Alla radice del conflitto sui vaccini: ipotesi liofilizzate, di Roberto Buffagni

Alla radice del conflitto sui vaccini: liofilizzo una ipotesi.
Perché è così aspro il conflitto sui vaccini? È un conflitto importante, anzi decisivo, oppure una diversione rispetto ai conflitti reali?
Benvenute le critiche anche radicali purché cortesi, è una cosa difficile e mi manca la preparazione adeguata. Diciamo che ci provo
Ecco l’ipotesi liofilizzata: “Fatta la tara (una grossa tara) della forza d’inerzia mediatica e della consueta dinamica della polarizzazione politica, il conflitto sui vaccini è aspro e importante, anzi decisivo, perché è un conflitto in merito alla legittimazione dell’ordine sociale e ideologico.”
La posta in gioco del conflitto sui vaccini è: “chi ha il diritto di stabilire che cos’è la verità, anzi la Verità con la maiuscola?” (In forma degradata e comico-grottesca, è una replica, a parti rovesciate, del conflitto tra Bellarmino e Galilei).
Scrivo “Verità con la maiuscola” perché nel senso comune confusamente relativista oggi egemone, unica fonte della Verità è “la scienza”. Epistemologicamente è una sciocchezza, ma tant’è, è una sciocchezza che ce l’ha fatta.
Ora, però, “la scienza” non solo non è in grado di fornire alcuna “Verità”, che è un concetto filosofico o religioso, ma è una pratica sociale in cui la formazione del consenso della comunità scientifica è laboriosa, difficile, influenzabile, e sempre soggetta a possibili revisioni anche radicali, come esige appunto il metodo scientifico. In breve, “la scienza” vera e propria non è per nulla adatta a sfornare Verità su ordinazione, come maritozzi.
Invece, i powers that be hanno bisogno, molto bisogno di Verità su ordinazione (beninteso, ordinazione loro), perché è molto difficile esercitare un minimo di controllo sociale su masse di persone che
a) hanno introiettato il principio liberale, inaugurato contro le religioni, che “non esistono verità assolute”, l’altro principio liberale che “la mia libertà finisce dove comincia la tua”, ossia non si sa dove, e in attesa di capirlo io faccio quel cazzo che mi pare; e, ciliegina sul gelato, danno per scontato che il principio di autorità valga solo per gli stupidi e gli arretrati
b) vivono in una condizione ossimorica di permanente precarietà senza precedenti storici, per quanto attiene il proprio ruolo sociale, la propria identità personale, insomma sono tutti, chi più chi meno, degli sradicati
c) nonostante a) e b), devono contribuire, ciascuno per la propria parte grande o piccola, a garantire il funzionamento di una macchina sociale – di una Zivilisation – quanto mai complicata, delicata, interconnessa a livello mondiale.
In persone cosiffatte, la nascita, lo sviluppo organico, la stabilizzazione della norma interiore, insomma la Bildung, sono, inevitabilmente, assai problematici. In qualsiasi società, il controllo sociale viene garantito al 90% dalla norma interiore, e solo per il 10% dalla norma esteriore (polizia, tribunali, etc.).
La necessità aguzza l’ingegno. Nel corso della pandemia da Covid19, i powers that be sono stati sospinti, anche dalla logica dell’ideologia da loro universalmente condivisa, lo scientismo, a fare un vero e proprio grande reset. No, non è il Grande Reset dei novax. È il grande reset della legittimazione dell’ordine sociale, oggi in corso d’opera; ossia la fondazione di una teologia civile fotocopiata – credo inconsapevolmente – dal programma politico, sociale e teologico positivista di Auguste Comte (vedere Wikipedia, c’è tutto il necessario). Per impiantare questa nuova teologia civile, c’è un requisito indispensabile: l’accordo reciproco preliminare del potere spirituale, la Scienza, e del potere temporale, l’Autorità Politica Positiva 😊 Tecnica). Profetico, Comte ha previsto tutto un secolo e mezzo fa, delegando il potere spirituale a un Consiglio degli Scienziati, e il potere temporale a un Consiglio degli Industriali (il programma comtiano è una parodia scientista del cattolicesimo).
Se la scienza continua ad essere quel che è nata per essere, questo accordo reciproco preliminare tra Scienza e Autorità Politica Positiva (Tecnica) semplicemente non c’è: per la banale ragione che
a) l’accordo scientifico unanime in merito a qualcosa che sia immediatamente rilevante per la decisione politica è molto raro o addirittura inesistente
b) dunque, quando si tratta di decidere politicamente qualcosa, ciascuna delle parti in conflitto pesca i pareri scientifici che più le convengono, e/o paga e promuove pareri scientifici a sé favorevoli, trovandoli sempre.
Quindi, si ritorna alla casella di partenza, in cui le decisioni politiche rilevanti si prendono per ragioni che certo tengono conto della “scienza” (nessun decisore prende misure che ignorano la legge di gravitazione universale) ma che la scienza mai potrà garantire come certe e “Vere” al 100%. Insomma, nella realtà effettuale il decisore decide con uno sforzo previsionale, nell’incertezza, e si assume la responsabilità di conseguenze che non sono mai, ripeto mai, interamente prevedibili.
Ma l’accordo preliminare tra “Scienza” e Autorità Politica Positiva (Tecnica), tra potere spirituale e temporale è necessario per garantire il controllo e la coesione sociale, e la performatività del sistema. Si assiste dunque, oggi, a una grottesca riedizione della “lotta per le investiture” tra scienza (potere spirituale) e autorità politica (potere temporale), in cui paradossalmente il potere spirituale – la scienza – per come la rappresenta la grande maggioranza della comunità scientifica, NON combatte, e anzi esulta e festeggia l’aggressione dell’avversario: perché di vera e propria minaccia esistenziale alla scienza si tratta, quando il potere politico pretende di stabilire “Verità scientifiche” ufficiali, di farle oggetto di “fede” [sic] e di sanzionare chi non vi aderisca.
Le ragioni di questa paradossale esultanza, di questa sindrome di Stoccolma della comunità scientifica sono tante. Salto le più facilmente identificabili (vanità, timore, interessi) e mi concentro sulle meno visibili.
Secondo me le ragioni meno visibili della sindrome di Stoccolma della comunità scientifica sono:
a) NON si sono accorti che l’autorità politica sta trasformando la scienza in una religione, sia perché sono scientisti non pochi scienziati, specie ai livelli meno avanzati della ricerca, sia perché, lavorando sul serio come scienziati, sanno benissimo che la scienza effettualmente esistente è tutt’altra e incompatibile cosa rispetto a qualsivoglia religione, e non li sfiora il pensiero che qualcuno possa provarci sul serio
b) non essendosene accorti, non ne hanno dedotto le possibili, anzi probabili conseguenze, che per la scienza effettualmente esistente sono devastanti: se alla pressione degli interessi economici e politici tradizionali si aggiunge la pressione del ruolo di garante ideologico dell’intero sistema sociale, la libertà di ricerca si riduce al lumicino e lo scienziato può venir chiamato di colpo a fare l’eroe, se vuole continuare ad essere scienziato
c) l’opposizione all’insediamento della nuova teologia civile scientista, come si manifesta nel presente conflitto sivax/novax, è a dir poco, anzi a dir pochissimo, molto confusa.
Tralasciando i veri e propri mattoidi irrazionali (non pochi) l’asse ideologico principale conforme al quale gli oppositori combattono le autorità politiche è “la libertà”, come la intende il senso comune liberale (v. sopra). Ora, questo è un errore colossale, perché è evidente a chiunque non sia irrazionale che qualora ve ne sia un fondato motivo, l’autorità politica ha non solo il diritto, ma il preciso dovere di limitare, anche molto più gravemente di come oggi accada, la libertà dei cittadini. Il problema è se ve ne sia il fondato motivo, e il calcolo previsionale rischi/benefici in ordine al quale si giustifica la limitazione di libertà.
Per capire se ve ne sia il fondato motivo, e per fare un calcolo rischi/benefici della limitazione di libertà da imporre, è indispensabile che la scienza, e ovviamente la comunità scientifica senza la quale la scienza non esiste, siano libere, ossia che siano liberi di argomentare il proprio fondato parere, e sottoporlo al dibattito tra pari, tutti i membri della comunità scientifica che operano in settori rilevanti per la decisione. Essi però non possono farlo, sennò si compromette la legittimazione dell’autorità politica.
Dunque, in un mondo migliore, l’asse ideologico principale del conflitto con l’autorità politica in merito ai vaccini dovrebbe essere proprio la difesa della scienza e della libertà di ricerca + la difesa delle forme legali e sostanziali in cui deve avvenire ogni decisione politica. Noi però non siamo in un mondo migliore, siamo in questo qui.
Che cosa succede dopo?
Succede che i powers that be vincono a mani basse, perché in un conflitto politico tra sicurezza e libertà, comunque intese (anche nel modo più stupido) la sicurezza vince sempre; e perché “per il solo fatto di esserlo, il ribelle perde metà della sua forza” (Richelieu): specie poi se il ribelle sbaglia di grosso la ribellione.
Il processo di insediamento della teologia civile scientista continuerà, integrandosi agevolmente con la legittimazione dell’ordine sociale sinora in vigore (fascismo/antifascismo, progressismo/reazione, UE-mondialismo/nazionalismo-populismo).
Tranne errori catastrofici immediatamente evidenti (es., e Deus avertat, se fra un anno o due si scopre che i vaccini provocano effetti imprevisti gravi in quote importanti dei vaccinati) anche le peggiori sciocchezze dette e fatte sinora dalle autorità passeranno in cavalleria.
Succederà però anche un’altra cosa, ominosa; e succederà per così dire automaticamente, di default, perché l’imposizione di una Verità Ufficiale a cui si deve prestare fede, pena sanzioni legali, la produce sempre: produrrà eretici, produrrà esclusioni, produrrà condanne implicite o esplicite alla morte civile, produrrà insomma tutti gli effetti collaterali sgradevoli e “medievali” ai quali il liberalismo classico s’era giustamente vantato di aver posto fine.
E poi, ovviamente, produrrà retroazioni cibernetiche a catena nella comunità scientifica e nella scienza, nessuna favorevole. Le scienze più direttamente esposte alla pressione dell’autorità politica, quelle a cui più spesso e urgentemente sarà chiesto di fornire legittimazione al potere temporale, ossia le scienze sociali, saranno esposte a una pressione da fondere il granito. In bocca al lupo a chi vi opera, arrivano tempi interessanti.
Vincenzo Cucinotta

