L’Arabia Saudita ha costruito la sua sicurezza su rotte di esportazione ridondanti, sulla protezione americana e su una strategia diplomatica di copertura. Il pericolo ora è che ciascuno di questi livelli venga messo alla prova contemporaneamente.
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Le elezioni regionali tedesche mostrano l’espansione del consenso dell’AfD, mentre Friedrich Merz si trova ad affrontare una combinazione sempre più difficile: debolezza industriale, insoddisfazione degli elettori e una coalizione di governo che fatica a tradurre le politiche in autorità politica.
Il problema politico della Germania sta diventando più grande di Friedrich Merz.
Per decenni, la Repubblica Federale si è costruita attorno a un centro politico insolitamente stabile. I governi sono cambiati, le coalizioni si sono modificate e le personalità si sono succedute, ma la struttura generale è rimasta invariata. La CDU/CSU e l’SPD hanno dominato la politica nazionale perché rappresentavano ampie coalizioni sociali ancorate a un’economia in grado di generare occupazione industriale, un tenore di vita in crescita e un margine di manovra fiscale sufficiente ad assorbire i disaccordi politici.
Quell’architettura si sta indebolendo.
Le elezioni regionali di settembre non stabiliscono cosa farà la Germania alle prossime elezioni federali. Rivelano, tuttavia, la portata delle pressioni che si accumulano sotto il suo tradizionale sistema partitico. L’avanzata dell’AfD non può più essere spiegata come una protesta isolata concentrata in una manciata di collegi elettorali orientali. Lo sviluppo più significativo è la simultanea erosione dei partiti che un tempo organizzavano la vita politica tedesca.
I numeri dietro lo shock Nel Meclemburgo-Pomerania Anteriore, l’AfD ha ottenuto circa il 38% dei voti, mentre la CDU di Merz è scesa al 4,9%, perdendo la rappresentanza nel parlamento regionale. A Berlino, Die Linke si è classificata prima con il 25,7%; la CDU è scesa al 18,8%, mentre l’AfD è salita al 16,3%, con un incremento di 7,2 punti percentuali rispetto alle elezioni precedenti.
Questi risultati fanno seguito alle elezioni del 6 settembre in Sassonia-Anhalt, dove l’AfD ha ottenuto il 43,8% dei voti contro il 17,2% della CDU.
L’andamento generale corrisponde ai sondaggi nazionali, anziché contraddirli. Un sondaggio INSA condotto tra il 14 e il 18 settembre ha rilevato che l’AfD si attestava al 29% a livello nazionale e la CDU/CSU al 20%. Il sondaggio DeutschlandTrend di ARD di settembre ha registrato l’AfD al 27% e l’Unione al 21%. I sondaggi sono istantanee, non previsioni, ma la discrepanza dimostra che i risultati regionali si collocano in un contesto di più ampio cambiamento del sentimento politico.
Il documento allegato individua correttamente il significato politico del Meclemburgo in particolare: la CDU, che un tempo considerava lo stato natale di Angela Merkel un territorio familiare, è ora scesa sotto la soglia parlamentare, mentre Berlino ha inflitto un’altra sconfitta in un contesto elettorale molto diverso.
Un’economia in ripresa, ma non ancora rassicurante Sarebbe impreciso descrivere l’economia tedesca semplicemente come in collasso.
Il PIL è cresciuto dello 0,3% nel secondo trimestre, risultando superiore dell’1% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. La Bundesbank continua a descrivere l’economia come in fase di ripresa, sebbene preveda un temporaneo rallentamento della crescita nel terzo trimestre.
Ma il PIL nominale oscura il problema politico.
La produzione industriale è diminuita dell’1,1% a luglio, rimanendo inferiore dell’1,6% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. La produzione automobilistica ha subito un calo particolarmente marcato nel corso del mese, sebbene anche le chiusure temporanee degli stabilimenti abbiano contribuito a tale diminuzione. Nel secondo trimestre, inoltre, l’occupazione in Germania è risultata inferiore di 212.000 unità rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente.
Nel frattempo, l’inflazione ha raggiunto il 2,9% ad agosto, con i prezzi dell’energia superiori del 10,5% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente.
Il risultato è un quadro politico-economico insolito: gli indicatori aggregati suggeriscono una ripresa graduale, mentre importanti gruppi di interesse continuano a percepire insicurezza in merito a industria, occupazione, energia e costi per le famiglie.
Questa distinzione è importante. I governi non basano le loro campagne elettorali sulla ripresa statistica, bensì sulla percezione degli elettori riguardo al miglioramento delle condizioni che li circondano.
Il problema di autorità di Merz Il pericolo immediato per Merz non è quindi semplicemente un altro risultato elettorale deludente. È piuttosto l’emergere di un divario di credibilità tra il programma di riforme del governo federale e la valutazione che l’elettorato ne dà.
Solo il 15% degli intervistati nel sondaggio ARD DeutschlandTrend di settembre si è dichiarato soddisfatto della coalizione di governo. Il gradimento per l’operato politico di Merz si è attestato al 13%.
Merz ha risposto insistendo sul fatto che il suo governo proseguirà con le riforme economiche e sociali anziché invertire la rotta. Non è emersa alcuna sfida formale alla leadership e le speculazioni su figure come Markus Söder o Hendrik Wüst non devono essere confuse con un’imminente successione.
Questa precisazione è importante. La questione politica non è semplicemente se la CDU cambierà il suo leader. La bozza allegata indica già il problema più profondo: cambiare il volto al vertice non cambia automaticamente i vincoli politici che si trovano ad affrontare chiunque occupi la cancelleria.
La Germania deve gestire contemporaneamente la debole competitività industriale, l’elevato costo dell’energia, la pressione demografica sul suo stato sociale, le maggiori spese per la difesa e la crescente frammentazione delle dinamiche politiche all’interno delle coalizioni. Un nuovo cancelliere si troverebbe ad affrontare la stessa situazione.
La conseguenza europea Ciò fa sì che l’instabilità interna della Germania sia qualcosa di più di una semplice questione tedesca.
Per gran parte della storia dell’Unione Europea, Berlino ha fornito il peso politico e finanziario necessario per trasformare compromessi difficili in politiche concrete. Un governo tedesco preoccupato della propria sopravvivenza elettorale ha meno margine di manovra per svolgere questa funzione.
Tale limitazione si sta già manifestando. I funzionari europei temono che l’indebolimento della posizione di Merz possa complicare i negoziati sul bilancio UE proposto di 2.000 miliardi di euro per il periodo 2028-2034.
Lo sviluppo più profondo non consiste quindi semplicemente nell’ascesa di un partito.
Si tratta della crescente incapacità del centro politico tedesco di conciliare il modello economico ereditato, gli impegni strategici assunti e l’elettorato che deve ancora persuadere.
I successi dell’AfD sono una delle manifestazioni di questo divario crescente. La vittoria di Die Linke a Berlino ne è un’altra.
La mappa politica tedesca si sta frammentando in diverse direzioni perché, prima di tutto, si sta frammentando il consenso su cui si basa.
E questo potrebbe rivelarsi ben più rilevante per l’Europa rispetto al destino di qualsiasi singolo cancelliere tedesco.
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Bob Hickok analizza come l’ascesa dell’AfD si stia inserendo nella più ampia rivolta multipolare contro l’ordine politico atlantista.
I recenti successi dell’AfD l’hanno spinta ancora più al centro del dibattito politico tedesco, con risultati positivi nell’Est, un crescente consenso a livello nazionale e rinnovati scontri su immigrazione, energia, Russia e limiti del “muro di fuoco” politico del Paese. Da una prospettiva multipolare, l’ascesa dell’AfD è significativa perché mette in discussione il consenso post-Guerra Fredda sull’allineamento della Germania con Washington, Bruxelles e il sistema atlantista, e solleva la questione se Berlino possa perseguire un ruolo più indipendente tra i centri di potere globali in competizione.
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Nei sondaggi nazionali, l’AfD è ormai stabilmente in vantaggio sulla CDU (Unione Cristiano Democratica, il partito del Cancelliere Merz). I sondaggi pubblicati a metà settembre la davano tra il 27 e il 30% , mentre l’Unione si attestava perlopiù tra il 18 e il 20% . L’INSA attribuiva all’AfD il 29% il 15 settembre, contro il 19,5% della CDU; il GMS la dava al 30%. I sondaggi sono istantanee, non elezioni, ma il quadro che emerge da diversi istituti è chiaro: l’AfD ha superato la posizione di grande partito di protesta ed è entrata in competizione per il primo posto a livello nazionale. Persino la Bassa Sassonia, lontana dalla roccaforte orientale dell’AfD, ha prodotto un altro risultato sorprendente il 13 settembre. Il partito ha ottenuto il 15,9% alle elezioni comunali dello stato, più del triplo rispetto al 2021, superando i Verdi e diventando la terza forza politica. A Salzgitter, è diventato il partito più grande nel consiglio comunale con il 27,39%.
La prossima prova arriva quasi subito. Il Meclemburgo-Pomerania Anteriore e Berlino voteranno il 20 settembre. Il Meclemburgo-Pomerania Anteriore potrebbe riservare un altro risultato sorprendente nell’est, sebbene gli ultimi sondaggi si siano fatti molto più serrati. Un sondaggio INSA pubblicato il 16 settembre dava l’AfD al 37% e l’SPD (Partito Socialdemocratico) al 35%. Un sondaggio ZDF pubblicato il giorno successivo ha ribaltato la situazione, portando l’SPD al 37% e l’AfD al 36%, con il 21% degli intervistati ancora indecisi. Il cambiamento riflette la popolarità personale della leader dell’SPD Manuela Schwesig, così come i tentativi degli elettori di altri partiti di concentrarsi su di lei. La CDU, nel frattempo, si attesta intorno al 6-7% nei sondaggi e si trova di fronte alla straordinaria possibilità di faticare a rimanere nel parlamento regionale. Il candidato dell’AfD, Leif-Erik Holm, ha incentrato la sua campagna elettorale sui temi del costo del carburante, della sanità, della stagnazione economica e degli interessi regionali. Qualunque sia il risultato finale, un voto per l’AfD intorno al 35% rappresenterebbe un cambiamento radicale rispetto al 16,7% ottenuto nel 2021.
A Berlino la situazione è diversa, ma correlata. Lì l’AfD non è in testa, ma l’ultimo sondaggio ARD BerlinTrend la dava al 18%, dietro alla Sinistra al 21% e alla CDU al 20%, e davanti ai Verdi al 16% e all’SPD al 12%. Il tema degli alloggi e degli affitti ha dominato la campagna elettorale più dell’immigrazione. L’AfD ha collegato la carenza di alloggi a Berlino in parte alla crescita demografica dovuta all’immigrazione. L’importanza di Berlino risiede meno in una vittoria dell’AfD che nel crollo della vecchia geometria partitica. CDU, SPD, Verdi, Sinistra e AfD sono ora ammassati in un sistema politico in cui la formazione di governi senza uno dei partiti maggiori può richiedere coalizioni sempre più complesse e bizzarre.
La risposta del cancelliere Merz si è fatta più dura con l’affermarsi dell’AfD. Dopo le elezioni in Sassonia-Anhalt, ha accusato il partito di sostenere politiche equivalenti a una “pulizia etnica” attraverso il suo concetto di remigrazione . L’AfD respinge tale definizione e afferma che le sue proposte riguardano l’immigrazione clandestina, l’espulsione di persone senza diritto di soggiorno e una più rigorosa applicazione della legge sull’immigrazione vigente. Lo stesso Merz ha affermato che la Germania ha bisogno di più espulsioni, sostenendo al contempo che il Paese deve distinguere tra chi lavora legalmente e contribuisce all’economia e chi è tenuto a lasciare il Paese. La controversia, quindi, non riguarda solo l’entità dell’immigrazione, ma anche il significato e la possibile portata della remigrazione. La formulazione di Merz ha suscitato una reazione furiosa da parte dell’AfD, mentre il risultato delle elezioni in Sassonia-Anhalt ha riacceso le richieste, da parte di alcuni politici dell’SPD e di altri oppositori, di valutare una procedura di divieto dell’AfD. Il senatore degli Interni di Amburgo, Andy Grote, ha appoggiato la creazione di un gruppo di lavoro federale-statale per studiare se sussistano i requisiti costituzionali per un simile caso. Altri hanno avvertito che tentare di mettere al bando un partito subito dopo un’importante vittoria elettorale comporterebbe seri rischi politici e legali.
Lo sviluppo più importante dal punto di vista multipolare, tuttavia, potrebbe essere emerso al di fuori della campagna elettorale. Il 18 settembre Reuters ha riportato che i leader dell’AfD, Alice Weidel e Tino Chrupalla, stanno preparando possibili colloqui nel 2027 con Kirill Dmitriev, uno dei principali inviati economici di Vladimir Putin, per il ripristino delle forniture di gas russo alla Germania. L’incontro proposto dipenderebbe dai progressi verso una soluzione della guerra in Ucraina, e tra le possibili sedi discusse figurano Israele, gli Emirati Arabi Uniti e l’India. Reuters ha riferito che potrebbero essere coinvolte anche personalità legate alla diplomazia statunitense, tra cui Jared Kushner e Steve Witkoff. L’AfD chiede da tempo la revoca delle sanzioni sull’energia russa e sostiene che l’energia a basso costo proveniente dalla Russia abbia contribuito a sostenere la forza industriale tedesca. I critici replicano che ricostruire questo rapporto ricreerebbe una pericolosa dipendenza da Mosca. Tale disaccordo ora va ben oltre la politica energetica. La questione riguarda il ruolo della Germania nel mondo: se Berlino debba rimanere saldamente ancorata all’attuale struttura di sicurezza atlantista o cercare maggiore spazio per relazioni indipendenti con la Russia e altre potenze non occidentali.
