Italia e il mondo

I tre treni causali che stanno riscrivendo la geografia del potere italiano_di Antonio Rossello

I tre treni causali che stanno riscrivendo la geografia del potere italiano

Dalla cannibalizzazione della Lega per mano di Vannacci alla guerra preventiva Conte-Schlein, fino all’effetto-specchio che blocca l’intero sistema: ecco come ogni scossone genera una scia di detriti che si abbatte sull’alleato successivo, in una sequenza logica inarrestabile

La destra si decompone perché il suo leader ombra gli ruba il consenso; la sinistra si spacca perché il suo leader populista spiazza la segretaria; e il centrosinistra, pur vedendo il centrodestra sotto il 42%, non riesce a capitalizzare perché Avs, per reazione, candida l’ennesimo nome mediatico. Un effetto domino dove ogni anello è la conseguenza necessaria del precedente.

**Analisi politica**

L’attualità politica italiana non è un mosaico di episodi casuali, ma una sequenza rigorosa di reazioni a catena. Per comprenderla, dobbiamo abbandonare la cronaca frammentata e salire a bordo dei tre grandi **treni causali** che stanno attraversando il Paese. Il primo viaggia sul binario del centrodestra e parte dal fenomeno Vannacci per investire in pieno Salvini, indebolire Meloni e precipitare nei fischi di Taranto. Il secondo corre sul binario del Campo largo e parte dalla strategia editoriale di Conte per mettere in crisi Schlein, innescando la controffensiva di Avs su Ranucci. Il terzo, trasversale, è il treno dell’interdipendenza: spiega perché la debolezza della destra non si traduce in forza per la sinistra, generando invece una paralisi simmetrica. Analizziamoli, vagone dopo vagone.

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**PRIMO TRENO CAUSALE – Il cortocircuito della destra: da Vannacci ai fischi a Meloni, passando per il tracollo di Salvini**

**Binario 1 (innesco):** Tutto parte da Roberto Vannacci. Il suo exploit elettorale non è un accidente: i sondaggi Swg lo danno stabilmente al 7,2%, in crescita costante, a un passo dal superare Forza Italia (7,4%). Il suo bacino non è generico: è sovrapponibile per oltre il 60% a quello storico della Lega. Vannacci parla ai militari, ai delusi dal sovranismo moderato e a quella destra radicale che Salvini ha cavalcato nel 2019 ma che oggi, inchiodato al governo, non può più rappresentare.

**Binario 2 (conseguenza diretta):** Questa sovrapposizione genera il primo effetto a cascata. La Lega crolla al 5,5%, dimezzata rispetto ai picchi passati. Salvini non perde voti per colpa di Meloni, li perde *perché Vannacci li prende a lui*. È una relazione di causa-effetto quasi matematica. Di fronte a questo salasso, la tenuta interna del Carroccio salta. Il 20 agosto 2026, il governatore della Lombardia Attilio Fontana e il capogruppo al Senato Massimiliano Romeo (segretario della Lega Lombarda) lanciano attacchi frontali al segretario. Fontana parla di un partito che “così come è non va” e ipotizza un cambio ai vertici. Il 22 agosto, alla tradizionale festa di Pinzolo – che per Salvini è un appuntamento amaro, che riecheggia la crisi del Papeete dell’agosto 2019 – il leader del Carroccio tenta di spegnere i malumori aprendo alla “condivisione di responsabilità”, ma il fronte dei governatori del Nord, con il trentino Fugatti che diserta la festa, è tutt’altro che ricomposto. La resa dei conti è rinviata a Pontida, il 19 e 20 settembre.

**Binario 3 (effetto sulla coalizione):** La fragilità di Salvini si riverbera immediatamente su Giorgia Meloni. La premier, per governare, ha bisogno di una coalizione coesa e di un alleato leale. Ma Vannacci, che formalmente siede nel suo gruppo europeo, nella pratica si comporta come un oppositore interno. Meloni si trova così stretto in una morsa: se attacca Vannacci, perde il 7,2% dei suoi elettori più radicali; se lo blandisce, perde Salvini e la Lega, che minacciano di uscire dalla maggioranza. Questa paralisi decisionale è il vero motore che porta al quarto vagone.

**Binario 4 (la querelle Vannacci-Paglia):** È qui che si innesta la vicenda che ha scosso il mondo della Difesa e della politica. Gianfranco Paglia è un tenente colonnello, Medaglia d’Oro al Valor Militare, ferito gravemente e costretto sulla sedia a rotelle il 2 luglio 1993, durante la battaglia del “check point Pasta” (o “Pastificio”) a Mogadiscio, in Somalia. Oggi è consigliere del ministro della Difesa Guido Crosetto. Paglia, in alcune recenti interviste pubbliche e televisive, aveva espresso critiche ferme sulla sovrapposizione tra immagine militare e attività politica, sostenendo che chi sceglie la politica “sveste la divisa” e che continuare a definire Vannacci “generale” anziché “onorevole” genera confusione.

Le sue parole hanno scatenato una valanga di odio social. Il 22 agosto 2026, la notizia viene resa pubblica: Paglia presenta denuncia per gravi minacce di morte ricevute via web. Tra i messaggi, uno recita: “Se fosse per me basterebbe un 7,62” – riferimento al calibro di un proiettile – accompagnato da insulti di inaudita volgarità. Non è un caso isolato: lo stesso giorno, un attivista del collettivo DadaBoom di Viareggio, Alessandro Giannetti, si fotografa davanti alla foiba di Basovizza con la didascalia: “A imparare dai partigiani slavi come si dialoga con i Vannacci di turno. C’è ancora posto per i fascisti del terzo millennio”. Due estremismi opposti che si alimentano a vicenda.

La reazione istituzionale arriva prontamente. Il ministro Crosetto esprime “ferma condanna” e piena solidarietà a Paglia. Ma Meloni tace a lungo. Quel silenzio non è prudenza: è l’effetto diretto del Binario 3, la paura di inimicarsi l’elettorato di Vannacci. E proprio questo silenzio, percepito come debolezza, prepara il terreno al quinto e ultimo vagone.

