Sicurezza e libertà, di Piero Visani

Sicurezza e libertà

       Concludendo il suo quotidiano elzeviro su “La Stampa”, Mattia Feltri scrive, a proposito del fondamentale rapporto tra sicurezza e libertà in Paesi che possano definirsi “civili”: “…ricordiamoci che settantacinque anni fa si rischiava la vita per la libertà, ora si rischia la libertà per la vita. Speriamo che questo non dica qualcosa di noi”.
       In realtà dice moltissimo. Ci racconta la fuoriuscita dalla Storia di una civiltà vecchia, non solo anagraficamente, come quella europea. Abituata a considerare vita il numero di giorni che riesce a vivere in schiavitù senza rischiare la morte. Contenta di poter essere controllata in tutto (telefono, salute, risorse mobiliari e immobiliari, pur di sentirsi “al sicuro”). Ma “al sicuro da che?”, da virus che possono anche essere creati in laboratorio, approfittando di questa ossessione securitaria, magari tranquillizzati da “scienziati” che sicuramente sapranno tutto dei loro ambiti di competenza, ma difficilmente possono vantare conoscenze anche nelle relative applicazioni militari (che sono ricche e variegate, e non sempre smontabili con semplici operazioni di reverse engineering).
       L’ossessione securitaria ci ha condotto alla non-vita attuale, dove dobbiamo solo obbedire ad “ordini superiori” e farlo – ovviamente – per “il bene comune”. “Bene comune” che si identifica con la nostra “vita-morte”, naturale frutto di quella “bellezza dell’impotenza” ormai riservata al “Grande Ospizio” europeo, dove la libertà dei singoli – oggi controllatissima – si esprime nel contare, come si faceva ai tempi del servizio militare obbligatorio, quanti giorni manchino all'”alba del congedo”, partendo da 365 (visto che all’epoca la leva durava un anno). Con una piccola, ma fondamentale, differenza, i giorni che a noi mancano – per chi ancora li volesse scioccamente contare – non sono all’alba, ma al tramonto, l’ultimo, quello definitivo: la morte.
       La civiltà occidentale, del tutto priva di senso del tragico, è arrivata persino a inventarsi la colossale fola della “guerra senza morti”. Invece la guerra c’è, sempre e comunque; il nemico pure, anche se lo definiscono invisibile e – come spesso è accaduto della Storia – non ci sta di fronte, ma dietro, tra quelli che amiamo ritenere “i nostri capi”; e la morte ci è costante e serena compagna, anche perché le nostre vite di poveri “servi della gleba” e non di “beati possidentes“, da tempo deprivate di tutto o quasi (ma costantemente in nome del “bene comune”…) sempre e solo quell’esito ammettono, anche se molti di noi lo vorrebbero differibile in eterno. Senza accorgercene, persi dietro il sogno di vivere in eterno, ci siamo rassegnati a perdere ogni libertà e ogni dignità, ed a morire giorno dopo giorno. Dunque a morire sempre.

