Quanto successo nei mesi scorsi sulle case occupate e l’obbligo di pagamento dell’IMU lascia sperare in un futuro – almeno in tema – meno scuro del passato recente, quello, per intendersi, della “Seconda Repubblica”.
Da una parte il Governo, su “spinta” di Salvini, ha tolto l’obbligo dei proprietari di pagare l’IMU se i loro immobili sono stati occupati abusivamente (e l’occupazione denunciata al giudice penale); dall’altra la Corte Costituzionale, sempre nel caso di occupazione abusiva denunciata ha dichiarato incostituzionale l’art. 9, I comma, previgente alla modifica (L. 197/2022 del governo Meloni), che imponeva al proprietario di pagare l’IMU anche se non ricavava alcuna utilità dall’immobile occupato abusivamente (sent. 60/2024).
La Corte costituzionale ha argomentato la propria decisione dal fatto che, non avendo il proprietario alcuna utilità dall’immobile, l’imposizione era violazione al principio della capacità contributiva, cioè all’art. 53 della Costituzione (letta anche in connessione con l’art. 3). Ma a chi scrive pare che la arpagonista pretesa di farsi pagare dai cittadini anche se questi non possano ricavare alcunché dalla proprietà, abusivamente occupata, sia contraria a qualcosa di ancor più generale della normativa costituzionale.
Invero, e come risulta dalla narrativa della sentenza 60/2024 della Corte, il proprietario si doleva che da 7 anni fosse occupato l’immobile e, malgrado ciò e il sequestro disposto dall’autorità giudiziaria, questo non fosse stato eseguito per diversi anni. Così che lo Stato che pretendeva l’imposta, non assicurava affatto che all’obbedienza fiscale del contribuente corrispondesse la protezione del diritto di proprietà.
Thomas Hobbes, com’è noto, vedeva nel rapporto tra protezione ed obbedienza il fondamento dell’obbligazione politica. Chiudeva il Leviathan affermando di averlo scritto “senza altro scopo che di porre davanti agli occhi degli uomini la mutua relazione tra protezione ed obbedienza; alle quali la condizione della natura umana e le leggi divine – tanto naturali che positive – richiedono un’osservanza inviolabile”. Questa è una legge di natura “Il fine dell’obbedienza è la protezione, alla quale, dovunque sia vista da un uomo, o nella propria o nell’altrui spada, la natura fa aderire l’obbedienza di lui, e il suo sforzo per mantenerla”. Senza la protezione, viene meno l’obbligo dell’obbedienza “L’obbligo dei sudditi verso il sovrano s’intende che duri fino a che, ma non più di quanto dura il potere, col quale egli è capace di proteggere quelli, poiché il diritto, che gli uomini hanno da natura di proteggere se stessi, quando nessun altro possa proteggerli, non può essere abbandonato con nessun patto”. Invece nella visione legalitaria (??) della seconda Repubblica (anche) il suddito contribuente deve pagare il potere pubblico anche se questo è inadempiente a proteggerlo. Perché? Le risposte sono quelle tanto spesso ripetute “ce lo chiede l’Europa”, per il “bene comune” (ma di chi? Di tutti o di qualcuno che di quella imposta campa?) e così via.
Onde che si riconduca, a mezzo della capacità contributiva, l’obbedienza al dovere di protezione è sicuramente un passo avanti. Anche perché se vogliamo che siano realmente protetti i diritti del cittadino, occorre che la mancata protezione dello Stato sia “sanzionata” con la mancata percezione dell’imposta. Se invece si desidera che tutto rimanga uguale non c’è che da mantenere ad un potere predatorio ed inefficiente l’impunità economica.
Teodoro Klitsche de la Grange
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Le elezioni europee hanno registrato alcune novità nel responso e un astensionismo ormai impossibile da etichettare come semplice disaffezione. Un segnale importante, ma non un risultato in grado di impedire alle attuali élites di proseguire sulla solita strada o di essere sostituite. Alcune reazioni apparentemente isteriche sono il veicolo per riportare nell’alveo della logica dei vecchi schieramenti contrapposizioni ed aspettative che meriterebbero ben altra rappresentanza. La sola differenza tra i paesi è che in alcuni, tra essi l’Italia, questo richiamo all’ordine avviene impercettibilmente, in altri, la Francia, con strepiti allarmistici. Buon ascolto, Giuseppe Germinario
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Salvatore Vassallo e Rinaldo Vignati, Fratelli di Giorgia, Il Mulino, Bologna 2023, pp. 291, € 18,00.
Il saggio di Vassallo e Vignati a partire dagli albori della Repubblica analizza l’evoluzione della destra: dal MSI, passando per AN ed arrivare all’oggi, ossia a Fratelli d’Italia. Il tutto realizzato sia attraverso l’analisi di programmi, flussi elettorali, dichiarazioni dei leaders che mediante informazioni raccolte da vari esponenti.
Gli autori distinguono tre fasi, caratterizzate da diverse classi dirigenti. La prima, quella del MSI, dove la classe dirigente del partito era formato da ex appartenenti al PNF e, in particolare da reduci della RSI: cioè un insieme fortemente connotato, distinto dai partiti ciellenisti, ostracizzato e, anche per questo consolidato nella continuità con i valori del fascismo, sia del regime che della fase terminale. Nella seconda, di AN, la classe dirigente è nella totalità o quasi costituita da persone che, per motivi anagrafici – essendo quasi tutti nati dopo il 1945 – col fascismo non avevano avuto rapporti come Fini, Gasparri, La Russa, Alemanno; altri che al massimo erano stati balilla (come Matteoli e Tatarella).
Quanto a FdI “i fratelli di Giorgia erano diventati militanti del MSI all’inizio degli anni Novanta, durante la crisi della Prima Repubblica, e avevano fatto pratica della politica come professione dopo la svolta di Fiuggi in epoca bipolare. Sono loro (la terza generazione della Fiamma) a costituire l’ossatura organizzativa di FdI”. Pur nella continuità con la propria storia “oggi nel codice di condotta di FdI sono esclusi i saluti romani, i pellegrinaggi collettivi a Predappio o l’uso del termine «camerata»”. Soprattutto non c’è in vista alcun pericolo di deriva autoritaria e gli esami e le accuse di fascismo alla Meloni sono del tutto infondati “L’attribuzione a FdI di quella categoria (o di suoi derivati) si fonda sull’uso di definizioni metastoriche, soggettive e concettualmente dilatate del «fascismo»”.
Per cui, scrivono gli autori “a chi si domanda «quanto fascismo c’è oggi in FdI?» suggeriamo di distinguere tra fascisti, neofascisti, postfascisti e afascisti. La prima generazione di fondatori del MSI era formata da fascisti (da persone che avevano avuto un ruolo, piccolo o grande, nel regime, e soprattutto nella sua ultima incarnazione, la RSI) e da neofascisti”. Con la svolta di AN si “compie il passaggio dal neofascismo (via via ridotto, a partire dagli anni ottanta, a puro nostalgismo testimoniale) al postfascismo: afferma cioè la piena integrazione nel sistema democratico”. Con FdI “la generazione di Giorgia Meloni è piuttosto definibile come formata da democratici afascisti: il processo di integrazione democratico è proseguito e il fascismo ha smesso completamente di esercitare una funzione di ispirazione. È stato ormai definitivamente relegato a momento storico di un passato irripetibile, che ha poco o niente da offrire per orientare l’azione politica, che così viene percepito anche dall’elettorato a cui oggi FdI si rivolge”.
Quanto alla democrazia interna, FdI lascia (molto) a desiderare “In pratica l’intera intelaiatura organizzativa è posta nelle mani del presidente e dell’Esecutivo nazionale, dei Presidenti dei Coordinamenti regionali e provinciali”. Per cui “Il sostanziale dissolvimento delle strutture territoriali e degli organi assembleari del partito si accompagna a una direzione fortemente centralizzata nelle mani del leader”.
Per l’appartenenza ideologica, FdI è stata classificata come “destra estrema”, come populista, ma appare meglio riconducibile ad un partito nazionale conservatore “Giorgia Meloni e i suoi Fratelli, hanno appreso che il patriottismo nazionalista e il conservatorismo, già di fatto elementi chiave del loro bagaglio ideologico, potevano diventare un appropriato/utile «marchio». L’etichetta di conservatore consente di dare un nome alla destra all’interno del campo più largo del centrodestra italiano, conferendole una identità distintiva rispetto alle altre componenti”. Oltretutto il meglio “spendibile” in Europa.
Il saggio è accurato e non partigiano: due caratteri per consigliarne la lettura.
