Italia e il mondo

ELEZIONI AMERICANE DI MEDIO TERMINE_VALUTAZIONI ED AGGIORNAMENTI

Per un paio di giorni il primo articolo in evidenza sarà dedicato all’analisi delle elezioni americane di medio termine con continui aggiornamenti. Buona lettura_Giuseppe Germinario_Gianfranco Campa

Mercoledì 7 nov ore 21.00 Il dopo elezioni è già cominciato. Trump ha dimissionato il Ministro della Giustizia Jeff Sessions, reo di non aver contrastato l’azione del Procuratore Muller sul Russiagate e sul Pornogate. La prossima vittima sarà probabilmente lo stesso Muller. Qualche scheletro nell’armadio sarà sempre disponibile per agevolare le sue dimissioni. Trump evidentemente vuole approfittare del vuoto di potere della Camera sino al prossimo insediamento di gennaio per prepararsi allo scontro frontale ormai prossimo

Mercoledì 7 nov ore 20.00 il parziale successo dei democratici è merito dei circa sessanta candidati espressione dei servizi di intelligence piuttosto che della componente radicale di sinistra del partito

Mercoledi 7 Nov ore 07:17 Si stanno aspettando i risultati definitiva dalla costa dell’Ovest. La corsa alla camera sara` decisa in California, Nevada, Arizona. Tutto è ancora possibile. I media danno per certo il controllo della camera da parte dei Democratici. Per il momento però dai risultati parziali  che arrivano dall’Ovest i repubblicani sono ancora sconfitti nella corsa al controllo della Camera

Mercoledi 7 Nov ore 06:54 Il senato e saldamente in mano ai Repubblicani che guadagnano almeno 4 Senatori. La camera e ancora in bilico, alla fine i democratici dovrebbero prevalere per pochissime sedie. In linea con i nostri pronostici. 

Mercoledi 7 Nov ore 03:55 Le proiezioni dicono che la corsa alla Camera è molto incerta. Sono troppi i posti da deputati per poterli analizzare uno per uno. La situazione generale è al momento la seguente: I Democratici hanno ribaltato 2 sedie repubblicane, ma non hanno ancora preso il sopravvento. La cosa più certa e` questa: l’onda Blu si è prosciugata ancora prima di arrivare a riva. Sara` dura per i Democratici prendere il controllo della Camera, se ci riusciranno sarà per il rotto della cuffia.

Mercoledi 7 Nov ore 03:19 Buone notizie per i Democratici : Joe Manchin, il Senatore democratico della West Virginia vince sullo sfidante Repubblicano. Trump aveva vinto ampiamente in West Virginia le presidenziali. Marsha Blackburn sconfigge il suo sfidante Democratico Phil Bredesen nel Tennessee, per il Senato. Questo e` un altro ribaltamento importante. Il conto e ora di due senatori in più per i Repubblicani al senato.

Mercoledi 7 Nov ore 02:54 Notizia importante alla corsa al senato; il repubblicano Mike Braun sconfigge l’attuale senatore democratico Joe Donnelly nello stato dell’Indiana. Primo rovesciamento importante nella corsa al senato.

Mercoledi 7 Nov ore 02:13 Molti dei seggi in stati della costa dell’est sono ora chiusi. I numeri ci dicono che l’andamento e molto equilibrato. Prestiamo particolare attenzione alle sfide al Senato e alla Camera dove ci potrebbe essere un capovolgimento di partito, soprattutto a favore dei Democratici.

Mercoledi 7 Nov ore 01:05 I primi Exit Polls sembrano favorire i Democratici. E troppo presto per farsi un idea della situazione. Alle presidenziali del 2016 gli Exit Polls davano certa la vittoria di Clinton.

Martedì 6 Nov ore 23:59 James Comey fa propaganda elettorale bussando alle porte della gente, con sua madre, per conto del partito Democratico. Una vittoria alla camera dei democratici allontanerebbe lo spauracchio di una inchiesta del Dipartimento di Giustizia sul ruolo di Comey nella fasulla costruzione del Russiagate in particolare riferito al suo coinvolgimento col dossier di Steele. Se i Repubblicani mantengono il potere alla camera sara piu` facile per Trump liberarsi dell’inutile Jeff Session e rimpiazzarlo con un procuratore generale molto più aggressivo ed inquisitivo. Comey lo sa, il suo futuro dipende da queste elezioni.

Martedì 6 Nov ore 23:45 Lunghe file di elettori si segnalano in molti seggi, ad Atlanta l’attesa in certi seggi e fino a 3 ore. La maggior parte del movimento si registra nei centri urbani. Questo potrebbe essere un buon segno per i Democratici.

Martedì 6 Nov ore 22:42 I primi dati ufficiali sull’affluenza alle urne mostra l’alto numero di votanti che si stanno recando ai seggi. Questo confermerebbe la previsione di una elezione a medio termine con un coinvolgimento senza precedenti degli elettori americani. Si parla di numeri che rasentano quelle delle presidenziali.

Martedì 6 Nov ore 21:00 Si arriva alle elezioni di Medio termine con i sondaggi che favoriscono i democratici. Negli ultimi mesi siamo stati tempestati da notizie che davano per certo l’arrivo dai seggi della cosiddetta onda blue democratica.

Il nostro blog non condivide questa previsione. Noi crediamo che i Repubblicani manterranno il controllo del Senato e probabilmente aumenteranno il numero di Senatori. Le nostre previsioni sono di almeno 2 nuovi senatori, ma potrebbero arrivare fino a 7. Gli Stati  da seguire attentamente nella corsa al Senato: Florida, Indiana, Missouri, Montana, North Dakota, Ohio, Pennsylvania, Michigan, West Virginia, Wisconsin. In questi stati i Repubblicani potrebbero spodestare i Democratici. In Texas e in Nevada i Democratici potrebbero ribaltare i Repubblicani.

I risultati alla Camera invece saranno molto più incerti. La situazione è fluida, combattuta, cambierà costantemente. Alla fine dovrebbe prevalere un partito rispetto all’altro di pochi seggi.

BOMBA O NON  BOMBA ARRIVERANNO A WASHINGTON, di Gianfranco Campa

BOMBA O NON  BOMBA ARRIVERANNO A WASHINGTON

Uno si chiama Cesar Altieri Sayoc, l’altro si chiama Robert D. Bowers. Il primo è il 56enne bombarolo della Florida, il secondo il 46enne assassino di innocenti ebrei che partecipavano, di sabato, alla funzione religiosa in una Sinagoga (Tree of Life) di Pittsburg. Il primo ha spedito 14 bombe ad altrettanti rappresentanti dell’apparato del partito Democratico, fra mass media, donatori e politici. Il secondo ha assassinato a sangue freddo 11 persone e ferito 6. Il primo è un “bodybuilder” che odia i democratici, il secondo un demente suprematista bianco, antisemita, che odia gli ebrei.

Questi due individui sarebbero accomunati, secondo la versione mass mediatica e politica di stampo democratico, da un odio viscerale per tutto quello che viene individuato come la fogna dell’establishment del potere e entrambi, sempre secondo i mass media e i democratici, sarebbero stati influenzati, aizzati nel loro impeto criminale dalla retorica odiosa proveniente dal Presidente degli Stati Uniti Donald J. Trump.

Le azioni violente di questi due individui possono considerarsi vero e proprio terrorismo. Mentre Robert D. Bowers ha distrutto undici vite, le “bombe” di Sayoc non hanno fatto danni né materiali né fisici, se si esclude lo stress emotivo causato alle organizzazioni e persone che hanno ricevuto le bombe, stress che non deve essere minimizzato, perché per definizione tecnica, il terrorismo si esplica anche senza violenza vera, semplicemente nel momento in cui si crea terrore attraverso la sola minaccia di danno fisico a persone e cose. La minaccia di violenza per ragioni politiche, religiose o ideologiche corona una volta per tutte la definizione di terrorismo.

Le analogie però finiscono qua, poiché le storie di questi due terroristi viaggiano su due binari completamente separati; nonostante le ginnastiche mentali dei mass media intente a connettere questi due eventi al comportamento e alle parole di Trump, la realtà è molto lontana da quella rappresentata dalle fonti mediatiche.

Indagando un po più a fondo su questi atti di terrorismo si scoprono aspetti interessanti e lugubri.

