Affrontare la realtà: una nuova strategia americana _ Di  George Friedman

Pericle è tornato_Giuseppe Germinario

Affrontare la realtà: una nuova strategia americana

Apri come PDF

Gli Stati Uniti sono stati in guerra per quasi l’intero 21° secolo, ed è appena il 2021. Al contrario, gli Stati Uniti sono stati in guerra solo per il 17% dell’intero 20° secolo, durante il quale hanno vinto le guerre mondiali, subito sconfitte che hanno portato a trasformazioni esistenziali del Paese e quindi dell’ordine internazionale. Ma proprio come ha perso la Corea e il Vietnam – guerre che non erano una minaccia esistenziale – così ha perso anche in Iraq e Afghanistan.

Ciò potrebbe suggerire che gli Stati Uniti si impegnano in troppi conflitti che sono subcritici e sono negligenti nel modo in cui li combattono, mentre combattono guerre critiche con grande precisione. Ma per capire perché, dobbiamo iniziare a capire la realtà geopolitica degli Stati Uniti. La geopolitica definisce gli imperativi e i vincoli di una nazione. La strategia modella quella realtà in azione. E la sconfitta degli Stati Uniti in Afghanistan dopo 20 anni impone una rivalutazione della strategia nazionale americana, non solo di come combattiamo le guerre, ma anche di come determiniamo quali guerre dovrebbero essere combattute.

Il problema delle grandi guerre, però, è che sono rare, o dovrebbero esserlo. Il sistema internazionale in genere non si sviluppa abbastanza rapidamente da permettere alle grandi potenze di sfidarsi a lungo. Eppure, dalla Seconda Guerra Mondiale alla Corea sono passati solo cinque anni. Il Vietnam è arrivato 12 anni dopo, poi Desert Storm e Kosovo negli anni ’90, e ovviamente Iraq e Afghanistan nei primi anni 2000. La frequenza delle guerre solleva la questione critica se siano state imposte agli Stati Uniti o selezionate da loro, e se la storia si stia muovendo così rapidamente ora che anche il ritmo della guerra ha accelerato. Se quest’ultima dinamica non è reale, allora c’è una forte possibilità che gli Stati Uniti stiano seguendo una strategia difettosa che indebolisce profondamente il suo potere, limitando la sua capacità di controllare gli eventi mondiali.

Principali conflitti militari statunitensi dalla seconda guerra mondiale
(clicca per ingrandire)

La misura chiave della strategia è la sua relativa semplicità. La geopolitica è complessa. Le tattiche sono dettagliate. La strategia dovrebbe, in teoria, essere semplice nella misura in cui rappresenta la spinta principale degli imperativi di una nazione. Per gli Stati Uniti, quella strategia potrebbe consistere nel controllare le strettoie oceaniche evitando piani dettagliati per altre aree del mondo. Una strategia di successo deve rappresentare il nucleo essenziale dell’intento di una nazione. L’eccessiva complessità rappresenta incertezza o, peggio, un compendio di imperativi strategici che superano la capacità di una nazione di eseguire o comprendere. Una nazione con un eccesso di obiettivi strategici non ha fatto le scelte difficili su cosa conta e cosa no. La complessità rappresenta una riluttanza a prendere quelle decisioni. L’inganno è una questione tattica. L’autoinganno è un fallimento strategico. Solo così si può fare tanto; comprendere le priorità senza ambiguità e resistere all’espansione strisciante della strategia è l’arte indispensabile dello stratega.

La realtà geopolitica degli Stati Uniti

1. Gli Stati Uniti sono virtualmente immuni agli attacchi terrestri. È affiancato da Canada e Messico, nessuno dei quali è in grado di costituire una minaccia. Ciò significa che le forze armate statunitensi sono principalmente progettate per proiettare il potere piuttosto che difendere la patria.

Realtà geopolitica degli Stati Uniti
(clicca per ingrandire)

2. Gli Stati Uniti controllano gli oceani del Nord Atlantico e del Pacifico. Un’invasione dall’emisfero orientale dovrebbe sconfiggere le forze aeree e navali statunitensi in uno di questi oceani in modo tale da impedire l’interdizione di rinforzi e rifornimenti.

3. Qualsiasi minaccia esistenziale per gli Stati Uniti proverrà sempre dall’Eurasia. Gli Stati Uniti devono lavorare per limitare lo sviluppo di forze, soprattutto navali, che potrebbero minacciare il controllo statunitense degli oceani. In altre parole, la chiave è deviare l’energia militare eurasiatica dal mare.

4. Le armi nucleari sono una forza stabilizzatrice. È improbabile che la Guerra Fredda sarebbe finita così senza che due potenze nucleari gestissero il conflitto. Le armi nucleari hanno essenzialmente impedito la terza guerra mondiale. Il mantenimento di una forza nucleare stabilizza il sistema e impedire l’emergere di nuove potenze nucleari è auspicabile ma non del tutto essenziale.

5. La posizione degli Stati Uniti in Nord America ne ha fatto la più grande economia del mondo, il più grande importatore di beni e la più grande fonte di investimenti internazionali. Gli Stati Uniti sono anche un generatore di cultura internazionale. Definisce anche la cultura IT in tutto il mondo. Questo può essere un sostituto del potere militare, in particolare prima di situazioni di prebelliche.

6. L’interesse primario degli Stati Uniti è mantenere un sistema internazionale stabile che non metta in discussione i confini statunitensi. Ha poco interesse nell’assunzione di rischi. Il rischio maggiore viene dai tentativi di mantenere il controllo dei mari poiché solo le grandi potenze possono minacciare l’egemonia marittima statunitense.

7. La grande debolezza degli Stati Uniti dalla seconda guerra mondiale consiste nel fatto che viene trascinata in conflitti che non sono nell’interesse geopolitico degli Stati Uniti e che diffondono il potere degli Stati Uniti per un lungo periodo di tempo. Ciò viene fatto principalmente, ma non esclusivamente, dal terrorismo strategico attuato da nazioni o attori non nazionali.

8. Gli Stati Uniti sono un progetto morale e, come tutti i progetti morali, pensano che il proprio modello sia superiore agli altri. L’intervento morale è raramente nell’interesse geopolitico degli Stati Uniti e non finisce quasi mai bene. Per gli Stati Uniti, la tentazione di impegnarsi in queste guerre dovrebbe essere evitata per concentrarsi sugli interessi diretti e perché questi interventi spesso fanno più male che bene. Se l’intervento è ritenuto necessario, dovrebbe essere spietatamente temporaneo.

Attuazione della strategia

1. Nord America: mantenere il dominio e l’armonia degli Stati Uniti in Nord America è fondamentale per tutta la strategia degli Stati Uniti. Messico e Canada non possono minacciare militarmente gli Stati Uniti, ed entrambi sono legati agli Stati Uniti economicamente. Tuttavia, qualsiasi potenza ostile agli Stati Uniti accoglierebbe con favore l’opportunità di coinvolgere entrambi i paesi in una relazione con essi. È imperativo che gli Stati Uniti seguano una strategia che renda sempre una relazione con gli Stati Uniti molto più attraente di un’alleanza di terze parti.

2. Atlantico e Pacifico: il controllo degli oceani è principalmente un problema tecnico. Mentre un tempo veniva raggiunto dalle corazzate e poi dalle portaerei, ora è una questione di missili a lungo raggio e altre armi. La chiave è conoscere la posizione del nemico in un ambiente in cui gli aerei non possono sopravvivere facilmente su una flotta. Poiché la chiave per il comando del mare è ora la ricognizione per il targeting delle informazioni, i sistemi spaziali seguiti da veicoli aerei senza equipaggio sono la variabile critica nel controllo del mare. La US Navy e la US Space Force (man mano che maturano) saranno i servizi più importanti che controlleranno i mari d’ora in poi.

3. Eurasia: gli Stati Uniti affrontano l’Eurasia su due fronti: attraverso l’Atlantico si affacciano sull’Europa e attraverso il Pacifico si affacciano sull’Asia orientale. Dopo la seconda guerra mondiale, l’Europa era l’obiettivo principale di Washington. La minaccia dell’epoca era l’Unione Sovietica. L’idea era che una penisola europea conquistata dall’Unione Sovietica avrebbe fornito la tecnologia e il personale per costruire una flotta che potesse sfidare gli Stati Uniti. La soluzione era creare la NATO. La NATO e il concetto di distruzione reciprocamente assicurata bloccarono l’espansione sovietica verso ovest e, nel caso scoppiasse la guerra, avrebbero dissuaso la marina sovietica dal tentativo di controllare le rotte marittime a tentare di interdire i convogli statunitensi che rafforzavano la NATO. La minaccia ora è il tentativo della Cina di assicurarsi l’accesso al mare. Gli Stati Uniti hanno creato un’alleanza informale che si estende dal Giappone all’Oceano Indiano per contenere la Cina. Ha anche usato il potere economico per fare pressione sulla Cina. La chiave in entrambe le strategie era una risposta tempestiva e l’uso della potenza militare per aumentare il rischio di guerra da parte sovietica o cinese e poi aspettare di vedere le loro mosse.


(clicca per ingrandire)

4. Armi nucleari: la soggezione e il senso di sventura generati dalle armi nucleari sono diminuiti dalla fine della Guerra Fredda, ma le armi nucleari sono ancora l’arma americana per antonomasia. La strategia degli Stati Uniti dopo la seconda guerra mondiale consiste nel costruire confini contro nemici significativi per vedere come reagiscono, ad esempio spingendo i confini o invitando a uno scontro stabile. In questo caso, le armi nucleari sono il muro. Non sono uno strumento offensivo per un Paese che dovrebbe evitare operazioni offensive. Sono stabilizzatori per un Paese che ha bisogno di perseguire lo status quo.

5. Economia: nella maggior parte dei paesi, l’economia limita sia la prontezza che il potere deterrente di un esercito. Negli Stati Uniti, l’economia in realtà fornisce entrambi. In termini di potere d’acquisto, crea una base interna stabile in grado di generare tecnologia militare e una forza significativa. In termini di gestione delle relazioni globali, l’economia prevede incentivi e sanzioni non militari. Essendo il più grande importatore al mondo, la capacità degli Stati Uniti di limitare gli acquisti può rimodellare la politica. Usata con prudenza, la disponibilità ad acquistare beni da un Paese può creare relazioni che prevengono la necessità di un’azione militare. Washington ha bisogno di sviluppare un programma economico strategico che riduca il rischio di combattimenti e aumenti i potenziali alleati che potrebbero essere preparati a sostenere l’onere dei conflitti condivisi.

