Trump, Pareto e la caduta delle élite, di Norman Rogers

Il significativo manifesto di una élite emergente

https://www.americanthinker.com/articles/2019/05/trump_pareto_and_the_fall_of_the_elites.html

Trump, Pareto e la caduta delle élite

Il sociologo ed economista italiano Vilfredo Pareto morì nel 1923. Vide le credenze e le azioni degli uomini motivate dal sentimento e dall’interesse personale. Le motivazioni apparenti date per certe credenze e azioni, come aiutare i non privilegiati, sono spesso la copertura di azioni realmente motivate dal desiderio di proteggere i privilegi delle élite – la struttura del potere. Ad esempio, i democratici sostengono di essere motivati ​​dal desiderio di aiutare i meno abbienti. Ma le loro azioni sono chiaramente motivate dal desiderio di proteggere il proprio potere e privilegi. Incoraggiare l’immigrazione di massa di clandestini che competono per posti di lavoro di livello inferiore non aiuta i diseredati, ma crea un nuovo gruppo di elettori che sosterrà i democratici. Aiuta anche gruppi privilegiati fornendo manodopera a basso costo.

Prendiamo, ad esempio, la ricca contea di Marin , in California. Marin è in gran parte popolato da professionisti benestanti e altamente istruiti. Una sottoclasse di immigrati spesso illegali fornisce servizi a prezzi accessibili come il lavoro in giardino e il servizio di babysitting. Nelle elezioni presidenziali del 2012, Marin ha votato il 74% per Obama . Nelle elezioni del 2016, Marin ha votato il 77% per Hillary e solo il 16% per Trump. Un’altra ricca contea della California, Santa Clara County, è il cuore della Silicon Valley. Nelle elezioni del 2016, la Contea di Santa Clara ha votato solo il 21% per Trump. La Contea di Fresno, in California, una contea a maggioranza ispanica con un tasso di povertà molto elevato, ha votato il 43% per Trump. La California nel suo complesso ha votato il 32% per Trump. La nazione nel suo complesso ha votato il 46% per Trump. Nel distretto di Manhattan, a New York City, uno dei posti più ricchi del paese, solo il 10% dei voti è andato a favore di Trump. Chiaramente la classe privilegiata vota democratica e si oppone fortemente a Trump.

In luoghi abitati da élite, i democratici dominano. La vittoria di Trump è stata costruita con il voto pesante delle persone della classe operaia che non condividono il patrocinio che i Democratici conferiscono ai gruppi di identità considerati vittime. I gruppi che sono vere vittime, come le persone il cui lavoro è stato esternalizzato a paesi a basso reddito, si sono ribellati ai democratici ed hanno eletto Trump. Chiaramente i democratici rappresentano l’élite, classe dominante. Questo non vuol dire che i repubblicani non sono compagni di viaggio con i democratici. Gran parte delle classi intellettuali e politiche di destra si schiera con i democratici nel loro odio per Trump. Molti politici nascondono la loro antipatia per Trump per paura di essere primari.

La reazione delle élite all’elezione di Trump fu di lanciare un attacco extra-giudiziario con accuse false di collusione russa. L’FBI e il Dipartimento di Giustizia hanno adottato tattiche di stato di polizia come intercettazioni, intrappolamento e persino il collocamento di sospetti in isolamento per lunghi periodi al fine di esercitare pressioni su di loro per testimoniare contro Trump. La maggior parte della stampa, a sua volta parte dell’élite, ha partecipato con tutto il cuore a questo sforzo per distruggere Trump e rimuoverlo dall’incarico.

Trump ha, finora, respinto gli attacchi dell’élite establishment. La sua prestazione come presidente è stata molto forte. Ha cambiato le leggi fiscali con l’effetto di migliorare notevolmente la competitività dell’economia statunitense. Ha risollevato l’industria del petrolio e del gas. Gli Stati Uniti ora sono indipendenti dal punto di vista energetico e diventeranno uno dei maggiori esportatori di energia. È in procinto di rinegoziare le condizioni commerciali di vecchia data che sono state sfavorevoli ai lavoratori statunitensi e americani, in particolare con la Cina. Ha cambiato la relazione tra gli Stati Uniti e i nemici della Corea del Nord e dell’Iran, mettendo quei nemici sulla difensiva. Ha fatto queste cose di fronte agli attacchi implacabili dei media e dell’élite establishment.

L’élite, i democratici e i repubblicani, che gestivano il paese prima che Trump presiedesse a un lento declino nazionale.L’economia era incatenata dalla regolamentazione e dalle tasse. I problemi non sono stati risolti ma buttati giù per la strada.La crisi del riscaldamento globale è un esempio di una crisi fasulla, credenza in cui è diventata una necessità politicamente corretta.Le soluzioni proposte per il riscaldamento globale non in crisi, come capovolgere l’economia e alimentarla con mulini a vento, sarebbero comiche se non che i sostenitori di tali politiche sono seri. Ovviamente le misure per ridurre le emissioni di CO2 sono inutili perché l’86% delle emissioni proviene da altri paesi, molti dei quali non hanno intenzione di aderire al Green New Deal suicida. Prima di Trump, gli Stati Uniti erano alla deriva senza direzione e distratti da mode irrilevanti e problemi immaginari.

Trump è entrato in carica con una serie di politiche completamente diverse che hanno rimesso in discussione la precedente saggezza convenzionale sull’economia, il commercio, la difesa e l’energia. Le sue politiche stanno cambiando opinione pubblica e intellettuali. È arrivato un nuovo paradigma e sta guadagnando terreno. Questa è una minaccia per il vecchio establishment dell’élite. Devono fermare Trump e screditarlo, altrimenti il ​​vecchio establishment sarà ulteriormente screditato e perderà la sua capacità di governare.

Pareto ha visto la vita di un paese influenzato dalla crescita e dal declino delle classi dirigenti d’élite. Quando una classe dirigente perde la sua vitalità, è probabile che una nuova classe dominante sorgerà e sostituirà la vecchia classe dominante. In questa transizione, la vecchia classe dominante potrebbe tentare di preservare i suoi privilegi attaccando selvaggiamente l’aspirante classe dominante. Trump è il capo dell’aspirante classe dominante. Lui e i suoi sostenitori sono selvaggiamente attaccati. Trump è raffigurato come un criminale, un eccentrico conoscitore, come qualcuno guidato da una mancanza di controllo degli impulsi o da un razzista. Ma Trump è un vero talento politico. Ha astutamente respinto gli attacchi e ha un’eccellente possibilità di essere rieletto. È aiutato dalla disorganizzazione e dall’estremismo dei suoi avversari nella classe dirigente in declino.

Se una nuova classe dirigente, ispirata da Trump, consolida il potere, molti degli occupanti di sinecure nel governo e nell’istruzione correranno il rischio di perdere il lavoro. Sotto la vecchia élite, le università sono diventate mostri sovrafinanziati, sfruttando gli studenti il ​​cui futuro è ipotecato dal debito degli studenti. Questo oltraggio può continuare perché le università fanno il lavaggio del cervello ai giovani per sostenere la vecchia classe dirigente e perché le università forniscono supporto intellettuale per le politiche della vecchia classe dominante. Sotto la vecchia classe dominante, il governo è diventato pesantemente popolato da server temporali il cui impiego continuato sarebbe diventato inutile in seguito a una riorganizzazione del governo ispirata da Trump.

Il cambiamento è un pericolo chiaro e presente per i responsabili. Questo è ciò che sta dietro gli attacchi feroci e illegali contro Trump. Trump è chiaramente la migliore speranza per il futuro degli Stati Uniti. Siamo molto fortunati che Trump sia riuscito a superare in astuzia l’establishment e rimanere presidente.

Norman Rogers è l’autore del libro: Dumb Energy: A Critique of Wind and Solar Energy .

CARO ZIO JOE, LA VECCHIAIA TI FA BELLO? di Gianfranco Campa

 

CARO ZIO JOE, LA VECCHIAIA TI FA BELLO?

 

Il vecchio caro Joe Biden rompe gli indugi e si presenta alle primarie democratiche per giocarsi la possibilità di sfidare Donald Trump alle presidenziali del 2020. Zio Joe dovrà scalare una montagna molto ripida. Il partito democratico di zio Joe non esiste più. Quello di oggi è un partito democratico orientato decisamente verso l’estrema sinistra. Zio Joe rappresenta il vecchio establishment democratico centrista Clintoniano (Bill…), mentre la nuova leva del partito democratico si è spostata su tematiche e politiche decisamente lontane dai parametri dell’establishment tradizionale del vecchio asinello.

L’ ex vicepresidente Joe Biden ha 76 anni e dovesse vincere le elezioni, il senatore democratico del Delaware, sarebbe il più vecchio presidente Americano mai insediatosi alla Casa Bianca. Il più vecchio fino ad ora è l’attuale presidente Donald Trump, investito nel gennaio del 2017 a 70 anni. Prima di Trump, il più anziano presidente è stato il repubblicano Ronald Reagan, che la momento della sua inaugurazione, nel Gennaio del 1981, aveva 69 anni. Un eventuale presidenza di Biden prenderebbe l’avvio nel gennaio del 2021 alla veneranda età di 78 anni; un record assoluto che lo vedrebbe alla fine della sua prima legislatura oltre la soglia degli 82 anni e dovesse vincere un secondo mandato, alla fine della sua presidenza, Biden supererà gli 86 anni. Con tutto il rispetto per zio Joe, le interviste i giornalisti le andrebbero a fare in una Casa Bianca trasformata in casa di cura presidenziale.

A livello di salute Biden sembra per il momento abbastanza vitale; quello che più preoccupa è lo stato mentale di zio Joe. Per chi non lo sapesse, nel febbraio del 1988, a 45 anni, Joe Biden ha subito un intervento chirurgico per correggere un aneurisma che gli aveva procurato un ictus emorragico ad un’arteria del lato destro del cervello. Biden svenne in una stanza d’albergo poco dopo aver tenuto un discorso sulla politica estera. Biden perse i sensi per oltre quattro ore prima di svegliarsi in un ospedale di Wilmington, nel Delaware. La situazione risultò subito talmente grave che venne trasferito al Walter Reed Medical Center, il tutto mentre riceveva l’estrema unzione dal prete. Il chirurgo, che ha eseguito l’intervento al cervello, all’epoca disse che l’operazione era stata più seria di quanto inizialmente si fosse pensato. Biden infatti fu sull’orlo di muorire.

Trattandosi di un rappresentante democratico, lo stato di salute mentale e fisico di Biden non è mai stato messo in discussione dai mass media. Quelle poche volte infatti che si sono sollevate obiezioni, ci sono sempre state potenti levate di scudi tese a proteggere Biden con dichiarazione di medici e di esperti lesti a minimizzare i problemi riguardanti la sua reale condizione fisica e soprattutto mentale. Ma se dobbiamo tenere conto delle dichiarazioni fatte di impeto durante l’emergenza medica di Biden, tutte sono, meno che rassicuranti.  La moglie di Biden, Jill, disse all’epoca che “Il nostro medico ci ha detto che c’era il 50% di possibilità al che Joe non sarebbe sopravvissuto all’operazione. Il medico ha anche detto che era ancora più probabile che Joe avrebbe avuto danni permanenti al cervello se fosse sopravvissuto…” Questo potrebbe spiegare le ripetute gaffe e atteggiamenti compromettenti dei quali Biden ha dato ampio sfoggio negli ultimi trenta anni. Biden è certamente un uomo fortunato ad essere sopravvissuto fino ad ora nonostante una miriade di altri problemi medico/fisici, tra i quali un battito cardiaco irregolare. Fortuna che potrebbe esaurirsi da un momento all’altroIn questo contesto bisognerà porre particolare attenzione alla scelta di chi sara` il suo vicepresidente, quella scelta ci dirà molto su quale reale binario la campagna elettorale di Biden si indirizzerà. E`più che probabile che il vicepresidente di Biden sarà quello/a che finirà la legislatura e avrà quindi il comando della situazione alla casa Bianca.

