L’identità nazionale compromessa_con Gianfranco Campa

I giri di valzer si susseguono vorticosi; persone apparentemente affidabili si stanno rivelando quantomeno incapaci di sostenere la pressione e mantenere un minimo di coerenza; gli strali partono da più fronti ma stanno convergendo tutti su Donald Trump. Non è stato possibile sconfiggerlo politicamente, lo si dovrà azzoppare in qualche modo. E’ iniziata una campagna che punta a criminalizzare un intero movimento. In pratica la metà del paese. E’ il nemico interno da additare al pubblico ludibrio. A differenza di dieci anni fa, però, gli inquisitori sono poco credibili; hanno il controllo pressoché esclusivo delle leve di potere, ma non il consenso maggioritario e la credibilità necessari. La stessa alleanza che ha portato all’insediamento di Biden, costruita così faticosamente rischia di scricchiolare in qualsiasi momento e di perdere prima del previsto il leader ologramma che hanno appena insediato. Le linee di frattura sono numerose: quella innanzitutto tra i detentori storici delle leve e la componente radicale; quella tra l’ambientalismo e i produttori, accentuata per altro dalla fretta che impedisce alla industria e all’artigianato statunitense di adeguarsi; quella tra l’interventismo militare strisciante e il pacifismo. Ma siamo solo all’inizio. Buon ascolto_Giuseppe Germinario

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L’OROLOGIO DI BIDEN E LA NUOVA QUESTIONE D’ORIENTE, di Antonio de Martini

L’OROLOGIO DI BIDEN E LA NUOVA QUESTIONE D’ORIENTE
Nella sua foga di prendere le distanze dalla politica di Trump smaccatamente favorevole a Israele e rigida verso il resto del Vicino Oriente, il Presidente Biden ha dato rilievo al fatto che ha atteso quattro settimane prima di telefonare al premier Netanyahu.
Il problema è che si è anche astenuto da ogni altra forma di intervento sugli attori dell’area, consentendo a ciascuno di progettare pericolosi scenari pro domo sua.
Gli israeliani, in queste quattro settimane, certi di non poter piu godere degli stessi atteggiamenti di complicità evidente e desiderosi di mettere l’amministrazione democratica USA di fronte a fatti compiuti, ha elaborato una nuova strategia.
Si tratta della teoria di “ una guerra piccola tra due grandi” testata con una manovra militare chiamata “ giorni di combattimento” svoltasi nei giorni scorsi alla frontiera libanese.
In buona sostanza è una riedizione della politica delle “ spedizioni punitive” degli anni passati consistenti in puntate offensive in territorio libanese limitate nel tempo e negli scopi.
Ma dall’altra parte non c’è più solo il pacifico Libano. C’è l’Hezollah, l’obbiettivo strategico di cui vorrebbero aver ragione ma di cui non riescono a valutare il potenziale e la crescita provocata dalla guerra di Siria.
C’è anche la forte tentazione da parte di Netanyahu di decidere le sorti delle elezioni politiche generali che si terranno tra un mese ( per la quarta volta in poco piu di un anno), con un blitz militare di successo che elimini depositi e officine mimetizzate nei villaggi abitati da civili.
A queste minacce e a questa strategia l’Hezbollah ha risposto con un video.
Assieme a riprese del Premier e di alti gradi israeliani che biasimano il miscuglio tra impianti militari e abitazioni civili minacciando distruzioni, il video assume un aspetto da briefing militare mostrando immagini satellitari del territorio israelo palestinese – con tutti i riferimenti geografici del gergo militare- indicanti identico miscuglio tra abitazioni civili e installazioni militari con esatta specifica della natura di ciascuna installazione.
Poi espone la strategia Hezbollah della “ risposta equilibrata” .
Se verrà colpita una abitazione, la risposta colpirà una abitazione. Se un villaggio, un villaggio, se una città, una città….
L’ampiezza e l’accuratezza degli obbiettivi indicati non lascia dubbi circa la credibilità della minaccia e la professionalità della preparazione.
La capacità balistica avversaria gli israeliani la conoscono già.
Qualcosa di simile è accaduto nei giorni scorsi nel kurdistan iracheno, nei pressi di Erbil , dove una base con personale e contractors americani – finora off limits- è stata oggetto di un attacco di una nuova formazione chiamata “ i guardiani del sangue.”
In pratica, ciascun protagonista dello scacchiere dispone di una nuova strategia mentre la nuova amministrazione americana brancola nel buio.
Il nuovo segretario di Stato Blinken ha dovuto frettolosamente rettificare una frase infelice del suo portavoce dubitativa di una dichiarazione turca circa l’eliminazione di 13 ostaggi turchi in mano ai curdi.
In Afganistan, in attesa della promessa evacuazione entro il 1 aprile, i talebani hanno lanciato la solita offensiva di primavera.
La tensione cresce in attesa di una iniziativa conciliatrice USA verso l’Iran, stremato dalle sanzioni ingiustificate, che ritarda e dà la sensazione – errata- che l’esagitato abbia lasciato il posto al rimbambito.
L’orologio americano è rimasto fermo a quando il mondo rispettava i suoi tempi.
Un tempo credevamo che i nemici degli USA fossero anche i nostri. Ora non più.
Hanno esagerato.

Negli States il diavolo e la pentola!…..ma il coperchio?_ con Gianfranco Campa

Negli States la preda pare sempre sul punto di rimanere intrappolata, ma ancora una volta riesce a farsi beffe dei cacciatori. Questo perchè i cacciatori sembrano prescindere dal contesto politico-economico nel quale si muove Trump; forse mancano ancora degli strumenti e delle capacità necessarie ad elaborare e costruire un progetto politico che riesca in primo luogo a legittimarli e renderli credibili. Proseguono a tentoni, ma così possono sperare solo in qualche colpo fortunato. Sembra una storia senza fine, ma solo fino a quando il movimento avverso non riuscirà ad esprimere una nuova e più solida leadership. E’ probabilmente il vero obbiettivo che sta attualmente perseguendo Trump. Sarà quello l’inizio vero della fine di questa farsa sempre più grottesca. Buon ascolto, Giuseppe Germinario

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quale politica estera degli Stati Uniti di Biden_di Orbis Géopolitique

Rispetto a Donald Trump, Joe Biden padroneggia con facilità il funzionamento della geopolitica. La sua carriera politica come Presidente della Commissione Affari Esteri del Senato gli ha infatti dato l’opportunità di interessarsene da vicino. Uomo di compromesso, multilateralista, desideroso di riallacciarsi alla strategia del suo ex mentore Barack Obama, si prepara quindi a rompere con l’eredità di Trump. Una svolta a 180 0 per gli Stati Uniti?


Dopo D. Trump, unilateralismo e patriottismo economico lasceranno il posto a una nuova diplomazia. Notizia ? Non esattamente, perché J. Biden è la coppia Obama-Clinton alla Casa Bianca. Sebbene gli interessi degli Stati Uniti rimarranno sempre rivolti all’Estremo Oriente e continueranno quindi a voltare le spalle all’Europa, che B. Obama aveva già avviato con il “perno a est”, molti cambiamenti diplomatici vedranno la luce del giorno . In realtà, è la tattica che cambierà e non proprio la strategia.

Ma cosa sarà concretamente?

In un tweet del 7 luglio 2020, J. Biden ha dichiarato: Ripristinerò la nostra leadership sulla scena internazionale. “Se D. Trump non lo ha necessariamente annientato, ha senza dubbio limitato notevolmente il volto interventista degli Stati Uniti. Per quanto riguarda l’Europa, prima di tutto, J. Biden desidera tornare alla politica perseguita dal suo ex mentore. Sotto B. Obama, infatti, aveva promosso l’allargamento della NATO e un conseguente riavvicinamento all’Unione Europea. J. Biden desidera quindi riconquistare un ruolo di primo piano in un’Europa divisa e desiderosa di costruire una certa autonomia strategica. Quindi, se il nuovo presidente sarà più accomodante nei confronti dell’Occidente, ricordiamoci che non cederà alle spese del vecchio continente nei confronti della NATO. Un ritornello che suggerisce nuove crisi all’interno dell’Alleanza Atlantica.

D’altra parte, ed è qui che emerge indiscutibilmente il lignaggio di Clinton, Biden è fermamente contrario a qualsiasi forma di riavvicinamento con la Russia. Senza soffermarsi sul fatto che sia contro Vladimir Putin o contro la Russia che gli Stati Uniti si oppongono, conserviamo questa frase che Biden ha pronunciato lo scorso aprile a Foreign Policy  : “Per contrastare l’aggressione russa, dobbiamo mantenere le capacità militari dell’alleanza ad alto livello mentre espandere la propria capacità di affrontare minacce non tradizionali, come corruzione armata, disinformazione e furto di computer. “ Una formula che dimostra, ancora una volta, che la Guerra Fredda non è finita.

