Italia e il mondo

Meglio la bomba!_di WS

Questo  articolo  https://italiaeilmondo.com/2026/01/27/svelare-il-paradosso-della-produttivita-in-cina_di-gavekal-daniel-kishi-sulla-cina-i-nostri-partner-commerciali-hanno-una-sola-sceltasvelare-il-paradosso-della-produttivita-in-cina_di-gavekal/

mette molta  carne  al fuoco  a cominciare da  un (raro)  commento  esteso  di   Germinario   che  gli fa  da  cappello.  Mi ha invogliato ad  un commento  altrettanto esteso   che    stenderò  in modo puntuale.  

Comincerò  dal fondo ( gli  articoli )   prima di   una  “intemerata”  finale     stimolatami   da l’ ottimo  prologo   di Giuseppe.

Ciascuno dei  due  articoli    contiene    due  passaggi  importanti:

1)  “Tuttavia, quasi tutti gli studi disponibili affermano che la produttività del lavoro nel settore manifatturiero cinese è nettamente inferiore a quella degli Stati Uniti”

Il  concetto  di “produttività”  è fuorviante . Ciò a cui mira la Cina  non  è “il   reddito” ma   “il vantaggio”    di impadronirsi   di tecnologie    e  di mercati.

 Vendere un “brevetto” ha  certamente un “reddito “ altissimo  ma  “una  tantum”;  chi  si impadronisce  di tecnologie  e di mercati    si dota  di un  reddito  di più lunga  durata.

Ed  è questo il dramma  delle  élites  “occidentali”  che , parafrasando la famosa  frase  di Lenin,    hanno  venduto  alla Cina  , seppur  “molto bene” ,  “la corda”  con cui ora  capiscono  che  rischiano  di venire  “impiccate”

2)”il sistema commerciale internazionale è dipeso dagli Stati Uniti….. La Cina ne ha beneficiato maggiormente”

Sono  stati gli U$A  a  fornire  alla Cina  questo “  strumento  geopolitico”  e la Cina  farà di  tutto  affinché     questo    “vantaggio”   cessi più tardi possibile.

E’  chiaro  che  in questo  gli “U$A”   hanno creduto di essere  furbi;  i cinesi, però,   lo sono  stati  di più! Ed è chiaro  che oramai   a  questo “gioco”  gli U$A  perderanno    se  non  troveranno  un modo  di fare  “ saltare il  tavolo”.

Gli U$A    infatti perderanno inevitabilmente    se  non troveranno   la via  per  una “presa  dall’ interno”   come è  attualmente  con l’ €uropa  ed  è stato  alla fine    con l’ URSS ,  oppure     non indurranno    una bella   GUERRA    con  cui  silurare  il “  sistema  cinese”  come fu  con il “ sistema  tedesco”  nel 1914   e nel 1939.

Ovviamente  i cinesi  questo lo sanno  e cercheranno  di posticipare  questo   “redde  rationem”  il più possibile  perché il  tempo  è dalla loro.

E veniamo  alla “intemerata” finale.

Ho  gia spiegato altrove  di come  l’ Europa  abbia   da  12  secoli un “problema tedesco”  e deve essere   subito molto chiaro che    noi €uropoidi   siamo  già sostanzialmente  fottuti  e che le  agitazioni  recenti    ( mercosur ,india  ect )  della nostre mortifere  tedescofile   élites accelereranno  solo il  nostro  tracollo. 

L’ €urolager   è  e  resta  infatti  a  guida  del Kapò  tedesco   per  conto   del   Grande  Kapitale   “anglosassone”  da quando  una  scellerata   elite   coloniale tedesca  ha  accettato  di   gestirne  un   “  carry  trade” col “centro imperiale” in cui  L’€urolager ,  totalmente asservito   ad un “sistema dollaro” , esportava   beni  , soprattutto in U$A,  e   poi lasciava  nel sistema   finanziario “anglosassone”   gli utili  di    queste  esportazioni   mentre comprimeva  il  proprio mercato interno   e  i propri investimenti  strutturali.

Le motivazioni  di  questa   scelta  suicida    possono  essere  varie;  è comunque  evidente   che le élites  €uropee  siano  state  a ciò opportunamente  selezionate  dal “padrone”    con massicce campagne mediatiche  (  es: da  noi mediaset,  il   gruppo Gedi   ect   ) ed un uso  sapiente  degli   strumenti   “terroristici,”  sia usando   gruppuscoli  politici  opportunamente  infiltrati  ed eterodiretti   che  usando  direttamente    i  servizi  segreti  e  le magistrature (  es: da noi  BR,  NAR , “  strategia  della tensione  e  “mani pulite” )

Il  dato  di fatto  è che ora  noi   €uropei abbiamo  oggi  una  elite  di ricattabili  psicopatici    , senza  idee proprie ed  incapaci  di pensare  ad altro   che al proprio ottuso tornaconto.

Ma  che  cosa poi , per tutto questo, sarà stato promesso  ai Kapò  tedeschi?  Non lo so ,  direi  semplice  stupidità ma  anche   il fatto     che siano   tutti nipotini  di SS  e che  esattamente  come   agli idioti   galiziani   che “gestiscono”  la NATO-Ucraina   gli  sia  stato promesso     “la Russia”  ,  cioè esattamente  quello  che era stato promesso  ai loro nonni.

Ora        questi   ( comunque) idioti ,  davanti  alla  resistenza  russa  e  alla  fine   del “sistema  dollaro “  sono precipitati palesemente nel panico;   ma  essendo incapaci  di un pensiero  strategico indipendente    si aggrappano   ad idee   che come  sempre  gli vengono   “ suggerite”  dai loro padroni.

E la nuova “ idea”  è  appunto  una versione   aggiornata   della   Europa Nazista   del  1941    guidata  dalla  Grande Germania       in una guerra  totale   con la Russia.

A questo  scopo   bisogna   fare  Grande la Germania . Non importano i sacrifici  che  dovranno   a tal fine subire    gli altri  €uropei; sacrifici  che  ci saranno  imposti   dalle locali élites €urofasciste anch’esse   terrorizzate  dal perdere   quel   potere  “da caporali”    per  cui  sono  state   selezionate    e si sono vendute .

Da qui il “mercosur” (  cioè  prodotti   agricoli   a  minor  costo per  operai tedeschi  in cambio  di macchine   tedesche)   esattamente  come  gli  “accordi” tedeschi col  Sud-America  degli anni ‘30,  e  “ l’ India”  , cioè l’ importazione  di lavoratori a basso  costo  per l’ economia  tedesca       esattamente  come   l’ organizzazione  Todt   della Germania  nazista  in guerra.

E , ovviamente,  che  gli altri €urifessi  si  fottano !

Il tutto   per   quella  conquista     delle  “  terre  slave”  che i tedeschi   agognano  da quando  furono  sbaragliati   dai  russi  otto  secoli  fa nella    “battaglia  del lago ghiacciato”.

E  ovviamente   tutto questo è destinato ad un fallimento  che queste contorsioni   semplicemente  anticipano  ed  aggravano.

Quello  che  deve  essere  però   sempre  chiaro è lo  stato  di urgenza  di  una nuova WW  in cui  si  trova  il Grande kapitale  “ anglosassone” ; una  guerra  “mondiale”  che  se  Russia  e Cina   si ostinano  a non concedere     alla  fine   “  qualcunaltro”   dovrà  intestarsi.

Quel “qualcunaltro”  potrebbe   essere  benissimo   U$rael  direttamente       attaccando l’ Iran; una cosa   che né Russia  né Cina   stavolta potrebbero    far   finta   di “ignorare”      come finora  hanno  sempre  fatto.

Ma io   mi preoccupo molto anche   delle  prove  di un nuovo  ROBERTO   che ho visto in questi giorni     con la ducetta    a Tokio  e Merz  a Roma . Insomma  le prove iniziali  del ritorno  a “l’ usato  sicuro” di   90 anni  fa  in cui   un  €urofascismo a  guida  tedesca      fa  guerra  alla Russia    e  il   nippofascismo   la  fa  alla  Cina.

Quella  si  che  sarebbe  proprio  la “finis europae” !    L ‘ eurosuicidio  a  “guida  tedesca”  finalmente  raggiunto     al terzo  tentativo   e   che  poi  pure, come insulto  finale ,     lasciasse     uno  “spettro”   tedesco     a “signoreggiare”   su  macerie  “ gazane”  popolate  di  attendati  “nuovi europei”.

Non so per  voi , ma per me  a questo   sarebbe  meglio “ la bomba”.

SORTEGGIO SÌ, SORTEGGIO NO 2.0_di Teodoro Klitsche de la Grange

SORTEGGIO SÌ, SORTEGGIO NO 2.0

Tra i tanti argomenti adotti contro la riforma Nordio sull’ordinamento della giustizia (e sul sorteggio dei componenti del CSM), uno è particolarmente interessante, laddove si afferma che i magistrati sorteggiati non avrebbero capacità ed attitudini per contrastare i condizionamenti politici, specie quelli provenienti dai sorteggiati non-togati.

L’argomento ha il difetto da un lato di provare troppo, dall’altro di non considerare uno dei principali caratteri dello Stato moderno.

Quanto al primo aspetto se è vero che l’elezione è (anche) un modo di scegliere i migliori (nel senso dei più adatti) è anche vero che principio fondamentale della democrazia è l’accesso di tutti i cittadini alla funzione pubblica. E così anche all’elettorato passivo agli organi costituzionali. Molti hanno ironizzato sulla possibilità che così un ignorante (o un demente, o un inadatto in genere) potrebbe accedere agli organi e uffici politici più importanti della Repubblica (Parlamento, Governo, Presidenza della Repubblica): ma è un rischio che una democrazia deve correre, se vuole essere tale. D’altra parte la storia è piena di governanti, scelti con qualsiasi sistema (la nascita, l’adozione, l’elezione, e così via) che avevano i medesimi difetti di coloro (pochi) scelti con il sorteggio. Ad applicare coerentemente l’argomento criticato si dovrebbe pre-selezionare i candidati, magari prevedendo dei requisiti severi limitanti l’accesso e restringere a quelli la lista degli eleggibili. Superando poi il dubbio che, se questi requisiti dovessero essere determinati non da criteri oggettivi (anzianità, reddito, nascita) ma dal giudizio di un ufficio, questo sarebbe stato imparziale e opportuno. Quindi l’inconveniente criticato è a maggior ragione (dato il maggior potere) pertinente anche agli eletti agli organi costituzionali. E la scelta dei “migliori” – sottintesa all’elezione – può ridurre il rischio, ma non eliminarlo.

Sotto un secondo aspetto (non meno importante) l’argomento in esame presta il fianco ad una critica. Scriveva Max Weber che uno dei caratteri peculiari della burocrazia moderna è il possesso del “sapere specializzato”, cioè «acquisito mediante istruzione specifica e cioè “tecnico” nel senso vasto della parola». Nel caso, tutti i componenti del CSM devono essere esperti di diritto quali giudici, avvocati o comunque professori universitari di materie giuridiche. Al contrario degli organi costituzionali “politici” in cui l’accesso è illimitato; questo lo è (anche e soprattutto) per garantire la padronanza della materia e dall’altro per escludere o limitare drasticamente, come è opportuno, il controllo del vertice politico (non specializzato) sull’insieme dei magistrati; al contrario della regola di ogni ente, dai Ministeri ai consigli municipali, dove un vertice politico (non professionale) indirizza e controlla la burocrazia (professionale).

Nella specie la larga maggioranza del CSM è sorteggiato tra i funzionari: quindi il vertice non è politico.