Bisogna in ogni caso chiarire che Biden non aveva nessuna intenzione di presentarsi alle primarie democratiche del 2020; dopo le elezioni presidenziali del 2016 riteneva ormai concluso il suo ciclo in politica. A quel tempo Biden, vice presidente uscente dell’amministrazione Obama, avrebbe voluto presentarsi alle primarie democratiche con la concreta possibilità non solo di vincere le primarie ma di ottenere senza problemi la presidenza. Biden sarebbe stato un avversario formidabile per Trump poiché avrebbe vinto in molti dei cosiddetti  stati del Rust Belt, quegli stessi stati che hanno consegnato la presidenza a Donald Trump. Biden politicamente parlando è sempre stato visto come un moderato centrista molto vicino alle cause dei colletti blu. Figlio della Pennsylvania, vicino ai movimenti sindacali, Biden avrebbe vinto senza problemi proprio in quegli stati che la Clinton non si è neanche degnata di visitare. Biden fu costretto a farsi da parte per non ostacolare la corsa della Clinton, poiché la avrebbe di sicuro relegata a un ruolo secondario, senza se e senza ma. La presidenza del 2016 era stata promessa alla Clinton; era il suo turno e nessuno poteva opporsi alla sua potenza e richiesta di lasciapassare. La scusa per giustificare la messa da parte di Biden fu la morte per un tumore al cervello del figlio, Beau Biden, avvenuta qualche mese prima delle primarie Democratiche. Biden e la sua famiglia non sono nuovi a tragedie simili. Nel Dicembre del 1972, la prima moglie di Biden, Neilla Hunter e la figlia di un anno, Naomi, rimasero uccise in un incidente automobilistico mentre facevano lo shopping natalizio a Hockessin, nel Delaware. I due figli maschi che erano nella macchina con la madre e la sorellina rimasero feriti non gravemente. A quell’epoca Biden era stato appena eletto al Senato e fu incoraggiato a continuare la sua carriera politica nonostante la tragedia personale e famigliare.

Fonti vicino alla famiglia hanno sempre sostenuto che zio Joe avrebbe espresso il desiderio di presentarsi alle primarie del 2016 ma fu sempre scoraggiato dai vertici del partito Democratico. Per bocca dello stesso Biden, il figlio morente avrebbe chiesto al padre di presentarsi alle elezioni del 2016. Ora quegli stessi vertici democratici presi dallo scoramento emotivo nel vedere Bernie Sanders in testa ai sondaggi, hanno supplicato Biden di salvare il salvabile e presentarsi alle primarie del 2020.  Un grido di aiuto arrivato anche dai Mass Media, dall’Establishment repubblicano e da molti dei componenti dello stato ombra. Biden come cura contro il Trumpismo e il Sanderismo, l’ultima speranza di salvare il salvabile e rinsaldare una struttura composta da capitalismo sfrenato, complesso della macchina militare, establishment politico e stato ombra che vedono in Trump e nel cambiamento politico in atto nel partito democratico i nemici principali e mortali.  Quello stesso Biden che era stato confinato, relegato al ruolo comprimario prima con Obama e poi con Hillary Clinton è ora diventato il salvatore della patria. Il problema però è che ormai, come ho detto prima, il partito democratico di Biden è in via di estinzione. L’ostacolo maggiore per Biden non è superare Trump e vincere le prossime presidenziali bensì vincere le primarie democratiche ed aver la meglio sugli altri candidati democratici.

La disperazione dell’establishment politico si rivela nella volontà di voler Joe Biden candidato a tutti i costi. Lo stesso Biden ha dichiarato che molti esponenti dei poteri forti, inclusi alcuni leaders politici mondiali (sarei curioso di sapere chi siano questi leaders mondiali) lo avrebbero supplicato di presentarsi alle presidenziali del 2020. Non sono mancate dichiarazioni di sostegno da entrambe gli schieramenti politici; per esempio dalla famiglia di John Mccain la quale avrebbe sostenuto che alle presidenziali, in un’ipotetica corsa Biden contro Trump, loro avrebbero votato sicuramente per Biden. Questo ardente desiderio di voler Biden, candidato a tutti i costi, si scontra con le molte ombre che affliggono il vecchio zio Joe. Obama per esempio è rimasto muto all’annuncio di Biden di rendere ufficiale la sua candidatura alle presidenziali, cosa alquanto strana. Di solito un presidente uscente sostiene il suo vice presidente come candidato a succedergli più che altro per ragioni di eredità politica. Un presidente uscente vede benevolmente la candidatura del suo vicepresidente come una opportunità di continuare a costruire e consolidare il retaggio amministrativo del presidente uscente. Stranamente, sia nel 2016, sia ora Obama su Biden è rimasto in silenzio. Cosa sa Obama di Biden? Il silenzio e il mancato supporto di Obama e solo dovuto ad una diversità di opinione politica oppure dietro questo silenzio si nasconde qualcosa  di più sinistro? Biden nel giorno dell’annuncio della sua candidatura ufficiale ha dichiarato che avrebbe detto lui stesso ad Obama di non sostenerlo ufficialmente durante le primarie. Questa dichiarazione di Biden non è assolutamente credibile e porta a speculare sui motivi del mancato sostegno di Obama.

Biden era già stato candidato alla presidenza in due precedenti tornate elettorali; nel 1988 e nel 2008. Nel 1988 dovette scusarsi e abbandonare la corsa presidenziale per accuse di plagio e per aver mentito sul suo curriculum accademico. Le bugie e le gaffe verbali di zio Joe sono apertamente ben note nei circoli di Washington.

Joe Biden ha sempre affermato che nel 1972, la responsabilità del tragico incidente stradale in cui persero la vita la sua prima moglie e sua figlia, era dell’autista del camion ubriaco. Accusa sempre smentita dalla polizia e dai documenti che affermano al contrario che purtroppo l’incidente fu causato da una manovra maldestra della moglie. La famiglia del camionista coinvolto nel tragico incidente, Curtis C. Dunn, ha sempre respinto le accuse di Joe Biden e  ha  sempre manifestato l’angoscia che pervade la famiglia per la continua menzogna perpetrata da Biden ai loro danni. Pamela Hamill, una delle figlie, ha  chiesto più volte a Biden di smetterla di infangare la memoria del suo defunto padre, scomparso nel 1999 e quindi non più in grado di difendersi. Dunn era il conducente del camion a rimorchio coinvolto nell’incidente del dicembre 1972. Secondo il giudice della Corte Suprema del Delaware, Jerome O. Herlihy, che ha supervisionato le indagini della polizia come procuratore capo, non ci sono prove a sostegno della accusa di Biden: “Le voci sulla guida in stato di ebbrezza come fattore di corresponsabilità, in particolare per il camionista (Dunn), non sono corrette.” La polizia ha stabilito che la prima moglie di Biden aveva tagliato involontariamente la strada al camion, senza accorgersi del suo arrivo. Nonostante il tentativo di Dunn di evitare la collisione, nella sterzata per evitare una collisione,  il mezzo si è rovesciato distruggendo la macchina dei Biden. Dunn fu il primo a fornire assistenza, una scena che ha lasciato un segno indelebile per il resto della vita di Dunn fino alla sua morte.

Ci sono altre ombre nel passato e presente di zio Joe; le ha sommarizzate bene l’altro nostro vecchio indipendente, esponente di spicco di questa pazza stagione della politica  americana, Bernie Sanders: “Il popolo americano è stanco di sentire parlare del nepotismo, del vezzeggiare, del plagio, della corruzione in Ucraina, della corruzione nelle Isole Vergini, del tentativo di colpo di stato contro il presidente Trump, del mentire sulla morte di sua moglie, dell’installare un governo mondiale aprendo i confini degli Stati Uniti.” Infatti una degli aspetti più ombrosi di Biden è la partecipazione attiva dell’altro figlio, Hunter Biden, negli affari loschi del governo Ucraino di Poroshenko e nel ruolo attivo che Biden e i suoi associati hanno probabilmente avuto nella costruzione del Russiagate.

Strana famiglia quella dei Biden; ricorda molto quella dei Kennedy. Una famiglia attraversata da tragedie e controversie, incluso la scioccante relazione di Hunter Biden, che nel 2017 avrebbe divorziato da sua moglie Kathleen Buhle, madre dei suoi tre figli, per mettersi insiema alla cognata, la vedova del fratello Beau, Hallie Olivere. La stessa Buhle ha accusato più volte Hunter di essere un cocainomane e giocatore d’azzardo.

Zio Joe in tempi normali avrebbe potuto essere il candidato principale dei Democratici. In tempi normali Biden avrebbe un percorso relativamente facile per la nomina. Ma questi non sono tempi normali e Joe Biden non è un candidato normale. Per zio Joe si prospettano delle primarie ostiche nel Partito Democratico. Dovrà correre inventandosi una nuova formula politica, denunciando e negando tutto ciò che è stato nel passato; tutto da capo per cercare di adeguarsi al volo a questo nuovo spirito che aleggia nel partito democratico.

Biden nel video della presentazione alla sua candidatura ha dichiarato che “Se diamo a Donald Trump otto anni alla Casa Bianca, cambierà per sempre e fondamentalmente il carattere di questa nazione e non posso quindi restare a guardare e assistere che ciò accada… ” Bisognerà vedere se il nuovo partito democratico, avverso al vecchio uomo bianco, rappresentante del decadente establishment politico americano, gli offrirà la possibilità di fermare Donald Trump. Io ho piu` di qualche dubbio su questo…

 

Tulsi Gabbard, di Giuseppe Germinario

Qui sotto il video di Tulsi Gabbard, membro del Congresso Americano e candidata alle primarie del Partito Democratico per le elezioni presidenziali del 2020. In calce la traduzione in italiano del suo appello. Segue qualche considerazione.

“Ho rivendicato con forza che si consentisse a Muller di completare l’ indagine sulle accuse al Presidente Trump di aver tramato con la Russia per influenzare le elezioni del 2016. Mi fa molto piacere che Muller abbia potuto concludere le sue indagini, e presentarne le risultanze. Il popolo americano deve poter accedere al rapporto di Muller. Ma ora che Muller ha dichiarato che dalle indagini non risulta alcuna cospirazione, dobbiamo tutti mettere in secondo piano i nostri interessi di parte e riconoscere che è bene per il nostro Paese che il Presidente degli Stati Uniti non abbia cospirato con la Russia per manipolare le elezioni, perché se il Presidente fosse stato posto in stato d’accusa per aver cospirato con la Russia allo scopo di manipolare le elezioni e influenzarne l’esito, il nostro Paese sarebbe precipitato in una crisi terribile, che avrebbe potuto sfociare nella guerra civile. Dunque, dovrebbe essere un sollievo per tutti che il Presidente Trump non sia stato trovato colpevole di collusione con i russi. Ora dobbiamo superare questo tema divisivo, e agire per proteggere il corretto svolgimento delle nostre elezioni, proteggere il corretto svolgimento delle elezioni del 2020, e approvare la mia proposta di legge, il Securing the American Elections Act, che consentirebbe a tutti gli Stati di usare schede elettorali cartacee verificate da scrutatori, e renderebbe impossibile per la Russia, qualunque altro paese straniero o gruppo criminale di manipolare o cambiare il risultato delle nostre elezioni. E’ essenziale che mettiamo in secondo piano gli interessi di parte, lavoriamo insieme per unire il nostro Paese, per affrontare i seri compiti che ci attendono, come ricostruire le nostre infrastrutture in pessime condizioni, porre fine alle guerre combattute per impiantare regimi democratici, proteggere l’ambiente, assicurare a tutti l’assistenza sanitaria, implementare una riforma complessiva dell’immigrazione, e tanto altro.”

Tulsi Gabbard sembra avere i requisiti necessari all’investitura di candidata alle elezioni presidenziali. Di origine multietnica, postura solenne, sguardo solare ma determinato, aspetto attraente ma non vistoso, eloquio chiaro e diretto, ma anche determinato, atteggiamento autorevole ma non autoritario. I suoi trascorsi di militare e di sportiva ne hanno forgiato il carattere; gli studi le hanno dato gli strumenti culturali necessari a sostenere il confronto politico; la gavetta e gli antefatti paterni in politica le hanno garantito, pur alla sua relativamente giovane età (38 anni), una sufficiente esperienza.”

Tulsi Gabbard sembra possedere i crismi necessari all’investitura a candidata democratica alle elezioni presidenziali del 2020.  Fedele al partito sin dagli albori del suo impegno politico; sostenitrice, ma senza eccessi, come deve esserlo un potenziale uomo di stato, dell’affermazione di tutto il catalogo dei diritti umani proprio di quel partito, a cominciare dall’aborto in stato avanzato di gravidanza per finire  con il matrimonio tra omosessuali e con le rivendicazioni LGBT.

Eppure Tulsi Gabbard certamente non gode del sostegno dello stato maggiore democratico; la stessa componente radicale di quel partito non sembra particolarmente convinta delle sue potenzialità. L’onnipresente George Soros, proprio lui, le ha messo alle calcagna, nel suo stesso collegio elettorale delle Hawaii, un avversario apparentemente ben più radicale nelle posizioni politiche, ma soprattutto dotato di un sostanzioso corredo di svariati milioni di dollari. Un impegno spropositato, non per le tasche del noto filantropo, certamente per il peso politico di quel collegio nell’agone statunitense.

