati rispetto ad ogni significativa
variazione, sia soggetti formatisi in una bolla di verbalizzazioni astratte e

9
preservati da ogni ‘trauma’, che risultano paradossalmente parimenti
disadattati, essendo incapaci di connettere le variazioni astratte apprese con
il mondo circostante.
Questa digressione serve ad introdurre quella che è, a mio avviso,
una delle funzioni educative più importanti di una disciplina marziale come
il Karate nel contesto formativo contemporaneo. È importante innanzitutto
osservare come il Karate-do,
10 sia stato concepito relativamente alla sua
finalità prima, quella del confronto con le esigenze di difesa, come un
sistema graduato e bilanciato. Da un lato il Karate, rispetto ad altre
discipline marziali più ‘immediate’, introduce ad un repertorio amplissimo
di varianti, opzioni, tecniche, situazioni, che arricchiscono lo spazio di
possibilità a disposizione del combattente, senza esporlo precocemente alla
stretta necessità della difesa. Dall’altro, tuttavia, esso ha elaborato una
pluralità di livelli di avvicinamento al combattimento nella sua durezza, che
convergono fino ad una quasi indistinguibilità dalla difesa reale della propria
incolumità.
Quando si giunge alla prova della realtà, ovvero alla necessità della
difesa, le tecniche idealmente possibili tendono sempre a concentrarsi sul
più limitato novero di quelle che sono ampiamente sperimentate,
perfettamente automatizzate e di provata efficacia. Questa spinta alla
concentrazione sull’essenziale, tipica della lotta reale, viene tenuta però in
sospeso a lungo nella preparazione, che permette così di esercitare tecniche
complesse (e non di rado letali), tecniche che non potrebbero essere affatto
apprese diversamente. L’orizzonte applicativo e il suo senso di letteralmente
‘mortale serietà’, rimane però sempre sullo sfondo e, nelle mani del sensei,
deve informare l’intera preparazione, indirizzandola.
Fino a che punto di ‘realismo’ debba arrivare la preparazione è
notoriamente questione dibattuta, ed è all’origine di alcune ramificazioni
interne al Karate, i cui promotori hanno deciso di dare maggiore spazio
all’impatto reale della tecnica. Mentre nello Shotokan il combattimento
prevede il controllo, con una tolleranza per impatti limitati, alcuni stili
moderni come Zendokai, Kyokushinkai, Enshin, Shidokan, ecc. hanno scelto
di condurre il combattimento nella forma del contatto pieno, con o anche
senza protezioni. Qui la distinzione tra combattimento sportivo e
combattimento di difesa reale è minima, anche se necessariamente rimane,
poiché tra le tecniche disponibili, ed esercitate correntemente nel Karate,
molte mirano ad infliggere danni permanenti (tecniche alle articolazioni, al
collo, all’inguine, e ad altri punti vitali) e dunque rimangono
necessariamente precluse.
In ogni caso la formazione ordinaria di un Karateka in qualunque
stile include una dimensione di confronto (jiyu kumite, o combattimento
libero) in cui l’assenza di rischio, presupposta nell’allenamento, tocca il suo
limite, e dove, sia pure in un ambiente controllato, il confronto acquisisce la
forma della difesa reale.