Tuttavia i critici delle riforme sostengono che i sorteggiati tra i funzionarti non garantirebbero di essere in grado di fronteggiare il drappello minoritario dei “laici”. Ma, a parte che non è detto che siano poco capaci, essendo degli specialisti, anzi sembra piuttosto improbabile, la ridotta capacità di gestire il potere attraverso contrapposizioni ed accordi può capitare in ogni organo collegiale, compresi quelli che contemplano la presenza di membri d’estrazione burocratica e non. E’ un rischio cui si può ovviare sopprimendo una delle due categorie. Ma se non lo si fa, si deve correre.

Teodoro Klitsche de la Grange

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Beggar thy neighbour” (“derubare il tuo vicino”)_di WS

Alla base della “sceneggiata Groenlandia” come era facilmente prevedibile c’è un strategia semplice : costruire la fortezza America e portare il caos in tutto il resto del mondo.

Ma come  nota  Simplicius  qui    c’è   soprattutto  una enorme valenza “psicologica” sia nella “conquista del Venezuela” che nella “annessione della Groenlandia”   con annesse  umiliazioni  pubbliche e gratuite   alla   €uroservitù.

Questa pressione psicologica  è diretta   tanto  agli “amici” quanto ai “nemici”. Il messaggio è imperiale :Ogni resistenza è futile , arrendetevi  o  sarete  annientati   perché  non  vi  saranno   concessi  margini” oltre al “chi mi teme mi obbedisca”.

 E l’ esito ( infausto) di simili operazioni mi sembra abbastanza scontato perché le “leggi ferree della geopolitica” non possono essere sovvertite dalla “narrazione”. Tra “chi non teme ” U$rael verrà prima o poi un giocatore razionale che riterrà inutile continuare a “trattare” con uno psicopatico pesantemente armato e  che concluderà che l’ unica  risposta  possibile  non potrà che  essere   “  a brigante un brigante  e mezzo”

Vorrei infatti far notare   che la “strategia  del pazzo”  di  Trump   è  una  estenzione  globale  della  “  strategia”  di Israele   in MO:  suprematismo , messianismo ,  eccezionalismo,  razzismo  e   totale   disprezzo  per  tutti.

Ma  a me non  sembra  che questa  ottantennale    ” strategia”  israeliana  abbia  poi risolto  i problemi  di Israele.  Certo,     il caos  in MO non è mancato,  ma non mi sembra   che gli “amici”  ( Egitto,  Turchia  e Arabia )  per  quanto   “timorosi”  siano  così obbedienti, tanto meno  che  pure  “il nemico “( Iran)  sia  tanto  terrorizzato  da    “ arrendersi  E perire”.

Anzi   senza il continuo   ( e autolesionistico)  appoggio  del   suo Golem  “occidentale”   Israele   avrebbe  dovuto  chiudere  questa   sua  strategia già da un pezzo;  quindi non  vedo  su  quali  solide basi poggi  questo  scimmiottamento   americano  che  alla  fine  andrà  a sbattere   senza  la  protezione   di nessun  “  Grande Fratello”.

 Gli U$A  attuali  infatti  sono   semplicemente  un Golem  della  Grande Finanza, preda   dei suoi   deliri   sempre più fuori  dalla  realtà.

Anzi  proprio  questa rapida   deriva   del MAGA    verso   questo “imperialismo  terminale”   segnala già  il fallimento     del movimento MAGA . Come infatti  era  facilmente prevedibile    Trump   NON può   ricostruire   un ‘  America  che non  c’è più   perché    I FATTI hanno  sempre  CONSEQUENZE   e   la  scelta  dell’ imperialismo  finanziario  ha distrutto per   sempre   gli USA   di Pound   e Twain.

Gli storici   domani , esattamente    come per la storia   di Roma , indagheranno     su  quando     sia   stata  compiuta  questa   “ svolta“ mortale  e/o   quando  questa  sia  diventata irreversibile.

 Io una qualche  idea in merito  ce l’ho   e  mi  era  chiaro     che   Trump     avrebbe   fallito   esattamente  come  da noi   mi  fu facile prevedere   che  avrebbe  fallito miseramente  Craxi,    unico     esponente  della  prima  repubblica   che  ne sia uscito  con qualche dignità.

La  storia infatti   ci  ricorda i “capi”  e  ce li  consegna   come  “vincitori”  o  “vinti”      come   se  fosse    stato  tutto  nelle loro mani    dimenticandosi  sempre   che  all’ esito  delle  loro   scelte   contribuiscono  sempre  fondamentalmente  le  risorse  umane  e materiali  di  cui  disponevano.  Nessun  “grande generale ”  può  vincere   guidando  un “esercito di Pulcinella”.

Un ‘ altra  interessante  questione   è  questa   elite   “ repubblicana “   che   guida ora  gli U$A.  Soprattutto  questo  pugno    di Colby , Miller  , Vance , Rubio  ect.  che    vorrebbero   ritornare  ai  fasti   della  “frontiera”    e che  rappresentano  una    giusta reazione    alle politiche  volute  dai   grandi “finanzieri”    i quali   detengono  il controllo del partito democratico,  dimenticandosi  però      che   sono   altrettanti   “grandi imprenditori”   della  stessa  etnia     che   riforniscono   di dollari    anche il loro partito.

Questi  “ repubblicani”  si considerano  gli eredi della   elite  di  “calvinisti”  che ha   fondato  e diretto  gli USA   fino a farli   diventare  “grandi”  . 

Il  calvinismo  è una programmatica imitazione    dell’ ebraismo    “placcata”  di  cristianesimo    e come  tale una religione  funzionale  agli  scopi precipui  di una Setta  intesa  come una elite  che vuole  dominare  il mondo operando    slegata  da ogni vincolo   e usando  ogni mezzo  grazie  al proclamato  proprio   eccezionalismo di un   diretto   rapporto  con Dio.

 Un “dio”   che però    è essenzialmente “mammona”   data  la loro  smodata  adorazione   del  danaro  ,  del potere e di una ricchezza  mostrata  a  pubblica  affermazione   della  ricevuta “benevolenza  divina”.

Per  capire  questa mentalità  è molto  istruttivo  il film   “  the  good  shepard”,  soprattutto in quel passaggio in cui il protagonista  risponde    al  capomafia   con cui  sta   ordendo un intrigo a  Cuba:     “noi possediamo  l’ America  e voi  siete   qui  solo di passaggio”

Bene,  ovviamente non è così        e la vecchia  elite  calvinista  oggi possiede  l’ America solo  “in società”      con una elite  finanziaria  ed economica   dei   “fratelli maggiori”   i cui interessi    non coincidono  esattamente con quelli  della  vecchia  elite  americana.

 E altrettanto  ovviamente  c’è   chi  dovrebbe   essere  “lì solo  di passaggio”  piuttosto che  per  restare;   invece ci  resterà.

In conclusione,  le attuali  contraddizioni  del  sistema  americano  sono  enormi   e richiederebbero  troppo  lungo  tempo per  essere  digerite.

La scelta   quindi  sarà  , come  sempre,  di scaricarle  all’ esterno,  perché  nella   innata visione   americana   di un  mondo  “a somma  zero”     “ beggar thy neighbour”  è sempre la soluzione più semplice.

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Consegna a domicilio – Operazione Absolute Resolve – Campa , Semovigo , Germinario

Il 3 gennaio 2026, gli Stati Uniti hanno scritto una nuova pagina della Dottrina Monroe con l’Operazione Absolute Resolve: l’estrazione militare di Nicolás Maduro da Caracas in meno di tre ore. Ma dietro il blitz notturno emerge una realtà geopolitica più complessa: l’inefficacia dei sistemi di difesa russi S-300 e Buk-M2, mai collegati ai radar, rimasti in gran parte nelle casse d’imballaggio originali. Un fallimento che solleva interrogativi strategici sulla capacità di Mosca di proiettare potenza oltre i teatri prioritari, con l’Ucraina che assorbe risorse critiche e limita il supporto agli alleati periferici. In questa puntata analizziamo con Gianfranco Campa (in collegamento dagli USA, analista di punta per italiaeilmondo.com), Cesare Semovigo e il direttore Giuseppe Germinario le dinamiche di un’operazione che riafferma il primato energetico americano sul Venezuela (303 miliardi di barili di riserve petrolifere) e ridefinisce gli equilibri nell’emisfero occidentale. Delcy Rodríguez assume la presidenza ad interim, mentre Trump annuncia l’ingresso delle major petrolifere USA per “ricostruire” il Paese—un caso di studio su realismo geopolitico, priorità strategiche russe e limiti del supporto militare extraterritoriale nell’era della competizione multidominio.

Temi trattati:

• Operazione Absolute Resolve: cronaca tattica e implicazioni strategiche del raid su Caracas • Armamenti russi in Venezuela: S-300, Buk-M2, Igla-S e il paradosso della deterrenza inutilizzata • Il peso della guerra in Ucraina sulle capacità di proiezione russa in America Latina • Petrolio venezuelano e interessi USA: dalla Dottrina Monroe al “Corollario Trump” • Delcy Rodríguez e la transizione: continuità chavista o nuova fase negoziale? • Russia, Cina e Iran: creditori esposti e ripercussioni sul debito sovrano venezuelano

GeopoliticaRealista #Venezuela #Maduro #OperazioneAbsoluteResolve #ArmamentiRussi

Con: Gianfranco Campa – Analista geopolitico dagli Stati Uniti, contributor italiaeilmondo.com Cesare Semovigo – Esperto di dinamiche strategiche , tech-Ai , analista Osint Mil. Giuseppe Germinario – Direttore italiaeilmondo.com Un’analisi realista, senza polarizzazioni, che esamina la riaffermazione del primato regionale americano, i vincoli operativi della Russia post-invasione ucraina e le implicazioni per l’ordine internazionale. Dalla mancata risposta dei sistemi antiaerei alla silenziosa ritirata diplomatica di Mosca, fino alle dinamiche petrolifere che ridisegnano il cortile di casa statunitense.

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Avanti tutta!_di WS

Simplicius   qui  esprime la sorpresa ,   sua e di   tutti noi, nel  vedere  questa    tarantolata  svolta  “cinetica”  della politica  americana; la sorpresa” deriva  dal fatto   di essere tutti noi   costantemente investiti  dalla “narrazione”    tale per  cui     siamo  sempre  costretti  ad un approccio emotivo  laddove  dovremmo   avere  solo  un  approccio  razionale.

Per  capire infatti  ciò  che verrà   dovremo  procedere   solo  su elementi   razionali  partendo  da  quel  “punto  zero”   che  non viene mai  citato  e che quindi ogni tanto  sono  costretto a   riprendere .

E il “punto  zero”  è  che “ l’ occidente”  si è suicidiato   avendo posto   “il  danaro”   come misura di tutte  le cose    e non c’ è più niente  che possa  salvarlo.

 Non c’ è più  niente    che il danaro possa    rimettere  in moto   perché  l’ estrema  finanziarizzazione dell’ economia  ha distrutto la stessa   economia  trasformando  la società   in una  tessuto  di carta velina  totalmente privo  di    risorse  realmente  mobilitabili.

Certo i “ soldi”  si possono   stampare  e buttare , ma niente   viene  realmente  creato   o rimesso in moto .

Guardiamo  ad esempio  il mitico PNRR  qui in Italia:      duecento miliardi   di scialacquamento   di una   spesa   a debito   vincolata e    non  ancora  contabilizzata   che  non hanno  assolutamente  mosso  l’  economia REALE   del paese.

E’ per me indubbio   che  tutto  questo  sia  stato    un progetto distruttivo voluto  da QUALCUNO   che  sta  annidato  nelle  sacrestie  della “  grande finanza “, anche   se  gran parte   delle  stupide  élites occidentali  lo hanno perseguito   come  “proprio “, senza mai  averlo    realmente  capito  nelle  sue distruttive finalità .

