PERCHè ODIANO ERDOGAN. PERCHè NON DEVONO PASSARE, di Antonio de Martini

PERCHE ODIANO ERDOGAN. PERCHE’ NON DEVONO PASSARE.

A causa delle bizze fatte in sede di spartizione delle future spoglie della Siria, Erdogan è diventato persona non grata a Americani della CIA e a tedeschi, incaricati di gestire il problema per conto NATO.

La prima scelta fu di “correggere il discolo”, facendogli capire che l’accesso all’Europa dipendeva dal loro benvolere.

La seconda manovra, fu quella di volgere l’occhio altrove mentre alti gradi dell’aeronautica ( la più tecnologica e filo USA) tentavano un colpo di Stato.

Fallimento.

Rimase, agli stateghi da caffé, il sistema di finanziare i partiti politici avversi ( ma non i kemalisti) ammucchiando curdi e omosessuali in un solo “fascio di dibattimento” e condendolo con un paio di attentati per dar vita a una instabilità che avrebbe dovuto costringere il Premier turco a un governo di coalizione..

Preso il terrorista. Chiesta l’estradizione di Fetullah Gulen ( capo della P2 islamista turca, cittadino USA). Riformata la Costituzione in senso presidenziale. Attenuata la guerra indiretta contro Assad.

Con questa tornata elettorale, preceduta da contratti di acquisto di armi contraeree russe, Erdogan ha raggiunto la stabilità politica che gli permetterà di compiere il grande balzo in avanti che gli si voleva impedire.

COSA FARA’

Riprenderà, come promesso, il controllo della Banca centrale. Un esempio per tutto il Vicino Oriente che renderebbe vano l’assassinio di Gheddafi e darebbe l’indipendenza effettiva alla Turchia, consentendole di raddoppiare, quasi, l’efficacia dei suoi investimenti punbblici.

All’indomani delle elezioni, la borsa turca ha segnato un più 2,2% e la lira turca che ha vissuto di svalutazioni competitive nel corso dello scorso anno, ( 17%) si è apprezzata sul dollaro USA dell1,4% per poi ricadere.
Adesso, resta loro soltanto da giocare l’accusa di tradimento dell’occidente.

COSA FARANNO LORO

E’ per questo che gli USA hanno decretato il boicottaggio delle esportazioni petrolifere iraniane a partire dal prossimo 4 novembre. Sanno che la Turchia sosterrà l’Iran – come ha già fatto in passato- e vogliono criminalizzarla agli occhi del mondo.
Si tratta di due paesi di cui siamo primari fornitori in tutto o quasi. Essi valgono un paio di punti di PIL italiano.

Cento anni fa, proprio in quel giorno, vincevamo – prima degli anglo-francesi- la guerra mondiale.

Dobbiamo ritrovare l’orgoglio dei nostri sacrifici vittoriosi e creare una rete di solidarietà mediterranea e vanificare le sanzioni. Già nel 1953, quando gli angloamericani boicottarono l’Iran di Mossadeq, i soli che ruppero l’embargo furono gli italiani con la petroliera ” Mirella”.
Ripetere e resistere.

BISOGNA CAMBIARE IL MONDO REALE, a cura di Luigi Longo

BISOGNA CAMBIARE IL MONDO REALE.

a cura di Luigi Longo

 

 

Suggerisco la lettura dello scritto di Paul Craig Roberts, L’intero mondo occidentale vive in una dissonanza cognitiva apparso su www.megachip.globalist.it il 23 giugno 2018, come riflessione per capire la potenza dell’ideologia sia per nascondere (accezione negativa) il mondo reale sia per aderire (accezione positiva) al modello di legame sociale proposto dalla potenza mondiale egemone degli USA. Per capire perché gli statunitensi vedono le brutture che commettono solo quando succedono in casa propria e non quando le consumano nelle case degli altri sparse in tutto il mondo bisogna andare alla storia del Destino manifesto. L’espansionismo americano e l’Impero del Bene che è il titolo del bel libro dello storico Anders Stephanson pubblicato dalla Feltrinelli (2004). Riproduco alcuni passi tratti dal Prologo dell’autore (pp.11-15).

<< […] Tuttavia, è proprio a John O’Sullivan che siamo debitori dell’espressione “destino manifesto”: la coniò nel 1845 per definire la missione degli Stati Uniti di “espandersi nel continente assegnato dalla provvidenza al libero sviluppo delle crescenti moltitudini  del nostro popolo”. In tutto il Nord America era in corso una gigantesca espansione in nome della libertà, una libertà spessa definita anche di carattere “anglosassone” in termini culturali o razziali […] Essa divenne, così, lo slogan dell’idea di un diritto provvidenzialmente o storicamente fondato all’espansionismo continentale. Da questo punto di vista, non si trattava affatto di una novità, dal momento che già nel 1616, rivolgendosi al pubblico inglese, un agente della campagna di colonizzazione aveva pomposamente concluso la sua presentazione delle meraviglie delle verdi distese americane con queste parole: “Quale timore allora dovrebbe trattenerci dal partire immediatamente , essendo noi un popolo speciale indicato ed eletto dal dito di Dio a prendere possesso di quella terra?”.

In questo libro, “destino manifesto” verrà utilizzato anche in un’accezione più ampia, vicina a quella adoperata da Woodrow Wilson per sottolineare il ruolo assegnato dalla provvidenza agli Stati Uniti di guidare il mondo verso un futuro nuovo e migliore. Per Wilson, ciò che definiva l’”America” era proprio questa particolare vocazione o missione. La nazione, alla quale era stata concessa di vedere la luce, era destinata a mostrare il cammino ai paesi storicamente retrogradi, poiché aveva il compito di svilupparsi ed espandersi in tutta la sua potenzialità grazie al dono divino della più alta perfezione morale inimmaginabile. Questa idea è stata un elemento costante della storia americana, ma, storicamente, ha prodotto due atteggiamenti molto diversi nei confronti del mondo esterno. Il primo mirava a fare degli Stati Uniti un modello esemplare, separato dal mondo corrotto e perverso, lasciando che le altre nazioni lo imitassero come meglio potevano. Il secondo, corrispondente alla visione di Wilson, consisteva nel far progredire il mondo, intervenendo per rigenerarlo. Tra i due atteggiamenti quello di distacco, tuttavia, è stato quello generalmente dominante.

Gli Stati Uniti non sono stati l’unico paese ad attribuire un carattere esemplare alla propria identità nazionale. Ogni stato-nazione sostiene in qualche modo la propria unicità e, nel corso della storia, alcune nazioni e alcuni imperi si sono considerati consacrati da un’autorità superiore a centro del mondo o della storia universale. Tuttavia, per fare un esempio, il “mandato” dinastico sul quale si fondava la legittimazione del potere in Cina confuciana non contemplò mai che una radicale trasformazione del mondo a propria immagine e somiglianza potesse condurre a una “fine” trascendente della storia (corsivo mio). La “Cina” era un’idea aristocratica di civiltà superiore. Per prendere un esempio a noi più vicino, il Sacro romano impero, se anche può avere sposato l’idea di una trasformazione celeste del mondo terreno, si accontentava, nell’attesa della fine stabilita, di sospendere il progetto messianico (corsivo mio) per dedicarsi alla costruzione delle istituzioni politiche >>.

 

Non basta, come sostiene Paul Craig Roberts, << far uscire le persone dal mondo propagandistico e farla entrare in quello reale >>, bisogna cambiare il mondo reale.

 

Per motivi di chiarezza ho evidenziato le tre maggiori notizie correnti utilizzate dall’autore per illustrare la sconnessione mentale mondiale.

 

 

L’intero mondo occidentale vive in una dissonanza cognitiva

 

 

di Paul Craig Roberts

 

[Traduzione per Megachip di Piotr]

 

 

In questo editoriale mi accingo a utilizzare tre delle maggiori notizie correnti per illustrare la sconnessione che alligna ovunque nella mente occidentale.

Iniziamo con la questione della separazione delle famiglie.

 

La separazione dei bambini dai genitori immigrati o rifugiati o richiedenti asilo ha suscitato così tante proteste che il Presidente Trump ha indietreggiato e firmato un ordine esecutivo per far finire la separazione delle famiglie.
L’orrore dei bambini rinchiusi in magazzini gestiti da privati che si arricchiscono coi soldi dei contribuenti, mentre i genitori sono perseguiti per ingresso illegale, ha risvegliato dal loro torpore persino gli Americani autocompiaciuti di essere “eccezionali e indispensabili” [fa riferimento alla nota affermazione dei presidenti statunitensi che gli USA sono una nazione eccezionale e l’unica indispensabile nel mondo (sic!) – NdT].
Rimane un mistero perché il regime di Trump abbia scelto di gettare discredito sulla sua politica di rafforzamento delle frontiere separando le famiglie.
Forse la politica era quella di scoraggiare l’immigrazione illegale lanciando il messaggio che se venite in America i vostri bambini vi saranno strappati.
La domanda è: come mai gli Americani riescono a vedere e rifiutare l’inumana politica di controllo delle frontiere e non vedono e rifiutano l’inumanità della distruzione delle famiglie che è stato il costante risultato della distruzione da parte di Washington in tutto o in parte di sette o otto Paesi nel XXI secolo?
Milioni di persone sono state separate dalla famiglia dalla morte inflitta da Washington e per quasi due decenni non ci sono state praticamente proteste. Nessun grido di protesta ha fermato George W. Bush, Obama e Trump dal perpetrare atti chiaramente e senza possibilità di smentita illegali, definiti dalla legge internazionale stabilita dagli USA stessi, come crimini di guerra contro, gli abitanti dell’Afghanistan, dell’Iraq, della Libia, della Siria, dello Yemen e della Somalia. Possiamo aggiungere un ottavo esempio: gli attacchi militari dello stato fantoccio ucraino neo-nazista e armato e finanziato dagli USA contro le province russe separatiste.
Le morti in massa, la distruzione delle città, dei paesi, delle infrastrutture, le menomazioni, fisiche e mentali, lo sradicamento che ha inviato milioni di rifugiati i fuga dalle guerre di Washington a invadere l’Europa, dove i governi sono fatti da una collezione di lacchè idioti che hanno sostenuto gli enormi crimini di guerra di Washington in Medio Oriente e Nord Africa, non hanno prodotto nessun grido di dolore paragonabile a quello contro la politica di Trump sull’immigrazione.
Stiamo vivendo una forma psicotica di massa di dissonanza cognitiva?