Quali possono essere i motivi di tanta attenzione e di altrettanta avversione?

Come qualsiasi persona, in particolare personaggio politico, anche Tulsi sembra nascondere qualche ombra agli occhi di costoro.

La sua conversione alla causa dei diritti civili è un po’ tardiva e stride leggermente con precedenti prese di posizione; qualche sospetto sulla effettiva genuinità delle posizioni può insinuarsi. Non si sa se sia stato il suo fermo proposito di maggior impegno nel Partito Democratico a determinare la conversione o se sia stata quest’ultima a spingerla ad un maggiore impegno politico. Sia Soros che la dirigenza democratica hanno accettato e sostenuto per altro operazioni trasformistiche ben più stridenti e clamorose senza batter ciglio e garantendo il necessario conforto, anche il più prosaico. Non pare quindi un motivo sufficiente di ostracismo.

Con coerenza Tulsi si è sempre schierata apertamente contro gli interventi militari americani a sostegno dei cambiamenti di regime, in particolare in Iraq, in Libia e in Siria. Una posizione che certamente può destare qualche inquietudine in quegli ambienti. I suoi trascorsi recenti da militare impegnato in alcune di quelle campagne le danno più autorevolezza e potrebbero offrirle qualche antidoto e qualche resistenza in più a possibili ripensamenti più o meno indotti. Ma i circoli sorosiani e i centri dello stato profondo sono riusciti facilmente a travisare gli impegni più solenni; è ancora vivo il ricordo dell’impegno solenne di Obama, il primo premio Nobel per la pace preventivo, ad uscire dalle guerre di Bush e la sua repentina conversione a paladino della destabilizzazione e della sovversione caotica nel Nord-Africa, nel vicino e medio oriente e nell’est europeo. In tempi più incerti, ma per loro orribili ed ostici, sono riusciti comunque a neutralizzare i propositi di Trump favorevoli ad una distensione con la Russia. Non hanno ragione quindi di temere particolarmente i propositi di una ragazza proveniente dalla periferia politica e ancora ancorata a quella terra.

Con vigore, ma senza eccessi agonistici, la Gabbard ha sempre sostenuto diritti e stato sociali, dal salario minimo alla assistenza sanitaria generalizzata al diritto universale allo studio. Argomenti che la collocano e la rendono popolare negli ambienti più radicali interni e ai margini del Partito Democratico sula scia del successo di Bernie Sanders. Ambienti attualmente in auge in quell’area politica; non si sa, però, quanto stabilmente.  Personaggi navigati come Soros e come quelli presenti nei centri decisionali strategici sanno benissimo che spesso è necessario cedere, nei momenti più critici e almeno temporaneamente, sulle rivendicazioni economiche e sociali pur di mantenere le prerogative di potere e di controllo politico. Nemmeno questo, appare quindi un motivo dirimente per tanta avversione e circospezione verso la Gabbard.

Non rimangono da esaminare che due altre posizioni della neofita tra quelle che possono aver scatenato tante attenzioni.

  • Il primo è rappresentato dall’appello alla riconciliazione nazionale a seguito dell’esito del Russiagate e dall’evidente compiacimento riguardo all’assoluzione di Trump. Una sconfessione pacata ed impietosa della partigianeria e della faziosità che ha informato l’azione politica democratica e dei neocon. Soprattutto, il campanello di allarme su di una possibile futura saldatura di fatto, se non proprio dichiarata, tra la componente trumpiana dello schieramento conservatore ormai prevalente nel Partito Repubblicano e quella radicale di sinistra, su alcune tematiche fondamentali di politica estera e politica economica. Una prospettiva fantasmagorica sino ad un paio di anni fa, ma che deve aver cominciato a rovinare i sonni di più di qualche stratega politico dell’ “ancien regime”. Personaggi scafati come Soros e come gli alti strateghi hanno comunque la possibilità di tentare appelli retorici alla riconciliazione, per quanto compromessi siano dai comportamenti recenti particolarmente faziosi
  • George Soros per altro ci ha rivelato da sempre la sua particolare sagacia e attenzione ai problemi di indirizzo e di strategie politiche confortata da altrettanto dispendio di risorse finanziarie per altro ben remunerate. Il suo inedito attivismo mediatico negli ultimi due anni ci ha svelato un aspetto inedito del suo impegno politico: la certosina attenzione agli aspetti pratici della azione politica sino ai particolari più minuti. Nell’ “annus horribilis” a cavallo dell’elezione di Trump George Soros ha infatti confessato apertamente alcuni propri fallimenti sia nella selezione delle classi dirigenti, sia nella inaspettata sconfitta nelle elezioni dei procuratori in diverse contee americane. Una notazione apparentemente astrusa e di tono minore. Tulsi Gabbard d’altro canto è stata componente del DNC (comitato di controllo) del Partito Democratico sino alle sue dimissioni per protesta, avvenute una volta emersa la truffa ai danni di Bernie Sanders ad opera del clan dei Clinton. La stessa Gabbard ha sottolineato più volte, anche in questa breve registrazione, la necessità di tornare al voto abolendo il sistema elettronico di votazione e introducendo un sistema certo di registrazione degli aventi diritto al voto. Il motivo conclamato è quello di limitare le influenze esterne, comprese quelle russe, sugli esiti elettorali. Il motivo reale è quello di mettere fine al sistema truffaldino di manipolazione delle espressioni di voto, particolarmente facilitato dalle modalità elettroniche di esercizio del diritto nelle elezioni americane. Un sistema che avvicina l’attendibilità del voto americano a quello delle primarie del PD italiano e delle consultazioni on line pentastellate. Una mossa tanto abile nella modalità di presentazione, tesa a neutralizzare la componente russofoba sul suo stesso terreno, quanto dirompente nella ordinaria gestione interna del consenso elettorale. Tanto più che la raccolta e la gestione elettronica dei dati elettorali è da tempo in mano ad una società di George Soros, il noto filantropo, così impegnato nelle sue opere di bene anche a favore dei più riottosi a riceverle da chiudere spesso gli occhi sui mezzi per rifilarle.

Sarà, ma probabilmente è proprio questa la soglia banalmente prosaica che Tulsi non avrebbe dovuto oltrepassare per evitare attenzioni così malevoli. La “Pianta” (il significato di tulsi) però sembra avere radici più forti addirittura del corpo emerso. Che a Trump si aggiunga una Trumpina con l’asinello? Il confronto è assolutamente impari. Lo era anche quello tra Clinton e Trump

La trentottenne Tulsi Gabbard, o chi per lei, tanto ingenua probabilmente non è. George Soros, da uomo di mondo quale è, & C qualche ragione profonda a temerla e soprattutto a prevenirla devono averla. Buona fortuna, Tulsi. Di tanto in tanto guardati alle spalle.

31° podcast_ I terzi incomodi, di Gianfranco Campa

Dopo il Partito Democratico ed il Partito Rebubblicano è la volta dei terzi incomodi ad apparire sulla scena delle prossime elezioni presidenziali americane. Potrebbero essere l’ago della bilancia in grado di far pendere decisamente la bilancia a favore di uno dei due candidati principali. Più verso Trump, in caso di una sua ricandidatura, che verso il suo avversario democratico. Non solo! La loro apparizione quantomeno aumenterà le fibrillazioni appena sopite, nella compagine democratica, dall’avversione generale a Trump. La crisi dei due partiti apre comunque la strada verso mete inesplorate in quegli ambienti politici, compresa la possibilità di nuove formazioni. Buon ascolto_Giuseppe Germinario

L’Italia, l’Europa e il Mondo: uno spaccato della servitù volontaria ed obbligatoria funzionale alle strategie Usa nel conflitto per l’egemonia mondiale. a cura di Luigi Longo

L’Italia, l’Europa e il Mondo: uno spaccato della servitù volontaria ed obbligatoria funzionale alle strategie Usa nel conflitto per l’egemonia mondiale.

 

a cura di Luigi Longo

 

 

Le letture che propongo riguardano gli aspetti nazionali, europei e mondiali che interessano le strategie della potenza egemonica mondiale, quali sono gli Stati Uniti d’America, nell’avanzamento della fase multicentrica.

La prima è tratta dal libro di Gianni Lannes, Italia, Usa e getta. I nostri mari: una discarica americana per ordigni nucleari, Arianna editrice, Bologna, 2014 (capitoli nn.4 e 5); la seconda è un articolo di Manlio Dinucci, Washington, la ragione della forza in il Manifesto del 5 febbraio 2019.

Qui mi interessa evidenziare tre questioni.

 

La prima. La sfera militare, nella fase multicentrica sempre più incalzante, tende ad avere un ruolo determinante all’interno del blocco dominante degli agenti strategici (principali, gestionali ed esecutivi). Per inciso, i nostri agenti strategici esecutivi della sfera militare sono incastrati sotto il comando di quelli principali statunitensi sia direttamente (Pentagono, Servizi segreti, eccetera) sia indirettamente tramite Nato.

E’ nella fase multicentrica, dove prevale l’egemonia coercitiva, che si incominciano a vedere le modifiche legislative ed istituzionali orientate ad un accentramento dei poteri per accorciare la filiera del comando e rendere più efficaci ed efficienti le strategie tra le potenze mondiali, finalizzate all’espansione e al controllo delle aree di influenza nel conflitto per l’egemonia mondiale (le potenze attuali sono Usa, Cina e Russia).

 

La seconda. La fine del progetto dell’Unione Europea, strumento strategico degli Usa pensato dopo la fine della seconda guerra mondiale per il coordinamento del mondo occidentale in opposizione al mondo orientale coordinato dall’Urss, coincide con l’inizio del relativo declino della potenza mondiale egemone statunitense (preceduto da una breve fase di dominio mondiale unipolare dopo l’implosione dell’Urss durata più o meno 10 anni) che tenta un cambio di strategia, per rilanciare il suo progetto egemonico mondiale, smembrando l’apparente Unione Europea (che è solo economico-finanziaria), che, nella fase unipolare, dove prevale l’egemonia consensuale, ha avuto un ruolo di dipendenza e servitù volontaria ed obbligatoria (coordinato principalmente nell’ultima fase dalla Germania tramite il sistema monetario dell’euro) permettendo l’occupazione militare dello spazio europeo da parte degli Usa. Altro che cambiare le regole, come sostengono molti sovranisti nostrani, per riconquistare sovranità come da Costituzione per mezzo delle elezioni europee (sic), ben sapendo che i Trattati europei hanno annullato la Costituzione italiana (e non solo), e, ammesso e non concesso che la Costituzione abbia a che fare con la vita reale della popolazione.

 

La terza. La fine dell’Unione Europea [che può essere simboleggiata formalmente dal trattato inconsistente di Aquisgrana tra Germania e Francia, due nazioni espressione di agenti strategici gestionali, che, tra le altre questioni, dimenticano sia la forza di polizia multinazionale a statuto militare, l’Eurogendfor, istituita con il Trattato di Velsen (Olanda), sia l’esercito europeo (la PeSCO), sia l’Eri (Iniziativa di rassicurazione dell’Europa), tutte sotto comando della Nato, cioè degli Usa] potrebbe comportare un ripensamento sia dell’autodeterminazione storica di una nazione sia dell’autodeterminazione storica del continente Europa.

Un ripensamento che deve partire dalla formazione di agenti strategici che siano in grado di rompere l’egemonia statunitense e guardare ad Oriente, a quelle nazioni che sono a favore di un mondo multicentrico: Russia e Cina.

Il problema delle nazioni europee è quello di essere egemonizzate e guidate da agenti strategici gestionali ed esecutivi delle strategie statunitensi per il dominio unipolare del mondo, ovverossia i tre rappresentanti Angela Merkel in Germania, Emmanuel Macron in Francia, Sergio Mattarella in Italia.

 

 

Gianni Lannes, Italia, Usa e getta. I nostri mari: una discarica americana per ordigni nucleari, Arianna editrice, Bologna, 2014:

 

Capitolo 4

 

Radiazioni belliche

 

«Non si sa che effetto avrà sul sistema immunitario dei siciliani di Lentini la radioattività delle scorie nucleari nascoste dagli americani nel suolo», si legge in un passaggio del libro Radiation and Human Health, scritto dal professor John William Gofman1, uno dei maggiori esperti in materia a livello internazionale.