In Medio Oriente, il presidente Biden romperà, in parte, con la geopolitica intrapresa dall’amministrazione Trump. Volendo staccarsi dalle alleanze turca e saudita, che considera troppo offensive nello Yemen in particolare, è soprattutto nei confronti dell’Iran che la diplomazia americana si evolverà notevolmente. L’accordo di Vienna del 14 luglio 2015, sull’allentamento delle sanzioni americane, tornerà sul tavolo dei negoziati. Una scelta che contraddice la sua politica fermamente filo-israeliana, illustrata dal fatto che non invertirà le azioni di Trump nei confronti dello Stato ebraico. Il riavvicinamento con la Repubblica islamica spezzerà, in questo senso, l’eredità del suo predecessore che aveva fatto di tutto per unire gli Stati del Golfo a Israele contro l’Iran. Ma il nuovo inquilino della Casa Bianca continuerà, come ha fatto Obama, ma anche il suo predecessore, il ritiro americano dal Medio Oriente. Questa regione sembra quindi non essere più il centro degli interessi statunitensi. Infine, tieni presente che Biden metterà fine alMuslim Ban , che consentirà nuove relazioni con gli stati musulmani presi di mira.

Così, la nuova geopolitica degli Stati Uniti sarà un vero ritorno a quella guidata da Obama. Sotto quest’ultimo, Biden aveva creato la Trans-Pacific Partnership, che Trump ha sepolto, e ha sempre favorito il compromesso contro la Cina. Ma quale sarà il suo atteggiamento nei confronti di Pechino, mentre infuria la guerra geopolitico-commerciale tra i due stati?

L’amministrazione Biden sarà quindi molto prevedibile, perché, a differenza del suo predecessore, sarà un fervente difensore del diritto internazionale e lo privilegerà sugli equilibri di potere. Volendo costruire, ad esempio, un Summit delle Democrazie e chiedendo il reinserimento degli Stati Uniti nell’Organizzazione Mondiale della Sanità o negli accordi sul clima di Parigi, Joe Biden farà rivivere la classica geopolitica degli Stati Uniti. Niente più realpolitik . Venato di neo-conservatorismo, nei suoi rapporti con la Russia e nella misura in cui affermava che “l’America è un faro per il mondo” , tornerà e riporterà il mondo allo status quo ante. Previsioni che dovranno poi fare i conti con la realtà e gli imprevisti delle relazioni internazionali.

https://www.revueconflits.com/joe-biden-politique-exterieure-orbis/

 

Giochi spericolati, di Giuseppe Masala

Sta facendo scalpore la vicenda dell’azienda americana di videogames GameStop. I fondi hedge di Wall Street ne avevano decretato la morte posizionandosi al ribasso per farne crollare le quotazioni. Inaspettatamente parte un passa parola tra gli utenti di gaming americani che stimano evidentemente questa società e decidono di acquistare in massa i titoli di GameStop. Il risultato è sconvolgente per i Signori di Wall Street: il titolo inizia a correre in borsa con una risalita del corso azionario. A questo punto i fondi hedge si ritrovano con il cerino in mano avendo venduto allo scoperto e dovendo riacquistare i titoli per coprirsi a prezzi altissimi. I Signori di Wall Street si ritrovano a perdere miliardi di dollari e in alcuni casi rischiano il fallimento. Apriti cielo, pure la Yellen tutta preoccupata dice che sta seguendo la situazione. E non ho capito; per una volta che abbiamo avuto la riprova che la Mano Invisibile può esistere e che non sempre ci sono posizioni dominanti nel mercato questi si scandalizzano anzichè fare i salti di gioia.
Attenzione che è molto importante questa storia; se capiscono che 1 milione di persone con 1000 euro coordinate tramite social valgono più dei signori di Wall Street vedremo in futuro cose molto ma molto interessanti e vedremo i politici che – tutti preoccupati – diranno che non ci si può coordinare (mentre se si coordinano gli squali delle borse va bene) e che serve una legge contro il “Gang Trading”…

 

Comprendonio
Vedete come hanno capito subito? Ora si sono lanciati su Nokia che sta segnando un rialzo del 19% e su Telegram è tutto un florilegio di gruppi dove si invita a comprare Nokia. Fantastici, hanno capito che centomila formichine coordinate abbattono un Mammuth di Wall Street. Aspettiamo le dichiarazioni preoccupate di giornalisti, economisti e politici contro i fascio sovranisti che dallo spacciare fake news per favorire Trump sono passati all’attacco delle borse perturbando i giochi. E poi alla fine qualcuno dirà che questo fenomeno è organizzato degli hacker di Putin. Claro.
Nessuna descrizione della foto disponibile.
La stangata dei Redditers.
Assume risvolti sempre più emblematici la vicenda della società americana GameStop quotata sul Nasdaq. Riassumo brevemente: una comunità che si scambia opinioni su Reddit decide di agire in maniera coordinata acquistando le azioni della società e ponendo in enorme difficoltà gli hedge fund di Wall Street che erano tutti posizionati al ribasso (vendevano allo scoperto). Le azioni della società hanno iniziato a salire esponenzialmente lasciando letteralmente in brache di tela i grandi specutori finanziari. Parte immediatamente una canea, Reddit blocca il gruppo (non si sa bene per quale motivo), i politici americani si dicono preoccupati (ma e il libero mercato vale solo quando guadagnano i loro amici?), i giornali iniziano a demonizzare attaccandosi sulle solite frasi “zezziste, razziste, omofobe” presenti nel gruppo e ora addirittura la Ceo del Nasdaq dice che bisogna interrompere le contrattazioni perchè i grandi investitori abbiano tempo per riposizionarsi rispetto al titolo. Ecco, mi soffermo su questo ultimo punto. Avete mai letto di un amministratore di un mercato finanziario che chiede l’interruzione delle contrattazioni su un titolo di stato per evitare che in quella nazione vengano chiuse scuole, ospedali, aziende a causa della speculazione? Avete mai sentito chiedere una cosa del genere per salvare la Grecia? No, mai. Il mercato non si ferma, la mano invisibile deve agire per efficientare il sistema. Ora però che la mano invisibile lascia a pane e unghie gli hedge fund degli squali di Wall Street il mercato si può fermare per evitare i fallimenti.
Ecco, io non credo che i Redditers che hanno organizzato questa stangata micidiale avessero in mente i risvolti politici. Volevano solo spennare come polli chi in genere spenna gli altri. La legge del contrappasso. Ma indipendentemente da questo, la loro azione ha una valenza politica enorme: è chiaro che il Re è nudo.
“Il libero mercato vale fino a quando i miei amici vincono. La libertà di opinione vale fino a quando non danneggi i miei politici con le pubblicazioni sui social. Le elezioni valgono fino a quando voti chi dico io, se no scoppia una pandemia e m’invento 10 milioni di voti via posta per il mio candidato. La democrazia vale fino a quando mi conviene”. Questo è ciò che ci comunicano Lorsignori.
Prendiamo atto che abbiamo vissuto in una realtà virtuale. Sotto tutti gli aspetti. Intanto ringraziamo i pazzi Redditers che si sono inventati la più divertente stangata che si sia mai vista sui mercati finanziari.
Intanto i pazzi di Reddit tornano alla carica (dopo che ieri SEC e Governo Usa hanno fatto di tutto per bloccarli compresa la disattivazione degli acquisti sulle piattaforme di trading): GameStop (GME) oggi sta a +61%.
Reuters intanto ci informa che i danni causati (fino ad ora) alle posizioni short delle istituzioni finanziarie sono quantificabili in 70 miliardi di dollari (settanta miliardi di dollari). Stasera compro popcorn e birra ghiacciata 🍿🍿🍿🍺🍺🍺
NB_tratto da Facebook

GLI USA ACCENTUANO LA FASE MULTICENTRICA, a cura di Luigi Longo

GLI USA ACCENTUANO LA FASE MULTICENTRICA

 

a cura di Luigi Longo

 

Suggerisco la lettura dell’interessante intervista di Michel Raimbaud, diplomatico francese, professore di relazioni internazionali al Centre d’Études Diplomatiques et Stratégiques (CEDS), rilasciata alla redazione de l’Antidiplomatico in data 22/1/2021 e pubblicata sul sito www.lantidiplomatico.it.