Spostiamoci adesso sul secondo esempio: il ritiro di Washington dal Consiglio dell’ONU per i Diritti Umani.

Il 2 di novembre del 2017 (1917, mia correzione del refuso tecnico), due decenni prima dell’olocausto imputato alla Germania nazionalsocialista, il ministro degli Esteri britannico, James Balfour, scrisse a Lord Rothschild che la Gran Bretagna favoriva la trasformazione della Palestina in un focolare nazionale ebraico. In altre parole, il corrotto Balfour mandò al diavolo i diritti e le vite di milioni di Palestinesi che stavano in Palestina da duemila e più anni. Che era sta gente a confronto col denaro dei Rothschild? Non erano niente per il ministro degli Esteri britannico.
L’atteggiamento di Balfour verso i legittimi abitanti della Palestina è il medesimo atteggiamento britannico verso i popoli di ogni colonia o territorio su cui la forza britannica aveva prevalso. Washington ha imparato questo modo di fare e lo ha coerentemente ripetuto.
Proprio l’altro giorno l’ambasciatrice all’ONU di Trump, Nikki Haley, la cagnolina pazza furiosa di Israele, ha annunciato che Washington si ritirava dal Consiglio per i Diritti Umani perché è “una fogna di pregiudizi politici” contro Israele.
Cosa aveva mai fatto il Consiglio per guadagnarsi questo rimprovero dall’agente israeliano Nikki Haley? Il Consiglio aveva denunciato la politica israeliana di assassinio dei Palestinesi: medici, bambini, madri, anziane e anziani, padri, adolescenti.
Criticare Israele, non importa quanto grande ed evidente sia il suo crimine, significa essere antisemiti e un negazionista dell’olocausto. Per Nikki Haley e Israele, ciò relega il Consiglio per i Diritti Umani nei ranghi dei nazisti fanatici di Hitler.
L’assurdità di ciò è evidente, ma pochi, se non nessuno, riescono a rilevarla. Certo, il resto del mondo, con l’eccezione d’Israele, ha denunciato la decisione di Washington, non solo i nemici e i Palestinesi, ma anche i burattini e i vassalli di Washington.
Per vedere la sconnessione è necessario fare attenzione alle parole delle denunce della decisione.
Un portavoce dell’Unione Europea ha detto che il ritiro di Washington dal Consiglio per i Diritti Umani “rischia di minare il ruolo degli USA come campioni e sostenitori della democrazia nel teatro mondiale”. Si può immaginare un’affermazione più idiota?
Washington è nota come sostenitrice di tutte le dittature che aderiscono alla sua volontà. Washington è nota per aver distrutto ogni democrazia in America Latina che abbia eletto un presidente rappresentante degli interessi del popolo di quella nazione e non degli interessi delle banche di New York, di quelli commerciali statunitensi e della politica estera statunitense.
Fate il nome di un posto dove Washington abbia sostenuto la democrazia. Solo per parlare degli ultimi anni, il regime di Obama ha rovesciato il governo democraticamente eletto dell’Honduras e ha imposto il suo burattino. Il regime di Obama ha rovesciato il governo democraticamente eletto dell’Ucraina e imposto un regime neo-nazista. Washington ha rovesciato i governi dell’Argentina e del Basile, sta cercando di rovesciare quello del Venezuela e ha nel suo mirino la Bolivia così come la Russia e l’Iran.
Margot Wallstrom, la ministra degli Esteri svedese, ha dichiarato: “Mi rattrista che gli USA abbiano deciso di ritirarsi dal Consiglio per i Diritti Umani. Arriva in un momento in cui il mondo ha bisogno di più diritti umani e di un ONU più forte, non l’opposto”. Perché diamine Wallstrom pensa che la presenza di Washington, un noto distruttore di diritti umani, (basta chiedere ai milioni di rifugiati dai crimini di guerra di Washington che si riversano in Europa e in Svezia), pensa che questa presenza nel Consiglio per i Diritti Umani rafforzerebbe il Consiglio invece che minarlo. La disconnessione della Wallstrom è fantastica. E’ talmente estrema da essere incredibile.
Il Primo Ministro australiano, Julie Bishop, ha parlato per il più adulatore dei vassalli di Washington quando ha detto che era preoccupata per i “pregiudizi antisraeliani” del Consiglio. Avete qui una persona che ha subito un lavaggio del cervello talmente totale da essere impossibilitata di mettersi in connessione con una qualsiasi cosa che sia reale.

Il terzo esempio è la “guerra commerciale” che Trump ha lanciato contro la Cina.

 

La tesi del regime di Trump è che a causa di pratiche sleali la Cina ha un surplus con gli USA di quasi 400 miliardi di dollari. Questa grande cifra è si suppone che sia dovuta, appunto, a “pratiche sleali” da parte cinese. Nella realtà il deficit commerciale con la Cina è dovuto alla Apple, alla Nike, la Levi e a un gran numero di corporation americane che producono offshore in Cina i prodotti che poi vendono agli Americani. Quando le produzioni delocalizzate delle corporation statunitensi entrano negli USA, sono contate come importazioni.
Ho detto e ripetuto questo da molti anni a partire della mia testimonianza davanti alla Commissione per la Cina del Congresso USA. Ho scritto numerosi articoli pubblicati quasi ovunque. Sono sintetizzati nel mio libro The Failure of Laissez Faire Capitalism del 2013.
La presstitute dei media economici, i lobbisti delle corporation, che include molti “nomi” accademici, e gli sfigati politici americani il cui intelletto in pratica non esiste, non riescono a riconoscere che l’enorme deficit commerciale USA è il risultato delle delocalizzazioni. Questo è il livello di completa stupidità che governa l’America.
In The Failure of Laissez Faire Capitalism ho discusso il madornale errore fatto da Matthew J. Slaughter, un membro del Consiglio Economico di George W. Bush, che ha affermato in modo incompetente che per ogni posto di lavoro delocalizzato si creavano due posti di lavoro negli USA. Ho anche denunciato come una truffa lo “studio” del professore di Harvard, Michael Porter, per il cosiddetto Consiglio per la Competitività (una lobby per le delocalizzazioni), che ha fatto la straordinaria affermazione che la forza-lavoro statunitense traeva beneficio dalla delocalizzazione dei loro lavori a più alto valore aggiunto e a più alta produttività.
Gli idioti economisti americani, gli idioti media finanziari americani, e gli idioti politici americani non riescono a capire nemmeno adesso che la delocalizzazione ha distrutto le prospettive dell’economia americana e ha sospinto la Cina più avanti di 45 anni delle aspettative americane.

Per concludere.

 

La mente occidentale e le menti degli “integrazionisti atlanticisti” russi [i fautori di un’integrazione della Russia nel circuito economico, finanziario, politico e militare occidentale, persone che spesso occupano posti di grande responsabilità anche nei governi di Putin, NdT] e della gioventù cinese pro-americana, sono così piene di assurdità propagandistiche che non hanno connessione con la realtà.
C’è il mondo reale e c’è il mondo costruito dalla propaganda che nasconde il mondo reale e serve interessi specifici. Il mio compito è far uscire le persone dal mondo propagandistico e farla entrare in quello reale. Sostenetemi in questo sforzo.

 

 

25° PODCAST_NEL TEMPO E NELLO SPAZIO, di Gianfranco Campa

L’inchiesta sul Russiagate, con i suoi corollari, procede ormai stancamente e a tentoni. Rappresenta l’emblema dei pesanti e sistematici interventi in grado di condizionare pesantemente la condotta del Presidente Trump e di snaturare le finalità politiche originarie specie nell’agone geopolitico. Lo hanno spinto e costretto a stringere e saldare alleanze, specie in Medio Oriente, con modalità talmente ostentate da pregiudicare quasi irreparabilmente il ruolo di arbitro, sia pure di arbitro-giocatore, già compromesso con le politiche destabilizzatrici dei precedenti Presidenti Bush e Obama; ma non lo hanno atterrato e neutralizzato definitivamente. L’inerzia dello scontro, piuttosto, sta mettendo a nudo progressivamente la vana e sterile potenza del vecchio establishment. Uno ad uno i pilastri sui quali ha poggiato il proprio predominio trentennale cominciano a mostrare l’usura e crepe preoccupanti. Dal multipolarismo all’ambientalismo catastrofista, dall’interventismo esibito e giustificato dal vessillo dei cosiddetti diritti umani al globalismo fondato sullo scambio perverso tra estorsione finanziaria e deindustrializzazione di importanti aree e settori della formazione dominante, dalla cosiddetta libertà delle reti alla cosiddetta libertà di migrare, uno ad uno tutti i tabù cominciano ad essere contestati e la fede euforica in quei principi si trasforma sempre più apertamente in dubbio e in contestazione sempre più aperta.

Non solo! Lo stallo nello scontro e la perdita duratura di controllo di alcune leve fondamentali di potere e di trasmissione delle direttive stanno compromettendo la già scarsa coerenza delle condotte politiche e paralizzando la fiducia e l’efficacia dell’azione delle seconde linee sparse per il mondo. La crisi della Unione Europea, la situazione traballante di dirigenti politici sino a pochi mesi fa indiscussi, come Merkel e Macron, sono gli indizi della crisi di una intera classe dirigente e di un intero sistema di relazioni, ormai aggrappato all’esito delle prossime elezioni di medio termine negli USA, nel frattempo vagante come pecorelle smarrite. Fosse anche largamente positivo per il vecchio schieramento neocon e democratico, nulla però potrà ormai tornare come prima. La coperta americana si sta rivelando sempre più stretta per coprire l’intero planisfero. La stessa Europa è sempre meno un campo unitario di azione. Ossessionata dalla capacità di resistenza della Russia, vede con difficoltà l’emergere di altre forze concorrenti.

Sarebbe ormai più interesse del vecchio establishment americano, costretto sempre più a mettere a repentaglio la credibilità di intere istituzioni e dei personaggi chiave ad esse connessi, che del nuovo establishment in via di formazione cercare di chiudere la messinscena. La dinamica della rappresentazione ha però assunto una propria inerzia difficile da governare sino a coinvolgere autorità sino ad ora indiscusse e indiscutibili come Obama. Se vittoria potrà essere, rischia di rivelarsi una vittoria di Pirro. La vecchia talpa ha già scavato abbastanza. Buon ascolto_Giuseppe Germinario

 

CRONACHE DELLA TRANSIZIONE, AQUARIUS di Pierluigi Fagan

CRONACHE DELLA TRANSIZIONE. Trump sta modificando velocemente i rapporti di forza all’interno del’Occidente. Tratto da facebook

https://pierluigifagan.wordpress.com/cronache-dellera-complessa-2/

Il Giappone sta già andando per conto suo (nuovo TPP) dovendosi anche ricentrare sul suo quadrante geo-naturale che è l’Asia, non l’occidente (ah, la geografia …).