Quello che manca, anche se in un paragrafo gli autori valutano l’incidenza della fortuna e della virtù (le “categorie” machiavelliche) nella valutazione del rapido e travolgente successo di FdI è quanto vi abbia concorso la decadenza sia della società che del sistema politico italiano. Se l’Italia è stata il primo paese dell’Europa occidentale ad avere un governo totalmente anti-establishment (il Conte 1), le levatrici di tale successo, proseguito in quello di FdI sono la peggiore crescita economica dell’Europa, ossia quella italiana e l’incapacità della classe dirigente a garantirla (così come le altre crisi). Un buon favore della Fortuna al governo Meloni.
Teodoro Klitsche de la Grange
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Tra gli effetti non ricercati né voluti del supermalus è di evidenziare presupposti, conseguenze, illusioni e derivazioni (nel senso di Pareto) del Welfare all’italiana, tanto invocato nelle esternazioni pubbliche, soprattutto della “sinistra” italiana, quanto disatteso nelle pratiche di governo (della stessa).
Partiamo dal dato quantitativo dei beneficiari della misura: riporta la stampa che sono stati il 4% degli immobili italiani (e dei proprietari). Onde questo 4% dei proprietari è stato finanziato a carico del 100% dai contribuenti. Solo un cittadino su 25 ha le ragioni per rallegrarsene, e gli altri di dolersene. A meno che quest’ultimi non siano entusiasti di aver arricchito qualcuno che non è loro amico, parente o che abbia bisogno di un aiuto; ma ne dubitiamo.
Anche perché se il criterio della felicità collettiva è come sosteneva Bentham, di garantire la più grande felicità per il maggior numero possibile di persone; proprio per il ridottissimo numero dei beneficiari, la misura non ha centrato l’obiettivo.
Neppure pare possibile sostenere che a beneficiare del superbonus sia stato l’ambiente, il pianeta o magari l’umanità. Anche fosse certo (ma non lo è) che a determinare l’aumento della temperatura della terra fossero state le emissioni di CO2 dovute (prevalentemente) dall’industrializzazione crescente (iniziata da circa 2 secoli abbondanti), quanto possano contribuire alla riduzione il 4% dei condomini italiani? Un milionesimo del carbone bruciato da Cina ed India? O forse molto meno?
Comunque una quantità trascurabile, di guisa da rendere una giustificazione del genere il prodotto di un’involontaria comicità.
All’uopo il rapporto così squilibrato tra beneficiati e pagatori del supermalus era trascurato, anche perché è profondamente significativo.
Se, declinando il criterio di Bentham i beneficati sono così pochi e i pagatori la quasi totalità: è evidente che il tutto configura un modello distributivo invertito rispetto a quello cui siamo abituati dal pensiero moderno. Prendendo per esempio quello marxista, la società comunista (e prima la dittatura del proletariato) avrebbe ottenuto il risultato di espropriare la ricchezza accumulata da pochi capitalisti sottratta e restituita alle masse proletarie e degli sfruttati, costituenti la stragrande maggioranza della popolazione. Invece il modello distributivo del supermalus è quello più spesso praticato: consistente nel trasferire la ricchezza da una massa (di sfruttati) a un’aristocrazia di beneficiati per decisione (politica) di chi governa.
Il tutto accompagnato dal coro ipocrita e costante di “giustizia sociale” e magari di “lotta all’evasione”: che, nel caso c’entra poco, trattandosi di squilibrio e disuguaglianza nelle spese e non nelle entrate. La quale avrebbe bisogno di un’espressione dedicata a designarne i beneficiari: forse mantenuti? Pescecani? Profittatori? O forse come da un vecchio monologo di Pippo Franco Parassati (ossia parassiti di Stato)?
Non sembra neanche sanabile la narrazione sul supermalus, facendo ricorso a ovvietà, come quella, nota da quasi un secolo, che la spesa pubblica stimola la ripresa economica, anche se è inutile. Guerre (in particolare) ed altro, come la costruzione delle piramidi in Egitto, hanno un effetto positivo, scriveva Keynes.
Ma il tutto non esclude – né lo affermava il grande economista – che le spese produttive lo abbiano di più, e soprattutto non hanno gli inconvenienti delle altre.
Al riguardo i sostenitori del supemalus hanno dimenticato che a beneficiare o meno della spesa pubblica, sono individui e non solo l’insieme. Contare come grande successo l’aumento di un punto del PIL ha la stessa logica della statistica del pollo di Trilussa: che se io mangio un pollo, e altri tre fanno la fame, significa – statisticamente – che abbiamo mangiato tutti un quarto di pollo a testa. Il che non è.
Teodoro Klitsche de la Grange
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Il richiamo alla liturgia antifascista che trova la usuale e puntuale recrudescenza tra il 25 aprile e il 1° maggio presenta un pericolo che quasi nessuno ha sottolineato, e di cui forse, molti tra gli stessi officianti non hanno consapevolezza. Non è mettere le effigi dei nuovi governanti a testa in giù, non è il richiamo ai valori dell’antifascismo e della Costituzione, peraltro condivisi in gran parte anche dagli a-fascisti e perfino dai (pochi) fascisti DOC in circolazione. No, il pericolo è un altro, immanente e presente in ogni situazione politica.
Scriveva Machiavelli che in politica chi va dietro all’immaginazione e non alla realtà, va in cerca di guai e non della “propria preservazione”. La frase del Segretario fiorentino è l’espressione sintetica e concisa del realismopolitico. Può essere declinata in tanti modi, tutti accomunati dalla priorità di considerare, per l’esistenza e l’azione politica, in primo luogo, i fatti, assai più che le parole che gli attori politici enunciano o si scambiano.
Ma tra le declinazioni più importanti, anzi quella decisiva è di individuare il nemico reale. Perché il nemico è essenziale perché l’attività sia politica e capire chi sia, costituisce interesse primario per l’esistenza della comunità. Scrive Carl Schmitt nel “Concetto di politico” che “Pensiero politico ed istinto politico si misurano perciò, sul piano teoretico come su quello pratico, in base alla capacità di distinguere amico e nemico. I punti più alti della grande politica sono anche i momenti in cui il nemico viene visto, con concreta chiarezza, come nemico. Ma il discorso vale anche in senso inverso: dovunque nella storia politica, di politica estera come di politica interna, l’incapacità o la non volontà di compiere questa distinzione appare come sintomo della fine politica”.
E in effetti ciò che manca all’antifascismo come all’anticomunismo, è un nemico reale. Ossia qualcuno che attenti o possa attentare all’esistenza ed all’azione della comunità politica. Ma possono fascisti e comunisti (residui) farlo? Il fascismo storico è finito per debellatio quasi ottant’anni orsono, il comunismo da oltre trenta, per implosione.
Né il Reich né l’Unione sovietica esistono, e non esistendo, non possono arrecare danni. Non sono nemici reali. Certo possono essere nemici ideali, ma senza Panzerdivisionen e bombe atomiche non possono nuocere.
Tuttavia, proprio per quella insopprimibilità del nemico e del conflitto, il nemico anche se non fascista né comunista, esiste e non deve per farlo chiedere il permesso delle anime belle. Ma sicuramente ha l’interesse di non farsi riconoscere come tale, che è il primo espediente “della volpe” per occultarsi, e così diminuire o eliminare le difese delle prede designate.
All’uopo è assai utile sfruttare i vecchi sentimenti d’ostilità verso i nemici d’Antan, ormai immaginari.
Così l’antifascismo e l’anticomunismo facilitano il compito di chi, attualmente e concretamente squilibria a proprio favore e a danno della nazione il rapporto di potenza. E così, del pari, il modo d’esistenza comunitario che è la Costituzione reale di un popolo. Verso il quale, avrebbe scritto Machiavelli vanno costruiti degli argini. Inutili per i nemici dei libri di storia.
Teodoro Klitsche de la Grange
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“ C’era una volta il Regno d’Italia. Sotto direzione di sua eccellenza il duce (che praticamente gioca a poker col destino di tutta la nazione) si imbarca in una guerra mondiale, conducendola assai modestamente per 3 anni. A metà del conflitto in corso, quando si presagisce la catastrofe imminente, la monarchia tenta furbamente di negoziare un’uscita onorevole dal conflitto – idealmente passando tra le schiere alleate ora vincenti (come cambiare squadra a metà della partita quando capisci chi vincerà): purtroppo però, gli angloamericani non sono integralmente rincretiniti e rigettano compromessi picareschi suggeriti (sorvoliamo ogni dettaglio) e impongono ciò che è naturale nella prospettiva di un vincitore: una RESA INCONDIZIONATA (con libertà da parte italiana di denominarla “armistizio” per motivi di immagine…). Nemmeno l’alto comando germanico è rincretinito purtroppo: ci si accorge molto per tempo delle manovre machiavelliche italiane, al punto che nel giro di 72 ore (tre giorni) dopo l’annuncio radio dell’armistizio hanno occupato metà della penisola e raccolto 1 milione di prigionieri, in blocco, quasi senza combattere. Come a dire, gli italiani cercano di raggirare sia nemici che alleati, ma non gli riesce per nulla nè con uno nè con l’altro.
STOP.