E’ una lucida intervista nella quale vengono messe a fuoco con chiarezza questioni importanti: le cosiddette primavere arabe, l’aggressione alla Libia e alla Siria, il ruolo degli Stati del Golfo Persico, il gioco degli agenti strategici statunitensi nei luoghi istituzionali per affermare il proprio potere, l’uso dei mass media occidentali, la funzione della Cina e della Russia.

Gli Usa, passata la farsa delle elezioni politiche, riprendono, cambiando tattica ma non strategia, l’uso della forza per contrastare il loro declino: le azioni sono ricominciate con il rafforzamento delle truppe in Siria; le provocazioni, con il primo cacciatorpediniere FDNF (Forward Deploved Naval Forces) entrato nel Mar Nero, che insieme agli interventi della Nato, non facilitano la stabilità della regione, anzi, come sostiene il ministero degli Esteri russo << […] con la loro attitudine aggressiva mostrano di volere piuttosto destabilizzare la regione.>> (1); gli attacchi mettono<< […] nel mirino la Russia e la Cina mandando i primi duri segnali alle due superpotenze rivali. Il primo è contro la repressione di Mosca delle manifestazioni a favore dell’oppositore Alexiei Navalny. Il secondo contro le “intimidazioni” cinesi a Taiwan, nel giorno in cui i bombardieri di Pechino hanno sorvolato lo spazio aereo dell’isola che il Dragone vorrebbe riportare sotto le proprie ali, dopo la stretta su Hong Kong. […] >>; le ritorsioni riprendono con le << […] nuove sanzioni sulle interferenze russe nelle elezioni, sui cyber attacchi, sull’avvelenamento di Navalny e sulla violazione dei diritti umani. >> (2).

La guerra contro la Siria, << […] “Cuore pulsante dell’Arabismo”, sede dei primi califfi, centro d’influenza dell’Islam illuminato e culla del cristianesimo, la Siria […] ha goduto grande prestigio tra arabi e musulmani.  . […] è un paese radioso per natura. Un paese prospero, indipendente, stabile, autosufficiente, che produce la maggior parte di ciò che consuma e consuma ciò che produce, un paese senza debito estero o dipendenza dal FMI e dalla Banca mondiale >>, assume una valenza strategica per il Grande Medio Oriente (3) dove si delineano sempre più i poli contrapposti tra gli Stati Uniti d’America da una parte e la Cina e la Russia dall’altra. La Siria può diventare il punto di svolta della fase multicentrica (4).

E’ l’area del Grande Medio Oriente che va egemonizzata dagli USA per rompere il formarsi del polo Cina-Russia (sempre più coordinato). Sono le due potenze mondiali che mettono in discussione l’indispensabilità unilaterale degli Sati Uniti e lottano per un mondo multicentrico.

L’Unione Europea? Non conta perché non è una nazione (espressione di una federazione delle nazioni europee), non è un soggetto politico autonomo e indipendente con una visione strategica tra Oriente e Occidente. Essa è stato un progetto pensato, realizzato e utilizzato, nella fase monocentrica, dagli Stati Uniti per le proprie strategie di dominio mondiale.

L’Italia? Una espressione geografica, al servizio degli USA e dei loro principali servitori (Germania e Francia), governata da:

 

<< Facce che lasciano intendere di sapere tutto e non dicono niente
Facce che non sanno niente e dicono di tutto
Facce suadenti e cordiali con il sorriso di plastica
Facce esperte e competenti che crollano al primo congiuntivo
Facce compiaciute e vanitose che si auto incensano come vecchie baldracche
Facce da galera che non sopportano la galera e si danno malati
Facce che dietro le belle frasi hanno un passato vergognoso da nascondere
Facce da bar che ti aggrediscono con un delirio di sputi e di idiozie
Facce megalomani da ducetti dilettanti
Facce ciniche da scuola di partito allenate ai sotterfugi e ai colpi bassi
Facce che hanno sempre la risposta pronta e non trovi mai il tempo di mandarle a fare in culo
Facce che straboccano solidarietà
Facce da mafiosi che combattono la mafia
Facce da servi intellettuali, da servi gallonati, facce da servi e basta
Facce scolpite nella pietra che con grande autorevolezza sparano cazzate
Non c’è neanche una faccia, neanche una he abbia dentro con il segno di qualsiasi ideale una faccia che ricordi il coraggio, il rigore, l’esilio, la galera.

No, c’è solo l’egoismo incontrollato, la smania di affermarsi, il potere, il denaro, l’avidità più diffusa, dentro a queste facce impotenti e assetate di potere […] >> (5).

 

 

 

NOTE

 

1.Redazione de l’Antidiplomatico, Nave da guerra USA entra nel Mar Nero vicino alla Russia, www.lantidiplomatico.it, 23/1/20121.

2.Redazione Ansa, Biden mette subito nel mirino la Russia e la Cina, www.ansa.it, 25/1/2021.

3.Roberto Aliboni, a cura di, La Nato e il Grande Medio Oriente, www.iai.it, 2005.

4.Luigi Longo, La Siria punto di svolta della fase multicentrica, www.italiaeilmondo.com, 15/4/2018.

5.Giorgio Gaber, Mi fa male il mondo in Album “E pensare che c’era il pensiero”, www.giorgiogaber.it, 1995.

 

 

 

 

LA PREMESSA REDAZIONALE

 

AMB. RAIMBAUD A L’AD: “IN LIBIA E SIRIA, I MEDIA OCCIDENTALI HANNO FAVORITO GLI AGGRESSORI E I CRIMINALI”

 “Bashar al Assad non ha torto quando dice che non cambierà nulla tra un repubblicano e un democratico in generale, tra Trump e Biden in particolare. Nulla cambierà per il mondo arabo e in particolare per la Siria.” A dichiararlo all’AntiDiplomatico è Michel Raimbaud, decano della diplomazia francese, professore di relazioni internazionali e autore di diversi libri di successo sul Medio Oriente. Dopo una lunga carriera come Ambasciatore nella regione ha visto da vicino l’inizio delle cosiddette “primavere arabe” che per Raimbaud sono stati eventi “manipolati da attivisti formati da ONG occidentali in Occidente”. E ancora: “Questi eventi, che per dieci anni hanno seminato caos, distruzione” hanno creato “un clima di guerra aperta nella maggior parte dei paesi arabi”. Con un’eccezione molto sospetta ricorda l’Ambasciatore francese:“Le monarchie petrolifere (Arabia Saudita e Stati del Golfo) sono state curiosamente risparmiate”.

I danni prodotti sono stati enormi. Paesi distrutti e popoli alla disperazione. Ma la resistenza siriana, come sottolinea ampiamente Raimbaud nel corso della sua intervista, ha segnato un punto di svolta storico, con la Nato e i suoi progetti in stile Libia che sono stati sconfitti: “La Siria è devastata, ma non è stata sconfitta e smantellata dopo dieci anni di guerra spietata con un’aggressione collettiva. Va notato che la Russia, ma anche la Cina, stanno sviluppando congiuntamente una potente cooperazione strategica e che sono entrambi sostenitori della Siria di fronte all’aggressione islamista occidentale.” E la debacle occidentale mostrata sulla vicenda Covid per l’Ambasciatore francese è un segnale fondamentale. “La disastrosa gestione della pandemia negli USA e in Europa occidentale, rispetto al controllo cinese e alla gestione efficace della crisi da parte della Russia. Russia e Cina sono uscite vittoriose sull’Occidente nella lotta anti-Covid agli occhi del mondo.”

L’INTERVISTA

Signor Raimbaud, il 2021 segna il decimo anniversario della cosiddetta Primavera araba. Quale valutazione possiamo fare?

Precisiamo innanzitutto che i movimenti di protesta scoppiati dal dicembre 2010 (in Tunisia) alla primavera 2011 non sono ovviamente né “primavere” politiche, né “rivoluzioni pacifiche e spontanee” per la democrazia e per i diritti umani. Sebbene inizialmente attirassero persone di buona fede che combattevano contro la corruzione e i regimi autoritari, divenne presto evidente che i movimenti erano supervisionati, addestrati e manipolati da attivisti formati da ONG occidentali in Occidente, con tecniche standardizzate di mobilitazione, propaganda e organizzazione, apprese sul campo grazie alle rivoluzioni colorate che hanno portato allo smantellamento dell’ex Jugoslavia negli anni ’90 (movimento OTPOR = resistenza).

Dalle corporazioni mediatiche dominanti sono state descritte come “lotte per la democrazia e per i diritti umani”. Che cosa sono state in realtà?