6. Raggiungere l’interesse primario: l’interesse primario degli Stati Uniti è proteggere la patria dall’invasione straniera. Lo scopo di tale sicurezza è mantenere un sistema economico in grado di fornire ricchezza al pubblico americano e mantenere il regime. In parole povere, alcune cose minacceranno la sicurezza e altre no. Per quelle cose che minacciano la nazione, ci deve essere un attento calcolo se la minaccia e il costo della mitigazione della minaccia sono allineati. Il grande pericolo degli Stati Uniti è stato quello di riconoscere le minacce senza riconoscere né il costo né la probabilità di contenerle con successo. Ciò ha portato a una serie di guerre che gli Stati Uniti non hanno vinto e che hanno distolto l’attenzione dagli interessi fondamentali mentre a volte destabilizzavano la nazione.

7. Terrorismo: i gruppi terroristici sono piccoli e diffusi e quindi non possono essere contrastati con l’azione militare tradizionale. Di volta in volta, i militari lottano per determinare dove si trovano questi gruppi e contenerli, anche se si trovano in un paese noto per ospitarli (l’Afghanistan, per esempio). Le organizzazioni di intelligence e le forze speciali sono essenziali in questo senso. La strategia nazionale non può essere deviata dagli interessi geopoliticamente definiti perché così facendo disperde il potere degli Stati Uniti contro un gruppo che non rappresenta una minaccia esistenziale contro gli Stati Uniti.

Schieramento delle truppe statunitensi per regione
(clicca per ingrandire)

Ci sono, ovviamente, questioni di politica estera che devono essere gestite ma che non costituiscono una parte significativa della strategia nazionale. Il dilemma è che coloro che lavorano su tali questioni le considerano estremamente importanti, come dovrebbero. Ma questo si trasforma in una questione burocratica o politica. I funzionari del Dipartimento di Stato Minore cercheranno l’importanza e i presidenti cercheranno i voti. La strategia nazionale può essere chiara, ma la sua amministrazione è complessa. Alla fine spetta al presidente stabilire i confini sempre mutevoli e preservare il carattere essenziale della strategia nazionale. Altrimenti, questioni minori possono diventare grandi guerre e distruggere una presidenza.

Guerre non strategiche: Vietnam e Afghanistan

La decisione di entrare in guerra in Afghanistan era radicata in un fraintendimento della geopolitica e della strategia americana, non diversamente da quanto accaduto in Vietnam decenni prima. Gli Stati Uniti hanno combattuto la seconda guerra mondiale per impedire il consolidamento dell’Europa sotto un’unica potenza. Ciò si basava su un imperativo americano prevalente: impedire una sfida al dominio americano dell’Atlantico. La seconda guerra mondiale dissolse la Germania, ma l’Unione Sovietica emerse come la nuova minaccia in grado di dominare l’Europa. Un’alleanza americana, la NATO e il pericolo di una guerra termonucleare hanno bloccato l’espansione sovietica. L’Europa è stata effettivamente bloccata.

Gli Stati Uniti l’hanno interpretata come una lotta contro il comunismo. In parte, questo era corretto, dal momento che i sovietici volevano indebolire gli Stati Uniti. Con le armi nucleari che rendevano impossibile lo scontro diretto, l’unica strategia aperta ai sovietici era tentare di aumentare la presenza dei regimi comunisti al di fuori dell’Europa, nella speranza che gli Stati Uniti riducessero la loro presenza in Europa per affrontarli. Gli Stati Uniti erano sensibili alla diffusione dei regimi comunisti ma generalmente rispondevano solo con pressioni politiche ed economiche e operazioni segrete. Un’eccezione è stata la crisi missilistica cubana, che è stata una minaccia fondamentale alla sicurezza del Nord America e che gli Stati Uniti hanno contrastato minacciando una guerra, portando alla capitolazione sovietica. Dopo la Corea, non ci furono più guerre anticomuniste su vasta scala fino al Vietnam. Gli Stati Uniti considerarono l’ascesa di un’insurrezione comunista in Vietnam più minacciosa di quando lo stesso accadde in Congo o in Siria.

Il Vietnam non rappresentava una minaccia strategica per gli Stati Uniti. Anche unificato non poteva minacciare il controllo statunitense del Pacifico, e la caduta del Vietnam rappresenterebbe solo un’estensione del Vietnam del Nord. Ma gli Stati Uniti hanno visto due ragioni per intervenire lì. Uno era la teoria del domino, in cui la caduta del Vietnam avrebbe portato alla diffusione del comunismo in tutto il sud-est asiatico. La seconda ragione era la credibilità. Il sistema di alleanze degli Stati Uniti, in particolare la NATO, dipendeva dalla convinzione che gli Stati Uniti avrebbero adempiuto agli obblighi di resistere all’espansione comunista. Gli Stati Uniti erano particolarmente preoccupati per l’Europa, dove il presidente francese Charles de Gaulle sollevava dubbi sull’affidabilità americana e sosteneva un deterrente nucleare indipendente. Qualsiasi cambiamento nell’alleanza sarebbe parziale ma indebolirebbe il muro che contiene i sovietici.

Le parole “domino” e “credibilità” hanno orientato la causa dell’intervento in Vietnam. Non è stata menzionata la possibilità che una sconfitta possa accelerare questi processi. Alla fine, il fatto che si trattasse di un’espansione comunista ha prevalso su qualsiasi considerazione che si trattasse di una guerra non strategica. Un altro fatto è stato ignorato. Durante la seconda guerra mondiale, gli Stati Uniti stavano rispondendo all’aggressione piuttosto che iniziare la guerra. Ciò ha fatto una differenza fondamentale nel dinamismo politico interno. In Vietnam, gli Stati Uniti dovevano avere successo in una guerra non strategica, una guerra che non sembrava essenziale e non era essenziale.

La necessità di mantenere un consenso politico per la guerra del Vietnam non era un lusso. È stato cruciale. Ma i leader americani credevano che le forze statunitensi avrebbero potuto schiacciare rapidamente i Viet Cong e l’esercito nordvietnamita. Il problema era che l’esercito americano era stato creato per una guerra europea, una guerra strategica. È stato addestrato a combattere contro una spinta corazzata sovietica usando aerei, corazze e la complessa logistica necessaria per supportare tale operazione. L’esercito non è stato formato per combattere una guerra contro la fanteria leggera e mobile in un terreno che va dalle colline alle giungle. Washington presumeva che gli attacchi aerei su Haiphong avrebbero costretto alla capitolazione e non comprendeva né l’impegno quasi religioso delle truppe vietnamite né la spietatezza del regime nordvietnamita. Gli Stati Uniti si sono avvicinati il ​​più possibile alla vittoria dopo la fallita offensiva del Tet, ma i fallimenti del comando, problemi logistici e vincoli operativi, insieme al rapido rafforzamento da parte del Nord, lo rendevano impossibile. E questo è stato integrato da un fraintendimento dell’evento da parte della stampa americana che è stato determinante nel portare il pubblico americano contro la guerra.

Il problema con la guerra del Vietnam era che non era strategicamente necessario. L’opinione pubblica degli Stati Uniti sancirebbe una vittoria a buon mercato, ma non una guerra senza fine. Sapeva che né la teoria del domino né la credibilità dell’America dipendevano da questo. I comandanti in guerra avevano combattuto nella seconda guerra mondiale, dove entrambi i fronti erano strategicamente essenziali. Loro e le loro truppe non erano abituati ad accettare una guerra che sarebbe durata sette anni prima della capitolazione americana.

Un processo simile è avvenuto in Afghanistan. Come nazione, l’Afghanistan non era strategico per gli Stati Uniti. Al-Qaeda aveva pianificato l’attacco dell’11 settembre da lì, e l’uso iniziale della CIA, di alcune forze speciali statunitensi e delle tribù anti-talebane per sconfiggere il gruppo aveva senso. Ma al-Qaeda fuggì in Pakistan, e dovette essere presa la decisione di ritirarsi o tentare di prendere il controllo dell’Afghanistan. La risposta ovvia era andarsene, ma quella scelta era restare e cominciare lanciando attacchi aerei su varie città afgane. I talebani controllavano quelle città e l’attacco aereo aveva lo scopo di distruggerle. Lasciarono le città e c’era speranza che la guerra fosse vinta. Ma i talebani si erano semplicemente ritirati e dispersi, e nel tempo si sono raggruppati nelle aree da cui provenivano e che conoscevano meglio.

La missione si è evoluta nel tentativo di distruggere una forza profondamente radicata nella società e nella geografia afghane. I talebani potevano essere contenuti nelle loro aree, con un costo di vittime, ma era impossibile farli cadere. Se i Viet Cong hanno combattuto con un impegno quasi religioso, i talebani hanno combattuto con un impegno religioso genuino. Gli Stati Uniti hanno cercato di creare un esercito nazionale afghano filoamericano come avevano creato l’esercito della Repubblica del Vietnam. L’idea di creare un esercito nel bel mezzo di una guerra ha molti difetti, ma il più grande è che le prime reclute che avrebbero ricevuto sarebbero state inviate dai comunisti o dai talebani. Il risultato fu un esercito che aveva il nemico in posizioni strategiche. Il nemico avrebbe anticipato qualsiasi offensiva che il nuovo esercito avrebbe potuto organizzare.

Viene creata una forza militare per soddisfare gli imperativi strategici. Quando viene combattuta una guerra non strategica, le probabilità sono schiaccianti che la forza, e in particolare la struttura di comando, non sia pronta. Il Vietnam ha impiegato sette anni. L’Afghanistan ha impiegato 20 anni. Nessuna delle due guerre è finita per mancanza di pazienza da parte degli americani. Sono finite perché il nemico era maturato; in Vietnam e Afghanistan, mentre le truppe statunitensi entravano e uscivano a rotazione, il nemico era in casa. E finirono perché ciò che era stato vero per anni era diventato manifesto: gli Stati Uniti non potevano vincere e nessun grande danno ai segreti americani sarebbe derivato dalla fine della guerra.