Questa disputa di politica estera si interseca direttamente con i problemi economici della Germania. L’AfD presenta la combinazione di sanzioni, prezzi elevati dell’energia, ristrutturazione industriale e continuo sostegno militare all’Ucraina come prova che i governi tedeschi hanno subordinato gli interessi economici interni a una più ampia strategia occidentale. Chrupalla ha recentemente chiesto una riduzione delle tasse sull’energia a fronte dell’aumento dei prezzi dei carburanti, mentre il partito ha attaccato la perdita di posti di lavoro e la ristrutturazione dell’industria automobilistica. I suoi oppositori sostengono che le difficoltà della Germania abbiano molteplici cause: la debole crescita della produttività, la pressione demografica, la concorrenza cinese, la costosa transizione del settore automobilistico e anni di investimenti ritardati. Essi rifiutano l’idea che il solo ripristino delle forniture energetiche russe possa risolvere il problema. Eppure, l’importanza politica della questione energetica è innegabile. Essa fornisce all’AfD un argomento concreto a sostegno della sua posizione in politica estera: le relazioni con la Russia non vengono presentate come una astratta simpatia per Mosca, ma come parte di un diverso modello economico per la Germania.
La dimensione della Germania dell’Est rende questo fenomeno particolarmente significativo. I risultati migliori dell’AfD rimangono concentrati nell’ex Repubblica Democratica Tedesca, dove gli atteggiamenti nei confronti della Russia, della sovranità tedesca, dell’immigrazione e dell’establishment politico differiscono sostanzialmente da quelli prevalenti in molte aree metropolitane occidentali. Allo stesso tempo, il risultato della Bassa Sassonia dimostra che il fenomeno non può più essere descritto semplicemente come una rivolta dell’Est. Il suo elettorato si sta espandendo geograficamente, mentre il suo programma si intreccia sempre più con questioni che la politica tedesca un tempo teneva separate: immigrazione, declino industriale, energia, sovranità nazionale, Russia e autorità di Bruxelles. I critici vedono il programma sull’immigrazione dell’AfD come una minaccia per gli immigrati e per un’economia che ha bisogno di lavoratori stranieri. Reuters ha riportato il 19 settembre che alcuni immigrati nella Germania dell’Est temono sempre più ostilità con l’aumento del sostegno all’AfD. L’AfD, dal canto suo, afferma di distinguere tra immigrazione illegale o indesiderata e immigrazione legale qualificata. Questo conflitto rimarrà centrale perché la Germania dell’Est si trova ad affrontare sia il declino demografico sia una forte resistenza politica alle politiche migratorie perseguite nell’ultimo decennio.
Vista in un’ottica multipolare, la vera svolta non consiste semplicemente nell’ascesa di un altro partito tedesco, bensì nell’indebolimento di un consenso politico formatosi nel periodo post-Guerra Fredda. L’AfD contesta la politica migratoria tedesca, la sua politica energetica, i rapporti con la Russia, alcuni aspetti dell’integrazione europea e il presupposto che la politica estera tedesca debba rimanere strettamente allineata alle priorità strategiche di Washington e delle istituzioni dominanti dell’UE. I suoi oppositori sostengono che queste posizioni potrebbero indebolire le alleanze della Germania, danneggiare le relazioni con i paesi vicini ed esporre nuovamente il paese all’influenza russa. L’AfD e i suoi sostenitori descrivono quasi gli stessi fatti al contrario: affermano che la Germania ha ceduto troppa libertà politica ed economica e deve recuperare la capacità di perseguire i propri interessi nazionali in un contesto di competizione tra i diversi centri di potere mondiali. I dati immediati sono eloquenti: 43,8% in Sassonia-Anhalt, 15,9% alle elezioni comunali della Bassa Sassonia, circa il 27-30% a livello nazionale e una gara serrata intorno al 35% nel Meclemburgo-Pomerania Anteriore. Ma la questione più profonda sollevata dall’ascesa dell’AfD è se la vecchia architettura politica tedesca possa continuare a funzionare quando un partito escluso da ogni coalizione di governo diventa una delle maggiori forze elettorali del paese.
Cari soci,Cari sostenitori, Il BSW è tornato ed è una vera forza politica nel Landtag della Sassonia-Anhalt. I media non possono più ignorarci! E nelle elezioni comunali della Bassa Sassonia, lo scorso domenica il BSW è riuscito a conquistare circa 60 seggi, tra cui quelli di Braunschweig, Hannover, Osnabrück e Wolfsburg. Grazie a tutti coloro che hanno reso possibile tutto questo. Questo ci dà slancio per Berlino e il Meclemburgo-Pomerania Anteriore, dove oggi gli elettori possono dare un altro segnale importante votando per il BSW – contro l’SPD e la CDU, che non fanno nulla per contrastare gli alti prezzi del carburante e il declino economico del nostro Paese, contro il cancelliere più incompetente della storia della Germania federale e a favore di un nuovo inizio politico, in cui si torni finalmente a concentrarsi sul miglioramento della vita dei cittadini. I prezzi del carburante stanno schizzando alle stelle e potrebbero superare, per la prima volta nella storia della Germania, la soglia dei 3 euro. Per molte persone, fare rifornimento sta diventando quindi un peso insostenibile. Dopo lunghe esitazioni, il governo federale ha ora deciso, poco prima delle elezioni, un mini-sgravio di appena 17 centesimi al litro. Entro la fine dell’anno dovrebbe entrare in vigore un tetto massimo temporaneo al prezzo del carburante. Merz e Klingbeil non intendono però intaccare gli enormi profitti delle grandi compagnie petrolifere. Noi diciamo: abbassate le accise sul carburante, fissate immediatamente un tetto massimo di 1,50 euro al litro, affinché gli automobilisti possano beneficiare di un reale sgravio! E aprite il Nord Stream, affinché il riscaldamento in inverno non porti alla rovina totale. Un voto per il BSW è un voto per mandare via Merz! Sia a Berlino che nel Meclemburgo-Pomerania Anteriore. Se entreremo in Parlamento e la CDU verrà espulsa dal Landtag di Schwerin, quel Cancelliere sarà storia. Nella Sassonia-Anhalt molti elettori della CDU hanno votato per il BSW. Se lo ripetiamo, Merz se ne andrà. Un altro obiettivo elettorale del BSW nel Meclemburgo-Pomerania Anteriore è impedire una coalizione rosso-rosso-verde! Solo se il BSW entrerà nel Landtag ci sarà la possibilità che la coalizione rosso-rosso non ottenga la proroga della durata di esercizio delle centrali nucleari. Come già in Sassonia-Anhalt, anche qui promuoviamo un primo ministro apartitico che governi con maggioranze variabili – coinvolgendo anche l’AfD. La posta in gioco è alta! Mobilitate ancora una volta oggi tutti i vostri amici e conoscenti, colleghi e familiari affinché votino per il BSW nel Meclemburgo-Pomerania Anteriore e a Berlino! Cordiali saluti Fabio De Masi, Amira Mohamed Ali, Oliver Ruhnert e Sahra Wagenknecht
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Ieri sera il partito tedesco AfD, spesso oggetto di critiche, ha ottenuto una vittoria schiacciante e storica. Molti stanno già minimizzando l’importanza di questa vittoria, dato che la Sassonia-Anhalt è tecnicamente uno degli Stati più piccoli e meno influenti della Germania. Ma c’è molto di più dei semplici numeri, poiché questa vittoria segna una svolta non solo nella politica tedesca ma anche in quella europea e consolida il graduale declino della classe dirigente globalista che da decenni cerca disperatamente di impedire ai movimenti populisti di arrivare al potere, in particolare utilizzando il “Brandmauer” o “firewall” per reprimere la cosiddetta estrema destra.
La distruzione di questo firewall rappresenta un evento storico, anche se dovesse avvenire per mano di uno Stato apparentemente così insignificante.
Naturalmente, ci sono anche altre critiche. L’AfD è vista da molti come una sorta di cavallo di Troia, un partito tedesco “MAGA” guidato da una donna lesbica, Alice Weidel. Ciononostante, rappresenta una notevole perdita di potere per le élite e una svolta che abbatte una sorta di barriera psicologica, il che non farà altro che dare slancio ad altri partiti anti-establishment, di “estrema destra” o populisti in tutta Europa.
Un altro effetto secondario della vittoria è che ha costretto l’establishment tedesco al potere a riconsiderare le proprie politiche più impopolari, come quelle in materia di immigrazione, per adeguarsi a un contesto in netto mutamento.
Merz ha espresso il proprio “profondo sconcerto” per il risultato elettorale, prevedendo che esso avrà ripercussioni significative sulla Germania nel suo complesso:
L’AfD, tuttavia, è rimasta a soli tre seggi dalla “maggioranza assoluta” che le avrebbe consentito di governare lo Stato da sola. Alcuni commentatori hanno segnalato alcune gravi “anomalie” relative al confronto tra voti per corrispondenza e voti espressi di persona. Proprio come nelle elezioni americane del 2020, caratterizzate da gravi irregolarità, tutti i partiti tranne l’AfD sarebbero stati accusati di aver ottenuto un numero sproporzionato di voti per corrispondenza:
Forse qualcuno potrebbe obiettare che i sostenitori dell’AfD sono più “all’antica” e preferiscono votare di persona, come ha suggerito un utente:
Si può spiegare gran parte di tutto questo senza ricorrere a espedienti.
L’AfD invita i propri elettori a recarsi alle urne. Gli elettori per corrispondenza sono più anziani, più urbani, con un livello di istruzione più elevato. L’ondata del 2026 è stata costituita da ex astenuti ed ex elettori della CDU che votavano solo il giorno delle elezioni.
Questo continua a minare la fiducia. Si ottengono due schede elettorali valide, due Germanie, un unico risultato.
Certo, questo tipo di partiti populisti e anti-establishment spesso criticano il voto per corrispondenza e invitano espressamente i propri sostenitori a recarsi alle urne di persona. Tuttavia, ciò non può che suscitare grande stupore, soprattutto quando le disparità sono così evidenti e sbilanciate proprio in una direzione “prevedibile”, come sembra sempre accadere.
La vittoria dell’AfD segna un’altra importante pietra miliare: il fatto che il partito al governo scenda per la prima volta sotto il 20% a livello nazionale, il che mette in prospettiva le dimensioni cosiddette “irrilevanti” della Sassonia-Anhalt e indica un cambiamento più ampio che sta investendo la Germania:
Una delle ragioni, ovviamente, è legata alla diffusa insoddisfazione della popolazione nei confronti del governo federale, come emerge da sondaggi come quello riportato di seguito, che mostra un’insoddisfazione pari all’88%:
L’establishment è in preda al panico morale, con i media mainstream che sfoderano le solite tattiche allarmistiche sull’ascesa della cosiddetta “estrema destra”, una definizione ritenuta pretestuosa dalla maggior parte delle persone quando si parla dell’AfD:
L’articolo sopra riportato sottolinea che i partiti di estrema destra stanno iniziando a dominare in tutta Europa e che la formazione di coalizioni e le tattiche volte a creare barriere artificiali non funzionano più come un tempo
Sebbene la Sassonia-Anhalt, e la Germania orientale in generale, rappresentino un caso estremo, esse riflettono tendenze simili nel resto dell’Europa. I partiti di estrema destra stanno acquisendo sempre più forza, mentre i vecchi partiti dominanti sono decimati e i sistemi partitici frammentati. Di conseguenza, la formazione di coalizioni sta diventando sempre più complicata, in particolare se si vuole tenere l’estrema destra lontana dal potere. In molti paesi, province e città, la maggior parte dei partiti democratici è costretta a governare insieme per escludere l’estrema destra. Ciò porta spesso a coalizioni inefficienti e instabili, che a loro volta alimentano un’ulteriore insoddisfazione politica e il sostegno all’estrema destra.
Egli sottolinea un punto importante già menzionato da altri esperti: la vittoria dell’AfD costringerà i partiti al governo a un continuo indebolimento, poiché non avranno altra scelta che allearsi tra loro, finendo così per fare proprie le politiche peggiori e più impopolari degli altri.
Come ha giustamente sottolineato il seguente commentatore:
Se la CDU vuole impedire all’AfD di arrivare al potere, dovrà formare una coalizione con TUTTI gli altri partiti, compresi i comunisti di estrema sinistra.
Ora sarà ancora più evidente a tutti che esiste una sola vera scelta: la riemigrazione o la sostituzione.
I partiti di centro-destra (come la CDU) sono ora costretti a dimostrare a tutti di far parte dello schieramento della sostituzione insieme ai globalisti e ai comunisti.
Per noi era ovvio fin dall’inizio, ma non bisogna mai sottovalutare fino a che punto le masse siano state indottrinate e accecate. Per molti di loro, questa sarà una rivelazione.
Il centro-destra firmerà ora la propria condanna a morte schierandosi con l’estrema sinistra, oppure si frammenterà e verrà assorbito dall’estrema destra.
Ma nonostante sia una veemente apologia dell’euro-liberalismo dell’establishment, che ci è ostile, l’articolo solleva in realtà alcuni punti validi. In particolare, il fatto che la gente abbia iniziato ad allontanarsi dai partiti della classe dirigente perché i loro leader politici hanno esaurito le idee valide per migliorare concretamente la società e la vita dell’uomo comune:
A peggiorare le cose, la maggior parte dei politici tradizionali ha accettato di essere impopolare e cerca di rimanere al potere sostenendo di rappresentare il male minore e mobilitando la gente ad andare a votare contro l’estrema destra. In definitiva, questa situazione è insostenibile. Se i partiti democratici non elaboreranno programmi elettorali stimolanti su ciò che intendono realizzare una volta al governo, i democratici liberali si rifiuteranno di andare a votare e l’estrema destra otterrà la maggioranza dei voti – anche se rappresenta solo una minoranza della popolazione.
L’elaborazione di tali programmi richiederà realismo da parte dei politici…
Uno dei problemi emblematici di questo tipo di analisi, tuttavia, è l’insensata richiesta di “avere la botte piena e la moglie ubriaca” come soluzione alle questioni. L’autore prosegue esortando a concentrarsi maggiormente su una gestione di bilancio più equa, sulla spesa pubblica, sulle misure per l’edilizia abitativa e così via. Ciò non ha alcun senso se si continua a sostenere la posizione dell’establishment europeo, fortemente favorevole alla guerra contro la Russia, alla militarizzazione e all’iniziativa volta a rendere la Germania la potenza militare più forte dell’UE, ecc. Non si può avere tutto: proprio quelle stesse politiche sostenute dai radicali di sinistra europea come l’autore sono le stesse che impediscono la possibilità di elaborare bilanci ragionevoli, occuparsi dell’edilizia popolare e risanare la spesa pubblica.