Post molto interessante, anche se lo condivido solo parzialmente. Evitando di scrivere un commento troppo lungo come pure il post meriterebbe, mi limito a formulare due osservazioni. La prima è che tutto ciò che dici sulla scienza, del tutto corretto e condivisibile, e come sai lo dico dall’interno di quel mondo, sta già alle nostre spalle, e ciò dipende da quanto l’ordinatore economico abbia approfondito il suo ruolo fino a tendere ad annullare ogni altro possibile criterio di ordine. Ciò fa parte di una per certi versi inevitabile deriva di omogeneizzazione di una società al criterio dominante e che avrebbe forse potuto trovare una certa resistenza da un certo spirito di casta che pur essendo in sé una cosa brutta, pure può svolgere funzioni positive se il singolo appartenente riconosce che il suo ruolo gli conceda dei privilegi. Gli odiati baroni costituivano in verità un baluardo verso questa sottomissione che oggi osserviamo. Ho potuto poi osservare questa svolta nelle Università da un modello di docente-ricercatore che si divertiva del suo lavoro, a un altro modello, quello di chi identifica questo ruolo come strumento di potere e che invece di divertirsi lavorando, si diverte rompendo le scatole a chi gli sta attorno. Ho invece qualcosa da obiettare sulla rivendicazione di libertà che tu guardi criticamente, ma io ritengo perchè la osservi dal punto di vista del conflitto tra libertà e sicurezza, quindi in termini astratti al massimo e come tali indefinibili se non con un elevato grado di genericità. Invece, il punto va osservato su base legale e costituzionale. Spero che nessuno abbia dimenticato che siamo in presenza di uno stato di emergenza ormai in vigore per ventuno lunghi ed ininterrotti mesi. Ora, qui dobbiamo intenderci, non esiste emergenza che possa durare più di qualche giorno, al massimo qualche settimana. Un caso classico di emergenza è quello di un sisma distruttivo, e si capisce che lì ha senso parlare di stato di emergenza perchè ci si trova in presenza di una situazione critica improvvisa e che richiede misure drastiche immediate,. quali tipicamente la ricerca di sopravvissuti sotto le macerie. E’ chiaro che per alcuni giorni, l’intera nazione è chiamata a considerare come prioritario questo compito. Quando finisce questa fase, come successe a L’Aquila, pur in presenza di un centro storico distrutto e ancora per anni impraticabile, lo stato di emergenza finì. Con il che, non si giudicava risolta la crisi di quella città, ma semplicemente si ratificava che nessuna novità improvvisa stesse emergendo. Fare confusione tra emergenza e gravità della situazione da parte di alcuni è un errore, da parte di altri è un vero e proprio imbroglio. Per queste ragioni, ritengo che quasi due anni di mantenimento di vincoli così stringenti alle attività individuali costituisca aperta violazione della costituzione e in sostanza un golpe istituzionale. Lo stato può certo costringerti a limitazioni anche più stringenti delle libertà personali, ma non per un periodo così lungo. Il fatto che non si trovi un numero sufficientemente alto di giuristi che lo denuncino è il segno del disegno totalitario in atto, che poi a mio modo di vedere costituisce il vero fine del modo in cui è stata affrontata la vicenda COVID-19. Questo è il livello dello scontro, e qualunque resistenza si voglia operare, non può fare a meno di confrontarsi con tale livello.
Roberto Buffagni

Grazie Vincenzo, anche per lo sguardo prezioso dall’interno della comunità scientifica che io ovviamente non posso avere. Nei termini in cui tu lo descrivi, il conflitto tra libertà e sicurezza è sicuramente fondato, perché si tratta di una libertà concreta, politicamente garantita, e ovviamente preziosa. E’ invece rovinoso e suicida se il conflitto viene condotto in nome della libertà di fare quello che mi pare. Quanto poi alla previsione di come va a finire lo scontro libertà/sicurezza, non c’è un giudizio di valore ma, temo, una constatazione basata sull’esperienza: alla larga maggioranza delle persone preme di più la propria sicurezza (magari fraintesa) della propria libertà (magari fraintesa anch’essa).

Aneddotica, di Andrea Zhok

A volte la banalità del quotidiano illustra più delle parole_Giuseppe Germinario
ANEDDOTICA
1) Madre porta il figlio quattordicenne a fare la vaccinazione contro l’encefalite da zecca.
L’infermiera, mentre armeggia per preparare le fiale:
“O che bel ragazzo. Ma l’hai fatta la vaccinazione per il Covid? Come no?”
Madre: “Stiamo valutando la situazione per qualche mese, perché i dati sulla sicurezza dei vaccini non sono del tutto tranquillizzanti.”
Infermiera: “Ma come! Hanno fatto tutte le prove! E poi guardi che con la variante Delta vanno in ospedale un sacco di ragazzi!”
Madre: “Scusi, ma dove ha trovato detto che vanno in ospedale un sacco di ragazzi?”
Infermiera: “Ah, guardi, io non ce l’ho neanche la televisione; leggo i giornali e c’è scritto tutto là”
Madre: “Capisco. Lei sta spaventando i miei figli. Se vuole fare la vaccinazione per cui siamo venuti proceda, altrimenti ce ne andiamo.” – “Ah, va bene, va bene.”
2) Un conoscente porta la sorella in ospedale perché ha avuto uno svenimento e le dolgono fortemente le articolazioni.
Riferisce al medico che quarantotto ore prima hanno fatto la seconda dose di vaccino.
Replica del medico:
“Ma cosa cerca di dimostrare? Ma siete Novax?”
3) L’amico B. ha il cognato che è anestesista, e che insiste perché si vaccini.
B.: “Ci sto pensando, ma perché insisti tanto? Credi che sia tanto a rischio?”
Cognato: “Non è tanto quello, è che se ti ammali, guarda che qui i non vaccinati li trattano come spazzatura. Non è che poi starei tanto tranquillo.”
4) Post di un’infermiera (con stemmone di Emergency e santino di Gino Strada):
“Ecco, questi no-green pass, no-vax, no questo e no quello, tutti leoni quando vanno in strada a protestare! E magari si accalcano, e poi tutti co…ni, quando ci arrivano qua e ci pregano di intubarli.”
Un tempo i medici formulavano il Giuramento di Ippocrate, che tra le sue clausole riporta:
“Giuro di curare ogni paziente con eguale scrupolo e impegno, prescindendo da etnia, religione, nazionalità, condizione sociale e ideologia politica e promuovendo l’eliminazione di ogni forma di discriminazione in campo sanitario.”
Ma il nostro nuovo mondo coraggioso sembra aver superato tutto questo.
L’aria che tira è che oggi – anche se lavoro grazie alle tue tasse – però mi sento giustificato a curarti solo se mi convinci di essere dalla parte dei buoni, solo se sei dalla parte giusta, la mia.
Altrimenti sei un subumano e ho il buon diritto – diciamocelo, lo spiegano anche i giornali – di fare di te un po’ quello che mi pare (tanto se vieni qua, il coltello dalla parte del manico ce l’ho io).
Sono certo che molti medici inorridiscano come inorridisco io di fronte a questi episodi, a questi atteggiamenti, che vediamo testimoniati anche quotidianamente sui media.
Però allora dovrebbero forse non solo inorridire privatamente, ma anche alzare la voce.
Non so se un giorno realizzeremo fino in fondo quanto male è stato causato nella società italiana, non dal Covid – che è pure una malattia insidiosa – ma dall’oscena gestione politico-sanitaria del Covid stesso (soprattutto recente).
Non so se capiremo quanto fango umano, quanto fascismo profondo, quanta frustrazione pronta a scattare in odio e prevaricazione soddisfatta di sé sia stata portata a galla da queste vicende.
Io comunque mi faccio il fioretto di non dimenticarlo.
Perché il Green Pass – nella forma che ha preso in Italia – è un’iniziativa inaccettabile e va abrogato?
Abbiamo speso molte parole, forse troppe, per spiegarne contorni, implicazioni, per mostrarne il pessimo significato politico, morale e strategico.
Proviamo ora a prendere la strada di un argomento minimalista, diretto, forse più comprensibile.
1) Premessa: Il requisito di Green Pass rappresenta una grave violazione della libertà personale. Vietare l’accesso di un ragazzo ad una biblioteca o ad una palestra, di uno studente all’università, o addirittura minacciare con la perdita del lavoro e del salario un insegnante sono atti di estrema gravità, discriminazioni pesantissime, non formalismi, non bazzecole.
2) Per giustificare un atto discriminatorio di questa gravità ci devono essere motivazioni a prova di bomba, non congetture, non illazioni, non auspici. Una simile limitazione della libertà può essere giustificata solo se è incontestabile che essa sia l’unico, o almeno il migliore, metodo disponibile per evitare che la libertà di qualcuno (il discriminato) produca un danno a qualcun altro (l’incluso).
Questo sfondo motivazionale richiede due condizioni:
2.1) Dev’essere manifesto che l’accesso dell’escluso (no GP) ad un certo luogo possa creare un danno ai presenti che l’accesso dell’incluso (sì GP) non crea.
Così, se un bambino è malato e la sua malattia è contagiosa possiamo dover ricorrere alla sua esclusione dalla classe, sulla base del fatto che il suo accesso alla classe metterebbe a repentaglio la salute altrui, mentre l’accesso di un bambino sano non lo farebbe.
2.2) Dev’essere parimenti incontrovertibile che non vi sono strade alternative, egualmente percorribili, che potrebbero permettere di non procedere con l’atto di esclusione.
Nel caso in cui esistesse un modo semplice e non oneroso per fare in modo che il bambino non risultasse più contagioso per gli altri, insistere nel non ammetterlo sarebbe un atto ingiustificabilmente discriminatorio.
3) Né il primo punto, né il secondo corrispondono allo stato di cose nella presente fattispecie del Green Pass “anti-Covid”, focalizzato sull’avvenuta vaccinazione.
3.1) In primo luogo non è vero che l’accesso, supponiamo, di uno studente non vaccinato rappresenti una minaccia alla salute dei presenti in un’aula che uno studente vaccinato non rappresenterebbe.
L’ipotesi su cui si poteva fondare una procedura del genere è che, come avviene per altri vaccini, anche qui il vaccino eliminasse la possibilità che il vaccinato risulti contagioso. Questo fatto è però oggi smentito al di là di ogni ragionevole dubbio: i vaccinati con gli attuali vaccini anti-Covid possono perfettamente trasmettere il virus. Dati epidemiologici e test di laboratorio provenienti da vari paesi lo hanno ampiamente confermato.
Circa quanto e come avvenga la diffusione, i dati sono ancora controversi. Alcuni studi testimoniano la presenza di un’equivalente carica infettante nei soggetti vaccinati e non vaccinati (vedi riferimenti nei commenti); a ciò alcuni replicano che però, forse, la durata della contagiosità è minore; altri replicano che, al contrario, la rilevante permanenza del virus nel cavo orofaringeo in assenza di sintomi, tenuti sotto controllo dal vaccino, fa dei vaccinati dei superdiffusori.
Qui siamo sul piano delle congetture.
Il dato solido è che un non vaccinato che entri in un ambiente di vaccinati può forse temere per sé (loro sono protetti, lui no), ma di principio non rappresenta una minaccia ai vaccinati diversa da quella che sarebbe rappresentata dall’ingresso di un ulteriore vaccinato.
3.2) Ma prima di lanciarci nell’usuale lotta a base di congetture, chiediamoci se la soluzione discriminante che è stata adottata non abbia alternative. Ora, si dà il caso che un’alternativa non discriminante, e soprattutto molto più sicura per tutti, esiste. Se vogliamo davvero minimizzare i rischi di contagio in certi ambienti la strada maestra non è il vaccino, ma un tampone rapido per tutti. E’ un’opzione adottata peraltro in molti paesi. In Austria, ad esempio, se vuoi accedere ad una palestra o alle terme o a un concerto fai un tampone salivare all’ingresso (gratuito), o porti il risultato di uno recente. Questo metodo è semplice, non invasivo, non oneroso, non discrimina nessuno ed è di gran lunga una garanzia di contenimento dei contagi migliore.
4) Conclusione.
Se l’intento del Green Pass è quello dichiarato di fornire un presidio di sicurezza, la sua attuale forma è fallimentare, ingiustificabile, e gravemente discriminatoria: non garantisce nulla in termini di ridotto accesso del virus in certi ambienti e trascura soluzioni alternative che forniscono garanzie molto superiori.
Naturalmente se l’intento non è quello dichiarato, allora si spiega il carattere punitivo riservato alla strategia dei tamponi, concepiti come una piccola tortura (tampone molecolare nasale) a carico del cittadino (abbiamo i tamponi più cari d’Europa).
Ma qui entriamo su un piano squisitamente politico, di cui le argomentazioni di salute pubblica rappresentano semplicemente la foglia di fico, e di cui abbiamo discusso altre volte.

Il mito di Cassandra e il disprezzo dei profeti, di Davide Gionco

Il mito di Cassandra e il disprezzo dei profeti

di Davide Gionco

Secondo il racconto di Omero (Iliade, Libro XIII) Cassandra era la più bella delle figlie di Priamo, re di Troia. Cassandra aveva ricevuto dal dio Apollo il dono della profezia, il dono di prevedere il futuro.  Una volta ricevuto il suo dono, Cassandra avrebbe rifiutato di concedersi a lui. Il dio, fuori di sé dalla rabbia, le avrebbe sputato sulle labbra, condannandola con questo a restare per sempre inascoltata dagli altri.