Nessuna guerra rientrava nella strategia imposta agli Stati Uniti dalla realtà geopolitica. Nessun esercito è stato progettato per combattere una guerra contro una fanteria leggera impegnata, esperta e agile. Combattere una guerra non strategica indebolisce inevitabilmente i militari schierati. E in entrambe le guerre, il nemico potrebbe essere stato sottovalutato, ma una forza americana mal preparata è stata notevolmente sopravvalutata. Ciò che ne seguì non fu il fallimento delle truppe a terra. È stato un fallimento dell’addestramento, del comando e, soprattutto, del fatto che le truppe statunitensi volessero tornare a casa. I talebani erano a casa.

La geopolitica definisce la strategia. La strategia definisce la forza. Il prezzo di impegnarsi in una guerra non strategica è alto e la tentazione di combattere guerre non strategiche è grande. Si aprono con vero allarme e scendono lentamente verso il fallimento. Altrettanto importante, distraggono dalle priorità strategiche della nazione. La guerra del Vietnam ha notevolmente indebolito le capacità statunitensi in Europa, una debolezza di cui i sovietici non hanno approfittato. L’Afghanistan non ha indebolito la forza, ma ancora una volta ha scosso la sua fiducia e la fiducia del pubblico statunitense. Tuttavia, non ha diminuito il potere americano.

Le due guerre sono durate quanto sono durate perché i presidenti coinvolti (è sempre il presidente) hanno trovato più facile continuarle che finirle. Perdere una guerra è difficile. Decidere di aver perso una guerra ancora in corso e fermarla è più difficile. E questo è il prezzo da pagare per le guerre non strategiche.

Dal non strategico all’estremamente strategico: la Cina

La minaccia sovietica all’Europa e all’Atlantico fu gestita senza guerra. La natura strategica della minaccia ha imposto una chiara comprensione, forze appropriate e sostegno politico. A tempo debito la parte più debole, i sovietici, si incrinò sotto la pressione economica imposta dagli Stati Uniti. Questo è il risultato strategico ideale.

La minaccia in Europa è notevolmente diminuita. I russi stanno cercando di riconquistare i territori perduti, ma non sono in grado di minacciare l’Europa. La struttura dell’alleanza transatlantica creata dagli Stati Uniti non è più rilevante e non lo sarà per anni, se non mai. Le alleanze sono vitali per generare ulteriore potere militare ed economico. Forniscono vantaggi geografici e spostano la psicologia degli avversari. Ma con l’evolversi della condizione strategica, anche l’alleanza evolve. La realtà strategica del 1945 era una Russia potente e un’Europa debole. La situazione strategica oggi è una Russia indebolita e un’Europa prospera. La necessità della NATO, quindi, si sposta su qualcosa di meno centrale nella politica statunitense e meno definita da ciò che deve essere fatto, così come si sposta negli altri membri. Il pericolo di alleanze che sopravvivono alla loro utilità è una distorsione della strategia nazionale tale da poter indebolire gli Stati Uniti invece di rafforzarli. Lo scenario peggiore è che possano trascinare gli Stati Uniti in politiche e guerre che minano piuttosto che rafforzare la loro sicurezza nazionale.

Divisione Europea, 1990
(clicca per ingrandire)

Il ridimensionamento del teatro europeo lascia gli Stati Uniti liberi di fare i conti con l’Oceano Pacifico e la potenziale minaccia della Cina. La Cina ha urgente bisogno di costringere gli Stati Uniti a ritrarsi, lontano dalle sue coste e più in profondità nel Pacifico. Ciò è iniziato con la richiesta americana di parità di accesso al mercato cinese, il rifiuto della Cina e l’imposizione di dazi alla Cina da parte degli Stati Uniti. La questione economica non era critica, ma la Cina ha ragionevolmente tratto la conclusione che la visione degli Stati Uniti della Cina era cambiata e che la Cina doveva essere preparata per uno scenario peggiore.

Il caso peggiore sarebbe che gli Stati Uniti impongano un embargo ai porti della costa orientale della Cina e/o lungo le strettoie dell’isola a est della Cina. La Cina è una potenza mercantile dipendente dal commercio marittimo. La chiusura dei porti, così come dello Stretto di Malacca, paralizzerebbe la Cina. Gli Stati Uniti non l’hanno minacciato, ma la Cina deve agire nello scenario peggiore. Gli Stati Uniti hanno creato una struttura di alleanza informale che riguarda la Cina. Giappone, Corea del Sud, Taiwan, Filippine, Indonesia, Vietnam e Singapore sono tutti formalmente o informalmente allineati con gli Stati Uniti, o semplicemente ostili alla Cina. Inoltre, India, Australia e Regno Unito sono attivamente coinvolti in questa quasi-alleanza. La Cina deve presumere che a un certo punto gli Stati Uniti cercheranno di fare pressione se non sui porti, quindi con un blocco di questa linea di isole.

Partner statunitensi e Chokepoint marittimi cinesi
(clicca per ingrandire)

Gli Stati Uniti sono grosso modo nella posizione in cui si trovavano durante la Guerra Fredda. Ha un’alleanza che gli fornisce la geografia necessaria per affrontare un attacco cinese, per lanciare un attacco o semplicemente per mantenere la sua posizione. La Cina deve agire per cambiare questa realtà. Un’opzione sono le maggiori concessioni economiche agli Stati Uniti e ad altre di questo gruppo. Un’altra opzione è lanciare un attacco progettato per rompere la linea di blocco. Un altro è semplicemente mantenere questa posizione a meno che e fino a quando gli Stati Uniti non si muovano. O forse la Cina potrebbe fare ciò che hanno fatto i sovietici: creare una minaccia non strategica a cui gli Stati Uniti non possono resistere, dato il suo noto appetito per il non strategico.

Lanciare una guerra apre le porte alla sconfitta oltre che alla vittoria. La Cina non può essere certa di cosa accadrebbe, e non è chiaro quale sarebbe il conto di una sconfitta. L’economia cinese è sempre sotto pressione, con un vasto numero di persone relativamente povere. Le concessioni economiche non sono una possibilità. Rimanere in questa posizione consente agli Stati Uniti di fare la prima mossa e, dato quello che la Cina vede come avventurismo militare statunitense, Pechino non è sicura che gli Stati Uniti non sopravvaluteranno il potere della Cina. Pertanto, la scelta più probabile sarebbe un diversivo.

I cinesi hanno la capacità di imporre un cambio di regime in qualsiasi numero di paesi che agli Stati Uniti sembrerebbe una sfida diretta, come hanno fatto Vietnam e Afghanistan. La tendenza degli Stati Uniti ad accettare queste sfide non strategiche include anche l’Iraq e, in una certa misura, la Corea. La Cina potrebbe trarre la stessa conclusione dei sovietici, ovvero che gli Stati Uniti risponderanno a una minaccia anche se non strategica. La Cina non è impegnata in tali attività da molto tempo, ma la situazione attuale è più rischiosa di prima. La creazione di un diversivo potrebbe essere vista come l’opzione a basso rischio.

Questo è l’ultimo problema con il secolo americano: è reattivo e talvolta reagisce all’amico gettato sull’acqua dai suoi nemici nella speranza che gli Stati Uniti mordano. Il problema centrale è che la strategia degli Stati Uniti non è guidata dallo strategico e, di conseguenza, è stato difficile distinguere il non strategico dallo strategico. È necessaria una nuova strategia americana per fornire la disciplina per evitare un tentativo cinese di deviare gli Stati Uniti.

L’esito ideale della controversia tra Stati Uniti e Cina è una soluzione negoziata. Nessuno dei due può assorbire il costo della guerra, sebbene gli Stati Uniti abbiano un vantaggio geografico che può neutralizzare qualsiasi vantaggio bellico che la Cina potrebbe aver guadagnato. E questo è il punto della strategia. Primo, la guerra deve essere rara, non la norma. Evitare la guerra richiede un pensiero geopolitico, strategico e disciplinato. Gli Stati Uniti sono stati in prima linea in Europa per 45 anni e hanno posto fine al conflitto con l’Unione Sovietica in modo pacifico, ad eccezione della guerra del Vietnam, che non era materiale. Gli Stati Uniti e la Cina manovreranno sul Pacifico occidentale, ma se gli Stati Uniti si concentrano sulla strategia, probabilmente non finiranno in guerra. La preparazione alla guerra è essenziale. Buttare via quella preparazione su distrazioni non strategiche e sanguinose è l’abitudine che la classe dirigente americana deve superare.

https://geopoliticalfutures.com/facing-reality-a-new-american-strategy/?tpa=YWYwNDhlNTYzNmQzMWRhNDA5MDU5MzE2Mjk5OTE5NThjNWUwN2I&utm_source=newsletter&utm_medium=email&utm_term=https%3A%2F%2Fgeopoliticalfutures.com%2Ffacing-reality-a-new-american-strategy%2F%3Ftpa%3DYWYwNDhlNTYzNmQzMWRhNDA5MDU5MzE2Mjk5OTE5NThjNWUwN2I&utm_content&utm_campaign=PAID+-+Everything+as+it%27s+published

La guerra delle banane del 1954. Complotto o convergenza di interessi? _ di Davide Gionco

La guerra delle banane del 1954.
Complotto o convergenza di interessi?

di Davide Gionco

La United Fruit Company (oggi diventata Chiquita), multinazionale americana operante nel commercio della frutta, possedeva da decenni importanti piantagioni di banane in Guatemala, stato dell’America centrale. La UFCO tutelava i propri interessi esercitando una forte influenza sul potere politico locale, costituito da dittatori militari accondiscendenti che si succedevano uno dopo l’altro, La situazione andò liscia fino al 1944, quando in Guatemala ci fu una rivoluzione popolare (militari, insieme a studenti e lavoratori) che spodestò l’ultimo dittatore-fantoccio filoamericano Jorge Ubico. Nell’anno successivo 1945 ci furono le prime elezioni libere in Guatemala che portarono all’elezione di Juan José Arévalo, che restò in carica fino al 1951, periodo nel quale vi furono ben 30 tentativi falliti di colpo di stato, sponsorizzati con ogni probabilità dalla UFCO e dagli altri latifondisti locali, i quali temevano che il nuovo corso politico portasse alla perdita dei loro privilegi e della loro azione di sfruttamento dei lavoratori e del territorio guatemalteco.
Nel 1950 vi furono le seconde elezioni libere, che portarono all’affermazione del nuovo presidente socialista
Jacobo Árbenz, ministro della difesa uscente, che iniziò il mandato l’anno successivo, promettendo delle riforme economiche che ponessero fine al latifondismo, con la diffusione della piccola proprietà agraria e di una vera economia di mercato. Quindi non un socialismo “comunista”, ma qualcosa di simile a quello in Italia negli anni 1950-1960, con la redistribuzione delle terre ai contadini, tramite confisca delle terre dei grandi proprietari terrieri.
Ovviamente questo progetto politico andava decisamente contro gli interessi della United Fruit Corporation.