A cosa si riferiva, lo scienziato nordamericano di caratura mondiale? Forse alle scorie della vicina base militare USA di Sigonella? Forse, in qualcuna delle 27 cave dismesse – etichettate “apri e chiudi” – del comprensorio locale? Gli investigatori della Direzione investigativa antimafia hanno rilevato che la base di Sigonella compare tra gli enti che per anni hanno scaricato rifiuti nella discarica abusiva di Salvatore Proto, un prestanome del clan Santapaola-Ercolano2. In ogni caso, c’è poco da stare allegri. Le ricerche scientifiche concordano nel ritenere l’esposizione a grandi quantità di radiazioni il maggiore fattore di rischio per il tumore del sangue. «La leucemia è associata al plutonio, responsabile della perdita dell’immunità biologica che colpisce un numero crescente di persone», argomenta Gofman nelle sue innumerevoli pubblicazioni. Il 21 gennaio 1968 un bombardiere B-52 americano che trasportava 4 bombe H cadeva nel nord della Groenlandia, disintegrandosi e spargendo rottami radioattivi su un’area vastissima di terra e di mare.

Nel giro di qualche anno, le persone che erano venute inavvertitamente a contatto con i rottami si ammalarono di leucemia, e in quel luogo proprio la leucemia divenne una delle più frequenti cause di morte.

Se si scava, emergono delle singolari analogie con due incidenti aerei – di carattere militare – che hanno funestato la Sicilia orientale a metà degli anni Ottanta.

Il 12 luglio 1984, alle ore 14:45, proprio a Lentini, un quadrigetto Lockeed C141B “Starlifter” dell’US Air Force, con un carico segreto si schiantò ed esplose in contrada Sabuci-San Demetrio, dopo essersi levato in volo da Sigonella, diretto in Germania. Nell’impatto, morirono sul colpo 9 militari americani.

«I marines giunsero sul luogo del disastro pochi minuti dopo e ostacolarono militarmente l’intervento dei mezzi di soccorso locali e l’accesso addirittura delle Forze dell’ordine italiane; l’indagine fu sottratta alla magistratura italiana», rivela il sostituto commissario della Polizia di Stato, Enzo Laezza che l’11 agosto 1987 ha perso la figlia Manuela di appena 7 anni, colpita dalla leucemia mieloide acuta.

Le autorità americane mantennero il massimo riserbo sul carico trasportato dal velivolo. La zona in cui era precipitato l’aereo USA venne transennata e per una quarantina di giorni la statale 194, che collega Catania a Ragusa, fu interdetta al traffico veicolare.

Un altro incidente aereo, del quale però si hanno solo scarne notizie, si verificò nel giugno del 1985. Nell’occasione, un altro velivolo dell’aviazione USA, in volo verso la base di Sigonella, perse quota proprio negli agrumeti di Lentini. L’aereo si disintegrò nell’impatto con il suolo. L’area rimase impenetrabile ai comuni mortali siciliani per diversi mesi, fino a quando tutti i frammenti del velivolo furono raccolti dai marines. Cosa trasportavano, i due aerei in missione per il Pentagono sui cieli di Lentini? Oltre ai velivoli e agli uomini che persero la vita nei due incidenti, cos’altro compenetrò il suolo siciliano da allora? A bordo vi erano materiali nucleari o soltanto uranio sporco usato come contrappeso dei velivoli? Conseguenze letali a prova di scienza.

Da allora, nelle contrade agricole del comprensorio di Lentini, Carlentini e Francofonte i bambini muoiono di leucemia più che in ogni altra parte d’Italia.

«In provincia di Siracusa negli ultimi anni si è osservato un aumento della mortalità per leucemie. Estendendo l’osservazione a otto anni, i tassi provinciali si attestano intorno a quelli regionali e nazionali, a eccezione del distretto di Lentini, dove si osservano tassi di gran lunga maggiori».

L’Atlante della “mortalità per tumori” (vol. 2), realizzato da alcuni epidemiologi coordinati da Anselmo Madeddu – con il contributo dell’università di Catania – e pubblicato dall’Azienda sanitaria locale, parla chiaro.

«Questo dato nell’ultimo periodo di osservazione non solo si è consolidato, ma è cresciuto e sembra ineluttabilmente destinato a moltiplicarsi. La mortalità e l’incidenza dei tumori del sangue, in particolare leucemie e linfomi, nella zona nord della provincia siracusana – caso totalmente diverso dalla situazione di Augusta, Priolo e Gela – stanno divenendo sempre più preoccupanti.

Sarebbe utile verificare se esistono fattori di rischio legati a determinati rifiuti tossici che hanno inquinato terreni e falde freatiche non distanti dall’insediamento militare di Sigonella», denuncia il dottor Pino Bruno, un medico della CGIL. Nell’area vivono 60.000 persone, su un totale di 403.000 dell’intero territorio provinciale. Il 30 gennaio 2006, l’associazione “Manuela-Michele”, che dal 1991 si batte per fare luce sul gran numero di bimbi e ragazzini deceduti a causa di questa particolare forma di cancro, ha presentato una denuncia alla Procura della Repubblica di Siracusa, sollecitando un’indagine sulla «tangibile possibilità che i numerosi casi di leucemia possano essere causati dalla commistione di reati contro l’ambiente». Secondo l’avvocato Santi Terranova, «tocca alla magistratura indagare e capire perché in questa zona della Sicilia i bambini muoiono in percentuale maggiore rispetto ad altre aree del Belpaese». L’incandescente fascicolo giudiziario giace nelle mani del sostituto procuratore Maurizio Musco. Il pubblico ministero, da me interpellato personalmente, però, non si sbottona di un millimetro. Ben due documentati rapporti dell’Azienda sanitaria siracusana ipotizzano una causa di inquinamento scatenata dalla presenza sul territorio di «discariche illegali di scorie radioattive. Infatti le radiazioni ionizzanti sono associate a un aumento di rischio per leucemie e possono avere due origini: origini nucleari, per disintegrazione di radionuclidi naturali come il radon, o per disintegrazione di radionuclidi artificiali, come nel caso delle centrali nucleari o delle bombe».

Il primo volume dell’Atlante ha ricevuto anche la prefazione del professor Donald Maxwel Parkin, membro dell’International Agency for Research on Cancer (IARC): «Si spera che gli autori di questa eccellente monografia avranno l’energia, il tempo e la pazienza per preparare una terza monografia, quando saranno disponibili i risultati scientifici». Il terzo volume dell’Atlante, la cui presentazione era prevista per l’ottobre del 2006, ha subito un brusco stop dalla Regione sotto il regno del governatore Totò Cuffaro.

L’area orientale della Sicilia è forse un luogo contaminato dalle invisibili radiazioni? Perché la magistratura non ha aperto doverosamente un’indagine, in occasione addirittura di ben due incidenti aerei? Il governo italiano non si è preoccupato di chiarire la vicenda e ha preferito occultare i rischi? Tutti gli scenari previsti da politicanti e strateghi negli interminabili anni della Guerra Fredda, erano così saltati. Forse in un Paese membro della Nato sono rovinate al suolo alcune bombe atomiche nordamericane, sia pure disattivate?

Il comando militare “alleato” e le autorità italiane hanno sempre mantenuto un silenzio tombale sui due incidenti di Lentini. Per quale ragione? Non era successo niente di preoccupante e tutto era apparentemente tranquillo?

Altri fatti. La base militare di Sigonella ha “smaltito”, ma è meglio dire “occultato”, le proprie scorie pericolose – prodotte in enorme quantità – nell’ampio complesso militare in territorio di Lentini, nella contrada Armicci. Sempre in loco sono stati interrati i rifiuti speciali ospedalieri prodotti nel grande ospedale della vicina base americana, che si occupa della salute degli ottomila soldati di stanza a Sigonella e di tutti gli altri assegnati alle diverse basi della marina militare USA dislocate nel Mediterraneo. Chi li controlla? Nessuno. Per lo “Zio Sam” non valgono le leggi italiane e il nostro governo non ha mai fatto rispettare la sua sovranità. Neppure l’EPA (agenzia federale americana di protezione ambientale) ha l’autorità di monitorare le basi militari all’estero. All’addetto stampa della base USA, a suo tempo, abbiamo girato i quesiti, ottenendo in cambio un seccato «No comment». Comunque, era alla Giano Ambiente, una società a responsabilità limitata, che l’US Navy aveva affidato lo smaltimento dei rifiuti ospedalieri speciali. Fondata nel 1983, la Giano Ambiente fa parte del Gruppo Giano SpA, con sede a Messina e ufficio di rappresentanza a Milano. L’azienda opera nel settore per la bonifica, il trasporto, lo smaltimento e il trattamento dei rifiuti d’ogni genere prodotti in Italia, Germania, Francia e Austria; vanta ufficialmente un fatturato annuo di 4 milioni di euro. Essa è anche una delle aziende di fiducia della Marina militare italiana: la Direzione Commissariato in Sicilia affida alla Giano la raccolta e lo smaltimento dei rifiuti delle basi navali di Augusta, Messina e Catania; l’impresa esegue inoltre lo smaltimento dei rifiuti industriali e tossici prodotti negli impianti di Priolo e Gela, di proprietà delle principali aziende petrolchimiche. Amministratore e principale azionista della Giano è il manager Gaetano Mobilia, rinviato a giudizio nell’aprile del 2004 con l’accusa di turbativa d’asta, falso e abuso d’ufficio. Già nel febbraio del 2002 il Tribunale aveva interdetto il Mobilia per due mesi dall’esercizio dell’attività d’impresa. Il nome di Gaetano Mobilia è poi comparso nel Rapporto Ecomafia 1998 di Legambiente: il manager messinese è legato alla ODM del faccendiere Giorgio Comerio, più volte sotto inchiesta per traffici di rifiuti radioattivi e tossico-nocivi, ovvero per affondamenti di navi e siluri nel Mediterraneo e in alcuni Oceani, nonché occultamenti in Africa (alla voce “Somalia”, ma non solo). Mobilia ha fatto anche parte del consiglio d’amministrazione della Servizi Ambientali di Filippo Duvia, società coinvolta nello scandalo dei rifiuti occultati nella discarica di Pitelli a La Spezia. Un dato generale: soltanto il Dipartimento della difesa USA produce mediamente 800.000 t di rifiuti nocivi, cinque volte quelli prodotti dalle cinque maggiori multinazionali chimiche, senza contare quelli nucleari.

Ma dove siamo? Nei pressi dell’Etna, prossimi a un altro deposito nucleare segreto. “Saygonella”, come dicono gli yankee, è stata messa a disposizione delle Forze Armate degli Stati Uniti d’America sulla base di un Memorandum firmato l’8 aprile 1957 e mai ratificato dal Parlamento italiano. Il 18 dicembre 2003, è stato predisposto segretamente un nuovo “Accordo Tecnico” tra l’Italia e gli Stati Uniti per regolare l’utilizzo delle installazioni militari della base militare. “Nassig” ricopre un ruolo fondamentale nello stoccaggio e nella manutenzione di testate e munizioni per le unità della VI flotta e i reparti dell’aviazione USA e NATO. L’infrastruttura è classificata dal Pentagono come “Special Ammunition Depot” (deposito di munizioni speciali), in quanto è a Sigonella che viene effettuato lo stoccaggio delle bombe nucleari del tipo B 57 – stimate in 100 unità – utilizzate per la guerra antisommergibile. Una ventina circa di queste testate nucleari è destinata ai velivoli Atlantic in forza al 41° Stormo dell’Aeronautica italiana. Il numero degli ordigni atomici occultati nella base siciliana cresce in particolari periodi di esercitazioni o di crisi internazionale, quando l’insediamento aeronavale funziona da centro di manutenzione per le armi nucleari destinate alle unità navali della VI flotta e ai velivoli imbarcati. «Periodicamente vengono dislocate a Sigonella anche le testate nucleari del tipo B 43, B 61 e B 83 con potenza distruttiva variabile da 1 kt a 1,45 Mt», rivela un alto ufficiale dell’US Navy, di origine italo-americana. A 39 km di distanza, si erge il vulcano Etna con le sue eruzioni e a 16 la città di Catania. La mastodontica base sorge nei territori di Lentini (Siracusa) e Motta Sant’Anastasia (Catania) e si compone di due sezioni: NAS 1 e NAS 2 (Naval Air Station 1 e 2). La prima ospita gli uffici amministrativi e di sicurezza, gli alloggi per gli ufficiali, servizi e strutture per il personale, un centro commerciale. NAS 2 sorge invece a 15 km di distanza e comprende le due zone militari operative degli USA e della NATO, un Air Terminal, altri centri residenziali, due piste d’atterraggio di 2500 m, due aree di parcheggio in grado di garantire la prontezza operativa a un’ottantina di mezzi, tra aerei da trasporto, cacciabombardieri, pattugliatori ed elicotteri da combattimento, depositi munizioni e sistemi radar e di intercettamento. A circa 3 km da NAS 2, nel territorio di Belpasso, è presente una terza area militare, in cui sono stati realizzati un centro trasmissioni e una decina di depositi sotterranei colmi di munizioni e di sistemi d’arma. Infine, nell’adiacente porto di Augusta, sovente attraccano e stazionano sommergibili a propulsione e armamento nucleare, sotto il controllo diretto del Pentagono5. L’US Naval Computer and Telecommunication Station Sicily controlla, inoltre, la base Ulmo di Niscemi, ove sono state installate 41 antenne, che collegano i reparti fra Asia sud-occidentale, Oceano Indiano e Oceano Atlantico, ed è stato allestito illegalmente il dispositivo di guerra denominato Muos, distruggendo un’antica sughereta protetta solo sulla carta.