I “MOLTIPLICATORI DI IMPOTENZA” NELLA GUERRA IBRIDA, di Piero Visani

I “MOLTIPLICATORI DI IMPOTENZA” NELLA GUERRA IBRIDA

Si parla molto della questione se il Coronavirus sia stato o meno di produzione militare e si sostengono varie tesi al riguardo, tutte interessanti.
Sfugge però – a mio parere – un aspetto fondamentale: al centro della guerra ibrida non si pongono, come in altre tipologie belliche, i “moltiplicatori di potenza”, ma semmai quelli “di impotenza”, poiché essa si preoccupa di rovesciare, non di confermare, assetti già noti.
L’esempio italiano è classico, al riguardo. Si prenda una classe dirigente ignorantissima, ottusa, autoreferenziale e sempre pronta a vendere se stessa per pochi (e talvolta neppure così pochi) euro, a condizione di rimanere al vertice (anche al vertice di Cialtronia o di niente, pur sempre un vertice è, per nani e ballerine…; i primi, del resto, come ebbe a scrivere il mitico Faber, hanno il cuore – e pure la testa, aggiungo io – “molto vicino al buco del…” etc. etc.) e la si solleciti con stimolazioni che si sappia possano farle molto male, nel senso che – giostrando accortamente una serie di fattori di cui essa SA NULLA, in base al notorio principio che “uno vale uno e zero vale zero” (e la medesima è più prossima al secondo che al primo…) – la si possa danneggiare in profondità sotto vari punti di vista.
Adeguatamente stimolata alla reazione pavloviana, essa partirà in quarta, distruggendo un Paese, un’economia e un’immagine internazionale già pressoché inesistente semplicemente per attivare quei “moltiplicatori di impotenza” che è stata abilmente sollecitata ad attivare. Il risultato sarà l’ennesimo disastro, i suoi abitanti saranno ridotti al rango di appestati, la sua economia si fermerà e quella parte di suoi cittadini che era tanto favorevole all’accoglienza si vedrà chiudere in faccia tutte le porte possibili e immaginabili da parte di chi è un po’ meno fesso (o venduto…) di lei (e sono tanti…). Alcuni, poi, si accorgeranno che la globalizzazione vale fin che fa comodo ai padroni del vapore, poi fa subito loro decisamente più comodo la “glebalizzazione”.
Ecco come si attivano i “moltiplicatori di impotenza” in una guerra ibrida. E’ sufficiente che siano disponibili i materiali di base: gli idioti. E da noi – a quanto pare – abbondano.

COSA ABBIAMO IMPARATO, di Antonio de Martini e cosa dovremmo, di Piero Visani

COSA ABBIAMO IMPARATO, di Antonio de Martini

1) Per la difesa della salute, il livello decisionale regionale é privo di senso.
( il regime DC-PSI creando le regioni delegò a queste una competenza sanitaria che i fatti hanno dimostrato avere una valenza spaziale ben più vasta).

2) L’Unione Europea ha perso un’altra occasione per dimostrarsi viva. Non una direttiva e nemmeno linee guida. Nessuna previsione né prevenzione.un tardivo stanziamento per finalità da definirsi.

3) Anche affrancare la protezione civile dalla Difesa si è dimostrato un errore: si tratta di materie ( pianificazione operativa, logistica) capitale umano e mezzi che vengono studiati e impiegati solo dalle forze armate.

Incongrua una dirigenza « civile » : é una duplicazione costosa e inutile, visto che poi – tranne che per le conferenze stampa – si finisce per impiegare i militari, deresponsabilizzandoli con m’ affidamento del comando a estranei , quando non ostili, all’organizzazione principale.

4) Discorso analogo per « L’Unità di crisi » della Farnesina. Di fronte al fatto nuovo, ha reagito utilizzando il criterio usato per gli ostaggi dei terroristi o i reduci da un terremoto: rimpatriando i concittadini ( facendo ricorso all’aeronautica militare) . Anche qui, poco più che un numero verde e comunicati stampa.

Il sovrapporsi di competenze e coordinatori ha prodotto indugi e questi risibili e improvvisati tavoli da sessanta persone visti in TV, mentre sarebbe stato utile uno Stato Maggiore preparato e già affiatato a conoscenza dei limiti e potenziale dei mezzi a disposizione.

L’inferiorità metapolitica, di Piero Visani

       Dal momento che, quando si parla di metapolitica, l’occhio dei “centrodestri” italici si fa ancora più vacuo di quanto non sia abitualmente (e lo è già parecchio…), farò un esempio concreto, di quelli che – “con un piccolo aiuto degli amici”… – magari riusciranno a comprendere, visto che si tiene a debita distanza dal disprezzatissimo pensiero astratto: vi risulta che qualche magistrato si sia mosso onde denunciare qualche membro del governo, dal presidente del Consiglio in giù, per comportamento inizialmente molto omissivo nei riguardi del “Corona virus” e per aver parlato molto di razzismo, più che di altre forme di contagio? No, naturalmente. Come pure nessuna denuncia al Tribunale dei ministri, come accadde in passato a un ministro degli Interni. Tutti silenti, “allineati e coperti”, per nulla attenti alle molte omissioni di controllo e alle troppe restrizioni alla libertà dei cittadini degli ultimissimi giorni.
Non controllare il Deep State, lo “Stato profondo”, e non riuscire a fare politica a causa di tale mancato controllo: questa è inferiorità metapolitica, grave.