I principali azionisti della United Fruit Corporation erano i due fratelli John Foster Dulles e Allen Welsh Dulles. La società aveva da tempo sviluppato profondi rapporti di collaborazione con il Partito Repubblicano statunitense, al punto che in quegli anni, durante la presidenza di Eisenhower, Allen Welsh Dulles ricopriva l’incarico di direttore della CIA, mentre suo fratello John Foster era diventato niente di meno che segretario di stato (ministro degli esteri) di Einsenhower.

Per risolvere il problema la UFCO assunse come esperto di pubbliche relazioni il famoso Edward Bernays, che già si era distinto in passato per avere convinto gli americani neutralisti a partecipare alla prima guerra mondiale e per avere convinto le donne a fumare, raddoppiando i guadagni delle società del tabacco.
Edward Bernays elaborò una strategia di comunicazione basata su notizie false, ma non verificabili dal grande pubblico americano, che facessero credere che in Guatemala non vi era un governo democratico, ma una pericolosa dittatura comunista che sarebbe servita ai russi come base di attacco agli USA.
Bernays invitò a sue spese (ovvero a spese della corporation) degli influenti giornalisti americani, che nulla sapevano del Guatemala, nella capitale Ciudad de Guatemala. Pagò alcuni sedicenti politici di opposizione guatemaltechi che dipinsero il presidente Arbenz come un dittatore comunista privo di legittimazione popolare. Bernays pagò altre persone per fare delle manifestazioni fortemente antiamericane proprio sotto gli occhi degli influenti giornalisti, per dimostrare la pericolosità di quel paese latinoamericano.
Il risultato fu che gli influenti giornalisti si convinsero dell’esistenza di una pericolosissima dittatura comunista filosovietica a due passi dagli Stati Uniti e questo scrissero sui giornali più autorevoli, che alimentarono di conseguenza l’informazione televisiva, i giornali locali, le chiacchiere dei bar, ma soprattutto le convinzioni dei senatori americani che avrebbero poi approvato l’intervento armato americano in Guatemala.

Il travisamento della realtà era compiuto.

Una volta ottenuta la copertura politica (come la definiva Colin Powell prima della seconda guerra in Iraq), fu facile per il direttore della CIA (e principale azionista della UFCO) organizzare i bombardamenti sul Guatemala, addestrare dei militari per formare degli squadroni guidati dal colonnello Carlos Castillo Armas, il quale mise in atto il colpo di stato che lo portò al potere come nuovo dittatore.
La democratizzazione mediatica dell’evento fu completata dalla visita in Guatemala del vicepresidente Richard Nixon, il quale nel discorso ufficiale esaltò il ripristino della democrazia in Guatemala, con l’instaurazione della dittatura militare di Castillo Armas (filo UFCO) e con l’esilio del dittatore Arbenz (che era stato democraticamente eletto).
Questa fu la versione ufficiale americana, fino alla desecretazione dei documenti avvenuta nel 1997.

Per la cronaca, interferenze degli USA, o meglio delle multinazionali a cui i governi del mondo devono rendere conto, nella politica interna di altri paesi si sono verificate moltissime altre volte. Nulla fa pensare che oggi le cosa vadano diversamente.

Si trattò di un complotto? O piuttosto della convergenza di diversi interessi che hanno reso possibile tutto questo?

I fratelli Dulles avevano l’interesse economico dello sfruttamento monopolista delle piantagioni di banane in Guatemala.
Il Partito Repubblicano aveva l’interesse a disporre di generosi finanziamenti (provenienti dagli utili della vendita delle banane) per il successo delle proprie campagne elettorali.
In cambio di questi fondi i repubblicani ed Eisenhower avevano acconsentito la nomina dei fratelli Dulles a capo della CIA e della segreteria di stato.
Einsehower aveva bisogno di rafforzare la propaganda anti-sovietica (ricordiamoci che sono gli anni della guerra di Corea e dell’apogeo di
Joseph McCarthy) e l’immagine di un governo che difende gli americani dal comunismo.

Il punto difficile della manovra era avere l’appoggio dei giornalisti, che probabilmente non avevano degli interessi personali da perseguire.
In questo fu decisivo l’intervento di Edward Bernays, che da un lato regalò il viaggio-premio, tutto spesato, in Guatemala e dall’altro riuscì a convincere gli influenti giornalisti di fatti che non corrispondevano per nulla alla realtà.
Ma, pensandoci bene, quei giornalisti perché avrebbero dovuto difendere un piccolo presidente socialista del paese delle banane e schierarsi contro il direttore della CIA ed il segretario di stato americano?
Oggi, con i principali azionisti delle corporations che controllano l’informazione che sono gli stessi che controllano il commercio delle banane e che finanziano i partiti di governo, l’operazione sarebbe stata ancora più semplice.
In alternativa è sempre possibile
pagare e mettere in posizione di rilievo gli influenti giornalisti.

Se non ci fosse stata la convergenza di interessi fra tutti questi soggetti chiave, il colpo di stato in Guatemala sarebbe fallito (come i 30 precedenti). Si realizzò proprio perché tutti i soggetti chiave avevano degli interessi comuni da perseguire e perché il colpo di stato in Guatemala avrebbe consentito loro di guadagnare ciascuno la sua parte.

Lo stesso è sempre avvenuto prima di allora ed avviene ancora oggi.
Chi persegue i propri interessi senza riguardi per l’umanità, farà sempre ciò che è in suo potere per perseguirli. Se vi saranno le condizioni per avere l’appoggio di altri portatori di interessi, stringeranno un’alleanza. E l’azione verrà portata a termine.

Quindi non chiamiamoli “complotti”, ma chiamiamole convergenze di interessi.

Stati Uniti, fuori il primo_con Gianfranco Campa

Sono cominciati i regolamenti di conti in casa democratica. Se non è la corruzione, è il sesso se non il comportamento allusivo la buccia di banana sulla quale fare scivolare le vittime predestinate. Si eliminano pericolosi concorrenti, si rimuovono personaggi scomodi sui quali addossare le responsabilità politiche di gestioni disastrose. A New York il problema è la gestione fallimentare della pandemia. In Italia sino ad ieri, stando ai nostri diffusori di veline, Cuomo è stato presentato come un esempio di gestione contrapposto al disastroso Trump. Da oggi la musica è cambiata. Un segnale che il destino di Cuomo è segnato; vedremo se riuscirà a trascinarsi dietro qualche altro nome illustre.
NB_per vari motivi la conversazione ha assunto un ritmo troppo lento e ha dovuto essere sospesa proprio sulla parte più interessante. Appena possibile riprenderemo il filo interrotto_Giuseppe Germinario

https://rumble.com/vkx67u-stati-uniti-fuori-il-primo-con-gianfranco-campa.html

 

 

 

Stati Uniti, un capitano inebetito in un mare troppo impervio_con Gianfranco Campa

In un mare a stelle e strisce troppo impervio viaggia una nave malconcia con nuove falle da chiudere e un capitano inebetito alla guida. La ciurma senza polso comincia ad azzuffarsi apertamente e a decidere in proprio. E’ l’immagine dell’amministrazione di Biden che comincia a serpeggiare anche in settori una volta laicamente fedeli al vecchio establishment. Una parte dell’equipaggio, quella derisa e fustigata, si appresta a prendere il timone. Si vedrà se riusciranno a portare a destinazione quel che resta del naviglio oppure se sapranno riportare il bastimento all’antico splendore e alle passate certezze. Dalla riva europea gli spettatori non sembrano cogliere la dimensione del dramma accecati come sono dagli affabulatori e dai cantapanzane. Si stanno smarrendo nelle proprie illusioni; rischiano di perdere i rifornimenti e di bruciare il tempo per costruirsi le proprie navi. Buon ascolto, Giuseppe Germinario

https://rumble.com/vjqbqz-negli-stati-uniti-un-capitano-inebetito-in-un-mare-impervio-con-gianfranco-.html

 

 

L’identità nazionale compromessa_con Gianfranco Campa

I giri di valzer si susseguono vorticosi; persone apparentemente affidabili si stanno rivelando quantomeno incapaci di sostenere la pressione e mantenere un minimo di coerenza; gli strali partono da più fronti ma stanno convergendo tutti su Donald Trump. Non è stato possibile sconfiggerlo politicamente, lo si dovrà azzoppare in qualche modo. E’ iniziata una campagna che punta a criminalizzare un intero movimento. In pratica la metà del paese. E’ il nemico interno da additare al pubblico ludibrio. A differenza di dieci anni fa, però, gli inquisitori sono poco credibili; hanno il controllo pressoché esclusivo delle leve di potere, ma non il consenso maggioritario e la credibilità necessari. La stessa alleanza che ha portato all’insediamento di Biden, costruita così faticosamente rischia di scricchiolare in qualsiasi momento e di perdere prima del previsto il leader ologramma che hanno appena insediato. Le linee di frattura sono numerose: quella innanzitutto tra i detentori storici delle leve e la componente radicale; quella tra l’ambientalismo e i produttori, accentuata per altro dalla fretta che impedisce alla industria e all’artigianato statunitense di adeguarsi; quella tra l’interventismo militare strisciante e il pacifismo. Ma siamo solo all’inizio. Buon ascolto_Giuseppe Germinario

https://rumble.com/ve40qt-lidentit-nazionale-compromessa-con-gianfranco-campa.html

