Mutazioni alla Casa Bianca, di Giuseppe Germinario

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Qui sotto il link di una intervista a Steve Bannon, ormai prossimo ad uscire dallo staff presidenziale. Non ho il tempo per offrire una versione in italiano, ma con un buon traduttore, si può cogliere appieno la rilevanza ed il significato dei suoi argomenti. La normalizzazione di Trump procede ormai a passo sostenuto. In particolare è ormai evidente:

  • la divergenza in politica estera riguardo alla rilevanza prioritaria della Cina come avversario strategico;
  • la divergenza sulla gestione della crisi coreana vista l’insostenibilità di uno scontro militare dall’esito catastrofico e suscettibile di alimentare il peso della Cina;
  • la strumentalità delle accuse di simpatia e connivenza con la destra suprematista e razzista che investiranno sempre più Bannon;
  • il velleitarismo, a mio parere, della scelta di operare piazzando all’esterno dello staff presidenziale, non si sa con quale mezzi, i portatori di una politica di opposizione decisa alla Cina;
  • la speranza di aprire contraddizioni anche nel campo democratico sulla base di un nazionalismo estraneo alle tentazioni etnico-razziali

Dopo l’intervista a Bannon, segue una dichiarazione di Roger Stone, il principale artefice dell’elezione di Trump, precedente all’intervista e critica delle scelte di Bannon. Molto significative le sue critiche a Bannon, vista anche la consolidata amicizia. Appena possibile cercherò di fornire una trascrizione anche di questa. Alla luce di quanto esposto assume ancora più importanza il podcast di Gianfranco Campa del 15 agosto che invito a riascoltare

il primo link

http://prospect.org/article/steve-bannon-unrepentant

il secondo link

Report: White House Chief Strategist Steve Bannon Out

10° Podcast _ DALLAS o WATERGATE? Tertium datur: l’avventurismo, di Gianfranco Campa

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Sono poche le voci in grado di fornire informazioni e soprattutto interpretazioni fondate sugli avvenimenti cruciali che da quasi un anno investono e si dipartono dalla Casa Bianca. Gianfranco Campa, con la sua partecipazione emotiva, ci conduce nelle stanze dove si sta consumando una battaglia politica di insolita cruenza. Raramente il conflitto politico tra gruppi dirigenti assume contorni così espliciti. Gli obbiettivi e le intenzioni sono adattati alle strategie e alle tattiche, se non sacrificati alle esigenze di sopravvivenza di uno dei contendenti. La distinzione che i teorici più accorti fanno tra regnanti, governanti e dominanti appare a tratti anche agli osservatori meno esperti. Una cosa mi pare ormai certa. Il vecchio establishment, dovesse prevalere, non potrà più tornare alle vecchie tattiche e appare incapace di intravedere nuove strategie; la permanenza di questo conflitto nei termini così acuti rischia di trascinare l’intera classe dirigente americana in una condizione caotica di stallo in grado di innescare una condizione di declino e pregiudicare ulteriormente la coesione di quella formazione sociale. Si vedrà sino a che punto i paesi rivali saranno in grado di approfittare di questa situazione. Giuseppe Germinario

DEUTSCHLAND ÜBER ALLES?, di Giuseppe Germinario (1a parte)

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I DUE PROTAGONISTI

Di Donald Trump temo che continueremo ancora per mesi se non anni a sorbirci soprattutto i resoconti dettagliati dei suoi difetti o sedicenti tali; dalla maldestra improvvisazione alla ruvidità di modi, dall’affettata eleganza alla volubilità di giudizi, alla rozza ignoranza. Con il nobile intento di salvaguardare l’umanità da questo flagello, i campioni dell’informazione democratica, in particolare il NYT (New York Times) e il WP (Washington Post), dimentichi delle restanti cose del mondo, stanno da tempo concentrando la totalità degli sforzi in questa missione piegando ad essa fatti, realtà e soprattutto deontologia professionale. Con la stessa dedizione, ma con evidente minore fatica, gli innumerevoli corifei dell’informazione europea, pervasi da certezze assolute, non fanno altro che spandere a cuor leggero veline e veleni propinati dai capostipiti. Eppure almeno una caratteristica del Presidente Americano dovrebbe accomunare il giudizio dei pochi fautori e dei tanti detrattori del suo prominente impegno: la capacità di scatenare l’aperto spirito bellicoso anche nelle personalità più prudenti e discrete; tra queste, senza dubbio il Cancelliere tedesco.

Di Angela Merkel, nella vicenda delle intercettazioni americane delle sue conversazioni telefoniche, abbiamo apprezzato la capacità di accettare dal versante amico le peggiori intrusioni e umiliazioni senza alcun pregiudizio dei rapporti, in particolare quelli con Obama e senza apparenti sussulti di orgoglio; nella vicenda del milione di profughi siriani, invece il suo spirito di accoglienza talmente ecumenico da equivocare sulle profferte amorose del branco senza autorizzazione delle interessate, salvo cercare di rifilare con discrezione gran parte degli ospiti ai paesi vicini una volta constatata la loro difficoltà di inserimento e la loro preparazione professionale evidentemente non all’altezza delle aspettative; nella vicenda delle contraffazioni dei dati di emissione degli scarichi delle auto tedesche, abbiamo apprezzato la difesa pur tardiva dello spirito puritano a scapito forse dell’immagine di efficienza del sistema industriale e dei sistemi di controllo tedeschi. Il meglio della sua valenza di amministratrice, almeno sino a pochi mesi fa, è emerso nella vicenda del collasso della Grecia quando con mirabile quadratura è riuscita a conciliare l’aura puritana del rigore contabile con il trasferimento sui bilanci pubblici degli stati europei di gran parte delle esposizioni bancarie tedesche verso quel paese, con il consolidamento dei profitti finanziari delle stesse sul debito restante, con l’acquisizione di buona parte della rete logistica greca e, ciliegina sulla torta, con la vendita a caro prezzo all’esercito ellenico di residuati bellici presenti nei depositi della Bundeswehr. Si sa che le trattative politiche riservano come corollario quasi sempre il lato oscuro della meschinità. Nella graduatoria degli inperturbabili la statista tedesca non detiene certo l’esclusiva, di sicuro è in posizione di ascesa. Tra gli innumerevoli esempi, gli allora Generale Wesley Clark e Segretaria di Stato Madeleine Albright si concessero come bottino della missione umanitaria in Jugoslavja una partecipazione azionaria delle società minerarie del Kosovo; la stessa pletora di funzionari, accademici ed economisti americani e tedeschi accorsi al capezzale della moritura URSS e della nascitura Russia di Boris Eltsin ottenne di scambiare le proprie disinteressate consulenze con una partecipazione attiva al saccheggio di quel paese; per non parlare delle cointeressenze in Ucraina. Anghela, come un re Mida dei nobili principi, è riuscita a trasformare anche la meschinità in rigore risanatorio, sempre però con un profilo dimesso e discreto; da pudico comportamento collaterale a qualità volta al bene pubblico.

UN CONFRONTO PREMATURO

Durante il G7/G20 avviene inopinatamente la sua metamorfosi e la consacrazione da Maria Maddalena del cenacolo europeo ad angelo giustiziere dell’attentatore all’ordine mondiale.

Sono bastati pochi mesi dal gelido saluto al non ancora insediato Presidente Americano, alla imbarazzata visita a Washington per finire con la contrapposizione al G7 per passare da una immagine di capo di governo in verità un po’ dimesso, tutt’al più abile ad agire nell’ombra, a quella di statista orgoglioso in grado di contrapporsi apertamente al neopresidente e, aspetto ben più rilevante, di trasformare la Germania da paese in grado di approfittare in maniera surrettizia delle opportunità della globalizzazione a nazione paladina di questa virtù o in alternativa, secondo le interpretazioni, in grado di contrapporsi, assieme alla Cina, alla prepotenza e all’unilateralismo americano.

Da allora è tutto un fiorire di letteratura e di tesi sul destino manifesto di un paese, inesorabilmente portato a scontrarsi con la nazione egemone; quello che divide i sostenitori riguarda il probabile esito finale dello scontro, ma confronto comunque dovrà essere.

La redazione di Limes, autrice di una per altro pregevole monografia sull’argomento, è la portabandiera più autorevole di questa tesi.

Sono sufficienti pochi atti politici pubblici, concentrati in poche settimane, in aggiunta magari al proposito proclamato di costruzione di un sistema diplomatico e di difesa europei autonomo dagli USA, per promuovere l’attendibilità di una svolta politica così straordinaria?

Già la dinamica e la successione dei recenti eventi da adito a parecchi dubbi.

Intanto il tampinamento postpresidenziale di Obama e l’accoglienza trionfale a lui riservata a Berlino, all’esponente quindi che, assieme a Hillary Clinton, suo successore designato, ha cercato ostinatamente di arginare la tendenza al multipolarismo e di destrutturare gli stati viziati da proprie ambizioni autonome, svelano i legami inestricabili di dipendenza e compromissione con il vecchio establishment nonché le aspettative di ripristino dello “statu quo ante” del cancelliere tedesco. Il veemente appello alla crociata in difesa dell’accordo sul clima di Parigi e del libero mercato globalizzato sventolato al G7 di Taormina, ha mostrato per altro subito la corda al G20 di appena due mesi dopo lasciando in mano alla Merkel un vessillo ridotto ad un cerino consunto con alle spalle truppe scarse e poco convinte a difenderlo. Si potrebbe interpretare come un modo spregiudicato di condurre una danza del quale si possiede il filo conduttore della musica. Più che una condottiera dotata di forza propria in realtà si è rivelata lo strumento di uno schema più grande e complesso giocato per lo più Oltreatlantico. Lo stesso pulpito si è rivelato poco attendibile vista la recente propensione della Germania a limitare le acquisizioni cinesi in Europa rivelando così una evidenza chiara ancora a pochi eletti: il confronto sul libero mercato è una battaglia per determinare regole commerciali più favorevoli ad una o l’altra delle formazioni socieconomiche e ai loro centri dominanti all’interno di logiche geopolitiche operanti all’interno ma non riducibili ad un mero o assolutamente prevalente confronto economico. Una riduttivismo invece che ancora prevale oppure tende a riaffiorare surrettiziamente in gran parte delle tesi, anche nella monografia di Limes.

UN APPROCCIO EVENEMENZIALE

L’approccio evenemenziale presente in gran parte degli studi e soprattutto nella divulgazione mediatica tende a focalizzare e spettacolarizzare un particolare duello a discapito degli altri e dello sguardo d’insieme. Il tentativo stesso di Trump di reimpostare in maniera bilaterale i rapporti e le relazioni tra gli stati può indurre ad accentuare tale interpretazione particolaristica. Un tentativo che se inteso come strategia può trascinare alla rovina gli Stati Uniti e favorire uno sviluppo caotico e gravido di incognite del multipolarismo, ma con qualche possibilità in più, per le potenze intermedie, di assumere una propria peculiare fisionomia. In realtà l’adozione del modello di relazioni bilaterali è del tutto irrealistico e fuorviante perché prescinde dal naturale gioco di alleanze che si dipana nel conflitto politico e il cui successo presuppone proprio ciò che l’attuale svolta politica sta sentenziando inappellabilmente: l’inesistenza di un centro dominante indiscusso. Esso conduce in pratica alla stessa sterilità di chiavi interpretative del concetto di globalizzazione fondato sul movimento atomistico dei singoli agenti sul mercato e sul declino inesorabile del ruolo degli stati nazionali. Se adottato altrimenti come espediente tattico, come da probabile intendimento di Trump, può servire ad una destrutturazione del sistema attuale di relazioni in vista di una ricostruzione più controllata delle sfere di influenza, ma a determinate condizioni: che gli attori in grado di condurre il gioco siano limitati, che riconoscano una reciproca legittimazione e che abbiano un’idea sufficientemente precisa della delimitazione delle sfere di influenza. In un modo o nell’altro si tratta di un processo ormai irreversibile rispetto al quale la classe dirigente dominante tedesca sembra molto più temere le incognite ed apprezzare le attuali rendite di posizione che cogliere le incerte opportunità.

Profetizzare, come prevede la redazione di Limes, uno scontro aperto tra Stati Uniti e Germania pare quantomeno prematuro se non azzardato. E infatti, ad eccezione dei contributi esterni in realtà molto più cauti, gli articoli dei redattori suffragano la tesi sulla base di stereotipi ormai consunti.

Da una parte cerca di fondare l’ineluttabilità del conflitto sulla base dell’incompatibilità tra le due culture. In realtà la storia offre innumerevoli esempi di conflitti atroci e di durature alleanze tra paesi e centri strategici dalle culture difficilmente compatibili. Gli stessi Stati Uniti hanno combattuto almeno tre guerre aperte con il paese a loro culturalmente più affine, il Regno Unito. Negli Stati Uniti, lo rivela la stessa rivista, la componente più numerosa è appunto quella di origine tedesca e la sua cultura ha impregnato pervasivamente la formazione politica e sociale americana, pur affermando in esse una scarsa capacità lobbistica. Paradossalmente, secondo i redattori, una stessa identità culturale avrebbe quindi contribuito decisivamente a determinare la costruzione di una nazione e della sua classe dirigente e nel contempo l’ineluttabile conflitto con il paese di origine di quel ceppo, costituitosi in stato nazionale. Una tesi, quindi, fuorviante, versione edulcorata del più famoso ed altisonante conflitto di civiltà teorizzato da Huntington.

Dall’altra cerca di spiegare la dinamica inesorabile di questo conflitto attraverso il confronto asimmetrico tra il peso e la forza economica crescente del paese europeo e la pervasività e la forza politica di quello americano. Una dinamica che tenta di spiegare non solo le modalità del conflitto tra i due paesi ma anche la natura del dilemma che dovranno risolvere le classi dirigenti degli altri paesi, in particolare quello dell’Italia, di fronte alla alternativa posta della alleanza strategica con uno o l’altro dei contendenti. Un confronto quindi tra il peso militare, la capacità diplomatica e la pervasività dei servizi di intelligence da una parte e la solidità finanziaria, la capacità produttiva e la potenza commerciale dall’altra.

Una chiave esplicativa più sofisticata della prima, ma altrettanto fuorviante e non priva di evidenti punti oscuri e vere e proprie omissioni.

Gli Stati Uniti e lo spettro della Russia, di Luigi Longo (versione integrale)

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Chi governa l’Europa orientale comanda la zona centrale [ la Russia, il cuore della terra, ndr]; chi governa la zona centrale comanda la massa euroasiatica; chi governa la massa euroasiatica comanda il mondo intero.

Halford Mackinder*

 

Chi controlla il Rimland ( ossia il territorio costiero dell’Eurasia) governa l’Eurasia; chi governa l’Eurasia controlla i destini del mondo.

Nicholas John Spykman**

 

 

L’inizio del declino e il bivio storico

Il declino di una potenza mondiale egemone inizia a presentarsi quando esplodono le contraddizioni interne (conflitti tra agenti strategici delle diverse sfere sociali, fratture sociali e territoriali, degrado totale, eccetera); tale declino è altresì in relazione alle dinamiche di crescita di altre potenze sia regionali sia mondiali che mettono in discussione quella egemonia dominante(1).