Partiamo da Bowers:  Era ormai da molti mesi che Robert D. Bowers continuava a rigurgitare sul sito Gab, tramite i suoi post, la sua intolleranza antisemita, affermando che gli ebrei erano il “nemico dei bianchi” fino a quando poi, sabato scorso, ha concretizzato i suoi propositi entrando nella sinagoga Tree Of Life di Pittsburgh con un fucile d’assalto e tre pistole e aprendo il fuoco al grido di: “Non posso stare seduto a guardare la mia gente  (i Bianchi) essere massacrata.”  Al Termine della follia omicida di Bowers 11 persone hanno terminato il loro viaggio terreno.

Bowers, aveva 21 pistole registrate a suo nome, ma secondo le dichiarazioni ufficiali non era noto alle forze dell’ordine prima della sparatoria.

Bowers frequentava il sito Gab, un social network che si autoproclama piattaforma dedicata alla libera espressione della parola. Sito che è molto popolare tra gli attivisti di estrema destra e i nazionalisti bianchi. Dopo essersi iscritto a Gab, lo scorso Gennaio, Bowers aveva condiviso un fiume di insulti antiebraici e teorie complottistiche. Fra questi messaggi si trova anche la smentita alla tesi sostenuta dai mass media secondo la quale è stato istigato ad agire perché ispirato dalla retorica di Donald Trump: “Trump è un globalista non un nazionalista…”  sentenziava Bowers. In altre parole Trump e tutto il suo movimento MAGA (Make America Great Again) erano influenzati dagli ebrei. Bowers nei suoi post e nella sua retorica considerava Trump un nemico della razza bianca quanto gli ebrei stessi. Questo smentisce la teoria secondo cui Trump abbia ispirato il demente Bowers a commettere il suo codardo atto di terrorismo. Qui trovate il link ai post di Bowers: https://imgur.com/a/cwB9QkR

Del passato di Bowers si sa poco o niente. Sino alla furia omicida mostrata in Pittsburgh, Bowers era una figura del tutto anonima, apparsa all’improvviso, come una cometa di sventura, pochi mesi fa sull’universo di Gab.

Quello che invece si sa dell’altro terrorista Cesar Sayoc è abbastanza da scriverci un libro; allo stesso tempo, quella delle bombe inesplose spedite da Sayoc alle vittime democratiche è una storia che pone molte domande e offre poche risposte.

Le quattordici bombe inoperative, spedite da Sayoc a personaggi del calibro di Hillary e Bill Clinton, George Soros, John Brennan, Barack Obama e alla CNN hanno scatenato la rabbia dei mass media e dei democratici, tutta diretta contro Trump per aver motivato con il suo linguaggio incendiario la sua mano. Sayoc è stato arrestato in Florida, dove risiedeva. Il suo furgone bianco, tappezzato di adesivi contenenti messaggi pro-Trump e anti-Democratici è diventato l’autoveicolo più famoso in America dai tempi della famigerata limousine su cui viaggiava Kennedy nel 1963.

Ma chi era esattamente Sayoc? A differenza di Bowers, Sayoc ha una lunga, estesa lista di precedenti penali. Sono almeno dieci, secondo il Dipartimento di Giustizia della Florida, gli arresti di cui il prode è stato oggetto negli anni, incluso uno  nel 2002 per aver minacciato di far saltare in aria la sede della Florida Power and Light (Azienda elettrica della Florida.) Il suo appuntamento più recente con le forze dell’ordine è stato nel 2015.

L’arresto di Sayoc, da parte del FBI è avvenuto a Ventura, in Florida, quarantotto ore dopo la spedizione da parte sua dei pacchi bomba. Sayoc era anche noto su Facebook come Cesar Altieri Randazzo. Al suo arresto tutti i mass media lo hanno prontamente etichettato come un fanatico sostenitore di Trump. Dopo l’arresto, le foto e i video del furgone bianco di Sayoc, appena sequestrato dall’FBI e tapezzato di molteplici adesivi e memorabilia pro-Trump, hanno fatto il giro del mondo. E’ stato immediatamente ribattezzato il  “Trump Van” ed è diventato lo strumento usato dai media per attaccare Trump; il furgone di Sayoc simbolo dell’odio dell’America di Trump.

Ma è proprio a partire dal furgone che sorgono i primi seri dubbi sulla legittimità della versione ufficiale su questa storia del terrorista Trumpiano. Le foto mostrano un vecchio Ford Bianco, tappezzato di messaggi, posters, adesivi e cappelli di baseball Pro-Trump in evidenza sul cruscotto; un vero e proprio appariscente cartellone pubblicitario itinerante, un bel pugno nell’occhio che difficilmente sfugge all’attenzione della gente. Il furgone non mostra grandi segni di ammaccature o rigature sulla carrozzeria, un fatto alquanto strano poiché negli ultimi tre anni i sostenitori di Trump sono stati vittime di vari atti di vandalismo, specialmente se si permettono di ostentare i simboli del loro sostegno. Un furgone così avrebbe attratto l’attenzione di molti curiosi e presumibilmente di potenziali vandali militanti anti-Trump. Un altra perplessità sul furgone suscita la relativa integrità degli adesivi affissi sui finestrini. Gli adesivi appaiono ancora molto vividi nel loro colore originale, come se fossero stati attaccati non due-tre anni prima, bensì pochi giorni prima. Normalmente questi adesivi dovrebbero mostrare segni di scolorimento o ingiallimento, specialmente se si considera il sole cocente che batte sulla Florida per buona parte dell’anno.

Ma veniamo ai misteri sulla personalità di Sayoc. Ex calciatore professionista, ex ballerino spogliarellista, ex bodybuilder, promotore di eventi e coordinatore di marketing per un Casinò.

Il Casinò presso cui lavorava si chiamava Seminole Hard Rock Casino in Florida, una società di proprietà della Tribù Indiana Seminole. Casinò di proprietà e gestione della Nazione Sovrana Seminole, un fatto questo importante poiché tradizionalmente, vigorosamente e pubblicamente, i Seminole non hanno mai nascosto la loro foga anti-Trump e pro-democratica, al punto tale che parte del loro lucrosi introiti finanziari  viene reinvestito nel partito democratico sotto forma di donazioni. Sembra alquanto strano quindi che un’azienda apertamente schierata nel sostegno ai Democratici, tolleri un loro impiegato, Sayoc, così vistosamente, pacchianamente sostenitore di Trump. Infatti la direzione di Hard Rock Casino ha smentito che Sayoc sia un loro lavoratore, ma a quel punto era troppo tardi perché la notizia era già stata resa pubblica sui siti di informazione. Il profilo social di Sayoc diceva chiaramente che lavorara per i Seminole. C’è di più; fino al 2016, secondo i dati ufficiali, Sayoc era iscritto al Partito Democratico per poi trasformarsi in un  ‘fanatico” sostenitore di Trump. Intendiamoci una scelta non di per sé strana o impossibile visto che molte persone decidano di cambiare alleanza politica da un partito ad un altro, nel caso di Sayoc però questo cambio ha il sapore più di fabbricazione, di depistaggio, che di genuino cambio di fede politica.

Da dove deriva questo dubbio che tutto l’affare Sayoc sia una completa macchinazione occulta? La teoria che tutta questa storia delle bombe sia ingannevole e manipolata scaturisce dalla rivelazione più  inquietante. Secondo quanto riferito dalla televisione locale della Florida WPTV, Cesar Sayoc ha lavorato anche presso un locale di spogliarelli come buttafuori e DJ, l’Ultra Gentleman’s Club di West Palm Beach, in Florida. In questo locale, fino allo scorso Aprile, cioè un po` prima che scoppiasse lo scandalo del pornogate, si è esibita la famosa pornodiva  Stormy Daniels. Una “coincidenza” alquanto curiosa che pone una serie di domande sulla legittimità di questa storia del bombarolo della Florida.

Altra coincidenza “anomala”,  l’esibizione di  Stormy Daniels ad Aprile è avvenuta in concomitanza  con la visita del presidente Donald Trump in Florida. Abbastanza interessante anche il fatto che lo strip club si trova vicino al campo da golf di proprietà di Trump. Il DJ di quella serata, inutile dirlo, era appunto Sayoc.

L’affare Sayoc è costellato di informazioni alquanto bizzarre. Secondo il manager del club, Stacey Saccal, il locale stesso non ha ricevuto mai lamentele da parte di altri membri dello staff o clienti sul comportamento di Sayoc; a tutti è sembrato un “bravo ragazzo”. “Non ho mai saputo che il suo furgone era coperto di adesivi politici, pensavo fosse un camioncino di gelati”, ha detto Saccal a WPTV. Saccal ha anche detto che i suoi dipendenti non avevano idea che Sayoc fosse un militante politico. Non ha mai parlato di politica al lavoro e nessuno ha notato gli adesivi sul suo furgone. Un particolare importante visto che darebbe credito all’ipotesi che gli adesivi erano di recente affissione, cioe` poco prima che Sayoc spedisse le bombe.

