NOTE SU DIPENDENZA DEGLI STATI E GLOBALIZZAZIONE, di Teodoro Klitsche de la Grange

NOTE SU DIPENDENZA DEGLI STATI E GLOBALIZZAZIONE

Indice:

1) Posizione del problema; 2) Dipendenza giuridica e politica; 3) Forme e regolarità politiche; 4) Sovranità e indipendenza: Bodin 5) Transizione di epoche e idee della globalizzazione; 6) Loro inconvenienti; 7)  Fini della politica; 8) Conclusione.

1.0 Il pianeta è diviso tra tanti Stati sovrani, i quali formalmente – ossia sul piano giuridico – sono uguali, ma la cui differenza di potere reale ne riduce – correlativamente – la possibilità di esercitare (parzialmente) prerogative e diritti, in applicazione del detto di Spinoza per cui tantum juris quantum potentiae.

Santi Romano (tra i tanti) scriveva che «essendo la comunità internazionale, di regola, paritaria, nel senso che i suoi membri non dipendono l’uno dall’altro, ciascuno di essi… si dice che ha una sovranità perché non è in una posizione subordinata verso altri soggetti»[1]. Tuttavia, proseguiva, tale regola non è assoluta[2]; ma derogarne è sicuramente un’eccezione[3]. Ed occorre distinguere «l’appartenenza ad un’unione amministrativa o alla Società delle nazioni, tanto meno una semplice alleanza, non significa da per sé perdita della sovranità. Viceversa, gli Stati soggetti a protettorato o alla tutela della Società delle nazioni sono eccezionalmente degli Stati internazionalmente non sovrani, cioè subordinati agli Stati protettori o alla Società medesima, che, rispetto ad essi, sono quindi sovrani». Secondo il giurista siciliano, contrariamente all’opinione di altri «la verità è invece che lo Stato protetto, come quello tutelato, non assume solo obbligazioni singole e determinate, ma entra in un complesso “status subiectionis”, si sottomette ad altri soggetti per una sfera più o meno ampia della sua personalità, e tutto ciò riguarda non la sua libertà nel campo dei rapporti veramente obbligatorii, ma la sua posizione d’indipendenza, la sua sovranità e, come conseguenza, anche la sua capacità».

Effetto della mancanza di sovranità è «la limitazione della capacità internazionale degli Stati protetti o tutelati: limitazione che si ha anche…. verso i terzi, il che conferma (trattarsi)… di una posizione personale»[4].

Tale limitazione di capacità non è incompatibile con la personalità internazionale[5]; come conferma, scrive Santi Romano, la condizione degli Stati vassalli (dell’Impero ottomano).

Diverso era il regime giuridico delle colonie, in particolare perché la presenza dello Stato colonizzatore si estendeva anche all’amministrazione interna e diffusa dei territori coloniali.

Tutte tali classificazioni hanno il connotato comune di essere giuridiche – e non solo politiche – e di tradursi in modificazioni degli ordinamenti (e dei collegamenti tra questi) e della normativa conseguente.

Tuttavia, vi sono altre forme di dipendenza assai note, che rispettano formalmente il carattere sovrano dello Stato dipendente[6].

Così ad esempio all’epoca della Guerra Fredda si parlava di «Stati-satellite» in relazione agli Stati dell’Est europeo a regime comunista, quali nazioni egemonizzate da una grande potenza, ma formalmente sovrane (tale carattere era, di rimando, attribuito da oltre cortina a Stati facenti parte della Nato, come Italia e Germania Ovest). Tenuto conto che il dominio politico della potenza egemone nell’Est europeo era esercitato attraverso «partiti fratelli» (comunisti) più che regolamentato in istituti giuridici (i quali comunque, non mancavano) il termine era adeguato alla realtà politica. Com’era naturale, il crollo del comunismo fu anticipato dalla de-comunistizzazione di alcuni di tali Stati e la regolamentazione giuridica dello stato di «satellite», seguì la fine politica dei partiti comunisti.

Stato-fantoccio è un concetto assai prossimo a quello di Stato-satellite. Per lo più l’espressione è usata per Stati – o regimi politici – che devono la loro esistenza a un soggetto più potente, quasi sempre un altro Stato. Spesso è un modo per esercitare l’occupazione militare: in altri casi, anche se il rapporto di «filiazione» tra Stato fantoccio e sconfitta – occupazione militare è (quasi) una regolarità, lo Stato-fantoccio subentra all’occupazione. Non è detto tuttavia che tale carattere implichi una subordinazione giuridica (anzi in genere non esiste) ma è dovuto a motivi politici e militari. Stati-fantoccio hanno ottenuto spesso anche il riconoscimento non solo delle potenze occupanti (o ex-occupanti) ma anche di Stati terzi.

2.0 La distinzione tra l’una e l’altra categoria di Stati per così dire «a sovranità limitata»  (o a indipendenza relativa) consiste sotto il profilo giuridico, dalla assenza, nel primo caso (protettorati, colonie) di una (completa) capacità internazionale, e sul piano interno dalla presenza di organi di «controllo»            (in effetti di governo o meglio – secondo i casi – di sorveglianza del governo) nominati dallo Stato protettore (ovvero dominante); nella seconda invece la capacità internazionale è piena e l’intromissione nelle attività di governo interne è esercitata (quasi) sempre per influenza politica sull’attività e spesso sulla nomina delle cariche di governo e/o di (alta) rilevanza politica.

Ovviamente in tale ultima classe, vale quanto scriveva Santi Romano per il protettorato (v. sopra): la forma e gli istituti concreti che il dominio politico può assumere non consente di tracciare confini netti; in astratto la differenza degli uni e degli altri è distinguibile agevolmente, in concreto no. Questo soprattutto perché il concetto di dipendenza politica è più ampio e determinante, ovvero è difficile che una dipendenza giuridica non si traduca in politica; nonché – e anche come conseguenza, perché le forme che il dominio assume possono cambiare senza che ne muti la sostanza. L’Egitto moderno ad esempio fu giuridicamente un protettorato della Gran Bretagna solo per pochi anni durante il primo conflitto mondiale, e poi fino al 1922. Ciò non toglie che prima e dopo la Gran Bretagna ne condizionava la politica in modo determinante, di guisa che l’Egitto «indipendente» fu teatro di battaglie tra potenze dell’Asse ed alleati nella seconda guerra mondiale, a quasi vent’anni dalla concessa «indipendenza».

3.0 Le forme (giuridiche) di dipendenza tra gli Stati (o tra Stati ed altri territori) costituiscono un reperto archeologico dopo la fine della seconda guerra mondiale e la decolonizzazione. È difficile trovare un trattato di diritto internazionale, di recente pubblicazione, che li prenda in esame. In qualche modo è comprensibile, atteso che di Stati protetti e di colonie (in senso giuridico, ben s’intende) non risulta che ne esista uno.

Peraltro l’esistenza di unità politiche «dipendenti» si riscontra costantemente nella storia. Lo erano la Giudea, l’Arabia Nabatea, l’Armenia (e altri) ai tempi dell’Impero romano. La Cipro dei Lusignano dipendeva da Venezia, la Transilvania dall’Ungheria nel Medioevo. Le repubbliche rivoluzionarie e poi i regni napoleonici dopo la rivoluzione francese dalla Francia. E così fino alla seconda guerra mondiale (ed oltre).

Tuttavia tale (apparente) assenza – a noi contemporanea – non significa che il rapporto di dominio sia venuto meno. Vale pur sempre la regolarità del politico esposta da Tucidide nel famoso dialogo tra gli ambasciatori ateniesi e i maggiorenti di Melo[7]. Pertanto il dominio (e la differenza tra rapporti di forza che presuppone) si esercita in modo diverso. Ciò per varie ragioni.

In primo luogo perché così viene occultato: non traducendo in istituti giuridici il rapporto di comando-obbedienza, questo è meglio nascosto. Si ubbidisce meglio e con minor resistenza a chi non comanda palesemente e con frastuono di «grida». Inoltre così è attenuata anche la responsabilità: uno Stato sovrano – anche se satellite o fantoccio – è responsabile pienamente dei propri atti (e omissioni), una colonia o un protettorato no (o non pienamente).

4.0 I giuristi, come Santi Romano, pongono il problema in termini giuridici (capacità-personalità); a un pensiero politico realista occorre qualcosa di diverso: più sein che sollen. Si può definire – com’è stato fatto – la sovranità come «competenza sulle competenze»; la si può denotare in un elenco di attività e funzioni (le vraies marques di Bodin); o come decisione sull’idea di diritto che debba valere nella comunità, o semplicemente negandola come fa Kelsen.

Ma, a basarla sul dato reale e concreto, la migliore definizione la si ricava da Sieyés, nelle sue considerazioni sulla Nazione, applicabili alla sovranità «La Nazione esiste prima di ogni cosa, essa è l’origine di tutto. La sua volontà è sempre conforme alla legge, essa è la legge stessa. Prima di essa e al di sopra di essa non c’è che il diritto naturale… una nazione non può né alienare né interdire a se stessa la facoltà di volere; e qualunque sia la sua volontà, non può perdere il diritto di mutarla qualora il suo interesse lo esiga»[8]. È il volere libero, il connotato sostanziale del sovrano.

La stessa impostazione che dava Bodin della sovranità ruota intorno alla volontà del sovrano ed ai suoi limiti, ovvero se sia obbligato dai trattati con gli Stati esteri; o dalla legge; o dalla costituzione; o dal diritto naturale[9].

Bodin si pone anche il problema se possa dirsi sovrano un principe che sia feudatario o tributario e inizia affermando «Abbiamo detto poc’anzi che si può dire sovrano solamente chi non dipende, eccezione fatta per Dio, altro che dalla sua spada. Se uno dipende da altri non è più sovrano»[10].

Nel capitolo successivo, dopo aver dato una soluzione così semplice (sovranità = non dipendenza da altri) Bodin espone quali sono le vraies marques de la souveraineté. E scrive: «Infatti, chi non riterrebbe sovrano colui che possa dettar legge a tutti i suoi sudditi, decidere la guerra e la pace, nominare tutti gli ufficiali e magistrati del paese, levare taglie e affrancare chi meglio creda, dar la grazia a chi abbia meritato la morte? Che altro ancora si può richiedere per considerare sovrano un principe?»[11]; ma subito dopo ritorna sullo stretto rapporto sovranità/indipendenza «come potrebbe essere sovrano chi riconosca la giurisdizione di un superiore il quale possa annullare i suoi giudizi, modificare le sue leggi, castigarlo se commette abusi?»[12] e aggiunge, in sostanza, che il tutto è un principio d’ordine[13].

Anche quando scrive della prima marque (cioè del potere di dare, modificare, abrogare le leggi) specifica «Perciò possiamo concludere che la prima prerogativa sovrana è il potere di dare la legge a tutti in generale e a ciascuno come singolo; ma ancora questo non è sufficiente, se non si aggiunge: “senza il bisogno del consenso di nessuno”. Se il principe dovesse attendere e osservare il consenso di un superiore, non sarebbe che un suddito; se di un uguale, avrebbe un compagno di potere; se dei sudditi, del senato o del popolo, non sarebbe sovrano».

Quando poi scrive di un’altra marque, quella di nominare gli alti magistrati, afferma: «Ma ho parlato di ufficiali più alti o di primi magistrati, perché in realtà non vi è Stato ove non sia permesso ai più alti magistrati e a certi corpi e collegi di eleggere qualche ufficiale minore»[14]; così quando tratta del potere di giudicare in ultima istanza (cioè – anche – di annullare le sentenze) sostiene «Ma, al contrario, quando il principe sovrano lascia il suo suddito o vassallo il potere del diritto di giudizio in ultima istanza, o addirittura delle prerogative sovrane che apparterrebbero a lui, egli fa del suddito un principe sovrano»[15].

Bodin doveva cercare di ricondurre alla propria teoria dello Stato (moderno) proiettata nell’avvenire, istituti e rapporti giuridici esistenti in un’età di transizione tra il vecchio ordine feudale (policratico) e il nuovo ordinamento statale; peraltro, forse perché era un giurista, finiva in qualche misura, anche nel cadere in un eccesso di giuridificazione della sovranità[16].

5.0 La teoria di Bodin elaborata, come scritto, in un’epoca di transizione (Hauriou chiamava epoche le diverse fasi di una civiltà o «era»; così l’epoca medievale o quella del rinascimento[17]), può essere rivisitata per valutare la situazione contemporanea anch’essa di transizione (assai avanzata) tra l’ordine westphaliano e uno futuro di cui si percepiscono i contorni.

All’uopo le maggiori differenze tra il vecchio e nuovo ordine sono:

1) Il carattere della globalizzazione. Ovviamente questa non è nata con la fine dell’ordine di Yalta (o con internet), come spesso creduto. Va avanti almeno dalle gradi «scoperte» dei navigatori europei dell’inizio dell’età moderna. La differenza tra il tempo di Filippo II e Elisabetta I e l’attuale è che, fino a qualche decennio fa la globalizzazione era «gestita» o meglio «regolata» e «limitata» dagli Stati (dalla politica): tutela cui si sta sottraendo (o meglio si è già in notevole misura) sottratta.

Il primato dell’economia nella politica si sviluppa riducendo la capacità ordinatrice della seconda e quindi degli Stati.

2) La diffusione dei soggetti «politici».  Non sono solo partiti e movimenti partigiani, ma anche lobbies e centri di potere economico e finanziario, sette e chiese. Qualcuno potrebbe obiettare: nulla di nuovo. E in effetti una situazione del genere ha più punti di contatto con l’assetto policratico dei feudatari, delle gilde e degli ordini monastico-militari che con l’età moderna.

3) Le ideologie pacifiste e la diffusione di forme di guerra «alternativa». Ossia non violente o comunque a «bassa intensità».

Il lavoro che ne tratta è l’ormai «classico» «Guerra senza limiti» dei colonnelli cinesi Quiao Liang e Wang Xiangsui. Quel che ne consegue è che simili forme di guerra rientrano facilmente nella disponibilità di soggetti non-politici (nel senso sopra precisato). Come scrivono i colonnelli suddetti «Quando la gente comincia ad entusiasmarsi e a gioire proponendo per la riduzione di forze militari come mezzo per la risoluzione dei conflitti, la guerra è destinata a rinascere in altre forme e su di un altro scenario, trasformandosi in uno strumento di enorme potere nelle mani di tutti coloro che ambiscono ad assumere il controllo di altri paesi o aree. In tal senso esistono fondate ragioni per sostenere che l’attacco finanziario di George Soros all’Asia Orientale, l’attacco terroristico di Osama Bin Laden all’ambasciata militare in Sudan, l’attentato chimico alla metropolitana di Tokyo da parte dei discepoli  di Aum Shiri Kyo e i disastri perpetrati ai danni della rete da personaggi come Morris Jr., il cui livello di distruzione non è certo secondario a quello di una guerra, rappresentano una “semi-guerra”, una “quasi-guerra” e una “sotto-guerra”, vale a dire la forma embrionale di un altro genere di guerra»[18].

4) Il potere indiretto. Diversamente dagli imperi europei dell’era moderna dove la potenza colonizzatrice (e dominante) aveva responsabilità per la gestione dei territori soggetti, nel caso delle forme di dominio contemporanee, proprio perché esercitato più con strumenti politici che formalizzate giuridicamente, la responsabilità della potenza (o del potere) egemone non è giuridicamente configurabile. Anche se poi è chiaro che dietro a certi belligeranti e a certe guerre, vi sono potenze che «tirano i fili». Ma è una situazione estremamente comoda quella di uno Stato (o altro soggetto) che esercita un potere senza assumerne la responsabilità. Per questo è molto ricercata e sviluppata in questo tempo di pacifismo imperante (e d’ipocrisia diffusa), anche se non sconosciuta nei secoli passati.

5) Il consenso di terzi nell’esercizio di prerogative sovrane. È questo, come scrive Bodin che de-sovranizza il principe (v. sopra citato rif. nota 11). Nella realtà la dipendenza politica di uno Stato da un altro si è sviluppata, nel corso del XX secolo, in forme diverse, prima sconosciute o comunque meno frequentate.

Tipica è la dipendenza «ideologica» (a partire dalle repubbliche giacobine), dopo la pausa del XIX secolo, è aumentata nel secolo passato; il fattore d’incremento principale è stato il partito (e quindi lo Stato) totale, in effetti anche transnazionale. Com’è evidente nel comunismo «organizzato» prima nel Comintern e poi nel Cominform, ma anche nella diffusione, già nel secondo anteguerra, di partiti fascisti, giunti per lo più al potere nei rispettivi Stati a seguito dell’occupazione militare delle potenze dell’Asse.

La stessa dipendenza economica è incrementata (ideologicamente). Se si reputa ottimale un assetto libero-scambista, questo, in generale è preferibile: ma se si vuole negare che uno Stato abbia il diritto d’imporre limitazioni alla circolazione di merci, servizi e persone, anche nei casi di necessità estrema (eccezione), non lo è. Al contrario: il tutto riduce drasticamente la legittimità del  potere politico, il quale istituito per il conseguimento del bene comune, trova in questo la propria regola di comportamento.

Altri tipi di dipendenza – spesso correlativi alla «permeabilità» degli Stati, si possono sviluppare attraverso il progresso tecnologico: se i due bravi colonnelli sopra citati configurano un atto di guerra con attacchi informatici, il relativo mezzo può essere utilizzato come strumento d’influenza e quindi di dipendenza.

Il potere mediatico può ottenere lo stesso risultato: anche in tal caso la corrispondente forma di guerra, ossia la guerra psicologica può convertirsi, in periodo di pace, in un’influenza/dominio sull’opinione pubblica di un popolo, determinandone scelte e orientamenti.

6) La negazione del nemico. L’aspirazione diffusa alla pace, convertita in «dottrina» dalle ideologie pacifiste che hanno come connotato comune di aver trovato l’elisir per eliminare la lotta (i mezzi sono diversi secondo l’una o l’altra)[19] comporta anche la negazione del nemico; ma la lotta è una condizione generale della politica, e l’ostilità (attuale o potenziale) ne è il corollario (e il presupposto).

La negazione del nemico è l’altra faccia di quella della guerra (convenzionale o meglio, tradizionale): solo assai più radicale. Per cui si crede che evitando la prima venga meno anche il secondo; nella realtà anche mancando quella la competizione per il potere tra diversi gruppi umani rivali continua ad esistere, e a generare altre forme di lotta per il potere: quelle, sopra ricordate, dei «bravi colonnelli» cinesi.

7) Pluralismo e responsabilità. Il pluralismo e le creazioni di aree – per lo più riferibili al diritto privato (quello che Hauriou chiamava droit commun – internazionale per natura) – attraverso Tribunali internazionali, costituiscono altre occasioni appetibili di rendere permeabili gli Stati. Ancor di più quando norme e decisioni internazionali divengono vincolanti attraverso meccanismi appositi, previsti anche per disposizione costituzionale (come l’art. 10 della nostra Costituzione). La responsabilità del sovrano è così dispersa – come il potere – nell’organizzazione policratica e nelle riserve di competenza correlate. Un’esigenza e assetto condivisibile ma che crea delle ghiotte opportunità di influenza.

Nella realtà il diritto, sia che consista in trattati che in decisioni di Corti interne o internazionali, secondo il pensiero politico (e giuridico) classico non poteva prevalere sulla politica e sulla necessità di protezione della comunità che la connota. Vale in generale ciò che diceva Bismarck dei trattati «Nessuna grande nazione potrà essere indotta a sacrificare la propria esistenza sull’altare della fede nei patti».

8) L’economia cosmopolitica e l’economia politica. Scriveva Friedrich List che i primi economisti come «Quesnay, che fece sorgere per primo l’idea della libertà universale del commercio, fu il primo ad allargare le ricerche su tutto il genere umano, senza però tener conto del concetto di nazione»[20].

In realtà List capiva assai bene come tra economia «cosmopolitica» e «politica» il fundamentum distinctionis era proprio l’insopprimibilità della politica come essenza (à la Freund) e come protezione dell’esistenza e conseguimento del bonum commune. Se le idee di Adam Smith sono astrattamente fondate, sono del tutto applicabili solo in un contesto senza guerra e senza volontà di dominio (cioè nel collodiano paese dei balocchi o qualche utopia del genere). Infatti scrive di Smith «Anche se, qua e là, parla della guerra, succede solo di passaggio e assai raramente. Tutti i suoi argomenti si basano sulla pace eterna…Evidentemente Adam Smith ha concepito la pace come pace eterna al modo dell’abate di St. Pierre». E lo stesso J. B. Say, il quale «chiede esplicitamente, per poter concepire l’idea della libertà di commercio, che si ammetta l’esistenza di una Repubblica Universale»[21]; e che se avesse scritto di economia politica (e non cosmopolitica) «difficilmente avrebbe potuto fare a meno di partire dal concetto e dalla natura della nazione e di dimostrare quali cambiamenti essenziali l’economia del genere umano deve subire per il solo fatto che il genere umano è suddiviso in nazionalità distinte, formanti un fascio di forze e di interessi, e poste, nella loro libertà naturale, di fronte ad altre società simili a loro»[22].

E List sostiene che «Tutti gli scrittori teorici hanno ripetuto questo errore. Anche Sismondi chiama l’economia politica “la science qui se charge du bonheur de l’espèce humaine”». Differente è la politica. Questa ha il compito di proteggere l’esistenza (particolare) di una comunità umana e come conseguire il bene comune della stessa[23].

Ed è perciò concettualmente e (spesso) oggettivamente contrapposta al principio cosmopolitico. List ricorda che Thomas Cooper «nega perfino l’esistenza della nazionalità. Egli chiama la nazione “una invenzione grammaticale fatta solo per evitare perifrasi, una cosa inesistente (a non entity) che esiste solo nelle teste degli uomini politici”»[24] affermazione che l’economista tedesco considera coerente «perché è chiaro che se si ammette l’esistenza della nazione, con la sua natura ed i suoi interessi, si presenta anche la necessità di modificare l’economia della società umana in relazione a questi interessi speciali»[25].

E proseguiva insistendo sugli inconvenienti, per l’economia di una nazione, che possono derivare dal differente grado di sviluppo con le altre; onde per beneficiare realmente di un sistema di libero scambio internazionale occorre che le comunità nazionali raggiungano «un uguale grado di civiltà, di formazione politica e di potenza»[26]; per cui «Perché la libertà di commercio possa agire liberamente e naturalmente, occorre prima di tutto che i popoli meno progrediti vengano portati, mediante interventi  di vario genere, allo stesso livello di sviluppo al quale è pervenuta l’Inghilterra»[27].

List, che è considerato spesso un avversario del laissez-faire, appare più esattamente come un realista difensore delle insopprimibili esigenze e presupposti della politica (e del politico).

9) I diritti umani. Che dei diritti umani e delle loro violazioni si sia fatto un uso improprio (per l’intervento negli affari – un tempo interni – degli Stati sovrani) è cosa spesso affermata e nota. Già Hobson stigmatizzava l’analogo uso, da parte della Gran Bretagna nel XIX secolo dell’affermazione che «la nostra politica imperiale e coloniale è animata dalla volontà di diffondere in tutto il mondo le arti del libero autogoverno di cui godiamo in patria» e la contestava affermando che «alla vasta maggioranza dei popoli del nostro impero noi non abbiamo attribuito alcun vero potere di autogoverno, né abbiamo alcuna seria intenzione di farlo, né d’altra parte crediamo seriamente che sia possibile farlo» dato che «dei trecentosessantasette milioni di sudditi che vivono fuori dalle isole britanniche, non più di undici milioni, ossia uno su trentaquattro, hanno una qualche forma di autogoverno per quanto riguarda la legislazione e l’amministrazione»[28] e che «da quando le prime luci del nuovo imperialismo negli anni settanta hanno dato piena coscienza politica all’impero, è divenuto un vero luogo comune del pensiero liberale sostenere che la missione imperiale dell’Inghilterra è quella di diffondere l’arte del libero governo»[29].

Un giudizio simile mutatis mutandis, merita l’uso strumentale dei diritti umani.

  1. Le idee sopra elencate sono le principali giustificazioni ideologiche di una globalizzazione che cerca di eliminare (o ridurre) i limiti che la politica e gli Stati possono porle.

In effetti le controindicazioni che una situazione del genere possa provocare sono già indicate nel pensiero politico (ed economico) di cui gli autori sopra ricordati costituiscono una (quantitativamente) piccola parte.

Il primo di tali inconvenienti è che l’ordine mondiale globalizzato non si pone – o non lo fa adeguatamente – il presupposto e la conseguenza che si accompagnano a quello: ossia il potere e la responsabilità.

Maurice Hauriou sosteneva che «il potere è una libera energia della volontà che si fa carico d’intraprendere il governo di un gruppo umano attraverso l’ordine ed il diritto»[30]. In tale definizione, proseguiva, vi sono tre elementi essenziali: 1) che il potere è una libera energia della volontà; 2) che il potere è un imprenditore di governo; 3) e che lo fa con la creazione dell’ordine e del diritto. Nelle concezioni globalizzatrici, a parte il richiamo all’idea d’impero, d’altra parte non meglio precisata, questa è soprattutto di assai dubbia praticabilità. Infatti in primo luogo si pone il problema di chi è lo Stato imperiale. Forse gli USA? E allora perché, malgrado guerre umanitarie e interventi di peace-keeping, non riescono a «normalizzare» i popoli (e gli Stati) occupati dalla NATO (o da coalizioni di Stati membri della NATO)[31]. E Cina e Russia che fanno?

Per cui l’idea d’impero – data la scarsa probabilità che la «testa» ne siano gli USA, diventa evanescente, ma più realistica. Così nel notissimo saggio di A. Negri e M. Handt, «Impero» in cui la forma di governo dell’Impero è una galassia formata da organizzazioni di Stati, Banca             mondiale, clubs vari e multinazionali[32]. È chiaro che un sistema siffatto, in effetti policratico, è «governabile» solo a prezzo di guerre, talvolta «tradizionali» (anche se mascherate da «operazioni di polizia internazionale»), più spesso asimmetriche (nel senso dei colonnelli cinesi più volte ricordati): a regolarlo sono assai più i rapporti di forza che il diritto.

Per cui come un governo siffatto possa garantire un’impresa di governo attraverso l’ordine e il diritto è difficile da immaginare. Di fatto non c’è un governo nel senso di un centro di riferimento in fatto e in diritto irresistibile; non c’è neppure una volontà, che richiede di essere personale (o pluripersonale) di un organo deputato a decidere (parlamento, consiglio dei ministri, Capo dello Stato), ma solo procedure informali riconducibili ad accordi, evidentemente fondati sui rapporti di forza; non c’è neanche un ordine, intesto nel senso di ordine sotto un’autorità (e una gerarchia) riconosciuta[33]; ne è configurabile un diritto – almeno completamente – perché questo va comunque distinto – come scriveva Hauriou – in droit disciplinaire (quello emanato dall’istituzione e basato sul rapporto di comando-obbedienza) e droit commun (quello fondato sulla socievolezza umana e quindi internationale)[34]. E il droit disciplinaire qui  manca (il che non significa che non vi sia il rapporto comando-obbedienza).

  1. Scrive Freund peraltro che il bene comune – scopo dell’azione politica – si distingue, secondo il presupposto dell’amico/nemico (e del comando/obbedienza) nei due aspetti della sicurezza esterna e della concordia interna. Ma, in una società globalizzata la prima ha un senso depotenziato, almeno se la globalizzazione è intesa, come generalmente ritenuto, quale percorso per eliminare guerra e ostilità. Una volta che si fantastica di toglierle di mezzo, il problema (si immagina) è risolto. Quindi niente Stati (in senso westphaliano) né «politica» in un mondo globalizzato.

Quanto alla concordia interna, fondata più sul presupposto del comando-obbedienza, che su quello dell’amico-nemico, questo appare un obiettivo ancor più difficile da conseguire per un potere globalizzatore. Alla base di quella c’è il romano idem sentire de re publica, cioè la condivisione in un gruppo umano della fiducia in istituzioni, valori, interessi nonché la consapevolezza di una comune appartenenza (per lingua, tradizione, religione). Ovviamente tutti tali elementi determinano la particolarità e la specificità del gruppo politico, come tale già contrapposto ad un potere che si pretende universale[35].

Peraltro, nel processo di formazione delle unità politiche è l’idem sentire, o per dirla alla Payne, il common sense comunitario che favorisce e determina il costituirsi dell’unità politica e non viceversa (o per lo meno è questo il percorso normale e maggiormente praticato).

Questo in una società planetaria manca o è carente e inidoneo a costituire una base di consenso e condivisione a un potere universale, mentre fondamentalisti, nazionalisti, gruppi etnici (e così via) tuttora hanno la capacità di costituire sintesi politiche. Finché le identità delle varie comunità saranno così diverse è bizzarro pensare che, nella modestia di un sentire comune «universalista» si possa costituire (qualcosa che somigli a) una unità politica.

In Europa le ultime costituite, cioè Italia e Germania, a parte i fattori unificanti (lingua, territorio, «razza», consuetudini, e per l’Italia la religione cattolica), hanno richiesto un’opera di convinzione dello spirito pubblico durata oltre mezzo secolo (almeno: dall’età napoleonica a oltre metà dell’800); e comunque diverse guerre. Pretendere di costruirne anche solo un surrogato a tavolino e con la collaborazione di banche e burocrazie è frutto di aspirazioni scambiate per realtà possibili.

  1. Senza le condizioni possibili per realizzare l’unità politica, come può fondarsi un ordine internazionale «globalizzato»?

Machiavelli nel Principe scriveva che «Dovete adunque sapere come e’ sono dua generazioni di combattere: l’uno, con le legge; l’altro, con la forza. Quel primo è proprio dello uomo; quel secondo, delle bestie. Ma perché el primo molte volte non basta, conviene ricorrere al secondo: pertanto ad uno principe è necessario sapere bene usare la bestia e lo uomo»[36]. Tale passo è stato interpretato in più modi e d’altra parte il pensiero denso e la scrittura efficace e concisa del Segretario fiorentino esprimono spesso meno parole che giudizi: uno dei quali è quello, ripreso secoli dopo da de Maistre che dove non c’è sentenza c’è lotta. Istituzioni (politiche) leggi, sentenze e ciò che presuppongono (cioè consenso, idem sentire, tradizione e così via) sono sistemi per produrre ordine e decisioni alternativi alla lotta. Giudizio che anche nei tempi presenti appare confermato. Dopo la caduta dell’ordine di Yalta – che era un ordine di sistemi politici «regionali» (occidente, comunismo, e – al massimo – «terzo mondo») le guerre convenzionali e «innovative» appaiono aumentate, ed estese a regioni del pianeta prima risparmiate, come l’Europa orientale, il Caucaso e parte del Medio Oriente. Dei soggetti «guerreggianti» oltre agli Stati e ai movimenti di liberazione nazionale, abbiamo un po’ di tutto.

D’altra parte la stessa invocazione alla «pace» e alla riduzione degli armamenti appare diventata uno strumento di guerra. Se la deterrenza della guerra consiste nel fatto che i contendenti possono arrecarsi danno reciproco, il limitare giuridicamente la possibilità di reazione è il tentativo di usare del diritto per impedire – nella maggior parte dei casi – la resistenza alla forza, e così cristallizzare i rapporti di potere, mantenendone le ineguaglianze.

Il che è soprattutto temibile nel caso di guerre condotte con mezzi non violenti, come quelle descritte dai «bravi colonnelli». Il tutto finisce col somigliare ad una rivisitazione attualizzata alla situazione contemporanea dei Trattati ineguali tra potenze europee ed asiatiche dell’800.

Con in più due caratteri specifici: che – per lo più, ciò serve a ridurre i rischi dell’aggressore, il quale, se sa di non dover subire una reazione violenta, può tranquillamente esercitare l’azione non violenta. E la seconda, usuale, che il tutto più che nei trattati è sancito attraverso la persuasione dell’opinione pubblica. La pace (intesa come non-violenza) è così mezzo di dominio.

Che «forza» e «legge» siano modi di combattere, come scrive Machiavelli, ossia d’imporre la propria volontà, è spesso dimenticato; così del pari, è – anche se in misura minore – trascurato che forza e legge sono anche modi di governare, non (totalmente) alternativi, ma piuttosto complementari. La «legge» senza forza è inutile: la forza senza legge è arbitrio violento.

Nella realtà occorrono entrambi. Se la combinazione di forza e regola è la normalità del governo dei gruppi umani, così come il potere responsabile è l’ordinatore ideale, quello che si profila nel mondo globalizzato appare tra i meno preferibili. Perché si risolve nell’affidare prevalentemente alla forza e all’astuzia (del potere esistente) il massimo della potenza disponibile senza la prospettiva che possa riuscire a creare un ordine che sia veramente tale.

Teodoro Klitsche de la Grange

 

 

[1] V. Corso di diritto internazionale, Padova 1933, p. 115.

[2] V. «poiché la regola dell’indipendenza internazionale dei soggetti, non è assoluta, ma ha delle eccezioni, ne viene che un soggetto può assumere una posizione di superiorità verso un altro, in base allo stesso diritto internazionale, e quindi si possono avere degli Stati che sono titolari di una potestà sovrana di mero diritto internazionale su Stati che, per la loro posizione sempre internazionale, sono subordinati ai primi e per ciò non sovrani. Così, p. es., nel protettorato» op. loc. cit.

[3] V. «Come si è visto, che un soggetto sia per diritto internazionale sovrano rispetto ad un altro non sovrano, nel senso che su questo eserciti una potestà, non è la regola, ma l’eccezione» op. cit.

[4] Op.cit., p. 117; e conclude «data la grande varietà che il protettorato può assumere, è difficile formulare principii generali, ma si può affermare che essi implicano sempre una limitazione della capacità di diritto e inoltre la perdita in taluni casi, o la diminuzione in altri, della capacità di agire».

[5] Op. cit., p. 118

[6] Anche giuridicamente, ma solo fino a un certo punto. Diversamente dallo «status» dei protettorati, le limitazioni vi sono, ma a parte la minore entità, non si traducono in una condizione stabile e regolata da dipendenza, ma a modifiche secondarie, ma talvolta significative, dei diritti degli stessi. Così le collaborazioni tra amministrazioni civili e militari.

[7] «Le nostre opinioni sugli Dei, la nostra sicura scienza degli uomini ci insegnano che da sempre, per invincibile impulso naturale, ove essi, uomini o Dei, sono più forti, dominano» v. La guerra del Peloponneso trad. it. di P. Sgroj V, 105/110.

[8] Qu’est-ce le tiérs État trad. it. di G. Troisi Spagnoli, in Opere Tomo I, Milano 1993, pp. 255-257.

[9] Scrive Bodin «Se dunque il principe sovrano è per legge esente dalle leggi dei predecessori, ancor meno egli sarà obbligato a osservare le leggi e le ordinanze fatte da lui stesso: si può ben ricevere la legge da altri, ma non è possibile comandare a se stesso, così come non ci si può imporre da sé una cosa che dipende dalla propria volontà, come dice la legge: nulla obligatio consistere potest, quae a voluntate promittentis statum capit; ragione necessaria, che dimostra in maniera evidente come il re non possa essere soggetto alle leggi» Six livres de la République, trad. it. di M. Isnardi Parenti, Torino 1988, p. 360.

[10] Op. cit., p. 407 (il corsivo è nostro).

[11] Op. cit., p. 480.

[12] Op. cit., p. 481.

[13] «E in breve abbiamo dimostrato le assurdità intollerabili che conseguirebbero se i vassalli fossero sovrani, anche nel caso che non abbiano nulla che non dipenda da altri; e che cosa avverrebbe se si considerassero uguali il padrone e il servitore, il signore e il suddito, chi presta giuramento di fedeltà e chi lo riceve, chi comanda e chi è obbligato all’obbedienza» (il corsivo è nostro) op. loc. cit.

[14] Op. cit., p. 503.

[15] Op. cit., p. 511 (il corsivo è nostro).

[16] V. J. Freund secondo cui «i giuristi, seguiti da certi filosofi della politica, hanno cercato di spogliare della sovranità il comando. E Bodin è in parte responsabile di questa opera» L’essence du politique, Paris 1965, p. 117.

[17] V. La science sociale traditionnelle, rist. in Ecrits sociologiques, Dalloz, Paris 2008, p. 233 ss.

[18] Guerra senza limiti, L.E.G., Gorizia 2001, p. 39 e i colonnelli aggiungono «Comunque si scelga di definirla, questa nuova realtà non può renderci più ottimisti che in passato. Ciò perché la riduzione delle funzioni della guerra in senso stretto non implica affatto che quella guerra abbia cessato di esistere. Anche nella cosiddetta era postmoderna e post-industriale la guerra non sarà mai eliminata del tutto. E’ solo tornata a invadere la società in modi più complessi, più estesi, più nascosti e sottili», op. loc. cit. (il corsivo è nostro).

[19] V. Sul pacifismo e sulla pace le considerazioni di Freund, op. cit., pp. 620 ss; v. A. Salvatore, Il pacifismo, Roma 2010. In genere sull’incompatibilità tra sovranità dei popoli e globalizzazione v. l’attento studio di Alain de Benoist, Oltre la sovranità, Arianna Editrice, Bologna 2012, in particolare pp. 97-106.

[20] Das nationale system der Politischen Ökonomie, trad. it. Di H. Avi e P. Tinti Milano 1972, p.149 (il corsivo è nostro); e prosegue «Quesnay tratta evidentemente dell’economia cosmopolitica, cioè di quella scienza che insegna come tutto il genere umano può raggiungere il benessere, mentre per contro l’economia politica ed altre scienze si limitano ad insegnare come solo una data nazione possa raggiungere il benessere, la civiltà e la potenza, nelle condizioni mondiali date e per mezzo della sua agricoltura, industria e commercio. Adamo Smith diede alla sua dottrina la medesima estensione, ponendosi il compito di giustificare l’idea cosmopolitica dell’assoluta libertà del commercio mondiale… Adamo Smith non si pose il compito di trattare dell’oggetto dell’economia politica, vale a dire della politica che ogni paese deve seguire per fare dei progressi nelle sue condizioni economiche. Egli intitola la sua opera: Della natura e delle cause della ricchezza delle nazioni, cioè di tutte le nazioni delle quale si compone il genere umano. In una parte speciale della sua opera egli parla dei diversi sistemi dell’economia politica, ma solo con l’intenzione di dimostrare la loro vanità e per provare che al posto dell’economia politica o nazionale deve subentrare l’economia universale».

[21] E prosegue «Quei principi, però, che riguardano gli interessi di nazioni intere come tali ed in rapporto alle altre nazioni, formano invece l’economia pubblica (économie publique). Mentre l’economia politica tratta gli interessi di tutte le nazioni, di tutta la società umana in generale», op.cit., p. 50 (i corsivi sono nostri).

[22] Op. loc. cit. (il corsivo è nostro).

[23] Come scrive Freund: «qual è il bene specifico dell’attività politica… come Hobbes non cessa di ripetere il bene comune dello Stato e quello del popolo che formano insieme una collettività politica. In effetti se gli uomini continuano a vivere in collettività politiche, è perché vi trovano un interesse. Ci sono forti probabilità che se la natura umana non trovasse alcuna soddisfazione (bien) in tale genere di vita nessuna unità politica potrebbe essere stabile e durevole», v. Qu’est ce-que la politique, Paris 1965,p. 38.

[24] Op. cit., p. 151.

[25] Op. loc. cit..

[26] Op. cit., p. 155.

[27] Op. cit., p. 159.

[28] V. Imperialism. A study, trad. it., di L. Meldolesi, Milano 1974, p. 102.

[29] Op. cit., p. 105.

[30] Précis de droit constitutionnel, Sirey, Paris 1929, p. 14.

[31] Volutamente ho rispolverato il termine di «normalizzazione» di bresneviana memoria, perché, malgrado tutto, l’intervento del 1968 in Cecoslovacchia del patto di Varsavia (cioè di un vero impero regionale) riuscì a ricondurre all’«obbedienza» una nazione riottosa, senza che ciò degenerasse in guerre civili o partigiane: fu un intervento di successo, come, in passato, molti del XIX secolo. Che poi il comunismo sia imploso è un fatto che trascende la dimensione politica e strategica dell’ordine nell’impero sovietico: il crollo del comunismo è dovuto all’incompatibilità del sistema con i presupposti del politico e, più in generale, con le innate tendenze dell’uomo.

[32] Il carattere informale e non strutturato del potere globalizzatore è stato notato da molti. Tra i quali ricordiamo F. Cardini, La Globalizzazione, Rimini 2004; G. Ferrara, Derubati di sovranità, Vicenza 2014.

[33] Che è poi il senso agostiniano di ordine e di pace «la pace della città è l’ordinata concordia dei suoi cittadini nel comandare e nell’obbedire; la pace della città celeste è la più perfetta e armoniosa concordia nel gioire di Dio e nel godere vicendevolmente in Dio; la pace di tutte le cose è la tranquillità dell’ordine. E l’ordine è la disposizione degli esseri uguali e disuguali che assegna a ciascuno il posto che gli conviene» v. De civitate Dei, trad. it., Roma 1979, p. 1161.

[34] V. M. Hauriou, op. cit., p. 97 ss.

[35] Come scrive M. Veneziani Comunitari o liberali, Laterza, Bari 2006,p. 105 «Da una parte la globalizzazione congiunta all’internazionalismo porta a superare i confini territoriali; ma può esistere una comunità illimitata, che coincide alla fine con l’umanità? Puoò esistere cioè una comunità che non riconosce tratti specifici, provenienze condivise, tradizioni comuni ma solo la comune appartenenza al genere umano? Più giusto in questo caso è parlare di cosmopolitismo e non di democrazia comunitaria»; il che pone il problema del politico e della sua pretesa estinguibilità.

[36] Principe XVIII (il corsivo è nostro).

NOTE SU COSTITUZIONE E INTERPRETAZIONE COSTITUZIONALE, 2a parte_ di Teodoro Klitsche de la Grange

NOTE SU COSTITUZIONE E INTERPRETAZIONE COSTITUZIONALE

II PARTE

Secondo la tesi di Leibnitz, sopra cennata, teologia e giurisprudenza si basano ambedue su scriptura e ratio; a giudizio di Gierke (prima ricordato) i teologi-giuristi della Seconda Scolastica si servivano con dovizia della ratio. Questo sia per il carattere razionalista della teologia cristiana, sia perché il diritto positivo costituiva solo una parte del diritto, sia perché la rivelazione divina (la scriptura) non era un insieme univoco, esauriente e per così dire, “privo di lacune” che l’interprete non dovesse colmare. In particolare la distinzione fondamentale concerneva ciò che è necessario, perché corrispondente all’ordine creato da Dio – e quindi il diritto naturale – e ciò che era frutto di decisione (divina o umana). Mentre il primo non poteva essere altro da quello che era, il secondo era rimesso alla determinazione della volontà di chi lo poneva in essere. Anche Sieyès riteneva che “Una Nazione si costituisce solo in virtù di un diritto naturale. Un governo, al contrario, è frutto solo del diritto positivo. La Nazione è tutto quel che può essere per il solo fatto di esistere”.[41] Tale distinzione era stata (in parte) ripresa (e sviluppata) da Hegel nella formulazione sopra riportata[42], tra ciò che è necessario perché una moltitudine sia uno Stato (e quindi costituisca un potere comune) e ciò che essendo solo un modo di esistenza dello Stato, appartiene “alla sfera del caso e dell’arbitrio”. Trasponendola al diritto pubblico, ciò che rende possibile la stessa esistenza dello Stato, ne pone e collega gli elementi necessari perché l’istituzione (e la comunità) esista ed agisca, è costituzionale, anche se nessun testo (o dichiarazione costituzionale) la qualifica come tale: è costituzionale per natura, non perché una dichiarazione, per quanto solenne lo statuisca[43]. Anzi è esso che, nell’extremus necessitatis casus prevale sulla vigenza dell’apparato normativo (ed anche sull’assetto “normale” dei poteri) così come, con massima evidenza) nel momento genetico è l’esistenza di quello che consente al diritto – da esso posto o riconosciuto – abbia validità ed efficacia. Ma in quanto è costituzionale in se, non c’è nessuna norma che possa “costituirlo” né eliminarlo ( e tanto meno modificarlo); onde per comprenderlo non occorre alcuna scriptura, ma necessita la ratio. E infatti la ratio appare la sola via per capire ciò che è necessario, non essendo modificabile da una decisione umana, con la conseguenza che, anche se vi fosse – ed è anche capitato che vi siano – decisioni umane, anche espresse in testi costituzionali, che contraddicano ciò che è necessario, sono inapplicabili, in primo luogo (e quel che poi conta) nella concreta realtà, e, di conseguenza, non possono essere oggetto di comandi eseguibili, quindi neppure interpretabili in quel senso. E’ appena il caso di ricordare quanto scriveva Spinoza  che il sovrano può far tutto ma non modificare le leggi di natura (ovvero ciò che è necessario), e comandare cose impossibili come toccare gli anelli di Saturno o sedersi sugli angoli del triangolo (ad impossibilia nemo tenetur), o superflue perché non rientranti nell’ambito (delle possibilità di violazione e con ciò) della libertà umana (ad es. ordinare di rispettare la legge di gravità). Quel che più rileva è come in quel necessario non rientra soltanto ciò che è riconducibile alle leggi naturali (c.d. limite ontologico), ma ciò che è riconducibile alle costanti dell’azione sociale umana: come la necessità della comunità politica e dell’ordine (v. sopra); dell’assetto gerarchico del potere; della  classe politica[44] .

Mano a mano  che dal necessario (in senso assoluto) si passa al (relativamente) necessario[45] e all’accidentale (direbbe Hegel) si riduce l’uso necessario della ratio e cresce quella della “scriptura”, cioè della statuizione (scritta), in quanto tale oggetto d’interpretazione (nel senso tradizionale, anche se con le specificità dovute al carattere costituzionale della materia). Ad esempio, per qualificare democrazia il regime frutto della decisione costituente occorre che sia prescritto il diritto d’accesso di tutti i cittadini alla funzione pubblica (art. 51 della Costituzione) che è considerato una delle condizioni, (necessaria anche se non sufficiente) perché esista una democrazia politica da 25 secoli (cioè dal famoso passo di Tucidide in cui riporta il discorso di Pericle per i caduti della prima fase della guerra del Poleponneso): Una norma che, di converso, escludesse dall’accesso la grande maggioranza dei cittadini,  sarebbe a dispetto della dichiarazione costituzionale contraria, istitutiva di un regime oligarchico.

In una recente polemica, reperibile in rete[46] si possono trovare motivi e spunti su cosa possa essere l’interpretazione della costituzione, sotto il profilo di differenti teorie del diritto. Secondo Baldassarre i tratti fondamentali del positivismo giuridico sono:

– “il diritto (oggettivo) è «posto da una volontà (se no, perché chiamarlo «positivismo»?), nel senso che è il prodotto di un «potere» o di un’autorità, ossia è un atto di volontà di un sovrano precostituito (ora soggettivizzato, come lo Stato, la Nazione, il Popolo o altro Soggetto politico; ora oggettivizzato nell’ordinamento normativo, sia quello nazionale o internazionale, sia l’una o l’altra delle norme fondamentali che si impongono «di fatto»);”

– “il diritto (oggettivo) consiste in norme assistite da una sanzione (istituzionalizzata), vale a dire consiste in norme coattive;”

– “l’applicazione del diritto (norma,legge) è il frutto di una deduzione logica, di modo che la decisione di un caso (controversia) è sempre la conclusione di un «sillogismo deduttivo (o sussuntivo)», derivante da una scelta (valutazione) interamente ascrivibile al «legislatore», ossia alla «volontà» di chi ha posto la norma considerata (sovrano).”

Da cui conclude che “questi tratti comuni ad ogni approccio giuspositivista (esclusivista)… si siano dissolti nella vita pratica del diritto costituzionale dell’ultimo cinquantennio (in Europa)”.

Ad avviso di Guastini, che cita Bobbio, l’espressione positivismo giuridico “è di fatto usata per denotare non una sola ed univoca corrente di pensiero, ma tre modi di vedere distinti e logicamente irrelati tra loro: il positivismo «metodologico», il positivismo «teorico», e il positivismo «ideologico»” di cui il positivismo teorico è “grosso modo, la teoria del diritto, dominante nel secolo XIX: quel modo di vedere secondo cui le norme giuridiche (ivi incluse quelle consuetudinarie) sono interamente riducibili a comandi coattivi del sovrano politico (i. e., di un legislatore umano), un ordinamento giuridico è un insieme di norme completo e coerente, l’interpretazione del diritto è atto di conoscenza(non di volontà), la sua applicazione è attività logico-deduttiva.”. Avendo sostenuto Baldassarre “ che l’antica massima hobbesiana –vero manifesto del positivismo giuridico in tutte le sue forme-auctoritas, non veritas, facit legem sia ormai inattuale. Se ne  deve concludere che nello stato costituzionale di diritto “ratio,non auctoritas, facit legem”. Una tale tesi non è condivisa da Guastini “La tesi che il diritto nasca non dall’autorità, ma dalla “verità” o dalla “ragione” (così sostiene Baldassarre), significa che le norme giuridiche sono il prodotto non di atti di volontà, bensì di atti di conoscenza: di conoscenza, dobbiamo supporre, non della (eterna) “natura” umana, bensì dei “costumi” e della “coscienza sociale”. E ciò implica che le norme giuridiche – proprio come le proposizioni scientifiche – possono dirsi vere o false. Tesi classica dei giusnaturalisti, d’altronde, i quali disgraziatamente non hanno mai saputo indicare a noi, poveri giuspositivisti, quali mai possono essere i criteri di verità degli enunciati del discorso prescrittivo.”