Come vedete ce l’abbiamo fatta: in 1 minuto di lettura siamo arrivati all’ 8 SETTEMBRE
Si parte da qui e non dal 25 aprile: l’armistizio è la matrice di tutto ciò che sarà e di tutto ciò che è stato (perchè la storia verrà riletta retroattivamente sulla base dei valori di cosa viene dopo tale data). Il prologo, il “MATRIX” della società italiana contemporanea.
Da quella sera in cui le trasmissioni radio dell’EIAR riportano a tutta la penisola il comunicato di Badoglio siamo di fronte a un BUCO NERO, un corridoio buio pervaso da una cacofonia assordante, un labirinto ingannevole per ogni singola anima coinvolta.
La società italiana, tutta assieme, transita in questo buco nero per circa 20 mesi, riemergendone soltanto alla conclusione formale del conflitto.
Un risveglio amaro, indescrivibile, colmo di macerie materiali e morali che impone una ridefinizione dell’identità collettiva, ovvero qualcosa di meno eroico e più umile rispetto all’immagine conquistatrice del regno d’Italia a direzione fascista (e abbiamo la repubblica democratica che ben conosciamo). Il problema è che anche in questa forma più “sobria” lo stato ha BISOGNO di eroi, di ricorrenze di patriottismo: qualsiasi stato ne ha bisogno, per darsi un fondamento dignitoso, fiero.
Certo che il caso nostrano nel 1945 è qualcosa di complicato assai come si può intuire: cosa ci sarebbe esattamente da celebrare ?! Una guerra mondiale condotta in modo imbarazzante e perduta in modo eclatante ? Il biennio di zona grigia che ne segue, degenerato in guerra civile ?
Un bel rebus. Altro non si può fare che risolverlo radicalmente e trasformare una sconfitta in una vittoria agli occhi della società che si andrà a governare.
Il triennio di imbarazzante guerra mussoliniana chiaramente non è celebrabile, e men che meno l’8 settembre (che è la fine del fascismo sì, ma è anche una sconfitta nazionale), quindi per forza di cose occorre concentrarsi sul biennio successivo e trovarvi qualcosa di “luminoso” che unisca in qualche modo gli animi, in un’istante – anche fugace – di memoria condivisa che sorvoli le centinaia fi migliaia di repubblichini e lo spartiacque all’interno della resistenza (bianchi, rossi, azzurri, verdi, gialli ed altro).
Beh, un solo momento può aver generato un respiro di sollievo in quasi tutti: quando si annuncia che la guerra sul suolo italiana è finita. Abbiamo il 25 APRILE pertanto. Questa data segna il termine del buco nero di cui parliamo: l’8 settembre e il 25 aprile sarebbero l’Alfa e l’Omega di un determinato percorso a rigore di logica.
Ecco, giusto il “rigore della logica” impone di fare alcune precisazioni al riguardo.
Nota preliminare: la ricorrenza in questione ad analizzarla con maggiore scrupolo, mostra una caratteristica singolare, nel senso che indica la FINE di qualcosa anzichè l’affermarsi di qualcosa (…).
Indica la fine delle zona grigia in cui si transitava da 20 mesi, la consolatoria sensazione che si prova alla fine di un incubo, sì: un “successo” dal carattere passivo – per così esprimersi – che non ha esattamente a vedere con un’oggettiva vittoria sul campo da parte degli italiani medesimi (il cui territorio è liberato dalle forze angloamericane che lo percorrono), anche se la retorica patriottica da allora in avanti imporrà una narrativa che sostiene l’esatto opposto.
L’elemento italiano, nel dato frangente storico – considerato nella sua totalità – sembra più una comparsa sul palcoscenico, una figura di contorno nel contesto di quel confronto finale feroce tra I due veri protagonisti del dramma (l’occidente anglosferico da un lato e l’Imperium continentale germanico dall’altro) cui capita di collidere l’uno contro l’altro proprio sul territorio della penisola, coinvolgendone indirettamente suoi abitanti che si trovano così coinvolti in un gioco più grande di loro e si agitano come tragici figuranti sullo sfondo: l’elemento italiano – per secolare esperienza – fa quello che può, si industria per sopravvivere, si batte, si dispera, ama e odia tutto ciò che si vuole, ma sul piano reale (scevro di retorica) non determina che poco del proprio destino futuro, che è in mano di forze superiori ad esso.
Nessuno può umanamente negare gli atti di valore, di generosità, di dignità che costellano la zona grigia dell’Italia nel 43-45, ma (mi rammarica molto ribadirlo) la realtà materiale fu tutta un’altra.
Una realtà dura questa, molto problematica, in quanto in esatta antitesi con quanto invece si pretende di affermare istituzionalmente con il 25 aprile: “Un popolo – gli italiani – che determina il proprio destino”. Il fulcro necessario, la condicio sine qua non di una qualsiasi narrazione patriottica in qualsiasi paese del mondo ha a che fare con l’autodeterminazione……….quella scintilla di volontarietà che distingue il servo dall’uomo libero.
Eppure – tragicamente – il nodo insolubile si colloca proprio qui: il popolo italiano non si è “liberato”. Non da solo almeno. Non si è liberato nel ventennio 1922-1943, non ha protestato negli anni della guerra, non si è liberato nemmeno nel tragico biennio 43-45, ma piuttosto è stato liberato (c’è una bella differenza) dalle forze alleate che strapparono la penisola al padrone precedente, armato di svastica.
Il popolo italiano “partecipa” attivamente sì, ma ad un processo di liberazione condotto da terzi, cioè da una potenza che ne sta INVADENDO il territorio, collocandolo nella propria sfera di influenza evitando che nazisti prima (o sovietici dopo) lo facciano. Un’influenza che difenderà a conserverà sino ai nostri giorni come si può osservare.
“Partecipazione” quella italiana, la cui natura si presterebbe a tante osservazioni: partecipazione….a favore di chi ? Tanti stavano coi repubblichini. E tra gli stessi resistenti la metà militava sotto la falce e il martello (che negli anni 40 non era quella di Berlinguer, ma quella di Stalin). Quale tipo di democrazia la società italiana ha realmente sostenuto ? Quale memoria condivisa ?
La memoria condivisa non è mai esistita: quanto si è ragginuto alla fine delle ostilità è stata una “tregua democratica” per evitare il collasso totale. Senza intervento esterno non ci sarebbe stato alcun vincitore (e l’intervento esterno non è certo stato effettuato con il beneficio degli italiani come obiettivo). Questo fa del biennio 43-45 più un ENIGMA identitario che non una pagina di storia celebrativa.
25 APRILE: OGGI MENO CHE MAI.
[parte seconda: la facciata*]
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Secondo punto.
Nel capitolo precedente si è rievocato mestamente l’8 settembre, ma la retorica recita:” Se la patria muore l’8 settembre, rinasce poi il 25 aprile”.
Nella logica dell’ALFA ed OMEGA, si vorrebbe il 25 aprile come un nuovo inizio, come la conclusione di un tormentato processo di palingenesi di una società differente da quella precedente:
Sarebbe bello credervi, sarebbe consolatorio.
La realtà invece è che la data in questione, malgrado la carica consolatoria che porta in sè, non cessa comunque di essere figlia di una antecedente, ossia di quella catastrofe che fu l’8 settembre. Il 25 aprile può rivestire un valore simbolico per l’opinione pubblica interna (sorvoliamo pure le critiche di principio sollevate nel capitolo avanti), ma NON cambia assolutamente gli equilibri geopolitici che si sono affermati l’8 settembre: in parole altre la società italiana è libera di celebrare la propria libertà sul piano interno, la caduta del fascismo la ritrovata democrazia dei partiti e tutto il resto……….fermo restando che sul piano INTERNAZIONALE della politica estera, lo stato italiano è azzerato. Ha perduto (ceduto) quella parte della propria sovranità permanentemente, come usualmente accade dopo le sconfitte totali.
–
Morale: le istituzioni del dopoguerra, non potendo dotare il nuovo stato italiano di una sovrastruttura identitaria eroica, fatta di imperi e condottieri, non potendo sugellare tutto questo in una memorabile vittoria storica sul campo…..scelsero tutto quello che gli rimaneva sul momento, ovvero la data di fine dell ostilità sul territorio italiano, momento consolatorio per l’intera società o quasi.
Per riformulare con altre parole: nel voler dare agli italiani una data di riferimento per l’orgoglio nazionale, ma non potendo rifarsi ad un successo geopolitico materiale (che ovviamente non esisteva al termine di una guerra mondiale perduta), si fornì al posto di quest’ultimo l’euforia consolatoria affermatasi nella memoria collettiva verso la FINE del conflitto, negli ultimi giorni dello stesso. Come dire che giocoforza si è passati dalla celebrazione di un’oggettiva vittoria sul campo, alla celebrazione di uno stato d’animo (?!) diffuso nella società (il 25 aprile è questo), adeguatamente arricchito di una sovrastruttura atta ad enfatizzare il ruolo attivo dell’elemento italiano in modo che non passi da spettatore passivo degli eventi che si fa “liberare” da altri o nemmeno che sia “eroe per caso” coinvolto – sempre suo malgrado in cose più grandi di lui (…).