**Binario 5 (sfogo popolare):** Venerdì 21 agosto 2026, allo stadio Iacovone di Taranto, durante la cerimonia di inaugurazione della XX edizione dei Giochi del Mediterraneo, il nome di Giorgia Meloni viene accolto da una raffica di fischi. Per tre volte, ogni volta che il suo nome viene pronunciato o le sue immagini appaiono sui maxischermi, la contestazione esplode. In netto contrasto, il presidente Mattarella riceve una lunga ovazione. La sindaca di Lecce, Adriana Poli Bortone, parla di “ingratitudine” e chiede scuse alla premier. Il sindaco di Taranto, Piero Bitetti, pur dicendo che “quei fischi li avrei evitati”, non chiede scusa: “chi amministra si prende il peso di scelte impopolari”. E l’associazione Giustizia per Taranto rivendica la protesta, che non riguarda solo l’Ilva ma “il giudizio sull’operato complessivo del Governo, il costo della vita, i carburanti, le promesse elettorali disattese”.

La premier, la sera stessa, cerca di tenere bassi i toni: “Comprendo perfettamente le ragioni di chi, qui a Taranto, esprime il proprio dissenso”. Ma la ferita è politica. I tarantini non fischierebbero una Meloni trionfante; fischiando lei, fischiano simbolicamente la friabilità di un governo che, a causa della cannibalizzazione interna, non riesce più a garantire risposte concrete. La catena causale è perfetta: Vannacci → tracollo Salvini → debolezza Meloni → silenzio su Paglia → fischi a Taranto.

**SECONDO TRENO CAUSALE – Il cortocircuito del Campo largo: Conte, Schlein e la reazione a catena fino a Ranucci**

**Binario 1 (innesco):** Sul fronte opposto, il motore è Giuseppe Conte. Il 14 aprile 2026 presenta a Roma il suo libro autobiografico-manifesto “Una nuova primavera”, dove teorizza un movimento anti-establishment, anti-woke, a trazione popolare. Il 22 agosto 2026, Conte rilascia a Repubblica un intervento ragionato contro la cultura woke, che secondo lui non può diventare “l’ossatura ideologica” di una forza progressista. Non è una boutade: è una mossa politica per contendere al Pd il racconto di che cosa debba essere oggi una forza progressista, mentre nel centrosinistra si avvicina la partita più delicata, quella della leadership.

**Binario 2 (conseguenza diretta):** Questa mossa di Conte mette Elly Schlein con le spalle al muro. I sondaggi Piepoli dell’agosto 2026 sono implacabili: Conte è la prima scelta per guidare il Campo largo con il 36% delle preferenze, seguito da Silvia Salis al 30% e da Schlein ferma al 29%. La segretaria dem sa che le primarie del Campo largo, così come proposte da Conte (aperte ai cittadini e non agli apparati), sarebbero un plebiscito per lui, decretando la sua egemonia e riducendo il Pd a comprimario. Ecco perché Schlein frena: il 3 agosto 2026 ribadisce che “prima il programma condiviso, poi le primarie”. Ma la sua opposizione, anziché fermare Conte, innesca il terzo vagone.

**Binario 3 (effetto escalation):** Il veto di Schlein viene letto da Conte come un atto di “conservatorismo elitarista”. L’ex premier alza il tiro, con dichiarazioni sempre più dure contro la cultura “woke”. Il forcing di Conte aggrava la frattura interna al Campo largo: i dem più moderati si sentono traditi, i grillini esultano, e l’elettorato di sinistra radicale, osservando questa rissa, si sente orfano. È qui che scatta l’ultimo vagone.

**Binario 4 (reazione di Avs):** Vedendo il Pd in affanno e il M5S in ascesa, Alleanza Verdi e Sinistra (Avs) capisce di rischiare l’annichilimento. Per sopravvivere, deve giocare una carta mediatica forte. Da qui l’ipotesi di candidare Sigfrido Ranucci, il conduttore di Report. Non è una scelta ideologica, ma una *conseguenza logica* della guerra Conte-Schlein: se i due grandi litigano e si allontanano dai toni radicali, Avs occupa quello spazio con un “garante” del giornalismo d’inchiesta, percepito come autentico e anti-sistema. Il 9 settembre 2026, Ranucci è atteso come ospite d’onore alla festa nazionale di Avs (“Terra!”) presso la Città dell’Altra Economia a Roma. L’invito suona come una presentazione ufficiale.

**Binario 5 (effetto boomerang sul Pd):** La candidatura di Ranucci (anche solo l’ipotesi) produce l’effetto contrario a quello sperato da Avs: gela il Pd. I democratici sanno che un volto mediatico senza radicamento territoriale, dopo le deludenti esperienze di Aboubakar Soumahoro (eletto nel 2022) e Ilaria Salis (candidata nel 2024), allontanerebbe l’elettorato moderato e di governo, rinsaldando invece l’immagine di una sinistra ingovernabile e teatrale. Questa paura, però, non porta il Pd a riunirsi con Conte, ma a chiudersi a riccio, aumentando le distanze. La catena è evidente: libro di Conte (14 aprile) → minaccia a Schlein → rifiuto delle primarie (3 agosto) → radicalizzazione di Conte (22 agosto) → vuoto a sinistra → Avs candida Ranucci (annuncio per il 9 settembre) → panico nel Pd → paralisi totale del Campo largo.

**TERZO TRENO CAUSALE (Trasversale) – Il paradosso dell’interdipendenza: perché la destra che perde non fa vincere la sinistra**

Fin qui abbiamo due treni paralleli. Ma il vero cortocircuito sistemico si innesca quando i due binari si incrociano. Il primo treno ci dice che il centrodestra, sommando i voti dei suoi partiti, scende sotto la soglia fatidica del 42% (oggi al 40,9%). Il secondo treno ci dice che il Campo largo, se unito, raggiungerebbe il 43,7%, in vantaggio. E allora perché questo vantaggio non si traduce in una narrazione vincente?