In questo riepilogo  – largamente parziale e sintetico di quanto scritto – entrambi gli autori presuppongono che la costituzione sia un atto (documento) scritto e statuito (mentre per le parti più importanti, non è scritto e neppure statuito): nell’esposizione di Baldassarre una importanza decisiva (specie per le sentenze dei giudici costituzionali) riveste il fatto che le costituzioni (cioè gli atti/documenti) contengono enunciazioni di principio e statuizioni di valore, onde l’applicazione/interpretazione consiste in una valutazione di compatibilità “tra due distinti ordini di «principi»: quelli stabiliti, secondo una certa gerarchia e un certo ordine di preferenza, dalla costituzione e  quelli implicati… dalla «regola (generale e astratta)» contenuta nella norma legislativa  della cui costituzionalità si dubita”. Tale è il modo di “operare di tutte le corti costituzionali occidentali”.

Tuttavia sia che si tratti d’interpretare norme, sia di applicare principi (e/o valori) le due posizioni si riferiscono entrambe al diritto statuito (e scritto) tralasciando così tutto ciò che non è scritto né statuito[47]. Quanto all’altra questione– che più interessa ai fini del presente scritto – se il diritto nasca dall’autorità o dalla ragione (verità), occorre appena ricordare che un simile dilemma (se la legge sia atto della volontà e dell’intelletto) era stato largamente dibattuto dai teologi[48] e la soluzione che dava Suarez non era un “aut…aut” ma un “et…et”, nel senso che la legge era atto sia d’intelletto che di volontà[49]. La legge positiva è sia  ratio che voluntas; che sia la seconda è evidente; e che presupponga (e incorpori) anche la ratio (quasi altrettanto) evidente, giacché una legge bizzarra e/o superflua non è suscettibile di esecuzione e coazione, diventando così una bizzarria normativa, non potendo essere un comando eseguibile.

Se, come sostiene chi scrive, la costituzione non è (solo) un atto, e spesso neanche scritto, resta da vedere come si possa interpretare/applicare ciò che non è né scritto né statuito.

Nella realtà un problema siffatto è familiare al giurista: che come regola di una decisione (ad es. giudiziaria) il legislatore imponga all’interprete di ricavare il diritto da un comportamento (cioè da un fatto) è disposto (ad es. dall’art. 1362 c.c., o dalla previsione della consuetudine come fonte di diritto). Nel diritto internazionale è quello, analogo, dello jus non scriptum internazionale; la cui applicazione chiede in primo luogo l’accertamento storico dell’effettiva vigenza (e ancor prima esistenza) della norma.

Fatta questa premessa la disposizione costituzionale interpretanda può non essere formulata nello schema abituale “Se F (fattispecie), allora G (conseguenza giuridica)[50]” o in qualche formulazione analoga (cara alla giurisprudenza analitica); e ancor più la disposizione spesso non è espressa neanche come principio (cioè di guisa da non collegare la fattispecie alla conseguenza giuridica), e talvolta non espressa (non “statuita”). Ma se interpretare è per lo più enucleare il significato di un testo normativo, in tal caso il significato deve essere ricavato da rapporti, fatti, comportamenti (e principi) inespressi il che non è inconsueto, anche se, in un ordinamento moderno, meno frequente.

Piuttosto un’interpretazione/applicazione costituzionale richiede un cambiamento di prospettiva, che pone in secondo piano la classica  dicotomia sein/sollen, per riportare in auge quella dell’Amleto: essere o non essere. Inteso in un doppio significato: che il normativo presuppone l’esistente e che l’esistente prevale sul normativo, che potremmo chiamare limite naturale e criterio funzionalistico –teleologico. Nel limite naturale non c’è solo quello ontologico, ma in genere ogni condizionamento necessario dovuto a leggi, anche dell’agire sociale; così una costituzione non può essere interpretata nel senso che non costituisca rapporti di comando/obbedienza, perché ogni comunità politica, per esistere, necessita di  qualcuno che comanda e altri che obbediscano. Così, ma sul punto rinviamo alla prima parte di questo lavoro, il senso della massima  salus rei publicae suprema lex, è che l’esistente (la comunità) prevale sul normativo, onde il diritto dev’essere interpretato-applicato nel senso di salvaguardare l’esistenza collettiva e non l’esattezza dell’interpretazione/applicazione delle norme o dei valori o della giustizia, implicita nella (contrapposta) espressione fiat justitia, pereat mundus.

In entrambi i casi è così l’essere che condiziona in modo cogente il dover-essere, nel primo caso perché l’ordine comunitario, se non si osservano le leggi naturali (nel senso precisato) neppure può venire ad esistenza, o la conduce breve e grama; nel secondo perché verrebbe meno alla prima crisi (seria). Ma dato che, come scriveva Jhering, il diritto serve alla vita è pertanto da interpretare di guisa da conservare l’ordine e la vita comunitaria (ed individuale).

D’altra parte il limite “ontologico” all’applicazione dei precetti (norme, comandi) giuridici è già “codificato” non solo nel codice civile vigente (v. il combinato disposto dell’art. 1418-1346 c.c. sull’impossibilità dell’oggetto come causa di nullità del contratto) ma fin dalla giurisprudenza romana come risulta dai brocardi impossibile habetur id, cui natura impedimento est quominus existat; impossibilium nulla est obligatio; quae rerum natura prohibentur, nulla lege confirmata sunt.

Piuttosto da ciò derivano due problemi: il primo, quello cennato, e dato per scontato che l’obbligo (dovere, obbligazione) relativo ad un oggetto impossibile per natura è nullo, occorre ricordare che lo stesso trattamento compete alla norma (precetto, obbligo, ordinamento) che pretende di  violare le leggi del funzionamento e dell’equilibrio sociale, come risultano dall’uniformità sperimentale e (talvolta) dalla stessa analisi razionale. Come è (a dir poco) bizzarro presupporre una società politica senza comando, obbedienza, potere, così lo è concepire un’attività economica senza scarsità dei beni. Il secondo problema è che quei brocardi citati (ed altri) sono la conversione in termini giuridici di constatazioni e valutazioni di fatto. Potrebbe sembrare che così si violi la “legge di Hume”  per la quale non è possibile dedurre giudizi precettivi da proposizioni  assertive [51]. La tesi che le norme giuridiche (come il diritto) non possa essere dedotto dalle leggi di natura è stata più volte esposta – tra gli altri – da Kelsen[52]; il quale – ma non solo il giurista viennese – aveva sottolineato tuttavia un’essenziale distinzione tra diritto e morale, relativa al modo in cui essi prescrivono o  vietano un certo comportamento umano[53].

Tale distinzione, ancora più dell’altra, spesso ripetuta, che il diritto sanziona comportamenti “esterni”, mentre la morale sanziona (soprattutto) quelli interni, costituisce la differenza fondamentale tra dovere giuridico e morale: esserci o meno un apparato coercitivo  deputato (anche) a (prevenire e ) reprimere le violazioni del diritto (come ad incentivare l’osservanza dello stesso). Ma la violazione dev’essere possibile, la coazione – che è l’essenza della differenza – dev’essere esercitabile, così come l’obbligazione giuridica eseguibile. Come sopra cennato, un legislatore che prescrivesse di sedersi sugli angoli del triangolo, produrrebbe solo ilarità[54], ma nulla di concretamente efficace[55].

Contrariamente a quanto giudicava Hume per la morale, nel diritto che un obbligo sia coercibile o meno  non è un giudizio di valore, un sollen, ma un sein. Pertanto il legislatore (o nel caso di altri precetti giuridici – e con le dovute diffferenze -, il giudice o il funzionario) compie sia un giudizio di “fatto” che una scelta di valore, nel formulare le norme legislative[56].

Anche Bobbio considerava  connotato peculiare dell’ordinamento giuridico la coazione[57]  pur precisando per l’appunto che “la teoria del diritto come regola della forza, sin qui esaminata, è una teoria non già della norma giuridica isolatamente considerata, come la teoria tradizionale, ma dell’ordinamento giuridico nel suo complesso”[58].

Ciò conferma che, da un lato, la differentia spaecifica del diritto, rispetto alla morale, è la coercibilità; dall’altro che, proprio per ciò l’applicazione al diritto della legge di Hume – pensata e scritta per la morale –  necessita  di adattamenti di guisa da non poter essere di carattere esclusivo e portata generale. Una cosa è sanzionare con qualche anno di Purgatorio i peccati; altro è adempiere un contratto d’appalto per la costruzione di una villa su Marte (o chiedere al Giudice la relativa esecuzione dell’obbligo di fare – art. 2931 c.c.). Ogni precetto richiede (quanto meno) un giudizio sulla di esso coercibilità/applicabilità/efficacia. Per cui ogni precetto giuridico consta di un duplice giudizio sia al momento della statuizione che a quello dell’applicazione: è sia un atto di conoscenza che di volontà: la tesi di Suarez (e non solo) appare confermata[59].

Infatti giudicare che un’obbligazione sia possibile è una constatazione (un giudizio) di fatto; il giudizio che tutte le costituzioni disciplinano il rapporto di comando/obbedienza (cioè il potere) può essere storicamente (e sociologicamente) verificato e così anche i  corollari di questo. Ovvero che se c’è un potere di comando obbedito allora c’e una costituzione (Hegel e Santi Romano); se questo non c’è – viceversa – non vige la costituzione (nel senso di costituzione statale) – e neppure esiste lo Stato; e che una costituzione non è interpretabile nel senso che non costituisca e disciplini rapporti di comando-obbedienza: E il tutto è applicabile anche agli altri “presupposti del politico”: pubblico-privato, amico-nemico, tutti verificabili storicamente e sociologicamente.

Ulpiano sosteneva Ius nostrum constat aut ex scripto aut sine scripto (D I, 1, 6). Concezione condivisa  quindi (e per lo più) da (almeno) diciotto secoli. Ma che negli ultimi due  appare un po’ in affanno. Un ausilio a capire la ragione ce l’offre Max Weber, il quale nel delineare i presupposti del potere razionale-legale (cioè la rappresentazione del potere prevalente nelle concezioni moderne) ne indica (tra gli altri) i seguenti: “ Il potere legale riposa sulla validità dei seguenti presupposti, tra loro connessi:  che qualsiasi diritto possa essere statuito rispetto al valore o rispetto allo scopo (o a entrambi), mediante pattuizione o imposizione…che ogni diritto sia nella sua essenza un cosmo di regole astratte,  e di norma statuite di proposito, che la giurisdizione costituisca l’applicazione di queste regole al caso particolare…il tipico detentore del potere legale – il «superiore» – mentre dispone e insieme comanda, da parte sua obbedisca all’ordinamento impersonale in base al quale orienta le sue prescrizioni…che i membri del gruppo – in conformità al n. 3 – obbedendo al detentore del potere obbediscano non alla sua persona, ma a quegli ordinamenti impersonali[60]. L’identificazione della costituzione con un atto scritto e statuito appare quindi conseguenza della fede dei moderni nella legittimità del potere razionale-legale, d’altra parte enunciata nello (spesso ricordato) art. 16 della Dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino, dove, oltre ad essere enunciati i principi dello Stato borghese è formulata la concezione della costituzione come statuizione consapevole (e scritta) al punto di negare il carattere di costituzione agli ordinamenti privi di queste caratteristiche[61]. Com’è noto questo non era il concetto di costituzione di Weber secondo il quale “Per costituzione di un gruppo si deve intendere la possibilità effettiva di disposizione a  obbedire – possibilità diversa per misura, specie e presupposti – nei confronti della forza di imposizione dell’autorità di governo sussistente” e precisa “ Il concetto di «costituzione» qui impiegato è uguale a quello usato da Lassalle: Esso non coincide con il concetto di una costituzione «scritta», e in genere di costituzione  in senso giuridico. La questione sociologica è semplicemente la seguente: accertare quando, per quali oggetti ed entro quali limiti, ed eventualmente in base a quali presupposti particolari (per esempio in base all’approvazione di divinità o di sacerdoti, o al consenso di comizi elettorali) i membri del gruppo si piegano al capo”[62];concezione imperniata sul rapporto comando-obbedienza.

Il carattere necessario dei presupposti costituzionali condiziona l’interpretazione, dato che senza quelli non c’è né esistenza né capacità di azione politica. Chiedersi se la norma (costituzionale) o il valore (costituzionale) sono stati violati presuppone che ci sia unità politica e ordinamento giuridico senza i quali non si capisce come far rispettare le une e gli altri. Vale il giudizio di Hegel che lo Stato è la “realtà della libertà concreta”[63]; o come scriveva Croce “prima vivere e poi filosofare, prima essere e poi essere morale”[64]; e il giudizio del filosofo si adatta bene al rapporto tra esistenza dell’istituzione,  i principi e le norme che impone o i valori cui fa riferimento. Senza vita (e vitalità) di quella non c’è possibilità di applicare o di realizzare questi. Così  si può aggiungere che se le norme cambiano – spesso vorticosamente – pur lasciando sostanzialmente inalterata l’istituzione; e anche i principi e i valori mutano – anche se più lentamente – l’istituzione – Stato – è sempre la stessa, anche nel mutamento di norme, valori (e classi dirigenti), per cui, secondo i principi del diritto internazionale risponde degli obblighi contratti verso gli altri Stati, cui quei cambiamenti (di norme e/o valori) sono del tutto indifferenti.

Così l’Italia ha cambiato tre costituzioni (liberale, fascista e repubblicana) e  relative “tavole di valori” senza che fosse alterata la (continuità dell’) istituzione statale. Consegue da ciò che né norme né valori possono essere interpretati nel senso che mettano in pericolo l’esistenza (e la capacità d’azione) dell’istituzione.

Nel caso questo si verifichi è l’esigenza primaria (d’esistenza) che deve prevalere sulle altre. Il tutto non è “negoziabile” né “bilanciabile” e non per la ragione onde si ritengono tali (e sottratti anche alla revisione costituzionale) i principi fondamentali (o i valori altrettanto fondamentali) della Costituzione, ma perché – come sostenuto – il normativo presuppone l’esistente[65]. E mentre questo può cambiare quello, di converso il primo non può modificare il secondo.

  1. La conseguenza è che, al contrario di quanto spesso si pensa, ogni conseguenzialità (e coerenza) normativa non può prevalere sull’esistenza comunitaria. In caso contrario la massima di Jhering, già sopra ricordata, che il diritto è un mezzo finalizzato alla vita sarebbe capovolta nel senso che la vita (l’esistenza) è un mezzo del diritto. Come sopra cennato, una Corte costituzionale – o un altro organo pubblico – che interpretasse il sistema normativo nel senso di attentare all’esistenza concreta (alla salus rei publicae), anche se normativamente (e logicamente) fondata (nel senso “corrente”), sarebbe invalida. Anzi potrebbe costituire (in tutti gli ordinamenti vi sono norme volte a tutelare l’esistenza e l’unità politica) un illecito penale tra i più gravi (attentato alla costituzione, usurpazione e via emunerando).

La massima fiat justitia pereat mundus non vale per gli organi statali costituiti: non è nel loro potere distruggere l’istituzione e la comunità[66], da cui dipende il loro esser costituiti.

Se si ammette, come molti giuristi, e tra questi Santi Romano, che la necessità sia fonte di diritto, vale la regola necessitas non habet legem (e infatti imporre una legge alla necessità è un bisticcio logico e una contraddizione concreta); regola che è anch’essa la specificazione della prevalenza dell’esistente (e della conservazione dell’esistente) sul normativo[67].

Per cui se per necessità è consentita la deroga alla legge (o la normazione praeter legem) a ratione majus la necessità costituisce criterio di giudizio per valutare la costituzionalità (o meno) di presunte trasgressioni alla costituzione.

  1. Dato che il significato usuale dell’interpretazione (e dell’attività interpretativa) è l’attribuzione di significato a un testo, un segno, un simbolo[68], ove si tratti d’interpretare lo jus involuntarium, l’operazione (prima) che si richiede all’interprete è la ricostruzione (l’individuazione) del precetto applicabile.

È stato sopra cennato come questo sia familiare al giurista. È chiaro che la ricostruzione del precetto può avvenire (talvolta) applicando i principi della logica deduttiva (identità, non contraddizione, terzo escluso e quanto ne consegue) ma per lo più attraverso verifiche storiche e sociologiche (e combinandoli, se necessario, con i primi). Ad esempio la vexata (in Italia)  quaestio della legittimità costituzionale delle deroghe alla giurisdizione ordinaria (nel caso di processi a carico di personale politico apicale). Se si parte dal principio d’uguaglianza è chiaro che la deroga (di qualsiasi genere) possa essere facilmente ritenuta contrastante con quello[69]. Ma se si parte dalla natura dell’istituzione, dal carattere della forma di governo e li si verifica anche in concreto, la conclusione è opposta. Occorre tener presente quanto scriveva Santi Romano sullo jus involuntarium, la cui prima specie era costituita dai “principii generali o fondamentali che sono impliciti nella stessa esistenza dello Stato, nella sua struttura, e nei suoi atteggiamenti concreti, dai quali sono da esprimersi e desumersi. Se alla c.d. «natura delle cose» o «dei fatti» non si può riconoscere valore di vera e propria fonte formale del diritto, lo stesso non è da ritenersi per la natura delle istituzioni e, quindi, in primo luogo dello Stato, giacché queste sono da per sé diritto positivamente vigente”[70].

Per cui, operando una verifica comparativa, tutti i principali testi costituzionali vigenti stabiliscono deroghe alla giurisdizione ordinaria nel caso di “giustizia politica” (onde tutti sarebbero lesivi del principio d’uguaglianza, pur essendo stabilite nelle costituzioni moderne considerate democratiche – l’argomento criticato quindi prova troppo) per cui, oltretutto c’è una concordanza in quello che Hauriou chiamava droit commun constitutionnel; le stesse costituzioni italiane precedenti quella vigente stabilivano vistose deroghe (nel tempo e nello spazio la regola è quindi la deroga); ragione di ciò è che, se così non fosse, la scelta del personale di governo, immediatamente o mediatamente riconducibile al corpo elettorale, come naturale in democrazia, sarebbe “controllata” da un potere burocratico, non selezionato con procedimenti democratici (elezione o nomina di organi elettivi) e irresponsabile verso il corpo elettorale. Ma dato che la repubblica è democratica (e ciò sia per disposizione costituzionale espressa dall’art. 1 sia perché desumibile dall’intero testo della costituzione scritta) e che la scelta per la democrazia è un modo d’esistenza dell’istituzione, è questa a prevalere sulla competenza normale del giudice ordinario. Alla stessa conclusione si arriva partendo dalla distinzione dei poteri fatta propria dalla Costituzione (e dalla legislazione ordinaria), anche se non applicata (del tutto) coerentemente: se non fosse prevista una qualche deroga alla giurisdizione, la repubblica parlamentare diverrebbe uno Stato giurisdizionale (justizstaat) consentendo al potere giudiziario d’intromettersi (liberamente) nel funzionamento (e nella composizione) degli altri poteri costituzionali, e stravolgendo il principio di distinzione dei poteri.

Combinando le conclusioni (concordanti) di questi tre percorsi argomentativi si ha che l’applicazione “meccanica” del principio di isonomia (nel caso, della legge processuale) potrebbe ledere le capacità di azione politica, la forma democratica di Stato (e di governo) e il principio di distinzione dei poteri. Tutti principi fondamentali (due dei quali scritti), sicuramente non secondari a quello d’isonomia.

Occorre peraltro vedere se sia utilmente applicabile il criterio del bilanciamento cioè di determinare un ordine “gerarchico o preferenziale di valori o di principi” (v. Baldassarre op. cit.), e più in generale i parametri (non normativi) del giudizio di costituzionalità, come intesi da molti[71].

In effetti nel caso sopra considerato ad applicare letteralmente l’art. 3 della Costituzione, la deroga non sarebbe possibile; ma ricorrendo ai criteri di cui al passo citato di Baldassarre, e soccorrendo anche la massima di Celso scire leges non hoc est verba earum tenere sed vim ac potestatem (D I, 3, 17) – uno dei capisaldi dell’interpretazione sistematica – il risultato cambia completamente. Anche a tener conto delle considerazioni di Baldassarre che “se, per tale teoria, l’«interpretazione» è, in generale, una «mediazione creativa», nella quale il contributo degli interpreti concorre al «perfezionamento» o al «completamento» (Gadamer) del segno oggetto dell’interpretazione medesima, nel campo specifico del diritto, proprio in quanto «comprensione» eminentemente rivolta ai fini pratici, il fattore principale della mediazione ermeneutica è dato dagli «effetti veicolati dal segno» (Peirce), vale a dire dagli effetti pratici riferibili alla disposizione normativa nel relativo contesto sociale di attuazione. Sono, insomma, questi «effetti», vale a dire le conseguenze pratiche ipotizzate in relazione all’applicazione della disposizione normativa nell’ambiente sociale dato (attuale), che contribuiscono maggiormente a quella «attribuzione di significato» nella quale consiste il risultato finale (ancorché «anticipatorio» rispetto all’applicazione effettiva) di quel complesso processo chiamato «interpretazione»”.

In effetti nel caso della controversia sulla “giustizia politica”, l’inesistenza di deroghe, consentirebbe l’effetto pratico di cambiare la maggioranza parlamentare o la composizione del governo, cioè gravissime limitazioni e condizionamenti alla capacità di azione politica e/o al pouvoir déliberant del parlamento[72].

Cioè “effetti” contrari sia alla capacità d’azione dell’istituzione sia, alla specifica forma di governo scelta nella costituzione medesima.

  1. Più in generale occorre chiedersi come “graduare” o “bilanciare” (ovvero “determinare il valore relativo di due principi” costituzionali – Guastini). In questo caso il valore relativo tra ciò che è necessario, (assolutamente); ciò che lo è in relazione alle scelte costituzionali (relativo); e ciò che è accidentale. E insieme tra lo jus involontarium (non scritto) e il diritto statuito.

Quanto al rapporto tra ciò che è necessario (in senso assoluto) e l’ “accidentale”, sia che si tratti di norme che di principi o valori, il contrasto tra il primo e il secondo non può che risolversi con il riscontro dell’inesistenza/inapplicabilità del secondo. Almeno finché l’esistenza (e l’unità) politica  perdura è sul presupposto di questa – e del suo durare – che vige un diritto e può avere efficacia concreta. Per cui è l’esistenza di quella a costituire il presupposto necessario di questo; e una decisione contraria all’esistenza è, come sopra scritto, opposta all’essenza (ai presupposti essenziali e allo scopo) della costituzione. Del pari una decisione lesiva della capacità di azione (politica), perché, avendo gli Stati un’esistenza storica e politica, è loro essenziale la capacità d’azione.

Più sfumato è ove la necessità sia relativa (cioè consegua non dalle generali condizioni d’esistenza ed azione, ma da quelle particolari della forma di stato e di governo e dalle decisioni fondamentali della costituzione; cioè di qualcosa rimesso alla volontà – ed alla possibilità di scelta – del potere costituente) È chiaro che questi precetti possono essere esplicitati nella costituzione (ad es. per quella vigente, il principio democratico)  o impliciti (ad esempio la distinzione dei poteri).

Un aiuto a determinare ciò che è (relativamente) necessario lo può dare Lassalle. Questi nella (notissima) conferenza Über verfassungswesen, nel definire l’espressione legge fondamentale, diceva “ma una cosa che ha un fondamento non può più essere a piacere così o diversamente; ma deve essere così come essa è. Del fatto che essa è diversa non soffre il suo fondamento. Solo ciò che non ha fondamento e quindi anche ciò che è casuale può essere così come è e anche diversamente. Ma ciò che ha un fondamento, è necessario così come è. I pianeti hanno per esempio un certo movimento”[73].

Un altro ce lo offre il concetto di “rottura” della Costituzione. Com’è noto la prima formulazione della (necessità di istituti che comportino la )rottura della costituzione è di Machiavelli. Questi scrivendo della dittatura romana, sostiene “E però le repubbliche debbano intra loro ordini avere uno simile modo… Perché quando in una republica manca uno simile modo, è necessario, o servando gli ordini rovinare, o per non rovinare rompergli… Talché mai fia perfetta una republica se con le leggi sue non ha provvisto a tutto, e ad ogni accidente posto il rimedio e dato il modo a governarlo. E però chiudendo dico che quelle republiche le quali negli urgenti pericoli non hanno rifugio o al Dittatore o a simili autoritadi, sempre ne’ gravi accidenti rovineranno” (Discorsi, I, XXXIV). È chiaro, nel passo del Segretario fiorentino, che l’ “ottima” costituzione deve prevedere i modi per essere disapplicata o sospesai (parzialmente).

Onde potrebbe individuarsi il limite tra quello che è (relativamente) necessario a quello che è – per usare la terminologia hegeliana – accidentale in ciò che, in caso di previsione costituzionale della rottura, è immodificabile da quello che non lo è. Ad esempio nel caso dell’art. 16 della Costituzione francese vigente, il Presidente, pur utilizzando i poteri eccezionali, non può sciogliere il Parlamento; analogamente nell’art. 48 della Costituzione di Weimar il Presidente, pur potendo prendere le misure eccezionali, doveva riferire al Reichstag e revocarle a richiesta di questo. Schmitt a tale proposito sosteneva “La costituzione come un tutto resta non solo lo scopo di ogni provvedimento sulla base dell’art. 48: essa è anche determinante in quanto fondamento dei suoi presupposti… Essenzialmente ogni costituzione è l’organizzazione. Per questo l’unità dello Stato è creata come quella di un ordinamento”[74].

Da ciò consegue che, nelle rotture costituzionali, a non poter essere innovata, è la costituzione intesa come (decisione sulla) forma di Stato e di governo (e cioè sull’essenziale dell’organizzazione di governo); nei casi esaminati, come repubblica democratica semi-presidenziale, con i due organi (dotati) di rappresentanza politica (cioè Presidente della repubblica e Parlamento), che rimangono intangibili, mentre sono disapplicabili (momentaneamente l’esercizio dei) diritti, anche se garantiti dalla costituzione[75].

Tutto ciò può servire a chiarire se le decisioni riconducibili al (relativamente) necessario possano essere oggetto di valutazioni contemperabili con altre disposizioni della costituzione formale.

Ad avviso di chi scrive la risposta è negativa: non può “bilanciarsi” un principio che da forma allo Stato ed al governo – rientrando così nel “nocciolo duro” della costituzione – con prescrizioni, anche ricondotte dal testo costituzionale a quelle di principio, che comunque non sono costitutive della forma politica.

Nella costituzione vigente sicuramente di questa sono costitutivi il principio democratico (e quello – connesso – d’eguaglianza) quello di libertà nonché di tutela dei diritti dell’uomo – e le conseguenze immediate di quelli, come il diritto d’elettorato attivo e passivo, l’inviolabilità della libertà personale, di domicilio, di riunione (e, in genere, di tutti i diritti di cui agli artt. 13-27 della Costituzione vigente), mentre non sono “costitutivi” della forma politica il principio di tutela delle minoranze (art. 6) la tutela della cultura e del paesaggio (art. 9) la conformazione all’ordinamento internazionale (art. 10, I e II comma), il ripudio della guerra (art. 11).

Piuttosto un “bilanciamento” appare possibile all’interno della categoria dei precetti “costitutivi” della forma politica: ad esempio se una riduzione delle libertà di cui agli artt. 13-27 della Costituzione sia compatibile in occasione di gravi turbative all’ordine ed alla sicurezza pubblica, di guisa da mettere in dubbio il funzionamento delle istituzioni. In questo caso una compressione della libertà va commisurata all’ineliminabilità, specie in certi periodi (come quelli elettorali) – della fruizione delle stesse, ai fini di un corretto funzionamento dell’istituzione e della forma di governo in cui è organizzata[76].

Mentre tali esigenze di salvaguardare il “nocciolo duro” della Costituzione (cioè la costituzione e non le leggi costituzionali nel senso di Schmitt) non sussistono se i valori da bilanciare sono riconducibili a ciò che è “accidentale”; ossia non necessariamente (nei due sensi specificati) facente parte della Costituzione.

  1. Altro problema è quello del carattere prevalentemente teleologico dell’interpretazione. Qua s’intende per teleologico non tanto la considerazione privilegiata del “fine” della norma, quanto quello della funzione della costituzione, cioè di disciplinare l’esistenza e l’azione della comunità, anche con riguardo agli effetti concreti.

In questo senso è determinante il carattere di “comunità perfetta” che il pensiero teologico attribuisce a quella politica[77] e presente anche nel pensiero giuridico dello scorso secolo, in particolare in Santi Romano[78]; e in Rudolf  Smend[79].

La conseguenza che ne traeva Santi Romano era che “il diritto costituzionale è quella parte del diritto dello Stato, in cui meglio si rivela l’esattezza del concetto sopra fugacemente accennato sulla garanzia del diritto. L’opinione comune che ripone questa garanzia in una norma che dovrebbe farsi valere da una potestà sopraordinata ai soggetti vincolati ad essa o in altra norma, cui la prima servirebbe di sanzione,  nel campo del diritto costituzionale è manifestamente inammissibile. Se la costituzione è l’ordinamento supremo dello Stato, non ci può essere una norma ancora superiore che la protegga e quindi essa deve trovare nei suoi stessi elementi e atteggiamenti la propria garanzia[80].

Dato il carattere di comunità perfetta e il fatto di non essere obbligata (o facultata) a chiedere (e ad ottenere) la garanzia del proprio ordinamento ad un’altra istituzione (tanto meno ad una norma, a un principio, o a un valore), l’interpretazione della costituzione deve avere connotati particolari, così come la decisione delle controversie costituzionali.

In effetti, e tornando al criterio di conservazione dell’esistenza (cioè la salus rei publicae…) esso è del tutto peculiare (alla costituzione e) all’interpretazione costituzionale: un giudice ordinario che applica la norma in una lite tra privati non deve porsi il problema delle salus rei publicae. Lo stesso accade in ogni caso d’applicazione di precetti giuridici che poggino (e presuppongano) la saldezza e la vitalità dell’insieme (e non li ponga a rischi – il che è un’ipotesi rarissima, quasi di scuola – per le disposizioni non aventi carattere costituzionale).

Smend scriveva in proposito che “Il criterio che distingue la costituzione dal resto dell’ordinamento giuridico è sempre e di nuovo il carattere «politico» del suo oggetto”, e “qui il metodo formalistico rinuncia consapevolmente a fondare la teoria dello Stato nel senso delle scienze dello spirito, cioè ad assumere, come punto di partenza del lavoro giuridico, una teoria dell’essenza materiale specifica del suo oggetto”. Infatti così rinuncia a comprendere la costituzione non come “regolamentazione astratta di un infinito numero di casi”, mentre “qui si tratta di una legge individuale di un’unica e concreta realtà di vita”[81]. È chiaro che la funzione d’integrazione come essenza della costituzione costituisce “il principio del divenire dinamico dell’unità politica[82].

Pertanto il criterio interpretativo, in questa come nelle altre concezioni costituzionali improntate a considerare la  costituzione come “modo d’esistenza di un popolo” (de Bonald) è (segnatamente) sistematico ma soprattutto teleologico, mentre uno spazio assai minore rispetto all’interpretazione della norma legislativa è riservato all’interpretazione letterale.

E, come scrive Smend, si tratta di interpretare la costituzione, come la “legge vitale di un essere concreto”, cioè in funzione della vitalità dell’insieme; per cui il criterio teleologico non è incentrato sullo scopo che la singola norma si propone di raggiungere (la ratio legis) ma quelli che la costituzione, nel suo insieme, persegue (per così dire la ratio constitutionis).

Ne consegue che da un canto la garanzia della costituzione, come scriveva Hegel, viene dalle istituzioni stesse[83]. Il che è un modo di significare che, come per il diritto internazionale non ci sono Pretori tra gli Stati[84], anche per il diritto costituzionale la garanzia effettiva deriva più dal (complesso) assetto istituzionale che da un ricorso al “Pretore” costituzionale del tutto incongruo a proteggere effettivamente l’unità e la forma dello Stato[85]. Sul piano interpretativo ciò conferma il particolare carattere teleologico e “fattuale” dell’interpretazione costituzionale: quanto Baldassarre sostiene che occorre guardare anche agli effetti (alle conseguenze) dell’interpretazione (nel caso della Corte, delle sentenze); questo criterio che per un giudice non costituzionale, sarebbe del tutto residuale, perché, per lo più, vietato – di converso è  peculiare all’interpretazione della costituzione (molto meno per le leggi costituzionali, a seguire la distinzione di Schmitt).

Anche in questo è confermata la regola che l’esistente prevale sul normativo: la costituzione – che è il modo d’esistenza politica di un popolo – va interpretata nel senso che le relative decisioni conservino quel modo d’esistenza. Se un potere costituito lo mettesse in pericolo, ciò non rientrerebbe nei suoi poteri: sarebbe come segare il ramo (o la pianta) su cui è appollaiato (e da cui è sostenuto). Cioè costituirebbe un atto rivoluzionario o almeno un atto apocrifo di sovranità, essendo riservato al sovrano (o al potere costituente, laddove l’uno e l’altro coincidono – v. sopra).

  1. Le tesi sopra esposte confermano quanto sostenuto (da buona parte) della dottrina politica – e del diritto pubblico – classica, le cui conseguenze si riflettono sull’interpretazione costituzionale.

In particolare che non si ha a che fare (per lo più) con un diritto scritto e statuito (de Maistre e Santi Romano, tra gli altri)[86]; in buona parte ciò che è (realmente) costituzionale non è rimesso alla volontà umana; lo jus dicere, e più ancora il condere leges è un atto di volontà, ma anche di conoscenza (assertivo) (Suarez e Vico); c’è un diritto costituzionale necessario – nei due significati indicati – e uno volontario (Vico, Spinoza ed Hegel); la ratio, dati i presupposti di cui sopra, ricopre un ruolo superiore a quanto usuale in altri campi del diritto; la distinzione tra costituzione e leggi costituzionali (Schmitt) è feconda e spesso decisiva – anche ai fini esegetici; la costituzione è il modo d’esistenza di un popolo (de Bonald) e come tale va, in primo luogo, considerata; il diritto serve alla vita e non viceversa (Jhering, tra i molti); leggi, principi e valori cambiano più o meno velocemente, mentre comunità, istituzioni, Stati cambiano i primi, ma non mutano – o mutano poco e lentamente – il loro ordinamento (Hauriou e Santi Romano).

Tutti aspetti che non risultano particolarmente frequentati né (implicitamente) condivisi: ai quali si preferiscono altrettante riduzioni/semplificazioni: che il diritto sia statuito (e scritto), che la costituzione sia un determinato (e deliberato) documento, distinguibile dalla legge solo per la sua posizione nella stufenbau; che le “regolarità” dell’agire sociale siano modificabili ad libitum del legislatore (aspetto del “prometeismo” moderno, di cui il marxismo realizzato nel socialismo reale – e la sua fine ingloriosa – hanno mostrato l’inconsistenza); che la costituzione sia (solo) un atto connotato dalla rigidità.

E altro, il cui limite manifesto e ricorrente è di spiegare solo (parte) dell’oggetto, con l’accorgimento di delimitarlo in misura assai più stretta di quello che la realtà mostra; e con l’inconveniente di lasciarne fuori gran parte: non il troppo e il vano, ma l’essenziale e il decisivo.

Teodoro Klitsche de la Grange

 

[41] Qu’est-ce-que le Tièrs Etat  ora in Opere Milano 1993 p. 256 ss e ribadisce : “Non solo la Nazione non è sottomessa a una Costituzione, ma non può neanche esserlo, il che è come ribadire una volta di più che non lo è… (le nazioni) vanno considerate come individui privi di ogni legame sociale, ovvero, come si suol dire, nello stato di natura. L’esercizio della loro volontà è libero ed indipendente da ogni forma civile…comunque una Nazione voglia, è sufficiente che essa voglia; tutte le forme sono buone, e la sua volontà è sempre legge suprema…” op. cit, pp. 257-258 (i corsivi sono nostri). La distinzione fra potere costituente/diritto naturale e poteri costituiti/diritto positivo è chiaramente formulata.

[42] v. Behemoth n. 45 p. 12

[43] L’espressione “natura delle cose” (e quelle similari) è stata intesa come essenzialmente giusnaturalistica. Bobbio ritiene che “si tratta di una nozione di derivazione prettamente giusnaturalistica. L’essenza del giusnaturalismo consiste infatti nella convinzione di poter ricavare le regole fondamentali della condotta umana dalla natura stessa dell’uomo: ora, è evidente la stretta parentela fra il concetto di natura dell’uomo e quello di natura delle cose; intendendo il termine “cose” in senso lato (come sinonimo di “enti”), il primo concetto può essere ricompreso nel secondo”. Il Positivismo giuridico, Torino s.d., p. 265.

È chiaro che nel presente scritto s’intende qualcosa di diverso, ovvero la necessità (assoluta) di un ordinamento per le comunità umane, o la necessità (relativa) cioè in relazione al fine, al modo d’essere, alla forma di Stato e di governo. Onde appartiene alla natura delle cose (per necessità assoluta) che vi sia una società politica con un potere di comando ed obbedienza (et simili); alla natura della democrazia (ad es.) che i governati eleggano i governanti (direttamente e/o indirettamente), che abbiano il diritto d’accesso alle cariche pubbliche (e così via). Mentre nel primo caso non può esistere qualcosa di diverso, nel secondo la necessità deriva dalla scelta, libera e consapevole (e realisticamente conseguente), di quelle che Schmitt chiama le “decisioni politiche fonamentali” (cioè l’essenza della Costituzione) v. Verfassungslehre, trad. it. di A. Caracciolo, Milano 1984, pp. 38 ss.. Per una concezione della “natura delle cose” prossima a come la poteva intendere Spinoza (v. nota 54). v. M.S. Giannini Introduzione al diritto costituzionale, Roma 1984, p. 72.

[44] v. per le “regolarità” del politico la presentazione di G. Miglio alla raccolta di saggi di Schmitt Categorie del politico, Bologna 1972 p. 13; quanto alle costanti, alle leggi dell’agire sociale, basti ricordare, tra i molti, Comte, per cui la società ha una realtà naturale ed originaria: gli uomini vivono in società perché questo fa parte della loro natura sociale; la società ha proprie leggi di funzionamento; la sociologia che la studia si divide in statica sociale, che costruisce la teoria dell’ordine; e in dinamica che sviluppa la dottrina del progresso. “La liberté véritable se trouve partout inhérente et subordonnée à l’ordre, tant humain qu’extérieur”; infatti “si la liberté humaine consistait à ne suivre aucune loi, elle serait encore plus immorale qu’absurde, comme rendant impossible un régime quelconque, individuel ou collectif” in Catéchisme positiviste(I parte, IV colloquio).

[45] Sul concetto di necessità assoluta e necessità relativa (conseguente alle scelte politiche fondamentali v. supra nota 42.

[46] v. articoli di Riccardo Guastini “Sostiene Baldassarre” e Antonio Baldassarre “Una risposta a Guastini” – reperibili in rete.

[47] La distinzione tra enunciati di principio e norme giuridiche, spesso all’attenzione della dottrina contemporanea, in rapporto alla tesi esposta non fa differenza, perché sia i principi che le norme sono ricavate dal diritto statuito.

[48] V. per un’esposizione delle tesi v. F. Suarez,  Tractatus de legibus ac Deo legislatore, trad. it a cura di O. De Bertolis, Padova 2008, pp. 81 ss.

[49] “Per gli argomenti che abbiamo addotti a favore di queste opinioni sembrano persuaderci che l’uno o l’altro atto, di intelletto e di volontà, sono necessari per la legge, e perciò può sostenersi la terza tesi, che dice che la legge si forma e si compone con un atto di entrambe le potenze; perché in queste cose morali non si richiede di ottenere un’unità perfetta e semplice ma accade che una realtà, che moralmente è una, può constare di molte realtà fisicamente distinte, e che si aiutano l’una con l’altra”  op. cit. pag. 96

[50] v. Guastini op. cit.

[51] v. “Non posso evitare di aggiungere a questi ragionamenti un’osservazione, che forse può avere una certa importanza: In ogni sistema morale che ho finora incontrato, ho sempre trovato che l’autore procede per un po’ nel consueto modo di ragionare, e afferma l’esistenza di Dio o si esprime riguardo alle questioni umane; e poi improvvisamente trovo una certa sorpresa che, invece delle abituali copule è e non è incontro soltanto proposizioni connesse con un deve, o non deve. Questo cambiamento è impercettibile; ma è comunque molto importante. Infatti, dato che questo deve, o non deve, esprime una certa nuova relazione o affermazione, è necessario che siano osservati e spiegati; e allo stesso tempo è necessario spiegare ciò che sembra del tutto inconcepibile, ossia che questa nuova relazione possa costituire una deduzione da altre relazioni completamente diverse” A treatise on human nature, trad. it. di P. Guglielmoni, Milano 2005, p. 329 (i corsivi sono nostri)

[52] V. General theory of law and state,  trad. it. Milano 1952 pp. 8 ss; v. anche Reine Rechtslehre, trad. it. Torino 1968. pp. 86 ss, ma è rivisitata in altre opere

[53] e prosegue “Si può distinguere sostanzialmente il diritto dalla morale soltanto se – come si è dimostrato in precedenza – si concepisce il diritto come ordinamento coercitivo, cioè come ordinamento normativo, che tenta di generare un certo comportamento umano, ricollegando al comportamento opposto un atto coercitivo dell’organizzazione sociale, mentre la morale è un ordinamento sociale che non prevede alcuna di tali sanzioni, un ordinamento, cioè, le cui sanzioni consistono soltanto nell’approvazione del comportamento conforme alla norma e nella disapprovazione del comportamento in contrasto con essa¸un ordinamento in cui non si prende quindi neppure in considerazione la possibilità di applicare la coazione fisica. V. Reine Rechtslehre, trad. it. cit. di Mario Losano p. 78. Anche nella  Reine rechtslehre Einleitung in die rechtswissenschaftliche Problematik trad, it. Torino 1952 p. 66 Kelsen scrive “Con la categoria formale del dovere o della norma si è riusciti però soltanto a determinare il genere prossimo, non già la differenza specifica del diritto. La teoria del diritto del secolo XIX è stata in genere concorde nel ritenere che la norma giuridica fosse una norma coattiva…In questo punto la dottrina pura del diritto continua la tradizione della teoria positivistica del diritto del secolo XIX. Essa sostiene che in una proposizione giuridica, a una determinata condizione è unito come conseguenza l’atto coattivo dello Stato, cioè la pena e l’esecuzione forzata civile e amministrativa…Ciò fa si che un determinato comportamento umano valga come illecito, come delitto nel più ampio senso della parola, non è affatto una qualità immanente e neppure un rapporto con una norma meta-giuridica, con un valore morale, cioè trascendente il diritto positivo, ma è solo ed esclusivamente il fatto che nella proposizione giuridica tale comportamento sia posto come condizione di una conseguenza specifica e che l’ordinamento giuridico positivo reagisca a questo comportamento come un atto coattivo”. (I corsivi dei passi citati sono nostri)

[54] V. sul punto, la tesi, già ricordata  (Trattato politico  Torino 1958 pp. 204-206) di Spinoza: “Se, per esempio, io dico che ho diritto di fare quel che voglio di questo tavolo, non intendo, perbacco, di poter far sì che esso mangi erba; così, pur dicendo che gli uomini non sono liberi di sé, ma soggetti allo Stato, non intendiamo che essi perdano la natura umana e ne assumano un’altra, o che lo Stato abbia diritto di far sì che gli uomini volino… esistono  certe condizioni, poste le quali si impone si impone ai sudditi il rispetto e l’ossequio verso lo Stato, e tolte le quali, non soltanto vengono meno il rispetto e l’ossequio, ma lo Stato stesso cessa di esistere: Per conservare la propria autorità, insomma, lo Stato deve badare che non gli vengano meno i motivi del rispetto e dell’ossequio, altrimenti perde il suo essere di Stato”

[55] Si nota la differenza tra la tesi qui sostenuta e quella di Bobbio dal seguente passo del filosofo torinese, sempre sulla “natura delle cose” in cui introduce (nella propria concezione del diritto) la “legge di Hume” “La natura delle cose è una nozione che nasce dunque dall’esigenza di garantire l’oggettività della regola giuridica. Il problema è appunto se esiste effettivamente questo rapporto fra la natura del fatto e la regola. A nostro avviso la nozione di natura delle cose è inficiata da quella che in filosofia morale è detta la fallacia naturalistica, cioè dall’illusoria convinzione di poter ricavare dalla constatazione di una certa realtà (il che è un giudizio di fatto) una regola di condotta (la quale implica un giudizio di valore): il sofisma della dottrina della natura delle cose, come del giunaturalismo, è il pretendere di ricavare un giudizio di valore da un giudizio di fatto”, op. ult. cit., p. 268. In effetti qua non si ricava una scelta (giudizio di valore) da un giudizio di fatto, in quanto l’atto (il fatto) non è giuridico perché non coercibile, non efficace, non applicabile. Semmai la scelta del legislatore è nel disciplinare gli effetti giuridici di un atto privo delle possibilità concrete di applicazione. In tal senso, ad esempio, il c.c. sanziona di nullità il tutto, prescrivendo alle parti (e al giudice) la restituzione delle prestazioni eseguite in “esecuzione” del contratto ad oggetto impossibile (art. 2033 c.c.) in applicazione del principio quod nullum est nullum producit effectum. In realtà il legislatore nel caso di prestazione impossibile non costituisce un precetto, ma riconosce ciò che risulta dal giudizio di fatto, statuendo solo sullo statuibile (la conseguenza dell’atto nullo).

[56] Per le norme d’ “applicazione” il discorso – che qui non interessa – è diverso.

[57] v. Studi per una teoria generale del diritto Torino 1970 pp. 143 ss.

[58] e prosegue “ Sia in Kelsen sia in Olivecrona e in Ross l’idea di coazione è strettamente connessa all’idea di forza (fisica): “il dire che l’ordinamento giuridico è un ordinamento coattivo (coercive order, Zwangsordnung) equivale a dire che contiene regole per l’esercizio della forza, anzi è caratterizzato da queste. Ciò presuppone che l’unico espediente cui ricorre un ordinamento giuridico per rendere efficaci le norme primarie sia il ricorso della forza”, precisando successivamente “Mi pare si possa proporre, per le nullità, questa interpretazione: quando si dice che l’ordinamento giuridico è un ordinamento coattivo, caratterizzato dall’esistenza di norme che regolano l’esercizio della forza, si vuol dire, come si è visto, che l’ordinamento giuridico stabilisce le condizioni (norme sostanziali) in base alle quali l’intervento della forza diventa lecito, e le modalità (norme procedurali) con cui questo intervento deve essere esercitato”… “ in altre parole, il giudizio di illiceità, presupposto di una pena (o un’esecuzione forzata, pone le condizioni per l’intervento di una forza vendicatrice (o riparatrice); il giudizio di invalidità presupposto della nullità, pone le condizioni per il non intervento di una forza protettrice” – p. 134-137 (i corsivi sono nostri). Bobbio non prende in considerazione le sanzioni  premiali   anch’esse “coercibili”, che tratta Carnelutti.

[59] È da considerare la tesi di G. B. Vico sul rapporto tra verità e certezza “Verum gignit mentis cum rerum ordine conformatio; certum gignit conscientia dubitandi secura. Ea autem conformatio cum ipso ordine rerum est et dictur «ratio». Quare, si alternus est ordo rerum, ratio est aeterna, ex qua verum aeternum est: sin ordo rerum non semper, non ubique, non omnibus constet, tunc in rebus cognitionis ratio probabilis, in rebus actionis ratio verisimilis erit” De uno universi juris principio et fine uno (proloquium); e nel cap. LXXXII “Ratio autem legis eidem dat esse verum- Verum autem est proprium ac perpetuum adiunctum iuris necessarii.

Certum est pars veri.

Certum vero est proprium et perpetuum iuris voluntarii attributum, sub aliqua tamen veri parte, ut Ulpianus nuper ius civile definivit”.

[60] Wirtschaft und Gesellschaft trad. it. vol. I. Milano 1980 pp. 212-213 (i corsivi sono nostri).

[61] In realtà si è scambiata quella che è un’aspirazione, per quanto condivisibile e diffusa, con la realtà (e la necessità) dell’esistenza politica e sociale. Per cui se è possibile (ed auspicabile) regolare molti istituti e materie, è impossibile (e dannoso) credere di poter regolare tutto. Cioè arrivando ad una giuridificazione di (tutta) la vita.

[62] Op. cit. p. 48-49

[63] Lineamenti di filosofia del diritto  § 260

[64] v. B. Croce Etica e politica Bari 1931 p.185.

[65] Ovvero come sostiene Santi Romano criticando l’opinione fondata sull’art. 16 della Dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino del 20-26 agosto 1789 “l’errore dell’opinione di cui si è fatto cenno è evidente: Ogni Stato è per definizione, come si vedrà meglio in seguito è coevo all’esistente (politicamente),  un ordinamento giuridico, e non si può immaginare, quindi, in nessuna sua forma fuori del diritto: Qualunque sia il suo governo e qualunque sia il giudizio che se ne potrà dare dal punto di vista politico, esso non può non avere una costituzione e questa non può non essere giuridica, perché costituzione significa niente altro che ordinamento costituzionale. Uno Stato «non costituito» in un modo o in un altro, bene o male, non può avere neppure un principio di esistenza, come non esiste un individuo senza almeno le parti principali del corpo. Il diritto costituzionale del c.d. Stato assoluto o dispotico sarà poco sviluppato; si concreterà in una sola istituzione fondamentale, quella del suo sovrano; sarà regolato da poche norme che, esagerandone e stilizzandone la figura tipica, si potranno ridurre magari soltanto a quella che dichiarerà l’appartenenza del sovrano di tutti i poteri; ma almeno questa norma non potrà mancare e non essere giuridica, se su di essa si impernia per intero quell’ordinamento giuridico quale è sempre, per sua  indeclinabile natura, lo Stato”. Diritto Costituzionale generale Milano 1947, p. 3

[66] Il giovane Hegel esercitava la sua (amara) ironia su come il rispetto per il diritto contribuisse ad indebolire l’Impero nel momento in cui aumentava l’aggressività della Francia rivoluzionaria “è un elemento, se pur non razionale, almeno in certa misura nobile del carattere tedesco il fatto che il diritto in generale, comunque siano costituiti il suo fondamento o le sue conseguenze, è per esso qualcosa di sacro. Se pur la Germania in quanto Stato proprio e indipendente, di cui ha tutta l’apparenza, e la nazione tedesca in quanto popolo, va del tutto in rovina, tuttavia procura sempre una vista piacevole il notare tra gli spiriti distruttori il rispetto per il diritto” v. Verfassung Deutschlands, trad. it. Bari 1960, p. 21.