Gli strateghi USA, potenza mondiale egemone, sono consapevoli di questo processo, così Zbigniew Brzezinski: << Come la sua epoca di dominio globale finisce, gli Stati Uniti hanno bisogno di prendere l’iniziativa di riallineare l’architettura del potere globale […] La prima di queste verità è che gli Stati Uniti sono ancora l’entità politicamente, economicamente e militarmente più potente del mondo, ma, dati i complessi cambiamenti geopolitici negli equilibri regionali, non sono più la potenza imperiale globale […] quell’epoca sta ormai per finire […] >> (2). Il declino USA è relativo perché è ancora decisiva la sua egemonia in tutte le istituzioni mondiali. La sua capacità di dominio, attraverso il soft power e l’hard power, è ancora grande in rapporto alle potenze mondiali emergenti, come la Russia e la Cina, in questa fase di multicentrismo (3).

Gli statunitensi si trovano ad un bivio storico dove lo spazio-tempo della decisione si fa sempre più stretto e dovranno scegliere quale strada intraprendere. Questa diramazione prospetta paesaggi mondiali diversi: 1. Una potenza mondiale che rivendica la sua egemonia (G7, FMI, BM, NATO, ONU, WTO) e il suo dominio con la supremazia militare indiscussa (4), ma nel ri-lanciare il suo dominio mondiale monocentrico non si preoccupa delle contraddizioni strutturali interne né, ricerca un nuovo modello di sviluppo o una nuova visione di società; 2. Una potenza mondiale che ri-vede il suo modello sociale, fa i conti con le sue contraddizioni strutturali che rischiano di accelerare il declino e ri-lancia la sua egemonia confrontandosi con le altre potenze.

La prima strada accelera la fase multicentrica e prepara la fase policentrica: il conflitto mondiale; la seconda strada ritarda la fase policentrica e rimane in una fase multicentrica che potrebbe portare ad una condivisione e ad un rilancio di nuove relazionali mondiali nel rispetto delle diversità ( storiche, culturali, sociali, politiche, territoriali, eccetera): parafrasando Karl von Clausewitz si può dire che la guerra cessa di essere la continuazione della politica con altri mezzi.

E’ mia opinione che prevarrà la prima strada, per le seguenti ragioni.

La prima. Gli USA credono di essere la nazione indispensabile e hanno la cultura monocentrica del dominio mondiale. Vale per tutti il seguente pensiero di Henry Kissinger. << La sfida in Iraq non era solo vincere la guerra quanto [mostrare] al resto del mondo che la nostra prima guerra preventiva è stata imposta dalla necessità e che noi perseguiamo l’interesse del mondo [ corsivo mio], non esclusivamente il nostro […] La responsabilità speciale dell’America [ USA, mia specificazione], in quanto nazione più potente del mondo, è di lavorare per arrivare a un sistema internazionale che si basi su qualcosa di più della potenza militare, ovvero che si sforzi di tradurre la potenza in cooperazione […] Un diverso atteggiamento ci porterà gradualmente all’isolamento e finirà per indebolirci. >> (5).

La seconda. La piramide sociale statunitense non reggerà più, la base sta scricchiolando e si arriverà alla implosione della nazione e con essa alla fine dell’idea della grande nazione imperiale. Si stanno indebolendo la struttura e il legame sociale della società, che sono il fondamento della potenza imperiale. Gli agenti strategici dominanti sono incapaci di una nuova visione, di un nuovo modello di sviluppo sociale, di nuovi rapporti sociali che potrebbero emergere dalla cosiddetta società capitalistica. Gli strateghi delle sfere egemoniche ( politica, militare, istituzionale, economica-finanziaria,), portatori della visione classica della logica di funzionamento imperiale, agiscono con la convinzione che il dominio, con la coercizione ( la forza militare imperiale) e il denaro ( il dollaro imperiale), sia l’unica strategia per continuare a mantenersi, come grande nazione imperiale, sulle spalle del resto del mondo (le economie dei diversi capitalismi).

Alcuni strateghi, soprattutto delle sfere militare e politica, con i loro gruppi di pensiero (think tank) e i loro centri e istituti di ricerca strategica, si sono resi conto della strada di non ritorno del declino USA, una strada, per dirla con David Calleo, di egemonia sfruttatrice (6), e hanno cercato di deviare, invano (si vedano le elezioni che hanno portato Trump alla Casa Bianca), verso una visione del Paese incentrata sull’economia reale, sul legame sociale da rafforzare, sulla ri-definizione dei rapporti sociali sistemici, sull’apertura di una fase multicentrica; ma realizzare tutto questo significava derogare alle regole della potenza mondiale, cioè ri-collocare gli USA quale potenza mondiale di confronto e condivisione con altre potenze mondiali emergenti: non più come la grande nazione imperiale.

La terza. La lezione della storia, a prescindere dal modo di produzione e riproduzione del legame sociale della società storicamente data, è questa: schiacciando esseri umani sessuati e natura, oltre il limite strutturale sociale e naturale, si rischiano grossi guasti. La forbice tra ricchezza illimitata e povertà assoluta non può divaricarsi all’infinito. Non è un discorso pauperistico del limite superato, ma un ragionamento di modello di sviluppo, di una idea nuova del legame sociale e del rapporto sociale ( sia dentro sia fuori il Capitale, ovviamente inteso come relazione sociale) e di rottura dell’equilibrio dinamico del blocco egemone degli agenti strategici dell’insieme delle sfere sociali del Paese (7).

 

La fase di transizione

Quando dico che la grande nazione imperiale USA è in fase di declino non intendo assolutamente che essa smette di lottare per il mantenimento o per una rinnovata supremazia mondiale ( intesa come centro di coordinamento per un nuovo ordine mondiale), per la semplice ragione che è ancora lunga la fase di transizione di egemonia mondiale verso una nuova potenza o una rinnovata egemonia: << Il nostro confronto delle passate egemonie mostra che il ruolo di nuove potenze aggressive nell’affrettare i crolli sistemici è diminuito di transizione in transizione, mentre è cresciuto il ruolo giocato dalla dominazione sfruttatrice esercitata dalla potenza egemone in declino […] Non ci sono nuove potenze aggressive credibili che possono provocare il crollo del sistema mondiale imperniato sugli Stati Uniti, ma, rispetto alla Gran Bretagna un secolo fa, gli Stati Uniti hanno possibilità anche maggiori di trasformare la loro potenza egemonica in declino in una dominazione sfruttatrice. Se alla fine il sistema crollerà, sarà principalmente per la refrattarietà degli Stati Uniti all’adattamento e alla conciliazione.>> (8).

Affinchè ci siano le condizioni di passaggio di egemonia da una potenza in declino ad un’altra occorrono le seguenti condizioni. << […] i paesi emergenti devono essere rispetto alla potenza in declino:

  1. più larghi e diversificati geograficamente;

  2. più efficienti economicamente e organizzativamente;

  3. più capaci di governare, tramite appropriate agenzie, mercato mondiale e sistema interstatale;

  4. più inclusivi socialmente all’interno;

  5. più capaci di rappresentare gli interessi sociali generali presenti nel sistema-mondo, da quelli più direttamente borghesi [ funzionari del capitale, mia specificazione lagrassiana] a quelli dello forze organizzate del lavoro subalterno.

Sono punti che pur investendo tutti i processi di transizione egemonica, vengono meglio esemplificati dall’ultima delle transizioni verificatesi, quella dalla Gran Bretagna agli Stati Uniti. In questo caso, gli Stati Uniti hanno offerto al processo accumulativo:

  1. un territorio, uno spatial fix per dirla con Harvey (9) [ il termine spatial fix è di difficile traduzione e, perciò, si preferisce mantenere la dicitura inglese, anche se potrebbe essere impropriamente tradotto con soluzione spaziale così il traduttore Michele Dal Lago (9), mia precisazione ], più vasto e vario, senza perdere il carattere insulare di quello inglese;

  2. un modello di impresa, la multinazionale, più profittevole economicamente e più efficiente organizzativamente della manifattura inglese;

  3. un quadro di agenzie di regolazione del mercato e del sistema interstatale più complesso e stratificato ( dall’Fmi all’Onu) di quello inglese, basato su gold standard e concerto europeo;

  4. un patto sociale, il New Deal, più aperto di quello inglese alla soddisfazione degli interessi dei lavoratori;

  5. un New Deal globale, non fondato sul colonialismo e sulla conservazione degli equilibri dati fra i diversi paesi capitalistici, ma capace di elevare il livello di ricchezza di tutte le classi capitalistiche e di porzioni significative del proletariato mondiale.

Al caos sistemico che accompagna le transizioni egemoniche succede quindi una riorganizzazione sistemica, che è storicamente ogni volta diversa per ciascuna transizione egemonica. >> (10).

Le due potenze emergenti mondiali, Russia e Cina, non sono in grado di creare le condizioni per la sostituzione della potenza mondiale egemone, ammesso e non concesso che esse aspirino ad un dominio mondiale e non semplicemente, come lascia pensare la loro storia, ad una fase multicentrica ( che ritardi o annulli la fase policentrica del conflitto mondiale) nella quale confrontarsi su una visione diversa delle relazioni internazionali a partire dalla propria autonomia nazionale, dalla propria cultura, dal proprio legame sociale e dalla propria peculiarità territoriale.

Gli strateghi statunitensi non vogliono perdere il loro ruolo di grande nazione imperiale e temono il formarsi e il consolidarsi di poli, di aree, di regioni aggreganti intorno alle due potenze emergenti, in grado di mettere in discussione il loro dominio mondiale. Per questa ragione avendo scelto la strada di egemonia sfruttatrice, gli Stati Uniti sono la potenza mondiale più spregiudicata e pericolosa per l’intera umanità considerato, il livello di strategia atomica avanzata e radicale raggiunto. Alain Badiou, non molto tempo fa, sosteneva che:<< La potenza imperiale americana nella rappresentazione formale che fa di se stessa, ha la guerra come forma privilegiata, se non addirittura unica, di attestazione della sua esistenza.>> (11).

Gianfranco La Grassa dichiara che:<< L’eccezionalità del “mondo bipolare”, durato abbastanza a lungo, ha assicurato nella parte “centrale” del mondo (quella più sviluppata) un periodo di pace, legato però alla subordinazione di molti paesi all’uno o all’altro polo. Adesso siamo entrati in una fase molto diversa, che per di più va cambiando a sua volta “pelle” in periodi successivi e con il tentativo del predominante di uno dei due poli (il sopravvissuto) di avere il completo controllo della situazione. Tale tentativo non è per nulla favorevole al mantenimento di un minimo di equilibrio; da qui il disordine crescente attuale. Quindi, quel predominante (evidentemente gli Usa) deve essere contrastato e si deve arrivare al punto che esso si trovi nella situazione di rischiare tantissimo insistendo sulla sua prepotenza e arroganza. Non si ottiene questo risultato se non con l’unione degli sforzi di alcuni altri paesi, in cui si verifichi la presa del potere da parte di forze politiche capaci di decisa autonomia e di collegarsi fra loro in funzione anti-predominante>> (12).

Gli Stati Uniti si preoccupano, nel medio periodo, soprattutto della Russia (13) sia perché è stata la storica nemica del “mondo bipolare”, sia perché è la nazione centrale tra Asia e Europa ( il cuore della terra, l’immenso territorio bicontinentale), sia perché è stata la nazione dove è avvenuto un evento storico di grande importanza: la rivoluzione dei dominati che a partire dall’atroce macelleria della prima guerra mondiale hanno sperato in un mondo migliore. La lezione storica della rivoluzione russa indica che la maggioranza della popolazione se si organizza, pensa e progetta, può cambiare l’ordine costituito e pensare un nuovo legame sociale e nuovi rapporti sociali e questo a prescindere dal giudizio storico sulla rivoluzione russa del 1917.

Lo spettro della Russia

La paura degli agenti strategici statunitensi nei riguardi della Russia (14) scaturisce, oltre che dalla forza militare ( soprattutto nucleare), dal ruolo centrale che la potenza emergente può avere nella formazione di un polo aggregante ( una sorta di polarizzazione di blocchi tra potenze mondiali) che pone dei limiti all’arroganza egemonica sfruttatrice di una superpotenza in declino.

 

La strategia di Kissinger

 

Henry Kissinger, un protagonista delle strategie di dominio statunitensi, aveva capito l’importanza della centralità della Russia, sia come nazione vettore tra i due continenti, Asia e Europa, sia come nazione strategica per l’egemonia mondiale, sin dai tempi del tentativo di apertura delle relazioni sino-americane, alla fine degli anni Sessanta e inizio degli anni Settanta del Novecento. L’apertura della collaborazione tra USA e Cina si inseriva allora nel conflitto acuto tra URSS e Cina ed era indirizzata formalmente alla costruzione di “un ordine internazionale più pacifico”, mentre nella sostanza mirava a contrastare l’URSS, ritenuta, forse, già allora un gigante militare-nucleare con i piedi di argilla. Questa apertura tattica avrebbe potuto accelerare il processo storico di implosione del sistema del socialismo irrealizzato e la fine del mondo bipolare. Il tentativo non riuscì per il conflitto interno agli strateghi statunitensi nel quale prevalse la continuazione della logica del mondo bipolare (15).

Oggi Henry Kissinger ri-lancia, nella logica del tutto torna ma in maniera diversa, per la seconda volta, la politica estera degli Stati Uniti verso una coevoluzione ( una sorta di comunità pacifica sulla scia della comunità atlantica) delle relazioni sino-americane in modo da contrastare la eventuale nascita di un polo Russia-Cina, in questa fase di loro collaborazione soprattutto nella sfera economico- finanziaria ( le nuove vie della seta cinese, gli accordi di area, il sistema bancario alternativo, eccetera), che metterebbe in seria difficoltà gli USA e ne accentuerebbe, nel medio-lungo periodo, il declino (16).

In una recente intervista, apparsa su “La Stampa” del 27/3/2017 a cura di Paolo Mastrolilli, Henry Kissinger ribadisce sia la logica di contenimento della Russia (la Russia non ha diritto a stare in Medio Oriente) sia la logica di apertura verso la Cina ( un negoziato diretto tra Washington e Pechino per raggiungere un accordo di sicurezza dell’intera regione dell’Estremo Oriente a partire dalla questione della Corea del Nord).

 

La strategia di Brzezinski

 

Zbigniew Brzezinski, un altro importante protagonista delle strategie di dominio degli Stati Uniti, ritiene la Russia una nazione centrale, nel breve e medio periodo, per la nascita di poli di potenze mondiali in grado di sfidare l’egemonia USA che riconosce in declino e che rilancia con una architettura del dominio mondiale fondata nella sostanza sul monocentrismo statunitense. Egli è talmente ossessionato dalla Russia che  già nel 1997, anno di pubblicazione del suo libro “La grande scacchiera”, scriveva sulla divisione della Russia:<< Una confederazione composta da una Russia europea, una repubblica siberiana e una dell’Estremo Oriente, potrebbe sviluppare con maggior facilità rapporti economici più stretti con l’Europa, come pure con i nuovi Stati dell’Asia centrale e con l’Oriente.>>, ovviamente all’interno di << una comunità internazionale fondata su una reale cooperazione, che assecondi le antiche aspirazioni e garantisca i fondamentali interessi dell’umanità. Ma, nel frattempo, è assolutamente indispensabile che non emerga alcuna potenza capace d’instaurare il proprio dominio sull’Eurasia e di sfidare per ciò stesso l’America >> (17).