Questa mitologia patriottica nazionale post-fascismo volontariamente o meno traghetta l’intera Italia e la sua società in un equivoco semantico di grandi e gravi proporzioni…..
Il 25 APRILE si celebra una “vittoria” (se vogliamo considerarla tale), che però non fuoriesce dai margini della precedente sconfitta (8 settembre) che si colloca su un ordine di grandezza maggiore (leggere bene, questa è la chiave di tutto): gli equilibri geopolitici affermati dall’armistizio rimangono INALTERATI, a prescindere da cosa le istituzioni italiane democratiche decidono di celebrare. Il 25 aprile è quindi un evento che necessariamente si colloca entro I margini dello schema geopolitico angloamericano (successivamente “Atlantico”) senza alcun margine di autonomia: una data celebrativa ad uso e consumo esclusivamente INTERNO, una soddisfazione esclusivamente morale che nessun peso riveste nei reali rapporti di forza geopolitici che costituiscono la realtà internazionale.
Come dire “Lo stato italiano può comportarsi come vuole in politica interna e fare la celebrazioni che vuole: in materia estera tuttavia è e resta un satellite”.
Questa è la libertà “atlantica” che il biennio 43-45 ha portato alla penisola.
Da qui in avanti, tutto alla coscienza di chi legge (di seguito le varianti):
1 – coloro che criticheranno radicalmente ogni affermazione di questi interventi, scegliendo di continuare ad identificarsi nella retorica convenzionale con cui sono cresciuti.
2 – coloro che in fondo comprendono la realtà delle cose (senza dirlo ad alta voce) ma ai quali in fondo va bene così poiché si identificano con l’occidente atlantico e non auspicano ad altri sistemi, accettando anche l’assenza di sovranità italiana.
3 – coloro che ammettono la perdita di sovranità geopolitica, ma che in fondo non gli importa, che lo considerano un male necessario o in fondo un bene per punire l’Italia del passato imperialista.
4 – coloro che si identificheranno in quanto scrivo, ma con fondato timore di essere poi considerati fascisti ed altro a causa del non ossequio alla religione civile.
Si potrebbe continuare a lungo ma scelgo invece di fermarmi qui (…).
Da molti anni mi esprimo in merito al 25 aprile – da 100 angolature differenti – alle volte con più energia, altre con noia ed altre ancora non lo faccio proprio. Chi mi segue da sempre sa come la penso, pertanto se scrivo ancora qualcosa è per gli tutti gli altri, ma a anche così a questo punto non serve proseguire: chi voleva davvero comprendere l’ha fatto……..altrimenti non ha senso continuare.
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Io NON celebro il 25 aprile.
Non nel senso di esserne CONTRO, collocandomi quindi con quelle che lo avversano da sempre (neofascisti), ma in un senso assai più radicale: io ne sono ontologicamente FUORI. Il 25 aprile non è una vittoria, ma una conseguenza di un danno di magnitudo maggiore avvenuto anteriormente (8 settembre). Chiunque fosse uscito “vincitore” da quel 25 aprile non lo sarebbe stato che di facciata: se avessero prevalso I repubblichini l’Italia sarebbe stata un satellite nazista di Berlino. Se avessero vinto gli angloamericani, sarebbe diventata una base atlantica nel Mediterraneo (è andata in porto questa variante). Non esiste una variante alternativa dove l’interesse italiano (indipendente) si afferma…….ma questo forse – se si vuole scavare ancora più in profondità – è una problematica le cui radici risalgono a molto prima e che vedono al centro una profondissima debolezza della politogenesi e dell’identità collettiva italiana di fondo: quella debolezza che nasce da un’imperfetta unità raggiunta nel secolo ancora precedente, che da vita ad un’identità ricca di ambizioni, ma fragile nel suo insieme, una grande FACCIATA incorniciata dell’azzurro dei Savoia (per I quali era la maggiore creazione) che permise ad un dittatore carnevalesco dalla mascella squadrata di inquadrarla per 20 anni (costruendo sulla superficie di tale facciata – insufficiente a gestire l’era dei movimenti di massa – un’ulteriore facciata sovrapposta ad essa, in camicia nera). Discorsi lunghi e già fatti da gente infinitamente più importante di me.
CONCLUSIONE: la matrice ATLANTICA di cui è intrisa l’identità italiana post-bellica, la simbiosi che si attua dal dopoguerra ad oggi percorrendo tre generazioni ormai, non è in grado di rappresentare la visione del mondo di cui sono portatore. D’altro canto ho un’altra cittadinanza adesso, che mi permette, moralmente, di vedere I fatti da una distanza che rende il tutto più nitido.
I gravi eventi geopolitici che stanno ridefinendo gli equilibri del mondo in questi anni, ne sono il banco di prova: lo stato italiano di fronte all’eventualità di un confronto NUCLEARE non ha nemmeno la possibilità di tirarsene fuori (non dico andare contro Washington, no, ma nemmeno di essere neutrale, come qualsiasi stato libero potrebbe fare. Il diritto di BASE di una sovranità geopolitica: la libertà di non essere trascinati a combattere in conflitti altrui).
Tutti I nodi vengono al pettine e quelli di 80 anni fa ce li troviamo davanti adesso: I nostri “liberatori” dell’era nazifascista, esigono ancora adesso, a molti decenni di distanza una fedeltà che contrappone lo stato italiano a “nemici” che non sarebbero tali in altre circostanze: I nemici geopolitici dell’anglosfera (USA/UK) sono diventati per meccanismo obbligato anche nemici dell’Italia. E pazienza finchè erano stati del terzo mondo, pazienza (ma già un po meno) sinchè erano gruppi terroristici……….ma ora si è passati anche alle maggiori potenze nucleari e convenzionali sul pianeta (Mosca e Pechino).
Sì, il 25 APRILE è attuale, attualissimo, nel senso che il passato – la sua eredità – ce la ritroviamo davanti agli occhi oggi, in tutta la sua pericolosità.
Come ogni anno auguro ad ognuno che mi segue dalla penisola, un buon 25 aprile: vi posso comprendere pur rimanendo delle mie opinioni. Mi auguro soltanto che ci si renda conto di cosa realmente significa e dove ci porta.
Andiamo oltre le facciate, ma proprio TUTTE: superata quella azzimata della monarchia, quella in camicia nera di Mussolini…..anche quella dell’indipendenza della repubblica democratica (incorniciata del blu atlantico) lo è, purtroppo.
Che coloro che vi liberarono dal nazifascismo facendo finire la seconda guerra mondiale…..non vi trascinino – 80 anni dopo – nella terza.
Il migliore augurio, di più non posso fare.
G. Meloni : “LA FINE DEL FASCISMO POSE LE BASI DELLA DEMOCRAZIA”.
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Certamente.
Vi erano milioni di iscritti al partito nazionale fascista e poi -a guerra finita – vi furono milioni di tranquilli democratici (in molti casi i dati anagrafici coincidevano).
La democrazia a sua volta ha posto le basi per la fine del pianeta complice confronto nucleare globale.
Giorgia, mi domando quanti “ferventi democratici” come te vi siano in parlamento.
Della costituzione più bella del mondo non parlo perchè non sono ancora pronto per una denuncia per vilipendio (tuttavia sarebbe un’idea).
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La leadership statunitense dominante inizia a presagire che la coperta di cui dispone non è sufficiente a coprire l’attuale impero. Una crisi, quindi, da sovraestensione cui porre in qualche maniera rimedio. I dilemmi da risolvere sono drammatici. Si tratta di consolidare con polso ferreo il controllo sull’area accessibile del proprio impero sul quale esercitare egemonia diretta ed estrazione spietata di risorse; il capro espiatorio designato è, a questo punto, l’Europa con la piena accondiscendenza delle sue élites. Si tratta di ridurre e concordare con i nuovi contendenti nell’agone internazionale, in primo luogo la Cina, le dinamiche di una globalizzazione dalla quale la formazione sociale degli Stati Uniti non può prescindere in tempi storicamente ragionevoli, pena il collasso interno, ma dalla quale anche la Cina potrebbe subire sconquassi traumatici in caso di collasso della intera rete costruita in questi ultimi decenni. La recente intervista alla Segretaria all’economia Raimondo, recentemente pubblicata, dietro la maschera dell’oltranzismo parossistico, cerca di delimitare, appunto, i confini di questo scontro https://italiaeilmondo.com/2024/04/23/cina-stati-uniti-capire-la-dottrina-raimondo-di-alessandro-aresu/ , in verità troppo ristretti per l’attuale leadership cinese. Un nodo gordiano quasi impossibile da sciogliere e del quale sembra approfittare sul piano dei consensi popolari Donald Trump parallelamente però al crescere della stretta soffocante della piovra tentacolare dei centri di potere che cercherà di soffocarlo presto o tardi. Nel frattempo sia in Europa, il polacco Duda oltre allo scontato Orban, che il leader liberale in Giappone, figure politiche inaspettate sembrano cogliere il vento che spira oltreatlantico. Opportunismo e trasformismo di chi? Buon ascolto, Giuseppe Germinario
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Sul super bonus si è scatenato un dibattito, che non tiene conto tuttavia di una circostanza di rilievo decisivo, applicata ad una fattispecie per certi aspetti nuova, o almeno non abituale.