Nel 2006, ho realizzato un’inchiesta giornalistica. Su questa base conoscitiva, i senatori Liotta, Russo Spena e Martone, il 13 settembre di sette anni fa, hanno indirizzato ai ministri dell’Ambiente, della salute e della difesa l’interrogazione a risposta scritta numero 4-026456.

A Lentini e dintorni, numerosi cittadini, e soprattutto quei genitori che hanno perso i figli, continuano a chiedere, con insistenza inascoltata, se esiste un qualche nesso di causalità tra l’elevato tasso di mortalità infantile per leucemie e i due incidenti aerei.

Perché il governo italiano non è intervenuto positivamente per garantire l’effettivo diritto alla salute, come sancito dall’articolo 32 della Costituzione? Non si può fare finta di nulla o girarsi dall’altra parte, anche se le radiazioni letali sono invisibili all’occhio umano. Si tratta di un crimine latente, che sfiora i governi, ma annienta i bambini.

 

 

Capitolo 5

 

Eldorado di guerra

 

Da anni svettiamo in cima alla classifica mondiale per spese ed esportazioni militari, grazie anche alle triangolazioni che hanno fatto la fortuna dei servizi segreti, soprattutto del SISMI, e causato l’eliminazione mirata di ben quattro giornalisti, vale a dire: Graziella De Palo e Italo Toni, assassinati in Libano nel 1980, nonché Ilaria Alpi e Miran Hrovatin ammazzati in Somalia nel 1994. Sicuramente in barba alla legge 185 del 1990, che vieta la vendita a Paesi in guerra o in cui non regna la democrazia. Gli ignari contribuenti sborsano milioni di euro per mantenere le basi militari dello “zio Sam”.

Gli italiani pagano con nuovi debiti gli armamenti, che la Difesa USA ci assegna. Ultimo caso: il cacciabombardiere nucleare F- 35, dal costo faraonico in perenne lievitazione.

La casta dei politicanti drena senza controllo le casse pubbliche, sempre più al verde; poi agli italiani dicono che non ci sono risorse per la scuola pubblica, la sanità collettiva, la ricerca di qualità, i servizi pubblici efficienti, il lavoro dignitoso, e tanto meno per la cultura, la famiglia, la salvaguardia ambientale e la reale crescita umana. Che succede, in un Paese a sovranità cancellata in cui i segreti di Stato coprono di tutto, sotto il peso di molteplici e schiaccianti condizionamenti? In ossequio alle pianificazioni della NATO, ecco l’ultima «Direttiva Ministeriale sulla politica militare italiana». Argomenti e contenuti del documento ufficiale, firmato dal ministro della Difesa non lasciano adito a equivoci, dubbi o fraintendimenti; eppure, il testo istituzionale passato inosservato ad analisti e mass media. Di che si tratta? Di una cosa inquietante: la preparazione a un conflitto bellico convenzionale e ibrido contro un nemico esterno (Siria, Iran e altri Stati “canaglia”), ma anche contro un problema interno. La direttiva ministeriale, emanata per il 2013, è in vigore anche nel 2014; composta da 24 pagine, si richiama prevalentemente alle normative di guerra e, in particolare, alle decisioni della NATO. Inoltre, presenta un vistoso omissis, ovvero un riferimento a una norma, che non è indicata, ma solo presunta: la “Delega al Governo per la revisione dello strumento militare nazionale e norme sulla medesima materia”; infatti vi è scritto, alla lettera: «VISTO il Codice dell’ordinamento militare […] VISTO il TESTO unico delle disposizione regolamentari in materia di ordinamento militare […] VISTO il decreto-legge 6 luglio 2012, n. 95, recante disposizioni urgenti per la revisione della spesa pubblica con invarianza dei servizi ai cittadini nonché misure di rafforzamento patrimoniale delle imprese del settore bancario, convertito con modificazioni dalla legge 7 agosto 2012, n. 135; VISTA la Legge […………….] recante “Delega al Governo per la revisione dello strumento militare nazionale e norme sulla medesima materia”; VISTE le Conclusioni del Consiglio europeo del 13 e 14 dicembre 2012; VISTA la “Chicago Summit Declaration” rilasciata dai capi di Stato e di Governo dei Paesi dell’Alleanza atlantica il 20 maggio 2012, EMANA per l’anno 2013 la direttiva ministeriale in merito alla politica militare, di cui all’annesso documento… IL MINISTRO Giampaolo di Paola».

Nel sommario, c’è un riferimento esplicito alle «Direttive specifiche per il potenziamento della condotta delle operazioni», ovviamente belliche; infatti, a pagina 8 (punti da 29 al 33, in alcune parti evidenziate in grassetto) si legge: «29. In ragione della mutevolezza del quadro internazionale, l’Italia deve saper concorrere a iniziative multilaterali caratterizzate da un significativo impegno militare, per affrontare in tempi brevi e in maniera risolutiva, crisi che dovessero accendersi in aree o contesti di critica rilevanza per la sicurezza del Paese e della stabilità internazionale. 30. Nel contempo, alla luce delle istanze che giungono dal Paese, le Forze Armate devono tenersi pronte ad assicurare quel supporto tecnico e organizzativo che risulta decisivo in caso di particolari emergenze nazionali, nei modi e nei tempi che verranno richiesti da parte delle autorità preposte alla gestione di tali eventi. 31. Non può essere, infine, ignorata la possibilità, per quanto remota, di un coinvolgimento del Paese e del sistema delle alleanze del quale siamo parte in un confronto militare su vasta scala e di tipo “ibrido”, ovvero che implichi sia operazioni militari convenzionali, sia operazioni nello spettro informativo, sia operazioni nel dominio cibernetico. 32. Elemento irrinunciabile della politica nazionale è anche il rispetto degli impegni assunti in sede europea, impegni finalizzati a garantire la stabilità di lungo periodo della moneta comune e, con essa, dell’intero sistema economico comunitario. Tale stabilità dev’essere considerata come essenziale per il perseguimento del fine ultimo costituito dalla sicurezza del sistema internazionale e delle relazioni politiche ed economiche che in questo si sviluppano […]». Unione dittatoriale? Il Consiglio europeo si riunisce almeno due volte a semestre a Bruxelles, nel palazzo Justus Lipsius. È composto dai capi di Stato o di governo degli Stati membri dell’UE e dal presidente della Commissione europea. È presieduto dal suo presidente Herman Van Rompuy. Prende altresì parte alle riunioni l’alto rappresentante per gli Affari esteri. L’Europa del potere bancario internazionale, pilotata dalla politica di dominio imperiale degli Stati Uniti d’America, non ha nulla a che vedere con il “vecchio continente” dei popoli liberi, sovrani e pacifici; infatti, il 14 dicembre 2012 il Consiglio europeo approvava così: «Una tabella di marcia per il completamento dell’Unione economica e monetaria, basato su una maggiore integrazione e una solidarietà rafforzata. I leader dell’UE hanno esaminato anche aspetti connessi alla politica di sicurezza e di difesa comune, le strategie regionali, l’allargamento e il processo di stabilizzazione e associazione, e la Siria […]. Nella conferenza stampa che ha fatto seguito al primo giorno di vertice, Herman Van Rompuy ha presentato i risultati delle discussioni della serata: progressi sull’istituzione del meccanismo di vigilanza unico, che dovrebbe consentire la ricapitalizzazione diretta delle banche mediante il meccanismo europeo di stabilità, e la decisione di istituire un unico meccanismo di risoluzione, una volta istituito il meccanismo di vigilanza unico. Herman Van Rompuy ha annunciato che presenterà altre misure economiche, dirette a conseguire un’Unione economica e monetaria europea stabile, da discutere nel Consiglio europeo di giugno 2013. Il Consiglio europeo ha approvato una tabella di marcia per il completamento dell’Unione economica e monetaria, basato su una maggiore integrazione e una solidarietà rafforzata».

In tempi bellici vale appunto il Codice di Guerra del Patto Atlantico. Non a caso, si fa riferimento esplicito al Chicago Summit Declaration (dei capi di Stato e di Governo dei Paesi dell’Alleanza atlantica (maggio 2012)3. Anche i rappresentanti del Belpaese senza alcun mandato parlamentare hanno accettato di scatenare la guerra, addirittura quella nucleare.

In punta di diritto, il poco noto Trattato di Lisbona (firmato il 12 dicembre 2007 da Prodi & D’Alema) entrato in vigore nel 2009, ha superato (annullato) la Costituzione italiana, ma chi detta legge preferisce non farlo sapere al popolo sovrano solo in teoria.

Attenzione: la questione tocca il rapporto tra la democrazia rappresentativa e il potere militare, che si reggono su princìpi diversi: su libertà e controllo pubblico, la prima; su disciplina, obbedienza cieca e gerarchia, il secondo. Quale pericolo si profila, concretamente, per l’Occidente? L’instaurarsi di tendenze autoritarie, che trovano espressione nel pensiero militare e legittimazione nell’ambito politico. Imperversa infatti il modello autoritario delle élite militari che hanno preso il sopravvento sui Parlamenti, già esautorati dai governi, palesemente eterodiretti. Le democrazie rappresentative occidentali hanno subito non golpe militari, bensì svuotamenti graduali che comportano un mantenimento solo apparente di forme democratiche, che coprono in realtà una sostanza oligarchica. È in questo tipo di processo che hanno trovato un ruolo le élite militari insieme a quelle dei servizi di sicurezza, vale a dire il potere repressivo. A parte i terroristici postulati del pensiero geopolitico nordamericano, c’è un documento del Pentagono, risalente al gennaio del 1992 (Prevent the Re-Emergence of a New Rival), davvero “illuminato”. Lo scenario che vi si profila è la fine del mondo in senso occidentale, e l’involuzione del sistema verso un unico e assoluto governo mondiale, non eletto dai popoli, selezionato dal sistema di potere finanziario. È interesse vitale, per gli USA, impedire, sia in Europa che in Asia, il sorgere di una superpotenza in grado di sfidare il potere mondiale degli Stati Uniti. Tale strategia, ufficialmente smentita, traspare però nell’adozione di una struttura delle Forze armate nordamericane.

La forza militare gioca un ruolo determinante nelle relazioni internazionali, e le armi nucleari non verranno eliminate. Ecco i due punti cardine del pensiero a stelle e strisce del presente e del futuro: essere l’unica superpotenza e l’esportazione della democrazia secondo il proprio modello quale realizzazione di una nuova storia basata sulla pax americana, imposta con la forza militare. Attenzione non solo al potere finanziario, ma a quello delle élite militari. Alla luce di Eurogendfor (alla voce “Trattato di Velsen”), ovvero la gendarmeria militare europea sotto il controllo della NATO, che esautora tutte le forze di polizia, carabinieri compresi, con licenza di uccidere chiunque, a buon diritto, osi ribellarsi e di distruggere qualunque obiettivo civile senza alcun controllo della magistratura e del Parlamento.

E allora? «Per amare la pace, bisogna armare la pace. L’F-35 risponde a questa esigenza», aveva dichiarato pubblicamente il ministro della Difesa Mario Mauro, titolare nel governo Letta (dimissionato dal capo dello Stato Giorgio Napolitano nel febbraio 2014): una “dichiarazione d’amore” al jet da guerra, utilizzata senza colpo ferire dalla multinazionale Lockheed Martin per lo “F 35 show” di New York.