 

L’OROLOGIO DI BIDEN E LA NUOVA QUESTIONE D’ORIENTE, di Antonio de Martini

L’OROLOGIO DI BIDEN E LA NUOVA QUESTIONE D’ORIENTE
Nella sua foga di prendere le distanze dalla politica di Trump smaccatamente favorevole a Israele e rigida verso il resto del Vicino Oriente, il Presidente Biden ha dato rilievo al fatto che ha atteso quattro settimane prima di telefonare al premier Netanyahu.
Il problema è che si è anche astenuto da ogni altra forma di intervento sugli attori dell’area, consentendo a ciascuno di progettare pericolosi scenari pro domo sua.
Gli israeliani, in queste quattro settimane, certi di non poter piu godere degli stessi atteggiamenti di complicità evidente e desiderosi di mettere l’amministrazione democratica USA di fronte a fatti compiuti, ha elaborato una nuova strategia.
Si tratta della teoria di “ una guerra piccola tra due grandi” testata con una manovra militare chiamata “ giorni di combattimento” svoltasi nei giorni scorsi alla frontiera libanese.
In buona sostanza è una riedizione della politica delle “ spedizioni punitive” degli anni passati consistenti in puntate offensive in territorio libanese limitate nel tempo e negli scopi.
Ma dall’altra parte non c’è più solo il pacifico Libano. C’è l’Hezollah, l’obbiettivo strategico di cui vorrebbero aver ragione ma di cui non riescono a valutare il potenziale e la crescita provocata dalla guerra di Siria.
C’è anche la forte tentazione da parte di Netanyahu di decidere le sorti delle elezioni politiche generali che si terranno tra un mese ( per la quarta volta in poco piu di un anno), con un blitz militare di successo che elimini depositi e officine mimetizzate nei villaggi abitati da civili.
A queste minacce e a questa strategia l’Hezbollah ha risposto con un video.
Assieme a riprese del Premier e di alti gradi israeliani che biasimano il miscuglio tra impianti militari e abitazioni civili minacciando distruzioni, il video assume un aspetto da briefing militare mostrando immagini satellitari del territorio israelo palestinese – con tutti i riferimenti geografici del gergo militare- indicanti identico miscuglio tra abitazioni civili e installazioni militari con esatta specifica della natura di ciascuna installazione.
Poi espone la strategia Hezbollah della “ risposta equilibrata” .
Se verrà colpita una abitazione, la risposta colpirà una abitazione. Se un villaggio, un villaggio, se una città, una città….
L’ampiezza e l’accuratezza degli obbiettivi indicati non lascia dubbi circa la credibilità della minaccia e la professionalità della preparazione.
La capacità balistica avversaria gli israeliani la conoscono già.
Qualcosa di simile è accaduto nei giorni scorsi nel kurdistan iracheno, nei pressi di Erbil , dove una base con personale e contractors americani – finora off limits- è stata oggetto di un attacco di una nuova formazione chiamata “ i guardiani del sangue.”
In pratica, ciascun protagonista dello scacchiere dispone di una nuova strategia mentre la nuova amministrazione americana brancola nel buio.
Il nuovo segretario di Stato Blinken ha dovuto frettolosamente rettificare una frase infelice del suo portavoce dubitativa di una dichiarazione turca circa l’eliminazione di 13 ostaggi turchi in mano ai curdi.
In Afganistan, in attesa della promessa evacuazione entro il 1 aprile, i talebani hanno lanciato la solita offensiva di primavera.
La tensione cresce in attesa di una iniziativa conciliatrice USA verso l’Iran, stremato dalle sanzioni ingiustificate, che ritarda e dà la sensazione – errata- che l’esagitato abbia lasciato il posto al rimbambito.
L’orologio americano è rimasto fermo a quando il mondo rispettava i suoi tempi.
Un tempo credevamo che i nemici degli USA fossero anche i nostri. Ora non più.
Hanno esagerato.

Negli States il diavolo e la pentola!…..ma il coperchio?_ con Gianfranco Campa

Negli States la preda pare sempre sul punto di rimanere intrappolata, ma ancora una volta riesce a farsi beffe dei cacciatori. Questo perchè i cacciatori sembrano prescindere dal contesto politico-economico nel quale si muove Trump; forse mancano ancora degli strumenti e delle capacità necessarie ad elaborare e costruire un progetto politico che riesca in primo luogo a legittimarli e renderli credibili. Proseguono a tentoni, ma così possono sperare solo in qualche colpo fortunato. Sembra una storia senza fine, ma solo fino a quando il movimento avverso non riuscirà ad esprimere una nuova e più solida leadership. E’ probabilmente il vero obbiettivo che sta attualmente perseguendo Trump. Sarà quello l’inizio vero della fine di questa farsa sempre più grottesca. Buon ascolto, Giuseppe Germinario

https://rumble.com/vdu8rt-stati-uniti-il-diavolo-la-pentola…ma-il-coperchio-con-gianfranco-campa.html

 

quale politica estera degli Stati Uniti di Biden_di Orbis Géopolitique

Rispetto a Donald Trump, Joe Biden padroneggia con facilità il funzionamento della geopolitica. La sua carriera politica come Presidente della Commissione Affari Esteri del Senato gli ha infatti dato l’opportunità di interessarsene da vicino. Uomo di compromesso, multilateralista, desideroso di riallacciarsi alla strategia del suo ex mentore Barack Obama, si prepara quindi a rompere con l’eredità di Trump. Una svolta a 180 0 per gli Stati Uniti?


Dopo D. Trump, unilateralismo e patriottismo economico lasceranno il posto a una nuova diplomazia. Notizia ? Non esattamente, perché J. Biden è la coppia Obama-Clinton alla Casa Bianca. Sebbene gli interessi degli Stati Uniti rimarranno sempre rivolti all’Estremo Oriente e continueranno quindi a voltare le spalle all’Europa, che B. Obama aveva già avviato con il “perno a est”, molti cambiamenti diplomatici vedranno la luce del giorno . In realtà, è la tattica che cambierà e non proprio la strategia.

Ma cosa sarà concretamente?

In un tweet del 7 luglio 2020, J. Biden ha dichiarato: Ripristinerò la nostra leadership sulla scena internazionale. “Se D. Trump non lo ha necessariamente annientato, ha senza dubbio limitato notevolmente il volto interventista degli Stati Uniti. Per quanto riguarda l’Europa, prima di tutto, J. Biden desidera tornare alla politica perseguita dal suo ex mentore. Sotto B. Obama, infatti, aveva promosso l’allargamento della NATO e un conseguente riavvicinamento all’Unione Europea. J. Biden desidera quindi riconquistare un ruolo di primo piano in un’Europa divisa e desiderosa di costruire una certa autonomia strategica. Quindi, se il nuovo presidente sarà più accomodante nei confronti dell’Occidente, ricordiamoci che non cederà alle spese del vecchio continente nei confronti della NATO. Un ritornello che suggerisce nuove crisi all’interno dell’Alleanza Atlantica.

D’altra parte, ed è qui che emerge indiscutibilmente il lignaggio di Clinton, Biden è fermamente contrario a qualsiasi forma di riavvicinamento con la Russia. Senza soffermarsi sul fatto che sia contro Vladimir Putin o contro la Russia che gli Stati Uniti si oppongono, conserviamo questa frase che Biden ha pronunciato lo scorso aprile a Foreign Policy  : “Per contrastare l’aggressione russa, dobbiamo mantenere le capacità militari dell’alleanza ad alto livello mentre espandere la propria capacità di affrontare minacce non tradizionali, come corruzione armata, disinformazione e furto di computer. “ Una formula che dimostra, ancora una volta, che la Guerra Fredda non è finita.

In Medio Oriente, il presidente Biden romperà, in parte, con la geopolitica intrapresa dall’amministrazione Trump. Volendo staccarsi dalle alleanze turca e saudita, che considera troppo offensive nello Yemen in particolare, è soprattutto nei confronti dell’Iran che la diplomazia americana si evolverà notevolmente. L’accordo di Vienna del 14 luglio 2015, sull’allentamento delle sanzioni americane, tornerà sul tavolo dei negoziati. Una scelta che contraddice la sua politica fermamente filo-israeliana, illustrata dal fatto che non invertirà le azioni di Trump nei confronti dello Stato ebraico. Il riavvicinamento con la Repubblica islamica spezzerà, in questo senso, l’eredità del suo predecessore che aveva fatto di tutto per unire gli Stati del Golfo a Israele contro l’Iran. Ma il nuovo inquilino della Casa Bianca continuerà, come ha fatto Obama, ma anche il suo predecessore, il ritiro americano dal Medio Oriente. Questa regione sembra quindi non essere più il centro degli interessi statunitensi. Infine, tieni presente che Biden metterà fine alMuslim Ban , che consentirà nuove relazioni con gli stati musulmani presi di mira.

Così, la nuova geopolitica degli Stati Uniti sarà un vero ritorno a quella guidata da Obama. Sotto quest’ultimo, Biden aveva creato la Trans-Pacific Partnership, che Trump ha sepolto, e ha sempre favorito il compromesso contro la Cina. Ma quale sarà il suo atteggiamento nei confronti di Pechino, mentre infuria la guerra geopolitico-commerciale tra i due stati?