La risposta sta nel **terzo treno causale**, quello dell’interdipendenza negativa. Il tracollo della Lega e i fischi a Meloni offrono a Conte la possibilità di presentarsi come l’alternativa credibile. Ma Conte, anziché tendere la mano a Schlein per capitalizzare il momento, usa quel vantaggio per *aggravare* lo scontro interno. Perché? Perché sa che la debolezza di Meloni è temporanea, mentre la sua egemonia sulla sinistra deve diventare permanente. Così, la debolezza della destra non genera un effetto di trascinamento virtuoso per il centrosinistra, ma innesca un *effetto di distrazione*: i riflettori si spostano dalla debacle di Meloni alla rissa Conte-Schlein.

A sua volta, la rissa Conte-Schlein rende credibile l’operazione Ranucci di Avs, che però spaventa il Pd. Il Pd, spaventato, alza un muro contro Conte. Conte, respinto dal muro del Pd, si radicalizza ulteriormente e rilancia con toni più populisti. E più Conte si radicalizza, più il Pd moderato si allontana, vanificando qualsiasi possibilità di quell’unità che i sondaggi danno per vincente. Ecco la causalità trasversale: **la crisi della destra alimenta le ambizioni di Conte; le ambizioni di Conte alimentano la paura di Schlein; la paura di Schlein alimenta la fuga in avanti di Avs; la fuga di Avs alimenta la chiusura del Pd; la chiusura del Pd restituisce a Meloni un nemico esterno diviso, attenuando la percezione della sua crisi interna**. Un circolo vizioso perfetto, dove ogni tentativo di approfittare della debolezza altrui finisce per rafforzare la debolezza propria.

**Conclusioni: il deragliamento annunciato**

L’analisi dei tre treni causali rivela una verità scomoda: il sistema politico italiano è entrato in una fase di instabilità guidata, dove le leadership non cadono per colpi esterni, ma si auto-distruggono attraverso reazioni a catena interne. Vannacci non è il nemico di Meloni, ma il prodotto della sua incapacità di gestire il proprio serbatoio. Conte non è il nemico di Schlein, ma il riflesso della sua debolezza identitaria. E Avs, candidando Ranucci, non fa che accelerare un processo di frammentazione che ormai sembra inarrestabile.

Le prossime settimane saranno decisive non per le alleanze, ma per la capacità di questi attori di spezzare volontariamente queste catene causali. Meloni potrebbe sacrificare Vannacci per salvare Salvini; Schlein potrebbe accettare le primarie per salvare l’unità. Ma finché ognuno reagirà meccanicamente allo stimolo del precedente, il treno della politica italiana continuerà a viaggiare verso il baratro, senza conducente e senza freni.

IL DOPO – ELEZIONI: TRAMONTO DELLA SINISTRA PACIFISTA E COMPARSA DELLA DESTRA D’ESTABLISHMENT. GLI SCENARI INTERNAZIONALI, di Marco Giuliani

IL DOPO – ELEZIONI: TRAMONTO DELLA SINISTRA PACIFISTA E COMPARSA DELLA DESTRA D’ESTABLISHMENT. GLI SCENARI INTERNAZIONALI

La futura maggioranza sarà costituita da una destra ormai annidata nelle stanze dei poteri forti

Che il segretario uscente di ciò che qualcuno, sino a poche ore fa, osava ancora definire “centrosinistra”, avrebbe annichilito quel residuo di aspirazioni legate a una maggiore giustizia sociale, al valore del pacifismo (almeno d’estrazione cattolica) e alla tutela del mondo del lavoro, era cosa ampiamente prevista. Potremmo dire banalmente scontata. Si aprono tuttavia scenari che saranno caratterizzati principalmente da alcune variabili indipendenti e pressoché inedite del panorama parlamentare italiano: l’uscita di scena dei movimenti della sinistra pacifista (e anche un po’ classista) legata ai tradizionali canoni trasmessi dal sessantotto e l’insinuazione di una destra, se ancora si può definire destra, ormai da tempo annidata nei meandri dell’euroatlantismo filostatunitense e negli alti apparati di potere istituzionali e politici.

Chi, tra gli elettori della nuova maggioranza (che stavolta non si sono astenuti) spera in un cambiamento, c’è la seria possibilità che resti fortemente deluso; il prossimo venturo esecutivo, infatti, ha già imposto alcuni paletti a chi vorrà starci: prosecuzione dell’appoggio a Kiev in armi e miliardi e applicazione dell’agenda Draghi, almeno riguardo ai conti pubblici e alle relationship internazionali con UE e Nato. In relazione a questi presupposti, ci sarà da capire quanto il populismo della Lega sopporterà le imposizioni di Bruxelles e i diktat di Biden, che tra sanzioni e spese militari stanno rendendo la vita difficile a decine di milioni di cittadini del vecchio continente. Ma tant’è. Il rigenerato centrodestra a trazione meloniana è da tempo ancorato su posizioni conservatrici e non estremiste, linea favorita certamente dall’appiattimento dei programmi e delle scadenti iniziative del panorama politico italiano, ormai tecnocratizzato e concentrato sulle leggi di bilancio più che sulle preoccupazioni e sugli interessi dei cittadini.