Lo ha sottolineato la stessa Alice Weidel: «La Germania è di fatto in bancarotta.»
L’attenzione concentrata sulla guerra contro la Russia ha distrutto l’economia tedesca. Ancora una volta: non si può avere tutto, come immagina l’opinionista irrimediabilmente idealista. L’«antidoto» ai mali della Germania è esso stesso intriso proprio del veleno che sta uccidendo la nazione.
Questa settimana Volkswagen ha annunciato la chiusura di altri quattro stabilimenti:
FRANCOFORTE, Germania — Il consiglio di amministrazione di Volkswagen ha approvato giovedì un piano di riduzione dei costi di ampia portata che prevede il taglio di 50.000 posti di lavoro, il ridimensionamento della gamma di modelli dell’azienda della metà e la cessazione della produzione automobilistica in quattro stabilimenti tedeschi.
A proposito, qualcuno ha mai riflettuto sull’ironia dell’ultima follia autodistruttiva della Germania? Il Paese ha accusato la Russia di terrorismo su larga scala in relazione agli “incidenti” con i droni negli aeroporti tedeschi, ignorando al contempo il vero e proprio atto terroristico comprovato compiuto dall’Ucraina con la distruzione del Nord Stream, che ha di fatto paralizzato l’intera economia tedesca.
Ora la situazione sta chiaramente peggiorando per l’establishment europeo. Le elezioni presidenziali francesi si terranno l’anno prossimo e, secondo tutti gli ultimi sondaggi, Marine Le Pen è già la grande favorita:
Allo stesso modo, nel Regno Unito, il partito Reform di Nigel Farage è balzato in testa nei sondaggi nazionali e, sebbene le elezioni generali non si terranno prima del 2029, lo stesso Farage ritiene che possano tenersi nel giro di alcuni mesi:
Nigel Farage ha un obiettivo prioritario: convincere gli elettori di essere pronto ad assumere la carica di primo ministro britannico in vista di elezioni che, secondo lui, potrebbero tenersi già tra pochi mesi.
Farage ritiene che la grave crisi del governo costringerà a indire una sorta di elezioni anticipate entro il prossimo anno, momento in cui potrebbe arrivare al potere.
Sebbene ciò possa non essere particolarmente probabile, la tendenza in Europa è chiara. I partiti “populisti”, euroscettici e di “estrema destra” stanno lentamente prendendo il sopravvento, gettando nel panico i globalisti, che si affannano a escogitare nuovi stratagemmi e truffe per mantenere il potere ancora per un po’. Questa tendenza è chiaramente il motivo per cui Putin rimane così particolarmente fiducioso riguardo all’Ucraina: sa infatti che, fintanto che la Russia riuscirà a mantenere l’equilibrio economico mentre porta avanti gradualmente la propria campagna militare, le basi di sostegno dell’Ucraina in Europa crolleranno e non resterà quasi più alcuna resistenza.
Il tempo non è più dalla parte dei globalisti, e qualsiasi nuova misura a metà strada che adottino per guadagnare tempo non fa altro che minare ulteriormente le loro stesse piattaforme, mettendo in luce quanto le loro politiche precedenti siano state gravi errori. I partiti della classe dirigente si trovano ora in una vera e propria situazione di zugzwang, incapaci di compiere qualsiasi mossa che non sia dannosa per la loro stessa esistenza: più erigono un «cordone sanitario» contro i partiti di «estrema destra» ora in ascesa, più mettono a nudo sia la propria irrilevanza che la propria malevolenza. Se aprono le porte alla formazione di coalizioni, finiscono per annacquare le proprie politiche radicali – che possono funzionare solo se espresse in tutta la loro forza radicale – oltre ad assorbire i tratti peggiori gli uni degli altri, a scapito della loro immagine pubblica e del loro capitale politico.
In breve: ora sono con le spalle al muro e non hanno via di scampo. Esistono alcuni precedenti citati di un sottile smantellamento di un movimento “di estrema destra” nascente. La Danimarca ci è riuscita con successo nei primi anni 2000, dopo che i partiti al governo avevano adottato alcune delle posizioni anti-immigrati del partito «di linea dura» DF, indebolendo così il crescente predominio del DF. Ma quelli erano tempi diversi: il globalismo non era ancora stato smascherato come causa dell’impoverimento dell’intero continente in misura pari a quella dell’attuale periodo di crisi.
È quasi impossibile che l’attuale schiera di leader fantoccio – alcune delle peggiori caricature della storia – come Merz e compagni riesca a ribaltare la situazione; agli occhi della gente hanno semplicemente perso ogni legittimità.
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In Sassonia-Anhalt, l’AfD ha vinto le elezioni con un margine che un tempo avrebbe risolto qualsiasi controversia su chi dovesse governare. Secondo le ultime proiezioni, il partito ha ottenuto il 44% dei voti, più del doppio rispetto al 2021. La CDU (Unione Cristiano Democratica, il partito della cancelliera Merz) è crollata dal 37,1% al 17,8%. L’SPD (Partito Socialdemocratico) ha raggiunto il 9,1%, la Sinistra l’8,8% e i Verdi l’8,7%. L’Alleanza Sabra Wagenknecht (BSW) ha superato la soglia di sbarramento con il 5,1%, mentre l’FDP (Partito Liberale Democratico, di orientamento libertario) è uscito dal parlamento regionale con il 2,4%. L’AfD ha quindi chiuso con oltre ventisei punti percentuali di vantaggio sul suo principale rivale e ha ottenuto quasi tanti voti quanti CDU, SPD, Verdi e Sinistra messi insieme. Tuttavia, non avendo raggiunto la maggioranza assoluta dei seggi, i partiti che ha sconfitto potrebbero ancora impedirle di entrare al governo. Le elezioni hanno prodotto un vincitore indiscusso, ma il sistema partitico tedesco potrebbe rifiutarsi di accettare il significato politico del risultato.
I numeri svelano la vera struttura della politica tedesca. Sulla carta, la Germania ha molti partiti. In pratica, ha due schieramenti politici: l’AfD e tutti gli altri. CDU, SPD, Verdi e Sinistra usano colori, slogan e manifesti elettorali diversi, ma quando l’ordine costituito viene minacciato, si stringono a fazione. Le loro dispute riguardano le cariche, i bilanci e la velocità con cui le politiche comuni dovrebbero essere attuate. Sulle questioni fondamentali – immigrazione di massa, trasferimento del potere a Bruxelles, sanzioni contro la Russia, programma climatico, radiotelevisione pubblica, sorveglianza politica ed esclusione dell’AfD – la direzione rimane la stessa. I governi passano da guidati da SPD a guidati da CDU e viceversa, mentre le politiche procedono sempre nella stessa direzione. L’elettore può cambiare il conducente, ma il veicolo non cambia direzione.
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La prossima lotta per il governo della Sassonia-Anhalt lo dimostrerà chiaramente. Le proiezioni attuali attribuiscono all’AfD 39 degli 83 seggi del parlamento regionale. La CDU ne ha 16, mentre l’SPD, i Verdi e Sinistra ne hanno otto ciascuno. Il BSW detiene i restanti quattro seggi. Insieme, CDU, SPD, Verdi e Sinistra hanno solo 40 seggi, due in meno dei 42 necessari per la maggioranza. Avranno quindi bisogno del BSW, sia come quinto partner formale, sia come sostenitore esterno di un governo di minoranza guidato dalla CDU. Il risultato probabile è un governo di “muro di fuoco” che si estende dalla CDU, nominalmente conservatrice, alla Sinistra post-comunista, con il BSW che fornisce i voti o le astensioni finali necessari per mantenerlo in vita. I partiti lo definiranno una difesa della democrazia. In parole povere, significa che cinque partiti potrebbero unirsi per impedire il potere al partito che ha ottenuto il 44% dei voti e ha sconfitto la CDU con un margine di oltre due a uno.
La CDU si troverà al centro di questo scenario e il suo comportamento dissiperà ogni dubbio sulla sua vera natura. Un partito conservatore considererebbe una vittoria schiacciante dell’AfD come una richiesta di cambio di rotta su immigrazione, energia, sovranità nazionale, istruzione e ordine pubblico. La CDU, invece, cercherà il sostegno dell’SPD, dei Verdi, di Sinistra e forse anche del BSW, per poter continuare a governare dopo aver perso più della metà dei suoi elettori. Un partito disposto a dipendere dalla Sinistra per reprimere una rivolta elettorale conservatrice non può onestamente definirsi conservatore. La CDU è ormai un partito di estrema sinistra travestito da conservatore. La sua funzione è quella di impedire alla destra tedesca di salire al potere, conferendo al contempo alle politiche di sinistra una parvenza di rispettabilità borghese. Offre il linguaggio dell’ordine durante le campagne elettorali e il programma della sinistra una volta contati i voti.
Ecco perché la parola “democrazia” ha assunto un significato così strano in Germania. L’AfD può partecipare alle elezioni, ma non può esercitare il potere dopo averle vinte. I suoi elettori possono partecipare, a condizione che il loro voto non influisca sulla composizione del governo. Più l’AfD cresce, più grande deve diventare il blocco di opposizione. Gli ex nemici si riconciliano da un giorno all’altro. La CDU può governare con i Verdi, l’SPD può sostenere la CDU, la Sinistra può salvare entrambi e il BSW può fornire i voti decisivi. I principi considerati sacri prima delle elezioni diventano negoziabili dopo. L’unico principio fisso è che l’AfD deve rimanere fuori. Il muro di protezione non difende la democrazia dall’estremismo. Protegge i partiti consolidati dalla competizione elettorale.
Il BSW ora detiene la posizione decisiva. La candidata del BSW, Claudia Wittig, ha escluso la semplice elezione del candidato dell’AfD Ulrich Siegmund o del candidato della CDU Sven Schulze alla carica di ministro-presidente della Sassonia-Anhalt, pur lasciando aperta la porta alla cooperazione con l’AfD su singole misure. Ha affermato che le decisioni dovrebbero essere prese in base alla sostanza e ha definito “completamente antidemocratico” escludere totalmente l’AfD dal governo dopo un simile risultato. Questa posizione è più onesta di quella assunta dagli altri partiti, ma non è sufficiente. Votare con l’AfD su una mozione occasionale non può sostituire un governo in grado di attuare un programma coerente. Le proiezioni attuali attribuiscono all’AfD e al BSW insieme 43 seggi, una maggioranza assoluta in Parlamento. Il BSW si trova quindi di fronte a una scelta: rendere possibile un cambiamento politico o aiutare i partiti sconfitti a mantenere il potere.
Rifiutare una coalizione diretta con l’AfD sarebbe un grave errore strategico per il BSW. I suoi elettori non lo hanno sostenuto perché diventasse un semplice ingranaggio di un governo guidato da CDU, SPD, Verdi e Sinistra. Sono stati attratti dal BSW perché rifiutava la politica bellicosa contro la Russia, l’immigrazione incontrollata, le politiche economiche che penalizzano i lavoratori e le prediche moralistiche dell’establishment liberale. Su questi temi, gli elettori del BSW sono molto più vicini all’elettorato dell’AfD che a quello dei Verdi o dell’attuale CDU. È quindi ragionevole credere che la maggior parte preferirebbe una coalizione diretta AfD-BSW a qualsiasi accordo che mantenga in vita il vecchio sistema di governo. Se il BSW utilizzerà i suoi quattro seggi per difendere il muro di separazione, dimostrerà che la sua ribellione si ferma dove inizia il potere.
Un governo AfD-BSW sarebbe caratterizzato da profonde divergenze. I partiti differiscono su questioni economiche, politiche sociali e su alcuni aspetti delle loro tradizioni politiche. Tuttavia, le coalizioni si formano tra partiti diversi quando nessuno di essi ottiene la maggioranza assoluta. Il terreno comune è già ampio: pace con la Russia, limitazione dell’immigrazione, energia a prezzi accessibili, opposizione all’indottrinamento ideologico nelle scuole e resistenza al dominio di Berlino e Bruxelles. Un accordo di coalizione potrebbe definire questi obiettivi condivisi, lasciando aperte altre questioni. Un governo di questo tipo rispetterebbe anche il messaggio centrale delle elezioni: la Sassonia-Anhalt ha votato per una rottura con il passato. Un governo di coalizione a cinque partiti, al contrario, otterrebbe l’effetto opposto.
La scelta che si pone al BSW è anche una scelta sul suo stesso futuro. Può dimostrare di essere un partito di opposizione disposto a usare il potere, oppure può diventare un ulteriore pilastro del sistema che afferma di contrastare. Se consentirà la formazione di un governo guidato dalla CDU, i vecchi partiti lo elogeranno come responsabile. I suoi elettori potrebbero giungere a una conclusione diversa. Potrebbero decidere che solo l’AfD è disposta a trasformare l’opposizione in azione. In tal caso, il BSW avrebbe preservato la sua posizione difensiva a costo della sua stessa ragion d’essere.
L’AfD non ha ottenuto seggi sufficienti per governare da sola. Questo è il dato di fatto su cui ora si baserà l’intero establishment. Ma il resto del risultato è altrettanto chiaro. La CDU è stata annientata. Il modello di governo è stato respinto. L’AfD è diventata il partito dominante in Sassonia-Anhalt, mentre i partiti che l’hanno esclusa sono sopravvissuti solo riunendosi dietro una barricata comune. Se ora formeranno un altro governo senza Ulrich Siegmund, la presunta democrazia multipartitica tedesca si mostrerà nella sua vera forma. Ci sono due partiti: l’AfD e l’Uniparty. Domenica l’AfD ha vinto le elezioni. L’Uniparty potrebbe ancora arrivare al governo.