Le richieste riguardavano la partenza dei Capo di Stato, il cambio di governo e riforme volte ad indebolire o distruggere lo Stato, le istituzioni, gli eserciti (obiettivi prioritari per i “rivoluzionari” sempre ispirati dall’estero, per gli occidentali e per Israele). Le invocazioni alla democrazia e ai diritti umani sono esche intese ad attirare le simpatie dei protettori e degli “amici” occidentali. Queste rivolte organizzate, orchestrate, manipolate e presto pesantemente finanziate e armate dall’estero (i paesi anglosassoni tramite le ONG) degenereranno in conflitti e situazioni caotiche, estendendosi di paese in paese dal Maghreb al Mashrek. Questa cascata di tragedie non è un susseguirsi di guerre civili isolate e spontanee, come suggerisce la falsa versione trasmessa in Occidente per nascondere la grossolana ingerenza dell’Impero Atlantico. Nel loro insieme, costituiscono le componenti di un piano di destabilizzazione e distruzione (non possiamo ripeterlo abbastanza) concertato, immaginato, teorizzato dall’America, dai suoi genitori anglosassoni e dal suo ramo israeliano. Questa impresa si affida ovviamente a staffette, complici, alleati in tutti i Paesi interessati: in primo piano le forze estremiste islamiche: spesso i Fratelli Musulmani, patrocinati da Turchia e Qatar oppure i movimenti influenzati dai wahhabiti del ‘Arabia Saudita o dagli Emirati Arabi Uniti o altri paesi del Golfo. Senza questa alleanza aperta e finalmente riconosciuta dagli stakeholder tra Occidente e Israele da un lato, Stati e forze islamiste dall’altro, non ci sarebbero state “rivoluzioni”, che prenderanno varie svolte e sperimenteranno vari sviluppi.

Dalla Tunisia alla Libia è stata una rapida escalation. Il piano iniziale per eliminare Gheddafi è saltato e si è dovuti intervenire con una guerra criminale i cui effetti pesano ancora oggi. E’ stata la resistenza del popolo siriano a fermare il piano di completa destabilizzazione dell’aera pensato a Washington?

I primi risultati si notano subito in Tunisia, poi in Egitto (con la cacciata di Ben Ali e Mubarak dopo poche settimane), i processi elettorali metteranno al potere piuttosto rigidamente i Fratelli Musulmani, poi verrà l’instabilità politica, insicurezza, destabilizzazione. In Algeria e Mauritania, una prima “primavera” è stata segnalata nel gennaio 2011 e soffocata. Allo stesso modo in Marocco, dove il re ripristinò rapidamente la situazione, e in Bahrain, dove l’Arabia intervenne per salvare la dinastia sunnita contro una popolazione sciita. Il trambusto non si è mai fermato. La “rivoluzione” prende piede in Yemen e si trasforma in guerra civile: dura fino ad ora. La Libia e poi la Siria vengono colpite. La Jamahiriya di Gheddafi dovrà affrontare l’intervento illegale della NATO, la secessione e il caos. Gheddafi sarà assassinato dai “rivoluzionari” aiutati dai “servizi” occidentali. Lo stato è distrutto e non si è mai ripreso. La Siria sperimenterà la guerra contro il jihadismo, gli occidentali, gli islamisti e il terrorismo, gli “Amici del popolo siriano” (114 stati alla fine del 2012, numero che poi si scioglierà). La poliedrica guerra (“Le guerre della Siria”, titolo del mio ultimo lavoro, pubblicato nel giugno 2019)) assumerà rapidamente le sembianze di una guerra di aggressione, anche nei suoi aspetti jihadisti e terroristici più violenti e spettacolari. Questi eventi, che per dieci anni hanno seminato caos, distruzione e creato un clima di guerra aperta nella maggior parte dei paesi arabi ma anche nel Medio Oriente “allargato” (il Grande Medio Oriente di George W. Bush), hanno evidenziato prova del confronto globale tra l’America e il suo impero israelo-anglosassone da un lato e i due Grandi “emergenti” o “rinati” dell’Eurasia e dei loro alleati dall’altra. In questo confronto politico ed economico globale , finanziari, militari, strategici, ideologici e geopolitici, i paesi del Grande Medio Oriente sono una posta in gioco, un campo di battaglia e attori decisivi (cfr. Il mio libro “Storm on the Greater Middle East” 2015 – 2017). Tornerò su questo più tardi.

È interessante notare che quasi tutti i paesi repubblicani arabi sono stati colpiti da questa “epidemia”, dal Nord Africa al Medio Oriente, così come due monarchie, Marocco e il Bahrein. Le monarchie petrolifere (Arabia Saudita e Stati del Golfo) sono state curiosamente risparmiate, mentre i loro regimi sono i più arretrati, ma sono sostenuti dagli Stati Uniti e dall’Occidente. Per quanto riguarda il ruolo dei media, merita un libro a parte. Lo menziono in una risposta seguente.

Facciamo un passo indietro. I leader di Libia e Siria, Gheddafi e Assad, nel 2010 visitano paesi europei come l’Italia e la Francia, con rapporti che sembrano cordiali. Un anno dopo, la Libia vive le rivolte che hanno portato all’assassinio di Gheddafi e inizia una guerra in Siria con Assad che resiste. La stessa Turchia di Erdogan aveva ottimi rapporti con la Siria. Cosa ha causato questo cambiamento di rotta?

I rapporti erano indubbiamente ingannevolmente cordiali nei due casi da lei segnalati; Questi due casi devono essere separati. Si tratta più o meno per gli europei di ottenere dai capi di Stato, noti per la loro fermezza nei principi e la loro fedeltà nelle alleanze, nelle concessioni politiche, strategiche o economiche (in materia di petrolio o gas), senza che ci fosse una controparte dalla parte di Parigi o di Roma. Per quanto riguarda la Libia, penso che l’idea era quella di riuscire a convincere Gheddafi a rinunciare a qualsiasi progetto nucleare (lo farà) e ai suoi piani per l’indipendenza e l’unità economica, finanziaria e monetaria dell’Africa (non lo farà e quindi andava “punito”). Il caso siriano è un po’ diverso. La Francia fu apparentemente responsabile di aver trasmesso la pressione americana di W. Bush e Colin Powell su Bashar al Assad, al fine di convincere quest’ultimo a rinunciare alla sua alleanza con l’Iran e alle sue relazioni con Hezbollah, per compiacere Israele. Il presidente siriano non si arrese, e gli chiesero un risarcimento per i progetti dell’oleodotto. Bashar al Assad ancora non si arrese, la doveva pagare. Capito che questi punti sono probabilmente solo la parte emergente del caso. Nel 2010/2011 a Washington è scritto in modo chiaro che la Siria deve essere distrutta. In assenza di un pretesto, lo creeremo. Concessione o assenza di concessione, è scritto che ci sarà guerra grazie all’epidemia di “rivoluzioni”, questa che permette lo scoppio di un conflitto a priori dall’interno, senza che ci siano interferenze troppo appariscenti.

Gheddafi aveva allacciato fruttuosi rapporti politici ed economici con l’Italia, accordi sul petrolio e sulle infrastrutture durante il governo Berlusconi. La guerra contro la Libia che ha visto la Francia di Sarkozi tra i suoi principali promotori, secondo lei, è azzardato dire che è stata una guerra contro l’Italia per mettere le mani sul petrolio libico?

Sì, penso che sia azzardato. Per la Libia, non è soprattutto il petrolio a essere stato preso di mira. Sono soprattutto “i miliardi di Gheddafi”, cioè i fondi libici (probabilmente diverse centinaia di miliardi di dollari) e saranno congelati prima di “sparire”… Ma l’obiettivo principale dell’intervento armato della NATO è liquidare Gheddafi per impedirgli di finanziare un sistema monetario africano indipendente dal dollaro, dall’euro e dall’Occidente. Dovevano quindi distruggere lo Stato libico, cosa che sarà fatta.

Come giudica il ruolo dell’informazione occidentale, del Golfo nei conflitti in Siria e Libia? Quanto è stata importante la propaganda? 

Il ruolo di questi media a cui si riferisce è stato altamente dannoso e la propaganda si è combinata con un vero lavaggio del cervello. Hanno tutti partecipato alla massiccia disinformazione delle opinioni: dalle menzogne degli intellettuali alla disonestà dei politici. I giornalisti e “reporter” sul campo hanno largamente contribuito a una gigantesca truffa intellettuale e ad una cieca unanimità a favore degli aggressori e dei criminali, in Siria come in Libia. I media occidentali hanno fatto molto per distruggere il magistero morale che l’Occidente ed i suoi clienti hanno erroneamente rivendicato.

