Covid 19, come prima più di prima_intervista al dottor Giuseppe Imbalzano

La crisi pandemica prosegue senza soluzione di continuità. La sequela di provvedimenti poco coerenti tra di loro, la logica raffazzonata che guida i comportamenti e informa le direttive, la sovrapposizione di funzioni rischiano di neutralizzare quel poco di iniziative più lucide intraprese dal nuovo governo. Il fattore tempo è cruciale per un paese in una condizione di emergenza dai tempi indefiniti. Un vero e proprio ossimoro che rischia di dilapidare le residue risorse e i residui fattori di coesione indispensabili a consentire una ripresa quantomeno accettabile. La crisi pandemica ha messo completamente e contemporaneamente a nudo le troppe debolezze di un paese ormai sempre più esposto passivamente alle intemperie politiche interne e geopolitiche. E’ qualcosa di più serio di un complotto e di un piano preordinato da soggetti ben individuati o quantomeno individuabili; è una situazione di stallo e di degrado opera di una classe dirigente decadente impegnata a perpetuarsi a scapito di gran parte del nostro paese. E’ in questo contesto e con questo presupposto che si inseriscono i complessi giochi e gli enormi interessi politici di destabilizzazione, periferizzazione, colonizzazione e di degrado socioeconomico._Buon ascolto, Giuseppe Germinario

Giuseppe Imbalzano, medico, specialista in Igiene e Medicina preventiva. Direttore sanitario di ASL lombarde per 17 anni (Ussl Melegnano, Asl Milano 2, Ao Legnano, Asl Lodi, Ao Lodi, Asl Bergamo, Asl Milano 1). Direttore scientifico progetti UE (Servizi al cliente, Informatizzazione della Medicina Generale). Si è occupato di organizzazione sanitaria, prevenzione, informatica medica, etica, edilizia, umanizzazione ospedaliera e psicanalisi.

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I disastri sanitari della gestione della pandemia in Italia, di Davide Gionco

I disastri sanitari della gestione della pandemia in Italia
Davide Gionco
08.04.2021

Dopo 14 mesi di pandemia del covid-19, cerchiamo di fare il punto della situazione sanitaria in Italia. Non dal punto di vista di un medico professionista, ma dal punto di vista di un cittadino che cerca di informarsi e di ragionare su quello che vede.

La prima constatazione è che, pur avendo l’ISTAT registrato un aumento del tasso di mortalità del 15% rispetto agli anni precedenti, l’aumento sarebbe probabilmente passato inosservato, se non ci fosse stato l’amplificatore dei mass media.

Se questo virus fosse arrivano 30 anni fa, nessuno si sarebbe accorto di nulla, in quanto ci sono sempre state delle oscillazioni statistiche sul numero annuale di morti. Chi viene a sapere della morte di una persona cara a motivo di malattia non ha la percezione dell’incremento statistico complessivo del numero di decessi in un intero paese. Se non ci avessero detto nulla, avremmo continuato a vivere normalmente.

Se il coronavirus fosse arrivato 30 anni fa sarebbe stato trattato come una influenza “più virulenta” fra quelle che ciclicamente. La febbre asiatica degli anni ’50 fece molti più danni del covid-19, per intenderci, perché colpì soprattutto i bambini, segnandoli per tutta la vita. Una mia zia, colpita dall’asiatica quando aveva 4 anni, rimase colpita al cervello è rimasta debilitata mentalmente, causando 44 anni di progressivo decadimento fisico e di crescente disabilità, fino alla morte.

La situazione ci è stata presentata come “senza precedenti” dai mass media, i quali l’hanno da subito presentata come una malattia pericolosa e incurabile, tale da giustificare i ripetuti lockdown, con gravissimi danni all’economia e impedendo a molta gente di analizzare in modo ragionevole la situazione.
E’ una delle famose tecniche di manipolazione delle masse: “Crea il problema ed offri l'(unica) soluzione”.

Non ci hanno mai detto che avremmo probabilmente evitato i 3/4 dei morti se:

1) Se avessimo avuto il piano pandemico nazionale aggiornato. Il piano pandemico esistente risaliva addirittura al 2006. E nel 2016 Matteo Renzi aveva fatto chiudere il CNESPS, istituto specializzato nella individuazione tempestiva delle epidemie. Un’azione tempestiva del CNEPS avrebbe probabilmente consentito di confinare l’epidemia fin dagli inizi, evitando che si diffondesse in tutta Europa.

2) Se avessimo avuto come dirigenti presso il Ministero della Sanità (da Roberto Speranza in giù) e presso le aziende sanitarie pubbliche territoriali delle persone assunte per le loro competenze e capacità e non i soliti “amici dei politici”.

3) Se non avessimo tagliato decine di miliardi sulla spesa sanitaria, riducendo i posti letto per le cure, il personale, i macchinari, la formazione.

4) Se non avessimo trasformato i medici di famiglia in passacarte per indirizzare i pazienti verso le strutture specialistiche, mentre una volta erano responsabili delle prime cure domiciliari in caso di malattia.

5) Se non avessimo imposto da qualche decennio il numero chiuso nelle facoltà di medicina e limitato le assunzioni di infermieri, riducendo il numero di personale sanitario disponibile per le cure. Per formare un medico servono 10-15 anni di studi. Non è cosa che si può improvvisare quando arriva una pandemia. Ci si deve pensare per tempo, almeno 10-15 anni prima. Ovvero: abbiamo bisogno permanentemente di più medici e di più infermieri.

6) Se in questi mesi avessimo assunto più personale sanitario, ora dovremmo temere molto meno l’afflusso di persone nelle terapie intensive. E ci sarebbero risorse per curare adeguatamente le persone colpite da altre patologie. E non si trovi la scusa della mancanza di soldi, dato che per il 2020 e il 2021 la UE ha concesso di sforare i limiti al deficit pubblico, per cui per avere soldi basta chiederli alla BCE.

7) Se, dopo oltre un anno dall’arrivo della pandemia, avessimo aggiornato i protocolli di cura domiciliare per le persone con sintomi da covid-19, sulla base delle esperienze di molti medici. Come ad esempio quelli del Movimento Ippocrate, che hanno sviluppato dei protocolli di cura basate sul trattamento precoce della malattia. Purtroppo, dopo oltre un anno di esperienze, i protocolli di cura sono sempre gli stessi, basati sull’attesa dello sviluppo dei sintomi e sui tamponi. Sono i protocolli che hanno portato decine di migliaia di persone nelle terapie intensive ed alla morte. Sbagliare è umano, quando la malattia non è conosciuta, ma perseverare…

8) Se in televisione avessero spiegato ogni giorno, anziché martellare inutilmente la gente con i soliti bollettini di guerra, che il covid-19 si combatte prima di tutto con la prevenzione, fatta di costante assunzione di vitamina C e D, disponibili per tutti a costi molto accessibili, e fatta di permanenza il più possibile all’aria aperta ed al sole (anziché tenere la gente chiusa in casa).

9) Se in televisione ci avessero spiegato la differenza fra le mascherine FFP2 e le mascherine chirurgiche.
Le mascherine FFP2 sono di tipo passivo ovvero “filtrano” l’aria che respiriamo, riducendo del 95% la quantità di agenti patogeni che ci colpiscono tramite la respirazione. Sono mascherine che ci proteggono dal contagio. Ideali per le categorie a rischio di morte per covid (anziani, malati di altre patologie), per ridurre il rischio che vengano contagiati.
Le mascherine chirurgiche, invece, riducono del 95% la quantità di agenti patogeni che emettiamo verso l’ambiente tramite la nostra espirazione. Sono mascherine che riducono la contagiosità verso gli altri delle persone infettate. Ideali per le categorie non a rischio di morte per covid (probabilmente almeno l’80% della popolazione), per ridurre la diffusione della malattia.
Tutto questo non è mai stato spiegato, per cui abbiamo dotato gli anziani di mascherine chirurgiche che non li proteggono dal contagio ed abbiamo dotato molti giovani sani di mascherine FFP2, che non hanno impedito il diffondersi della malattia.

10) Se avessimo spiegato per evitare i contagi per contatto con superfici infettate è opportuno disinfettarsi le mani non solo all’entrata dei supermercati, ma soprattutto all’uscita, per non portarsi dietro i virus raccolti toccando le superfici infettate da altri. Eppure continuiamo a trovare il gel disinfettante solo all’ingresso e non all’uscita dei punti vendita e dei mezzi di trasporto.

11) Se avessimo (dopo un anno) raddoppiato il numero dei mezzi pubblici di trasporto, magari assumendo gli autisti licenziati dei servizi turistici, si sarebbe dimezzato l’indice di affollamento dei mezzi di trasporto pubblico, riducendo i rischi di contagio. Ma non è stato fatto,

Si potrebbe continuare con l’elenco…

La responsabilità di tutto questo, con le decine di migliaia di morti che ne sono seguiti, non è della fatalità, né del popolo italiano. La responsabilità è della classe dirigente che ha governato e che governa tutt’ora il nostro Paese. Persone che, per incompetenza o mala fede, hanno preso le decisioni sbagliate, senza preoccuparsi delle conseguenze e senza farsene carico. Il risultato è stato un tasso per mortalità per covid-19 fra i più elevati d’Europa.

Nel contempo i mezzi di informazione, altrettanto asserviti alla classe di potere, anziché svolgere un corretto servizio di informazione e di controllo critico sul disastroso operato della classe dirigente, hanno dedicato gli ultimi 14 mesi di informazione unicamente a colpevolizzare gli italiani come unici responsabili di quanto accaduto.
Misure di limitazione delle libertà personali prive di fondamento costituzionale e medico-scientifico, come il divieto di uscire di casa fra le 22 e le 5 del mattino o di varcare il pericoloso confine fra una regione e l’altra sono state costantemente sostenute come “normali” dai mezzi di informazione. Questo mentre paesi “normali” e guidati da politici più seri, come la vicina Svizzera, hanno giustamente vietato unicamente gli assembramenti fra persone estranee e non gli spostamenti. Il contagio, infatti, non avviene quando le persone si spostano, ma solo quando si avvicinano fra loro.
Ci hanno trattati da bambini, come se fossimo un popolo di pecore.

Per quale motivo fra le soluzioni molteplici prospettate non ce n’è nessuna di quelle sopra elencate, ma si propone come una via di uscita possibile la vaccinazione di 60 milioni di italiani, fra i quali almeno 50 milioni di persone sane, che non correrebbero alcun rischio ad essere contagiate dal virus, se curate per temo.
Non era mai storicamente accaduto che venissero isolati i sani per proteggere i malati.
Non era mai storicamente accaduto che si vaccinasse una intera popolazione somministrando dei prodotti sperimentali di ingegneria genetica (quelli di Pfizer & c. non hanno nulla a che vedere con i vaccini tradizionali). Sperimentali, perché non c’è stato il tempo di testarli.
Non era mai accaduto che si sottoponesse una intera popolazione sana ai rischi della vaccinazione, con una malattia avente un tasso di mortalità molto basso fra le persone non a rischio.

(Fonte: Dati ISS)

Non era mai accaduto che si volesse imporre agli operatori sanitari (e in futuro forse a tutta la popolazione) di assumere un vaccino che non riduce in alcun modo i rischi di contagio verso altri. Gli attuali vaccini garantiscono (probabilmente) un decorso sostenibile della malattia, ma non evitano la trasmissione verso terzi nel caso si sia contagiati.

Ricordiamoci di tutto questo, la prossima volta che andremo a votare.

E, nel frattempo, chiediamoci il perché di tutto questo.

NB_apparso anche su https://www.sovranitapopolare.org/2021/04/08/i-disastri-sanitari-della-gestione-della-pandemia-in-italia/

PER QUALCHE MIGLIAIO IN PIÚ, di Teodoro Klitsche de la Grange

PER QUALCHE MIGLIAIO IN PIÚ

È degno di nota l’attaccamento delle élite decadenti e dei loro mezzi di comunicazione alle parole d’ordine e agli idola con cui cercano di rappresentare una situazione che non è quella reale e che, in ogni caso, non intendono cambiare, se non in un senso di loro gradimento.

Fino a qualche tempo fa, dopo l’inizio dell’emergenza Covid, si erano accorti, con grande clamore, che in Italia la pubblica amministrazione funziona poco e male. Era ora! Ma tanto ed insistente  lamento non induceva a procedere con qualche misura coerente ed incisiva, come la rimozione di dirigenti inetti (o altro), ovvero la prescrizione di sanzioni serie per inadempimenti, ritardi, ostruzionismi delle P.P.A.A. e così via.

Misure legittimate, anzi prescritte, tra l’altro, dagli artt. 28 e 97 della “costituzione più bella del mondo”, ma di fatto inattuati o meglio sabotati dall’entrata in vigore ad oggi. Fa piacere che Draghi, oltre ad annunciare qualche riforma (vedremo), ha esordito mettendo alla porta alcuni dei responsabili amministrativi della gestione della pandemia. Si resta in attesa per i politici.

La gestione sanitario-amministrativa del Covid riporta alla mente quanto scriveva un economista sulfureo come Milton Friedman, sul controllo (anche) dei farmaci esercitato negli USA della FDA (Food and Drug Administration).

Il pezzo di Friedman, che fa parte di un libro scritto con la moglie Rose, è una succinta ma persuasiva argomentazione di come delle buone intenzioni ed istituzioni finiscono poi per funzionare male, ottenendo, complessivamente, risultati meno positivi delle attese e spesso negativi.

Il controllo della FDA fu esteso ai farmaci nel 1938. Dopo la tragedia del talidomide (1962) furono approvati degli emendamenti i quali “al test di sicurezza previsto nella legge del 1938 aggiungevano un test di efficacia e abolivano i limiti di tempo a disposizione della FDA per decidere sulle richieste di autorizzazione dei nuovi farmaci”. Il risultato fu che i controlli più estesi e volti a tutelare il consumatore/paziente andarono a detrimento dell’interesse “che i nuovi farmaci siano resi disponibili a coloro che possano riceverne un beneficio il più presto possibile. Come spesso avviene, due obiettivi validi si contraddicono a vicenda. Sicurezza e prudenza in una direzione possono significare morte in un’altra”. E Friedman proseguiva “Una mole considerevole di dati accumulati indica che la regolamentazione della FDA è controproducente, cioè che ha fatto più male (perché ha ritardato il progresso nella produzione e nella distribuzione di farmaci validi) che bene (perché ha impedito la distribuzione di farmaci dannosi o inutili)”. E ne spiega la ragione “Provate a mettervi nella posizione di un funzionario della FDA, responsabile dell’approvazione o del rifiuto di un nuovo farmaco. Potreste fare due errori diversi”: approvare un farmaco nocivo alla salute o, al contrario impedire (o dilazionare) la disponibilità di un salva-vita. Ma se commettete il primo errore “il vostro nome sarà sulle prime pagine di tutti i giornali. Sarete coperti di infamia. Se cadete nel secondo errore, chi lo verrà a sapere?”. Non l’industria farmaceutica che voleva produrlo (il solito pescecane!); non i morti non risparmiati, perché non possono manifestare; e neppure le loro famiglie che non hanno “modo di sapere che i loro cari hanno perso la vita per la «prudenza» di uno sconosciuto funzionario della FDA”.

Le considerazioni dell’economista americano sono emblematiche di come l’eterogenesi dei fini sovverte anche le istituzioni e le attività pubbliche non contrassegnate da inutilità evidente e/o da bulimia predatoria. E così la guerra italiana alla pandemia, condivisibile nel fine, nella necessità e nell’urgenza, ma nei modi assai meno.

Parte delle misure prese dai poteri pubblici è stato connotata spesso più dell’esigenza di fare qualcosa, e di evidente, che dalle reali necessità; molti ripetono che sono state bloccate attività non particolarmente pericolose, se esercitate con attenzione e prudenza igienico-sanitaria. Tuttavia il timore per le critiche di non essere stati abbastanza determinati nella guerra al Covid, ha indotto alla soluzione più drastica (e anche contraddittoria, con quelle adottate per situazioni simili, come il trasporto pubblico). Altre sembravano scelte più per beneficiare qualche tax-consommers e qualche green-dipendente (come monopattini, biciclette, banchi a rotelle) che alla volontà di pugnare col virus.