 Pur tuttavia   adesso  una parte  di queste élites,  almeno   quelle meno  stupide,  si  agita    cominciando a sentire   “ il rumore”  di    quella  “  cascata”   che esse  scioccamente  hanno perseguito  per i propri popoli     che   ritenevano   ormai   inutili. 

Si  agitano , ma non hanno  altro margine  operativo  se non  quello  di  arraffare    finché è possibile. Dobbiamo   diventare  “green” ?   Abbuffiamoci  di “ecobonus” . Dobbiamo  andare in guerra ?   Investiamo     nelle   fabbriche   di armi      come predica il ministro  Crosetto.

Ma lasciamo perdere   gli  €uropolli    e concentriamoci  sulle   “aquile”   americane  che  si agitano anch’esse  seppur  in modo  più  razionale  e  pericoloso.

Come  ho  detto  fin da  subito  Trump è  venuto a salvare il capitalismo  americano  da se  stesso  esattamente   come Roosevelt,  ed  esattamente come lui    ci proverà portando la guerra  aldilà degli oceani  perché   non avrà altro modo  per  rimettere in funzione  “la macchina”;   una  cosa  per la quali  Trump ha per altro anche  molte  meno risorse .

  Trump, infatti,  al  contrario di Roosevelt   NON ha  un  “esercito industriale”   di qualità  da rimettere in moto  e , peggio e sempre  al contrario di Roosevelt ,    ha una montagna di  impagabili    debiti  denominati in dollari   che   può cancellare/sostenere    solo portando  la guerra in casa  altrui;  non ha di fatto altra  strategia   che  fare questo    dopo  aver  “  stabilizzato”    il cuore   del  “ sistema americano”    e  questo lo deve fare in fretta perché  il tempo non lavora  per lui.

Da   qui      tutto   questo   “avventurismo”    con  operazioni  sostanzialmente  abbozzate   ma  mai  realmente  risolte.   Trump  non  ha risolto Gaza , non ha  risolto in MO     e  non ha ancora  risolto nulla  nemmeno  in quello  che ci viene venduto   come   il suo  successo più eclatante  : la “  conquista  del Venezuela”

Perché  il  vero        irrisolvibile    problema    è la    distruzione  pregressa   delle   risorse umane  nel  suo paese       e  la   sclerosi   del  suo  tessuto  sociale  ormai  privo  di  altri valori  fondanti     che  non siano  l’ esaltazione   di uno  stupido edonismo   individualista. 

Per  rimediare a questo  disastro, ammesso  che il processo  possa  essere invertito,  non basterebbero      nemmeno   due   generazioni; un   tempo  enorme   considerando    i  fattori  di urgenza   che invece  si accumulano  sempre  di più.

L’elite  americana,   anche   volendo porci   davvero  rimedio,  non  può  che proseguire  sulla  vecchia   strada  della “Forza”     dalla  quale  i suoi “  superiori”  non  permetteranno mai  di sfuggire.

E’  l’ agenda  di “  chi comanda in “ che   detta quella  di Trump,   costringendolo   in avventure  sempre più  rischiose  a  cominciare       dal tentare   di impadronirsi  dell’ Iran; una cosa   che  non solo la Russia  ma   la stessa Cina   non possono permettere   che    accada.

Che lo  vogliano o no  (  e non lo vorrebbero)  le élites   russe  e cinesi  sono  anche esse davanti         alla  scelta    che  oggi hanno   quelle iraniane :  capitolare o perire.

 Anche la infida  ed incapace  pretesca borghesia  iraniana     deve  ora scegliere ciò  che non vorrebbe  e, non  volendo  né capitolare   né perire,   sceglierà  quantomeno  di difendersi.

E  così   faranno  anche  i   “liberali”   russi  e  i “capitalisti”   cinesi.  Certo lo faranno a  “modo  loro” , recalcitranti     ,   timorosi     e   con una mano legata   dietro la schiena   come     “ segno  di buona  volontà” .

E non potranno  non farlo perché  il messaggio  che    ricevono     continuamente  è chiaro:   arrendersi  o perire!  Nella  sostanza la stessa  fine  sarà  che  già  attende    i   traditori  di Maduro:  arrendersi  E perire!

Ma  così  paradossalmente   essi  tutti   rimangono   vittime   della propria prudenza; quella stessa  che  “l’ occidente combinato”  volutamente   scambia  per “debolezza”  perché  esso  non ha  alternative  ad andare  “avanti  tutta! “ .

D’altra  parte   anche un  atteggiamento  più   proattivo  non  serve  a nulla.    Basta vedere   il    Kremlino  che, provocato  dal terrorismo  ucraino,   spara   “ con  avvertimento”  un secondo  Oreskin   e      tutto quello    che ottiene    è l’ ‘aumento  de  “l’impegno”   NATO    a  proseguire  la  guerra.

 Insomma  ogni giorno  la posta  si alza,   qualunque     cosa   venga fatta   per   cercare   di contenerla.   Siamo  così tutti in trappola.

Ma  ci potevano   essere  altre   vie ?  Ci poteva   essere un’ altra “ storia” ? No , nel senso   che per  salvarsi  da  questo  suicidio, “l’ occidente  tutto”   avrebbe   dovuto   sottrarsi  dalla   “   dittatura  della Finanza”    che invece   si  è imposta   su  di noi    senza  alcun ostacolo   dopo il crollo   dell ‘URSS.

E   anche   tentando  di farlo  adesso , è  tardi.

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Cina-Usa : Piani Strategici a Confronto – Con Marco Pugliese

Cina-Usa : Piani Strategici a Confronto – Con Marco Pugliese – Docente di matematica, giornalista e analista economico
Cina, Stati Uniti e Russia hanno publicato i propri piani strategici di sicurezza nazionale. Definirli “piani”, però, è fuorviante. Sono indirizzi politici cui docranno seguire i piani strategici e le linee operative vere e proprie. Mancano all’appello l’Unione Europea e gli stati che la compongono. La prima semplicemente perché non è uno Stato; si sta riducendo sempre più ad una consorteria burocratica espressione degli equilibri mutevoli dei governi nazionali che la mantengono in piedi e degli indirizzi di una fazione ben precisa delle élites statunitensi. Un organismo capace solo di agire sulla base di desideri che non tengono conto della realtà e di interessi di un mondo che sta morendo. Un giardino che nasconde orrori grotteschi come quello prodotto ai danni del colonnello Baud. Morirà o si ridurrà ad un simulacro. Tutto dipenderà dall’evolversi della situazione politica degli stati che la mantengono. L’inerzia ci sta portando verso la guerra e l’irrilevanza. Giuseppe Germinario

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ESEGESI PRIMA DEL NATIONAL SECURITY STRATEGY OF THE UNITED STATES DEL NOVEMBRE 2025 (NSS 2025) NELLA DEFINIZIONE DELL’ ‘IMPERIALISMO IN FORMA’ DELL’AMMINISTRAZIONE TRUMP_di Massimo Morigi

ESEGESI PRIMA DEL NATIONAL SECURITY STRATEGY OF THE UNITED STATES DEL NOVEMBRE 2025 (NSS 2025) NELLA DEFINIZIONE DELL’ ‘IMPERIALISMO IN FORMA’ DELL’AMMINISTRAZIONE TRUMP E PER LA COMPRENSIONE         DELLA          CRISI         DI           “LIMES”  NELL’ ERMENEUTICA DEL REPUBBLICANESIMO GEOPOLITICO  DEL    PENSIERO  MAZZINIANO      SULLA      MISSIONE        DELL’ITALIA  E         DELLA      TERZA      ROMA

Di Massimo Morigi

           Fra i vari commenti degli osservatori indipendenti dal mainstream sul  National Security Strategy of the United States of America del novembre 2025 (quelli del mainstream  lo hanno liquidato come semplice retorica antieuropea e, quando va bene, come frutto della confusione strategica e culturale dell’amministrazione Trump, senza addentrarsi in analisi un pochino più raffinate perché queste, inevitabilmente, riguarderebbero anche la loro intima  corruzione di agenti al servizio di interessi non nazionali. NSS 2025 all’URL Wayback Machine http://web.archive.org/web/20251205045339/https://www.whitehouse.gov/wp-content/uploads/2025/12/2025-National-Security-Strategy.pdf), un punto su cui l’unanimità è stata pressoché concorde nell’affermare o  sottintendere che  in questo documento viene riproposto con una fortissima verve ideologica il concetto di ‘civiltà occidentale’. Ma, sorpresa delle sorprese, questa locuzione non trova cittadinanza nel documento. L’unico passaggio dove l’aggettivo ‘western’ è semanticamente rafforzativo del  concetto di civiltà è a pagina 5 del documento dove si afferma: «We want to support our allies in preserving the freedom and security of Europe, while restoring Europe’s civilizational self-confidence and Western identity», dove  è ben chiaro che quello che si deve difendere e rimettere in asse non sono vaghi valori di una civiltà ma la sicurezza geopolitica del Vecchio continente, una sicurezza geopolitica dove ha sì una grande importanza la ‘Western identity’ ma  in cosa consista questa identità occidentale non viene meglio spiegato, a meno che non le si voglia dare (o meglio suggerire) la valenza etnico-europea della c.d. razza bianca da contrapporre alle ondate migratorie più o meno colorate, come in effetti verrà mostrato in questa comunicazione.

            A pagina 11 del documento, nel secondo luogo  dove si parla di civiltà, viene qui abbandonato qualsiasi esplicito riferimento alla ‘Western identity’ e si cerca di meglio definire in cosa consista questa civiltà senza però assegnarle uno specifico caratterizzante marcatore geografico d’origine, con esiti alquanto deludenti, lasciamo perdere dal punto di vista più o meno scientifico ma anche sotto l’aspetto puramente retorico: «Competence and Merit – American prosperity and security depend on the development and promotion of competence. Competence and merit are among our greatest civilizational advantages: where the best Americans are hired, promoted, and honored, innovation and prosperity follow. Should competence be destroyed or systematically discouraged, complex systems that we take for granted – from infrastructure to national security to education and research – will cease to function. Should merit be smothered, America’s historic advantages in science, technology, industry, defense, and innovation will evaporate. The success of radical ideologies that seek to replace competence and merit with favored group status would render America unrecognizable and unable to defend itself. At the same time, we cannot allow meritocracy to be used as a justification to open America’s labor market to the world in the name of finding “global talent” that undercuts American workers. In our every principle and action, America and Americans must always come first.» La civiltà si definisce quindi attraverso le virtù che essa coltiva, in primo luogo (o esclusivamente?) la competenza e il merito e, a parte questa sciocca e debole retorica, è chiaro che qui non si può parlare di Europa – per forza della suo stato delle cose anticompetitivo e burocratizzato in tutti i gangli delle varie società europee e, soprattutto, in ragione della cappa soffocante messa in atto dall’UE – e se si parla di America lo si fa non attribuendo all’America il primato sulla competenza e il merito (implicitamente si ammette che queste virtù risiedano anche all’estero) ma sottolineando il fatto che questi valori  devono essere ristabiliti negli Stati Uniti. La realtà è che su questa retorica del merito e della competenza, l’Europa, molto giustamente lo si ribadisce, non può certo venire menzionata mentre per l’America, e anche qui dal documento si manifesta una innegabile verità,  si tratta da valori da ristabilire ma anche che però, soprattutto, su questa linea di narrazione incombe, non nominata,  quella statua del commendatore  che va sotto il nome di Cina, la cui filosofia confuciana dell’ordine, del merito e della gerarchia è proprio alla base del suo sviluppo, una Cina vero e proprio  ‘innominato’ nell’ambito della retorica del merito anche se in altri luoghi del documento, ovviamente, trova la sua debita trattazione nel corso di un discorso più classicamente geopolitico e meno legato alla considerazione di fattori sovrastrutturali e/o culturali.