Che Paese era la Siria prima della guerra?

“Cuore pulsante dell’Arabismo”, sede dei primi califfi, centro d’influenza dell’Islam illuminato e culla del cristianesimo, la Siria, addirittura privata dalla colonizzazione e dai mandati del 40% del suo territorio storico, ha goduto ‘grande prestigio tra arabi e musulmani. In questo paese con un ricco patrimonio archeologico e storico, dove la tolleranza è sancita nei costumi e nella convivialità delle religioni e delle denominazioni nel marmo, abbiamo coltivato e ci sforziamo ancora di coltivare un’arte di vivere che ancora piace ai visitatori. La qualità della sua diplomazia e la coerenza dei suoi impegni e alleanze le hanno sempre attratto rispetto, direi anche nella sfortuna del momento. La Siria è un paese radioso per natura. Un paese prospero, indipendente, stabile, autosufficiente, che produce la maggior parte di ciò che consuma e consuma ciò che produce, un paese senza debito estero o dipendenza dal FMI e dalla Banca mondiale. Un sistema scolastico e educativo libero, efficiente e formativo di un gran numero di laureati e dirigenti di valore, spesso purtroppo tentati dalla diaspora e molti dei quali emigrati durante la guerra. Un sistema sanitario e assistenziale notevole, moderno e gratuito, presente su tutto il territorio siriano, che attraeva gli abitanti dei paesi vicini. Un paese autosufficiente che produceva tutte le gamme di farmaci, anche per l’esportazione. Più in generale, una rete di servizi sociali efficienti. Un’economia moderna in fase di riforma. Potremmo aggiungere “che fine ha fatto la Siria” ricordando alcune cifre e realtà. 400.000 morti, uno o due milioni di feriti e mutilati, sei o sette milioni di siriani “sfollati”, cioè costretti a trasferirsi altrove sul territorio siriano a causa della guerra e terrorismo, Almeno cinque milioni di siriani che si sono rifugiati in Libano, Giordania, Turchia, a volte in Europa, il più delle volte per fuggire dai terroristi, dall’opposizione armata, dagli occupanti, dagli abusi, dalla fame, ecc. . Il 60% del Paese devastato, un altro 20% occupato da turchi, forze americane, europei, appoggiati dai separatisti curdi …

Cosa rappresenta la Resistenza siriana, dopo 10 anni di guerra e sanzioni, anche grazie all’aiuto di Russia, Iran ed Hezbollah? Questo conflitto non si è concluso secondo le agende occidentali, principalmente quella di Stati Uniti e Israele. Questa guerra ha rimodellato l’equilibrio geopolitico con nuovi attori globali come Cina e Russia che ostacolano i piani occidentali?

In parte sì. Certo, la Siria è devastata, ma non è stata sconfitta e smantellata dopo dieci anni di guerra spietata con un’aggressione collettiva a cui hanno preso parte in un modo o nell’altro più di cento membri della “comunità internazionale”, vale a dire più della metà delle Nazioni Unite, nonché a un flusso infinitamente rinnovato di decine o centinaia di migliaia di terroristi che affermano di essere parte della guerra santa. Ha certamente beneficiato del sostegno di alleati fedeli (Iran, Hezbollah libanese, Russia, Cina, persino i movimenti sciiti iracheni, che stanno gradualmente emergendo dall’abbraccio americano), ma resta il fatto che l’esercito siriano ha resistito quasi solo a tutti i nemici sopra citati per quattro anni e mezzo, da marzo 2011 a settembre 2015, la data dell’intervento aereo dell’Esercito russo che si schiera al suo fianco. L’equilibrio geopolitico si è gradualmente spostato ed i piani occidentali e israeliani sono stati ostacolati. Ma l’Occidente non si considera vinto, vietando il ritorno dei profughi, la ricostruzione, la vita normale, attraverso una guerra invisibile (dall’esterno) e silenziosa (o completamente zittita dai media occidentali.

Diversi paesi africani e in particolare alcune monarchie del Golfo hanno ristabilito le relazioni diplomatiche con Israele. Questa mossa, sotto la guida di Trump, è l’ennesimo colpo all’Iran o un colpo decisivo alle rivendicazioni e alla lotta del popolo palestinese?

Non sono nei segreti di Israele, ma credo che ci sia da un lato il desiderio di minacciare l’Iran (l’appoggio di Trump è stato garantito a tal proposito), di sferrare un colpo “decisivo” all’Iran. Gli israeliani pretendono, ma forse soprattutto di demolire simbolicamente l’idea di Palestina, sacra causa degli arabi ”. La normalizzazione con Emirati, Bahrein, e forse soprattutto Sudan, non è più un fatto marginale, soprattutto quando il Marocco si unisce al processo, soprattutto come il sostegno più profondo e intimo, che della Siria (e forse quella dell’Iran) è resa problematica dalla situazione della Siria devastata da dieci anni di guerra, sanzionata e attaccata da una nuova guerra, silenziosa e invisibile, che la soffoca e la strangola.

Quando al presidente Assad viene chiesto se la leadership politica può cambiare negli Stati Uniti tra un democratico e un repubblicano, risponde che non cambierà nulla. Perché sono le lobby, le multinazionali, che decidono il corso della politica americana. Pensa che cambierà qualcosa cambia con Biden?

Il presidente Bashar al Assad non ha torto quando dice che non cambierà nulla tra un repubblicano e un democratico in generale, tra Trump e Biden in particolare. Nulla cambierà per il mondo arabo e in particolare per la Siria. Almeno in linea di principio, perché un cambiamento a Teheran, promesso da Biden, potrebbe avere qualche impatto indiretto sulla situazione in Siria. In effetti, il presidente americano è forse l’uomo più potente del mondo, ma non è, tutt’altro, l’uomo più potente degli Stati Uniti. Così come il Congresso è ben lungi dall’essere onnipotente come talvolta dà l’impressione. È lo “stato profondo” neoconservatore che guida, sostenuto dalla comunità ebraica sionista e dalla potente lobby dei cristiani sionisti protestanti (la Chiesa evangelica in particolare, che rivendica più di 60 milioni di membri in America e 600 milioni nel mondo. ). Le lobby, le 17 agenzie di intelligence statunitensi, che riuniscono senza dubbio più di un milione di agenti, la gerarchia militare, le banche, il GAFAM, fanno parte di questo “stato profondo”: Trump ve lo direbbe probabilmente.

In conclusione, dopo i fallimenti dell’Occidente in America Latina, sulla gestione della pandemia da Covid-19, la presenza di una forte resistenza in Medio Oriente, nuove potenze emergenti come Russia e Cina, possiamo prevedere in tempi non lontani un declino dell’imperialismo occidentale e americano in particolare?

Questo declino è in atto, altrimenti l’America avrebbe già lanciato un assalto a Russia e Cina. La Cina è diventata la prima potenza economica e commerciale del mondo. È la fabbrica del mondo. Sta rapidamente diventando una delle principali potenze militari. La Russia ha riconquistato la parità militare con l’America, senza avere un enorme budget per la difesa, è una grande potenza energetica e sta diventando una grande potenza agricola. Infine, è tornato ad essere un potere di riferimento politico e diplomatico, che vuole garantire il ritorno al diritto internazionale, deriso e distrutto dall’Occidente. Va notato che la Russia, ma anche la Cina, stanno sviluppando congiuntamente una potente cooperazione strategica e che sono entrambi sostenitori della Siria di fronte all’aggressione islamista occidentale. Militarmente e diplomaticamente per la Russia, diplomaticamente specialmente (finora) per la Cina. Infine, visto che si parla del Covid, notiamo la disastrosa gestione della pandemia negli USA e in Europa occidentale, rispetto al controllo cinese e alla gestione efficace della crisi da parte della Russia. Russia e Cina sono uscite vittoriose sull’Occidente nella lotta anti-Covid agli occhi del mondo.

 

 

L’ultimo imperatore, di Gianfranco Campa

Trump ha perso! E’ stato annientato dagli apparati di potere di Washington e globalisti. Il magnate newyorkese era entrato in politica con i fuochi d’artificio e con i fuochi di artificio ne sta uscendo; oscurato e bannato dai giganti dell’High tech, tradito dall’establishment repubblicano. 