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Tre settimane prima che lo Stato tedesco della Sassonia-Anhalt andasse alle urne per eleggere un nuovo parlamento il 6 settembre, la principale rivista di attualità tedesca, Der Spiegel, ha pubblicato in copertina una foto segnaletica di Ulrich Siegmund, candidato di punta del partito Alternativa per la Germania (AfD), con la didascalia “L’uomo più pericoloso della Germania”. Ciò che lo rendeva così pericoloso non era evidente a prima vista. Siegmund è giovane, inesperto, un po’ affabile e, per certi versi, bizzarro. Ha studiato aromacologia e marketing all’università e nutre un particolare interesse per l’influenza degli odori sul comportamento dei consumatori. Gli piace andare in giro su vecchie motociclette della Germania dell’Est. Ma non era questo a preoccupare Der Spiegel. Ciò che li turbava di più era il timore che un politico di estrema destra stesse per prendere il potere in Germania – sebbene a livello locale – per la prima volta dai tempi di Adolf Hitler.
Naturalmente, ciò che costituisce l’«estrema destra» dipende dal punto di vista di chi guarda. Lo Stato tedesco dispone di un sistema costituzionale articolato, volto a individuare le minacce interne e a stroncarle sul nascere. Concepito alla fine degli anni ’40, mentre la Germania stava ricostruendo il proprio Stato sotto la tutela degli Alleati, viene talvolta definito wehrhafte Demokratie, un’espressione coniata negli anni ’30 dal sociologo Karl Loewenstein per descrivere una democrazia fortificata, una democrazia in grado di difendersi da chi vorrebbe distruggerla.
La versione tedesca prevede che i partiti ottengano il 5% dei voti prima di poter accedere ai seggi in parlamento, partendo dal presupposto che i piccoli partiti abbiano un carattere “marginale” che non può essere lasciato proliferare. Esiste un Ufficio federale per la difesa della Costituzione (Bundesamt für Verfassungsschutz) che ha sedi in tutti i Länder. I funzionari del Verfassungsschutz possono sorvegliare i contatti e intercettare le telefonate di coloro che appartengono a partiti ritenuti estremisti. Sulla base delle prove raccolte, possono attribuire al partito una classificazione che lo espone al rischio di essere messo al bando dalla Corte costituzionale federale (Bundesverfassungsgericht). In modo meno formale, la Germania ha sviluppato una consuetudine di ostracismo partitico nota come «firewall» (Brandmauer), in cui i partiti rivali negano la cooperazione e le prerogative parlamentari e sociali a cui un partito emarginato ha tradizionalmente diritto. La Germania non è l’unica società occidentale in cui esistono tabù nei confronti di idee, immagini e retorica dissidenti, ma da ottant’anni è quella in cui tali tabù sono definiti, applicati e protetti dalle contestazioni con la massima fermezza.
Se l’AfD è davvero il partito estremista che Der Spiegel lascia intendere, allora qualcosa è andato terribilmente storto nella democrazia fortificata della Germania. L’AfD è infatti oggi – di gran lunga – il partito più popolare del Paese; il 28 per cento degli elettori a livello nazionale dichiara che voterebbe per esso alle prossime elezioni nazionali, davanti al 21 per cento che voterebbe per l’Unione Cristiano-Democratica (CDU) del cancelliere Friedrich Merz, che (in coalizione) ha governato la Germania quasi ininterrottamente da quando Angela Merkel ha vinto per la prima volta nel 2005. A settembre si terranno le elezioni in tre stati dell’est dove l’AfD è popolare: in Sassonia-Anhalt era data al 42 o 43 per cento dei voti, un multiplo del suo rivale più vicino. Era vicina al primo posto a Berlino e in testa nel Meclemburgo-Pomerania Anteriore. I giovani, in particolare, non si sentono in sintonia con gli Altparteien — i «vecchi partiti», come vengono definiti la CDU e i suoi rivali socialdemocratici (SPD). Sven Schülze, il ministro-presidente della CDU in lizza contro Siegmund, ha solo 24.000 follower sui social media contro gli 1,7 milioni di Siegmund.
L’ipotesi secondo cui l’AfD in questa parte del Paese presenti un’ala radicale non è priva di fondamento: almeno quattro membri di spicco della sezione della Sassonia-Anhalt del partito, tra cui un portavoce di Siegmund, hanno fatto parte della “Heimattreue Deutsche Jugend”, un’organizzazione giovanile definita neonazista dal Verfassungsschutz fino al suo scioglimento nel 2009. (Il nome dell’organizzazione potrebbe essere tradotto come «Gioventù tedesca fedele alla patria»; la parola Heimat evoca idee di esclusività etnica che nell’ultima generazione sono state considerate offensive in quasi ogni contesto.) Ma il 2009 è ormai un po’ lontano nel tempo: all’epoca Siegmund era un adolescente. (Quando cadde il Muro di Berlino, «l’uomo più pericoloso della Germania» non era nemmeno ancora nato.) Se l’AfD è finita nei guai con le autorità, non è in quanto covo di nazisti irriducibili e revanscisti della metà del XX secolo che propongono di rimilitarizzare il Paese e di dichiarare guerra ai suoi vicini — almeno, non solo per questo. È piuttosto per aver protestato contro certi elementi del progressismo moderno. Siegmund è particolarmente appassionato di istruzione domiciliare. È scettico riguardo al cambiamento climatico. L’AfD della Sassonia-Anhalt è stata classificata come «di comprovata estrema destra» per la sua concezione etnica della cittadinanza tedesca. Anche il partito nazionale è stato designato come estremista quando i socialdemocratici controllavano il ministero dell’Interno nel 2025, ma questa decisione è stata criticata, non solo dall’AfD, come di parte. A febbraio, all’AfD è stata concessa un’ingiunzione che vietava al governo di utilizzare tale designazione fino alla risoluzione del caso.
Forse il problema non è che la democrazia consolidata abbia esaurito la sua efficacia, ma che abbia esaurito la sua logica. Può rivelarsi una trappola per chi la esercita. Nella Sassonia-Anhalt, i vecchi partiti, anche ammesso che ottengano i voti necessari, potranno contrastare l’AfD solo, in effetti, cospirando contro di essa con quello che, agli occhi di molti tedeschi, è un partito ancora più radicale: il Partito di Sinistra, discendente dal vecchio Partito Socialista Unificato dell’era comunista, che concentra sempre più la propria ira contro Israele.
È proprio questo che ha trasformato le elezioni in Sassonia-Anhalt in un voto sull’integrità e la sostenibilità del sistema politico. Gli ultimi due decenni hanno visto susseguirsi una serie di crisi che hanno sia peggiorato le prospettive della Germania sia ridotto la sua autonomia: l’instabilità dell’euro, l’immigrazione incontrollata, il COVID, la guerra in Ucraina, il crollo del modello industriale e un protettore americano sempre più imprevedibile. L’AfD è salita alla ribalta proprio a causa di queste crisi. In tutta la società è cresciuto il sospetto che i partiti tradizionali non siano in grado di affrontare i problemi più gravi del Paese e, peggio ancora, si rifiutino di parlarne in modo franco e onesto. Sempre più spesso, per riflettere con lucidità sul futuro della Germania è necessario comprendere la mentalità dell’AfD. Il partito è stato plasmato da un decennio e mezzo cruciale, durante il quale le sue preoccupazioni – alcune delle quali apertamente conservatrici, altre genuinamente dirompenti e radicali – si sono continuamente scontrate con un consenso dell’establishment costruito per un mondo diverso dal nostro. Ciò, a sua volta, ha permesso ai tedeschi di discutere dell’AfD solo in modi distorti ed eufemistici.
Gli inizi
L’AfD è nata come risultato delle pressioni che si sono accumulate dopo la crisi finanziaria del 2008 e del 2009. L’instabilità delle garanzie dei mutuatari a livello mondiale ha provocato una crisi dell’euro. È curioso che proprio l’euro abbia causato una tale esplosione in Germania. Gli economisti vicini al presidente francese François Mitterrand pensavano che la Francia avrebbe tratto vantaggio dall’eliminazione del marco tedesco, la valuta perennemente forte che aveva permesso alla Germania di dominare l’economia europea. Che errore madornale hanno commesso! L’euro ha intrappolato le economie europee indebitate e dipendenti dalle importazioni in un mercato unico con le aziende tedesche, più efficienti, e i singoli paesi non disponevano più delle proprie valute, che in passato potevano essere svalutate per mitigare gli squilibri commerciali.
Quindici anni fa, la Germania occupava una posizione inattaccabile come prima economia dell’Europa occidentale. Era una potenza delle esportazioni, fondata sull’industria automobilistica e su un solido modello economico che necessitava solo di tre cose: energia russa a basso costo, manodopera centroeuropea a basso costo e la domanda cinese in crescita esponenziale di automobili e macchinari industriali. C’era però un mistero. In un momento in cui tutto sembrava andare per il meglio, l’opinione pubblica stava perdendo fiducia nella CDU e nella SPD, al punto che quei due partiti hanno dovuto di fatto unirsi in tre delle quattro coalizioni con cui Angela Merkel ha governato la Germania dal 2005 al 2021. Sembrava che, indipendentemente da chi si votasse, al potere ci fossero sempre gli stessi partiti.
Una diagnosi è stata formulata dall’ex funzionario delle finanze di Berlino Thilo Sarrazin nel suo libro Deutschland schafft sich ab (“L’abolizione della Germania”) del 2010. Sarrazin, un socialdemocratico, sosteneva che la Germania stesse effettuando molti investimenti sbagliati, che nel tempo avrebbero minato la sua economia. Il peggiore di questi era l’immigrazione di massa. Lungi dall’aiutare l’economia, stava accumulando passività invisibili nei sistemi pensionistici, scolastici e sanitari. E parte del motivo, aggiunse senza mezzi termini Sarrazin, con le statistiche sull’istruzione a portata di mano, era che gli immigrati non erano in genere brillanti quanto i nativi di cui stavano prendendo il posto. Il libro scatenò una furia intellettuale senza precedenti. Era come se tutti i libri del sociologo americano Charles Murray — sul welfare, l’intelligenza e la disuguaglianza — fossero stati pubblicati tutti in una volta. La Germania era ormai talmente poco abituata a discussioni schiette su tali argomenti che si è subito mosso per espellere Sarrazin dai Socialdemocratici. Il processo è durato undici anni, ma ha confermato la tesi fondamentale di Sarrazin: il problema più grande della Germania era il sistema che aveva ideato per non parlare dei propri problemi.
Sebbene Sarrazin non abbia mai avuto nulla a che fare con l’AfD, la sua idea secondo cui le minacce al benessere della Germania venivano occultate da tabù è stata proprio ciò che ha dato vita al partito. Le principali ragioni di malcontento erano già presenti, ma facili da trascurare, quando l’AfD è stata fondata nel 2013. La molla scatenante fu di natura quasi tecnocratica: sembrava che la Grecia, pesantemente indebitata, a meno che non avesse trovato un garante esterno per i propri debiti, sarebbe precipitata in una spirale di bancarotta e sarebbe uscita dall’euro. Quel garante non poteva che essere la Germania. La maggior parte degli economisti dell’Unione Europea a Bruxelles vedeva in questo una semplice questione di giustizia. Ma un gruppo di professori di economia e imprenditori di Francoforte era convinto che la Germania non potesse permettersi un salvataggio della Grecia. Fondarono l’AfD in gran parte per sostenere questa tesi. I suoi primi leader furono la carismatica imprenditrice Frauke Petry, il giornalista conservatore Konrad Adam e Bernd Lucke, un macroeconomista un po’ goffo ma affabile dell’Università di Amburgo. Fu proprio Lucke a guidare il partito nascente alle elezioni nazionali. Senza sorprendere nessuno, l’AfD non ottenne alcun seggio, ma con grande stupore dei partiti dell’establishment mancò la soglia del 5 per cento per un soffio. Altrimenti ne avrebbe conquistati decine.
Se Lucke avesse conquistato quei seggi, l’AfD avrebbe potuto imboccare una strada diversa. Avrebbe potuto diventare un partito tecnocratico “di controllo”, che denunciasse la cattiva gestione e gli sprechi come un tempo facevano i Liberaldemocratici — anziché un “partito popolare” che mirasse a incanalare tutte le aspirazioni e le lamentele della società, come un tempo facevano i Cristiano-democratici. Ma nel 2013 i Cristiano-democratici erano ancora abbastanza forti da aggiudicarsi la vittoria senza sforzo. Durante la festa organizzata la notte delle elezioni per celebrare la sua rielezione, una trionfante Angela Merkel fece qualcosa che da allora è diventato un simbolo di orrore per gli attivisti dell’AfD. Attraversando il palco davanti a una folla che ballava e cantava, alla Merkel fu consegnata una bandierina tedesca. La guardò con evidente repulsione e si precipitò verso il bordo del palco per toglierla dalla vista. A differenza di quanto accaduto in Inghilterra o in Italia, il ritiro totale dall’Unione Europea non è mai diventato un’aspirazione fondamentale del populismo tedesco, nemmeno all’interno dell’AfD. Ma il gesto della Merkel ha lasciato l’amaro in bocca. Stava crescendo un nuovo tipo di nazionalismo.
Crisi migratoria
Le regole di base della Germania (e dell’UE) per l’accoglienza dei richiedenti asilo e di altri migranti venivano progressivamente allentate. Nel 2015, migliaia di migranti hanno iniziato ad affluire in Europa a causa della guerra civile siriana. La Merkel ha guidato l’intera Europa in una decisione affrettata di accoglierne centinaia di migliaia. Wir schaffen das, era il suo motto: «Ce la faremo». A quei siriani si sarebbero presto aggiunti migranti opportunisti provenienti da altri paesi musulmani. La Merkel ne prevedeva circa 800.000, ma ancora oggi è difficile stabilire quanti migranti siano effettivamente arrivati. La popolazione di origine straniera in Germania, pari a 8,1 milioni nel 2014, alla vigilia della crisi migratoria, aveva raggiunto i 13,4 milioni nel 2022, l’anno successivo alla fine del mandato della Merkel. Il momento in cui si è verificato questo massiccio afflusso non era dei più propizi. Il 2015 è iniziato con l’uccisione, per mano di terroristi islamisti, di gran parte della redazione della rivista Charlie Hebdo a Parigi, e si è concluso con centinaia di aggressioni sessuali nel centro di Colonia la notte di Capodanno, la maggior parte delle quali commesse da bande di «origine migrante», per usare la descrizione ufficiale.