          Dalle pagine 25-27 del documento viene impiegato per le ultime due volte il concetto di civiltà, appaiandolo  come nel primo esempio col sostantivo di ‘Europa’ e a buon ragione perché il discorso che vi si sviluppa inizialmente (ma per poi prendere in finale, come vedremo, una torsione tutta particolare) è essenzialmente di natura geopolitica, un geopolitica di stampo classico dove apparentemente in maniera esclusiva ed esaustiva  viene sviluppato un ragionamento sulle masse territoriali euroasiatiche: «C. Promoting European Greatness. American officials have become used to thinking about European problems in terms of insufficient military spending and economic stagnation. There is truth to this, but Europe’s real problems are even deeper. Continental Europe has been losing share of global GDP – down from 25 percent in 1990 to 14 percent today – partly owing to national and transnational regulations that undermine creativity and industriousness. But this economic decline is eclipsed by the real and more stark prospect of civilizational erasure. The larger issues facing Europe include activities of the European Union and other transnational bodies that undermine political liberty and sovereignty, migration policies that are transforming the continent and creating strife, censorship of free speech and suppression of political opposition, cratering birthrates, and loss of national identities and self-confidence. Should present trends continue, the continent will be unrecognizable in 20 years or less. As such, it is far from obvious whether certain European countries will have economies and militaries strong enough to remain reliable allies. Many of these nations are currently doubling down on their present path. We want Europe to remain European, to regain its civilizational self-confidence, and to abandon its failed focus on regulatory suffocation. This lack of self-confidence is most evident in Europe’s relationship with Russia. European allies enjoy a significant hard power advantage over Russia by almost every measure, save nuclear weapons. As a result of Russia’s war in Ukraine, European relations with Russia are now deeply attenuated, and many Europeans regard Russia as an existential threat. Managing European relations with Russia will require significant U.S. diplomatic engagement, both to reestablish conditions of strategic stability across the Eurasian landmass, and to mitigate the risk of conflict between Russia and European states. It is a core interest of the United States to negotiate an expeditious cessation of hostilities in Ukraine, in order to stabilize European economies, prevent unintended escalation or expansion of the war, and reestablish strategic stability with Russia, as well as to enable the post-hostilities reconstruction of Ukraine to enable its survival as a viable state. The Ukraine War has had the perverse effect of increasing Europe’s, especially Germany’s, external dependencies. Today, German chemical companies are building some of the world’s largest processing plants in China, using Russian gas that they cannot obtain at home. The Trump Administration finds itself at odds with European officials who hold unrealistic expectations for the war perched in unstable minority governments, many of which trample on basic principles of democracy to suppress opposition. A large European majority wants peace, yet that desire is not translated into policy, in large measure because of those governments’ subversion of democratic processes. This is strategically important to the United States precisely because European states cannot reform themselves if they are trapped in political crisis. Yet Europe remains strategically and culturally vital to the United States. Transatlantic trade remains one of the pillars of the global economy and of American prosperity. European sectors from manufacturing to technology to energy remain among the world’s most robust. Europe is home to cutting-edge scientific research and world-leading cultural institutions. Not only can we not afford to write Europe off – doing so would be self-defeating for what this strategy aims to achieve. American diplomacy should continue to stand up for genuine democracy, freedom of expression, and unapologetic celebrations of European nations’ individual character and history. America encourages its political allies in Europe to promote this revival of spirit, and the growing influence of patriotic European parties indeed gives cause for great optimism. Our goal should be to help Europe correct its current trajectory. We will need a strong Europe to help us successfully compete, and to work in concert with us to prevent any adversary from dominating Europe. America is, understandably, sentimentally attached to the European continent – and, of course, to Britain and Ireland. The character of these countries is also strategically important because we count upon creative, capable, confident, democratic allies to establish conditions of stability and security. We want to work with aligned countries that want to restore their former greatness.  Over the long term, it is more than plausible that within a few decades at the latest, certain NATO members will become majority non-European. As such, it is an open question whether they will view their place in the world, or their alliance with the United States, in the same way as those who signed the NATO charter [evidenziazione nostra].» Insomma, per farla breve: al netto della sparata che bisogna ristabilire la democrazia in Europa (il bue che dà del cornuto all’asino…), bisogna andare d’accordo con la Russia perché la geopolitica ci insegna che Europa e Russia fanno parte della stessa massa continentale euroasiatica e sopratutto, passaggio finale che va analizzato attentamente e da noi proprio per questo graficamente evidenziato, la Nato dovrà progressivamente essere abbandonata non tanto perché in linea di principio di ostacolo verso questo appeasement con la Russia (ed anche perché troppo costosa, entrambe queste verità non menzionate) ma perché, udite, udite, le migrazioni favorite dalla politica  dell’Unione Europea e dalla maggioranza dei suoi singoli paesi favorendo una sostituzione razziale all’interno di questi paesi alterano l’originaria composizione etnica dell’Europa e la  rendono così meno affidabile dal punto di vista del mantenimento degli originari obiettivi militari dell’Alleanza atlantica, diversamente dal passato quanto il Vecchio continente era omogeneo dal punto di vista etno-culturale e una NATO composta da questi paesi era totalmente affidabile e quindi strutturalmente inadeguata a proseguire finalità che non fossero la difesa della pace e la protezione contro le mire espansionistiche dell’Unione Sovietica.  

          A questa nostra chiosa che segnala che alla fine del passaggio evidenziato si fuoriesce da un discorso geopolitico di vecchio stampo dove quello che conta è essenzialmente la geografia e come questa quasi deterministicamente condizioni il comportamento degli attori sullo scenario internazionale,  si potrebbe ribadire che, in realtà, l’accusa mossa contro l’Europa è quella di favorire l’immigrazione musulmana (oggettivamente creatrice di terribili problemi nei paesi che ne ha accettato l’apporto) e che se questa non viene menzionata in termini espliciti è perché A) negli Stati Uniti sono presenti comunità musulmane e quindi non è utile pestare la coda al cane che più o meno dorme e B) la proiezione imperialistica degli Stati Uniti non consente di disprezzare apertamente l’Islam o coloro che lo professano e, in parte, molto piccola parte, ammettiamo che sono  pur presenti queste preoccupazioni ma il punto è che, se si voleva segnalare il problema unicamente dal punto di vista etno-cultural-religioso senza però voler offendere nessuno, senza volere cioè volere offendere l’Islam in quanto religione, sarebbe bastato affermare che l’Europa per colpa di queste immigrazioni non europee sta fiaccando e perdendo le sue radici cultural-religiose, sta cioè diventando una continente dove il cristianesimo rischia di diventare minoritario ed alterando quindi la sua tradizione spirituale che invece, non perché migliore delle altre ma perché costituente l’intima struttura vitale ed espressiva di queste società, deve essere tutelata. Ma il documento si guarda bene dal fare questa osservazione e quindi non si può che concludere che la preoccupazione del documento riguardo l’Europa è rivolta (almeno dal punto di vista di una retorica non dichiarata ma chiaramente sottesa) al rischio che il Vecchio continente diluisca fino ad annullarla la sua storicamente maggioritaria  ed egemone componente etnica c.d. ariano-caucasica, cioè, detto ancor più semplicemente, che la c.d. razza bianca divenga una componente minoritaria soverchiata dalle altre “razze” più o meno variamente colorate.

          Alla luce quindi di questa ‘interpretazione autentica’ della retorica sottesa al documento National Security Strategy of the United States of America del novembre 2025 (una Weltanschauung i cui punti riferimento sono Joseph Arthur de Gobineau,  Friedrich Maximilian Müller e Houston Stewart Chamberlain) ed evidenziando altresì che l’ ‘imperialismo in forma’ dell’amministrazione Trump, oltre alla concreta applicazione pratica ed anche teorica di un realismo politico totalmente schematico ed antidialettico ma comunque con maggiori potenzialità performative rispetto alle precedenti impostazioni neocon e democratiche basate sulla mistica parareligiosa della democrazia e dei diritti umani,  sembra anche stare ripercorrendo  il tragitto cultural-retorico del vecchio imperialismo otto-novecentesco del fardello dell’uomo bianco,  due considerazioni, una nient’affatto extravagante riguardo al tema di questa comunicazione, la seconda, invece, apparentemente eccentrica rispetto allo stesso ma, invece, strettamente correlata con la prima. Veniamo subito alla considerazione apparentemente eccentrica e riguarda la crisi di “Limes”.  Senza stare a ripercorrere nel dettaglio nei nomi dei protagonisti di questa crisi e nelle loro motivazioni che li hanno indotti a lasciare la rivista, perché proprio non ne varrebbe la pena, possiamo dire che l’idea fondante di “Limes” sin dai suoi esordi è stata quella di assumere il ruolo machiavelliano di consigliere del Principe, un ruolo che, concretamente, era affidato alla notevole capacità affabulatoria  del suo direttore e fondatore Lucio Caracciolo, solo che, “piccolo” dettaglio A) questa grande capacità affabulatoria, pur appoggiata nella maggior parte di casi, su una corretta conoscenza empirica delle varie realtà nazionali che si muovono sullo scenario internazionale, è sempre stata assolutamente refrattaria ad adottare una pur minima visione teorica non solo di questo scenario ma anche delle forze politico-sociali che si muovono e scontrano all’interno di questi paesi, e non è certo sufficiente a coprire questa deficienza teorica proclamare ad ogni piè sospinto che “Limes” si rifà integralmente al realismo politico se questo realismo non viene meglio precisato nelle sue articolate e dialettiche fonti teoriche e quando citate ed approvate non se ne opera una debita storicizzazione e, soprattutto, in parallelo a questa gracile e rachitica ermeneutica geopolitica, il realismo che ne risulta –  cioè in “Limes” che non ne risulta – non viene calato concretamente nell’analisi  concreta delle varie realtà nazionali, le quali in “Limes” vengono sì empiricamente riconosciute ma mai dinamicamente inquadrate dialetticamente sia per quanto riguarda gli agenti strategici interni sia sotto il punto di vista degli agenti strategici operanti sullo scenario internazionale.   Insomma, a “Limes” il compianto Gianfranco La Grassa e la sua teoria degli agenti strategici risultano ampiamente non pervenuti, cosa che invece, pur nella modestia dei suoi mezzi, può ben essere rivendicata dall’ “Italia e il Mondo”, come anche, nella modestia dei suoi mezzi intellettuali, risulta pervenuta al sottoscritto attraverso il paradigma del Repubblicanesimo Geopolitico. Ma come si dice, si potrebbe predicare male (cioè nel caso di “Limes” col suo realismo dimidiato, non sufficientemente bene) ma razzolare bene ma è proprio sul realismo concretamente praticato ed applicato pro domo sua la falla maggiore di “Limes”, perché l’idea di fungere da consigliere del Principe può avere un pur minimo senso se esiste un Principe che voglia veramente insignorirsi di una data realtà territoriale, cosa che invece non esiste in Italia perché la sua forma di potere politico può essere definita, come ho affermato nel mio precedente intervento sull’ “Italia e il Mondo”, una ‘polioligarchia eterodiretto-competitiva’: insomma gli agenti strategici nazionali  non aspettano certo i consigli del Caracciolo di turno ma prendono ordini e consigli direttamente dagli Stati Uniti. Da qui la crisi di “Limes” che si inserisce nel quadro in radicale e tumultuoso mutamento che se un tempo gli agenti strategici nazionali potevano sopportare di buon grado e far finta di gradire le edulcorate lezioncine di “Limes” che nell’ambito di una ripetuta (e sincera) proclamata fedeltà della rivista alle ragioni della NATO, cercava di indicare una via nazionale entro cui far muovere questa fedeltà, oggi per “Limes” diventa tutto più difficile perché l’amministrazione Trump è la forza politico-strategica  che solo al momento, e pur fra mille contraddizioni, è prevalente all’interno degli Stati Uniti e facendo quindi  sì che “Limes” e il suo direttore abbiano dovuto abbandonare la litania dell’importanza di affidarsi senza se e senza ma alle ragioni degli Stati Uniti ricondotti  fino ad ora se non ad un blocco più o meno unitario certamente a conflittualità perlomeno controllata nella dialettica fra amministrazione ed opposizione, ma abbia deciso di scegliere e  sposato espressamente le ragioni delle forze strategiche che fanno capo all’amministrazione  Trump. E questo non può essere accettato da nessuno degli agenti strategici nazionali che in passato erano fidelizzati solo apparentemente alle lezioncine di Caracciolo. Da una parte, coloro che continuano a coltivare rapporti diretti con le componenti neocon americane e con quelle democratiche e retoricamente proseguono nel canto  propagandistico di queste due correnti politico-ideologiche statunitensi che pur nella loro polarità destra/sinistra si fanno chiassosamente portavoce  dei diritti dell’uomo e della democrazia da esportazione manu militari, e  qui ci si sta riferendo ai personaggi che ora hanno lasciato “Limes”. Dall’altra parte, dalla parte cioè dei “patrioti” al governo ora molto vicini a Trump, senza potersi aspettare a favore di “Limes” alcuna sponda significativa, visto che nei loro rapporti sottomissivi ed autoreferenziali verso questa amministrazione essi sono benissimo in grado di servirsi da soli, come del resto hanno fatto sempre coloro che a parole dicevano ad ogni piè sospinto  di far tesoro delle parole di Caracciolo.