Quanto alla battaglia decisiva – i vaccini – anche qua l’atteggiamento – in genere – delle autorità, nazionali ed europee – è stato spesso connotato più da esigenze d’immagine che da esigenze reali. Il ritardo nella campagna vaccini soprattutto rispetto a quanto fatto in Gran Bretagna, Israele, USA (e anche altrove), soprattutto. L’approvazione dei vaccini da parte di enti di controllo è stata lunga, rispetto a quanto fatto altrove. E non è finito, come dimostra il caso Astrazeneca.

E non è stato messo in conto quante migliaia di morti sia costata l’accuratezza dei controlli. Il numero dei decessi per abitanti in Gran Bretagna, nella settimana corrente, è circa un terzo di quelli in Italia. In Israele ancor meno.

Ma chi chiederà il conto per qualche migliaia di morti?

Teodoro Klitsche de la Grange

 

IL COVID-19 È UNO STRUMENTO DEL POTERE NEL CONFLITTO STRATEGICO, a cura di Luigi Longo

IL COVID-19 È UNO STRUMENTO DEL POTERE NEL CONFLITTO STRATEGICO

a cura di Luigi Longo

 

 

Invito alla lettura della interessante intervista di Valentina Bennati ad Andrea Bolognesi, medico omeopata e specialista in psichiatria, La pandemia che ha deformato la mentalità del genere umano, pubblicato sul sito www.comedonchisciotte.org, del 12/3/2021.

E’ un’ottima sintesi, chiara su tutte le questioni riguardanti la gestione del covid-19, a partire dalla incapacità di affrontare una malattia curabile ai domiciliari (il 95% dei casi) o in strutture ospedaliere (il 5% dei casi con una minima percentuale di morti).

Qui si pongono due domande: perché una vaccinazione di massa apparentemente libera? Perchè non trattare la malattia come una influenza normale-particolare facendo attenzione agli anziani e ai portatori di patologie? Le risposte presuppongono una trattazione a parte.

Questa incapacità è stata chiaramente dimostrata dall’operato dei medici di base (rete dei medici per la cura domiciliare a livello nazionale) che sono andati contro la legge (cioè, oltre la legge, come insegna il pensiero femminile) e hanno curato e guarito i malati da covid-19. Hanno nei fatti smentito tutte le misure assurde e illogiche deliberate dai governi (Giuseppe Conte e Mario Draghi) supportati dalle istituzioni sanitarie, dagli scienziati, dagli esperti, dai mass-media e da “intellettuali”, tutti a servizio del potere dominante del Paese, servo, a sua volta, a livello internazionale (USA).

A monte c’è il fatto (il tempo si incaricherà di dimostrarlo), che si tratta di una pandemia causata da un virus (covid-19) particolare (troppo veloce nella diffusione) che ha origine artificiale e non naturale. Il covid-19 è uno strumento del conflitto strategico tra le potenze per l’egemonia mondiale: gli USA in relativo declino e la Cina e la Russia in ascesa.

La potenza più aggressiva e spregiudicata è quella degli Stati Uniti d’America: perché è nella loro storia, perché sono per un dominio unilaterale, perché sono in chiara fase di inizio declino insieme a tutto l’Occidente (che si butta sul postumano in nome delle magnifiche sorti e progressive dell’umanità invece di dare senso alla vita individuale e sociale), perché hanno un conflitto interno tra gli agenti strategici irreversibile, perché non riescono a fare sintesi nazionale capace di rilanciarsi come grande potenza, perché sono leader mondiali della ricerca, produzione e uso di armi batteriologiche.

Vediamo, in estrema sintesi, l’utilizzo dello strumento covid-19 in Italia ricordando che l’OMS non ha mai dichiarato la pandemia e che già nel 2017-2018 si era verificato negli USA uno dei più gravi focolai di influenza della storia recente. Fu una catastrofica influenza almeno tre volte più letale dell’attuale crisi sanitaria legata al coronavirus (covid-19). Allora l’OMS ritenne non necessario (sic) allertare il mondo o arrestare tutte le attività commerciali planetarie come ha fatto con il covid-19. Stranamente l’OMS non si era nemmeno preoccupato di etichettare l’epidemia americana come un’epidemia o una pandemia. Si era trattato solo di una “normale influenza” nonostante l’entità dei decessi, l’enorme numero di ricoveri e l’alto tasso di infezione (Gilad Atzmon, L’amnesia è un sintomo del Covid-19?, in www.comedonchisciotte.com, 21/4/2020).

  1. 1. Il progetto di Mario Draghi (un agente strategico esecutivo), a grandi linee, è abbastanza chiaro e sarà realizzato attraverso lo strumento pandemico del Covid-19. L’emergenza economica, sociale, sanitaria permette di dichiarare (come se ce ne fosse stato bisogno) che l’Italia non si schioda dalla Nato e dalla UE, istituzioni ad egemonia (nell’accezione gramsciana) statunitense. Per queste ragioni il governo appronta e realizzerà le infrastrutture (Tav, Ponte sullo stretto di Messina, eccetera) per le strategie Usa-Nato che solo applicando la logica del conflitto strategico si possono comprendere, altrimenti si rimane nella logica dello sviluppo (liberista, keynesiano e marxista) dei pre e sub-dominanti che vela molto bene il conflitto tra le potenze mondiali. La nostra presenza incondizionata nella UE (che è un progetto USA, non dimentichiamolo) serve per tenere unita la UE per le strategie Usa contro la Russia; questo è ciò che appare in superficie; in realtà gli Stati Uniti temono fortemente l’alleanza tra Cina e Russia (le forme di collaborazione tra le due potenze in ascesa sono sempre più consistenti, non fosse altro per battere un nemico comune). E’ mia convinzione che la UE è finita ed è tenuta in piedi dagli Usa attraverso Nato, che si è terribilmente trasformata (si interessa di quasi tutte le sfere sociali) e fa da collante e da coordinamento (via Germania e Francia) dell’Europa; per non parlare del ruolo che svolge nei Balcani con il coordinamento della Polonia e in Medio Oriente con il coordinamento di Israele.

L’Italia resta una nazione geograficamente importante per le strategie USA (in Europa, nel Mediterraneo, nel Medio Oriente): è dal Risorgimento che l’Italia è una espressione geografica per i conflitti tra le potenze, allora per l’Inghilterra, oggi, per gli USA.

2.Il covid-19 permette il passaggio ad una forma di “democrazia” autoritaria che nella fase multicentrica è necessaria per accorciare la filiera del comando per la strategia, per la gestione e per la esecuzione del potere, non dominio perché parliamo di sub-dominanti (il governo sta preparando le riforme delle regioni in macro aree e lavora a nuovi strumenti giuridici: altro che difesa della Costituzione avanzata da ritardati giuristi e costituzionalisti).

La decisione di affidare all’Esercito l’emergenza Covid-19 (cosa che andava fatta dal primo momento non fosse altro per la prontezza della macchina organizzativa) è simbolico di un ruolo sempre più presente della sfera militare nel blocco degli agenti sub-dominanti. Mentre è preoccupante la militarizzazione delle città (per ora solo polizia e carabinieri, in attesa, come scrissi nel mio Americanizzazione del territorio, della «… forza di polizia multinazionale a statuto militare composta dal Quartier Generale permanente multinazionale, modulare e proiettabile con sede a Vicenza (Italia). Il ruolo e la struttura del QG permanente, nonché il suo coinvolgimento nelle operazioni saranno approvati dal CIMIN – ovvero – l’Alto Comitato Interministeriale. Costituisce l’organo decisionale che governa EUROGENDFOR». Questa nuova “super-polizia” è, recita l’art. 1 del Trattato, «una Forza di Gendarmeria Europea operativa, pre-organizzata, forte e spiegabile in tempi rapidi al fine di eseguire tutti i compiti di polizia nell’ambito delle operazioni di gestione delle crisi», al servizio, non tanto dei cittadini dell’Ue o degli Stati firmatari del Trattato (le “Parti”), ma, sostiene l’art. 5, sarà «messa a disposizione dell’Unione Europea (UE), delle Nazioni Unite (ONU), dell’Organizzazione per la Sicurezza e la Cooperazione in Europa (OSCE), dell’Organizzazione del Trattato del Nord Atlantico (NATO) e di altre organizzazioni internazionali o coalizioni specifiche».

Intanto, in questa fase, è sospesa la “democrazia” con tutte le violazioni che gli amanti dello stato di diritto non vedono.

3.L’economia è a pezzi, è stato dichiarato lo sterminio delle PMI (di tutti i settori), così come delle imprese che gli algoritmi decideranno che non vanno salvate (sic): il governo prevede la loro distruzione creatrice che nulla ha a che fare con quella pensata da Joseph A. Schumpeter. << […] la grande struttura delle multinazionali americane entrerà nel mercato italiano, gli interi settori che spariranno verranno comprati dalle multinazionali […] >> (Valerio Malvezzi, E’ drammatico le piccole imprese italiane spariranno, www.radioradio.it, 13/3/2021). Per i dominanti nostrani che vogliono farci credere di risollevare la crisi profonda dell’economia italiana con il Recovery Fund, riporto quanto dichiarato da Emiliano Brancaccio e Riccardo Realfonso in una intervista al Financial Times del 12/2/2021:<< Se esaminiamo i 209 miliardi che il Recovery Plan stanzierà per l’Italia per i prossimi sei anni, 127 sono prestiti che prevedono solo un risparmio sullo spread tra tassi di interesse nazionali ed europei: anche con previsioni pessimistiche sui tassi italiani, non più di 4 miliardi all’anno. Per quanto riguarda i restanti 82 miliardi di risorse a fondo perduto, l’importo netto dipenderà dal contributo dell’Italia al bilancio europeo. Considerato che un accordo su rilevanti imposte pan-europee appare improbabile, i paesi membri dovranno contribuire come di consueto in relazione al pil annuale. Il che implica che l’Italia dovrebbe pagare non meno di 40 miliardi. La sovvenzione netta europea è quindi di soli 42 miliardi, ovvero 7 miliardi l’anno. Infine, se si considera che nella prossima sessione l’Italia contribuirà alla parte restante del bilancio Ue per circa 20 miliardi, il trasferimento netto totale scende a meno di 4 miliardi l’anno [corsivo mio] >>.

4.Il territorio è sempre più venduto, vulnerabile e fragile: il locale viene annientato dal globale senza una minima strategia nazionale. << L’Italia […] il campo di battaglia delle guerre che i principi stranieri conducevano per impadronirsi dei suoi territori […]>> (Georg Wilhelm Friedrich Hegel, Scritti politici, a cura di Claudio Cesa, Einaudi, Torino, 1972, pag.102). Così come sono in crisi sia la relazione tra città e campagna sia la relazione tra ruralità e l’approvvigionamento alimentare (altro che green economy; per dirla con Niccolò Macchiavelli i nostri dominanti sono dei porci!).

5.Le industrie strategiche neanche a parlarne (Eni, Leonardo se non hanno una nazione forte alle spalle faranno ben altri interessi e seguiranno ben altre alleanze), tant’è che, per scelte strategiche USA, l’Ilva di Taranto è stata ceduta ad una multinazionale straniera (e meno male che era strategica per il Paese! Ma in mano a chi siamo?) che è l’anticamera della chiusura della fabbrica con gestione sociale a carico dello Stato, un film già visto a Bagnoli.

6.La sanità sta subendo una grande ristrutturazione (se ci fosse un po’ di serietà si evidenzierebbero i morti che l’emergenza covid-19 ha prodotto a causa della riduzione degli interventi e delle cure in tutti i reparti ospedalieri; le modalità con cui ci vengono dati i numeri relativi alle malattie, ai decessi e alla diffusione del virus è una vera disinformazione statistica. E’ una vergogna istituzionale!) nella quale le garanzie della tutela della salute per tutti sono quasi ridotte all’osso (con l’aggravante che accogliamo migranti in maniera delinquenziale a cui va garantita l’assistenza sanitaria con l’innesco di una guerra tra poveri).

Il covid-19 è il cavallo di Troia per riorganizzare la sanità con una lotta senza quartiere, nei vari dipartimenti, per accaparrarsi risorse, tecnologie, nuovi settori di ricerca, sulla pelle della maggioranza della popolazione.

7.Mancano in generale sia le condizioni oggettive: una fase di trapasso d’epoca con crisi irreversibile dell’Occidente con un cambiamento antropologico delle relazioni umane (le relazioni digitali imposte via covid-19 sono un ottimo allenamento per snaturare l’essenza umana fatta di relazioni, di contatti, di corpi, di presenze); sia le condizioni soggettive: mancano i soggetti ed è assente, per dirla con Costanzo Preve, la tensione da passione durevole; rischiamo, cioè, di creare soggetti virtuali e non materiali.

 

 

 

LA PANDEMIA CHE HA DEFORMATO LA MENTALITÀ DEL GENERE UMANO

 

di Valentina Benna

Un anno che ha sconvolto le nostre vite e messo a dura prova la nostra psiche. Prima la paura di un virus nuovo, poi il distanziamento sociale, le limitazioni alle libertà, la mancanza di lavoro, la didattica a distanza, le difficoltà di assistenza sanitaria per altre patologie, il blocco delle attività ricreative, culturali e religiose. Si è alzata un’onda di malessere mentale dall’impatto devastante perché interessa e interesserà moltissime persone.

Se intendiamo la salute come equilibrio di corpo-mente-spirito, davvero siamo in grave pericolo perché tutto ciò che è accaduto e sta accadendo sta cambiando in modo drammatico, e forse definitivo, i rapporti umani e sta minando la nostra stabilità e vitalità.

E’ un problema grave che, però, non trova abbastanza spazio sui media. Anzi, proprio Tv e giornali sono intenti a diffondere e amplificare dati allarmanti e sensazioni di pericolo.

Quali sono i rischi di questa comunicazione ‘ammalata’? Quanta parte della popolazione sa verificare la fonte e la veridicità delle notizie? Quanti possiedono gli strumenti psicologici ed emotivi per gestire la narrativa catastrofista e unidirezionale che da mesi viene fatta di questo virus? Penso soprattutto alle persone più vulnerabili (gli anziani e i giovani) e a chi è solo e in difficoltà e non può far conto su nessuno.

Sfiducia, sconforto, paura, senso di frustrazione, sono emozioni sempre più evidenti, basta guardarsi un po’ intorno o parlare con la gente. E non può passare inosservato l’aumento dei disturbi psichici che sono sempre di più in rapida crescita, soprattutto nelle città. E’ utile approfondire l’argomento con il Dottor Andrea Bolognesi, medico omeopata e specialista in psichiatria. Bolognesi è anche consulente presso la Fondazione Internazionale Valsé Pantellini per lo studio e la ricerca nell’ambito delle malattie degenerative e tumorali e, di recente, è entrato a far parte della rete di medici attivi in tutta Italia per la cura tempestiva domiciliare covid in ogni regione, iniziativa partita dall’Avvocato Erich Grimaldi che si batte da mesi per la modifica dei protocolli ministeriali che non tengono conto delle esperienze ed evidenze dei territori.

Dottor Bolognesi sono ormai passati molti mesi dall’inizio della ‘pandemia’, alla paura iniziale è subentrata la crisi economica con il senso di incertezza per il futuro, poi la stanchezza e infine anche la rabbia. Sono insorte, e nel tempo si sono aggravate, varie forme di disagio psicologico e molte persone hanno cominciato a fare uso di ansiolitici, antidepressivi, sonniferi e tranquillanti. Quali sono i disturbi principali rilevati? Ci sono già dei dati nazionali ufficiali?

“È giusta la distinzione in due fasi: la prima caratterizzata dalla reazione euforico/patriottica dell’andrà tutto bene e dei canti sul balcone, la seconda invece dal graduale scoramento, al limite della rassegnazione, sia perché dopo un anno esatto siamo tornati al punto di partenza, sia perché l’emergenza socio-economica si è sommata in modo drammatico a quella sanitaria.

Non sono a conoscenza di dati ufficiali, ma l’evidenza di un aumento del consumo di ansiolitici, antidepressivi e ipnoinducenti è nota a tutti così come, in parallelo, l’aumento dei disturbi connessi.