Zbigniew Brzezinski pensa l’Europa e la Nato ( non più solo militarizzazione del territorio europeo ma anche coesione economica, sicurezza dei territori e delle città, eccetera) come teste di ponte contro la Russia, mentre ritiene importante una intesa con la Cina nel rispetto della suddetta coevoluzione delle relazioni sino-americane. Sono importanti la Nato e la UE ( per il dominio statunitense non conta il suo l’asservimento unitario o fondato su relazioni tra stati) per la espansione ad Est ( vedasi la questione Ucraina) e nel Medio Oriente ( vedasi la questione Siria). E’ un attacco alla Russia molto pericoloso perché mira al suo contenimento e alla perdita della sua sovranità inviolabile, sia attraverso il blocco degli accessi al mediterraneo ( in Ucraina c’è la base navale di Sebastopoli, in “affitto” a Mosca fino al 2042, più una serie di caserme, poligoni e porti usati dalla Russia; in Siria c’è la base navale di Tartus, la base aerea di Humaymim e la stazione di ascolto di Lataqia), sia attraverso la riduzione delle risorse energetiche strategiche della Russia con la realizzazione del gasdotto del Qatar verso l’Europa (che taglierebbe la quota russa del mercato europeo), sia con la costruzione da parte della Turchia di un hub energetico ( che ne ridurrebbe la dipendenza dal gas russo) nell’Europa meridionale (18).

Gabriel Galice così analizza:<< […] L’Eurasia è centrale, l’America deve esservi presente per dominare il pianeta, l’Europa è la testa di ponte della democrazia in Eurasia, la Nato e l’Unione europea devono di conseguenza estendere la propria influenza in Eurasia, gli Stati Uniti devono giocarsi simultaneamente la Germania e la Francia ( carte delle rispettive zone di influenza alla mano), alleati fedeli anche se ciascuno a modo suo, irrequieti e capricciosi.>> (19).

Concludendo queste brevi riflessioni si può sostenere ragionevolmente che l’obiettivo della strategia USA è quello di impedire la formazione di un polo di potenza mondiale tra la Russia e la Cina in grado di metterne in discussione l’egemonia. Il giocatore più pericoloso, nel breve-medio periodo, in questa lotta per contrastare l’egemonia mondiale assoluta statunitense e per pensare un mondo multicentrico, è la Russia. E’ la nazione che va combattuta e ridimensionata con ogni mezzo. E’ lo spettro degli agenti strategici dominanti statunitensi.

 

 

En Passant

 

 

I sub-sub-dominanti italiani hanno subito rinnovato con l’amministrazione Trump le catene della servitù volontaria per un mondo monocentrico americano. Hanno le facce da servi di gaberiana memoria.

L’Europa va rifondata a partire dalla demolizione del progetto Europa tanto caro ai suoi padri fondatori, esecutori di un progetto pensato e attuato dagli USA per le loro strategie di dominio mondiale: fatto noto ma non conosciuto.

Ritengo che sia ancora valido quanto scriveva Costanzo Preve:<< Un’Europa delle nazioni, e nello stesso tempo delle nazioni eguali, ed in più delle nazioni amiche della Russia e della Cina, e infine disposte anche ad essere amiche degli Stati Uniti, se questi ultimi rinunceranno saggiamente alla pretesa di impero universale basato su di un dominio militare soverchiante e sull’imposizione di un’unica cultura linguistica anglosassone.>> (20).

Un nuovo progetto Europa: con chi? con quale pensiero? con quale organizzazione? con quale progetto di società? con quale relazione sociale? con quale prassi politica?

Sono domande che scaturiscono dalla grande lezione storica della rivoluzione russa.

 

Le citazioni scelte come epigrafi sono tratte da:

*Zbigniew Brzezinski, La grande scacchiera, Longanesi, Milano, 1998, pag.55.

**Davide Ragnolini, Geopolitica ed euroasiatismo nel XXI secolo. Intervista a Claudio Mutti, www.eurasia-rivista.com, 7/3/2017.

 

 

NOTE

 

 

  1. Su questi temi rinvio a Giovanni Arrighi, Il lungo XX secolo. Denaro, potere e le origini del nostro tempo, il Saggiatore, Milano, 1996; Giovanni Arrighi, Beverly J. Silver, Caos e governo del mondo, Bruno Mandadori, Milano, 2003; Gianfranco La Grassa, Gli strateghi del capitale, Manifestolibri, Roma, 2005; Gianfranco La Grassa, Finanza e poteri, Manifestolibri, Roma, 2008.
  2. Zbigniew Brzezinski, Toward a global realignmente in “ The American Interest” ( www.the-american-interst.com) , n.6/2016. Stralci dell’intervista sono compresi anche nell’articolo di Mike Whitney, La scacchiera spezzata. Brzezinski rinuncia all’impero americano, www.megachip-globalist.it, 28/8/2016.
  3. Joseph S. jr Nye, Fine del secolo americano?, il Mulino, Bologna, 2016; con una lettura critica si veda anche Etienne Balibar, Populismo e contro-populismo nello specchio americano, www.ariannaeditrice.com, 27/4/2017.
  4. Per un’analisi storica, geopolitica, militare, finanziaria si rimanda alla rivista “Limes”, n.2/2017, “Chi comanda il mondo”, in particolare gli articoli di Dario Fabbri (La sensibilità imperiale degli Stati Uniti è il destino del mondo), di Alberto De Sanctis (Gli Stati Uniti tengono in pugno il tridente di Nettuno), Giorgio Arfaras (Il dollaro resta imperiale). Per un’analisi del consolidamento delle potenze mondiali emergenti e delle transizioni egemoniche si veda Giovanni Arrighi, Capitalismo e (dis)ordine mondiale, a cura di, Giorgio Cesarale e Mario Pianta, Manifestolibri, Roma, 2010. Per un’analisi sulla supremazia militare si rimanda ai lavori puntuali di Manlio Dinucci pubblicati sul sito www.voltaire.org e sul quotidiano “il Manifesto” e ai Rapporti SIPRI ( e non solo) ( www.sipri.org) . E’ interessante sottolineare quanto detto da Noam Chomsky in una recente intervista concessa a “il Manifesto” del 20/4/2017:<< L’Atomic Bulletin of Scienctists nel marzo scorso ha pubblicato uno studio sul programma di ammodernamento dell’arsenale nucleare messo in atto con l’amministrazione Obama ed in mano ora di Trump, dal quale risulta che il sistema dell’arsenale atomico statunitense ha raggiunto un livello di strategia atomica avanzata e radicale, tale da poter annientare la deterrenza dell’arsenale atomico russo. Questo non è all’oscuro di Mosca. Ma con l’intensificarsi della tensione diretta, specialmente nei paesi Baltici ai confini della Russia, determina il rischio di un confronto nucleare diretto con la Russia >>.
  5. La citazione del pensiero di Henry Kissinger è tratta da Robert Kagan, Il diritto di fare la guerra, il potere americano e la crisi di legittimità, Mondadori, Milano, 2004, pp. 59-60.

6.Così David Calleo:<< [il] sistema internazionale crolla non solo perché nuove potenze non controbilanciate e aggressive cercano di dominare i loro vicini, ma anche perché le potenze in declino, invece di adattarsi e cercare una conciliazione, tentano di cementare la loro vacillante predominanza trasformandola in una egemonia sfruttatrice >>. La citazione è tratta da Giovanni Arrighi, Beverly J. Silver, op. cit., pp.335-336.

  1. Utilizzo il termine dominio per delineare una egemonia sociale ( nell’accezione gramsciana, cioè consenso e coercizione) da parte degli agenti strategici dominanti o sub-dominanti costituitosi in blocco sociale come supremazia sugli agenti strategici delle diverse sfere sociali. La filiera del potere è diversa nelle singole sfere sociali e il dominio dell’insieme sociale di una nazione è diverso, è altro dal potere delle sfere sociali. Le sfere sociali sono astrazioni che ci costruiamo per interpretare la realtà che sta sempre avanti. Le sfere sociali possono essere diverse a seconda delle ipotesi di ragionamento per costruire il campo di stabilità. Per esempio Gianfranco La Grassa ne utilizza tre ( politica, economica e culturale), David Harvey ne utilizza sette, eccetera. Nelle sfere sociali è ipotizzabile parlare di potere non di dominio. Cfr il mio, La nazione e lo stato: una grande illusione dei popoli. La rottura teorica del conflitto strategico. Tempo e spazio della ricerca, www.conflittiestrategie.it, 5/7/2016 e www.italiaeilmondo.com, 26/12/2016.

  2. Giovanni Arrighi, Beverly J. Silver, op.cit., pag. 336.

    9. David Harvey, The geopolitics of capitalism in Social relations and spatial structure, a cura di, D. Gregory e J. Urry, Londra, Mcmillan, 1985, pp.128-163, ora in Giovanna Vertova, a cura di, Lo spazio del capitale. La riscoperta della dimensione geografica nel marxismo contemporaneo, Editori Riuniti, Roma, 2009, pp. 97-147.

    10. Giorgio Cesarale, Le lezioni di Giovanni Arrighi in Giovanni Arrighi, Capitalismo e (dis)ordine mondiale, op. cit., pp.19-20; sulla riorganizzazione sistemica statunitense si veda anche Zbigniew Brzezinski, La grande scacchiera, op.cit., pp.41-43.

    11. La citazione di Alain Badiou è tratta da Alain de Benoist, L’impero del “bene”. Riflessioni sull’America d’oggi, Edizioni Settimo Sigillo, Roma, 2004, pag. 107.

    12. Gianfranco La Grassa, Alcune verità che sembrano dimenticate, www.conflittiestrategie.it, 29/4/2017.

    13. La Cina è sostanzialmente una potenza economica mondiale funzionale alla logica imperiale USA: cosa è l’enorme surplus commerciale cinese pari a 347 miliardi di dollari e il consistente debito pubblico statunitense pari a 1058 miliardi di dollari che detiene se non una relazione “economico-finanziaria” asimmetrica a favore degli Stati Uniti: << Esportatori netti, tali paesi [ Giappone, Cina, India, Russia, eccetera, mia precisazione] sono costretti ad acquistare titoli di stato USA per mantenere apprezzato il dollaro e reinvestire il surplus commerciale nel più stabile luogo della terra, l’unico a non aver mai conosciuto cambi di regime. In nuce: per mantenere il benessere del loro principale acquirente, nonché garante delle vie di comunicazioni. Da qui l’accorato appello di Xi Jiuping per il mantenimento dell’attuale schema a guida americana >> ( Dario Fabbri, op. cit., pag.38). Per non parlare degli investimenti diretti e indiretti all’estero “propulsivi” ( investimenti fissi e azioni) per gli USA e “passivi” per Cina e Russia: << Gli Stati Uniti investono nel resto del mondo in maniera diretta- impianti- o in maniera indiretta-azioni- dieci volte più della Cina e della Russia messi insieme. Intanto che avviene questo, la gran parte delle riserve dei paesi che hanno accumulato avanzi commerciali- come la Cina, la Russia e i paesi produttori di petrolio- è trasformata in riserva in dollari ( e minor misura in euro) […] la maggior ricchezza cumulata da questi due paesi da quando è cambiato il sistema ( dagli anni Ottanta in Cina, dagli anni Novanta in Russia) non ha ancora spinto verso la strada della “dinamicità”. Questi due paesi, che per ora comprano- per bilanciare i propri avanzi commerciali – i buoni Tesoro degli Stati Uniti, potrebbero però- col passare del tempo- diventare dinamici nel campo degli investimenti esteri >>. Per non dire, infine, della moneta come riserva di valore (USA):<< […] si noti che per ora la Cina e la Russia investono all’estero, mentre spingono per l’uso delle proprie monete come mezzo di scambio che però è cosa ben diversa dalla moneta come riserva di valore >> ( Giorgio Arfaras, op. cit., pp.52-53).

    14. Sulla paura americana si rimanda a Guy Mettan, Russofobia. Mille anni di diffidenza, Sandro Teti editore, Roma, 2016, pp.272-312.

    15. Per una minuziosa e interessante ricostruzione della prima fase di apertura delle relazioni sino-americane, soprattutto i colloqui Kissinger-Zhou Enlai-Mao, si rimanda a Henry Kissinger, Cina, Arnoldo Mondadori, Milano, 2011, pp.185-216; si veda anche l’intervista rilasciata da Henry Kissinger allo storico Niall Ferguson e pubblicata, a cura di Alfonso Desiderio, in www.limesonline.com, 4/10/2011; Gianfranco La Grassa, Sul mondo bipolare e la sua “pace”, www.conflittiestrategie.it, 7/4/2015.

    16. Sul rilancio delle relazioni sino-americane improntate alla coevoluzione, alla collaborazione e alla competizione economica-sociale si legga Henry Kissinger, Cina, op. cit., pp.401-473. Henry Kissinger specifica che << L’etichetta adatta a definire le relazioni sino-americane è più “coevoluzione” che “partnership”. “Coevoluzione” significa che entrambi i paesi perseguono i loro imperativi nazionali, cooperando quando possibile e regolando le loro relazioni in maniera da ridurre al minimo i conflitti. Nessuna delle due parti sottoscrive tutti gli obiettivi dell’altra né presuppone una totale identità di interessi, ma entrambe cercano di individuare e sviluppare interessi complementari.>>, ivi, pag. 470; si veda anche Henry Kissinger, Ordine mondiale, Mondadori, Milano, 2015.

  3. 17. Zbigniew Brzezinski, La grande scacchiera, op.cit., pag.268 e pag.8. Zbigniew Brzezinski, come riporta lo storico Guy Mettan, << […] inserendosi nella più pura delle tradizioni geo-imperialiste di Mahan, Mackinder e Spykman, e in totale contraddizione con i discorsi di coloro che predicavano la fine degli imperi territoriali e l’obsolescenza della geopolitica occidentale […] pubblica La grande scacchiera. L’America e il resto del mondo, opera in cui riattualizza i concetti dei suoi predecessori applicandoli alla nuova situazione postsovietica. La stessa tesi verrà riaggiornata nel 2004 ( la vera scelta) per poi lasciar posto a un nuovo modello nel 2012 che teneva conto dell’ascesa della potenza cinese >> in Guy Mettan, Russofobia, op. cit., pag.288.
  4.  
    1. 18. Si veda Robert Kennedy jr., I retroscena della politica Usa in Siria che ha portato alla guerra attuale, www.vietatoparlare.it, 28/4/2017; Redazione l’antidiplomatico, La guerra dei gasdotti che brucia sotto la Siria, www.l’antidiplomatico.it, 26/9/2016.
    2. 19.
    3. La citazione di Gabriel Galice è tratta da Guy Mettan, Russofobia, op. cit., pag. 288.
    4. 20.
    5. Costanzo Preve, Filosofia e geopolitica, Edizioni all’insegna del Veltro, Parma, 2005, pag.82.