L’Italia, nella nuova configurazione di governo, si presta a ruolo di quinta colonna che vorrebbe usare la spinta americana, per modificare i rapporti di forza interni all’Europa.

La Gran Bretagna è al momento silente e paralitica poiché a sua volta in transizione non avendo ancora mani completamente libere data la procedura in corso di divorzio con l’UE.

Il Canada è sotto bombardamento dazi-NAFTA e comunque, con tutta la simpatia per quel bel Paese, conta quanto il due di coppe a briscola quando regna bastoni. Rimangono così Francia e Germania.

Sulla Germania già sappiamo molte cose. Accusata di eccesso mercantilista, di far la vergine delle rocce con la Russia con cui continua a fare affari e soprattutto condotte di gas, reticente a finanziarie la NATO da par suo, altrettanto avviluppata in amorosi sensi con la Cina, attaccata con violenza su Deutsche Bank, acciao e suoi derivati manifatturieri, adesso si beccherà le fatidiche barriere sulle auto, core business della sua industria metallica ovvero core economy. Altresì, la Germania è il perno sia del’euro che della UE che sono intesi come suoi sistemi di egemonia.

L’euro occupa il 30% delle riserve mondiali, percentuale sottratta soprattutto al dollaro e visto che volenti o nolenti, si dovrà far spazio allo yuan (che tanto concesso o conquistato, il suo spazio naturale se lo prenderà per semplici ragioni di volumi), converrebbe a gli americani distruggerlo perché vaso di coccio tra vasi di ferro. Moneta epifenomeno di un mercato che non ha dietro una “potenza”.

Già da tempo gli americani flirtano apertamente con la nuova fascia Visegrad-Intermarium-Trimarium, che ha nella Polonia il suo centro di gravità. Ora ci si mette pure l’Italia schiacciata da una egemonia tedesca molto ottusa e poco flessibile, peccati di mentalità atavica dei germani, peccato gravi in tempi complessi che richiedono adattamento veloce e flessibile, grande tattica e solida strategia.

Ora Trump cala l’ennesimo asso: non volete i dazi? Bene, facciamo libero mercato, totalmente però, voglio vedere come la mettete con la mie auto a -10% ed i pick up a -25% ed i prodotti agricoli e molto altro. Togli le barriere su i prodotti agricoli e Macron si trova Parigi sommersa di letame. Nel mentre Macron ha passato le ultime settimane ad allenarsi con la pinza rinforzante la stretta di mano per “lasciare il segno” al vertice appena concluso, chissà se la sua fedeltà liberale rimarrà altrettanto ferrea.

E’ noto che i circoli liberal americani hanno chiesto a francesi e tedeschi di resistere strenuamente, ancora fino a novembre, poi con le elezioni di mid-term il bestione pazzo sarebbe stato ingabbiato e derubricato ad anatra zoppa. Epperò i nuovi sondaggi danno Trump vincente e questo va come un treno, il mondo cambia velocemente, i “populisti” crescono come lumache dopo le prime piogge settembrine, serpeggia il dubbio che quella stagione sia finita, finita per sempre. Guarda la May che figuraccia planetaria ha fatto con la storia di Skripal. Era solo tre mesi fa che Londra costringeva tutti i partner occidentali ad allinearsi al “espelli anche tu il diplomatico russo” sognando il boicottaggio dei mondiali, ed oggi Trump e gli italiani vogliono portarlo al tavolo del salotto buono a discutere dei destini del mondo.

L’Internazionale liberale è in via di scioglimento. Dà sempre più deboli segni di vita in America dove i democratici stanno accarezzando l’idea di far proprio leader il proprietario di Starbucks (complimenti vivissimi, questo sì che si chiama intelligenza adattiva!), spianati in Gran Bretagna dove ormai solo Soros crede possibile ripetere il referendum sull’exit (ma nel frattempo che prova a metterlo in piedi sarà proprio l’UE a non esserci più o almeno non così), finanzia il tour dell’avvenir a Renzi ma forse si sta rendendo conto che non lì non c’è nessun avvenir. Quando è finita, è finita.

Sono tutte cose che sappiamo e sapevamo. Un oscuro pensatore indipendente (il sottoscritto) ha scritto tutto ciò già un anno e mezzo fa nel suo libro. Bastava leggersi le interviste elettorali di Trump, i deliri di Bannon, guardare i numeri, avere due nozioni in croce di storia e geografia, osservare le carte in mano ai giocatori ed i soldi sul tavolo verde, capire che si andava al prepotente ritorno dei principi realisti dopo la stucchevole sbornia di idealismi a copertura di una visione del mondo anni ’90, l’epoca in cui massimi intellettuali occidentali profetavano la “fine della storia”. Forse della loro.

Così siamo qui, in mezzo alla transizione, quando il vecchio muore ed il nuovo non si sa se sta nascendo promettente o come “fenomeno morboso”. Se non si hanno le idee chiare su di noi, chi siamo, cosa vogliamo ma soprattutto cosa è possibile (l’ostinato ritorno del principio di realtà), se non si sa del mondo e come funziona e funzionerà il gioco, faremo la fine che tocca a tutte le civiltà che hanno resistito al cambiamento dei tempi. Anche se alcuni di noi si sentono assolti, siamo lo stesso tutti coinvolti: che facciamo?

[Grazie a Claudio Di Mella per avermi ricordato la nota sulla lotta tra valute int’li]

AQUARIUS

ITALIA: 12% POPOLAZIONE UE, HA RICEVUTO IL 70% DEI MIGRANTI -VIA MARE- 2017 VERSO L’EUROPA. (Dati Organizzazione Internazionale per le migrazioni di Ginevra, 165 paesi aderenti, Italia co-fondatrice).

Dopo questo dato viene tutto il resto. Viene Salvini che non ci piace, viene la tabella che molti postano che mostra che l’Italia è ultima in Europa per accoglienza (ma si riferisce ai rifugiati, non ai migranti e forse quel dato basso è spiegato da questo molto alto sebbene non altrettanto diffuso), viene il sì però non rimangono tutti qui (si però arrivano tutti qui), viene il giusto cruccio etico e morale per l’altrui disgrazia, la destra e la sinistra, la manipolazione politica, viene la Chiesa cattolica, vengono le ipotesi sulle ONG o su Soros, vengono i maestri di pietà e quelli di giustizia, viene Saviano, viene il Vangelo, e tutto il resto che postate comunicando la vostra identità ed opinione spesso vibrante ed appassionata se non indignata magari per opposte ragioni. Buoni e cattivi.

In Africa e non con intenti umanitari, sono presenti con interessi economici forti e con pratiche spesso oltre la legalità: Belgio, Gran Bretagna, Francia e molti altri. Noi forniamo soprattutto preti per le missioni cattoliche che scavano pozzi ed aprono scuole. Ma abbiamo anche imprese dedite al “land grabbing” sebbene in questo caso l’unione degli europei funzioni alla grande visto che ci sono anche UK-FRA-FIN-SPA-POR-OLA e pure il Lussemburgo. Buoni e cattivi.

L’Africa è in credito col resto del mondo per 43,1 miliardi di US$, nello sbilancio tra aiuti e rapine di multinazionali che poi portano i profitti nei paradisi fiscali (Rapporto Honest Account 2017 – Global Justice Now). Nel 2015, le Nazioni Unite avevano avviato una procedura di ristrutturazione del debito africano votato con 135 sì e 5 no. Cinque no? E chi mai saranno questi cinque disgraziati che volevano mantenere il laccio al collo del disgraziato continente? Stati Uniti d’America (Obama), Gran Bretagna (Cameron), Germania (Merkel), Israele (Nethayahu) Giappone (Shinzo Abe) e l’inaspettato Canada. Già, buoni e cattivi.

L’oggetto di tanta indignazione è la nave Aquarius, e l’acquario è la giusta metafora. Sembra trasparente ma distorce quello che c’è dietro.

GLI STATI UNITI PRIMO PRODUTTORE DI PETROLIO, IDROCARBURI E GAS _ a cura di Giuseppe Germinario

Qui sotto la traduzione di un importante rapporto di fonte governativa americana riguardante l’attività di estrazione e produzione di materie prime energetiche nel paese. Con grande enfasi annuncia gli incrementi dei livelli di produzione di vari tipi e qualità di prodotti; talmente significativi e costanti da trasformare gli Stati Uniti da importatore a paese esportatore sino a raggiungere e consolidare addirittura il primato produttivo mondiale di un gran numero di queste fonti strategiche sino al 2050.

Un primato, quindi, apparentemente poco duraturo e reso apparentemente fragile dal vincolo dei costi elevati di estrazione, resi compatibili solo da un regime di prezzi di vendita relativamente sostenuti. Si potrebbe definire, quindi, un primato effimero in un ambito in continuo mutamento e dalle straordinarie novità. Basti osservare le recenti scoperte di giacimenti nel Mediterraneo Orientale.

La valenza strategica di questa nuova ed inaspettata condizione è in realtà molto più pregnante per vari motivi:

  • avviene in una fase di incipiente affermazione del multipolarismo durante la quale la produzione e il controllo delle rotte energetiche sono ambiti fondamentali del confronto geopolitico e della manipolazione delle alleanze
  • copre un periodo significativo della transizione, più o meno lunga secondo le diverse stime, verso la produzione predominante di fonti energetiche rinnovabili durante il quale sia il petrolio che, in misura sempre crescente, il gas continueranno ad avere una importanza centrale
  • ad un peso crescente degli Stati Uniti corrisponde un peso decrescente ed in via di esaurimento di paesi sinora strategici nella produzione come l’Arabia Saudita
  • il livello relativamente sostenuto dei prezzi è una condizione necessaria alla produzione energetica negli Stati Uniti; è però di vitale importanza alla sopravvivenza di quei numerosi paesi che fondano la propria esistenza e stabilità sulla monocoltura dell’estrazione di materie prime energetiche. Una cointeressenza che accentua le capacità manovriere del gigante americano
  • l’acquisita indipendenza in gran parte dei prodotti estrattivi gasiferi e di idrocarburi consentirà agli Stati Uniti politiche ancora più spregiudicate e meno vincolanti  in aree geopolitiche cruciali come il Medio Oriente, il Nord-Africa, l’area caraibica, l’Africa Equatoriale, la zona artica
  • in una eventuale affermazione di una fase di suddivisione policentrica delle diverse aree geopolitiche, l’offerta di materie prime energetiche e di loro derivati costituisce un fattore importante per la formazione di una propria area di controllo e influenza sufficientemente delimitata e coesa. L’attuale duro confronto con la Russia rappresenta solo un prodromo illuminante di quello che ci aspetterà nel futuro, ivi comprese le offerte di forniture alternative a quelle russe. 