A causa del lockdown sicuramente abbiamo assistito ad un aumento degli episodi di violenza domestica, dovuti a convivenze forzate di coppie già in crisi o di nuclei familiari confinati in spazi angusti e non abituati a vivere insieme per tante ore. Attingendo alla mia personale esperienza di psichiatra posso dire che durante il lockdown dell’anno scorso son dovuto intervenire d’urgenza per episodi di aggressività e violenza ad opera di soggetti con crisi psicotica scatenata dalla chiusura forzata. Molto frequenti anche le crisi depressive aggravate dall’isolamento e con necessità di aumentare il dosaggio dei farmaci già in uso.”

La gestione del nuovo coronavirus ha cambiato in modo drammatico i rapporti umani. Mascherine, distanziamento, smart working, didattica a distanza, divieto di riunirsi e stare vicini, disinfezione continua di mani e locali, misurazione della temperatura: tutto necessario, ci è stato detto, ma è aumentata inesorabilmente la distanza tra le persone ed è diminuita la capacità di empatia. E’ qualcosa di profondo e dirompente, eppure è una questione sottovalutata che non trova adeguata analisi da parte dei media così intenti a comunicarci solo numeri di contagi e notizie relative al vaccino. Quanto tutto questo sta incidendo sulla nostra psiche e che peso avrà sulle nuove generazioni?

“L’opportunità delle misure adottate, fatta eccezione per un ragionevole distanziamento nei luoghi chiusi, è tutta da dimostrare e siamo ancora in attesa della pubblicazione dei verbali del Comitato Tecnico Scientifico che ci spieghino PER OGNI SINGOLO PROVVEDIMENTO il razionale e quindi, in virtù di questo, la reale efficacia. Riguardo ai cambiamenti nei rapporti umani si è consumata di fatto la morte della prossemica e sappiamo quanto l’essere umano, per sua natura sociale, si giovi del linguaggio non verbale, della gestualità, del contatto, della vicinanza, specialmente nei paesi dell’area mediterranea, per stabilire e mantenere rapporti. Tutto ciò è stato inibito e/o negato e inevitabilmente modificherà gli stili e gli assetti comportamentali soprattutto nelle fasce d’età in formazione, private sul nascere della naturale propensione all’incontro.

Visi che fino a ieri ci erano familiari all’improvviso siamo stati costretti a percepire come minacciosi tanto da scendere istintivamente dal marciapiede se li vediamo dirigersi verso di noi, amici che salutavamo con una stretta di mano o con un abbraccio che temiamo di incontrare perché non sappiamo se lo accetterebbero, e così via con esempi infiniti.

L’enfasi sulla malattia, i toni catastrofisti dei mass media non lasciano spazio per riflessioni su questo tema”.

All’inizio l’emergenza sanitaria c’è sicuramente stata e ha mandato in tilt il nostro ‘depotenziato’ sistema sanitario, poi le terapie sono stata individuate e i tanti medici che già hanno curato a domicilio con successo hanno dimostrato che di covid si guarisce, basta intervenire subito adeguatamente in modo da evitare ricoveri ospedalieri. C’è stato però il problema dei protocolli ministeriali a base di solo paracetamolo ‘nei primi giorni di vigile attesa’, proprio quelli che invece dovrebbero essere decisivi per aggredire il virus …

“Ho avuto modo di esprimere in più occasioni e in maniera netta il mio pensiero su questo argomento attraverso i social nel corso di tutto l’anno e approfitto di questa preziosa occasione per ribadirlo con forza. L’emergenza nella quale ci troviamo è SANITARIA e NON medica in quanto riguarda essenzialmente l’assenza di terapie domiciliari corrette e tempestive e la carenza – grave prima, ma imperdonabile dopo la pausa estiva – delle strutture ospedaliere e in particolare dei posti letto in terapia intensiva. È insopportabile che l’AIFA solo in questi giorni, e grazie a una sentenza del TAR, sia stata costretta ad abbandonare le linee guida, reiterate fino al 20/11/2020, dove si indicava l’uso della ‘tachipirina e vigile attesa’ nelle fasi iniziali della malattia. Da mesi era noto ai medici che lavorano sul campo, curando e guarendo malati in carne ed ossa, che tali indicazioni erano addirittura controindicate e responsabili dell’aggravarsi del quadro clinico, spesso con esiti nefasti. Tali linee guida vengono partorite dalle menti geniali di ‘esperti’ che, chiusi nei loro uffici, non hanno visto un malato da anni e che attendono gli studi clinici pubblicati, magari come quello pubblicato sul Lancet e poi ritirato che screditava l’uso dell’idrossiclorochina, prima di dare via libera all’uso di un protocollo.

Ma io domando: è più importante basarsi sui risultati ottenuti da medici che hanno curato malati guarendoli, e quindi evitandone il ricovero, oppure attendere mesi o anni che gli studi clinici vengano pubblicati? La Medicina non è una scienza esatta, è al massimo una pratica empirica e in caso di emergenza come questo non ci si dovrebbe soffermare su tali sottigliezze.

Un’altra domanda mi sorge spontanea: come mai tutti gli organismi di controllo dei farmaci, AIFA compresa, non hanno preteso lo stesso rigore metodologico prima di approvare l’uso dei vaccini?”

Le persone mal curate a casa fanno inevitabilmente risalire i ricoveri, di conseguenza si rimette in moto la macchina dei lockdown (che per la verità non si è mai arrestata) con i relativi danni economici, sociali e psicologici causati dalle chiusure. Aumenta, dunque, l’angoscia nelle persone. Del resto i media stessi, con i dati che danno, enfatizzano continuamente l’impressione che siamo ancora in pericolo e non informano, invece, dell’opportunità delle cure domiciliari e della necessità di potenziarle. Non c’è il rischio, in questo modo, di incidere i modo serio sulla stabilità mentale delle persone?

“La paura nasce in genere dall’ignoto, dall’imprevisto, dall’imponderabile e la comparsa di un virus sconosciuto che si diffonde rapidamente nel mondo intero racchiude in sé tutte queste caratteristiche ma questa è, si può dire, la paura come espressione naturale, direi ancestrale dell’essere umano. Altra cosa è la paura, in certi casi il terrore, veicolata da una martellante, asfissiante comunicazione monotematica, unilaterale, ubiquitaria quale è stata ed è tuttora quella proposta da TUTTI i mass media. Tale assedio quotidiano fatto di bollettini di contagi, di morti e, ultimamente, di vaccini offusca la capacità di discernere e induce, specie i soggetti più fragili e meno dotati di capacità critica, a una sorta di ‘trance cognitiva’.

Soltanto chi riesce a sottrarsi a questa dittatura mediatica può distinguere il vero dal falso o quantomeno riportare i fatti nelle giuste proporzioni. Auspico che col tempo il numero di queste persone ‘mainstream free’ siano sempre di più e possano creare una massa critica tale da arginare il pensiero unico dominante della ‘scienza non è democratica’ di buroniana memoria”.

Ci sono famiglie angosciate perché impossibilitate a vedere i figli o i parenti che soggiornano in strutture che forniscono cure difficilmente garantibili a domicilio e anche disabili abbandonati dall’assistenza domiciliare o scolastica che sono totalmente a carico delle famiglie in seguito al lockdown. E’ pesante anche la situazione di molti anziani residenti nelle case di riposo privati delle visite di famigliari e amici. Quanto la solitudine e l’isolamento incidono sulla salute?

“Uno dei fatti più disumani che hanno caratterizzato questo anno di pandemia è stata la negazione della sepoltura dei morti, un atto vile e inspiegabile che grida vendetta alla dignità e stravolge le basi della convivenza tra esseri umani, un VULNUS ANTROPOLOGICO incancellabile. Altre gravi criticità sono state e sono, indubbiamente, la solitudine e l’isolamento dei malati, la trascuratezza nei confronti dei malati cronici, in primis oncologici, con un conseguente aumento dei decessi e un ritardo nelle diagnosi e nelle cure. Per non parlare dell’isolamento degli anziani, rinchiusi per interminabili settimane nelle RSA o nei reparti di lunga degenza, proprio nei momenti in cui la presenza di una persona cara o di un familiare era necessaria come l’aria per respirare.

Ho una certa esperienza sia come psichiatra che come medico della Fondazione Pantellini e ho spesso a che fare con pazienti terminali o con i loro familiari, posso dire con certezza che l’isolamento forzato può far precipitare un quadro clinico di per sé precario”.

E poi ci sono le nuove generazioni: preoccupa molto l’aumento dei disturbi psichici, in particolare presso le fasce giovanili. Ci sono sintomi che per primi hanno esordio e che possono denunciare, con un minimo di anticipo, una condizione destinata ad aggravarsi e ai quali i genitori devono stare attenti? Con quali mezzi è possibile arginare la situazione?

“Ritengo che il danno maggiore sarà quello a carico dei bambini in età scolare che, costretti a folli rituali privi di ogni fondamento scientifico, introietteranno convinzioni e comportamenti dettati dalla paura e pian piano li crederanno ‘normali’. Si stanno verificando perfino casi di bambini che rifiutano di togliere la mascherina una volta rientrati a casa da scuola o che rimproverano un genitore se non la indossa correttamente. Non voglio poi entrare nel dibattito sui danni enormi creati dalla cosiddetta DAD, danni dal punto di vista formativo, cognitivo e psicologico.

Dalla permanenza forzata in casa un altro grave fenomeno tipico dell’età giovanile è l’accentuarsi della dipendenza dal cellulare, fino alla perdita di contatto con la realtà, assorbiti totalmente da dimensioni virtuali. Conseguenze di ciò, e anche del danno intrinseco da esposizione a inquinamento elettromagnetico, possono essere un aumento dell’irritabilità, dell’aggressività, una flessione nel rendimento scolastico per disturbo dell’attenzione, della concentrazione e, nei casi più gravi, apatia e anedonia fino agli estremi della sindrome Hikikomori.

Infine in età adolescenziale o giovanile uno stato di allarme e di ipervigilanza costante può slatentizzare, in soggetti predisposti, gravi patologie psichiatriche quali disturbo ossessivo compulsivo, paranoia, angoscia ipocondriaca, fobie, in particolare rupiofobia, e di ciò sono stato testimone nella mia attività professionale.

Suggerisco quindi ai genitori di essere molto attenti e alla comparsa delle prime anomalie di comportamento quali, ad esempio, una eccessiva ritualità nell’igiene, una improvvisa chiusura in sé con ritiro e apatia, una attenzione eccessiva allo stato di salute, di non sottovalutare questi sintomi onde evitare lo strutturarsi degli stessi in patologie”.

Infine c’è l’odio per chi è diverso, per chi si pone domande, per chi dissente, chi chiede chiarezza, chi ricorre alla legge per vedere tutelati i propri diritti. Quanto ciò è frutto della propria bolla di ansia, paura e psicosi e quanto invece è conseguenza della narrativa catastrofista alimentata da media, politici ed esperti di turno?

“Abbiamo già accennato all’ostracismo, ai limiti della dittatura, cui vengono sottoposte tutte le voci fuori dal coro, emarginate o nella migliore delle ipotesi dileggiate dai mass media, acritici megafoni del pensiero unico dominante. Medici radiati o censurati solo per aver espresso opinioni in piena libertà di coscienza e pronti al dibattito, ma sistematicamente inascoltati e sanzionati da un Ordine professionale che invece dovrebbe tutelarli.

Purtroppo ho dovuto constatare che la ‘costruzione della paura’, così pervicacemente alimentata dai mass media, ha inciso negativamente anche su menti o coscienze che reputavo refrattarie e ho visto sfumare amicizie storiche perché l’incomprensione, la radicale opposizione si erano frapposte tra di noi”.

E’ scientificamente provato che la paura, protratta nel tempo, può alterare il buon funzionamento del sistema immunitario che, invece, è proprio il nostro principale alleato contro le infezioni virali. Come vincere questa emozione se diventa tanto forte e distruttiva?

“Poco fa parlavo di ‘vulnus antropologico’, ebbene credo che questa pandemia prolungata abbia a tale punto deformato la mentalità del genere umano da trasformare la Paura in un valore intellettuale e il Panico come scelta intelligente, ‘vincente’ nei confronti di chi rifiuta questo ed è etichettato come complottista , negazionista, soggetto pericoloso. Si è ribaltato il cardine assiologico della nostra cultura occidentale: l’eroe di oggi non è più quello del Mito a noi noto, ma è chi abbraccia il panico, chi considera la paura come segno distintivo di superiorità e chi vi si oppone è un pericoloso incivile.

Sappiamo che il sistema immunitario, UNICA arma sicura contro qualsiasi infezione, oltre a necessitare di un microbiota intestinale in sufficiente equilibrio, risente anche di influenze dal sistema nervoso centrale, attraverso i meccanismi ben descritti dalla PNEI, psico-neuro-endocrino-immunologia. È evidente che uno stato di paura persistente, di ipervigilanza costante alteri questo delicato meccanismo con ricadute sul sistema immunitario.

Per concludere, però, vorrei tranquillizzare ricordando che la malattia da SARS-Cov19 è nel 95% dei casi ad andamento benigno e curabile a domicilio, nel 5% dei casi può dar luogo a complicazioni e necessità di cure ospedaliere e in una minima percentuale di casi ha esito infausto, in genere in pazienti molto anziani con grave comorbilità. Riguardo alle terapie domiciliari, invece, posso assicurare che esistono dei protocolli ormai consolidati e praticati da una rete di medici che fa capo a diversi comitati di cui io stesso faccio parte che naturalmente si affiancano o sopperiscono al lavoro dei medici di base: ippocrateorg.org e terapiadomiciliarecovid19.org sono i più attivi.

Esiste anche un protocollo di prevenzione che io suggerisco da tempo ai miei pazienti che consiste nell’uso delle Vitamine D, C, K2MK7, quercetina, lattoferrina, zinco e, più specificamente, anti-CD26 (prodotto omeopatico specifico in fiale). Per i dettagli sono disponibile ad essere contattato in privato (abolognesi9@gmail.com).

Infine, per vincere la paura, un semplice consiglio che già un anno fa avevo suggerito ai miei pazienti e che ribadisco volentieri è di NON guardare la televisione o meglio, se volete guardarla, dedicatevi a canali culturali, musicali, storici, film. Cercate di ascoltare musica, leggere più libri e state all’aria aperta rispettando le regole in modo da non creare conflitti con i vostri simili.

Infine vorrei dire che, a mio parere, questa pandemia finirà, come è sempre accaduto, quando il virus diventerà endemico e stagionale come tutti i virus con i quali, nel corso dei secoli e dei millenni, l’uomo ha sempre convissuto. Così avverrà anche per questo, e ancora più facilmente se non ci saranno troppe forzature. La fine della paura sarà invece legata a quando gli artefici di essa smetteranno di propinarla senza ritegno e ciò potrebbe essere legato, ad esempio, a praticare i tamponi diminuendo i cicli di amplificazione onde evitare i falsi positivi e al fatto che si curino tempestivamente i malati a domicilio liberando così gli ospedali e i reparti di terapia intensiva.

Non faccio alcun appello alla classe politica, vista la assoluta inettitudine dimostrata in questo anno”.