[67] V. l’opinione di Santi Romano “Come la consuetudine, anzi a maggior ragione, data la sua maggiore energia, la necessità è fonte autonoma del diritto, superiore alla legge. Essa può implicare la materiale e assoluta impossibilità di applicare, in certe condizioni, le leggi vigenti e, in questo senso, può dirsi che «necessitas non habet legem». Può anche implicare l’imprescindibile esigenza di agire secondo nuove norme da essa determinate e, in questo senso, come dice un altro comune aforisma, la necessità fa legge. In ogni caso «salus rei publicae suprema lex»” in Diritto costituzionale generale, Milano 1947, p. 92.

[68] Ricordiamo la concezione di Bobbio “interpretare significa risalire dal segno (signum) alla cosa significata (designatum), cioè comprendere il significato del segno individuando la cosa da esso indicata. Ora, il linguaggio umano (parlato o scritto) è un complesso di segni” op. ult. cit., p. 325.

[69] In effetti, a seguire la teoria di Rousseau sulla volontà generale, essa è tale perché lo è nell’oggetto e nell’essenza, perché “deve partire da tutti per applicarsi a tutti” (Du conrtact social, II, 4). Nella concezione dell’eguaglianza come (mera) isonomia passiva, c’è una visione estremamente riduttiva del principio d’uguaglianza, visto solo quale assoggettamento alla legge (e al comando), tralasciando la partecipazione alla funzione di “governo” (in senso lato).

[70] V. op. ult. cit., p. 92. Bobbio sostiene (v. prima) che “in realtà non è il fatto in sé che impone la regola, ma il fine che si vuole raggiungere: è il fine che fa valutare in un certo modo i fatti; nel nostro caso il fine è di garantire la sicurezza del traffico e la possibilità per tutti gli automobilisti di poter parcheggiare. Ma nell’individuazione del fine interviene necessariamente un giudizio (o una serie di giudizi) di valoreop. ult. cit., p. 269. A parte le pendenti considerazioni, qua non si nega che vi sia un giudizio di valore, ma che non vi sia quello di fatto (assertivo). Sul punto ritorniamo in seguito.

[71] Sul punto v. Baldassarre op. cit.: “Nell’ipotesi del giudizio di costituzionalità, invece, colui che interpreta/applica le norme (costituzionali) procede in modo diametralmente inverso. Innanzitutto, tutte le norme costituzionali, incluse quelle che appaiono come le più particolari (ad es. la necessità di convertire i decreti-legge entro 60 giorni dalla loro emanazione), vanno comprese nel significato loro attribuibile in modo da riferirle ai principi supremi e ai valori ultimi della costituzione (come sentiti e vissuti dalla comunità politica). Così, per riprendere l’esempio fatto, il termine di conversione dei decreti-legge entro 60 giorni è stato inteso restrittivamente, cioè nel senso di precludere la possibilità di reiterazione del medesimo decreto, solo a partire da una sentenza del 1996, in quanto solo se così interpretato il principio della conversione è stato ritenuto più coerente con il principio della democrazia parlamentare, come allora, e non prima, sentito e condiviso.  In secondo luogo,  dai principi costituzionali non vengono «dedotte» le «regole» per decidere il giudizio, per il semplice motivo che la questione di costituzionalità viene decisa, non in base a una (presunta) «regola», ma in base a «principi»: in genere, il giudice della costituzionalità procede a una «riduzione» della «regola» legislativa (= generale e astratta) oggetto del giudizio ai principi o ai valori ad essa sottesi, al fine di valutare la compatibilità/incompatibilità di questi ultimi con il quadro dei principi e dei valori costituzionali ritenuti rilevanti rispetto alla «regola» contestata”.

[72] E anche altro. È per lo più dimenticato che la legge sui pieni poteri al governo del Reich del 23 marzo 1933 –legge di modifica (abolizione) della costituzione di Weimar, e quindi necessitante della maggioranza qualificata – raggiunse il quorum grazie all’opportuno scioglimento del PC tedesco e l’arresto di una dozzina di deputati dell’opposizione.

[73] E proseguiva “Questo movimento o ha un fondamento, che lo determina, o non ne ha. Se non ne avesse, questo movimento, sarebbe casuale e ad ogni momento potrebbe anche essere diverso. Ma se ha un fondamento, come dicono gli scienziati, cioè la forza d’attrazione del sole, con ciò è già determinato il fatto che questo movimento dei pianeti è determinato e regolato attraverso il fondamento, la forza d’attrazione del sole, in modo tale da non potere essere altro rispetto a ciò che è. Nella rappresentazione del fondamento vi è quindi l’idea di una necessità attiva, di una forza effettiva, che con necessità rende ciò che è fondato su di essa ciò che esso è. Se quindi la costituzione rappresenta la legge fondamentale di un paese, o essa è così – e qui albeggia forse per noi la prima luce, miei Signori, – un qualcosa puramente ancora da determinare in modo più preciso ovvero, come abbiamo intanto scoperto, una forza attiva che rende obbligatoriamente  tutte le altre leggi e istituzioni giuridiche che vengono varate in questo paese ciò che sono” v. trad. it. di Clemente Forte in Behemoth n. 20, p. 6 (i corsivi sono nostri).

[74] Die Diktatur (App. I) trad. it. di A. Caracciolo, Roma 2006, p. 283 (i corsivi sono nostri).

[75] E’ da notare che nell’evoluzione dell’istituto francese dell’état de siège, alle misure straordinarie non è connessa alcuna alterazione (dei rapporti) tra organi costituzionali. v. M Hauriou Prècis de droit costitutionnel.  Paris 1929 p. 705 ss

[76] In questo senso quelle libertà – normalmente inquadrate, come da rubrica, tra i rapporti civili (diritti dell’uomo, libertà liberali) – sono anche condizioni per l’esercizio dei diritti (politici) del cittadino di partecipare alla formazione della volontà pubblica, e così della forma democratica di governo. Tra i (non pochi) esempi delle conseguenze di una mancata garanzia dell’esercizio di questi, ricordiamo il decreto per la protezione del popolo e dello Stato (del 28/02/1933) proposto da Hitler e sottoscritto da Hindenburg, pochi giorni prima delle elezioni del 05/03/1933 (e i risultati di queste), v. William Shirer, Storia del Terzo Reich, vol. I, Torino 1990, p. 303 ss. A tale proposito Hauriou, citando Thiers, ritiene che questi aveva ragione a sostenere che la libertà di stampa, riunione, d’associazione (e d’insegnamento) nella società moderna erano delle libertà necessarie: in questo caso il necessario era inteso sia rispetto al principio (politico) democratico sia a quello liberale di protezione delle libertà (della società civile rispetto allo Stato)  Prècis de droit constitutionnel. Paris 1929 p. 711

[77] v. Suarez op. cit., p. 118 ss.. Suarez distingue – sulla base del pensiero di Aristotele e S. Tommaso – tra comunità sufficienti a se stesse (perfette) e non sufficienti a se stesse: “È detta perfetta nel suo genere quella che è capace di governo politico, che, in quanto è tale, è detta sufficiente in questo ordine; come disse Aristotele e S. Tommaso, che la città è una comunità perfetta… Ma è detta «comunità imperfetta» non in relazione ad altre, ma in senso assoluto, la casa privata, alla quale presiede il padre di famiglia, come ha notato S. Tommaso, e Soto, e sopra è preso da Aristotele.

Il motivo è che quella comunità non è sufficiente a se stessa, come ora sarà spiegato… E così tale comunità, parlando di per sé e in termini propri, non è retta da una propria potestà di giurisdizione, ma da [una potestà che si può chiamare] dominativa… Per cui [la casa privata] non possiede perfetta unità o un potere uniforme, e nemmeno partecipa propriamente di un governo [che possa essere detto] propriamente politico, e così quella comunità è detta assolutamente imperfetta” (i corsivi sono nostri).

[78] “Si possono distinguere le istituzioni perfette, che sono sempre originarie e che possono essere o semplici o complesse, dalle imperfette, che cioè si appoggiano ad altre istituzioni rispetto alle quali sono, non soltanto presupposte, ma coordinate o subordinate”, L’ordinamento giuridico, rist. Firenze 1962, p. 143; v. anche p. 38 “Ci sono istituzioni che s’affermano perfette, che bastano, almeno fondamentalmente, a se medesime, che hanno pienezza di mezzi per conseguire scopi che sono loro esclusivi. Ce ne sono altre imperfette o meno perfette, che si appoggiano a istituzioni diverse”.

[79] V. “Qui non è possibile discutere a fondo il criterio che distingue lo Stato dalle altre associazioni. Dalla particolare posizione dello Stato derivano comunque due elementi. In primo luogo, la sua stabilità non viene garantita, come per le altre associazioni, da un potere situato all’esterno; il suo funzionamento non viene mantenuto da un motore o da un giudice esterni alla sua struttura, non viene sorretto da una causa o da una garanzia eteronome, ma si integra, grazie alla legislatività oggettiva rispetto al valore, esclusivamente in un sistema di integrazione gravitante su se stessoVerfassung und verfassungsrecht trad. it., Milano 1988, p. 156; nella voce Integration, scritta da Smend per Evangelisches Staatlexikon e riportato nel volume citato, chiarisce: “Ciò è inesatto poiché, per quanto anche le altre formazioni sociali, dal matrimonio o dalle associazioni private sino alle più complesse comunità politiche e apolitiche, necessitino di una continua e sempre nuova inclusione degli uomini che le sorreggono, dispongono tuttavia di garanzia di stabilità del tutto differenti da quelle statali. Quelle comunità e associazioni vengono garantite dalla dissoluzione interna perlopiù mediante poteri esterni: il giudice, la coercizione amministrativa, sino agli strumenti della coercizione sociale e a quelli della politica estera e del diritto internazionale. Per lo Stato, in quanto si pone semplicemente come compito, non vi sono affatto tali garanzie esterne: esso riposa in ultima istanza non sul diritto o sul suo potere di fatto, ma sulla sempre nuova e volontaria adesione dei suoi appartenenti”, op. cit., p. 286 (i corsivi sono nostri)..

Nella diversità delle concezioni, ambedue i giuristi citati concordano nel fatto che diversamente da altre (associazioni e) comunità umane lo Stato (e quindi la costituzione statale) devono trovare all’interno dell’ordinamento gli strumenti di garanzia dello stesso. Questo perché, come scriveva de Bonald, riguardo alla costituzione della monarchia francese “la nazione era costituita, e così ben costituita, che essa non ha mai chiesto a nessuna nazione vicina la protezione della sua costituzione”. Il che è un’applicazione della regola (hobbesiana) del protego ergo obligo; e in termini giuridici (e politici), significa la perdita (o la restrizione) dell’indipendenza dello Stato.

[80] Principii di diritto costituzionale generale, cit., p. 57 (i corsivi sono nostri).

[81] E prosegue “A tale metodo sfugge il fatto che si tratta della legge vitale di un essere concreto e precisamente, dal momento che tale essere concreto non è una statua ma un processo di vita unitario che riproduce di continuo questa realtà,  della legge della sua integrazione… ogni singolo aspetto del diritto dello Stato è comprensibile non in se stesso e isolatamente, ma come momento della connessione di senso da realizzare, cioè della totalità funzionale dell’integrazioneop. cit., pp. 216-217. Così “non si può comprendere la giustizia costituzionale in analogia con la giustizia civile o amministrativa. La tutela delle minoranze parlamentari da parte del giudice costituzionale è una cosa diversa dalla tutela di un gruppo di azionisti, con i loro interessi individuali, da parte di un giudice civile, in quanto deve servire alla ricomposizione integrativa delle parti”, op. cit., p. 218 (i corsivi sono nostri).

[82] Così C. Schmitt op. ult. cit., p. 18.

[83] Op. cit., § 286.E anche, a seguire Hauriou – per le costituzioni liberali, dal complesso e dall’assetto generale, che fa sì che  la “libertà si protegga da sola” v. Précis. cit. pag. 709.

[84] Hegel, op. cit., § 333; e anche, per conflitti acuti, all’interno dello Stato, come sosteneva Locke, che quindi non restava altro che l’appello al cielo, cioè la rivoluzione.

[85] È chiaro che nel caso di grave crisi politica la “garanzia della costituzione” dipende ancor più da circostanze meramente “fattuali”, come il consenso dei governati e la determinazione dei governanti. Ossia sulla legittimità, l’autorità, la virtù – intesa nel senso classico di Machiavelli. Anche l’assetto istituzionale (i poteri costituiti), in tali casi, diviene quasi evanescente.

[86] A tale proposito è opportuno ricordare l’introduzione di Roberto de Mattei al “Saggio sul principio generatore delle costituzioni politiche e delle altre istituzioni umane” da tale opera di de Maistre è “un saggio polemico rivolto contro una determinata categoria di avversari, i fabbricatori di costituzioni a tavolino, gli autori di artificiose costruzioni intellettuali, gli ideologi rivoluzionari che, disprezzando la lezione della storia e dell’esperienza, avevano preteso elaborare un modello puramente astratto delle strutture sociali e politiche” (op. cit., p. 12).

FIAT IMPERIUM PEREAT HOSTIS: LE IPOSTATICHE ILLUSIONI DELLA DEMOCRAZIA RAPPRESENTATIVA, di Massimo Morigi

FIAT IMPERIUM PEREAT HOSTIS: LE IPOSTATICHE ILLUSIONI DELLA DEMOCRAZIA RAPPRESENTATIVA FRA NORMATIVISMO, ISTITUZIONALISMO, DECISIONISMO E REPUBBLICANESIMO GEOPOLITICO (TERZA RECENSIONE CUMULATIVA A TEODORO KLITSCHE DE LA GRANGE)

 

 

Di Massimo Morigi

 

 

Nella pubblicistica e saggistica politologica accade assai di rado – purtroppo – che quello che dovrebbe essere il livello dell’analisi si riesca ad incontrare con la teoresi attorno ai valori da cui questa analisi dovrebbe prendere l’avvio. Stiamo parlando, come si sarà ben compreso, del problema dell’avalutatività, il quale se già si presentava nella versione datane da Max Weber, con la sua soluzione che assegnava al valore la sola funzione di focalizzazione dell’oggetto della ricerca per poi pretendere di lasciare del tutto al di fuori dalla dialettica del valore lo svolgimento concreto della ricerca stessa, assolutamente insoddisfacente, profondamente inficiata da ingenuo positivismo e quindi assurdamente dimentica della consapevolezza dialettico-olistica hegeliana della distinzione fra intelletto e ragione (fra Verstand e Vernunft) e della, in ultima analisi, assoluta preminenza gerarchica della ragione che se pur contempla, per beneficio operativo di sviluppo del discorso e/o dell’indagine, le rigide suddivisioni categoriali (e quindi una iniziale separazione fra valori e fatti), riesce (e deve riuscire) a superare poi questa divisione puramente pratica e tecnico-procedurale iniziale in una visione d’insieme in cui l’ideale punto di riferimento è una totalità che si esprime sì per sintesi dialettiche ed anche contrappositive (distinzione hegeliana fra Verstand e Vernunft) ma che nella sua sostanzialità è una e indivisa (e quindi in grado di essere colta sola dalla Vernunft), nella versione ulteriormente degradata datane oggi dagli attuali cantori delle «magnifiche sorti e progressive» del mondo liberal-liberista presenta tratti addirittura ridicoli ed indecenti.

Gli ultimi interventi che Teodoro Klitsche de la  Grange ha offerto ai lettori dell’ “Italia e il mondo”, oltre a confermare l’assoluto valore di questo giuspubblicista filosofo politico che si sostanzia in una teoresi distante milioni di anni luce dall’avalutatività weberiana  (e ovviamente distante miliardi di anni luce dall’ avalutatività degli odierni pennivendoli  liberal-liberisti), per una felice occasione si prestano pure egregiamente per guidarci alla comprensione integrale, e quindi, dialetticamente effettuale e valoriale al tempo stesso, delle ultime vicende della politica italiana che hanno visto l’assunzione alle massime responsabilità governative  delle cosiddette forze populiste e sovraniste. Veniamo quindi al primo intervento del La Grange preso in esame dalla presente nuova  recensione sul Nostro, Su Hegel e la virtù (URL: http://italiaeilmondo.com/2018/05/07/su-hegel-e-la-virtu-di-teodoro-klitsche-de-la-grange/, http://www.webcitation.org/6zQNXC3Bw e http://www.webcitation.org/query?url=http%3A%2F%2Fitaliaeilmondo.com%2F2018%2F05%2F07%2Fsu-hegel-e-la-virtu-di-teodoro-klitsche-de-la-grange%2F&date=2018-05-14), che a differenza di quanto suole fare solitamente La Grange, tralascia il discorso precipuamente giuridico per focalizzarsi su un’analisi linguistica del degrado semantico del lessico della politica. Nello specifico La Grange, sulla scorta della Fenomenologia dello spirito di  Hegel, ci mostra il terribile degrado che nella modernità politica ha subito la parola ‘virtù’:

 

«In effetti il filosofo nota due cose, spesso ripetute nei secoli successivi; la prima che la virtù esternata dai moderni è per lo più “Pomposo discorrere del sacrificio per il bene e dell’abuso delle doti; simili essenze e fini ideali si accasciano come parole vuote che rendono elevato il cuore e vuota la ragione; simili elevate essenze edificano, ma non costruiscono, sono declamazioni che con qualche determinatezza esprimono soltanto questo contenuto: che l’individuo il quale dà ad intendere d’agire per tali nobili fini e ha sulla bocca tali frasi eccellenti, vale di fronte a se stesso come un’eccellente essenza, ma è invece una forzatura che fa grossa la testa propria e quella degli altri, la fa grossa di vento… Ma la virtù da noi considerata è fuori della sostanza, è priva di essenza, è una virtù soltanto della rappresentazione, virtù di parole prive di qualunque contenuto… La nullità di quella chiacchiera sembra essere divenuta certa anche per la cultura del nostro tempo, sebbene in modo inconsapevole; giacché dall’intera massa di quelle frasi e dal vezzo di farsene belli è dileguato ogni interesse, il che trova la sua espressione nel fatto ch’esse producono soltanto noia”. Il secondo è che, di converso “La virtù antica aveva il suo significato preciso e sicuro, perché possedeva un suo fondamento pieno di contenuto nella sostanza del popolo e si proponeva come fine un bene effettuale già esistente; e perciò non era rivolta contro l’effettualità (intesa) come una universale inversione, né contro un corso del mondo” (Fenomenologia dello spirito, trad. it. di E. De Negri, Firenze 1973 pp. 323-324).»

 

Due osservazioni in merito a questo ragionamento del La Grange. Prima osservazione. Se è evidente sullo sfondo, seppur non citato, il saggio di Benjamin Constant De la liberté des Anciens comparée à celle des Modernes, qui La Grange, sulla scorta di Hegel, compie un’inversione a U rispetto allo spirito del saggio del Constant, perché laddove la De la liberté des Anciens afferma a chiare lettere che la democrazia dei moderni, cioè quella che già allora aveva preso le forme della democrazia rappresentativa, è preferibile a quella degli antichi perché questa, a differenza di quella nata nel mondo classico, lascia la libertà ai cittadini di occuparsi dei propri affari privati e, attraverso il meccanismo della delega, affida l’onere di occuparsi degli affari pubblici ad un ristretto gruppo di rappresentanti elettivi, La Grange, al contrario, afferma che i moderni (cioè, traduciamo noi, ma pensiamo proprio di non forzare il suo pensiero: coloro che sono immersi nell’attuale modernità politica della democrazia rappresentativa) sono stati vittime di un profondissimo degrado semantico del linguaggio politico. E la questione del degrado semantico del linguaggio della politica, è particolarmente pesante, solo che limitiamo la nostra attenzione, come fa La Grange,  alla parola “virtù” e alla famiglia semantica che attorno a questa si aggrega, soffermandoci alla cronaca politica italiana di questi ultimi anni: il decreto salva-Italia faceva appello alla virtù del sacrificio degli italiani e l’opposizione attuale contro i “populisti” e i “sovranisti” fa sempre appello neppure tanto celatamente alla stessa virtù al sacrificio economico e sociale della popolazione del nostro paese per poter consentire all’Italia di rimanere nel novero dei paesi UE e dell’area Euro. Apparentemente nihil sub sole novi ma solo che facciamo mente locale ai sacrifici che si chiedevano ai cittadini e alle popolazioni delle polis del mondo classico, specialmente se guardiamo alla Grecia nelle sue guerre antipersiane e durante la guerra del Peloponneso, vediamo che questa richiesta al sacrificio non poggiava, come negli ultimi anni in Italia, su una pretesa virtù di sopportazione e di rassegnazione ad essere le vittime designate delle imperscrutabili leggi economiche, ma che questo sacrificio altro non doveva significare che la capacità di mostrare il proprio valore attivo, cioè la propria virtù, cioè la propria abilità di guerriero,  nel corso della guerra, una guerra che poteva sì essere letale per il singolo ed anche per la comunità ma che doveva essere condotta e vissuta non con la virtù pecorile del gregge rassegnato e predestinato alla mattanza ma con l’orgoglio di mostrare alla proprio comunità e al mondo intero il proprio immortale valore (immortale non perché conferisca al combattente una sorta di invulnerabilità fisica ma perché questo valore, nella sua sublime e monumentale grandezza, sarà ricordato per l’eternità dalla migliaia di generazioni che verranno dopo di noi  e da tutte le altre comunità umane presenti e future che animeranno la scena del mondo: cfr. a questo proposito, il discorso funebre di Pericle nella Guerra del Peloponneso di Tucidide: «Essi furono, dunque, di quella tempra che l’onore di Atene richiedeva: tutti gli altri devono augurarsi una decisione più fortunata sì, ma non meno audace e indomabile volerla di fronte ai nemici, avendo di mira non soltanto a parole il bene dello stato (ognuno potrebbe di fronte a voi, che pur non ne siete all’oscuro, dilungarsi molto ad enumerare tutti i vantaggi che la vittoriosa resistenza ai nemici comporta), ma piuttosto di giorno in giorno contemplando, in fervore d’opere, la grandezza della nostra città, che deve essere oggetto del vostro amore. E quando essa veramente grandeggi davanti alla vostra immaginazione, pensate che tale la fecero uomini dal cuore saldo e dall’intelligenza pronta al dovere, sorretti nelle imprese dal sentimento dell’onore: e se mai, alla prova, talvolta fallirono, non ritennero di dover defraudare la città almeno del loro valore; anzi le offersero, prodighi, il più splendido contributo. Facendo nell’interesse comune sacrificio della vita, si assicurarono, ciascuno per proprio conto, la lode che non invecchia mai e la più gloriosa delle tombe; non tanto quella in cui giacciono, quanto la gloria che resta eterna nella memoria, sempre e ovunque si presenti occasione di parlare e di agire. Per gli uomini prodi, infatti, tutto il mondo è tomba e non è solo l’epigrafe incisa sulla stele funebre nel paese loro che li ricorda; ma anche in terra straniera, senza iscrizioni, nell’animo di ognuno vive la memoria della loro grandezza, piuttosto che in un monumento. Ora, dunque, proponetevi di imitarli e, convinti che la felicità sta nella libertà e la libertà nell’indomito coraggio, non fuggite i rischi della guerra.»: Tucidide, Orazione funebre di Pericle, in Guerra del Peloponneso,  II, 34-36).

Seconda osservazione. Quando La Grange attraverso Hegel ci fa notare che «La virtù antica aveva il suo significato preciso e sicuro, perché possedeva un suo fondamento pieno di contenuto nella sostanza del popolo e si proponeva come fine un bene effettuale già esistente; e perciò non era rivolta contro l’effettualità (intesa) come una universale inversione, né contro un corso del mondo», non solo ribadisce l’anzidetto degrado semantico del linguaggio della vita pubblica ma compie un’operazione genealogica su questo degrado suggerendoci che esso ha avuto luogo in seguito all’affermarsi del giusnaturalismo prima e dell’illuminismo poi che, al netto della positiva funzione storica che hanno avuto nella storia politica dell’Occidente, hanno anche avuto la non leggera pecca di introdurre una mentalità universalistica nell’agire politico dell’uomo, una mentalità universalistica che, al contrario che nell’antichità classica, fa sì che l’azione dell’uomo di deprivi di finalità e contenuti concreti ed effettuali ma si metta all’inseguimento di fantomatici obiettivi universali(stici) validi per ogni tempo ed ogni luogo. Sullo sfondo di questa impostazione lagrangiana sul decadimento semantico delle parole della politica, che se vogliamo strettamente attenerci alla nostra modernità politica, ha la sua origine nel giusnaturalismo prima e nell’illuminismo poi, sta sicuramente Edmund Burke e le sue Reflections on the Revolution in France, dove i diritti universalistici che giungevano dalla Francia rivoluzionaria vengono paragonati dal Burke ad orridi e surreali fantocci ripieni di segatura incapaci di apportare il minimo contributo positivo alla vita politica e sociale dell’Inghilterra:

 

«In England we have not been completely emboweled of our natural entrails; we still feel within us, and we cherish and cultivate, those inbred sentiments which are the faithful guardians, the active monitors of our duty, the supporters of al liberal and manly morals. We have not been drawn and trussed, in order that we may be filled, like stuffed bird in a museum, with chaff and rags, and paltry, blurred shreds about the rights of man» (Edmund Burke, Reflections on the revolution in France and on the proceedings in certain societies in London, relative to that event in a letter intended to have been sent to a Gentleman in Paris, London, 1790, p. 109).

 

Burke era un feroce antirivoluzionario, la qual cosa non si può certo dire di Hegel, ed è evidentemente la profonda mentalità storicistica di La Grange, che fa preferire al Nostro, nella sua argomentazione antiuniversalistica nel campo della politica un autore che salutò la rivoluzione francese, nonostante i suoi truculenti eccessi e le sue stupidaggini universalistiche sui diritti dell’uomo e del cittadino, come una grande tappa nel progresso dell’umanità, anziché, come il Burke, come il trionfo degli istinti più  bestiali e belluini.

Ma non essendo questa la sede per fare il processo sulla gerarchia ideale nella  galleria  dei suoi autori di riferimento – anche perché, esplicitamente o implicitamente, assolutamente chiari e perspicui – meglio è cercare di mettere a fuoco come La Grange concretamente articoli nella storia della teoresi politica questo degrado universalistico che nella modernità politica occidentale ha inizio col giusnaturalismo (volendo risalire a ritroso si potrebbe dire col cristianesimo ma il cristianesimo si sviluppò in un mondo classico già in exitu e precedentemente portato a consunzione dalla dimensione di massa – e quindi di estremo degrado dei costumi e della virtù – della romanità imperiale ed ebbe anche nel basso medioevo come principale filosofia di appoggio  la meravigliosa fioritura del  tomismo, del quale tutto si può dire tranne che fosse una filosofia antidialettica, nichilistica e dissolvente del legame sociale come il giusnaturalismo e l’illuminismo: insomma il crociano Perché non possiamo non dirci “cristiani”, inteso non in senso fideistico-confessionale ma nel senso della necessità di un approccio dialettico verso la Totalità, ha ancora molto da insegnare anche all’attualmente declinante cultura rivoluzionaria).

E in questa messa a fuoco, fondamentale si rivela la grandissima maestria di dottrina giuridica e giuspubblicistica del La Grange. In  Istituzione, norme, valori e nuove forme di ostilità  (URL: http://italiaeilmondo.com/2018/05/13/istituzione-norme-valori-e-nuove-forme-di-ostilita-di-teodoro-klitsche-de-la-grange/,http://www.webcitation.org/6zQO3Tp2U e http://www.webcitation.org/query?url=http%3A%2F%2Fitaliaeilmondo.com%2F2018%2F05%2F13%2Fistituzione-norme-valori-e-nuove-forme-di-ostilita-di-teodoro-klitsche-de-la-grange%2F&date=2018-05-14), La Grange indica chiaramente che il nemico da battere sul piano della mentalità politica universalistica non sono tanto (o non solo) le basse retoriche politiche ammannite alla masse delle democrazie rappresentative (ma dal punto di vista del Repubblicanesimo Geopolitico sarebbe meglio dire: delle oligarchie elettive) ma, in primo luogo – e appena appena nascosta  e all’ombra di queste retoriche – una particolare dottrina giuridica, quella particolare dottrina giuridica che va sotto il nome di normativismo, e che vide in Hans Kelsen il suo principale esponente nel Novecento:

 

«In tutti e tre i giuristi [Maurice Hauriou,  Carl Schmitt e  Santi Romano, ndr] la preoccupazione (e la critica) principale al normativismo era di ridurre il diritto a qualcosa di astratto, avulso dalla sua (principale) funzione: regolare effettivamente  ed efficacemente la vita sociale. L’obbiettivizzazione si realizza non – o non solo –  in un corretto ragionamento logico,  con il quale un determinato fatto o azione è sussunta alle norme che la disciplinano; ma piuttosto nel fatto che la normativa vigente sia generalmente applicata e osservata sia dai cittadini che dai pubblici funzionari. Far rispettare la legge, creare e mantenere a tal fine una situazione normale, richiede autorità e consensopotenza  ed  efficaciacomando obbedienza, più che sillogismi ed implicazioni. Espungendo, come fa il normativismo, il problema (in sé distinto) dell’applicazione delle norme e della loro effettiva vigenza nell’ambito sociale, (perché “sociologico” e non riconducibile alla Reine rechtslehre), e separandolo da quello dello jus dicere, la purezza e l’astrattezza del medesimo risultano tali solo perché sottraggono al diritto gran parte del suo ambito (e delle sue problematiche). Così l’oggettività di una corretta applicazione delle norme si riduce alla validità e correttezza di una operazione logica e intellettuale (verificabile in base a Barbara e Darii, cioè a parametri di rigore logico), mentre l’oggettività, per giuristi come  Hauriou, Schmitt e Romano, consiste nell’incidenza reale del diritto vigente sui comportamenti sociali. Se questa è consistente il diritto ( e l’istituzione) è oggettivizzata; se scarsa e  episodica, non lo è.»

 

Quando in occasione della formazione del governo giallo-verde, il Presidente della Repubblica ha ritenuto di non dover accettare la nomina di Paolo Savona a ministro dell’economia adducendo esplicitamente come spiegazione il fatto che Savona veniva ritenuto dal Presidente della Repubblica una minaccia per la permanenza dell’Italia nell’UE e nell’ Euro, permanenza ritenuta dal Presidente irreversibile e quindi, de facto, come l’elemento più importante della costituzione materiale dell’Italia, si è intravvisto, avvolto ad occhi non allenati da una fitta nebbia ma chiaramente profilato da chi dotato di un’acuta visione potenziata da potenti strumenti come quelli forniti dal La Grange, l’inquietante profilo del normativismo, normativismo per il quale la norma giuridica è una creazione a sé stante e che nulla dovendo a tutto il resto della totalità storica, sociale e culturale, basa unicamente la giustificazione della sua esistenza al mondo ed il diritto di imporre obbedienza unicamente sulla  kelseniana Grundnorm, la norma che sta alla base di tutte le altre: e nel caso di cui stiamo parlando questa Grundnorm altro non è che la permanenza dell’Italia nell’UE e nell’Euro. Ma questa staticità del pensiero (e, soprattutto, della pratica) istituzionalista oltre ad immobilizzare nell’immediato non solo  la vita politica e sociale e anche a negare la natura umana che proprio in una decisionistica strategicità totalmente rifiutante ogni ipostatizzazione modello Grundnorm trova la sua più intima dialettica teleologia, a lungo andare altro non fa che pavimentare la strada per violenti e micidiali scontri:

 

«Vale cioè per i valori – anche se parzialmente – una delle critiche che i giuristi istituzionalisti rivolgono al normativismo: d’essere cioè da un canto estremamente statico, e dall’altro di sostituire il potere di dominazione dello Stato con quello di un “imperativo categorico, che equivale ad un ordine sociale essenzialmente coattivo” (M. Hauriou, Précis de droit constitutionnel, Paris, 1929, p. 11). Hauriou con questo, in sostanza, contrapponeva la stabilità dell’istituzione (cioè il mutare pur conservando forma ed elementi fondamentali), alla staticità di un sistema normativo impersonale. Nella prima l’essenziale  dura, mentre l’elemento secondario (le norme) mutano; se si è, di converso, conseguenti alla seconda ne risulta o un ordinamento statico – e perciò poco adatto alla vita – o, al limite, di dover applicare le norme anche al prezzo della fine dell’istituzione. Adeguandosi così al detto fiat justitia, pereat mundus, ch’è proprio quanto rifiutato da tanti giuristi e filosofi, da Jhering ad Hegel, da Machiavelli a Santi Romano.»

 

Conseguenza ultima quindi di una mentalità che ragioni lungo schemi istituzionalistici è il fiat iustitia, pereat mundus ma noi, volendo declinare dal punto di vista del Repubblicanesimo Geopolitico lo spirito di Istituzione, norme, valori e nuove forme di ostilità,  possiamo anche dire fiat imperium, pereat hostis perché l’espulsione del ‘politico’ dalla polis non ottiene il risultato che il nemico diviene amico o si dissolve come neve al sole morendo di morte naturale, come ingenuamente credono i liberal-liberisti animati dalla fede nella Grundnorm della prevalenza del “tecnico” e/o dell’ “economico” sul “politico”, ma, molto più semplicemente, che il nemico  non è più un nemico politico ma il  nemico totale ed assoluto di una fantomatica umanità perfetta (e quindi, in ultima analisi, da eliminare e sterminare manu militari e non da battere, invece, attraverso una politica e strategica azione per conseguire una gramsciana egemonia all’interno della società), umanità perfetta che identifica la propria azione nel religioso rispetto di una Grundnorm e/o di qualche suo ridicolo succedaneo (nel caso del Presidente della Repubblica italiana il risibile succedaneo è l’UE e l’Euro).

Che l’annullamento del “politico” e la sua sostituzione con un qualsiasi ipostatizzato marchingegno universalistico, ultimo e più pericoloso dei quali il normativismo  perché apparentemente svincolato dalla “pappa del cuore” dei diritti universali dell’uomo ma strettamente affine a questi sia per la comune genealogia storica giusnaturalista, illuminista ed infine positivista sia perché, sul piano logico, trattasi della più grande e scaltrita ipostasi politico-giuridica che mente umana abbia mai concepito, siano pronubi al peggior disordine e alla peggiore violenza è cosa che Carl Schmitt aveva ben presente e si può dire che questa consapevolezza costituisca l’alfa e l’omega di tutto il suo miglior pensiero.

E come aveva correttamente rappresentato sempre Schmitt, questo “politico” trova le sue radici nel  formarsi della decisione sulla scelta dell’amico e del nemico e dal conseguente costituirsi di un campo conflittuale all’interno della società. (Per i classici del pensiero schmittiano riguardo al decisionismo e per la distinzione amico/nemico si rimanda, ovviamente, a  Carl Schmitt, Politische Theologie. Vier Kapitel zur Lehre von der Souveränität, München-Leipzig, Duncker & Humblot, 1922;  trad. it. Teologia politica: quattro capitoli sulla dottrina della sovranità, in Le categorie del “politico”, a cura di Gianfranco Miglio e Pierangelo Schiera, Il Mulino, Bologna, 1972 e a Carl Schmitt, Der Begriff des Politischen, in “Archiv für Sozialwissenschaft und Sozialpolitik”, a. LVIII, n. 1, 1927, pp. 1-33).

Tuttavia, concomitante con l’ingresso di Carl Schmitt nel partito nazista (Carl Schmitt entrò ufficialmente nel partito nazista nella primavera del 1933: il 1° maggio 1933 gli fu intestata la tessera 2.098.860 del NSDAP),  prendeva forma un percorso teorico di Schmitt che lo avrebbe allontanato dall’originario Dezisionismus per farlo rapidamente approdare al konkrete Ordnungsdenken, che è la versione schmittiana dell’istituzionalismo di Maurice Hauriou e Santi Romano. Il lavoro che segna questa svolta istituzionalista  di Carl Schmitt è Über die drei Arten des rechtwissenschaftlichen Denkens del 1934 (Carl Schmitt, Über die drei Arten des rechtwissenschaftlichen Denkens, Hanseatische Verlagsanstalt, Hamburg, 1934; trad. it. – ma parziale – I tre tipi di pensiero giuridico, in Le categorie del “politico” cit., pp. 245-275) e in Istituzione, norme, valori e nuove forme di ostilità  Teodoro Klitsche De La Grange così ci dà conto di questo fondamentale passaggio nella produzione di Schmitt:

 

«Nel saggio Über die drei Arten des rechtwissenschatflichen Denkens Schmitt rende omaggio ai grandi giuristi (istituzionalisti) Maurice Hauriou e Santi Romano. In particolare osserva che malgrado la concezione istituzionista  del diritto risalga ad Aristotele e S. Tommaso “la distinzione qui accennata fra pensiero fondato sulle norme e pensiero fondato sull’ordinamento è sorta ed è divenuta pienamente consapevole solo nel corso degli ultimi decenni. Negli autori precedenti, non è possibile rintracciare un’antitesi come quella contenuta nel passo appena citato di Santi Romano. Le antitesi precedenti non riguardano la contrapposizione di norme e ordinamento, ma piuttosto quella di norma e decisione oppure di norma e comando”  (Trad. it. ne Le categorie del “politico”, Bologna, 1972, p. 260). Sia in Hauriou che in Santi Romano, pur ritenendo entrambi  che il diritto consista tanto di norme che di istituzioni, il presupposto (e la condizione d’esistenza) ne è l’istituzione, e non le norme. Sono quelle – scrive Hauriou – “a fare le regole di diritto, non sono le regole a fare le istituzioni” (La thèorie de l’institution et de la fondation (Essai de vitalisme social) , Paris, 1925, trad. it. Milano, 1967, p. 45); e Santi Romano: “l’ordinamento giuridico, così comprensivamente inteso, è un’entità che si muove in parte secondo le norme, ma, soprattutto, muove, quasi come pedine in uno scacchiere, le norme medesime, che così rappresentano piuttosto l’oggetto e anche il mezzo della sua attività, che non un elemento della sua struttura” (L’ordinamento giuridico, 1918, 2ª ed., Sansoni, Firenze, 1947, p. 130 e proseguiva: “sotto certi punti di vista, si può anzi ben dire che ai tratti essenziali di un ordinamento giuridico le norme conferiscono quasi per riflesso: esse, almeno alcune, possono anche variare senza che quei tratti si mutino, e, molto spesso, la sostituzione di certe norme con altre è piuttosto l’effetto anziché la causa di una modificazione sostanziale dell’ordinamento”). La stessa tesi è ripetuta da Schmitt (Op. ult. cit.), secondo il quale, per il pensiero fondato sull’ordinamento “la norma o regola non fonda l’ordinamento, essa svolge soltanto, sulla base o nell’ambito  di un ordinamento dato, una certa funzione dotata solo in misura modesta di validità autonoma, indipendente dalla situazione oggettiva”. Ed è proprio la necessaria oggettività del diritto a rendere preferibile un tipo di pensiero giuridico fondato sull’istituzione a quello normativistico.».

 

Come abbiamo potuto appena vedere, La Grange dà sì conto delle ragioni logico-giuridiche che indubbiamente fanno preferire un’impostazione istuzionalista ad una normativista (e che indubbiamente hanno avuto un notevole peso nella stesura dell’ Über die drei Arten e che riassumendole in due battute ci fanno affermare che l’istituzionalismo, al contrario del normativismo, non cade in sciocche visioni mistico-ipostatiche e che l’istituzionalismo partendo dal dato concreto sociale e/o subsociale è una teoria pluralista del “giuridico” e questo sia a livello interno che internazionale) e quindi non possiamo non concordare con La Grange quando afferma che «è proprio la necessaria oggettività del diritto a rendere preferibile un tipo di pensiero giuridico fondato sull’istituzione a quello normativistico», anzi potremmo anche spingerci ad affermare modificando solo leggermente la citazione «è proprio la necessaria oggettività della conoscenza del diritto a rendere preferibile un tipo di pensiero giuridico fondato sull’istituzione a quello normativistico». Ma su quest’ultima nostra (retoricamente euristica) affermazione è necessario soffermarci un attimo riprendendo per un attimo il discorso appena interrotto sull’iscrizione di Carl Schmitt al partito nazionalsocialista ed integrando questo dato biografico con un particolarissimo punto di vista, quello del Repubblicanesimo Geopolitico – cioè quello del modesto scrivente – e che può essere espresso nel seguente modo: il Repubblicanesimo Geopolitico consapevole, in accordo con l’impostazione  istituzionalista  pluralista fatta propria per ultimo anche da  Schmitt, che,  in prospettiva storica, la statualità volge al termine, pone il principio d’ordine non nel concreto ordinamento giuridico visto – giustamente come da corretta dottrina istituzionalista e da Schmitt – precedente allo Stato ma, altresì, nella concreta consapevolezza di massa e/o da parte di più o meno estese élite  della natura dialettico/strategico/conflittuale della morfogenesi e fisiologia politica e sociale, consapevolezza  che già altrove è stata chiamata “epifania strategica” o, declinata riguardo al sorgere degli odierni “populismo” e/o  “sovranismo”, “consapevolezza strategica in statu nascenti”. Quello che quindi qui si vuole altresì affermare è che 1) non si può non concordare con La Grange che sul piano pratico delle conduzione degli affari sociali l’istituzionalismo proprio per il suo carattere pluralista e intrinsecamente antitotalitario è assolutamente da preferire al normativismo; che 2) per quanto forma di pensiero giuridico indubbiamente indirizzato verso il realismo, anche l’istituzionalismo rischia di cadere in una visione appesantita da una mentalità ipostatica perché se prima, nel normativismo, l’ipostasi si concretizzava in una norma, nella Grundnorm, ora l’ipostasi rischia di investire il concreto ordinamento giuridico, che viene sì giudicato nella concretezza della sua produzione sociale ma che perlomeno, se non viene ipostatizzato, viene rappresentato rigido ed ingessato perché le forme sociali che lo producono non vengono pensate come generate dalla dialettica del conflitto/azione strategico; e, infine, che 3) dal punto di vista del Repubblicanesimo Geopolitico il passaggio di Carl Schmitt dal decisionismo all’istituzionalismo avvenuta nel saggio Über die drei Arten des rechtwissenschatflichen Denkens costituisce un netto ed innegabile arretramento teorico indotto, oltre che dall’apparente paradosso che la decisione dell’attore politico di dividere  il campo del “politico” fra amico e nemico se riesce a dare una prima e veritiera fotografia della dinamica sociale non riesce a restituircene la sequenza filmata (quello che noi abbiamo  già altrove definito il “paradosso Carl Schmitt”e di questo problema teorico Carl Schmitt era assolutamente consapevole), soprattutto dalla circostanza che Schmitt voleva entrare nel partito nazista, un partito nazista per il quale non poteva esistere  il nemico costitutivo assieme all’amico del  campo del “politico” (il nemico doveva essere tout court eliminato) ma nemmeno  il campo del  “politico” stesso perché per il nazismo gli unici soggetti contemplati a costituire la vita nazionale erano il Volk razzialmente inteso (al quale venivano ammanniti i deliri antisemiti e la mitologia del Blut und Boden)  e il partito élite di questo Volk e al  vertice dei quali stava, in unione mistica col suo popolo, il semidio Führer Adolf Hitler. Indubbiamente anche questo: popolo, partito, Führer, è un ordinamento concreto ma il “piccolo” problema è che questo specifico ordinamento concreto molto concretamente non ammetteva alcun altro ordinamento concreto, cioè, detto in altre parole, l’insito pluralismo che costituisce uno delle colonne portanti dell’istituzionalismo era assolutamente inammissibile per il totalitarismo razzista nazionalsocialista.

      Accadde così che Schmitt che aveva deciso di non approfondire la dialettica amico/nemico in direzione conflittuale strategica e quindi di sciogliere l’apparente paradosso cui noi abbiamo dato il suo nome (paradosso sciolto dalla consapevolezza del Repubblicanesimo Geopolitico che la coppia oppositiva amico/nemico non è altro che una prima veritiera ma grezza rappresentazione della morfogenetica ed evolutiva azione all’interno della società umana e delle popolazioni animali e vegetali della dialettica dell’azione/conflitto strategico:  sulla dialettica dell’azione/conflitto strategico come paradigma antipositivistico e unificante, alla luce della filosofia della prassi di Giovanni Gentile, Antonio Gramsci, György Lukács e Karl Korsch, il mondo naturale fisico-biologico e il mondo storico-culturale dell’uomo, cfr. Massimo Morigi,   Repubblicanesimo Geopolitico Anticipating Future Threats. Dialogo sulla moralità del Repubblicanesimo Gepolitico più breve nota all’intervista del CSEPI a La Grassa (di Massimo Morigi) – URL: https://archive.org/details/RepubblicanesimoGeopoliticoAnticipatingFutureThreatsDialogoSulla_904 e https://ia801909.us.archive.org/2/items/RepubblicanesimoGeopoliticoAnticipatingFutureThreatsDialogoSulla_904/RepubblicanesimoGeopoliticoAnticipatingFutureThreatsDialogoSullaMoralitaDelRepubblicanesimoGeopoliticoMassimoMorigiKarlMarxAdamSmith.pdf e Id., Dialecticvs Nvncivs. Il punto di vista del Repubblicanesimo Geopolitico attraverso i Quaderni del Carcere e Storia e Coscienza di Classe per il rovesciamento della gerarchia della spiegazione meccanicistico-causale e dialettico-conflittuale, per il rinnovamento degli studi marxiani e marxisti e per l’ Aufhebung della gramsciana e lukacsiana Filosofia della Praxis, URL https://archive.org/details/DialecticvsNvncivsNeoRepubblicanesimo e https://ia801903.us.archive.org/24/items/DialecticvsNvncivsNeoRepubblicanesimo/DialecticvsNvncivs.IlPuntoDiVistaDelRepubblicanesimoGeopoliticoAttraversoIQuaderniDelCarcereEStoriaECoscienzaDiClasse.pdf), sia per la  sua mentalità intimamente cattolico-conservatrice in costante ricerca di un Katéchon che frenasse l’insita conflittualità delle moderne società industriali secolarizzate e pericolosamente propense a ricadere nell’abbraccio comunista e sia per ragioni di carriera personale attraverso l’entrata nel partito nazista, si ritrovò ad avere a che fare con un bestia politica, il nazismo, che era l’esatta antitesi dell’ordinata società tradizionalista alla quale egli aspirava e con un esito sul piano delle fortune personali ugualmente deludente (la fama di Kronjurist del terzo Reich è ampiamente sopravvalutata: Der Führer schützt das Recht –  Carl  Schmitt, Der Führer schützt das Recht. Zur Reichstagsrede Adolf Hitlers vom 13 Juli 1934, “Deutsche Juristen-Zeitung”, 39 (1934), 15, pp. 945-50, poi in Id., Positionen und Begriffe im Kampf mit Weimar – Genf – Versailles, 1923-1939, Berlin, Duncker & Humblot, 1988; trad. it. Il Führer protegge il diritto, in Id., Posizione e concetti in lotta con Weimar-Ginevra-Versailles, 1923-1939, Milano, Giuffrè, 2007, pp. 326-335 – , scritto per giustificare i massacri della Notte dei lunghi coltelli, oltre a segnare uno dei punti più bassi della produzione di Carl Schmitt, non riuscì nemmeno a convincere con le sue argomentazioni ridicolmente legalitarie e cercanti di scindire la responsabilità di Hitler dai peggiori eccessi della Notte – erano state coinvolte anche delle vittime innocenti non facenti parte delle SA – che Schmitt fosse del tutto affidabile, come un altro boomerang fu Carl Schmitt, Staat, Bewegung, Volk. Die Dreigliederung der politischen Einheit, Hamburg, Hanseatische Verlagsanstalt, 1935; trad. it. Stato, movimento, popolo, in Id. Un giurista davanti a se stesso. Saggi e interviste, Vicenza, Neri Pozza, 2005, pp. 255-312, che fu giudicato impregnato di spirito hegeliano, alieno al razzismo biologico del nazismo e quindi unvölkisch; ed infatti, terminando questa fallimentare scalata al potere nazista con  le accuse  rivolte a Schmitt provenienti dall’entourage   di Rosenberg di essere impregnato di spirito cattolico-romano – accuse le quali fornirono addirittura il materiale per un dossier datato 8 gennaio 1937 e intitolato Der Staatrechtslehrer Prof. Dr. Carl Schmitt:  la pietra dello scandalo era  Römischer Katholizismus und Politische Form, Hellerau, Jakob Hegner, 1923,  che sebbene scritto molti anni prima, dal punto di vista nazista era assolutamente inaccettabile che lo potesse aver scritto un sincero nazionalsocialista perché quivi veniva esaltata  la funzione stabilizzatrice del cattolicesimo – Carl Schmitt dovette abbandonare ogni ambizione riguardo alla vita pubblica ritirandosi prudentemente a vita privata).