Wellingtoniana e… Salviniana, di Piero Visani

Wellingtoniana e… Salviniana

       Dal momento che mi pare di capire – da certi comportamenti – che non solo si intende insistere in strategie comunicative totalmente errate, ma si vuole pure accentuarle, ricorrerò all’aneddotica, soluzione immaginifica adatta a penetrare (forse…) nelle menti più semplici e meno provvedute…
       Notte fra sabato 17 e domenica 18 giugno 1815. Piana di Waterloo. La giornata è stata afosa e il calare delle tenebre non ha portato refrigerio. Qualche tuono annuncia che presto potrebbe scoppiare un temporale anche di forte intensità, ma per il momento ancora si fa attendere.
       Nel quartier generale britannico, nei pressi di Mont Saint-Jean, gli aiutanti di campo (molti dei quali giovani e giovanissimi rampolli della nobiltà inglese) e gli ufficiali subalterni si affollano intorno al loro comandante, il duca di Wellington, certamente per trarre conforto e sicurezza dalla sua calma glaciale. Per alcuni, che per ragioni anagrafiche non avevano potuto prendere parte alla Guerra Peninsulare in Spagna e Portogallo (1808-1814) contro i francesi, quella che si annunciava per l’indomani era la prima grande battaglia della loro vita (e per non pochi di essi sarebbe stata anche l’ultima…)
       Il desiderio di avere indicazioni su cosa sarebbe potuto accadere il giorno dopo era troppo forte, per cui i più audaci azzardarono a chiederlo al loro comandante: “Vostra Grazia, che cosa accadrà domani?”.
       Con il suo consueto, nobiliare distacco, il “Duca di ferro” [così era soprannominato] li guardò con l’aria serena di un comandante che di battaglie ne aveva vinte molte, contro i francesi, e rispose: “Verranno su alla solita vecchia maniera [si riferiva al fatto che i francesi erano soliti attaccare in colonne di battaglione, invece che in linea] e noi li batteremo alla solita vecchia maniera” [vale a dire con i reparti schierati in linea, che potevano sviluppare un volume di fuoco nettamente superiore a quello dei francesi, come era accaduto a partire dalla battaglia di Maida, in Calabria, nel 1806, ed era continuato per tutta la Guerra Peninsulare, senza che i comandanti francesi – salvo pochissime eccezioni – si accorgessero della natura del problema].
       Questo accadde puntualmente anche il giorno dopo, a Waterloo.
       L’aneddoto serve solo a ricordare che l’iterazione di tattiche e strategie già dimostratesi perdenti in varie occasioni, specie quanto si va all’attacco di gente molto abile nella difesa, serve solo a perdere una volta di più e forse sarebbe meglio cambiarle. Forse…

W l’uguaglianza, di Piero Visani

IL CORAGGIO DELLA VERITA’