 

 

Per paura di morire, abbiamo smesso di vivere_ di Davide Gionco

Per paura di morire, abbiamo smesso di vivere
di Davide Gionco

La perdurante campagna di terrorismo mediatico intorno alla pandemia del covid-19 (perché se fosse informazione corretta, sarebbe un’altra cosa) fa leva sul nostro istinto di sopravvivenza: se so che una certa azione comporta dei rischi per la mia incolumità, la evito. Si tratta di un atteggiamento che funziona bene nel caso di un pericolo immediato, come il rischio di un incidente stradale, ma che non sempre porta dei vantaggi nel caso di situazioni che perdurano nel tempo.
Un esempio classico è quello del fumo: tutti sanno che fumare fa male e che riduce la speranza di vita, tuttavia molti fumano (per la cronaca: non sono un fumatore), perché ritengono che fumare sia un “piacere della vita”, che la rende più piacevole, anche se forse più breve. Tutti sanno che un’alimentazione sana unita ad una regolare attività fisica è qualcosa che può allungare la vita, ma molte persone preferiscono alimentarsi con cibi più saporiti (anche se meno sani) e non affaticarsi a fare sport, preferendo altre attività ritenute più piacevoli. Tutti sanno che è pericoloso viaggiare, tuttavia molte persone viaggiano, perché viaggiare consente di lavorare, di rendere visita a persone care, di gustare qualche splendido angolo del mondo.
Il famoso filosofo Epicuro di Samo (341-270 a.C.) si era giustamente occupato del ruolo del piacere nella vita umana. Non siamo dei vegetali che devono sopravvivere, ma delle persone che desiderano vivere, riempire la propria esistenza di esperienze piacevoli che rendano la vita degna di essere vissuta.
Ho conosciuto una signora che era terrorizzata dai “microbi” che avrebbero potuto far ammalare i suoi figli. Per questo non lasciava mai i figli uscire di casa, per ridurre i rischi di malattie. Alla fine i figli si ammalarono comunque, una volta diventati adulti. E in compenso crebbero come delle persone tristi ed asociali, perché per evitare le malattie avevano sistematicamente evitato di tessere relazioni sociali.

Gli gnu della savana sanno che per vivere (nutrirsi, accoppiarsi, riprodursi) dovranno passare dall’altra parte del fiume, dove li attendono i verdi pascoli. Per questo motivo non esitano ad attraversare il fiume infestato dai coccodrilli. Sanno che qualcuno morirà (il quale lotterà per non soccombere), ma sanno anche che è il prezzo da pagare per continuare a vivere.

E noi essere umani, come ci siamo ridotti dopo un anno di pandemia e di misure di confinamento?
Abbiamo ridotto ai minimi termini le nostre relazioni sociali, proprio noi che siamo la specie sociale per eccellenza: chiusi in casa per evitare i rischi del contagio, senza potere scherzare (o piangere) con gli amici, senza poter corteggiare una ragazza di cui ci siamo innamorati, senza poter partecipare al funerale di una persona cara deceduta (sì, siamo arrivati anche a questo), senza poterci gustare un’opera d’arte o un concerto musicale, senza poter andare al mare a godersi il tramonto sulla spiaggia.
Si tratta di attività definite “non essenziali”, senza le quali, però, nessuno di noi potrebbe vivere. Se i nostri genitori non si fossero innamorati in occasione di attività “non essenziali” (un ballo, una vacanza al mare, in pizzeria, tutte cose oggi rigorosamente vietate in nome del covid…), non ci avrebbero messi al mondo e nessuno di noi oggi esisterebbe. Le attività legate alla socializzazione sono quindi più che mai essenziali per l’esistenza degli essere umani e per la perpetuazione della nostra specie.

Stiamo smettendo di fare all’amore. Secondo uno studio che ha coinvolto 500 italiani fra i 16 ed i 55 anni, lo stress generato al terrore sociale e dalle misure di confinamento ha portato ad un calo del desiderio sessuale, con conseguente riduzione dei rapporti. Fare all’amore con la persona che si ama è una attività essenziale o non essenziale?

Stiamo smettendo di fare figli. Nel 2020 ci sono stati circa 80 mila morti in più rispetto alla media, ma nessuno ha fatto notare come ci siano stati 160 mila nati in meno rispetto al 2010 (nostra stima, in attesa dei dati ufficiali ISTAT per il 2020). Questo processo di denatalità è peraltro in atto da molti anni, probabilmente causato dalle paure e dalle incertezze della persistente crisi economica, perché sempre meno giovani coppie osano investire nel futuro. Se giustamente intendiamo salvare dal covid-19 le persone anziane che abbiamo a cuore, per quale motivo abbiamo rinunciato a dare origine a nuove vite? Il fatto di non mettere al mondo dei figli, che certamente saprebbero riempire di gioia la vita degli adulti, oltre che garantire un futuro alla nostra società, significa privarsi di affetti fondamentali per la nostra esistenza, probabilmente molto di più di quanto lo siano gli affetti verso le persone anziane delle quali prolungheremo la vita grazie alle misure anti-covid.
Anche se, ovviamente, non si tratta di numeri comparabili, vale di più prolungare di qualche anno la vita delle persone anziane o mettere al mondo dei nuovi bambini che le sostituiscono, secondo come ha previsto Madre Natura? Che senso ha attuare misure di restrizione sociale anti-covid (unite al terrorismo mediatico) che consentono di salvare alcune decine di migliaia di vite di persone anziane, se poi questo ci costa, socialmente parlando, una riduzione del numero delle nascite di nuovi bambini? Oltre a danni sociali difficilmente misurabili in tutta la società.

Ogni anno in Italia muoiono circa 70 mila persone per le conseguenze del fumo (il “piacere della vita” sopra citato). Nessuno se ne scandalizza, eppure potremmo evitare queste morti con un ferreo divieto del fumo in Italia, che sarebbe certamente molto meno devastante, dal punto di vista sociale, delle limitazioni imposte per evitare un numero eccessivo di morti per covid-19.
Ogni anno muoiono in Italia circa 40 mila persone per le conseguenze dell’alcolismo. Nessuno se ne scandalizza. Perché non si vieta in modo assoluto il consumo di alcool? Non lo si fa, perché l’alcool, se assunto con moderazione, è uno dei piaceri della vita, ma un divieto assoluto dell’alcol sarebbe socialmente meno dannoso dell’attuale lockdown.

Con le restrizioni anti-covid abbiamo sostanzialmente sospeso ogni iniziativa di tipo economico: chi mai può pensare (a parte Jeff Bezos, che ci sta guadagnando con le vendite online) di fare investimenti economici in un periodo portatore di tutte queste incertezze per il futuro?
E’ stata uccisa la speranza in un futuro migliore, ciò che dà sapore alla vita che viviamo. Siamo stati ridotti a vegetali da mantenere in vita, mentre prima eravamo persone che vivevano.

In tutta la sua storia l’umanità ha affrontato numerose pandemie, anche molto più gravi di quella attuale, senza per questo mai cessare di godersi la vita, di fare figli e di investire nel futuro. La naturale paura di morire non ha mai portato a smettere di vivere, riducendosi a sopravvivere. Agli eventi della vita, comprese guerre e malattie.

Non si tratta di un discorso cinico, ma del significato e della qualità della nostra vita: fino a che punto ha senso che una intera società RINUNCI A VIVERE, per mesi e mesi, senza prospettive, solo per ridurre l’incidenza di una delle molte cause di morte fra la popolazione?
E’ qualche cosa che ricorda la situazione di persone che sono state rapite, rinchiuse in carcere a vita o detenute in confino, le quali sono ridotte a vivere alla giornata, senza poter guardare al futuro, senza poter sognare qualcosa che possa dare senso alla loro vita. La speranza viene ridotta all’attesa che la situazione di reclusione finisca, senza alcuna idea su quello che seguirà.

Il coronavirus in un anno ha fatto 80 mila morti su di una popolazione di 60 milioni di abitanti, il che significa lo 0,13% di morti per questa malattia. Se non ci fossero state le misure restrittive, ma sono misure mirate a proteggere le persone a rischio, supponiamo che saremmo arrivati ad un tasso di mortalità dello 0,2% (120 mila morti). Evitare la morte dello 0,2% della popolazione vale il prezzo della distruzione della socialità, del senso di vivere delle restanti 59’780’000 persone?

Forse dietro a tutto questo c’è una visione egoistica della vita: abbiamo paura di morire, abbiamo paura che muoiano i nostri cari. Per questo preferiamo imporre a tutti quanti di smettere di vivere, per ridurre il rischio a nostro carico di dover soffrire.
Anche io ho toccato con mano la morte di persone care a causa del covid, anche io sto attento a non contagiare le persone a rischio, per rispetto della salute di quelle persone. Ma per questo non mi sento in diritto di mancare rispetto alla stragrande maggioranza di persone “non a rischio”, privandole del mio apporto di socialità, di vita piena.

Mi auguro che queste riflessioni aiutino a superare la sterile contrapposizione “normali contro negazionisti” o “vaccinisti contro antivaccinisti”. Non è questo il punto. Il punto è che, senza accorgercene, stiamo diventando persone disumane, perché stiamo reprimendo la nostra umanità in nome delle misure di prevenzione anti-covid. Siamo davvero sicuri che il prezzo che pagheremo per questo, alla fine, non sia ben più alto di quello che avremo guadagnato?

NB apparso anche su https://www.sovranitapopolare.org/2021/03/06/per-paura-di-morire-abbiamo-smesso-di-vivere/

Nessuno deve morire_ del dr Giuseppe Imbalzano

Nessuno deve morire

 

Il male non è soltanto di chi lo fa è anche di chi, potendo impedire che lo si faccia, non lo impedisce.

Tucidide

Esiste un solo bene la conoscenza. Esiste un solo male l’ignoranza.

Socrate

Se l’incendio non si spegne subito, è il momento di chiamare i pompieri.

Generali Assicurazioni

 

Why did the world’s pandemic warning system fail when COVID hit?

Nearly one year ago, the World Health Organization sounded the alarm about the coronavirus, but was ignored. Nature 589, 499-500 (2021)

Perché il sistema di allarme pandemico mondiale ha fallito quando COVID si è diffuso?

Oltre un anno fa, l’Organizzazione Mondiale della Sanità ha lanciato l’allarme sul coronavirus, ma è stato ignorato.

 

Il Covid 19 non è stato eradicato sin dalle prime manifestazioni epidemiche, come indicato dall’OMS.

Considerato che avevamo, e abbiamo, di fronte un problema grave di sanità pubblica, l’obiettivo dell’Oms era sicuramente quanto di più corretto e concreto si potesse proporre.

Invece non tutti hanno avuto la sensibilità di promuovere azioni utili e necessarie per raggiungere questo risultato.

Ed anzi le idee meno coerenti rispetto alle soluzioni che garantivano di più e meglio la nostra comunità, sono state esposte, espresse e purtroppo realizzate in modo concreto, con danni che possiamo definire disastrosi per la comunità stessa e per i singoli cittadini e le loro famiglie, sia per la salute che economiche, di vita e di relazioni sociali.

Se abbiamo un incendio, non è lasciando consumare tutto quello che trova sulla sua strada che diventa la soluzione al problema.

L’incendio va spento e bisogna evitare che si espanda. Ed evitare di trasportare i tizzoni ardenti in ambienti dove rischia di determinare ulteriori focolai.

L’incendio va spento subito e con tutte le risorse disponibili. I malati devono essere evitati, i contagi devono essere evitati. Bisogna impedire che l’infezione si diffonda e la sicurezza deve essere assoluta, non relativa.

La comunicazione e le informazioni nel corso di questa epidemia sono state molto carenti e spesso contradditorie, con toni inutilmente conflittuali e critici quando, per spegnere un incendio, è necessario dare coordinamento e partecipazione e risposta ai bisogni per garantire coesione e soddisfazione ai bisogni di tutti.

Il Covid 19 non è una infezione presente da tempo nella comunità, non è correlata al clima e alla temperatura, ma può essere trasmessa con il semplice contatto, al solo contagio diretto con un soggetto non infetto.

La trasmissibilità infettiva, le conseguenze, molto spesso gravi, per alcune categorie di cittadini, l’insidiosità e la facilità diffusiva sono temibili strumenti di danno individuale e sociale.

È complesso agire di conseguenza, in modo sollecito e radicale, per garantire un ambiente che sia adeguato per una vita sociale libera e senza limitazioni.

Ci chiediamo se in questi mesi sia stato predisposto un vero piano delle emergenze a qualsiasi livello (Stato, Regioni, Aziende sanitarie e tutti coloro che ne sono direttamente coinvolti), considerato che era evidentemente assente quando si è posto il problema nella nostra comunità, oppure gli interventi sono stati svolti all’impronta, con una esperienza non sempre brillante alle spalle, che ha portato a risultati, non raramente, del tutto inadeguati per garantire una vita sociale sicura e nella normalità quotidiana.

La sintesi di quanto accaduto, senza voler entrare nel merito di quanto avvenuto è nella conoscenza di tutti. Il disastro sanitario e sociale è sottostimato poiché il numero dei malati e dei deceduti è ben più elevato di quanto non descriva la curva di mortalità e i dati dei malati che sono stati esposti in questi mesi.

Sono deceduti di Covid? Per Covid?

Crediamo che la scelta di dare responsabilità o meno, diretta o indiretta alla epidemia in atto, non abbia valore, poiché, purtroppo, le persone sono decedute.

Lo sapremo in futuro.

Ma è chiaro che la condizione devastante e priva di confronti con il passato recente ha determinato questa gravissima perdita di vite umane, di libertà personale, di impossibile sviluppo economico e sociale, proprio per la presenza di questa epidemia che ha avuto una grande e importante diffusione nazionale ed internazionale.

Ci auguriamo che ci sia stata genuinità nelle richieste di mantenere funzionanti tutte le attività sociali ed economiche e non ci siano state spinte a creare condizioni di opposizione e di rifiuto a quanto, obiettivamente, stava accadendo. Questo ha creato danno a molte più persone, e un atteggiamento di cautela e di logica attenzione ad impedire la diffusione infettiva avrebbe evitato molte delle vittime e dei malati che abbiamo avuto in questo periodo.

Non si può passeggiare in mezzo al bosco in fiamme.

Nessuno lo farebbe e nessuno pretenderebbe che accadesse.

Vite in pericolo e certamente persone morte, anche solo soffocate dal fumo, per rifiutare un accorgimento che appare chiaro e indiscutibile.

Solo i pompieri, adeguatamente protetti, possono intervenire per spegnerlo.

Per spegnerlo, non per sfidarlo o per diffonderlo.

La contrapposizione che è stata determinata ha creato focolai che potevano essere evitati?

Gli atteggiamenti liberali e lassisti sono stati causa di diffusione infettiva e creazioni di cluster gravi e importanti?

La gestione dell’assistenza sanitaria che ha utilizzato in modo misto presidi ospedalieri, case di riposo e domicilio dei malati ha determinato un incremento dei casi e danni gravi a molte persone?

Temiamo di sì rivedendo alcuni comportamenti avvenuti nel corso di questa epidemia.

Una epidemia è meno evidente, molto più insidiosa, si diffonde per contiguità e, come il fuoco, si espande in modo rapido e colpisce chiunque sia nel proprio raggio d’azione.

Ma può e deve essere spento, con le necessarie azioni ed interventi.

Con le risorse necessarie e indispensabili.

Oltre 100 mila persone decedute in più, in meno di un anno.

Forse in questo periodo dovremmo ipotizzare alcune domande.

Sono giustificate per una epidemia di questa importanza, nel 2020?

Gli interventi che sono stati messi in atto sono stati sufficienti ed efficaci?

Il sistema sanitario ha reagito adeguatamente?

Ha operato in modo corretto e coerente con le tecniche di igiene e prevenzione e cliniche consolidate?

Siamo riusciti a comprendere e far comprendere cosa si intenda per prevenzione e come applicarla?

È stato predisposto un piano locale e regionale per la gestione di questa fase e delle successive dell’epidemia?

Le Autorità, il Prefetto, i Presidenti delle ex Province, i Comuni e i Sindaci sono stati coinvolti e sono partecipi in questi interventi per la sicurezza e la salute pubblica?

I Datori di Lavoro, i gestori di strutture di comunità, i gestori di servizi al pubblico, i responsabili dei servizi comunitari sono stati adeguatamente informati e formati per garantire sicurezza ai propri dipendenti e alla propria clientela?

È il caso di identificare un “Covid Manager” di comunità o dei singoli settori, delle Aziende, per garantire che le indicazioni, generali e specifiche, vengano attivate e attuate nei diversi ambienti?

Riusciamo a prevenire i contagi?

Siamo arrivati a tracciare e a interrompere la catena di trasmissione del virus?

O eseguiamo solo i tamponi nella prospettiva, speranza, di individuare nuovi casi?

Sapendo che sono nuovi malati e che abbiamo perso il momento della prevenzione?

Sapendo anche che i test negativi possono essere positivi il giorno successivo ad aver effettuato il prelievo?

Riusciamo a testare i sintomatici e rintracciare i loro contatti?