L’AfD era ben attrezzata per affrontare questa crisi, almeno a livello retorico. Alla sua fondazione, era stata una coalizione che si sarebbe ben inserita nel Partito Repubblicano americano: sostenitrice del capitalismo di libero mercato e incline a gesti patriottici. Ma, com’era prevedibile col senno di poi, la sua promessa di un’«alternativa» attirò quasi immediatamente una varietà di ribelli, revanscisti e conservatori intransigenti. Era questa la gloria e il pericolo del partito. Bernd Lucke considerava l’immigrazione principalmente una questione economica; Frauke Petry la considerava una minaccia al tessuto sociale e sosteneva che qualsiasi partito che si definisse «alternativo» avrebbe dovuto affrontare di petto la migrazione di massa. Il partito era d’accordo. Nel 2015, lei estromise Lucke e iniziò l’ascesa dell’AfD. Così iniziarono anche le grandi polemiche sulla sua reputazione, che ora proseguono nelle elezioni della Sassonia-Anhalt.
Nel 2015, il partito dovette scegliere tra potere e purezza, una scelta che rischiò di dividerlo in due. I sostenitori di Lucke stavano costruendo un partito di nicchia, in grado di sfruttare l’economia per conquistare la fedeltà di una ristretta fetta dell’opinione pubblica rispettabile. I sostenitori di Petry stavano costruendo un movimento, una rivolta. Lei rappresentava un ponte estremamente intrigante tra le due fazioni del partito: un’imprenditrice a proprio agio nelle città cosmopolite della Germania occidentale, ma originaria della Germania orientale.
La sua origine dalla Germania dell’Est era importante, perché la crisi migratoria presentava un aspetto specifico legato proprio a quella regione. La Germania dell’Est si stava svuotando. La città di Bitterfeld, nella Sassonia-Anhalt, ad esempio, aveva perso metà della sua popolazione. Queste città, che prima non avevano mai conosciuto una migrazione di massa, divennero un luogo attraente per le autorità per ospitare i siriani e i pakistani che erano entrati in Germania senza essere stati invitati. Improvvisamente si ritrovarono ammassati negli alloggi popolari della Germania orientale, ormai in via di abbandono. Già allora un movimento della Germania orientale dal carattere piuttosto violento, chiamato Pegida, organizzava marce contro l’immigrazione. (Il nome del movimento era l’acronimo di «Europei patriottici contro l’islamizzazione dell’Occidente».)
L’AfD, in questa seconda fase, si è trovata a discutere su quanto allinearsi a tali movimenti. Il dibattito ha portato piuttosto naturalmente all’idea, diffusa tra l’opinione pubblica, che l’AfD fosse in realtà composta da due partiti: uno orientale e uno occidentale, uno radicale e uno moderato, un partito che invocava la “responsabilità” riguardo all’euro e uno “ossessionato” dai migranti, un’AfD buona e un’AfD cattiva. Ciò che stava realmente accadendo era che un progetto intellettuale (anche se non tutti i suoi membri erano intellettuali) si stava trasformando da un giorno all’altro in un partito di massa. La preoccupazione per la sfida che l’euro rappresentava per la sovranità nazionale stava cedendo il passo a una preoccupazione per la sopravvivenza nazionale.
Uno scontro era inevitabile, poiché il progetto dell’AfD si scontrava ormai con i tabù più sacrosanti della Germania. Questi riguardano il modo in cui, o addirittura se, i tedeschi possano parlare di sé stessi come nazione, come popolo. La Germania rimane un paese in cui praticamente tutti vengono indottrinati da praticamente ogni istituzione secondo cui la violazione di questi tabù è ciò che un tempo ha trasformato il loro paese in un vero e proprio inferno e in un paria internazionale. Ecco perché la Merkel ha aggrottato le sopracciglia e si è rifiutata di sventolare la bandiera tedesca: lo sciovinismo è pericolosamente irresponsabile. L’antipatriottismo è la vera forma di patriottismo tedesco.
L’Unione Cristiano-Democratica (CDU) della Merkel, insieme al suo partito gemello bavarese, l’Unione Cristiano-Sociale (CSU), aveva svolto un ruolo quasi costituzionale nella costruzione della “democrazia fortificata” tedesca. Franz-Josef Strauss, che dominò la politica bavarese dagli anni ’60 agli anni ’80 e che per poco non divenne egli stesso cancelliere della Germania, trasformò il suo ultraconservatorismo in una sorta di moderazione virtuosa: «A destra dell’Unione», affermò, «non può esistere alcuna forza democraticamente legittima». Per Strauss ciò significava che la CDU e la CSU dovevano essere davvero, davvero conservatrici, poiché nessun’altra formazione poteva rappresentare legittimamente i conservatori. Era capitalista, populista e tradizionalista.
La Merkel interpretò il motto di Strauss in modo diametralmente opposto. Se tutti i rivali di destra della CDU erano ipso facto illegittimi, la mossa più sensata, dal punto di vista della teoria dei giochi, era quella di spostare progressivamente il partito verso sinistra. La Merkel introdusse il matrimonio gay (pur votando lei stessa contro), eliminò gradualmente l’energia nucleare, sospese la leva obbligatoria e aprì le frontiere — facendo sostanzialmente propria la linea programmatica degli storici avversari del suo partito. Agli occhi dei conservatori delusi, la Merkel non appare come una leader ben intenzionata che ha commesso qualche errore. Appare piuttosto come la cancelliera più cinica nella storia della repubblica. (Vedi «Il Paese della Merkel», First Things, marzo 2025.)
In tali circostanze, è difficile farsi un’idea chiara dell’AfD. Il vocabolario che consentirebbe al partito di definire la propria identità non è facilmente reperibile. Ci vorrebbero anni per unificare l’AfD, e il progetto, ancora oggi, rimane piuttosto complicato.
Contro la memoria storica
Igiovani si sono riversati nell’AfD. Hanno formato gruppi giovanili. All’inizio dell’anno elettorale del 2017, Björn Höcke, un giovane insegnante che era stato tra i primi membri del partito, ha tenuto un discorso a Dresda davanti a uno di quei gruppi. Da allora quel discorso è stato citato come sintesi di ciò che c’è di spaventoso in quel partito. Nato nella Germania occidentale ma legato per indole all’Est e residente in Turingia, Höcke ha invocato un riorientamento nel modo in cui la Germania ricorda il proprio passato. Ha citato la ricostruzione della Frauenkirche a Dresda:
[Era] un barlume di speranza per noi patrioti. Con piccole scintille di autoaffermazione tedesca. Finora è solo in superficie. Finora il nostro stato d’animo è totalmente quello di un popolo sconfitto. . . . Noi tedeschi . . . siamo l’unico popolo al mondo ad aver eretto un monumento della vergogna [ein Denkmal der Schande] nel cuore della propria capitale. Invece di far conoscere alle nuove generazioni i grandi benefattori — i filosofi illustri che hanno cambiato il mondo, i musicisti, i brillanti scopritori e inventori di cui disponiamo in così gran numero — . . . quella storia — la storia tedesca — viene denigrata e ridicolizzata.
Chiunque sia nato nel mondo anglofono negli anni ’50, abituato al racconto che i propri padri e zii avrebbero fatto di ciò che rappresentava la Seconda guerra mondiale, rimarrà sconcertato da quel discorso. Il monumento della vergogna a cui Höcke si riferisce è il Memoriale per gli ebrei assassinati d’Europa, un campo di blocchi di pietra, drammatico e solenne, che si estende per cinque acri nel centro di Berlino. Ma per chi è nato negli anni ’90 nella Germania orientale, come Ulrich Siegmund — e quindi separato da un ricco patrimonio culturale non solo da Hitler ma anche da due generazioni di dittatura comunista — il bisogno di riconnettersi con ciò che di glorioso, pio e sano c’è nella Germania potrebbe sembrare disperato, e l’offesa di Höcke all’opinione comune nient’altro che una scorrettezza.
Höcke è un esponente dell’estrema destra e, in un certo senso, un troll. È anche, nonostante i suoi discorsi energici, un politico locale: non è membro del Bundestag a Berlino, ma del Landtag della Turingia nella provinciale Erfurt. Il suo discorso è ambiguo sul fatto che la “vergogna” di cui parla si riferisca all’Olocausto o alla sua commemorazione eccessivamente zelante. Ma il fatto che una singola osservazione ambigua tratta da un discorso tenuto da un politico nove anni fa sia ancora considerata la prova principale contro il partito indica che le violazioni dei canoni della decenza democratica occidentale sono rare tra i membri dell’AfD. L’AfD mantiene una «lista di incompatibilità» di tredici pagine, che elenca i partiti e i movimenti a cui i suoi membri non possono appartenere – e a cui non possono aver appartenuto. Ogni partito in Germania ha regole di questo tipo, ma l’ascesa dell’AfD potrebbe minarne l’utilità. Quest’anno, in Sassonia-Anhalt, la CDU ha dichiarato che non avrebbe stretto accordi né con l’AfD (al 43% nei sondaggi) né con il Partito di Sinistra (al 13% nei sondaggi) – una solida maggioranza dell’elettorato. La CDU stava di fatto chiedendo agli elettori di consentirle di entrare a far parte di un governo (di qualsiasi orientamento) al quale aveva promesso di non partecipare.
Il sociologo Rolf Peter Sieferle, autore di numerose pubblicazioni, era morto l’anno prima del discorso di Höcke del 2017. Sieferle era incredibilmente eclettico. I suoi interessi spaziavano dalla storia ambientale dell’attività mineraria all’interazione tra guerra, tecnologia e politica fin dall’antichità (argomento di un libro di 1.500 pagine), fino al conservatorismo tedesco dei primi anni del XX secolo (cioè pre-hitleriano). Quest’ultimo interesse si rivelò non solo una curiosità, ma una vera e propria affinità. Due delle sue opere postume, pubblicate nel 2017, attirarono l’attenzione e suscitarono allarme (tra chi non era di destra), poiché sembravano proporre una versione più salonfähig della tesi di Höcke. Manuscriptum, una casa editrice affiliata alla rivista trimestrale anticonformista Tumult (che si autodefinisce «una rivista per turbare il consenso»), ha pubblicato Das Migrationsproblem di Sieferle. In quest’opera, Sieferle ha seguito l’esempio di Sarrazin nel porre una domanda scomoda: la migrazione di massa era compatibile con uno Stato sociale già consolidato?
L’altro libro di Sieferle, Finis Germania, ha fornito una risposta ancora più scomoda. Si tratta di una raccolta di appunti che attinge a un lavoro precedente e si concentra sul declino della cultura politica tedesca; è stata pubblicata da una casa editrice della Sassonia-Anhalt vicina all’AfD, chiamata Antaios. La casa editrice è stata fondata da Götz Kubitschek, a sua volta formidabile saggista e teorico. Vicino a Höcke e alla sua ala del partito, Kubitschek gestisce un’impresa ideologica di straordinaria portata: una rivista trimestrale intitolata Sezession, un sito web sul quale gli autori di Sezession e vari politici e teorici si confrontano, e la stessa Antaios, che ha pubblicato, tra le altre cose, una serie di libricini incisivi, di qualità molto variabile, che spesso analizzano un fenomeno sociale non ancora approfondito o avanzano una tesi storica o politica radicale. Il libro di Sieferle Finis Germania è uno di questi; ora ce ne sono circa un centinaio.
Per Sieferle, la cultura della memoria e del pentimento della Germania dopo la Seconda guerra mondiale, per quanto ammirevole di per sé, era inadatta a un mondo globalizzato e sempre più pericoloso. Proprio a causa di questa cultura, la Germania non è stata in grado di dire no all’ondata migratoria che l’ha minacciata nel 2015. Il Paese si era lanciato in un’impresa multiculturale insostenibile. Stava «vivendo moralmente al di sopra delle proprie possibilità», secondo la memorabile espressione di Sieferle. Il libro suscitò uno scandalo: Finis Germania raggiunse il nono posto nella classifica dei libri di saggistica del mese, a quel punto gli sponsor della classifica ne sospesero la pubblicazione.
Le frange più radicali della destra tedesca, ruotanti attorno a Sezession e Tumult, assunsero ora un’aura d’avanguardia. Cominciarono a influenzare i media mainstream che forse non si sarebbero nemmeno riconosciuti come vicini all’AfD. In precedenza, i lettori tedeschi alla ricerca di un’offerta ideologica più variegata erano stati attratti dalla stampa svizzera, che non era stata coinvolta nello sforzo di elaborare il senso di colpa nazionale. Man mano che la Frankfurter Allgemeine Zeitung, un tempo conservatrice, scivolava verso una posizione più progressista sulle questioni culturali, i conservatori tedeschi si rivolgevano alla Neue Zürcher Zeitung, o addirittura alla rivista zurighese DieWeltwoche, dal tono decisamente più populista. Il mensile relativamente conservatore Cicero era stato fondato nel 2004 per occuparsi di questioni culturali, mentre l’ex giornalista della WirtschaftsWoche Roland Tichy aveva lanciato Tichys Einblick nel 2014. Queste testate non sostenevano l’AfD, ma non ne erano nemmeno allarmate. Erano un segno dei tempi. Nelle elezioni del 2017, l’AfD non si è limitata a entrare in parlamento: ha conquistato novantaquattro seggi.