           Veniamo ora alla considerazione non eccentrica sul documento del National Security Strategy of the United States of America del novembre 2025 riguardante l’Italia e collegandoci al  discorso appena svolto per “Limes” possiamo metterla in questo modo: così come “Limes” e il suo direttore si sono sempre illusi prima di fare il consigliere degli italici Principi in un quadro di conflitto strategico all’interno degli Stati uniti apparentemente sotto controllo e sono ancora più illusi ora di cavar fuori qualcosa di buono in termini di consiglio per i nostri locali Principi appoggiandosi ad un’amministrazione perennemente in lotta nella società americana ed anche al suo interno per tentare di imporre la sua egemonia politico-culturale (nel mio precedente intervento sull’ “Italia e il Mondo”, Massimo Morigi, Tassonomia prima degli idealtipi delle principali forme del potere politico in conformità alla dialettica del paradigma realistico del Repubblicanesimo Geopolitico a proposito de le questioni russe al di là dell’Ucraina di George Friedman, documento all’URL Wayback Machine https://web.archive.org/web/20251206192330/https://italiaeilmondo.com/2025/12/06/tassonomia-prima-degli-idealtipi-delle-principali-forme-del-potere-politico-in-conformita-alla-dialettica-del-paradigma-realistico-del-repubblicanesimo-geopolitico-a-proposito-de-le-questi/, ho definito la forma del potere “democratico” statunitense ‘polioligarchia stasististico-competitiva’ per evidenziare la perenne guerra civile che percorre quel paese), altrettanto si illudono i nostri “patrioti” al governo che da un ‘imperialismo in forma’ come quello dell’amministrazione Trump, un ‘imperialismo in forma’ che ripercorre le retoriche dell’uomo bianco e ariano-etniche dell’imperialismo ottocentesco, possa uscire qualcosa di buono per l’Italia e questo per due motivi. Il primo è che nonostante il suo  debolissimo senso identitario inteso in senso strettamente nazionalistico, la sua vera identità spirituale è quella informata  al un suo profondo cattolicesimo culturale, e ciò implica che se in via ipotetica possono essere accettate forme più o meno larvate  di islamofobia, l’Italia non può assolutamente far proprio un discorso suprematista bianco così come emerge dal documento in questione e, come c’è da pensare, realmente profondamente radicato all’interno del mondo dell’amministrazione Trump. Il secondo è che è proprio il discorso suprematista bianco a porre un ostacolo proprio da parte di  coloro che vi si identificano a far inserire a pieno titolo l’Italia e il suo popolo in  questa ristretta ed esclusiva cerchia razziale, perché dal punto di vista dell’amministrazione Trump e dei circoli politico-culturali che ruotano attorno alla sua amministrazione  il posto destinato all’Italia e al suo popolo non è altro che quella di ascari fedeli in quanto bianchi di serie B se proprio si vuole essere generosi, con tutte le concrete conseguenze politico-culturali che è facile immaginare (ricordiamo che in origine, nella razzista America ora rinnegata, ma solo apparentemente, gli italiani non erano considerati facenti parte della c.d. razza bianca, pur essendo il loro fenotipo quanto di più distante si potesse immaginare dalla popolazione di origine africana).

          E quindi, se di consiglieri i Principi nazionali non hanno mai saputo cosa farsene e dei Principi italiani amici di quelli ora a al timone degli Stati Uniti la realtà ne decreterà ugualmente l’inutilità e la ridicolaggine, che fare?  Molto semplice a dirsi anche se estremamente arduo nella realizzazione: impegnarsi   a costruire una reale didattica nazionale che nella odierna crisi degli stati-nazione, sappia ritrovare le ragioni esistenziali del perché l’Italia è (ancora) una nazione e, se vogliamo cogliere un lato positivo del documento esaminato, è che questo chiaramente individua la necessità geopolitica prima ancora che culturale di individuare – anche se solo riferite agli Stati Uniti e da un punto di vista suprematista –  queste ragioni (un suggerimento, oltre ovviamente a William Faulkner e ad Harper Lee,  per cogliere la formaperfetta del sentire suprematista americano e senza, peraltro, che nel documento proposto vi sia alcuna forma di distanziamento verso questo fenomeno: il film del 1915 di David Wark Griffith The Birth of a Nation, bellissimo esteticamente e terribile nella sua ingenuità razzista e nella sua apologia del Ku Klux Klan). Alla luce, inoltre, del fatto che la ricerca dell’individuazione/creazione  di queste ragioni non è proprio un’invenzione dell’amministrazione Trump e/o di suprematisti e/o dichiaratamente razzisti ma è una ricorrenza costante  delle forme di potere genericamente definibili come ‘polioligarchie competitive’ (cioè le c.d. democrazie rappresentative per le quali si rinvia ancora al mio ultimo intervento sull’ “Italia e il Mondo”) e, senza voler fare un elenco dei modelli di costruzione identitaria praticati nel corso della storia (non solo dalle c.d. democrazie rappresentative ma anche dalle forme di potere informate a modelli tradizionalisti che le hanno precedute, ma in questo caso le costruzioni identitarie hanno ritmi collocabili più nella “lunga durata” che nella costante e frenetica giustificazione di un potere che non riesce mai a tenere fede alle promesse “democratiche”), dal punto di vista del Repubblicanesimo Geopolitico non è inutile segnalare che nella nostra storia d’Italia abbiamo l’esempio di un pensatore che non ha nulla a spartire con l’ideologia sottesa al documento esaminato ma che ugualmente era ben consapevole che una nazione “democratica” come è oggi concepita e praticata attraverso la c.d. democrazia rappresentativa ma  senza un’idea  del proprio essere nel consesso internazionale e senza che questa idea sia  condivisa da tutto il popolo e nella rappresentazione che esso ha di sé proiettata al di là delle semplici contingenze politiche del momento,  è destinata ad immiserirsi fino a scomparire.

         A questo proposito Mazzini parlava di una vera e propria missione dell’Italia che avrebbe dovuto porsi alla guida politico-militare  di tutti i popoli nel processo da loro autonomamente intrapreso per la liberazione dalle dominazioni straniere. Ora se il lato utopistico di quest’idea di un’Italia che assume il comando della liberazione dei popoli è di tutta evidenza, non è altrettanto evidente l’improponibilità dell’idea di un’Italia che proprio in ragione della consapevolezza della sua storia fatta di dominazioni straniere rifiuta alla radice qualsiasi discorso falsamente universalistico (altrimenti detto, diritti umani e democrazia da esportazione con le armi) così come suprematistico (proprio in ragione delle sue profonde radici universalistiche cattoliche), facendosi internazionalmente il più eloquente e prestigioso portavoce, proprio in ragione della sua storia événementielle e della sua più profonda e significativa tradizione culturale, ideologica e politica, del non fungibile diritto di ogni popolo a trovare la sua unica e non sindacabile dall’esterno via all’autogoverno. Si tratterebbe, in altre parole, di poggiare la nuova pedagogia identitaria nazionale sulla teologia politica dei due filoni fra i  più profondi, anche se nell’Ottocento confliggenti, della nostra tradizione politico-culturale nazionale, vale a dire l’universalismo cattolico italiano (di cui, fra l’altro, un sotterraneo rizoma non sottoposto a sufficiente riconoscimento ermeneutico in questo suo legame è il marxismo umanistico e volontaristico di Antonio Gramsci che, con la sua filosofia della prassi poggiata sull’unione dialettica fra oggetto e soggetto agente sullo stesso, una filosofia della prassi con profonde analogie alla mazziniana endiade ‘pensiero e azione’, ha posto le basi perché con un pensiero marxista teoricamente vivo e politicamente espressivo se ne dovranno fare i conti per molto tempo ancora, e una gramsciana filosofia della prassi di cui il Repubblicanesimo Geopolitico  riconosce tutta la sua fondante importanza per la sua teoresi) e il mazzinianesimo, in particolare nella sua declinazione geopolitico-idelogica  del  cosmopolitismo delle nazioni, nell’ambito del concreto quadro del multipolarismo in via di una sempre più tumultuosa affermazione, un multipolarismo il cui orizzonte etico-politico è proprio l’idea mazziniana che ai popoli non possono essere imposti dall’esterno ridicoli e nefasti schemi ideologici essendo, per Mazzini,  il loro unico dovere quello di essere responsabili di fronte a Dio del mantenimento della propria identità e libertà nell’armonioso consesso di tutti gli altri popoli (questo armonioso consesso di libere nazioni Mazzini lo definiva ‘cosmopolitismo delle nazioni’, concetto con profonde analogie con la Weltanschaung condivisa di coloro che si rifanno dal punto di vista assiologico, teorico e politico al processo del multipolarizzazione).   Un compito immane ma almeno storicamente con solide e reali fondamenta, una missione per l’Italia del futuro che riprende e aggiorna la missione che per l’Italia aveva pensato Mazzini. In mancanza di questa nuova pedagogia nazionale di matrice mazziniana poggiante a sua volta sull’universalismo di matrice cattolica (e notiamo en passant che l’universalismo cattolico non è altro che il riverbero alto e basso medievale del mito universalistico della Città Eterna portatrice di civiltà a tutti i popoli del mondo che Roma antica amava attribuire a sè, un riverbero che ebbe profondissima influenza anche nel pensiero  mazziniano attraverso il mito della Terza Roma, la Roma, cioè, del popolo che sarebbe stata per Mazzini la legittima erede della Roma dei Cesari e della Roma dei Papi, e mito della Terza Roma che agisce tuttora anche come una sorta di teologia politica abscondita per quanto riguarda la Russia, ma anche  mito della Terza Roma espressamente ripreso da Aleksandr Dugin nell’ambito della sua concezione assiologico-geopolitica dell’euroasiatismo… ), il futuro ci riserverà ancora (poco ascoltati) consiglieri del Principe e altrettanto (poco considerati) pseudopatrioti, che non riusciranno  mai non solo a passare del tutto indenni l’esame di purezza etnica ma anche, ancora più importante, a potersi vantare senza vergogna di avere raccolto degnamente il testimone dei momenti più alti del pensiero politico-culturale italiano. E, come abbiamo visto, a trarli d’impaccio non si potrà ricorrere ai vari cantori di un realismo dimidiato che  hanno già dato ampia prova della loro inefficacia. Ma certamente a trarci d’impaccio il vero realismo politico ci suggerisce di rivolgerci a colui che per primo seppe concepire l’Italia come la diretta e principale erede di una bimillenaria tradizione e per questo «una, indipendente e repubblicana». Ora e sempre.