Questa storia di Sayoc e di Bowers lascia molto perplessi e solleva una serie di domande più che legittime. Perché tutti e due questi personaggi hanno fatto scattare il loro impeto terrorista ed omicida a pochi giorni dalle elezioni di medio termine? L’incrocio Stormy Daniels-Sayoc è stato realmente frutto di una coincidenza? Come ha fatto il furgone di Sayoc a rimanere anonimo, tappezzato come era da “camioncino di gelati” ?  Come mai nessuna delle bombe è esplosa nonostante che l’FBI si sia affrettata a dichiarare che le bombe erano perfettamente funzionanti, cosa poi smentita da un gruppo di esperti di esplosivi? Come ha fatto l’FBI a risolvere la matassa terroristica del bombarolo anti-democratico nel giro di quarantotto ore, dopo che a più di un anno di distanza ha chiuso le indagini sulla strage di Las Vegas senza trovare un movente alla follia omicida di Stephen Paddock? Chi era Bowers prima che apparisse improvvisamente sulla scena delle reti sociali con i suoi post antisemiti? Chi si celava realmente dietro quegli individui che alimentavano l’odio di Bowers partecipando attivamente con commenti e condividendo link sui suoi post su Gab?

A queste domande probabilmente non avremo mai una risposta. Quello che a mio parere però appare chiaro è che una “manina” abbia prenotato tutte le “fermate” prima delle elezioni di medio termine. Può essere che a forza di bomba o non bomba arriveranno a Washington. Martedì sapremo se questa strategia avrà funzionato nell’esito elettorale.

Intanto ha funzionato nella tempistica di una stampa e di un sistema mediatico così solerti nel costruire uno scenario così fosco e compromettente nei confronti di Trump e dei suoi sostenitori, ma così distratti ed evanescenti quando atti ben più gravi, minacciosi e pericolosi, nelle settimane a ridosso delle prodezze dei due energumeni, hanno interessato la sicurezza e l’incolumità fisica di personaggi di primo piano dello staff presidenziale e di uomini politici a lui vicini. Appostamenti, tentativi di avvelenamento, provocatorie manifestazioni di ostilità nei momenti più riservati e improvvisati che lasciano sospettare una capacità di intelligence e una regia occulta e troppo ben attrezzata per essere condotta solo da gruppi di scalmanati.

 

 

LA PEGGIORE DI TUTTE, di Teodoro Klitsche de la Grange

LA PEGGIORE DI TUTTE

È implicito (sempre) ed esplicito (molto spesso) che, quando le èlite del centrosinistra italiano si lagnano del governo del cambiamento, sono persuase che il loro modo di governare era il migliore e che il popolo italiano è stato irriconoscente a dar loro il benservito.

In realtà tale convinzione desta stupore, dati i risultati economici più che mediocri della classe dirigente della seconda repubblica, centrodestra compreso (anche se responsabile minore); e il perché lo spieghiamo.

Devo premettere di non essere convinto che la struttura economica determini le sovrastrutture (non sono marxista); e, di conseguenza non ritengo che il progresso o il regresso di una comunità si misuri (solo) in termini economici piuttosto che politici, culturali, morali, tecnici. Ritengo il dato economico non determinante ed esclusivo, ma comunque molto importante, e che abbia quanto meno il vantaggio di potersi esprimere in numeri, meno soggetti a manipolazioni e valutazioni soggettive (se i conti sono fatti onestamente).

Fatta questa premessa possiamo dividere le classi dirigenti, ovvero le èlite, la classe politica, (e anche la formula politica) dall’unità in poi in quattro “fasi”: la monarchia liberale (1861-1911), il regime fascista (1922-1943); la “prima repubblica” (1946-1994); la “seconda repubblica” (1994-2018), e  vedere quanto in ciascun periodo si sia incrementato il PIL individuale, indice privilegiato del benessere.

Orbene nella monarchia liberale l’incremento del PIL pro-capite fu dello 0,6% annuo, più modesto nell’ ‘800, molto più deciso nel periodo giolittiano (1,6% annuo).

Nel periodo fascista l’incremento continuò; anche se fu abbassato dalla depressione del 29-32 (-7,2%) e dalle guerre, soprattutto quella d’Etiopia (-4,3%) il  risultato, fino al 1939 fu di un aumento di circa il 50% rispetto al 1919. Con la seconda guerra mondiale si ridusse di quasi la metà.

L’età d’oro del PIL pro-capite fu quella della “prima repubblica”: l’aumento nel periodo fino al 1973 si attestò sul 5,3% annuo; dal 1973 al 1994 in un più modesto – ma rispettabile – 2.5% annuo.

Nella seconda repubblica la musica purtroppo cambiava: ad un modestissimo aumento dello 0,3% annuo, faceva riscontro un incremento del prelievo fiscale, anche in brevi periodi di PIL pro-capite in picchiata, come nella crisi del 2008-2014 in cui il calo è stato del 12,8%.

Resta il fatto che durante la “Seconda repubblica” i risultati, in termini di benessere, sono stati i peggiori di tutti i periodi politici in cui abbiamo suddiviso la storia dell’Italia unita.

Pertanto, non si capisce perché l’elettorato italiano non avrebbe dovuto concludere che i cattivi risultati non dovessero dipendere (se non totalmente, in buona parte) dalla mediocrità – politica e culturale – della classe dirigente. Semmai desta stupore la pazienza e la mansuetudine di un popolo che sopporta per un quarto di secolo l’inconsistenza di élite gàrrule e autoreferenziali.

Certo queste rispondono: noi siamo stati i più buoni. Abbiamo aiutato banche straniere e italiane, migranti africani e mediorientali, e soprattutto i tax-consommers, ossia la corte dei miracoli che prospera sul bilancio pubblico. Bilancio che Giustino Fortunato, oltre un secolo fa, definiva “la lista civile della borghesia parassitaria”, e che tale è – in larga parte – rimasto.

Buonismo, angelisme, legalitarismo sono le derivazioni odierne che servono ad occultare i risultati della classe dirigente in via di detronizzazione (il vertice – in gran parte – già licenziato, l’aiutantato no), sotto il profilo economico la peggiore, sia nel tempo che nello spazio, tenuto conto che nello stesso periodo 1994-2018 i risultati economici dell’Italia sono stati i peggiori sia dell’UE che dell’eurozona.

Onde spiegare ad un italiano indigente, a un “esodato”, ad un creditore della P.A. (e così via) che i sacrifici sopportati sono stati disposti per bontà d’animo verso migranti ecc. ecc., è assai difficile perché non si giudica sul criterio gnoseologico vero/falso o con quello etico (già più “vicino”) buono/cattivo ed è quindi irrilevante (o poco rilevante). Perché funzione della politica è proteggere la comunità e il di essa benessere e così gli interessi (pubblici) di questa e dei cittadini, come sostenuto da secoli di pensiero politico realista, da Machiavelli e Hobbes a Meinecke e Schmitt, passando per Richelieu e Federico il Grande (tra i tanti).

Fare della politica una litania di buone intenzioni è funzionale soprattutto ad individuare l’avversario in colui che non manifesta altrettanta devozione; al momento, soprattutto Salvini, che “devoto” non è ed è soddisfatto di non esserlo: ma, piuttosto, ricorda ogni giorno di difendere gli interessi degli italiani.

Speriamo che lui e Di Maio li perseguano con la stessa coerenza ed efficacia di altri governi europei, non di quelli italiani che li hanno preceduti.

Teodoro Kltsche de la Grange

VERSO IL CONGRESSO PD, di Antonio de Martini

VERSO IL CONGRESSO PD: AL LADRO,AL LADRO !

Per svagarmi da una angustia familiare divorante, ho voluto, per una volta, vedere, una trasmissione TV di quelle che facendo litigare i partecipanti, spiegano il mondo in un’ora e quattro intervalli pubblicitari.

Gente che credevo morta da tempo, come Ferruccio De Bortoli e Andrea Purgatori vengono utilizzati come gli orsi nelle fiere balcaniche.
Creano animazione e curiosità.

Si litiga tra politici nuovi e semi nuovi sui numeri e i decimali del PIL come se fossero veri.

Tutti indistintamente i protagonisti di questa serata – a un momento o un altro delle loro carrierette – si sono detti d’accordo sul fatto che l’evasione fiscale in Italia sia di oltre cento miliardi di euro all’anno.

Bene, se aggiungiamo questa cifra al nostro PIL ( calcolo a occhio data l’ora) il nostro rapporto debito/PIL si riduce al 90% ossia a posizioni migliori della Francia e comparabili alla Germania.