Nei miei anni di ginnasio-liceo classico statale “Massimo d’Azeglio” di Torino (1964-1969), la sinistra azionista e (pseudo)comunista era più scaltra di quella romana attuale. Nella mia scuola “radical chic” (ante litteram) non c’erano divisioni “di classe”, nel senso che i figli della piccola borghesia e del proletariato partivano dalla sezione E in avanti. Le sezioni A, B, C e D erano riservate ai rampolli dei “beati possidentes” e di quelli con il “cognome con la particella” (direbbero i francesi). Nessuno lo diceva e tanto meno ne faceva proclami in Rete (neppure c’era, all’epoca). Era così e basta…
Si respirava a pieni polmoni lo spirito libertario, non classista, sinceramente favorevole al popolo di una certa Torino, quella di sempre, quella che crede di essere all’avanguardia, mentre è solo ottusamente reazionaria e codina, e che si crede migliore di tutti.
Se non fossi stato già di mio ostile a questa deplorevole gentaglia, mi avrebbero insegnato a diventarlo. Dunque un periodo fantasticamente formativo, che non ho mai più dimenticato e per il quale, in fondo, li ringrazio. Se sono stato come sono e sarò, lo devo un po’ anche a loro. Mi hanno insegnato lo straordinario valore dell’eguaglianza… 🤣

La constatazione del multipolarismo, con Piero Visani

La gran parte dei paesi emergenti e degli stati egemoni stanno constatando l’affermazione del multipolarismo. Alcuni, in primo luogo gli Stati Uniti, sembrano ancora incerti se prenderne atto o tentare il ripristino di una condizione unipolare. Parlare di incertezza è però un eufemismo. Da quelle parti lo scontro politico sta assumendo toni sempre più feroci, destinati ad assumere forme drammatiche in caso di vittoria di Trump. Una vittoria della componente conservatrice, per meglio dire demo-conservatrice, rischia di ricacciare la politica estera americana nell’avventurismo più bieco. Altri paesi al contrario sono fautori sempre più convinti della condizione multipolare. Nel mezzo alcune potenze regionali cercano di approfittare con spregiudicatezza degli spazi offerti dalla competizione sempre più accesa. Solo l’Europa, in essa in particolare la Germania e soprattutto l’Italia, appare riottosa a prendere atto della svolta. I paesi europei, dibattuti tra velleità di potenza e remissività supina, sempre però all’ombra dell’egemone d’oltreatlantico, sembrano vivere in un limbo di nostalgia destinato ad essere loro fatale. I tempi stringono. Qui sotto le considerazioni amare e realistiche di Piero Visani, uno studioso e un commis che come pochi conosce molto bene limiti, tanti e virtù, poche, della nostra classe dirigente. Buon Anno e buon ascolto_Giuseppe Germinario 

Quesito di fine anno, di Piero Visani

Quesito di fine anno

       Credo che la lunga lista di fallimenti che lo Stato italiano sta accumulando, con interventi resi necessari per evitare il collasso di un po’ di tutto e dare non un futuro (perché quello palesemente non esiste più) ma almeno un presente a famiglie di poveri lavoratori e risparmiatori prese solennemente per le terga, renda più urgente che mai la formulazione di un quesito fondamentale: quanto resisterà ancora lo Stato italiano prima di esplodere/implodere? Con i giovani di valore che fuggono all’estero (giustamente) per non dover mantenere a ufo una massa di adepti dell'”uno vale uno”; con l’invecchiamento demografico ormai spettrale e il sistema pensionistico al collasso; con l’intero Paese piegato sotto il peso delle tasse per mantenere il sistema politico/burocratico, il “socio occulto che fa fallire tutto e tutti”, credo che sia ormai giunto il tempo dei discorsi verticali. Quanto durerà ancora questo Paese, quanto sopravviverà al suo fallimento totale in tempo di pace?
        Personalmente, penso poco, piuttosto poco; ma so che la narrazione dominante vuole che al popolo bue venga raccontata la sempiterna fola dell’andreottiano “alla fine tutto si aggiusta”. E’ una narrazione largamente condivisa e perfino sommessamente elogiata, solo che viene dimenticata la vera “fine della storia”. In effetti, in Italia “alla fine tutto si aggiusta”, ma come “si è aggiustato” per l’avvocato Ambrosoli e – oggi – non ce n’è più solo uno, oggi lo siamo tutti noi…
       Poiché a me piace da pazzi l’humour nero, si accettano scommesse sulla data prevedibile della Boa Morte, che – considerato come si vive mediamente qui – sarà sicuramente una scelta di vita.