     

PODCAST nr 9_ ACCELERAZIONI INSPIEGABILI. LO SCATTO IMPROVVISO DI MICHAEL HASTINGS VERSO LA MORTE 2a parte, di Gianfranco Campa

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il link della 1a parte  http://italiaeilmondo.com/2017/06/08/podcast-nr-8_-accelerazioni-inspiegabili-lo-scatto-improvviso-di-michael-hastings-verso-la-morte-1a-parte-di-gianfranco-campa/

Questo è un podcast ad alta tensione. Assieme alla prima parte consiglio di conservarlo e riascoltarlo ogni volta che la verità che ci viene propinata appare troppo evidente e scontata. La tragica morte di Hastings fa parte di quella casistica di incidenti dall’aura particolarmente misteriosa quando colpiscono chi si avvicina troppo a disvelare i meccanismi e le trame di potere dei centri strategici, specie quelli che operano nello “Stato profondo”. Non è certo la prima vittima, non sarà certamente l’ultima.

Il resoconto offre tuttavia diverse chiavi di lettura:

  • la più banale e paradossalmente drammatica riguarda i rischi del giornalismo di inchiesta in prossimità delle trame più oscure e meno commendevoli dell’azione politica
  • la più specifica riguarda il lato sempre più oscuro e tenebroso della gestazione e della gestione della presidenza di quel Barack Obama, presentatosi come il paladino del cambiamento, dei diritti umani e delle minoranze discriminate e rivelatosi come uno dei più foschi ed arbitrari campioni dell’interventismo più spregiudicato
  • la più generale riguarda la sempre più accentuata caratteristica multipolare del confronto geopolitico che renderà sempre più vorticosa la sarabanda di collusioni, di conflitti, di giravolte; metterà a dura prova la coerenza delle condotte dei centri strategici e nei momenti di scontro più acuto, come quello in corso negli Stati Uniti e tra i paesi protagonisti dell’agone internazionale, vedrà emergere insoliti barlumi di verità che sveleranno per brevi momenti le nudità del Re
  • la più inquietante riguarda il livello di assoluta sofisticazione della manipolazione e della determinazione degli eventi. Una difficoltà ulteriore per gli osservatori attenti, impegnati sempre più ad esercitare la virtù del dubbio. Un rischio ulteriore particolarmente pernicioso per gli attori politici sempre più esposti al delirio di onnipotenza e sempre più incuranti della necessità di organizzare con i tempi necessari quei blocchi egemonici e di consenso indispensabili a garantire forza e solidità alle decisioni politiche. Il particolare accanimento del vecchio establishment nei confronti dello zoccolo duro dei sostenitori originari di Donald Trump rivela l’importanza della posta in palio ma nasconde, probabilmente, anche il terrore delle conseguenze di questi disvelamenti. Buon ascolto_ Giuseppe Germinario

Per l’ascolto cliccare sull’icona apposita dell’immagine qui sotto. Il podcast può essere scaricato e registrato anche su tablet, cellulari e i-pod

 

 

PODCAST nr 8_ ACCELERAZIONI INSPIEGABILI. LO SCATTO IMPROVVISO DI MICHAEL HASTINGS VERSO LA MORTE 1a parte, di Gianfranco Campa

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A quattro anni dalla sua morte, pubblichiamo alcune considerazioni che vogliono contribuire ad aprire squarci sulle cause effettive della tragedia e sui troppi personaggi che in qualche maniera hanno potuto tirare un sospiro di sollievo alla notizia della morte del giovane giornalista. Michael Hastings, tra i vari articoli di inchiesta e denuncia, ha pubblicato un reportage che ha condotto alle dimissioni del Generale Mc Chrystal, allora comandante delle forze americane in Afghanistan. In un pericoloso crescendo sempre più prossimo al cuore dei centri di potere politico, le sue inchieste hanno messo a nudo le nefandezze e la spregiudicatezza delle loro pratiche. La sua è rimasta, suo malgrado, un’opera incompiuta. Buon ascolto, Giuseppe Germinario.

Per l’ascolto cliccare sull’icona apposita dell’immagine qui sotto. Il podcast può essere scaricato e registrato anche su tablet, cellulari e i-pod 

 

INTERVISTA DELLA CBS AL SEGRETARIO ALLA DIFESA JAMES MATTIS trascrizione in inglese

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Una sintesi in italiano e in basso il video e la trascrizione in inglese_ Giuseppe Germinario

Riassunto intervista Mattis. A cura di Roberto Buffagni
Siria: Mattis dichiara che le FFAA USA cambieranno l’atteggiamento operativo in Siria, dalla “battaglia d’attrito” alla “battaglia di annientamento”. Invece di respingere le forze dell’IS verso la frontiera irakena, le circonderanno e le annienteranno “per impedire che i jihadisti ritornino in Europa” [circa metà dei combattenti dell’IS provengono da paesi europei]. Ultimata la battaglia d’annientamento dell’IS, ci sarà “un più vasto sforzo per impedire che nasca un nuovo nemico” [il “nuovo nemico” è Hezbollah e l’Iran]. Annuncia che “sarà una lunga guerra”, e che ci sono scadenze per il ritiro dal terreno siriano. [L’obiettivo è: impedire al governo siriano di riconquistare e tenere la sua frontiera con l’Irak].
Corea del Nord: La Corea del Nord è “una minaccia diretta agli USA”, ma “sarebbe una guerra catastrofica, per la prossimità di Seul alla linea del fronte”, e “non diamo ultimatum (“red lines”). “Stiamo lavorando con la Cina”. La controversia con la Corea del Nord viene impiegata come elemento della trattativa con la Cina sul teatro del Pacifico, non riveste alcuna importanza autonoma.
NATO, Russia: Mattis ritiene che “se la NATO non esistesse la dovremmo inventare”, lo ha detto al Presidente Trump nel colloquio preliminare alla sua nomina, e Trump lo ha nominato, quindi è d’accordo. “Non capisco perché i russi vedano la NATO come una minaccia”. Il futuro della Russia dovrebbe essere indissolubilmente legato (wedded, sposato) all’Europa.
In estrema sintesi: il nemico principale degli USA resta la Russia, finché non limiterà le sue ambizioni a quelle di una media potenza regionale europea. Contro di essa verrà condotta una “battaglia d’attrito”, indiretta in Europa a mezzo NATO ed UE, diretta in Siria.

Face the Nation May 28, 2017 Transcript: Secretary Mattis

U.S. Secretary of Defense James Mattis.

CBS News

  • http://www.cbsnews.com/news/face-the-nation-may-28-2017-transcript-secretary-mattis/
  • https://www.youtube.com/watch?v=GR8TcsXcrMc

JOHN DICKERSON, CBS HOST: Today on FACE THE NATION on this Memorial Day weekend: an exclusive conversation with Defense Secretary James Mattis.

President Donald Trump’s first foreign trip is in the books. It ended with a pep rally for U.S. troops stationed in Italy.

(BEGIN VIDEO CLIP)

DONALD TRUMP, PRESIDENT OF THE UNITED STATES: This will be nine days, and I think we hit a home run, no matter where we are.

(END VIDEO CLIP)

DICKERSON: But ,along with the hits, there were some diplomatic errors, and some not-so-happy allies were left questioning the president’s commitment to NATO and a global pact on climate change.

(BEGIN VIDEO CLIP)

TRUMP: All of us will be more safe and secure if everyone fulfills their obligations the way they are supposed to, right?

(END VIDEO CLIP)

DICKERSON: But with last week’s suicide bombing at a concert in Manchester came a new sense of unity and urgency among allies to fight terrorism, but how?

We sat down with Mr. Trump’s secretary of defense, James Mattis, in his first formal interview since taking the job.

(BEGIN VIDEO CLIP)

JAMES MATTIS, SECRETARY OF DEFENSE: We are going to move in an accelerated and reinforced manner, throw them on their back foot.

(END VIDEO CLIP)

DICKERSON: And the secretary’s thoughts about the threat from North Korea?

(BEGIN VIDEO CLIP)

MATTIS: It would be a catastrophic war if this turns into combat.

(END VIDEO CLIP)

DICKERSON: We will have a report from Iraq.

And we will look at another war with filmmaker Ken Burns, who will preview his upcoming project, “The War in Vietnam.”

Plus, the president returns to new questions about son-in-law Jared Kushner’s contacts with the Russians and his own effort to influence the investigation.

We will have plenty of analysis on all of the news coming up on FACE THE NATION.

Good morning, and welcome to FACE THE NATION. I am John Dickerson.

We begin with an update on the war in terror, as Iraqi forces continue their final push to get ISIS out of Mosul.

Our Charlie D’Agata is on the front lines and filed this report earlier.

(BEGIN VIDEOTAPE)

CHARLIE D’AGATA, CBS NEWS FOREIGN CORRESPONDENT: More than seven months into the battle to recapture Mosul, and it has come down to this, Iraqi forces closing in on the Old City from three sides, but, as they advance, the progress is being measured by feet, rather than full city blocks.

Iraqi and American forces have been firing heavy artillery and mortars. This came as a surprise, considering the U.N. estimates there may be as many as 200,000 civilians still trapped inside densely populated neighborhoods.

More than 700,000 people have already fled since the offensive to retake Mosul began last October. In January, the Iraqi government declared that Eastern Mosul had been recaptured. The campaign to take back Western Mosul began a few weeks later with joint Iraqi forces pushing in from the north, south and west, now finally encircling the Old City.

It is at the very heart of the ISIS stronghold here in Mosul, home to the al-Nuri Mosque, where Abu Bakr al-Baghdadi first declared the caliphate, the so-called caliphate, nearly three years ago.

U.S. airstrikes, so crucial in the fight so far, have become less effective in the maze of narrow streets and apartment blocks where ISIS gunmen open fire from homes, with residents effectively held prisoner, trapped inside.

A team of American medical volunteers told us they are bracing for a surge of patients as this new offensive gets under way. While the defeat of ISIS at this point seems inevitable, the only question now is how much fight is left for the militants.

(END VIDEOTAPE)

DICKERSON: Charlie D’Agata reporting from Mosul.

The offensive in Mosul is taking place as American forces are picking up the tempo against ISIS in all theaters.

We sat down with Defense Secretary James Mattis at the U.S. military academy at West Point Saturday and asked him about the new strategy.

(BEGIN VIDEOTAPE)

MATTIS: Our strategy right now is to accelerate the campaign against ISIS. It is a threat to all civilized nations.

And the bottom line is, we are going to move in an accelerated and reinforced manner, throw them on their back foot. We have already shifted from attrition tactics, where we shove them from one position to another in Iraq and Syria, to annihilation tactics, where we surround them.

Our intention is that the foreign fighters do not survive the fight to return home to North Africa, to Europe, to America, to Asia, to Africa. We are not going to allow them to do so. We are going to stop them there and take apart the caliphate.

DICKERSON: Explain what it means to be moving in an annihilation posture, as opposed to attrition.

MATTIS: Well, attrition is where you keep pushing them out of the areas that they are in, John, and what we intend to do by surrounding them is to not allow them to fall back, thus reinforcing themselves as they get smaller and smaller, making the fight tougher and tougher.

You can see that right now, for example, in Western Mosul, that is surrounded, and the Iraqi security forces are moving against them. Tal Afar is now surrounded. We have got efforts under way right now to surround their self-declared caliphate capital of Raqqa.

That surrounding operation is going on. And once surrounded, then we will go in and clean them out.

DICKERSON: One of the things you mentioned in this new accelerated tempo is that the president has delegated authority to the right level. What does that mean?

MATTIS: When you are in operations, the best thing you can do at the top level is get the strategy right.

You have to get the big ideas right. You have to determine, what is the policy, what is the level of effort you are willing to commit to it, and then you delegate to those who have to execute that strategy to the appropriate level.

What is the appropriate level? It’s the level where people are trained and equipped to take decisions, so we move swiftly against the enemy. There is no corporation in the world that would, in a competitive environment, try and concentrate all decisions at the corporate level.

But I would point out here that we have not changed the rules of engagement. There is no relaxation of our intention to protect the innocent. We do everything we can to protect the civilians. And actually lowering, delegating the authority to the lower level allows us to do this better.

DICKERSON: After the annihilation has been done, does that mean you can’t let it fall back into ISIS hands?

MATTIS: Once ISIS is defeated, there is a larger effort under way to make certain that we don’t just sprout a new enemy. We know ISIS is going to go down.

We have had success on the battlefield. We have freed millions of people from being under their control. And not one inch of that ground that ISIS has lost has ISIS regained. It shows the effectiveness of what we are doing.

However, there are larger currents, there are larger confrontations in this part of the world, and we cannot be blind to those. That is why they met in Washington under Secretary Tillerson’s effort to carry out President Trump’s strategy to make certain we don’t just clean out this enemy and end up with a new enemy in the same area.

DICKERSON: You served under President Obama. You are now serving President Trump. How are they different?

MATTIS: Everyone leads in their own way, John.

In the case of the president, he has got to select the right people that he has trust in to carry out his vision of a strategy. Secretary Tillerson and I, we coordinate all of the president’s campaign. We just make certain that foreign policy is led by the State Department.

I inform Secretary Tillerson of the military factors. And we make certain that then, when we come out of our meetings, State Department and Defense Department are tied tightly together, and we can give straightforward advice to the commander in chief.

DICKERSON: President Trump has said, to defeat ISIS, he has said that there has to be a humiliation of ISIS. What does that mean?

MATTIS: I think, as we look at this problem of ISIS, it is more than just an army. It is also a fight about ideas.

And we have got to dry up their recruiting. We have got to dry up their fund-raising. The way we intend to do it is to humiliate them, to divorce them from any nation giving them protection and humiliating their message of hatred, of violence.

Anyone who kills women and children is not devout. They have — they cannot dress themselves up in false religious garb and say that somehow this message has dignity. We’re going to strip them of any kind of legitimacy. And that is why you see the international community acting in concert.

DICKERSON: When should Americans look to see victory?

MATTIS: This is going to be a long fight.

The problems that we confront are going to lead to an era of frequent skirmishing. We will do it by, with, and through other nations. We will do it through developing their capabilities to do a lot of the fighting. We will help them with intelligence. Certainly, we can help train them for what they face.

And you see our forces engaged in that from Africa to Asia. But, at the same time, this is going to be a long fight. And I don’t put timelines on fights.

DICKERSON: What about civilian casualties as a result of this faster tempo?

MATTIS: Civilian casualties are a fact of life in this sort of situation.

We do everything humanly possible, consistent with military necessity, taking many chances to avoid civilian casualties, at all costs.

DICKERSON: Under this new aggressive posture, what can be done that would not have been done, say, six months ago?

MATTIS: Probably the most important thing we are doing now is, we are accelerating this fight. We are accelerating the tempo of it.

We are going to squash the enemy’s ability to give some indication that they’re — they have invulnerability, that they can exist, that they can send people off to Istanbul, to Belgium, to Great Britain, and kill people with impunity.