L’amministrazione Biden sarà quindi molto prevedibile, perché, a differenza del suo predecessore, sarà un fervente difensore del diritto internazionale e lo privilegerà sugli equilibri di potere. Volendo costruire, ad esempio, un Summit delle Democrazie e chiedendo il reinserimento degli Stati Uniti nell’Organizzazione Mondiale della Sanità o negli accordi sul clima di Parigi, Joe Biden farà rivivere la classica geopolitica degli Stati Uniti. Niente più realpolitik . Venato di neo-conservatorismo, nei suoi rapporti con la Russia e nella misura in cui affermava che “l’America è un faro per il mondo” , tornerà e riporterà il mondo allo status quo ante. Previsioni che dovranno poi fare i conti con la realtà e gli imprevisti delle relazioni internazionali.

https://www.revueconflits.com/joe-biden-politique-exterieure-orbis/

 

Giochi spericolati, di Giuseppe Masala

Sta facendo scalpore la vicenda dell’azienda americana di videogames GameStop. I fondi hedge di Wall Street ne avevano decretato la morte posizionandosi al ribasso per farne crollare le quotazioni. Inaspettatamente parte un passa parola tra gli utenti di gaming americani che stimano evidentemente questa società e decidono di acquistare in massa i titoli di GameStop. Il risultato è sconvolgente per i Signori di Wall Street: il titolo inizia a correre in borsa con una risalita del corso azionario. A questo punto i fondi hedge si ritrovano con il cerino in mano avendo venduto allo scoperto e dovendo riacquistare i titoli per coprirsi a prezzi altissimi. I Signori di Wall Street si ritrovano a perdere miliardi di dollari e in alcuni casi rischiano il fallimento. Apriti cielo, pure la Yellen tutta preoccupata dice che sta seguendo la situazione. E non ho capito; per una volta che abbiamo avuto la riprova che la Mano Invisibile può esistere e che non sempre ci sono posizioni dominanti nel mercato questi si scandalizzano anzichè fare i salti di gioia.
Attenzione che è molto importante questa storia; se capiscono che 1 milione di persone con 1000 euro coordinate tramite social valgono più dei signori di Wall Street vedremo in futuro cose molto ma molto interessanti e vedremo i politici che – tutti preoccupati – diranno che non ci si può coordinare (mentre se si coordinano gli squali delle borse va bene) e che serve una legge contro il “Gang Trading”…

 

Comprendonio
Vedete come hanno capito subito? Ora si sono lanciati su Nokia che sta segnando un rialzo del 19% e su Telegram è tutto un florilegio di gruppi dove si invita a comprare Nokia. Fantastici, hanno capito che centomila formichine coordinate abbattono un Mammuth di Wall Street. Aspettiamo le dichiarazioni preoccupate di giornalisti, economisti e politici contro i fascio sovranisti che dallo spacciare fake news per favorire Trump sono passati all’attacco delle borse perturbando i giochi. E poi alla fine qualcuno dirà che questo fenomeno è organizzato degli hacker di Putin. Claro.
Nessuna descrizione della foto disponibile.
La stangata dei Redditers.
Assume risvolti sempre più emblematici la vicenda della società americana GameStop quotata sul Nasdaq. Riassumo brevemente: una comunità che si scambia opinioni su Reddit decide di agire in maniera coordinata acquistando le azioni della società e ponendo in enorme difficoltà gli hedge fund di Wall Street che erano tutti posizionati al ribasso (vendevano allo scoperto). Le azioni della società hanno iniziato a salire esponenzialmente lasciando letteralmente in brache di tela i grandi specutori finanziari. Parte immediatamente una canea, Reddit blocca il gruppo (non si sa bene per quale motivo), i politici americani si dicono preoccupati (ma e il libero mercato vale solo quando guadagnano i loro amici?), i giornali iniziano a demonizzare attaccandosi sulle solite frasi “zezziste, razziste, omofobe” presenti nel gruppo e ora addirittura la Ceo del Nasdaq dice che bisogna interrompere le contrattazioni perchè i grandi investitori abbiano tempo per riposizionarsi rispetto al titolo. Ecco, mi soffermo su questo ultimo punto. Avete mai letto di un amministratore di un mercato finanziario che chiede l’interruzione delle contrattazioni su un titolo di stato per evitare che in quella nazione vengano chiuse scuole, ospedali, aziende a causa della speculazione? Avete mai sentito chiedere una cosa del genere per salvare la Grecia? No, mai. Il mercato non si ferma, la mano invisibile deve agire per efficientare il sistema. Ora però che la mano invisibile lascia a pane e unghie gli hedge fund degli squali di Wall Street il mercato si può fermare per evitare i fallimenti.
Ecco, io non credo che i Redditers che hanno organizzato questa stangata micidiale avessero in mente i risvolti politici. Volevano solo spennare come polli chi in genere spenna gli altri. La legge del contrappasso. Ma indipendentemente da questo, la loro azione ha una valenza politica enorme: è chiaro che il Re è nudo.
“Il libero mercato vale fino a quando i miei amici vincono. La libertà di opinione vale fino a quando non danneggi i miei politici con le pubblicazioni sui social. Le elezioni valgono fino a quando voti chi dico io, se no scoppia una pandemia e m’invento 10 milioni di voti via posta per il mio candidato. La democrazia vale fino a quando mi conviene”. Questo è ciò che ci comunicano Lorsignori.
Prendiamo atto che abbiamo vissuto in una realtà virtuale. Sotto tutti gli aspetti. Intanto ringraziamo i pazzi Redditers che si sono inventati la più divertente stangata che si sia mai vista sui mercati finanziari.
Intanto i pazzi di Reddit tornano alla carica (dopo che ieri SEC e Governo Usa hanno fatto di tutto per bloccarli compresa la disattivazione degli acquisti sulle piattaforme di trading): GameStop (GME) oggi sta a +61%.
Reuters intanto ci informa che i danni causati (fino ad ora) alle posizioni short delle istituzioni finanziarie sono quantificabili in 70 miliardi di dollari (settanta miliardi di dollari). Stasera compro popcorn e birra ghiacciata 🍿🍿🍿🍺🍺🍺
NB_tratto da Facebook

GLI USA ACCENTUANO LA FASE MULTICENTRICA, a cura di Luigi Longo

GLI USA ACCENTUANO LA FASE MULTICENTRICA

 

a cura di Luigi Longo

 

Suggerisco la lettura dell’interessante intervista di Michel Raimbaud, diplomatico francese, professore di relazioni internazionali al Centre d’Études Diplomatiques et Stratégiques (CEDS), rilasciata alla redazione de l’Antidiplomatico in data 22/1/2021 e pubblicata sul sito www.lantidiplomatico.it.

E’ una lucida intervista nella quale vengono messe a fuoco con chiarezza questioni importanti: le cosiddette primavere arabe, l’aggressione alla Libia e alla Siria, il ruolo degli Stati del Golfo Persico, il gioco degli agenti strategici statunitensi nei luoghi istituzionali per affermare il proprio potere, l’uso dei mass media occidentali, la funzione della Cina e della Russia.

Gli Usa, passata la farsa delle elezioni politiche, riprendono, cambiando tattica ma non strategia, l’uso della forza per contrastare il loro declino: le azioni sono ricominciate con il rafforzamento delle truppe in Siria; le provocazioni, con il primo cacciatorpediniere FDNF (Forward Deploved Naval Forces) entrato nel Mar Nero, che insieme agli interventi della Nato, non facilitano la stabilità della regione, anzi, come sostiene il ministero degli Esteri russo << […] con la loro attitudine aggressiva mostrano di volere piuttosto destabilizzare la regione.>> (1); gli attacchi mettono<< […] nel mirino la Russia e la Cina mandando i primi duri segnali alle due superpotenze rivali. Il primo è contro la repressione di Mosca delle manifestazioni a favore dell’oppositore Alexiei Navalny. Il secondo contro le “intimidazioni” cinesi a Taiwan, nel giorno in cui i bombardieri di Pechino hanno sorvolato lo spazio aereo dell’isola che il Dragone vorrebbe riportare sotto le proprie ali, dopo la stretta su Hong Kong. […] >>; le ritorsioni riprendono con le << […] nuove sanzioni sulle interferenze russe nelle elezioni, sui cyber attacchi, sull’avvelenamento di Navalny e sulla violazione dei diritti umani. >> (2).

La guerra contro la Siria, << […] “Cuore pulsante dell’Arabismo”, sede dei primi califfi, centro d’influenza dell’Islam illuminato e culla del cristianesimo, la Siria […] ha goduto grande prestigio tra arabi e musulmani.  . […] è un paese radioso per natura. Un paese prospero, indipendente, stabile, autosufficiente, che produce la maggior parte di ciò che consuma e consuma ciò che produce, un paese senza debito estero o dipendenza dal FMI e dalla Banca mondiale >>, assume una valenza strategica per il Grande Medio Oriente (3) dove si delineano sempre più i poli contrapposti tra gli Stati Uniti d’America da una parte e la Cina e la Russia dall’altra. La Siria può diventare il punto di svolta della fase multicentrica (4).

E’ l’area del Grande Medio Oriente che va egemonizzata dagli USA per rompere il formarsi del polo Cina-Russia (sempre più coordinato). Sono le due potenze mondiali che mettono in discussione l’indispensabilità unilaterale degli Sati Uniti e lottano per un mondo multicentrico.

L’Unione Europea? Non conta perché non è una nazione (espressione di una federazione delle nazioni europee), non è un soggetto politico autonomo e indipendente con una visione strategica tra Oriente e Occidente. Essa è stato un progetto pensato, realizzato e utilizzato, nella fase monocentrica, dagli Stati Uniti per le proprie strategie di dominio mondiale.

L’Italia? Una espressione geografica, al servizio degli USA e dei loro principali servitori (Germania e Francia), governata da:

 

<< Facce che lasciano intendere di sapere tutto e non dicono niente
Facce che non sanno niente e dicono di tutto
Facce suadenti e cordiali con il sorriso di plastica
Facce esperte e competenti che crollano al primo congiuntivo
Facce compiaciute e vanitose che si auto incensano come vecchie baldracche
Facce da galera che non sopportano la galera e si danno malati
Facce che dietro le belle frasi hanno un passato vergognoso da nascondere
Facce da bar che ti aggrediscono con un delirio di sputi e di idiozie
Facce megalomani da ducetti dilettanti
Facce ciniche da scuola di partito allenate ai sotterfugi e ai colpi bassi
Facce che hanno sempre la risposta pronta e non trovi mai il tempo di mandarle a fare in culo
Facce che straboccano solidarietà
Facce da mafiosi che combattono la mafia
Facce da servi intellettuali, da servi gallonati, facce da servi e basta
Facce scolpite nella pietra che con grande autorevolezza sparano cazzate
Non c’è neanche una faccia, neanche una he abbia dentro con il segno di qualsiasi ideale una faccia che ricordi il coraggio, il rigore, l’esilio, la galera.

No, c’è solo l’egoismo incontrollato, la smania di affermarsi, il potere, il denaro, l’avidità più diffusa, dentro a queste facce impotenti e assetate di potere […] >> (5).