Conservatorismo eclettico
Nel periodo successivo, l’attuale AfD ha preso forma attraverso una serie di scontri interni di cui la stampa ha parlato poco. Il successore di Bernd Lucke, Jörg Meuthen, anch’egli economista, si è impegnato a ridurre l’influenza della fazione di Höcke all’interno del partito. Non si trattava solo di una tendenza o di una corrente di opinione, bensì di un’organizzazione chiamata Der Flügel («l’Ala»), che Höcke aveva fondato nel 2015 e guidato in collaborazione con Andreas Kalbitz, turbolento attivista di Pegida e membro del Landtag del Brandeburgo. Kalbitz, secondo i colleghi dell’AfD, era più strettamente legato alle reti estremiste — in particolare alla stessa Heimattreue Deutsche Jugend che Der Spiegel aveva accusato i collaboratori di Siegmund nella Sassonia-Anhalt di frequentare. Secondo la legge tedesca, è molto difficile espellere qualcuno da un partito politico, e attribuire irregolarità a Kalbitz era complicato. Come già osservato, l’organizzazione giovanile neonazista era stata sciolta nel 2009, e già allora si trattava di un fatto lontano nel tempo. Ciononostante, è emerso che Kalbitz, che aveva partecipato agli eventi della «Heimattreue» fino al 2007, aveva nascosto questa affiliazione di estrema destra al momento della richiesta di adesione al partito nel 2013. Dire la verità avrebbe significato il rifiuto.
Kalbitz è stata espulsa dall’AfD con un margine di voti minimo, tra aspre recriminazioni. L’organizzazione “Flügel” di Höcke è stata posta sotto osservazione dalle autorità investigative tedesche e sciolta dall’AfD nel 2020. Meuthen è finito per essere una delle vittime di questa lotta interna al partito. Ha perso la presidenza e ha lasciato il partito nel 2022. Ma la sua decisione di espellere Kalbitz potrebbe rappresentare il momento cruciale nella storia dell’AfD.
I movimenti radicali tendono a radicalizzarsi ulteriormente. I membri che ritengono che un movimento abbia una missione ideologica sono più propensi a dedicarvi i propri sforzi rispetto ai pragmatici, e col passare del tempo questa differenza si fa sentire. L’AfD stava attraversando proprio una radicalizzazione di questo tipo. Eppure, ironia della sorte, la sorveglianza da parte dello Stato tedesco ha reso l’AfD più duraturo: ha rafforzato la posizione dei pragmatici che avvertivano che, per quanto soddisfacente potesse essere un dibattito ideologico libero e spensierato, bisognava rispettare un certo decoro se si voleva che il movimento potesse continuare a esistere. Altrettanto paradossalmente, l’eliminazione della minaccia rappresentata da Kalbitz non ha avuto l’effetto di annacquare l’ideologia del partito. La co-leader del partito e sua migliore oratrice, Alice Weidel — che affascina il pubblico con la sua omosessualità, il suo cinese colloquiale, la sua carriera presso Goldman Sachs e la sua residenza in Svizzera — era stata una detrattrice di Höcke, ma all’epoca delle elezioni federali del 2025 i due si erano riconciliati.
Questo strano contesto tedesco ha reso il partito più attraente di quanto sarebbe stato altrimenti. Poiché la sua sopravvivenza si basa su determinati principi relativi al rispetto della diversità di opinione, l’AfD è diventata, volente o nolente, una formazione conservatrice eclettica che tollera una varietà sorprendentemente ampia di punti di vista, non solo quelli estremi.
Questo profilo le permette di mobilitare una corrispondente diversità di elettori. Il suo fascino è risultato evidente durante la crisi del COVID. Il COVID non era una priorità politica centrale per l’AfD, ma l’AfD è stato l’unico partito a opporsi alla vaccinazione obbligatoria. Tra i paesi europei, le misure tedesche non erano né le più draconiane (un primato che spetta alla Spagna) né le più efficaci (un primato che la Svezia, con la sua scarsa regolamentazione, condivide con un paio di altri paesi nordici). Tuttavia, le norme anti-COVID sono state emanate e applicate con una certa ipocrisia teutonica, sia dal governo che dai media che lo sostenevano. Chi si opponeva ai lockdown veniva descritto come Corona-leugner, ovvero “negazionista”, un termine preso in prestito dal dibattito sull’Olocausto. In altre parole, un’opinione su una questione sanitaria veniva equiparata a un’opinione che poteva portare all’esclusione definitiva dal dibattito pubblico. Gli oppositori del lockdown e altri manifestanti si definivano, in modo un po’ difensivo, Querdenker, persone che pensano fuori dagli schemi. Alcuni erano esperti di scienza, altri no, ma la cosa importante è che erano in tanti. Messi sotto pressione dal mainstream, hanno cominciato a gravitare verso l’AfD, e ancora di più dopo le elezioni del 2021, quando i socialdemocratici sono tornati al potere alla guida di una nuova coalizione e hanno nominato ministro della Salute il loro impopolare portavoce sul COVID, Karl Lauterbach. Nelle elezioni dello scorso anno, l’opinione pubblica ha respinto i socialdemocratici, riportando al potere i loro storici rivali, i cristiano-democratici, e nominando Friedrich Merz cancelliere. Ma Merz non è riuscito a formare un governo senza l’SPD. Così sono tornati. Grazie al 16 per cento dei voti, ai socialdemocratici sono stati assegnati importanti ministeri economici, il controllo della politica climatica e – cosa significativa per l’AfD – la difesa.
Verso un divieto?
L’invasione russa dell’Ucraina nel 2022 ha sconvolto profondamente la scena politica tedesca. In linea con le tradizioni pacifiste del suo partito, il cancelliere socialdemocratico Olaf Scholz ha esitato a trascinare la Germania in guerra. Ma nel giro di poche settimane ha annunciato un piano da 100 miliardi di euro per il riarmo della Germania. Merz, neoeletto nel 2025, è andato oltre. Con quella che i tedeschi considerano una manovra subdola, dopo la sua elezione ha sfruttato il parlamento uscente per riclassificare la spesa per la difesa come esente dalle regole del pareggio di bilancio, approvando poi 800 miliardi di euro di nuove spese per armamenti e infrastrutture.
Questo ingente esborso per l’armamento, in un paese storicamente pacifista con enormi bisogni interni, incontrerà quasi certamente resistenze politiche nei prossimi anni. I politici tedeschi giustificano costantemente le loro spese assicurando all’opinione pubblica che Vladimir Putin miri a invadere e occupare vari paesi europei lontani — o che, quantomeno, lo farà una volta che sarà riuscito a conquistare i primitivi villaggi ucraini che hanno tenuto a bada la Russia per quattro anni.
L’invasione russa ha cambiato la situazione dell’AfD in due modi. Il primo è di natura economica. A causa delle pressioni americane — e poi della misteriosa esplosione del gasdotto tedesco-russo Nord Stream 2 nei primi giorni di guerra — la Germania è stata costretta ad acquistare energia più costosa, gran parte della quale sotto forma di gas naturale liquefatto americano. Gli Stati Uniti hanno inoltre esercitato pressioni sulla Germania affinché “riducesse i rischi” del proprio commercio, sollecitando controlli più severi sui rapporti commerciali con la Cina. E l’industria automobilistica tedesca, superata dalla concorrenza cinese nel settore dei veicoli elettrici, ha iniziato a contrarsi drasticamente, con la perdita di decine di migliaia di posti di lavoro. Il crollo è stato quasi del tutto inaspettato e gli effetti si sono estesi alle numerose industrie collegate alla produzione automobilistica. Il potenziamento militare voluto da Merz è in parte un modo per convertire alcune delle fabbriche automobilistiche tedesche all’avanguardia in stabilimenti per la produzione di armi.
L’AfD adotta un approccio diverso: chiede una revisione radicale della politica energetica tedesca. Dall’inizio del mandato della Merkel, la Germania ha vietato l’energia nucleare e ha investito miliardi nei parchi eolici. Ora ha l’energia più costosa d’Europa. L’AfD è l’unico partito che promette un’inversione di rotta totale rispetto all’abbandono del nucleare avviato sotto la Merkel. L’energia a basso costo non è solo di per sé popolare tra gli elettori. Permette all’AfD di attribuire la colpa degli alti prezzi del gas al Partito dei Verdi — che ha dominato il dibattito politico dalla caduta del Muro di Berlino fino a circa cinque anni fa — e ai socialdemocratici e ai cristiano-democratici che li hanno imitati.
Ma la guerra in Ucraina sta influenzando l’AfD anche in un altro modo. A molti membri del partito sembra infatti che i partiti rivali o le fondazioni per i diritti umani (o entrambi, agendo di concerto) possano cercare in essa un pretesto per vietarne l’attività. Tino Chrupalla, un imbianchino della Sassonia che condivide la guida del partito con Weidel, ha assunto una posizione decisamente neutrale sulla guerra. «Non mi ha fatto nulla», disse Chrupalla riferendosi a Vladimir Putin lo scorso anno — una posizione che piace all’ampio elettorato pacifista tedesco. Ma per i partiti tradizionali, qualsiasi atteggiamento di non belligeranza o di scetticismo riguardo alle motivazioni degli Stati Uniti o dell’Occidente è «influenza russa», proprio come i politici americani si fissavano sulla «collusione russa» un decennio fa. I membri dell’AfD temono che, qualora le tensioni tra la Russia e l’Occidente dovessero intensificarsi, i politici potrebbero avvalersi di vari poteri d’emergenza per limitare le attività dell’AfD. O addirittura metterlo al bando.
Considerato il ruolo svolto dalla Russia nel contrastare il nazionalismo tedesco nel corso dell’ultimo secolo, non è affatto logico descrivere l’AfD come un partito al tempo stesso filo-russo e nazionalista tedesco. Eppure tutti gli altri partiti lo fanno. L’entusiasmo per l’idea di ostacolare ufficialmente o vietare il partito rimane forte, anche se le prove del suo “estremismo di destra” stanno perdendo di attualità. Una fazione della CDU guidata dall’attivista per il clima Roderich Kiesewetter ha raccolto prove che potrebbero garantire il divieto. A giugno, secondo quanto riferito, Kiesewetter avrebbe affermato che le promesse di Alice Weidel di riallacciare le relazioni con la Russia, qualora l’AfD vincesse le elezioni nazionali, stavano distorcendo il dibattito nazionale. Quando una delegazione dell’AfD si è recata in Russia lo scorso novembre, il segretario generale della CSU Martin Huber li ha accusati di «tradimento». A giugno, un’associazione per i diritti umani affiliata ai Verdi ha pubblicato un documento di tremila pagine a sostegno della messa al bando. Il testo ha affrontato ogni argomento, dal femminismo al COVID, spiegando che molti dei messaggi del partito possono essere compresi solo «leggendo tra le righe».
Luigi Pantisano, nuovo co-leader del Partito di Sinistra, ha dichiarato questa primavera al quotidiano Bild di non vedere «alcuna differenza tra la CDU, che persegue politiche fasciste, e l’AfD, che è di per sé fascista». Ma lo stesso Partito di Sinistra è certamente più radicale dell’AfD su questioni quali le relazioni della Germania con Israele. Diversi partiti hanno cercato di convincere gli elettori tedeschi che un voto a favore dell’AfD avrebbe allontanato gli investitori internazionali, anche se Martin Blessing, consulente per gli investimenti della cancelliera, ha dichiarato al quotidiano Handelsblatt a giugno che gli investitori con cui parla sono più preoccupati per le espropriazioni proposte dal Partito di Sinistra. Ciò è dovuto in parte al sostegno del Partito di Sinistra a un piano di espropriazione degli immobili dei grandi proprietari terrieri di Berlino — un piano, tra l’altro, molto popolare, che la maggioranza degli elettori berlinesi ha approvato in un referendum non vincolante nel 2021.
Nessuna vittoria dell’AfD nella Sassonia-Anhalt potrebbe essere così schiacciante da garantire il regolare funzionamento del governo locale. Lo Stato versa in condizioni finanziarie disastrose e i dibattiti sul bilancio saranno inevitabilmente tesi. Il controllo della burocrazia da parte dei partiti tradizionali creerà ostacoli ai piani dell’AfD. Nell’attuale clima politico, sono prevedibili piccole violazioni del protocollo. Lo scorso inverno a Berlino, l’SPD ha ricevuto l’avallo della Corte costituzionale quando la sua delegazione si è rifiutata di lasciare la seconda sala più grande del Reichstag, nonostante l’AfD, il secondo partito per grandezza, la superi ormai di trentadue seggi.
Ma mettere al bando l’AfD? È ormai troppo tardi per farlo. Il partito è troppo grande, raccogliendo circa due voti su cinque in Sassonia-Anhalt. È in circolazione da troppo tempo senza aver causato danni al sistema politico. Il Meinungskorridor — il termine tedesco che indica la gamma di opinioni accettabili — si è allargato troppo. E gli eventi che hanno dato origine a queste restrizioni alla libertà di espressione e di associazione, per quanto straordinariamente orribili, risalgono a troppo tempo fa: negli ultimi mesi, nel corso della campagna elettorale in Sassonia-Anhalt, sono state lanciate accuse di fascismo contro un candidato che non solo non era ancora nato quando i nazisti erano al potere, ma non era nemmeno nato quando cadde il Muro di Berlino, quasi mezzo secolo dopo.
Senza un legame emotivo diretto con i suoi giorni più bui, la versione tedesca della democrazia — in cui alcuni partiti politici hanno il diritto costituzionale di sollecitare un tribunale a mettere al bando altri partiti — è diventata troppo bizzarra per poter essere mantenuta. Harald Martenstein, editorialista conservatore della Welt e tutt’altro che un sostenitore dell’AfD, lo scorso inverno ha partecipato a un dibattito ad Amburgo sull’opportunità di vietare l’AfD, lasciando sbalordito il pubblico quando ha ribaltato con disprezzo la domanda sul pubblico, in maggioranza progressista. «Sapete bene che non state cercando di impedire il Quarto Reich, ma solo di eliminare la vostra concorrenza politica», ha affermato Martenstein. «Sarebbe un gioco da ragazzi tenere a bada l’AfD. Basterebbe solo affrontare alcuni problemi che sono problemi reali».
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Bob Hickok analizza come l’ascesa dell’AfD in Sassonia-Anhalt potrebbe portare il partito dall’opposizione al governo e cambiare il corso della politica tedesca.