La prima seduta delle due nuove camere è fissata per il 13 ottobre, e sarà condizionata, oltre che dal cosiddetto toto-ministri, anche dalla richiesta del Capo dello Stato di apporre immediatamente una forte stabilità (per poter continuare ad assecondare Casa Bianca e Von der Leyen?), della quale, in un momento di crisi internazionale così drammatico, si deve far garante. Già, perché la crisi legata al conflitto russo-ucraino continua a provocare strascichi sempre più gravi; la manomissione del Nord Stream e le annessioni dei territori del Donbass, legittimate o meno dai referendum, infatti, non hanno fatto altro che indispettire ulteriormente i falchi euroatlantici, decisi ad applicare nuove sanzioni e fornire nuove armi a Zelensky. Va ricordato altresì che i prossimi aumenti dei costi energetici non peseranno affatto sugli Usa o sui vari Borrell, Von der Leyen e Sholtz, ma solo sui cittadini comuni di un’Europa sempre più subalterna alla politica militarista di Washington. Quanto è giusto far pagare le sanzioni al popolo europeo? Perché mai le privazioni determinate dall’embargo a Mosca dovrebbero tramutarsi in bollette? Speriamo che l’esecutivo appena uscito dalle urne non ci parli di nuovi scostamenti di bilancio, perché altrimenti vorrebbe dire che le future generazioni cresceranno con enormi debiti sulle spalle vita natural durante.

Nel frattempo, lo slogan si vis pacem para bellum, risalente alla Roma antica e in particolare allo scrittore Vegezio, comincia a scricchiolare. Oltre ai mal di stomaco di Orban e del serbo Vucic, anche i tedeschi si sono scossi: con 476 no, il Bundestag ha respinto la risoluzione 20/2347 che prevedeva la spedizione di altre armi pesanti agli ucraini. Ciò significa che raccoglie sempre meno consensi il prolungamento di un conflitto che sta indebolendo solo l’Europa e che potrà allentarsi solo con una trattativa ed eventuali,  reciproche concessioni.

MG

 

 

 

 

BIBLIOGRAFIA & SITOGRAFIA

 

Crimea: quel referendum è illegittimo, articolo del 7 aprile 2014 a cura della redazione di www.ispionline.it

Televideo Rai del 26/09/2022, pp. 120-180 –

https://www.bundestag.de/dokumente/textarchiv/2022/kw39-de-entschlantrag-reg-erklaerung-912538, link della pagina ufficiale del parlamento federale tedesco, consultata il 29 settembre 2022 –

www.notiziegeopolitiche.net, pagina del 27 settembre 2022 consultata il 29 settembre 2022 –www.theitaliantimes.it, pagina del 28 settembre 2022 consultata il 28 settembre 2022 –

 

Elezioni politiche 2022! Una mappa, di Giuseppe Germinario

Partito Democratico

Cala ulteriormente nei consensi, scricchiola anche nelle sue roccaforti, ormai ridotte a due e ½. Non riesce a mantenere integralmente nemmeno il proprio elettorato europeista. Non potendo schierare i propri pezzi da novanta, vale a dire Blinken, von der Leyen, Borrell e Michel. ha dovuto accontentarsi di candidare loro ventriloqui, a partire dal perdente senza successo Enrico Letta. Tutto sommato per il momento ha limitato i danni, sperando in una riedizione di governo istituzionale nel caso Meloni non sia in grado di reggere il fardello. Il tempo, per il PD, è la determinante fondamentale. Per un po’, ma non troppo, potrà reggere l’astinenza. Nel frattempo dovrà risolvere il suo vero dilemma: legarsi mani e piedi, con la prossima nuova dirigenza, alla parodia della sinistra democratica statunitense, nella persona di Elly Schlein e decretare la propria marginalità oppure lasciare la gestione allo zoccolo duro ed arroccato degli amministratori e tentare di trattenere i radicali al proprio interno e tra i collaterali. In caso di fallimento ritornerebbe l’alternativa di Calenda e soci interni ed esterni con conseguente scissione. Il colpo più duro subito, è anche il meno visibile. Come si sa, gli ambienti del Vaticano hanno rinunciato da anni alla costruzione di un partito cattolico collaterale o d’ispirazione; hanno distribuito le attenzioni in più parti. Al momento, specie con la guerra in Ucraina in corso, il Partito Democratico non è più il principale interlocutore del Vaticano.

Assieme a Fratelli d’Italia è rimasto, comunque l’unico partito nazionale; il partito, cioè, che nel suo declino ha mantenuto la forbice più stretta di consensi tra le varie parti del paese

Movimento 5 Stelle

Le elezioni hanno consacrato la costituzione e l’affermazione del partito del progressismo compassionevole. Il de profundis dei partiti del lavoro di antica e gloriosa tradizione. Non è un processo compiuto, ma è sulla buona strada. Non potrà fare a meno di trattare di politica economica. Affronterà in modo pasticciato e disastroso il tema, così come incubato con il bonus 110% in edilizia, con la pletora di bonus estemporanei come durante la crisi pandemica e con la sindrome da catastrofismo ambientale e da conversione energetica affrettata e prematura. Una ottima base per alimentare l’assistenzialismo possibile entro il quadro del prossimo disastro economico a venire e per lasciare mani libere alla dirigenza in formazione, senza mettere in discussione i processi fondamentali. Gode del supporto e della ispirazione fondamentali di settori importanti del Vaticano e rappresenta l’unico spiraglio ad una posizione meno partigiana ed oltranzista nella crisi ucraina. La solidità del sodalizio dipenderà dalla sua capacità di strutturarsi e dalla continuità dell’attuale politica del Vaticano. Nel caso non mancheranno i punti di appoggio nelle varie lande del paese.

Lega

Un risultato disastroso per due motivi:

  • sbiadisce drammaticamente la già pallida prospettiva di costruzione di un partito nazionale

  • rimane, ma fortemente ridimensionato, lo zoccolo duro della Lega Nord e con esso l’ossatura di amministratori e quadri che hanno mantenuto in piedi il partito. La novità più allarmante è che questi ultimi hanno cominciato a guardare e in parte ad approdare verso nuovi lidi. Come numeri non è arrivata ancora alla dimensione della crisi terminale della gestione Bossi; nella progressione e profondità della crisi la situazione è ancora più perniciosa, essendo meno credibili svolte estemporanee alla Salvini. È sufficiente dare un’occhiata al programma elettorale specifico della Lega per comprenderne la gravità dei dilemmi e la scarsa credibilità del tentativo di far quadrare il cerchio. Ne parleremo meglio in seguito.