      Abbiamo velocemente ripercorso questa parabola discendente sul piano umano come sul piano scientifico di Carl Schmitt non tanto per sminuire l’importanza del pensiero giuridico istituzionalista (La Grange giustamente ci potrebbe replicare che lo Schmitt post-decisionista ed istituzionalista è riuscito ad offrirci quel capolavoro geofilosofico e geopolitico del Nomos della terrra: Carl Schmitt, Der Nomos der Erde im völkerrecht des Jus Publicum Europaeum, Berlin,Greven Verlag, 1950, trad. it. Il Nomos della Terra nel diritto internazionale dello “Jus Publicum Europaeum”, Milano, Adelphi, 2006. Per lo Schmitt geofilosofico o geopolitico tout court, vedi anche Terra e mare –  Idem,  Land und Meer. Eine weltgeschichtliche Betrachtung, Leipzig, Reclam, 1942, trad. it. Terra e Mare. Una considerazione sulla storia del mondo, Milano, Giuffrè, 1986 – e Dialogo sul nuovo spazio Idem, Gespräch über den neuen Raum, in AA. VV. , Estudios de Derecho Internacional. Homenaje al profesor Camilo Barcia Trelles, Universidad de Santiago de Compostela, Santiago de Compostela, 1958, pp. 262-282, trad. it. Dialogo sul nuovo spazio, in Terra e mare  cit., pp. 87-109–, testi nei quali Carl Schmitt già allora aveva intravisto tutta la carica distruttiva di quel fenomeno che oggi viene chiamato ‘globalizzazione’ e della quale Schmitt, pur non avendo coniato il termine, aveva colto l’aspetto essenziale; Schmitt aveva cioè compreso che con il prevalere delle grandi potenze marittime –   Inghilterra prima, Stati uniti poi – era definitivamente tramontato quel diritto consuetudinario internazionale che aveva informato per secoli la vita del Vecchio continente – il Nomos della terra, appunto – e che aveva comportato l’esistenza di unità nazionali delimitate spazialmente e in rapporto di mutua ostilità/riconoscimento – le nazioni si facevano guerra ma si riconoscevano vicendevolmente come justi hostes. La guerra può divenire così qualcosa di analogo a un duello, uno scontro armato tra personae morales determinate territorialmente che stabiliscono tra loro lo jus publicum EuropaeumIl nomos della terra, cit., p. 165 –,  per essere sostituito, il vecchio Nomos della terra,  con una sorta di diritto liquido, una sorta di generica “International law” – Ivi,  p. 223 –  nella quale saltano completamente le vecchie compartimentazioni spaziali e il momento economico si emancipa radicalmente dalla protezione/dominio dello Stato. Il nuovo Nomos della terra – la nostra globalizzazione – si caratterizza così, oltre che per un mercato operante a livello internazionale svincolato dal potere regolatore dello Stato, anche per il progressivo smantellamento della stessa forma Stato il cui diritto pubblico, adeguandosi all’imperante ideologia  economicista liberale, lo trasforma in una sorta di  organizzazione privata con criteri di razionalità rispetto allo scopo tipici di un’ impresa che opera sul mercato e non di un’organizzazione, come dovrebbe essere lo Stato, che si occupa – o si dovrebbe occupare – della totalità del “politico”) ma per segnalare, prima di tutto a noi stessi, le involuzioni che può prendere un pur interessante ed innovativo pensiero qualora, come in Schmitt, si faccia prendere da ansie ed inquietudini vuoi rivoluzionarie vuoi reazionarie o controrivoluzionarie senza che queste pur indispensabili scelte di campo non siano a loro volta filtrate e distillate da un consapevole, sorvegliato, intransigente e tirannico sopra ogni altra considerazione di natura etica e assiologica sforzo teorico. Siamo così tornati al problema dell’avalutatività weberiana e della impossibile separazione che il sociologo tedesco pretendeva di tracciare fra valore e oggetto della ricerca, anche se, evidentemente, nel caso di Carl Schmitt, l’errore rispetto a Weber è semmai di segno polarmente opposto potendo noi di tutto accusare il presunto Kronjurist del Terzo Reich tranne  che di tenere separati i suoi valori dalla sua teoresi politica.

Ma qui sta il punto: rifiutare l’avalutatività weberiana non vuol dire che il valore, come è accaduto nel punto più basso della parabola di Carl Schmitt, si debba sovrapporre come una maschera di ferro sulla teoresi, significa – al contrario –  che il valore deve essere il motore dialettico, come da correttamente interpretata filosofia della prassi – che vede i suoi caposaldi in epoca contemporanea, repetita iuvant, in Giovanni Gentile, nell’Antonio Gramsci dei Quaderni del Carcere, nel  György Lukács di Storia e coscienza di classe e nel  Karl Korsch di Marxismo e filosofia –    di una  teoresi il cui obiettivo costante è l’individuazione del sovente furtivo, perché dolosamente celato, azione/conflitto strategico all’interno della società.  (Per il timido decisionismo di Carl Schmitt, cfr. Massimo Morigi, La democrazia che sognò le fate (Stato di eccezione, teoria dell’alieno e del terrorista e Repubblicanesimo Geopolitico) – URL  https://archive.org/details/LaDemocraziaCheSognLeFatestatoDiEccezioneTeoriaDellalienoE_913 e https://ia801601.us.archive.org/28/items/LaDemocraziaCheSognLeFatestatoDiEccezioneTeoriaDellalienoE_913/LaDemocraziaCheSognLeFate.StatoDiEccezioneTeoriaDellalienoEDelTerroristaERepubblicanesimoGeopolitico.pdf – e Id. Walter Benjamin, Iperdecisionismo e Repubblicanesimo Geopolitico: lo Stato di eccezione in cui viviamo è la regola, piccolo saggio sull’iperdecisionismo di Walter Benjamin ben più radicale di quello del giuspubblicista di Plettenberg – URL https://archive.org/details/WalterBenjaminIperdecisionismoERepubblicanesimoGeopolitico.LoStatoDi_909 e https://ia801608.us.archive.org/19/items/WalterBenjaminIperdecisionismoERepubblicanesimoGeopolitico.LoStatoDi_909/WalterBenjaminIperdecisionismoERepubblicanesimoGeopolitico.LoStatoDiEccezioneInCuiViviamoLaRegola-Neomarxismo.pdf). Questo per quanto riguarda il Repubblicanesimo Geopolitico e, come vittima in parte consenziente dei rischi che si corrono quando non si osa abbastanza, anche Carl Schmitt. Per quanto invece riguarda Teodoro Klitsche de la Grange discorso completamente diverso. A questo valentissimo (ed unico nel panorama nazionale) studioso di cose della politica e giuspubblicista risulta naturaliter, proprio per la sua profondissima cultura storica, giuridica, letteraria e filosofica, essere alieno da ogni tipo di idòla fori, quelli della politica in specie, e il suo impareggiabile esprit de finesse, generato da una tale completezza di studi, fa sì che quella che noi presumiamo essere addirittura una troppo entusiastica adesione alla visione istituzionalista, si traduca, sempre e comunque, oltre che nel sicuro riconoscimento del pluralismo giuridico, anche in una visione di fondo sempre e comunque animata da uno spirito conflittual-dialettico così come viene espressamente professato dal Repubblicanesimo Geopolitico.

Come è del resto dimostrato dagli ultimi due contributi che veniamo velocemente ad esaminare. In Oltre sessanta e li dimostra  (URL: http://italiaeilmondo.com/2018/05/20/oltre-sessanta-e-li-dimostra-di-teodoro-klitsche-de-la-grange/, http://www.webcitation.org/6zZSUJAs5 e http://www.webcitation.org/query?url=http%3A%2F%2Fitaliaeilmondo.com%2F2018%2F05%2F20%2Foltre-sessanta-e-li-dimostra-di-teodoro-klitsche-de-la-grange%2F&date=2018-05-20), intervento di La Grange sulla genesi della Costituzione italiana si dimostra ulteriormente, casomai ce ne fosse ancora bisogno, l’abissale distanza del Nostro, proprio sulla scorta della più  scaltrita mentalità istituzionalista che ben avverte l’intrinseca conflittualità sociale (e capacità ideologica più o meno normativistica di inganno e/o autoinganno) della produzione della norma, da ogni ipostatica mitizzazione della nostra Grundnorm, la cui genesi non è da ricercarsi nel fatto che gli italiani si sono rivelati improvvisamente “democratici” ma nel fatto che la nuova situazione internazionale che aveva visto l’Italia sconfitta nel secondo conflitto mondiale imponeva un’Italia “democratica”, dove “democrazia” doveva essere sinonimo di perdita della sovranità nazionale e impossibilità di esprimere classi dirigenti realmente autonome e con nessuna possibilità di resistere all’eterodirezione proveniente dall’estero (nel caso dell’Italia, il maggior asservimento di tutti gli altri paesi del Vecchio continente “liberati” dagli anglo-americani all’alleanza politico-militare guidata dagli Stati uniti):

 

«Nella realtà la costituzione vigente è il risultato di quella sollecitazione, esternata negli accordi di Yalta, ben sostenuta dall’argomento-principe della sconfitta militare e dalla conseguenziale occupazione. Si potrebbe obiettare che il procedimento democratico seguito – e l’alta partecipazione alle elezioni della Costituente – hanno attenuato il carattere d’imposizione e legittimato, in certa misura, la Costituzione che ne è conseguita. Anzi si potrebbe aggiungere che la procedura relativa – conclusasi  politicamente anche se non giuridicamente, con l’elezione, il 18 aprile 1948 del primo Parlamento – abbia costituito un esempio di applicazione del consiglio di Machiavelli che regola della decisione politica è di scegliere quella che presenta minori inconvenienti (V. Discorsi, lib. I, VI.) E sicuramente dato il disastro militare e l’occupazione, non esistevano le condizioni per sfuggire (forse per attenuarla sì, a seguire il discorso di V. E. Orlando, sopra ricordato) alla logica degli accordi di Yalta. Ma in tale materia è importante essere consapevoli che certe scelte sono state in gran parte frutto di necessità (e di imposizione) e non prenderle per quelle che, a una visione giuridica (peraltro parziale e riduttiva), appaiono come scelte (ottime) del “popolo sovrano” il quale, come scriveva Massimo Severo Giannini, è sovrano solo nelle canzonette; e, in quel frangente, forse neppure in quelle. La sovranità implica libertà di scelta: quella non vi era né in diritto – limitata com’era dalle clausole dell’armistizio e del Trattato di pace – e quel che più conta era inesistente di fatto per la sconfitta e l’occupazione militare. Per cui alla Costituzione del ’48, ed alla relativa decisione si può applicare il detto romano per la volontà negli atti annullabili: che, il popolo italiano coactus tamen voluit

 

      Non possumus eis quicquam addere, nec auferre. Sovranisti e “servilisti” (URL: http://italiaeilmondo.com/2018/05/27/sovranisti-e-servilisti-di-teodoro-klitsche-de-la-grange/,http://www.webcitation.org/6zin7PpGc e http://www.webcitation.org/query?url=http%3A%2F%2Fitaliaeilmondo.com%2F2018%2F05%2F27%2Fsovranisti-e-servilisti-di-teodoro-klitsche-de-la-grange%2F&date=2018-05-27), ultimo contributo di La Grange sottoposto a questa nostra rassegna critica, dove ben traspare in controluce che l’impianto pluralista di matrice istituzionalista di La Grange, unito questo impianto con una perfetta conoscenza di storia della filosofia, nello specifico la filosofia tomista, si presta perfettamente non solo alla critica degli idòla fori normativistici, primo fra i quali la mitica Grundnorm e le sue relative nefaste  e nefande conseguenze culturali e ideologiche ma è anche un infallibile viatico per una critica semantica ai luoghi comuni della politica, nello specifico per un critica e per un totale ribaltamento del significato  che viene attribuito al termine ‘sovranista’ e, con questo contributo, “leggero” in termini di manifestazione esplicita di specifica dottrina giuridica ma pesantissimo, non solo in termini più direttamente filosofici, ma anche per il background giuspubblicistico che, segno caratterizzante del Nostro, come sempre ha costituito il celato ma fondamentale endoscheletro di questo contributo, Teodoro Klitsche De La Grange si ricollega per metodologia argomentativa e obiettivi di indagine all’iniziale contributo, Su Hegel e la virtù , da noi messo sotto esame all’inizio di questa rassegna critica:

 

«Da qualche anno, da quando sono stati coniati i neo-logismi sovranismo e sovranista (probabilmente dal francese) il pensiero “politicamente corretto” (e relativi pensatori) si è lanciato in una, per esso abituale, opera di screditamento e demonizzazione. Sovranismo sarebbe un’ideologia guerrafondaia (??), passatista, dittatoriale, egoista e così via. I sovranisti poi demagoghi, ignoranti, cattivi, maleducati e cafoni (oibò!) […] [Volendo dar retta all’accezione negativa che viene data a questi termini] bisogna cominciare con lo svalutare del tutto il nostro Risorgimento, e buona parte della storia moderna. I costruttori dello Stato nazionale italiano (da Cavour a Garibaldi, da Vittorio Emanuele II a Mazzini), forse non erano dei damerini (il Savoia era anche un po’ grossier) ma sicuramente non avrebbero acconsentito – il Piemonte prima, l’Italia poi tanto da fare quattro guerre all’uopo – che in nome di qualche idea, si fosse limitata l’indipendenza dell’Italia. Se per Metternich l’Italia  era un’ “espressione geografica” per loro era una comunità politica. E per esserlo doveva avere l’indipendenza (dalla volontà) e dagli interessi di altre potenze (e popoli). Del pari non avrebbero mai preteso di occupare Vienna, Praga, Lubiana o Zagabria (tant’è che neppure con lo sfascio dell’Impero asburgico lo fecero), neppure con la giustificazione di qualche ideale cosmopolita. Dato che, a ben vedere, il cosmopolitismo rientra nella classe delle alternative al patriottismo. […] le più interessanti e centrate definizioni di ciò che è la libertà, politica in specie, l’ha date S. Tommaso. Come ho scritto in un precedente articolo per Rivoluzione liberale (Sovranismo e libertà politica) l’Aquinate sosteneva che è libero chi è causa di se (del suo): liber est qui causa sui est; e per chiarire ulteriormente definiva  servo chi è di altri (servus autem est, qui id quod est, alterius est). Applicando queste due asserzioni di S. Tommaso non sono né libere, né comunità perfette quelle che giuridicamente e politicamente dipendono da altri e pertanto non hanno la piena disponibilità di determinare i propri scopi né i mezzi per conseguirli. Per cui liberarsi da quella condizione di dipendenza è il requisito minimo per poter decidere del proprio destino. L’inverso è sopportare che lo decidano gli altri: come spesso capitato nella recente storia nazionale. Dato che né Di Maio né Salvini vogliono occupare, neppure Tripoli e Tirana, ma solo evitare di subire troppi condizionamenti in casa nostra, non sono dei pericolosi aggressori e guerrafondai. […] Diceva Vittorio Emanuele Orlando in un famoso discorso pronunciato alla Costituente, chiedendo che l’assemblea non ratificasse il Trattato di pace: “considerate almeno questo lato della decisione odierna, il significato di questa accettazione, che avviene in un momento in cui essa non è necessaria; onde il vostro voto acquista il valore di un’accettazione volontaria di questa che è una rinuncia a quanto di più sacro vi è stato confidato dal popolo quando vi elesse: l’indipendenza e l’onore della Patria… Questi sono voti di cui si risponde dinanzi alle generazioni future: si risponde nei secoli di queste abiezioni fatte per cupidigia di servilità”. Seguendo l’indicazione del Presidente della vittoria, non sarebbe il caso di cominciare a chiamare gli anti-sovranisti, mutuando l’espressione di Orlando: “servilisti”?»

 

Abbiamo citato quasi per intero questo ultimo contributo preso in esame nella nostra rassegna critica perché veramente anche in questo caso ci troviamo nella condizione espressa nell’Ecclesiaste di non poter togliere od aggiungere alcunché. Se non umilmente affermare che ancora una volta dobbiamo un profondo ringraziamento a Teodoro Klitsche de la Grange.

 

Massimo Morigi – 9 giugno 2018

 

 

 

 

 

 

 

 

Gli Stati Uniti e lo spettro della Russia, di Luigi Longo (versione integrale)

Chi governa l’Europa orientale comanda la zona centrale [ la Russia, il cuore della terra, ndr]; chi governa la zona centrale comanda la massa euroasiatica; chi governa la massa euroasiatica comanda il mondo intero.

Halford Mackinder*

 

Chi controlla il Rimland ( ossia il territorio costiero dell’Eurasia) governa l’Eurasia; chi governa l’Eurasia controlla i destini del mondo.

Nicholas John Spykman**

 

 

L’inizio del declino e il bivio storico

Il declino di una potenza mondiale egemone inizia a presentarsi quando esplodono le contraddizioni interne (conflitti tra agenti strategici delle diverse sfere sociali, fratture sociali e territoriali, degrado totale, eccetera); tale declino è altresì in relazione alle dinamiche di crescita di altre potenze sia regionali sia mondiali che mettono in discussione quella egemonia dominante(1).

Gli strateghi USA, potenza mondiale egemone, sono consapevoli di questo processo, così Zbigniew Brzezinski: << Come la sua epoca di dominio globale finisce, gli Stati Uniti hanno bisogno di prendere l’iniziativa di riallineare l’architettura del potere globale […] La prima di queste verità è che gli Stati Uniti sono ancora l’entità politicamente, economicamente e militarmente più potente del mondo, ma, dati i complessi cambiamenti geopolitici negli equilibri regionali, non sono più la potenza imperiale globale […] quell’epoca sta ormai per finire […] >> (2). Il declino USA è relativo perché è ancora decisiva la sua egemonia in tutte le istituzioni mondiali. La sua capacità di dominio, attraverso il soft power e l’hard power, è ancora grande in rapporto alle potenze mondiali emergenti, come la Russia e la Cina, in questa fase di multicentrismo (3).

Gli statunitensi si trovano ad un bivio storico dove lo spazio-tempo della decisione si fa sempre più stretto e dovranno scegliere quale strada intraprendere. Questa diramazione prospetta paesaggi mondiali diversi: 1. Una potenza mondiale che rivendica la sua egemonia (G7, FMI, BM, NATO, ONU, WTO) e il suo dominio con la supremazia militare indiscussa (4), ma nel ri-lanciare il suo dominio mondiale monocentrico non si preoccupa delle contraddizioni strutturali interne né, ricerca un nuovo modello di sviluppo o una nuova visione di società; 2. Una potenza mondiale che ri-vede il suo modello sociale, fa i conti con le sue contraddizioni strutturali che rischiano di accelerare il declino e ri-lancia la sua egemonia confrontandosi con le altre potenze.

La prima strada accelera la fase multicentrica e prepara la fase policentrica: il conflitto mondiale; la seconda strada ritarda la fase policentrica e rimane in una fase multicentrica che potrebbe portare ad una condivisione e ad un rilancio di nuove relazionali mondiali nel rispetto delle diversità ( storiche, culturali, sociali, politiche, territoriali, eccetera): parafrasando Karl von Clausewitz si può dire che la guerra cessa di essere la continuazione della politica con altri mezzi.

E’ mia opinione che prevarrà la prima strada, per le seguenti ragioni.

La prima. Gli USA credono di essere la nazione indispensabile e hanno la cultura monocentrica del dominio mondiale. Vale per tutti il seguente pensiero di Henry Kissinger. << La sfida in Iraq non era solo vincere la guerra quanto [mostrare] al resto del mondo che la nostra prima guerra preventiva è stata imposta dalla necessità e che noi perseguiamo l’interesse del mondo [ corsivo mio], non esclusivamente il nostro […] La responsabilità speciale dell’America [ USA, mia specificazione], in quanto nazione più potente del mondo, è di lavorare per arrivare a un sistema internazionale che si basi su qualcosa di più della potenza militare, ovvero che si sforzi di tradurre la potenza in cooperazione […] Un diverso atteggiamento ci porterà gradualmente all’isolamento e finirà per indebolirci. >> (5).

La seconda. La piramide sociale statunitense non reggerà più, la base sta scricchiolando e si arriverà alla implosione della nazione e con essa alla fine dell’idea della grande nazione imperiale. Si stanno indebolendo la struttura e il legame sociale della società, che sono il fondamento della potenza imperiale. Gli agenti strategici dominanti sono incapaci di una nuova visione, di un nuovo modello di sviluppo sociale, di nuovi rapporti sociali che potrebbero emergere dalla cosiddetta società capitalistica. Gli strateghi delle sfere egemoniche ( politica, militare, istituzionale, economica-finanziaria,), portatori della visione classica della logica di funzionamento imperiale, agiscono con la convinzione che il dominio, con la coercizione ( la forza militare imperiale) e il denaro ( il dollaro imperiale), sia l’unica strategia per continuare a mantenersi, come grande nazione imperiale, sulle spalle del resto del mondo (le economie dei diversi capitalismi).

Alcuni strateghi, soprattutto delle sfere militare e politica, con i loro gruppi di pensiero (think tank) e i loro centri e istituti di ricerca strategica, si sono resi conto della strada di non ritorno del declino USA, una strada, per dirla con David Calleo, di egemonia sfruttatrice (6), e hanno cercato di deviare, invano (si vedano le elezioni che hanno portato Trump alla Casa Bianca), verso una visione del Paese incentrata sull’economia reale, sul legame sociale da rafforzare, sulla ri-definizione dei rapporti sociali sistemici, sull’apertura di una fase multicentrica; ma realizzare tutto questo significava derogare alle regole della potenza mondiale, cioè ri-collocare gli USA quale potenza mondiale di confronto e condivisione con altre potenze mondiali emergenti: non più come la grande nazione imperiale.

La terza. La lezione della storia, a prescindere dal modo di produzione e riproduzione del legame sociale della società storicamente data, è questa: schiacciando esseri umani sessuati e natura, oltre il limite strutturale sociale e naturale, si rischiano grossi guasti. La forbice tra ricchezza illimitata e povertà assoluta non può divaricarsi all’infinito. Non è un discorso pauperistico del limite superato, ma un ragionamento di modello di sviluppo, di una idea nuova del legame sociale e del rapporto sociale ( sia dentro sia fuori il Capitale, ovviamente inteso come relazione sociale) e di rottura dell’equilibrio dinamico del blocco egemone degli agenti strategici dell’insieme delle sfere sociali del Paese (7).

 

La fase di transizione

Quando dico che la grande nazione imperiale USA è in fase di declino non intendo assolutamente che essa smette di lottare per il mantenimento o per una rinnovata supremazia mondiale ( intesa come centro di coordinamento per un nuovo ordine mondiale), per la semplice ragione che è ancora lunga la fase di transizione di egemonia mondiale verso una nuova potenza o una rinnovata egemonia: << Il nostro confronto delle passate egemonie mostra che il ruolo di nuove potenze aggressive nell’affrettare i crolli sistemici è diminuito di transizione in transizione, mentre è cresciuto il ruolo giocato dalla dominazione sfruttatrice esercitata dalla potenza egemone in declino […] Non ci sono nuove potenze aggressive credibili che possono provocare il crollo del sistema mondiale imperniato sugli Stati Uniti, ma, rispetto alla Gran Bretagna un secolo fa, gli Stati Uniti hanno possibilità anche maggiori di trasformare la loro potenza egemonica in declino in una dominazione sfruttatrice. Se alla fine il sistema crollerà, sarà principalmente per la refrattarietà degli Stati Uniti all’adattamento e alla conciliazione.>> (8).

Affinchè ci siano le condizioni di passaggio di egemonia da una potenza in declino ad un’altra occorrono le seguenti condizioni. << […] i paesi emergenti devono essere rispetto alla potenza in declino:

  1. più larghi e diversificati geograficamente;

  2. più efficienti economicamente e organizzativamente;

  3. più capaci di governare, tramite appropriate agenzie, mercato mondiale e sistema interstatale;

  4. più inclusivi socialmente all’interno;

  5. più capaci di rappresentare gli interessi sociali generali presenti nel sistema-mondo, da quelli più direttamente borghesi [ funzionari del capitale, mia specificazione lagrassiana] a quelli dello forze organizzate del lavoro subalterno.

Sono punti che pur investendo tutti i processi di transizione egemonica, vengono meglio esemplificati dall’ultima delle transizioni verificatesi, quella dalla Gran Bretagna agli Stati Uniti. In questo caso, gli Stati Uniti hanno offerto al processo accumulativo:

  1. un territorio, uno spatial fix per dirla con Harvey (9) [ il termine spatial fix è di difficile traduzione e, perciò, si preferisce mantenere la dicitura inglese, anche se potrebbe essere impropriamente tradotto con soluzione spaziale così il traduttore Michele Dal Lago (9), mia precisazione ], più vasto e vario, senza perdere il carattere insulare di quello inglese;

  2. un modello di impresa, la multinazionale, più profittevole economicamente e più efficiente organizzativamente della manifattura inglese;

  3. un quadro di agenzie di regolazione del mercato e del sistema interstatale più complesso e stratificato ( dall’Fmi all’Onu) di quello inglese, basato su gold standard e concerto europeo;

  4. un patto sociale, il New Deal, più aperto di quello inglese alla soddisfazione degli interessi dei lavoratori;

  5. un New Deal globale, non fondato sul colonialismo e sulla conservazione degli equilibri dati fra i diversi paesi capitalistici, ma capace di elevare il livello di ricchezza di tutte le classi capitalistiche e di porzioni significative del proletariato mondiale.

Al caos sistemico che accompagna le transizioni egemoniche succede quindi una riorganizzazione sistemica, che è storicamente ogni volta diversa per ciascuna transizione egemonica. >> (10).

Le due potenze emergenti mondiali, Russia e Cina, non sono in grado di creare le condizioni per la sostituzione della potenza mondiale egemone, ammesso e non concesso che esse aspirino ad un dominio mondiale e non semplicemente, come lascia pensare la loro storia, ad una fase multicentrica ( che ritardi o annulli la fase policentrica del conflitto mondiale) nella quale confrontarsi su una visione diversa delle relazioni internazionali a partire dalla propria autonomia nazionale, dalla propria cultura, dal proprio legame sociale e dalla propria peculiarità territoriale.

Gli strateghi statunitensi non vogliono perdere il loro ruolo di grande nazione imperiale e temono il formarsi e il consolidarsi di poli, di aree, di regioni aggreganti intorno alle due potenze emergenti, in grado di mettere in discussione il loro dominio mondiale. Per questa ragione avendo scelto la strada di egemonia sfruttatrice, gli Stati Uniti sono la potenza mondiale più spregiudicata e pericolosa per l’intera umanità considerato, il livello di strategia atomica avanzata e radicale raggiunto. Alain Badiou, non molto tempo fa, sosteneva che:<< La potenza imperiale americana nella rappresentazione formale che fa di se stessa, ha la guerra come forma privilegiata, se non addirittura unica, di attestazione della sua esistenza.>> (11).

Gianfranco La Grassa dichiara che:<< L’eccezionalità del “mondo bipolare”, durato abbastanza a lungo, ha assicurato nella parte “centrale” del mondo (quella più sviluppata) un periodo di pace, legato però alla subordinazione di molti paesi all’uno o all’altro polo. Adesso siamo entrati in una fase molto diversa, che per di più va cambiando a sua volta “pelle” in periodi successivi e con il tentativo del predominante di uno dei due poli (il sopravvissuto) di avere il completo controllo della situazione. Tale tentativo non è per nulla favorevole al mantenimento di un minimo di equilibrio; da qui il disordine crescente attuale. Quindi, quel predominante (evidentemente gli Usa) deve essere contrastato e si deve arrivare al punto che esso si trovi nella situazione di rischiare tantissimo insistendo sulla sua prepotenza e arroganza. Non si ottiene questo risultato se non con l’unione degli sforzi di alcuni altri paesi, in cui si verifichi la presa del potere da parte di forze politiche capaci di decisa autonomia e di collegarsi fra loro in funzione anti-predominante>> (12).

Gli Stati Uniti si preoccupano, nel medio periodo, soprattutto della Russia (13) sia perché è stata la storica nemica del “mondo bipolare”, sia perché è la nazione centrale tra Asia e Europa ( il cuore della terra, l’immenso territorio bicontinentale), sia perché è stata la nazione dove è avvenuto un evento storico di grande importanza: la rivoluzione dei dominati che a partire dall’atroce macelleria della prima guerra mondiale hanno sperato in un mondo migliore. La lezione storica della rivoluzione russa indica che la maggioranza della popolazione se si organizza, pensa e progetta, può cambiare l’ordine costituito e pensare un nuovo legame sociale e nuovi rapporti sociali e questo a prescindere dal giudizio storico sulla rivoluzione russa del 1917.

Lo spettro della Russia

La paura degli agenti strategici statunitensi nei riguardi della Russia (14) scaturisce, oltre che dalla forza militare ( soprattutto nucleare), dal ruolo centrale che la potenza emergente può avere nella formazione di un polo aggregante ( una sorta di polarizzazione di blocchi tra potenze mondiali) che pone dei limiti all’arroganza egemonica sfruttatrice di una superpotenza in declino.

 

La strategia di Kissinger

 

Henry Kissinger, un protagonista delle strategie di dominio statunitensi, aveva capito l’importanza della centralità della Russia, sia come nazione vettore tra i due continenti, Asia e Europa, sia come nazione strategica per l’egemonia mondiale, sin dai tempi del tentativo di apertura delle relazioni sino-americane, alla fine degli anni Sessanta e inizio degli anni Settanta del Novecento. L’apertura della collaborazione tra USA e Cina si inseriva allora nel conflitto acuto tra URSS e Cina ed era indirizzata formalmente alla costruzione di “un ordine internazionale più pacifico”, mentre nella sostanza mirava a contrastare l’URSS, ritenuta, forse, già allora un gigante militare-nucleare con i piedi di argilla. Questa apertura tattica avrebbe potuto accelerare il processo storico di implosione del sistema del socialismo irrealizzato e la fine del mondo bipolare. Il tentativo non riuscì per il conflitto interno agli strateghi statunitensi nel quale prevalse la continuazione della logica del mondo bipolare (15).

Oggi Henry Kissinger ri-lancia, nella logica del tutto torna ma in maniera diversa, per la seconda volta, la politica estera degli Stati Uniti verso una coevoluzione ( una sorta di comunità pacifica sulla scia della comunità atlantica) delle relazioni sino-americane in modo da contrastare la eventuale nascita di un polo Russia-Cina, in questa fase di loro collaborazione soprattutto nella sfera economico- finanziaria ( le nuove vie della seta cinese, gli accordi di area, il sistema bancario alternativo, eccetera), che metterebbe in seria difficoltà gli USA e ne accentuerebbe, nel medio-lungo periodo, il declino (16).

In una recente intervista, apparsa su “La Stampa” del 27/3/2017 a cura di Paolo Mastrolilli, Henry Kissinger ribadisce sia la logica di contenimento della Russia (la Russia non ha diritto a stare in Medio Oriente) sia la logica di apertura verso la Cina ( un negoziato diretto tra Washington e Pechino per raggiungere un accordo di sicurezza dell’intera regione dell’Estremo Oriente a partire dalla questione della Corea del Nord).

 

La strategia di Brzezinski

 

Zbigniew Brzezinski, un altro importante protagonista delle strategie di dominio degli Stati Uniti, ritiene la Russia una nazione centrale, nel breve e medio periodo, per la nascita di poli di potenze mondiali in grado di sfidare l’egemonia USA che riconosce in declino e che rilancia con una architettura del dominio mondiale fondata nella sostanza sul monocentrismo statunitense. Egli è talmente ossessionato dalla Russia che  già nel 1997, anno di pubblicazione del suo libro “La grande scacchiera”, scriveva sulla divisione della Russia:<< Una confederazione composta da una Russia europea, una repubblica siberiana e una dell’Estremo Oriente, potrebbe sviluppare con maggior facilità rapporti economici più stretti con l’Europa, come pure con i nuovi Stati dell’Asia centrale e con l’Oriente.>>, ovviamente all’interno di << una comunità internazionale fondata su una reale cooperazione, che assecondi le antiche aspirazioni e garantisca i fondamentali interessi dell’umanità. Ma, nel frattempo, è assolutamente indispensabile che non emerga alcuna potenza capace d’instaurare il proprio dominio sull’Eurasia e di sfidare per ciò stesso l’America >> (17).

Zbigniew Brzezinski pensa l’Europa e la Nato ( non più solo militarizzazione del territorio europeo ma anche coesione economica, sicurezza dei territori e delle città, eccetera) come teste di ponte contro la Russia, mentre ritiene importante una intesa con la Cina nel rispetto della suddetta coevoluzione delle relazioni sino-americane. Sono importanti la Nato e la UE ( per il dominio statunitense non conta il suo l’asservimento unitario o fondato su relazioni tra stati) per la espansione ad Est ( vedasi la questione Ucraina) e nel Medio Oriente ( vedasi la questione Siria). E’ un attacco alla Russia molto pericoloso perché mira al suo contenimento e alla perdita della sua sovranità inviolabile, sia attraverso il blocco degli accessi al mediterraneo ( in Ucraina c’è la base navale di Sebastopoli, in “affitto” a Mosca fino al 2042, più una serie di caserme, poligoni e porti usati dalla Russia; in Siria c’è la base navale di Tartus, la base aerea di Humaymim e la stazione di ascolto di Lataqia), sia attraverso la riduzione delle risorse energetiche strategiche della Russia con la realizzazione del gasdotto del Qatar verso l’Europa (che taglierebbe la quota russa del mercato europeo), sia con la costruzione da parte della Turchia di un hub energetico ( che ne ridurrebbe la dipendenza dal gas russo) nell’Europa meridionale (18).

Gabriel Galice così analizza:<< […] L’Eurasia è centrale, l’America deve esservi presente per dominare il pianeta, l’Europa è la testa di ponte della democrazia in Eurasia, la Nato e l’Unione europea devono di conseguenza estendere la propria influenza in Eurasia, gli Stati Uniti devono giocarsi simultaneamente la Germania e la Francia ( carte delle rispettive zone di influenza alla mano), alleati fedeli anche se ciascuno a modo suo, irrequieti e capricciosi.>> (19).

Concludendo queste brevi riflessioni si può sostenere ragionevolmente che l’obiettivo della strategia USA è quello di impedire la formazione di un polo di potenza mondiale tra la Russia e la Cina in grado di metterne in discussione l’egemonia. Il giocatore più pericoloso, nel breve-medio periodo, in questa lotta per contrastare l’egemonia mondiale assoluta statunitense e per pensare un mondo multicentrico, è la Russia. E’ la nazione che va combattuta e ridimensionata con ogni mezzo. E’ lo spettro degli agenti strategici dominanti statunitensi.

 

 

En Passant

 

 

I sub-sub-dominanti italiani hanno subito rinnovato con l’amministrazione Trump le catene della servitù volontaria per un mondo monocentrico americano. Hanno le facce da servi di gaberiana memoria.

L’Europa va rifondata a partire dalla demolizione del progetto Europa tanto caro ai suoi padri fondatori, esecutori di un progetto pensato e attuato dagli USA per le loro strategie di dominio mondiale: fatto noto ma non conosciuto.

Ritengo che sia ancora valido quanto scriveva Costanzo Preve:<< Un’Europa delle nazioni, e nello stesso tempo delle nazioni eguali, ed in più delle nazioni amiche della Russia e della Cina, e infine disposte anche ad essere amiche degli Stati Uniti, se questi ultimi rinunceranno saggiamente alla pretesa di impero universale basato su di un dominio militare soverchiante e sull’imposizione di un’unica cultura linguistica anglosassone.>> (20).

Un nuovo progetto Europa: con chi? con quale pensiero? con quale organizzazione? con quale progetto di società? con quale relazione sociale? con quale prassi politica?

Sono domande che scaturiscono dalla grande lezione storica della rivoluzione russa.

 

Le citazioni scelte come epigrafi sono tratte da:

*Zbigniew Brzezinski, La grande scacchiera, Longanesi, Milano, 1998, pag.55.

**Davide Ragnolini, Geopolitica ed euroasiatismo nel XXI secolo. Intervista a Claudio Mutti, www.eurasia-rivista.com, 7/3/2017.

 

 

NOTE

 

 

  1. Su questi temi rinvio a Giovanni Arrighi, Il lungo XX secolo. Denaro, potere e le origini del nostro tempo, il Saggiatore, Milano, 1996; Giovanni Arrighi, Beverly J. Silver, Caos e governo del mondo, Bruno Mandadori, Milano, 2003; Gianfranco La Grassa, Gli strateghi del capitale, Manifestolibri, Roma, 2005; Gianfranco La Grassa, Finanza e poteri, Manifestolibri, Roma, 2008.
  2. Zbigniew Brzezinski, Toward a global realignmente in “ The American Interest” ( www.the-american-interst.com) , n.6/2016. Stralci dell’intervista sono compresi anche nell’articolo di Mike Whitney, La scacchiera spezzata. Brzezinski rinuncia all’impero americano, www.megachip-globalist.it, 28/8/2016.
  3. Joseph S. jr Nye, Fine del secolo americano?, il Mulino, Bologna, 2016; con una lettura critica si veda anche Etienne Balibar, Populismo e contro-populismo nello specchio americano, www.ariannaeditrice.com, 27/4/2017.
  4. Per un’analisi storica, geopolitica, militare, finanziaria si rimanda alla rivista “Limes”, n.2/2017, “Chi comanda il mondo”, in particolare gli articoli di Dario Fabbri (La sensibilità imperiale degli Stati Uniti è il destino del mondo), di Alberto De Sanctis (Gli Stati Uniti tengono in pugno il tridente di Nettuno), Giorgio Arfaras (Il dollaro resta imperiale). Per un’analisi del consolidamento delle potenze mondiali emergenti e delle transizioni egemoniche si veda Giovanni Arrighi, Capitalismo e (dis)ordine mondiale, a cura di, Giorgio Cesarale e Mario Pianta, Manifestolibri, Roma, 2010. Per un’analisi sulla supremazia militare si rimanda ai lavori puntuali di Manlio Dinucci pubblicati sul sito www.voltaire.org e sul quotidiano “il Manifesto” e ai Rapporti SIPRI ( e non solo) ( www.sipri.org) . E’ interessante sottolineare quanto detto da Noam Chomsky in una recente intervista concessa a “il Manifesto” del 20/4/2017:<< L’Atomic Bulletin of Scienctists nel marzo scorso ha pubblicato uno studio sul programma di ammodernamento dell’arsenale nucleare messo in atto con l’amministrazione Obama ed in mano ora di Trump, dal quale risulta che il sistema dell’arsenale atomico statunitense ha raggiunto un livello di strategia atomica avanzata e radicale, tale da poter annientare la deterrenza dell’arsenale atomico russo. Questo non è all’oscuro di Mosca. Ma con l’intensificarsi della tensione diretta, specialmente nei paesi Baltici ai confini della Russia, determina il rischio di un confronto nucleare diretto con la Russia >>.
  5. La citazione del pensiero di Henry Kissinger è tratta da Robert Kagan, Il diritto di fare la guerra, il potere americano e la crisi di legittimità, Mondadori, Milano, 2004, pp. 59-60.

6.Così David Calleo:<< [il] sistema internazionale crolla non solo perché nuove potenze non controbilanciate e aggressive cercano di dominare i loro vicini, ma anche perché le potenze in declino, invece di adattarsi e cercare una conciliazione, tentano di cementare la loro vacillante predominanza trasformandola in una egemonia sfruttatrice >>. La citazione è tratta da Giovanni Arrighi, Beverly J. Silver, op. cit., pp.335-336.

  1. Utilizzo il termine dominio per delineare una egemonia sociale ( nell’accezione gramsciana, cioè consenso e coercizione) da parte degli agenti strategici dominanti o sub-dominanti costituitosi in blocco sociale come supremazia sugli agenti strategici delle diverse sfere sociali. La filiera del potere è diversa nelle singole sfere sociali e il dominio dell’insieme sociale di una nazione è diverso, è altro dal potere delle sfere sociali. Le sfere sociali sono astrazioni che ci costruiamo per interpretare la realtà che sta sempre avanti. Le sfere sociali possono essere diverse a seconda delle ipotesi di ragionamento per costruire il campo di stabilità. Per esempio Gianfranco La Grassa ne utilizza tre ( politica, economica e culturale), David Harvey ne utilizza sette, eccetera. Nelle sfere sociali è ipotizzabile parlare di potere non di dominio. Cfr il mio, La nazione e lo stato: una grande illusione dei popoli. La rottura teorica del conflitto strategico. Tempo e spazio della ricerca, www.conflittiestrategie.it, 5/7/2016 e www.italiaeilmondo.com, 26/12/2016.

  2. Giovanni Arrighi, Beverly J. Silver, op.cit., pag. 336.

    9. David Harvey, The geopolitics of capitalism in Social relations and spatial structure, a cura di, D. Gregory e J. Urry, Londra, Mcmillan, 1985, pp.128-163, ora in Giovanna Vertova, a cura di, Lo spazio del capitale. La riscoperta della dimensione geografica nel marxismo contemporaneo, Editori Riuniti, Roma, 2009, pp. 97-147.

    10. Giorgio Cesarale, Le lezioni di Giovanni Arrighi in Giovanni Arrighi, Capitalismo e (dis)ordine mondiale, op. cit., pp.19-20; sulla riorganizzazione sistemica statunitense si veda anche Zbigniew Brzezinski, La grande scacchiera, op.cit., pp.41-43.

    11. La citazione di Alain Badiou è tratta da Alain de Benoist, L’impero del “bene”. Riflessioni sull’America d’oggi, Edizioni Settimo Sigillo, Roma, 2004, pag. 107.

    12. Gianfranco La Grassa, Alcune verità che sembrano dimenticate, www.conflittiestrategie.it, 29/4/2017.

    13. La Cina è sostanzialmente una potenza economica mondiale funzionale alla logica imperiale USA: cosa è l’enorme surplus commerciale cinese pari a 347 miliardi di dollari e il consistente debito pubblico statunitense pari a 1058 miliardi di dollari che detiene se non una relazione “economico-finanziaria” asimmetrica a favore degli Stati Uniti: << Esportatori netti, tali paesi [ Giappone, Cina, India, Russia, eccetera, mia precisazione] sono costretti ad acquistare titoli di stato USA per mantenere apprezzato il dollaro e reinvestire il surplus commerciale nel più stabile luogo della terra, l’unico a non aver mai conosciuto cambi di regime. In nuce: per mantenere il benessere del loro principale acquirente, nonché garante delle vie di comunicazioni. Da qui l’accorato appello di Xi Jiuping per il mantenimento dell’attuale schema a guida americana >> ( Dario Fabbri, op. cit., pag.38). Per non parlare degli investimenti diretti e indiretti all’estero “propulsivi” ( investimenti fissi e azioni) per gli USA e “passivi” per Cina e Russia: << Gli Stati Uniti investono nel resto del mondo in maniera diretta- impianti- o in maniera indiretta-azioni- dieci volte più della Cina e della Russia messi insieme. Intanto che avviene questo, la gran parte delle riserve dei paesi che hanno accumulato avanzi commerciali- come la Cina, la Russia e i paesi produttori di petrolio- è trasformata in riserva in dollari ( e minor misura in euro) […] la maggior ricchezza cumulata da questi due paesi da quando è cambiato il sistema ( dagli anni Ottanta in Cina, dagli anni Novanta in Russia) non ha ancora spinto verso la strada della “dinamicità”. Questi due paesi, che per ora comprano- per bilanciare i propri avanzi commerciali – i buoni Tesoro degli Stati Uniti, potrebbero però- col passare del tempo- diventare dinamici nel campo degli investimenti esteri >>. Per non dire, infine, della moneta come riserva di valore (USA):<< […] si noti che per ora la Cina e la Russia investono all’estero, mentre spingono per l’uso delle proprie monete come mezzo di scambio che però è cosa ben diversa dalla moneta come riserva di valore >> ( Giorgio Arfaras, op. cit., pp.52-53).

    14. Sulla paura americana si rimanda a Guy Mettan, Russofobia. Mille anni di diffidenza, Sandro Teti editore, Roma, 2016, pp.272-312.

    15. Per una minuziosa e interessante ricostruzione della prima fase di apertura delle relazioni sino-americane, soprattutto i colloqui Kissinger-Zhou Enlai-Mao, si rimanda a Henry Kissinger, Cina, Arnoldo Mondadori, Milano, 2011, pp.185-216; si veda anche l’intervista rilasciata da Henry Kissinger allo storico Niall Ferguson e pubblicata, a cura di Alfonso Desiderio, in www.limesonline.com, 4/10/2011; Gianfranco La Grassa, Sul mondo bipolare e la sua “pace”, www.conflittiestrategie.it, 7/4/2015.

    16. Sul rilancio delle relazioni sino-americane improntate alla coevoluzione, alla collaborazione e alla competizione economica-sociale si legga Henry Kissinger, Cina, op. cit., pp.401-473. Henry Kissinger specifica che << L’etichetta adatta a definire le relazioni sino-americane è più “coevoluzione” che “partnership”. “Coevoluzione” significa che entrambi i paesi perseguono i loro imperativi nazionali, cooperando quando possibile e regolando le loro relazioni in maniera da ridurre al minimo i conflitti. Nessuna delle due parti sottoscrive tutti gli obiettivi dell’altra né presuppone una totale identità di interessi, ma entrambe cercano di individuare e sviluppare interessi complementari.>>, ivi, pag. 470; si veda anche Henry Kissinger, Ordine mondiale, Mondadori, Milano, 2015.

  3. 17. Zbigniew Brzezinski, La grande scacchiera, op.cit., pag.268 e pag.8. Zbigniew Brzezinski, come riporta lo storico Guy Mettan, << […] inserendosi nella più pura delle tradizioni geo-imperialiste di Mahan, Mackinder e Spykman, e in totale contraddizione con i discorsi di coloro che predicavano la fine degli imperi territoriali e l’obsolescenza della geopolitica occidentale […] pubblica La grande scacchiera. L’America e il resto del mondo, opera in cui riattualizza i concetti dei suoi predecessori applicandoli alla nuova situazione postsovietica. La stessa tesi verrà riaggiornata nel 2004 ( la vera scelta) per poi lasciar posto a un nuovo modello nel 2012 che teneva conto dell’ascesa della potenza cinese >> in Guy Mettan, Russofobia, op. cit., pag.288.
  4.  
    1. 18. Si veda Robert Kennedy jr., I retroscena della politica Usa in Siria che ha portato alla guerra attuale, www.vietatoparlare.it, 28/4/2017; Redazione l’antidiplomatico, La guerra dei gasdotti che brucia sotto la Siria, www.l’antidiplomatico.it, 26/9/2016.
    2. 19.
    3. La citazione di Gabriel Galice è tratta da Guy Mettan, Russofobia, op. cit., pag. 288.
    4. 20.
    5. Costanzo Preve, Filosofia e geopolitica, Edizioni all’insegna del Veltro, Parma, 2005, pag.82.

     

Gli Stati Uniti e lo spettro della Russia 3a parte. di Luigi Longo

Chi governa l’Europa orientale comanda la zona centrale [ la Russia, il cuore della terra, ndr]; chi governa la zona centrale comanda la massa euroasiatica; chi governa la massa euroasiatica comanda il mondo intero.

Halford Mackinder*

 

Chi controlla il Rimland ( ossia il territorio costiero dell’Eurasia) governa l’Eurasia; chi governa l’Eurasia controlla i destini del mondo.

Nicholas John Spykman**

 

http://italiaeilmondo.com/2017/05/16/gli-stati-uniti-e-lo-spettro-della-russia-di-luigi-longo-2a-parte/

http://italiaeilmondo.com/2017/05/09/gli-stati-uniti-e-lo-spettro-della-russia-di-luigi-longo/

Lo spettro della Russia

 

 

La paura degli agenti strategici statunitensi nei riguardi della Russia (14) scaturisce, oltre che dalla forza militare ( soprattutto nucleare), dal ruolo centrale che la potenza emergente può avere nella formazione di un polo aggregante ( una sorta di polarizzazione di blocchi tra potenze mondiali) che pone dei limiti all’arroganza egemonica sfruttatrice di una superpotenza in declino.

 

La strategia di Kissinger

 

Henry Kissinger, un protagonista delle strategie di dominio statunitensi, aveva capito l’importanza della centralità della Russia, sia come nazione vettore tra i due continenti, Asia e Europa, sia come nazione strategica per l’egemonia mondiale, sin dai tempi del tentativo di apertura delle relazioni sino-americane, alla fine degli anni Sessanta e inizio degli anni Settanta del Novecento. L’apertura della collaborazione tra USA e Cina si inseriva allora nel conflitto acuto tra URSS e Cina ed era indirizzata formalmente alla costruzione di “un ordine internazionale più pacifico”, mentre nella sostanza mirava a contrastare l’URSS, ritenuta, forse, già allora un gigante militare-nucleare con i piedi di argilla. Questa apertura tattica avrebbe potuto accelerare il processo storico di implosione del sistema del socialismo irrealizzato e la fine del mondo bipolare. Il tentativo non riuscì per il conflitto interno agli strateghi statunitensi nel quale prevalse la continuazione della logica del mondo bipolare (15).

Oggi Henry Kissinger ri-lancia, nella logica del tutto torna ma in maniera diversa, per la seconda volta, la politica estera degli Stati Uniti verso una coevoluzione ( una sorta di comunità pacifica sulla scia della comunità atlantica) delle relazioni sino-americane in modo da contrastare la eventuale nascita di un polo Russia-Cina, in questa fase di loro collaborazione soprattutto nella sfera economico- finanziaria ( le nuove vie della seta cinese, gli accordi di area, il sistema bancario alternativo, eccetera), che metterebbe in seria difficoltà gli USA e ne accentuerebbe, nel medio-lungo periodo, il declino (16).

In una recente intervista, apparsa su “La Stampa” del 27/3/2017 a cura di Paolo Mastrolilli, Henry Kissinger ribadisce sia la logica di contenimento della Russia (la Russia non ha diritto a stare in Medio Oriente) sia la logica di apertura verso la Cina ( un negoziato diretto tra Washington e Pechino per raggiungere un accordo di sicurezza dell’intera regione dell’Estremo Oriente a partire dalla questione della Corea del Nord).