Cassandra veniva presa per pazza, per una iettatrice, dato che annunciava le disgrazie che sarebbero ricadute sulla città di Troia. Non veniva presa in considerazione, perché annunciava cose che nessuno voleva sentirsi dire.
Una volta la città di Troia fu conquistata e distrutta dagli Achei, Cassandra venne rapita dal re Agamennone e condotta come ostaggio a Micene. Anche lì profetizzò al re che ci sarebbe stata una congiura contro lui, ordita dalla sua stessa moglie Clitemnestra, ma neppure Agamennone volle credere ad una profezia così inaccettabile. Dopo che la congiura fu messa in atto dalla moglie, come preannunciato, insieme al re Agamennone, fu anche uccisa la stessa Cassandra.

Sapere che si va incontro ad un destino inaccettabile è qualcosa che può condurre alla disperazione, per questo il nostro inconscio preferisce respingere quelle informazioni. Siccome si tratta di fatti che devono ancora accadere, non certi, si preferisce credere che “speriamo che non succeda”. E si va avanti, avendo come unico sostegno la speranza di un futuro migliore che non ci fa paura.
Sigmund Freud spiegherebbe che si tratta di impulsi irrazionali, legati al nostro istinto di sopravvivenza, che ci porta nel subconscio a sfuggire mentalmente ciò che ci potrebbe fare soffrire o addirittura morire.

Il destino dei profeti di essere inascoltati e perseguitati è qualcosa di ricorrente nella Bibbia. Ad esempio il profeta Geremia annunciava al popolo che sarebbe stato invaso dai “Popoli del Nord” (i Babilonesi), se non si fosse convertito a Yahveh e non avesse cambiato vita.
Come era accaduto a Cassandra, anche Geremia fu preso per un “annunciatori di malauguri”, non fu ascoltato, fu odiato e disprezzato e fu messo nella fossa per farlo morire.

In tempi molto più recenti, fra il 1933 ed il 1939 il giornalista americano Frederick Birchall (1868-1955) scrisse come invitato del New York Times in Europa moltissimi articoli sull’ascesa di Hitler e del nazismo, mettendo in guardia i lettori ed i leader politici sull’estrema pericolosità del fenomeno. Ma non fu creduto e non fu ascoltato, perché scriveva cose “inaccettabili”, dato che nessuno poteva accettare l’idea che Hitler avrebbe fatto ciò che la storia ci racconta che poi fu fatto dai nazisti.

San Giovanni Bosco (1815-1888) faceva fare periodicamente ai suoi ragazzi gli “esercizi della buona morte”. Oggi la morte è il più grande tabù di cui non si può discutere. Eppure per San Giovanni Bosco il ricordare ai ragazzi che “ciascuno di noi deve morire, che potremmo morire anche questa notte” non era per fare dei malauguri, ma per aiutare i suoi ragazzi a vivere in modo responsabile il tempo che ci è concesso di vivere, dato che non siamo padroni del nostro futuro e che il nostro tempo certamente finirà.

I profeti non sono coloro che preannunciano, per preveggenza, un futuro inevitabile quello che gli antichi romani chiamavano “il fato”), ma sono coloro che sanno leggere meglio degli altri i segni dei tempi, comprendendo come le cose andranno a finire.
Il termine “profeta” deriva dall’antico greco
προϕτης, che è la caratteristica di colui che è cosciente, razionale, poiché discerne ogni cosa con il “ragionamento.
Il profeta, quindi, non è qualcuno che annuncia un destino senza scampo o che diffonde dei malauguri, ma è una persone che annuncia un futuro condizionato dalle nostre scelte, avendo la piena comprensione del presente ed avendo coscienza di come la situazione si potrà evolvere.

Ma la gente non ama cambiare le proprie abitudini, perché costa fatica ed impegno. La gente non ama mettere in discussione le proprie scelte, perché significherebbe ammettere che prima ci si era sbagliati ed affrontare tutte le conseguenze sociali e materiali del cambiamento di decisione.
Ancora più difficile è ammettere da essere stati ingannati da chi ci ha convinti a prendere una decisione che poi ci rendiamo conto essere stata sbagliata.
Un detto sapiente ci ricorda che “
l’orgoglio muore un quarto d’ora dopo di noi“. Piuttosto che cedere al nostro orgoglio, si preferisce mantenere la propria decisione, anche se il profeta ci dimostra che è sbagliata e che ci porterà a conseguenze a cui non vorremmo andare incontro.

La gente preferisce una bugia rassicurante alla scomoda verità del profeta. E lo fa al punto di arrivare a mettere a tacere il profeta in qualsiasi modo: censurandolo dal punto di vista mediatico, escludendolo dal punto di vista sociale o addirittura eliminandolo fisicamente.

Ovviamente nessuno di noi è “la gente”. Siamo persone in grado di compiere le nostre scelte, di prendere atto dei nostri errori, di capire se chi ci parla è un profeta oppure no.
Dipende da ciascuno di noi, se preferiamo conformarci al fare comune della gente preferendo evitare ogni sforzo mentale e psicologico o se preferiamo invece essere persone che non si fanno sovrastare dalla paura e dall’orgoglio. Se vogliamo avere il coraggio di metterci in discussione e di ascoltare i profeti che, da che mondo e mondo, non sono mai mancati. Basta avere occhi ed orecchi per riconoscerli.

I TRANSNIPOTINI DI HEGEL, di Antonio de Martini

I TRANSNIPOTINI DI HEGEL
Arcinoto l’episodio di Hegel che avendo sostenuto che tutto ciò che é razionale é reale, alla domanda “ se si vede una differenza tra reale e razionale?” rispondesse:” ebbene, tanto peggio per la realtà”.
Meno note le circostanze della sua morte: in periodo di epidemia, non seppe trattenersi dall’’andare alla università per una celebrazione in suo onore, contrasse il morbo e ne morì.
Più realista Schopenhauer che fuggì a Bonn sottraendosi al contagio e sopravvisse.
Da allora, una lotta continua tra realisti e idealisti, miete vittime.
L’applicazione del “ tanto peggio per la realtà” più nota finora, é quella dell’URSS che ha tentato di calzare le scarpette di una società ideale massacrando milioni di individui, perché quando si dice “ tanto peggio per la realtà,” dobbiamo capire che la realtà siamo noi e che autocondannarci é patologia pura.
Stanchi di farci massacrare da questa setta di idealisti in nome di scelte razionali contrastanti col reale, li stiamo progressivamente isolando.
In Italia, oggi, questi soggetti – impossibilitati, per ora, a modificare la realtà generale- vogliono riprendere fiato e seguaci modificando, per legge, l’esistenza di una esigua minoranza nevrotizzata dal contrasto tra mente e corpo, affermando, sempre per legge, che una persona può decidere a quale sesso appartenere senza tener conto della realtà.
E’ realtà anche essere nati ermafroditi nel corpo e/o nell’anima ed anche questo é un fatto da accettare – e magari pure godersi – invece di soffrirne.
Esiste, e va affrontato, il problema della violenza contro i diversi, ma non deve essere pretesto per ridare fiato agli idealisti fautori del trionfo delle fissazioni patologiche sulla realtà.

Tragedie, lieto fine, moralisti e sciacalli_a cura di Giuseppe Germinario

Qui sotto alcune sensate considerazioni, scovate da Antonio de Martini, riguardanti la vicenda a lieto fine del bimbo ritrovato fortunosamente in una scarpata e qualche aneddoto personale.

Ho passato la mia infanzia in Puglia, in caselli ferroviari lontani chilometri da paesi, centri urbani o un pur qualche assembramento di abitazioni. Ricordo benissimo la mia prima fuga da casa, a nemmeno tre anni, mentre mia madre strigliava i panni all’aperto su un lavatoio in pietra (laturu in dialetto). Si accorse della fuga quando ero ad oltre un chilometro, lungolinea, accanto ad una locomotiva in sosta a fare il pieno di acqua. Ricordo ancora l’imponenza del mostro meccanico che sbuffava con la mia testa che non arrivava nemmeno al mozzo della ruota motrice. Mi richiamò gesticolando e prese a correre per raggiungermi. Io reagii scarpinando sino a raggiungere il casello vicino. L’avventura si concluse con mia madre che profittò dell’occasione per fare due chiacchiere con i “vicini di casa” raggiunti poco dopo mentre questi, compresa la situazione, mi intrattenevano. Da allora ho continuato a girare e cambiare dimora per una vita. Mia sorella invece, terzogenita, era invece specializzata sino ai quattro anni a giocare in mezzo ai binari o alla strada prospiciente. In assenza dei genitori, impegnati a lavoro o per incombenze nel paese più vicino a sei chilometri, avevo l’incarico di vigilare, ma senza particolare diligenza. Mi ricordo di una littorina ferma in un paio di occasioni a una decina di metri, con il conduttore che scendeva per spostare la bimba dalle rotaie; in un’altra occasione di una colonna di quattro/cinque automobili bloccate dalla spensieratezza dell’infanta. Cose che capitavano, ma che oggi paiono assurde in un mondo congestionato e ossessionato, dove i bimbi il più delle volte non conoscono la libertà e l’autonomia, ma l’abbandono e il controllo ossessivo. Altri pericoli, altra vita.

PS 1_ I mezzi a noi disponibili all’epoca per cinque persone (non eravamo benestanti, ma nemmeno poveri), erano una Vespa 125, un quadriciclo su rotaia e i treni che rallentavano a passo d’uomo al cenno di mio padre per farci salire in corsa, visto che era proibito fermarsi fuori dalle stazioni ferroviarie._Buona lettura_Giuseppe Germinario

PS 2_A scanso di equivoci e di interventi improvvidi di qualche solerte funzionario dal protagonismo patologico, i responsabili sono purtroppo deceduti da tempo

La posizione più intelligente che io abbia letto fino ad ora sulla vicenda del piccolo Nicola, l’unica lucidità che a parer mio dovremmo mantenere al momento, è quella della giornalista Deborah Dirani.
Ve la incollo qui:
“Nicola è tornato a casa, evviva!
Non è finito in un pozzo come Alfredino 40 anni fa, non è sparito nel nulla come Denise nel 2004. Nessuno lo ha rapito e non lo hanno sbranato i cinghiali.
Ha le ginocchia sbucciate e vuole solo le coccole della sua mamma.
Quando sarà più grande, magari, racconterà alla ragazza su cui vuole fare colpo, portandola a scarpinare tra gli alberi, di quella volta che era uscito di casa e si era perso ma non si era spaventato e poi lo aveva trovato un giornalista della Rai che passava di lì.
Possiamo applaudire tutti, ma tutti, per una volta? Possiamo evitare di insinuare dubbi su tre gocce di sangue e un paio di sandalini che “quando mai un bambino di 21 mesi si mette i sandali da solo? E quando mai la mamma lo mette a letto coi sandali? E quando mai un bambino di manco 2 anni si fa tre chilometri a piedi da solo?”
E quanto si può essere cattivi a sbattere sotto il naso del padre di questo bambino un microfono e chiedergli, col sussiego di una signorina Rottenmeier, “come si spiega che un bambino di 2 anni si sia allontanato da solo? Voi dove eravate?”. Che è una domanda così tanto giudicante e inquisitoria da parte di un cronista (visto che si sapeva già dove erano i genitori: a 10 metri da casa a lavorare, non al Billionaire a ballare sui tavoli sciabolando champagne) che viene pagato per raccontare, non per insinuare, che verrebbe davvero da rispondergli (al cronista) “ero a tromba’ la maiala della tu sorella”.
Perché il punto è che, ancora una volta, i protagonisti (loro malgrado) sono due ragazzi non conformi all’immagine che la società ha stabilito come conveniente per due genitori che possano definirsi “buoni genitori”. Pina e Leonardo hanno scelto di vivere in un modo, in realtà, molto più conforme alla natura dell’essere umano di quanto facciamo noi (me per prima) che ci schiantiamo gli occhi e la schiena per possedere cose di cui non abbiamo bisogno ma alle quali non sappiamo più rinunciare (pena il giudizio sociale che ci fa sentire sfigati), paghiamo rate di macchine sempre più grosse e più inquinanti, più adatte a guadare un fiume che a fare la fila in tangenziale, cacciamo centinaia di euro di mutui trentennali per case in cui ci rinchiudiamo come sardine inscatolate.
Se ci danno un tronco di legno, al massimo, lo buttiamo nel camino: Pina e Leonardo ci costruiscono qualcosa. Se vediamo un’ape fuggiamo terrorizzati: Pina e Leonardo ci fanno il miele.
Un’indagine recente ha dimostrato come molti bambini pensino che l’insalata esista solo in busta e se vedono caspo di lattuga non hanno idea di cosa si trovino davanti al naso.
Pina e Leonardo non hanno fatto male a nessuno, hanno scelto di vivere la loro vita in modo decisamente più etico e sostenibile di tre quarti dell’umanità, me compresa che ho più scarpe di quante ragionevolmente possa indossarne in una vita intera (e, nonostante ne sia più che consapevole ne ho appena puntato un paio nuovo che ha un prezzo che è uno schiaffo alla miseria e che, comunque, mi comprerò).
Pina e Leonardo non sono due genitori incoscienti perché mettono a letto un bambino coi sandalini ai piedi ed escono a lavorare, mangiano e poi si accorgono che quel bambino non è più dove lo avevano lasciato. Non sono due sconsiderati hippye (ammesso che gli hippyes lo fossero) che chissà come crescono i loro “poveri bambini e poi vedi cosa succede”.
Perché non esistono genitori infallibili, a prescindere da quanto siano patinati e consumisti. E quello che è successo a questi due ragazzi che hanno la fortuna di vivere in un posto dove non serve avere paura dell’uomo nero e i bambini, anche per questo, sono più autonomi e indipendenti, poteva capitare a chiunque. Perché basta un attimo perché succeda una tragedia.
Ma questa volta non è successa e, dunque, proviamo solo a essere felici per Pina, Leonardo e Nicola che da grande racconterà ai suoi amici di quella notte nel bosco quando lo hanno cercato anche coi droni e a trovarlo è stato uno che aveva un attacco di panico.”
// La pagina di Deborah Dirani:

Salti di paradigma, salti nel vuoto_di Roberto Buffagni

Salti di paradigma, salti nel vuoto

Gli Stati Generali del regno di Francia vengono convocati dal re di Francia e di Navarra Luigi XVI l’8 agosto 1788. Essi chiamano a consigliare il sovrano i rappresentanti dei tre Stati o Ordini in cui è tradizionalmente suddiviso il regno di Francia. Adalberone, vescovo di Laon (947 ca. -1030) nel “Carmen ad Rodbertum regem” li ripartisce in Oratores, Bellatores, Laboratores, riferendosi analogicamente alla Divina Monotriade. La tripartizione in Ordini rispecchia l’antichissima tripartizione indoeuropea in caste, ad esempio la tripartizione hindu tra bràhmana (sacerdoti), kshàtrya (guerrieri), vàisya e shùdra (contadini, artigiani, commercianti, etc.).

All’interno di ciascun Ordine – tra pari – le deliberazioni vengono prese a maggioranza, per testa; il voto finale degli Stati Generali, che approva i suggerimenti da porgere al sovrano, viene espresso per Ordini, nonostante il rapporto numerico tra componenti il Primo e Secondo Stato e componenti il Terzo sia, all’incirca, del 3% rispetto al 97%.

Il 6 maggio 1789, all’ Hotel des Menus Plaisirs di Versailles, nella sala ribattezzata per l’occasione Sala dei Tre Ordini, i rappresentanti del Terzo Stato deliberano all’unanimità il voto finale per testa. Si uniscono a loro 47 rappresentanti (su 270) del Secondo Stato, la nobiltà, e 114 rappresentanti (su 291) del Primo Stato, il clero. Il voto pone termine all’ultima forma politica sopravvissuta che rispecchi il più antico carattere distintivo della civiltà indoeuropea.

La risultanza politica del voto del 6 maggio 1789 – un evento puntuale, che si consuma in pochi minuti – è stata preceduta da secoli di dibattito metafisico, filosofico, teologico, antropologico, e da secoli di storia in cui si infrange la Cristianità, si scontrano e decadono Chiesa e Impero, i due “Soli” del “De Monarchia” dantesco; e sorgono, proponendosi come Terzo Sole dell’umanità – parola che esprime un concetto nuovo e un nuovo programma culturale e politico – i Lumi. L’alto numero di rappresentanti del Primo (39%) e del Secondo Stato (17%) che, contro gli interessi del proprio Ordine, votano con i rappresentanti del Terzo, illustra meglio d’ogni analisi quale sia il senso comune prevalente nel regno di Francia, che all’epoca è culturalmente egemone in Europa.

Ecco: questo è un salto di paradigma.

Un salto di paradigma anzitutto metafisico, filosofico, teologico, antropologico; e per logica conseguenza, anche politico. L’aspetto della realtà formalmente espresso e politicamente tradotto dalla tripartizione indoeuropea – le diverse facoltà dell’animo umano, la gerarchia interiore in cui vanno ordinate perché l’uomo si individui compiutamente, l’ordine politico che la rispecchia in quanto “la polis è l’uomo scritto in grande” – non cessa per questo di esistere: sopravvive nel linguaggio e nelle inclinazioni personali, oltre che, ovviamente, nelle biblioteche. Viene però disattivata, nell’effettualità politica e nella coscienza che le società inaugurate da quel voto hanno di sé. C’è, ma non si dice e non si pensa. A volte, si attiva: ad esempio quando si combatte, e nel soldato come tecnico delle armi spunta il guerriero; o quando dal sacerdote come burocrate dell’istituzione ecclesiastica e assistente sociale spunta l’uomo di preghiera; o quando dall’artigiano e dal lavoratore spunta l’artista.

Segnalo ai naviganti che c’è in vista un altro salto di paradigma, al confronto del quale il salto di paradigma datato 6 maggio 1789 sembrerà il saltello di un bambino di due anni.

Lo segnalo adesso, mentre è ancora in discussione in DDL Zan, perché se verrà varato, discuterne dopo potrebbe dar luogo a spiacevoli conseguenze per il sottoscritto (i processi costano e possono finir male).

Lo so che sembra assurdo, ridicolo, paradossale tirare in ballo parole ed eventi così grossi – “salto di paradigma”, ”rivoluzione francese” – per una leggina come il DDL Zan, che magari nemmeno passerà al Senato. Ho letto in questi giorni i commenti in proposito di molte persone intelligenti, spesso di sinistra ma anche di destra, che si possono riassumere così: “Quanto rumore per nulla, i problemi dell’Italia sono ben altri” (segue elenco problemi, a volte ben ragionato). Penso che queste persone intelligenti si sbaglino. È più che comprensibile che si sbaglino, perché da un canto gli altri problemi ci sono eccome, e sono molto grandi e gravi; dall’altro, è sempre difficile individuare in tempo reale gli eventi puntuali che segnano svolte qualitative nella storia. Un uomo non geniale ma tutt’altro che stupido o incolto come Luigi XVI, la sera della presa della Bastiglia scrisse nel suo diario: “Oggi, niente.”

Qual è insomma questo salto di paradigma che, secondo me, si profila all’orizzonte? Non faccio il misterioso e ve lo dico subito. È il concetto di “genere”, impiegato come ordinatore principale e anzi esclusivo del concetto di “uomo”. Scrivo “anzi esclusivo” perché il concetto di “genere” non si limita più a combattere con altri e incompatibili ordinatori del concetto di “uomo” nel Kampfplatz filosofico. Ha condotto e continua a condurre questa battaglia nel teatro d’operazioni filosofico, con esiti alterni: non si profila, per esso, una vittoria schiacciante o sicura. Esso ha però trasposto la battaglia per l’egemonia dal campo filosofico al campo giuridico, sociale e politico, e in questo diverso teatro di operazioni ha trovato alleati molto potenti.

Il concetto di “genere”, nelle sue varie declinazioni a me note, presenta un minimo comun denominatore: è sempre riconducibile alla soggettività dell’individuo. A quel che l’individuo desidera (il suo orientamento erotico) all’idea che l’individuo si forma di sé (la sua identità, il nome segreto con cui si chiama) a quel che l’individuo vuole divenire (ad esempio, trasformarsi da maschio in femmina e viceversa). In sintesi, il concetto di “genere” presuppone la sovranità assoluta dell’individuo su se medesimo, la sua totale libertà di decidersi, insomma la sua radicale autonomia, nel senso fortissimo di libertà d’essere norma a se medesimo, e persino di mutare ad libitum la norma che lo definisce e lo identifica, in buona sostanza lo crea. Il concetto di “genere” prefigura, insomma, un “uomo-individuo autocreatore”.

Nel passaggio dal Kampfplatz filosofico al campo di battaglia dell’effettualità sociale e politica – ove si propone l’obiettivo di divenire l’ordinatore esclusivo del concetto di “uomo” – il concetto di “genere” prende correttamente di mira il suo nemico principale. Il suo nemico principale è il più antico e potente ordinatore del concetto di “uomo”, ossia l’insieme concettuale “maschio – femmina”.

L’insieme concettuale “maschio – femmina” è indissolubile, perché “maschio” si definisce in rapporto a “femmina”, e “femmina” si definisce in rapporto a “maschio”. Nessuna delle due parole, e delle realtà che designano, ha significato se non in rapporto all’altra. “Maschio-femmina” è l’ordinatore logicamente e cronologicamente più antico del concetto “uomo”.

“Uomo” è sempre “uomo maschio” oppure “uomo femmina”, “uomo femmina” oppure “uomo maschio”. Ciò che non è né maschio né femmina è “neutro”, ossia, etimologicamente, “né l’uno né l’altro”: e non è “uomo”. Tutti i linguaggi umani di cui abbia notizia si formano sulla base dell’antichissimo ordinatore “maschio-femmina”. Così si formano i generi grammaticali – maschile, femminile, neutro – e così si formano le parole e l’ innumerevole foresta di metonimie e metafore grazie alle quali comunichiamo, comprendiamo, cantiamo, sogniamo.

Salvo errore (non sono onnisciente) ciò avviene in tutte le culture e le lingue dell’uomo, senza riguardo alla latitudine e all’epoca. Ovviamente, il fatto che l’uomo si pensi e comprenda se stesso in conformità all’insieme “maschio-femmina” implica anche, per conseguenza logica, che l’uomo si pensi e senta in rapporto necessario, primordiale, a un Altro/Altra che, rispetto alla sua individualità empirica, è sempre distinto e separato: non meno diverso che uguale, tanto alieno quanto identico; un fatto curioso ed enigmatico che egli vede rispecchiato, nella sua vita quotidiana, sia dal fatto imperativo che tutti gli uomini, maschi e femmine, nascono dall’incontro sessuale di un uomo-maschio e un uomo-femmina, sia dalla forza altrettanto imperativa dell’attrazione erotica per l’altro sesso: quando la prova, ovviamente, come è normale che sia, nel senso più forte della parola “norma”: perché se l’attrazione erotica per l’altro sesso non fosse norma, l’uomo si sarebbe estinto da un pezzo.

Anche da questo minimo sunto che ho abbozzato, risulta chiaro come il sole per quale motivo il concetto di “genere” debba designare come proprio nemico principale l’insieme concettuale “maschio-femmina” che ordina il concetto di “uomo”: perché esso è radicalmente incompatibile con la sovrana, assoluta libertà dell’individuo di essere norma a se stesso, di mutarla a suo piacimento, e insomma di crearsi da sé. Se il concetto di “uomo” comprende l’uomo-maschio e l’uomo-femmina – i due avatar dell’uomo che nella realtà si presentano sempre come individui separati – nessun singolo individuo potrà mai coincidere con l’intero concetto di “uomo”, compierlo, esaurirlo, esperirlo per intero; nessun individuo empirico potrà mai essere tutto l’uomo, l’individuo assoluto capace di sovrana, perfetta libertà di conoscersi, esperirsi, compiersi, autodeterminarsi e autocrearsi.