Massimo Morigi, 1° gennaio 2026

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Il punto zero_di WS

Essendo tutti presi dalla “narrazione” che ci sta avvolgendo, sto leggendo cose ( ad esempio qui riflessioni-del-moa-il-saggio-di-sachs-le-interviste-di-lavrov-e-la-straordinaria-dichiarazione_di-karl-sanchez/) che richiedono di fare il punto per capire come possano evolvere gli avvenimenti.

Soprattutto mi preme ribadire il “punto zero” pressoché mai citato da tutti i commentatori : il sistema finaziario estrattivo che guida l’ economia globale è fuori controllo ed esploderà . Noi non sappiamo ne “il quando” ne “ il come” ( in realtà “il come” sarà quello solito).

Di solito infatti “ il sistema” mostra di essere “ fuori controllo” con una grave crisi finanziaria che poi con vari trucchi può essere rabberciata ma non risolta, se non, alla fine, con una guerra mondiale sotto le cui macerie nascondere anche l’ insolvibilità dei debiti pregressi.

Io infatti già da tanti anni posto la relativa equivalenza

1907→ 1914 WW1

1929 → 1939 WW2

2007 → ??? WW3

Da questo confronto si nota subito l’ impressionante ritardo della WW3 , il che potrebbe indurre qualcuno ad un facile “ottimismo” ( la guerra non verrà mai ! ). Un ottimismo che io invece gelo subito facendo notare che il “tempo di attesa” non comporta alcuna “ soluzione alternativa “ perché nel frattempo il debito impagabile continua a crescere e a deprimere sempre più l’economia reale, ragion per cui semplicemente più la guerra “ ritarda” e più grosso sarà “il botto”.

“Il ritardo” infatti non serve a trovare “soluzioni diverse” ( non esistono senza rimettere in riga il Grande Kapitale ), ma serve solo ai vari attori a meglio posizionarsi, nonché ai banksters a definire gli opportuni soggetti su cui scaricare “la colpa” della guerra .

I quali “caproni espiatori “ possono anche intuire quale parte gli sarà assegnata nella “commedia” e quindi cercare di “resistere” al proprio incaprettamento.

Ad esempio nel 1914 l’operazione fu perfetta, in quanto i “caproni” di allora, gli imperi europei, non immaginarono mai la trappola in cui stavano allegramente entrando.

Nel 1939 invece la cosa fu già più problematica, perché se anche la Germania non si rese esattamente conto della trappola, la dirigenza dell’ URSS al contrario ne era molto più avvertita; l’URSS ne sarebbe rimasta ancora per un po’ fuori, in quel ruolo “falsamente neutrale” che è da sempre quello degli USA (+) , se la Germania nella sua disperazione strategica non avesse visto la sua unica via di uscita in un attacco a “l’Unione Sovietica”.

Questa volta il ruolo del “ cattivo” toccava appunto alla Russia essendo la Germania un cane fedele della “grande Finanza”, il Kapò de l’€urolager che rastrellava il surplus economico dell’€urotonnara per convogliare i profitti finanziari nei centri della “Grande Finanza “ angloamericana .

Ma la Russia ha manovrato abilmente per non farsi fregare , ragione per cui ora siamo già a 18 anni dalla corrispondente “crisi finanziaria” e ancora la “grande guerra” non c’è, almeno ufficialmente.

Ma “una guerra” al “grande Kapitale” è ogni giorno sempre più necessaria; “la resistenza” della Russia a “intestarsene “, sta comportando una fase di studio per individuare alcune “varianti” .

Una evidentissima è “ la variante cino-giapponese ” che ci viene annunciata dal rapido riarmo del Giappone e “ l’ altra “ , meno evidente, è “ la variante “€uro- tedesca”, cosa che può avere una più probabile realizzazione; i tedeschi sono da sempre le più grandi pippe della geopolitica mondiale.

Sia comuque chiaro che in tutto questo non c’è alcun “ determinismo” , cioè non è ancora detto che “Germania” e “ Giappone” eseguano poi esattamente gli “ordini ricevuti” e che magari invece non cerchino di sfuggirne. Che poi ci riescano è tutta un’altra questione (*)

Esiste anche la “ variante Israele”! “L’unica democrazia del MO“ verrebbe lanciata contro tutti i suoi vicini provocando una gigantesca crisi economica mondiale. Ma questa sarà solo una soluzione di “emergenza” perché il suo “contraccolpo” specie di “narrazione “ non sarebbe facilmente gestibile come le “altre “ varianti”.

Comunque, più ci si avvicina al “momento topico” è più tutti i giocatori copriranno le loro carte e le loro mani. Solo gli sciocchi faranno dichiarazioni roboanti su cose che non potranno gestire; quelli “bravi”, che invece hanno i mezzi per gestire “la guerra”, parleranno sino alla fine di “diplomazia” e “pace” mentre si prepareranno ad una guerra sempre meno rinviabile.

(+) Nel 1907 gli USA partirono con un gigantesco programma di armamento navale il cui scopo poteva essere finalizzato solo ad una guerra fuori dalle acque del continente americano.

E’ poi abbastanza noto che il programma del B17 partì nel 1933 e che, collegato allo sviluppo del Napalm, ci dice che il tutto servisse al bombardamento a largo raggio delle città giapponesi, notoriamente “ di legno” e quindi facilmente infiammabili.

Ma l’orientamento bellicista della amministrazione americana svoltò solo nel 1939 verso il “Germany first” con immediato decollo del “progetto Manhattan” e prima ancora che la guerra esplodesse in Europa.

Tutte “iniziative” comunque sempre perfettamente dissimulate dietro una postura fintamente “neutrale” e “ pacifista”. La mia domanda quindi è sempre la stessa: quale è il nuovo “trucco” con cui gli U$A entreranno nella WW3 ?

(*) La variante “ €uro-tedesca” , nella sua attuale accezione che prevede cioè una NATO-€uropa lanciata contro la Russia sotto una egemonia tedesca, militare al posto della vecchia “egemonia economica”, è particolarmente pericolosa per noi che vi saremo trascinati in vario modo. Lì vedremo i limiti della agibilità politica della “sora giorgia”.

Comunque ho già spiegato come i tedeschi, ancor di più i giapponesi, non possano essere così tanto fessi; probabilmente, seppur costretti , abbiano anche “ progetti propri “ .

Ma è alquanto improbabile che poi i tedeschi siano tanto abili da saltare in tempo giù dal “ treno in corsa”; cosa che invece noi dovremmo essere pronti a fare , dal momento che lo abbiamo già fatto anche le “altre due volte” seppur , “la seconda”, con esiti comunque disastrosi.

Perché NON sedersi al tavolo resterebbe sempre il miglior modo di “ non farsi male”; una cosa per noi stavolta impossibile laddove invece “le altre due volte”, al tavolo, ci siamo voluti proprio sedere noi.

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CINA e STATI UNITI, due piani di sicurezza nazionale a confronto_di Giuseppe Germinario

CINA e STATI UNITI, DUE PIANI DI SICUREZZA NAZIONALE A CONFRONTO

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Il dibattito politico-strategico internazionale di quest’ultimo mese si è incentrato quasi esclusivamente sul NSS (National Security Strategy) statunitense. È passato infatti in secondo piano il fatto che anche i governi cinese, nel maggio scorso e  russo, due mesi fa, hanno a loro volta presentato un documento analogo. Il corollario di questa relativa “attenzione” è stato una produzione asfittica di analisi comparate dei tre documenti delle tre principali realtà geopolitiche.

Una disattenzione in qualche modo comprensibile nei riguardi di quello russo, tutto incentrato sulla situazione interna e sulla gestione in particolare delle differenze etniche e di nazionalità presenti nella Federazione Russa. Non che l’amministrazione russa abbia trascurato i temi della coesione sociale, dello sviluppo economico e della diversificazione produttiva interni al paese, della postura geopolitica e della strategia militare. Tutt’altro! Li ha semplicemente esposti in documenti nettamente separati e a se stanti.

Colpisce, invece, l’enfasi all’approccio “olistico” che promana dai due documenti cinese e statunitense, nel primo ostentato e dichiarato continuamente, quasi ossessivamente, nel secondo più sotteso.

Tre impostazioni diverse quindi  che, a loro modo, rivelano tre impostazioni ed urgenze diverse: quella russa, apparentemente più regionale, se così si può parlare di un paese diffuso in quattro continenti, non fosse altro perché assillato fondatamente dalla sicurezza  dei propri confini e confortato ormai da una economia sviluppata  e dinamica che può e potrà contare su risorse proprie addirittura ridondanti.

Le altre due dal carattere esattamente speculare nella loro acuta attenzione alla collocazione geopolitica e al nesso tra politica estera e situazione interna.

Della situazione russa continueremo ad approfondire in altre occasioni.

Il sito, per altro, ha riservato una attenzione costante e originale, sin dalla sua nascita, alla situazione e alle posizioni e tendenze presenti negli Stati Uniti.

L’attuale leadership statunitense, tornata al governo da circa un anno, ma non ancora saldamente al potere, se mai ci riuscirà pienamente e stabilmente, ha compreso il nesso tra la sua insostenibile sovraesposizione internazionale, così poco selettiva, l’approccio universalistico dell’eccezionalismo americano, il globalismo predicato e la allarmante fragilità interna della propria formazione sociale. Una fragilità provocata ed alimentata dalle precedenti leadership al governo, ma detentrici ancora di significative leve di potere, le quali hanno consentito di “parassitare” il proprio paese ad opera di forze esterne di cui sono espressione. Una narrazione, quella di un paese parassitato, per altro poco credibile agli occhi del resto del mondo, con qualche fondamento in situazioni di decadenza imperiale, tesa comunque ad identificare e additare un nemico esterno, anche se, per il momento, di natura diversa rispetto alle narrazioni precedenti e ad additare e delegittimare, pur con buone ragioni, l’avversario politico interno come nemico.

Ne consegue un radicale cambiamento, almeno nelle intenzioni, delle priorità e delle modalità di esercizio dell’impegno politico e di ottenimento dei risultati, quindi, in ordine decrescente:

  1. Difesa ed impermeabilità dei propri confini nazionali ed epurazione degli immigrati illegali e in condizione precaria. Ricostruzione della base industriale del paese fondata sui primati tecnologici dei quali dispone il paese e ripristino su basi nuove della coesione sociale fondata sulla valorizzazione dei ceti produttivi
  2. Delimitazione, nei limiti del possibile, dell’intervento diretto e proattivo e nelle sue più svariate forme al proprio “giardino di casa”, esteso dalla Groenlandia all’America Latina. Dovrebbe essere questo, quindi, lo spazio di confronto più diretto con Russia e Cina, ma in condizioni molto diverse rispetto solo a pochi decenni fa. La Russia e soprattutto la Cina hanno avuto il tempo di tessere importanti relazioni politiche ed economiche con i paesi di quel continente, grazie anche alla “complicità” statunitense nei passati processi di deindustrializzazione di quelle aree; le élites politiche locali non sono più, per altro, di stretta e totale emanazione nordamericana
  3. Il confronto con le maggiori potenze emerse, Cina e Russia, viene, per meglio dire si vorrebbe trasformare in un rapporto di accesa competizione però  di lunga durata e di cooperazione tattica in attesa del riaccumulo delle forze necessarie a sostenere un eventuale confronto aperto
  4. Sussunzione sempre più rigorosa delle strategie e politiche economiche, delle stesse catene di produzione alle strategie politiche, geopolitiche e militari. Di fatto le catene di produzione dei settori strategici devono coinvolgere la sola cerchia dei paesi più fidati, lasciando libero il commercio e le catene di produzione dei soli settori complementari

Da questo la riconsiderazione di una nuova stratificazione del sistema di alleanze, di un ruolo più proattivo, nelle rispettive aree, dei soggetti da aggregare e/o riaggregare, di una qualità diversa delle modalità operative e di esercizio della politica estera, diplomatica, economica e militare.