Trump lascia la Casa Bianca combattendo “to the bitter end”, fino all’annientamento senza resa. Mi vengono in mente le parole del generale tedesco Paul Conrath, il salvatore dei tesori di Montecassino, comandante della divisione Hermann Göring, che così risponde alla richiesta del suo superiore, il Field Marshal Albert Kesselring “Conrath gli alleati stanno sbarcando in Sicilia, sei pronto?”: “Vuoi un’immediata, spericolata offensiva contro il nemico? Sono il tuo uomo!”  L’atteggiamento di Conrath era in linea con la filosofia del vecchio esercito prussiano: “Non chiedere quanti sono i nemici, chiedi solo dove sono.” Lo slogan aveva senso per un esercito abituato a combattere nemici più grandi e più ricchi e  non aveva quindi altra scelta che enfatizzare la forza di volontà sulle armi, il cuore sull’alta tecnologia. Gli ufficiali prussiani non dovevano ponderare troppo sulle probabilità, ma piuttosto combattere in inferiorità numerica e vincere, dando tutto ciò che avevano. Trump, forse, nella sua stirpe ha qualcosa di Prussiano. Resta il fatto che ha combattuto un nemico infinitamente superiore; più grande, più ricco (Establishment politico/Apparati del Potere/Multinazionali/Istituzioni bancarie e finanziarie/ Establishment scientifico e medico) e tecnologicamente superiore (Mass Media/Silicon Valley). Ha combattuto per tutto il suo mandato in inferiorità numerica pur se guidato da grande volontà e cuore; in stile prussiano appunto. 

Si è avuta comunque sempre la convinzione, in questi ultimi quattro anni, che Trump non avesse mai realmente capito chi fossero i suoi veri nemici.  C’è sempre stata la netta sensazione che giocava a un gioco più grande di lui, un pivello alle prime armi in un mondo pieno di squali e vipere. Detto questo, Trump non ha completamente fallito. Non ha avuto la possibilità di terminare l’opera, ma il partito Repubblicano del vecchio establishment politico non esiste più; ora è il partito non tanto di Trump, quanto del movimento di Trump. Quel movimento nato sulle ceneri dei Tea Party e che aveva adottato Trump come un viatico per picconare il sistema dei poteri. Trump esce di scena, ma il Trumpismo è qui per rimanerci. Cambierà nome, si evolverà, ma non sarà mai più allineato ai vertici del partito Repubblicano. L’establishment ha vinto la guerra con Trump ma nel corso di questa lunga e sanguinosa guerra ha perso il popolo dal quale quel partito è sostenuto; in altre parole i vertici Repubblicani sono ora nudi senza che ci sia una base consistente che li segua. Il loro destino è segnato, in pochi verseranno lacrime al loro crepuscolo.

Trump è uno uomo imperfetto che ha commesso molti errori e con molte lacune; ha però anche portato a compimento molte opere titaniche soprattutto nelle circostanze in cui ha dovuto operare, ostacolato com’era dai centri del potere Americano e internazionale, uniti sotto la bandiera dell’antitrumpismo. La storia, si dice che sia narrata e scritta dai vincitori non dai vinti e sicuramente in questo contesto il mondo accademico, anche questo ostile a Trump, non esalterà di certo le lodi nella narrazione storica delle azioni del presidente Trump. Si spera che fra cento o mille anni, quando la nazione a stelle e strisce sarà un pallido ricordo studiato solo nei libri e nei resoconti didattici, gli storici saranno più obbiettivi nel giudicare uno degli ultimi imperatori di questo tardo impero americano.

Sono molte le imprese compiute da Trump in questi quattro anni, ma la maggior parte della gente, quella che lo scienziato politico Samuel Popkin definisce “Low information voters”, cioè gli elettori (la maggior parte) con una basso livello di conoscenza, nutriti e indottrinati dai mass media e dall’establishment politico, non ne è a conoscenza.

Trump esce e rientra alla Casa Bianca Joe Biden; questa volta nelle vesti del nuovo imperatore, visto che l’ultima volta che bazzicava alla Casa Bianca ne era il vice, secondo solo a sua maestà, bombarolo maximus, il distruttore di mondi, Barack Obama.

Inizia ora il regno dell’imperatore nudo, politicamente corrotto. 47 anni di vita politica nelle stanze del potere di Washington. Che tipo di imperatore sara Biden? Un imperatore fantasma, una figura di facciata, la vera presidente sarà Kamala Harris, la favorita di Obama; per molti versi questa sarà la terza amministrazione Obama in 12 anni. Biden,  prevedo che durerà si e no, non più di  due anni, poi sarà costretto a dimettersi per motivi di salute.  Il futuro della repubblica americana è sprofondato in acque torbide; quello che ne uscirà dall’altra sponda sarà una America completamente diversa da quella vista finora. Si avvererà quello che la teoria generazionale di Strauss-Howe chiama “the Fourth Turning”, la Quarta Svolta, che descrive un ciclo generazionale ricorrente teorizzato nella storia americana e nella storia globale. 

I prossimi mesi e anni saranno di grande tumulto e i cambiamenti si accelereranno a velocità vertiginosa. Non sarà solo l’America, ma di riflesso, tutto il mondo occidentale diventerà testimone, vittima e terreno di azione di cambiamenti epocali, probabilmente non tutti positivi. La storia futura identificherà in Donald Trump uno di quei personaggi che hanno contribuito a distruggere il sistema attuale ormai corrotto e decadente dei poteri politici e geopolitici; a quel punto forse, dico forse, Trump verrà riconosciuto come un protagonista positivo e non negativo. Chi vivrà vedrà!

 

La fase multicentrica/Le elezioni presidenziali.2, di Luigi Longo

La fase multicentrica/Le elezioni presidenziali.2

 

IL DECLINO USA È SEMPRE PIÙ EVIDENTE

di Luigi Longo

 

  1. Le elezioni presidenziali svelano tutta l’ideologia su cui si basa la democrazia degli Stati Uniti d’America. Una democrazia che questa potenza mondiale si arroga il diritto di esportare nel mondo con tutti i mezzi, di consenso e di coercizione, come esempio di progresso e di civiltà. La grande democrazia statunitense, è bene ricordarlo, si è affermata con la violenza che << […] ha portato nel mondo, da quando gli USA sono nati (e come sono nati!!), la “libertà” con i più grandi massacri che la storia ricordi; e con una continua serie di colpi di Stato e di assassinii di avversari politici. I nazisti possono essere considerati dei dilettanti (allo sbaraglio) rispetto ai “serial killers” che sempre hanno diretto gli USA >> (la riflessione è di Gianfranco La Grassa).

Per dirla con Costanzo Preve, è la leggenda bianca dell’eccezionalismo democratico USA.

Riporto una sintesi chiara di Marco Della Luna per quanto concerne il gioco delle elezioni che gli agenti dominanti svolgono:<< […] la quota di potere messa in gioco nelle elezioni è marginale, gli esiti delle votazioni popolari sono predeterminati di regola, le procedure democratiche sono sostanzialmente una messa in scena, siccome le decisioni sul corso da dare alla storia sono prese, a porte chiuse, da un’oligarchia, un’oligarchia oggi sovranazionale [dissento da questa lettura oligarchica, mia precisazione], che le cala sui popoli e sui paesi. Essa le fa accettare dalla gente, spesso nascondendone gli effetti e gli scopi veri-pensate all’Euro e al MES. Produce industrialmente a monte il consenso verso di esse mediante il controllo dei mass media che creano la voluta percezione della realtà e dei valori; mentre, a valle, ne assicura l’applicazione mediante il controllo della “giustizia”, la cui funzione essenziale nel mondo reale è proteggere e legittimare il potere costituito, intervenendo per coprire i suoi abusi, non già assicurare la legalità, analogamente a come i parlamentari non rappresentano gli elettori, perché i parlamentari fanno innanzitutto gli interessi propri, di chi li mette in lista, di chi gli finanzia la campagna elettorale.[…] Nel caso delle elezioni presidenziali statunitensi, la “giustizia” ha respinto i ricorsi elettorali non dopo aver esaminato il loro merito, ossia le prove dei brogli e delle illegalità, ma rifiutando di esaminarlo in base alle tesi che né il Texas, né gli altri stati ricorrenti, né gli elettori ricorrenti, né lo stesso candidato Donald Trump avessero la legittimazione formale, ossia un interesse legalmente tutelabile [la forma che si fa sostanza negando la democrazia!, mia precisazione], a ricorrere. Cioè la “giustizia” ha denegato il diritto al controllo di legittimità sostanziale, assicurando così l’esito prestabilito e la sua legittimità percepita.

I mass media erano all’unisono schierati contro Trump nel 2016 e tali sono rimasti: hanno montato una campagna di accuse di suoi supposti traffici con la Russia, che sono risultati inesistenti, mentre hanno nascosto quelli di Hunter Biden fino a dopo il voto, per favorire Biden.

