UNA ULTERIORE PRECISAZIONE DI FABIO FALCHI A WALTER BENJAMIN, IPERDECISIONISMO E REPUBBLICANESIMO GEOPOLITICO: LO STATO DI ECCEZIONE IN CUI VIVIAMO È LA REGOLA*, DI MASSIMO MORIGI

benjamin
Due brevi precisazioni.
1) Non sarò certo io a contestare che è essenziale “com-prendere” quello che ci ha preceduto soprattutto nell’ambito del pensiero. Del resto, chi ha letto qualche mio scritto sa che per me decisivo è “com-prendere” non solo il pensiero dei Greci ma, in generale, il linguaggio (e il mondo) del mito (e del simbolo). Quindi nessuna “tabula rasa”. Ci mancherebbe! D’altronde, Marx è certo un Autore importante. La mia osservazione mirava solo ad evidenziare la prospettiva, per così dire, politico-intellettuale di Morigi (certo diversa  dalla mia) anche se mi sembra che, come del resto lo stesso GLG, anche Morigi tenda a portarsi, muovendo da Marx, “oltre” Marx (benché non “contro” Marx).
2) Io non sono affatto dualista, bensì non dualista (che non è sinonimo di monista). Natura e cultura non credo siano opposti irrelati, ma non sono  realtà “identiche” ( per capirsi: si deve mangiare per vivere, ma non necessariamente si deve mangiare l’aragosta per vivere). I rapporti di potere variano comunque nella storia, sia nella stessa epoca e perfino nella stessa “regione” (in Grecia erano diversi da quelli che vi erano in Persia, ma a Sparta non vi erano quelli che vi erano ad Atene), sia nel tempo (quelli della Francia rivoluzionaria non erano certo identici a quelli della Francia sotto Luigi XV e quelli in Unione Sovietica non erano quelli della Russia degli zar o di Putin etc.). Variano insomma pure gli ordinamenti politici e le classi dominanti (quella capitalistica – se si accetta la ricostruzione storica di Braudel – salì al potere non prima del XV-XVI sec.:  Milano, Firenze, Venezia, Genova; poi l’alleanza dei banchieri genovesi con la Spagna seguita dalla breve egemonia olandese, poi da quella inglese; infine a partire dalla fine della Seconda guerra mondiale quella americana, attualmente in crisi). Ma è ovvio che Morigi non dubiti che vi siano queste (e altre) “differenze”. Il punto allora qual è? Morigi afferma: “lo strumento che permette di unificare nella teoria e nella prassi questi due campi apparentemente distinti è il conflitto dialettico-strategico”. Quindi natura e cultura non sono realtà identiche , dato che devono essere unificate (sono cioè realtà distinte non irrelate/separate). L’unificazione è appunto un processo storico (inevitabile a mio avviso). Faccio un esempio.
Il Politico è un “destino” dell’uomo, che è sì per “natura” un animale comunitario ( di questo ne sono convinto) ma anche colui il cui agire non è determinato dalla “natura” (a differenza, come i Greci ben sapevano, del moto degli astri e dell’agire degli stessi animali). Peraltro, ritengo che non sia la guerra (polemos) all’origine del Politico, ma da un lato la nostra “natura” comunitaria (con il linguaggio di Heidegger, il Mitsein cioè l’essere insieme e essere nel mondo insieme) e dall’altro il fatto che il nostro agire può portare ( e di fatto lo porta sempre!) lo scompiglio nella stessa “polis” (anche le formiche si fanno la guerra ma non fanno rivoluzioni o colpi di Stato!). Dunque, è il  Politico che unifica (e “deve” unificare) natura e cultura facendo valere misure , ordini e proporzioni che non si trovano in “natura” ma devono essere “generati” (e si generano appunto attraverso la dialettica individuo/comunità, le lotte sociali, un orizzonte di senso condiviso etc.) ma tenendo conto di quella forma umana e comunitaria dell’esperienza  senza la quale il conflitto degenera in lotta intestina o in guerra civile (anche la questione della guerra/polemos mi pare connessa quindi con questo “intreccio” tra natura e cultura).
Certo, so bene che la questione è molto più complessa e che molte altre riflessioni e considerazioni sarebbero necessarie. Qui mi premeva solo fare qualche precisazione per evitare equivoci, anche perché seguo con interesse la riflessione di Morigi, che comunque ringrazio, anche per la cortese risposta al mio primo commento.
Di seguito il commento precedente di Massimo Morigi: “Innannzitutto, ringrazio Fabio Falchi per la valutazione complessivamente positiva di WALTER BENJAMIN, IPERDECISIONISMO E REPUBBLICANESIMO GEOPOLITICO: LO STATO DI ECCEZIONE IN CUI VIVIAMO È LA REGOLA, poi veniamo a due velocissime puntualizzazioni. Fabio Falchi osserva che la prospettiva di WALTER BENJAMIN, IPERDECISiONISMO etc “pare ancora marxista” e ciò, mi sembra di capire, non viene valutato con altrettanta indulgenza. Ora senza voler discettare in questo luogo quali e quanti siano i miei debiti col pensatore di Treviri, una cosa tengo a sottolineare e questo non vale solo per Marx. Il problema riguarda il rapporto che si vuole tenere con la tradizione filosofica e, per farla breve, il malvezzo psicologico della stragrande maggioranza dei pensatori passati e presenti può essere riassunto con la sindrome della “tabula rasa”, vale a dire che tutto quello che mi ha preceduto non ha alcun valore e sono con me si è iniziato a scrivere le tavole della legge. Questo non è il mio approccio e quindi, operando il sottoscritto con questo stato d’animo (e, spero) modus agendi, mi trovo completamente a mio agio anche con una prospettiva marxiana (non marxista e non devo certo spiegare a Fabio Falchi e agli altri 24 lettori la non sottile differenza). Seconda puntualizzazione. Falchi afferma che ” i rapporti di potere non sono “dati” ma “generati” , ossia non sono naturali ma storici (appunto politici!)”. Oltre a tutta la tradizione filofosica occidentale di stampo, diciamo, immanentistico, la pensava così anche Marx ma, in tutta la mia modestia, è proprio quanto io contrasto nell’ambito della dottrina politico-filofosofica del Repubblicanesimo Geopolitico. In altre parole per il Repubblicanesimo Geopolitico la suddivisione fra natura e storia o fra natura e cultura è totalmente artificiosa e lo strumento che permette di unificare nella teoria e nella prassi questi due campi apparentemente distinti è il conflitto dialettico-strategico. Ho già affrontato la problematica del conflitto dialettico-strategico nel DIALECTICVS NNCIVS e l’argomento verrà ripreso con GLOSSE AL REPUBBLICANESIMO GEOPOLITICO, di prossima pubblicazione. Nel frattempo, anche nonostante queste mie non brillanti precisazioni, spero ancora di godere dell’ attenzione dell’intelligente Fabio Falchi e degli altri indulgenti 24 lettori. Massimo Morigi – 5 marzo 2017”