Doveva essere il cacciabombardiere del futuro; invece l’F35 targato Lockheed, dopo la piena adesione dei governi tricolore al dispendioso e inutile programma di riarmo bellico in violazione dell’articolo 11 della Costituzione, rischia di diventare un boomerang. Specie ora che il Pentagono lo marchia come aereo difettoso e inaffidabile, con problemi strutturali e di gestione dei software. Il tutto, all’interno di un rapporto in cui, beffa ulteriore, si stimano nettamente al ribasso i livelli occupazionali promessi dal programma stesso. Secondo l’ultimo rapporto del Pentagono (per ora il sesto della serie) Director of Operational Test and Evaluation (DOT&E) – recapitato al Congresso venerdì 24 gennaio 2014, ma anticipato due giorni prima da una nota dell’agenzia giornalistica Reuters – «le prestazioni sull’operatività complessiva continuano a essere immature e rendono necessarie soluzioni industriali con assistenza e lavori inaccettabili per operazioni di combattimento».

È il DOT&E a definire “inaccettabili” le prestazioni del software, ponendo l’accento su altri due problemi particolarmente critici, già denunciati a più riprese: la continua scarsa affidabilità del sistema logistico ALIS, del cui “terminale di ingresso” italiano il sito di Cameri dovrebbe presto cominciare a equipaggiarsi, e l’altrettanto perdurante mancanza di adeguati margini di crescita del peso del velivolo, fattore chiave per ogni sviluppo ulteriore di cellula, sistemi e quant’altro. La fusoliera, in particolare, è soggetta a crepe che richiedono continua assistenza, circostanza, questa, che – in caso di guerra o di conflitto – rischierebbe di comprometterne in modo pesante l’operatività. Sempre sul fronte dell’affidabilità della fusoliera, già un anno fa la Difesa statunitense aveva sottolineato come, nel tentativo di ridurre il peso del velivolo (è stato infatti quasi raggiunto il peso massimo, prima di compromettere le capacità tecniche previste per contratto) lo si era reso talmente fragile che, se colpito da un fulmine, sarebbe potuto esplodere. Risultato: il cacciabombardiere non può volare a meno di 45 km da un temporale. Per non parlare, poi, della scarsa visibilità posteriore e del sistema radar, incapace di inquadrare gli obiettivi. Beffardamente, sarebbero proprio gli F-35 nella versione a decollo verticale su pista corta ad avere il software più difettoso. L’Italia ha già finanziato l’acquisto di 90 caccia F-35 (inizialmente erano 131) per l’Aviazione e per la Marina: di questi, due terzi sono modelli “tradizionali” Lightning 2, un terzo invece è composto da F-35B a decollo corto e atterraggio verticale. L’intera operazione costa, nel 2014, circa 12 miliardi di euro, ma il prezzo finale, quando il velivolo sarà ormai obsoleto, è destinato ad aumentare notevolmente. L’adesione al programma JSF è stata siglata per la prima volta dall’Italia nel 1998 (con la firma dell’allora ministro Massimo D’Alema); la scelta è stata poi confermata nel 2002 – senza ratifica parlamentare – dall’esecutivo allora in atto di mister Silvio Berlusconi (tessera P2 numero 1816)8; la decisione è stata infine confermata nel 2012 dal governo Monti. Secondo il Consiglio supremo della difesa, presieduto da Giorgio Napolitano, la prescrizione voluta dalla maggioranza non è attuabile. Il Consiglio supremo della difesa ha ribadito che la titolarità delle scelte sull’ammodernamento delle Forze armate, quindi anche sugli F-35, spetta al governo. La polemica sul programma di acquisto degli F-35 (Joint Strike Fighters) si è recentemente riaccesa dopo la notizia che il governo si appresta a dimezzare il parco dei velivoli Canadair antincendio, per mancanza di fondi. Eppure i lavori per l’assemblaggio del primo F-35 destinato all’Italia sono già cominciati (lo ha attestato «Il Sole 24 Ore») e il cacciabombardiere dovrebbe essere completato nel secondo semestre del 2015. Per i generaloni dell’Arma azzurra, questo caccia multiruolo è «un sistema d’arma di combattimento di nuova generazione economicamente sostenibile e supportabile in tutto il mondo». Nel portale online dell’Aeronautica militare è scritto: «Il Joint Strike Fighter (JSF) è un velivolo multi-ruolo con uno spiccato orientamento per l’attacco aria-suolo, Stealth, cioè a bassa osservabilità radar e quindi a elevata sopravvivenza, in grado di utilizzare un’ampia gamma di armamento e capace di operare da piste semipreparate o deteriorate, pensato e progettato per quei contesti operativi che caratterizzano le moderne operazioni militari di quest’era successiva alla Guerra Fredda. Nello specifico, il JSF può soddisfare un ampio spettro di missioni, a conferma della notevole versatilità della macchina, assolvendo compiti di operazioni di proiezione in profondità del “potere aereo”, di soppressione dei sistemi d’arma missilistici avversari e di concorso al conseguimento della superiorità aerea».

Il programma d’acquisto italiano per 131 aerei da guerra, in ossequio ai voleri del padrone nordamericano, prevede attualmente (8 maggio 2014) una previsione minima di spesa pari a ben 15 miliardi di euro (una lievitazione ingiustificata di altri 3 miliardi), equivalenti a una manovra finanziaria. Altre nazioni hanno già rinunciato. Le temute penali sul ritiro italiano non esistono. Lo ha confermato, tra l’altro, l’ex capo di Stato Maggiore della Difesa, il generale Vincenzo Camporini, che sa perfettamente quanto sia reale la subordinazione delle forze armate italiane. Perché comprare a tutti i costi – pagati però dagli ignari contribuenti – un autentico bidone, tant’è che lo stesso responsabile del programma Joint Strike Fighter, tale David Venlet, ha ammesso pubblicamente che «qualcosa non va nel programma, disegnato in modo da permettere la produzione massiccia prima ancora di terminare i test»? Infatti, secondo i responsabili tecnici USA, «il programma F35 continua a mostrare problemi tipici delle prime fasi di sperimentazione». Le reiterate richieste di ritocchi e modifiche fanno intuire che il JSF non sarà pronto per le operazioni belliche prima del 2019, ossia otto anni dopo il termine previsto. A quel punto, la macchina volante potrà essere considerata obsoleta, ma i costi saranno schizzati alle stelle.

In altri termini, il jet multiruolo, che doveva assicurare la superiorità aerea, atterrare sul ponte di una nave scendendo in verticale e di nascosto dai radar nemici, costa enormemente, ma non è ancora in grado di mantenere le promesse. In tempi di crisi speculativa, aumentano i dubbi sulla reale necessità di macchine inutili come i caccia di quinta generazione, che servono esclusivamente per fare la guerra, in violazione dell’articolo 11 della Costituzione (superata dal Trattato di Lisbona): un’altra brutta storia sconosciuta ai più, e da non dimenticare, mai.

 

 

Washington, la ragione della forza

L’arte della guerra. L’escalation Usa, dall’incoronazione di Guaidò alla sospensione del Trattato Inf

Manlio Dinucci

Due settimane fa Washington ha incoronato presidente del Venezuela Juan Guaidò, pur non avendo questi neppure partecipato alle elezioni presidenziali, e ha dichiarato illegittimo il presidente Maduro, regolarmente eletto, preannunciando la sua deportazione a Guantanamo. La scorsa settimana ha annunciato la sospensione Usa del Trattato Inf, attribuendone la responsabilità alla Russia, e ha in tal modo aperto una ancora più pericolosa fase della corsa agli armamenti nucleari. Questa settimana Washington compie un altro passo: domani 6 febbraio, la Nato sotto comando Usa si allarga ulteriormente, con la firma del protocollo di adesione della Macedonia del Nord quale 30° membro.

Non sappiamo quale altro passo farà Washington la settimana prossima, ma sappiamo qual è la direzione: una sempre più rapida successione di atti di forza con cui gli Usa e le altre potenze dell’Occidente cercano di mantenere il predominio unipolare in un mondo che sta divenendo multipolare. Tale strategia – espressione non di forza ma di debolezza, tuttavia non meno pericolosa – calpesta le più elementari norme di diritto internazionale. Caso emblematico è il varo di nuove sanzioni Usa contro il Venezuela, con il «congelamento» di beni per 7 miliardi di dollari appartenenti alla compagnia petrolifera di Stato, allo scopo dichiarato di impedire al Venezuela, il paese con le maggiori riserve petrolifere del mondo, di esportare petrolio.

Il Venezuela, oltre a essere uno dei sette paesi del mondo con riserve di coltan, è ricco anche di oro, con riserve stimate in oltre 15 mila tonnellate, usato dallo Stato per procurarsi valuta pregiata e acquistare farmaci, prodotti alimentari e altri generi di prima necessità. Per questo il Dipartimento del Tesoro Usa, di concerto con i ministri delle Finanze e i governatori delle Banche Centrali di Unione europea e Giappone, ha condotto una operazione segreta di «esproprio internazionale» (documentata da Il Sole 24 Ore). Ha sequestrato 31 tonnellate di lingotti d’oro appartenenti allo Stato venezuelano: 14 tonnellate depositate presso la Banca d’Inghilterra, più altre 17 tonnellate trasferite a questa banca dalla tedesca Deutsche Bank che li aveva avuti in pegno a garanzia di un prestito, totalmente rimborsato dal Venezuela in valuta pregiata. Una vera e propria rapina, sullo stile di quella che nel 2011 ha portato al «congelamento» di 150 miliardi di dollari di fondi sovrani libici (ormai in gran parte spariti), con la differenza che quella contro l’oro venezuelano è stata condotta segretamente. Lo scopo è lo stesso: strangolare economicamente lo Stato-bersaglio per accelerarne il collasso, fomentando l’opposizione interna, e, se ciò non basta, attaccarlo militarmente dall’esterno.

Con lo stesso dispregio delle più elementari norme di condotta nei rapporti internazionali, gli Stati uniti e i loro alleati accusano la Russia di violare il Trattato Inf, senza portare alcuna prova, mentre ignorano le foto satellitari diffuse da Mosca le quali provano che gli Stati uniti avevano cominciato a preparare la produzione di missili nucleari proibiti dal Trattato, in un impianto della Raytheon, due anni prima che accusassero la Russia di violare il Trattato. Riguardo infine all’ulteriore allargamento della Nato, che sarà sancito domani, va ricordato che nel 1990, alla vigilia dello scioglimento del Patto di Varsavia, il Segretario di stato Usa James Baker assicurava il Presidente dell’Urss Mikhail Gorbaciov che «la Nato non si estenderà di un solo pollice ad Est». In vent’anni, dopo aver demolito con la guerra la Federazione Jugoslava, la Nato si è estesa da 16 a 30 paesi, espandendosi sempre più ad Est verso la Russia.

 

Migranti e portatori di pace, a cura di Giuseppe Germinario

 

MIGRANTI

qui sotto un testo tradotto dell’analista africanista Bernard Lugan. Coglie un aspetto importante dei processi migratori. Ve ne sono ormai aggiunti altri. A migrare non è nemmeno la componente più povera di quel continente; questa non se lo può permettere. E’ presente inoltre una componente sempre più importante legata all’esportazione e al radicamento di organizzazioni mafiose in particolare dell’Africa del Nord-Ovest. Numerose inchieste in varie città italiane, riportate sui giornali locali, molto meno su quelli nazionali, stanno iniziando ad offrire barlumi di verità_Giuseppe Germinario

Nel 2017 (i dati completi per 2018 non sono noti), il jihadismo, nella sua accezione più ampia ha causato 10.376 morti in Africa (Fonte:Centro di studi strategici per l’Africa). Per quanto drammatiche siano, queste cifre non giustificano che centinaia di milioni di africani debbano essere ospitati. Siamo infatti non in presenza di una vera e propria condizione di pericolo di persone tale da giustificare l’applicazione di un “diritto d’asilo”, diventato la filiera ufficiale dell’immigrazione. Non è infatti il jihadismo a spingere i “migranti” africani a forzare le porte di un’Europa paralizzata dalla tunica di Nessus etno-masochista, ma la miseria. I migranti economici, quindi non hanno diritto di restare nei paesi europei. Non se ne dispiacciano contrabbandieri ideologici e papa.

Per avere una chiara idea del vero tributo umano del jihadismo africano, passeremo in rassegna le sue aree di attività, vale a dire la Somalia, Egitto, Libia, Nigeria e la regione del Sahel-Sahara.

1) Somalia: delle 10376 morti causate dal jihadismo africano nell’accezione più ampia, 4557 – ovvero il 44% del totale – sono stati uccisi dal Shabaab della Somalia, anche se non sappiamo se si tratta di puro jihadismo , guerra civile o entrambi.