Buona lettura_ Giuseppe Germinario-La Redazione

 

GLI STATI UNITI RIMANGONO IL PRIMO PRODUTTORE MONDIALE DI IDROCARBURI, PETROLIO E GAS NATURALE

 

Gli Stati Uniti consolidano, raggiungendo un livello record nel 2017, il loro primato come ​​primo produttore mondiale di idrocarburi, di petrolio e gas naturale. Gli Stati Uniti sono il ​​primo produttore mondiale di gas naturale ormai dal 2009, quando l’estrazione negli Stati Uniti ha superato quella della Russia e il primo produttore mondiale di idrocarburi e di petrolio dal 2013, quando la produzione americana ha superato quella dell’Arabia Saudita. Dal 2008, la produzione di petrolio e gas naturale negli USA è aumentata di quasi il 60%.

 

Confrontando gli Stati Uniti e la Russia, la produzione totale di idrocarburi di petrolio e gas naturale, misurata in termini di contenuto energetico, è praticamente equamente divisa tra petrolio e gas naturale, mentre la produzione dell’Arabia Saudita si concentra pesantemente nel petrolio. La produzione totale di petrolio è composta da diversi tipi di combustibili liquidi, tra i quali petrolio greggio e condensato per leasing, olio a tenuta stagna, olio extra-pesante e bitume. Inoltre, vari processi producono liquidi per impianti di gas naturale (NGPL), biocarburanti e altri combustibili liquidi, alcuni derivati del processo di raffinazione.

 

La produzione di petrolio negli Stati Uniti è aumentata di 745.000 barili al giorno (b / g) nel 2017, trainata da un aumento del 21% dei prezzi del petrolio, pari a circa $ 65 al barile. Negli Stati Uniti, il condensato di petrolio greggio e leasing ha rappresentato il 60% della produzione totale di idrocarburi di petrolio nel 2017 e i liquidi delle centrali a gas naturale hanno rappresentato il 24%. L’Arabia Saudita e la Russia hanno volumi molto più piccoli di liquidi per impianti di gas naturale, così come la produzione da raffineria e biocarburanti, che insieme rappresentano la parte rimanente della produzione di petrolio degli Stati Uniti.

 

La produzione di gas naturale secco negli Stati Uniti è cresciuta lentamente sino all’inizio del 2017 a causa di condizioni economiche in origine sfavorevoli. La produzione è aumentata negli ultimi nove mesi dell’anno, portando a una differenza di 5,7 miliardi di metri cubi al giorno (Bcf / d) tra il primo trimestre e il quarto trimestre del 2017. Dal 2016 al 2017, la produzione di gas naturale secco domestico è aumentata di 1 % e le esportazioni di gas naturale liquefatto negli Stati Uniti sono quadruplicate. La domanda di gas naturale dei consumatori è stata composita, a causa del clima invernale più mite rispetto al 2016 e dei prezzi del gas naturale più elevati fattori i quali hanno contribuito a una riduzione del 7% del consumo di gas naturale per la produzione di energia.

 

La produzione di gas naturale russo e saudita è aumentata significativamente nel 2017, con una crescita rispettivamente dell’8% e del 6% su base annua. Al contrario, la produzione di liquidi totali russi e sauditi è diminuita nel 2017 rispetto al 2016. Arabia Saudita e Russia hanno abbassato la produzione di petrolio come parte di un accordo dell’Organizzazione dei paesi esportatori di petrolio (OPEC) e di alcuni produttori non OPEC (compresa la Russia) teso a ridurre la produzione totale di greggio nel tentativo di ridurre gli stock petroliferi globali.

 

La produzione petrolifera dell’Arabia Saudita è fondamentale per l’economia saudita, ma è particolarmente importante anche come fonte di energia domestica perché nel 2017 il paese ha consumato quasi 0,5 milioni di barili al giorno per la produzione di elettricità. Il continuo sviluppo di Wasit, Hasbah, e i giacimenti di gas naturale dell’Arabia dovrebbero ridurre la dipendenza a lungo termine del paese dalla produzione di energia dal petrolio greggio.

 

Nel caso di STEO ( Short Term Term Outlook) di Maggio, la produzione americana di petrolio e altri combustibili liquidi dovrebbe aumentare, raggiungendo 17,6 milioni di barili al giorno nel 2018 e 19,1 milioni di barili al giorno nel 2019, rispetto ai 15,6 milioni di barili al giorno nel 2017 .

 

Lo STEO di Maggio prevede che la produzione di combustibili liquidi russi raggiunga una media di 11,2 milioni di barili al giorno nel 2018 e nel 2019, lo stesso del livello di produzione del 2017. Lo STEO fornisce una previsione di produzione per i membri dell’OPEC nel suo insieme piuttosto che per i singoli paesi. La produzione totale di liquidi per l’OPEC, che nel 2017 era di 39,3 milioni di barili al giorno, è prevista in 39,2 milioni di barili al giorno nel 2018 e 39,5 milioni di barili al giorno nel 2019. Questa previsione tiene conto degli accordi recenti tra i paesi membri dell’OPEC, degli impegni di alcuni produttori non OPEC, come la Russia, a ridurre la produzione. Tuttavia, la non conformità dovrebbe aumentare verso la fine del 2018.

 

GLI STATI UNITI CRESCONO COME ESPORTATORE ENERGETICO E PER LA PRIMA VOLTA NEL XXI SECOLO DIVENTERANNO NUOVAMENTE POTENZA ESPORTATRICE.

 

 

All’inizio del XX secolo gli Stati Uniti divennero un importante fornitore di petrolio per il mondo. La seconda guerra mondiale ha indotto un programma di combustibili liquidi sintetici, ma non è andato oltre la ricerca. Verso la metà del secolo il paese passò dall’essere un grande esportatore a un importatore netto.

 

L’U.S. Energy Information Administration (EIA) ha pubblicato oggi il suo Annual Energy Outlook 2018 (AEO2018), che include il suo caso di riferimento e una serie di casi di sensibilità. Il caso di riferimento AEO2018 mostra un continuo sviluppo dello shale statunitense e delle risorse petrolifere e gassose associate a una modesta crescita del consumo di energia, portando alla transizione degli Stati Uniti da importatore netto di energia ad esportatore netto di energia nella maggior parte dei casi esaminati in AEO2018. “Il sistema energetico degli Stati Uniti continua a subire un’incredibile trasformazione”, ha affermato l’amministratore EIA Linda Capuano. “Questo è più ovvio se si considera che l’AEO mostra che gli Stati Uniti stanno diventando un esportatore netto di energia durante il periodo di proiezione nel caso di riferimento e nella maggior parte dei casi di sensibilità – un insieme di aspettative molto diverse da quelle che immaginavamo persino cinque o dieci anni fa. ”

 

Gli Stati Uniti sono stati importatori netti di energia dal 1953, ma AEO2018 prevede che gli Stati Uniti diventeranno un esportatore netto di energia entro il 2022 nel caso di riferimento. Nei casi di sensibilità AEO2018 che incorporano ipotesi a sostegno di una maggiore crescita della produzione di petrolio e gas naturale o che hanno prezzi del petrolio più elevati, si prevede che questa transizione si verifichi prima. Nel caso dell’Alta industria petrolifera e del gas e della tecnologia, la geologia favorevole e gli sviluppi tecnologici consentono la produzione di petrolio e gas naturale a prezzi inferiori, sostenendo le esportazioni crescenti nel tempo. Nel caso del prezzo elevato del petrolio, prima del 2040, le condizioni economiche sono favorevoli per i produttori di petrolio, supportano quindi livelli più elevati di esportazioni, ma un minore consumo interno. Dopo il 2040, le esportazioni diminuiscono a causa della mancanza di miglioramenti sostanziali nella tecnologia e nei trasferimenti di produzione verso regioni meno produttive.

 

L’AEO2018 presenta proiezioni aggiornate per i mercati energetici statunitensi fino al 2050 sulla base di sette casi (riferimento, bassa e alta crescita economica, prezzo del petrolio basso e alto, risorse petrolifere e del gas basse e alte e tecnologia). Il caso di riferimento AEO2018, che incorpora solo leggi e politiche esistenti, non intende essere una previsione più probabile del futuro. I casi alternativi incorporano diverse ipotesi chiave, che riflettono le incertezze del mercato, della tecnologia, delle risorse e della politica che possono influenzare i futuri mercati energetici.

 

L’aumento dell’efficienza energetica aumenta la crescita della domanda di energia durante la proiezione. Il consumo di energia cresce in media dello 0,4% / anno nel caso di riferimento dal 2017 al 2050. La crescita annua del PIL reale dovrebbe attestarsi al 2,0% a tutto il 2050 nella causa di riferimento.

 

Quasi tutta la nuova capacità di produzione di energia elettrica è alimentata dal gas naturale e dalle fonti rinnovabili dopo il 2022 nel caso di riferimento. Questo è il risultato dei prezzi del gas naturale che rimangono sotto i $ 5 / milioni di unità termiche britanniche fino alla fine del periodo di proiezione e il continuo declino nel costo delle energie rinnovabili, in particolare il solare fotovoltaico.

 

La produzione di liquidi negli Stati Uniti e di gas naturale continua a crescere nel 2042 e nel 2050, rispettivamente. Nel caso di riferimento, si prevede che la produzione di risorse di gas di scisto aumenterà fino alla fine del periodo di proiezione. La produzione di liquidi negli Stati Uniti inizia a declinare verso la fine del periodo di proiezione poiché vengono sviluppate aree meno produttive.

 

AEO2018 è una versione completa di AEO e incorpora aggiornamenti sulle modifiche legislative e normative e include un ampio set di casi di sensibilità e scenari con tabelle browser e fogli di calcolo per tutti i casi. Nei prossimi mesi verranno pubblicati una serie di articoli in merito. Iscriviti per ricevere una notifica via email del rilascio dei prossimi articoli Issues in Focus su: https://www.eia.gov/tools/emailupdates/#forecast.