O abbiamo perso il tracciamento dei contatti?

I sistemi proposti per il tracciamento dei contatti sono efficaci?

Riusciamo ad assistere in modo adeguato i malati non ricoverati in ospedale, separandoli dai sani e garantendo un rientro in famiglia solo quando il paziente è completamente guarito e non infettivo?

Riusciamo ad individuare ambienti in cui assistere i possibili contatti da mantenere in quarantena e ad avere sufficienti luoghi di ricovero extraospedaliero per non creare cluster familiari, che come abbiamo visto, hanno determinato quasi il 60% dei nuovi casi?

L’attivazione di USCA (Unità Speciali di Continuità Assistenziale), mediche ed infermieristiche ambulatoriali e domiciliari, in sostituzione della medicina generale classica per pazienti affetti da patologie infettive trasmissibili, è stata completa e ben distribuita su tutto il territorio regionale? Nazionale?

Abbiamo la garanzia che il 100% dei pazienti sia assistito adeguatamente in ambienti protetti per evitare ulteriori infezioni senza la creazione di cluster familiari o locali?

Gli ospedali e le case di riposo sono stati messi in sicurezza?

Sono stati distinti gli ospedali e le strutture sanitarie indirizzate unicamente ad attività di ricovero per malati infettivi senza creare, in alcun modo, ospedali misti (salvo che per malati nei servizi di malattie infettive)?

Il personale sanitario è garantito nella propria attività quotidiana?

Cosa stiamo facendo per la prevenzione?

Le informazioni e l’educazione dei Cittadini è adeguata e possiamo essere certi che i messaggi di protezione individuale e di prevenzione della infezione siano stati compresi e applicati?

Il materiale di protezione è disponibile e garantito e ha un costo accettabile?

È stato distribuito a tutti i cittadini non in condizione di acquistarlo?

Le regole che sono state indicate sono sufficienti e sono state esposte in modo adeguato a chi dovrebbe seguirle?

Viene garantito il controllo delle regole?

Qual è il modello di gestione della comunità in attesa che sia dispensato a tutta la popolazione il vaccino e siano disponibili terapie adeguate?

La popolazione a rischio, anziani, malati cronici, immunodepressi, soggetti fragili, etc. è sufficientemente protetta e garantita?

È garantita particolare attenzione alle esigenze sociali e cliniche dei pazienti fragili, non Covid, a domicilio per permettere di svolgere una assistenza che non conduca alla necessità di ricoveri ospedalieri?

Considerato che dobbiamo attenderci nuove recrudescenze del virus, come dobbiamo operare per garantire l’intera popolazione e quella più suscettibile a subire i danni più gravi determinati dal virus?

È stato attivato un servizio di sorveglianza e follow up dei malati che sono stati affetti da Covid?

Il Virus è un serio pericolo per la Salute Pubblica, ma non è una minaccia incombente se gli interventi di protezione e prevenzione sono ben attivati e coerenti con il problema da affrontare.

La Coscienza di una Nazione, se compatta e coerente di fronte ad un pericolo, può affrontarlo e risolverlo più rapidamente e con una modalità solidale e cooperativa.

La creazione di conflitti o il prevalere di interessi di parte non può che rendere più complessa e difficile la soluzione dei problemi, ed ancora di più quello di una epidemia vera, significativa, che ha determinato oltre 100 mila decessi e milioni di casi in Italia, oltre 100 milioni di casi nel Mondo.

 

Economia e Covid 19

 

L’impatto che ha avuto l’epidemia a livello mondiale è stato variabile ma comunque molto importante ovunque e persino devastante per alcune categorie.

Una brevissima analisi economica serve per comprendere quali siano le politiche che hanno ottenuto migliori risultati e costi meno elevati, sia per i malati che per la propria economia.

Il danno è stato gravissimo perché dobbiamo tenere conto non solo della perdita di Pil ma anche del mancato incremento mondiale di circa il 3% che era previsto. Ed è una condizione che, se non verrà modificata rapidamente verrà recuperata con tempi particolarmente lunghi.

Sicuramente ha creato danni importanti che sono, tipicamente, determinati da una pandemia espansiva e diffusiva come lo sono quelle per virosi aerotrasmesse.

Il diverso approccio delle Nazioni alla pandemia cosa ha comportato?

E con quali risultati economici e sociali?

C’è stata una correlazione tra la gestione della epidemia e le condizioni economiche?

E se sì, quale comportamento nella gestione della epidemia ha dato migliori risultati sanitari, sociali ed economici?

Partiamo da questi perché solo con le valutazioni concrete possiamo evidenziare i risultati effettivi.

In Europa abbiamo avuto una diversificazione del calo del PIL, ma va valutato anche quali prospettive di sviluppo avessero le diverse Nazioni europee, e confrontare le diverse realtà nazionali. La gestione della epidemia è stata differenziata tra le diverse realtà europee, ma i danni economici sono stati significativi e con valori mediamente importanti.

La perdita del PIL è stata mediamente del 8,5% con variazioni tra le differenti realtà nazionali.

La realtà delle Nazioni sudamericane è stata simile a quanto avvenuto in Europa.

Gli Stati Uniti hanno avuto una riduzione percentuale molto inferiore alla perdita economica europea che è certamente molto significativa. Il danno è comunque maggiore poiché le prospettive di crescita erano più elevate rispetto alla realtà europea.

Crediamo che, nonostante le diverse modalità di valutazione e di rilevazione dei dati sulla mortalità (che è ampiamente sottostimata per gli eccessi di mortalità avvenuti in questo periodo) possano rappresentare una informazione adeguata nel confronto tra i risultati ottenuti nel corso di questi mesi di pandemia.

 

Gli abitanti in Europa sono circa 750 milioni mentre negli Stati Uniti sono circa 344 milioni.

La mortalità è risultata, sinora, praticamente equivalente.

Su quanto accaduto effettivamente lo sapremo tra qualche tempo quando verranno riviste le statistiche sanitarie con una diversa attenzione e quelle di mortalità in modo più equilibrato e approfondito.

Siamo ad un tasso di mortalità, in meno di un anno, di circa 120 – 130 deceduti per 100 mila abitanti.

Il Brasile ha circa 210 milioni di abitanti e il tasso di mortalità è simile ai precedenti riferimenti.

Circa 1,45 miliardi di abitanti, meno di 5 mila morti. Il tasso di mortalità cinese è dello 0,34 per milione di abitanti (0,034 per centomila abitanti)

In Australia il tasso di mortalità è stato dello 0,4 circa per centomila abitanti.

Con circa 5 milioni di abitanti ha avuto una mortalità di circa lo 0,5 per centomila abitanti

Con circa 51 milioni di abitanti hanno avuto una mortalità di circa 3 casi per centomila abitanti.

Quali sono stati i problemi economici e come è variato il PIL in queste quattro Nazioni?

I loro modelli, particolarmente rigidi, hanno creato maggiori danni all’economia e al benessere dei cittadini? Hanno determinato una gestione critica delle attività sanitarie e condotto ad una gestione complicata e con disagio dei malati di patologie croniche e acute nei loro servizi sanitari?

Naturalmente la seconda domanda ha una risposta semplice perché il sistema sociale e sanitario sono stati appena sfiorati dal problema. Un impegno fondamentale, invece, è stato indirizzato all’eliminazione del rischio e alla identificazione dei positivi, alla separazione dei contatti e ad evitare, in qualsiasi modo, la diffusione dei contagi.

Non possiamo considerare, comunque, il mero dato economico come vantaggioso o meno del risultato ma deve essere inserito nella valutazione generale della libertà e del benessere generale della popolazione, delle condizioni di vita e di salute di tutta la popolazione in generale.

I fattori di costo e di danno devono essere anche considerati secondo altri parametri. Certamente i costi sanitari del Covid 19 (che vanno a creare Pil) sono elemento critico. Gli extra costi nei servizi e dei danni possibili per le patologie sofferte e le conseguenze che saranno possibili nel futuro dei malati e di chi è stato infettato, sono ulteriori elementi critici. I danni, malattie e perdite di operatori, al servizio sanitario sono ulteriori elementi critici che vanno sommati ai danni economici di chi ha avuto un numero elevato di decessi, che vanno considerati come danno sociale ed economico, e dei debiti che comunque si sono accresciuti nel periodo di gestione delle problematiche sociali e che comunque sono inseriti in valori incrementali del Pil.

 

Australia

La riduzione del PIL è del 4,2%

 

Nuova Zelanda

La riduzione del Pil è del 6,1%

 

Cina

Il Pil è cresciuto dell’1,9%

 

Repubblica di Corea (del Sud)

Riduzione del Pil 1,9%.

 

Come abbiamo premesso la valutazione economica è molto semplice e su un macrovalore come il Pil che può rappresentare, in forma indiretta, il disagio economico e i danni sociali prodotti dalla epidemia a livello mondiale.

Appare chiaro che gli interventi preventivi e radicali che sono stati messi in atto sono particolarmente vantaggiosi per il benessere dei cittadini, per la libertà individuale, per la sicurezza sociale e per la cura dei malati, acuti e cronici che si presentano annualmente.

Con la produzione del vaccino, reso disponibile in tempi rapidi rispetto ad ogni più rosea previsione, appare molto preoccupante immaginare che non si possa abbattere in modo imponente la diffusione epidemica e rendere più serene e vivibili la gestione e la relazione comunitaria nei mesi a venire.

Ma è necessario intervenire e perseguire obiettivi di grande rigore e correttezza gestionale della epidemia, che invece non appare essere condotta in modo adeguato e spesso appare priva di attenzione all’elemento principale, la prevenzione della diffusione infettiva.

Ancora oggi sono troppi gli operatori che si infettano e purtroppo anche i decessi e le malattie che ne conseguono.

Un sistema “premiante”, non quello dei colori, con numeri settimanali talmente elevati da rappresentare casistiche dell’intera epidemia in alcune Nazioni, potrebbe garantire una diversa tranquillità sociale e una ripresa economica più rapida e robusta, solida.

Non sono ammissibili disattenzioni nel tracciamento e separazione dei malati e dei contatti, proprio per impedire la diffusione di questa infezione, che non è stata certamente affrontata in modo adeguato e ne vediamo purtroppo i risultati.

La mortalità ha superato costantemente i 3000 casi settimanali e ha una tendenza a mantenere questo livello nonostante appaia (o sembri) che i casi siano in calo.

È evidente che qualcosa, tra la gestione del tracciamento e la sicurezza dei malati, non riduce la diffusione e i danni relativi.

La scelta, nei fatti, di rendere endemica l’epidemia, non va certo verso la sicurezza sanitaria e sociale e verso la garanzia di una ripresa rapida delle attività sociali in tranquillità e fiducia.

Si ribadisce la necessità di perseguire gli obiettivi che sono stati proposti in apertura di questo contributo.

Vorremmo vedere la curva tendere costantemente verso nessun decesso.

È molto più semplice (e meno costoso) evitare una malattia che doverla curare.

 

L’incendio va spento subito, non si può lasciar bruciare l’intera foresta.

 

Giuseppe Imbalzano – Medico

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

fra  sprazzi di  strategia, nuovo Erostrato, vecchie ( e deleterie) fedeltà, di Massimo Morigi

 Governo Draghi e  lotta alla pandemia fra  sprazzi di  strategia, nuovo Erostrato, vecchie ( e deleterie) fedeltà e sottomissioni  e povertà dell’attuale sovranismo

 

Di Massimo Morigi

 

 