2) l’Egitto e il Sinai: 391 morti nel 2017 (contro 223 nel 2016) causate dallo Stato islamico e da Al Mourabitun.

3) Libia: 239 morti, la maggior parte delle quali membri dello Stato Islamico uccisi dalle milizie che lo combattono.

4) Nigeria (Boko Haram): dopo il picco di 11 519 morti nel 2015, nel 2017, il numero totale di morti è raggiunto la cifra di 3329.

5) La regione del Sahel sahariana (Mali, Niger, Burkina Faso): Il bilancio delle vittime è purtroppo quasi raddoppiato in un anno, da 223 nel 2016-391 nel 2017. Dei 391 morti, 253 sono attribuibili al gruppo Jama ‘ ha Nusrat al-Islam wal Muslimeen.

 

Se togliamo dalle 10.376 vittime del jihadismo globale i 4557 decessi somali, nel 2017, per il resto della loro azione terra africana, i jihadisti hanno provocato 5819 morti. Alla scala delle vaste zone colpite, e in relazione a una popolazione di circa 400 milioni di persone che vivono lì, non siamo ovviamente in presenza di popolazioni in pericolo tale da provocare un esodo che giustifichi la domanda di asilo.

Tuttavia, in passato, l’Africa ha sperimentato uccisioni di massa veri, in particolare tra il 1991 e il 2002, quando la guerra civile algerina ha causato la morte di più di 60 000 persone (e anche più di 100 000 secondo alcune ONG), circa 6000 l’anno. Allo stesso modo, nel decennio 1980-1990 la guerra civile in Liberia ha provocato più di 150.000 morti, pari a circa 15 000 l’anno; o tra il 1991 e il 2002 quella della Sierra Leone ha causato più di 120 000 morti, circa 12 000 l’anno. Per non parlare delle guerre di Ituri e Kasai ecc

 

Ma in quei momenti non abbiamo conosciuto un’ondata di “rifugiati” a immagine di ciò che l’Europa sta soffrendo attualmente.

Questa non è la guerra dalla quale fuggono questi “migranti” africani forzando le porte dell’Europa, con l’aiuto dei contrabbandieri professionali o ideologici. In Africa, il jihadismo in realtà provoca tre volte meno vittime dei morsi di serpente. Mamba, vipere di sabbia e altri naja  nel 2017, ucciso tra i 25.000 e i 30.000 poveri e reso molte vite storpie (Slate fonte Africa).

Queste persone non sono “rifugiati” che temono per la loro vita e ai quali noi “dovremmo” dare il benvenuto e proteggere mentre cercano di entrare nel “Eldorado” europeo; sono clandestini. Attratti dal nostro “benessere” e dalle nostre leggi sociali generose, questi squatters (occupanti abusivi) si introducono per effrazione in un’Europa a lasciarli entrare, come diceva Chesterton; l’attuale Papa lo rovela nel suo discorso in nome di “antiche virtù cristiane impazzite.”

Bernard Lugan

2019/01/27

 

 

PORTATORI DI PACE

La maggioranza del Congresso Americano, democratici e buona parte dei repubblicani, ha bocciato la decisione di Trump del ritiro delle forze militari americane da Siria ed Afghanistan. Il Presidente Trump sarà pure paralizzato nella sua azione politica; sta di fatto che la sua pura e semplice esistenza sta costringendo le forze politiche a mettere da parte ogni ipocrisia e a manifestarsi apertamente. Sarà sempre più difficile una operazione di mera restaurazione e di recupero in tempi rapidi di credibilità ed autorevolezza; come pura di una riproposizione dello schema classico destra/sinistra-democratici/conservatori.

qui sotto il link e la traduzione di una nota

In this Jan. 29, 2019, photo, Senate Majority Leader Mitch McConnell, R-Ky., speaks to reporters at the Capitol in Washington. In a rebuke to President Donald Trump, the Senate has voted 68-23 to advance an amendment that would oppose withdrawal of U.S. troops from Syria and Afghanistan. The amendment from McConnell says Islamic State and al-Qaida militants still pose a serious threat to the United States and warns that “a precipitous withdrawal” of U.S. forces from Syria and Afghanistan could allow the groups to regroup and destabilize the countries.

29° podcast_Stati Uniti 2020; il prossimo firmamento democratico, di Gianfranco Campa

I prossimi due anni si prospettano incerti ed avvincenti, decisivi. Sia nello scenario geopolitico mondiale che nell’agone interno agli Stati Uniti. A prescindere dall’esito delle elezioni presidenziali americane del 2020, ogni velleità meramente restauratrice dello status quo ante è destinata a rivelarsi una pura suggestione. Peggio! Se dovesse avere successo non farebbe che accelerare il processo di decomposizione e frammentazione sociale e politica di quel paese sino a trascinarlo inesorabilmente verso un distruttivo ed imprevedibile conflitto interno o ad una implosione. Trump è il rappresentante di una versione originale di una componente “isolazionista” da sempre presente negli Stati Uniti, molto militante, ma costantemente minoritaria. Lo è ancora adesso; nel suo momento di massimo fulgore, l’attuale, non riesce a superare un 20/25% dell’elettorato; uno zoccolo duro autenticamente sostenitore del Presidente ma scarsamente radicato negli apparati di potere. Da qui la tattica di infiltrazione all’interno del Partito Repubblicano e i continui compromessi al ribasso di Trump, sino al sacrificio dei suoi uomini migliori e più fedeli. L’indole e la propensione di “the Donald” è rimasta e riaffiora comunque, estemporanea, come un sussulto, ogni qualvolta appare un qualche margine di autonomia nelle proprie scelte. Più o meno consapevolmente Trump con la sua azione ha comunque eroso ogni residuo spazio effettivo di conduzione unipolare del gioco geopolitico e sancito l’esistenza politica di forze avverse e concorrenti pur con le sue azioni più dure e apparentemente discriminatorie. Ha determinato la crisi e lo stallo delle élite politiche europee globaliste ed europeiste, ha ridicolizzato e privato di autorevolezza la quasi totalità del ceto politico americano a lui avverso o apparentemente amico. Le primarie del Partito Democratico annunciano un rinnovamento radicale della leadership e il tramonto definitivo, con l’eccezione di Obama, dei vecchi santoni. Molto più precaria e incerta la situazione nel Partito Repubblicano. Una fase di transizione che sembra offrire margini di azioni a personalità più o meno “indipendenti” esterni agli schieramenti classici. Gianfranco Campa, da par suo, ci offrirà un affresco esauriente e documentato di queste dinamiche così influenti anche in casa nostra. Buon ascolto_Giuseppe Germinario

https://tribwtic.files.wordpress.com/2019/01/190116183033-lead-panel-3-2020-women-live-jake-tapper-00034425-live-video.jpg?quality=85&strip=all

 

https://soundcloud.com/user-159708855/podcast-episode-29

 

BRACCATI E BRACCONIERI, di Giuseppe Germinario

BRACCATI E BRACCONIERI

Si sono presentati in 29, al riparo delle tenebre, alle 6 di mattina, armati fino ai denti. Una operazione degna di un incursione militare nella casa di un pericoloso terrorista. L’irruzione dei nostri eroi ha goduto degli onori della diretta, sotto le telecamere della più famosa agenzia di stampa, la regina per eccellenza delle Fake News; la CNN (Clinton News Network).

Si sono presentati alla porta di un mite sessantaseienne, senza nessun precedente penale, terrorizzando un uomo in pigiama e pantofole, sua moglie, sofferente di problemi fisici e il cane. Roger Jason Stone, Jr., di Fort Lauderdale, in Florida, è stato arrestato nella propria abitazione a seguito di una mandato di arresto spiccato dal grand jury federale del distretto della Colombia, impegnato in stretta collaborazione con il procuratore speciale Robert Mueller sul Russiagate. Ora, grazie ai nostri eroi, le strade degli Stati Uniti sono libere da questo pericoloso criminale.

https://twitter.com/BrianEntin/status/1089001187872030721

Quanti sono i capi di imputazioni contro Stone? In totale sette, tra i quali ostruzione, falsa testimonianza, manomissione delle prove, in particolare durante la testimonianza al Senato Americano nel corso della quale aveva negato il tentativo di impossessarsi di email considerate rubate, hackerate, dal server del Comitato Nazionale del Partito Democratico (DNC) e poi pubblicate da wikileaks.

I capi di accusa contro Stone, ripropongono il modus operandi del procuratore speciale Mueller cui siamo ormai da tempo abituati. Il suo team di magistrati ha usato le stesse tattiche anche contro altri ex associati allo staff di Trump: Il generale Michael Flynn, Paul Manofort, Michael Cohen, George Papadopoulos  e ora Roger Stone. I soggetti vengono prima sottoposti a interrogatori “amichevoli” poi vengono accusati di crimini che non hanno niente a che vedere con l’inchiesta del Russiagate, della quale è stato specificatamente incaricato il Procuratore. Infatti dovete sapere che tutti i crimini fino ad ora “smascherati” da Mueller ai danni di ex collaboratori di Trump riguardano reati generati e indotti dall’inchiesta stessa di Mueller. In altre parole del presunto Russiagate, di cui Mueller era stato incaricato di indagare, fino ad ora, dopo quasi due anni di indagini, non risulta che il nulla assoluto. Tutti i crimini riguardano fatti avvenuti da quando Mueller è stato nominato procuratore speciale, crimini per lo più instigati, come ho detto prima, dalle sue stesse “tecniche” investigative.

Roger Stone, dopo l’arresto è stato rilasciato su cauzione di duecentocinquantamila dollari, in attesa di un processo di cui ovviamente non conosciamo ancora la data.

Alcuni aspetti curiosi, quasi comici, emergono leggendo i capi di accusa contro Stone. Secondo Mueller, Stone avrebbe minacciato il cane di un certo Randy Credico. Per chi lo non lo conoscesse Credico “un eterno candidato politico e commediante” sarebbe stato il canale di collegamento tra Wikileaks e Roger Stone. Una cosa questa che Credico ha sempre negato. Fra l’altro Julian Assange ha sempre detto che non esisteva nessuno rapporto diretto tra Wikileaks e Roger Stone, affermando di essere disponibile ad incontrare il procuratore Mueller per chiarire non solo la posizione riguardante i rapporti Wikileaks-collaboratori di Trump, ma lo stesso presunto coinvolgimento del Cremlino sull’affare delle email sottratte al DNC. Mueller in questo senso non ci ha mai sentito e ha sempre  ignorato la volontà di Assange di sottoporre direttamente a Muller la propria verità sulle email del DNC. Mueller sa che la Russia non c’entra nulla con le email del DNC! Ecco perché non è interessato a interrogare Assange.

Di Mueller e la sua caccia alle streghe ne abbiamo esaurientemente narrato in molti dei nostri precedenti podcast. Tutta la farsa del Russiagate altro non è che la costruzione di una narrativa mirata a creare una nube di sospetti sulla attuale presidenza limitando e sviando l’efficacia dell’impegno a governare dell’amministrazione Trump.  Gli atti di accusa contro Roger Stone sono solo l’ultima dimostrazione del fatto che l’ufficio del procuratore speciale Robert Mueller, il Dipartimento di Giustizia e l’FBI sanno che non esiste nessuna collusione Trump-Cremlino. Il fondamento logico dell’indagine Trump-Russia, ovvero l’idea che la campagna elettorale di Trump fosse “coordinata” da e all’ombra del Cremlino in un’operazione di spionaggio informatico tesa a interferire nella campagna del 2016, non è stata altro che una certosina e ostinata operazione di depistaggio, coordinata da forze politiche, forze dell’ordine, e funzionari dell’intelligence ferocemente avversi a Donald Trump.

Una domanda sorge spontanea: chi ha informato la CNN dell’irruzione a casa di Stone?