Andiamo per ordine.
Milton (e Rose) Friedman scrivevano sull’errore dello Stato assistenziale (in Liberi di scegliere), che consisteva in un fatto fondamentale, ovvero che “Quando si spende, si può spendere il proprio denaro o quello altrui; e si può spendere per se stessi o a favore di qualcun altro. Combinando queste due coppie di alternative si ottengono quattro possibilità”. Se si spende denaro proprio a proprio favore la scelta è la migliore possibile perché “si ha un forte incentivo sia a economizzare sia a ottenere tutto il valore possibile da ogni dollaro che si spende”. Quando si spende a favore di qualcuno denaro proprio “si ha lo stesso incentivo a economizzare della I categoria, ma non lo stesso incentivo a ottenere il pieno valore del proprio denaro, almeno secondo il giudizio del destinatario” anche perché non si hanno tutte le relative informazioni. Se si spende a proprio favore denaro altrui, non si ha alcun incentivo ad abbassare il costo, ma solo quello ad ottenere il valore.
Quando poi si spende per altri denaro di altri “si ha poco incentivo sia a economizzare sia a cercare di dare al proprio ospite ciò al quale egli può attribuire il massimo valore”.
Normalmente le ultime due categorie di spese sono quelle praticate dalle pubbliche amministrazioni, secondo il modello usuale che l’amministratore (ma anche il legislatore) spende denaro di altri (i governati-contribuenti).
Nel super bonus invece il modello è invertito. È il contribuente-committente che decide la spesa, attribuita poi (come sempre) alle pubbliche finanze, cioè ai contribuenti. Il che ha, come si legge sui giornali, portato a ristrutturare il 4% degli immobili, la cui spesa è stata pagata dal 100% dei contribuenti.
Il meccanismo è perciò inusuale ma presenta lo stesso inconveniente di quello generalmente praticato, e che sta a “monte” della distinzione tra pubblico e privato, governanti e governati: che chi spende quattrini degli altri è portato a spenderli male.
Perché per fare un calcolo corretto costi/benefici occorre che ambedue siano sopportati dalla stessa persona. Anche quando si finanzia, con vari sistemi un’impresa privata, con quattrini pubblici – che è il caso più vicino a quello del super bonus e spesso praticato – il risultato può (e spesso è) lo stesso: a un profitto privato corrisponde un esborso pubblico, di guisa che, a valutarli entrambi, risulta un cattivo affare.
Questo al di là delle considerazioni, spesso fatte dai politici: ritorni fiscali (ma sono solo parte delle spese pubbliche), inefficienza della p.a. (verissimo, ma da curare altrimenti), corruzioni (non manca mai), “giustizia contributiva” e così via.
Teodoro Klitsche de la Grange
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Un proposito più che meritorio. Mi preme sottolineare, però, alcuni aspetti fondamentali: 1- per la natura specifica della UE, l’attività lobbistica è fondamentale e deve essere gestita, per le caratteristiche della struttura industriale, da associazioni e, più realisticamente, da specifiche componenti di esse, visto il carattere eminentemente conservatore e ossequiente di Confindustria 2- per la natura specifica della struttura industriale, l’apporto del ceto politico-governativo è ancora più importante che per gli altri paesi europei, quanto lo è di fatti, purtroppo, più deficitario 3- diventa fondamentale, non solo salvaguardare, ma recuperare il controllo e la gestione paritetica delle compartecipazioni della grande industria di base in vista di possibili fusioni nel contesto europeo 4- occorre orientare sempre più verso il prodotto finito finale la produzione della piccola e media industria piuttosto che sulla componentistica o, quantomeno e in controtendenza, diversificare il portafoglio clienti sulla falsariga, ormai parziale anch’essa, di Brembo e poche altre 5- creare un sistema bancario-finanziario dedicato. Pensare ad un particolare connubio tra banche-poste-Cassa DDPP in controtendenza con la progressiva cessione di azioni di Poste Italiane a fondi internazionali. “Vaste programme”. Concordo che basilare è la consapevolezza dei termini della questione Giuseppe Germinario
Ho letto con grande attenzione il programma di Emanuele Orsini (ormai al vertice di Confindustria) e sottolineo che questo imprenditore (che conosce la costellazione delle PMI italiane) ha messo al centro un progetto fondamentale per le nostre aziende (di tutte le dimensioni): l’intelligence economica salva-aziende.
Prima dovrà serrare i ranghi e ridare serenità ad una Conf troppo importante e strategica per il nostro Paese. La dorsale dei piccoli e medi imprenditori sarà fondamentale nella nuova Confindustria che ha bisogno di far lavorare grandi e piccoli in parallelo. Orsini dovrà gestire la delicata nuova normativa europea inerente la manifattura (le nostre imprese piccole e medie non sono mai state al centro dei progetti europei…).
Oltre a questo va sottolineato come Francia, Germania, USA, Uk, Giappone e Cina avvantaggiano i propri settori industriali e di manifattura. Per gestire il peso italiano a Bruxelles serve una vera e propria intelligence economica che protegga le nostre aziende e gli asset economici.
Qualche esempio?
Siamo la seconda manifattura d’Europa: non possiamo farci fagocitare da regolamenti decisi altrove.
Abbiamo una dorsale strategica fatta di PMI, non possiamo avvallare proposte (soprattutto da Nord Ue) che avvantaggiano la grande industria.
Non possiamo accettare che stati come Germania o Francia aiutino le proprie imprese a debito (omettendolo, la Germania 1000 miliardi dal 2013).
Non possiamo farci sfilare in affari come il fu Fincantieri-Stx.
Non possiamo farci imporre carburanti sintetici tedeschi quando abbiamo Eni che lì produce da più d’un anno.
Non possiamo rimanere fuori dal comparto industriale dedicato allo spazio (annessa IA).
Non possiamo più permettere attacchi ai nostri asset come accadde con Saipem nel 2015.
Serve una svolta sistemica e bisogna iniziare anche a dire che l’obiettivo deve essere chiaro: riportare l’Italia ad occupare il quarto posto (come ad inizio anni ‘90) a livello industriale nel mondo, lasciando questo settimo posto ormai datato anni 2000. Basta galleggiare, bisogna spingere.
Sono convinto che sia giunto il momento di concludere il tempo delle mezze misure.
Porto per questo motivo Olivetti e Mattei in aziende e scuole: dobbiamo tornare a crederci o avremo un futuro di serie B.
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UN CONVEGNO SU ANTONIO DE MARTINI PER LA NASCITA DI UNA NUOVA GEOPOLITICA MAZZINIANA
Alcune domande dello storico Umberto Marsilio al prof. Massimo Morigi, filosofo politico e cultore della storia risorgimentale e del repubblicanesimo. Le domande sono state poste a seguito della visione di Marsilio della conferenza Lo Stato delle Cose della Geopolitica Italiana nei Conflitti Mazzini/Garibaldi, conferenza tenuta da Morigi presso la Società degli Uomini della Casa Matha di Ravenna e disponibile su YouTube all’URL https://www.youtube.com/watch?v=KwA00IOPCsM&t=4693s . Più l’annuncio di un prossimo convegno di studi per onorare la memoria del geopolitico mazziniano Antonio De Martini
In seguito alla visione su YouTube della mia conferenza Lo Stato delle Cose della Geopolitica Italiana nei Conflitti Mazzini/Garibaldi, lo storico Umberto Marsilio ha ritenuto opportuno pormi alcune domande alle quali ben volentieri rispondo, premettendo che per alcune, che riguardano più prettamente l’ histoire événementielle, sarò necessariamente laconico (ciò dovuto allo stato della ricerca storiografica che non consente maggiore precisione), per altre, che investono direttamente la storia delle idee sarò forse ridondante, e questo dipende indubbiamente dalla mia specifica competenza nello studio ed insegnamento della filosofia politica.