 

 

NONOSTANTE L’USCITA DAL TRATTATO CLIMATICO DI PARIGI GLI STATI UNITI SONO LA SECONDA POTENZA PRODUTTRICE DI ENERGIE RINNOVABILI

 

L’esplorazione, lo sviluppo e la domanda di energia rinnovabile hanno sempre avuto una spiccata tendenza al rialzo. Fattori quali l’impatto ambientale, l’esaurimento delle scorte di combustibili fossili e i prezzi volatili del petrolio hanno avuto un impatto significativo sulla volontà di aumentare la produzione di energia rinnovabile. Tra il 2010 e il 2014, il consumo di energia rinnovabile dei principali paesi è effettivamente raddoppiato da 168 milioni di tonnellate a 316 milioni di tonnellate di petrolio equivalente.

 

Gli Stati Uniti sono diventati anche il secondo paese produttore di energie alternative dopo la Cina anche se la Cina manca delle risorse naturali che possiede l’America. Fatto sta che la Cina apre la strada con 1.425.180 GWh (Gigawatt ore) di energia rinnovabile prodotta. Anche se la Cina è un paese inquinante a causa del sue pesanti emissioni, in realtà è al primo posto nel mondo per la produzione di energia rinnovabile. L’espansione del consumo di energia rinnovabile è dovuta alla posizione unica della Cina come innovatore tecnologico. Ciò ha comportato una riduzione dei costi di installazione di celle solari e centrali eoliche. Gli Stati Uniti si piazzano secondi con 598.949 GWh. Negli ultimi anni, la generazione di energia non fossile o elettricità nucleare negli Stati Uniti è aumentata costantemente. Questa spinta all’energia pulita negli Stati Uniti è dovuta all’ American Recovery and Reinvestment Act del 2009.

 

Sotto trovate la tabella dei paesi produttori di energie rinnovabili:

 

Rango Paese Energia rinnovabile totale (GWh)

1 China 1.425.180

2 Stati Uniti 598.949

3 Brasile 430.410

4 Canada 422.539

5 India 213.020

6 Germania 195.900

7 Russia 168.616

8 Giappone 154.586

9 Norvegia 140.638

10 Italia 122.556

11 Spagna 110.550

12 Svezia 96.967

13 Francia 95.110

14 Venezuela 81.188

15 Regno Unito 75.721

16 Turchia 64.637

17 Paraguay 59.630

18 Vietnam 52.994

19 Austria 50.881

20 Colombia 47.661

 

 

ALLA LUCE DEI DATI SOPRA ILLUSTRATI QUALI SARANNO LE CONSEGUENZE A LIVELLO GEOPOLITICO MONDIALE A SEGUITO DELLA CRESCENTE POTENZA PRODUTTIVA ENERGETICA E DI RISORSE NATURALI DEGLI STATI UNITI? COME CAMBIERANNO GLI SCENARI E I GIOCHI GEOPOLITICI SU SCALA MONDIALE?

 

https://www.worldatlas.com/articles/top-15-countries-using-renewable-energy.html

 

https://www.eia.gov/todayinenergy/detail.php?id=36292#.WweYlZFj_jA.facebook

 

https://www.eia.gov/pressroom/releases/press453.php

 

 

 

FINANZA E GEOPOLITICA, 1a parte_ a cura di Luigi Longo

LA FINANZA, UNO STRUMENTO DI LOTTA TRA LE NAZIONI EUROPEE SOTTOPOSTE ALLE STRATEGIE USA

(a cura di) Luigi Longo

 

 

Propongo la lettura di quattro scritti di cui il primo sull’euro, sullo spread e sul rapporto tra l’Italia e la Germania; il secondo sul non rispetto delle regole europee da parte della Bundesbank nell’emissione dei titoli del debito pubblico; il terzo sul debito pubblico; il quarto sulla necessità di un principe che con dura energia sappia rialzare la Nazione da uno stato di degrado economico, politico e sociale.

I due scritti di Domenico de Simone, un economista “radical”, sono apparsi sul sito www.domenicods.wordpress.com, rispettivamente in data 27/5/2018 e 18/2/2014, con i seguenti titoli: 1) italiani scrocconi e fannulloni? tedeschi truffatori e falsari!; 2) Con la scusa del debito.

Lo scritto di Domenico De Leo, economista, è apparso sul sito www.economiaepolitica.it in data 7/12/2011, con il seguente titolo: L’eccezione tedesca nel collocamento dei titoli di stato.

Per ultimo propongo lo stralcio dello scritto di G.W.F. Hegel dal titolo: Il “Principe” di Macchiavelli e l’Italia che è stato pubblicato in Niccolò Macchiavelli, Il Principe, a cura di Ugo Dotti, Feltrinelli, Milano, 2011, pp. 246-248.

L’idea di questa proposta è scaturita seguendo con grande fatica la crisi politica e istituzionale che si è innescata a partire dalle elezioni politiche del 4 marzo scorso: è irritante fare analisi politiche di grandi questioni (sic) a partire dalle elezioni politiche che sono teatrini indecenti con maschere penose e tristi, così come tristi sono le relazioni di potere!

Si parla in questi giorni di questioni come la difesa dell’euro, il debito pubblico, il pareggio di bilancio, lo spread, l’Unione Europea, la Costituzione violata, eccetera, velando i veri problemi che sono quelli dati dalla mancanza di sovranità nazionale (indipendenza, autonomia e autodeterminazione) e da una Europa che non esiste come soggetto politico (non è mai esistita storicamente): questa Unione europea, economica e finanziaria è figlia delle strategie egemoniche mondiali statunitensi.

L’Europa è una espressione geografica storicamente data a servizio degli Stati Uniti dove i sub-dominanti vogliono tutelare i propri interessi nazionali, svolgere le proprie funzioni per accrescere il loro potere sotto l’ala protettiva e allo stesso tempo minacciosa degli Stati Uniti (egemonia nelle istituzioni internazionali e nella Nato) a scapito degli interessi della maggioranza delle popolazioni nazionali ed europee (gli scritti di Domenico de Simone e di Domenico De Leo chiariscono molto bene il ruolo di potere degli agenti strategici che usano gli strumenti della finanza nel conflitto per la difesa del posto di vassallo europeo da parte tedesca).

La crisi dell’Italia (crisi di una idea di sviluppo e di una comunità nazionale inserite in una crisi d’epoca mondiale) va vista nel ruolo che l’Italia svolge nelle strategie statunitensi: sul territorio italiano ci sono fondamentali infrastrutture (immobili e mobili) militari a servizio degli Usa, nel Mediterraneo, nel Medio Oriente e in Oriente. Gli Usa-Nato stanno cambiando le città e i territori, stanno distruggendo le industrie di base, stanno rimodellando le economie dei territori; il Pentagono decide gli investimenti e le infrastrutture necessari; in definitiva hanno compromesso le basi per lo sviluppo di una discreta potenza del Paese: ci restano solo il cosiddetto made in Italy e il piccolo, medio è bello (sic). Il segretario di Stato USA, Mike Pompeo, facendo gli auguri al popolo italiano per la festa della Repubblica, ha detto che “La nostra continua cooperazione economica, politica e sulla sicurezza è vitale (corsivo mio) per affrontare le sfide comuni, tra cui il rafforzamento della sicurezza transatlantica e la lotta al terrorismo in tutto il mondo”.

Lo sbandamento dei sub-decisori italiani non è dovuto alla ricerca di un percorso di sovranità nazionale, da cercare con altre nazioni europee, per ripensare un’Europa come soggetto politico autonomo ( le cui forme istituzionali sono da inventare); ma esso è dovuto al conflitto interno agli USA dove si scontrano le visioni diverse dell’utilizzo dello spazio Europa in funzione delle proprie strategie egemoniche mondiali: 1) una Europa sotto il coordinamento del vassallo tedesco e del valvassore francese con la costruzione di uno Stato europeo?; 2) una Europa delle Nazioni singole?; 3) una Europa ridisegnata con la creazione di regioni?; 4) una Europa riorganizzata in aree << secondo le linee che marcano lo sviluppo storico>>?

La nuova sintesi dei dominanti statunitensi basata su un’idea di sviluppo con una diversa organizzazione sociale ( se mai ci sarà, considerato l’atroce conflitto in atto che indica l’inizio del declino dell’impero) dirà quale Europa sarà funzionale al rilancio egemonico mondiale.

E’ bastato che alcune forze politiche sistemiche proponessero ( non a livello di azione, che presuppone ben altre analisi e ben altri processi) aggiustamenti tecnici, maggiore equità, una ri-sistemazione sistemica delle gerarchie consolidate, una maggiore difesa dei propri interessi nazionali in funzione di una migliore Europa atlantica, che la reazione del potere sub-dominante europeo (soprattutto tedesco) fosse violenta, scomposta e rozza.

Il ruolo di garante di questa Europa legata ai dominanti statunitensi, che si configurano nel blocco democratico – neocon – repubblicano ( di questo blocco sono da capire meglio gli intrecci dei decisori della sfera politica), che vogliono una Europa coordinata dal vassallo tedesco, è rappresentato, in Italia, dal Presidente della Repubblica (oggi Sergio Mattarella, ieri Giorgio Napolitano). Il gioco istituzionale di Sergio Mattarella è da inquadrare in questa logica, altrimenti non si capiscono bene le contraddizioni, i paradossi, le sbandate e le ipocrisie di tutta la sfera politica. Attardarsi sul rispetto della Costituzione da parte del Presidente della Repubblica è un non sense perché la Costituzione è una espressione dei decisori e non del popolo. Le regole, le norme, i principi che regolano i rapporti sociali di una Comunità nazionale sono in mano a pochi e non a molti. Come insegna la cultura antica, soprattutto greca, quando le regole del legame sociale non sono decise dalla maggioranza non c’è nè democrazia nè libertà.

Occorre riflettere sulla tragica situazione in cui si trova l’Italia in particolare, e più in generale l’Europa, per trovare una strada che non sia solo elettorale, che non sia solo tecnica-finanziaria, che non veda la finanza come un dominio ma come uno strumento di potere in mano agli agenti strategici sub-dominanti europei e pre-dominati statunitensi. << Oggi si parla tanto della finanziarizzazione del capitale e del suo strapotere. Magari vedendo in questo processo l’avvicinarsi di una crisi catastrofica. Ma la finanza è solo un fattore fra altri, non isolabile, dello scontro per la supremazia fra i gruppi dominanti. Il capitale finanziario insomma rappresenta i conflitti in atto tra diverse forze e strategie politiche, combattuti con l’arma del denaro. Se vogliamo allora comprendere gli squilibri e le crisi che caratterizzano il capitalismo contemporaneo dovremmo addentrarci in un complesso intreccio tra funzioni finanziarie e politiche e nelle contraddizioni tra la razionalità strategica che prefigura assetti di potere e la razionalità strumentale che mira ai vantaggi immediati dell’economia. Al fondo vi è sempre lo scontro tra gruppi dominanti.>> (Gianfranco La Grassa, Finanza e poteri, Manifestolibri, Roma, 2008).