Ecco allora che il concetto di “genere”, nella sua battaglia per farsi ordinatore esclusivo del concetto di “uomo”, propone – e tenta di imporre per via politica – un nuovo concetto di “uomo”: quello di un individuo empirico, un singolo quidam de populo, che conquista il diritto, garantito dall’imperio della legge positiva, di essere al contempo sia maschio sia femmina, più tutto il fluido ventaglio delle posizioni intermedie tra maschio e femmina; e di sanzionare il proprio nemico, l’insieme “maschio-femmina”, ove voglia esercitare il proprio antico privilegio di esclusivo ordinatore del concetto di “uomo”: ad esempio, nel matrimonio, ma persino nel linguaggio.

Il matrimonio, la più antica istituzione simbolica volta alla riproduzione della specie e alla sua integrazione nella cultura, non deve più essere riservato all’uomo-maschio e all’uomo-femmina, ma dev’essere esteso all’uomo-individuo autocreatore, e a lui adeguato. Se all’uomo-individuo autocreatore non è biologicamente possibile riprodurre la specie, gli è disponibile il surrogato della tecnica, o l’ausilio servile di uomini-maschio e uomini-femmina. Questo obiettivo, di eccezionale importanza per il rilievo simbolico impareggiabile del matrimonio, è già stato raggiunto nel paese egemone dell’Occidente, con la sentenza della Corte Suprema federale del 2015 ( caso Obergefell vs. Hodges).

Più difficile, lunga e complicata la riforma del linguaggio, che in ogni suo frammento reca l’impronta del nemico, ma l’opera è iniziata con la battaglia sui pronomi, volta ad escludere e vietare per legge il maschile e il femminile in quanto “discriminatori”: ciò che in effetti sono, perché “discriminano”, ossia “differenziano” l’uomo-maschio e l’uomo-femmina.

I possenti alleati che il concetto di “genere” e l’uomo-individuo autocreatore che esso intende affermare hanno trovato nel mondo sono molti. Il più forte sul piano della comunicazione è l’accesso, ormai assicurato, al ruolo simbolico di “vittima”, che gli garantisce forza contrattuale sul piano simbolico ed efficacia propagandistica.

Si tratta di una trascrizione del ruolo – chiave della vittima sacrificale nel cristianesimo, che trasferendosi sul piano secolare si inverte di 180°. Nel cristianesimo, la vittima sacrificale per antonomasia è una delle Persone della SS. Trinità, la Quale, sacrificandosi e rinnovando il proprio sacrificio nella Messa fino alla fine dei tempi, risarcisce e riscatta la colpa dell’umanità. Il colpevole è l’uomo, la vittima è Dio, che amandolo si sacrifica per la sua salvezza. Nella trascrizione secolarizzata, vittima sacrificale è chi sia stato discriminato e oppresso dal Potere, riflesso terreno dell’unico attributo divino del quale è impossibile ridere. Colpevole è dunque il Potere-Dio, vittima l’uomo defraudato che esige di eguagliarsi a Lui, e in quanto sua vittima esige risarcimento e riscatto. In questo senso, direbbe de Maistre, l’intera civiltà moderna post rivoluzione francese è un’espressione di risentimento contro Dio; e l’uomo-individuo autocreatore, per l’evidente ragione che sta mirando a ricrearsi daccapo e da sé, sarebbe la manifestazione più patente di questo risentimento, e della conseguente volontà di risarcimento e rivincita.

Sul piano sociale, il più potente alleato dell’uomo-individuo autocreatore è la logica del capitalismo liberale, che tende a dissolvere tutti i legami sociali e comunitari, e giustifica la propria dinamica mediante due argomenti soli: 1) performatività (ossia, perché funziona) 2) conferisce sempre maggiore libertà agli individui (e solo agli individui). Entrambi questi suoi tratti caratteristici manifesterebbero la sua superiorità e insuperabilità, in un orizzonte di indefinito progresso: verso dove non si sa, ma non è importante sapere. S’intravvede oltre l’arcobaleno un “uomo nuovo”, radicalmente trasformato, più bello, longevo, felice, buono, vitale; ma saggiamente, come un tempo Marx si rifiutava di scrivere il menu per le osterie dell’avvenire, anche il capitalismo liberale evita di dettagliare il menu per il ristorante del transumano, anche perché alcun anticipazioni di cui si chiacchiera toglierebbero l’appetito ai più affamati.

La logica capitalistico-liberale, poi, intende l’individuo nella forma semplificata dell’ homo oeconomicus, ossia di un autonomo centro di interessi (se considerato dall’esterno, oggettivamente) e di un centro di bisogni e desideri (se considerato dall’interno, soggettivamente). A regolare sia interessi, sia bisogni e desideri dell’individuo, è preposta la sola legge positiva, indefinitamente modificabile per via procedurale, e alla quale è proibito rifarsi a fondamenti valoriali o metafisici capaci di dare giudizi assiologici in merito alle proprie modificazioni, o di porvi limiti. Quel che non c’è nel kit dell’ homo oeconomicus spetta alla scienza studiare e definire come “uomo biologico”; e lì c’è tanto lavoro analitico da fare, che può fattivamente occupare gli scienziati fino alla fine dei tempi.

Non è difficile capire quanto simili e affini siano il concetto di uomo-individuo autocreatore e l’individuo come lo intende la logica capitalistico-liberale. Da queste somiglianze e affinità nasce una produttiva e possente alleanza, che ormai si traduce sul piano politico statale al più alto livello, come ostendono eventi pubblici clamorosi quali l’illuminazione della Casa Bianca con la luce arcobaleno per festeggiare la sentenza sul matrimonio same-sex della Corte Suprema, e di recentissimo, la luminaria con i colori della medesima cauda pavonis alchemica che accende gli stadi ove si giocano, alla presenza delle autorità, i campionati europei di calcio.

Ecco descritto, nei suoi tratti minimi essenziali, il salto di paradigma che si profila a un orizzonte non molto lontano. Le sue conseguenze sfidano l’immaginazione più esaltata. Anche perché, almeno a parere di chi scrive, questo salto di paradigma è un salto verso un concetto di uomo che, alla lettera, non esiste nella realtà: esso, infatti, non descrive la realtà, ma la prescrive; e tanto peggio per la realtà, se si ribella.

Ci si può impegnare, ed effettivamente ci si sta impegnando a fondo, per farlo esistere: ma non esiste ora, né potrà esistere mai. Via via che la prescrizione implicita in questo nuovo salto di paradigma sarà implementata, essa dovrà, con sempre maggior coerenza e caparbietà, derealizzare porzioni sempre più ampie di realtà: della realtà dell’uomo, e dunque della realtà del mondo.

Si tratta insomma – sempre a mio avviso – di un salto di paradigma che è anche un vero e proprio salto nel vuoto. Non so se abbiamo il paracadute.

That’ s all, folks.

 

 

 

 

 

 

Il declino delle nascite e la trasformazione di tutte le cose, di George Friedman

NB_La traduzione sarà migliorata appena possibile_La redazione

Il declino delle nascite e la trasformazione di tutte le cose

Pensieri dentro e intorno alla geopolitica.

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Il tasso di natalità negli Stati Uniti è diminuito del 4% nel 2020 rispetto al 2019, risultando nel numero più basso di bambini nati dal 1979. Il tasso di fertilità è ora pari a 1,64 nascite per donna, calcolato in anni di gravidanza, che è il più basso dagli anni ’30 quando è iniziata la registrazione. Per mantenere il livello di popolazione, le donne americane hanno bisogno di una media di 2,1 nascite. In una certa misura, il calo è dovuto al COVID-19, ovviamente, ma la maggior parte dei bambini nati nel 2020 sono stati concepiti prima di marzo, quando la furia della pandemia ha colpito gli Stati Uniti.

Il declino è la continuazione di un massiccio cambiamento nei modelli di riproduzione. Non è unico per gli Stati Uniti. I tassi di natalità hanno iniziato a diminuire in Europa e in Cina (grazie alla politica del figlio unico), ma ora è un fenomeno globale. La popolazione mondiale non ha ancora iniziato a diminuire, ma i dati mostrano che la popolazione del mondo industriale avanzato inizierà a contrarsi nei prossimi anni e la popolazione si stabilizzerà nei paesi più poveri prima di diminuire.

Ne ho parlato nel mio libro “I prossimi 100 anni”, pubblicato nel 2009, dove l’ho etichettato come il processo sociale più significativo che il mondo deve affrontare. Ho sostenuto che il tasso di natalità stava diminuendo perché prima della rivoluzione industriale, i bambini erano preziosi nell’aiutare a produrre ricchezza e nel garantire che i genitori sarebbero stati assistiti nella loro vecchiaia. I bambini di sei anni potevano diserbare orti e piante e, molti anni dopo, nutrire i loro genitori anziani, che avevano un’aspettativa di vita molto inferiore alla nostra ora. I bambini sono diventati diabolicamente costosi. Una famiglia della classe media in città con un gran numero di bambini deve affrontare sfide economiche, soprattutto se i bambini intendono andare all’università. Spesso, l’impulso a riprodursi è temperato dalla realtà economica.

Quell’impulso è stato cablato nello spirito umano dal potere del desiderio sessuale. Eppure, una serie di innovazioni tecniche – vale a dire la contraccezione – hanno separato l’impulso sessuale dalla riproduzione. Queste innovazioni, in particolare la pillola anticoncezionale, hanno avuto un impatto radicale sulla vita delle donne. Mia nonna aveva 10 figli. Questo non era un numero insolito ai suoi tempi. La produzione può essere spiegata dall’economia e dalla mancanza di controllo delle nascite, ma non dimenticare mai che il denaro e la lussuria, insieme a miglioramenti medici che hanno abbassato i tassi di mortalità infantile, hanno guidato l’esplosione demografica.

Il costo dei bambini imponeva un fattore autolimitante alla riproduzione senza costringerci a sospendere la nostra psiche. Ciò ha influito sulla vita delle donne più di quella degli uomini poiché le gravidanze indesiderate erano qualcosa per cui le donne sopportavano il peso maggiore del fardello. Ulteriori innovazioni tecniche come i biberon riutilizzabili e il latte artificiale hanno fatto sì che il padre potesse partecipare almeno in parte alla cura del bambino. Il tasso di natalità è diminuito. Ma, cosa importante, la distinzione tra uomini e donne si è ridotta. Le donne da sole possono avere figli, ma ora ha il controllo su se e quando ciò accadrà e l’alimentazione del bambino può essere trasferita ad altri.

L’imprudenza economica di avere figli era controllata dalla tecnologia invece che da regole inefficaci del celibato. L’esperienza di avere figli si è spostata in misura piccola ma significativa. Poiché essere una donna diventava meno estenuante, il modello di vita femminile iniziò a seguire quello di un maschio. E questo a sua volta ha creato il femminismo, uno dei cambiamenti sociali più radicali nella storia umana. Ci è voluto un tempo relativamente lungo prima che la realtà si intromettesse nella cultura, ma ora il vecchio ruolo delle donne è visto come una forma di discriminazione imposta dagli uomini, invece che come una necessità imposta dalla natura.

Questo è un vasto esperimento sulla questione del determinismo biologico. Le donne non hanno bisogno di essere trasformate in madri dal desiderio sessuale. Non devono impegnarsi nell’intenso nutrimento di un neonato. Il legame biologico è rotto. Ma questo cambia quello che Goethe chiamava l’eterno femminile e l’eterno maschile? La trasformazione del ruolo di una donna può cambiare la psiche di una donna o, del resto, assumersi l’obbligo di nutrire il bambino cambia non solo l’esperienza di un uomo, ma anche la sua psiche? Con il crollo del tasso di natalità e la convergenza delle norme di genere, forse è in atto il più grande esperimento nella storia umana. L’unica cosa che un uomo non può mai fare è rimanere incinta e sperimentare cosa significa partorire. Essendo stato lo spettatore impotente in tali eventi, sembra trasformare la vita, ma poi l’esperienza non è più un sottoprodotto del desiderio. Per molti è separato e quindi elettivo.