 

 

 

NOTE

 

1.Redazione de l’Antidiplomatico, Nave da guerra USA entra nel Mar Nero vicino alla Russia, www.lantidiplomatico.it, 23/1/20121.

2.Redazione Ansa, Biden mette subito nel mirino la Russia e la Cina, www.ansa.it, 25/1/2021.

3.Roberto Aliboni, a cura di, La Nato e il Grande Medio Oriente, www.iai.it, 2005.

4.Luigi Longo, La Siria punto di svolta della fase multicentrica, www.italiaeilmondo.com, 15/4/2018.

5.Giorgio Gaber, Mi fa male il mondo in Album “E pensare che c’era il pensiero”, www.giorgiogaber.it, 1995.

 

 

 

 

LA PREMESSA REDAZIONALE

 

AMB. RAIMBAUD A L’AD: “IN LIBIA E SIRIA, I MEDIA OCCIDENTALI HANNO FAVORITO GLI AGGRESSORI E I CRIMINALI”

 “Bashar al Assad non ha torto quando dice che non cambierà nulla tra un repubblicano e un democratico in generale, tra Trump e Biden in particolare. Nulla cambierà per il mondo arabo e in particolare per la Siria.” A dichiararlo all’AntiDiplomatico è Michel Raimbaud, decano della diplomazia francese, professore di relazioni internazionali e autore di diversi libri di successo sul Medio Oriente. Dopo una lunga carriera come Ambasciatore nella regione ha visto da vicino l’inizio delle cosiddette “primavere arabe” che per Raimbaud sono stati eventi “manipolati da attivisti formati da ONG occidentali in Occidente”. E ancora: “Questi eventi, che per dieci anni hanno seminato caos, distruzione” hanno creato “un clima di guerra aperta nella maggior parte dei paesi arabi”. Con un’eccezione molto sospetta ricorda l’Ambasciatore francese:“Le monarchie petrolifere (Arabia Saudita e Stati del Golfo) sono state curiosamente risparmiate”.

I danni prodotti sono stati enormi. Paesi distrutti e popoli alla disperazione. Ma la resistenza siriana, come sottolinea ampiamente Raimbaud nel corso della sua intervista, ha segnato un punto di svolta storico, con la Nato e i suoi progetti in stile Libia che sono stati sconfitti: “La Siria è devastata, ma non è stata sconfitta e smantellata dopo dieci anni di guerra spietata con un’aggressione collettiva. Va notato che la Russia, ma anche la Cina, stanno sviluppando congiuntamente una potente cooperazione strategica e che sono entrambi sostenitori della Siria di fronte all’aggressione islamista occidentale.” E la debacle occidentale mostrata sulla vicenda Covid per l’Ambasciatore francese è un segnale fondamentale. “La disastrosa gestione della pandemia negli USA e in Europa occidentale, rispetto al controllo cinese e alla gestione efficace della crisi da parte della Russia. Russia e Cina sono uscite vittoriose sull’Occidente nella lotta anti-Covid agli occhi del mondo.”

L’INTERVISTA

Signor Raimbaud, il 2021 segna il decimo anniversario della cosiddetta Primavera araba. Quale valutazione possiamo fare?

Precisiamo innanzitutto che i movimenti di protesta scoppiati dal dicembre 2010 (in Tunisia) alla primavera 2011 non sono ovviamente né “primavere” politiche, né “rivoluzioni pacifiche e spontanee” per la democrazia e per i diritti umani. Sebbene inizialmente attirassero persone di buona fede che combattevano contro la corruzione e i regimi autoritari, divenne presto evidente che i movimenti erano supervisionati, addestrati e manipolati da attivisti formati da ONG occidentali in Occidente, con tecniche standardizzate di mobilitazione, propaganda e organizzazione, apprese sul campo grazie alle rivoluzioni colorate che hanno portato allo smantellamento dell’ex Jugoslavia negli anni ’90 (movimento OTPOR = resistenza).

Dalle corporazioni mediatiche dominanti sono state descritte come “lotte per la democrazia e per i diritti umani”. Che cosa sono state in realtà?

Le richieste riguardavano la partenza dei Capo di Stato, il cambio di governo e riforme volte ad indebolire o distruggere lo Stato, le istituzioni, gli eserciti (obiettivi prioritari per i “rivoluzionari” sempre ispirati dall’estero, per gli occidentali e per Israele). Le invocazioni alla democrazia e ai diritti umani sono esche intese ad attirare le simpatie dei protettori e degli “amici” occidentali. Queste rivolte organizzate, orchestrate, manipolate e presto pesantemente finanziate e armate dall’estero (i paesi anglosassoni tramite le ONG) degenereranno in conflitti e situazioni caotiche, estendendosi di paese in paese dal Maghreb al Mashrek. Questa cascata di tragedie non è un susseguirsi di guerre civili isolate e spontanee, come suggerisce la falsa versione trasmessa in Occidente per nascondere la grossolana ingerenza dell’Impero Atlantico. Nel loro insieme, costituiscono le componenti di un piano di destabilizzazione e distruzione (non possiamo ripeterlo abbastanza) concertato, immaginato, teorizzato dall’America, dai suoi genitori anglosassoni e dal suo ramo israeliano. Questa impresa si affida ovviamente a staffette, complici, alleati in tutti i Paesi interessati: in primo piano le forze estremiste islamiche: spesso i Fratelli Musulmani, patrocinati da Turchia e Qatar oppure i movimenti influenzati dai wahhabiti del ‘Arabia Saudita o dagli Emirati Arabi Uniti o altri paesi del Golfo. Senza questa alleanza aperta e finalmente riconosciuta dagli stakeholder tra Occidente e Israele da un lato, Stati e forze islamiste dall’altro, non ci sarebbero state “rivoluzioni”, che prenderanno varie svolte e sperimenteranno vari sviluppi.

Dalla Tunisia alla Libia è stata una rapida escalation. Il piano iniziale per eliminare Gheddafi è saltato e si è dovuti intervenire con una guerra criminale i cui effetti pesano ancora oggi. E’ stata la resistenza del popolo siriano a fermare il piano di completa destabilizzazione dell’aera pensato a Washington?

I primi risultati si notano subito in Tunisia, poi in Egitto (con la cacciata di Ben Ali e Mubarak dopo poche settimane), i processi elettorali metteranno al potere piuttosto rigidamente i Fratelli Musulmani, poi verrà l’instabilità politica, insicurezza, destabilizzazione. In Algeria e Mauritania, una prima “primavera” è stata segnalata nel gennaio 2011 e soffocata. Allo stesso modo in Marocco, dove il re ripristinò rapidamente la situazione, e in Bahrain, dove l’Arabia intervenne per salvare la dinastia sunnita contro una popolazione sciita. Il trambusto non si è mai fermato. La “rivoluzione” prende piede in Yemen e si trasforma in guerra civile: dura fino ad ora. La Libia e poi la Siria vengono colpite. La Jamahiriya di Gheddafi dovrà affrontare l’intervento illegale della NATO, la secessione e il caos. Gheddafi sarà assassinato dai “rivoluzionari” aiutati dai “servizi” occidentali. Lo stato è distrutto e non si è mai ripreso. La Siria sperimenterà la guerra contro il jihadismo, gli occidentali, gli islamisti e il terrorismo, gli “Amici del popolo siriano” (114 stati alla fine del 2012, numero che poi si scioglierà). La poliedrica guerra (“Le guerre della Siria”, titolo del mio ultimo lavoro, pubblicato nel giugno 2019)) assumerà rapidamente le sembianze di una guerra di aggressione, anche nei suoi aspetti jihadisti e terroristici più violenti e spettacolari. Questi eventi, che per dieci anni hanno seminato caos, distruzione e creato un clima di guerra aperta nella maggior parte dei paesi arabi ma anche nel Medio Oriente “allargato” (il Grande Medio Oriente di George W. Bush), hanno evidenziato prova del confronto globale tra l’America e il suo impero israelo-anglosassone da un lato e i due Grandi “emergenti” o “rinati” dell’Eurasia e dei loro alleati dall’altra. In questo confronto politico ed economico globale , finanziari, militari, strategici, ideologici e geopolitici, i paesi del Grande Medio Oriente sono una posta in gioco, un campo di battaglia e attori decisivi (cfr. Il mio libro “Storm on the Greater Middle East” 2015 – 2017). Tornerò su questo più tardi.

È interessante notare che quasi tutti i paesi repubblicani arabi sono stati colpiti da questa “epidemia”, dal Nord Africa al Medio Oriente, così come due monarchie, Marocco e il Bahrein. Le monarchie petrolifere (Arabia Saudita e Stati del Golfo) sono state curiosamente risparmiate, mentre i loro regimi sono i più arretrati, ma sono sostenuti dagli Stati Uniti e dall’Occidente. Per quanto riguarda il ruolo dei media, merita un libro a parte. Lo menziono in una risposta seguente.

Facciamo un passo indietro. I leader di Libia e Siria, Gheddafi e Assad, nel 2010 visitano paesi europei come l’Italia e la Francia, con rapporti che sembrano cordiali. Un anno dopo, la Libia vive le rivolte che hanno portato all’assassinio di Gheddafi e inizia una guerra in Siria con Assad che resiste. La stessa Turchia di Erdogan aveva ottimi rapporti con la Siria. Cosa ha causato questo cambiamento di rotta?

I rapporti erano indubbiamente ingannevolmente cordiali nei due casi da lei segnalati; Questi due casi devono essere separati. Si tratta più o meno per gli europei di ottenere dai capi di Stato, noti per la loro fermezza nei principi e la loro fedeltà nelle alleanze, nelle concessioni politiche, strategiche o economiche (in materia di petrolio o gas), senza che ci fosse una controparte dalla parte di Parigi o di Roma. Per quanto riguarda la Libia, penso che l’idea era quella di riuscire a convincere Gheddafi a rinunciare a qualsiasi progetto nucleare (lo farà) e ai suoi piani per l’indipendenza e l’unità economica, finanziaria e monetaria dell’Africa (non lo farà e quindi andava “punito”). Il caso siriano è un po’ diverso. La Francia fu apparentemente responsabile di aver trasmesso la pressione americana di W. Bush e Colin Powell su Bashar al Assad, al fine di convincere quest’ultimo a rinunciare alla sua alleanza con l’Iran e alle sue relazioni con Hezbollah, per compiacere Israele. Il presidente siriano non si arrese, e gli chiesero un risarcimento per i progetti dell’oleodotto. Bashar al Assad ancora non si arrese, la doveva pagare. Capito che questi punti sono probabilmente solo la parte emergente del caso. Nel 2010/2011 a Washington è scritto in modo chiaro che la Siria deve essere distrutta. In assenza di un pretesto, lo creeremo. Concessione o assenza di concessione, è scritto che ci sarà guerra grazie all’epidemia di “rivoluzioni”, questa che permette lo scoppio di un conflitto a priori dall’interno, senza che ci siano interferenze troppo appariscenti.