We are going to shatter their sense of invincibility there in the physical caliphate. That is only one phase of this. Then we have the virtual caliphate that they use the Internet. Obviously, we are going to have to watch for other organizations growing up.

We cannot go into some kind of complacency. I am from the American West. We have forest fires out there. And some of the worst forest fires in our history, the most damage were caused when we pulled the fire crews off the line too early.

And so we are going to have to continue to keep the pressure on the enemy. There is no room for complacency on this.

DICKERSON: A hundred civilians were killed after a U.S. bomb hit a building in Mosul in Iraq. Is this the result of this faster tempo? Is this the kind of thing Americans needs to get used to as a natural byproduct of this strategy?

MATTIS: The American people and the American military will never get used to civilian casualties. We will — we will fight against that every way we can possibly bring our intelligence and our tactics to bear. People who had tried to leave that city were not allowed to by ISIS . We are the good guys. We are not the perfect guys, but we are the good guys. And so we are doing what we can.

We believe we found residue that was not consistent with our bomb. So we believe that what happened there was that ISIS had stored munitions in a residential location, showing once again the callous disregard that has characterized every operation they have run.

DICKERSON: Help people understand what a conflict with North Korea would be like and how it would be different.

MATTIS: A conflict in North Korea, John, would be probably the worst kind of fighting in most people’s lifetimes.

Why do I say this? The North Korean regime has hundreds of artillery cannons and rocket launchers within range of one of the most densely populated cities on earth, which is the capital of South Korea.

We are working with the international community to deal with this issue. This regime is a threat to the region, to Japan, to South Korea, and in the event of war, they would bring danger to China and to Russia as well.

But the bottom line is, it would be a catastrophic war if this turns into combat, if we are not able to resolve this situation through diplomatic means.

DICKERSON: North Korea has been testing missiles. Are they getting any better at their capability?

MATTIS: We always assume that, with a testing program, they get better with each test.

DICKERSON: You say North Korea is a threat to the region. Is North Korea a threat to the United States?

MATTIS: It is a direct threat to the United States. They have been very clear in their rhetoric.

We don’t have to wait until they have an intercontinental ballistic missile with a nuclear weapon on it to say that now it has manifested completely.

DICKERSON: What is the line in North Korea that, if the regime crosses that line, in your view, the U.S. should take action?

MATTIS: I would prefer not to answer that question, John. The president needs political maneuver room on this issue.

We do not draw red lines unless we intend to carry them out. We have made very clear that we are willing to work with China, and we believe China has tried to be helpful in this regard.

DICKERSON: Give me a sense, if you can, of the time when you think North Korea gets to the point of no return.

MATTIS: We consider it a direct threat even today, the North Korean threat.

As far as that specific threat, I don’t want to put a timeline on it. At this time, what we know, I would prefer to keep silent about, because we may actually know some things the North Koreans don’t even know.

DICKERSON: Let me switch to NATO.

The president recently met with NATO leaders. He didn’t mention the commitment in NATO, the so-called Article 5 commitment, an attack on one is an attack on all. Why not?

MATTIS: I think, when President Trump chooses to go to NATO personally and stand there alongside the other more than two dozen nations in NATO, that was his statement, not words, actions.

DICKERSON: But the president seems to need convincing on the power and importance of the NATO alliance. Do you have to convince him of how important NATO is?

MATTIS: We have had good talks about it, John.

In my initial job interview with the president, he brought up his questions about NATO. And my response was that I thought that, if we didn’t have NATO, that he would want to create it, because it’s a defense of our values, it is a defense of democracy.

He was very open to that. Obviously, he had to make a decision about whether or not he was going to nominate me to be the secretary of defense. And although I immediately showed him that my view on that was rather profoundly in support of NATO, he at that point nominated me.

DICKERSON: What do the Russians want?

MATTIS: Beats me.

Right now, Russia’s future should be wedded to Europe. Why they see NATO as a threat is beyond me. Clearly, NATO is not a threat. But, right now, Russia is choosing to be a strategic competitor, for any number of reasons. But the bottom line is, NATO is not a threat. And they know it. They have no doubt about it.

DICKERSON: You have said that Russia is trying to break apart NATO. Is there — is the United States going to take any action to deal with Russia as a threat to NATO, either in helping in the Balkans or any other way?

MATTIS: Right now, we are dealing with Russia, attempting to deal with Russia under President Trump’s direction, in a diplomatic manner. At the same time, while willing to engage diplomatically, we are going to have to confront Russia when it comes to areas where they attack us, whether it be with cyber, where they try to change borders using armed force.

And that is admittedly a strategically uncomfortable position, engaging diplomatically, trying to find a way out of this situation, but confronting them where we must. And we are going to continue in this mode, and, hopefully soon, our diplomats will work their magic and start moving us out of this quandary we find ourselves in.

DICKERSON: Let me ask you about the Paris climate accords. The president is going to make a decision on this.

MATTIS: I was sitting in on some of the discussions in Brussels, by the way, where climate change came up, and the president was open, he was curious about why others were in the position they were in, his counterparts in other nations.

And I am quite certain the president is wide open on this issue as he takes in the pros and cons of that accord.

DICKERSON: What keeps you awake at night?

MATTIS: Nothing. I keep other people awake at night.

(END VIDEOTAPE)

DICKERSON: Secretary of Defense James Mattis.

We will have more of our interview later in the broadcast.

And we will be back in one minute with filmmaker Ken Burns.

(COMMERCIAL BREAK)

DICKERSON: And we are back with filmmaker Ken Burns, whose new documentary, “The War in Vietnam,” will air starting September 17 on PBS.

Ken is here to give us a preview on this weekend where we honor those who were lost in the service of their nation.

And, Ken, I want to do something we don’t normally do, which is, we’re going to take a look at the trailer first, and then talk about it. So sweeping and powerful.

I want to ask you about the journey you took in making this. Did you go in thinking, oh, it is this way, and come out thinking, no, it is really this way?

KEN BURNS, DOCUMENTARY FILMMAKER: I think every film that we tackle is like that, where you have that conventional wisdom, the superficial sense of what took place.

You know, you say the 1920s, you think flappers or gangsters, and if you go into it, it is a little bit more complicated than that.

For those of us who worked on this project, and particularly Lynn Novick, who is the co-director with me, we go in confident that we know something. And I think the 10 years that we spent working on it is almost daily humiliation of what we didn’t know, John.

And that’s a good thing, because then you free yourself from the tyranny of that conventional wisdom, the tyranny of the kind of binary yes and no that besets our current media culture and our larger computer world, that we think it is all black, all right or all wrong.

And what you find out in war is that it is possible for a thing and the opposite of that thing to be true at the same time. And it is not saying that the dates of the Battle of Gettysburg change from July 1, 2, and 3. It just means, if you have the passage of time, you have perspective.

And with perspective and new scholarship, you can gain new insight. And if we think, as I believe we do, that a good deal of the divisions we experience today in our country were born, the seeds were planted, the virus started in Vietnam, then it may be possible, if we can get off that binary sort of position that we are all in, to be able to kind of unpack and then relearn the war, we might be able to address some of the things that beset us today, this lack of civility in civil discourse, the things that threaten us perhaps greater than any enemy.

DICKERSON: A huge dose of perspective is what you are talking about.

BURNS: This is what history offers.

I mean, we think of documentaries as all about the urgency and fuss and fire of a contemporary issue, but it is often histories, that — that tortoise that keeps going and comes going as the hare gets tired and sits down and sleeps.

And I think you find — if I said, well, John, Lynn and I have been working for 10 years on a film about mass demonstrations taking place all across the country, it is about asymmetrical warfare, in which the greatest military on earth is having a hard time figuring out what to do, it is about a White House concerned about leaks, it is about huge document drops in front of the American public, and an activated free press, you would say, you have abandoned history and you are talking about the contemporary moment.

But those are just a handful of the themes that are about Vietnam, so they offer us a prism through which to see where we are now, as well as what happened then.

DICKERSON: I want — you and Lynn Novick talked to so many people, including members of the Vietcong. And I want to play a clip of one of those perspective-enhancing moments.

(BEGIN VIDEO CLIP) UNIDENTIFIED MALE: I witnessed Americans dying. When one was killed, the others stuck together. They carried away the body, and they wept.

Americans, like us Vietnamese, also have a profound sense of humanity.

(END VIDEO CLIP)

DICKERSON: What was amazing in watching this is that you have the sense of humanity from perspective, and then you have soldiers, American soldiers, who said how much they hated in the moment.

BURNS: So, I think what happens, the first casualty of war, people say, is the truth.

But it is also, we have to objectify the enemy and turn them into nothing. We have to say that they are subhuman.

And what we felt is that the Vietnam story is the story about three countries, the United States, our enemy, North Vietnam, and a third country, which, oh, by the way, disappeared in the course of this story, which we still really don’t like to talk about them.

But we felt, if we could go back and interview dozens and dozens of Americans across the spectrum of beliefs and geography and experiences, but also talk to Vietcong guerrillas and South Vietnamese marines and South Vietnamese civilians and diplomats and protesters of their own government, and then North Vietnamese civilians and North Vietnamese soldiers, you would have the ability to triangulate the story of this most important event, I think the most important event in the second half of the 20th century for Americans.

You could triangulate this story and come to some better understanding. And there’s — and it is not just policy. It isn’t just the binary stuff. It is also the emotional stuff, the deeply — this is like Shakespeare’s Rialto speech, you know, in which someone is — you don’t expect a Vietcong soldier to be saying that about Americans.

We expect Americans to say the same thing.

DICKERSON: Ken, I’m going to have to stop you there.

But we’re lucky enough to be looking forward to seeing you and your co-director, Lynn Novick, again in September to hear more about the film right on the eve.

Thanks so much for being with us.

BURNS: Thank you.

DICKERSON: Back in a moment.

(COMMERCIAL BREAK)

DICKERSON: You can keep up with the news of the week by subscribing to the FACE THE NATION Diary podcast. Find us on iTunes or your favorite podcast platform.

We will be right back.

(COMMERCIAL BREAK)

DICKERSON: And we will be right back with a lot more FACE THE NATION.

Stay with us.

(COMMERCIAL BREAK)

DICKERSON: Welcome back to FACE THE NATION.

President Trump’s nine day trip to five countries has come to its conclusion. In his first overseas travel as president, Mr. Trump made some new friends, but had some uncomfortable moments with the old. In Jerusalem Mr. Trump became the first sitting president to visit the Western Wall, one of the holiest sites in Judaism. Tuesday, the president condemned the suicide bombing attack in Manchester, England.

(BEGIN VIDEO CLIP)

TRUMP: So many young, beautiful, innocent people, living and enjoying their lives, murdered by evil losers in life. I won’t call them monsters, because they would like that term.

(END VIDEO CLIP)

DICKERSON: Intelligence about that attack was leaked by the U.S., which infuriated the British Prime Minister Theresa May.

(BEGIN VIDEO CLIP)

THERESA MAY, BRITISH PRIME MINISTER: I will make clear to President Trump that intelligence that is shared between our law enforcement agencies must remain secure.

(END VIDEO CLIP)

DICKERSON: Wednesday, President Trump visited Vatican City, where he and his family met with Pope Francis, someone he’d clashed with during the campaign. As for pope, he lobbied the president on climate change. And it was off to Brussels, where the president, who had made a point of not lecturing in Saudi Arabia, delivered a lecture to NATO allies.

(BEGIN VIDEOTAPE)

TRUMP: NATO members must finally contribute their fair share and meet their financial obligations.

(END VIDEO CLIP)

DICKERSON: Foreign leaders who had gathered at a 9/11 memorial commemorating when NATO members stood with America didn’t know quite what to make of it, or what to make of the handshake with the French president, which turned into some kind of a contest, or the president’s moving aside the prime minister of Montenegro, the newest member of NATO, to get the front spot in a photo-op.

The final stop on the overseas tour was Sicily, where President Trump met with leaders of the G-7 Friday to talk terror and climate change. President Trump was the odd man out when he refused to bow to pressure to keep the United States in the Paris climate change agreement to reduce greenhouse gas emissions. The president says he’ll make an announcement soon on whether to pull out of the Paris agreement.

To talk about the president’s trip and the problems he is facing on his arrival back in Washington, we’re joined by Susan Page. She’s the “USA Today’s” bureau chief in Washington. Jeffrey Goldberg is an editor and is the editor in chief of “The Atlantic.” Michael Morell is the former deputy director of the CIA and a CBS News senior national security contributor. And Margaret Brennan, our White House and senior foreign affairs correspondent is just off the overnight flight back from the president’s trip.

We have extra coffee and the first question goes to you, Margaret.

Let’s go back to Saudi Arabia. What was — what was the president’s goal there with that speech, that choreographed visit?

MARGARET BRENNAN, CBS WHITE HOUSE CORRESPONDENT: That was fascinating. I flew in on Air Force One to Riyadh with the president and saw what was amazing pomp and circumstance. I mean he was welcomed as if he were a king by the king of Saudi Arabia. Trumpets, jets, you know, with flags everywhere, children greeting him. And this was really Saudi pulling out all the stops because they are embracing him in a way that, because, in fact, they so deeply resented President Obama. And President Trump’s message clearly throughout those two days was, I’m not him. And so a lot of that resentment goes back to the outreach to Iran, it goes back to the failure to take military action in Syria, it goes back to calling for Hosni Mubarak to step down in Egypt. A lot of deep-seated anger there.

To the extent that these Saudi allies, who are in many ways the protectors of Islam, are willing to overlook some of the president’s rhetoric when he has said at times, Islam is at war with us. He has said he wanted to ban Muslims. All of that was put aside. And in this room full of more than 50 Muslim leaders from all around the world, the president said, our values and interests are aligned here. We see Iran as our enemy. We are with you on that and you need to help us win this war on terror.

And it contrasts so — so deeply with what President Obama did back in 2009 with his outreach to the Muslim world in Cairo, where he reached out to young people, President Trump reached out to the leaders.

DICKERSON: Right. And, Mike, what do you make of that strategic shift, that all focus now on Iran based on this strategy?

MICHAEL MORELL, FORMER ACTING CIA DIRECTOR: So I think it’s positive. I — I think he accomplished something on this part of the trip. He reassured Saudi Arabia and the Sunni Arab allies there that we will have their back on Iran, which they see is an existential threat to them. They didn’t believe that President Obama had their back. They now believe President Trump does. That’s a huge change. That’s positive for U.S. influence in the region and for our national security in the region. I think that was a success.

DICKERSON: Jeffrey, your thoughts?

JEFFREY GOLDBERG, “THE ATLANTIC”: There — there’s a flip side to this, of course, which is that the Arab leadership, after so many years of Obama, they’re positively giddy about the arrival of Donald Trump. And when they are giddy, like any other leaders, they might over step. And the danger, of course, is initiating a confrontation with Iran that the U.S. really doesn’t want to be involved with at any given moment. They have enough to worry about on the North Korea file.

And so — and so the trip inadvertently maybe has — has — has upped the chances of a confrontation sooner rather than later with Iran in the Gulf, where — which is already essentially an American lake where — where — where the American Navy is in charge of security for the Gulf nations. The Gulf nations want a confrontation between Iran and the United States.