In data 15 marzo 2020 sul nostro blog veniva pubblicato  Emergenza Coronavirus. Un appello (http://italiaeilmondo.com/2020/03/15/emergenza-coronavirus_un-appello/, Wayback Machine: http://web.archive.org/web/20210109122918/http://italiaeilmondo.com/2020/03/15/emergenza-coronavirus_un-appello/), un manifesto programmatico rivolto alle migliori e più consapevoli forze del paese, inteso non solo ad individuare le contromisure specifiche per uscire dall’attuale emergenza pandemica ma anche a precisare quelle contromosse strategiche per eliminare gli atavici problemi strutturali del nostro paese e che la pandemia non aveva fatto altro che acuire. Così concludeva l’ Appello: «Il coronavirus stesso è diventato un veicolo ed uno strumento di confronto e conflitto geopolitico. Gli aiuti sono estemporanei, limitati al momento al contributo della sola Cina, per altro in apparenza responsabile della diffusione del virus, interessati e soprattutto del tutto inadeguati alla necessità. Occorrono una autorità decisionale, una gerarchia, un coordinamento di sforzi che possano garantire non solo l’assistenza sanitaria, la limitazione della diffusione di un virus ancora di fatto sconosciuto, l’ordine pubblico. Non basta. Devono provvedere a rappresentare realisticamente la situazione, a ricostruire un tessuto economico con promozioni, sollecitazioni, incentivi ed interventi diretti a ricostruire le filiere produttive necessarie a garantire nel miglior modo possibile le forniture di sussistenza e i materiali sanitari minimi necessari ad affrontare l’emergenza. La nazione è ancora ricca delle capacità e competenze professionali ed imprenditoriali necessarie; sono da motivare, incentivare e coordinare. Il Governo e buona parte dei vertici istituzionali purtroppo stanno rivelando, pur in una condizione di straordinaria emergenza, la loro inadeguatezza e la loro scarsa autonomia decisionale, la loro permeabilità alle pressioni esterne. Una incertezza deleteria solo in parte comprensibile in una condizione di emergenza inusuale. Una condizione suscettibile di sviluppi e tentazioni inquietanti e dirompenti se non corretta da una attribuzione chiara di responsabilità ed obbiettivi ad organismi direttamente preposti alla gestione della crisi e sotto la diretta responsabilità politica della massima autorità dello Stato. Ai giuristi il compito di definire l’ambito di intervento compatibile e alla massima istituzione di porre in atto le decisioni e le strutture organizzative.». Ora le prime mosse del governo Draghi che è subentrato  al governo degli scappati di casa nel combattere la pandemia sembrano prendere la direzione indicata un anno fa dal nostro appello. Vediamo succintamente di articolare il giudizio che allo stato non può che rimanere sospeso e che disegna uno scenario illuminato da sprazzi di strategia ma ottenebrato dalle ombre  di vecchie e deleterie fedeltà e sudditanze. Ovviamente ottimo che si voglia far intraprendere alla campagna vaccinale un radicale cambio di passo irrorando col più micidiale diserbante le ridicole e truffaldine primule e  affidando il compito a chi professionalmente è formato a gestire le emergenze (protezione civile ed esercito), e ancor meglio che  si abbia avuto il coraggio di licenziare anche brutalmente chi, nelle migliori delle ipotesi, si è dimostrato incapace, pasticcione ed arrogante (non si fa il nome non tanto per paura di querele ma perché il magliaro in questione, fosse solo per la sua incredibile pasticcioneria e supponenza,  meriterebbe la pena di Erostrato, che noi, in mancanza di meglio, siamo i primi ad irrogare). Bene anche che, contro il parere dei vari virologi da pollaio e/o da salotto televiso, si sia presa la decisione di guerra di “sparare” nell’immediato, un immediato che ha tutte le terribili potenzialità di un annichilimento totale delle residue capacità economico-sociali della nazione, tutti i vaccini Pfizer disponibili per riservarsi poi solo in un secondo tempo ancora da definire ma, vista la scarsità delle scorte di questo vaccino, non i tempi indicati nel protocollo di somministrazione, la seconda dose. Insomma, la guerra si fa con i soldati che si hanno a disposizione e che devono essere tutti impiegati in una mobilitazione totale nella presente situazione di incombente disastro e non con quelli sognati nei propri deliri di onnipotenza (o di supponenza o di vera e propria cialtrona e predatoria malafede) e l’irrorazione col diserbante agente arancio dei virtuali campi di primule non è altro che, come si sta vedendo, l’inizio di una vera e propria campagna militare che mobilita tutte le forze dello Stato e della società contro l’agente patogeno. Bene anche che si minacci le case farmaceutiche di produrre in proprio i vaccini, anche se queste minacce di per sé non rimediano nell’immediato alla carenza di vaccini (nell’immediato, perché in una tempistica appena un po’ più dilatata è evidente che la faccenda potrà essere risolta solo con una produzione vaccinale nazionale dei vaccini  e quindi in questa dimensione temporale la minaccia è tutt’altro che insensata) ma male che non si affermi espressamente che in questo caso, come per altro in tutti i casi dove è implicata la sicurezza nazionale, i diritti sui brevetti devono valere meno di niente  (lo ha detto  invece la Chiesa cattolica, vedi Avvenire all’URL https://www.avvenire.it/mondo/pagine/vaccini-e-brevetti, Wayback Machine: https://web.archive.org/web/20210227080751/https://www.avvenire.it/mondo/pagine/vaccini-e-brevetti, qualche volta la Chiesa cattolica, anche perché negli ultimi anni vilmente attaccata dalle massime organizzazioni internazionali che la vorrebbero annullare politicamente e spiritualmente in nome di un degradato dirittoumanismo e criminale e geneticamente modificato multiculturalismo da laboratorio, sembra trovare, anche se solo reattivamente e rapsodicamente,  il vecchio smalto temporalista…). Ma, infine, male, anzi malissimo, che non si voglia ricorrere a vaccini, come il russo Sputnik in primo luogo ed anche il Sinovac cinese, che possano anche dare solo l’impressione che l’Italia abbia anche seppur timidamente  intrapreso una nuova politica estera informata alla consapevolezza che la realtà  dello scenario internazionale è improntata ad un sempre maggiore (e conflittuale) multipolarismo e che quindi le vecchie appartenenze  ed alleanze se interpretate meccanicamente e non tenendo presente la nuova dinamica multipolare sono la sicura ricetta verso il disastro. E se da questo punto di vista, il nuovo governo non dà proprio alcuna rassicurazione (meglio non irritare il buon zio Biden …), basti vedere non solo il discorso alla Camera del nuovo presidente del Consiglio di una così stretta ortodossia europeista e filoatlantica da denotare una sorta di vera e propria volontaria rimozione dal suo orizzonte di senso degli scenari post ’89 ma anche tutto il suo curriculum che proprio su questa rimozione è stato con successo costruito, danno ancor meno fiducia le c.d. forze sovraniste italiane, le quali quelle rappresentate in Parlamento o hanno de facto abbonato i vecchi scenografici furori o non riescono, pur mantenendoli, di animarli con contenuti adeguati mentre quelle non rappresentate in Parlamento, pur non avendo formalmente retoricamente abbandonato la loro causa, in quanto a mancanza di concrete linee operative alla luce del nuovo governo e della rinnovata lotta antipandemica non hanno ugualmente saputo elaborare una adeguata strategia di risposta  e a livello politico e a livello tecnico-operativo sul fronte delle realistiche e militarmente conformate proposte per combattere il virus. Insomma si è sentita da parte di costoro, dentro o fuori dal Palazzo, esalare la pur minima idea in merito alla necessità di sospendere l’efficacia dei brevetti e/o della dotazione e/o formazione di un nuovo complesso  politico-militare-industrale autonomo e veramente sovranista, ci si passi il termine tutt’altro in sé spregevole ma molto meno apprezzabile nella versione dei suoi aedi,  per combattere non solo la presente pandemia e anche le future, ma anche tutte le terribili sfide che ci presenta il presente mondo multipolare, un mondo dove le vecchie appartenenze e soggezioni rischiano di essere letali per il nostro paese? Il nuovo governo ci dischiude, quindi, inediti e dinamici scenari, caratterizzati dall’inizio di nuovi ed efficaci approcci strategici che convivono con la riconferma, rese semmai ancora più dure e tetragone visto il curriculum e le alte capacità del nuovo presidente del Consiglio, delle vecchie fedeltà e sottomissioni. Un quadro altamente contraddittorio dove, purtroppo, il morente e già vecchio sovranismo italiano non ha più assolutamente nulla da dire. E se per ora la tesi e l’antitesi sembrano politicamente  affidate solo all’abile e capace  (ma anche pericolosissimo, in ultima istanza) nuovo venuto alla politique politicienne (ovviamente non alla politica intesa nel senso del vero e reale esercizio del potere, a meno che non si sia tanto babbei da ritenere che un protagonista per tanti anni delle maggiori istituzioni finanziarie italiane ed internazionali possa essere definito con la ridicola parola di tecnico), per l’antitesi dobbiamo ritornare al nostro Emergenza Coronavirus. Un appello  di cui si è detto  all’inizio. Forse non è molto, forse dal punto di vista di una coerente filosofia della prassi, ai bei concetti e alle giuste parole manca la carne  viva di quelle che un tempo si sarebbero dette le masse. Ma vogliamo solo ricordare che nella politica le cose vanno un po’ come in biologia. In entrambi i casi si tratta di dialettiche dai tempi molto lunghi e similmente alla dialettica pandemica (che fra l’altro una ingenua mentalità vorrebbe  ora risolta in pochi mesi dagli iniziali giusti provvedimenti del governo mentre si tratterà di una vicenda di ben più lunga pezza e ci auguriamo di tutto  cuore che il nuovo presidente del Consiglio sia perfettamente consapevole di questa elementare verità, anzi ne siamo sicuri: anche  da qui l’efficacia ed anche la pericolosità del nuovo capace inquilino di Palazzo Chigi) anche quella politica, ora rinnovata e resa ancor più tumultuosa e contraddittoria dalla prima, dispiegherà le sue evoluzioni su tempi molto lunghi e del tutto imprevedibili nei loro drammatici frutti. E noi in tutte queste future evoluzioni contiamo di esserci e non solo da spettatori e proprio per questo rinnoviamo con ancor maggior forza e determinazione  l’appello già fatto un anno or sono.

I significati di una scelta_ di Giuseppe Germinario, Antonio de Martini, FF

Già dalle prime mosse Mario Draghi sta confermando la sua missione di “costruttore”. Con la nomina di Gabrielli a sottosegretario, di Curcio alla Protezione Civile, del generale Figliuolo a Commissario per l’emergenza Covid ha dato un bello scossone a tre degli apparati chiave così come si sono assestati in questi ultimi dieci anni. Ha concesso a man bassa posti di sottosegretario ed alcuni ministeri secondo le logiche da manuale Cencelli, ma ha mantenuto strettamente il controllo diretto o indiretto dei ministeri economici e della sicurezza; ha affidato alcuni ministeri chiave a politici di peso (Guerini e Giorgetti) dei due partiti più importanti, ma ne ha svuotate in parte le competenze di uno di essi. La defenestrazione di Arcuri e la mancata conferma di numerosi funzionari del governo precedente segnano probabilmente una svolta importante. Rappresentano l’inizio di un declino di un ceto manageriale e dirigenziale radicatosi progressivamente in quaranta anni e consolidatosi negli ultimi quindici. Una discesa che trascinerà con sè il partito che più ne è stato l’espressione e il fattore di coagulo e legittimazione; quel Partito Democratico ormai da anni in crisi di consenso, con una base elettorale stravolta rispetto alle origini, ma che rimane abbarbicato da più di venti anni e sostenuto dai centri di governo e di potere più stantii, con una funzione assertiva e un dinamismo talmente insufficiente da mettere a repentaglio la coesione interna del paese e l’utilità stessa della sua collocazione internazionale pur così remissiva ed accondiscendente. Devono essersene resi definitivamente conto anche a Washington e Londra soprattutto, ma anche più a malincuore a Berlino e Parigi. Non sarà solo il PD a pagare pegno. Man mano che saranno evidenti l’insulsaggine, i misfatti e la distruttività dell’azione del Governo Conte nella corrente emergenza sanitaria ed economica agli occhi della popolazione e nel ruolo internazionale, specie nel Mediterraneo, agli occhi dei centri di potere, l’acclamazione di Giuseppe Conte a salvatore del M5S rischierà di trasformarsi nella condanna definitiva all’estinzione del movimento durante una fase di competizione, simile per altro ad un abbraccio mortale, più che di occupazione di spazi complementari, con il suo alleato piddino. Un sodalizio che rischia di trasformarsi in un abbraccio mortale. Se questo schieramento sarà chiamato a pagare pegno nell’immediato, il futuro riserverà qualche sorpresa anche nel centrodestra, in particolare nella Lega. L’impegno dei tre commissari sarà probabilmente la prova generale per una riconfigurazione e un riordino dei poteri e della gestione dello Stato e soprattutto di una ridefinizione più chiara dei poteri dello stato centrale rispetto alle amministrazioni periferiche. L’intento sarà di porre fine alla surrettizia e logorante competizione sulle competenze tra Stato centrale e regioni e ad una definizione delle gerarchie più favorevole e funzionale allo Stato Centrale; scemerà con esso l’argomento con il quale si è alimentato il radicamento e la ragion d’essere della Lega e soprattutto potrà dissolversi l’equivoco di un partito proclamatosi nazionale ma con una classe dirigente in realtà ancora espressione di una parte geografica del paese. Tutto dipenderà dalla forza effettiva di Mario Draghi e dalle logiche geopolitiche che determineranno l’importanza e il ruolo dell’Italia nel contesto europeo e mediterraneo; quanto alla forza e alla consapevolezza dei centri interni al paese, tutto sembra muoversi ancora sotto traccia. Non è un buon segno. Ne vedremo comunque delle belle e soprattutto di drammatiche. Non sarà facile costruire o ricostruire sulle ceneri di questo sistema partitico i soggetti politici incaricati di garantire il “front-line”. Personaggi del calibro di Mario Draghi non devono e di solito non gradiscono rimanere troppo esposti per lungo tempo. Devono farlo in situazioni di emergenza; ma le emergenze per definizione vivono in tempi delimitati. Potrebbero quindi rimanerne prigionieri; non sarebbe la prima volta di una guerra lampo trasformatasi in guerra di posizione, se non in una disfatta_Giuseppe Germinario

SIGNIFICATI DI UNA SCELTA PRIMAVERILE, di Antonio de Martini
Mentre la macchina della disinformazione é occupata a “scaricare” il sig Domenico Arcuri sulle braccia dell’avvocato Conte e dei 5 stelle, ma io l’ho conosciuto a Invitalia nel 2005 come rappresentativo del giro “ Prodi& Co”,
vorrei fare un piccolo ragionamento sui significati del gesto di sostituire un borghese con un militare.
Il primo significato da dare a questo gesto é dimostrare che si vuole agire e liberarsi del malcontento generale provocato dalla pandemia e accentuato dalla “mala gestio” in specie della informazione al pubblico che non si é mai sentito rassicurato vedendo i propri leader rubare il ruolo ai rispettivi addetti stampa invece di contrastare coi fatti l’epidemia.
Gente che non rispetta il proprio ruolo, non può pretendere il rispetto altrui.
Il secondo significato é che Draghi ha dato dimostrazione di indipendenza decisionale rispetto al sistema dei partiti che lo ha nominato, prescindendo dai meriti o demeriti del sig Arcuri che altri giudicheranno.
Il terzo significato é stato il riconoscimento implicito che la sorgente della sovranità é la competenza e non il suffragio popolare.
Non conosco il generale Figliuolo, ma é incontestabile che sia stato scelto per la competenza che gli viene da studi rigorosi dove la logistica é materia di studio continuo ( Accademia, 2 anni; Scuola di applicazione 2anni; Scuola di guerra 3 anni) e dal ruolo ricoperto di ispettore logistico dell’Esercito: l’unica organizzazione in Italia a gestire oltre centomila uomini ( e numerosi ospedali) sparsi in una ventina di paesi.
Nel gesto e nella accettazione generale della decisione c’é anche qualche importante e sotteso significato politico e,segnatamente, l’inizio della fine della competenza regionale su un affare tanto serio quanto la salute dei cittadini.
La conquistata libertà di circolazione delle persone ( e merci) ha comportato libertà analoghe per bacilli, batteri, virus e contagi.
Che senso hanno ormai cambi di regolamenti sanitari ogni cento chilometri?Che senso ha una regione come il Molise, la Liguria, il Friuli o la Basilicata ?
La ripartizione regionale avrebbe avuto un senso se i confini avessero ricalcato le frontiere dei vecchi stati preunitari come ha fatto la Germania che si riunificò nello stesso periodo storico.
Gli attuali confini regionali possono al più avere contenuti folcloristici, ove esistenti, e gestire gli investimenti turistici, prima industria nazionale.
Le regioni andranno bene per festival della castagna secca e manutenzioni stradali ma gli standard mondiali e la diffusione delle seconde case – spesso site in altre regioni o stati- la pericolosa velocità dei contagi, chiedono dimensioni analoghe in termini di spazi, procedure e strutture.
Aspettare di giungere a settantamila morti perché si palesasse la presenza dello Stato, é peggio che un crimine: é un errore che farà saltare l’equilibrio sociale e politico della Nazione e se dicessi che mi dispiace non sarei sincero.
Il regionalismo e la politica politicante vanno verso le loro idi di marzo.
UN BRAVO FIGLIUOLO, di Antonio de Martini
Il presidente del Consiglio ha nominato a commissario straordinario per l’emergenza ( ormai permanenza ) Covid 19 , l’ispettore logistico dell’Esercito.
Ovviamente, il generale conosce perfettamente tutte le potenzialità dell’Esercito essendone il responsabile.
Ci voleva una delle menti più brillanti del paese per attivare al massimo livello le FFAA coinvolgendole nella pianificazione invece che nella sola servile esecuzione???
E nessuno mi leverà dalla testa l’idea che la nomina di Arcuri sia stata fortemente caldeggiata da qualcuno che poi ha raccomandato – per interposta persona si capisce- i fornitori che si sono ingrassati sulle spalle dei morti nostri e de li mortacci loro.
Punti interrogativi, di FF
“Mario Draghi è intervenuto in mattinata alla sessione Sicurezza e Difesa del Consiglio Ue, sottolineando l’importanza dell’autonomia strategica dell’Ue in un quadro di complementarietà con la Nato e di coordinamento con gli Usa” (ANSA).
Che significa? Nulla. Parlare di autonomia strategica della UE senza che vi sia alcuna strategia della UE è come pretendere di abitare in un palazzo che non esiste.
Quale sarebbe infatti il nemico dell’Europa se non quello scelto dall’America?
Quale sarebbe la sua politica estera?
Quale sarebbe la sua politica di difesa?
Chi comanderebbe?
Quale sarebbe la sua struttura logistica?
Quale sarebbe la sua forza anfibia?
Quale sarebbe la sua struttura di intelligence?
E l’opinione pubblica europea è forse disposta ad appoggiare una azione militare che potrebbe causare la morte di centinaia o migliaia di soldati europei?
Insomma, come potrebbe l’UE avere autonomia strategica se di fatto dipende del tutto dalla NATO, ossia dagli USA, anche solo per controllare i propri confini?
Peraltro, l’UE ora è priva dell’esercito britannico, in pratica l’unico esercito europeo in grado di svolgere delle “vere” missioni di combattimento (e la Gran Bretagna è pure l’unico Paese europeo che può trarre vantaggio dal sistema Echelon, controllato dagli USA, dalla Gran Bretagna, dal Canada, dall’Australia e dalla Nuova Zelanda).
Di fatto i Paesi europei, tranne per quanto concerne l’impiego di pochi reparti speciali, possono tutt’al più svolgere delle missioni di peacekeeping “sotto l’ombrello” della NATO. La stessa Francia può avere una certa autonomia strategica in Africa, ma nulla di più.
Insomma, il Proconsole si sta rivelando sempre più non uno stratega ma un abile tecnocrate al servizio del grande capitale occidentale, sia per quanto concerne la scelta di ministri e sottosegretari (cui nessuno sano di mente affiderebbe la gestione di un vespasiano), sia per quanto concerne la geopolitica.
In altri termini, si conferma che questo governo deve limitarsi ad eseguire un disegno politico-strategico deciso, almeno nelle sue linee essenziali, dagli incappucciati della finanza, sia pure secondo un’ottica euro-atlantista. E per realizzare un programma politico-strategico certo occorre competenza, ma non intelligenza politica e strategica.
In definitiva, la strategia – sia politica che economica – non è “affare” che riguardi il nostro Paese.

L’Europa dopo la pandemia, di Antonia Colibasanu

L’Europa dopo la pandemia

L’epidemia di COVID-19 ha fatto deragliare i piani dell’UE per il 2020.