All’estero i conti li sanno fare e ne tengono conto anche se non lo dicono per ovvie ragioni speculative.

Sono meravigliato che tanti economisti di varia scuola non abbiano notato e usato questo argomento , magari solo come espediente polemico.

Nessuno ha nemmeno mai rimproverato alla Germania la promessa fatta al governatore Ciampi nel 92 di intervenire a difesa della lira attaccata da Soros ( solo da lui?) Qualora l’Italia non ce la avesse fatta.

Forte di questo impegno, ovviamente verbale, Ciampi spese 55.000 miliardi di valute pregiate a sostegno della nostra moneta in cinque giorni.
La Germania, naturalmente, il sesto giorno non intervenne e noi dovemmo svalutare di oltre il 30% diventando il malato d’Europa.

Anche di questa vicenda nessun economista fa cenno, eppure oggi
“ i mercati” dubitano di noi anche perché abbiamo perso inutilmente queste importanti riserve strategiche.

Sono comunque certo che ce la caveremo e mi spiego: nel mondo vi sono tre imperi: Cina, USA, Russia e un impero in formazione, l’Europa, che tutti vogliono resti unicamente una espressione geografica.

USA e Russia, per una volta concordi, appoggiano il nostro governo perché – comunque vada- impedisce all’Europa di diventare una potenza planetaria.

In bilico, siamo una pistola puntata alla tempia della Germania. Dentro o fuori siamo un peso.

I due grandi non ci faranno cadere e la Germania ( camuffata da Europa) non oserà attaccarci per non precipitare eventi temuti e giungere allo scontro diretto con gli USA.
Anche questo hanno paura di dirlo.

Tutti hanno interesse a tenerci a malapena a galla solo per questo, ma è sufficiente a consentirci di imparare a nuotare da soli, perché non sono i successi a fare gli uomini. Sono gli errori.
E qualcosa abbiamo appreso: ad agire da soli ( derivato del sovranismo..) e a non aspettare aiuti dal governo ( sfiducia nella sua competenza).

Il condono/pace fiscale renderà disponibili le imprese a rischiare nuovamente e il governo potrà spendere denaro fresco.

Intanto in TV Minniti – con Calenda in veste di Giovanni Battista- ruba a man salva la politica estera italiana dello scorso mezzo secolo annunciando, come fosse un suo successo, che il terrorismo internazionale ha colpito tutta Europa, ma non l’Italia.

Peccato che io l’abbia detto dal 2001 in almeno trenta articoli sul “corriere della collera” spiegando che l’unica continuità politica tra il fascismo e la Repubblica è stata la politica filo araba dell’Italia che renderebbe impopolari i terroristi, per la pubblica opinione cui tengono, attaccare proprio noi.

Proprio vero che c’è chi ruba i soldi e chi le idee.
Ognuno ruba quel che gli manca.

27°-2 podcast_elezioni di medio termine, di Gianfranco Campa

Il 27° podcast di Gianfranco Campa è una autentica gemma; un pezzo di grande giornalismo degno di essere ospitato nelle più autorevoli riviste di analisi politica. Offre informazioni ed analisi introvabili nell’editoria più affermata. La grande stampa, però, è ormai schiava della peggiore e più ottusa partigianeria, condita da un livello di approssimazione sconcertante; offre rarissimi spazi ad analisi obbiettive ed approfondite. questo blog ha sottolineato più volte la crucialità della scadenza delle elezioni americane di medio termine sia per quella nazione che per le dinamiche geopolitiche. Sino ad ora si è soffermato soprattutto sulle vicende della Presidenza Trump, sul suo rapporto conflittuale, aspro con il Partito Repubblicano e con i settori maggioritari e più potenti dello Stato. A prezzo di pesanti cedimenti e compromessi del Presidente, ha tuttavia rivelato sì la forza di questi settori, ma anche la loro mancanza di una strategia coerente e di una prospettiva convincente tale da consentire il controllo accettabile della situazione e un recupero di credibilità. Una situazione che ha consentito l’acquisizione di un controllo accettabile del Partito Repubblicano da parte di Trump a costo però di una fronda disposta a tutto pur di affossarlo e ridurlo in minoranza rispetto ai democratici. La scadenza elettorale sta rivelando un accenno di strategia coerente del fronte di opposizione a Trump. Una strategia tesa a paralizzare il Presidente, presumibilmente, sino alla fine del suo mandato ma anche a controllare le possibili fratture che minacciano la tenuta anche del Partito Democratico americano. Si deve ricordare che la Clinton, in cambio del sostegno tiepido di Sanders, successivo alla vittoria fraudolenta alle primarie, ha dovuto cedere il controllo di ampi settori del partito in cambio della rinuncia all’astensione e ad una probabile scissione dei settori radicali di quel partito. La strada scelta è del tutto inedita e sorprendente; inquietante soprattutto. Si assiste, ormai, all’ingresso esplicito e massiccio nella scena politica di esponenti dello stato profondo. Una dimostrazione di forza e di debolezza allo stesso tempo. Per questo l’ascolto del podcast merita grande attenzione. La situazione in Italia e in Europa, del resto, dipende in gran parte dall’evolversi di questa situazione.

Qui sotto sono forniti i link ai quali fa riferimento Campa nel suo intervento e la lista parziale ma significativa dei candidati direttamente legati ai servizi di intelligence. Sono circa la metà del totale delle candidature alla Camera, al Senato e ai Governatorati. Se volete avete tutta la possibilità di approfondire e verificare l’attendibilità delle informazioni. 

Buon ascolto_Giuseppe Germinario

CONSIGLIO AI ROSICONI, di Teodoro Klitsche de la Grange

CONSIGLIO AI ROSICONI

Prima del 4 marzo l’establishment politico e culturale di sinistra stigmatizzava l’ “incultura, l’inesperienza e la rozzezza” dei populisti, in specie dei grillini.

Il tormentone è aumentato a dismisura con la vittoria elettorale e il varo del governo pentaleghista; anche la carriera accademica di un mite premier come Conte è stata passata al setaccio e così sono stati svelati alcuni peccatucci (veniali), ricorrenti in ogni percorso accademico. Allo stesso è stata poi addebitata l’inesperienza, considerato che, praticamente era rimasto sempre fuori dai giri che contano; e probabilmente questa è stata la principale ragione che ha indotto a nominarlo. Una compromissione plurilustre col potere, che è a giudizio dell’establishment capalbino, un titolo comporta, cosa di cui i suddetti non si rendono conto, anche quella con lo sfascio della seconda repubblica: pessima presentazione per l’elettorato pentaleghista. Tant’è. I rosiconi hanno forse rimosso, ma più probabilmente rimpiangono, i bei tempi in cui trovavano comode e confortevoli nicchie nei bilanci pubblici. E per gente che spesso ha fatto dell’interesse individuale (proprio) la regola dell’agire universale, il venir meno di queste, ovviamente addolora.

Così il movimento cinque stelle appare, nell’immaginario di Capalbio – ed in parte lo è – come un’armata Brancaleone: un insieme disordinato di emarginati dal potere e dalla cultura, rozzi, ignoranti (e opportunisti), guidati da un comico.Inadatti a governare, come a discutere e brillare nei salotti.

Come detto qualcosa di vero c’è, ma occorre non trascurare come, in primo luogo, il livello della classe dirigente negli ultimi trent’anni ha avuto uno scadimento geometrico (nel senso della radice quadrata): un Di Maio steward, è stato preceduto da una Fedeli, ministro dell’istruzione, la quale in comune con Benedetto Croce, aveva di non essere laureata. Purtroppo per lei, i connotati comuni col filosofo si riducevano a quello. Quanto poi abbia contribuito al declino di qualità dei parlamentari, il tentativo ricorrente (e “vincente”) delle diverse leggi elettorali, di farli nominare dai vertici dei partiti più che scegliere dalla base elettorale è sicuramente influente e da valutare nel senso che non sempre è il popolo a sbagliare.

Ma quel che più importa è notare come sia in politica che in quel mezzo della politica che è la guerra, è la qualità del nemico a determinare quella del combattente.

Facciamo un esempio.