Per questo il rito delle elezioni è diventato sempre più inutile (l’esempio greco, e non solo, è significativo!) e mano a mano che si entrerà sempre di più nella fase multicentrica si renderà sempre più palese l’ideologia della partecipazione popolare alle decisioni del Paese tramite il voto elettorale, alla faccia della Costituzione!

La fase multicentrica impone una ri-considerazione sul ruolo della sovranità nazionale per ri-costruire una Europa delle nazioni sovrane che chiarisca il suo rapporto con gli USA e guardi ad Oriente.

 

Per comodità di lettura gli scritti proposti sono stati divisi e pubblicati in quattro parti, ciascuna preceduta dalla mia introduzione.

 

 

PRIMA PARTE

 

 

ITALIANI SCROCCONI E FANNULLONI? TEDESCHI TRUFFATORI E FALSARI!

di Domenico de Simone

 

La battaglia durissima e senza precedenti che si sta consumando intorno alla nomina di Paolo Savona a Ministro dell’economia, sta assumendo toni intollerabili, con attacchi violenti da parte della stampa italiana, come al solito ricca di falsità, allarmi, valanghe di fango e menzogne, e recentemente con la discesa sul campo di battaglia delle “sturmtruppen”, anch’esse armate di falsità e menzogne, oltre che di insulti e pregiudizi. Facciamo un po’ di chiarezza.

Paolo Savona è un economista di valore e di grande prestigio che ha il solo torto di aver detto  chiaramente, PRIMA dell’entrata in vigore dell’euro, che la moneta unica, così come era stata concepita, avrebbe fallito e che i vantaggi tanto sbandierati dai politici di allora e dalla stampa, si sarebbero rivelati un’illusione pericolosa. In Italia è stato uno dei pochissimi a dirlo, una voce fuori da coro che ha dato molto fastidio e che è stata messa a tacere con i soliti sistemi mafiosi dei signori del potere. Semplicemente negandogli l’accesso ai media. Che cosa diceva il buon professore sull’Euro? Niente di diverso da quello che sostenevano molti noti economisti d’oltre oceano, ovvero che una moneta unica in un’area con economie tanto diverse e senza meccanismi di compensazione avrebbe provocato molti danni alle economie più deboli. Si tratta della teoria delle Aree Valutarie Ottimali (AVO) in inglese nota come teoria dell’OCA (optimum currency area) elaborata negli anni sessanta del premio Nobel Robert Mundell e ben nota agli economisti. Se volete capire quanto sono bravi i tedeschi al gioco dell’OCA cliccate su questo articolo. 

Ora, che un personaggio del genere, che ha fatto dell’indipendenza del pensiero la propria bandiera, vada a fare il Ministro dell’Economia in un momento in cui tutto l’edificio comunitario sta vacillando paurosamente, proprio a causa delle debolezze e delle contraddizioni dell’euro e della politica europea, è per un fatto inammissibile per i poteri forti. Di qui la reazione violenta e senza precedenti, con il Presidente della Repubblica che mette il proprio veto, violando palesemente la Costituzione che non gli consente ingerenze sulle scelte politiche della maggioranza nominata dagli elettori. Tuttavia, poiché la questione può essere di vitale importanza, la resistenza del Presidente è fortissima, anche a rischio di un’accusa di violazione dell’art. 90 della Costituzione, ovvero di alto tradimento, per comportamenti diretti a sovvertire le Istituzioni Costituzionali e per le collusioni con una potenza straniera, nel caso di specie, con la Germania.

Fatta questa doverosa premessa che rende l’idea del clima e degli interessi in gioco, veniamo al merito di questo articolo, che sin dal titolo vuole rispondere ai durissimi attacchi sferrati dal settimanale “Der Spiegel” qualche giorno fa e persino dalla Frankurter Allgemeine Zeitung nel suo inserto settimanale, contro l’Italia, gli italiani e il loro desiderio di cambiare la politica economica del paese. Insomma, i due giornali più diffusi in Germania che agitano con forza i soliti pregiudizi diffusi in quel paese sulle abitudini degli italiani, definiti “scrocconi e fannulloni”.

L’accusa è legata sia al programma di reddito di cittadinanza avanzato dal M5S (che poi non è un vero RdC ma una misura assistenziale, come ho già scritto numerose volte in altri articoli) che ci fa meritare l’accusa di fannulloni, sia al fatto che le politiche economiche contenute nel contratto sottoscritto da Lega e M5S comporterebbero violazioni di spesa che si riverserebbero sui conti della EU con un danno per l’economia tedesca. In altre parole, questi preclari esempi di giornalismo di disinformazione, dicono ai propri concittadini che a breve, se Lega e M5S vanno al governo, sarebbero costretti a mantenere il nostro tenore di vita che è evidentemente a di sopra delle nostre possibilità.

L’unica reazione adeguata a questo nugolo di nefandezze, di menzogne e di fango è giunta dall’ambasciata italiana a Berlino che ha protestato vivacemente contro queste ignobili accuse. Dall’Italia, invece, i silenzio o quasi.

E vediamo perché a questa accusa, possiamo replicare sostenendo a ragione che gli accusatori tedeschi sono truffatori e falsari.

  1. I) Il debito pubblico italiano è insostenibile e porterà l’Europa comunitaria al fallimento.

Questa accusa è falsa. Uno studio pubblicato in Germania quattro anni fa dalla Fondazione Stiftung Marktwirtschaft, un prestigioso istituto di studi economici diretto dall’economista Bernd Raffelhüschen, molto stimato in Germania e all’estero, ha rilevato che il debito complessivo dell’Italia è di molto inferiore a quello della Germania e degli altri paesi fondatori della Comunità Europea. Per debito complessivo si intende il debito corrente più il  debito implicito, ovvero quel debito che nascerà nei prossimi decenni dalle previsioni di spesa dovute alle scelte correnti di politica economica e previdenziale. Su questa ricerca ho scritto un articolo al quale vi rimando. Per questa ricerca, il debito implicito dell’Italia è il più basso di tutti gli altri paese europei, primo posto che è confermato anche considerando il debito complessivo. La Germania sta al secondo posto con un debito complessivo che supera del 20% circa quello italiano. Quindi è FALSO che i problemi economici della Germania verranno dalle scelte di politica economica italiane, com’è assolutamente falso che gli italiani vivano al di sopra delle proprie possibilità. Sono semmai le scelte della Germania e degli altri paesi europei che porteranno la Comunità europea al fallimento, come si capisce chiaramente guardando la tabella redatta dal prestigioso Istituto economico tedesco. Il problema è quindi il debito a breve, sul quale “i mercati” fanno il prezzo dei titoli di Stato e che costituisce la base dello “spread”, ovvero della differenza di tassi di interesse tra i titoli italiani e quelli tedeschi, che sono presi a pietra di paragone di tutti gli altri stante la sbandierata virtuosità della finanza pubblica tedesca. Se “i mercati” considerassero il debito complessivo, la situazione dovrebbe essere invertita e dovrebbero essere i titoli italiani a fare da base per i tassi di tutti gli altri. E se questo non avviene è perché qui c’è un trucco.

 

  1. II) Lo “Spread” e i trucchi truffaldini di BUBA

Ma come fanno i tedeschi a tenere così bassi gli interessi sui loro titoli di Stato? Con un trucco truffaldino che praticano sin dalla sottoscrizione degli accordi di Maastricht, nonostante l’esplicito divieto contenuto in questo trattato. L’art. 101 comma 1 del trattato vieta espressamente alle Banche centrali nazionali di acquistare titoli di debito del proprio stato all’atto del collocamento, ovviamente per evitare distorsioni nella formazione dei prezzi, con la candida illusione che, in tal modo, il prezzo di collocamento sarebbe stato fatto dal mercato. Questo divieto ha causato, a suo tempo, la crisi di liquidità della Grecia, e vale per tutti i paesi europei tranne che per la Germania. Infatti, quando l’Agenzia per il Debito tedesca mette all’asta sul “primo mercato” i titoli dello Stato tedesco, succede spesso che i tasso di interesse proposto sia di gradimento solo di alcuni acquirenti e che pertanto alcuni stock di titoli restino invenduti. Stando alle regole, a questo punto l’Agenzia dovrebbe alzare il tasso di interesse finché l’intera emissione non fosse assorbita dal “mercato” (e poi vedremo chi sono questi signori del primo mercato), ma in realtà non fa così affatto. Prende i titoli invenduti e li “deposita” presso la BuBa, ovvero la Bundesbank, la banca centrale tedesca che, formalmente, funge solo da depositaria dei titoli invenduti che andrà poi a vendere sul “mercato secondario” in un momento più favorevole. Dato che la BuBa può effettuare acquisti sul mercato secondario, se non trova acquirenti al tasso deciso dalla Agenzia del debito, essa stessa comprerà quei titoli, quel punto, ma solo formalmente, senza violare il trattato di Maastricht, che vieta gli acquisti di titoli sul mercato primario ma non su quello secondario. Con la conseguenza che, in forza di questo trucco truffaldino, la BuBa funge da acquirente di ultima istanza per i titoli tedeschi in palese violazione del trattato di Maastricht. Se volete approfondire l‘argomento leggetevi questo articolo che tratta l’argomento in maniera approfondita. Grazie a questo truffaldino trucco da baraccone, sul quale nessuno governo ha mai detto nulla né Bankitalia e tanto meno la BCE hanno mai sollevato eccezioni, i titoli tedeschi scontano un interesse bassissimo, il più basso possibile deciso politicamente dal governo tedesco, e gli altri paesi europei pagano la differenza tra quello che il “mercato” chiede e il prezzo pagato dai tedeschi. Questa vergogna che va avanti così da circa vent’anni, è la fonte dello “spread”, che viene periodicamente agitato come lo spauracchio per tenere in riga i conti pubblici italiani e mettere paura agli italiani stessi, dicendo falsamente che il mercato è spaventato dal debito pubblico e dai conti del nostro paese. ma vediamo chi sono questi signori del mercato “Primario” che decidono il prezzo che noi dobbiamo pagare sul nostro debito pubblico.