Tutti propositi e schemi attuativi che prevedono una fase transitiva di scompaginamento del sistema consolidato di relazioni inquadrabile in una definizione particolare e spregiudicata, tipicamente trumpiana, di multilateralismo.

Si osserva curiosamente l’utilizzo di un primo termine comune, il multilateralismo, alle due opzioni strategiche speculari  cinese e statunitense.

L’altro tratto comune a quello cinese, che risalta nella NSS, è la trasformazione della cosiddetta politica di aiuti, legata alla famigerata attività delle ONG,  in quella di investimenti produttivi, a quanto pare anche con forme di compartecipazione delle élites locali nella gestione. L’Africa e l’America Latina sono i continenti maggiormente deputati a ricevere queste attenzioni. Se per i cinesi, la pratica degli investimenti produttivi ed infrastrutturali sono stati sin dall’inizio fondativi delle relazioni economiche, per gli Stati Uniti potrebbe rivelarsi un ritorno al passato remoto, rispetto alle politiche quasi esclusivamente  direttamente finanziarie-predatorie o assistenziali dei tempi recenti. Resteranno da verificare quote, modalità e pretese a svelare le reali intenzioni.

Ci sono, però degli aspetti che in qualche maniera caratterizzano diversamente questi due tratti “comuni”:

  1. Se è vero che la NSS presuppone una iniziale, scompaginante dinamica molecolare e variabile delle relazioni con i singoli paesi, è altrettanto vero che l’obbiettivo dell’attuale leadership statunitense è quello di ricostruire il più rapidamente possibile nuove reti  di alleanze a strutture concentriche con i paesi e le leadership più affini politicamente e culturalmente, il documento parla appunto di civiltà di fatto giustapposte, nella fascia più prossima al centro di gravità. Gli esempi di questa prima fascia sono sicuramente l’AUKUS, l’area della “pax silica” ( Giappone, Olanda, Gran Bretagna, Taiwan in via ufficiosa, Corea del Sud, Singapore, Australia, Emirati Arabi Uniti, Israele e, presumo, Arabia Saudita). Sono paesi, in quest’ultimo caso,  ai quali è riservato il privilegio a vario titolo e grado  della compartecipazione ai grandi progetti strategici economico-scientifici-militari, quali l’intelligenza artificiale e il ciclo di hardware connesso. Sono paesi che sono particolarmente istigati e che sono delegati ad assumere un ruolo di guida periferica e regionale delle gestione della competizione e dello scontro in primo luogo con la Cina, ma sempre sulla base di relazioni primarie strategiche di tipo bilaterale tra il paese capofila, gli Stati Uniti e ciascuno di essi. E sempre con la consapevolezza dell’incertezza e mutevolezza, della diffidenza che caratterizza questa fase di transizione. A sottolineare quanto questa contezza sia ben più radicata di come traspaia nel NSS può essere sufficiente questa rivelazione: il documento del NSS  sottolinea più volte il rischio concreto, a causa delle élites che lo governano e dei conseguenti processi migratori incontrollati, che i paesi dell’Europa e della UE, in particolare i più rilevanti (Regno Unito, Francia, Germania, Italia) cambino di natura e perdano l’impronta specifica della loro civiltà, allontanandole, grazie al prevalere di forze islamiche radicali ormai annidate,  in maniera ostile dagli attuali profondi legami che consentono strette collaborazioni e sinergie anche militari. Due di questi, Regno Unito e Francia, dispongono di arsenale atomico proprio. Ebbene, la Casa Bianca e il Dipartimento della Guerra hanno incaricato il Dipartimento di Stato di preparare un piano di sicurezza entro il 2028 cui seguirà un piano operativo del Pentagono e dei servizi segreti , da completare entro il 2035, che prevede l’utilizzo di un gran numero di forze speciali, già presenti in loco, per sequestrare e rimuovere l’arsenale atomico intero, intanto del Regno Unito. Se ne parlerà più diffusamente in altre occasioni.  A corollario, già adesso gli Stati Uniti stanno limitando pesantemente i visti di accesso dalla Gran Bretagna. Il recente divieto di ingresso negli USA dell’ex commissario UE, Breton, rappresenta un altro indizio della fondatezza di questi propositi
  2. Esiste una seconda fascia, in fase avanzata di formazione, di “alleati” deputati ad essere particolarmente spremuti e spogliati, nella loro doppia funzione di paesi tributari e di paesi di prima linea disposti ad assumere il ruolo suicida ed autolesionista di gestione diretta del confronto militare regionale. I paesi della UE, nella quasi totalità, sono deputati consapevolmente ad immolarsi a questo sacrificio!
  3. La terza fascia è costituita dai terreni di caccia: 1)- l’Africa in particolare, dove sarà possibile una competizione ed un conflitto con non tracimi in uno scontro generalizzato incontrollato, ma con un fattore di ulteriore imprevedibilità rispetto a qualche decennio fa: la presenza di élites locali più indipendenti e consapevoli degli spazi di agibilità offerti dalla presenza di forze multipolari;e le regioni artiche 2)- la regione caucasica, turcomanna (kazaki, ect) ed artica, pericolosamente vicine queste tre ultime ai confini delle potenze competitrici
  4. Una quarta fascia, quella destinata ad assumere un ruolo di comprimari di un mondo multipolare e ad arricchire gli spazi di agibilità ed imprevedibilità, costituita al momento in particolare da India, Turchia, Iran, Brasile(?), interessata a protrarre il più possibile, in questo tendenzialmente più consonanti  con Russia e Cina, una fase di transizione scevra da alleanze politiche rigidamente ben definite

La sottolineatura, sia pure ancora approssimativa di questi quattro punti,  serve a definire meglio i fondamenti culturali, le caratteristiche comuni e le differenze dell’impostazione “olistica” dei due documenti e delle terminologie e degli schemi adottati, ma anche delle “ipocrisie” presenti soprattutto nel documento cinese.

  • Se la natura sottesa, sotto traccia, dell’impostazione olistica del documento statunitense deriva dal fondamento pragmatico-empirico del bagaglio culturale anglosassone, l’impostazione ribadita continuamente  nel documento cinese, deriva dall’attenzione e dall’appartenenza al “tutto” del bagaglio culturale confuciano e dalla schema peculiare del bagaglio comunista di procedere rigorosamente nell’esposizione e nello schema mentale dal generale al particolare. Impostazioni corroborate dalla formazione professionale stessa delle due classi dirigenti e in particolare dei due presidenti
  • La maggiore insistenza, di fatto l’ossessione, che spinge i redattori cinesi ad affermare la dinamica multilaterale di soggetti atomizzati non vincolati specificatamente in alleanze consolidate nasce da una aspirazione, probabilmente al momento genuina, e consapevolezza che un sistema rigido di alleanze, specie in uno schema tripolare, costituisca il prodromo di un conflitto generalizzato catastrofico
  • Il multilateralismo nella accezione cinese consiste in una relazione paritaria tra stati che consenta rapporti compromissori e diplomatici non condizionati da alleanze politico-militari e da identità ideologiche, ma regolati da istituzioni internazionali rette da procedure consensuali. La visione di un paese in espansione che deve alimentare con le esportazioni il suo imponente apparato produttivo industriale e il suo fabbisogno di materie prime ed energetiche da importare. La natura e i limiti dei BRICS sono il prodotto più evidente di questa visione, tipica di una élite libera dai cascami interni di un retaggio imperialistico recente e nutrita, quindi, di una visione progressiva di sviluppo della propria formazione sociale
  • Una visione che induce e funge da supporto  ad una contrapposizione dualistica e semplicistica, di fatto impregnata di ipocrisia, tra le forze positive propugnatrici della globalizzazione foriera di vantaggi comuni e relazioni regolamentate pacifiche, di cui la Cina si pone come paladina e le forze protezionistiche, fautrici di azioni unilaterali e arbitrarie, de stabilizzatrici, impersonate in particolare dagli Stati Uniti. Da qui la riesumazione delle mirabilie della teoria dei vantaggi comparati di David Ricardo che consente di proclamare tutti vincitori nell’agone internazionale. La realtà impone una interpretazione più prosaica del sistema di relazioni di un paese e della sua classe dirigente, la Cina, capace di utilizzare con grande abilità pratiche protezionistiche e aperture di mercato selettive in funzione delle esportazioni e di sfruttare  gli spazi offerti  dal contesto di una globalizzazione alimentata da una classe dirigente statunitense talmente presuntuosa ed accecata dalla propria missione da ritenere possibile il controllo egemonico globale grazie al proprio complesso e sofisticato predominio militare, tecnologico, politico-culturale, finanziario e di direzione manageriale, rinunciando alla propria base produttiva nazionale e ad una sufficiente coesione della propria formazione sociale nazionale. Una dinamica che sta producendo nel mondo nuovi perdenti e nuovi vincitori nonché nuovi squilibri destabilizzanti che non tarderanno a produrre nuovi conflitti e nuove ricomposizioni pur in un quadro tendenziale  di sviluppo medio. Un paese, gli Stati Uniti, che fonda la propria esistenza e predominio su un debito colossale e su una rendita militar finanziaria, e un paese che fonda gran parte della sua potenza detenendo il 40% delle esportazioni mondiali, con tutti gli scompensi che tale attivo comporta e tutte le dipendenze dalle rotte commerciali e dalle basi di estrazione che induce sono entrambi, per il momento a diverso grado, fattori che alimentano nuovi squilibri, contraddizioni e conflitti nonché nuove gerarchie.
  • A leggere tra le righe del documento cinese la nebbia degli enunciati irenici è attraversata ampiamente, anche se in maniera strisciante, dalla luce del realismo di una classe dirigenze che sottolinea il tema del controllo interno flessibile e pone, nello stesso documento,  allo stesso livello il tema della sicurezza e dell’espansione, del controllo e dello sviluppo interno delle attività e delle tecnologie strategiche, del controllo e della sicurezza delle rotte commerciali, della regolamentazione con una propria giurisdizione delle relazioni internazionali specifiche, di una selettiva apertura interna consentita dall’acquisizione sufficiente di potenza e predominio tenologico-finanziario. Anche se sottaciuti, i problemi creati dal procedere difficoltoso della “belt and road”, dal recupero di ingenti crediti ai paesi terzi e delle garanzie draconiane imposte, dalla natura ovviamente interessata degli investimenti infrastrutturali all’estero esistono ed indurranno prima o poi alla accentuazione di politiche di influenza.