L’ultima dichiarazione della leader dell’AfD, Alice Weidel, è stata diretta: “Formeremo il governo in Sassonia-Anhalt”. Le elezioni regionali si terranno il 6 settembre e l’AfD entra nelle ultime settimane di campagna elettorale con un vantaggio schiacciante. Un sondaggio Infratest dimap attribuisce al partito il 41%, contro il 24% della CDU (Unione Cristiano Democratica, il partito del cancelliere Friedrich Merz). Poiché diversi partiti minori si avvicinano alla soglia del 5% necessaria per entrare nel parlamento regionale, un simile risultato potrebbe garantire all’AfD la maggioranza assoluta dei seggi senza la maggioranza assoluta dei voti. Il suo candidato di punta, Ulrich Siegmund, sta quindi puntando a un governo guidato dall’AfD piuttosto che a un altro mandato all’opposizione. Questo sarebbe il primo governo regionale guidato dal partito e una grave sconfitta per tutte le istituzioni che per anni hanno ripetuto ai tedeschi che all’AfD non si deve mai permettere di esercitare il potere. Lo slogan della campagna elettorale, “Tutto è possibile”, è diventato realtà. Un partito considerato un outsider intoccabile ora è a portata di mano della Cancelleria di Stato a Magdeburgo, capitale della Sassonia-Anhalt.
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L’avanzata si estende ben oltre un singolo stato orientale. L’ultimo Politbarometro attribuisce all’AfD il 27% a livello nazionale e alla CDU/CSU (Unione Cristiano-Sociale, il partito gemello bavarese della CDU) il 22%. Allo stesso tempo, l’85% degli intervistati si dichiara insoddisfatto del governo federale, mentre solo il 13% si dichiara soddisfatto. Questi numeri descrivono un crollo del consenso. Il cancelliere Friedrich Merz aveva promesso un cambio di rotta, eppure la CDU continua a perdere elettori perché si rifiuta di rompere con le politiche che hanno generato l’attuale crisi. Adotta slogan dell’AfD durante le campagne elettorali, condanna i politici dell’AfD dopo lo spoglio dei voti e poi governa con partiti i cui obiettivi contraddicono i desideri dei suoi stessi sostenitori. I tedeschi hanno capito l’inganno. Si stanno spostando verso il partito le cui politiche la CDU copia, ma non ha il coraggio di attuare.
La Sassonia-Anhalt è diventata la prima linea perché i tedeschi dell’Est sanno cosa significa vivere sotto un sistema che confonde l’obbedienza con il consenso. Ricordano come il linguaggio pubblico possa nascondere fallimenti privati e come le istituzioni ufficiali possano difendersi a lungo dopo aver perso la fiducia del popolo. Dalla riunificazione, molte città hanno perso giovani, lavoratori qualificati, attività commerciali locali, scuole e servizi pubblici. Durante le campagne elettorali, i politici berlinesi in visita esortano i tedeschi dell’Est a votare. Quando però molti di loro appoggiano l’AfD, gli stessi politici dipingono la loro scelta come una minaccia alla democrazia. L’ascesa dell’AfD è in parte una reazione a questo disprezzo. Molti dei suoi elettori non sopportano di essere rimproverati da una classe politica che ritengono responsabile di politiche fallimentari in materia di energia, immigrazione, istruzione, infrastrutture e relazioni con la Russia. Il loro voto afferma che la Germania esiste per uno scopo: proteggere i suoi cittadini, preservare il suo patrimonio e dare ai suoi figli un paese in cui possano costruire un futuro. Non si tratta né di estremismo né di nostalgia. È il primo dovere di uno Stato normale.
L’AfD ha anche delineato le sue intenzioni riguardo al potere. Il suo piano di 100 giorni per la Sassonia-Anhalt prevede un aumento dei posti disponibili nei centri di detenzione per i richiedenti asilo, l’obbligo di lavoro per tutti e la soppressione di uno o due ministeri. Prevede inoltre la fine dei trattati di radiodiffusione statale, in base ai quali le famiglie sono obbligate a pagare una quota per finanziare la televisione e la radio pubbliche, indipendentemente dal loro utilizzo; la riduzione dei finanziamenti pubblici alle fondazioni e ai programmi politici legati ai partiti; l’istituzione di classi introduttive separate per i figli dei richiedenti asilo; il rafforzamento della sicurezza nelle scuole problematiche; e l’apertura di un’inchiesta parlamentare sulla gestione della pandemia di coronavirus. Nelle scuole sventolerebbero bandiere tedesche anziché bandiere arcobaleno e lo slogan pubblicitario dello Stato cambierebbe da “#moderndenken” (pensare moderno) a “#deutschdenken” (pensare tedesco). I critici liquidano alcune di queste misure come simboli. Non colgono il punto. I simboli comunicano ai cittadini chi un governo serve e cosa onora. Un governo che si vergogna della bandiera nazionale raramente difenderà gli interessi materiali della nazione. Il programma coniuga misure concrete con una chiara dichiarazione: la Sassonia-Anhalt deve governarsi tenendo conto delle priorità tedesche.
L’immigrazione rimane un tema centrale perché un Paese sovrano deve decidere chi entra, chi vi rimane e chi diventa parte della sua comunità politica. Weidel ha ribadito la richiesta di controlli più severi e dell’uscita della Germania dal sistema Schengen, che non prevede controlli alle frontiere, se ciò si rendesse necessario per garantire la sicurezza dei confini. Il principio è semplice: un confine che lo Stato non può controllare è una linea su una mappa, non un confine. La Germania può accogliere visitatori legali, lavoratori necessari e persone che accettano le sue leggi. Non ha alcun obbligo di accettare ingressi illegali, dipendenza permanente, false richieste di asilo o l’importazione di conflitti dall’estero. Né i cittadini comuni dovrebbero essere costretti a sopportare costi che i ministri si rifiutano di calcolare onestamente. La leadership federale dell’AfD ha dichiarato di non fare distinzioni tra cittadini tedeschi con o senza un passato migratorio: tutti sono membri della nazione tedesca, indipendentemente dall’origine, dalla visione del mondo o dalla religione. Confini sicuri e parità di cittadinanza vanno quindi di pari passo. Lo Stato deve controllare chi entra nel Paese, mentre tutti i cittadini devono vivere sotto le stesse leggi e condividere gli stessi doveri. La Germania può rimanere generosa solo se il suo governo controlla l’immigrazione e ne fa rispettare le regole.
Il cosiddetto “firewall” si frappone ora tra gli elettori e il governo che potrebbero scegliere. I leader della CDU hanno dichiarato che non tollereranno che una sezione regionale dell’est formi una coalizione con l’AfD, anche se i risultati delle elezioni locali indicassero tale cooperazione come la via più chiara per una maggioranza stabile. Questa regola costringe la CDU a stringere alleanze forzate con partiti rifiutati dalla maggior parte degli elettori conservatori. Conferisce ai partiti minori un potere ben superiore al loro effettivo consenso e trasforma le elezioni in un esercizio il cui risultato deve conformarsi a una decisione già presa a Berlino. Weidel ha ragione: questa politica sta distruggendo la CDU. Un partito conservatore, come la CDU afferma di essere, non può sopravvivere dicendo ai propri elettori che le loro principali preoccupazioni sono legittime, ma che un partito che le esprime è proibito. Prima o poi, la gente smette di votare per l’imitazione. Sceglie l’originale.
Con il crollo del muro di separazione, cresce la pressione per misure più severe. Ad agosto, oltre 1.000 avvocati hanno firmato una lettera aperta esortando i politici ad avviare procedimenti volti a mettere al bando l’AfD. Eppure, a febbraio, il Tribunale amministrativo di Colonia ha temporaneamente impedito all’agenzia federale di intelligence interna di classificare l’intero partito AfD come “organizzazione estremista di destra accertata”, una classificazione che consentirebbe una sorveglianza intensificata, compreso il monitoraggio delle comunicazioni e l’utilizzo di informatori all’interno del partito. Il tribunale ha ritenuto che le prove presentate fossero insufficienti a giustificare tale classificazione per il partito nel suo complesso, sebbene il caso principale rimanga irrisolto e il tribunale abbia rilevato motivi di sospetto riguardanti singoli funzionari dell’AfD. La distinzione è fondamentale. In uno Stato di diritto, le accuse devono essere provate e le sentenze devono applicarsi agli accusati, non a milioni di cittadini che hanno espresso un voto legittimo. Un partito con un sostegno nazionale che si avvicina al 30% non può essere sconfitto da etichette ufficiali. I tentativi di eliminarlo per via amministrativa confermerebbero l’accusa secondo cui il decreto teme il giudizio dell’opinione pubblica. La democrazia perde il suo significato quando gli elettori possono scegliere qualsiasi cosa tranne l’opposizione in grado di vincere.
Le prossime elezioni metteranno quindi alla prova sia l’AfD che i suoi avversari. Una vittoria in Sassonia-Anhalt porterebbe la responsabilità dei bilanci, delle scuole, della polizia, dell’amministrazione e del lavoro quotidiano del governo. Il partito deve rispondere ad anni di ostilità con disciplina, condotta legale e competenza dimostrata. Deve governare per ogni cittadino leale, punire la corruzione al suo interno e dimostrare che la politica patriottica può migliorare la vita quotidiana. Berlino e il Meclemburgo-Pomerania Anteriore voteranno due settimane dopo, il 20 settembre, quindi il successo o il fallimento a Magdeburgo avranno ripercussioni in tutto il paese. Il compito è più arduo che sconfiggere la CDU o umiliare l’establishment. La Germania ha bisogno di confini sicuri, energia a prezzi accessibili, servizi efficienti, strade sicure, famiglie forti, libero dibattito e pace all’estero. Ha bisogno di un governo che parli della nazione senza imbarazzo. Se l’AfD rimarrà calma, seria e fedele a questi doveri, la Sassonia-Anhalt potrebbe aprire le porte a un rinnovamento tedesco che nessun muro di protezione potrà contenere.
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Mercoledì, Magdeburgo, capitale dello stato tedesco della Sassonia-Anhalt, ha avuto un assaggio di come sarebbe la vita sotto il governo dell’AfD, o almeno così speravano gli organizzatori dello “Sciopero dei migranti”. Circa 150 attività commerciali avevano annunciato la chiusura dalle 10:00 alle 15:00. L’elenco comprendeva ristoranti, chioschi, barbieri e altre piccole imprese. Molte hanno effettivamente chiuso, mentre alcune sono rimaste aperte. È così che è nato il grande avvertimento: votate AfD e un giorno potreste dover aspettare cinque ore per un kebab o un taglio di capelli.
La protesta aveva lo scopo di mostrare cosa Magdeburgo perderebbe senza gli immigrati. Eppure l’AfD non propone l’espulsione di ogni commerciante, infermiere o operaio edile nato all’estero. Chiede invece controlli alle frontiere più severi, l’allontanamento di chi non ha diritto di soggiorno e la limitazione dell’immigrazione di massa. Un imprenditore turco che rispetta la legge, mantiene la sua famiglia e gestisce un’azienda di successo non è paragonabile a un immigrato clandestino la cui richiesta di asilo è stata respinta. La protesta si basava sul fingere che tale distinzione non esistesse. Senza questo stratagemma, il suo messaggio si sarebbe dissolto prima ancora di pranzo.
Gli organizzatori hanno anche definito la loro azione una “difesa della democrazia”. Una scelta di parole alquanto singolare. L’AfD è in testa in Sassonia-Anhalt perché gran parte dell’elettorato intende votare per essa. La risposta “democratica” è stata quindi quella di avvertire gli elettori che scegliere il partito sbagliato potrebbe precludere loro l’accesso a certi esercizi commerciali. Un imprenditore ha tutto il diritto di chiudere la propria attività per una causa politica. Allo stesso modo, i clienti hanno il diritto di sapere che il titolare li considera non solo come avventori, ma anche come allievi bisognosi di istruzione. Democrazia non significa che gli elettori debbano seguire il consiglio di chiudere un barbiere.
Lo sciopero potrebbe persino aver giovato all’AfD. Per cinque ore, i suoi oppositori hanno offerto una piccola lezione su come funziona la pressione politica: accettate la nostra posizione sull’immigrazione, oppure sospenderemo i nostri servizi. Eppure Magdeburgo è sopravvissuta. La gente ha rimandato il pranzo, ha trovato un altro chiosco o semplicemente ha continuato la propria giornata. Quando i negozi hanno riaperto alle tre, l’AfD era ancora in vantaggio, le elezioni erano ancora vicine e non era ancora sorta alcuna dittatura. Il promesso “campanello d’allarme” è suonato meno come una sveglia e più come un negoziante che guarda l’orologio chiedendosi quando sarebbero tornati i clienti.
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Karl Richter sostiene che la geografia finirà per ristabilire il partenariato tedesco-russo distrutto dalla guerra e dalle potenze transatlantiche.
La storia a volte ci offre momenti in cui si intravede la possibilità di un percorso alternativo. Cosa sarebbe successo se il Patto Hitler-Stalin del 23 agosto 1939 fosse rimasto in vigore e entrambe le parti lo avessero rispettato?
Purtroppo, si tratta di una domanda futile, perché non sussistevano le condizioni necessarie. Stalin, che negli anni ’30 aveva promosso l’elettrificazione e l’industrializzazione dell’Unione Sovietica a costo di un numero impressionante di vite umane, non aveva affatto abbandonato l’obiettivo di esportare la rivoluzione mondiale, come dimostrò il suo intervento a fianco dei repubblicani di sinistra nella guerra civile spagnola. L’Europa occidentale era minacciata. Hitler, nel frattempo, aveva contemplato la guerra contro l’Unione Sovietica fin dagli anni ’20. Pertanto, sebbene il patto dell’agosto 1939 abbia suscitato un enorme clamore a livello mondiale, in definitiva non fu altro che uno stratagemma con cui entrambe le parti intendevano raggirare l’altra. La finzione della cooperazione tedesco-sovietica durò meno di due anni. Il principale beneficiario fu il capitale americano che, grazie alla guerra e al successivo confronto tra i due blocchi, riuscì a risollevarsi dal baratro degli anni ’30 e a trasformare gli Stati Uniti nella principale potenza mondiale.