Gheddafi aveva allacciato fruttuosi rapporti politici ed economici con l’Italia, accordi sul petrolio e sulle infrastrutture durante il governo Berlusconi. La guerra contro la Libia che ha visto la Francia di Sarkozi tra i suoi principali promotori, secondo lei, è azzardato dire che è stata una guerra contro l’Italia per mettere le mani sul petrolio libico?

Sì, penso che sia azzardato. Per la Libia, non è soprattutto il petrolio a essere stato preso di mira. Sono soprattutto “i miliardi di Gheddafi”, cioè i fondi libici (probabilmente diverse centinaia di miliardi di dollari) e saranno congelati prima di “sparire”… Ma l’obiettivo principale dell’intervento armato della NATO è liquidare Gheddafi per impedirgli di finanziare un sistema monetario africano indipendente dal dollaro, dall’euro e dall’Occidente. Dovevano quindi distruggere lo Stato libico, cosa che sarà fatta.

Come giudica il ruolo dell’informazione occidentale, del Golfo nei conflitti in Siria e Libia? Quanto è stata importante la propaganda? 

Il ruolo di questi media a cui si riferisce è stato altamente dannoso e la propaganda si è combinata con un vero lavaggio del cervello. Hanno tutti partecipato alla massiccia disinformazione delle opinioni: dalle menzogne degli intellettuali alla disonestà dei politici. I giornalisti e “reporter” sul campo hanno largamente contribuito a una gigantesca truffa intellettuale e ad una cieca unanimità a favore degli aggressori e dei criminali, in Siria come in Libia. I media occidentali hanno fatto molto per distruggere il magistero morale che l’Occidente ed i suoi clienti hanno erroneamente rivendicato.

Che Paese era la Siria prima della guerra?

“Cuore pulsante dell’Arabismo”, sede dei primi califfi, centro d’influenza dell’Islam illuminato e culla del cristianesimo, la Siria, addirittura privata dalla colonizzazione e dai mandati del 40% del suo territorio storico, ha goduto ‘grande prestigio tra arabi e musulmani. In questo paese con un ricco patrimonio archeologico e storico, dove la tolleranza è sancita nei costumi e nella convivialità delle religioni e delle denominazioni nel marmo, abbiamo coltivato e ci sforziamo ancora di coltivare un’arte di vivere che ancora piace ai visitatori. La qualità della sua diplomazia e la coerenza dei suoi impegni e alleanze le hanno sempre attratto rispetto, direi anche nella sfortuna del momento. La Siria è un paese radioso per natura. Un paese prospero, indipendente, stabile, autosufficiente, che produce la maggior parte di ciò che consuma e consuma ciò che produce, un paese senza debito estero o dipendenza dal FMI e dalla Banca mondiale. Un sistema scolastico e educativo libero, efficiente e formativo di un gran numero di laureati e dirigenti di valore, spesso purtroppo tentati dalla diaspora e molti dei quali emigrati durante la guerra. Un sistema sanitario e assistenziale notevole, moderno e gratuito, presente su tutto il territorio siriano, che attraeva gli abitanti dei paesi vicini. Un paese autosufficiente che produceva tutte le gamme di farmaci, anche per l’esportazione. Più in generale, una rete di servizi sociali efficienti. Un’economia moderna in fase di riforma. Potremmo aggiungere “che fine ha fatto la Siria” ricordando alcune cifre e realtà. 400.000 morti, uno o due milioni di feriti e mutilati, sei o sette milioni di siriani “sfollati”, cioè costretti a trasferirsi altrove sul territorio siriano a causa della guerra e terrorismo, Almeno cinque milioni di siriani che si sono rifugiati in Libano, Giordania, Turchia, a volte in Europa, il più delle volte per fuggire dai terroristi, dall’opposizione armata, dagli occupanti, dagli abusi, dalla fame, ecc. . Il 60% del Paese devastato, un altro 20% occupato da turchi, forze americane, europei, appoggiati dai separatisti curdi …

Cosa rappresenta la Resistenza siriana, dopo 10 anni di guerra e sanzioni, anche grazie all’aiuto di Russia, Iran ed Hezbollah? Questo conflitto non si è concluso secondo le agende occidentali, principalmente quella di Stati Uniti e Israele. Questa guerra ha rimodellato l’equilibrio geopolitico con nuovi attori globali come Cina e Russia che ostacolano i piani occidentali?

In parte sì. Certo, la Siria è devastata, ma non è stata sconfitta e smantellata dopo dieci anni di guerra spietata con un’aggressione collettiva a cui hanno preso parte in un modo o nell’altro più di cento membri della “comunità internazionale”, vale a dire più della metà delle Nazioni Unite, nonché a un flusso infinitamente rinnovato di decine o centinaia di migliaia di terroristi che affermano di essere parte della guerra santa. Ha certamente beneficiato del sostegno di alleati fedeli (Iran, Hezbollah libanese, Russia, Cina, persino i movimenti sciiti iracheni, che stanno gradualmente emergendo dall’abbraccio americano), ma resta il fatto che l’esercito siriano ha resistito quasi solo a tutti i nemici sopra citati per quattro anni e mezzo, da marzo 2011 a settembre 2015, la data dell’intervento aereo dell’Esercito russo che si schiera al suo fianco. L’equilibrio geopolitico si è gradualmente spostato ed i piani occidentali e israeliani sono stati ostacolati. Ma l’Occidente non si considera vinto, vietando il ritorno dei profughi, la ricostruzione, la vita normale, attraverso una guerra invisibile (dall’esterno) e silenziosa (o completamente zittita dai media occidentali.

Diversi paesi africani e in particolare alcune monarchie del Golfo hanno ristabilito le relazioni diplomatiche con Israele. Questa mossa, sotto la guida di Trump, è l’ennesimo colpo all’Iran o un colpo decisivo alle rivendicazioni e alla lotta del popolo palestinese?

Non sono nei segreti di Israele, ma credo che ci sia da un lato il desiderio di minacciare l’Iran (l’appoggio di Trump è stato garantito a tal proposito), di sferrare un colpo “decisivo” all’Iran. Gli israeliani pretendono, ma forse soprattutto di demolire simbolicamente l’idea di Palestina, sacra causa degli arabi ”. La normalizzazione con Emirati, Bahrein, e forse soprattutto Sudan, non è più un fatto marginale, soprattutto quando il Marocco si unisce al processo, soprattutto come il sostegno più profondo e intimo, che della Siria (e forse quella dell’Iran) è resa problematica dalla situazione della Siria devastata da dieci anni di guerra, sanzionata e attaccata da una nuova guerra, silenziosa e invisibile, che la soffoca e la strangola.

Quando al presidente Assad viene chiesto se la leadership politica può cambiare negli Stati Uniti tra un democratico e un repubblicano, risponde che non cambierà nulla. Perché sono le lobby, le multinazionali, che decidono il corso della politica americana. Pensa che cambierà qualcosa cambia con Biden?

Il presidente Bashar al Assad non ha torto quando dice che non cambierà nulla tra un repubblicano e un democratico in generale, tra Trump e Biden in particolare. Nulla cambierà per il mondo arabo e in particolare per la Siria. Almeno in linea di principio, perché un cambiamento a Teheran, promesso da Biden, potrebbe avere qualche impatto indiretto sulla situazione in Siria. In effetti, il presidente americano è forse l’uomo più potente del mondo, ma non è, tutt’altro, l’uomo più potente degli Stati Uniti. Così come il Congresso è ben lungi dall’essere onnipotente come talvolta dà l’impressione. È lo “stato profondo” neoconservatore che guida, sostenuto dalla comunità ebraica sionista e dalla potente lobby dei cristiani sionisti protestanti (la Chiesa evangelica in particolare, che rivendica più di 60 milioni di membri in America e 600 milioni nel mondo. ). Le lobby, le 17 agenzie di intelligence statunitensi, che riuniscono senza dubbio più di un milione di agenti, la gerarchia militare, le banche, il GAFAM, fanno parte di questo “stato profondo”: Trump ve lo direbbe probabilmente.

In conclusione, dopo i fallimenti dell’Occidente in America Latina, sulla gestione della pandemia da Covid-19, la presenza di una forte resistenza in Medio Oriente, nuove potenze emergenti come Russia e Cina, possiamo prevedere in tempi non lontani un declino dell’imperialismo occidentale e americano in particolare?

Questo declino è in atto, altrimenti l’America avrebbe già lanciato un assalto a Russia e Cina. La Cina è diventata la prima potenza economica e commerciale del mondo. È la fabbrica del mondo. Sta rapidamente diventando una delle principali potenze militari. La Russia ha riconquistato la parità militare con l’America, senza avere un enorme budget per la difesa, è una grande potenza energetica e sta diventando una grande potenza agricola. Infine, è tornato ad essere un potere di riferimento politico e diplomatico, che vuole garantire il ritorno al diritto internazionale, deriso e distrutto dall’Occidente. Va notato che la Russia, ma anche la Cina, stanno sviluppando congiuntamente una potente cooperazione strategica e che sono entrambi sostenitori della Siria di fronte all’aggressione islamista occidentale. Militarmente e diplomaticamente per la Russia, diplomaticamente specialmente (finora) per la Cina. Infine, visto che si parla del Covid, notiamo la disastrosa gestione della pandemia negli USA e in Europa occidentale, rispetto al controllo cinese e alla gestione efficace della crisi da parte della Russia. Russia e Cina sono uscite vittoriose sull’Occidente nella lotta anti-Covid agli occhi del mondo.

 

 

1 2 3 16