BRENNAN: The other thing I would say is a risk there is the — President Trump saying, I’m not going to lecture you.

DICKERSON: Yes.

BRENNAN: And has made this virtue his policy of not lecturing on human rights. And when you are selling $110 billion in weapons, not the first U.S. president to sell heavy weaponry to Saudi, it also comes with this implicit — when he’s saying, we’re with you against terrorists, who exactly are all these leaders calling terrorists and are we going to be happy necessarily with the use of force?

DICKERSON: Susan, one thing that struck me about the president’s speech and also the contradiction that Margaret mentioned in terms of what candidate Trump had said, I mean he had said that basically the 9/11 attackers came from Saudi Arabia. He pointed at Saudi Arabia as the — as the origin point now in a very different place. That seems like the message, which is, he’s very transactional. He’s willing to put aside things he may have said in the past because he’s got a new focus. That seemed to be the core of this, this is a transaction.

SUSAN PAGE, “USA TODAY”: That’s right. And willing even to temper his language. You remember how often he ridiculed Barack Obama for refusing to say “radical Islamic terrorism,” a phrase that he didn’t say on this trip, and in his willingness to confront Iran, not to acknowledge the elections in Iran last week, which were in effect really positive for the United States. The moderate Iranian candidate, the incumbent won big in Iran, a sign that Iran may be willing to live up to the nuclear agreement, wants to get closer to the — wants to get closer to the west. That was — that was not acknowledged. And clearly a sign that human rights concerns that Barack Obama would raise in a place like Saudi Arabia, off the table.

MORELL: We — we — it’s just important here that we remember that the Iranians, for years, and probably now more than they ever have before, are messing with the region. They are — they are funding, training, providing counsel to terrorists, to insurgents throughout the region. This is — this is a serious threat, not only to the nations there, but to the United States, right?

So it is time that we pushed back and it is time that we worked with our Arab allies to push back. There are risks, right, that we’re going to have to face and that we’re going to have to mitigate, but doing nothing, as we were doing before, just gives the Iranians open running room.

GOLDBERG: The — there’s a — a quick point on — on Iran. There’s a way of calibrating our relations with this part of the world. We don’t — we want to stand with our allies, the Saudis, et cetera, against Iran, because Iran is the prime state sponsor of terrorism in — in the world. That’s the State Department. That was Barack Obama’s State Department saying that. You want to do that without — without creating conditions for unnecessary war.

We also have to recognize that that election was a reality TV show version of an election. The people who were running were picked by the unelected supreme leader of Iran to run. So it is no — it may be slightly more democratic than Saudi Arabia, but not by much.

DICKERSON: Margaret, let me ask you, let’s go over to the NATO meeting. This was a — a much different kind of reception.

BRENNAN: Yes.

DICKERSON: And the president, after not lecturing and making a point of not lecturing with the Saudis, was — nevertheless had a few lessons and things he would like the NATO leaders to do.

BRENNAN: Exactly. There were protests in Brussels, a city that on the campaign trail the president called a hellhole. People were not giving him a warm reception in Europe and I think all of the people planning this trip very well knew they wanted the president’s first trip abroad to begin with a warm embrace instead of the outcry that — that resulted when he went to Europe.

But at the NATO meeting, I think, you know, what the president is saying is essentially a more blunt version of what Barack Obama said and before that, that NATO members need to spend more on their own defense. But his mischaracterization of exactly how that funding mechanism works and his very blunt words from the podium there will also, while it may prod and get that result he wants, it may also make it politically more difficult for the leadership there, the people who are leading the democratic nations that we are aligned with militarily here, to convince their own public to stand and support the U.S. in the same way. There is a political cost to some of that.

But I did — you know, it was notable that the president didn’t really talk about Russia, which, of course, countering Russian power in Europe was the premise for the foundation of NATO.

DICKERSON: Mike, the — one of the things that came up on this trip after the bombing in Manchester, there was this information that was leaked. How damaging was that to the information and intelligence sharing between the United States and Great Britain?

MORELL: So now we’ve had two leaks of intelligence information provided to the United States by our allies that has been — that has been given to others, right? This leak, given to the public, and President Trump’s briefing to the Russian foreign minister of — of the previous intelligence information. So we now have two. We have two data points. Now we have a line, right? Now we have a trend. And the rest of the world is watching this. And the rest of the word provides us intelligence information. And if they have a concern that we’re not going to be able to protect that, they are going to be careful in what they provide. In fact, they’ll — they’ll — they’ll hold back their most sensitive information. So this is very damaging, right?

GOLDBERG: But they’re also dependent on our intelligence, though, to a great degree. Isn’t it — it’s a two-way street.

MORELL: It’s a two-way street. It’s a two-way street, but they will hold back, I guarantee you. Absolutely, this is damaging, right? And there’s two aspects of it. One is, a president who — who apparently didn’t know what he was doing, right, wasn’t careful, wasn’t properly briefed, whatever.

DICKERSON: In the Oval Office.

MORELL: In the Oval Office. And then, a week, right, from — from — from law enforcement or intelligence or somebody in the White House, right, there is a leak that — that caused the second damage. And — and the president is absolutely right, these leaks, which have — which have grown in number — I mean it’s always been a problem but — but they are bigger now than they’ve ever been before in number — is a very serious problem.

DICKERSON: Susan, let’s look at the trip in its totality before we come back home. It was a nice break for the president because things were going — it was a pretty tough ten days before this trip. Now he faces them. Put the trip in context with the rest of the Trump presidency.

PAGE: People in the White House say it was the most effective, best nine days he’s ever put together in a row, and it was in part because he was able to change the conversation from the conversation that he left in Washington and the conversation that he comes back to. You know, it was during the — the flight over when Margaret was on Air Force One that the story broke that he had called FBI Director Comey a nut job and said that — and said that he was relieved by — some of the pressure on him from the Russian investigation had been relieved by — by firing him. And when he came back the first question he got when he got off the plane was about the stories — the stories about Jared Kushner have — trying to establish a back channel communications with Russia. So this was an opportunity to change the conversation there. He didn’t change the conversation here.

DICKERSON: He’s back now and seems to have a buffer on his Twitter stream. He’s had — went from not tweeting to having about ten launched this morning.

Jeffrey, why not create a back channel to the Russians? We have common interests in Syria. Jared Kushner — why isn’t that just kind of what you do when you’re a —

GOLDBERG: You know, sometimes thinking outside the box is overrated, as — when you’re — when you’re actually dealing with your adversaries. The idea of going to the Russian embassy to establish a channel that’s outside the — the realm of — out of the American national security apparatus or a transition official is — I mean, let’s put it — put it bluntly, if you put this in a satirical novel people would say, t hat’s a little bit too much. It’s a bad idea for any number of reasons. Even the Russians understood how bad an idea it was and were probably thinking this is not plausible. This is an attempt by the Americans to spy on us, because, remember, the Russian embassy is an intelligence base of operations for the Russians in America, so why would you possible do that.

Also, there’s an assumption that — that — that this was meant to talk about Syria. That that’s — that’s their assertion. I don’t know what the purpose of this — this outreach was, but it just seems to be a foolhardy endeavor.

DICKERSON: Mike, the administration officials are saying, look, this was an attempt to get around kind of the clotted normal relationships, have a conversation with the — with the Russians. Planes are flying at the same time in Syria. Maybe we can work something out so we’re not bumping into each other.

MORELL: Yes. So I didn’t see this as an attempt to open a back channel. I think that’s a misnomer. It was an attempt to open a front channel. It was an attempt to have Mike Flynn talk regularly to the Russian ambassador. That seems appropriate to me, the incoming national security advisor talking to our allies and adversaries. That seems OK to me.

What’s — what’s strange here is why ask for the secrecy. Why ask for the security of using their communications? What are you trying to hide? And was this — was this — was this approach blessed by the president-elect and the vice president-elect? Was there a strategic discussion? Was Jim Mattis involved? He was nominated already, I believe, or he was on the verge of being nominated. So was there a strategy to do this? Those are the questions I would like to have answered.

DICKERSON: Margaret, final question to you. There are stories and reporting about changes in the White House. What can you tell us about the staff changes, if there are any, coming?

BRENNAN: Well, there’s a lot of talk, but I feel like there always is.

DICKERSON: Yes.

BRENNAN: And when we come back from this trip and the president now back at the White House, we are expecting him to not only speak with his own lawyers, but we are expecting him to make some of these decisions that they said were punted, not only the Paris climate change agreement, but what happens with his own communications team.

On this trip, we heard very little from them. They weren’t front — in front of cameras. They weren’t explaining things. They actually didn’t even put the president out there for a press conference. Very unusual. He was the only one of the seven G-7 ministers, or heads of states, to not answer questions. They are really trying to rein in communication.

So whether Sean Spicer remains the spokesperson, whether they changed the method of communication, which they have been recently, putting orders, advisors to the president out there to try to change the topics back to more substance, less about headlines, that may be an approach, but, frankly, it only goes so far because someone needs to answer those questions. And that level of secrecy that we keep gesturing to inhibits what they would like to see as ending the story.

DICKERSON: Right. And the chief communicator is always still the president.

Thanks to all of you.

And we’ll be right back in a moment.

(COMMERCIAL BREAK)

DICKERSON: Former FBI Director James Comey is expected to testify before the Senate Intelligence Committee next month and will — and hopefully will be able to answer some of the questions that have been raised about his dealings with the president.

We turn now to Benjamin Wittes, editor of — of the legal blog, Lawfare at the Brookings Institution.

Welcome.

Let me start before we get to the Comey testimony about the Jared Kushner story. Just, what’s your take of it? Put it in some perspective for us.

BENJAMIN WITTES, BROOKINGS INSTITUTION: Well, it’s hard to know what to make of it. I mean it’s a — it’s a — it’s a shocking set of allegations. It’s not clear what they thought they were doing or what it means. If I were an FBI counterintelligence agent, I would be very interested in it. And it — it is the latest in a long series of revelations that put the president’s claims that there’s nothing between him and Russia in a kind of head scratching relief.

DICKERSON: Yes. The — and — and the — what Jared Kushner seems to be doing was getting around the existing order of things. Get your — give me — back to the question of James Comey, who’s somebody you’ve known for a while. What if the president was just saying — the president just didn’t know the rules. Was trying to get around the — you know, he’s got this investigation going on and he just says to James Comey, you know, it was just — not obstruction, but just a president who is unfamiliar with politics, just didn’t know what was going on.

WITTES: Well, so, you know, one — one possibility here is that we have, you know, a series of interactions that are each in and of themselves just expressions of the president’s frustration with, you know, the circumstances he finds himself in with respect to the press and — and an investigation and — and interests in — in the Russia stuff.

As a general matter, you’re actually not allowed to obstruct investigations, even when you don’t believe that they have merit. And so the question of whether the aggregate of those interactions amounts to an obstructive pattern of behavior really doesn’t depend on how the president feels about the merits of the underlying claim that there’s something untoward about his relationship with Russia.

DICKERSON: And does it matter about whether he knew this is just not the thing — the kind of thing you’re supposed to do when you’re a president with your FBI director?

WITTES: Well, so, look, I mean, obstruction as a general matter is a — is a specific intent defense. So it actually really does matter what he meant to do. And I — I think we should all be careful about making assumptions about what the president meant. What we have right now is a series of press accounts that are mostly, with the exceptions of the one that are based on conversations with me, they’re — they’re mostly, you know, anonymously sourced. And so I think it’s the better part of valor for everybody to reserve judgment until we have, you know, some set of — of clear facts given under oath. And that’s actually the significance of the fact that — that the Senate Intelligence Committee wants the former FBI director’s testimony.

DICKERSON: And that testimony, is there any chance that might bump into the special counsel and, therefore, former Director Comey might not be able to say everything he knows?

WITTES: Well, so, look, I — I think that the former Director Comey, I am certain would not want to say anything that would impair the investigation, and I — I suspect he would have — he would sort of de-conflict with Mueller about any investigative equities that might be ongoing. I say that not having, you know, talked to him about it or — or — or inquired specifically. So I — you know, I’m really sort of speaking my own opinion there, but that’s the kind of thing he would do.

In addition, he, while in office, has been very careful not to, you know, divulge anything classified in the context of his testimony. And I would expect he would do the same thing here. With, you know, the — so — but then I actually don’t believe that there is a broad problem from Mueller’s point of view with his testifying.

DICKERSON: His testifying. All right.

WITTES: That’s just a guess, but that’s what I think.

DICKERSON: All right. Ben, we’ve run out of time, I’m afraid. Thanks.

We’ll be right back with our — a little more of our interview with Secretary of Defense Mattis.

(COMMERCIAL BREAK)

DICKERSON: Finally on this weekend where we honor sacrifice and duty, we return to our conversation with Defense Secretary Mattis. We asked him about his concerns that one of the biggest challenges facing America today is its lack of unity.

(BEGIN VIDEOTAPE)

DICKERSON: You mentioned in “The New Yorker” what you were worried about political — the lack of political unity in America.

MATTIS: Well, you know, I’m at West Point is where we’re talking together, John, and you — you look at these young people that graduated today, over 900 of them, from all walks of life, every religion probably in America is represented, every state is represented. And these people come together with an enthusiasm for protecting this experiment in democracy that we call America. And it takes people, I believe, with a fundamental respect for one another, with a fundamental friendliness toward one another that I worry is starting to slip away in our country.

We still have it in the military. It’s a diverse force. It’s a force that can work together under the worst conditions. And I — I just hope we can find our way back to engaging with one another, arguing strongly with one another, and then going down and having a root beer together or something and — and having a good laugh about it as we work together for the best interests of the next generation of Americans who are going to inherit this country.

DICKERSON: More than 40 years ago you enlisted and then today you speak as the secretary of defense at West Point. What’s that like going from those two different ends in your — in the span of your career?

MATTIS: You know, it’s a — it’s humbling, to tell you the truth, because as you go up, you realize how little of an exercise good judgment you really do, that it falls on the shoulders of very, very young people to carry this out inside the Department of Defense. I was an infantry officer in the Marines and the infantry are named because they’re young infant soldiers, young soldiers, how they got their name. They’re very young. And so it’s really a humbling sense of just how great our younger generation is, how selfless it is, and what they are willing to commit, basically, signing a blank check payable to the American people with their very lives to protect it. And that’s really what I’ve come away from this job with, is a deeper sense of — of just being humbled by the commitment of others.

(END VIDEOTAPE)

DICKERSON: Our full interview with Secretary Mattis is available on our website, facethenation.com.

(COMMERCIAL BREAK)

DICKERSON: That’s it for us today. Thanks for watching. See you next week.