Non altrettanto affascinante, ma comunque interessante, è il modo in cui una popolazione in contrazione influisce sull’umanità nel suo insieme. La dinamica della vita politica ovviamente cambierà. Con l’aumento dell’aspettativa di vita grazie alle stesse innovazioni mediche che hanno ridefinito le relazioni tra uomini e donne, nei prossimi due decenni ci saranno più persone di età superiore ai 60 anni che sotto. Se la democrazia dura così a lungo, definiranno l’agenda nazionale, molto probabilmente nel proprio interesse, creando tasse che paralizzeranno i cittadini più giovani e andranno a vantaggio dei più anziani. Inoltre, i vecchi saranno sempre meno produttivi a causa delle molte malattie della vecchiaia e il costo per mantenerli in vita sbalordirà la società.

Dati demografici degli Stati Uniti, 1979 e 2020
(clicca per ingrandire)

A questo punto, c’è un affetto per gli anziani, in particolare dai loro figli, ma poiché gli anziani sottraggono tempo e denaro, c’è sempre più un senso di frustrazione. Con l’inclinazione dei tassi di natalità, molti anziani rimarranno senza figli. Sarà il prezzo che pagheranno per il piacere di essere stati liberi da responsabilità. I loro bisogni emotivi e finanziari saranno soddisfatti interamente dal governo, che non è così bravo nell’aiuto finanziario e ridicolo nell’aiuto emotivo. In quasi tutte le società tradizionali, gli anziani sono venerati. Ciò che sembra più probabile in futuro è che gli anziani saranno risentiti.

Naturalmente, proprio come il cambiamento tecnologico ha trasformato la vita delle donne, potrebbe ridefinire la vita degli anziani. Sentiamo voci di progressi straordinari nella medicina e nell’intelligenza artificiale. Uno potrebbe curare le miserie della vecchiaia, l’altro potrebbe mantenere la produzione senza la necessità di una società di massa. E si potrebbe aggiungere che la paura del riscaldamento globale potrebbe diminuire con una popolazione più piccola.

La gamma di possibilità di trasformazione contenute nel declino della natalità è sbalorditiva. Così è l’occasione per il caos economico, culturale e sociale. Abbiamo iniziato a sentire i primi frangenti su questa spiaggia, ma chiaramente si intensificheranno. A mio avviso, la questione della diminuzione della popolazione è al centro di ogni immaginazione del futuro.

https://geopoliticalfutures.com/the-decline-of-births-and-the-transformation-of-all-things/

I NUOVI MURI, di Andrea Zhok

I NUOVI MURI
L’editore Meulenhoff ha tolto il compito di tradurre la poetessa afroamericana Amanda Gorman alla scrittrice olandese Marieke Lucas Rijneveld dopo il pubblico bombardamento di critiche piovute sulla scelta della traduttrice.
Secondo un diffuso, o quantomeno vocale, ‘public sentiment’ la Rijneveld sarebbe inadeguata al compito in quanto donna bianca.
La casa editrice Meulenhoff si era difesa dicendo di aver scelto la Rijneveld in quanto affine nello stile e nei toni, e la poetessa olandese sembrava essere una scelta appropriata.
L’editore aveva inoltre assicurato che un gruppo di lettori avrebbe testato la traduzione per valutare se contenesse un linguaggio offensivo, stereotipi o altre improprietà.
Ma niente di questo è bastato, e di fronte alla montante protesta si è deciso di cambiare traduttrice.
Perché menzionare questo episodio, che molti, non senza ragioni potrebbero trovare semplicemente ridicolo?
Premetto, a titolo di opinione personale, che se la qualità letteraria della poetessa americana è quella mostrata nella sua declamazione al discorso di insediamento di Biden, credo che la letteratura mondiale possa serenamente privarsene senza soffrire danno alcuno.
Ma questo punto non è importante.
Il punto importante è che questo è solo uno, l’ennesimo, esempio della devastante forma mentis su cui stiamo costruendo il terzo millennio d.C.
Con un sorrisone fosforescente stampato in faccia, nel nome della bontà, dei diritti, della libertà stiamo costruendo una delle società più fitte di muri, steccati interiori, barriere, odi e disprezzi trasversali, incomprensioni, incomunicabilità che la storia ricordi.
Lo so che molti ancora sottovalutano questo punto.
Molti ancora pensano che questioni come quelle del ‘politicamente corretto’ siano tutt’al più educati formalismi, da cui niente di cruciale dipende.
Invece questo è un punto silente, ma esplosivo.
I più grandi sforzi etici del passato erano rivolti alla costruzione di forme del “noi”, di comunità o società immaginate come amalgama di individui accomunati da qualcosa di importante (l’amor di patria, la devozione religiosa, ecc.).
Tutto ciò cui lavoriamo culturalmente oggi rema invece in direzione esattamente opposta, verso la creazione di frammentazioni progressive, dove si proclama la fondamentale impossibilità ad essere compresi dagli altri.
Che siano steccati mentali fondati sull’appartenenza generazionale, sulla razza, sul genere, sulle inclinazioni sessuali, o altro, comunque il lavoro profondo del motore pedagogico della contemporaneità è dedicato alla decomposizione di ogni “noi” trasversale e comprensivo in “noi” sempre più sparuti, giù giù fino all’individuo isolato (e invero anche facendo breccia nella sua stessa identità personale).
L’elogio della diversità non è più l’elogio dell’interesse o del fascino che la diversità può suscitare.
Niente affatto.
L’elogio odierno della diversità è l’elogio dell’irriducibilità dell’altro, e dunque della nostra fondamentale incomunicabilità.
Che per ragioni oscure dovremmo venerare come un grande valore.
NB_tratto da facebook

CONCORDANDO CON DAVIDE GIONCO: LA MORTE, I BONOBO, IL DITTATORE SALAZAR, L’ ORDINE DEL DRAGO E  IL MODERNO PRINCIPE   Di Massimo Morigi

 

 

CONCORDANDO CON DAVIDE GIONCO: LA MORTE, I BONOBO, IL DITTATORE SALAZAR, L’ ORDINE DEL DRAGO E  IL MODERNO PRINCIPE

 

Di Massimo Morigi

 

 

Concordo in pieno con Davide Gionco. In Occidente le società antiche precristiane erano basate su un’espressività violenta (vedi Roma precristiana) unita a debole repressione sessuale. Quelle dopo la caduta di Roma avevano mantenuto la violenza espressiva ma, al contempo, avevano accentuato la repressione sessuale. In quelle moderne nate dalla rivoluzione industriale l’espressività violenta pubblica e privata è andata via via scemando (il dominio si è esercitato più direttamente in forme economico-industriali-finanziarie e/o con pratiche culturali apparentemente umanitarie, vedi metafisica e pratica dei diritti umani, vedi metafisica dell’ideologia democratico-democraticistica) e affermandosi una progressiva rimozione ed abolizione della repressione sessuale. Brillante risultato odierno: antropologicamente parlando un edonismo di massa che ha dato origine ad un’ homo sapiens ridotto ad una sorta di bonobo, il simpatico e pacifico primate in cui i legami sociali non sono formati attraverso una violenta conflittualità all’interno del gruppo ma tramite estesi ed apparentemente non violenti legami sessuali che attraversano ed impegnano tutto il gruppo, ma con la piccola differenza nell’uomo che in caso di un pericolo socialmente avvertito, come nella fattispecie del coronavirus, il bonobo umano, privato dell’originale carica aggressiva delle società precristiane, non riesce nemmeno più a mettere in atto la sua entelechia edonistica e si rifugia perciò nell’abulia e nel rifuggire il pericolo e nel rifiutare, infine, anche l’espressività sessuale (ultimo episodio, nelle moderne democrazie industriali occidentali,  di un aggressività modello precristiano, la seconda guerra mondiale. Dopo, le classi dirigenti hanno dovuto mettere in atto una organizzazione sociale che relegasse nell’oscenità il pensiero della morte e portando così a compimento le promesse di immortalità connaturate con l’Illuminismo). Quindi il coronavirus è sì un complotto, ma un complotto tutto particolare, cioè un complotto oggettivo nato dalle nostre debolezze cultural-comportamentali di “moderni”, unito anche, ovviamente, al fatto che di questa situazione se ne approfittano, oggettivamente, chi per strumenti culturali e/o posizione sociale e produttiva non è de facto completamente omologato alla narrazione democraticistica (anzi, dentro di sé, la disprezza di tutto cuore: si rimanda alla nostra individuazione degli agenti alfa-strategici e degli omega-strategici anche per comprendere l’ ultima impotente narrazione-mutazione terrorizzante di questa ideologia), che si è (auto)imposta la nostra società di massa. E se culturalmente per il momento è impossibile uscire da questa situazione di terrore della morte (e di veterodemocraticismo), dal punto di vista politico quello che si può fare è convertire poco a poco le nostre società di massa “bonobizzate” in società dove si faccia largo una maggiore consapevolezza strategica. Politicamente creare un complesso militare-industriale che affronti con consapevolezza le sfide della vita e della morte degli individui e delle società è da incoraggiare (primi timidissimi e contradditori passi in questa direzione dalle mosse del Governo Draghi sulla creazione di una capacità italiana di produrre vaccini e la consapevolezza che le inoculazioni devono procedere anche manu militari, vedremo se alle buone intenzioni seguiranno anche concreti atti ed  efficaci per raggiungere lo scopo: Draghi è un politico-tecnocrate di alto livello, significando questo che come politico di alto livello ha ben presente la totalitaria dimensione strategica della politica ma, come tecnocrate neoliberista gli ripugna con tutto l’animo che questa strategicità percoli dall’alto verso il basso. Insomma Draghi è tutto fuorché il machiavelliano-gramsciano  “Moderno Principe”: è più un novello Salazar defasticizzato  e servito alle masse ottenebrate dalla narrazione democraticistica, piuttosto che il vero Salazar che pur essendo il suo nano gobbo nascosto dentro il tavolo della scacchiera  e  che parimenti era un politico-tecnico di grande valore ma ideologicamente espressamente  autoritario ed antidemocratico). Se quindi dal punto di vista della politique politicienne nulla da eccepire, per ora, a quello che sta cercando di mettere in cantiere il nuovo governo (e il fatto che il nuovo primo ministro si rivolga, per quanto riguarda il recovery plan, a esperti delle maggiori multinazionali, non deve destare alcun scandalo; anzi non è che la dimostrazione del sue conosciute entrature e della sua mentalità strategica. Insomma quello che suscitava il giusto disgusto se tentato dall’avvocato Rocco Tarocco precedente presidente del Consiglio, cioè bypassare i nostri sputtanati ministeri responsabili della spesa, deve essere guardato con favore se tentato dal nuovo presidente del Consiglio dell’Ordine del Drago: noi al contrario di tanti falsi sovranisti, siamo in primo luogo realisti e quindi veramente sovranisti),  per quanto riguarda l’ambito strategico del nostro campo d’azione, cioè il l’azione cultural-politica per porre le basi del “Nuovo Principe”,  è necessario passare da una narrazione dirittoumanistica da fairy tales ad una improntata su una “epifania strategica” che investa sia i singoli sia le formazioni sociali dove questi singoli si trovano a vivere e ad esprimersi. Ma su questo abbiamo già detto e continueremo ancora per molto a dire … Massimo Morigi – 7 marzo 2021

link di riferimento http://italiaeilmondo.com/2021/03/07/per-paura-di-morire-abbiamo-smesso-di-vivere_-di-davide-gionco/