La CNN ha affermato che si trovavano intorno alla casa di Stone, alle 6 di mattina, per puro spirito di intuizione giornalistica…Potrebbe essere invece che qualcuno dell’ufficio di Mueller abbia soffiato l’informazione alla CNN facendo trapelare in anticipo i dettagli dell’operazione sull’arresto di Stone. Anche perché, guarda caso, un ex agente dell’FBI e assistente di James Comey, di nome Josh Campbell, attualmente lavora per la CNN come reporter: “In precedenza, Josh Campbell è stato Agente speciale di vigilanza dello stesso Ufficio federale investigativo statunitense che conduceva indagini di sicurezza nazionale e criminali. Tra I suoi incarichi quello di Assistente speciale dell’ex direttore dell’FBI James Comey” (Wikipedia). Non si esclude che lo stesso Campbell fosse presente con gli altri giornalisti della CNN al momento dello “scoop”.

https://twitter.com/joshscampbell?lang=en

https://www.cnn.com/profiles/josh-campbell#about

Qui trovate il testo dei capi di accusa contro Roger Stone

https://www.justice.gov/file/1124706/download

L’arresto di Roger Stone segue i numerosi eventi, proditori e di straordinaria violenza i quali hanno contraddistinto la battaglia politica interna agli Stati Uniti in questi ultimi tre anni. Ne abbiamo parlato ormai in decine di articoli e podcast. Dal punto di vista umano è uno dei più spietati e vili, dal punto di vista politico ci sono fatti probabilmente ancora più gravi che non hanno ancora goduto degli onori della cronaca di una stampa sempre più partigiana. Uno di questi, il più recente e inquietante, ricco di gustosi particolari, potrebbe essere proprio il mancato viaggio dello speaker della Camera Nancy Pelosi, con al seguito famiglia e ottanta personalità di area democratica, in Afghanistan con breve sosta in Europa al cospetto di Macron, Merkel e importanti ufficiali americani.

Ovviamente le aperte violazioni di legge e i gravi abusi della Clinton, emersi appunto da quelle mail, ai distratti partigiani del diritto e alla magistratura americani non sembrano interessare più di tanto. Non è da escludere che nel prossimo futuro le premure dei custodi si concentrino direttamente sulla famiglia del Presidente.

Una modalità di conduzione della battaglia politica che contribuisce a scavare all’interno di quel paese un solco talmente profondo da rendere irreversibile la frattura che ormai divide le sue classi dirigenti e la sua popolazione. Se ne vedranno ancora sempre più delle belle. Non è detto che alla fine, in un futuro nemmeno troppo lontano, un ceto politico e una classe dirigente, tanto arroganti quanto ormai talmente compromessi e sempre meno autorevoli, non risultino troppo scomodi persino ai loro stessi potenti mentori.

GLI USA E L’EGEMONIA DISTRUTTRICE a cura di Luigi Longo

GLI USA E L’EGEMONIA DISTRUTTRICE

a cura di Luigi Longo

 

 

L’ambigua ritirata statunitense dalla Siria e il nulla osta dato ad Israele di attaccare le installazioni militari iraniane in Siria hanno come obiettivo di fondo la guerra contro l’Iran.

Propongo, al riguardo, la lettura dell’articolo di Manlio Dinucci, apparso su il Manifesto del 22 gennaio 2019 con il titolo Israele, licenza di uccidere, perché mette in evidenza il ruolo di Israele e della Nato nelle strategie statunitensi nel Medio Oriente finalizzate alla pianificazione della prossima guerra con l’Iran, per ostacolare il temuto coordinamento tra Russia, Cina e le potenze emergenti (come l’Iran) in grado di mettere in discussione l’egemonia distruttrice degli Usa. La stessa strategia fu realizzata dagli USA per la distruzione della Libia, tramite i loro sicari: Francia, Inghilterra e Italia, con l’uccisione di Mu’ammar Gheddafi.

Così scrissi nel 2015:<< Gli USA nel 2011, tramite la Francia e l’Inghilterra (che avevano ed hanno interessi economici e di accaparramento di risorse energetiche), l’Italia (che oltre a perdere i suoi interessi economici ed energetici doveva e deve svolgere il ruolo di nazione-spazio di infrastruttura militare a disposizione dei comandi USA e USA-NATO) e i miliziani dell’IS, hanno dato la stura alla disintegrazione di una nazione e di un popolo come la Libia. Mu’ammar Gheddafi è stato eliminato per ragioni evidenti e precise: per aver portato la Libia ad essere una nazione superando le divisioni tribali; per averla fatta diventare la nazione sovrana più importante dell’Africa; per aver costruito una strategia di sviluppo non dipendente soltanto dalle risorse energetiche; per le sue azioni politiche ed economiche intraprese in Medio Oriente; per il ruolo svolto nella costruzione dell’Unione Africana (gli stati uniti d’Africa) con obiettivi strategici di autodeterminazione e di costruzione di un polo geopolitico sovrano come il continente africano, con una sua moneta, un fondo monetario africano, una banca centrale africana; per il suo anticolonialismo >>*.

Gli Usa sono una potenza mondiale devastante, distruttrice di popoli e di territori; sono l’emblema di una crisi profonda dell’Occidente che non riesce ad esprimere più un senso della vita, un’idea di rapporto sociale e di sviluppo; altro che contraddizioni: c’è il vuoto! Certo, la vita continua, nonostante tutto, ma si regge su un equilibrio dinamico sociale “sopra la follia” (parafrasando Vasco Rossi).

La mancanza di una idea di sviluppo, di un nuovo rapporto sociale trova la sua ragion d’essere nella fine di un’idea della modernità. Siamo in presenza di uno sviluppo squilibrato sotto tutti gli aspetti (umano, politico, economico, sociale, culturale, scientifico, tecnologico) che ha ridotto la modernità a un nonsense, cioè a quella incapacità di vedere le storture presenti e ad immaginare che, a partire da esse, sia possibile rilanciare una nuova modernità basata su paradigmi diversi proprio a iniziare dalla prima esperienza storica della modernità.

I nostri decisori attuali e passati sono servi volontari e, come tali, non hanno nessun interesse a pensare strategie di cambiamento per ribellarsi al padrone USA (siamo molto al di sotto della dialettica hegeliana del servo-padrone!), con l’unico risultato evidente di portare il Paese (e intendo la maggioranza della popolazione che non decide nulla!) al degrado economico, politico, sociale e culturale.

 

 

* Luigi Longo, Che ci fa l’Islamic state (IS) in Libia? Perché non lo chiediamo agli Usa, in www.conflittiestrategie.it, 2/3/2015.

 

 

 

 

 

 

 

ISRAELE, LICENZA DI UCCIDERE

L’arte della guerra. Dopo che Israele ha ufficializzato l’attacco contro obiettivi militari iraniani in Siria, sui media italiani nessuno ha messo in dubbio il «diritto» di Tel Aviv di attaccare uno Stato sovrano per imporre quale governo debba avere

Manlio Dinucci

 

«Con una mossa davvero insolita, Israele ha ufficializzato l’attacco contro obiettivi militari iraniani in Siria e intimato alle autorità siriane di non vendicarsi contro Israele»: così i media italiani riportano l’attacco effettuato ieri da Israele in Siria con missili da crociera e bombe guidate. «È un messaggio ai russi, che insieme all’Iran permettono la sopravvivenza al potere di Assad», commenta il Corriere della Sera.

Nessuno mette in dubbio il «diritto» di Israele di attaccare uno Stato sovrano per imporre quale governo debba avere, dopo che per otto anni gli Usa, la Nato e le monarchie del Golfo hanno cercato insieme ad Israele di demolirlo, come avevano fatto nel 2011 con lo Stato libico.

Nessuno si scandalizza che gli attacchi aerei israeliani, sabato e lunedì, abbiano provocato decine di morti, tra cui almeno quattro bambini, e gravi danni all’aeroporto internazionale di Damasco, mentre si dà risalto alla notizia che per prudenza è rimasta chiusa per un giorno, con grande dispiacere degli escursionisti, la stazione sciistica israeliana sul Monte Hermon (interamente occupato da Israele insieme alle alture del Golan).

Nessuno si preoccupa del fatto che l’intensificarsi degli attacchi israeliani in Siria, con il pretesto che essa serve come base di lancio di missili iraniani, rientra nella preparazione di una guerra su larga scala contro l’Iran, pianificata col Pentagono, i cui effetti sarebbero catastrofici.

La decisione degli Stati uniti di uscire dall’accordo sul nucleare iraniano – accordo definito da Israele «la resa dell’Occidente all’asse del male guidato dall’Iran» – ha provocato una situazione di estrema pericolosità non solo per il Medio Oriente. Israele, l’unica potenza nucleare in Medioriente – non aderente al Trattato di non-proliferazione, sottoscritto invece dall’Iran – tiene puntate contro l’Iran 200 armi nucleari (come ha specificato l’ex segretario di stato Usa Colin Powell nel marzo 2015).

Tra i diversi vettori di armi nucleari, Israele possiede una prima squadra di caccia F-35A, dichiarata operativa nel dicembre 2017. Israele non solo è stato il primo paese ad acquistare il nuovo caccia di quinta generazione della statunitense Lockheed Martin, ma con le proprie industrie militari svolge un ruolo importante nello sviluppo del caccia: le Israel Aerospace Industries hanno iniziato lo scorso dicembre la produzione di componenti delle ali che rendono gli F-35 invisibili ai radar.

Grazie a tale tecnologia, che sarà applicata anche agli F-35 italiani, Israele potenzia le capacità di attacco delle sue forze nucleari, integrate nel sistema elettronico Nato nel quadro del «Programma di cooperazione individuale con Israele».

Di tutto questo non vi è però notizia sui nostri media, come non vi è notizia che, oltre alle vittime provocate dall’attacco israeliano in Siria, vi sono quelle ancora più numerose provocate tra i palestinesi dall’embargo israeliano nella Striscia di Gaza. Qui – a causa del blocco, decretato dal governo israeliano, dei fondi internazionali destinati alle strutture sanitarie della Striscia – sei ospedali su tredici, tra cui i due ospedali pediatrici Nasser e Rantissi, hanno dovuto chiudere il 20 gennaio per mancanza del carburante necessario a produrre energia elettrica (nella Striscia l’erogazione tramite rete è estremamente saltuaria).

Non si sa quante vittime provocherà la deliberata chiusura degli ospedali di Gaza. Di questo non ci sarà comunque notizia sui nostri media, che hanno invece dato rilievo a quanto dichiarato dal vice-premier Matteo Salvini nella recente visita in Israele: «Tutto il mio impegno per sostenere il diritto alla sicurezza di Israele, baluardo di democrazia in Medio Oriente».

 

28° podcast_Il patto è sciolto, di Gianfranco Campa

Con le dimissioni motivate pubblicamente dal generale Mattis, si può affermare che il sodalizio tra i vertici militari e il Presidente Trump si è definitivamente sciolto. E’ stato un matrimonio di pura convenienza. Buona parte dello Stato Maggiore aveva avvertito l’impasse cui aveva condotto la strategia prima di Bush e poi, soprattutto, quella di Obama. A furia di destabilizzazioni e di aperture di nuovi fronti di confronto con la Russia, la manovra di accerchiamento della tana dell’orso russo rischiava, grazie alla capacità di reazione e di tessitura diplomatica,  sempre più di impantanare gli Stati Uniti in qualche intervento diretto significativo in aggiunta a quelli in corso in Iraq ed Afghanistan. Il tentativo di avvicinamento all’Iran, memori degli smacchi di immagine delle due plateali prese di ostaggi, deve essere stata la goccia responsabile del travasamento di bile; la prospettiva di un asse sino-russo il campanello di allarme riguardante una strategia ormai in stallo. Lo stesso Obama, del resto, nella fase ultima del suo mandato, aveva dato qualche segnale di inversione. Nel momento di maggiore violenza dello scontro aperto con il fronte demo-neocon Trump ha trovato rifugio in questo sodalizio almeno per disinnescare una soluzione “definitiva” della sua presidenza.Il disegno nemmeno tanto occulto da parte dei militari era quello di isolare con un cordone sanitario sempre più stretto Trump dai suoi collaboratori della prima ora. Un obbiettivo in gran parte realizzato. il risultato di questo patto,se non contro natura quantomeno algido, è stata una conduzione schizofrenica con alcune costanti: il sodalizio israelo-americano-saudita, la definizione del fronte cinese. “L’amarcord impossibile” russo-americano e l’inquietudine crescente in seno all’allenza atlantica sono stati invece gli epicentri dove il confronto e le divergenze tra linee opposte si sono catalizzate. Lo ha detto lo stesso Mattis. Dallo scorso dicembre Trump sta tentando un ritorno alle origini. I motivi che potrebbero averlo spinto sono diversi. Campa li ha illustrati nel suo podcast. Non si tratta, comunque, di un tentativo di disimpegno generalizzato. La priorità nelle “attenzioni” verso l’Iran è più che confermata. Si tratta di contenere o spianare le ambizioni di una potenza regionale in crescita e di sbarrare una delle vie di fuga delle ambizioni cinesi più che russe. Sul fronte interno statunitense e nel cortile di casa centro-sudamericano la situazione è altrettanto dinamica. Assisteremo ad un biennio di fuoco, pieno di sorprese e di rovesciamenti. Buon ascolto_Giuseppe Germinario

https://soundcloud.com/user-159708855/podcast-episode-28

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