10
Quest’ultimo aspetto rappresenta un fattore pedagogicamente
importante, in particolare sullo sfondo dei processi educativi odierni, dove
la tendenza alla ‘virtualizzazione’ è fortissima. A fronte di una formazione
scolastica e famigliare che, da un lato tende a preservare da ogni possibile
avversità, e dall’altro favorisce la costruzione di universi virtuali (dalla TV
ai videogiochi), il Karate rappresenta una mirata lezione di realtà. In un
mondo pervaso di astrazione e virtualità, immaginari bradi e paradisi
artificiali, una disciplina marziale come il Karate opera in modo
compensativo, ancorando il soggetto ad una realtà fatta di pesantezza dei
corpi, di durezza degli oggetti, di incontrollabilità delle iniziative altrui, e
anche di dolore e di fatica. L’adrenalina rilasciata sia nel caso di successo
che, soprattutto, nel caso di fallimento e sopraffazione, incide le esperienze
nella memoria corporea in un modo che non è ottenibile in contesti
fisicamente preservati ed astratti.
In questo processo gioca un ruolo importante la capacità di lavorare
su quella necessaria materia prima naturale che è l’aggressività. Si sottolinea
spesso come nelle arti marziali il punto cruciale non stia nell’aggressività,
ma nel controllo. Ciò è senz’altro vero, purché l’esistenza di un nucleo
centrale di aggressività sia già sempre presupposto. Senza un nocciolo di
aggressività non c’è lotta né difesa, e non c’è nulla da controllare. Il controllo
è il modo in cui si dosa e modula quel nucleo vitale di aggressività la cui
funzione essenziale, nella vita come nel combattimento, non può essere mai
rimossa. Nella specie umana, come in ogni specie vivente, una dose
bilanciata di aggressività è indispensabile per la stabilità e fermezza della
propria condotta, ed è parte fondamentale di un’esistenza organica sana e
vitale. La società contemporanea, quantomeno nell’occidente
industrializzato, consente di norma solo forme altamente sublimate di
aggressività, forme che però non consentono l’espressione fisica e nervosa
(adrenalina) dell’aggressività naturale. Esprimere l’aggressività, per dire,
nelle forme sublimate del turpiloquio sui social, o di una sparatoria frenetica
in un videogioco, non è affatto un succedaneo adeguato e lascia dietro di sé
una condizione di essenziale squilibrio, una tensione irrisolta, del tutto
diversa dall’espressione fisica dell’aggressività. Anche in quest’ottica il
Karate rappresenta una forma educativa ottimale, in quanto insegna non a
‘reprimere’, né a ‘sfogare’ l’aggressività, ma a coltivarla, come una sorgente
vitale cui saper ricorrere in maniera proporzionata, armonizzandola con le
altre disposizioni emozionali che ci danno una struttura, e liberandola
quando necessario.

1 Dojo è un termine giapponese che etimologicamente significa “il luogo (jō) dove si segue
la via (dō)”, e che indica il luogo deputato agli allenamenti delle arti marziali.
2 Sensei è un termine giapponese il cui senso letterale è ‘persona nata prima di un’altra’, e
che nel contesto delle arti marziali, ma non solo, indica il ‘maestro’, che è dunque tale in
ragione della sua maggiore ‘anzianità’, esperienza.

3 Nietzsche, F., Sull’utilità e il danno della storia per la vita, in Opere, vol. III, tomo 1,
Milano, Adelphi, p. 261.
4 Platone, Fedro (275a-e).

5 Polanyi, M., Personal Knowledge, London, Routledge 2005, p. 51sg.
6 Abiti sensomotori sono le disposizioni acquisite relative all’unità strutturale tra percezione
sensibile e movimento volontario: ogni abito sensomotorio appreso modifica insieme la
capacità di agire e quella di percepire le unità dell’ambiente circostante.

7 Naturalmente nell’avvicinamento dei giovanissimi al Karate aspetti ludici hanno
legittimamente posto, come si conviene all’età. Gradualmente, tuttavia, in un dojo che si
rispetti lo spirito ‘esistenziale’ della disciplina deve emergere.

8 Poche nozioni sono filosoficamente più importanti e meno ovvie di quella di ‘realtà’. Con
‘realtà’ intendiamo quella dimensione di eventi che non sono subordinati alle nostre
intenzioni, che possono perciò sorprenderci e costringerci alla reazione, quale che sia la
nostra precedente disposizione verso di essi.
9 Fagen, R., Animal Play Behavior, Oxford University Press, 1981, p. 65sg.

10 Karate-dō, ovvero la ‘via del Karate’ è il percorso educativo complessivo della disciplina
marziale, che ha al suo centro l’allenamento nel dojo, ma non vi si esaurisce.

https://www.academia.edu/42786400/Il_Karate_come_educazione_inattuale?fbclid=IwAR26XahPjh3gW7KusR0ZJ4GpdxjQo4W11iG6r-8ru6d1vGg2CdJpfZUJ7Zg

 

 

La religione “gender” in Scandinavia. “Imposizione” di un credo, di Max Bonelli

 

La religione “gender” usa metodi ai limiti della

repressione per imporsi in Scandinavia.

 

Quante volte avrete sentito la vulgata? “nei paesi scandinavi stanno 10-20 anni avanti a noi”. Frequentandoli in maniera più o meno assidua da 16 anni, posso confermarvi che sì effettivamente i paesi in questione sono una decina di anni avanti a noi sulla strada della globalizzazione e della eradicazione del senso identitario dell’individuo, visto come oggetto in funzione del suo ruolo di produttore di merci e di consumatore delle stesse ed al contrario  visto come soggetto nella sua ricerca di una convulsiva libertà, rigidamente delimitata alla sua vita privata.