Pagliuzze e… travi, di Piero Visani

Pagliuzze e… travi

       Nel mondo politico italiano, dove in genere si sprecano i “laureati all’università della vita”, i bibitari, i seguaci dell’ “uno vale uno”, i periti odontotecnici e i periti agronomi (titoli rispettabilissimi, per attività tecnico-pratiche), oltre agli studenti “fuori corso” in SPE (Servizio Permanente Effettivo), sono partite bordate contro il primo ministro britannico Boris Johnson, reo di avere vinto alla grande le recentissime elezioni politiche in quel Paese. Di lui la Sinistra italiana ha evidenziato il fatto di essere il rappresentante di una “Destra ignorante e incolta”.
       Detto da cotanto pulpito, ci sarebbe già da sorridere, anche se – al riguardo – c’è da ammettere che la Sinistra italiana è fuorviata dalla presenza, in Italia, di una Destra che si impegna con costanza ed eccellenti risultati – specie a livello politico – per corrispondere allo stereotipo di tanta belluina ignoranza, in genere riuscendovi perfettamente, peraltro…
       Nonostante i suoi modi rudi e decisionisti, forse troppo “macho” per certa Sinistra di casa nostra, Johnson è in realtà un intellettuale raffinato, con solidi studi classici alle proprie spalle, appassionato della lingua latina e favorevole alla sua reintroduzione nella formazione dei giovani, nonché cultore della storia e della cultura di Roma, e autore di un significativo saggio in materia, Il sogno di Roma. La lezione dell’antichità per capire l’Europa di oggi, edito in Italia da Garzanti.
       Insomma, tutto questo non lo renderà comprensibilmente più simpatico alle Sinistre, ma certo lo pone nettamente al di sopra della media dei politici italiani, che almeno di una cautela dovrebbero dare costantemente prova: evitare di dare dell’ignorante a molti dei loro colleghi di altri Paesi, perché è una pratica destinata solo a risultare un eclatante caso di eterogenesi dei fini. Va detto peraltro che anche i loro elettori sono in genere entusiasti della propria belluina ignoranza, per cui questo è il caso classico in cui un ignorante con laticlavio ne vale uno senza (favoloso esempio di “uno vale uno” e anche più di uno…): e vissero tutti infelici e in progressivo fallimento. Ma piace così e dunque laissez faire, laissez passer…
                             https://derteufel50.blogspot.com/2019/12/pagliuzze-e-travi.html

LA TEORIA DELLE CATASTROFI, di Piero Visani

Lo storico Mario Silvestri – molto bravo anche se inviso all’accademia – era solito parlare de “l’Italia caporetta”, quel “fil rouge” che percorre tutta la nostra storia nazionale e ci porta da un disastro militare a un collasso politico, da una catastrofe naturale a un crollo di un’opera di ingegneria civile.
Silenzio assoluto su questi temi; al massimo qualche scrollata di capo e mai, dicasi mai, l’orgia di vieto moralismo che si fa, ad esempio, sul tema dell’evasione fiscale. Silenzio imbarazzato e/o complice, semmai, sui molti, enormi latrocini che vengono perpetrati utilizzando soldi pubblici.
Del ponte Morandi non è colpevole nessuno, salvo i 43 disgraziati che hanno avuto “la colpa” di passare di lì nel momento sbagliato. Dell’acqua alta a Venezia ha colpa il riscaldamento globale, non chi se ne è fregato di portare a termine il MOSE e si è preoccupato solo di portare via la cassa.
Ora non bisogna dividersi, nel senso che quelli che hanno rubato si terranno il malloppo e noi – ovviamente – i negozi e le case piene d’acqua, oppure continueremo a pagare le autostrade più care del mondo per riuscire a trovare la liberazione della morte (perché questa è la morte, in Italia, una liberazione) su qualche ponte mal manutenuto.
Un popolo estenuato ed esasperato, legittimamente privo di speranze, osserva tutto questo con scetticismo totale, sapendo che, se non si salverà da solo, non lo salverà nessuno. Reso scettico e cinico da una valanga di parole inutili e dalla mancanza ASSOLUTA di qualche fatto concreto.
Pian piano, ci avviciniamo “alla fine del libro che parlava di noi”, ridotti a farsesca espressione geografica, dove l’unica presenza statale che si percepisce è nell’applicazione di tasse e balzelli.
Siamo al “de profundis” e, per nostra fortuna, non ce n’è più spazio per molti altri. L’agonia si avvicina a grandi passi al termine. Si discuterà, si faranno assurde logomachie, non si farà lo straccio di un intervento concreto e, nel caso limite che venisse iniziato, non sarà MAI finito. Poi la catastrofe successiva andrà ad aggiungersi a quella precedente, in una sequenza interminabile e quasi soddisfatta di sé, a ben guardare.
Se dovessimo finire come Paese e come popolo, come auspico da tempo, potremo dire non solo – andreottianamente – che “ce la siamo cercata”, ma pure che ce la siamo meritata.
Un Paese dove pochi eroi masochisti riescono ad arrivare in orario, quale che sia il lavoro che svolgono, compirà il più straordinario dei miracoli: arriverà puntuale e in orario al suo tragico appuntamento con la fine della Storia. Non penso proprio che piangerò. Mi sono dimesso da italiano da oltre un decennio.