 

La strategia di Brzezinski

 

Zbigniew Brzezinski, un altro importante protagonista delle strategie di dominio degli Stati Uniti, ritiene la Russia una nazione centrale, nel breve e medio periodo, per la nascita di poli di potenze mondiali in grado di sfidare l’egemonia USA che riconosce in declino e che rilancia con una architettura del dominio mondiale fondata nella sostanza sul monocentrismo statunitense. Egli è talmente ossessionato dalla Russia che  già nel 1997, anno di pubblicazione del suo libro “La grande scacchiera”, scriveva sulla divisione della Russia:<< Una confederazione composta da una Russia europea, una repubblica siberiana e una dell’Estremo Oriente, potrebbe sviluppare con maggior facilità rapporti economici più stretti con l’Europa, come pure con i nuovi Stati dell’Asia centrale e con l’Oriente.>>, ovviamente all’interno di << una comunità internazionale fondata su una reale cooperazione, che assecondi le antiche aspirazioni e garantisca i fondamentali interessi dell’umanità. Ma, nel frattempo, è assolutamente indispensabile che non emerga alcuna potenza capace d’instaurare il proprio dominio sull’Eurasia e di sfidare per ciò stesso l’America >> (17).

Zbigniew Brzezinski pensa l’Europa e la Nato ( non più solo militarizzazione del territorio europeo ma anche coesione economica, sicurezza dei territori e delle città, eccetera) come teste di ponte contro la Russia, mentre ritiene importante una intesa con la Cina nel rispetto della suddetta coevoluzione delle relazioni sino-americane. Sono importanti la Nato e la UE ( per il dominio statunitense non conta il suo l’asservimento unitario o fondato su relazioni tra stati) per la espansione ad Est ( vedasi la questione Ucraina) e nel Medio Oriente ( vedasi la questione Siria). E’ un attacco alla Russia molto pericoloso perché mira al suo contenimento e alla perdita della sua sovranità inviolabile, sia attraverso il blocco degli accessi al mediterraneo ( in Ucraina c’è la base navale di Sebastopoli, in “affitto” a Mosca fino al 2042, più una serie di caserme, poligoni e porti usati dalla Russia; in Siria c’è la base navale di Tartus, la base aerea di Humaymim e la stazione di ascolto di Lataqia), sia attraverso la riduzione delle risorse energetiche strategiche della Russia con la realizzazione del gasdotto del Qatar verso l’Europa (che taglierebbe la quota russa del mercato europeo), sia con la costruzione da parte della Turchia di un hub energetico ( che ne ridurrebbe la dipendenza dal gas russo) nell’Europa meridionale (18).

Gabriel Galice così analizza:<< […] L’Eurasia è centrale, l’America deve esservi presente per dominare il pianeta, l’Europa è la testa di ponte della democrazia in Eurasia, la Nato e l’Unione europea devono di conseguenza estendere la propria influenza in Eurasia, gli Stati Uniti devono giocarsi simultaneamente la Germania e la Francia ( carte delle rispettive zone di influenza alla mano), alleati fedeli anche se ciascuno a modo suo, irrequieti e capricciosi.>> (19).

Concludendo queste brevi riflessioni si può sostenere ragionevolmente che l’obiettivo della strategia USA è quello di impedire la formazione di un polo di potenza mondiale tra la Russia e la Cina in grado di metterne in discussione l’egemonia. Il giocatore più pericoloso, nel breve-medio periodo, in questa lotta per contrastare l’egemonia mondiale assoluta statunitense e per pensare un mondo multicentrico, è la Russia. E’ la nazione che va combattuta e ridimensionata con ogni mezzo. E’ lo spettro degli agenti strategici dominanti statunitensi.

 

 

En Passant

 

 

I sub-sub-dominanti italiani hanno subito rinnovato con l’amministrazione Trump le catene della servitù volontaria per un mondo monocentrico americano. Hanno le facce da servi di gaberiana memoria.

L’Europa va rifondata a partire dalla demolizione del progetto Europa tanto caro ai suoi padri fondatori, esecutori di un progetto pensato e attuato dagli USA per le loro strategie di dominio mondiale: fatto noto ma non conosciuto.

Ritengo che sia ancora valido quanto scriveva Costanzo Preve:<< Un’Europa delle nazioni, e nello stesso tempo delle nazioni eguali, ed in più delle nazioni amiche della Russia e della Cina, e infine disposte anche ad essere amiche degli Stati Uniti, se questi ultimi rinunceranno saggiamente alla pretesa di impero universale basato su di un dominio militare soverchiante e sull’imposizione di un’unica cultura linguistica anglosassone.>> (20).

Un nuovo progetto Europa: con chi? con quale pensiero? con quale organizzazione? con quale progetto di società? con quale relazione sociale? con quale prassi politica?

Sono domande che scaturiscono dalla grande lezione storica della rivoluzione russa.

 

 

Le citazioni scelte come epigrafi sono tratte da:

*Zbigniew Brzezinski, La grande scacchiera, Longanesi, Milano, 1998, pag.55.

**Davide Ragnolini, Geopolitica ed euroasiatismo nel XXI secolo. Intervista a Claudio Mutti, www.eurasia-rivista.com, 7/3/2017.

 

 

NOTE

 

 

  1. Sulla paura americana si rimanda a Guy Mettan, Russofobia. Mille anni di diffidenza, Sandro Teti editore, Roma, 2016, pp.272-312.

15.Per una minuziosa e interessante ricostruzione della prima fase di apertura delle relazioni sino-americane, soprattutto i colloqui Kissinger-Zhou Enlai-Mao, si rimanda a Henry Kissinger, Cina, Arnoldo Mondadori, Milano, 2011, pp.185-216; si veda anche l’intervista rilasciata da Henry Kissinger allo storico Niall Ferguson e pubblicata, a cura di Alfonso Desiderio, in www.limesonline.com, 4/10/2011; Gianfranco La Grassa, Sul mondo bipolare e la sua “pace”, www.conflittiestrategie.it, 7/4/2015.

  1. Sul rilancio delle relazioni sino-americane improntate alla coevoluzione, alla collaborazione e alla competizione economica-sociale si legga Henry Kissinger, Cina, op. cit., pp.401-473. Henry Kissinger specifica che << L’etichetta adatta a definire le relazioni sino-americane è più “coevoluzione” che “partnership”. “Coevoluzione” significa che entrambi i paesi perseguono i loro imperativi nazionali, cooperando quando possibile e regolando le loro relazioni in maniera da ridurre al minimo i conflitti. Nessuna delle due parti sottoscrive tutti gli obiettivi dell’altra né presuppone una totale identità di interessi, ma entrambe cercano di individuare e sviluppare interessi complementari.>>, ivi, pag. 470; si veda anche Henry Kissinger, Ordine mondiale, Mondadori, Milano, 2015.
  2. Zbigniew Brzezinski, La grande scacchiera, op.cit., pag.268 e pag.8. Zbigniew Brzezinski, come riporta lo storico Guy Mettan, << […] inserendosi nella più pura delle tradizioni geo-imperialiste di Mahan, Mackinder e Spykman, e in totale contraddizione con i discorsi di coloro che predicavano la fine degli imperi territoriali e l’obsolescenza della geopolitica occidentale […] pubblica La grande scacchiera. L’America e il resto del mondo, opera in cui riattualizza i concetti dei suoi predecessori applicandoli alla nuova situazione postsovietica. La stessa tesi verrà riaggiornata nel 2004 ( la vera scelta) per poi lasciar posto a un nuovo modello nel 2012 che teneva conto dell’ascesa della potenza cinese >> in Guy Mettan, Russofobia, op. cit., pag.288.
  3. Si veda Robert Kennedy jr., I retroscena della politica Usa in Siria che ha portato alla guerra attuale, www.vietatoparlare.it, 28/4/2017; Redazione l’antidiplomatico, La guerra dei gasdotti che brucia sotto la Siria, www.l’antidiplomatico.it, 26/9/2016.
  4. La citazione di Gabriel Galice è tratta da Guy Mettan, Russofobia, op. cit., pag. 288.
  5. Costanzo Preve, Filosofia e geopolitica, Edizioni all’insegna del Veltro, Parma, 2005, pag.82.

 

GLOBALIZZAZIONE E STATI NAZIONALI_ LA NAZIONE E LO STATO: UNA GRANDE ILLUSIONE DEI POPOLI, DI LUIGI LONGO

LA NAZIONE E LO STATO: UNA GRANDE ILLUSIONE DEI POPOLI, DI LUIGI LONGO
LA ROTTURA TEORICA DEL CONFLITTO STRATEGICO. TEMPO E SPAZIO DELLA RICERCA.
Quello presente è il secondo dei quattro saggi e della introduzione presentati in un convegno a tema di metà aprile 2016 dal sito www.conflittiestrategie.it del quale hanno fatto parte sia Luigi Longo, relatore del presente saggio che il titolare di questo sito, Giuseppe Germinario. Il saggio è già apparso sul sito promotore del convegno e potrete trovarlo comodamente unitamente agli atti restanti, quando ripubblicati, nella sezione DOSSIER-GLOBALIZZAZIONE E STATI NAZIONALI in basso a destra della pagina di questo sito. Buona lettura.

Il grande principio che le moderne istituzioni debbono
favorire è quello di tenere a bada le classi povere dando
però la possibilità di farsi strada alle intelligenze superiori
che vi si trovano, ma insieme quello di assicurare la tranquil-
lità delle classi agiate.
Honorè de Balzac*

I vari momenti dell’accumulazione originaria si distribuiscono ora, più o meno in successione cronologica, specialmente fra
Spagna, Portogallo, Olanda, Francia e Inghilterra. Alla fine del
Secolo XVII quei vari momenti vengono combinati sistematicamente in Inghilterra in sistema coloniale, sistema del debito pubblico, sistema tributario e protezionistico moderni. I metodi poggiano in parte nella violenza più brutale, come per es. il sistema coloniale. Ma tutti si servono del potere dello Stato, violenza concentrata e organizzata dalla società, per fomentare artificialmente il processo di trasformazione del modo di produzione feudale in modo di produzione capitalistico e per accorciare i passaggi. La violenza è la levatrice di ogni vecchia società, gravida di una società nuova. E’ essa stessa una potenza economica.
Karl Marx*

La nazione esiste.[…] Dal momento infatti che il << nazionalismo >> è stato storicamente un prodotto della costituzione delle borghesie in stato (lo stato nazionale, appunto), si è diffusa a lungo l’opinione per cui il proletariato non ha nazione, ma soltanto internazionalismo e rivoluzione.[…] Ebbe invece ragione a suo tempo Stalin, in un saggio pubblicato nel 1914 e approvato da Lenin, quando definì la nazione << una comunità umana stabile, storicamente costituita, nata sulla base di una comunanza di lingua, territorio,, vita economica e formazione psichica che si traduce in comunità culturale >>.
Costanzo Preve*

Premessa

La rottura teorica del conflitto strategico di Gianfranco La Grassa apre strade interessanti per nuovi scenari paradigmatici capaci di leggere sempre più in profondità la coda[1] (1) della realtà e di approntare, con dovute mediazioni relazionali, analisi di fase interessanti foriere di possibili pratiche politiche strategiche.
La rottura teorica, a mio avviso, si orienta in tre direzioni: 1) la eliminazione della relazione verticale tra struttura ( la base produttiva) e sovrastruttura ( relazioni sociali, politiche, ideologiche, culturali, eccetera) prevalentemente a base economica (produttiva e finanziaria) sia pure intesa come rapporto sociale [ciò non inficia completamente la validità dell’affermazione di Karl Marx << Il modo di produzione della vita materiale condiziona, in generale, il processo sociale, politico e spirituale della vita. Non è la coscienza degli uomini che determina il loro essere, ma è, al contrario, il loro essere sociale che determina la loro coscienza >> (2) ]; 2) l’importanza degli agenti strategici dominanti sia delle diverse sfere sociali sia dell’insieme dei rapporti sociali della nazione nelle fasi di storia mondiale (monocentrica, multipolare, policentrica); 3) la concezione dello stato, inteso come luogo e strumento, interno non esterno alle relazioni sociali, ai rapporti sociali dove gli agenti dominanti egemoni realizzano le loro strategie di potere e di dominio sia a livello nazionale sia a livello mondiale.
All’interno di questo quadro interpretativo del conflitto strategico avanzerò alcune riflessioni sullo Stato; le suddette tre direzioni verranno, inoltre, trattate sinteticamente attraverso un caso di studio (che necessita di approfondimenti) su una impresa che era strategica per il nostro Paese: l’Ilva di Taranto.
A proposito di storia locale o casi di studio strategicamente individuati e studiati[2]), riporto dalla prefazione di Benedetto Croce al libro di Giuseppe Carlo Speziale (3) quanto segue: << Ecco un bel libro di storia, intelligente e vivo. E la vita e la chiarezza d’intelligenza gli vengono dal pensiero dell’autore, che tutte le vicende di Taranto, anche quelle edilizie, narra e lumeggia in relazione con l’ufficio militare e assegnato alla città dalla situazione geografica e dallo svolgimento della politica nel Mediterraneo. Si prova di frequente una sorta di diffidenza verso i libri che si chiamano di storia locale o municipale, giudicandoli di scarso o nullo interesse a causa dell’angusto campo in cui si aggirano. Senonchè non meno scarsi o privi di interesse riescono tanti volumi di storia nazionale o universale, quantunque si spazino in amplissime distese; e ciò mostra che il difetto non è già, né potrebbe essere, nella materia storica, sì invece soltanto nel modo incoerente e superficiale onde, in quei casi, è stata considerata […] appunto perché […] non è stata riportata e ricongiunta ai complessi storici a cui appartiene >> [ pp. 7-8].
Il problema diventa la priorità strategica di storia locale o casi di studio che si dà all’interno di una riflessione teorica che di volta in volta si affronta. Il mio caso di studio iniziale sull’Ilva di Taranto si inquadra nella logica del paradigma del conflitto strategico di Gianfranco La Grassa che permette di analizzare, sia nella teoria, sia nella pratica sia nella pratica politica, una situazione concreta della realtà per possibili azioni di pratiche politiche[3].

1. Cosa non sarà

Avverto subito che non sarà una ri-costruzione storica sulla nascita dello stato dalle origini fino ad oggi sia in occidente sia in oriente, cioè, una narrazione che inizia dallo Stato di Dio di Agostino il cui fondatore e sovrano è Cristo (4) allo Stato del conflitto strategico i cui fondatori e sovrani provvisori e dinamici sono gli agenti strategici dominanti (5). Né sarà una analisi sui diversi stati dei diversi capitalismi [per esempio, lo stato cinese[4] è differente da quello statunitense; nel primo ha inciso molto il peso che ha avuto la fase matriarcale e Mao Tsetung ne era molto consapevole più di Karl Marx, di Friedrich Engels e di Vladimir Il’ič Ul’janov (Lenin) (6); nel secondo ha inciso molto la peculiare forma di costituzione della nazione fondata sull’influenza della civiltà spagnola, francese, olandese e inglese (7) ]. Né sarà una analisi delle diverse concezioni dello stato nelle diverse teorie e dottrine che caratterizzano la “conoscenza” della società data [lo stato giuridico, le teorie contrattualistiche, le teorie costituzionaliste, eccetera per non parlare della concezione dello stato liberale, keynesiano e marxista]. Tutto ciò è tenuto sullo sfondo del ragionamento con la consapevolezza che occorre un lavoro immane di ri-pensamento e ri-costruzione critica che può essere svolto solo da un gruppo multidisciplinare.

2. Allora perché lo stato.

Le questioni da affrontare sono molte:
1. dalla conoscenza dei luoghi di potere e dominio allo svelamento dell’interesse generale e di un astratto luogo di potere della classe dominante;
2. dai luoghi del blocco politico e sociale dominante in costante disequilibrio agli strumenti del dominio nelle fasi unipolare, multipolare e policentrica;
 dalla costituzione del blocco politico e sociale degli agenti strategici pre e sub-dominanti come sintesi degli agenti strategici dominanti nelle diverse sfere sociali con relativo ruolo delle sfere egemoni ( fasci di luce che illuminano) alle relazioni interstatali tra le aree mondiali con i loro diversi ordinamenti statali;
1. dalle relazioni geo-politiche, geo-economiche, geo-territoriali al ruolo delle potenze mondiali con le aree di influenza (regioni, poli).
Mi interessa, però, discutere della problematica della sovranità perché in questa fase di multipolarismo da mobilità oscillante è strategicamente prioritaria.

3. Chi è lo Stato

Leggo lo Stato ( va da sé che faccio riferimento a quello italiano come modello), con le sue strutture di funzionamento ( parlamento, governo, pubblica amministrazione, organi ausiliari, magistratura) e le sue articolazioni territoriali istituzionali ( enti locali, enti intermedi, eccetera- le casematte gramsciane[5]-), come luogo e strumento di potere e di dominio per la realizzazione degli obiettivi degli agenti strategici dominanti nel conflitto strategico per l’egemonia nella società storicamente data.

4. Potere e dominio

Il potere vero quello che produce dominio è sempre ben nascosto[6]. Tant’è che lo respiriamo e non ce ne accorgiamo. Gli strumenti statali, con le loro articolazioni territoriali, diventano sempre più macchine complesse per gestire e organizzare il dominio dell’intera società. Il dominio per realizzarsi ha bisogno di emergere attraverso processi istituzionali e produrre ordine simbolico della società data: è un processo di lunga durata [vedasi i vari modelli egemonici mondiali espressi dalle potenze predominanti nelle diverse fasi della storia mondiale (8)]. A questo proposito diventa fondamentale capire quali sono gli agenti strategici dominanti. Mi permetto una digressione: non faccio distinzione tra agenti strategici dominanti nella sfera privata e quelli nella sfera pubblica, tra quelli che delinquono legalmente[7] e quelli che delinquono illegalmente[8] (9), perché l’intreccio è tale che non ha senso la distinzione. Esempi calzanti sono: il ruolo della Confindustria nella filiera del potere-dominio privato-pubblico; le funzioni degli enti locali nel programmare e gestire il potere-dominio; il ruolo della criminalità organizzata come soggetto politico (10): in quest’ultimo esempio per sottolineare la qualità del denaro come espressione e mezzo di rapporto di potere mi piace ricordare quanto detto dall’imperatore Vespasiano al figlio Tito che lo svergognava perché aveva messo una tassa persino sugli orinatoi, mise sotto il naso il primo denaro ricavato, chiedendogli se l’odore gli dava fastidio; e dopo che questi gli ebbe risposto di no, soggiunse Eppure viene dall’orina! (10*). Dicevo degli agenti strategici dominanti che producono dominio[9], attraverso il potere nelle diverse sfere sociali soprattutto quelle dominanti a seconda delle fasi storiche (monocentrica, multipolare e policentrica), sull’intera società. I gruppi di interessi particolari nazionali o mondiali producono potere non dominio. Il dominio delle potenze mondiali non viene certamente prodotto dai gruppi di potere.

5. Società, nazione, popolo, stato

La società storicamente data è la nazione con le sue specificità e peculiarità storiche, culturali, sociali, territoriali, economiche e politiche. Anche se mi rendo conto che vi è l’esigenza di ri-cercare un nuovo concetto in grado di racchiudere meglio l’idea di nazione ( per es. Paese) tenendo presente la interconnessione dei concetti ( la teoria) e del vissuto ( la pratica) nel tempo e nello spazio (11).
Intendo per nazione un popolo, una comunità ( un insieme di persone sessuate, di gruppi sociali sessuati) che vivono su un determinato territorio storicamente delimitato[10]. In essa si creano le istituzioni, le regole e gli strumenti di produzione e controllo delle stesse che chiamiamo Stato con le sue articolazioni territoriali. Non mi interessa adesso discutere chi produce e fa le regole[11] e l’influenza dei modelli sociali egemoni dei pre-dominanti mondiali (per esempio l’americanizzazione della vita italiana ed europea[12]). Mi interessa capire come si produce autonomia nazionale avendo sullo sfondo (non tanto, per adesso) le relazioni mondiali in fase di multipolarità per il configurarsi di stato-potenze in grado di mettere in discussione l’egemonia mondiale degli USA che sta perdendo la funzione di centro di coordinamento mondiale. Non solo, ma, mi interessa capire come si rapporta l’autonomia nazionale all’Europa, che è diventata, diciamo dalla seconda guerra mondiale, una espressione geografica degli USA (estendo all’intera Europa la definizione che il cancelliere di stato austriaco Klemens von Metternich diede dell’Italia). Altro che ruolo determinante tra occidente ed oriente e svolta politica verso quegli stati-potenze che lottano per una visione multipolare delle relazioni mondiali, come la Russia e la Cina! Inoltre, non discuterei, per ora, degli agenti strategici dominanti e sub-dominanti che danno le carte dei rapporti sociali; mi interessa, piuttosto, porre la seguente domanda: gli strumenti istituzionali, i luoghi istituzionali che sono fatti di violenza e consenso, che attraversano tutte le sfere della società e sono interni non esterni ai rapporti sociali, come vengono agiti, modificati, modellati per il controllo e la gestione del potere e del dominio[13] ?. Gli agenti strategici dominanti, storicamente dati, si sono costruiti questi strumenti di potere e di dominio per la loro egemonia interna (agenti pre-dominanti e sub-dominanti) ed esterna (le grandi Potenze) e sono stati così acuti da costruirsi anche istituzioni di coordinamento dei poteri per imporre e gestire la propria egemonia (i greci e i romani in questo sono stati maestri). Coordinamento non significa separazione dei poteri che è una illusione storica come ha dimostrato Louis Althusser rileggendo Montesquieu attraverso Charles Eisenmann (teorico del diritto) << …in realtà Montesquieu non aveva parlato affatto di separazione, bensì di combinazione, di fusione e di collegamento dei poteri…>> (12).

6. Potere di parte e dominio dell’insieme

Uso il termine potere per intendere una forma di rapporti di forza finalizzato all’accrescere delle proprie capacità di incidere nella società ed è limitata ai gruppi sociali che dispongono dei mezzi di produzione e di flussi finanziari (sfera economica produttiva-finanziaria), di strumenti politici ( sfera politica), di sistemi culturali e ideologici ( sfera culturale), eccetera.[ per esempio gli agenti strategici dominanti o sub-dominanti nelle singole sfere sociali[14], le èlites di potere (13) ].
Utilizzo il termine dominio per delineare una egemonia sociale (nell’accezione gramsciana, cioè consenso e coercizione) da parte degli agenti strategici dominanti o sub-dominanti costituitosi in blocco sociale come supremazia sugli agenti strategici delle diverse sfere sociali.
La filiera del potere è diversa nelle singole sfere sociali e il dominio dell’insieme sociale di una nazione è diverso, è altro dal potere delle sfere sociali.
Gli agenti dominanti egemoni (blocco sociale), una sorta di coordinamento dell’equilibrio dinamico[15] tra i diversi agenti strategici delle differenti sfere sociali, realizzano, nelle diverse articolazioni e nei diversi luoghi istituzionali dello Stato, velano le loro strategie con l’illusione dell’interesse del popolo o dell’interesse generale[16] costruendo ordine simbolico sociale.

7. Volontà di potenza

Ipotizzo che il motore del conflitto strategico sia dato dalla “volontà di potenza”, dalla relazione di potere e di dominio che trova la sua essenza primaria nella relazione tra i sessi. In particolare, dalla forma violenta della oppressione maschile su quella femminile (egregie sono le sintesi storiche di questa fase di passaggio sia nella letteratura maschile sia in quella femminile; un esempio per tutti: l’urbanista e sociologo statunitense Lewis Mumford (14) e l’archeologa inglese Margaret Ehrenberg (15).
La volontà di potenza[17] esprime la necessità del potere e del dominio (lunga è la filiera di costruzione di tale concetto da Tucidide a Macchiavelli, da Platone a Hobbes, da Shakespeare a Balzac, eccetera). Tutte le relazioni sociali storicamente date (dalle micro – la famiglia-, alle macro – lo Stato) esprimono questa volontà di potenza. Nei momenti di transizione, di passaggio da un’epoca ad un’altra, da un ordine ad un altro, è stata sempre usata violenza inaudita per la conquista del dominio. Perché? E perché, nonostante queste forme di violenza, c’è un qualcosa che salvaguarda il genere umano sessuato (non sto facendo una riflessione naturalistica, di conservazione, eccetera)?

8. Volontà di armonia

La mia ipotesi è che il pensiero deve ri-partire dalla prima forma di Stato, originatosi con la violenza, nel passaggio dalla fase matriarcale a quella patriarcale[18]; organizzazione statale che né Karl Marx né Friedrich Engels colgono quando collocano l’origine dello Stato nella necessità di proteggere la proprietà privata. E’ questo atto di violenza che ha avuto bisogno di una forma organizzata statale per esercitarsi, che ha permesso il passaggio da un fase egemonizzata dalla “volontà di armonia” (intesa come tensione e condivisione di relazioni e rapporti sociali) ad una dove domina la “volontà di potenza”. E’ nella “volontà di armonia” che va cercata la non “volontà di potenza”.
Storicamente l’uso della forza non sempre è stato il motore della storia. Vi è stato un periodo storico (sostanzialmente il neolitico) dove la prevalenza del pensiero femminile non solo è stato determinante per lo sviluppo dell’umanità ma ha segnato nel profondo l’umanità stessa senza la necessità prevalente della forza. Su questi temi sia Karl Marx sia Friedrich Engels (soprattutto) erano molto sensibili. Poi, il perché Karl Marx (soprattutto) approfondì lo studio delle relazioni sociali della produzione e non anche quello delle relazioni sociali della riproduzione (insieme sono i fattori determinanti del processo di trasformazione umana storicamente intesa) è tutta un’altra questione che interessa, a mio avviso, anche la nascente teoria del conflitto della razionalità strategica (16). Perché Karl Marx ha privilegiato l’aspetto della produzione (sia pure come rapporto sociale)? Perché grandi studiosi, acuti e intelligenti come Karl Marx ed Friedrich Engels non colgono l’aspetto della riproduzione sociale complessiva dove per forza si sarebbero imbattuti nell’altro soggetto della storia, la donna? Sfugge loro anche l’aspetto che la donna è creatrice di quell’individuo sessuato che diventa la merce per eccellenza, fondamentale per lo sviluppo della società a modo di produzione capitalistico, cioè la forza-lavoro? Perché, parafrasando il titolo di uno degli ultimi libri di Gianfranco La Grassa, non bastano centocinquant’anni per uscire da Karl Marx con Karl Marx? Svilupperò in un altro momento questa fondante questione, per il momento mi basta segnalarla.

9. Sovranità

Con la fine della seconda guerra mondiale l’Italia, insieme all’Europa intesa come sommatoria di Stati (17), perde la propria sovranità a favore della potenza egemone dell’Occidente, cioè gli USA usciti vincitori dalla guerra e sostituitisi all’egemonia mondiale inglese (18).
La sovranità perduta, una sorta di servitù volontaria a favore delle strategie dominanti degli USA che aspiravano a diventare potenza egemonica a livello mondiale (aspirazione avvenuta con l’implosione dell’ex URSS e per nostra fortuna durata più o meno un decennio), si materializza attraverso quel processo di lungo periodo che va sotto il nome di americanizzazione e che già Antonio Gramsci aveva visto nel suo “Americanismo e Fordismo”[19] (19).
Questa penetrazione del modello e della visione della società degli agenti strategici dominanti statunitensi viene esportata in tutto il mondo con strumenti di egemonia (politica, culturale, ideologica) con la creazione di agenzie di governance mondiale (Onu, Fondo monetario internazionale, Banca mondiale, eccetera) e con la coercizione per mezzo di strumenti militari (Nato, Servizi Segreti, eccetera).
Una sovranità perduta che va inquadrata nelle diverse fasi della storia mondiale (monocentrica, multipolare, policentrica) e assume aspetti diversi a seconda delle strategie di fase della potenza egemone prima nel mondo Occidentale, poi a livello mondiale con un ruolo di coordinamento, infine nell’attuale fase multipolare avviata, dove nuove nazioni- potenze mettono in discussione questa sua egemonia. Una sovranità perduta limitata nella fase monocentrica accompagnata da una fase di sviluppo e di espansione del modello di società americana che coinvolge le nazioni europee apportando crescita e sviluppo (penso, per esempio, al Piano Marshall).
Una sovranità perduta ampiamente nella attuale fase multipolare dove la strategia del caos[20] degli USA è indirizzata a bloccare il consolidarsi di nuove potenze (Russia e Cina)[21], a ritardare il proprio declino e a rilanciare nuove sfide per riaffermare l’egemonia su basi nuove.
Parafrasando Carl Schmitt (20) si può sostenere che con l’inizio della fase multipolare è giunto al culmine anche l’ammirazione e l’emulazione del modello statunitense.
Voglio dire che abbiamo strategie diverse di dominio nelle diverse fasi storiche mondiali : monocentrica, dove prevale un dominio basato sul consenso e sulla “democrazia” ( rispetto formale della Costituzione); multipolare, dove prevale un dominio basato su una forte riduzione della democrazia e si preparano nuove forme di istituzioni per l’accentramento del potere-dominio ( modifica della Costituzione); policentrica, dove prevale la forza del dominio con annullamento della democrazia attraverso varie fasi di eccezione (annullamento della Costituzione).
Le fasi multipolare e policentrica comportano una prevalenza delle sfere politica, istituzionale e militare nella direzione di un accentramento istituzionale del potere.

10. Caso di studio: Ilva di Taranto[22]

Voglio parlare brevemente della servitù volontaria italiana nell’attuale fase multipolare attraverso un caso di studio emblematico che racchiude in sé tutti gli aspetti a) subordinazione alle strategie USA, b) americanizzazione del territorio alle esigenze strategiche USA nel Mediterraneo e nel vicino Medio Oriente, c) funzione dei sub-dominanti italiani che attraverso i luoghi e le articolazioni istituzionali territoriali creano una filiera di comando in funzione dei pre-dominanti USA.
Il caso di studio è quello dell’Ilva di Taranto.

11. Un Paese subordinato alle strategie USA

La città di Taranto è diventata una città importante per la strategia USA-NATO[23]. Una città NATO. Gli agenti dominanti USA hanno bisogno della piena disponibilità del porto di Taranto, con i suoi Mar Piccolo e Mar Grande, per le loro infrastrutture militari strategiche (sommergibili nucleari, armi, sistemi di sorveglianza)[24]. E’ da un decennio (il tempo non è da leggere in maniera lineare e deterministico) che stanno lavorando a questa trasformazione che si innerva con quelle trasformazioni messe in atto in altre basi militari USA-NATO (soprattutto nelle città Nato-Usa in Italia: Napoli, Sigonella, Niscemi, Vicenza, altre) e alla trasformazione del ruolo della NATO.
Nel porto di Taranto è localizzata, dalla prima metà degli anni sessanta del secolo scorso, l’Ilva che è evidentemente incompatibile con la strategia della trasformazione delle basi NATO.
Noto una certa analogia, da prendere con cautela e calarla storicamente, con la storia industriale della più grande acciaieria di Napoli, l’Ilva di Bagnoli. Anche qui gli obiettivi erano le esigenze strategiche e territoriali della base NATO della città di Napoli (quartier generale della NATO, sede di vari comandi di unità di servizi USA, grande centro per le telecomunicazioni del Mediterraneo dell’US Navy che coordina tutta l’attività di comunicazione, comando e controllo del Mediterraneo, eccetera). In quegli anni si svolgevano fatti di importanza mondiale per il nuovo equilibrio che si andava configurando con la caduta del muro di Berlino e con la successiva implosione dell’ex URSS. Si aprivano nuovi scenari per gli USA come possibilità di un unico centro di coordinamento mondiale e un nuovo ruolo della NATO. La chiusura dell’Ilva di Napoli per le esigenze territoriali della base del quartiere generale della NATO non poteva essere detta. Tutto fu velato dietro un fumoso progetto per il risanamento e il rilancio dello sviluppo della città di Napoli che passava attraverso il conflitto tra i settori economici (industriale, edilizio, turistico) : il progetto Fiat-Partecipazioni Statali degli anni ’80, l’idea della NeoNapoli di Paolo Cirino Pomicino, la fase di Tangentopoli, le lotte di blocchi di potere per i finanziamenti della bonifica di Bagnoli, non realizzata ( dal 2003 sono stati presentati ben 6 progetti di bonifica[25]), gli indirizzi per la pianificazione urbanistica ( impianti di eccellenza per il turismo legato al sistema congressuale alberghiero, grande parco pubblico, rete di attività produttive connesse con la ricerca scientifica, eccetera).
L’Ilva di Bagnoli, una impresa in piena salute, fu chiusa e venduta ai cinesi.
Un sindaco, Antonio Bassolino, e un urbanista, Vezio De Lucia (i nomi sono l’espressione di gruppi di potere in riferimento agli agenti sub-dominanti), gestirono la fase di velamento culturale e ideologico della grande trasformazione della città di Napoli.
Anche qui occorse un decennio per preparare la trasformazione.

12. L’americanizzazione del territorio[26]

Qui torna utile una digressione che aiuta ad inquadrare meglio i processi che portano alla trasformazione da polo siderurgico a polo strategico della NATO. Non nascondo che faccio fatica ad immaginare una Europa che si autodetermina avendo sul suo territorio una miriade di basi militari NATO e NATO-USA (la Germania ne ha 70, l’Italia ne ha 111; sono dati da aggiornare ed escludono quelle che non si sanno)[27]. E’ fuori dubbio che gli USA sono egemoni nella NATO non fosse altro perchè è la potenza mondiale che spende in armamenti più della metà degli interi Stati mondiali (900 miliardi di dollari annui). Gli USA hanno chiesto e ottenuto un aumento della << […] spesa militare dei Paesi europei che fanno parte della Nato [e] aumenterà quest’anno per la prima volta dopo quasi un decennio. Non sono stati diffusi dati ufficiali ma è certo – come ha affermato il segretario generale dell’Alleanza Atlantica Jens Stoltenberg – che le tensioni, non solo economiche, con la Russia di Vladimir Putin e la crisi dei migranti stanno facendo aumentare i problemi di sicurezza in tutto il continente. «Le previsioni per il 2016, sulla base dei dati preliminari che ci hanno fornito le Nazioni alleate, mostrano che ci sarà per la prima volta, dopo molti, molti anni, un incremento delle spese tra i Paesi europei», ha detto Stoltenberg in un’intervista al Financial Times. Una svolta ancora più significativa in vista del vertice che si terrà a luglio in Polonia per decidere i movimenti delle truppe Nato ai confini con la Russia […] Nel 2015 gli alleati europei nella Nato hanno speso per la difesa 253 miliardi di dollari contro i 618 miliardi spesi dagli Stati Uniti. Per rispettare l’accordo che prevede una spesa minima pari al 2% del Pil, i Paesi europei dovrebbero aumentare di 100 miliardi il loro budget militare annuale. Il loro contributo attuale si ferma infatti all’1,43% del prodotto interno lordo >> (21).
Così come è fuori dubbio che le strategie americane di politica estera, che ricalcano il vecchio retaggio da guerra fredda che impone supremazia militare ed economica e strategie regionali tese a proteggere incondizionatamente i Paesi alleati, porteranno, mano mano che avanzerà la fase multipolare, ad una militarizzazione delle città[28] e dei territori europei che esprime capacità militare, capacità di sicurezza e di controllo, capacità economica in funzione prevalentemente anti Russia. Non è un caso che la NATO non fu abolita una volta imploso il vecchio nemico “comunista”, ma fu rifondata probabilmente per meglio prepararsi ad un cambio di politica estera fondata sugli USA come unica potenza mondiale egemone: la nazione “eccezionale” universale. Oggi, per fortuna mondiale, non è così. La fase multipolare si va delineando e le strategie di politica estera americane fanno fatica a confrontarsi con le nascenti potenze mondiali (soprattutto Russia e Cina).
Ho già trattato la infrastrutturazione del territorio europeo in funzione della Nato[29] e le città NATO ( negli scritti summenzionati). Voglio qui aggiungere una riflessione che riguarda la nuova polizia continentale con ampi poteri, l’Eurogendfor, istituita con il Trattato di Velsen (Olanda) e approvata all’unanimità dalla Camera e dal Senato all’assemblea di Montecitorio del 14 maggio 2010 (legge n.84 il “Trattato di Velsen”). Per indicare i caratteri principali del Trattato di Velsen riporterò i seguenti passi dell’articolo di Matteo Luca Andriola:<< […] la Forza di gendarmeria europea (European Gendarmerie Force), conosciuta come Eurogendfor o Egf, che viene ora a proporsi come il primo corpo poliziesco-militare dell’Unione Europea, a cui partecipano cinque nazioni, cioè l’Italia, la Francia, l’Olanda, la Spagna e il Portogallo ai quali, in seguito, si è pure aggiunta la Romania, un’istituzione, quindi, con valenza sovranazionale.[…] Fra il 2006 e il 2007 il processo di genesi dell’Eurogendfor fa passi da gigante: il 23 gennaio 2006 viene inaugurato il quartier generale a Vicenza, la stessa città dove ha sede il Camp Ederle delle truppe Usa, divenendo operativa a tutti gli effetti, mentre il 18 ottobre 2007 viene firmato il trattato di Velsen, sempre in Olanda […]All’art. 3 si legge che «la forza di polizia multinazionale a statuto militare composta dal Quartier Generale permanente multinazionale, modulare e proiettabile con sede a Vicenza (Italia). Il ruolo e la struttura del QG permanente, nonché il suo coinvolgimento nelle operazioni saranno approvati dal CIMIN – ovvero – l’Alto Comitato Interministeriale. Costituisce l’organo decisionale che governa EUROGENDFOR». Questa nuova “super-polizia” è, recita l’art. 1 del Trattato, «una Forza di Gendarmeria Europea operativa, pre-organizzata, forte e spiegabile in tempi rapidi al fine di eseguire tutti i compiti di polizia nell’ambito delle operazioni di gestione delle crisi», al servizio, non tanto dei cittadini dell’Ue o degli Stati firmatari del Trattato (le “Parti”), ma, sostiene l’art. 5, sarà «messa a disposizione dell’Unione Europea (UE), delle Nazioni Unite (ONU), dell’Organizzazione per la Sicurezza e la Cooperazione in Europa (OSCE), dell’Organizzazione del Trattato del Nord Atlantico (NATO) e di altre organizzazioni internazionali o coalizioni specifiche». Quindi un’Arma che può essere a disposizione degli Stati Uniti, dato che la Nato è, a tutt’oggi, il braccio armato di Washington in Occidente […] Colpisce, inoltre, il fatto che l’European gendarmerie force goda di una completa immunità internazionale. L’art. 4, recita che l’«EGF potrà essere utilizzato al fine di: condurre missioni di sicurezza e ordine pubblico; monitorare, svolgere consulenza, guidare e supervisionare le forze di polizia locali nello svolgimento delle loro ordinarie mansioni, ivi comprese l’attività di indagine penale; assolvere a compiti di sorveglianza pubblica, gestione del traffico, controllo delle frontiere e attività generale d’intelligence; svolgere attività investigativa in campo penale, individuare i reati, rintracciare i colpevoli e tradurli davanti alle autorità giudiziarie competenti; proteggere le persone e i beni e mantenere l’ordine in caso di disordini pubblici; formare gli operatori di polizia secondo gli standard internazionali: formare gli istruttori, in particolare attraverso programmi di cooperazione»[…] A quali casi si fa riferimento nel trattato di Velsen? A quelli inquadrati «nel quadro della dichiarazione di Petersberg». Cioè? A Petersberg, nei pressi di Bonn, si riunì il 9 giugno 1992 il Consiglio ministeriale della Ue che approvò una Dichiarazione che individuava una serie di compiti precedentemente attribuiti all’Ueo da assegnare all’Unione europea, cioè le cosiddette «missioni di Petersberg», cioè le “missioni umanitarie” o di evacuazione, missioni intese cioè al mantenimento dell’ordine pubblico, nonché operazioni costituite da forze di combattimento per la gestione di crisi, ivi comprese operazioni di ripristino della pace. Ergo, oltre all’intervento in caso di catastrofe naturale, l’Eurogendfor può intervenire per sedare delle manifestazioni in assetto da «forze di combattimento» >> (22).
Questa nuova istituzione europea di polizia continentale, che fa capo alla NATO, di controllo e sicurezza territoriale, con sede in una città NATO simbolo come Vicenza, trova comprensione in tre direzioni da approfondire: 1. Il ruolo della NATO che non è un ruolo direttamente militare (viene sempre più velato) ma economico, di sviluppo di territori, di sicurezza, di controllo, di penetrazione e di ampliamento di territori in funzione di contrasto delle potenze mondiali emergenti, soprattutto la Russia; 2. La perdita della peculiarità territoriale (di città e di territori) europea trova nel modello sociale e territoriale egemonico americano, direttamente e indirettamente tramite l’egemonia nelle istituzioni internazionali, una delle cause fondamentali del suo declino e della sua specificità storica:<< L’Europa si formò con l’emigrazione, l’America con la conquista. Per usare il linguaggio dei geologi, diremo che quella procede da alluvione e questa da azione vulcanica. E’ questo un primo tratto che differenzia la vita europea dall’americana. Eccone un altro: la civiltà dell’America fu un’opera di governo, un’impresa di Stato, un grande atto amministrativo; quella dell’Europa un’opera anonima, popolare, senza azione legislativa […] Ogni civiltà ha un’opera genuina che è la città. La città è la sintesi di una civiltà, il gesto o il ritmo che traduce la sua anima. Atene è la Grecia, come Roma è l’Impero, Firenze è il Rinascimento, Siviglia è l’anima spagnuola (New York è la modernità:” tutto ciò che è di solido, si dissolve nell’aria”, mia aggiunta) >> (23); 3.La politica di coesione e la cooperazione territoriale europea è funzionale alla strategia americana per aprire varchi ad Est risucchiando sempre più territori dalla sfera di influenza Russa ( ultimo caso: l’Ucraina).
Un esempio: si dice che << Una pluralità di questioni è associata alla coesione territoriale: il coordinamento delle politiche in regioni estese come quella del Mar Baltico, il miglioramento delle condizioni lungo le frontiere esterne orientali, la promozione di città sostenibili e competitive a livello mondiale, la lotta all’emarginazione sociale in alcune parti di regioni più ampie e nei quartieri urbani sfavoriti, il miglioramento dell’accesso all’istruzione, all’assistenza sanitaria e all’energia in regioni remote e le difficoltà di alcune regioni che presentano determinate caratteristiche geografiche.[…] Il modello di insediamento europeo è unico. In Europa sono sparse circa 5 000 città piccole e quasi 1 000 città grandi, che fungono da centri di attività economica, sociale e culturale. In questa rete urbana relativamente densa le città molto grandi sono però poche. Nell’UE solo il 7% delle persone abita in città con oltre 5 milioni di abitanti, rispetto al 25% negli USA, e solo 5 città europee sono annoverate fra le 100 più grandi città del mondo. Questo modello di insediamento contribuisce alla qualità della vita nell’UE, sia per gli abitanti delle città, che sono vicini alle zone rurali, sia per i residenti delle zone rurali, che beneficiano della prossimità dei servizi. È inoltre un modello più efficiente dal punto di vista dell’utilizzo delle risorse in quanto evita le diseconomie dei grandi agglomerati e l’elevato uso di energia e di terre che caratterizzano l’espansione urbana; tali diseconomie assumeranno dimensioni ancora più preoccupanti con il progredire dei cambiamenti climatici e l’adozione di misure per adeguarvisi o per contrastarli >> (24), questo modello così delineato cosa ha a che fare con il TTIP che è la distruzione delle aree rurali e la creazione di squilibri territoriali europei? Cosa ha a che fare con la realtà urbana e territoriale sempre più modellata su quella americana? (25).

13. Funzione dei sub-dominanti italiani

Il ruolo della magistratura. L’inizio della fine (che avrà i suoi tempi) dell’Ilva di Taranto è datato dall’azione della magistratura che il 26 luglio 2012 dispone il sequestro preventivo, senza facoltà d’uso, degli impianti dell’area a caldo dell’Ilva. L’azione è intrapresa per tutelare, con mezzo secolo di ritardo, i sacri principi costituzionali di tutela della salute dei lavoratori, della popolazione e del territorio. E’ logico pensare, considerato che la magistratura agisce sull’intero territorio nazionale, che tutti i poli siderurgici e petrolchimici abbiano lo stesso interessamento, se così non fosse rimarrebbe sempre la domanda in sospeso: perché l’Ilva di Taranto?
Se dovessimo tutelare i suddetti sacri principi costituzionali dovremmo chiudere qualsiasi impresa di produzione di merce, ma a questo punto non saremmo più nella società capitalistica. E non credo che la magistratura pensasse ad un’altra società. Infatti la sua azione sembra quella di difendere i sacri principi costituzionali elevandoli su un edificio sociale costruito con fondamenta di ingiustizie, di sperequazioni, di privilegi, di inganni, di ruberie, di pazzie e di guerre.
Giorgio Nebbia, che è un noto merceologo, ha scritto di recente che <<… la produzione dell’acciaio, come di qualsiasi altra merce, è accompagnata, inevitabilmente [corsivo mio], da scorie, rifiuti e nocività: la natura non dà niente gratis [lui essendo un merceologo si ferma alla natura e non pensa ai rapporti sociali che determinano la forma, lo sviluppo della produzione e l’uso della natura, mia critica] >> (26). Ha sostenuto un grande medico e scienziato, Giulio Maccacaro, che << …c’è un solo MAC [Massima Concentrazione Accettabile di una sostanza, mia precisazione] accettabile ed è quello zero…>> (27). Nella società a modo di produzione capitalistico non esiste un processo produttivo a MAC zero.
La magistratura sa che non ci sono le risorse finanziare per risanare e bonificare il territorio, ammesso e non concesso che ciò sia possibile!, e per questo dà la caccia al tesoro finanziario della famiglia Riva la quale metterà in campo, visto il potere che le deriva dal condurre un’impresa di livello mondiale ( il gruppo Riva nel 2011 è il primo nel settore in Italia, quarto in Europa e ventitreesimo nel mondo), tutte le sue relazioni economiche, politiche, finanziarie, istituzionali ( la grande impresa non è solo ciclo economico), per contrastare il sequestro delle sue risorse finanziarie.
La storia economica reale dei poli siderurgici e petrolchimici dimostra che c’è la privatizzazione dei benefici e la socializzazione delle perdite (umane, ambientali e territoriali).
Le risorse finanziarie che la magistratura intende confiscare alla famiglia Riva, tramite la capogruppo Riva Fire, sono pari a 8 miliardi e 100 milioni di euro. La somma stabilita equivale, secondo la magistratura, ad << …un indebito vantaggio economico all’Ilva ai danni della popolazione e dell’ambiente >> e sarebbero destinate agli interventi di risanamento e bonifica territoriale. Dalle risorse finanziarie da confiscare sono esclusi i costi per la bonifica di acqua e suolo ai parchi minerali, oltre al profitto necessario per continuare la produzione. E’ evidente che con queste condizioni l’impresa Ilva non è in grado di pianificare il piano industriale 2013-2018. Ed è evidente che il peso per contrattare a livello europeo, in una fase competitiva sempre più agguerrita [francesi, tedeschi e turchi stanno già beneficiando della crisi dell’ILVA], gli aiuti del piano siderurgico predisposto dalla Commissione Europea sarà pari a zero, per non parlare del ruolo, nella sostanza assente, dello Stato italiano. Ricordo che l’Ilva è stata decapitata del gruppo dirigente strategico e tecnico.
A Napoli fu la sfera economica, intrecciata alla sfera ideologica, la teste di ariete per la base NATO, a Taranto è la sfera della magistratura, innervata alla sfera ideologica, ad essere la testa di ariete della NATO.