Rispondo quindi alla domanda che mi pone Marsilio in merito alle somiglianze e differenze caratteriali e politiche fra Mazzini e Garibaldi. È sempre difficile, se non impossibile, indagare la psicologia intima delle persone, siano queste nostre dirette conoscenze o personaggi storici. I personaggi storici, tuttavia, hanno sulle persone che non hanno svolto vita pubblica, una via privilegiata per scandagliare la loro psicologia perché essi dovettero per ragioni “professionali” rapportarsi con vasti aggregati umani al fine di indirizzarne non solo il presente o il futuro da qui ad una generazione, come possono o si illudono di fare le persone non pubbliche ma con più ristrette cerchie familiari e/o amicali, ma di determinare il futuro di numerose successive generazioni e per svolgere questa missione essi dovettero costruirsi non solo una maschera personale e/o familiare ma anche una maschera pubblica.
Ora dal punto della maschera pubblica, non si potrebbero concepire due personaggi più diversi di Mazzini e Garibaldi. Molto appropriatamente lo storico del movimento repubblicano e del Risorgimento Roberto Balzani ha affermato che Garibaldi costruì il suo carisma sulla presenza e sul riconoscimento ictu oculi della sua persona e sul contatto diretto col suo stesso corpo (i Mille potevano vedere e, se volevano o le circostanze glielo consentivano, addirittura toccare l’oggetto del loro mito, e, in generale, tutto il mito di Garibaldi fu costruito su stereotipi che rimandavano ad un paradigma di sacralità – e quindi di carisma politico – di stampo cattolico cristologico dove la visione dell’immagine è fondamentale nell’adorazione della divinità), mentre Giuseppe Mazzini, sostiene sempre Balzani ed io concordo in pieno, fu l’eroe dell’assenza, voglio dire dell’assenza della sua immagine e del suo contatto diretto presso i suoi seguaci, fra i quali pochissimi ebbero modo di vederlo e riscuotendo, nonostante questo, fortissimi sentimenti di ammirazione e folte schiere di seguaci (una intensità di sentimenti e foltezza di seguaci che però dopo ogni sommossa mazziniana regolarmente fallita andarono mano a mano scemando e dopo ogni rovescio dei moti da lui suscitati molti dei suoi seguaci lo abbandonavano per abbracciare percorsi più realistici e moderati per il loro patriottismo). Plastico in questo senso di leadership per assenza, il caso dei fratelli Bandiera che si immolarono per gli ideali mazziniani senza mai avere visto una sola volta il Maestro di Genova.
Per quanto riguarda gli ideali che accomunavano Mazzini e Garibaldi, facile rispondere. Entrambi volevano l’unificazione del nostro paese, solo che Mazzini voleva che l’Italia fosse unificata e al tempo stesso fosse retta da una forma di governo repubblicana mentre per Garibaldi l’unica cosa importante era l’unificazione e la forma di governo, in fin dei conti, non era così importante perché egli si acconciò ben volentieri al fatto che a dirigere l’unificazione del paese fosse il Piemonte retto dalla monarchia sabauda.
È assolutamente indispensabile a questo punto fare però una precisazione. E non tanto su Garibaldi e sul suo pragmatismo nell’azione ma su Mazzini e sul suo ideale repubblicano e questo mi consente fra l’altro di rispondere ad un’altra domanda che Marsilio mi ponte e che è la seguente «per quali motivi oggi Mazzini è ritenuto un Pater Patriae sebbene la sua visione e la sua azione politiche non sono state determinanti nel processo di unificazione?». Ora ad un livello superficiale di risposta si potrebbe dire perché infine la monarchia che Mazzini tanto detestava ha cessato di esistere e al suo posto abbiamo oggi una “bella” repubblica, nata, si dice sempre, dalla resistenza che su di sé seppe accogliere i migliori empiti anche del risorgimento, dei quali Mazzini seppe dare espressione non solo per la sua lotta per l’unificazione del paese e per la forma di governo repubblicana ma anche per la sua visione sociale, di cui la Repubblica fondata sul lavoro avrebbe saputo cogliere le sue idealità ed i propositi.
Ma, purtroppo, qui siamo in piena costruzione non tanto di un mito mazziniano (se studiato a fondo, uno dei rischi che corre anche lo storico più smaliziato ed arcigno è di mitizzare Mazzini, vedi Salvemini con i suoi giudizi sempre altalenanti fra l’ipercritico e l’ammirato su Giuseppe Mazzini) ma in pieno mito regressivo sui quarti di nobiltà che dovrebbe vantare la nostra repubblica, o meglio, siamo in pieno mito regressivo e di rimozione sulla realtà effettuale
della genesi e natura reale della sua costituzione materiale che anche oggi, ancor dopo più di settant’anni dalla sua nascita, anche a livello non meramente pubblicistico e/o giornalistico ma anche in sede scientifica o pseudotale, continua ad essere rappresentata come una repubblica nata dalla resistenza contro il totalitarismo fascista e quindi in virtù di questo mitologico inizio incontestabilmente democratica (in realtà nacque dalla sconfitta ed occupazione militare anche se, dobbiamo pure dirlo, non c’è storia di fondazione di nessuna nazione che non sia intrisa di mitologia e/o di false e ridicole rappresentazioni della stessa, da questo punto di vista paese che vai mito di fondazione che trovi), mentre nella realtà effettuale della sua costituzione materiale la nostra repubblica solo con molta fantasia può essere definita, qualsiasi cosa si intenda col termine, come una democrazia, manifestandosi essa come una cristallina e tetragona oligarchia elettiva seppur a suffragio universale e sul significato di questa definizione non penso sia necessario dilungarsi se non addentrandoci su un “piccolo” dettaglio in merito al pensiero di Giuseppe Mazzini.
Ora se si va a leggere a fondo e per esteso Mazzini, ci accorgiamo che egli impiega assai di rado il termine ‘democrazia’ e gli preferisce il termine ‘repubblica’, intendendo con repubblica non solo il dato puramente istituzionale (e qui siamo in piena banalizzazione del pensiero di Mazzini così come oggi lo intendono i suoi attuali stanchi emuli), ma proprio una forma di Stato che fosse finalizzata all’insegna della tutela e sempre maggiore valorizzazione della Res Publica, intendendo quindi Mazzini la Repubblica come quell’insieme di valori materiali e spirituali verso i quali era dovere di tutti i cittadini agire in vicendevole collaborazione al fine di ottenerne un sempre maggior accrescimento e potenziamento di generazione in generazione.
A ciò si potrebbe obiettare che anche la nostra repubblica e in Costituzione ed anche nelle sue politiche concrete si pone questi obiettivi mazziniani ma qui io non voglio sindacare sull’efficacia nel raggiungimento di questi buoni propositi (penso non sia necessario un mio giudizio al riguardo…) ma su un fatto che riguardo a Mazzini non viene mai messo in rilievo e si tratta del seguente punto: Mazzini aveva una visione olistica della società che era radicalmente nemica della visione atomistica della società così come la vede e disegna il liberalismo e così come è strutturata nella reale filosofia di impianto e nell’azione delle forze politiche che agiscono nella repubblica italiana.
Questo atomismo di fondo nella visione della società è solidalmente condiviso sia dalla attuale “destra” politica che dalla attuale “sinistra” politica, da questo punto di vista non ci sono differenze ma, ancor peggio (o ancor meglio, lo studioso weberianamente deve segnalare i valori in gioco ma dopo, per quali prender parte, è la coscienza di ognuno di noi che deve assumersi l’onere decisione finale), bisogna dire che il male (o il bene, lo ripeto, dipenda dal carattere di ognuno di noi decidere per quali valori propendere) proviene dalle origini di questa repubblica, che non nacque su un patto costruttivo e condiviso di valori basato sulla tradizione storico-morale della nazione ma su una finzione valoriale nata dal compromesso politico fra i valori delle forze comuniste e quelli delle forze cattoliche e che celava una terribile sconfitta militare e la conseguente umiliante sottomissione “democratica” verso i vincitori (Art. 11 della Costituzione: «L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali; consente, in condizioni di parità con gli altri Stati, alle limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni; promuove e favorisce le organizzazioni internazionali rivolte a tale scopo.», non ha altro significato effettuale che stabilire che l’Italia rinuncia alla guerra perché impossibile da muovere solo con le sue deboli forze ma vi partecipa se quelle potenze anticomuniste che hanno vinto la seconda guerra mondiale ritengono necessario che lo faccia. Ogni riferimento alle odierne vicende è puramente casuale… ).