LA MERITOCRAZIA DEI COMPETENTI E LA MERITOCRAZIA DEI TALENTI, di Leo Renzi

LA MERITOCRAZIA DEI COMPETENTI E LA MERITOCRAZIA DEI TALENTI: PERCHE’ MARIO DRAGHI HA BISOGNO DI ELODIE
Lo scenario socio-economico è drammatico: disoccupazione femminile galoppante, l’aumento del disagio psichico giovanile a causa dell’isolamento sociale e dell’assenza di prospettive per il futuro, il Sud abbandonato a se stesso. Il Recovery Fund promette di portare alle casse dello Stato pochi spicci in cambio del pareggio del bilancio… in questo scenario di generale smarrimento e sfiducia nel futuro, le lotte collettive sono pressoché azzerate, dato che ognuno s’ingegna a sopravvivere come può.
In questo contesto il potere per legittimarsi deve dare una speranza, proporre un ordine dai valori monolitici e dai criteri chiari per dividere chi rientra nella società post-pandemica e chi no. Il valore individuato proposto da Draghi è la meritocrazia, di cui lui è la massima incarnazione tricolore. Il problema della meritocrazia che propone come modello i Draghi, i membri del CTS, i CEO delle multinazionali, gli scienziati delle Big Pharma ecc è che i suoi connotati di classe sono fin troppo lampanti: solo se vieni da una famiglia ricca o quanto meno benestante puoi sperare di poter investire decine di migliaia di euro in istruzione e master, per aprirti un’azienda hi-tech o mentre scali dal basso le gerarchie delle istituzioni universitarie o degli organismi internazionali… e se nasci come Elodie in una famiglia povera o appartenente alla classe media impoverita? In quel caso il sogno della scalata dal basso si arresta già alla fine delle superiori, quando altri 5 anni di studio e altre decina di migliaia di euro investiti sembrano uno sforzo titanico alle finanze familiari. Ecco allora spuntare il puntello all’autoevidente classismo del sistema della meritocrazia dei competenti, che noi chiameremo la meritocrazia dei talenti: nel caso tu nasca povero e i soldi per acquisire le competenze per la scalata sociale non li hai, puoi puntare sui tuoi talenti sportivi e artistici che abbisognano più di tempo che di soldi per essere sviluppati e messi a rendita… se ti mancano i soldi per diventare Draghi, puoi diventare Elodie o Ibrahimovic, Marracash o Paola Egonu.
E’ il sistema USA delle “attitudini” trasportato nel Bel Paese: esattamente come negli USA alle minoranze etniche (e ai bianchi poveri) escluse dall’american dream a causa delle svantaggiose condizioni sociali di partenza vengono proposte potenziali ricche carriere nel basket o nel cinema, nel baseball o nel rap, qui si tenta un’operazione simile, facendo balenare ai poveri esclusi dal sistema della competenza il sogno dell’ascesa sociale tramite lo sport, il cinema o la musica.
Elodie (intesa ovviamente non come persona, ma come idealtipo) è quindi l’altra faccia della medaglia di Mario Draghi: il tutti contro tutti per arrivare ad occupare il vertice dello showbiz sostituisce la lotta di classe per il miglioramento delle condizioni collettive, chi nasce economicamente svantaggiato invece di lottare per migliorare le proprie condizioni di partenza o le proprie condizioni di lavoro tramite welfare state e diritti sindacali, si batte perché gli sia garantito l’accesso all’arena dei talent o delle giovanili sportive. Il fatto che ai vertici dello sport o dello spettacolo ci possano stare solo poche centinaia di persone non mette in crisi il modello: l’importante è che la lotta per essere fra i pochi privilegiati sia aperta a tutti, così che tutti si impegnino nel combatterla distogliendo le loro forze dalle lotte collettive. E chi non vuole partecipare a tale battaglia o si accorge fin da giovane di averla persa? Non gli rimane che la povertà e l’insignificanza, perché ogni altra forma di miglioramento delle proprie condizioni socio-economiche è svanita: i partiti con radicamento popolare sono morti, lo stato è ovunque in ritirata e contrae i fondi destinati alle fragilità sociali, i sindacati non promuovono più lotte salariali.
Il problema del discorso autobiografico-motivazionale di Elodie a Sanremo non è quindi l’essere la storia del suo riscatto personale, ma il suo fungere da puntello ideologico inconsapevole ad una nuova idea di società: quella in cui pochi competenti iperistruiti dominano una massa di poveri ed impoveriti in lotta per accaparrarsi i posti al vertice dello showbiz.
AFFINITA’ E DIVERGENZE FRA LA COMPAGNA ELODIE E NOI, di Leo Renzi
Parafrasando il titolo di un vecchio album dei CCCP rispondo alle obiezioni più interessanti generati dal mio post sul discorso autobiografico-motivazionale di Elodie, per chiudere la polemica e passare ad occuparmi d’altro.
1) Prima obiezione: il discorso di Elodie non collima al 100% con la mia definizione dello stesso come “american dream in salsa tricolore”.
La mia risposta: io ho preso il discorso di Elodie come un idealtipo di una serie di uscite analoghe fatte da cantanti, attori, sportivi, ecc sul medesimo tono e nel medesimo arco temporale (quest’anno segnato dalla pandemia). L’ideatipo è un modello, a cui i singoli discorsi concreti non si conformano mai al 100%. Questo perché gli esseri umani non sono stereotipi ambulanti ma biografie complesse da cui si estraggono minimi comun denominatori: è quello che fa da sempre la sociologia e la critica del costume.
2) Seconda obiezione: criticare Elodie è classista.
Risposta: classista sarebbe se avessi criticata la sua scelta d’aver abbandonato la scuola per la carriera d’artista, invece di proseguirla e diventare l’ennesima laureata squattrinata. Io non l’ho assolutamente fatto, sia perché dal punto di vista della sua ascesa sociale personale ha compiuto la scelta migliore, sia perché non ho il feticismo dell’istruzione. Il problema che ho posto io è un altro: a livello statistico è più facile migliorare o mantenere il propio status sociale puntando sull’istruzione che scegliendo la via dello showbiz. Per questo è problematico proporre la sua ascesa personale come un modello per altri dal palco di Sanremo.
3) Terza obiezione: il fatto che un mascio-etero-bianco critichi una donna è una forma di etero-patriarcato maschilista.
Risposta: questo è fondato solo se si adotta il modello liberal delle politiche dell’identità: quindi ogni genere, orientamento sessuale, etnia, ecc è un mondo chiuso in se stesso, a cui è impossibile muovere alcuna critica o persino azzardarsi a fare un’analisi di ciò che propone. Essendo un umanista io ritengo invece che ogni essere umano, indipendentemente da razza, sesso, religione, ecc sia dotato di ragione, e quindi ogni essere umano abbia il diritto di analizzare e criticare ciò che un altro essere umano sostiene pubblicamente.
4) Quarta obiezione: criticare (o perfino analizzare) significa odiare l’oggetto criticato.
Risposta: questa è un’aberrazione concettuale che rimanda tanto alla retorica berlusconiana (critichi il Cavaliere perché lo invidi) quanto alla visione emozionale e sentimentalistica tipica dei talent, dove non esistono idee neutre ma solo odi, amori, ammirazioni e rancori. Non sono nè pro nè contro Elodie, e non vedo perché dovrei esserlo: è un individuo che si muove in un determinato ambiente sociale, ha un determinato ruolo e lo esercita secondo determinate idee. E’ questo ad interessarmi, null’altro.
5) Quinta obiezione: lei ha solo raccontato la sua vita davanti a tutti, e ha proposto un sogno che da speranza ad altri.
Risposta: vederla in questo modo significa decontestualizzare totalmente il discorso. Parlare della propria autorealizzazione e ascesa sociale dal palco del festival musicale più seguito d’Italia non è un accidente, ma una scelta. Proporre una determinata scelta individuale come modello in un momento storico di crisi economica generalizzata non è un caso, ma suggerire implicitamente una possibilità per uscirne.
Ribadito questo, non c’è assolutamente nulla di male nella persona di Elodie né nel suo discorso preso in sé: è il proporlo implicitamente come modello per altri nell’attuale contesto socio-economico ad essere perlomeno problematico.
Detto questo e ritornando al titolo del post, le affinità che trovo con la compagnia Elodie sono tante quanto le divergenze: l’ambizione nel puntare all’ascesa sociale è sacrosanta se sei povera, dato che è quell’ambizione a muovere da sempre tanto la lotta individuale quanto quella collettiva; il farlo bypassando il sistema classista dell’istruzione se hai i talenti e le conoscenze per farlo è un punto a favore, poiché il feticismo dell’iperistruzione è tipico della classe media benestante e della wannabe tale, classi che amo molto poco; l’esprimere pubblicamente dubbi e insicurezze nonostante il successo raggiunto significa rimanere esseri umani complessi, evitando di diventare stereotipi ambulanti del mito del selfmade man/woman.
Detto ciò, il punto rimane quello del mio primo post: i posti disponibili al vertice dello showbiz sono poche centinaia, ai milioni di individui che non ce la faranno a fare la scalata cosa resta? E’ ancora possibile per loro aspirare ad una vita dignitosa? Questo è il vero punto su cui riflettere.
Maurizio Tirassa

Grazie, bella l’intervista di Sacchetti. A me poi la musica leggera piace, la ascolto poco ma ogni tanto sento cose belle. Nel cinema la svolta verso il basso è avvenuta quando a) lo Stato ha smesso di imporre quote alle importazioni da Hollywood (come insegna F. List, non si può competere con chi è già arrivato in cima alla scala con il free trade) b) quando Silvio ha comprato il catalogo Paramount e ha cominciato a iniettare film in tv 24/7. Manco Alessandro Magno poteva resistere a quelle condizioni. In concomitanza con questi eventi luttuosi c’è stato un profondo cambiamento di mentalità del pubblico riguardo al rapporto tra cultura/arte/artigianato e merce. Esempio illuminante. Nella vecchia pubblicità di Carosello, c’era una storiella con una sua autonomia + il personaggio famoso, di solito un attore, che faceva il testimonial, tipo Gino Cervi con “Vecchia Romagna etichetta nera, il brandy che crea un’atmosfera”: dopo la storiella Gino in giacca da camera col bicchiere in mano. Stop. Questa forma rispecchiava la mentalità profonda del pubblico italiano, in particolare della borghesia, alta media e bassa. In sintesi “i soldi piacciono a tutti ma sono una cosa inelegante e un po’ schifosa benché necessaria, che va tenuta a distanza dalla cultura, dall’arte, dall’amicizia e dai bambini” Sono abbastanza vecchio da ricordare che a) ai ragazzi le persone ammodo NON davano soldi, MAI, se non contati, per precise incombenze. L’idea di dargli la carta di credito non sfiorava la mente di nessuno, neanche dei ricchi. b) A persona di ceto non subalterno NON si davano MAI i soldi direttamente in mano, sempre in una busta, e posandoli sul tavolo o altra superficie, MAI direttamente in mano, tipo “facciamo finta di niente”. Negli anni 70, arrivò il primo esempio di pubblicità all’americana, con la merce sbattuta in faccia al pubblico. Era la pubblicità del Dash. Paolo Ferrari, ottimo attore caratterista del teatro italiano, assurto a fama universale grazie allo sceneggiato TV in cui Tino Buazzelli interpretava il detective dilettante Nero Wolfe e Ferrari il suo braccio destro Archie Goodwin, si presentava a un paio di casalinghe italiane con due fustini di detersivo ignoto e proponeva: “Le do due fustini se le mi dà il suo fustino di Dash”. La casalinga si dichiarava pronta a morire per il suo fustino di Dash. Bene. Dopo l’esordio del carosello Dash, Ferrari torna in teatro a fare il suo mestiere. Quando entra in scena, dalla platea buia sorge il mormorio “Dash….Dash…Dash”. Il pubblico tossisce, si agita, è inquieto, non ci sta a rivedere in scena “in una cosa seria” il buffone del fustino. Ferrari ha avuto seri, serissimi problemi a ritrovare scritture in teatro. Giustapponi questo aneddoto a quello di Accorsi e della svolta con il Maxibon che ho riferito sopra e capisci tutto della svolta di mentalità del pueblo italiano.

Prima & dopo la cura, di Roberto Buffagni

In sintonia con il 150esimo dell’Unità d’Italia, mi sento in vena di anniversari, bilanci e morali. Ho cominciato la scorsa settimana con il bilancio di venticinque anni di frequentazione del varietà, ricavandone la seguente morale: com’è triste, il comico italiano!Oggi la serie prosegue con un altro bilancio venticinquennale: la mia prima (1986) e seconda (2010) traduzione per le scene italiane di Glengarry Glen Ross di David Mamet.

Il banale aneddoto personale servirà per lanciare il seguente sondaggio d’opinione: “Dopo la cura di questi venticinque anni noi italiani, teatranti e no, stiamo peggio o stiamo meglio?” E via con la storiella.