Il ruolo del governo. L’Ilva, è utile ricordarlo, è una impresa di livello mondiale, con il più grande impianto siderurgico d’Europa, che produce acciaio, una merce base dell’economia italiana e mondiale. E’ un’impresa strategica per l’economia italiana. Ha una occupazione diretta di circa 12 mila lavoratori, a cui deve aggiungersi un indotto strettamente collegato sul piano verticale che porta l’occupazione diretta a oltre 15 mila unità. A questo dato devono sommarsi 9.200 unità legate all’indotto, per un totale complessivo di occupazione pari a oltre 24 mila occupati.
L’intervento del governo si concentra in tre direzioni: a) l’esproprio di una grande impresa (con la beffa del richiamo agli articoli 32, 41 e 43 della Costituzione, mai vista nella storia dell’industria italiana); b) la bonifica dell’ambiente, la tutela della salute e la salvaguardia del territorio; c) l’applicazione dell’ AIA (Autorizzazione Integrata Ambientale) al processo produttivo dell’Ilva, anticipata e integrata con le migliori tecnologie disponibili da impiegare nel settore della siderurgia a livello europeo per assicurare la protezione dell’ambiente e la protezione della salute così come da decisione della Commissione Europea 2012/135/UE ( la Commissione Europea dà tempo fino 2016 per uniformarsi)[30].
La domanda viene spontanea: perché anticipare di tre anni il recepimento della suddetta decisione della Commissione UE creando uno squilibrio nel mercato della concorrenza tra le imprese del settore siderurgico (scusate il linguaggio neoclassico)? E il recepimento della suddetta decisione della Commissione Europea nell’AIA non significa non rendere competitiva l’Ilva e avviarla alla chiusura? E’ questo il modo di difendere un’industria strategica da parte del governo italiano?
Andiamo avanti nel ragionamento.
Tutto questo, ovviamente, avverrà di pari passo con la elaborazione del piano industriale per il rilancio dell’Ilva e del piano ambientale per la tutela del territorio (città, mare e territorio rurale) e della salute dei lavoratori e della popolazione.
Così ragiona il ministro dello sviluppo economico Flavio Zanonato: << Il costo di un’eventuale chiusura dell’impianto avrebbe conseguenze negative gravi sul piano economico e, comunque, determinerebbe il consolidamento di una situazione che, secondo i magistrati di Taranto, è da considerarsi di disastro ambientale. L’impatto economico negativo è stato valutato attorno ad oltre 8 miliardi di euro annui, imputabili per circa 6 miliardi alla crescita delle importazioni, per 1,2 miliardi al sostegno al reddito ed ai minori introiti per l’amministrazione pubblica e per circa 500 milioni in termini di minore capacità di spesa per il territorio direttamente interessato. In una fase di calo globale del mercato, è evidente che l’eventuale uscita dello stabilimento di Taranto sarebbe guardata con estrema soddisfazione dai maggiori competitor europei e mondiali, che vedrebbero aumentare le proprie prospettive di mercato a tutto danno del sistema produttivo italiano. Anche un’eventuale vendita ad operatori internazionali esporrebbe il nostro Paese al rischio di un forte impoverimento della capacità tecnologica e di innovazione. L’importanza strategica di questo complesso industriale non può, però, far venir meno gli obblighi di tutela ambientale da cui dipende la qualità della vita dei cittadini di Taranto. La crescita economica e la salvaguardia della salute non sono, in particolare in questo caso, due diritti contrapposti e la prima non si può certo perseguire facendo soccombere la seconda [corsivo mio]. Il Governo, quindi, tende ad adottare tutte le azioni utili a tutelare l’ambiente e la vivibilità della città di Taranto nella consapevolezza che un’interruzione della produzione peggiorerebbe ulteriormente la situazione rendendo impossibile la bonifica dei siti inquinati. La sopravvivenza dello stabilimento è, oggi, dunque, legata alla capacità dell’azienda di mettere in atto gli investimenti necessari a rendere compatibile l’impianto con le norme ambientali e di sicurezza sulla salute dei cittadini [ corsivo mio]>> (28).
La priorità del governo nella questione Ilva è tutta incentrata sulla questione ambientale, sulla tutela della salute e sul risanamento della città. Basta avere la pazienza di leggere i dibattiti parlamentari, gli atti delle Commissioni Parlamentari (VIII e X), i decreti legge, i disegni di legge di conversione dei decreti, per rendersene conto direttamente. Anche il Vice presidente della Commissione Europea, Antonio Tajani, privilegia l’aspetto ambientale della questione Ilva anche perché nel piano siderurgico dell’Unione Europea, che illustra uno scenario di grande crisi, non c’è spazio per una grande impresa come l’Ilva, tra l’altro impossibilitata ad agire perchè in fase di esproprio temporaneo, e le condizioni di rilancio del settore siderurgico previste nel suddetto piano necessitano di una forte presenza dello Stato che abbia un minimo di strategia di politica economica sovrana e che sappia difendere le sue industrie strategiche e, in una logica di sviluppo economico, sappia ridurre i costi eccessivi dell’energia che <<… pesa fino al 40% sui costi di produzione di un impianto siderurgico, per cui il settore risente fortemente del trend dei costi energetici che, in Europa, sono tra i più alti al mondo >> e rilanciare i due settori di maggior consumo di acciaio (le costruzioni e la produzione di auto) così come fanno la Germania e la Francia (29).
L’Unione Europea sta indagando sull’Ilva di Taranto e vuole sapere dal Governo italiano, dalla regione Puglia e dall’Arpa/Puglia, come si sta combattendo l’inquinamento, come si gestiscono le discariche, i rifiuti e le acque reflue. Chiede inoltre di sapere se sono stati violati il diritto alla vita e il rispetto della vita privata e familiare (articolo 2 e 7 della Carta dei diritti fondamentali della UE)[31].
Il governo italiano sta chiudendo tutte le imprese strategiche appartenenti ai settori innovativi (inutile fare l’elenco); è in forte crisi anche il tanto lodato e non strategico made in Italy; la Banca d’Italia è preoccupata per la tenuta dell’intero sistema industriale (si vedano gli ultimi bollettini economici della Banca d’Italia). Stiamo in una crisi profonda di portata epocale per la quale l’80% della popolazione non vive bene.
A chi pensate che la UE taglierà la produzione, per ridurre la propria sovraccapacità, che ammonta a 80 milioni e rappresenta oltre 1/3 della produzione complessiva?
Il governo italiano, mentre chiude le sue imprese strategiche, per assecondare gli agenti strategici americani, con grandi perdite nelle relazioni geopolitiche e geoeconomiche, diventando sempre più un territorio dove << i gabinetti stranieri [sono] a decidere la sorte della nazione >> , decide per decreto (articolo 1 del decreto legge del 3 dicembre 2012 n.207) di trasformare l’Ilva in impresa strategica ed espropriarla per affidarla alla gestione pubblica per il risanamento aziendale e territoriale per poi restituirla ai proprietari. Come se i luoghi pubblici, i luoghi dell’interesse generale, i luoghi delle istituzioni ramificate territorialmente, i luoghi dello Stato, fossero luoghi dove si espleta la politica dell’interesse generale del Paese e non invece, luoghi dove i gruppi strategicamente egemonici (pre-dominati e sub-dominanti) realizzano i loro indirizzi strategici di dominio.
Non solo, ma la difesa ambientale e la salute delle popolazioni, per cui è stata espropriata l’Ilva, è ideologica ( nell’accezione negativa del termine) e strumentale da parte del governo italiano, tant’è che all’articolo 41, comma 1, del decreto legge n.69/2013[ il cosiddetto decreto del fare (sic)], si legge <<…nei casi in cui le acque di falda contaminate determinano una situazione di rischio sanitario, oltre all’eliminazione della fonte di contaminazione ove possibile ed economicamente sostenibile…>>. E’ ovvio che l’economicamente sostenibile si riferisce alle imprese. E, allora, i tanto decantati articoli 41 e 43 della Costituzione italiana si applicano soltanto all’Ilva? Se interpreto bene il citato articolo, mi ritorna di nuovo la domanda: perché L’Ilva? E i giuslavoristi, i costituzionalisti, i difensori estremi della Costituzione non hanno niente da dire sulla incostituzionalità del citato comma?
Se fosse vivente il grande storico Carlo Maria Cipolla certamente avrebbe aggiornato il suo magnifico saggio (Allegro ma non troppo) sulle leggi fondamentali della stupidità umana.
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Il ruolo dei Commissari. Per realizzare questo grande disegno di rilancio dell’Ilva e di risanamento ambientale e territoriale vengono nominati un Commissario Straordinario, nella persona di Enrico Bondi, già amministratore delegato dell’Ilva nominato dalla famiglia Riva, e un sub Commissario all’ambiente nella persona di Edo Ronchi ( un confusionario della generazione “sessantottopersa” nel distorto benessere capitalistico, che ha scambiato una rivoluzione di costume e di consumo per una rivoluzione sociale nell’accezione marxiana e leniniana, esperto di sviluppo sostenibile, stimato dagli ambientalisti e dai radicali di sinistra, in quota nel PD). Entrambi traghetteranno, in un continuo gioco delle parti, se le cose dette hanno un minimo di sensatezza, l’Ilva alla chiusura. Sono gli esecutori, insieme ai loro gruppi di potere, degli ordini degli agenti strategici sub dominanti italiani alla mercè dei desiderata dei predominanti USA via NATO. A ciò è servito l’applicazione del citato artico 1 del D.L. n.207/2012, altro che interesse pubblico o interesse generale o bene del Paese.
Enrico Bondi, con il suo gruppo di potere di riferimento, medierà con la proprietà una chiusura dignitosa dal punto di vista economico-finanziario.
Edo Ronchi, con il suo gruppo di potere di riferimento, lavorerà ad un grande piano di risanamento dell’ambiente, della città e del territorio rendendo << … gli stabilimenti Ilva un punto di riferimento in Europa, anticipando di tre anni le migliori tecnologie disponibili (Best Available Technologies, BAT) che saranno applicate in ambito europeo a partire dal 2016. Nella consapevolezza di una situazione di assoluta emergenza, il Governo intende tuttavia giungere alla realizzazione dello stabilimento più avanzato in Europa in termini di compatibilità ambientale…>>.
Oggi la strategia è cambiata, ma la soluzione finale resta sempre la chiusura dell’Ilva: 1. Si passa dalla fase di risanamento ambientale, di applicazione di tecnologie pulite e rilancio dell’impresa con il Commissario Enrico Bondi alla fase di mercato di Pietro Gnudi che dovrebbe vendere l’Ilva di Taranto in una situazione di grave crisi di produzione, di crisi di liquidità, di crisi ambientale, con la spada di damocle della magistratura; 2. Si svende in maniera poco chiara ai privati. Sono favoriti per tutta una serie di ragioni e di combinazioni, tra interessi di impresa, politiche energetiche e strategie mondiali dei grandi gruppi dell’acciaio ( settore che attraversa una fase di crisi), il colosso Arcelor Mittal e il gruppo Marcegaglia ( l’impostazione dei bandi, le offerte presentate, il peso dei soggetti strategici in campo confermano la mia ipotesi per la joint-venture Arcelor Mittal-Mercegaglia). Questa alleanza garantisce di fatto gli affari nel breve-medio periodo ( commessa tubi TAP e quote di produzione di acciaio ) e la chiusura dell’Ilva nel medio-lungo periodo (30).
Le due fasi ipotizzate hanno come obiettivo la chiusura dell’Ilva di Taranto che interessa sia gli equilibri dinamici dei sub-sub dominanti nazionali (flusso finanziario per risanamento ambientale, riqualificazione della città, nuova progettualità portuale, eccetera); sia dei sub-dominanti europei (eliminazione di una quota di 10 milioni/annuo di acciaio dell’Ilva pari al 25% del taglio che la UE si è dato per affrontare la crisi e la concorrenza mondiale); sia dei pre-dominanti USA ( realizzazione del polo USA-Nato per le sue strategie nel Mediterraneo e nel Medio Oriente di contrasto alle potenze mondiali emergenti soprattutto la Russia.

I luoghi istituzionali. La UE, il governo italiano, la regione Puglia e il comune di Taranto sono i luoghi istituzionali dove saranno gestite le risorse finanziarie ( derogando al Patto di stabilità) per il rilancio di uno sviluppo dell’area tarantina nei settori della bonifica ambientale, del risanamento del territorio, della rigenerazione urbana della città, della smart city, del riuso del porto ( l’Autorità Portuale vede con favore la chiusura dell’Ilva per puntare a un riuso del porto e al superamento dell’attuale crisi sul modello di quello di Rotterdam: fare di Taranto, la Rotterdam del Mediterraneo), eccetera, in stretta collaborazione con le strategie di intervento che integrano la dimensione militare e quella civile della NATO.
I sindacati, i partiti convergeranno, per gestire la fase di passaggio dal polo siderurgico al polo NATO, le loro azioni per difendere il lavoro e la dignità della popolazione con i meccanismi di difesa sociale, ridotti all’osso, del fu stato sociale.
I lavoratori e le lavoratrici si chiederanno, come Vincenzo Buonocore dell’Ilva di Bagnoli, perché l’Ilva è stata chiusa?
La popolazione di Taranto continuerà a credere che nella società capitalistica è possibile un modo di produzione rispettoso della salute, dell’ambiente e del territorio e dorme tranquilla perché sa che ha come Presidente della Repubblica un garante intransigente della Costituzione italiana.
La sfera ideologica è già al lavoro.
Non è la marxiana storia che si ripete diventando farsa, ma è la lagrassiana storia che torna in maniera diversa.

Le citazioni che ho scelto come epigrafe sono tratte da:

 Honorè de Balzac, Lettres sur Paris;
 Karl Marx, Il Capitale. Critica dell’economia politica, Einaudi, Torino, 1975, Libro primo, pp.922-923;
 Costanzo Preve, Il tempo della ricerca. Saggio sul moderno, il post-moderno e la fine della storia, Vangelista, Milano, 1993, pag.25.

NOTE

1. Gianfranco La Grassa, Sempre in coda al flusso reale, inconoscibile, www.conflittiestrategie.it, 22/12/2015; Giorgio Gaber-Romano Luporini, La realtà è un uccello, www.giorgiogaber.org, 1994.
2. Karl Marx, Per la critica dell’economia politica, Editori Riuniti, Roma, 1974, pag.5.
3. Giuseppe Carlo Speziale, Storia militare di Taranto negli ultimi cinque secoli, Laterza, Bari, 1930, pp.7-8.
4. Ernst Cassirer, Il mito dello Stato, Longanesi, Milano, 1971; Carla Maria Fabiani, a cura di, L’origine dello Stato. Un percorso da Platone a Marx, www.ilgiardinodeipensieri.eu .
5. Gianfranco La Grassa, Gli strateghi del capitale. Una teoria del conflitto oltre Marx e Lenin, Manifestolibri, Roma, 2005; Gianfranco La Grassa, Finanza e poteri, Manifestolibri, Roma, 2008.
6. Julia Kristeva, Donne cinesi, Feltrinelli, Milano, 1974.
7. Raimondo Luraghi, Gli Stati Uniti, Utet, Torino, 1974, volume sedicesimo.
8. Giovanni Arrighi, Il lungo XX secolo. Denaro, potere e l’origine del nostro tempo, il Saggiatore, Milano, 1996; Giovanni Arrighi, Caos e governo del mondo. Come cambiano le egemonie e gli equilibri planetari, Bruno Mondadori, Milano, 2003.
9. Vincenzo Ruggiero, Perché i potenti delinquono, Feltrinelli, Milano, 2015.
10. Umberto Santino, La mafia finanziaria. Accumulazione illegale del capitale e complesso finanziario industriale, www.centroimpastato.com ; Isaia Sales, Napoli e Marsiglia. Storie criminali urbane a confronto, Limes, n.4/2016, pp.47-59; Karl Marx, Il capitale. Critica dell’economia politica, Einaudi, Torino, 1975, libro primo, settima sezione, capitoli XXIII e XXIV, pp. 753-950.
10*. Svetonio, Vite dei Cesari, Rizzoli, Milano, 1982, volume secondo, pag.751.
11. Su questi temi si rimanda alla lettura critica di Ludovica Pellizzetti, Globalizzazione e spaesamento, www.micromega.net ( Filosofia-Il rasoio di Accam, 2016).
12. Louis Althusser, Montesquieu, la politica e la storia, Savelli, Roma, 1974, pag.94; si veda anche Carl Schmitt, Parlamentarismo e democrazia, Marco editore, LUNGRO di Cosenza, 1998, pp.21-49.
13. 13. Giorgio Sola, La teoria delle èlites, il Mulino, Bologna, 2000.
14. Lewis Mumford, La città nella storia, Bompiani, Milano, 1967, tre volumi.
15. Margaret Ehrenberg, La donna nella preistoria, Mondadori editore, Milano, 1992.
16. Per una buona sintesi introduttiva che parte dalla differenza dei sessi e, quindi, dalla soggettività femminile ( che include quello di classe e non viceversa), si rinvia a Cristina Carpinelli, Il processo “bloccato” di emancipazione femminile nella pratica sovietica, www.ecn.org, maggio 2005; Sheila Rowbothan, Donne, resistenza e rivoluzione. Una analisi storica per una discussione attuale, Einaudi, Torino, 1976; Carla Lonzi, Sputiamo su Hegel. La donna clitoridea e la donna vaginale, Rivolta Femminile, Milano, 1974.
17. Perry Anderson ed altri, a cura di, Storia d’Europa, Einaudi, Torino, 1993, volume primo; Ludwig Dehio, Equilibrio o egemonia. Considerazioni sopra un problema fondamentale della storia politica moderna, il Mulino, Bologna, 1988.
18. Giovanni Arrighi, Caos.., op.cit.
19. Antonio Gramsci, Quaderni dal carcere, Volume III, quaderno 22, Einaudi, Torino, 1975, pp.2139-2181.
20. Carl Scmitt, Terra e mare, Adelphi, Milano, 2006.
21. Luca Veronese, Nato, torna a crescere (dopo 10 anni) la spesa militare dei Paesi europei in il Sole 24 Ore del 31/5/2016.
22. Matteo Luca Andriola, Il trattato di Valsen e l’Eurogendfor, www.comunismoecomunita.org, 13 marzo 2014.
23. Giovanni B. Teràn, La nascita dell’America spagnuola in Leonardo Benevolo e Sergio Romano, a cura di, La città europea fuori d’Europa, Libri Scheiwiller, Credito Italiano, Verona, 1998, pag.79; Fernand Braudel, Le strutture del quotidiano. Civiltà materiale, economia e capitalismo (secoli XV-XVIII), Einaudi, Torino, 1982, volume primo.
24. Commissione della Comunità Europee, Libro Verde sulla coesione territoriale. Fare della diversità territoriale un punto di forza, www.europa.eu, 6/10/2008, pp-3-5.
25. David Harvey, Città ribelli, il Saggiatore, Milano, 2013; Mike Davis, Il pianeta degli slums, Feltrinelli, Milano, 2006; Alessandro Petti, Arcipelaghi e enclave. Architettura dell’ordinamento spaziale contemporaneo, Bruno Mondadori, Milano, 2007.
26. Giorgio Nebbia, L’acciaieria non è un salotto, www.ecologiapolitica.org, luglio 2013.
27. Giulio Maccacaro, Per una medicina da rinnovare, scritti 1966-1976, Feltrinelli, Milano, pag. 314.
28. Intervento del Ministro dello sviluppo economico alla Camera dei Deputati del 4 giugno 2013, seduta n.28, www.camera.it
29. Antonio Tajani, Piano d’Azione Acciaio, conferenza stampa, Strasburgo, giugno 2013, www.europa.eu
30. Per una verifica quantitativa (da valutare con un approccio critico), completa della grave crisi dell’Ilva di Taranto, rimando all’articolo di impronta economicistica di Paolo Bricco (storico e giornalista del “Sole-24 Ore”), Ilva, Taranto un caso paradigmatico in “il Mulino” n.1/2016 e al modello econometrico dello Svimez, commissionato dal “Sole-24 Ore”, per valutare l’impatto della vicenda Ilva sul sistema industriale del Paese: per una sintesi in Paolo Bricco, La crisi dell’Ilva è costata 10 miliardi in “Il Sole-24 Ore” del 23/05/2016.
[1] La coda di Gianfranco La Grassa o la realtà è più avanti di Giorgio Gaber o di mia nonna, Ripalta Montano, che diceva che non voleva morire perché non aveva ancora capito tante cose della vita ( significativo perché detto da una donna che aveva attraversato due guerre mondiali. Detto senza parafrasi il senso della realtà delle donne è più avanti).
[2] I casi di studi sono da individuare all’interno delle sfere sociali ( economica, politica, militare, istituzionale, eccetera) che nelle determinate fasi storiche mondiali ( monocentrica, multipolare e policentrica) assumono un ruolo determinante in relazioni alle altre sfere sociali. Cioè sono i fasci di luce che illuminano la sfera sociale complessiva.
[3] Riporto una considerazione dello storico Carlo Maria Cipolla: il punto di vista fu sempre universale, l’occhio spaziò sempre oltre i confini della parrocchia per capire meglio il fenomeno locale nel più ampio tessuto europeo e per arricchire il fenomeno generale con l’apporto dell’esperienza locale.
D’altronde l’impostazione seguita da Karl Marx nel Capitale non coniugava la delineazione teorica della logica di sviluppo del capitale con le indagini empiriche sul modo di produzione capitalistico.
[4] […] In quanto la Cina mi sembra essere la sola grande civiltà che si è sviluppata al di fuori del pensiero europeo. Al di fuori della nostra lingua, la grande lingua indoeuropea, e allo stesso tempo al di fuori della nostra storia, almeno fino a un’epoca relativamente recente, fino al XVII secolo e addirittura, di fatto, fino al XIX secolo. Il vantaggio teorico di passare per la Cina è rappresentato dal fatto che essa offre un altrove distante dai nostri punti di vista di riferimento. Se si cerca un’esteriorità della lingua, non la si potrà infatti trovare in India, visto che il sanscrito appartiene alla famiglia delle lingue indoeuropee. Allo stesso modo, se si cerca un’esteriorità nella storia, non la si potrà rintracciare nel mondo arabo o ebraico, legati da mille fili alla storia dell’Occidente. Per chi intenda uscire dal pensiero europeo, volgendosi tuttavia verso un mondo ugualmente elaborato, civilizzato, testualizzato, come il nostro in Europa, non c’è che la Cina. [ Francois Jullien, Pensare l’efficacia in Cina e in Occidente, Laterza, Roma-Bari, 2006, pp.3-4]
[5] [ …] nell’Occidente tra Stato e società civile c’era un giusto rapporto e nel tremolio dello Stato si scorgeva subito una robusta/ struttura della società civile. Lo Stato era solo una trincea avanzata, dietro cui stava una robusta catena di fortezza e di casematte; più o meno, da Stato a Stato, si capisce, ma questo appunto domandava un’accurata ricognizione di carattere nazionale[…] in Antonio Gramsci, Quaderni del carcere, Volume II, Einaudi, Torino, 1975, quaderno n.7, pag.866.
[6] Kevin Spacey (l’Underwood di House of Cards, gli intrighi del potere) ha affermato in una recente intervista che il suo personaggio si ispira al Riccardo III di Shakespeare ed è molto vicino alla realtà; anzi molte volte la realtà ci supera ancora. House of Cards è una serie televisiva statunitense sugli atroci meccanismi di potere nelle relazioni umane sessuate svolte principalmente nelle istituzioni USA ( Partito democratico, Camera, Congresso, eccetera). L’intervista è apparsa su “il Giornale” del 12/4/2016.
[7] E’ illuminante la scena del film ( La banda degli Onesti, 1956) nel dialogo tra Antonio (Totò) e Giuseppe (Peppino De Filippo) nel quale viene spiegato il ruolo del capitalista, del profittatore, dello speculatore, dei vari ragionieri Casoria (corrotti e prepotenti) che rasentano il codice penale ma non incappano dentro.
[8] Bertolt Brecht, L’opera da tre soldi in Teatro, Volume I, Einaudi, Torino, 1978, pp.412-513. Si veda il ruolo avuto dai derivati “tossici” nello scoppio della crisi finanziaria del 2008 e il ruolo delle società Offshore e delle strutture fiduciarie nel gioco tra legalità e illegalità in Amaru Barahona, Legalità ed illegalità economica nel capitalismo neoliberista in www.controinformazione.info del 19 aprile 2016.
[9] Il fine è il dominio non il profitto: Karl Marx la chiama “smania di dominio del capitale”.
[10] Lo spazio naturale assume valore antropologico, diventa un territorio. L’insieme degli interventi trasformativi che assicurano il passaggio dallo spazio al territorio si chiama territorializzazione. La mia definizione è: lo spazio naturale è uno spazio bianco, vuoto dove le trasformazioni territoriali sono peculiari al modo di produzione e riproduzione dei rapporti sociali dati. La società a modo di produzione capitalistico ( conscio di un significato insufficiente di questo concetto) vede e tratta il territorio come uno spazio vuoto, bianco su cui è possibile intervenire in modo illimitato e irrispettoso. Il territorio, invece, diventa quella territorialità che rispetta lo spazio dato secondo e seguendo le leggi della natura. Per rispettare le leggi della natura e le relazioni sociali, i rapporti sociali devono diventare altro.
La territorialità è l’innervamento di una cultura di una nazione e di una cultura della natura ( animata ed inanimata).
[11] Penso al processo storico di costruzione della Costituzione italiana e allo scarto con la realtà materiale dei rapporti sociali ( la farsa dei diritti e doveri tra rapporti sociali asimmetrici). Forse fu in questa fase che si preparò il lungo cammino che portò il PCI ad abbandonare il blocco dell’URSS e a portarlo nel campo occidentale ad egemonia USA. Il ruolo svolto da Giorgio Napolitano e da Enrico Berlinguer era agevolato da questo cammino storico. L’implosione dell’URSS ha permesso la visibilità di tale passaggio.
[12] Il potere-dominio definisce cos’è la democrazia che non è assolutamente la partecipazione e la decisione della maggioranza della popolazione alle scelte delle relazioni sociali e dei rapporti sociali che determinano l’insieme della vita sociale, si veda: Noam Chomsky, Capire il potere, Marco Tropea editore, 2008; Costanzo Preve, Il popolo al potere. Il problema della democrazia nei suoi aspetti storici e filosofici, Arianna editrice, Casalecchio (BO), 2006; Luciano Canfora, Intervista sul potere, Laterza editore, Bari-Roma, 2013; Anonimo ateniese, la democrazia come violenza, Sellerio editore, Palermo, 1982. Preciso che lo stesso Noam Chomsky definisce gli USA, nazione democratica per eccellenza, una nazione con una popolazione spoliticizzata, fortemente religiosa e profondamente ignorante.
[13] Lo Stato, con le sue articolazioni e i suoi luoghi, non è separato, non è uno strumento tecnico-meccanico, ma è parte del conflitto. L’ideologia lo rende separato, non la realtà. Gli agenti strategici dominanti gestiscono il dominio tramite lo Stato che è sempre difficile da svelare e destrutturare. Senza lo strumento Stato non si realizza il potere e il dominio. Il potere ha bisogno dello Stato per essere dominante ed egemonico. Sviluppa e costruisce funzioni e ruoli nei rapporti sociali. Funzioni e ruoli importanti per le strategie conflittuali tra gli agenti strategici dominanti e tra questi e i gruppi sociali, che formano la popolazione, dominati. Quindi lo Stato non è esterno ai rapporti sociali e ai conflitti tra dominanti e tra dominanti e dominati, ma è interno, è luogo per eccellenza per affermare il dominio degli agenti strategici egemonici. La trasformazione profonda dei suoi apparati, alcuni possono essere eliminati, altri creati, tutti possono essere cambiati o rivoluzionati, non significa la soppressione delle “regole del gioco”. Ho iniziato a ragionare su questa ipotesi dello Stato a partire dalla lettura del saggio di Gianfranco La Grassa, Impresa e Stato. Poli complementari della struttura capitalistica in Edoardo De Marchi, Gianfranco La Grassa, Maria Turchetto, Oltre il fordismo. Continuità e trasformazioni nel capitalismo contemporaneo, Edizioni Unicopli, Milano, 1999, pp.38-98.
[14] Le sfere sociali sono astrazioni che ci costruiamo per interpretare la realtà che sta sempre avanti. Le sfere sociali possono essere diverse a seconda delle ipotesi di ragionamento per costruire il campo di stabilità. Per esempio Gianfranco La Grassa ne utilizza tre (politica, economica, culturale) David Harvey ne utilizza sette, eccetera. Nelle sfere sociali è ipotizzabile parlare di potere non di dominio.
[15] Per analogia sulla dinamicità dell’equilibrio degli agenti strategici dominanti, riporto la descrizione del fisico Francesco Sylos Labini sull’equilibrio dei sistemi fisici << […] Da più di cinquant’anni, infatti, si conoscono e si studiano sistemi fisici complessi per i quali, anche se uno stato di equilibrio stabile esiste in teoria, esso può essere totalmente irrilevante in pratica, perché il tempo per raggiungerlo è troppo lungo. Altrimenti vi sono sistemi che sono intrinsecamente fragili rispetto all’azione di piccole perturbazioni, evolvendo in modo intermittente con un susseguirsi di epoche stabili intervallate da cambiamenti rapidi e imprevedibili. In altre parole, per molti sistemi fisici l’equilibrio stabile non è una condizione raggiunta in maniera naturale: diversi sistemi raggiungono invece una situazione di metastabilità e non un vero e proprio equilibrio, come quello di un gas in una stanza isolata o di una pallina in fondo a una valle, cioè una situazione di temporanea stazionarietà ma di potenziale instabilità, tanto che è sufficiente una piccola perturbazione per causare grandi effetti. Come succede quando, per esempio, si accumula l’energia potenziale per effetto del moto relativo di due faglie tettoniche. Questa energia, quando supera una certa soglia critica, sarà a un certo punto rilasciata sotto forma di onde sismiche e cioè ci sarà un terremoto: la dinamica dei terremoti è dunque rappresentata da periodi di apparente quiete in cui il sistema si carica e terremoti improvvisi (ciclici e non periodici) in cui l’energia accumulata è rilasciata […] >> in L’economia neoclassica? Una pseudoscienza. Conversazione con Francesco Sylos Labini a cura di Francesco Suman e Olmo Viola in www.micromega.it, 20/6/2016. Si veda anche l’interessante libro di Francesco Sylos Labini, Rischio e previsione. Cosa può dirci la scienza sulla crisi, Editori Laterza, Roma-Bari, 2016.

[16] Un esempio tratto da Honorè de Balzac ( La cugina Bette, scritto nel 1846, edito da Newton & Compton Editori, Roma,1994) per illustrare la fase di gestione del potere attraverso le istituzioni: << Il barone Hulot, braccio destro di Napoleone, invia lo zio Johann Fischer in Algeria per << Fornire i viveri della guerra, grani e foraggi; ho il vostro contratto firmato. Troverete nel paese il necessario al settanta per cento in meno del prezzo al quale vi si terrà conto…quanto alla riscossione delle imposte, la vostra probità non ne soffrirà; tutto dipende dalle autorità, e sono io che ho insediato laggiù le autorità: sono sicuro di loro…Le scorrerie, l’achour, i califfati. Vi è in Algeria ( paese poco conosciuto, anche se siamo da otto anni) una grandissima quantità di grano e di foraggi. Ora, quando queste derrate appartengono agli arabi, noi, con mille pretesti, cerchiamo di prenderle; poi quando sono nostre gli arabi tentano di riprendercele. Si combatte per il grano; ma non si sa di preciso le quantità che si sono rubate a vicenda. Non si ha il tempo, in aperta campagna di contare le staie di grano come alla Halle [ mercato coperto parigino, mia precisazione], e il fieno come in rue de l’Enfer [ mercato all’aperto, mia precisazione]. Tanto i capi arabi quando i nostri spahis [ brigate coloniali francesi montate a cavallo in Algeria, mia precisazione], preferiscono il denaro e vendono quelle derrate a un prezzo bassissimo. L’amministrazione della guerra ha dei bisogni fissi: passa i contratti a dei prezzi esorbitanti, calcolati sulla difficoltà di procurarsi i viveri e sui pericoli corsi dai trasporti. E’ un pasticcio temperato dalla bottiglia di inchiostro di una qualunque amministrazione nascente. Non potremo vederci chiaro che fra una decina d’anni, noi amministratori, ma i privati hanno buoni occhi. Dunque vi mando per farvi fortuna; vi metto, come Napoleone metteva un maresciallo povero alla testa d’un regno dove si poteva segretamente proteggere il contrabbando.>> [ pp 232-233].
[17] La volontà di potenza e volontà di dominio, con i relativi rapporti di dipendenza, sono il fine delle relazioni sociali della società data. Ciò significa che il profitto della società a modo di produzione capitalistico è un mezzo e non il fine che resta la volontà di dominio che è intrecciata alla analisi delle fonti del potere che non necessariamente hanno a che fare con la sfera economica.
[18] La civiltà occidentale e gli stati moderni nascono, ci tocca ricordarlo con Freud e Hobbes, da un patto tra uomini violenti, che si emancipano dall’autorità paterna e se ne spartiscono l’eredità escludendo le donne dalla vita pubblica e sottomettendole in quella privata. Nel corso della modernità, la libertà non è stata regalata alle donne dalla civiltà occidentale: sono le donne ad averla conquistata con le loro lotte anche contro la civiltà occidentale ( Ida Dominijanni, Speculum, l’altro uomo. 8 punti sullo spettro di Colonia in www.internazionale.it, 3 febbraio 2016.
[19] Costanzo Preve sosteneva che <<. […] Americanismo non significa assolutamente sostenere sempre servilmente tutto ciò che di volta in volta decidono di fare i governi americani. Il vero americanismo, anzi, consiste nel consigliare all’imperatore cosa dovrebbe fare per essere più amato dai sudditi, più multilaterale, meno unilaterale, ed in genere più portatore di un soft power. Il vero americanista consiglia di chiudere Guantanamo, di scoraggiare il Ku Klux Klan, di eleggere al comando il numero maggiore possibile di neri, donne, gay, eccetera. Il vero americanista vuole potersi riconoscere nella potenza imperiale che occupa il suo paese con basi militari e depositi di bombe atomiche a distanza di decenni dalla fine della seconda guerra mondiale (1945) e dalla dissoluzione di ogni patto militare “comunista” (1991). Il vero americanista vuole essere suddito di un impero buono, e pertanto gli spiace che l’impero a volte sia cattivo ed esageri. Massacrando l’Iraq l’impero non ha commesso un crimine, ma un errore. L’americanista utilizza due registri linguistici ed assiologici diversi, il codice del crimine ed il codice dell’errore. Tutti possiamo commettere errori, che diamine! Hitler, Mussolini, i giapponesi, i comunisti, Milosevic, Mugabe, la giunta militare del Myanmar, i talebani, eccetera, hanno commesso e commettono crimini. Churchill che massacra i curdi e gli indiani, Truman che getta la bomba atomica ad Hiroshima, Bush che invade l’Iraq nel 2003, commettono solo spiacevoli errori. L’americanista accusa di anti-americanismo tutti coloro che affermano che gli USA si comportano come un impero, e non dovrebbero farlo, e comportarsi invece come un normale stato-nazione, affidando il mondo ad un equilibrio fra le potenze, senza velleità messianiche imperiali. Qui l’americanista raggiunge il massimo della cialtroneria, perché accusa di anti-americanismo paradossalmente la stessa cultura americana, che afferma a chiare lettere di essere un impero, di voler essere un impero e di voler continuare ad essere un impero, e non è affatto disposta a rinunciare a questo eccezionalismo messianico […] >> in Costanzo Preve, Contro “il politicamente corretto”, www.petiteplaisance.it, 2010.
[20] Generalmente, il caos è il disordine esistente tra l’ultimo ordine di cui si è a conoscenza e l’ordine futuro ancora da realizzarsi. E’ una fase pericolosa e incerta, nella quale ogni elemento di solidità sembra sgretolarsi (Sun Tzu, L’arte della guerra, Mondadori, Milano, 2003).
[21] Claudio Mutti così analizza << Brzezinski ritiene che gli Stati Uniti debbano balcanizzare lo spazio compreso tra Nordafrica e Asia Centrale, se vogliono impedire il consolidamento della grande alleanza tra Russia, Cina e Iran, alleanza che presidierebbe il continente eurasiatico e ridimensionerebbe in maniera decisiva la potenza statunitense. Brzezinski formula la seguente ipotesi: “Se lo Spazio Centrale [“the middle space“, lo Spazio di Mezzo del continente eurasiatico] respinge l’Occidente, diventa un’unica imperiosa entità [an assertive single entity] ed acquisisce il controllo sul Sud o stabilisce un’alleanza col grande protagonista orientale [“the major Eastern actor“, ossia con la Cina], allora il primato dell’America in Eurasia crollerà in maniera drammatica. Avverrebbe la stessa cosa – aggiunge Brzezinski – se i due protagonisti orientali dovessero in qualche modo unirsi”. In altre parole: se la Federazione Russa riuscisse a respingere ed a far indietreggiare l’avanzata dell’Alleanza Atlantica e cercasse di riorganizzare lo spazio ex sovietico secondo una qualche forma di confederazione o di blocco sopranazionale, guadagnando influenza nel Vicino Oriente o stabilendo un’alleanza con la Repubblica Popolare Cinese, allora l’influenza di Washington in Eurasia verrebbe definitivamente eliminata. Ora, è chiaro che lo “Spazio Centrale”, la Russia, sta recuperando il peso geopolitico che aveva perduto col crollo dell’Unione Sovietica. Non solo, ma lo “Spazio Centrale” (la Russia) e il “Paese di Mezzo” (Zhongguo, la Cina) hanno coordinato da tempo le loro forze. Ciò è avvenuto già prima che si formasse l’Unione Eurasiatica. Alla fine degli anni Novanta la Federazione Russa e una parte dello spazio postsovietico cominciarono a stabilire con la Cina un’intesa che ha prodotto l’Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai e il coordinamento strategico di Pechino con Mosca al Consiglio di Sicurezza dell’ONU. Il grande accordo russo-cinese del gas naturale non è se non un risultato di questa alleanza fra lo “Spazio Centrale” e il “Paese di Mezzo”>>. Claudi Mutti, Eurasia o euro babele in www.eurasia-rivista.org del 5/4/2006.
[22] Qui viene esposta una sintesi aggiornata dei miei due scritti apparsi su www.conflittiestrategie.it : 1. L’Ilva di Taranto. Dalla Trappola del capitale/lavoro e capitale/ambiente al conflitto strategico (2012), 2. Taranto: da polo siderurgico a polo strategico della Nato (2013).
[23] Nelle fasi della storia mondiale (monocentrica, multipolare e policentrica) si costruiscono le nuove geografie della centralità e della marginalità in cui si collocano luoghi destinati ad emergere e altri a rimanere sullo sfondo del tumultuoso processo di “rivoluzione urbana” mondiale.
[24] Altra infrastruttura in progetto è la piastra logistica per le strategie USA-NATO di Grottaglie ( 23 km da Taranto) con l’utilizzo di Droni con una compressione di tempo e spazio impressionante: si parla di 100 minuti da Los Angeles a Roma attraverso un corridoio nella stratosfera [Programma Ente Nazionale per l’Aviazione Civile (Enac)-USA]. Gli USA-NATO hanno bisogno di piastre logistiche per favorire gli spostamenti veloci nel Mediterraneo e nel Medio Oriente in funzione anti Russia e Cina. Ufficialmente i droni servono per il trasporto di merci.
[25] Ad oggi è da svelare l’intreccio e il conflitto tra i seguenti attori: Comune, Commissario, Governo, Cassa Depositi e Prestiti (Fintecna ex Italsider) e Caltagirone per la bonifica di Bagnoli. La bonifica è il cavallo di Troia per far passare le diverse strategie di intervento che si confrontano nell’intreccio tra pubblico e privato.
[26] Per approfondimenti rinvio al mio scritto, L’americanizzazione del territorio (2014) apparso suwww.conflittiestrategie.it
[27] Sul senso del potere politico e militare dell’occupazione del territorio europeo da parte degli USA attraverso le proprie basi militari e quelle della Nato, si veda l’intervista ad Alexander Dugin, L’occupazione è occupazione, 29/01/2014, www.millennium.org.
[28] Sull’attenzione e sulle problematiche che si aprono nel considerare l’intervento dell’esercito nelle meghe città mondiali si rimanda all’articolo sul dibattito militare negli USA in Federico Petroni, L’esercito degli Stati Uniti alla sfida delle giungle urbane in Limes n.4/2016, pp.245-252.
[29] Il mio scritto,Tav, Corridoio V, Nato e USA. Dalla critica dell’economia politica al conflitto strategico,www.conflittiestrategie.it ,2012.
[30] E’ irritante l’atteggiamento delle Istituzioni europee ( Commissione UE, Consiglio d’Europa) che, formalmente emanano le direttive contro le emissioni industriali, ma di fatto garantiscono alle grandi aziende dell’acciaio la piena libertà di produzione. Aggirano con vari tecnicismi quelle stesse direttive emanate in difesa della salute delle popolazioni, dell’ambiente, delle città e del territorio. E’ evidente che le grandi aziende per utilizzare le loro strategie di aggiramento delle varie direttive europee hanno il loro peso politico, le loro alleanze strategiche, le loro protezioni statali. E, allora, si ripresenta la solita domanda: perché solo all’Ilva di Taranto le istituzioni europee impongono le loro direttive? Sul non rispetto delle direttive europee sulle emissioni industriali si veda Stefano Valentino, L’Europa dal 2012 ha autorizzato le acciaierie a “risparmiare” sui dispositivi contro le polveri sottili, www.lastampa.it, 1 luglio 2016.
[31] Ancora oggi la UE continua a pressare in questa direzione con lo strumento dell’associazionismo ambientalista e pacifista locale.

DA MASSIMO MORIGI A TEODORO KLITSCHE DE LA GRANGE_A PROPOSITO DEL REALISMO POLITICO, di Massimo Morigi

RECENSIONE CUMULATIVA A “SOVRANISMO E LIBERTÁ POLITICA” (http://italiaeilmondo.com/?s=sovranismo+e+libert%C3%A0+politica  E http://www.webcitation.org/6yPG6YC86), “STATO RAPPRESENTATIVO E VINCOLO DI MANDATO” (http://italiaeilmondo.com/?s=STATO+RAPPRESENTATIVO+E+VINCOLO+DI+MANDATO E http://www.webcitation.org/6yPGTH6Wo), “NOTE SU DIPENDENZA DEGLI STATI E GLOBALIZZAZIONE” (http://italiaeilmondo.com/?s=NOTE+SU+DIPENDENZA+DEGLI+STATI E http://www.webcitation.org/6yPGjFeLj) E “SENTIMENTO OSTILE, ZENTRALGEBIET E CRITERIO DEL POLITICO” ( http://italiaeilmondo.com/?s=sentimento+ostile E http://www.webcitation.org/6yPGwg0i6 O https://www.rivoluzione-liberale.it/wp-content/uploads/2017/03/SENTIMENTO-OSTILE-ZENTRALGEBIET-E-CRITERIO-DEL-POLITICO.pdf E http://www.webcitation.org/6yPIFo21y) DI TEODORO KLITSCHE DE LA GRANGE

 

Di Massimo Morigi

 

Nell’appena passato mese di marzo sulle pagine elettroniche dell’ “Italia e il mondo” sono stati ospitati quattro interventi di Teodoro Klitsche de la Grange, sui cui relativi titoli, URL di riferimento e “congelamenti” su WebCite si è già data indicazione bibliografica nel titolo del presente commento. Esaurita questa premessa diciamo tecnica (ma che in sè contiene già una valutazione estremamente positiva di questi interventi, visto che si è ritenuto doveroso preservarli a futura memoria dal rischio della decadenza degli URL originari), veniamo ora di sviluppare una valutazione complessiva in merito agli stessi, valutazione globale non solo estremamente positiva (e questo s’è appena detto ma repetita anche se stufant iuvant) ma anche di facilissima formulazione perché in questi interventi Teodoro Klitsche de la Grange – come del resto in tutti i suoi precedenti lavori – si è dimostrato come uno dei più interessanti interpreti e rinnovatori presenti sull’italica – e, purtroppo, assai derelitta da questo punto di vista –  piazza del pensiero politico realista. Quindi, i suoi punti di riferimento sono quegli autori, Tucidide, Niccolò Machiavelli, Carl von Clausewitz, e per giungere ai contemporanei  Julien Freund, che costituiscono le fonti basilari del pensiero realista e naturalmente – e, applicandola al Nostro mai come in questo caso l’icastica formuletta inglese è stata appropriata – last but not the least Carl Schmitt. Del quale grande giuspubblicista Teodoro Klitsche de la Grange si dimostra non solo profondo conoscitore – e “sviluppatore” del suo pensiero – dal punto di vista strettamente politologico e filosofico-politico ma anche dal punto di vista della teoresi giuridica, caratteristica questa di La Grange non solo estremamente preziosa in sede di trattazione dello Schmitt (preziosa, ovviamente, qualora questa maestria nelle scienze giuridiche molto importante nell’affrontare lo Schmitt sia accompagnata da altrettanta conoscenza politologica come nel suo caso) ma anche per l’affermazione di una autentica cultura realista, il cui costante rischio, specialmente ma non solo a livello di vulgata popolare, è quello di sprofondare in una sorta di nascosto naturalismo e/o criptopositivismo, in ultima analisi, quindi, in una negazione del vero realismo, il cui nucleo generatore è mettere sempre al primo posto le teleologie dei vari attori singoli od associati che siano;  teleologie in cui il primo stadio di manifestazione e cristallizzazione consiste appunto nella dimensione giuridica. Che del resto la riflessione sulla dimensione teleologica del diritto sia centrale in La Grange, e lo sia lungo la fecondissima direttrice già a suo tempo tracciata da Schmitt, ben risalta dalla seguente citazione dalla nota n. 9 di Sovranismo e libertà politica, dove sulla scorta della schmittiana Politische Theologie viene smontata la concezione Kelseniana del diritto e del ‘politico’ puramente procedurale, concezione che a livello di teoria giuridica non è altro che l’espressione della contraddizione dell’ attuale ideologia democratica, formalmente basata sulla decisione del popolo ma che questa dimensione decisionistica della politica alla fine nullifica perché, in ultima istanza, questa decisione deve essere sempre e comunque conforme ad astratti principi universalistici e che trovano questi principi garanzia della loro realizzazione non tanto attraverso un rispetto sostanziale  della decisione ma attraverso un procedimento formale di creazione giuridica in cui alla fine poco importa se questo realizzi o meno l’autentica teleologia della decisione stessa: «riportiamo [scrive La Grange] i passi salienti delle critiche di Schmitt: “Kelsen risolve il problema del concetto di sovranità semplicemente negandolo. La conclusione delle sue deduzioni è «Il concetto di sovranità dev’essere radicalmente eliminato». Di fatto si tratta ancora dell’antica negazione liberale dello Stato nei confronti del diritto e dell’ignoranza del problema autonomo della realizzazione del diritto. Questa concezione ha trovato un rappresentante significativo in H. Krabbe, la cui dottrina della sovranità del diritto riposa sulla tesi che ad essere sovrano non è lo Stato, bensì il diritto. Kelsen sembra scorgere in lui solo un precursore della sua dottrina dell’identità di Stato ed ordinamento giuridico. In verità la teoria di Krabbe ha una radice ideologica comune con il risultato di Kelsen”; secondo Krabbe “Lo Stato ha solo il compito di «costruire» il diritto: cioè di fissare il valore giuridico degli interessi … Lo Stato viene ridotto esclusivamente alla produzione del diritto”  in Poltische Theologie I, trad. it. in Le categorie del politico, Bologna 1972, p. 56.» Comunque, se quanto appena citato ci permette di definire il La Grange come un ortodosso – ed anche assai attrezzato dal punto dell’acribia sulle fonti – esponente del pensiero realista nonché conoscitore del pensiero di Schmitt, la cui caratteristica è seguire l’autentico sviluppo, di natura tutta teleologica, del momento giuridico nella dimensione del ‘politico”, e La Grange coglie in pieno questa evoluzione che si sviluppa senza soluzione di continuità, è giunto a questo punto il momento di dare piena giustificazione alla nostra affermazione iniziale che La Grange non è solo un profondo conoscitore e cultore del pensiero realista ma ne è soprattutto un rinnovatore. Se consideriamo le vicende umane (politiche, economiche, culturali ma anche semplicemente esistenziali sul piano privato) da un punto di vista realista e quindi teologico, per tutte queste vicende esiste un “punto di caduta”, un momento di risoluzione sia simbolico che di indicazione delle linee di azione e di comprensione della azione e/o della situazione, che ci permette non solo di definire queste vicende ma anche di indicarci la direzione per un nostro attivo intervento sulle stesse. Ora, a mio giudizio il “punto di caduta” dei quattro articoli che  Teodoro Klitsche de la Grange ha gentilmente concesso ai lettori dell’ “Italia e il mondo” ed anche la prova della dimensione autenticamente rinnovatrice e creatrice del suo realismo, può essere colto a pieno dalle seguenti parole che cito dalla chiusa di Nota su dipendenza degli stati e globalizzazione: «Che «forza» e «legge» siano modi di combattere, come scrive Machiavelli, ossia d’imporre la propria volontà, è spesso dimenticato; così del pari, è – anche se in misura minore – trascurato che forza e legge sono anche modi di governare, non (totalmente) alternativi, ma piuttosto complementari. La «legge» senza forza è inutile: la forza senza legge è arbitrio violento. Nella realtà occorrono entrambi. Se la combinazione di forza e regola è la normalità del governo dei gruppi umani, così come il potere responsabile è l’ordinatore ideale, quello che si profila nel mondo globalizzato appare tra i meno preferibili. Perché si risolve nell’affidare prevalentemente alla forza e all’astuzia (del potere esistente) il massimo della potenza disponibile senza la prospettiva che possa riuscire a creare un ordine che sia veramente tale.» Oltre alla totale demolizione del mito di una globalizzazione che si vorrebbe pacifica mentre in realtà è il suo esatto contrario perché questa vuole inesorabilmente eliminare ogni potere teleologicamente responsabile per sostituirlo con gli imperscrutabili meccanismi sociali ed economici della globalizzazione stessa (libera, o meglio anarchica, circolazione di capitali, merci ed uomini con conseguente annientamento di ogni peculiarità politica, economica e culturale degli stati nazione e delle diverse etnie), le parole appena citate rendono ampia dimostrazione di un pensiero realista veramente innovatore e che compie un’hegeliana Aufhebung del magistero schmittiano perché ha compreso «che forza e legge sono anche modi di governare, non (totalmente) alternativi, ma piuttosto complementari». Dal punto di vista del Repubblicanesimo Geopolitico questa complementarietà non è solo necessaria dal punto di vista della creazione e conduzione di una vitale e reale Res Publica ma, ancor più, costituisce un inscindibile binomio dialettico: che per comodità espositiva e di descrizione delle varie situazioni possiamo di volta in volta definire legge o forza; le quali però, nella sostanza, non sono che due espressioni e manifestazioni basilari ed originarie di quel conflitto-azione strategica da cui origina la società e tutta la dinamica storica (ed anche tutta la dinamica creatrice  del mondo fisico-naturale, ma questa non è la sede per dilungarci sull’argomento, per il quale si rimanda volentieri a quanto precedentemente già detto, in particolare nel Dialectvs Nvncivs ma anche in altri luoghi). Resta da vedere quanto Teodoro Klitsche de la Grange possa concordare dal punto di vista della teoresi a tutta questa  peculiare direzione dialettica e originata da una interpretazione in chiave di filosofia della prassi del magistero marxiano ed in particolare delle sue Glosse a  Feuerbach (e quindi quanto sia disposto ad inserire nel suo Pantheon realista autori come Antonio Gramsci e il György Lukács di Storia e coscienza di classe: intanto, dalla lettura di Sentimento ostile, Zentralgebeit e criterio del politico, l’ultimo dei quattro articoli gentilmente concessi all’attenzione dei lettori dell’  “Italia e il mondo”, abbiamo con piacere potuto notare che non esiste alcuna preclusione verso il grande disconosciuto della cultura italiana del Novecento, e cioè verso Giovanni Gentile la cui interpretazione della filosofia di Marx in chiave attualista come filosofo della prassi non solo costituisce un “rimettere coi piedi per terra” l’impostazione filosofica in chiave antipositivista del pensatore di Treviri ma costituì anche la base per il successivo sviluppo della filosofia della prassi in Antonio Gramsci, così come ci viene restituita e sviluppata nei suoi Quaderni del Carcere), ma questo costituisce non dico un problema trascurabile o da relegare solamente ad un dibattito fra specialisti (non bisogna mai peccare di falsa condiscendenza) ma certamente è un aspetto secondario nel giudicare l’importanza dell’impostazione del realismo politico fornitaci da Teodoro Klitsche de la Grange e questo perché tutto l’argomentare di questo valente studioso va veramente nella direzione della creazione e disvelamento di quell’ ‘epifania strategica’ che, a meno che il pensiero realista non si voglia chiudere in sé stesso, deve costituire il momento generatore ed obiettivo del pensare il ‘politico’. Ed è soprattutto per questa intima teleologia, unita alle sue non comuni capacità critiche,  che  dobbiamo ringraziare Teodoro Klitsche de la Grange.