Fratelli d’Italia

Rappresenta la grande scommessa, per meglio dire l’azzardo, del quadro politico nazionale. Troppa frenesia nel farsi accogliere e legittimare dall’attuale leadership statunitense. La condizione del suo iniziale successo, visti i tempi ormai sempre più brevi delle parabole dei politici emergenti in questo ventennio, è la permanenza dell’attuale leadership statunitense oppure il successo nel movimento trumpiano di una nuova versione delle politiche neocon, specie in politica estera. Troppo euforico appiattimento alle politiche più oltranziste degli Stati Uniti che la avvicinano più al nazionalismo suicida e fantoccio di stampo polacco che alla disinvoltura politica di Orban, Un atteggiamento del quale già Salvini, a suo tempo, ha pagato un prezzo salato, anche se determinato da altri motivi e contingenze. La lezione non pare essere servita. I margini operativi della Meloni e la qualità della sua dirigenza sono stretti ed inversamente proporzionali alla sete di governo e di occupazione dei posti. Mario Draghi le ha già preparato la polpetta avvelenata dei “poteri speciali” e Berlusconi provvederà, a tempo debito, ad organizzare la giostra delle migrazioni parlamentari per condizionare le sue scelte ed eventualmente portare alla sua defenestrazione. L’interrogativo fondamentale è questo: sino a quando gli Stati Uniti riterranno di qualche importanza sostenere l’Unione Europea e che ruolo potrà giocare la Meloni in questa riconsiderazione? La figura antitetico-polare a Mario Draghi?

Le liste “antisistema”

Il flop dovrebbe parlare da solo e insinuare dei dubbi anche tra i più ferventi adepti. È la conferma di una concezione della battaglia politica maturata nel ‘68 e che viene riproposta in maniera imperterrita non ostante le sconfitte parodistiche in Italia e dalle conseguenze ben più drammatiche in altre aree del mondo, come l’America Latina.

Mancano troppi fattori e condizioni necessari a costruire un partito e un movimento politico serio; in nome dell’emergenza, rimandandole, non si fa niente per costruirle:

  • una base culturale solida inesistente e, quando abbozzata, sempre piegata alla comoda individuazione e riproposizione di un fattore unico determinante in ultima istanza le strutture e le dinamiche di potere, nella fattispecie il ruolo del capitale finanziario. Una base culturale che comporta la capacità di creazione e penetrazione di strutture appropriate e di finanziamenti sufficienti;

  • la necessità di acquisire referenti nei centri e nelle strutture di potere ed amministrative;

  • l’individuazione dei soggetti sociali portanti di un rivolgimento sociale e politico, i quali non possono essere di certo gli strati marginali e periferici di una formazione sociale.

Lenin, a suo tempo, imprigionato dallo schema teorico dell’utopia marxista, ma da grande stratega e tattico che era, aveva riservato sì alle casalinghe la funzione di governo, ma nella fase compiuta di realizzazione del comunismo. Ancora si fatica a cogliere questo particolare tutt’altro che insignificante.

Se ne parlerà più approfonditamente una volta smaltita la sbornia postelettorale, giusto per non entrare nel calderone delle polemiche sulla responsabilità di sconfitte preannunciate e cercate.

Mi scuso per l’omissione delle altre formazioni sul campo.

A CARTE COPERTE_ Renzi, Berlusconi, Di Maio, Salvini al 5 marzo, di Giuseppe Germinario

Nel grande luna park elettorale, tra funamboli, illusionisti e fattucchiere cominciano a delinearsi nell’ombra, sotto traccia, alcuni punti fermi.

I PROTAGONISTI

Matteo Renzi all’avvio della campagna elettorale sceglie di incontrare in Europa Emmanuel Macron, Presidente della Repubblica Francese nonché fondatore di “En Marche” e in Spagna Albert Rivera, Presidente di Ciudadanos ed emulo spagnolo di Macron. Due leader affermatisi sulle ceneri dei partiti repubblicano e popolare e soprattutto di quelli socialisti dei rispettivi paesi. Non è un caso. Renzi dimentica di incontrare i leader superstiti del Partito Socialista Europeo. Tra i transfughi della diaspora socialista europea avrebbe potuto scegliere in una vasta gamma di esponenti di successo. L’ultimo è il rieletto Presidente Ceko Milos Zeman, dalle propensioni filorusse e particolarmente tiepido verso NATO e UE. Con ogni evidenza non è certamente questo il cerchio di amicizie ambito.

L’attenta selezione delle candidature non è la sanzione definitiva del PdR, del partito personale di Renzi. È una interpretazione troppo riduttiva. Il Rottamatore ha semplicemente e definitivamente liquidato la componente di derivazione pciista e con essa le corrispondenti modalità di militanza e di decisione, le prassi di formazione della classe dirigente ad essa legate. Un processo avviato consapevolmente con l’avvento di Veltroni e conclusosi irrimediabilmente con la recente scissione in seno al PD.  È soprattutto la scelta obbligata necessaria a rendere possibile una svolta ben più radicale e per questo Renzi è disposto a sacrificare il residuo voto di sinistra.

Il modello da imitare è quello di Macron, ma le condizioni di applicazione sono ormai largamente compromesse. A differenza dello “Jupiteriano”, il Monarca di Rignano dovrebbe assumere la duplice improbabile veste di rifondatore del Partito Democratico e nell’eventualità di suo liquidatore in un contesto di grave logoramento della sua credibilità. Macron ha potuto assecondare rapidamente l’operazione di destabilizzazione dei partiti tradizionali e di rinnovamento radicale della rappresentanza perché aveva ed ha il sostegno e la copertura di solidi centri di potere ed amministrativi, a cominciare dall’ENA, i quali gli garantiscono la piena copertura e funzionalità nell’esercizio delle prerogative. In Italia i centri di potere sono molto più frammentati e meno efficaci; buona parte di essi sono per di più apertamente eterodiretti.