Pareto ironizzava su Napoleone III°, perché incerto e (addirittura) ingenuo, tuttavia all’immagine dell’Imperatore (per i postumi) ha contribuito d’esser stato sconfitto – ed aver perso il trono – da un genio della politica come Bismarck e da una perfetta macchina da guerra come l’esercito prussiano. Che giudizio avrebbero formulato i posteri se a sconfiggerlo e detronizzarlo fosse stato un politico di mezza tacca alla guida dell’esercito del Lussemburgo? Anche a Francesco Giuseppe che perse quasi tutti i domini italiani dell’Impero in pochi anni, contribuì non poco di aver avuto come avversario un altro genio come Cavour: e morì circondato dall’affetto e dalla considerazione dei sudditi. Lo stesso avviene per la guerra: il nome di Scipione è noto a tutti perché sconfisse Annibale – il più grande condottiero dell’antichità – a Zama; nessun ricorda il nome dei consoli (Salinatore e Nerone) che qualche anno prima avevano vinto Asdrubale (il fratello meno dotato di Annibale) al Metauro, battaglia non meno decisiva di Zama. Sconosciuti come i consoli suddetti sono i nomi di quei generali delle potenze europee che nel XIX secolo conquistarono tutta l’Africa, debellando le orde tribali autoctone.

Pertanto la spocchia della sinistra conferma, non volendo, due circostanze.

La prima che se l’armata Brancaleone dei grillini  (oltretutto poco “aiutata” e dotata di mezzi) ha vinto la “gioiosa macchina da guerra”, ciò significa che gli italiani ne avevano così piene le scatole di questa da preferire un insieme di ….sfigati a tanto brillante accademia. Chi è ridotto male spera nei salvatori meno probabili, che preferisce a coloro in gran parte responsabili di averlo rovinato.

La seconda che se tale armata Brancaleone, povera di mezzi e appoggi, li ha ridotti così a mal partito vuol dire che non erano poi così bravi, intelligenti ed efficienti. Non sono Bismarck né Scipioni, ma dei Dumford o Baratieri (sconfitti il primo dagli Zulu, il secondo dagli abissini). E per la loro immagine sarebbe bene ne tenessero conto.

Teodoro Klitsche de la Grange

27°-1 podcast_elezioni di medio termine, di Gianfranco Campa

Raramente, nei settant’anni di vita politica della Repubblica Italiana, le incertezze del conflitto politico negli Stati Uniti si sono riflesse in maniera così diretta nel nostro contesto nazionale come oggi. Gran parte delle fortune presenti e future del Governo Conte, pur tra tanti errori e difetti di impostazioni spesso grossolani, dipendono dalla sopravvivenza se non dall’affermazione dell’attuale leadership americana. Le elezioni di medio termine della Camera e del Senato statunitensi segneranno probabilmente un punto di svolta in un senso o nell’altro. Solitamente rappresentano una scadenza enfatizzata mediaticamente, ma dalle conseguenze poco rilevanti nella concretezza del confronto politico. Questa volta è diverso. Non a caso l’avvicinarsi dell’appuntamento è accompagnato da una serie di atti intimidatori di estrema gravità nei confronti di singoli esponenti politici della compagine conservatrice prossima al Presidente apparsi nella stampa nazionale americana e del tutto ignorati in quella europea. L’atteggiamento tattico adottato dalla compagine democratica e neocon teso a sopire lo spirito di militanza dello schieramento avverso non deve trarre in inganno. Di questo il blog renderà conto prossimamente. Sta di fatto che, per tornare a casa nostra, tutte le vecchie classi dirigenti europee sembrano in attesa di un evento salvifico che consenta loro di tornare rapidamente in sella. Gianfranco Campa, da par suo, nel frattempo ci illustra le varie possibilità che si potranno verificare in base all’esito di queste votazioni e, soprattutto, nella seconda parte ci svelerà alcuni risvolti inquietanti delle scelte di parte democratica riguardanti le candidature. Buon ascolto_Giuseppe Germinario

https://soundcloud.com/user-159708855/podcast-episode-27-1

Giuseppe Conte, Avvocato degli Italiani? Badi a Vincere a Genova_ di Piero Laporta

tratto da http://www.pierolaporta.it/giuseppe-conte-avvocato-degli-italiani-badi-a-vincere-a-genova/

Giuseppe Conte, Matteo Salvini e Luigi Di Maio stanno compiendo errori strategici gravi, tuttavia ancora rimediabili, a patto di dare un’immediata sterzata al modo di fronteggiare il crollo del ponte di Genova.

La politica e il potere si reggono su due pilastri: le risorse e il consenso. Quest’ultimo è più fragile del ponte genovese e, come si sa,  mutevole di suo. Esiste tuttavia un elemento che – ben più d’ogni altro – determina repentini mutamenti del consenso: il sangue, la morte di innocenti. Tutte le rivoluzioni cominciarono a causa di guerre con spargimento di sangue innocente, per stragi  di popolazioni inermi o altre analoghe sconcezze.

Da mezzogiorno del 14 agosto, quando crollò il ponte Benetton a Genova, il sangue di 43 innocenti, schiacciati dal calcestruzzo malato è stato come un cannoneggiamento di gente inerme: chiunque sia in buona fede s’è reso conto che negli ultimi venti anni sono state svendute non solo le ricchezze dell’Italia ma anche le vite dei cittadini. Quel crollo è tuttora in grado di scatenare uno tsunami da travolgere e distruggere definitivamente, cancellarli dalla scena politica, il Partito Democratico e Forza Italia, primi responsabili dello sfascio e del crollo dell’Italia. Ebbene, questo governo è stato deviato, frenato prima che lo tsunami si scatenasse.

Mercoledì 15 agosto – il giorno successivo alla catastrofe genovese – 170 migranti erano nelle acque maltesi. Alle 3.40 della notte qualcuno – senza consultare il governo – ha dato uno strano ordine a due unità della Guardia Costiera italiana, affinché intervenisse a 17 miglia nautiche da Lampedusa per caricare i migranti. Circa cinque ore dopo, alle 8.20, è intervenuta nave Diciotti che ha imbarcato 177 migranti, all’insaputa del governo.

Se le due motovedette si fossero dirette – come è stato sempre fatto in casi analoghi – verso Lampedusa in condizioni di sicurezza, si poteva accendere il solito contenzioso con Malta e attendere la composizione da parte dell’Unione Europea. È arrivato invece l’ordine di trasferire i migranti sulla Diciotti e questa, portandosi a Catania, si è messa sotto l’occhio delle telecamere del mondo. È giunta a Catania, senza entrare nei porti di Pozzallo e Augusta, sui quali vige la competenza delle procure di Ragusa e Siracusa, note in passato per posizioni tolleranti verso l’immigrazione. Chi ha consigliato di andare a Catania sapeva che Luigi Patronaggio, procuratore capo di Agrigento, aveva pianificato di recarsi nel capoluogo etneo, per un’ispezione a bordo della Diciotti? All’ispezione è conseguita l’indagine per sequestro di persona, sostenibile proprio dalla procura di Agrigento.

In altri termini, dal giorno successivo al disastro di Genova, le prime pagine, invece di concentrarsi sui 43 morti ammazzati dal ponte crollato, sono state condivise con la Diciotti e Patronaggio. A  partire dal 18 agosto, dopo quattro giorni dal crollo, sfumate le cronache dei funerali, la Diciotti ha cancellato il crollo di Genova.

Giuseppe Conte, Matteo Salvini e Luigi Di Maio, questo è dilettantismo grottesco, neppure scusabile con l’inesperienza di governo.

Si dirà che il governo non vuole esporsi ad accuse di sciacallaggio. Le accuse di sciacallaggio sono arrivate comunque, intanto però il governo – mettendo in ombra il disastro genovese, a vantaggio della Diciotti – trascura l’interesse dello Stato, trascura l’interesse delle 700 famiglie di sfollati, trascura l’interesse delle famiglie dei 43 morti ammazzati.

Il governo, smetta di autocompiacersi per gli applausi ai funerali. Il governo smetta di lamentarsi per l’indagine a carico d’un suo ministro, mentre nessun indagato risulta dopo il crollo del ponte. Vogliamo scoprire oggi che certa magistratura fa politica? Questo non toglie che si debba agire con la risolutezza imposta dalla situazione e consentita dal potere governativo e politico, più vasto di quanto sia stato dispiegato sinora. Se Patronaggio prevale è solo responsabilità dell’autorità politica, in quanto controparte inerte. Il governo smetta di porre in cima alla sua agenda vicende artefatte come quelle della Diciotti; vicende artefatte a dodici ore dal crollo, facendosi prendere per i fondelli in modo elementare. Il governo proceda piuttosto e senza indugio a nominare un collegio di difensori, costituendosi parte civile e invitando ad associarsi come parti civili le famiglie degli sfollati, quelle dei morti, il comune di Genova e tutti i cittadini e le imprese in qualche modo coinvolti nel disastro.