 

III) I signori del mercato primario e quelli del mercato secondario

Se pensate che il mercato dei titoli del debito pubblico sia costituito da milioni di investitori alla ricerca delle migliori opportunità per i loro risparmi, ebbene scordatevelo. Il mercato primario dei titoli pubblici è costituito esclusivamente da alcuni soggetti che sono i soli autorizzati all’acquisto di titoli di stato all’atto del collocamento. Non è ovviamente il mercato finanziario così come ci viene dipinto dagli articoli di giornali corrotti e falsari, insomma non è affatto un mercato, ma un congrega di venti Banche commerciali che sono le uniche ammesse a fare tali acquisti. Le transazioni avvengono per via telematica per ogni Stato un paio di volte al mese. Questi soggetti acquistano i titoli che poi, dopo opportuna maggiorazione di prezzo (giusto qualche decimale di punto) vanno poi a rivendere sul mercato secondario, a quelle altre banche che hanno prenotato o hanno mostrato interesse per l’acquisto dei titoli. Già, perché anche il mercato secondario non è ancora il mercato finanziario, quello al quale possono accedere tutti gli operatori cittadini compresi, ma è anch’esso costituito da una platea più allargata di banche commerciali (circa 120) sufficientemente solide per essere ammesse a questo mercato, oltre che dalle banche centrali dei paesi. Dopo aver esaurito questa corsa, previa opportuna maggiorazione del prezzo, i titoli di stato finiscono finalmente sul mercato finanziario, dove vengono trattati come gli altri strumenti finanziari. Lo “Spread”, quindi, non nasce dal “sentiment” di milioni di investitori (come ci fanno bellamente credere), sui rischi economici e finanziari di un paese, ma dalle decisioni, evidentemente politiche più che economiche, di un pugno di banchieri speculatori. I tedeschi hanno neutralizzato queste decisioni politiche per quello che li riguarda, adottando il trucco che abbiamo visto sopra, ma ovviamente le banche non ci rimettono niente, poiché lo “Spread” comprende anche il minore guadagno che i banchieri hanno sui titoli tedeschi. In altri termini, siamo noi che paghiamo con un incremento dei tassi, le differenze che le banche devono scontare sui titoli tedeschi e che subiamo le decisioni politiche di un pugno di banchieri che a loro volta sono evidentemente e necessariamente influenzati dalle decisioni dei tedeschi, sia sul piano finanziario che su quello politico. Chiaro, o no?

IV I programmi di assistenza pubblica in Germania

I tedeschi ci accusano di essere fannulloni per via della proposta avanzata dal M5S di un programma di assistenza per i disoccupati e di introduzione di un salario minimo vitale. Ebbene, la cosa sconcertante di questa accusa, è che in Germania esiste da tempo un programma del genere, anzi praticamente identico a quello proposto dal 5 Stelle, ovvero il sussidio sociale Hartz IV. Questo sussidio, che attualmente viene erogato a circa sei milioni di persone, supporta in vari modi le persone disoccupate che non riescono a trovare un lavoro. L’agenzia propone alle persone un lavoro e queste devono accettarlo a pena di perdere il sussidio in caso di rifiuto. Si tratta di una misura assistenziale in vigore, da molto tempo, in tutti i paesi europei tranne che in Italia e che i 5 Stelle vogliono introdurre chiamandola inopportunamente reddito di cittadinanza che è in realtà una cosa completamente diversa. Ma a parte questa questione, di cui ho abbondantemente parlato nei miei libri e articoli, e che è la scriminante tra la libertà e la schiavitù, sta di fatto che se il programma è fatto dai tedeschi è una misura doverosa di supporto alle persone meno fortunate, mentre se lo fanno gli italiani si tratta di mantenere fannulloni arroganti e spocchiosi.

Ora che un governo possa mettere alla luce questi trucchi vergognosi e queste truffe, che sono costate finora agli italiani centinaia di miliardi e una crisi senza fine, è evidentemente intollerabile per i padroni del vapore. Non ho molta fiducia nel governo Lega 5 Stelle che, da un punto di vista politico sembra un guazzabuglio indecifrabile, ma dal punto di vista economico il fatto di poter alzare la voce e magari riuscire a tagliare alcuni dei legacci che ci tengono prigionieri è certamente una buona opportunità e Savona mi sembra la persona più indicata, per prestigio, competenza e idee manifestate per farlo.

 

24° podcast_ Botta e risposta, di Gianfranco Campa

Il Russiagate avrebbe dovuto essere la pietra tombale della Presidenza Trump. Si sta rivelando una caccia ai mulini a vento che rischia di ridicolizzare e discreditare ulteriormente i promotori. Per uscire dalla palude nella quale stanno annaspando senza vie di uscita cercano di aprire pretestuosamente nuovi filoni di indagine con veri e propri colpi di mano e abusi delle proprie funzioni e del proprio mandato. Un logoramento che sta consentendo a Trump di esibire nuovi campioni in grado di tener testa alle scorribande e di rendere la pariglia anche allo stesso livello. La discesa in campo di Rudolph Giuliani è particolarmente significativa. Efficace nel ribattere gli attacchi personali, al prezzo però del sacrificio progressivo dello staff che ha portato Trump alla Casa Bianca sull’onda di prospettive e strategie alternative oramai sempre più vaghe. Un duello che spinge a concentrare sempre più le forze nella tenzone con il risultato di allentare i fili che controllano le dinamiche nei paesi alleati più stretti. Tanto più che uno degli oggetti reali del contenzioso che fanno da sfondo alle faide riguarda il mantenimento o meno della rete di rapporti multilaterali costruiti in questi ultimi trenta anni oppure la loro ridefinizione attraverso una rinegoziazione  bilaterale con i principali paesi, compresi quelli aderenti al Patto Atlantico. Una dinamica che porta ad acuire le rivalità tra le varie potenze regionali ma che sembra altresì offrire qualche margine di azione inaspettato a nuovi centri politici in via di emersione. Ciò che sta accadendo in Italia potrebbe testimoniare un ulteriore passo verso questa direzione. Un processo che rende ancora più interessante ed offre un contesto verosimile alla narrazione inedita che Gianfranco Campa continua ad offrirci_ Buon ascolto, Giuseppe Germinario

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UNA RISATA SEPPELLIRÀ IL CACCIATORE FASULLO, di Gianfranco Campa

UNA RISATA SEPPELLIRÀ IL CACCIATORE FASULLO

 

In un articolo pubblicato lo scorso febbraio sul nostro sito avevo riportato la notizia della decisione, presa dal cacciatore fasullo, il Procuratore Speciale Robert Mueller, di rendere pubblici, con grandi fanfare, i capi di imputazione contro 13 cittadini ed entità Russe per aver intrapreso “una guerra di disinformazione” tesa ad interferire nelle elezioni presidenziali americane con l’intento di frodare gli Stati Uniti. In altre parole per aver cospirato al fine di manipolare le elezioni presidenziali Americane del 2016.

Sotto la costante pressione dovuta alla necessità di produrre risultati immediati, concreti, visibili, dopo mesi di indagini e pressioni provenienti dai Democratici, dall’establishment e dallo stato ombra, con il chiaro intento di dimostrare la fondatezza delle  presunte infiltrazioni Russe e continuare quindi a giustificare le caccia alle streghe del Russiagate contro Trump, il signor Mueller aveva tirato fuori dal suo cilindro magico le accuse contro questi cittadini e compagnie Russe.

Una mossa da vero coniglio, per il procuratore Mueller, non nuovo a questo tipo di prodezze giudiziarie. Capi di accuse contro fantomatiche entità Russe, messi in piedi più per necessità di spettacolo mediatico teso a soddisfare i nemici di Trump e di giustificazione dei milioni di dollari spesi dai contribuenti americani nel mettere in piedi la struttura dell’ufficio del procuratore speciale sul Russiagate che per la serietà di evidenze, prove e indagini.

Così lo scorso 9 Maggio, i portavoce di Mueller, accusatori dei Russi, si sono presentati al Tribunale del Distretto Federale Della Columbia (Washington DC),  di fronte al Giudice Magistrato Michael Harvey, per quella che viene chiamata in gergo giuridico: Initial Appearance and Arraignment, meglio anche conosciuto come Preliminary Hearings. In altre parole sarebbe l’equivalente di un’udienza preliminare sul caso Troll Russi.

Quella che doveva essere una trionfale passeggiata per gli eroi del Procuratore si è trasformata in un siparietto comico, dove Mueller di riflesso ha fatto una emerita figura barbina, abbastanza determinante da innalzare prepotentemente il livello delle sue già leggendarie capacità investigative…

Le accuse contro i Russi avrebbero dovute essere in teoria una agevole passeggiata, una sua facile vittoria mediatica e giuridica poiché nessuno, tantomeno i  Mulleriani, si sarebbero aspettati una aperta sfida in tribunale. Questo perché le entità Russe, individuate da Mueller, non risiedono negli Stati Uniti e nessuna decisione giuridica in America avrebbe avuto valore in Russia o viceversa. Si riteneva altamente improbabile che le persone imputate nel caso dei Troll Russi, si presentassero in un tribunale degli Stati Uniti. Ci si aspettava quindi da parte di Mueller che codeste società e persone ignorassero il procedimento, aprendo la strada ad uno scontato riconoscimento del lavoro svolto da Mueller. In altre parole questi capi di accusa contro i Russi dovevano servire da palcoscenico per gli applausi di riconoscimento del solerte lavoro sin qui svolto dal nostro eroe Robert Mueller.

Questo appunto in teoria; perché in realtà quando i Mulleriani si sono presentati in Tribunale, tutto si aspettavano fuorché di trovare un team attrezzato di avvocati incaricati di rappresentare una delle entità Russe menzionate negli atti di accusa.

Delle tredici entità Russe, tre di queste sono compagnie facenti capo al magnate russo, amico di Putin, Yevgeny Prigozhin, conosciuto meglio col soprannome di “ cuoco di Putin”. La Concord Catering and Concord Management avrebbero, secondo Mueller, finanziato le operazioni di un’altra compagnia, la Internet Research Agency, una “fabbrica di trolls online” con sede a San Pietroburgo.

La Concord Management and Consulting LLC sono quindi in realtà la stessa compagnia e si sono presentate in Tribunale difese da uno dei più famosi studi di avvocati statunitensi: Reed Smith LLP.

Di fronte al giudice Harvey c’erano i rappresentanti del procuratore speciale Mueller; gli assistenti procuratori speciali Jeannie Rhee, Lawrence Atkinson e Ryan Dickey. Mentre a rappresentare i Russi, del leggendario studio legale Reed Smith LLP c’erano: Eric Dubelier e  Katherine Joanne Seikaly.