 

Massimo Morigi – 5 aprile 2018

 

 

 

 

 

 

TRAME E CULTURA, a cura di Antonio de Martini

A tre giorni dalla morte di Inge Feltrinelli_Giuseppe Germinario

BORIS PASTERNAK E INGE SCHOENTHAL: DUE STORIE DI MILIARDI DI EREDITA’ CONTESE, DOVE APPAIONO LA MORTE DI CHE GUEVARA E QUELLA DI FELTRINELLI, IL KGB, LA CIA. UNA INTERVISTA ESCLUSIVA A SERGIO D’ANGELO.

Sergio d’Angelo ha compiuto ottantotto anni e ne dimostra venticinque di meno anche fisicamente, oltre che di memoria. E’ a lui che il mondo deve il romanzo capolavoro di Boris Pasternak ” Il dottor Zivago” che fruttò all’autore il Nobel per la letteratura e una vita di persecuzioni, anche se la maggior parte degli italiani di tutto questo ricorda forse solo il film e Julie Christie.

Il Corriere della Collera pubblica oggi una lunga intervista a Sergio d’Angelo, di Kontinent USA e del presidente della associazione per l’amicizia Russia Stati Uniti Edward Lozansky, uno scienziato nucleare sovietico che fece il cammino inverso rispetto a Bruno Pontecorvo che scelse di andare a lavorare in Unione Sovietica. Due ebrei inquieti, su opposte sponde della guerra fredda.

IL Corriere della Collera, oggi 5 gennaio 2012, è lieto di offrire questa esclusiva ai propri lettori e promette a breve , oltre a questa verità sulla morte di Feltrinelli, anche uno studio comparativo della due inchieste della magistratura sulla morte di Enrico Mattei, curato dall’ ex A. D. dell’Agip, uno dei suoi discepoli.

L’intervista è preceduta da una nota redazionale che pubblico integralmente.

“Kontinent USA, su richiesta di alcuni suoi lettori, torna oggi sul caso Pasternak per discuterne un importante aspetto rimasto finora nell’ombra.

Per introduzione, soprattutto ad uso del pubblico più giovane, conviene qui ricordare che il geniale poeta e scrittore russo Boris Pasternak (1890-1960) subì negli ultimi anni di vita durissime persecuzioni dal regime sovietico. Ciò per aver fatto pubblicare in Occidente il suo romanzo “Dottor Zhivago”, un capolavoro proibito in patria ma presto coronato da uno strepitoso successo mondiale e dal conferimento del Premio Nobel all’autore.

La prima edizione al mondo del “Zhivago” ebbe luogo in Italia, a Milano, nel novembre 1957, presso la casa editrice fondata dal giovane Giangiacomo Feltrinelli appena due anni prima. Feltrinelli, benché avesse ereditato uno dei massimi patrimoni industrali e finanziari esistenti in Italia, era stato militante del Partito comunista italiano (PCI) e lautamente lo aveva sovvenzionato. Dal PCI si era però staccato nella primavera 1957, ribellandosi alle forti pressioni cui l’avevano sottoposto i dirigenti di quel partito nel tentativo di non fargli pubblicare il romanzo sconfessato da Mosca. E in quella circostanza professò di volersi battere, da editore di sinistra, per l’assoluta libertà del pensiero e della cultura.

Ma di fatto, negli anni successivi, smise a poco a poco di occuparsi di faccende editoriali per mobilitarsi prima come generoso finanziatore di guerriglie nel Terzo Mondo, poi come improbabile guerrigliero in Italia e dintorni. Perse la vita in un fallito attentato nella periferia di Milano (marzo 1972).

L’aspetto del caso Pasternak cui si riferisce l’inizio di questa nota è il ruolo esercitato per quasi quindici anni (1958-1972)

dalla Signora Inge Schoental nella vita di Giangiacomo Feltrinelli. Nel 1962 Inge ebbe da Giangiacomo il figlio Carlo, erede universale del patrimonio miliardario paterno: quello sul quale lei regna da vari decenni.

Per approfondire questo argomento Kontinent USA ha intervistato Sergio d’Angelo, il giornalista italiano che nella primavera del 1956 ottenne da Pasternak il dattiloscritto del “Zhivago”, con l’intesa di passarlo a Feltrinelli, ed ebbe una parte rilevante, in Russia e fuori, nelle complesse vicende originate dalla sua iniziativa. Di tutto ciò d’Angelo ha dato ampia testimonianza in un suo libro pubblicato in Italia nel 2006. Nel settembre dell’anno successivo, pochi giorni dopo l’edizione russa dello stesso libro (“Delo Pasternaka: Vospominanija Ochevidtsa”, Novoe Literaturnoe Obozrenie, Moskva 2007), d’Angelo è stato insignito del Premio Liberty (Sezione Finestra sull’Europa), fondato nel 1999 e presieduto da una giuria di illustri membri della comunità russo-americana.

Il Premio Liberty, che ogni anno viene assegnato a persone distintesi per i loro contributi alla cultura, è sponsorizzato dalla Casa Russia di Washington, dalla Università Americana di *Mosca e da Kontinent USA.

Un personaggio del “caso Pasternak”

INGE SCHOENTAL FRA LEGGENDA E REALTA’

Intervista a Sergio d’Angelo

Edward Lozansky – Premetto che solo negli ultimi giorni ho potuto vedere il DVD con cui parecchi mesi fa la Signora Inge Schoental si è raccontata al suo pubblico italiano. Si tratta, direi, di una lunga autocelebrazione con qualche diplomatico tocco di modestia: per esempio l’ammissione di non aver imparato bene l’italiano. Comunque sia, quel DVD ha riacceso in me e in altri colleghi, tutti cultori di Pasternak, tutti appassionati al “romanzo del romanzo”, il desiderio di sapere molto di più sulla influenza che Inge, con la sua indubbia personalità, ha avuto sulla sorte di Giangiacomo Feltrinelli. Per prima cosa, dunque, potresti riferirci chi era e che ha fatto Inge prima del suo incontro con l’editore milanese?

D’Angelo – A questo riguardo parecchi giornali, periodici e libri, per lo più italiani, hanno riportato le sue dichiarazioni. In sintesi ecco quanto se ne ricava. Inge nasce in Germania, a Essen (Ruhr), nel 1930. E’ ancora nella primissima infanzia quando il padre, ebreo, emigra in America per scampare al potere nazista. Lei cresce a Gottinga, nella Bassa Sassonia, accanto alla madre e a due fratelli più piccoli, fra seri pericoli e ristrettezze economiche. Durante la guerra frequenta il liceo con l’idea di proseguire gli studi, ma i soldi per farlo non ci sono.

E.L. – E alla fine della guerra?

D’A – Inge trascorre ancora a Gottinga, con la famiglia, pochi altri anni che preferisce dimenticare. Poi decide di andarsene per suo conto e, grazie al passaggio che le danno su un camion, arriva ad Amburgo. Ha pressoché vent’anni, è una bella ragazza che non passa inosservata, Molto intraprendente. Comincia a girare in bicicletta la grande città portuale che dista solo poche decine di chilometri dal confine della Germania orientale. Cerca lavoro, cerca di fare conoscenze, e infine riesce ad essere assunta come apprendista fotoreporter dalla rivista “Constanze”. Presto viene incaricata di servizi fotografici su persone di spicco della Germania occidentale e, dalla seconda metà degli anni cinquanta, può ampliare il raggio delle sue trasferte per raggiungere alcune celebrità residenti in altri paesi. La trasferta più lontana, esotica e gratificante (1957) avrà luogo nella Cuba precastrista, dove Ernest Hemingway la ospiterà per una quindicina di giorni nella propria Finca Vigia, vicino all’Avana.

E.L. – Insomma fa una fulminea carriera, anche se il nome di lei non figura fra i miti della fotografia Ma come ha avuto modo di incontrare Feltrinelli?

D’A – All’inizio del luglio 1958 Feltrinelli, separatosi poco prima dalla seconda moglie, decide di fare un viaggio in Svezia per acquistarvi

un nuovo panfilo. Nello stesso tempo comunica all’editore amburghese Heinrich Rowohlt, col quale ha già un rapporto di amicizia ed affari, che il 14 dello stesso mese, durante un’apposita tappa, vorrebbe fargli visita. Rowohlt è d’accordo e la sera del giorno stabilito, per onorare l’ospite italiano, dà una festa. Inge è lì. Sgargiantemente abbigliata. Lei partecipa alla festa, chiarisce, in quanto svolge incarichi di fotoreporter anche per Rowohlt . Cena al tavolo con i due editori e ce la mette tutta per far colpo su Feltrinelli. Riportando un successone. Lo stesso editore amburghese testimonierà molti anni dopo in un’intervista alla rivista “Panorama” (29 settembre 1985) che Inge e Feltrinelli “simpatizzarono subito e, quando lasciarono la festa, credo non avessero più bisogno di nessun altro”.

E.L. – Dopo di che mi aspetto che presto i due vadano a Milano e poi, felici e contenti, convolino a nozze. Non è così?

D’A – Parliamo di una cosa per volta. Vanno a Milano, verissimo, ma non possono sposarsi, perché lui ha un’altra moglie, sia pure separata, e in Italia il divorzio non c’è ancora. Corre voce che per aggirare l’ostacolo Feltrinelli ricorra alla “Sacra Rota”, tribunale ecclesiastico cui è consentito sciogliere i matrimoni non consumati, e si dichiari affetto da “impotentia erigendi et coeundi” [incapacità di erezione ed eiaculazione], così come ha fatto per mettere fine al suo primo matrimonio. Ma ciò non è rilevante. Infatti Feltrinelli, per la ragione di cui diremo, finisce di convivere con Inge prima del previsto e si lega sentimentalmente alla giovanissima Sibilla Melega, destinata a diventare l’ultima delle sue mogli.

E.L. – Comunque immagino che in un primo tempo Inge sia stata molto contrariata per non poter consolidare con nozze italiane la sua relazione con Feltrinelli.

D’A – Penso di sì. Ad ogni modo Inge, stabilitasi nella casa avita di Feltrinelli, inaugura con disinvoltura la sua nuova vita da miliardaria. Che però non è una vita oziosa. Chiede e ottiene infatti di essere presto inserita nella casa editrice quale incaricata dei rapporti con editori e autori stranieri e, proprio in questa veste, all’inizio del 1959 accompagna Feltrinelli in un viaggio di circa quattro mesi nel continente nord-americano. A dire il vero, i due prima si sposano in Messico (per lei anche questo è meglio niente) e festeggiano l’evento con una vacanza itinerante che include la Bassa California e Cuba. Poi si fermano a lungo negli Stati Uniti per discutere progetti e scambi di diritti con diversi illustri editori. Ma sono sicuro che incontrano pure alcuni militanti di estrema sinistra.

E.L. – Perché ne sei sicuro?

D’A – Perché proprio al ritorno da quel viaggio Feltrinelli mi dice per la prima volta di avere scoperto, parlandone con gente ben informata, che i massimi poteri degli Stati Uniti si stanno preparando alacremente a fascistizzare tutto l’Occidente e a scatenare la terza guerra mondiale. Io ci scherzo su. Ma di questa presunta scoperta lui continua a vantarsi in giro.

E.L. – E Inge è d’accordo con lui?

D’A – Di certo non in pubblico. Anzi, lei si atteggerà sempre a illuminata intellettuale che, favorita dalla sua importante posizione nell’editoria, vuole contribuire al progresso pacifico, democratico e culturale della società. Tanto che arriverà ad ammettere, quando capita il discorso, che Feltrinelli sia politicamente un po’ troppo radicale e impulsivo…

E.L. – Scusami se ti interrompo. Nel tuo libro sul caso Pasternak tu hai sostenuto che Mosca, dopo l’uscita del “Zhivago” in Italia, non poteva arrendersi all’idea di far mancare i soldi di Feltrinelli alla causa del comunismo…

D’A – Vero. E ho aggiunto che a un certo punto progettò di indurre Feltrinelli (sapendolo affetto da seri complessi, specie da megalomania infantile, e pertanto molto influenzabile) a finanziare quei focolai di guerriglia che si accendevano soprattutto nel Terzo Mondo ed erano appoggiati da Mosca nel quadro della sua strategia planetaria.

E.L. – A questo scopo, però, Mosca doveva individuare chi potesse e volesse manipolare Feltrinelli. In altre parole chi sapesse inculcargli il concetto che soltanto le sinistre rivoluzionarie, quelle già ricorse alle armi o pronte a ricorrervi, fossero veramente in grado di scongiurare il dilagare del fascismo e l’olocausto nucleare. E tu non supponi …

D’A – Al riguardo lasciamo parlare una serie di fatti. Dopo la lunga sosta negli Stati Uniti Inge convince Fertrinelli ad accreditare presso Pasternak e Olga Ivinskaia, compagna e ispiratrice dello scrittore, un proprio amico di Amburgo, il giornalista Heinz Schewe, che sta per trasferirsi a Mosca come corrispondente del quotidiano “Die Welt”. Questi assicurerà alla casa editrice, spiega lei , un canale più che sicuro per concordare con l’autore del “Zhivago” il modo di risolvere i problemi legali e giudiziari che si moltiplicano in parallelo con le nuove edizioni occidentali del “Zhivago”: in concreto per far firmare a Pasternak un contratto più favorevole all’editore, sotto il profilo dei diritti, rispetto a quello stilato inizialmente. Ma Pasternak non firmerà mai il nuovo contratto.

E.L. – Perché?

D’A – Per tre motivi. Primo: firmare il nuovo contratto gli avrebbe attirato nuove persecuzioni da parte del potere sovietico. Secondo: il testo predisposto a Milano implicava la sconfessione di una sua procuratrice parigina che fra l’altro avrebbe dovuto amministrare gli onorari spettanti all’autore per tutte le edizioni del “Zhivago”. Terzo: Il nuovo contratto avrebbe incluso, fra le clausole che lui non gradiva affatto, anche il suo consenso all’utilizzazione cinematografica del Zhivago”.

E.L. – Davvero Pasternak era contrario a un film tratto dal suo romanzo?

D’A – Sì, disse molte volte di temere una banalizzazione. Ma torniamo a Schewe. Il giornalista di Amburgo viene accolto con assoluta fiducia da Psternak e Olga, diventa ospite molto assiduo della casa di lei e dei suoi figli. Comunque il suo comportamento sembra inspiegabile dal momento in cui, poco dopo la morte dello scrittore (30 maggio 1960), Olga e la figlia Irina Emelianova vengono arrestate, processate e condannate a lunghe pene detentive. Il potere sovietico ha preso queste misure per “riabilitare” l’autore del “Zhivago” (un gigante da non regalare per sempre ai nemici dell’URSS) mediante una campagna per demonizzare Olga come una donna avida e intrigante che, complice la figlia, avrebbe tradito e fuorviato Pasternak, “ingenuo ma leale cittadino sovietico”. La campagna diffamatoria, per essere più efficace, doveva però scattare solo dopo che le condanne fossero passate in giudicato.

E.L. – Ci fu dunque un lungo segreto di Stato. Quando cessò?

D’A – Qualcosa cominciò a trapelare, in URSS e in Gran Bretagna, fin dall’inizio di gennaio, ma fu il quotidiano londinese “Daily Telegraph” a rilevare per primo, il 18 dello stesso mese, diversi particolari sul dramma delle due donne. Ebbene, Schewe era l’unico giornalista occidentale che, per aver frequentato la casa di Olga fino alla vigilia dell’arresto, sapeva quel che era successo. Avrebbe potuto fare un scoop giornalistico, soprattutto avrebbe dovuto ricordare che molte volte Pasternak aveva raccomandato a tutti i suoi amici stranieri di suonare le campane a martello se, dopo la sua morte, come presentiva, Olga fosse stata arrestata. E invece non diffuse la notizia, La dette riservatamente solo a Feltrinelli, il quale me la gridò in faccia un mese dopo per accusarmi di essere la causa dell’arresto e quindi per licenziarmi.

E.L. – A quel punto anche tu potevi rivelare la notizia. Che cosa ti trattenne?

D’A – Il sospetto che si trattasse di una balla.

E.L. – Era stato lo stesso Schewe a mettergli in testa che la colpa dell’arresto fosse tua?

D’A – Non lo so. Comunque il 17 gennaio 1961 Schewe mi rivolse la medesima accusa in un’intervista sul “Corriere della Sera”, il più importante giornale italiano. In breve, secondo la sua versione, io avevo irresponsabilmente fatto consegnare ad Olga un grosso pacco di rubli e la polizia l’aveva scoperto: donde l’arresto e poi la condanna per contrabbando di valuta. Le cose però non stavano affatto in questo modo. A cominciare dal 1959 io avevo inviato a Olga, per Pasternak, un paio di somme già convertite in rubli, quelle che potevo permettermi, utilizzando come “corriere” qualche amico molto fidato. Sapevo che Pasternak aveva estremo bisogno di aiuto perché, in seguito allo scandalo sollevato dalle autorità sovietiche quando nell’ottobre 1958 lui era stato insignito del Premio Nobel, l’Unione degli scrittori lo aveva privato delle sue uniche fonti di guadagno.

E.L. – Mi ricordo. Non gli era più permesso di pubblicare o ristampare le proprie opere, nemmeno le magistrali traduzioni dei grandi classici come Shakespeare e Goethe.

D’A – Esatto. Però nel marzo 1960 Feltrinelli (dopo aver ottenuto che la summenzionata procuratrice parigina declinasse il mandato per evitare a Pasternak le conseguenze di un rumoroso procedimento giudiziario minacciato da Milano) mi versò finalmente la somma in dollari che lo scrittore gli aveva chiesto di mettere a mia disposizione quasi un anno prima per consentirmi di gestirla come fondo per rimesse periodiche all’indirizzo di Olga. Il fondo era consistente. Proveniva dagli onorari, senza dubbio molte volte più consistenti, che spettavano allo scrittore per tutte le edizioni del “Zhivago” uscite fino a quel momento in Occidente. Pasternak aveva stabilito l’entità del fondo e me ne aveva affidato la gestione esentandomi dal renderne conto a chicchessia e raccomandandomi di iniziare le rimesse quanto prima possibile. Tutto questo sta scritto nelle sue dichiarazioni autografe, poi pubblicate integralmente.

E.L. – E subito tu cominciasti a organizzare la rimessa di cui parla Schewe…

D’A – Quasi subito. Si trattava di un’operazione complessa e purtroppo potei completarla soltanto dopo la morte di Pasternak, comunque nella certezza di eseguire la sua volontà. Riassumo la fase finale della rimessa. Verso la fine di luglio due giovani coniugi molto legati alla mia famiglia (un medico toscano e una slovena capace di cavarsela col russo) giungono a Mosca en touriste a bordo di un maggiolino Volkswagen dove sono accuratamente nascoste numerose mazzette di rubli. I due prendono posto in un grande albergo pieno di turisti stranieri e si riposano dalle fatiche del lungo viaggio automobilistico.

E.L. – Iniziato dove?

D’A – In Italia, a Roma. Poi i due coniugi hanno attraversato l’Austria, Berlino, Varsavia. All’indomani dell’arrivo a Mosca cominciano a visitare la città, usando esclusivamente mezzi pubblici e guardandosi bene dal servirsi di telefoni. Fra l’altro, avendo ricevuto da me una mappa del centro cittadino e precise istruzioni di comportamento, si fanno portare con un taxi nelle vicinanze della strada (che poi raggiungono a piedi) dove sorge l’edificio in cui abita Olga e lo osservano dall’esterno, senza fermarsi. Nello stesso modo, un paio di giorni dopo, tornano di pomeriggio davanti a quell’edificio e salgono senza preavviso all’appartamento giusto. Apre Olga. Essi, riconoscendola dal modo in cui l’avevo descritta, le porgono un generico biglietto di presentazione (lei ben conosce la mia scrittura) e si informano a gesti se possono parlare liberamente. Possono. Allora concordano che la sera del giorno successivo. per l’esattezza il primo agosto, torneranno con le mazzette di rubli prelevate all’ultimo minuto dal maggiolino e sistemate in due normali borse da viaggio. E ciò avviene puntualmente. Col seguito di una cena che Olga vuole offrire in casa.

E.L. – I “corrieri” ripartono, hanno fatto un lavoro perfetto. Quando e come poi qualcosa va storto?

D’A – Olga ci descrive minutamente in un libro di memorie, “A Captive of Time” (Doubleday, Garden City, New York 1978), le vicende dei quindici giorni che intercorrono dalla visita dei “corrieri” al suo arresto (16 agosto). Ne traggo l’essenziale. Olga confida quasi subito a Schewe, sempre suo assiduo visitatore, l’arrivo dei rubli e lui si mostra costernato. Esclama: “Adesso noi [sic!] siamo spacciati”. Olga nasconde i rubli o parte di essi in una valigia che chiude a chiave e consegna a un’ignara sarta abitante al piano di sotto, dicendole che ripasserà, appena ne avrà il tempo, per decidere le modifiche da apportare agli indumenti che stanno lì dentro. Olga non fa assolutamente menzione di sue grosse spese che possano aver dato nell’occhio.

E.L. – Esiste, di quei giorni, anche una versione di Schewe?

D’A – Nella citata intervista sul “Corriere”, quella in cui mi addita come il colpevole dell’arresto, Schewe sosterrà che Olga aveva attinto al denaro appena ricevuto per comprare una motocicletta al figlio e in quel modo (tanto più che allora pochissime motociclette giravano per Mosca) era incappata incautamente nel mirino della polizia.

E.L. – Se fosse vera la storia della motocicletta cadrebbe il sospetto di una spiata …

D’A – No, la spiata è molto più di un sospetto. Infatti la mattina del 16 agosto, come Olga racconta in “Captive of Time”, diversi agenti fanno direttamente irruzione nell’appartamento della sarta di Olga, forzano la valigia e sequestrano i rubli. In quel momento Olga non è nemmeno a Mosca. Si trova in una casetta di campagna, non molto distante dalla capitale, dove altri agenti, quella stessa mattina, l’arrestano con l’imputazione di aver contrabbandato valuta: imputazione ridicola, ovviamente, perché Olga (al pari della figlia che sarà arrestata una ventina di giorni dopo) mai ha messo piede fuori dell’URSS e mai ha ricevuto banconote estere.

E.L. – E Schewe commenta questo fatto?

D’A – In modo incredibile. Mi riferisco ancora alla sua intervista al “Corriere”. Non che lui parli dell’ incursione nell’appartamento della sarta… Però sostiene testualmente che, date le circostanze, “il tribunale sovietico non poteva far altro che condannare lei [Olga] e la figlia Irina”. In sostanza, finge di ignorare che il processo è stato preceduto da qualche mese di interrogatori nella Lubianka (dove si portano solo gli oppositori politici) e sbrigato in un solo giorno nella più assoluta segretezza, senza testimoni a discarico e senza possibilità di ricorrere in appello. E così sconfessa a priori la sentenza con cui il 2 novembre 1988, al tempo di Gorbaciov, la Corte suprema della Repubblica sovietica russa annullerà quel processo e assolverà pienamente madre e figlia per “insussistenza di reato”.

E.L – Allora si può concludere che Schewe…

D’A – La conclusione su Schewe emergerà fra poco. Nel marzo 1961, cercando di riparare allo scandalo internazionale per la sorte di Olga e figlia, Aleksei Adzhubei, direttore del giornale “Izvestia” (e genero di Krusciov), compie un giro di conferenze in Gran Bretagna. E con l’occasione tira fuori un presunto asso dalla manica. Una lettera in tedesco sequestrata dalla polizia sovietica (poi pubblicata e ripubblicata in Occidente) che Feltrinelli ha inviato ad Olga, nel tentativo di forzarne la volontà, all’indomani della morte di Pasternak. L’editore chiede ad Olga di mandargli al più presto il nuovo contratto per i diritti del “Zhivago” e qualsiasi documento riservato dello scrittore; le spiega che tutto ciò non deve mai capitare “nelle mani delle autorità o della famiglia Pasternak”; e le promette che farà del suo meglio “per evitare pagamenti a terze persone” o, se non dovesse riuscirci, per far sì che “una parte sostanziale del profitto resti per lei e per Irina”.

E.L. – Mi ricordo benissimo. In quella lettera Feltrinelli cita anche Schewe.

D’A – Lo cita eccome. Feltrinelli raccomanda ad Olga di non fidarsi di “nessuno ad eccezione di Schewe”, e poi, se un giorno questo “nostro comune amico” non fosse più a Mosca, di fidarsi soltanto di coloro che le mostreranno “una delle parti mancanti” e ai quali lei mostrerà “l’altra parte” [allegati alla lettera sono due mezzi biglietti italiani da mille lire].

E.L. – Un tocco cospiratorio in cui la propaganda sovietica ha inzuppato il pane. Ma quella lettera non provava affatto che fosse stata Olga, una donna resa molto cauta da tante tragiche esperienze di perseguitata, ad ispirare tante sciocchezze, compresa la superflua raccomandazione di non far cadere le carte riservate nelle mani delle autorità.

D’A – Su questo non può esserci il minimo dubbio. Ma il punto che ora mi preme chiarire è un altro. Sulla base di ciò che sta scritto in quella lettera Schewe dovrebbe essere giudicato dal regime sovietico come un complice di prim’ordine in attività criminose; e in quanto tale, sarebbe a dir poco espulso immediatamente dall’URSS, come accade di regola a qualsiasi corrispondente “borghese” (ossia non comunista) che abbia commesso un’ infrazione sia pure infinitamente più lieve. Invece Schewe può restare tranquillo nell’URSS fino a 1967 (e vi trova anche moglie), fruendo di una”grazia” che è anche la prova definitiva dei suoi servigi al KGB.

E.L. – Prova definitiva come una “pistola fumante” in mano al killer. Ma Inge ha mantenuto anche in seguito rapporti amichevoli con Schewe?

D’A – Che Schewe sia rimasto nel suo ambito familiare è un dato di fatto. Carlo, figlio di Feltrinelli ed Inge, riferisce nel suo libro “Senior Service” (Milano 1999) che nel mezzo degli anni sessanta suo padre e Schewe si tenevano in contatto: se non altro per capire se io avessi una “sponda” americana o sovietica [insomma se fossi al soldo della CIA o del KGB]. Ovviamente la fonte di questa notizia è sua madre, perché all’epoca lui aveva non più di quattro o cinque anni. Di prima mano (anche se forse non all’insaputa di Inge) Carlo racconta poi nello stesso libro di aver fatto una visita a Schewe, in Germania, quando questi era ormai pensionato.

E.L. – Risposta esauriente. Adesso torniamo all’impegno di Inge nella casa editrice, ai suoi viaggi con Feltrinelli…

D’A – Allo scorcio degli anni cinquanta la casa editrice presenta diverse novità significative. Licenziamenti (incluso il mio) e nuove assunzioni, cancellazione di libri tradotti o già in bozze… Più rilevante, tuttavia, è il “maggiore respiro internazionale” che Inge si vanta esplicitamente di promuovere: soprattutto affiancando Feltrinelli, dai primi anni sessanta, in moltissimi viaggi di lavoro nei paesi del Terzo Mondo.

E.L. – I due cercano libri da tradurre?

D’A – In teoria sì. In pratica, invece, quei viaggi hanno per effetto soprattutto l’iniziazione rivoluzionaria dell’editore milanese.

E.L. – Per esempio?

D’A – In Africa, dove per qualche anno si concentra il loro interesse, i due visitano ripetutamente Algeria, Marocco, Guinea, Nigeria, Ghana. Feltrinelli, coadiuvato da Inge, riesce a stabilire rapporti personali con i leader saliti di recente alla ribalta della storia anticoloniale, da Ben Barka a Sékou Touré. In particolare si infervora per la causa dell’indipendenza algerina, dandone la dimostrazione più concreta con l’offrire asilo a Milano, nei locali di un suo istituto, ad alcuni disertori francesi. E nell’estate 1962, grazie alla compiacenza del presidente ghanese Kwame Nkrumah, si infila addirittura fra i delegati dei paesi non allineati all’assemblea di Accra sul disarmo nucleare. Quanto alle scoperte editoriali i giri africani fruttano solo un manoscritto sull’Algeria (magari trovato a Parigi) che lui pubblica anche in lingua originale col proposito di contrabbandarlo in Francia.

E.L. – Effettivamente non è molto…

D’A – In compenso, durante una pausa dei viaggi in Africa, Inge dà alla luce Carlo (marzo 1972). Il neonato è senza dubbio figlio di Feltrinelli, la somiglianza con lui è fuori discussione, e poco importa se nella cerchia dell’editore corre voce che ci sia stato un ricorso all’inseminazione artificiale. Sia come sia, si deve rilevare un fatto. Questo figlio (che il padre subito riconosce e nomina per testamento suo erede universale) sarà determinante nel consentire ad Inge di mantenere la sua presa su Feltrinelli quando fra non molto finirà la loro convivenza sotto lo stesso tetto e soprattutto dopo che lui, alcuni anni più tardi, passerà alla clandestinità.

E.L. – E la passione per Cuba? Quando esattamente comincia?

D’A – Nel gennaio 1964. Inge e Feltrinelli sbarcano a Cuba, dove entrambi sono già stati. Adesso qui tutto è cambiato. C’è Fidel Castro, il socialismo caraibico, il miraggio dell’esplosione rivoluzionaria nell’intera America Latina. Feltrinelli, che di tutto ciò si entusiasma, viene ricevuto varie volte dal lider màximo, ne conquista la benevolenza, può perfino misurarsi con lui in qualche tiro di basket (ripreso dalle istantanee di Inge, l’ex fotoreporter). Anche questo viaggio, va detto, non manca di un contenuto editoriale: ottenere i diritti in esclusiva mondiale sulle memorie di Fidel Castro. Peccato che le memorie non sono state ancora scritte e che l’autore in pectore, pur avendo incassato un generoso acconto, non le scriverà mai.

E.L. – Ma i due torneranno a Cuba anche in seguito?

D’A – Ci tornerà molto spesso Feltrinelli. Ma senza Inge. La ragione è che una svolta significativa interviene di lì a poco nella vita della coppia. Durante una festa affollata lei viene scoperta in estrema intimità con un noto giornalista del PCI, suscitando a dire il vero più perplessità che scandalo. Possibile che una donna come lei, generalmente considerata molto padrona di sé, abbia agito con tanta leggerezza? Ad ogni modo il risultato è che Feltrinelli va ad abitare per conto proprio, lasciando a lei la disponibilità della dimora patrizia, la cura del figlio, l’usufrutto su una cospicua parte del patrimonio familiare e l’incarico di dirigente nella casa editrice.

E.L. – Un po’ troppo. Segno che lui resta succubo della personalità di Inge.

D’A – E’ così e sarà sempre così. Intanto il nuovo assetto non impedisce ad Inge, che conserva intatte tutte le sue funzioni materne e professionali, di incontrare e condizionare Feltrinelli tutte le volte che vuole. E le dà in più la possibilità di dissociarsi in modo naturale da quei viaggi nel Terzo mondo che finirebbero col rendere poco credibile la sua coltivata immagine pubblica di intellettuale progressista ma non rivoluzionaria. Del resto Feltrinelli è ormai caricato e prosegue sulla rotta prefissatagli. Tanto che all’inizio del 1967, visitando Cuba per l’ennesima volta, proclamerà in un discorso al College Habana Libre di aver esaurito il suo compito di editore europeo e di considerarsi soltanto “un combattente contro l’imperialismo”.

E.L. – E come combatte?

D’A – Assume l’incarico di pubblicare l’edizione italiana del bimestrale “Tricontinental”, redatto a Cuba quale organo dell’Organizzazione della solidarietà fra i popoli di Asia, Africa e America Latina; e di quel bimestrale diventa ufficialmente fiduciario e inviato, occupandosi per conseguenza di ulteriori guerre e guerriglie, dal Medio Oriente al Vietnam, dall’Angola all’Uruguay, in breve in una buona parte del terzo Mondo. Non che prenda parte personalmente ad azioni di carattere militare, ma si spinge verso molte delle aree in fermento (mentre le mete di lavoro preferite di Inge sono adesso Parigi, Londra, New York) per incontrare i giusti protagonisti e contribuire alle loro cause con elargizioni di denaro e/o forniture di materiale bellico. Per esempio, subito dopo la Guerra dei Sei Giorni, incontra, non per ossequiarli solo a parole, Yasser Arafat e altri dirigenti di al Fatah.

E.L. – Per gli affari editoriali, d’ora in poi, lui avrà poco tempo…

D’A – In realtà , prima ancora della sua solenne dichiarazione al College Havana Libre, Feltrinelli ha cominciato a mollare ad Inge, gradualmente, le redini della casa editrice. Anzi, a questo proposito vorrei fare una digressione rispetto al tema dei finanziamenti alle guerriglie. Si tratta di una mia diretta esperienza e testimonianza…

E.L. – Ti ascolto.

D’A – Dopo la scarcerazione di Olga (novembre 1964) prendo un’iniziativa che ormai non può cancellare il “gesto di clemenza” con cui è stata ridotta la sua pena detentiva (e prima ancora quella della figlia). Cioè propongo a Feltrinelli, attraverso il suo principale avvocato, di istituire e presiedere un Premio Pasternak. Per finanziarlo suggerisco di utilizzare legalmente una lettera autografa che Pasternak, alla fine del mio lavoro giornalistico in URSS, aveva inviato per mio tramite a Feltrinelli: una lettera in cui, fra l’altro, gli dava disposizione di versarmi a titolo di compenso la metà di tutti gli onorari del “Zhivago” spettanti all’autore.

E.L. – Una gran bella somma!

D’A – Equivalente oggi a molti milioni di dollari. Perciò su quella lettera, che Pasternak volle farmi leggere in sua presenza, avevo scritto un grosso NO stampatello accanto alle righe che mi riguardavano, spiegando allo scrittore che mai avrei accettato di sottrarre ai suoi onorari una cifra tanto spropositata e augurandogli di venire in possesso prima o poi di tutto ciò cui aveva diritto. Feltrinelli mostrò la lettera, appena l’ebbe ricevuta, a parecchi suoi collaboratori, lodandomi per la rinuncia al denaro…

E.L – Ma la tua rinuncia non impedisce legalmente l’operazione che proponi a Feltrinelli?

D’A – Non l’impedisce perché gli eredi di Pasternak, “per ragioni politiche e morali”, non potranno mai reclamare “quell’oro di Giuda”. Lo ha stabilito nell’ottobre 1961 il vertice del Partito comunista sovietico (PCUS), primo firmatario Mikhail Suslov. Comunque Feltrinelli rigetta la mia proposta senza una parola di spiegazione.

E.L. – Sicché tu inizi una vertenza giudiziaria contro la società editrice.

D’A – Per l’appunto. Motivi di spazio non mi permettono di ricapitolare qui tutte le fasi della vertenza giudiziaria (1965-1972) ch’io finanzio nei primi anni con il residuo del fondo rimesse. Del resto ho già assolto questo compito, con profusione di documenti, nel mio libro sul caso Pasternak; e poi chi volesse accedere direttamente agli atti processuali può rivolgersi all’Archivio di Stato in Roma. Qui, invece, ricorderò per sommi capi gli episodi che provano in modo schiacciante la stretta intesa fra la società editrice (sempre più dominata da Inge) e le competenti autorità sovietiche in tutto il corso della vertenza.

E.L. – Va’ avanti.

D’A – Dopo una lunga e debole contestazione della validità giuridica della citata lettera di Pasternak la società editrice, convintasi ch’io non ne ho fatto una copia (il che è vero), presenta in giudizio una precedente e generica lettera dello scrittore, manomessa con un NO apocrifo, sostenendo che mi sono confuso. Ma, rendendosi conto che questo falso non potrà reggere a lungo, rivela a Mosca ch’io voglio istituire un Premio Pasternak. Mosca si allarma seriamente. Si mobilita. Infatti subito dopo, nel maggio 1966, il vertice del PCUS capovolge la decisione di cinque anni prima stabilendo che i figli di Pasternak potranno ereditare i proventi del “Zhivago” (e quindi intervenire nella mia vertenza), con ciò impedendo che “determinati circoli utilizzino per fini antisovietici le rilevanti somme dello scrittore scomparso”.

E.L. – Qui sembra smentita la proverbiale inefficienza della burocrazia sovietica.

D’A – Non generalizziamo. Ascolta adesso l’esempio di un pasticcio spionistico. Nell’agosto 1967, mentre sto raccogliendo importantitestimonianze a mio favore, una signora russa, Galina Oborina, che mi ha conosciuto a Mosca e poi si è trasferita definitivamente a Roma in seguito al suo matrimonio con un italiano, mi consegna la copia di una lettera dattiloscritta che Pasternak, di cui sarebbe stata da tempo buona amica, le avrebbe dettata e firmata una quindicina di giorni prima di morire, quando già era allettato. Nella copia, si legge fra l’altro, lo scrittore insiste affinché io accetti finalmente la ricompensa che mi aveva proposto nel nostro ultimo incontro.

E.L. – E’ passato molto tempo dalla data della copia. Tu non dubiti…

D’A – L’Oborina mi racconta molte sue vicende che sembrano spiegare il ritardo della consegna. Comunque io chiedo alla signora di andare da un notaio per autenticare la copia. Ciò che lei fa senza battere ciglio. Io allora deposito in giudizio la copia autenticata. E la società editrice propone quasi subito una querela di falso corredata dalle dichiarazioni giurate di due medici sovietici in cui si afferma che Pasternak, alla data indicata nella copia, stava troppo male per dettare e firmare una lettera. L’Oborina si mostra spaventata e rifiuta di testimoniare in giudizio. Io smentirò i due medici sovietici con testimonianze molto qualificate. Una è di Valeri Tarsis, noto scrittore sovietico dissidente costretto all’esilio dopo aver subito un periodo di manicomio sulla base di diagnosi imposte dal potere. E infine, sia pure tanto tempo dopo, arriva il chiarimento: dal cosiddetto Archivio Mitrokhin spunta il nome dell’Oborina quale agente del Secondo direttorato del KGB. Insomma falsa la lettera e falsa la smentita.

E.L. – Ma come finisce la causa di falso?

D’A – Non finirà mai. Intanto per aprirla è necessario che si chiuda formalmente il giudizio in corso, ciò che richiede, senza che io ne capisca il perché, quasi un anno e mezzo. Infatti il procedimento di falso comincia nel gennaio 1969. Da quel momento la società editrice, ormai chiaramente interessata a perdere tempo, non fa altro che chiedere la comparizione degli eredi di Pasternak, ma per essi, ovviamente ignari di quanto succede a Milano, c’è sempre qualcuno che con vari pretesti chiede e ottiene il rinvio delle udienze.

E.L. – Chi sono gli eredi di Pasternak?

D’A – In questo periodo i due figli Evgheni e Leonid. A loro, però, viene presto aggiunta Olga.

E.L. – Inspiegabile.

D’A – E invece no, sta’ a sentire. Verso la fine del 1969 il console generale sovietico a Roma, Ivan Iutkin, mi invita a un colloquio riservato. Ci vado. Faccio una brevissima anticamera, durante la quale una mia vecchia conoscenza di Mosca, Lolli Zamoiski (che poi figurerà come colonnello del KGB nel citato Archivio Mitrokhin), accerta la mia identità con una furtiva occhiata dallo spiraglio di una porta. Iutkin è gentilissimo. Si dice molto dispiaciuto che gli eredi di Pasternak, in particolare la mia carissima Olga, debbano testimoniare contro di me e mi propone di parlarne, per trovare una soluzione, con due alti dirigenti del Collegio giuridico sovietico per l’estero. Mi scappa di dirgli, sorridendo, che da noi i testimoni a proprio favore non sono presi troppo su serio. Comunque, qualche giorno dopo. io e due miei avvocati incontriamo al Consolato generale, in presenza di Iutkin, il vicepresidente del Collegio giuridico Andrei Korobov e un suo assistente con l’aria di autorevole sorvegliante.

E.L. – In altre termini un occhio del KGB?

D’A – Probabile. Ad ogni modo Korobov mi consiglia con lunghi giri di parole pacate e quasi amichevoli di rinunciare alla mio genere di pretesa sugli onorari di Pasternak e a un certo punto io gli domando, per la verità retoricamente, se in questo caso tutte quelle cospicue somme finirebbero davvero nelle tasche degli eredi. Risposta: certamente sì. Una mia espressione di incredulità fa allora scattare il suo assistente. Con voce arrogante costui mi intima di non divagare. Afferma che io sto dimostrando di non nutrire alcun affetto per Olga (inclusa fra gli eredi, ormai è chiaro, con l’intenzione di condizionarmi psicologicamente). E infine mi grida che “oggi si deve decidere se ci lasciamo da amici o da nemici.” Con grande calma gli spiego che l’alternativa è molto seria e perciò mi serve altro tempo per rifletterci. Fine della seduta.

E.L. – Che è anche l’ultima, immagino.

D’A – Naturalmente. Tuttavia devo convincermi che le manovre congiunte di Milano e Mosca non mi permetteranno di arrivare in tempi men che biblici (quindi anche entro i limiti della mia resistenza finanziaria) alla conclusione dell’intera vertenza e al traguardo del Premio Pasternak. Di conseguenza i miei avvocati, in pieno accordo con me, comunicano alla società editrice che io potrei prendere in considerazione la proposta di chiudere la nostra controversia purché ciò avvenga con una transazione che la impegni a rimborsarmi tutte le spese giudiziarie e non giudiziarie che ho sostenuto di tasca mia per arrivare al punto in cui ci troviamo.

E.L. – E la risposta?

D’A – La risposta non arriva e la causa di falso continua a languire fra le convocazioni mancate dei testimoni russi. Però qualcosa di strano avviene fuori dalle aule di giudizio. Il primo marzo 1970 la Società editrice annuncia sui principali quotidiani del mondo di aver stipulato un accordo con gli eredi di Pasternak (ancora i due figli Evgheni e Leonid più Olga) rappresentati da Korobov, il vicepresidente del Collegio giuridico per l’estero. In sostanza la Società editrice avvierà subito le pratiche valutarie per versare quanto dovuto agli eredi di Pasternak e otterrà da questi ultimi il “secondo contratto” perseguito invano per anni. Questo contratto riconoscerà alla Società diritti molto più ampi sulle utilizzazioni del “Zhivago”, comprese quelle diverse dalla stampa, evitandole in questo modo il grosso delle contestazioni legali sollevate finora, soprattutto all’estero, da editori ed altri soggetti coinvolti nel giro d’affari del romanzo.

E.L. – Bel colpo, su questo non c’è che dire.

D’A – C’è da dire tuttavia che i due contraenti, come ad esempio rileva il londinese “Sunday Times”, hanno ignorato il fatto che io ho promosso un’azione legale, tuttora in corso, per rivendicare parte di quel denaro. Il loro accordo è insomma un mostro giuridico. Ma il peggio deve ancora venire.

E.L. – Un altro accordo?

D’A – No, tutt’altra cosa. Il 20 gennaio 1972 diversi grandi quotidiani del pianeta, dal “New York Times” al “Corriere della Sera”, riferiscono che il giorno prima gli eredi di Pasternak avrebbero dovuto presentarsi come testimoni al tribunale dove si celebra (si fa per dire) la causa di falso e invece hanno chiesto per telegramma di rinviare l’udienza, ora fissata al 24 marzo. La lista degli eredi, si legge ancora, ha subito una variazione. Olga è stata cancellata e al suo posto figura Katia, indicata come figlia dello scrittore. Non si tratterebbe di una notizia sensazionale se non per un dato di fatto: lo scrittore non ha mai avuto una figlia e perciò Katia Pasternak è stata inventata dal KGB.

E.L. – Con quale scopo?

D’A – Si può supporre che questa Katia, munita di tutti i necessari documenti falsi, potrebbe dichiarare di aver rinunciato all’eredità per potersi qualificare come testimone. Di sicuro, comunque, non potremo mai saperlo. La morte di Feltrinelli (14 marzo) ha per conseguenza l’annullamento dell’udienza che avrebbe dovuto tenersi dieci giorni dopo. E non solo. A questo punto comincia anche la fine dell’intera vertenza giudiziaria in quanto i miei avversari di Milano devono occuparsi di problemi societari e personali molto più pressanti (fra cui il regolamento finanziario con cui Inge, sborsando molti milioni di dollari, taciterà Sibilla Melega, ultima moglie dell’editore). In concreto la Società editrice ora accetta la transazione che io ho proposto alla fine del 1969 e che sarà eseguita, causa i tempi tecnici, alla fine del 1972.

E.L. – Toglimi una curiosità. Ti tenta mai l’idea di riaprire quel caso?

D’A – Vuoi scherzare? Solo per la verità storica, niente altro, sto citando l’insieme dei fatti che fanno luce sul ruolo di Inge nella vita di Feltrinelli. Anzi, colgo qui l’occasione per dichiarare, a scanso di equivoci, che dalla Società editrice io non pretenderò mai neanche un centesimo. A nessun titolo.

E.L. – Bene, torniamo allora all’impegno di Feltrinelli nel Terzo Mondo. Eravamo rimasti al suo incontro con Arafat.

D’A – Poco dopo quell’incontro l’editore milanese intraprende una missione anomala. Vola in Bolivia, portandosi molto denaro ritirato da un suo conto a New York, nel tentativo di aiutare in qualche modo il Che Guevara braccato nella giungla e l’intellettuale Régis Debrais rinchiuso in carcere. Si sistema in un albergo di la Paz, dove si fa raggiungere dalla moglie Sibilla Melega, ma qualcosa in cui sperava, forse un contatto con qualcuno, non funziona. Le faccenda si potrebbe mettere molto male e invece, buon per lui e Sibilla, si conclude con qualche interrogatorio e l’imbarco forzato su un aereo in partenza dal paese. A questa avventura, comunque, fa seguito un’improvvisa svolta nella visione strategica di Feltrinelli.

E.L. – In che senso?

D’A – Nel senso che Feltrinelli, appena rimpatria dalla Bolivia, concentra la sua attenzione sui prodromi del Sessantotto italiano: manifestazioni studentesche con qualsiasi possibile motivazione, occupazioni di parecchie università, violente proteste antiamericane sullo spunto della guerra del Vietnam e del colpo di Stato in Grecia, scontri fra militanti di sinistra e di destra. Quanto a lui basta per illudersi che anche qui possano funzionare i modelli insurrezionali delle aree sottosviluppate.

E.L. – E quando passa all’applicazione di questa teoria?

D’A – Quasi subito. Per cominciare sceglie la Sardegna, con l’esplicito obiettivo di trasformarla nella “Cuba del Mediterraneo”, facendo levasoprattutto su separatismo e banditismo, due fenomeni locali che spesso si integrano. Ad essi dà manforte sia con finanziamenti generosi sia con forniture di armi, apparecchi per telecomunicazioni e altri materiali utilizzabili per la guerriglia. Con il risultato di contribuire per qualche anno (promovendo anche la costituzione di un “Fronte rivoluzionario sardo per il comunismo”) a scatenare una fitta successione di gravi e gravissimi disordini, incluso perfino il sabotaggio di manovre militari. Inoltre, fin dai primi mesi del 1968, quando le agitazioni degli studenti e degli infiltrati di vario colore si inaspriscono e dilagano in tutto il territorio nazionale, Feltrinelli si convince che in Italia sia imminente un colpo di Stato ordito da CIA, NATO, grande industria e alta finanza.

E.L. – Una ragione di più, immagino, per spingerlo a stringere i tempi dell’azione rivoluzionaria.

D’A – Infatti dal 1968 e soprattutto nel 1969 (l’ anno delle bombe “rosse” e “nere” che in molte parti del paese prendono di mira sedi e simboli istituzionali, banche, borse, esposizioni industriali, stazioni ferroviarie, treni e tralicci elettrici) Feltrinelli avvia e intensifica la frequentazione e il finanziamento di vari gruppi della sinistra combattente, mette in vendita nelle sue grandi librerie apologetici opuscoli sulle guerriglie in corso nel mondo, perfino manuali per costruire bombe molotov e lanciarle con fucili a canne mozze. Per conseguenza i servizi di intelligence lo tengono d’occhio, la magistratura lo interroga e gli infligge qualche lieve condanna, la polizia compie diversi sequestri nella sue librerie, le cronache nazionali si occupano di lui sempre più spesso. Il fatto politicamente più serio, tuttavia, consiste negli attacchi che ora gli sferra la stampa del PCI.

E.L. – Perché dici che è il fatto politicamente più serio?