Solo un gruppo di pressione siffatto può ottenere il risultato di controllare l’operato della magistratura genovese, risalendo alle responsabilità, per esigere risarcimenti non solo da Autostrade, ma da tutti i ministri delle infrastrutture, dai capi di governo e dalle burocrazie corresponsabili del disastro.

La concessione ad Autostrade è uno degli aspetti del problema, ma non è “il problema” nella fase di indagine sulle responsabilità. Alla magistratura genovese l’onere di stabilire se il disastro sia colposo o doloso. Il disastro tuttavia rimane: è un dato di fatto incancellabile, qualunque cosa dicano e facciano i ministri delle Infrastrutture da Antonio Di Pietro a Graziano Del Rio. Il governo ha il dovere verso se stesso, verso lo Stato e verso tutte le vittime, sopravvissute e non, di fare tutto il possibile perché, sotto l’occhio d’un collegio di esperti difensori, il diritto e la giustizia coincidano e siano salvaguardati. Di certo tale salvaguardia non ci sarà se si rimane inerti mentre si fanno affiorare documenti come la lettera – pubblicata da L’Espresso e sequestrata(!) dalla procura – datata 28 febbraio 2018, con la quale la Autostrade avvertiva il ministero delle Infrastrutture e il Provveditorato alle opere pubbliche di Genova sullo stato critico del viadotto. Deve essere chiaro che tale documento non alleggerisce la posizione di alcuna delle parti in causa, tutt’altro.

Il consenso, come s’è detto, può essere cancellato repentinamente dal sangue, dalla morte di innocenti. Questo può accadere, anzi accadrà senz’altro, per quanti abdichino al dovere di difendere efficacemente quel sangue e quegli innocenti. L’unica vittoria efficace sarà l’individuazione dei responsabili e il risarcimento a loro carico di tutte le vittime del viadotto di Genova. Altro che profughi, Diciotti e Patronaggio. Se ne ricordi chi entrò a palazzo Chigi autonominandosi “avvocato degli italiani”. www.pierolaporta.it

L’ANNO CHE VERRA’ E’ UN DEJA VU, di Antonio de Martini

Qui sotto un frizzante testo di Antonio de Martini. Alcune domande. Il quadro prospettato è del tutto verosimile; la trama tessuta dalla vecchia classe dirigente, sconfitta elettoralmente, ma predominante negli apparati istituzionali è adeguata al nuovo contesto politico?_Giuseppe Germinario

L’ANNO CHE VERRA’ E’ UN DEJA VU

Ispirato dalla atmosfera campagnola in cui vivo, mi sono chiesto quali siano o saranno i frutti di questo strambo governo.

I soli risultati certi sono la distruzione sicura di ogni ipotesi di un governo moderato di centro destra in grado di vincere le elezion e la contemporanea nascita di un forte partito di destra estrema.

In questo disegno c’è un elemento di bene e uno di male. Il bene è la distruzione di Berlusconi come personaggio politico e di conseguenza di “Forza Italia” che tornerà ad essere uno slogan sportivo.

Il male è che i governi moderati orientati a una politica di destra moderata saranno impossibili per lungo tempo. A destra si sta sostanziando l’ipotesi di un robusto partito di destra estrema cui il buon senso degli italiani non affiderà mai le redini del governo. A sinistra si sta predicando una ” strategia dell’attenzione” verso i 5 stelle.

Si tratta , a mio avviso, di un disegno preordinato cui sono tutti attivamente coinvolti, interessati e consapevoli.

I SEGNALI

a) Il movimento 5 stelle e la Lega stanno lasciando tranquillo il PD che sta riprendendo alla mano i suoi iscritti e simpatizzanti, così come la lamentela opposta che ” l’opposizione non esiste” significa che il PD – che sappiamo tutti esistere eccome- non attacca il governo, ma il solo Salvini, fortificando così la sua immagine di estremista di destra. ( si noti che nella Lega giovanile aveva creato il “gruppo comunista”). Da destra, al massimo si attacca il LEU, un piccolo lebrosario creato in laboratorio. La sinistra ha appaltato l’opposizione al venerando Cassese che mostra un attivismo notevole per l’età.

b) Di Maio, sta compiendo una serie di gesti ” di sinistra” come l’essersi scusato com Mattarella, aver privilegiato ” i lavoratori”, e aver reintrodotto il discorso “nazionalizzazioni”, aver scavalcato i sindacati sulla vicenda ILVA ecc. Tutti temi che ” suscitano l’attenzione della sinistra”. Si stanno creando le premesse di un connubio tra i 5 stelle e il PD.?

c) nessuno si è mai chiesto come mai la Lega si sia trasformata da movimento secessionista in movimento nazionalista senza nemmeno un dibattito sulla Padania o altro fogliaccio e senza un commento nemmeno dei giubilati interni.

d) nessuno si è mai posto il quesito di come mai Lusetti ( tesoriere della Margherita) si è appropriato di 50 milioni e ha transato per una ventina , mentre la magistratura ha posto una ipoteca di 50 milioni sulla Lega intera. Gli sceneggiatori non si fidano e hanno trasformato un reato individuale in reato di partito a garanzia del rispetto degli accordi?

Considererei io stesso questo post una farneticazione dietrologica se non avessi visto coi miei occhi la lettera , firmata dal generale de Lorenzo attestante che , per ordine dell’on Taviani, ministro dell’interno, aveva consegnato 250 milioni di lire all’on Almirante per consentire a lui di fare la parte dell’ “uomo nero” e agli altri di unirsi contro il “pericolo fascista”.

i meriti del Governo Conte_ In appendice le implicazioni della tragedia del crollo del Ponte Morandi a Genova, di Giuseppe Germinario

https://italiaeilmondo.com/2018/08/20/costruttori-di-ponti-di-giuseppe-germinario/

Siamo a poco più di due mesi dal varo inaspettato del Governo Conte. Inaspettato almeno per gran parte dei collaboratori di Italia e il Mondo, compreso chi scrive. Una sorpresa dettata dal diverso punto di vista da cui siamo partiti noi nel tentativo di individuare le tendenze culturali e politiche di fondo che stanno portando ad una destrutturazione e ad una ricomposizione delle forze politiche rispetto a quello adottato dai protagonisti in campo sulla base di esigenze tattiche immediate suggerite dalla contingenza delle scelte e dei comportamenti. Una discrasia ben illustrata da Roberto Buffagni nella sua ultima cristallomanzia. L’epilogo sorprendente è stato certamente assecondato se non proprio indotto da una particolare congiunzione astrale che ha ispirato le mosse partigiane e suicide del Presidente della Repubblica e riesumato il residuo spirito di sopravvivenza di un ceto politico, sconfitto elettoralmente e in drammatico debito di credibilità, fermatosi appena in tempo sul precipizio del peggior trasformismo. Tanto più che un eventuale accordo del PD piuttosto che di Forza Italia con il M5S avrebbe richiesto il sacrificio plateale di Berlusconi e di Renzi, le anime e le colonne portanti dei due partiti.

L’istinto di sopravvivenza e il predominio del punto di vista tattico dei personaggi in campo non sono però sufficienti a giustificare e determinare l’epilogo.

Un orizzonte più definito e più profondo può essere senz’altro offerto partendo dall’alto, puntualizzando il grande e inedito attivismo e l’inusuale impegno mediatico profuso dai promotori delle due internazionali o presunte tali, quella globalista guidata da George Soros già ampiamente consolidata e quella sovranista impersonata da Steve Bannon, entrambi americani. Un punto di osservazione che meriterà una apposita riflessione.

In questo articolo si partirà piuttosto dal punto di vista degli attori nazionali e dalle dinamiche più o meno calcolate innescate dai loro atti.

Il grande gioco geopolitico è certamente al di fuori della portata del nuovo governo, come del resto dei precedenti ormai da parecchi decenni a questa parte.

Non è un caso che il Segretario di Stato americano Pompeo, nel suo viaggio preparatorio del recente incontro con Putin in Finlandia, oltre alla Gran Bretagna abbia toccato solo Roma; nel suo incontro capitolino ha incontrato Conte, Di Maio e Salvini, dedicando a quest’ultimo le maggiori attenzioni e sottolineando con reiterata fermezza che l’intero ambito dei rapporti con la Russia, comprese le sanzioni, deve essere gestito in prima persona dalla presidenza americana.

Ciò non ostante il Governo si avvia a fungere da vera e propria cartina di tornasole in grado di mettere quantomeno a nudo l’ipocrisia, la precarietà e le debolezze del contesto nazionale e di quello euromediterraneo.