Per raggiungere questa meta o questo baratro (a seconda dei punti di vista), la teoria/e di  gender è uno strumento fondamentale al raggiungimento dell’obbiettivo. La lotta dei sostenitori del gender ad affermare che è la società tradizionale ad aver creato lo stereotipo della famiglia composta da mamma e papà, piuttosto che da genitore 1 e 2 è senza quartiere,oserei dire casa per casa o per meglio dire istituzione di ricerca per istituzione di ricerca.

Ne ha fatto le spese la professoressa in neurobiologia Annica Dahlström della università di Göteborg.

Il suo peccato? Aver affermato che i cervelli dei maschietti e delle femminucce sono diversi per struttura e funzionamento fin dalla nascita a livello biologico. Dalle sue ricerche sono i livelli di testosterone che influenzano la propensione, evidenziata da studi campione,  dei bambini già a nove mesi di interessarsi a macchinette e soldatini e delle bambine ad interagire con una bambola piuttosto che con un camioncino.

Per questo ha ricevuto minacce telefoniche,una lettera piena di feci di ratto e per finire un colloquio con un professoressa di Storia della stessa università che la invitava in modo perentorio a non pubblicizzare i risultati delle sue ricerche.

 

In questa ribellione al “politico corretto”  Dahlström non è sola. Lo psicologo Alf Svensson ha avuto in poco tempo mezzo milione di lettori del suo articolo:

“Smettete di cercare di far diventare i bambini sessualmente neutri”.

Un entrata a gamba tesa contro la dottrina femministica delle propensioni di  genere imposte dalla società. Il professore Svensson senza giri di parole afferma che se abbiamo nella Svezia delle pari opportunità il 98% delle maestre di asilo donne ed il 95% dei piloti di aereo uomini non è dovuto alle bambole ed agli  aeroplanini che hanno ricevuto in regalo dai nonni ma da precise differenze psicologiche tra i sessi.

Non ci è dato di sapere se il Dottor Svensson ha ricevuto le stesse intimidazioni della neurobiologa prima citata, forse la sua grinta da ex boxer ha portato a più miti consigli qualche talebana scandinava?

 

In Norvegia l’aria non è diversa. Un programma televisivo in teoria pro gender, mostrava uno studio sociologico in cui i  paesi dove le pari opportunità sono ai massimi livelli, uomini e donne si sclerotizzano ancora più nella scelta dei mestieri tecnici per gli uomini e sociali per le donne.

Paesi meno ricchi e lungi da avere ottimali pari opportunità tra i sessi le donne avevano percentuali maggiori nei ruoli tecnici rispetto alle scandinave.

Queste evidenze hanno  fatto imbestialire i gender sostenitori (molto ben posizionati a livello accademico) che sono riusciti a far chiudere il programma. Nel contempo il canale televisivo veniva finanziato con un  sostegno di 50 milioni di corone da parte dell’accademia delle scienze. Un caso di censura pagata?

Ritornando al settore medico abbiamo un altro clamoroso esempio di professionista controcorrente le cui affermazioni decise fanno temere

per il destino professionale ed umano del coraggioso psichiatra David Eberhard.

Lo specialista afferma impavido che ragazzi e ragazze sono diversi nelle forme e nell’incidenza delle patologie psichatriche?.

Gli psicopatici sono quasi appannaggio esclusivo dei maschietti mentre le femminucce sono colpite da depressione 2 a 1 in rapporto agli uomini.

Con una evidente tendenza a sottovalutare il rischio,tipico dei portatori del gene Y, il buon David afferma “le teorie gender sono problematiche, in quanto molte di di queste teorie ignorano la biologia”. Continua affermando:

“assomigliano più ad una religione che a teorie scientifiche, cercano solo le risposte che possono confermare le loro ipotesi”.

Ancora in Scandinavia non ci sono i gulag psichiatrici ma non escludo che prossimamente faranno leggi apposite che li istituiranno per i tipi più ostinati a remare contro come il sopracitato.

Concludo con un libro per bambini in formato comics che insegnare ai bambini ad accettare la transessualità. Il personaggio principale è Husse che tornato dal lavoro si leva la giacca e la cravatta ed a casa  si veste con la gonna e con tanto di rossetto si dedica al lavoro a maglia. Ha per cane un cavallo che si crede un cane e che adora gli ossi ed andare a spasso a guinzaglio con il padrone. L’autrice Susanne Pelger trova che sia un buon modo di spiegare le varietà sessuali ai bambini. A proposito di quest’ultimi la Svezia ha registrato una decuplicazione dei casi di bambini che chiedono di cambiare sesso. Erano sotto i 20 per anno nel 2011 per arrivare ai 197 del 2016. Sarà qualche variazione biologica della razza scandinava? Oppure la moderna società gender sta dando i primi frutti?