Solo a un babbeo, in questo contesto, si può far credere che, alla fine, abbiano vinto la democrazia e la legalità [corsivo mio, LL]

Insabbiano e insabbieranno tutte le prove di brogli elettorali, anche quelle che stanno emergendo in Italia, coinvolgenti la società Leonardo, il gen. Graziano, Renzi, Conte-che potranno tirare un sospiro di sollievo: democrazia è fatta, giustizia seguirà, su entrambe le sponde dell’Atlantico, e quel compare di Obama che minaccia Conte di fare sfracelli per ottenere il controllo dei servizi segreti in modo che non lo denuncino né lo ricattino, lo otterrà, democraticamente >>.

 

  1. E’ nella storia statunitense (e mondiale) che le elezioni servono per legittimare gli agenti strategici egemonici nel conflitto interno (e indirettamente esterno) per il dominio del Paese e per orientare la politica mondiale all’affermazione unilaterale del proprio dominio. Le istituzioni nazionali ed internazionali sono i luoghi dove si gestiscono e si eseguono le strategie dei dominanti. La storia insegna che i grandi tentativi di trasformazione sociale sono avvenuti per vie rivoluzionarie e non per vie ideologicamente (nell’accezione negativa del termine) democratiche.

Le elezioni presidenziali indicano la strada del declino della potenza egemonica mondiale per due ragioni che ho già evidenziato nella prima riflessione sulle elezioni presidenziali: 1) la situazione politica del Paese è quella di una nazione che non trova più una sintesi nazionale espressione degli agenti strategici dominanti e gli squilibri territoriali, sociali ed economici sono sempre più accentuati, con forte rischio della tenuta degli Stati federati degli Stati Uniti d’America; 2) l’epoca della tutela delle istituzioni, luoghi di conflitto e di equilibrio dinamico degli agenti strategici, per garantire l’unità e la sintesi di una grande potenza mondiale è finita (si pensi alle elezioni presidenziali del 1960 vinte da John Fitzgerald Kennedy per il passo indietro di Richard Nixon, inteso come equilibrio dinamico degli agenti strategici vincitori, e a quelle del 2000 tra George W. Bush e Al Gore con passo indietro di quest’ultimo).

Nessuno tiene a bada << […] le passioni più ardenti, più meschine e più odiose del cuore umano, le Furie dell’interesse privato […] >> (l’espressione è di Karl Marx) e Jean –Claude Michèa denuncia che << […] Wall Street, Hollywood e Silicon Valley potranno finalmente dare libero sfogo a tutte le loro fantasie “postumane” e “transumane” senza doversi mai più scontrare con il minimo limite politico o culturale né con la minima frontiera geografica. Se il vero “progressista” è, innanzitutto, colui che esorta tutti i popoli della Terra a fare tabula rasa del loro passato e a porre fine a ogni sopravvivenza del “vecchio mondo”, allora dovrebbe essere chiaro che nessuno è meglio attrezzato per compiere un tale compito storico del sistema capitalistico stesso. >>.

 

  1. Il conflitto interno agli agenti strategici statunitensi non è un conflitto basato sulla ricerca della sintesi nazionale di una grande potenza egemonica mondiale, ma è un conflitto basato sugli interessi di parte come conseguenza della decadenza di tutta la classe dominante (e si lascino perdere gli schieramenti ideologici tra destra e sinistra, tra repubblicani e democratici che hanno avuto un ruolo diverso nel passato ma ora sono tutti d’accordo a mantenere la cosiddetta società capitalistica). Gli Usa non hanno una nuova visione del mondo per fermare il proprio declino, relativo o accentuato che sia, e ri-lanciare la sfida egemonica della fase multicentrica, nè Donald Trump e i centri strategici che rappresenta(va) erano nelle condizioni di costruire una nuova visione (e questo non è detto con il senno di poi o con la nottola di Minerva che inizia il volo solo al crepuscolo). E’ stato un tentativo illusorio (come già evidenziato in un mio precedente scritto) quello di alcuni strateghi, soprattutto delle sfere militare e politica, con i loro gruppi di pensiero (think tank) e i loro centri e istituti di ricerca strategica, che si sono resi conto della strada di non ritorno del declino USA, una strada, per dirla con David Calleo, di egemonia sfruttatrice che hanno cercato di deviare, invano (si rivedano le elezioni che hanno portato Trump alla Casa Bianca), verso una visione del Paese incentrata sull’economia reale, sul legame sociale da rafforzare, sulla ri-definizione dei rapporti sociali sistemici, sull’apertura di una fase multicentrica; ma realizzare tutto questo significava derogare alle regole della potenza mondiale, cioè ri-collocare gli USA quale potenza mondiale di confronto e condivisione con altre potenze mondiali emergenti: non più come la grande nazione imperiale. E tutto questo era impensabile costruirlo con un movimento elettorale e non strategico di lungo periodo. Anche se va detto che all’inizio la parte razionale valutando l’insieme del movimento aveva deciso che non c’erano le condizioni per creare un movimento, o una forza nuova per dirla con Gianfranco La Grassa, che pensasse nuove strategie per far diventare gli USA una potenza multicentrica.

Infatti il conflitto sui brogli elettorali (che novità!) è stato spostato tutto nella sfera giuridica che è la sfera che permette di coprire la realtà fatta di accordi tra gruppi strategici vincenti e perdenti: accordi di parte che nulla hanno a che fare con la suddetta visione del Paese. La farsa e la tragedia dell’assalto al Congresso rafforza questa ipotesi: come è possibile, si chiede Salvatore Bravo, che la più grande democrazia del pianeta con i suoi formidabili mezzi di controllo e contrasto, specie dopo l’attacco alle torri gemelle possa aver permesso un simile episodio?

Gli Usa sono una potenza in declino e non hanno la forza economica, scientifica, culturale e politica per rilanciare e costruire un nuovo modello di egemonia capace di sconfiggere le potenze mondiali che si stanno organizzando per mettere in discussione l’ordine monocentrico e affermare l’ordine mondiale multicentrico. E’ il declino non solo degli USA ma di tutto l’Occidente: è la crisi della civiltà occidentale.

La gestione Joe Biden-Kamala Harris (la nuova regina del caos) porterà gli USA a cadere nella trappola di Tucidide (la sindrome della potenza in ascesa e la sindrome della potenza dominante) e si prepareranno scenari di guerra.

 

Nota bibliografica

 

  1. Gianfranco La Grassa, I piani americani, conflittiestrategie.it, 30/12/2020.
  2. Costanzo Preve, Politically correct: elementi di politicamente corretto, editrice Petite Plaisance, Pistoia, 2020, pag. 23.
  3. Marco Della Luna, Poveri Q-Q di Trump! marcodellaluna.info, 7/1/2021.
  4. Karl Marx, Il Capitale. Critica dell’economia politica, prefazione alla prima edizione, Einaudi, Torino, 1975, pag.7.
  5. Jean-Claude Michèa, Il lupo nell’ovile, Meltemi, Milano, 2020, pag.110.

guerra e pace_con Gianfranco Campa

è tempo di proclami di pace, ma non troppo convinti e di feroci regolamenti di conti. I vincitori, o presunti tali, vogliono estirpare e rimuovere l’esempio. Pensano così di risolvere gran parte del problema. Il problema reale sono però le decine di milioni di persone attaccate a quell’esempio le quali potranno trovare nuovi leader, magari più adeguati. Quell’esempio, tra l’altro, ha allignato in quattro anni significativamente in alcuni centri di potere e decisionali. Dalla sua ha anche un contesto geopolitico sempre più inaccessibile alle velleità unipolari. La vecchia leadership non pare molto attrezzata ad affrontare le novità; non farà che acuire le divisioni e mettere in forse ancora di più la stessa coesione del paese. Grandi pericoli attraverseranno il mondo, ma grandi spazi si apriranno per chi vorrà coglierli. Buon ascolto, Giuseppe Germinario

https://rumble.com/vcm17m-guerra-e-pace-con-gianfranco-campa.html

 

la trappola…e il tramonto di un Presidente, di Giuseppe Germinario

Ieri, 6 gennaio, era il giorno annunciato; il punto di svolta di cinque anni di scontro politico negli Stati Uniti. Questo punto di svolta non è stato l’assemblea riunita del Congresso Americano che doveva certificare e che oggi 7 gennaio ha certificato l’elezione del nuovo presidente. È stata invece la manifestazione e la sua conduzione; soprattutto l’obbiettivo politico strategico che ha, meglio avrebbe dovuto informare e guidare quella iniziativa così impegnativa.