Su alcuni temi secondari, rispetto agli interessi ed indirizzi strategici, ma molto importanti rispetto ai processi di formazione dell’opinione pubblica e della coesione sociale, è già possibile verificare l’impronta e l’impatto iniziale dell’azione politica. Appunto perché secondari, sono ambiti nella cui azione si possono acquisire maggiori margini di autonomia.

 

IMMIGRAZIONE

Il primo banco di prova scelto dal Governo si è rivelato un pieno successo. Gli sbarchi sono crollati drasticamente. Si vedrà per quanto tempo. Attualmente le organizzazioni sono impegnate a cercare percorsi alternativi verso paesi più accondiscendenti oppure a riorganizzare le traversate in modo da arrivare direttamente ai punti di sbarco. Ci vorrà tempo per ritessere le fila di una organizzazione ormai abituata da anni ai salvataggi facili se non addirittura commissionati. Una volta ripristinata non farà però che innalzare il livello di scontro sempre che auspicabilmente il Governo riesca a mantenere la giusta determinazione.

Rimane il problema della gestione dei rimpatri e delle grandi sacche di lavoro nero e di malaffare. Ci vorrà tempo, i recenti fatti di Macerata, Moncalieri e Foggia dovrebbero riuscire a dare una ulteriore spinta; non mi pare che ci siano grandi movimenti organizzativi in proposito. Rimangono purtroppo alcuni punti oscuri da risolvere come il comportamento di ampi settori di comando della Marina Militare particolarmente propensi alle politiche di “accoglienza”.

È sul piano europeo che sembrano raggiunti i migliori risultati politici, sia pure ancora interlocutori. La richiesta di condivisione della gestione ha messo a nudo la spaccatura netta latente tra gli stati nazionali; gli accordi su base volontaria hanno rivelato una volta di più che l’Unione Europea consiste fondamentalmente in un accordo solvibile tra stati nazionali e il surrettizio passaggio dai cosiddetti “rapporti di cooperazione rafforzata” a quelli “su base volontaria” non fanno che accentuare questo aspetto e questa divaricazione dai propositi unitari. La solidarietà su base volontaria si sta rivelando in tutta la sua ipocrisia nei tentativi di rifilare le maggiori quote ai paesi dai governi per qualche motivo più accondiscendenti, come quello spagnolo. Una soluzione che si rivelerà presto una mina vagante in grado di destabilizzare ulteriormente quel Governo già fragile. Rimangono la meschineria sempre più sciatta della leader tedesca dei “volonterosi” impegnata più che altro a tentare di rifilare ai paesi europei originari di prima accoglienza gli ultimi arrivi indesiderati e le rodomontate di Macron, imperterrito nelle sue politiche di destabilizzazione nel Mediterraneo pressoché a costo zero per il suo paese. Può rivelarsi, quello della solidarietà europea, nel medio termine un boomerang che arrivi ad alimentare e legittimare i flussi migratori illegali e incontrollati. Un argomento che verrà affrontato nell’articolo che esaminerà il futuro del Governo Italiano dal punto di vista delle dinamiche geopolitiche.

RAI E SISTEMA DI INFORMAZIONE

Le elezioni del 4 marzo e la formazione a giugno del nuovo governo hanno accelerato un processo di stretta normalizzazione del sistema di informazione tradizionale.

Già prima delle elezioni l’ipotesi di un governo costruito sull’asse Renzi-Berlusconi era servita da guida agli indirizzi editoriali del Gruppo Mediaset e dei quotidiani legati al gruppo.

Con la svolta politica di primavera quella ipotesi è rimasta sorprendentemente all’ordine del giorno. La7 ha accentuato scandalosamente e sfacciatamente, specie nelle ore serali, la propria partigianeria filopiddina; Mediaset da par suo ha epurato i propri staff con il benservito a Belpietro, uno dei due esempi di editori autonomi in Italia e Giordana affidando la redazione di un canale in quota renziana.

La nomina di Marcello Foa a consigliere d’amministrazione, in predicato di diventare Presidente della RAI, ha rappresentato il classico significativo intoppo nella realizzazione del progetto. La canea e la sollevazione di scudi del vecchio establishment politico e dell’universo mediatico sono impressionanti. Mettere in discussione così rozzamente l’integrità, la capacità professionale e l’attitudine alla funzione di garante di un tale professionista, senza alcuno scrupolo nella rimozione di condolidati rapporti di lavoro ultradecennali, ha rivelato il legame simbiotico del sistema informativo con i centri di potere sempre meno credibili e sempre più smarriti. Anche su questo il comportamento del “liberale” Berlusconi è emblematico sia dello stato dell’arte che della statura dei personaggi.

La stampa e la televisione non detengono più il monopolio dell’informazione e della formazione dell’opinione pubblica, ma sono ancora uno strumento importante e con una gerarchia precisa che consente una manipolazione controllata. Le reti di informazione e socializzazione telematiche sono canali alternativi sino ad ora efficaci anche se caotici e pletorici, quindi dispersivi e propensi a creare nicchie. I sistemi di manipolazione, legati per lo più al controllo dei server centrali di trasmissione e gestione dei dati, sono indiretti e sofisticati, legati alla manipolazione degli algoritmi che decidono della facilità di accesso. Strumenti al di fuori della portata di azione dei ceti politici periferici i quali devono accontentarsi di attività di disturbo e di segnalazione, il più delle volte pretestuosa. Anche qui la via della censura e dell’oscuramento si sta aprendo con minori vincoli legali e possibilità di contrasto delle decisioni. La recente chiusura di infowars, negli USA, rappresenta un primo grave segnale; le ricadute di credibilità sui gestori delle reti sono però molto pesanti.

Sta di fatto che la vicenda ha contribuito a mettere a nudo il complesso sistema di relazioni e manipolazione del sistema informativo e a far venire allo scoperto le reti coperte di collusione.

IL DECRETO DIGNITA’

È forse il provvedimento dalle implicazioni più significative in grado di mettere in evidenza le debolezze di fondo delle due forze politiche e la loro capacità di superarle.

Se con il “job act” Renzi ha voluto sancire una prova di forza con il sindacato, indebolendone strutturalmente la capacità di contrattazione collettiva e di gestione dei contenziosi individuali, con la limitazione e giustificazione dei contratti determinati e la reintroduzione dei voucher presenti nel “decreto dignità” il sindacato è rimasto paradossalmente ai margini anche in un tentativo di avanzamento dei diritti dei lavoratori dipendenti. È proprio il concetto di autonomia sindacale ed autonomia contrattuale, quindi delle modalità di contrattazione, così come imposto dalla CISL ed acquisito da tempo ormai dalle due altre organizzazioni, che sta venendo meno. I tempi di un intervento legislativo diretto sulla questione della rappresentanza e della titolarità dei diritti di contrattazione, sino ad ora prerogative gelosamente detenute dalle associazioni sindacali, sono ormai maturi. Le ragioni sono oggettive, legate ad una frammentazione del mercato del lavoro difficilmente gestibile con i tradizionali strumenti di azione sindacale; sono anche soggettive, con un gruppo dirigente autoreferenziale, legato sempre a doppio filo con il vecchio ceto politico e sempre meno rappresentativo di una base sindacale dagli orientamenti politici sempre più incompatibili e lontani da essi.

Il merito dei provvedimenti legati ai lavori occasionali e ai contratti a tempo determinato colgono un problema reale. Da una parte la presenza di lavori occasionali e la necessità di una loro copertura assicurativa e previdenziale cui associare in qualche maniera il riconoscimento di una pensione sociale oggi concessa indiscriminatamente e oggetto di clamorose speculazioni assistenziali specie tra gli immigrati. Dall’altra il fatto della estensione abnorme del contratto a tempo determinato anche in settori ed aziende nei quali l’oggettività di un rapporto continuativo è lapalissiana. La canea organizzata in maniera scontata da Forza Italia e settori di Confindustria e apparentemente paradossale dal PD rivela il carattere ormai opportunistico, retrivo e reazionario di queste forze, tanto più evidente in quanto permangono i pesanti limiti imposti dal job act in materia di giusta causa nei licenziamenti individuali e di regolamentazione delle procedure dei licenziamenti collettivi. Un atteggiamento che dice tutto sulla incapacità di queste forze di proporre una rinascita qualitativa del paese. L’illusione d’altro canto permane ben riposta nella speranza che sia la mera regolamentazione normativa a risolvere il problema della diffusione del lavoro precario e illegale.