E quindi rispondo alla domanda: se Mazzini viene preso sul serio non può essere considerato un padre nobile di questa patria perché il suo pensiero, e riprendo qui una definizione di Costanzo Preve impiegata dal filosofo pensando ad una rifondazione in senso umanistico del marxismo, imporrebbe tutto un ‘riorientamento gestaltico’ della nostra vita politico-sociale, riorientamento gestaltico all’insegna di una visione olistica della società e assolutamente nemico della impostazione liberale anomica ed atomistica della stessa, in questa impostazione anomica ed atomistica, fra l’altro, la democrazia rappresentativa italiana (ma parlando in sede di analisi politologica, lo ripeto, si dovrebbe dire al posto di ‘democrazia rappresentativa’ ‘oligarchia elettiva a suffragio universale’) in assoluta buona compagnia con tutte le forme di democrazia rappresentativa (cioè di oligarchia elettiva) di tutti quei paesi che oggigiorno, definizione nata in seguito alla guerra russo-ucraina, vengono definiti presi nel loro insieme come “occidente collettivo” (definizione coniata da Putin per designare le potenze occidentali che gli si contrappongono nella guerra russo-ucraina ma ormai fatta propria, per una sorta di eterogenesi dei fini, anche dallo stesso occidente che muove guerra, seppur non dichiarata e per procura, alla Russia. Prima della caduta del muro di Berlino, aveva corso legale il termine ‘mondo libero’, libero, cioè, dal comunismo e per questo comprendente anche le liberissime dittature militari latino-americane; oggi che il comunismo è sepolto e quindi non si può più lottare per difendersi da un morto, per combattere la Russia e la Cina in un mondo sempre più multipolare ed imprevedibile, è meglio richiamarsi all’idea di un mitico occidente che si contrapporrebbe alle autocrazie asiatiche russe e cinesi. In conclusione, quello di ‘occidente’ termine dal nobilissimo orizzonte valoriale e dalle profondissime radici storico-filosofiche ma in questa fase storica prostituito dagli italici ed esteri pennivendoli agli interessi della Nato…).
È noto come Gramsci non amasse Mazzini e su questo fatto è stato in passato sottolineato che se sullo specifico Gramsci imputava a Mazzini di non aver affrontato, e con lui tutto il risorgimento, la questione contadina, su un piano più generale ciò sarebbe dovuto perché l’uno, Gramsci, era portatore di un pensiero totalitario mentre Mazzini può essere considerato l’alfiere di un pensiero democratico, dando all’aggettivo una semantica del tutto sovrapponibile a quella conferitagli dalla versione liberal-atomistico-anomica anzi descritta.
E qui siamo in presenza di un vero e proprio travisamento del pensiero mazziniano: Mazzini nei suoi scritti con molta parsimonia impiega il lemma ‘democrazia’ preferendogli il termine ‘repubblica’ e questa non è una casualità lessicale perché, come ho cercato di illustrare, la repubblica mazziniana intende agire nell’ambito e forgiando una società olistico-organica nella quale certo, le libertà politiche ed individuali non sono assolutamente conculcate ma nella quale il termine ultimo di riferimento e legittimità non è mai il singolo individuo anonimicamente ed atomisticamente inteso ma il popolo olisticamente inteso (dalla maggior parte dei suoi attuali sfiancati emuli, lo scritto più rappresentativo del pensiero di Giuseppe Mazzini, i Doveri dell’Uomo, con la sua idea della primazia dei doveri sui diritti, altro non significherebbe altro, sic et simpliciter, che prima di reclamare un diritto bisogna aver ottemperato al complementare dovere senza porsi, questi tristi emuli, troppe domande del perché di questa gerarchia, se non affermando la fuorviante banalità che per Mazzini la morale veniva prima della politica – o, tradotto in maniera ancora più banale, che il mio diritto finisce dove comincia quello del mio vicino –, mentre quello che voleva far emergere Mazzini con la sua teoria della prevalenza dei doveri sui diritti è che la società è un tutto organico e che l’individuo è sì importante ma è solo concepibile all’interno di questa società verso la quale, proprio in virtù della sua totalità organica, si ha il dovere di concepirla sovraordinata rispetto all’individuo che pur giustamente reclama i diritti).
Possiamo quindi dire che fra Gramsci e Mazzini sussistono, certo, profonde differenze, l’uno guardava alla classe operaia e contadina come base di manovra per la sua azione politica mentre Mazzini guardava al popolo italiano ma se la classe operaia e la classe contadina costitituiscono per Gramsci la totalità politica sulla quale doveva agire il nuovo principe partito comunista per portare queste due classi all’autocoscienza della propria totalità organica, per Mazzini, non classista ma in un certo senso ugualmente “totalitario”
(totalitario ma non autoritario-dittariale e penso sia meglio per questa comunicazione risparmiarci la ricostruzione dell’origine del termine e del suo impiego da parte di Mussolini, del fascismo e poi anche, se non soprattutto, da parte della pubblicistica di stampo liberal democratico: ad altra puntata…), la totalità sulla quale svolgere l’azione politica era il popolo italiano nella sua interezza e l’agente che doveva portare il popolo italiano alla consapevolezza della sua totalità organica doveva essere sempre un partito politico, ma repubblicano, da lui guidato che, tramite sommosse e financo azioni che noi oggi definiremmo terroristiche, avrebbe cercato di far sorgere questa autocoscienza di totalità organica nel popolo italiano.
Quindi sia Mazzini che Gramsci nella storia del pensiero politico italiano possiamo dire che fossero entrambi portatori di una linea di azione che possiamo dire ‘olistico-culturalista’ perché in assenza del suscitamento politico e pedagogico da parte dell’avanguardia politica dell’autoscoscienza della propria natura olistica sulle rispettive masse di riferimento (classe operaia e contadina in Gramsci, popolo italiano in Mazzini) nessuna azione politica sarebbe stata né possibile né di alcun valore (i moti mazziniani che Mazzini sapeva votati ad un probabilissimo fallimento nell’immediato sono da Mazzini stesso indicati come fenomenale strumento pedagogico e i Quaderni del Carcere di Gramsci, oltre che testimoniare una incrollabile fede di stampo veramente mazziniano nel trionfo finale della causa rivoluzionaria, sono intesi dal rivoluzionario sardo come strumento per portare le sue due classi di riferimento alla propria autocoscienza organica, premessa indispensabile questa autocoscienza per il trionfo della rivoluzione comunista). L’antipatia di Gramsci verso Mazzini può quindi anche essere considerata come la percezione da parte del rivoluzionario sardo di avere avuto una sorta di precursore nella metodologia ed impostazione valoriale da parte di un personaggio il quale, però, non guardava esclusivamente al proletariato e alla massa contadina come base di azione politica, mentre di tutt’altro segno, giusto per fare un esempio che ci aiuti a rendere più chiaro il concetto, era l’avversione di Gobetti verso Mazzini: in questo caso il campione della rivoluzione liberale, quindi una rivoluzione sì ma una rivoluzione che avrebbe ancor più accentuato i tratti atomistici e anomici del già allora esistente regime liberale, non poteva che considerare un vuoto filosofema tutta l’impostazione olistico-organica mazziniana.
Vengo ora velocemente a rispondere alle altre domande tenendomi per ultima la domanda di Marsilio relativa allo “stato delle cose” sui vizi e le virtù della odierna geopolitica italiana. Per quanto riguarda la domanda se l’epilogo della Repubblica Romana sia il segno delle divergenze politiche e di azione che già si potevano intravvedere fra Mazzini e Garibaldi, rispondo che rispetto a quanto fin qui affermato sulle loro differenze, nella Repubblica Romana rifulse il genio politico di Mazzini mentre Garibaldi, anche se efficace sul piano militare, non riuscì nella maniera più assoluta a concepire
un percorso politico per cercare di salvare la Repubblica Romana (Mazzini cercò sempre una trattativa col corpo di spedizione francese venuto per sopprimere la Repubblica Romana giocando sulle ambiguità politiche e sulla tradizione rivoluzionaria della Repubblica francese mentre Garibaldi voleva semplicemente rigettarla manu militari a mare, un progetto assolutamente impossibile da realizzare). Quindi anche se alla fine il progetto mazziniano di trascinare a fianco
– o in posizione di neutralità – della Repubblica Romana la repubblica francese fu un fallimento, esso dimostra che in questo caso il vero pragmatico della politica era Mazzini mentre Garibaldi, in fondo, altro non si comportò e connotò che come un validissimo militare ma sprovvisto di alcuna visione politica, e questo contrariamente a quanto si dice tuttoggi anche a livello storiografico che Garibaldi fosse un concreto uomo d’azione mentre Mazzini sarebbe stato una sorta di generoso acchiappanuvole. Se vogliamo usare queste usurate categorie, è semmai vero il contrario. Mazzini il concreto uomo politico, Garibaldi il generoso, efficace uomo d’azione, ma in fin dei conti, politicamente ingenuo acchiappanuvole.