 

 

Max Bonelli

 

Fonti bibbliografiche

Varlden Idag febbraio 2018

https://www.varldenidag.se

 

 

 

“QUESTA DONNA PAGATA IO L’HO !” , di Antonio de Martini

La prima volta che notai il fenomeno fu nel film ” “Shinue l’egiziano” con Edmund Purdom. Avevo 14/15 anni.
Un polpettone pseudo biblico.

Notai un “cammeo” fatto da una attrice sconosciuta e piacente a nome Bella Darvi.
Recitava tanto male che se ne accorse anche un adolescente arrapato come me.

Anni dopo scoprii che era stata inserita nel cast perché era la “caralcuore” del produttore Darryl Zanuck.

Poi scoprii che Jane Russel ( “gli uomini preferiscono le bionde”) era molto ammirata dal produttore Howard Hughes e così via.

Ingrid Bergmann, nelle sue memorie e interviste, racconta che per fare entrare meglio Antony Perkins nella parte del giovane innamorato di ” Le piace Brahams” se lo portò a letto fin dal primo incontro. Fu un successo.

Molti giornali parlavano apertamente de ” il divano del produttore” e Otto Preminger fu colui che “fece il provino a Jean Seberg” per ” buongiorno tristezza” e a Tippi Hiddren per “gli uccelli.”

Grande ė stata la mia meraviglia quando lo scandalo contro Harvey Weinstein, nei giorni scorsi è stato montato a freddo.

L’accusa è ” comportamento inappropriato” – nessun reato dunque, ma uno sputtanamento sistematico sotto forma di stillicidio moralistico dal pulpito dei media per metterlo fuori gioco.

È a malapena trapelato che Harvey Weinstein era in trattativa con Michel Moore per fare un film su Donald Trump, certo non elogiativo, visto che sono entrambi contribuenti del partito democratico. Potrebbe essere.

Ma, badiamo al sodo.

A me interessa il candore ipocrita delle “vittime” che confessano di aver giaciuto col Tycoon di Hollywood, ammettendo di averlo fatto per ottenerne l’appoggio e lo hanno annunziato come se fosse una novità assoluta che ,dopo anni, ancora le sconvolge la psiche.

Il povero, perverso, Harvey, fatemelo chiamare così, considerava le attrici – a detta loro- come pezzi di carne. Incluse Lea Seydoux e la Delevigne entrambe lesbiche dichiarate sui media.

Harvey aveva certamente una predilezione per l’esibizionismo e si mostrava in accappatoio in camera sua alle vergini in cerca di scritture notturne o circuiti di distribuzione dei loro films e confessava un ” penchant” per il cunnilingus, proponendosi, ammettono, senza violenza.

UNA PER TUTTE

Asia Argento, all’epoca dei fatti maggiorenne da ben tre anni, ci racconta che, “per farlo smettere” ha dovuto fingere un orgasmo.
Non ci dice cosa pensava di fare nottetempo nella camera da letto di un albergo con un produttore dalla lingua piuttosto chiacchierata.

Poi ci informa – sempre sul New Yorker che ho pubblicato due giorni fa- che il rapporto è durato cinque anni, lui l’ha anche presentata alla mamma e le ha pagato la bambinaia per la pargola.

A me sembra un sempliciotto più che un predatore.

Lo definirei puttaniere solo se posto in relazione alle signore che hanno frequentato, lautamente compensate, il suo talamo.

Anche dal punto di vista morale, il povero Harvey deve essersi ritenuto in regola, avendo seguito l’esempio di re Davide ( senza peraltro mai uccidere il marito delle Betsabee di turno) e non pochi altri regnanti e patriarchi biblici.

Le ragazzine al vecchio re Davide le forniva il gran sacerdote e a gratis per consentirgli di superare la depressione. Lui, invece, ne discuteva con Lombardo in termini di incarichi retribuiti e distribuzione sul mercato USA.

Queste signore, ora che hanno incassato notorietà e denaro cercano di ribaltare sul vecchio cliente il naturale senso di colpa scaturente dal meretricio praticato in giovane età.

Non sono un rabbino, ma non mi sembra kosher.