Due punti fermi:

  • il vicepresidente Pence aveva la facoltà di rinviare la certificazione del voto negli stati contestati a quegli stati stessi; entro due mesi questi ultimi avrebbero dovuto decidere entro due mesi se confermare o meno il responso

  • gli indizi che l’elezione di Biden sia il frutto di un broglio elettorale in quantità industriale sono pesantissimi. In Italia, ovviamente, non disponiamo delle prove come spesso e volentieri ci viene rimproverato strumentalmente; quelle sono in possesso dei manipolatori e del collegio di avvocati che ha contestato quelle modalità di svolgimento. Del resto Trump era stato avvertito con dovizia di particolari sin da giugno scorso di quello che si stava tramando

La manifestazione a Washington avrebbe dovuto essere uno straordinario momento di pressione e delegittimazione di una classe dirigente e di un ceto decadente e fatiscente al quale è legato con un cordone ombelicale una classe dirigente europea altrettanto fatiscente. Si è rivelata una trappola tanto tragica quanto scontata, almeno per chi ha esperienza di queste cose.

È molto probabile che, con l’assenza di un dissuasivo apparato di sicurezza appena sufficiente, si sia incentivata ed istigata la parte più radicale e irrazionale di quel movimento e di quella manifestazione; è certo però che quel movimento soffre di una carenza di guida e di strategia, di obbiettivi politici di fondo chiari che apre varchi enormi a quelle componenti irrazionali e sterilmente radicali che in più occasioni, sin dagli albori, avevano rivelato il loro cieco anarchismo. Non è un caso che il gruppo che aveva concepito e portato al successo la prima candidatura di Trump, valutando tra l’altro questo, si era immediatamente sciolto al momento dell’insediamento di “the Donald”. È quindi in quel movimento e in quella manifestazione, in chi la ha condotta che risiede la responsabilità politica di questo epilogo, compreso l’incredibile invito esplicito del Presidente ai manifestanti di raggiungere la sede del Congresso.

Questo epilogo rappresenta molto probabilmente la fine della carriera politica di Donald Trump; molto probabilmente rappresenterà la fine civile tragica del personaggio, se non a prezzo, ma non è detto che sia sufficiente, di un umiliante ritorno a Canossa, molto più degradante di quello subito ed accettato da Berlusconi. Osservando il personaggio, un epilogo quest’ultimo improbabile.

L’epilogo cruciale della manifestazione è avvenuto nel momento di una sconfitta tattica pesante, la conferma dell’elezione di Biden, ma di una situazione strategica abbastanza favorevole al movimento di Trump. Le elezioni avevano rivelato il radicamento del movimento in territori pregiudizialmente ostici sino a pochi anni fa; in comunità etniche, comprese la nera, sino ad ora appannaggio e riserva elettorale e di consenso esclusiva dei democratici; in ceti sociali sino a qualche anno fa inaccessibili al richiamo del partito repubblicano. Per raggiungere questo risultato Trump è stato capace di rivoluzionare quel partito senza però aver avuto la capacità ed il tempo di sostituire sufficientemente ed adeguatamente il suo gruppo dirigente.

Il punto di forza di questo movimento è stato ed è ancora il suo patriottismo e il nazionalismo. Due virtù che prevedevano una riconsiderazione della politica internazionale, una avversione al globalismo o quantomeno alle sue modalità di esercizio e il tentativo di ricostruire una formazione sociale più coesa ed economicamente più equilibrata.

Due virtù che però hanno guardato al passato remoto degli Stati Uniti, alla sua costituzione originaria varata da George Washington nel ‘700.

Non è, storicamente, una novità. Spesso i movimenti rivoluzionari e di trasformazione si sono attaccati al passato sotto una veste apparentemente reazionaria e conservatrice che comprendeva in essa contenuti programmatici adeguati alle esigenze di rinnovamento e alle trasformazioni in corso.

Questo movimento e i suoi gruppi dirigenti così approssimativi hanno una particolare difficoltà a coniugare questi aspetti.

La situazione degli Stati Uniti è particolarmente precaria e difficile: i competitori nello scacchiere geopolitico si stanno moltiplicando e stanno mettendo in discussione dall’interno il circuito costruito in questi ultimi quarant’anni. Un circuito, associato all’ideologia neocon e politicamente corretta strette in un paradossale sodalizio, che ha accelerato i processi interni a quel paese di polarizzazione geografica, di frammentazione ed isolamento etnici agli antipodi dell’ideale originario di “melting pot”, di degrado di intere aree geografiche e metropolitane, di scomposizione e degrado di ceti medi tipici di una fase regressiva.

Una situazione che avrebbe dovuto ancor di più spingere le menti di quel movimento a pazientare, a tessere con maggior convinzione una trama che accentuasse ulteriormente l’erosione della base sociale democratica e neocon, che tentasse un dialogo almeno larvato con le espressioni politiche dissenzienti di quella area ormai sempre più riottosa, a dispetto dell’opportunismo e del trasformismo dei suoi capi, a cominciare da Sanders e Cortez, ad accettare le logiche di appartenenza ad un partito contrapposto artificialmente all’altro.

Sull’onda dell’euforia del momento Trump e chi per lui ha scelto una strada diversa, a cominciare dalla polemica sulla natura socialista di quelle forze avverse, quando in realtà si trattava di una natura egualitaria, per altro per alcuni settori specifici della società (studenti, emarginati) che tuttalpiù sfociava facilmente in forme di assistenzialismo. Per non parlare della connotazione religiosa e messianica offerta per altri aspetti dello scontro politico. Una strada comprensibile, per le caratteristiche intrinseche del proprio movimento e per i limiti ancor più gravi dei suoi leader, ma non giustificabile, specie in una fase nella quale stanno emergendo tutte le contraddizioni che stanno mettendo a rischio la coesione e l’esistenza dello stesso partito democratico americano.

A questo si è aggiunta una ingenuità inspiegabile per un leader che ha conosciuto quattro anni di scontro politico della virulenza vissuta da Donald Trump; quello di aver fondato le aspettative di rivalsa prevalentemente su una azione legale, per quanto fondata giuridicamente, quando in realtà si tratta di uno scontro politico talmente esistenziale da coinvolgere apparati di potere ben più pervasivi, potenti ed operativi nel loro intreccio di legami.

Tutti limiti che rischiano di trasformare un movimento fondato su principi di unità nazionale e di patriottismo ostentato in un movimento in fase di ripiego disposto ad accettare e promuovere ipotesi di secessione dagli esiti tragici per se stesso e per il paese nella sua unitarietà.

Viene in particolare alla luce il limite di fondo di rappresentazione della realtà che sta guidando un movimento per altro ancora così eterogeneo e frammentato. Una rappresentazione che raffigura il conflitto insanabile tra un basso, la base popolare e produttiva ed un alto, raffigurato in un establishment arroccato, chiuso ed autoreferenziale. Quell’establishment sta scivolando sicuramente lungo questo declivio; ma è appunto un processo tutt’altro che compiuto o in fase di esaurimento. Dispone ancora del controllo pressoché totale dei centri di comando degli apparati coercitivi ed amministrativi, anche se meno nella loro base esecutiva; e una disarticolazione, un indebolimento e una sostituzione di quei centri è una parte fondamentale dell’azione politica, specie quella più “riservata”. Dispone per altro ancora di una discreta capacità di aggregazione di una parte significativa della base sociale e soprattutto del controllo maggioritario dei settori tecnologici più avanzati e delle prospettive di futuro che, nel bene e nel male, questi possono offrire.

Sta di fatto che gli Stati Uniti sono una nazione politicamente divisa in due e socialmente polarizzata sia verticalmente che orizzontalmente; una frammentazione sociale che rischia di portare ad una frammentazione politica.

Il successo di un movimento politico così alternativo non può prescindere da una azione di erosione in quei tre ambiti sucitati e dal superamento di una fase e concezione spontaneistica che induce a sottovalutare l’importanza della formazione di gruppo dirigente politico, di una élite adeguati.

Il successo più o meno pianificato della trappola dell’assalto al Campidoglio richiederà molto probabilmente il sacrificio, probabilmente tragico, di un leader; porrà certamente il movimento e i nuovi leader che la fucina del conflitto sta facendo emergere di fronte ad un bivio non più eludibile. Dalla strada che sapranno o saranno indotti a prendere dipenderà la natura e la modalità di svolgimento di un conflitto particolarmente virulento e destabilizzante, tutt’altro però che sopito e messo a tacere. Ne vedremo sicuramente delle belle, anche tragicamente belle, non solo lì, ma anche nelle implicazioni più contorte, anche qui, nel nostro paese così provincialotto e perennemente in attesa delle decisioni altrui.

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