E sulla base di questo ribaltamento degli stereotipi pubblico caratteriali dei due personaggi mi avvicino alla domanda di Marsilio sul perché la guerra di Crimea vide la contrarietà di Mazzini alla partecipazione piemontese e rispondo affermando che Mazzini aveva capito benissimo che il monarchico regno di Sardegna tramite questa partecipazione avrebbe avuto ascolto fra le grandi potenze europee e questo, oltre a dare una svolta moderata e monarchica a tutto il movimento rivoluzionario italiano, celava anche un altro rischio che la storiografia non ha mai a sufficienza sottolineato: mentre Mazzini e Garibaldi intendevano per unificazione italiana tutta la penisola più le isole principali, intendevano cioè un’Italia con un territorio più o meno sovrapponibile a quello odierno, il regno di Sardegna e segnatamente Cavour non pensavano assolutamente a questo tipo di assetto territoriale, volendo Cavour ingrandire il Piemonte a spese del dominio diretto dell’Austria nell’Italia del nord e forse aggiungendo, se proprio si vuole esagerare, qualche propaggine dell’Italia centrale. Cavour definiva l’idea di una unificazione di tutta la penisola una autentica corbelleria e mi preme sottolineare che se la spedizione dei Mille fu segretamente appoggiata da Vittorio Emanuele II e dalla Gran Bretagna dovette affrontare la contrarietà di Cavour. Comunque, per farla breve: il sognatore Mazzini era ben al corrente di tutti questi rischi qualora l’iniziativa della rivoluzione italiana fosse passata al Regno di Sardegna, Garibaldi bellamente li ignorava o fingeva di ignorarli.
In merito alla domanda quanto Mazzini stimasse Garibaldi e se la stima di Garibaldi verso Mazzini fosse superiore a quella che Mazzini aveva per Garibaldi, rispondo molto semplicemente che allo stato degli atti si può affermare che ad un’iniziale vicendevole e profonda stima, a partire dalla Repubblica Romana in poi mai nessuno dei due mise in dubbio la buona fede dell’altro ma le accuse che entrambi vicendevolmente si scagliarono riguardarono l’altrui l’ingenuità politica e la conseguente facilità di manipolazione: nel caso delle accuse di Mazzini contro Garibaldi, ad opera della monarchia sabauda e nel caso delle accuse rivolte a Mazzini, secondo Garibaldi in una sorta di automanipolazione mazziniana dovuta alle proprie elucubrazioni ideologiche e dalla sua intransigenza repubblicana che non avrebbero lasciato alcuno spazio di manovra politica con chi repubblicano non era ma intendeva comunque lottare per l’unificazione del paese. Sull’intensità intima di questi vicendevoli sentimenti di apprezzamento e di ridimensionamento delle rispettive figure, confesso che non so pronunciarmi, in quanto i due personaggi furono due figure pubbliche e quando si scrive e si agisce per la storia c’è sempre, in positivo come in negativo, un non detto, sul quale è sempre molto difficile esprimerci.
In merito alla domanda di Marsilio sulle potenze che i due eroi del Risorgimento stimavano di più, per Garibaldi è facile rispondere: Garibaldi stimava moltissimo la Gran Bretagna (vedi la mia conferenza e anche i lavori Eugenio Di Rienzo) e da questa fu anche
decisamente aiutato nella sua Spedizione dei Mille mentre Mazzini pur avendoci vissuto molti anni non espresse mai sentimenti di così forte amicizia pur non arrivando mai direttamene ad accusare l’Inghilterra di una politica imperialista (veramente, come ho detto nella mia conferenza, Mazzini era ben consapevole che l’Inghilterra faceva i suoi comodi a danno di coloro che si mostravano più deboli e meno resistenti all’avanzata dell’uomo bianco, solo che questa aperta sincerità Mazzini la riteneva dannosa, alla luce del suo realismo politico, per tessere alleanze per una futura unificazione dell’Italia e dall’altro lato, Mazzini non era del tutto contrario al colonialismo europeo, perché, non molto originalmente rispetto alla sua epoca, da lui ritenuto propedeutico alla diffusione della civiltà). Ma per essere veramente sintetici, Mazzini amava profondamente solamente una nazione e questa era l’Italia che nei disegni mazziniani doveva costituire il fulcro del futuro concerto europeo costituto dalle nazioni liberate dal giogo delle potenze continentali di allora, l’Austria e la Russia, ed affratellate in seguito all’abbattimento della Santa Alleanza, all’insegna di una egemonia italiana meritata sul campo della distruzione di queste potenze prevaricatrici dei diritti dei popoli europei.
Alla domanda cosa pensavano Cavour e Vittorio Emanuele di Mazzini, rispondo molto semplicemente che se fosse loro capitato fra le mani e avessero potuto decidere unicamente alla luce delle loro convinzioni personali, lo avrebbero impiccato. Non so quindi cosa gli avrebbero fatto se fosse effettivamente capitato fra le loro mani, i due personaggi in questione erano sempre uomini politici e in politica non sempre, anzi quasi mai, si fa quello che si vorrebbe, ma sicuramente dare seguito alla condanna a morte che il Regno di Sardegna aveva posto sul suo capo, certamente rispondeva alla loro più sentita convinzione.
Infine rispondo alle forse più importante domanda di Marsilio in merito alle virtù e manchevolezze della geopolitica italiana. Senza voler fare l’elenco delle più o meno commendevoli iniziative di pubblicistica geopolitica che in seguito alla guerra russo-ucraina hanno preso vigore e che sono sorte principalmente sul Web (e in questo generale movimento di rinnovamento di queste varie iniziative di pubblicistica geopolitica anch’io ho dato, soprattutto sul piano della riflessione teorica attraverso l’elaborazione del paradigma del Repubblicanesimo Geopolitico, il mio modesto contributo; ma di esso non parlerò oltre perché altro è l’argomento dell’intervista. Una cosa è però assolutamente necessaria dirla: i primi vagiti del Repubblicanesimo Geopolitico furono ospitati dalle colonne on line del blog di geopolitica “Il Corriere della Collera”, ora cessato nelle sue pubblicazioni – ma ancora in Rete – per la morte del suo fondatore, lo studioso di politica internazionale, il mazziniano, pacciardiano e quindi fautore ante litteram della repubblica presidenziale Antonio De Martini, al cui impareggiabile magistero politico, scientifico e morale dovrà necessariamente ispirarsi la geopolitica italiana per la sua auspicabile rifondazione ab imis ma, in conclusione, del succitato movimento di rinnovamento della geopolitica italiana non mi dilungo oltre in quanto, proprio per la sua carica innovativa, eccentrico rispetto al mainstream della geopolitica italiana e quindi lodevolmente con scarso valore di rappresentatività della stessa e, comunque, chi si ritenga incuriosito da questa mia affermazione può benissimo andarsi ad ascoltare la mia conferenza, nella quale viene elencata, oltre alle lodevoli nuove iniziative di riflessione geopolitica, anche una nutrita schiera di “esperti” geopolitici, molto esperti nel realismo politico ma solo pro domo loro…), parlerò solo di “Limes” e del suo valente direttore e deus ex machina Lucio Caracciolo.
Ora uno dei suoi ultimi editoriali su YouTube si intitola Stiamo perdendo la guerra. Medio Oriente e Ucraina in fiamme. L’Italia paga il conto ma non conta, ed io ho già definito questo titolo e il contenuto del video «disperazione ed ingenue illusioni di un geopolitico à la recherche du temps perdu.». In estrema sintesi l’illusione: la Nato nella guerra russo-ucraina si è dimostrata inefficace, l’Italia non può però lasciare andare questo quadro di riferimento e deve quindi rafforzare i legami con gli Stati Uniti tramite un trattato bilaterale che rimedi alle problematiche messe in luce dalla crisi della Nato. Come si dice: auguri e figli maschi. Necessità quindi di un riorientamento gestaltico della politica e delle geopolitica italiane in senso mazziniano come, appunto, avrebbe voluto De Martini. À suivre…
Massimo Morigi, nell’anno 2024 e nel mese della nascita della Repubblica Romana del 1849
P.S. dell’intervistatore. Il professor Massimo Morigi mi avevaconcesso l’intervista pochi giorni dopo il IX febbraio, ricorrenza mazziniana della nascita della Repubblica Romana del 1849. Più che una coincidenza. E, inoltre. L’intervista era stata pubblicata originariamente in data 11 marzo 2024, il giorno dopo l’anniversario della morte di Giuseppe Mazzini (altra coincidenza…) sulla rivista on line “Nazione Futura” (Wayback Machine:https://web.archive.org/web/20240313160712/https://www.nazi
onefuturarivista.it/2024/03/11/mazzini-e-garibaldi-nelle diatribe-geopolitiche-risorgimentali/ ) ma si è ora ritenuto opportuno ripubblicarla sul blog di geopolitica “L’Italia e il Mondo”(forse l’iniziativa on line che Morigi sente talmente vicina e propria che egli, per una sorta di pudore, non aveva nominato nell’intervista)perché egli mi ha comunicato che è intervenuto un fatto nuovo e questo fatto nuovo consiste nel fatto che Morigi e “L’Italia e il Mondo” hanno deciso di organizzare a Ravenna un convegno per onorare la memoria del geopolitico mazziniano Antonio De Martini. Il seguito all’insegna, ci auguriamo tutti, del motto mazziniano ‘Pensiero e Azione’, che fu anche la stella polare dell’operato politico, scientifico e morale di Antonio De Martini. Ora e sempre.
Umberto Marsilio, Pasqua di Risurrezione 2024
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