 

PODCAST nr 6 _TRUMP E LA CINA. Un amore appena cominciato. Ma è già finito?, di Gianfranco Campa

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Gli scenari ormai si fanno sempre più complessi. I focolai di tensione negli ultimi dieci anni sono sempre più numerosi, ma si sono susseguiti nel tempo. La novità di questi ultimi mesi è che ormai tendono ad alimentarsi contemporaneamente e contestualmente. Come per l’Ucraina con la Russia, il confronto investe direttamente, ormai i rapporti tra Stati Uniti e Cina. Ancora una volta la dinamica non è condizionata dal semplice rapporto tra stati ma anche e soprattutto dalle tensioni sempre più sordide e distruttive tra le fazioni politiche negli States. Sembra che ogni passo sia mosso allo scopo di screditare e delegittimare il Presidente Trump, anche quando si finge di assecondare la sua linea politica originaria, come nel caso della Cina. Uno scontro dove i margini di mediazione sono sempre più ristretti. L’obbiettivo è quello di spingere Trump sempre più nelle spire dei neoconservatori e di isolare e distruggere la componente “produttivista” che ha costituito il nocciolo duro delle forze che hanno portato alla sua elezione. Il timore, forse il terrore è che, con o senza Trump, una tale situazione possa riprodursi in futuro. Intanto anche le Filippine iniziano a scaldarsi rapidamente. Buon ascolto_Giuseppe Germinario

LA NATO E L’ADDESTRAMENTO PREVENTIVO PER LE CITTÀ RIBELLI EUROPEE. (a cura di) Luigi Longo

TOPI-e-CANI

 

Riporto due scritti sulla militarizzazione del territorio europeo attraverso la NATO. Il primo riguarda il processo di americanizzazione e di militarizzazione delle città europee a partire dal Trattato di Velsen che istituisce la Eurogendfor, la polizia continentale con ampi poteri che fa capo alla NATO e, quindi, agli USA ( per una conoscenza ufficiale della Eurogendfor si veda il sito www.eurogendfor.org ).

Il primo scritto comprende lo stralcio dei paragrafi 3 “ l’americanizzazione del territorio europeo e italiano “ e 3.2 “ la militarizzazione delle città e dei territori” tratti dal mio, l’americanizzazione del territorio ( appunti per una riflessione), pubblicato su www.conflittiestrategie.it, 29/3/2014.

Il secondo scritto concerne la costruzione di una città-modello per l’addestramento di truppe al fine di combattere i cittadini europei che potrebbero ribellarsi ai loro sub-agenti dominanti a causa della grave crisi d’epoca che si accentuerà, tra alti e bassi congiunturali, mano a mano che la fase multicentrica avanza. La costruzione della città-modello è in realizzazione nella parte nord-orientale dello stato federale della Sassonia-Anhalt in Germania. Lo scritto è di Peter Koenig, Germania e Nato-Repressione fascista in Europa? ed è apparso su www.comedonchisciotte.org., 21/5/2017.

 

 

L’AMERICANIZZAZIONE DEL TERRITORIO

(appunti per una riflessione)

 

di Luigi Longo

 

 

Gli Stati Uniti appaiono, nel mondo di oggi, una realtà onnipresente:                                          non solo essi sono una delle superpotenze da cui dipende l’avvenire                                             dell’umanità (e, invero, data la terrificante capacità distruttiva delle

                                               armi moderne, la sua stessa esistenza): ma le teorie scientifiche, i                                                processi tecnologici, i condizionamenti culturali, i modelli di                                                        comportamento americani penetrano, per il bene come per il male,                                              tutta la nostra vita, influenzandola assai più di quanto comunemente                                            non appaia.

Raimondo Luraghi

 

 

In questo dopoguerra non si capisce più niente, questi                                                                   americani hanno cambiato tutto […] questi americani ne                                                              combinano di tutti i colori.

Antonio de Curtis (Totò)

 

 

[…] non c’è speranza di poter sopprimere le tendenze aggressive                                                 degli uomini. Si dice che in contrade felici, dove la natura offre in                                                abbondanza tutto ciò di cui l’uomo ha bisogno, vivono popoli la cui                                             vita si svolge nella mitezza presso cui la coercizione e l’aggressione

                                               sono sconosciute. Posso a stento crederci; mi piacerebbe saperne di                                            più, su questi popoli felici. Anche i bolscevichi sperano di riuscire a                                             far scomparire l’aggressività umana, garantendo il soddisfacimento                                            dei bisogni materiali e stabilendo l’uguaglianza sotto tutti gli altri                                         aspetti tra i membri delle comunità. Io la ritengo una illusione.                                                  Intanto, essi sono diligentemente armati, e fra i modi con cui tengono                                     uniti i loro seguaci non ultimo è il ricorso all’odio contro tutti gli                                                           stranieri. D’altronde non si tratta, come Ella stessa [ Einstein, mia                                               precisazione] osserva, di abolire completamente l’aggressività umana;                                               si può cercare di deviarla al punto che non debba trovare espressione                                          nella guerra.[…] finché gli Stati e nazioni pronti ad annientare senza                                          pietà altri Stati e altre nazioni, questi sono necessitati a prepararsi                                              alla guerra.

Sigmund Freud[1]

 

 

  1. L’americanizzazione del territorio europeo e italiano. I segni del processo di americanizzazione del territorio, sia europeo, sia italiano, intesi come conseguenza della egemonia del modello sociale americano, che si ramifica in maniera profonda dopo il secondo conflitto mondiale ( fine della fase policentrica), con la ricostruzione e il conseguente sviluppo economico e sociale dei Paesi ( fase monocentrica), possono essere così delineati per comodità di sintesi:
  • La perdita della impalcatura urbana e territoriale europea.
  • Lo sviluppo quantitativo della città e del territorio ( la cultura quantitativa del territorio, la città diffusa, la città infinita, la ruralizzazione delle città, eccetera).
  • Il declino della città e del territorio come patrimonio sociale.
  • Le città e i territori della sicurezza e del controllo.
  • Il progetto di realizzazione del Trattato transatlantico per il commercio e gli investimenti (TTIP, Transatlantic trade and investment partnership).
  • La militarizzazione delle città e dei territori.

 

 

Tratterò brevemente gli ultimi due segni su evidenziati perché li ritengo prioritari in questa fase sociale europea e italiana che vede un aumento di temperatura della fase multipolare per le strategie di attacco degli USA – soprattutto via Siria e Ucraina – nei riguardi della Russia.

Premetto due brevi considerazioni, una storica per comprendere la nascita della potenza mondiale americana; l’altra territoriale per capire la costruzione della sovranità europea.

La prima. L’americanizzazione del territorio europeo e italiano è un processo che inizia con la dottrina di Monroe[2], cioè l’alt dato alle potenze europee di interessarsi al continente America, ovviamente negli interessi degli Stati Uniti e non dell’autodeterminazione dei popoli, e si consolida con la guerra civile americana[3], che rappresenta  per gli USA la svolta che permetterà loro sia di divenire una potenza mondiale, sia di operare una de-europeizzazione del territorio americano che consentirà la costruzione e la riorganizzazione del territorio (città e campagna), a partire da una propria identità, progettualità, disegno e visione[4].

La seconda. La città e il territorio europeo e italiano devono essere oggetto di un processo di de-americanizzazione[5] a partire da un progetto di sovranità su cui innestare una strategia di relazioni sociali altre, cioè, <<[…] trovare il sistema di vita << originale >> e non di marca americana, per far diventare << libertà >> ciò che oggi è << necessità >> >>.

 

 

3.2 La militarizzazione delle città e dei territori. Non nascondo che faccio fatica ad immaginare una Europa che si autodetermina avendo sul suo territorio una miriade di basi militari NATO e NATO-USA ( la Germania ne ha 70, l’Italia ne ha 111; sono dati da aggiornare ed escludono quelle che non si sanno)[6]. E’ fuori dubbio che gli USA sono egemoni nella NATO non fosse altro perchè è la potenza mondiale che spende in armamenti più della metà degli interi Stati mondiali ( 900 miliardi di dollari annui), e il suo presidente Barack Obama ha fatto sapere, in queste giornate europee, che<< […] «aerei Nato pattugliano i cieli del Baltico, abbiamo rafforzato la nostra presenza in Polonia e siamo pronti a fare di più». Andando avanti in questa direzione, avverte, «ogni stato membro della Nato deve accrescere il proprio impegno e assumersi il proprio carico, mostrando la volontà politica di investire nella nostra difesa collettiva». Tale volontà è stata sicuramente confermata a Obama da Napolitano e Renzi. Il carico, come al solito, se lo addosseranno i lavoratori italiani[7]>>. Così come è fuori dubbio che le strategie americane di politica estera, che ricalcano il vecchio retaggio da guerra fredda che impone supremazia militare ed economica e strategie regionali tese a proteggere incondizionatamente i Paesi alleati[8], porteranno, mano mano che avanzerà la fase multipolare, ad una militarizzazione delle città e dei territori europei che esprime capacità militare, capacità di sicurezza e di controllo, capacità economica in funzione prevalentemente anti Russia. Non è un caso che la NATO non fu abolita una volta imploso il vecchio nemico “comunista”, ma fu rifondata probabilmente per meglio prepararsi ad un cambio di politica estera fondata sugli USA come unica potenza mondiale egemone: la nazione “eccezionale” universale. Oggi, per fortuna mondiale, non è così. La fase multipolare si va delineando e le strategie di politica estera americane fanno fatica a confrontarsi con le nascenti potenze mondiali ( soprattutto Russia e Cina).

Ho già trattato, nei miei precedenti scritti, la infrastrutturazione del territorio europeo in funzione della Nato (l’intervento sulla TAV) e le città NATO ( i due interventi sull’Ilva di Taranto). Voglio qui aggiungere una riflessione che riguarda la nuova polizia continentale con ampi poteri, l’Eurogendfor, istituita con il Trattato di Velsen (Olanda) e approvata all’unanimità dalla Camera e dal Senato all’assemblea di Montecitorio del 14 maggio 2010 ( legge n.84 il “Trattato di Velsen”). Per indicare i caratteri principali del Trattato di Velsen riporterò i seguenti passi dell’articolo di Matteo Luca Andriola:<< […] la Forza di gendarmeria europea (European Gendarmerie Force), conosciuta come Eurogendfor o Egf, che viene ora a proporsi come il primo corpo poliziesco-militare dell’Unione Europea, a cui partecipano cinque nazioni, cioè l’Italia, la Francia, l’Olanda, la Spagna e il Portogallo ai quali, in seguito, si è pure aggiunta la Romania, un’istituzione, quindi, con valenza sovranazionale.[…] Fra il 2006 e il 2007 il processo di genesi dell’Eurogendfor fa passi da gigante: il 23 gennaio 2006 viene inaugurato il quartier generale a Vicenza, la stessa città dove ha sede il Camp Ederle delle truppe Usa, divenendo operativa a tutti gli effetti, mentre il 18 ottobre 2007 viene firmato il trattato di Velsen, sempre in Olanda […]All’art. 3 si legge che «la forza di polizia multinazionale a statuto militare composta dal Quartier Generale permanente multinazionale, modulare e proiettabile con sede a Vicenza (Italia). Il ruolo e la struttura del QG permanente, nonché il suo coinvolgimento nelle operazioni saranno approvati dal CIMIN – ovvero – l’Alto Comitato Interministeriale. Costituisce l’organo decisionale che governa EUROGENDFOR». Questa nuova “super-polizia” è, recita l’art. 1 del Trattato, «una Forza di Gendarmeria Europea operativa, pre-organizzata, forte e spiegabile in tempi rapidi al fine di eseguire tutti i compiti di polizia nell’ambito delle operazioni di gestione delle crisi», al servizio, non tanto dei cittadini dell’Ue o degli Stati firmatari del Trattato (le “Parti”), ma, sostiene l’art. 5, sarà «messa a disposizione dell’Unione Europea (UE), delle Nazioni Unite (ONU), dell’Organizzazione per la Sicurezza e la Cooperazione in Europa (OSCE), dell’Organizzazione del Trattato del Nord Atlantico (NATO) e di altre organizzazioni internazionali o coalizioni specifiche». Quindi un’Arma che può essere a disposizione degli Stati Uniti, dato che la Nato è, a tutt’oggi, il braccio armato di Washington in Occidente.[…] Colpisce, inoltre, il fatto che l’European gendarmerie force goda di una completa immunità internazionale. L’art. 4, recita che l’«EGF potrà essere utilizzato al fine di: condurre missioni di sicurezza e ordine pubblico; monitorare, svolgere consulenza, guidare e supervisionare le forze di polizia locali nello svolgimento delle loro ordinarie mansioni, ivi comprese l’attività di indagine penale; assolvere a compiti di sorveglianza pubblica, gestione del traffico, controllo delle frontiere e attività generale d’intelligence; svolgere attività investigativa in campo penale, individuare i reati, rintracciare i colpevoli e tradurli davanti alle autorità giudiziarie competenti; proteggere le persone e i beni e mantenere l’ordine in caso di disordini pubblici; formare gli operatori di polizia secondo gli standard internazionali: formare gli istruttori, in particolare attraverso programmi di cooperazione»[…] A quali casi si fa riferimento nel trattato di Velsen? A quelli inquadrati «nel quadro della dichiarazione di Petersberg». Cioè? A Petersberg, nei pressi di Bonn, si riunì il 9 giugno 1992 il Consiglio ministeriale della UEO ( Unione dell’Europa Occidentale) che approvò una Dichiarazione che individuava una serie di compiti precedentemente attribuiti all’UEO da assegnare all’Unione europea, cioè le cosiddette «missioni di Petersberg», cioè le “missioni umanitarie” o di evacuazione, missioni intese cioè al mantenimento dell’ordine pubblico, nonché operazioni costituite da forze di combattimento per la gestione di crisi, ivi comprese operazioni di ripristino della pace. Ergo, oltre all’intervento in caso di catastrofe naturale, l’Eurogendfor può intervenire per sedare delle manifestazioni in assetto da «forze di combattimento» >>[9].

Questa nuova istituzione europea di polizia continentale, che fa capo alla NATO, di controllo e sicurezza territoriale, con sede in una città NATO simbolo come Vicenza, trova comprensione in tre direzioni da approfondire: 1. Il ruolo della NATO che non è un ruolo direttamente militare ( viene sempre più velato ) ma economico, di sviluppo di territori, di sicurezza, di controllo, di penetrazione e di ampliamento di territori in funzione di contrasto delle potenze mondiali emergenti, soprattutto la Russia; 2. La perdita della peculiarità territoriale ( di città e di territori) europea trova nel modello sociale e territoriale egemonico americano, direttamente e indirettamente tramite l’egemonia nelle istituzioni internazionali, una delle cause fondamentali del suo declino e della sua specificità storica:<< L’Europa si formò con l’emigrazione, l’America con la conquista. Per usare il linguaggio dei geologi, diremo che quella procede da alluvione e questa da azione vulcanica. E’ questo un primo tratto che differenzia la vita europea dall’americana.

Eccone un altro: la civiltà dell’America fu un’opera di governo, un’impresa di Stato, un grande atto amministrativo; quella dell’Europa un’opera anonima, popolare, senza azione legislativa […] Ogni civiltà ha un’opera genuina che è la città. La città è la sintesi di una civiltà, il gesto o il ritmo che traduce la sua anima. Atene è la Grecia, come Roma è l’Impero, Firenze è il Rinascimento, Siviglia è l’anima spagnuola ( New York è la modernità:” tutto ciò che è di solido, si dissolve nell’aria”, mia aggiunta)[10] >>[11]; 3.La politica di coesione e la cooperazione territoriale europea è funzionale alla strategia americana per aprire varchi ad Est risucchiando sempre più territori dalla sfera di influenza Russa ( ultimo caso: l’Ucraina).