La visione europeista di Macron può offrire ai francesi il miraggio di una guida condominiale francotedesca della UE con pari dignità; una guida che per perpetuarsi prevede l’ulteriore sacrificio della terza potenza economica del continente, l’Italia. L’europeismo di Renzi di conseguenza rischia di ricadere nella solita cortina retorica necessaria a nascondere l’accettazione supina delle politiche più deleterie. Il recente incontro di Macron a Roma non ha fatto che confermare questa propensione anche nei passaggi in cui si sono spacciati come decisioni comunitarie alcuni atti unilaterali del Governo Italiano in materia di immigrazione.

In buona sostanza Renzi tre anni fa poteva ambire al ruolo di capitano e di timoniere; oggi fatica a mantenere il ruolo di capitano, avendo perso prestigio ed autorevolezza tra l’equipaggio e sicuramente ha perso il ruolo di timoniere ormai nelle mani del navigatore più esperto e smaliziato, Berlusconi, sempre che disponga delle forze necessarie. https://italiaeilmondo.com/2017/11/12/revival-berlusconi-si-berlusconi-no-_-di-giuseppe-germinario/   

https://italiaeilmondo.com/2016/10/19/i-paradossi-del-referendum-di-giuseppe-germinario/

Il profilo di Berlusconi può in effetti rappresentare la luce necessaria ad alimentare le speranze di sopravvivenza del Rottamatore a sua volta ormai a rischio di rottamazione.

Anche l’ex-Cavaliere ha iniziato praticamente la campagna elettorale andando in Europa, più precisamente presso i vertici della UE e del PPE (Partito Popolare Europeo). È andato a garantire il pieno rispetto dei vincoli e degli accordi sottoscritti. Un impegno perfettamente in linea con il Berlusconi conosciuto negli ultimi dieci anni, quello dell’intervento in Libia, del Governo Monti, del sostegno surrettizio ai successivi governi di centrosinistra. In effetti è riuscito a “cadere in piedi”, con qualche pesante umiliazione personale, ma senza necessità di rialzarsi. Un impegno che stride fortemente con i proclami del principale alleato di coalizione.

I più affezionati alle classiche logiche di schieramento lo ritengono più che altro un sotterfugio teso soprattutto a guadagnare tempo nei confronti del vecchio establishment europeista. Potrebbe anche essere; ma sarebbe un’attesa confidata esclusivamente all’eventuale successo di una politica estera americana tesa a dissestare completamente l’attuale Unione Europea. Un successo ancora del tutto ipotetico ma che di per sé rappresenterebbe assolutamente non una garanzia, ma una semplice opportunità per l’Italia di acquisire un ruolo più autonomo e spregiudicato. Ad una condizione imprescindibile: disporre di una classe dirigente idonea ed attrezzata.

Il curriculum di Berlusconi, con i suoi voltafaccia, anche terribilmente meschini negli ultimi otto anni, ha dimostrato di essere piuttosto di tutt’altra pasta.

Il programma sottoscritto dai tre leader del centrodestra si presta, come naturale tra forze ormai così eterogenee, a varie interpretazioni; oltre al contenuto, però, offre la possibilità di giocare anche e soprattutto sui tempi. L’esito delle elezioni determinerà sicuramente le modalità dello scontro interno al centrodestra ma quello che appare certo è che si assisterà ad una guerra di logoramento piuttosto che a un rapido conflitto risolutivo interno allo schieramento.

La compagine è destinata quindi a diventare l’epicentro di un movimento tellurico che riprodurrà schieramenti più corrispondenti al nocciolo dei problemi politici. Una faglia destinata ad attraversare i tre partiti ma che potrebbe estendersi anche ai nuovi arrivati del M5S. Al momento il protrarsi delle ambiguità non fa che rallentare il processo di decomposizione del Partito Democratico e offrirgli qualche ulteriore chance per presentarsi come il paladino esclusivo dell’attuale Unione Europea.

La candidatura di Alberto Bagnai nella Lega è il segno evidente di questa divaricazione e delle intenzioni bellicose, come pure le continue stizzite puntualizzazioni di Salvini tese a correggere le forzature di Berlusconi. Intenzioni, per la verità,  rese meno praticabili dal pesante intervento giudiziario sui conti del partito. Altre volte le vicende italiche ci hanno trascinato in ingloriose conversioni badogliane; ma più il dibattito si accende e si focalizza su questioni che vanno al di là di mere politiche redistributive, più gli eventuali voltafaccia costerebbero caro ai funamboli. Su questo Berlusconi ha ben poco da perdere e la sua funzione di traghettatore verso una opzione macronista sarà sempre più evidente. Per Salvini e Meloni il prezzo sarebbe decisamente salato ed un eventuale scambio tra una politica redistributiva di facciata ed antiimmigrazionista e un cedimento sulla Unione Europea e sulla NATO sarebbe insufficiente a salvaguardarli.

Rimane il problema di una evidente sottovalutazione delle implicazioni complesse e rischiose di una scelta coerentemente antiUE ed antiestablishment dominante; una questione che si è infranta più volte sugli scogli dell’effettivo controllo delle leve di potere, ma che si potrà porre con più determinazione e precisione una volta semplificati gli schieramenti.

GLI APPARENTI OUTSIDER

Dalla mappa è rimasto sino ad ora fuori il M5S, il movimento sul quale si stanno concentrando i consensi e le attenzioni di buona parte degli indignati, dei moralisti e degli scontenti.