D’A – Da un quarto abbondante di secolo il PCI ha perseguito l’avvicinamento morbido al potere ed ha quindi avversato risolutamente qualsiasi iniziativa, fosse anche soltanto di carattere giornalistico, che intralciasse la sua marcia da una posizione “più a sinistra”. Figurarsi dunque se può tollerare che “un avventuriero dilettante” tipo Feltrinelli finanzi adesso la nascente ultrasinistra eversiva. Ma la linea morbida del PCI non nasce dal nulla. E’ in piena sintonia con una scelta strategica della politica estera sovietica. E quindi la recente svolta di Feltrinelli è vista da Mosca come uno spinoso problema.

E.L. – E lui se ne rende conto? Reagisce?

D’A – Lui ostenta disprezzo ideologico per il PCI. Accusa i dirigenti di questo partito di “ciarlatanismo ammantato di fraseologia di sinistra”. E non è tenero nemmeno con il regime sovietico che spesso identifica col capitalismo di Stato. Nello stesso tempo Inge si mostra molto costernata per tutti i rischi cui lui si espone, gli dice di essere certa che i sicari del terrorismo neofascista e di vari servizi segreti sono ormai alle sue calcagna; e lo scongiura di defilarsi, di lasciare almeno per un po’ di tempo l’Italia. Nell’autunno 1969 lui alla fine si convince, le dà ragione. Al punto da ripetere più volte agli amici fidati che presto, a Milano o nei dintorni, potrebbe essere rinvenuto il suo cadavere crivellato di colpi. Pertanto prepara il suo definitivo sganciamento dalla casa editrice (di cui conserverà solo formalmente la presidenza) con una ristrutturazione che permette ad Inge di entrare nel consiglio di amministrazione e di assumere la carica di vicepresidente.

E.L. – In pratica, insomma, lei diventa il capo dell’azienda.

D’A – Proprio così. Ad accelerare e modificare le ulteriori mosse di Feltrinelli intervengono d’altronde i fatti che si susseguono a Milano nell’ultimo bimestre del 1969: una manifestazione di operai e studenti che degenera in guerriglia con molti feriti; uno sciopero che culmina con la morte di un giovane agente di polizia colpito alla testa con un tubo di ferro; e infine la bomba che esplode – il 12 dicembre – in una grande banca del centro cittadino provocando diciotto morti e ottantotto feriti. A torto o ragione si diffonde il sospetto che dietro questi fatti possa anche esserci la mano di Feltrinelli. Un giudice ordina a titolo cautelativo il ritiro del suo passaporto e lui nello stesso giorno, con l’aiuto di un contrabbandiere, oltrepassa la frontiera svizzera, deciso a vivere in clandestinità.

E.L. – Clandestinità, se non sbaglio, con molti aspetti donchisciotteschi. Non è questo il momento in cui Feltrinelli vuole tramutarsi da sostenitore di guerriglie in guerrigliero sul campo?

D’A – Certo. Infatti comincia subito a reclutare una sua milizia con il vecchio nome di Gruppi di azione partigiana (GAP) che deve essere pronta nella prossima primavera quale componente dell’Esercito internazionale proletario. Stabilisce che almeno all’inizio, poi si vedrà, il suo principale campo d’azione sarà l’Italia, dove ogni tanto rientrerà, sempre da clandestino, nonostante che il ritiro del suo passaporto venga revocato in febbraio. Vede tutto facile, si monta ancor di più la testa, scrive e pubblica addirittura un opuscolo sull’ordinamento della società postcapitalistica: quella di cui, anche se non lo dice apertamente, si sente il capo futuro. Il 12 marzo Inge, che spesso va a trovarlo, spiega all’ad e al direttore generale della casa editrice, entrambi sinceramente affezionati a Feltrinelli e angosciati per le sue gesta spericolate, che ormai non c’è nulla da fare. “Nessuno può più capirlo… he’s lost [è perduto]” scriverà nel proprio diario. E l’ad lancia l’idea che per salvarlo conviene farlo arrestare.

E.L. – Lei si oppone?

D’A – Credo che semplicemente lasci cadere il discorso. Feltrinelli intanto si aggira vorticosamente in Austria, Svizzera e Francia. Abbastanza spesso, solo per motivi di militanza, mette piede in Italia (munito di documenti falsi, camuffato nei modi più fantasiosi, privo dei suoi tipici baffoni), tenendosi ovviamente alla larga dalla casa editrice e dintorni. Con Inge, che di solito gli porta il figlio ancora bambino, si vede assiduamente in vari luoghi del suo esilio fino a poco prima della fine. E con Sibilla, che per stargli più vicina si è scelta come base un panfilo ormeggiato in Costa Azzurra, trascorre qualche periodo di riposo in una sua villa fra i boschi della Carinzia o fissa improvvisati appuntamenti qua e là: ma non oltre la primavera del 1971, quando lei, non sopportando più le scelte esistenziali del marito, troverà a Roma un nuovo interesse sentimentale.

E.L. – Ma in concreto, a parte i finanziamenti ai gruppi della sinistra armata in Italia e magari in altri paesi europei, quante e quali sono le azioni compiute da Feltrinelli in questa fase finale delle sue avventure? Parlo di azioni eversive.

D’A – Poche e di pochissima rilevanza: messaggi “Radio GAP” che utilizzano apparecchiature tedesche ottenute per vie traverse e talvolta interferiscono con qualche trasmissione televisiva in aree dell’Italia settentrionale; attentati dinamitardi senza serie conseguenze a Milano e dintorni contro cantieri edili dove si sono verificati infortuni sul lavoro e contro imprese appartenenti a sostenitori di formazioni neofasciste. Una delle ultime azioni, una rapina al casino di Saint Vincent, resta allo stato di progetto in considerazione delle scarse probabilità di riuscita. In sostanza Feltrinelli, sempre più dominato dall’ambizione di emergere come grande teorico e capo rivoluzionario, è schiavo di un tragico gioco. Scrive scombinate risoluzioni strategiche, acquista in Svizzera e a Milano appartamenti da usare come covi per i militanti dei GAP; organizza esercitazioni con pistole, fucili e bombe a mano, sottoponendo se stesso e uno sparuto gruppetto di seguaci a esercizi faticosi, a digiuni, perfino all’ingestione di cibi avariati; e infine, per darsi l’aspetto del guerrigliero sul campo, si lava sempre di meno. Una volta Inge, tornando da uno degli incontri con lui, di dice impressionata per averlo trovato molto magro e coi denti ingialliti.

E.L. – Finché nel marzo 1972 il suo tragico gioco finisce all’improvviso…

D’A – All’improvviso e in modo imprevedibile. Il 13 di quel mese, come viene annunciato con largo anticipo, il PCI aprirà a Milano il suo XIII Congresso, destinato a concludersi al quinto giorno con l’elezione di Berlinguer alla carica di segretario generale del partito. Feltrinelli decide subito di intralciare l’evento provocando un massiccio black out della città. A questo scopo ripartisce i suoi Gap in otto piccoli commandos, uno dei quali guidato da lui, con il compito di far saltare simultaneamente altrettanti tralicci dell’alta tensione situati, a molta distanza l’uno dall’altro, nella campagna milanese. Per l’attuazione del piano sceglie la tarda sera del 14. Ma salta l’appuntamento e non salta nessun traliccio. Tutti i commandos, escluso quello formato da lui e altri due uomini, disertano.

E.L. – Quindi Feltrinelli è caduto in una trappola ben predisposta. E’ stato vittima di un vero e proprio complotto, non di un semplice incidente.

D’A – Questo e certo, ma lui non farà in tempo a saperlo. In qualche modo è ferito dall’esplosione di una carica e muore dissanguato ai piedi del traliccio mentre i suoi accompagnatori fuggono con il furgone usato per arrivare sul posto. Il suo cadavere viene scoperto da alcuni contadini nel pomeriggio del 15 e, siccome ha indosso documenti falsi, gli inquirenti non riescono a identificarlo prima della mattina del 16. La successiva inchiesta giudiziaria finisce con l’archiviazione per insufficienza di prove e in giro restano tutte le possibili voci sull’identità dei responsabili: neofascisti, comunisti, servizi segreti italiani, KGB, CIA.

E.L. – Sai se Inge ha fatto qualche ipotesi?

D’A – Francamente no. So soltanto che la mattina del 15 marzo, ossia all’indomani dell’esplosione sotto il traliccio, lei parte per Lugano insieme con il figlio e un notaio, spiegando all’ad della società editrice che Feltrinelli le ha dato appuntamento in quella città alle ore tredici dello stesso giorno per la stesura di un atto riguardante una sua villa in Italia. Poche ore dopo, nel tardo pomeriggio del 15, lei rientra a Milano. Con aria sconvolta informa l’ad, presenti altre persone, che Feltrinelli non si è presentato all’appuntamento; ed aggiunge che lui non si sarebbe mai comportato così, tanto meno potendo incontrare il figlio, se non gli fosse successo qualcosa di terribile.

E.L. – Tutto ciò è strano…

D’A – Stranissimo. Possibile che Feltrinelli abbia nascosto ad Inge, pur considerandola fino all’ultimo la sua compagna rivoluzionaria, quell’attentato dinamitardo che progettava da un po’ di tempo? Possibile che Feltrinelli le abbia dato appuntamento a Lugano, per una pratica notarile, solo poche ore dopo l’attentato? O che non abbia avuto modo di disdire l’appuntamento se per qualche imprevista evenienza fosse stato spostato il giorno dell’operazione? Io penso che in realtà Inge abbia messo in scena l’appuntamento di Lugano per far testimoniare, se mai fosse stata sfiorata da qualche sospetto nell’ambito dell’inchiesta giudiziaria, che lei non sapesse nulla dell’attentato in preparazione e quindi non potesse essere accusata di omessa denuncia o di complicità.

E.L. – Bene, siamo arrivati alla fine di questa storia. Ora ti chiedo di concludere l’intervista con una valutazione sintetica della vera misura in cui Inge ha inciso sulla vita di Feltrinelli e quindi sul caso Pasternak.

D’A – Fin qui io ho riferito esclusivamente fatti incontrovertibili. Sono quelli descritti in note pubblicazioni non prevenute verso i protagonisti di cui ho trattato e da loro mai contestate (ma delle quali mi impegno a precisare in questo stesso foglio, su eventuali richieste dei lettori, i titoli e le pagine). Sono i fatti provati dagli atti della mia vertenza giudiziaria, da alcuni documenti degli archivi sovietici, da numerosi articoli e commenti di grandi giornali. Ciò detto, posso dichiarare che questi fatti, ove se ne considerino coincidenze temporali e connessioni logiche, sollevano immancabilmente pesanti interrogativi.

E.L. – Precisiamoli.

D’A – Primo: E’ stata Inge, per via diretta o indiretta, per convinzione ideologica o voglia di ricchezza, ad accettare l’incarico di manipolare psicologicamente Feltrinelli con l’intento di farne un finanziatore di guerriglie? Ossia è stata lei a rendersi corresponsabile, sia pure moralmente, della fine dell’editore milanese?

E.L. – E il secondo interrogativo?

D’A – E’ stata Inge, nel corso della mia vicenda giudiziaria con la società editrice, a governare il coordinamento di Milano con Mosca in un carosello di spie sovietiche, documenti truccati, false testimonianze e tentativi di intimidazione nei miei confronti? Ossia è stata lei ad impedire l’istituzione di un premio Pasternak e ad assicurarsi per giunta quel nuovo e più vantaggioso contratto editoriale che l’autore non avrebbe mai firmato?

E.L. – Chiaro, anzi chiarissimo. Grazie a te anche a nome dei miei amici.

D’A – Grazie a te

Due papi, due misure_ di Luigi Longo

Italia e il mondo riproporrà in successione tre articoli di Luigi Longo già apparsi anni fa sul sito www.conflittiestrategie.it di analisi del ruolo del Vaticano nel contesto geopolitico. Contestualizzando gli eventi citati, offrono comunque importanti punti di riflessione. Qui sotto il secondo brano. Buona lettura_Giuseppe Germinario

Papa emerito Benedetto XVI e Papa Francesco, un

 riallineamento della Chiesa nella fase multipolare?

di Luigi Longo

 

 

*Non lascio la croce, resto in modo nuovo

                                                                                                   Papa Benedetto XVI

Il potere è presente. La santità è postuma.

Thomas Stearns Eliot

 

 

1.Le dimissioni del papa Benedetto XVI hanno provocato un terremoto epocale nella Chiesa ( intesa come comunità cristiana) e nello Stato della Città del Vaticano ( inteso come governo della istituzione con le sue ramificazioni territoriali a livello nazionale e mondiale). Avanzerò, per interpretare la rinunzia del papa, due ipotesi di ragionamento che tengono in subordine le questioni storiche di grande importanza per la Chiesa: la soggettività della donna, la questione interna della pedofilia, il ruolo dello IOR e dell’Opus Dei, il suo ruolo nelle diverse sfere ( solo per astrazione ) della società, soprattutto in quella economico – finanziaria, le attività dei servizi segreti, il ruolo dei movimenti ( Comunione e Liberazione, Comunità) e delle congregazioni ( gesuiti, salesiani e francescani). Le due ipotesi, che cercano di capire la profondità delle vibrazioni rapide e più o meno potenti del sisma, sono: a) una rottura storica nella Chiesa e nello Stato della Città del Vaticano (1), b) la ricerca di un nuovo sistema di ri-equilibrio della Chiesa, nella fase multipolare che sta avendo una certa accelerazione ( sia pure imperfetta), considerando le cose che accadono nelle varie aree del mondo(2) dove tutti gli Stati- potenza, quello “egemonico”, in declino ( USA ) e, quelli emergenti in ascesa ( Cina, Russia, India ), sono in movimento [ è utile ricordare, come insegnano Giovanni Arrighi e Gianfranco La Grassa, che le transizioni egemoniche non sono processi lineari, fluidi e uniformi] (3).

 

2.La rottura storica. Il ritiro del Papa riguarda la messa in discussione della sacralità, dell’infallibilità e dell’insostituibilità del << sovrano assoluto vicario di Cristo in terra, cioè il sostituto dell’al di qua della Seconda Persona della Santissima Trinità che regna nell’aldilà >> (4). Per dirla con Massimo Franco :<< […] il Vaticano comincia ad apparire un sistema di governo come gli altri; e dunque il Papa, capo della Chiesa cattolica, a uscire dalla nicchia teocratica nella quale lo poneva la sua carica a vita, inserendolo nella lista di presidenti, primi ministri e dirigenti. E’ questo che colpisce di più. Rispecchia il dramma di un’istituzione che dovrà ricalibrare molti dei suoi principi sulla base di una novità prevista ma mai verificatasi negli ultimi seicento anni. >> (5).

La rottura storica del Papa può avviare un processo di rinnovamento del potere religioso temporale che svela il conflitto esistente, un conflitto strategico tra diversi blocchi di potere che si contendono l’egemonia, all’interno della Chiesa e dello Stato della Città del Vaticano, tra visioni diverse del ruolo della religione, della fede, degli strumenti del potere (istituzionali e non), del dialogo con la modernità (6) nella società a modo di produzione capitalistico. Una sorta di disvelamento dell’uso che il potere religioso temporale fa del potere religioso spirituale (7). Una nuova sintesi e una nuova evangelizzazione mondiale che si proietta nella nuova fase intrinseca ai mutamenti storici ( la fase multipolare) e che va oltre la storica opposizione tra conciliaristi e conservatori << il suo modo [ del papa] particolare di essere rivoluzionario ha soprattutto contribuito a superare lo schema attraverso il quale, fin dall’Ottocento, veniva letta anche storicamente la vita interna della Chiesa, e cioè la contrapposizione fra conservatori e riformisti >> (8). In questo senso non è convincente, a mio avviso, la scelta della via conciliarista auspicata da Franco Cardini e Luisa Muraro ( una delle madri del pensiero della differenza sessuale), che resta comunque all’interno della contrapposizione tra monarchia papale e governo conciliarista, quando il primo afferma :<< Un rinnovamento che, in termini ecclesiali, equivale a una parola chiara, ma complessa, costosa, rischiosa: concilio[corsivo mio]. >> (9); e la seconda, indirettamente, indica: << “Santità… Lei prenda come esempio e modello il migliore dei papi che abbiamo avuto nel secolo ventesimo, Giovanni XXIII, che si dimostrò umile, affettuoso, coraggioso e politicamente intelligente” >> (10). La Chiesa a monarchia papale e la Chiesa conciliare, che storicamente si intrecciano e si sorreggono a vicenda, condividono, con le proprie istituzioni e le proprie strutture, il legame sociale dato, l’ordine simbolico della società a modo di produzione capitalistico. Il loro potere religioso spirituale ( la santità è postuma ) alimenta e giustifica il potere religioso temporale (il potere è presente ) che è espressione di una realtà che esiste in superficie come fenomeno , ma che non ha niente a che fare con la sostanza del mondo materiale e spirituale. E’ una Chiesa che non ha niente a che fare né con l’ecumenismo popolare né con l’ecumenismo istituzionale, intendendo con essi quanto scriveva Giulio Girardi: << Per “ecumenismo istituzionale” intenderei il rapporto di rispetto, stima e collaborazione tra le diverse istituzioni religiose, promosso dalle rispettive gerarchie. Per “ecumenismo popolare” intenderei invece un rapporto promosso dal “popolo di Dio”, indipendentemente dalla gerarchia e spesso in contrasto con essa. Il contrasto si riferisce specialmente alla natura della relazione, che in questo ecumenismo è di uguaglianza e reciprocità tra  tutte le religioni, compresa la cattolica.[ corsivo mio] >> (11). E’ una Chiesa in cui il Gesù di Nazaret ( Gesù storico ) non si riconoscerebbe, farebbe una ben più profonda cacciata dalla città-tempio di Gerusalemme dei decisori strategici del potere: << Il regno di Dio, nell’accezione originaria di Gesù, porta la distruzione, non la pace, ai reggitori e ai beneficiari di un ordine ingiusto [ corsivo mio] >> (12); mentre, il Paolo di Tarso ( il vero fondatore della Chiesa cristiana) la apprezzerebbe << le distinzioni sociali fra ricchi e poveri, schiavi e padroni erano accettate, ma dovevano essere mitigate da donazioni generose e da condotte gentili >> (13).

Le dimissioni del Papa denunciano che il mondo è cambiato. Non c’è più il <<comunismo storico novecentesco realmente esistito (1917-1991) >> ( utilizzo qui la definizione di Costanzo Preve). Le potenze mondiali si stanno delineando. Una fase multipolare incalza. La Chiesa come si pone, sia all’interno che all’esterno, in questi cambiamenti epocali? Non può rimanere prigioniera della logica conservatrice o progressista: è una nuova sintesi e un nuovo ruolo che bisogna ricercare. Ricercare una nuova grammatica e un nuovo linguaggio che serva a costruire un nuovo ordine simbolico della Chiesa cristiana la cui relazione con la realtà sia sempre più corrispondente << La grammatica è “storia” o “documento storico”: essa è la “fotografia” di una fase determinata di un linguaggio nazionale (collettivo) [ formatosi storicamente in continuo sviluppo ], o i tratti fondamentali di una fotografia. La quistione pratica può essere: a che fine tale fotografia? Per fare la storia di un aspetto della civiltà o per modificare un aspetto della civiltà? >> (14).

La scelta di Papa Benedetto XVI pone all’ordine del giorno la temporalità del mandato. Temporalità legata all’equilibrio dinamico degli attori strategici sia esso espressione della nuova sintesi ( per modificare un aspetto delle civiltà ), sia esso espressione della suddetta storica opposizione ( per fare la storia di un aspetto della civiltà). E in questa fase di nuova sintesi e di un nuovo riallineamento il Papa emerito ci vuole stare con tutto il suo potere per indirizzare in << modo nuovo >>.

 

3.Il riallineamento della Chiesa. L’abdicazione del Papa può prospettare un nuovo riallineamento che tenga conto della nuova configurazione mondiale che si va delineando con la sempre più avanzata fase multipolare.

Ieri, nella fase policentrica, attraversata da ben due guerre mondiali, la Chiesa si schierò con l’occidente sotto l’egida americana, in contrapposizione al blocco rappresentato dal cosiddetto comunismo dell’ex URSS. La fase policentrica, preceduta da una lunga fase multipolare, segnò il passaggio, come centro coordinatore egemonico di un equilibrio dinamico prevalentemente occidentale, dall’impero britannico a quello americano.

Francesco Cossiga ricorda che << Negli anni cinquanta la scelta atlantica era obbligata[ dalla sfera di influenza americana, corsivo e precisazione mia]. Su di essa convergevano l’interesse nazionale italiano e l’interesse ecclesiastico vaticano: non solo non eravamo in grado di garantire la nostra indipendenza senza l’ombrello atlantico, ma esso era necessario anche a proteggere la sicurezza della Santa Sede, l’organo centrale della Chiesa cattolica incastonato nel nostro territorio >> (15).

La Chiesa fu un << baluardo >> contro l’espansione del socialismo. Non cercò un gramsciano << sistema di equilibrio >> (16) un confronto non più con i vecchi Stati capitalistici, bensì con i nuovi Stati socialisti (17 ) per il conseguimento delle intese tra i popoli e tra le loro religioni.

Oggi, nella fase multipolare, la Chiesa dovrebbe essere universale ( a partire da questo insegnamento della storia, ma superandolo, considerata l’attuale fase storica), e dovrebbe, in maniera autonoma, intrecciare relazioni con tutte le religioni ( pluralismo religioso) di tutti i popoli ( intesi come le parti maggioritarie e sfavorite delle popolazioni), di tutti i Paesi ( pluralismo culturale) per favorire il loro sviluppo nel rispetto della sovranità, dell’autodeterminazione e della maggioranza del popolo.

Il nuovo gruppo di decisori strategici che si andrà a costituire intorno al nuovo Papa [ed al Papa emerito?] dovrà intrecciare relazioni con tutte le altre religioni; dovrà, quindi, necessariamente allearsi con i decisori strategici di quei Paesi che hanno funzioni importanti per rafforzare le sovranità nazionali, le identità storiche, culturali, sociali, economiche e politiche; questo costituirà il legare tra l’ecumenismo istituzionale e la sovranità nazionale. Un primo passo importante in questa direzione sarà quello di cercare << un nuovo equilibrio >> non più guardando all’impero “egemonico” USA bensì a quei nuovi stati-potenza che si stanno delineando ( Cina, Russia, India). Da una Chiesa universale americanista a una Chiesa universale multipolare.

Non ho parlato di una collocazione della Chiesa fatta di alleanze strategiche, nella fase multipolare, per una società mondiale fatta di popoli e nazioni liberi e autodeterminati ( un ecumenismo popolare), perché l’ecumenismo popolare presuppone un processo che << porta il popolo al potere >>, un popolo ( con le sue articolazioni sociali) che progetta, che sogna e che realizza una costruzione reale di un mondo ideale. Il popolo, in questa fase storica determinata, non c’è più. Da tempo ha smesso di informarsi, di partecipare, di indagare, di conoscere, di analizzare, di pensare e di darsi gli strumenti di decisione per una prassi reale di cambiamento. E quando un popolo non si informa << è plebe, ed una plebe disinformata non ha né sovranità né potere >> (18).Ne è un esempio il popolo italiano giusto per rimanere in Italia, la nazione dove vivo.

 

4.Mentre scrivevo questa riflessione è stato nominato il nuovo Papa. Il cardinale di Buenos Aires, Jorge Mario Bergoglio, è il Papa Francesco. L’arcivescovo Jorge Mario Bergoglio non si presenta bene. << La storia lo condanna >>, ha detto Fortunato Mallimacci, ex preside della Facoltà di Scienze Sociali dell’Università di Buenos Aires. Bergoglio << si è sempre opposto a tutte le innovazioni all’interno della Chiesa e, soprattutto, durante gli anni della dittatura, ha dimostrato di essere molto vicino al governo militare >>. Nel 2007 le mamme di plaza de Mayo scrissero in un comunicato che Bergoglio era << complice della dittatura >> (19). Non sostenne la Teologia della Liberazione che, come sostiene Gustavo Gutierrez (teologo peruviano), è fondata sulle lotte di liberazione che << sono il luogo di un nuovo modo di essere uomo e donna in America latina, e perciò stesso di un nuovo modo di vivere la fede [ corsivo mio]>> (20).

Credo che la nomina del Papa Francesco, un papa che guarderà all’America latina, sia una scelta che aiuti gli USA a rallentare la fase multipolare e a contrastare il loro declino ( la Chiesa, si sa, subisce il forte fascino degli imperi). La storia non insegna e come sosteneva Thomas Stearns Eliot << Gli uomini non imparano molto dall’esperienza degli altri >>.

Avanzo questa ipotesi, provvisoria, per le seguenti ragioni: a) una scelta geopolitica, per rompere l’intesa di quei paesi (Brasile e Argentina, due grandi paesi dell’America latina e membri dominanti del Mercosur; il primo fa parte del BRICS) che ragionano in termini di autodeterminazione e di sovranità nazionale,oltre ad allontanarsi dalla sfera di influenza americana; b) una scelta georeligiosa, il cattolicesimo nell’America del nord e nell’America latina ( dove vivono il 42% dei fedeli cattolici mondiali: mezzo miliardo su un totale di 1,2 miliardi ) perde terreno a favore delle chiese e delle sette protestanti (21); c) una scelta di nuova evangelizzazione, che riparte dal fallimento della strategia di Giovanni Paolo II (22).

Per le cose dette credo che il nome Francesco si addica, come riferimento, più a Francesco Saverio, co-fondatore della Compagnia di Gesù, uno dei primi missionari ad aver tentato di evangelizzare terre nuove (23), che a Francesco d’Assisi che non ha niente a che vedere con questa Chiesa (24).

Parafrasando Giorgio Gaber, posso dire che Papa Francesco è un uomo ricco e potente che ama i poveri. E’una cultura storica che viene dal IV e V secolo come ci ricorda lo storico Peter Brown<< […] i rapporti fra l’imperatore e i suoi sudditi, e fra le differenti classi della società, vennero a permearsi di un nuovo pathos generatosi all’interno della Chiesa cristiana. Le relazioni fra credenti e Dio, fra suddito e imperatore e fra debole e potente vennero a essere permeate di un’unica immagine elementare: l’immagine di un legame fra quanti erano poveri e quanti erano ricchi e potenti, verso i quali i poveri “levavano le loro grida” in cerca non solo di elemosine bensì di giustizia e protezione[…]. Era dovere dei potenti (e, invero, era considerato uno speciale ornamento del loro potere ) ascoltare il “grido” dei poveri >> (25).

Nell’anno 1939, annota nei suoi diari monsignor Domenico Tarditi, uno dei più acuti segretari di Stato che il Vaticano abbia mai avuto :<< A chi la guarda da fuori la Santa Sede sembra un albero frondoso, ma chi la conosce sa che le sue radici sono piene di vermi >>.

<< Né più né meno delle “radici” di qualsiasi altra organizzazione di potere >> (26).

 

 

 

 

NOTE

 

*

Le epigrafi sono tratte da:Ultima udienza del Papa Benedetto XVI a San Pietro del 27 febbraio 2013 e da Thomas Stearns Eliot, Assassinio nella cattedrale, Rizzoli, Milano, 2010, pag.35.

 

  1. Nove sono stati i Papi dimissionari nella storia della Chiesa. Alcuni di essi furono barbaramente uccisi. Per una ricostruzione della storia dei Papi si veda Mario Guarino, Vaticano proibito. Duemila anni di soldi, sangue e sesso. Un potere che si sgretola sempre più, Koinè edizioni, Roma, 2011; Eric Frattini, L’entità. La clamorosa scoperta del servizio segreto vaticano: intrighi, omicidi, complotti degli ultimi cinquecento anni, Fazi editore, Rom, 2008.
  2. Guerre in corso e in preparazione, metamorfosi della Nato, confronto USA-Cina nella regione Asia- Pacifico, confronto Usa-Russia nei Balcani e nel Medio Oriente, aumento degli armamenti in USA, Cina, Russia e India, aggressione USA in Africa, conflitto per le risorse dell’Artico, costruzione di un’area di libero scambio fra Usa-Europa,
  3. Giovanni Arrighi, Capitalismo e (Dis)ordine mondiale, a cura di, Giorgio Cesarale e Mario Pianta, Manifestolibri, Roma, 2010; Gianfranco La Grassa, Oltre l’orizzonte. Verso una nuova teoria dei capitalismi, Besa editrice, Lecce, 2011.
  4. Su questi temi si rimanda a Christian Carvalho da Cruz, Il papa emerito e il marchio della Chiesa. Intervista a Paolo Flores d’Arcais, 2013, in repubblica.it/micromega-online; Franco Cardini, Morte del papa, esposizione mediatica. Considerazioni comparative nell’orizzonte delle grandi religioni monoteiste in “Religioni e Società” n.53/2005, pp.20-25.
  5. Massimo Franco, Verso il conclave in “Corriere della Sera” del 1 marzo 2013.
  6. Riporto la definizione di modernità, da me condivisa, di Marshall Berman:<< Esiste una forma dell’esperienza vitale – esperienza di spazio e di tempo, di se stessi e degli altri, delle possibilità e dei pericoli di vita – condivisa oggigiorno dagli uomini e dalle donne di tutto il mondo. Definirò questo nucleo d’esperienza col termine di “modernità”. Essere moderni vuol dire trovarsi in un ambiente che ci promette avventura, potere, gioia, crescita, trasformazione di noi stessi e del mondo; e che al contempo, minaccia di distruggere tutto ciò che abbiamo, tutto ciò che conosciamo, tutto ciò che siamo. Gli ambienti e le esperienze moderne superano tutti i confini etnici e geografici, di classe e nazionalità, di religione e di ideologia: in tal senso, si può davvero affermare che la modernità accomuna tutto il genere umano. Si tratta, dunque, di un’unità paradossale, di un’unità della separatezza, che ci catapulta in un vortice di disgregazione e rinnovamento perpetui, di conflitto e contraddizione, d’angoscia e ambiguità. Essere moderni vuol dire essere parte di un universo in cui, come ha affermato Marx, “ tutto ciò che è solido di dissolve nell’area” >> in L’esperienza della modernità, il Mulino, Bologna, 1985, pag.25.
  7. Sull’intreccio tra potere temporale e potere spirituale si rimanda a Thomas Stearns Eliot, Assassinio nella cattedrale, Rizzoli, Milano, 2010.
  8. Lucetta Scaraffia, La via della fede, in “L’osservatore romano” del 3 marzo 2013.
  9. Franco Cardini, Il concilio necessario in “Il Manifesto” del 15 febbraio 2013. Si legga anche Franco Cardini, Luisa Muraro, Beati i perseguitati per la giustizia, perché di essi è il regno dei cieli, Lindau, Torino, 2012.
  10. Luisa Muraro, Le dimissioni del papa: bravo e avanti in questa direzione, 20 febbraio 2013, libreriadelledonne.it
  11. Giulio Girardi, La teologia della liberazione nell’epoca di Ratzinger, 2005, puntorosso.it
  12. Massimo Bontempelli, Costanzo Preve, Gesù uomo nella storia, Dio nel pensiero, Editrice CRT, Pistoia, 1997, pag.178.
  13. Peter Brown, Povertà e leadership nel tardo impero romano, Laterza, Roma-Bari, 2003, pag.29.
  14. Antonio Gramsci, Quaderni del carcere, quaderno 29, paragrafo 1, pp. 2341-2342. Francesco Aqueci, Espressività ed egemonia in Gramsci. Note sul quaderno 29, in “Critica marxista” n. 6/2012.
  15. Lucio Caracciolo, Perché contiamo poco, colloquio con Francesco Cossiga, “Limes” n.3/1995. Si veda anche Francesco Cossiga, Fotti il potere. Gli arcana della politica e della umana natura, Alberti editore, Roma, 2010, pp.191.219.
  16. Antonio Gramsci, L’Ordine nuovo 1919-1920, Einaudi, Torino, 1975, pag.426.
  17. Si veda la prefazione alla prima e seconda edizione di Alberto Cecchi ad Antonio Gramsci, Il Vaticano e l’Italia, Editori Riuniti, Roma, 1972.
  18. Costanzo Preve, Il popolo al potere. Il problema della democrazia nei suoi aspetti storici e filosofici, Arianna editrice, Casalecchio (BO), 2006.
  19. Tratto da Redazione, Bergoglio, luci e ombre sul nuovo papa, “corriere della sera”, 13 marzo 2013. Si veda anche Gennaro Carotenuto, Il papa argentino. Francesco I, il conservatore popolare nei torbidi della dittatura, 14 marzo 2013, gennarocarotenuto.it ; Horacio Verbitsky, Francesco I, successore di Benedetto XVI. Un Ersatz, “il Manifesto”, 15 marzo 2013.
  20. Gustavo Gutierrez, La forza storica dei poveri, Queriniana, Brescia, 1981, pag 242; Josè Ramos Regidor, Il “popolo di Dio” soggetto della chiesa e della teologia in Giulio Girardi, a cura di, Le rose non sono borghesi…popolo e cultura del nuovo Nicaragua, Borla,Roma, 1986,pp.382-429.
  21. Stefano Velotti, a cura di, Protestanti e cattolici nelle due americhe, tavola rotonda con Bruno Cartosio, Mario Miegge, Alessandro Portelli e Mario Perniola, “ Lo straniero” n.150/151, dicembre 2012/ gennaio 2013.
  22. Sulle cause del fallimento della nuova evangelizzazione di papa Giovanni Paolo II, si rinvia a Alain de Benoist, La “nuova evangelizzazione” dell’Europa. La strategia di Giovanni paolo II, Arianna editrice, Casalecchio (BO), 2002.
  23. Giulia Belardelli, Papa Bergoglio, il primo gesuita a salire sul soglio di Pietro. Intervista a Padre Giovanni La Manna, “L’Huffington Post” del 14 marzo 2013.
  24. Per una introduzione alla vita di Francesco d’Assisi si rimanda a Jacques Le Goff, San Francesco d’Assisi, Laterza, Roma-Bari, 2006.
  25. Peter Brown, Povertà e leadership nel tardo impero romano, Laterza, Roma-Bari, 2003, pp. 119.120.
  26. Francesco Cossiga, Fotti il potere. Gli arcana della politica e della umana natura, Alberti editore, Roma, 2010, pp.219.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

RIPRISTINO DELLA LEVA, del Generale Marco Bertolini

Proseguiamo con il dibattito innescato da Antonio de Martini, sulla base delle dichiarazioni del Ministro Salvini_Giuseppe Germinario

fonte: http://www.congedatifolgore.com/it/ripristino-della-leva-la-opinione-del-generale-bertolini-si-per-collaborare-con-i-professionisti/

RIPRISTINO DELLA LEVA: LA OPINIONE DEL GENERALE BERTOLINI . SI PER COLLABORARE CON I PROFESSIONISTI

cortesia FORMICHE.NET

 

È necessario cogliere l’opportunità assicurata dalla proposta del ministro dell’Interno, comunque la si voglia considerare, per mettere a fuoco i problemi delle Forze Armate, che sono molto seri e che rischiano di intaccarne funzionalità e ragion d’essere
La proposta del ministro dell’Interno circa un parziale ritorno al servizio militare di leva, la vecchia coscrizione obbligatoria, da affiancare come complemento all’ormai imprescindibile e preponderante componente professionale delle Forze Armate, si è attirata il facile e scontato sarcasmo delle opposizioni. Dal canto suo, il ministro della Difesa l’ha considerata una proposta “romantica” ed inattuabile, definendo non più necessarie Forze Armate cospicue come quelle di un tempo.

Se il dibattito si esaurisse qui, si tratterebbe di un’occasione persa, perché una seria riflessione sull’argomento sarebbe opportuna, a tre lustri da quando gli ultimi soldati di leva lasciarono le nostre caserme in balia delle erbacce infestanti, per valutare pregi e difetti di una trasformazione che ha inciso profondamente sulle nostre Forze Armate e sulla percezione delle stesse da parte dell’opinione pubblica. Tale riflessione potrebbe anche essere intesa come un omaggio ai dimenticati protagonisti della vittoria nella Prima Guerra Mondiale di cent’anni fa esatti, quando i 5 milioni di coscritti che la giovanissima Italia scagliò contro le armate austro-ungariche completarono a un prezzo elevatissimo la nostra unificazione nazionale, creando l’Italia indipendente che è giunta fino ai nostri giorni, pur con non pochi acciacchi. Ma, come si sente, non sono questi i temi capaci di commuovere chi pare al contrario affannosamente preso soprattutto dal desiderio di sbarazzarsi dei fastidi e delle responsabilità che questa indipendenza comporta. Peccato.

Volendo fare una superficiale istantanea della situazione di oggi, gettando una rapida luce sui suoi pregi e difetti, non c’è dubbio che ora disponiamo di unità molto efficienti, grazie a militari di truppa in ferma prolungata o addirittura in servizio permanente capaci di utilizzare sistemi d’arma e di comando e controllo molto più sofisticati di quelli di un tempo. Molti si muovono con disinvoltura nelle difficili procedure operative della Nato, utilizzando con padronanza la lingua inglese e gli acronimi in uso nell’Alleanza che fanno impazzire i rappresentanti dei media.

Peraltro, la consistenza delle unità è drasticamente diminuita e le stesse sono state ridotte drammaticamente di numero. In sostanza, la più cospicua tra le Forze Armate, l‘Esercito, verrà in pochi anni ad assommare poco meno di 90.000 soldati ed analoghi tagli riguarderanno Marina ed Aeronautica; solo i Carabinieri aumenteranno di numero, superando i 120.000 uomini, forti dell’attenzione non disinteressata di cui le Forze dell’Ordine hanno sempre goduto in Italia.

Una cosa è, inoltre, certa: con la fine della leva non esistono più riserve nella società civile, richiamabili per rinforzare le unità operative in vita in caso di necessità; non è certamente utile a tal fine la cosiddetta “riserva selezionata”, idonea tutt’al più per rendere disponibile qualche laureato in giornalismo o scienze politiche per rinforzare temporaneamente qualche Comando in operazioni all’estero. Poca roba, insomma.

Inoltre, un aspetto non trascurabile è rappresentato dal progressivo invecchiamento del personale di truppa in servizio permanente, che crea situazioni inaccettabili soprattutto nell’Esercito, dove l’energia fisica dei soldati continua a rappresentare la risorsa principale a cui attingere.

Quanto all’hardware, forse con la scusa che le nuove Forze Armate non hanno più bisogno dei ritmi addestrativi del passato quando le classi alla leva si alternavano a ritmo mensile, tesi paradossale e assolutamente falsa, si sono ridotte all’osso le aree addestrative e vi sono stati imposti vincoli di utilizzazione che con la leva non sarebbero mai stati accettati; nei magazzini, si sono affievolite le scorte di materiali e mezzi mentre il patrimonio infrastrutturale è in larga misura abbandonato senza manutenzione. Solo la Marina continua a godere di una certa attenzione grazie agli interessi della cantieristica nazionale impegnata nel rinnovo della flotta, mentre i parcheggi dell’Esercito sono pieni di carri e di mezzi inefficienti per scarsa manutenzione.

Ma come si è verificata tale situazione? Innanzitutto c’è da osservare che la fine della leva non è stata improvvisa ma, al contrario, è stata perseguita con un processo durato decenni, conclusosi con uno dei pochi provvedimenti bi o tri-partisan della nostra politica, unanimemente concorde nello sbarazzarsi di quello che riteneva, a mio avviso affrettatamente, un anacronismo. Sotto quest’aspetto, si agitavano considerazioni di carattere politico, ma anche questioni di carattere tecnico-operativo da parte degli addetti ai lavori.

Non è mia intenzione affrontare nel dettaglio quest’aspetto, ma è indubbio che mentre i partiti di destra speravano in una professionalizzazione delle Forze Armate che irrobustisse un’istituzione sostanzialmente percepita quale “conservatrice”, quelli di sinistra puntavano al contrario ad una riduzione quantitativa delle stesse, da decenni considerate impermeabili a quella sindacalizzazione che già erano riusciti ad imporre alla Polizia di Stato, smilitarizzata negli anni ’70; è triste ed allarmante constatare che questo tema sta tornando alla ribalta. Quanto al centro, vedeva confermata nell’abolizione della leva l’escatologia laica di cui si sentiva portatore e che avrebbe dovuto condurre a una fine della storia preconizzata dai teorici della democrazia quale destino obbligatorio per tutti; per la soddisfazione, soprattutto, di quel cattolicesimo post-conciliare che era a disagio con le liturgie civili della marzialità esibita, indispensabili per chi deve saper esercitare la violenza legittima delle armi per affermare la libertà e l’indipendenza della nazione.

Da parte loro, gli Stati Maggiori risentivano in parte di queste pulsioni extra-militari, ma erano soprattutto concentrati sulla necessità di adeguarsi agli impegni nelle operazioni che eufemisticamente dovevano sempre essere definite “di pace”. In essi, si pensava che il ricorso classico alla massa, al fuoco e alla manovra sarebbe stato sostituito in larga misura dalla tecnologia, da parte di pochi “professionisti” capaci di ottenere risultati un tempo impensabili anche per grandi masse di coscritti; e senza sporcarsi troppo le mani. Insomma, l’illusione che la storia fosse effettivamente finita giustificava, per questi, la totale rivisitazione di uno strumento che era passato indenne attraverso secoli di evoluzione, inalterato nei suoi principi costitutivi.

Si è trattato di un processo che ha interessato tutti i principali strumenti militari dei Paesi occidentali che però hanno posto molta più attenzione del nostro a non buttare il bambino con l’acqua sporca. In questo contesto, quest’ultima era indubbiamente rappresentata dalle ingenti spese connesse con Forze Armate cospicue e concepite sostanzialmente quali consumatori di preziose risorse, unicamente al fine di fare danni se necessario a chi ormai nell’ambito della Comunità Internazionale non era più politicamente corretto considerare avversario o, peggio, nemico. Per contro, il bambino era rappresentato dalla disponibilità di ingenti masse di giovani che, tornati alle loro case, avevano comunque una buona infarinatura militare che gli consentiva di essere riutilizzati, o “richiamati”, se interessi vitali del Paese lo avessero richiesto. Insomma, in una specie di appello al “tutti a casa” ci si rassegnò a tagli drastici alle nostre unità, ridotte nel numero e nella loro consistenza e, per di più, private di “riserve” nella società civile.

Ma il pupo era anche di un’altra natura, e qui si innesta il condivisibile auspicio del ministro dell’Interno relativo ad un ripensamento del nostro modello di Difesa che ci faccia, almeno in minima parte, tornare all’antico. Le Forze Armate, infatti, dall’affermazione dello Stato italiano unitario hanno anche svolto un ruolo educativo nei confronti della gioventù del quale indubbiamente si sente la mancanza ai nostri giorni. Nelle caserme, i soldati venivano abituati a una percezione di se stessi quali titolari di doveri nei confronti della comunità nazionale ai quali né le nostre famiglie né, a maggior ragione, la scuola post-’68 li sanno più preparare. Da qui, l’esplosione della cultura dei diritti individuali, in opposizione ai doveri, che non cedono il passo all’interesse generale neppure se si tratta dei più assurdi e, spesso, aberranti.

In fin dei conti, la difficoltà che ogni governo nazionale si trova sistematicamente ad affrontare, di qualsiasi orientamento politico si tratti, è quella di pretendere condivisione su obiettivi vitali comuni, in uno scenario internazionale sempre più complesso, nel quale è la logica della competizione tra Stati che è tornata a farsi largo, anche sulle sponde del nostro democraticissimo e tollerantissimo continente europeo. Non può non amareggiare la constatazione che addirittura l’indipendenza nazionale – un tempo unica base comune e condivisa che faceva fremere all’unisono Peppone e Don Camillo alle note del “Piave” – sia diventata terreno di scontro e motivo di divisione. Ovvio che chi ad essa fosse tenuto a giurare fedeltà, come i najoni di un tempo, sarebbe nei suoi confronti più sensibile, se non altro per una nostalgica reminiscenza dei propri vent’anni in uniforme.

Da quanto sopra, risulta abbastanza evidente che il problema riguarda soprattutto l’Esercito, quella che dovrebbe continuare ad essere la Forza Armata di massa e di riferimento e che, al contrario, sta attraversando una crisi profonda. È una crisi sottesa da molti malintesi, primo fra tutti quello secondo il quale il soldato classico del passato non troverebbe più alcuna giustificazione in un mondo nel quale esistono mezzi tecnologici capaci di sostituirsi all’impegno fisico del combattente.

logico per il quale le Forze Armate quali strumenti operativi destinati alla funzione bellica non sarebbero più proponibili. Da qui, lo sforzo per rassicurare la parte meno favorevole dell’opinione pubblica definendole dual-use, mediante un uso dell’inglese, come spesso sperimentato anche in altri settori, che fa sempre un certo effetto, conferendo dignità di verità assoluta anche ad affermazioni opinabili.

Ma si tratta, appunto, di un malinteso, in quanto la tecnologia che incide in misura preponderante nelle operazioni della Marina e dell’Aeronautica, non è che una sfaccettatura, seppur importante, delle operazioni terrestri che si basano ancora sulla disponibilità di unità cospicue e formate da soldati preparati e forti fisicamente. Ed è quello che abbiamo anche noi stessi toccato con mano in Afghanistan, dove la limitata disponibilità di unità di fanteria ha spesso causato grandi difficoltà a esercitare il controllo di molte delle delicate aree poste sotto la nostra responsabilità. Immaginiamo quindi cosa succederebbe se si rendesse necessario un impiego in uno degli scenari più turbolenti tra quelli nel nostro intorno immediato.

Gioca, inoltre, un ruolo non indifferente in questo quadro una specie di condizionamento ideologico per il quale le Forze Armate quali strumenti operativi destinati alla funzione bellica non sarebbero più proponibili. Da qui, lo sforzo per rassicurare la parte meno favorevole dell’opinione pubblica definendole dual-use, mediante un uso dell’inglese, come spesso sperimentato anche in altri settori, che fa sempre un certo effetto, conferendo dignità di verità assoluta anche ad affermazioni opinabili.

 

Nel caso specifico, in particolare, si vorrebbe con esso far passare l’idea che i nostri soldati di professione, che in operazioni utilizziamo in contesti difficili per i quali è necessario un addestramento continuo in patria, una volta non impegnati nelle loro mansioni elettive possono benissimo sostituirsi alle Forze dell’Ordine per “piantonare” qualche stazione della metropolitana o per ripulire qualche strada delle nostre città al posto degli addetti dell’Agenzia dei rifiuti. Sembrerebbe, in effetti, una soluzione razionale se non comportasse la rinuncia a quello che è il compito fondamentale al quale i soldati di tutto il mondo si devono applicare in guarnigione: l’addestramento, ridotto così ad una funzione da riservare ai “ritagli di tempo”.

Per tornare al punto, ritengo che una seppur limitata disponibilità di militari di leva – anche ridotta a sei mesi per un numero minimo di reggimenti di fanteria – potrebbe essere utilmente impiegata in tali ruoli, per i quali la preparazione dei “professionisti” delle nostre unità operative è eccessiva (sanno fare molto di più di quanto viene loro chiesto, infatti). In questo modo, si potrebbe contemperare l’esigenza di supportare le nostre Forze di Polizia o la Protezione Civile in patria con personale di medio livello addestrativo, ma comunque adeguato a quello che viene loro richiesto, lasciando a quelle più operative la possibilità di prepararsi per gli impegni più significativi.

Ed è qui che casca l’asino, purtroppo. Infatti, è difficile sperare che da un “contratto di governo” nel quale alla funzione Difesa sono state riservate poche righe di affermazioni generiche – in assoluta continuità col disinteresse per le Forze Armate, e soprattutto per l’Esercito, dei governi del passato – possa derivare un’attenzione per tematiche così lontane dai problemi che agitano il dibattito politico interno. Queste, al contrario, richiederebbero una conoscenza approfondita dello strumento militare da parte della classe politica che invece si conferma ancora di nicchia, per “amatori”. Pare quindi difficile sperare in un’attenzione per le Forze Armate che, ad esempio, non le faccia sistematicamente confondere con le Forze dell’Ordine, certamente molto importanti ma decisamente meno esigenti in termini di risorse e profondamente diverse per compiti e costituzione; o che faccia mettere a fuoco le esigenze della componente corazzata e di artiglieria terrestre, ridotta in condizioni assolutamente inaccettabili per un paese esposto come l’Italia in un teatro nel quale si cumulano tensioni crescenti e dove si concentrano le attenzioni dei principali attori internazionali.

Un’ultima considerazione forse di qualche rilevanza: in questa discussione sul servizio di leva, spesso si dimentica che l’ultimo governo ha istituito una specie di coscrizione con il “servizio civile”, di qualunque cosa si tratti, proponendo un concorrente alla realtà militare del quale non si sentiva il bisogno (anche nelle frequenti calamità naturali sono sempre gli uomini con le stellette a tirare la carretta, quando c’è da fare seriamente).

Peraltro, con questa novità esibita con orgoglio ai Fori Imperiali il 2 giugno, si è dimostrato con le intenzioni che l’apporto part-time dei giovani può essere apprezzato anche ai nostri giorni, contraddicendo buona parte delle obiezioni alla proposta del ministro Salvini. Inoltre, non si vuole ammettere che tale realizzazione ha avuto tra le conseguenze forse non casuali una caduta verticale delle vocazioni per le Forze Armate, anche in sistema al venir meno del passaggio obbligatorio in esse per potersi arruolare successivamente in quelle di Polizia. Ma questa è un’altra storia.

Insomma, è certamente necessario cogliere l’opportunità assicurata dalla proposta del ministro dell’Interno, comunque la si voglia considerare, per mettere a fuoco i problemi delle Forze Armate, che sono molto seri e che rischiano di intaccarne funzionalità e ragion d’essere. In merito a quest’ultimo aspetto, non è forse inutile osservare che esse sono per costruzione finalizzate proprio alla salvaguardia di quell’indipendenza, o sovranità, che è centrale nel dibattito odierno. E questo non è un dettaglio di poco conto per gettare una luce sulle motivazioni di un dibattito inaspettato ma doveroso.

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