Un esempio: si dice che << Una pluralità di questioni è associata alla coesione territoriale: il coordinamento delle politiche in regioni estese come quella del Mar Baltico, il miglioramento delle condizioni lungo le frontiere esterne orientali, la promozione di città sostenibili e competitive a livello mondiale, la lotta all’emarginazione sociale in alcune parti di regioni più ampie e nei quartieri urbani sfavoriti, il miglioramento dell’accesso all’istruzione, all’assistenza sanitaria e all’energia in regioni remote e le difficoltà di alcune regioni che presentano determinate caratteristiche geografiche.[…] Il modello di insediamento europeo è unico. In Europa sono sparse circa 5 000 città piccole e quasi 1 000 città grandi, che fungono da centri di attività economica, sociale e culturale. In questa rete urbana relativamente densa le città molto grandi sono però poche. Nell’UE solo il 7% delle persone abita in città con oltre 5 milioni di abitanti, rispetto al 25% negli USA, e solo 5 città europee sono annoverate fra le 100 più grandi città del mondo.

Questo modello di insediamento contribuisce alla qualità della vita nell’UE, sia per gli abitanti delle città, che sono vicini alle zone rurali, sia per i residenti delle zone rurali, che beneficiano della prossimità dei servizi. È inoltre un modello più efficiente dal punto di vista dell’utilizzo delle risorse in quanto evita le diseconomie dei grandi agglomerati e l’elevato uso di energia e di terre che caratterizzano l’espansione urbana; tali diseconomie assumeranno dimensioni ancora più preoccupanti con il progredire dei cambiamenti climatici e l’adozione di misure per adeguarvisi o per contrastarli >>[12], questo modello così delineato cosa ha a che fare con la realtà urbana e territoriale sempre più modellata su quella americana?[13].

 

 

 

 

 

[1] Le citazioni scelte come epigrafi sono tratte da: Raimondo Luraghi, Gli Stati Uniti, Utet, Nuova storia universale dei popoli e delle civiltà, volume sedicesimo, Torino, 1974, pag. XXI; Film: Totò, Fabrizi e i giovani di oggi, 1960; Sigmund Freud, Perché la guerra?. Carteggio con Albert Einstein, La città del sole, Napoli, 1996, pp. 24-25-28.

[2] Nico Perrone, Progetto di un impero 1823.L’annuncio dell’egemonia americana infiamma le borse, La Città del Sole, 2013, Napoli.

[3] Raimondo Luraghi, La spada e le magnolie, Donzelli, Roma, 2007.

[4] Per una introduzione alla costruzione e contrapposizione politica e ideologica della concezione del territorio tra USA e URSS si veda Bernardo Secchi, La città del ventesimo secolo, Laterza, Roma-Bari, 2008, pp.63-85.

[5] Non leggo gli Usa come uno stato canaglia o una superpotenza canaglia alla Noam Chomsky (come fa nel suo “De-americanizzare il mondo”, 8/11/2013, www.comedonchisciotte.com ), ma leggo la de-americanizzazione dell’Europa come un processo che limiti l’egemonia degli USA per agevolare un mondo multipolare, possibilmente basato sull’autodeterminazione dei popoli.

[6] Sul senso del potere politico e militare dell’occupazione del territorio europeo da parte degli USA attraverso le proprie basi militari e quelle della Nato, si veda l’intervista ad Alexander Dugin, L’occupazione è occupazione, 29/01/2014, www.millennium.org.

[7] Secondo i dati del Sipri, l’autorevole istituto internazionale con sede a Stoccolma, l’Italia è salita nel 2012 al decimo posto tra i paesi con le più alte spese militari del mondo, con circa 34 miliardi di dollari, pari a 26 miliardi di euro annui. Il che equivale a 70 milioni di euro al giorno, spesi con denaro pubblico in forze armate, armi e missioni militari all’estero in Manlio Dinucci, Quando ci costa la libertà della Nato, il Manifesto, 29/03/2014.

[8] Sui limiti della politica estera degli USA collegati al vecchio retaggio da guerra fredda, sulle difficoltà di impostare una politica estera adatta alla nuova fase multipolare che si sta delineando e sulle lacune nonché sui conflitti decisionali basati su vecchi schemi cognitivi e su un modello decisionale istituzionale che esalta l’esecutivo, la natura elitaria, la lotta interistituzionale, i “groupthink”, si veda l’interessante articolo di Giulia Micheletti, Le origini interne della strategia geopolitica statunitense, 03/03/2014, www.eurasia-rivista.org.

[9] Matteo Luca Andriola, Il trattato di Velsen e l’Eurogendfor, 13/03/2014, www.comunismoecomunita.org.

[10] Per la città di New York come simbolo della modernità, si veda Marshall Berman, L’esperienza della modernità, il Mulino, Bologna, 1985.

[11] Giovanni B. Teràn, La nascita dell’America spagnuola ,in Leonardo Benevolo e Sergio Romano, a cura di, La città europea fuori d’Europa, Libri Scheiwiller, Credito Italiano, Verona, 1998, pag.79. Si legga Fernand Braudel, Le strutture del quotidiano. Civiltà materiale, economia e capitalismo ( secoli XV-XVIII), Einaudi Torino, 1982, volume primo.

[12] Commissione delle Comunità Europee, Libro verde sulla coesione territoriale. Fare della diversità territoriale un punto di forza, 6/10/2008, www.europa.eu, pp. 3 e 5.

[13] Si veda David Harvey, Città ribelli, il Saggiatore, Milano, 2013; Mike Davis, Il pianeta degli slum, Feltrinelli, Milano, 2006;Alessandro Petti, Arcipelaghi e enclave. Architettura dell’ordinamento spaziale contemporaneo, Bruno Mondadori, Milano, 2007.

IL PAPA E L’ANTIPAPA, di Giuseppe Germinario

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Dopo otto anni di fatiche presidenziali, Barack Obama ha deciso di concedersi un lungo meritato periodo di riposo. Un paio di settimane di soggiorno in Polinesia, presumibilmente di vero ozio, seguite da una lunga permanenza in Italia, assieme ai familiari, dai primi di maggio ed ancora in corso, sia pure inframezzato, stando almeno ai comunicati ufficiali, da un frettoloso rientro di pochi giorni negli Stati Uniti.

A un reduce di cinquantasei anni, ancora nel pieno delle energie, non si può certo chiedere un istantaneo rientro nell’anonimato della vita quotidiana, magari in pantofole davanti al televisore e con i nipotini che ancora mancano all’appello. Eccolo, quindi, presenziare nel frattempo a incontri e convegni per altro lautamente remunerati sull’alimentazione, sulla crisi climatica, sulla ecologia, sulla fame nel mondo; sulle tragedie che affliggono, come maledizioni divine o “umane”, il significato è pressoché simile, il genere umano.

Bisognerà concedergli anche il necessario periodo di adattamento da una vita di sfarzi e protezioni regali a quella di inerme cittadino e concedergli l’indulgente e benevolente comprensione ai suoi pernottamenti da diecimila dollari a notte e alle sue scorte blindate, ben più ingombranti della decina di automezzi destinati solitamente ad un convoglio presidenziale.

La fragilità dell’uomo affiora, però, guardando agli itinerari europei dei suoi spostamenti e alle persone dai quali più o meno riservatamente cerca conforto e riconoscimento. Solitamente la nostalgia comincia ad insinuarsi nel vuoto di aspettative, ma solo dopo un certo tempo.

In Obama, questo tratto è apparso praticamente il giorno stesso del suo abbandono della Casa Bianca. Quanto il personaggio sia abbarbicato ed affezionato agli incarichi di prestigio lo abbiamo visto nella fase di transizione, di passaggio delle consegne al nuovo presidente; non ha fatto altro che disseminare di trappole e di fatti compiuti una fase di passaggio che dovrebbe invece agevolare il più possibile l’ingresso del neoeletto. Quasi una ripicca per la sconfessione di otto anni di “change”.

A maggio ha fatto qualcosa di più. Si è guardato bene dal metter piede in casa saudita e in Israele, ancor meno in Egitto e in Turchia, paesi dalle spiagge altrettanto rinomate; segno che qualche traccia di realismo e di istinto di sopravvivenza deve essergli rimasto. In Europa, invece, ha ripercorso e soprattutto anticipato l’itinerario politico, già tracciato da un anno, di Trump al G7 e al Quartier Generale della Nato. Potrebbe apparire una preoccupante dissociazione della personalità, di chi si vede ancora investito delle trascorse funzioni, senza averne diritto, incapace di metabolizzare il trapasso.

Sta di fatto che il suo soggiorno in Italia è stato punteggiato da incontri pubblici e soprattutto riservati, ancorché protetti da una cortina assoluta di discrezione. Non sono mancate le puntate in Germania ad incontrare Angela Merkel e non sappiamo chi altri sino ad arrivare in Scozia, a meno di un ripensamento ufficialmente legato a problemi di sicurezza.

Si insinua il sospetto che la spiegazione psicologica di questo comportamento sia assolutamente riduttiva.

In effetti Obama aveva dichiarato più volte che la fine del suo impegno politico non avrebbe coinciso con quello del suo mandato presidenziale; la disfatta della Clinton ha certamente aperto la strada ad una sua presenza meno discreta volta a ricostruire il malconcio Partito Democratico senza grandi concessioni alle derive social-radicali, ormai ben radicate, espresse da Sanders e messe in quiescenza con qualche furbata di troppo nelle primarie democratiche del 2016. La coincidenza al momento di questa ambizione con gli interessi e le strategie di gran parte dello stato profondo impegnato a neutralizzare ed orientare le velleità conciliatrici verso la Russia e a impedire lo sconvolgimento del sistema di relazioni geoeconomiche perpetrati dalla parte più militante delle forze sostenitrici di Trump consente a BO (Barach Obama) di assolvere contemporaneamente ad entrambi gli impegni. A normalizzazione eventualmente compiuta lo Stato Profondo potrà finalmente tornare a disporre nuovamente di più opzioni politiche e BO potrà rifugiarsi in lidi più tranquilli, nella routine dello scontro tra gli scenari classici del palcoscenico politico.

Il viaggio di Trump in Medio Oriente e in Europa ha sancito lo stato avanzato di questa sua normalizzazione e il prezzo doloroso che una parte del vecchio establishment rischia di pagare a questo successo.

La clamorosa riattribuzione del ruolo egemone dei sauditi nel contesto arabo-sunnita suona come un campanello di allarme sulla persistenza della solidità di legami tra i Saud e la fazione democratica americana, rivelata apertamente dagli archivi di Wikileaks.

Un investimento che poggia sul sodalizio, tutto da rinsaldare ma con costi e incognite fondamentali, di due paesi “minori” di quell’area le cui ambizioni possono essere soddisfatte solo con l’esplicito appoggio esterno. I due paesi sono ovviamente Israele, “minore” per la sua collocazione geografica ed il peso demografico, e l’Arabia Saudita, ancora più esposta nella sua influenza ideologica ed economica, grazie alla crisi irreversibile e progressiva del petrolio. I costi a carico di Israele sono l’eventuale accordo per un definitivo riconoscimento di status dei palestinesi; a carico dei sauditi il rischio connesso a un tradimento dell’ISIS e all’ulteriore sacrificio della componente sunnita irachena già decimata dagli americani e dall’attuale governo dell’Iraq e sopravvissuta grazie al patto militare con l’ISIS. Le incognite sono le ambizioni da potenza regionale dell’Egitto da una parte, in procinto di fondersi con il Sudan e in grado di contrastare efficacemente il predominio ideologico dei sauditi; della Turchia, dall’altra, attualmente sospesa, ma tentata e spinta a realizzare un sodalizio con l’Iran, con pretese le quali, se non ben soppesate, rischiano di destabilizzarla ulteriormente. Il bersaglio immediato ridiventa l’Iran. La migliore condizione di realizzazione del piano sarebbe una accondiscendenza più o meno tacita delle due superpotenze emergenti, eventualmente timorose di veder sorgere al proprio fianco un competitore geopolitico del calibro della coppia Turchia-Iran. Una preoccupazione minore per la Russia, piuttosto che per la Cina. Una trama azzardata, ma che consentirebbe a Trump di ottenere sul piano economico e sociale, grazie ai contratti e alle collaborazioni in via di sottoscrizione, qualche risultato sacrificando i suoi propositi di svolta in politica internazionale.

Cosa c’entrerebbe l’Italia, o meglio la nostra scalcagnata classe dirigente, in tutto questo? C’entra, eccome!

Sin dai tempi dello “smacchiatore” Bersani si preconizzava un nuovo ruolo dell’Italia in Nord-Africa e Medio-Oriente. Lontana dai fasti di Mattei, in realtà il paese si sta riducendo ad una mera funzione di marchio per conto terzi, con tutti gli sballottolamenti legati alla competizione tra i paesi possessori. Piuttosto, come sollecitato da Trump, si chiede di svolgere una funzione di mediazione con Francia, Gran Bretagna e Germania che li spinga all’azione comune contro l’ISIS. Una azione particolarmente rischiosa soprattutto per i primi due paesi, proprio perché l’uso massiccio di queste frange integraliste sono state il veicolo di ritorno della loro influenza nell’area Nordafricana e Mediorientale e potrebbero intensificare le ritorsioni terroristiche in caso di ulteriori voltafaccia.

È certamente uno degli oggetti di disputa tra il Papa Trump e l’Antipapa Obama, l’argomento forte e decisivo di quest’ultimo essendo la precarietà della condizione dell’attuale Presidente e la ventilata sua prematura defenestrazione. Una panacea per una intera classe dirigente europea cresciuta malamente sulla russofobia e sull’espansionismo americano ad est a scapito della propria indipendenza politica, ma evidentemente pronta o quanto meno tentata a cogliere il repentino trasformismo dell’attuale Presidente. In Italia una parte della compagine governativa e della sedicente opposizione pare tentata ad assecondare la richiesta in cambio di un ruolo americano attivo di mediazione in Libia, in funzione antifrancese e antirussa. Ne rimane un’altra, legata al buon Matteo, legata nei suoi abbracci mortali fuori tempo massimo.

L’esito della disputa ci dirà se l’Antipapa si qualificherà come il messaggero diabolico del genio del male o si ridurrà alla figura di un impostore al servizio di una fazione politica ormai compromessa e miserabile. Quanto al Papa, pur con qualche sussulto, il solco pare sempre più quello classico conservatore con una qualche attenzione in più alla coesione sociale interna. L’imprevedibilità e il rivolgimento in un primo tempo sembrano spiazzare i due principali contendenti nello scacchiere internazionale. L’apertura di più fronti ostili, in realtà, rischia di rafforzare i loro propositi di momentanea collaborazione, pur tra le tante debolezze di quelle formazioni sociali e delle loro classi dirigenti ed accentuare il processo di formazione multipolare con tutti i rischi e le opportunità che classi dirigenti adeguate potrebbero affrontare e cogliere nello scenario mondiale.

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