Dal versante delle imprese il provvedimento coglie un altro punto debole delle precedenti politiche, quello delle delocalizzazioni e dell’uso opportunistico degli incentivi agli insediamenti. Si tratta però ancora di un atteggiamento passivo utile a contenere gli atteggiamenti predatori. L’aspettativa implicita è che ciò creerebbe spazi all’arrivo di imprenditoria cosiddetta sana. Anche su questo l’opposizione ha rivelato un atteggiamento del tutto supino alle dinamiche di mercato. Rimangono però i limiti della mancanza di una politica economica attiva che punti allo sviluppo di nuova e più grande imprenditorialità radicata nel paese e di nuovi settori da costruire e ricostruire prima che scompaia definitivamente la memoria e il patrimonio di conoscenze. Eppure nel mondo sono ormai numerosi i paesi emersi dal sottosviluppo con queste politiche. Gli stessi Stati Uniti stanno ripensando drasticamente politiche di tutela del patrimonio tecnologico, di compartecipazioni che favoriscano l’imprenditoria locale che per altro sono state liberale in modo selettivo.

QUI PRO QUO

In realtà il ceto politico emergente, presente soprattutto nei due partiti di governo fatica ancora a pensare che non esistono classi, ceti e settori sociali portatori di per sé di innovazione, distruzione creativa e di emancipazione, fossero anche i settori imprenditoriali più dinamici o gli ambienti sociali più precarizzati. Una fatica legata all’infatuazione persistente verso le politiche “dal basso” e verso le virtù innate del popolo sia nella sua versione democraticista che federalista strisciante.

Il sentore di questo limite per fortuna inizia a serpeggiare in settori di questo ceto politico emergente, nella Lega molto più che nel M5S.

L’ipotesi di riorganizzazione della Cassa Depositi e Prestiti (CDP) orientata al finanziamento della media e piccola industria rappresenta un indizio di tale presentimento più che una consapevolezza. Ma è un obbiettivo ancora estemporaneo che prescinde da un piano di rientro dall’estero del debito nazionale, di recupero ad uso interno della raccolta del risparmio, di creazione di un apparato tecnico in grado di progettare e gestire le grandi opere pubbliche e i processi di industrializzazione e formazione di imprenditoria completamente distrutto e disperso negli anni ’90, dopo il pesante degrado subito negli anni ’80. Manca la consapevolezza del ruolo strategico della grande industria nei settori di punta e dell’importanza del controllo e della riorganizzazione degli apparati pubblici e statali con una definizione chiara delle gerarchie.

Una consapevolezza paradossalmente più presente e razionale all’estero visto che mi è capitato di leggere alcuni articoli di riviste specializzate americane che sostenevano la progettazione anglo-italiana dell’aereo multiruolo Tempest, alternativo a quello franco-tedesco, anche per consentire la sopravvivenza del patrimonio tecnologico nell’avionica di Finmeccanica. Si tratta certamente di un sostegno interessato, ma quantomeno rivelatore della ben maggiore consapevolezza altrui dei problemi di casa nostra.

Manca soprattutto, con l’eccezione di una cerchia ristretta di consiglieri di Salvini e della componente più ostracizzata dei tecnici al governo, la contezza del fatto che dovessero essere perseguite in maniera più o meno coerente queste politiche si troveranno a scontrarsi con il nocciolo duro della trama delle politiche e delle normative e prassi comunitarie le quali vanno ben al di là dei limiti di deficit e degli obblighi di rientro del debito.

Non solo! Saranno dinamiche le quali, se messe in atto, faranno emergere allo scoperto all’interno stesso dei due partiti le componenti pronte a rimpolpare quelle forze reazionarie, per il momento disorientate, tese allo statu quo del paese.

Nel M5S sull’immigrazione sono già sorte le prime voci “autorevoli” di dissenso, sulle grandi opere infrastrutturali la fronda si presenta ben più minacciosa e determinata, mentre il grande supervisore alternativo, da mesi in viaggio negli Stati Uniti, illuminato dai suoi incontri con esponenti del Partito Democratico americano e da esponenti della Silicon Valley, gli stessi del Renzi di cinque anni fa, confortato dal lauto contratto con Mondadori non esita a richiamare sulla retta via. Nel federalismo strisciante e surrettizio possono trovare spazio le forze disgregatrici nella Lega nonché sostenitrici della riproposizione classica del centrodestra.

Un processo in divenire durante il quale saranno le aspre condizioni di conflitto a temprare e formare le forze più determinate, ma largamente inesperte secondo ricomposizioni ancora tutte da decifrare. Nel contesto geopolitico, soprattutto l’avvento di Trump, ha aperto nuovi spazi che non permarranno ancora per molto nell’attuale incertezza; in questi ambiti il Governo ha ritrovato un dinamismo quasi sconvolgente rispetto alla palude remissiva cui ci avevano abituati i precedenti. Un dinamismo però ancora ampiamente subordinato alle strategie altrui e soggetto quindi alla mutevolezza capricciosa delle decisioni e degli eventi. Un aspetto che affronteremo nel prossimo articolo.

IL CROLLO DEL PONTE MORANDI A GENOVA

Durante la stesura dell’articolo è piombata la tragedia del crollo del ponte di Genova. Non si può certo definire un evento e un ambito minore. Si tratta probabilmente di un evento di gran lunga più dirompente dei fatti connessi alla morte di Pamela Mastropietro a Macerata e al sottobosco e coperture che faticano ad emergere in quell’ambiente. Le sole conseguenze economiche e sociali sono di per sé drammatiche e rischiano di condannare tragicamente uno dei poli del vecchio triangolo industriale e la logistica del Nord-Italia. Da questo evento, se ben gestito politicamente, potranno emergere visivamente le condizioni e le collusioni che hanno consentito il sopravvento, l’affermazione e l’alimento dagli anni ’90 della classe dirigente che ha ridotto in queste condizioni il paese. Una classe dirigente che ha subordinato come mai in altre momenti della storia dell’Italia unita il paese agli interessi e alle contingenze politiche esterni; una classe dirigente che ha contribuito a trasformare definitivamente la quasi totalità della grande imprenditoria privata in un consorzio parassitario ed assistenziale grazie alle privatizzazioni soprattutto di Telecom e delle reti di comunicazione e dei servizi; ha distrutto e abbandonato gran parte del ridotto ceto manageriale nazionale costruito in oltre quarant’anni e esposto alla speculazioni e agli istinti di una rete commerciale predatoria buona parte dei ceti medi produttivi dell’agricoltura e della piccola industria. Il muro isterico di difesa eretto intorno a Società Autostrade dalla stampa e dai partiti attualmente all’opposizione rivelano il nervo scoperto da una simile tragedia. Le risposte di Conte, Toninelli e Di Maio sembrano dettate dall’istinto e dall’indole tribunizia. Il retaggio antindustrialista e contrario alle grandi opere pesa nella credibilità del M5S. Chiedere la decadenza immediata della concessione ha certamente un effetto mediatico immediato ma rischia di trascinare, alla luce dei testi conosciuti e pubblici dei capitolati di concessione, in un contenzioso e una diatriba esposta ai polveroni e alle manipolazioni. Meglio sarebbe arrivare ad una sorta di commissariamento dei servizi di controllo ispettivo di Ministero dei Trasporti e ANAS, a un rapido censimento delle opere da risanare, ad un risanamento a tempi stretti della rete a carico dei concessionari con la spada di Damocle del ritiro delle autorizzazioni. Porterebbe alla resa dei conti nel gruppo societario e allo sfilacciamento in poco tempo della rete di relazioni e cointeressenze che hanno tenuto in piedi questo sistema grazie alla drammatica riduzione dei margini di rendita prossimi venturi. Solo disarticolando quel sistema si potrà poi infierire e porre nel frattempo le basi politiche e tecnico-organizzative di una rifondazione. Potrebbe essere il momento giusto per recuperare nello Stato e negli apparati quelle leve indisponibili, ma sino ad ora silenti, a protrarre lo stato di fatto e indispensabili a dare corpo ai programmi e alle migliori intenzioni.

Con una avvertenza. I tempi e i contenuti della comunicazione devono essere dettati dagli uomini di governo piuttosto che da organi di informazione in evidente debito di vendite e credibilità. Se non si riesce a gestire dignitosamente questo figurarsi quali difficoltà potranno sopraggiungere a tenere la nave con il profilarsi delle nubi cupe d’autunno tanto più che l’ombrello trumpiano rischia di essere ulteriormente indebolito dalle prossime elezioni d’autunno e dalle vicende giudiziarie prossime venture. Le inchieste giudiziarie in corso, l’attentato alla sede della Lega di Treviso sono solo dei preavvisi di una tempesta che punta alla reinvestitura esterna sotto mentite spoglie di una vecchia classe dirigente capace solo di attendere gli eventi e a maggior ragione ancora più nefasta per il paese che verrà.

 

 

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