Per concludere, ferma restando la diversa natura e qualità delle attuali politiche estere dei due paesi, sono innegabili le affinità presenti nei due documenti. Entrambi colgono il nesso tra politica estera e politica interna, ma uno, quello cinese, per affermarlo pienamente, l’altro per liberarsene e ricostituirlo su nuove basi. Entrambi fautori di una politica listiana (da Friedrich List); per uno, quello statunitense, è una grande novità averla  enunciata  e praticata apertamente e violentemente, piuttosto che in maniera subdola; con dinamiche e condizioni operative diverse dovute ad una realtà espansiva più lineare, quella cinese, e una di arretramento e riassestamento, quella statunitense.

Oltre che per le ragioni culturali già citate, il nesso è apertamente proclamato in quello cinese perché il confronto e scontro politico è più controllato grazie alla fase espansiva del sistema e alla attuale maggiore funzionalità dell’assetto istituzionale, più flessibile di quanto la narrazione occidentale racconti, in grado però di nascondere potenzialmente anche a se stesso per troppo tempo le pecche e le tare; un tema, comunque, ben presente nella dirigenza cinese, sempre più attenta ai criteri di selezione e di verifica dei risultati. E’ presente, ma sottinteso, in quello statunitense preda di un violento scontro politico interno dall’esito incerto  e di un crescente disordine e riassetto  istituzionale.

Gli Stati Uniti, dal canto loro, devono trattare se non risolvere un paradosso ed affrontare un rischio supplementare.

  • Il paradosso è  determinato dagli strumenti disponibili per innescare e realizzare il processo di reindustrializzazione. Parte di questi sono gli stessi che hanno determinato questa situazione e che dovranno essere a loro volta ridimensionati e ricondotti a modalità di controllo e funzioni diverse: i circuiti finanziari e la funzione del dollaro. Un paradosso di per sé, ma anche perché contribuisce a rendere fluida ed instabile la composizione del blocco sociale che sostiene l’attuale amministrazione
  • Il rischio è legato alla parziale consegna, alla porticina lasciata socchiusa, obtorto collo, della gabbia entro cui vivono i propri uccellini, alias i propri alleati. Si sa che gli uccellini abituati in gabbia, difficilmente riescono ad apprezzare il valore della libertà ed approfittare delle opportunità, la porticina socciusa, appunto, di quella gabbia. I paesi europei sono l’esempio più deprimente. Non è detto, però, che le attuali dinamiche interne alla NATO, così oltranziste e legate ad una fazione precisa dello schieramento politico statunitense, non producano una propria nemesi. Qualche uccellino potrebbe tentare l’avventura in proprio.

La Cina, d’altro canto, corre rischi di diversa natura, in primo luogo che sorgano rapidamente altri paesi intenzionati a perseguire, con altri strumenti, le stesse finalità di riorganizzazione e di riequilibrio perseguite dagli Stati Uniti e con questo rimettere in discussione i tempi e le modalità di riequilibrio della postura decisi dalla dirigenza cinese. Il contenzioso che si sta riaprendo nelle aree “periferiche” del mondo potrebbe aprire nuovi spazi in questa direzione.

Per concludere, una visione conciliativa ed irenica di una classe dirigente, pur nella sua probabile ipocrisia, è sostenuta sicuramente dall’humus culturale e dalla tradizione del paese, ma può essere “aggiustata” e capovolta dalle dinamiche geopolitiche esterne suscettibili di cambiare la direzione e ribaltare gli equilibri interni alla stessa classe dirigente.

Una preoccupazione latente nel documento cinese. Una preoccupazione, quindi, di stabilità interna, anch’essa, che accomuna i due paesi, l’uno, la Cina, impegnata a costruire un welfare universale quanto meno carente e discriminatorio al momento, l’altro, gli Stati Uniti, a ricostruire attraverso il tentativo di reindustrializzazione quel ceto medio produttivo indispensabile a garantire dinamismo e coesione. Una preoccupazione mascherata da un trionfalismo da “magnifiche sorti e progressive” tipiche della sicumera statunitense.

Due documenti che annunciano di fatto una progressiva separazione di aree e standard operativi, una competizione accesa e ambiti di cooperazione condizionata, piuttosto che di accordi strategici.

Una sconfitta tedesca_di WS

Mi  aspettavo appunto   che anche Simplicius  cogliesse   “la novità”    accaduta   qualche  giorno fa  a Bruxelles;  per la prima  volta , credo , nella  storia della U€,    il  blocco  “  €urogermanico”   è  stato politicamente   sconfitto    da  un “blocco”  “antigermanico ”       abilmente manovrato  sì dalla Meloni,  ma all’interno del quale  è stato  determinante il ruolo della Francia    con la sua  appendice belga  .
Il fatto  è stata    registrato   soprattutto dai  giornali inglesi  che ora  attaccano la Francia e Macron per aver presumibilmente “pugnalato alle spalle” Merz .

E  questa   della “ indignazione inglese” è la parte più gustosa  di  questo  avvenimento;  ci indica le linee di faglia che si stanno formando nell’ €urolager.

Tra  Francia  e  Germania  non si tratta nella fattispecie di un conflitto politico, perché sia Macron che Merz sono entrambi “ funzionari  del Kapitale “,  burattini degli stessi banksters;  rivela piuttosto   il riemergere   di   una faglia geopolitica antica   almeno 1200 anni   che appunto gli inglesi hanno sempre  saputo   sfruttare  bene  a proprio vantaggio   da  secoli  ,  e che  ovviamente    corrisponde  ai relativi ” st(r) ati profondi” dei due paesi. “St(r)ati profondi  che i due presidenti  attuali  non potevano far altro che  rappresentare.

Ma  è veramente una “sconfitta  tedesca”? Beh  qui in seguito propongo una lettura alternativa. Lo  so che è fantasiosa  ed improbabile; per una   volta, però,  voglio dire  qualcosa  di “ottimistico”.

Ricapitolando,  le relazioni   franco -tedesche   sono sempre state  cruciali nella  storia  europea , e l’  “ €urolager”  ha funzionato tanto bene proprio poggiando  su di un  direttorio franco-tedesco con due Kapò ” specializzati”, il primo per i servizi e la proiezione militare e il secondo per il controllo economico.

 Ma questo duo doveva lavorava sempre nell’ interesse dello stesso padrone:  “il Grande kapitale”.

 Ma è evidente che  questo   duo  sia  sempre   stato  un matrimonio sbilanciato a sfavore della Germania cui spettava  sempre  di fare in modo che la Francia non affondasse economicamente nella sua grandeur.

La  Germania  infatti  resta l’osservato  speciale dei banksters    (  e mi sembra ovvio),  sempre  tenuta ad un livello  di controllo ben  superiore  alle  altre  due potenze  sconfitte, Giappone  ed Italia.

Nella fattispecie  al Giappone è stato permesso  di  essere una potenza  subnucleare; ha accumulato  grandi scorte  di plutonio.  La  Germania non ne detiene nemmeno un grammo  perché non  gli è stato  concesso di processare il proprio combustibile nucleare  esaurito; ha dovuto sempre   trasferirlo  alla   Francia  pagandole   profumatamente il servizio.

 Il motivo è che,  al contrario  di quello   giapponese,  il nucleare  civile  tedesco  sorto  dopo la crisi  del ‘73   era  complemente “ castrato”  fin  da l’ inizio;  prova   evidente  di un disegno  strategico  che  vedeva  nel Giappone una  risorsa  “bankesters”  per una futura  WW  “ revanchista” in Asia contro  Russia / Cina . Disegno che  adesso    comincia ad  evidenziarsi   non solo   nel rapido  riarmo giapponese, quanto  addirittura  nella  proclamata intenzione giapponese   di dotarsi  di  armi nucleari, cosa  che  , a mio parere,   il Giappone  potrebbe  fare  in pochi mesi,  sempre che non lo abbia già sostanzialmente fatto.

Alla   Germania invece  non è stato concesso  di  avere  una propria filiera nucleare e    tra l’altro questo spiegherebbe  l’ improvvisa  decisione  tedesca  di uscire dal nucleare dopo la stesa  dei  due gasdotti Nord  Stream.  Politicamente ed economicamente era molto più  redditizio      trafficare  con la Russia  che   sostenere la potenza nucleare  francese, pagandola pure.

è vero che  fare  il Kapò    economico   dell’ €urolager porta  enormi  vantaggi  alle  esportazioni tedesche , ma  è altrettanto  vero  che   questo  flusso  di soldi  che entra in  Germania     grazie  all’ €uromarco svalutato  deve pure uscirne per  sostenere   i suoi  “vincitori”: la  finanza “angloamericana”  e   la pomposa “grandeur”   del suo  cameriere  francese.

La Germania   quindi , per  “il Padrone”  è solo un  gigante    castrato,  del quale,  per  quanto   appunto  “ canti  soavemente”,  non ci si può fidare  pensando  che  sia anche  “contento”.

Da  questo punto di vista le “ demenziali” mosse  tedesche  assumono  quindi una luce  diversa; la  decisione   dei padroni  de  “l’ eurolager”  di usare  l’€uropa   contro  la Russia  potrebbe  essere  per  questo “ castrone”  una  occasione di  recuperare  libertà  ed  attributi.

Infatti  più  l’€uropa  va in guerra, più  essa  diventa innefficiente e più la Germania è giustificata      a NON pagare   il  consueto  tributo  ai suoi  vincitori, per mettere  invece  quei soldi      nel  PROPRIO   riarmo.

“ Riarmo “ ovviamente  CONTRO   “l’ orso  russo”,  secondo la “narrazione”   del Padrone    de  l”eurolager”.

“Orso”  però   con cui   poi   si potrebbe   trattare  una PROPRIA   “  zona  di influenza”, grazie  ai profondi legami  che  ancora  sussistono, anche se  ben nascosti.

E  per  questo ovviamente  occorre    che lo stato di  guerra  si prolunghi    A BASSA  INTENSITA ‘ affinché la Germania  abbia  il  tempo di rendere irreversibile     la sua  transizione  a “grande potenza “ , proprio  come  la Russia non ha alcun interesse  a  finire “la guerra “  adesso.

E i primi  a   cogliere  la   stonatura  di questa  “canzone  tedesca”  non possono    che  essere i francesi     i quali     vedono   non solo   rinascere  il “gendarme  tedesco”,  ma anche rimpicciolire  il proprio   ruolo  di “  gendarme ” ANCHE  per l’inaridirsi   del   flusso  finanziario   da  Berlino a Parigi.

 E l’ altro  giorno  a  Bruxelles la Francia  ha  dato appunto  un “  segnale”  di insoddisfazione  e sicuramente   ha fatto anche un test  per  capire  da  che parte realmente vada la Germania.

Così,   quella  che   a prima vista può  sembrare una “sconfitta  tedesca”,  potrebbe   essere il tassello da inserire  in una guerra in cui, evento mirabile  della  storia, i tedeschi   perdono “  tutte le battaglie “  ma  “vincono  la  guerra” .

 Io lo  so  che questo è poco probabile perché  i tedeschi  sono   per loro  natura    impediti   alla   guerra   tridimensionale ,   cosa in cui   invece   eccellono  i nostri   e loro “ padroni “. Ma non  sarebbe   divertente ?

Gli  eventi recenti di Bruxelles   ci dicono  comunque che  già  diversi  ne “l’ €urolager”  hanno   capito   che   QUESTA  guerra in Ucraina l’ €uropa l’ ha già persa  e  seppur   i padroni   dell’ €urolager   vorrebbero andare  avanti    “rilanciando” , per ogni    detenuto  e , Kapò  di questo lager   si  tratta  già ora  di    definire il proprio individuale interesse sia  nella futura   escalation     sia  nella ammissione della sconfitta. In questa ipotesi  dovranno valutare anche  la  propria  posizione nei nuovi possibili  equilibri  determinati  da  questo fallimento.

Chissà,  forse il 18 dicembre  2025  potrebbe  essere  più memorabile    di quanto adesso  appaia.

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