In questi ultimi trenta anni la denuncia e l’azione ossessiva contro la corruzione non hanno portato niente di buono al paese. Ha distrutto una classe dirigente decadente, in piccola parte legata ad una migliore difesa degli interessi nazionali, surrogata da un’altra senza alcun serio radicamento in interessi forti e strategici del paese. Si è trattato di un’onda partita puntualmente da iniziative di precisi centri di potere statunitensi, compreso un centro anticorruzione fondato da una quarantina di giornalisti quasi tutti legati al Partito Democratico americano utile a destabilizzare gli scenari politici di mezzo mondo e che ha saputo raccogliere un discreto consenso in gran parte dei casi. Il M5S è stato il catalizzatore ultimo di questo stato d’animo. Da qui una collaborazione strisciante con gli ambienti istituzionali che hanno gestito e assecondato questi processi. A questo aggiunge una politica ambientalista che dà per scontato l’applicazione su larga scala industriale di tecnologie dubbie o che richiederanno programmi di investimento ultradecennali ed una politica redistributiva fondata su un reddito minimo garantito utile a coltivare una plebe precaria e l’assistenzialismo piuttosto che una comunità di produttori. I programmi di accompagnamento all’occupazione sono dei meri slogan che poggiano su dei falsi reiterati da anni come quello che segnala che la disoccupazione sia un problema di sfasamento tra qualificazione dell’offerta e qualificazione della domanda di lavoro. Un problema che riguarda solo poche centinaia di migliaia di opportunità rispetto alla marea di milioni di persone, anche qualificate, disoccupate e sottopagate. Sono solo tre aspetti, oltre alla improvvisa conversione sulla politica europeista, di un programma dai contenuti prevalentemente demagogici ed enunciativi. Beppe Grillo del resto lo aveva detto chiaramente, un paio di anni fa. Il suo movimento era nato per contenere nell’alveo democratico, tradotto nell’attuale sistema partitico e consociativo, un movimento che poteva assumere connotati radicali e sovranisti. Un cambiamento serio non può quindi che partire da una crisi anche di questo movimento in modo che anche gli “onesti” comincino a guardare ad altre parti.

UNA QUESTIONE STRATEGICA

Il Sole24Ore del 21 gennaio titolava, a proposito della campagna elettorale: ”Economia reale e industria a bassa priorità per i partiti”. Solo Carlo Calenda, Ministro dello Sviluppo Economico e Marco Bentivogli, sindacalista della CISL in un articolo http://www.ilsole24ore.com/art/commenti-e-idee/2018-01-11/un-piano-industriale-l-italia-competenze-222533.shtml?uuid=AEcQ5JgD si sono soffermati lungamente sull’argomento. Lo hanno fatto però con tutti i limiti di una politica industriale del tutto indifferente al vero e proprio esodo all’estero del controllo e della proprietà delle maggiori e medie realtà industriali del paese e di incentivazione nella sua totalità senza alcuna selezione dei settori strategici. Aspetti già segnalati in questo articolo https://italiaeilmondo.com/2017/01/22/203/ . E infatti, ad oltre un anno di distanza, il Ministro vanta il grande successo degli investimenti nei vari settori industriali e lamenta un insufficiente sviluppo della ricerca, della ricerca applicata e della nascita e sviluppo di start-up qualificate. Calenda presenta il dato come un semplice accidente risolvibile con ulteriori finanziamenti ed una migliore organizzazione dei “competence center” e dei centri di ricerca universitari. Vedasi il suo intervento al per altro interessante convegno a Napoli del 11 gennaio scorso. In realtà si tratta di un limite strutturale legato alla ormai quasi totale assenza di adeguate piattaforme industriali nazionali necessarie a favorire la nascita, lo sviluppo e il consolidamento delle attività sperimentali. La conseguenza è che nel migliore dei casi la ricerca e il rischio delle scarse applicazioni industriali sono a carico degli investimenti pubblici e privati nazionali, il più sicuro e remunerativo consolidamento finisce in mano alle grandi piattaforme industriali straniere. Uno degli ultimi esempi riguarda l’ECM, azienda operante nell’alta tecnologia ferroviaria, un settore nel quale era presente, sino a pochi mesi fa e da diversi decenni Finmeccanica http://iltirreno.gelocal.it/pistoia/cronaca/2018/01/05/news/ecm-diventa-americana-arriva-caterpillar-1.16315568 . Per il resto il dibattito è tuttora assente a parte qualche vaga enunciazione sul mantenimento del controllo delle aziende strategiche fatta da Salvini e Meloni.

È vero che i bacini elettorali sono considerati ormai un mercato segmentato secondo semplici e sofisticate tecniche di comunicazione e costituiti da cittadini consumatori piuttosto che da cittadini partecipi e produttori del bene comune. La politica industriale, nei suoi particolari, deve avere necessari caratteri di riservatezza. Essa, comunque, rappresenta uno dei pilastri imprescindibili sui quali costruire non solo il benessere di una comunità, ma anche la forza e la autorevolezza di una nazione organizzata in uno stato.

L’assenza di dibattito sul tema rivela le reali intenzioni di uno degli schieramenti che si andranno a formare dopo le elezioni, ma anche le debolezze intrinseche che l’altro dovrà superare pena l’estinzione o il trasformismo più deleterio.

Questi paiono i tre aspetti sinora emersi nel dibattito. Si spera che la convulsione dei prossimi giorni aiuti a farne emergere altri ancora più dirimenti. Si vedrà. Rimangono nell’ombra, nell’articolo altre forze politiche. Tra esse “Liberi e Uguali”. Il simbolo più evidente della decadenza e dell’estinzione di una classe dirigente, ma non per questo meno importanti. Non mancherà l’occasione di parlarne. Nel frattempo andate a leggervi il programma. Non sembrano crederci nemmeno loro.

 

Dalla mia palla di cristallo, di Roberto Buffagni

Dalla mia palla di cristallo

Bollettino elettorale n. 1

 

Io non guardo la TV, però ho la palla di cristallo. E’ un modello antiquato, analogico, un cassone pieno di transistor grossi come radioline: il futuro lo indovina, ma i futuri possibili sono tanti, e la sintonia è quello che è. Insomma, se ci scommettete i risparmi di una vita non venite a lamentarvi da me, io non rimborso nessuno.

Che succederà nelle elezioni politiche del 2018 & post? I canali della mia palla di cristallo vedono così i futuri possibili.