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Nota del redattore: la seguente analisi è adattata dal libro di prossima uscita, “Contemporary Geopolitics and Geoeconomics”.

Per l’Unione Europea, due eventi avrebbero dovuto definire il 2020: la Brexit e l’imminente budget 2021-27, che include il cosiddetto Green Deal. Come la nuova leadership a Bruxelles ha annunciato all’inizio dell’anno, questi sviluppi avrebbero posto le basi per una nuova Unione Europea “geopolitica”. Renderebbero il blocco più forte, eliminando l’incertezza sulla perdita di un membro e trasformando l’economia per affrontare le sfide del 21 ° secolo. Dopo un decennio di instabilità, tutti in Europa hanno guardato alle visioni presentate dalla nuova Commissione europea e dal Parlamento europeo come un’opportunità per un nuovo inizio.

I motori di questa focalizzazione su quella che i francesi chiamano “autonomia strategica” – cioè il ripristino dell’indipendenza dell’Europa come attore economico, militare e politico – sono stati molteplici. Le relazioni tra gli Stati Uniti e l’Europa occidentale sono diventate sempre più tese da quando Washington ha iniziato a esercitare maggiori pressioni sugli stati membri della NATO per aumentare la loro spesa per la difesa nel 2009 per affrontare il crescente squilibrio dell’alleanza. Le operazioni della NATO in luoghi come la Libia hanno evidenziato quanto l’Europa dipendesse dagli Stati Uniti per la sua sicurezza. Nel 2014, al vertice del Galles, i membri della NATO hanno deciso di aumentare la loro spesa per la difesa nazionale al 2% della produzione economica entro un decennio. Ma per l’Europa occidentale, di fronte a una crisi economica che si è trasformata in una crisi esistenziale per l’UE, e non sentendo minacce credibili alla sicurezza nazionale,

Ma se il mondo non sembrava una minaccia militare dalla maggior parte delle capitali europee, negli anni 2010 ha iniziato a sembrare pericoloso in altri modi. Anni di acquisizioni cinesi di aziende e infrastrutture europee strategiche, furti di proprietà intellettuale e la crescita e la fiducia in forte espansione della Cina hanno portato l’UE nel 2019 a cambiare lo status di Pechino da “partner economico” a “concorrente strategico e rivale sistemico”. La dipendenza dall’energia russa le dava uno scomodo grado di leva. L’instabilità cronica in alcune parti del Medio Oriente e del Nord Africa potrebbe rivisitare la crisi dei migranti del 2015-16 nell’UE. E a cominciare dall’amministrazione Trump, il blocco è stato sempre più schiacciato dagli Stati Uniti e tra Stati Uniti e Cina. Dopo il ritiro degli Stati Uniti dall’accordo nucleare iraniano nel 2018, l’UE non poteva sostenere le sue relazioni commerciali con l’Iran anche se gli interessi economici dei suoi membri favorivano tali relazioni. La guerra commerciale USA-Cina ha aumentato costi e rischi per le multinazionali europee le cui catene di approvvigionamento di solito attraversavano uno o entrambi i paesi. Nel 2019, la Cina ha minacciato la Germania, la più grande economia europea, con tariffe punitive sulle auto per fare pressione su Berlino affinché consentisse alle telecomunicazioni cinesi Huawei di costruire l’infrastruttura 5G del paese. Washington ha regolarmente sventolato la minaccia delle tariffe automobilistiche per cercare di ottenere concessioni sul commercio, in particolare un accordo commerciale UE-USA. Persino la Russia ha vietato le importazioni di una vasta gamma di prodotti agricoli dalla Polonia dopo che l’UE ha imposto sanzioni nel 2014 per l’annessione della Crimea da parte della Russia. -La guerra commerciale cinese ha aumentato costi e rischi per le multinazionali europee le cui catene di approvvigionamento di solito attraversavano uno o entrambi i paesi. Nel 2019, la Cina ha minacciato la Germania, la più grande economia europea, con tariffe punitive sulle auto per fare pressione su Berlino affinché consentisse alle telecomunicazioni cinesi Huawei di costruire l’infrastruttura 5G del paese. Washington ha regolarmente sventolato la minaccia delle tariffe automobilistiche per cercare di ottenere concessioni sul commercio, in particolare un accordo commerciale UE-USA. Persino la Russia ha vietato le importazioni di una vasta gamma di prodotti agricoli dalla Polonia dopo che l’UE ha imposto sanzioni nel 2014 per l’annessione della Crimea da parte della Russia.

L’impatto della pandemia

La pandemia ha accelerato queste tendenze. Cina e Russia hanno sfruttato le prime divisioni dell’Europa inviando pubblicamente forniture mediche e medici nelle regioni più colpite. Dietro le quinte la Cina ha persino minacciato di frenare le forniture mediche ai Paesi Bassi in aprile per costringere il paese a riconsiderare la possibilità di cambiare il nome della sua ambasciata di fatto a Taiwan. A marzo, i tedeschi erano sconvolti dopo che sono emerse notizie secondo cui l’amministrazione Trump aveva tentato di acquistare i diritti esclusivi per un vaccino contro il coronavirus in fase di sviluppo da parte di un’azienda tedesca (rapporti che sia Washington che la società hanno negato).

Peggio ancora per l’UE, la pandemia ha riportato in superficie il nazionalismo. Sebbene l’UE possa vantare il più grande mercato comune del pianeta, manca di strategie o obiettivi condivisi. Anche prima della pandemia, l’avvio dei negoziati sul prossimo bilancio a lungo termine, il quadro finanziario pluriennale (QFP), stava ricordando a tutti la fragilità del sindacato, mettendo in luce le disparità tra ovest ed est e tra nord e sud. Gli stati membri del nord, che sono anche i più sviluppati, non erano disposti a pagare per lo sviluppo degli stati del sud. I vecchi Stati membri dell’ovest – Stati come Francia e Italia, anch’essi sotto stress economico – non erano disposti ad accettare che i nuovi arrivati ​​nell’est avessero bisogno di finanziamenti per lo sviluppo dell’UE più di loro.

Quando il coronavirus ha cominciato a diffondersi in Europa, la prima reazione degli Stati membri dell’UE è stata quella di chiudere i confini per prevenire afflussi di persone e deflussi di forniture mediche. La protezione della salute della popolazione era una prerogativa nazionale e Bruxelles poteva assumere solo un ruolo di gestione, contribuendo a creare strutture in cui gli Stati membri potessero condividere le risorse. All’inizio, questo sistema ha fallito. Le richieste di aiuto umanitario dell’Italia, il paese più colpito all’inizio, sono state accolte da Cina e Russia prima dei pari dell’Italia nell’UE. La situazione è cambiata nel giro di poche settimane e gli Stati membri dell’UE sono riusciti a coordinare le loro azioni per aiutarsi a vicenda, anche condividendo alcune scorte mediche, ma si è appresa la lezione che il protezionismo prevale quando è in gioco la sicurezza nazionale.

A luglio, dopo la fine della prima ondata di blocchi nazionali, gli Stati membri dell’UE hanno deciso di stanziare 750 miliardi di euro (920 miliardi di dollari) a un fondo di recupero, denominato “Next Generation EU”, per garantire la “sopravvivenza del progetto UE”. Lo scopo del fondo a breve termine è aiutare le economie europee più deboli a riprendersi dalla recessione seguita alla crisi sanitaria e, a lungo termine, aiutare a colmare i divari tra gli Stati membri più ricchi e quelli più poveri. Potrebbe anche segnare un punto di svolta per il blocco, poiché è la prima volta che gli Stati membri emetteranno sul mercato obbligazioni a livello di UE (i cosiddetti coronabond). Il fondo di recupero rappresenta anche una svolta per l’affidabilità creditizia di alcuni Stati membri e la sostenibilità dei loro rating del debito sovrano. Nello scenario più ottimistico, l’accordo potrebbe persino portare l’UE più vicina a diventare un’unione politica, poiché il lancio (riuscito) dei coronabond avrebbe avvicinato il blocco più che mai all’unione fiscale. L’euro potrebbe anche diventare una valuta di riserva e le banche centrali avrebbero accesso a una nuova serie di grandi obbligazioni liquide da acquistare. Altri cambiamenti drammatici includono la sospensione temporanea delle norme dell’UE su debito, deficit e aiuti di Stato; accesso a prestiti condizionati alla luce tramite il meccanismo europeo di stabilità; e l’accesso a un nuovo fondo di disoccupazione denominato SURE (Support to mitigate Unemployment Risks in an Emergency).

Nel complesso, il processo decisionale dell’UE durante la pandemia si è dimostrato flessibile e adattabile. Sebbene ci siano diversi passaggi da compiere prima che il fondo di recupero sia completamente formalizzato – i trattati dell’UE richiedono che i parlamenti degli Stati membri ratifichino l’accordo – Bruxelles ha portato a decisioni difficili. Alla fine, però, è il pubblico che deciderà cosa funziona e cosa no, e quanto velocemente l’economia si riprenderà. Prima l’UE si riunirà e inizierà la ripresa economica, maggiori saranno le possibilità che essa svolga veramente un ruolo geopolitico importante a livello globale.

Europa orientale 

In nessuna parte dell’UE la divergenza nelle prospettive strategiche differisce più che tra gli Stati membri occidentali e orientali. Stati come la Francia e l’Italia cercano le loro minacce alla sicurezza nel Mediterraneo e non trovano la Russia tra di loro, ma per stati come la Polonia e la Romania la Russia è inevitabile. Occupando la via di mezzo, la Germania considera la Russia un partner economico, pur riconoscendone l’aggressività.

Per l’Europa orientale, l’UE è stata un motore efficace per lo sviluppo economico. Ma sono gli Stati Uniti ad essere visti nell’Europa orientale come il principale alleato contro la Russia, con la quale la maggior parte dei membri dell’UE ha interessi diversi. Pertanto, poiché l’Europa occidentale e gli Stati Uniti si sono discostati sulle questioni di sicurezza, l’Europa orientale deve mantenere un atto di equilibrio tra Bruxelles e Washington. Anche la creazione di alleanze regionali sostenute dagli Stati Uniti come la Three Seas Initiative è diventata una parte importante della strategia di difesa dell’Europa orientale.

La pandemia ha esacerbato l’instabilità nella regione. Una guerra nel Caucaso e disordini legati alle elezioni in Bielorussia hanno confermato sia la debolezza della Russia che la sua aggressività. Allo stesso tempo, la pandemia ha convalidato l’idea che la linea di contenimento occidentale – o americana – contro la Russia si sia spostata dall’Europa centrale all’Europa orientale, che attualmente comprende un triangolo di accordi strategici con Stati Uniti, Polonia e Romania. A luglio, Washington ha annunciato l’intenzione di ritirare 12.000 truppe dalla Germania in quello che ha descritto come un riposizionamento strategico delle sue forze europee. Gli Stati Uniti stanno attualmente negoziando con Polonia e Romania su ulteriori spiegamenti, nonché su nuove linee di cooperazione.

Con così tanta parte dell’Europa orientale in continuo mutamento, le sfide che la regione deve affrontare diventano più chiare se ci concentriamo sugli ultimi sviluppi nelle regioni del Mar Baltico e del Mar Nero.

Regione del Mar Baltico

Per Estonia, Lettonia, Lituania e Polonia, la Russia è la principale minaccia alla sicurezza. La Russia ha condotto una guerra ibrida nella regione da prima del 2010, ma i suoi sforzi si sono intensificati dopo il 2014, quando la rivoluzione ucraina ha rafforzato la sensazione a Mosca di essere minacciata dall’Occidente. Considerando che la maggior parte della comunità russofona nei paesi baltici si affida ai media russi per ottenere informazioni, lo scenario più temuto dai governi baltici è che il Cremlino possa orchestrare o aggravare segretamente un incidente interno che coinvolge la comunità russofona per provocare una crisi. La Russia potrebbe quindi trarre vantaggio dai disordini che ne seguiranno e intervenire militarmente a difesa della minoranza russa.

In risposta, la Polonia ha lavorato per garantire la sua partnership strategica con gli Stati Uniti attraverso la firma in agosto di un accordo di cooperazione rafforzata in materia di difesa. Nel dicembre 2019, i tre stati baltici hanno deciso di istituire una brigata NATO congiunta con la Polonia come paese quadro, con l’obiettivo di rafforzare la prontezza del fianco orientale della NATO. Tutti i paesi della regione hanno integrato nuovi concetti nelle loro strategie di sicurezza nazionale che contrastano gli attacchi ibridi provenienti dalla Russia o altrove. Varsavia sta anche negoziando con Washington per ulteriori 1.000 soldati statunitensi da aggiungere ai già 4.500 di stanza nel paese.

In prima linea tra la Russia e l’Occidente, però, c’è la Bielorussia, che è stata duramente colpita dalla pandemia di coronavirus. Dopo anni di stagnazione economica, il presidente Alexander Lukashenko, che ha ricoperto la carica da quando il paese è diventato indipendente nel 1994, ha rifiutato di prendere misure contro COVID-19. Sebbene il paese di oltre 9 milioni di persone avesse oltre 70.000 casi e oltre 700 morti entro la fine di settembre, Lukashenko ha tenuto duro, negando la gravità del virus e aggrappandosi al suo potere. In mezzo a questa crisi, il paese ha tenuto le elezioni ad agosto che Lukashenko vinse in circostanze dubbie, scatenando proteste persistenti e su vasta scala. Inaugurato per il suo nuovo mandato a fine settembre, Lukashenko è ancora al potere, ma Mosca può fare poco per migliorare la situazione.

La Polonia e gli altri stati baltici vedono la situazione in Bielorussia come un’opportunità per tirare il paese fuori dalla sfera di influenza russa e trascinarla in quella occidentale. Tuttavia, sebbene la Polonia e la Lituania abbiano sostenuto l’opposizione bielorussa, c’è poco altro che possono fare – non solo a causa della minaccia dalla Russia, ma anche a causa delle loro difficoltà socioeconomiche e della mancanza di strumenti specifici per aiutare l’economia bielorussa . La Bielorussia ha cercato per anni di stringere legami più stretti con l’UE, ma dipende ancora troppo dalla Russia per farlo, soprattutto dall’energia. La sfida principale per la Polonia e gli Stati baltici è che l’ambiente politico ed economico instabile della Bielorussia si estenderà all’Ucraina.

Regione del Mar Nero

La regione del Mar Nero è un punto critico tra l’Occidente, la Russia e il Medio Oriente. È stato il sito di due recenti operazioni di combattimento terrestre russe, nel 2008 e nel 2014, ed è un’area di transito critica per l’accesso marittimo russo alla Siria. Dal 2014 la Russia ha ampliato e modernizzato la sua flotta del Mar Nero. La flotta include ora nuovi sottomarini e fregate diesel con capacità di missili da crociera, nonché dispiegamenti di risorse di difesa aerea e costiera in Crimea. La Russia ha anche dispiegato truppe di terra aggiuntive nel suo distretto militare meridionale, che si estende tra il Mar Nero e il Mar Caspio e nel Caucaso settentrionale.

La Turchia, d’altra parte, aspira a diventare una potenza importante in Medio Oriente e oltre attraverso la sua politica neo-ottomana. Si è impegnata in una modesta cooperazione con la Russia in Medio Oriente in un momento in cui i legami di Ankara con Washington e le principali capitali europee si stanno logorando. La Russia ha anche acquisito maggiore influenza con la Turchia (e potenzialmente la Bulgaria) attraverso il suo gasdotto TurkStream. Nel frattempo, gli Stati Uniti stanno cercando di lasciare il Medio Oriente, ma non possono ignorare gli sviluppi intorno al Mar Nero. E a causa della pandemia, la regione è in continuo mutamento. Ha indebolito le economie sia della Russia che della Turchia, rendendole solo più attente ai potenziali pericoli nelle loro terre di confine. La crisi nel Nagorno-Karabakh ne è un esempio.