Venticinque anni fa tradussi e adattai per le scene italiane Glengarry Glen Ross di David Mamet (Teatro Stabile di Genova 1986, regia L. Barbareschi, con P. Graziosi, U.M. Morosi). In America Glengarry aveva appena vinto il Pulitzer. Ivo Chiesa, che dirigeva lo Stabile di Genova, mi affidò la traduzione perché due anni prima avevo per primo tradotto e adattato per il Piccolo Eliseo un lavoro di Mamet (American Buffalo, regia F. Però, con M. Venturiello e S. Rubini). Problema: Mamet era ritenuto, con ottime ragioni, intraducibile. Il “Mamet speak”, come lo chiamano negli USA, è uno slang strettissimo dal ritmo jazzistico studiato sul modello criptico della lingua di Pinter, e punteggiato da un turpiloquio di asfissiante monotonia. I suoi personaggi sono così idiosincraticamente e naturalisticamente americani che li identificherebbe a prima vista per tali uno spettatore proveniente da Alpha Centauri. Con American Buffalo m’ero cavato d’impiccio con un radicale adattamento italiano, e avevo trasformato i due balordi di ghetto USA in due balordi italiani di periferia metropolitana, riscuotendo un lusinghiero successo personale. Ma Glengarry non si poteva trasportare in Italia, perché il contesto dell’azione drammatica non aveva un vero e proprio correlativo oggettivo italiano, e dunque avrei finito per riscrivere daccapo un dramma “liberamente tratto” dall’opera di Mamet (che mi avrebbe giustamente mandato in galera).

Che cosa c’era di così alieno per un italiano, nel contesto dell’azione drammatica di Glengarry? La trama è questa. Un gruppo di agenti immobiliari che lavorano al limite della truffa vende terreni farlocchi a prezzi gonfiati. I capi indicono un sales contest mensile: il primo in classifica vince una Cadillac, gli ultimi due il licenziamento in tronco. USA land of opportunities, e vinca il migliore? Mica tanto. La gara è falsata da una specie di Comma 22. Per vendere è indispensabile avere i nominativi di serie A, quelli dei migliori clienti potenziali, che i capi comunicano solo a chi fattura di più; a chi fattura di meno, danno nominativi di serie Z (balordi spiantati). A fine primo atto qualcuno sfonda la porta dell’ufficio e ruba i nominativi di serie A. Chi è stato? Non guasto la festa a chi volesse per la prima volta leggersi il dramma o vedersi il film che ne fu tratto (Americani, 1992, di J. Foley, con Al Pacino, Jack Lemmon, Ed Harris, Alan Arkin, Kevin Spacey e Alec Baldwin, quest’ultimo nella foto in alto, mentre prorompe nella ormai epocale battuta: “Secondo premio: sei coltelli da bistecca”…).

Per l’attore italiano del 1986, e di conseguenza per lo spettatore italiano suo contemporaneo, i personaggi di Glengarry e le loro motivazioni erano totalmente alieni perché:

1) I suddetti personaggi non agiscono in base a motivazioni psicologiche riconducibili alla loro storia ideologica, emotiva, familiare, etnica, sessuale, etc. Non hanno storia personale, non hanno profondità psicologica: in confronto, Arlecchino è un personaggio ibseniano. Come ai personaggi di Pinter, gli è stata chirurgicamente asportata la dimensione del “perché”, sotto tutto i rispetti tranne uno: i rapporti di forza di volta in volta vigenti nella situazione drammatica data. Nel caso di Glengarry, questi rapporti di forza dipendono esclusivamente da due elementi: a) i soldi b) la capacità di ingannare il prossimo allo scopo di fare soldi: un’abilità direttamente proporzionale alla fiducia in sé generata dai soldi fatti nell’immediato prima.

2) Il contesto descritto al punto precedente non produce una commedia magari nera sugli imbroglioni, ma una tragedia esistenziale dov’è questione di vita e di morte perché: a) non esiste la minima provvidenza sociale, né la minima rete di protezione familiare o amicale, per chi perde il posto di lavoro. Se non ne trovi subito un altro (e se non sei giovane e vincente non lo trovi) facile che finisci a dormire per strada e rovistare nei cassonetti b) le spese correnti assorbono tutto il reddito, e anzi è normale campare sui debiti, finché regge il plafond delle carte di credito. Se ti salta il reddito di un mese, non hai di che pagare la consumazione al bar. Se nella competizione per fare soldi (con qualsiasi mezzo) non vinci, vieni dunque annichilito, liquidato, cancellato anche dalla memoria altrui: sei morto e forse peggio che morto.

Insomma, per interpretare credibilmente un personaggio di questo dramma, l’attore italiano di venticinque anni fa non sa da che parte prenderlo. Proponendo i ruoli sulla base di una prima stesura della traduzione abbastanza fedele all’originale, il regista ed io ci sentiamo chiedere più di una volta: “Ma chi è questa gente?! Che storia ha? Perché dice questo?” (Un grande attore caratterista rifiutò il ruolo che al cinema fu di Jack Lemmon perché nel dialogo c’erano troppe parolacce: o gran bontà dei cavalieri antiqui…). Provo a spiegare quel che ho spiegato qui, do fondo alle mie capacità analitiche e retoriche, e vedo certe facce… niente da fare, il messaggio non arriva.

Una legge ferrea del teatro è la seguente: se gli attori non capiscono e accettano a fondo il loro personaggio e le sue motivazioni, tanto meno lo capiranno gli spettatori. Risultato: per quanto si parli e si spieghi, lo spettacolo va a sbattere. Dunque trasformo la traduzione in parziale adattamento, e pur senza modificare radicalmente l’azione drammatica e l’ambientazione, che rimane americana, arrotondo e do spessore psicologico ai personaggi. Dirò senza falsa modestia che feci un ottimo lavoro; infatti, col nuovo copione sbrigammo in quattro e quattr’otto il casting, lo spettacolo ebbe un largo successo di pubblico e di critica, e ci incassai anche un bel po’ di diritti d’autore.

Passano venticinque anni e succedono tante cose: a me, al teatro, all’Italia e agli italiani.

Nel 2010 un nuovo gruppo di attori, guidati da un’altra regista, vuole rimettere in scena Glengarry Glen Ross (Compagnia Jurij Ferrini in collaborazione con il Teatro Stabile di Torino, regia di C. Pezzoli, con J. Ferrini, M. Fabris). Cristina Pezzoli, una cara amica, e Jurij Ferrini che conoscevo e stimavo solo di nome (è un ottimo e inventivo attore) leggono la mia traduzione di venticinque anni prima, la confrontano con l’originale e si accorgono che c’è molta farina del mio sacco. Mi chiedono il perché, e io glielo spiego. Ne parliamo, e visto che il tempo c’è, decidiamo di provare a riavvicinarci all’originale. Riscrivo una traduzione aderentissima all’originale, nel lessico, nel ritmo, nella costruzione dei personaggi, insomma in tutto (un lavoraccio). La proviamo con gli attori, tutti giovani. Risultato: tutti entusiasti. Naturalmente si accorgono che è molto difficile interpretarla bene, ma nessuno fa problemi, nessuno chiede “Chi è questa gente? Che storia ha? Perché dice questo?”. Quando spiego che qui le uniche motivazioni reperibili sono i soldi, nessuno trasecola, nessuno fa la faccia perplessa, tutti annuiscono come quando dici che fuori piove, e in effetti sta scrosciando un temporale. Insomma, si va in scena al Festival di Asti, e Glengarry 2 nella nuova traduzione ottiene un buon successo di pubblico e di critica.

Dipende dal fatto che nei venticinque anni trascorsi dalla prima alla seconda messa in scena italiana di Glengarry David Mamet è diventato famoso anche qui? No. La fama ti garantisce disponibilità all’ascolto, non comprensione; e se un attore non capisce sul serio, sa di non poter fare una decente figura in scena.

No. Dipende dal fatto che in questi venticinque anni, il contesto americano di Glengarry è diventato il nostro contesto. Attori e pubblico italiani non trovano più strano un personaggio senza storia e senza psicologia, motivato esclusivamente da rapporti di forza basati sui soldi e basta. Non trovano più alieno un mondo in cui puoi venire licenziato di punto in bianco, e non avendo la protezione della famiglia, degli amici e dei risparmi, facile che finisci a dormire sotto i cartoni. Uno sviluppo drammatico basato esclusivamente su rapporti di denaro (per somme nient’affatto grandiose, poco più che spiccioli) li tiene col fiato sospeso e la faccia scura perché sanno che si tratta di una tragedia esistenziale dov’è questione di vita e di morte (venticinque anni fa, il pubblico rideva e sorrideva spesso; oggi, quasi mai).

Ah, per finire: di diritti, ci ho preso una miseria. Come mai? Perché venticinque anni prima il Teatro Stabile di Genova produceva lo spettacolo con la sua compagnia (altrettanto stabile e dignitosamente pagata), e garantiva una più che onorevole tournée italiana dello spettacolo. Venticinque anni dopo, il Teatro Stabile di Torino nella teoria produceva lui lo spettacolo, però nei fatti lo dava in franchising per due euro alla compagnia Jurji Ferrini, così: a) attori, regista, scenografo, etc., tutti precarizzati, erano costretti a lavorare per una miseria anticipando le spese vive b) non dovendo ammortizzare le spese di allestimento e riscuotendo egualmente il finanziamento ministeriale e regionale, lo Stabile di Torino non aveva motivo di garantire la tournée allo spettacolo.

Tant’è vero che a un certo punto, parve che addirittura lo Stabile di Torino non volesse ospitare il nuovo allestimento di Glengarry nel suo circuito regionale piemontese. Gli attori erano disperati: rischiavano di lavorare gratis e forse di doverci rimettere di tasca propria. Allora uno di loro, amico personale di Mario Martone, il regista cinematografico che era anche direttore artistico dello Stabile di Torino, inghiotte l’orgoglio e gli telefona. “Caro Mario, come stai?” “Ah, ciao caro ***”. “Sai, Mario, sto facendo Glengarry con Ferrini e la Pezzoli, il lavoro è appassionante, sta venendo molto bene, etc. etc.” “Ah sì? Mi fa molto piacere, poi lo so, Ferrini è bravissimo, la Pezzoli la stimo molto, etc. etc.” “Sì, però, vedi Mario, qui la produzione non ci vuole dare il circuito regionale, siamo disperati, senza quelle piazze finisce che ci rimettiamo di tasca nostra…” “Ma davvero?! Incredibile, dove andremo a finire! E dimmi, chi lo produce lo spettacolo?”

Lo spettacolo lo produceva lui. Lui, cioè il Teatro Stabile di Torino, grande istituzione culturale pubblica da lui diretta. Venticinque anni prima, per risolvere qualche problemino dell’allestimento di Glengarry 1 c’era capitato di dover telefonare a Ivo Chiesa, direttore dello Stabile di Genova e famigerato autocrate: posso garantire che se a volte ci mandò a quel paese, mai e poi mai dubitò di esserne il produttore (anzi, noi ci lamentavamo, poveri ingenui, che fosse troppo padronale; mica è roba sua lo spettacolo, siamo noi artisti che, etc., etc. … perdono, Ivo! Guarda di lassù, come siamo ridotti!)

Alzheimer? Vista l’età di Martone, escluderei. No, è che in questi venticinque anni, i teatri stabili sono diventati macchine celibi: producono soprattutto se stessi (e i redditi che ne derivano). Il resto, cioè il teatro, è un effetto collaterale, una variabile dipendente, un sottoprodotto, un niente. Grande importanza invece hanno assunto il packaging e l’immagine: ecco perché il Teatro Stabile di Torino ha trovato conveniente nominare (e pagare immagino bene) un direttore artistico celebre che avendo altri interessi, fa magari un salto alla conferenza stampa d’apertura della stagione, rilascia qualche intervista, se ne ha voglia produce uno spettacolo suo, e per il resto non disturba i conducenti.

A questo punto, direi che possiamo rispondere alla domanda che ho proposto in apertura: “Dopo la cura di questi venticinque anni noi italiani, teatranti e no, stiamo peggio o stiamo meglio?”

Io inauguro il sondaggio rispondendo: “Stiamo peggio.” A voi la parola.

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