A questo punto sono cominciati i sorrisi. Prima di tutto lo sguardo smarrito dei procuratori Mulleriani nel vedere un team di avvocati presenti in tribunale per conto dei russi. I procuratori, colti evidentemente di sorpresa, avrebbero immediatamente chiesto che il caso venisse posticipato. Questo probabilmente per guadagnare tempo e permettere ai Mulleriani di assorbire lo shock, la svolta negativa della situazione e tracciare una nuova linea di attacco alla luce dei nuovi sviluppi della situazione, opposta rispetto alle aspettative iniziali. Insomma per i Mulleriani trovarsi di fronte la squadra di avvocati è valso l’equivalente di un uppercut ben assestato ad un avversario troppo baldanzoso. Il giudice avrebbe rifiutato la richiesta dei Mulleriani e l’udienza quindi si è svolta regolarmente.

Durante questa udienza, il giudice chiede all’avvocato che rappresenta la Concord Management se rappresentasse anche la Concord Catering. L’avvocato Dubelier risponde al giudice affermando di rappresentare solo la Concord Management. Dubelier sottolinea la ragione per cui non rappresentano la Concord Catering: “Vostro Onore, penso siamo di fronte al classico caso in cui il governo tenta di incriminare il proverbiale panino al prosciutto”. Il panino al prosciutto si riferisce al famoso termine “incriminare un panino al prosciutto” tratto da un articolo del New York Daily News del 1985,  quando il capo procuratore di New York, Sol Wachtler, dichiarò alla stampa che i pubblici ministeri avevano così tanta influenza sulle giurie da poter, se necessario, condannare anche un panino al prosciutto.

Dubilier prosegue affermando che la Concord Catering non esisteva come entità legale durante il periodo in cui Mueller la accusa di aver influenzato le elezioni americane. Dubelier aggiunge inoltre che “Se mi mostrassero le prove che codesta compagnia esisteva al momento dei fatti contestati dai procuratori, probabilmente saremmo qui a rappresentarli, ma per gli scopi di oggi no.”

Gli avvocati Eric Dubelier e Katherine Joanne Seikaly hanno sottolineato inoltre che le accuse del  procuratore speciale Robert Mueller sono infondate e l’unica ragione mossa dalle accuse di Mueller sarebbe quella di “incriminare un russo – qualsiasi russo possibile“. In altre parole gli avvocati hanno accusato Mueller di fronte al giudice di condurre una vera e propria caccia alle streghe. Secondo gli avvocati la ragione di queste approssimative accuse di Mueller contro fantomatiche entità Russe è ovvia: accusare i Russi per giustificare la propria esistenza da procuratore speciale.

Dubelier e Seikaly hanno detto che le accuse “costituiscono un forma di ipocrisia” in quanto gli Stati Uniti hanno interferito regolarmente nelle elezioni di molti paesi stranieri. Inoltre secondo gli avvocati la Concord Management non intendeva violare la legge federale. D’altronde la Concord Management non conosce la legge federale americana, non operando sul territorio americano. “L’accusa precipitosa non è in grado di discernere se l’imputato sapeva che stava agendo in modo illegale o che intendeva violare i reati normativi sottostanti. Il rischio qui è grave, cioè una società straniera senza una presenza fisica negli Stati Uniti è accusata, in un caso senza precedenti, di una tipologia mai presentata prima dal Dipartimento Di Giustizia per aver cospirato nel frodare gli Stati Uniti, non rispettando determinati requisiti normativi che sono sconosciuti anche alla maggior parte degli americani.” Gli Avvocati dei Russi hanno concluso di voler avvalersi del diritto di un processo veloce, cosa che metterebbe i paladini Mulleriani in crisi.

Così il nostro eroe Robert Mueller, dopo aver condotto una inchiesta a dir poco dilettantistica, arriva ad accusare una societa` che al tempo dei fatti non esisteva nemmeno e una volta in tribunale, si ritrova spiazzato dalla presenza degli avvocati difensori. Tutto questo avendo speso fino ad ora la bellezza di 14 milioni di dollari, con un team di ben 16 assistenti procuratori, per ritrovarsi poi in mano “un panino al prosciutto”. Come disse qualcuno (Michail Bakunin): “La fantasia distruggerà il potere e una risata vi seppellirà!” Già si odono le poderose risate di scherno echeggiare nelle stanze del Cremlino. La farsa del Russiagate continua ma almeno ora cominciamo a divertirci.

http://italiaeilmondo.com/2018/02/17/epilogo-di-una-farsa_-di-gianfranco-campa/

EPILOGO DI UNA FARSA?_ di Gianfranco Campa

italiaeilmondo.com

Mueller ha reso pubblici i capi di accusa contro tredici cittadini russi accusati di intrusione nelle elezioni presidenziali americane. Ciò che colpisce però non …

 

http://www.dcd.uscourts.gov/content/magistrate-judge-g-michael-harvey

Magistrate Judge G. Michael Harvey | District of Columbia …

www.dcd.uscourts.gov

G. Michael Harvey was appointed as a United States Magistrate Judge on February 13, 2015. He received a B.A., cum laude, from Duke University in Political Science and Religion in 1989.

 

https://www.docdroid.net/ytSx83s/usa-v-concord-5-9-18-18-032.pdf

 

 

Contenziosi in terra straniera, di Antonio de Martini

Trump era stato avvertito che rompere unilateralmente l’accordo JCPOA avrebbe avuto conseguenze sul piano militare.

Ieri l’Iran e Israele si sono scambiati una ventina di missili per parte avendo cura di non mirare a zone abitate.
Gli obbiettivi di entrambi sono in territorio siriano beninteso.

Gli iraniani hanno portato la guerra al confine di Israele colpendo la provincia di Quneitra ( alture di Golan), dopo che tutti gli sforzi occidentali miravano a perpetuare la guerra alla frontiera turca.

Il gioco è chiaro: se Trump colpirà l’Iran, questo colpirà Israele, il quale a sua volta colpirà la Siria.

L’Europa – rappresentata da Francia,Germania e Inghilterra, assente l’Italia, hanno preso per la prima volta ufficialmente, le distanze dalla politica USA.

Presto dovremo anche noi decidere se correre il rischio di perdere il cliente americano che ci compra le mozzarelle e l’olio di oliva, oppure il cliente iraniano che compra da noi tecnologia.

Unica ragione di ottimismo è la presenza in questi giorni a Mosca – per la celebrazione della vittoria su Hitler- di Netanyahu che sta trattando con Putin.

Il mezzo milione di russi ortodossi,spacciatisi per ebrei che lasciarono l’URSS e adesso costituisce ormai una colonia russa in Israele ( e ha creato un partito) assume valenza determinante nel mosaico del Levante.

Ha offerto un argomento negoziale comune alla Russia e a Israele e costituisce motivo per Netanyahu per non trascurare la mediazione di Putin e per Putin di voler salvaguardare anche Israele.

La Russia, celebrando più che la vittoria i suoi 20 milioni di morti che hanno salvato l’Europa dal nazismo, dice all’Occidente che non teme di perdere altri venti milioni di soldati.

Ricevendo l’ospite israeliano a Mosca durante questa crisi, Putin mostra che la via del compromesso di pace passa dal Cremlino mentre Trump non è riuscito a far chiudere la bocca nemmeno a una puttana.

In questo momento di grandi scelte, un governo Di Maio Salvini , con Mattarella al Quirinale, mi fa venire la pelle d’oca.

23° PODCAST_Nessun prigioniero!_di Gianfranco Campa

Il conflitto politico in atto negli Stati Uniti sta perdendo le caratteristiche di un confronto senza storia tra un ceto politico consolidato e funzionari e strateghi all’opera ormai da decenni negli apparati da una parte e un gruppo di outsider pressoché avulsi dal sistema di potere dall’altro. Quest’ultimo, a costo di gravi compromessi, inizia a radicarsi in maniera più profonda in alcuni apparati e a tessere una sia pur minima trama di relazioni internazionali secondo disegni più coordinati. I primi dispongono di un controllo predominante degli apparati di potere e delle leve dello stato profondo; l’indisponibilità però di alcune importanti leve di governo, in particolare della Presidenza, li costringe ad un uso distorto dei sistemi di relazione e degli apparati. Le conseguenze sono nefaste sulle modalità di conduzione dello scontro politico e sulla coerenza ed efficacia delle strategie politiche. Dinamiche che studiosi europei, come Althusser e Poulantzas ed americani hanno analizzato con sagacia. L’utilizzo di strumenti repressivi e giudiziari possono distruggere e tuttalpiù contribuire a creare solo indirettamente le condizioni di mantenimento e di ricambio di gruppi dirigenti. Le controindicazioni sono però pesanti: istituzioni che perdono l’aura di terzietà della loro azione sino ad assumere un carattere apertamente partigiano foriero di perdita di autorevolezza verso i sottoposti e le fazioni e di coerenza e compattezza interna nella propria azione; manovratori adusi a giocare nell’ombra, costretti invece ad esporsi in prima persona e sacrificati in nome dell’emergenza; schieramenti di fazioni contrapposte che attraversano progressivamente l’intero scacchiere geopolitico e si inseriscono a pieno titolo nel confronto tra e all’interno degli stati nazionali; un conflitto sempre più viscerale e spietato che lascia poco spazio a margini di compromesso tra strategie già di per sé incompatibili. Gianfranco Campa ci conferma con un pathos sempre più coinvolgente ed allarmato un assunto da sempre sostenuto da questo sito: l’attuale scontro politico negli Stati Uniti si risolverà senza prigionieri con conseguente nefaste anche per i gruppi dirigenti aggregati nel mondo soprattutto alla parte “sbagliata”; i progressivi cedimenti e le fulminee conversioni non risparmieranno Trump dal redde rationem. I vincitori vorranno estirpare la “mala pianta” che Donald Trump, volente o nolente, simboleggia perchè non risorga ammaestrata dagli errori e dalle vicissitudini. Un anno fa le “attenzioni” erano riservate ai pochi protagonisti della inaspettata vittoria emersi dalle quinte del palcoscenico; oggi si comincia a vociferare di liste di proscrizione di decine di migliaia di malcapitati. Il proditorio sequestro di tutta la documentazione dell’avvocato di Trump non fa che confermare i peggiori sospetti. Buon ascolto_Giuseppe Germinario

https://soundcloud.com/user-159708855/podcast-episode-23

 

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