Date le sue relazioni instabili con la Turchia, gli Stati Uniti hanno posto maggiormente l’accento sulle loro relazioni militari con la Romania. La base aerea di Mihail Kogalniceanu vicino a Constanta, inizialmente una base di transito per le operazioni militari statunitensi in Afghanistan, ha acquisito importanza negli ultimi anni poiché gli Stati Uniti hanno intensificato la loro partecipazione alle esercitazioni regionali. Anche il porto di Constanta sul Mar Nero ha ricevuto visite periodiche da navi statunitensi. Questa tendenza è stata accelerata dai recenti eventi nel Caucaso e dal potenziale di nuovi problemi nella regione (ad esempio, la transizione al potere in Moldova, dove un candidato pro-UE ha sconfitto l’incumbent filo-russo) o in Asia centrale.

All’inizio di ottobre, gli Stati Uniti e la Romania hanno firmato una roadmap decennale per la cooperazione in materia di difesa e un accordo di finanziamento da 8 miliardi di dollari per la modernizzazione della centrale nucleare di Cernavoda. Gli Stati Uniti hanno anche annunciato un altro accordo di finanziamento da 7 miliardi di dollari per modernizzare e completare le infrastrutture stradali e ferroviarie che collegano i mari Nero e Baltico. Poi, alla fine di ottobre, gli Stati Uniti e la Bulgaria hanno firmato un memorandum d’intesa sulla cooperazione nucleare, indicando che la Bulgaria probabilmente utilizzerà la tecnologia statunitense per sviluppare il suo reattore nucleare di Kozloduy. I due paesi hanno anche firmato un accordo sulla sicurezza 5G. Sebbene non sia stato menzionato il progetto nucleare bulgaro di Belene, attualmente in fase di sviluppo con la Russia, questi annunci indicano i passi intrapresi dagli Stati Uniti per limitare l’influenza russa nella regione. Infatti, 

Conclusioni 

È ancora troppo presto per sapere come sarà il futuro post-pandemia dell’Europa orientale. Ma possiamo già vedere tre cambiamenti che prendono forma che avranno un impatto sull’equilibrio di potere regionale.

In primo luogo, aumenterà l’impegno degli Stati Uniti nella regione. Considerati i crescenti legami con la Polonia e la Romania, gli Stati Uniti probabilmente assumeranno un ruolo più importante nella governance regionale. Ciò presenterà nuove opportunità di sviluppo economico e riforme strutturali che potrebbero portare a un’ulteriore integrazione nella grande regione dell’Europa orientale, dal Mar Baltico al Mar Nero. Allo stesso tempo, tuttavia, aumenterà anche il potenziale di resistenza in aree e settori in cui l’influenza russa è forte.

In secondo luogo, la sovranità economica dell’UE aumenterà. Il mercato comune è il fondamento del blocco e con la crescita del protezionismo in tutto il mondo, in particolare negli Stati Uniti e in Cina, i suoi stati membri probabilmente guarderanno a Bruxelles per imporre misure protezionistiche per abbinare quelle introdotte da altre potenze globali. Considerando che i paesi dell’Europa occidentale e orientale hanno interessi economici diversi, queste misure potrebbero dividere il blocco. Se, tuttavia, i suoi membri raggiungono un raro accordo su come imporli, potrebbero effettivamente trasformarsi in un primo passo verso una maggiore unità politica.

In terzo luogo, il settore energetico rimarrà fondamentale per l’integrazione e la stabilità dell’UE. L’UE non ha rinunciato al Green Deal. Al contrario, il supporto sembra essere cresciuto. Il Green Deal sostiene la parità di accesso alle moderne infrastrutture energetiche per tutti i membri dell’UE, il che è particolarmente importante durante le crisi come quella che l’Europa sta attualmente affrontando. Tuttavia, il Green Deal riconosce anche il divario tra Europa orientale e occidentale quando si tratta di energia. Sembra che alcuni paesi dell’Europa orientale – vale a dire Polonia, Romania e Bulgaria – abbiano cercato negli Stati Uniti, invece che nei loro vicini a ovest, un sostegno per modernizzare la loro produzione di energia nucleare. Progetti come Nord Stream 2 e Turkish Stream hanno anche diviso il continente.

La sfida più grande dell’Europa resta la polarizzazione, in particolare delle sue nazioni orientali. È probabile che il divario tra aree rurali e urbane e tra classi si approfondisca man mano che la pandemia continua. L’anarchismo diventerà una minaccia crescente, poiché intere aree all’interno di questi stati potrebbero diventare ingovernabili.

Ma man mano che queste sfide diventano più chiare, potrebbe crescere anche l’apertura alla riforma. I leader dovranno adattarsi alle nuove realtà e trovare modi creativi per colmare le lacune, sfruttando il progresso tecnologico disponibile. L’Europa orientale dispone delle risorse umane necessarie per sostenere il progresso tecnologico, ma resta da vedere quanta di quella creatività e adattabilità si tradurrà in ristrutturazione politica e se alla fine porterà a un cambiamento positivo per la regione.

tratto da https://geopoliticalfutures.com/europe-after-the-pandemic/

La geopolitica della distribuzione dei vaccini, Di Alex Berezow

La geopolitica della distribuzione dei vaccini

Le inoculazioni sono uno sviluppo positivo, ma il pubblico dovrebbe moderarne l’eccitazione.

Di: Alex Berezow

L’azienda farmaceutica americana Pfizer, in collaborazione con l’azienda tedesca BioNTech, ha sorpreso il mondo quando ha annunciato che il suo vaccino contro il coronavirus ha mostrato un’efficacia del 90% nella prevenzione del COVID-19. Giorni dopo, un’altra azienda americana chiamata Moderna ha annunciato che il suo vaccino era efficace quasi al 95%. E poco dopo, AstraZeneca ha annunciato che il suo vaccino era efficace dal 62% al 90%. La Food and Drug Administration degli Stati Uniti impone che i vaccini siano efficaci almeno al 50% per ottenere l’autorizzazione all’uso di emergenza e la maggior parte degli osservatori non si aspettava che i candidati vaccini avessero prestazioni migliori di così. I risultati riportati, quindi, sono stati una piacevole sorpresa che ha entusiasmato allo stesso modo governi e mercati.

L’entità di questo risultato non può essere sopravvalutata. In genere, la tempistica dall’inizio all’approvazione normativa di un nuovo farmaco è di circa 10 anni. Dopo aver ricevuto l’approvazione, le aziende farmaceutiche si preparano per la produzione di massa, che a sua volta potrebbe richiedere un altro decennio. Tuttavia, grazie a una combinazione di fattori – programmi governativi come Operation Warp Speed, approvazione normativa accelerata e cooperazione globale senza precedenti – i primi lotti di un vaccino COVID-19 da una fonte affidabile verranno consegnati in meno di un anno. (Anche Cina e Russia affermano di aver creato vaccini, ma dati e trasparenza insufficienti rendono la maggior parte degli scienziati occidentali scettica sulla loro efficacia e sicurezza.)

Anche così, l’entusiasmo del pubblico è prematuro. Mancano mesi prima che la stragrande maggioranza delle persone, inclusi gli americani, possa aspettarsi di ricevere il colpo tra le braccia. L’ostacolo immediato è ottenere l’approvazione della FDA. Sebbene l’approvazione dovrebbe richiedere circa tre settimane poiché gli esperti governativi esaminano attentamente i dati, il processo potrebbe richiedere più tempo. Secondo il dottor Henry Miller, un collega presso il Pacific Research Institute e direttore fondatore dell’Office of Biotechnology della FDA, la FDA è preoccupata per la coerenza nella produzione del vaccino. In altre parole, la FDA vuole sapere se le aziende possono produrre lotto dopo lotto che soddisfano determinate misure di controllo della qualità, come potenza e purezza. Entro la fine di dicembre, Moderna prevede di avere 20 milioni di dosi, Pfizer 50 milioni di dosi e AstraZeneca 200 milioni di dosi. Quindi, alcune persone dovrebbero ricevere i colpi prima della fine del 2020 (il regime richiede due iniezioni a un mese di distanza, il che significa che il numero di persone immunizzate è la metà del numero di dosi). Entro la fine del 2021, dovrebbero esserci miliardi dosi disponibili da tutte le aziende combinate.

La corsa a un vaccino contro il coronavirus
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Ma la produzione è solo uno dei rompicapi. Un altro è la distribuzione, che in realtà è un duplice problema: (1) il vaccino di Moderna deve essere mantenuto congelato durante l’immagazzinamento e la spedizione a lungo termine, ma il vaccino di Pfizer deve essere mantenuto a una temperatura enorme di -94 gradi Fahrenheit (-70 gradi Celsius) spedizione; e (2) non è né eticamente né strategicamente chiaro chi dovrebbe ricevere i vaccini per primo.

Il dilemma della distribuzione

Il motivo per cui il tuo negozio di alimentari locale contiene cibo relativamente fresco dall’altra parte del pianeta è a causa di qualcosa noto come “catena del freddo”, una serie di contenitori refrigerati che consentono di spedire cibo deperibile senza rovinarsi. Molti farmaci e soprattutto i vaccini richiedono la stessa cosa. Tuttavia, il vaccino di Pfizer, che consiste in una molecola contenente informazioni instabile chiamata RNA racchiusa in una bolla di grasso altrettanto instabile, richiede una conservazione a -94 F (-70 C). In generale, solo i laboratori di ricerca possiedono congelatori che raffreddano; farmacie e ospedali no. La soluzione di Pfizer è fornire contenitori speciali che possono essere imballati con ghiaccio secco per mantenere la temperatura richiesta, ma una volta che il vaccino è stato rimosso e posto all’interno di un normale frigorifero, la durata è di cinque giorni. Il vaccino Moderna può essere conservato e spedito a -4 F e ha una durata di 30 giorni nei frigoriferi regolatori, quindi rappresenta una sfida logistica molto più piccola . Il vaccino di AstraZeneca è il più facile da distribuire, poiché può essere spedito alla normale temperatura di refrigerazione di 36-46 F e conservato sullo scaffale per sei mesi.

Coronavirus | Confronto tra potenziali vaccini
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La questione di chi riceve il vaccino per primo si svolgerà inizialmente a livello internazionale. I paesi che hanno effettuato ordini di acquisto saranno i primi a riceverli. Ad esempio, secondo Mint , l’Unione Europea si è assicurata 200 milioni di dosi (con un’opzione per 100 milioni in più) per il vaccino Pfizer, il Giappone 120 milioni di dosi, gli Stati Uniti 100 milioni di dosi (con un’opzione per altri 500 milioni) e nel Regno Unito 30 milioni di dosi. Se tutte le opzioni vengono esercitate, Pfizer semplicemente non può soddisfare tale domanda nemmeno entro la fine del 2021, il che potrebbe significare che i paesi ricchi combatteranno tra loro su chi ottiene quale lotto e quando. Gli Stati Uniti hanno già un rapporto teso con l’Europa e una lotta per i lotti di vaccini metterebbe più stress su una fragile relazione transatlantica, soprattutto perché il paese che riceve la maggior parte delle dosi di vaccino ha più probabilità di migliorare la sua economia il più rapidamente. Poiché Moderna, AstraZeneca e altre società produrranno anche vaccini, queste tensioni possono essere allentate in qualche modo, anche se qualunque paese funge da “casa” di un’azienda sarà probabilmente sottoposto a notevoli pressioni per fornire prima i vaccini ai compatrioti. Quest’ultimo punto è complicato dal fatto che alcune di queste società sono entità multinazionali e hanno “case” in diversi paesi in tutto il mondo.

Mentre i paesi ricchi se la cavano, il resto del mondo dovrà aspettare. Il denaro non risolve tutto. Le sfide logistiche poste dalla catena del freddo rendono quasi impossibile fornire un vaccino in una regione con infrastrutture scadenti e elettricità inaffidabile. Le lacune nella catena del freddo, cioè i periodi in cui il vaccino non è conservato alla giusta temperatura, distruggerebbero il vaccino. (Questo per non parlare di attività criminale. Ognuno è un potenziale bersaglio di imprese criminali che offrono vaccini falsi, ovviamente, ma i paesi più poveri sono i più sensibili dal momento che la consegna di vaccini legittimi potrebbe richiedere mesi se non anni.)

Internamente, i paesi dovranno affrontare le preoccupazioni politiche interne sull’assegnazione dei vaccini. Negli Stati Uniti, c’è tensione tra agenzie federali come i Centers for Disease Control and Prevention e governi statali sul numero di dosi che ogni stato riceverà. L’amministrazione Biden entrante sarà sottoposta a pressioni tremende per fornire prima i vaccini agli americani, indipendentemente da eventuali obblighi contrattuali che le aziende potrebbero avere. Se necessario, il presidente e il Congresso possono essere coinvolti, annullando i contratti delle società farmaceutiche in nome della sicurezza nazionale.

Dopo di che, ci sono decisioni etiche e strategiche da prendere su chi riceve il vaccino per primo. Lo stato di Washington, ad esempio, ha proposto tre fasi di distribuzione : in primo luogo, fornitori di assistenza sanitaria in prima linea, primi soccorritori e popolazioni vulnerabili (come quelli con condizioni di salute sottostanti o residenti di strutture di assistenza a lungo termine); secondo, la comunità generale; e terzo, colmare eventuali “lacune” nell’accesso ai vaccini (come nelle comunità più povere). È probabile che molti altri stati utilizzino una strategia simile.

C’è anche la questione dell’efficacia del vaccino. In poche parole, alcuni vaccini sono migliori di altri. Ricorda che i vaccini prodotti da Pfizer e Moderna sono efficaci al 95%, ma quelli di AstraZeneca sono efficaci solo dal 62% al 90%. Chi ottiene il vaccino meno efficace? E chi prende questa decisione?

The Amazing Race

Le nazioni più povere hanno maggiori probabilità di ottenere un vaccino contro il coronavirus per ultime. Ma c’è spazio per l’ottimismo poiché molte altre aziende continueranno a sviluppare vaccini contro il coronavirus. La maggior parte, come quella prodotta da AstraZeneca, non richiederà l’estrema catena del freddo di cui ha bisogno il vaccino Pfizer. Inoltre, AstraZeneca si è impegnata a rinunciare ai profitti fino alla fine della pandemia . L’azienda sta anche lavorando con organizzazioni non governative come la Bill & Melinda Gates Foundation per fornire vaccini ai paesi in via di sviluppo.

La domanda sulla distribuzione globale dei vaccini si è quindi spostata da se a quando. Ma i vaccini arriveranno in tempo per prevenire ulteriori danni economici e disordini sociali? I ritardi dei vaccini potrebbero creare o aggravare i rischi di insolvenza nei paesi più poveri, con il contagio finanziario che si diffonde ai paesi più ricchi. Molte persone non sono più disposte a tollerare i blocchi. In tutta Europa i cittadini stanno protestando contro ulteriori misure di sicurezza, con manifestazioni in Italia che sono diventate violente la scorsa settimana.

Gli effetti accessori dei blocchi hanno creato anche altri reclami contro i governi. In molti luoghi, famiglie e coniugi sono stati separati a causa della chiusura delle frontiere e delle politiche di immigrazione arbitrarie. In Indonesia, ad esempio, le coppie binazionali non sposate non possono ricongiungersi, ma gli stranieri anziani possono entrare come turisti nonostante il fatto che le persone anziane siano le più probabilità di morire di coronavirus. Queste politiche hanno portato il governo indonesiano ad essere inondato di denunce di cittadini arrabbiati. Rivelano la tensione tra le preoccupazioni per la salute pubblica, l’economia e il tessuto sociale e non è chiaro se possano essere migliorate fino a quando un vaccino non sarà completamente distribuito.

In effetti, poche società sono disposte a controllare il virus a costo di strappare il tessuto sociale. Il coronavirus ha rivelato un’immensa tensione tra i pilastri economici e sociali della nostra società. I governi non hanno buone opzioni. Alcuni saranno tentati di reimporre i blocchi, giustificandoli con l’affermazione che saranno allentati non appena sarà disponibile un vaccino. Ma questa è una falsa rassicurazione. Per i cittadini dei paesi ricchi, mancano ancora mesi alla vaccinazione diffusa. Per i cittadini dei paesi poveri, la vaccinazione diffusa potrebbe essere lontana anni. Un pubblico irrequieto non tollererà blocchi indefiniti fino al 2021 ei governi che cercano di imporli dovrebbero essere preparati a disordini civili.

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