Un commento

  • Massimo Morigi

    Il cortesissimo ( ed acuto) Fabio Falchi mi cita dove affermo che “lo strumento che permette di unificare nella teoria e nella prassi questi due campi apparentemente distinti è il conflitto dialettico-strategico” e quindi conclude che “Quindi natura e cultura non sono realtà identiche , dato che devono essere unificate (sono cioè realtà distinte non irrelate/separate). L’unificazione è appunto un processo storico (inevitabile a mio avviso). ” Purtroppo questa conclusione, ovviamente solo per quanto riguarda l’interpretazione del mio pensiero, è errata. Quando io parlo di “strumento”, l’affermazione deve essere interpretata dialetticamente, vale a dire che lo strumento interpretativo del conflitto strategico è la chiave che ci permette di interpretare la realtà ma è, al tempo stesso, la struttura della realtà stessa. E che questa debba essere l ‘ “interpretazione autentica” (m viene un po’ da ridere ad impiegare questo linguaggio da leguleo ma Fabio Falchi, la cui indulgenza ed ironia immagino sia pari alla sua giustissima acribia, spero sappia sorriderne) lo si deduce bene dalle parole finali al mio commento alla sua benevola recensione: “In altre parole per il Repubblicanesimo Geopolitico la suddivisione fra natura e storia o fra natura e cultura è totalmente artificiosa e lo strumento che permette di unificare nella teoria e nella prassi questi due campi apparentemente distinti è il conflitto dialettico-strategico. ” Unificare nella teoria e nella prassi significa che come processo astrattamente logico esistono la teoria e la prassi ma che la vera conoscenza e la vera azione si verificano quando riusciamo a superare questa ipostatizzazione logica; vera conoscenza e vera azione esistono, insomma, quando impieghiamo nella teoria come nella prassi il metodo dialettico. E la divisione fra natura e cultura è, a modestissimo giudizio dello scrivente, non altro che il frutto della predetta ipostatizzazione. Vi è, inoltre, un punto fra le intelligenti osservazioni di Fabio Falchi che dovrebbe essere molto approfondito ed è quando si afferma che “anche le formiche si fanno la guerra ma non fanno rivoluzioni o colpi di Stato”. Sinceramente sui colpi di stato della formiche non ho molto da dire ma fra gli animali che hanno raggiunto un maggior livello di evoluzione rivoluzioni e colpi di stato esistono eccome, e esistono pure linguaggi diversi, quindi diverse tradizioni culturali, fra gruppi di animali della stessa specie ma cresciuti in luoghi diversi. Non faccio esempi perché facilmente reperibili e sottolineo questo punto solo per mettere in dubbio le troppo salde certezze fra l’ontologica suddivisione fra natura e cultura e non tanto per controbattere alle pur legittime osservazioni di Falchi in merito all’uomo come animale politico e non, mi si passi il termine, “bellico” (natura bellica dell’uomo, sia detto per inciso, che io non sostengo, io sostengo che l’uomo è un animale “strategico”, e sono sicuro che Falchi, pur probabilmente non condividendola, colga pienamente questa sottile differenza). Infine, chiedo scusa se è parso che io abbia voluto accusare Falchi, siccome sviluppa una linea di pensiero in alcuni punti non conforme alla mia, di avere un atteggiamento da “tabula rasa” rispetto alla tradizione marxiana e marxista. E chiedo scusa non tanto perché tale atteggiamento sia, a mio giudizio, del tutto assente dal suo argomentare ma per il semplice motivo che anch’io mi ci posso ritrovare (tanto per essere chiari: quando, come il sottoscritto, si afferma che la la visione della classe operaia come classe intermodale in grado di originare una palingenesi del sistema capitalistico non è altro una immanentizzazione della soteriologia cristiana, direi che la compagnia di demolizione o gli sgombera cantine stanno bussando alle porte). Il punto è dove sgomberare e demolire e mi auguro che su questo si continui per molto ancora a (dialetticamente) dibattere. Massimo Morigi – 19 marzo 2017

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