Del ponte Morandi non è colpevole nessuno, salvo i 43 disgraziati che hanno avuto “la colpa” di passare di lì nel momento sbagliato. Dell’acqua alta a Venezia ha colpa il riscaldamento globale, non chi se ne è fregato di portare a termine il MOSE e si è preoccupato solo di portare via la cassa.
Ora non bisogna dividersi, nel senso che quelli che hanno rubato si terranno il malloppo e noi – ovviamente – i negozi e le case piene d’acqua, oppure continueremo a pagare le autostrade più care del mondo per riuscire a trovare la liberazione della morte (perché questa è la morte, in Italia, una liberazione) su qualche ponte mal manutenuto.
Un popolo estenuato ed esasperato, legittimamente privo di speranze, osserva tutto questo con scetticismo totale, sapendo che, se non si salverà da solo, non lo salverà nessuno. Reso scettico e cinico da una valanga di parole inutili e dalla mancanza ASSOLUTA di qualche fatto concreto…

LA LOTTA CONTRO L’EVASIONE FISCALE, di Piero Visani

LA LOTTA CONTRO L’EVASIONE FISCALE

Dai telegiornali di stasera, si apprende che, tra i più significativi titolari di conti “off-shore” alle Isole Cayman, vi sono la Regina Elisabetta II d’Inghilterra, la regina Rania di Giordania, George Soros, e illustri rappresentanti della lotta per la riduzione delle disuguaglianze e l’incremento del “buonismo” nel mondo come Bono Vox degli U2, Madonna e altri.
Nella mia ingenuità, pensavo che tra questi “evasori” vi fossero soprattutto operai della FCA, titolari di piccole e medie imprese vessati da un fisco di rapina, pensionati e chissà chi altri. Del resto è semplice, specie se si è a basso o bassissimo reddito (o anche a medio): uno dice in famiglia che deve fare un piccolo prelievo e il giorno dopo è alle Cayman, poi rientra rapidamente, ovviamente con non più di diecimila euro…
Ogni volta che incappo in qualche coglione (perdonate il francesismo, ma talvolta è necessario) che mi parla di lotta all’evasione, amerei farlo riflettere su questi piccoli particolari, ma – lo so – è del tutto inutile. E’ come chiedergli che se la prenda con quei banchieri che hanno rovinato centinaia di risparmiatori che si erano fidati di loro.
Ecco, fiducia è la parola chiave: non fidatevi mai dei moralisti, da qualunque parte provengano. Lasciate spazio al peccato, quello è umano, troppo umano, ma come tale funziona egregiamente…

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