Canale 1.  Né centrosinistra né centrodestra riescono a formare una maggioranza parlamentare stabile. I grillini sono il primo partito per numero di voti, ma nonostante lusinghe da destra e sinistra si tengono la loro rendita di (op)posizione e non si schierano con nessuno. Si spalanca sotto i piedi delle classi dirigenti italiane un terrificante ibrido tra burrone e palude. Non possono come al solito buttare il gatto morto della responsabilità nazionale nel giardino UE, e attendere serene l’invio di letterina eversiva + insediamento di governo tecnico, perché la UE gli ha già fatto capire che vuole portargli via la pupilla dei loro occhi, le banche italiane. Qualcosa insomma devono inventarsi, le classi dirigenti italiane, bricolandolo in proprio con i mezzi di bordo e senza il manuale di istruzioni UE.

Canale 2. Il PD sfiora la catastrofe, ma non ci precipita a capofitto, Renzi che è tuttora il politico più abile e motivato sopravvive, ma resta molto debole sia perché prende pochi voti, sia perché il suo sponsor internazionale, il partito democratico americano, è diviso e all’opposizione. Il centrodestra supera il centrosinistra, Silvio B. supera Salvini di pochi o pochissimi punti percentuali. I numeri impongono le grandi intese, ma Salvini non ci può stare sennò si suicida: dovrebbe rovesciare di 180° la sua linea politica antiUE, e gli squali del Lombardo Veneto lo sbranerebbero. Paralisi, ammuina, resa finale alla realtà. Si indicono nuove elezioni. Giustificandosi con la salvezza della nazione (= banche italiane + status quo) Renzi e Silvio B. spaccano le loro coalizioni e i loro partiti, inventano un nuovo movimento modello Macron 2.0, Tiremm Innanz, e tentano il colpo gobbo. Purtroppo, al momento delle nuove elezioni la mia palla di cristallo si disconnette.

Canale 3. Il PD si prende una mazzata epocale, Renzi viene crocifisso. Il centrodestra riesce ad aggiudicarsi una maggioranza parlamentare benché risicata. Salvini supera Silvio B. di pochi punti percentuali. Panico, ammuina, tentativi disperati di Mattarella di trovare qualcun altro che formi un governo, ma nessuno ha voglia di suicidarsi, i kamikaze scarseggiano. A malincuore, Mattarella deve dare l’incarico a Salvini, e Salvini non lo può rifiutare. Salvini Presidente del Consiglio è come Alvaro Vitali/Pierino che interpreta Amleto, non ha esperienza internazionale, è socialmente impresentabile, non dispone di una squadra di governo nazionale e locale all’altezza, e ha più nemici all’interno della Lega che all’esterno; il che è tutto dire, perché all’istante parte una campagna di character assassination nazionale & internazionale, suffragata da alcuni errori di inesperienza del malcapitato. Dopo due anni di lacrime, sangue e prese in giro il governo leghista cade. Ciao ciao opposizione alla UE per almeno dieci anni.

Canale 4. Tutto come sul canale 3 fino alla seconda riga: Il PD si prende una mazzata epocale, Renzi viene crocifisso. Il centrodestra riesce ad aggiudicarsi una maggioranza parlamentare benché risicata. Salvini supera Silvio B. di pochi punti percentuali. Panico, ammuina, tentativi disperati di Mattarella di trovare qualcun altro che formi un governo, ma nessuno ha voglia di suicidarsi e a malincuore, Mattarella deve dare l’incarico a Salvini. Salvini però il pomeriggio precedente riceve la visita della Madonna di Fatima, che gli dice: “Matteo, non fare la scemenza di accettare l’incarico di Presidente del Consiglio, non fa per te. Tu sei come Mosè: il tuo compito è liberare il popolo italiano, così caro al mio cuore, dalla schiavitù della Falsa Europa senza Dio, e fargli attraversare il deserto della transizione. Tu però non vedrai la Terra Promessa della Vera Europa dell’armonia di popoli e nazioni. Insomma: mandaci qualcun altro a fare il Presidente del Consiglio.” Salvini che in fondo in fondo è un bravo ragazzo ci pensa su, si rende conto che gli conviene allargare la sua base di consenso e trovare una personalità rispettata e capace che gli tolga le castagne dal fuoco, e si mette in riga. Telefona a Tremonti che appena risponde gli fa, “Non ci crederai, ma stanotte ho sognato la Madonna che mi annunciava una tua telefonata”. Tremonti forma un governo, e mentre gli italiani meno vocati al suicidio incrociano le dita comincia a fare le prove generali di un recupero di indipendenza italiana all’interno della UE. Poi, se son rose fioriranno (se non son rose, bè, non serve la palla di cristallo per sapere come andrà a finire).

Canale 5. Sul canale 5 si vedeva molto male, ricezione difettosissima, solo tanti flash. Flash: Movimento 5 Stelle che forma il governo con PD & frattaglie sinistrorse, bzzz, flash: Silvio B. dà l’appoggio esterno al governo, bzzz, flash: pioggia di cavallette, bzzz, flash: patrimoniale apocalittica per finanziare il reddito di cittadinanza, bzzz, flash:  partita a calcetto, papa Francesco e Di Maio capitani di due squadre multietniche, bzzz, flash: ius soli anche per i marziani, bzzz, flash: Le radeau de la Meduse, bzzz, flash: Dante Alighieri che singhiozza, Giambattista Vico che si inietta un’overdose di eroina, bzzz, flash: Di Maio stringe la mano di Angela Merkel, sottoflash su accordo bilaterale Germania-Italia, i pensionati tedeschi vengono a vivere tutti da noi in zone extraterritoriali dove vige il diritto germanico, i laureati italiani con 110&lode vanno tutti a lavorare in Germania come indentured servants, bzzz, flash: suona la campanella del Finis Italiae, bzzz, bzzz, bzzz.

E questo è quanto vi dovevo, per ora. Chi disponesse di palla di cristallo, meglio se di modello più recente della mia, è invitato a farci sapere quel che ha visto.