Ciononostante, persisteva il timore che Germania e Russia potessero ancora trovare la strada l’una verso l’altra. Nel 1952, Stalin tentò di costruire un ponte d’oro per i tedeschi offrendo loro sovranità, riunificazione e persino forze armate proprie. Come è noto, Adenauer, il “Cancelliere degli Alleati”, non prese nemmeno in considerazione la proposta. Nove cancellieri dopo, le relazioni tedesco-russe sono in rovina, mentre il pericolo di guerra, a causa delle politiche harakiri del cancelliere Merz, è maggiore di quanto non lo fosse durante la Guerra Fredda. Chi detta l’agenda transatlantica ha fatto un ottimo lavoro.
Questa situazione non deve e non rimarrà tale per sempre. Come dice il proverbio, la geografia è destino. Un solo sguardo alla mappa dimostra che la possibilità di una cooperazione tedesco-russa vantaggiosa per entrambe le parti esiste ancora. Per la Germania e per l’Europa, è più urgente che mai; la follia delle sanzioni degli ultimi anni si è rivelata un clamoroso autogol. La maggior parte dei tedeschi ne subirà presto le dolorose conseguenze. L’economia tedesca è in caduta libera, mentre quella russa, grazie al suo entroterra asiatico, non lo è. Prima ripristineremo la nostra partnership energetica con la Russia e ci libereremo dal ricatto del GNL da parte degli Stati Uniti e di altri, meglio sarà. Insieme alla risoluzione della questione migratoria, questa sarà la principale sfida di politica interna ed estera dei prossimi anni. I cani da guardia transatlantici che ancora dominano il dibattito saranno presto relegati alla storia.
Scrivo queste righe con grande serenità perché la finestra di opportunità si sta chiudendo per la nave dei folli che è la Repubblica Federale. Qualcosa di nuovo deve e accadrà; tutti lo percepiscono. Per coloro che vivranno abbastanza a lungo da vederlo, l’opzione tedesco-russa tornerà naturalmente sul tavolo.
(Tradotto dal tedesco)
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L’ascesa dell’AfD sta mettendo in luce le conseguenze politiche di un modello economico basato sull’energia russa a basso costo, sulla forza industriale e su un consenso centrista che sta diventando sempre più difficile da sostenere.
Per gran parte del periodo successivo alla Guerra Fredda, la Germania ha goduto di un assetto strategico insolitamente favorevole. L’energia russa sosteneva un’economia industriale basata su una produzione manifatturiera competitiva a livello globale. L’integrazione europea ha ampliato il mercato. Le garanzie di sicurezza americane hanno limitato i costi della protezione geopolitica. E un centro politico straordinariamente stabile ha gestito la distribuzione della prosperità che ne è derivata.
Tale accordo è ora sotto pressione da ogni parte.
Il significato dell’ascesa di Alternative für Deutschland (AfD) per la Germania va dunque oltre le sorti di un singolo partito di opposizione. L’AfD sta diventando il veicolo politico attraverso il quale una parte crescente dell’elettorato sta mettendo in discussione presupposti che la classe dirigente tedesca ha dato per scontati: la rottura con la Russia in materia di energia, la gestione della guerra in Ucraina, le conseguenze economiche delle sanzioni e i limiti del dibattito politico accettabile.
In Germania non sta cambiando solo la mappa elettorale, ma anche il rapporto tra performance economica e legittimità politica.
L’economia dietro la politica
L’attacco di Alice Weidel all’abbandono da parte della Germania dell’energia russa a basso costo colpisce direttamente la debolezza del consenso politico esistente.
La sua argomentazione è politicamente incisiva perché collega la politica estera all’economia domestica e industriale. Il rapporto energetico tra Germania e Russia non è mai stato meramente commerciale. Costituiva parte integrante della struttura dei costi che sosteneva l’industria tedesca. Una volta interrotto tale rapporto, Berlino è stata costretta a sostituire una fonte di energia geograficamente conveniente con un sistema più complesso e potenzialmente più costoso.
La bozza descrive riserve di gas eccezionalmente basse, preparativi inadeguati per l’inverno, pressioni sui mercati petroliferi e forniture di GNL che non hanno raggiunto i livelli previsti dalla leadership politica tedesca. Allo stesso tempo, il cancelliere Friedrich Merz fatica a generare lo slancio politico atteso dal suo governo, mentre impopolari misure fiscali aggiungono un’ulteriore fonte di malcontento.
È qui che l’ascesa dell’AfD assume un’importanza strategica.
I partiti esterni al consenso di governo spesso avanzano quando gli elettori giungono alla conclusione che i costi che stanno sopportando non sono disagi temporanei, ma conseguenze di politiche che il sistema politico si rifiuta di riconsiderare. L’AfD non ha bisogno di convincere ogni singolo elettore tedesco dell’intero suo programma. Deve convincerne un numero sufficiente che i partiti esistenti stanno difendendo un assetto che non funziona più.
Quando il contenimento smette di funzionare
Le imminenti elezioni in Sassonia-Anhalt e Meclemburgo-Pomerania Anteriore potrebbero quindi assumere un’importanza maggiore rispetto alle normali elezioni regionali.
L’AfD è in posizione favorevole per essere in testa in entrambi gli stati, mentre i sondaggi in Sassonia-Anhalt hanno sollevato la possibilità di una maggioranza assoluta. Un simile risultato darebbe al partito il suo primo governo regionale e potenzialmente una rappresentanza nel Bundesrat, portando una forza politica emergente direttamente all’interno della struttura istituzionale federale tedesca.
Il problema dell’establishment sta diventando sempre più difficile da nascondere. La strategia tradizionale è stata quella del contenimento: isolare politicamente l’AfD, sottoporla a un intenso controllo istituzionale e impedire agli altri partiti di trattarla come un normale partner di coalizione.
Ma il contenimento dipende dai calcoli elettorali.
Se l’AfD dovesse diventare ripetutamente il partito di maggioranza relativa, e soprattutto se si avvicinasse alla maggioranza di governo, il cordone sanitario inizierebbe a produrre risultati sempre più problematici. Potrebbero essere necessarie coalizioni più ampie di partiti ideologicamente incompatibili semplicemente per impedire al partito più forte di governare.
A quel punto, il meccanismo concepito per proteggere il centro politico può iniziare a indebolirne la legittimità.
La campagna elettorale dei Verdi in Sassonia-Anhalt, di cui si ha notizia, illustra questo cambiamento. L’obiettivo non è più necessariamente impedire una vittoria dell’AfD, ma impedire che l’AfD ottenga la maggioranza. Si tratta di una posizione politica decisamente più difensiva.
La crisi economica si manifesta anche in un contesto esterno più esigente per la Germania.
Il conflitto in Ucraina continua ad assorbire l’attenzione politica e militare europea, mentre le forze russe intensificano la pressione nel Donbass occidentale e a Zaporizhzhia. Allo stesso tempo, le risorse militari americane descritte nella bozza odierna si concentrano sempre più sul Medio Oriente, compreso il dispiegamento di portaerei che potrebbe lasciare l’Asia priva di un gruppo d’attacco di portaerei statunitense.
Questi sviluppi sono geograficamente separati ma strategicamente collegati.
Essi prefigurano un mondo in cui le risorse militari, le forniture energetiche e la capacità industriale saranno nuovamente beni scarsi che i governi dovranno allocare tra priorità concorrenti.
Per la Germania, questa situazione è particolarmente scomoda. Il Paese ha costruito la propria economia politica in un periodo in cui l’integrazione economica e la sicurezza strategica si rafforzavano a vicenda. Oggi, invece, possono spingere in direzioni opposte.
Sostenere il confronto geopolitico può comportare costi industriali. Il riarmo richiede risorse fiscali. La diversificazione energetica richiede infrastrutture e capitali. Mantenere la coesione sociale diventa più difficile quando la crescita rallenta.
La politica estera, quindi, torna a essere politica interna.
La fine del centro automatico
Per questo motivo, i tentativi di comprendere l’AfD esclusivamente attraverso il linguaggio dell’estremismo rischiano di non cogliere la più ampia trasformazione politica.
La Germania potrebbe in ultima analisi limitare il partito, contenerlo, sconfiggerlo alle elezioni o costringerlo ad affrontare le difficoltà di governo. La bozza stessa solleva la possibilità di consentire a un governo dell’AfD di entrare in carica prima di sottoporlo a intense pressioni istituzionali e politiche.
Ma nessuno di questi approcci risolve le condizioni che ne determinano il sostegno.
Il problema più profondo è che i partiti tradizionali tedeschi si trovano sempre più spesso a dover difendere politiche le cui conseguenze economiche possono essere percepite direttamente dagli elettori. Se la debolezza industriale, l’insicurezza energetica e la pressione fiscale persistono, le argomentazioni un tempo relegate ai margini della politica rischiano di diventare sempre più difficili da escludere dal dibattito principale.
Anche il rinnovato dibattito su Angela Merkel è rivelatore. Qualunque sia l’esito, guardare al passato per individuare un’autorità politica è solitamente segno che il presente non è riuscito a produrre un successore evidente.
Il sistema politico tedesco si è dimostrato eccezionalmente stabile quando il suo modello economico ha generato una prosperità sufficiente ad assorbire compromessi strategici.
La prossima prova sarà se tale stabilità riuscirà a sopravvivere quando questi compromessi cominceranno a comportare costi evidenti.
L’AfD potrebbe essere il beneficiario immediato. Ma il vero protagonista è qualcosa di più grande: l’erosione delle fondamenta materiali che sostenevano il centro politico tedesco.
Ed è per questo che ciò che accade in Sassonia-Anhalt non resterà confinato in Sassonia-Anhalt.
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Per decenni, la Repubblica Federale di Germania si è presentata al mondo come un sistema parlamentare stabile, fondato su moderazione costituzionale, equilibrio federale e prudenza storica. Gli osservatori stranieri sentivano spesso dire che la Germania moderna possedeva protezioni insolitamente forti contro l’estremismo politico, poiché i traumi del ventesimo secolo avrebbero presumibilmente prodotto una cultura politica incentrata sulle “garanzie democratiche”. Eppure, più si analizza la struttura dello Stato tedesco, più emerge chiaramente un’altra realtà: il sistema contiene potenti meccanismi di emergenza progettati per disciplinare le regioni ribelli, neutralizzare le minacce politiche e preservare la continuità ideologica ogniqualvolta l’establishment al potere si senta in pericolo.
Uno di questi meccanismi porta il nome tecnico di Bundeszwang , ovvero “coercizione federale”. Un altro è etichettato in modo più blando come Bundesintervention , ovvero “intervento federale”. Al di fuori della Germania, quasi nessuno ha mai sentito parlare di questi concetti. Persino all’interno della Germania, sono rimasti oscuri per decenni perché la classe politica non ne ha mai avuto bisogno. Il consenso ha dominato il paese. Le elezioni hanno cambiato volti, slogan e colori delle coalizioni, mentre l’orientamento ideologico generale è rimasto stabile. La politica migratoria si è ampliata. L’integrazione europea si è approfondita. La politica estera atlantista si è irrigidita. La globalizzazione economica ha accelerato. Emittenti pubbliche, università, tribunali e fondazioni di partito si sono mossi nella stessa orbita ideologica. L’opposizione esisteva entro confini attentamente definiti.
Poi è arrivata l’ascesa di Alternativa per la Germania (AfD).
Per i lettori stranieri che non hanno familiarità con la politica tedesca, l’AfD è nata come partito euroscettico durante la crisi dell’euro e si è gradualmente trasformata in un più ampio movimento di opposizione nazionalista incentrato su immigrazione, sovranità, identità culturale, politica energetica e critica all’élite di governo. Nel tempo, soprattutto nella Germania dell’Est, il partito si è sviluppato in una forza politica di massa in grado di competere per il potere statale. In diversi Länder orientali, l’AfD gode ora di un livello di sostegno che i partiti tradizionali dell’establishment un tempo ritenevano impossibile. Questo sviluppo ha terrorizzato l’establishment politico tedesco molto più di quanto avrebbe mai potuto fare qualsiasi movimento di protesta marginale, perché ha rivelato qualcosa di più profondo: milioni di tedeschi comuni avevano smesso di credere alla narrazione ufficiale sul futuro del paese.
La reazione dell’establishment politico ha seguito uno schema ricorrente nell’Europa occidentale moderna. In primo luogo, la delegittimazione morale. L’AfD e i suoi elettori sono stati costantemente associati all’estremismo, a colpe storiche e a una minaccia per la democrazia. Poi è arrivata l’esclusione istituzionale. I politici dell’AfD hanno incontrato ostacoli sistematici che impedivano loro di ottenere la presidenza delle commissioni parlamentari, incarichi di controllo o l’influenza procedurale normalmente concessa ai grandi partiti all’interno dei sistemi parlamentari. È seguita la sorveglianza dei servizi segreti. Sono emerse discussioni sulla messa al bando dei partiti. Le campagne mediatiche si sono intensificate. Il cosiddetto Brandmauer – letteralmente “muro di fuoco” – è diventato una dottrina ufficiale: tutti gli altri partiti principali si sono impegnati a rifiutare permanentemente qualsiasi collaborazione con l’AfD, indipendentemente dai risultati elettorali.
Ora, un’altra possibilità entra nel dibattito pubblico: l’uso di poteri coercitivi federali contro i governi statali guidati dall’AfD.
Per comprendere l’importanza di questo aspetto, i lettori stranieri devono innanzitutto conoscere la struttura federale della Germania. La Germania è composta da sedici stati federati, chiamati Bundesländer . Ciascuno di essi possiede un proprio governo, parlamento, forze di polizia, sistema scolastico e una notevole autonomia amministrativa. La Baviera, la Sassonia, la Turingia e gli altri stati federati presentano alcune analogie con gli stati americani, sebbene la Germania rimanga nel complesso più centralizzata. In circostanze normali, ogni governo statale amministra il proprio territorio in larga misura in modo indipendente, pur rimanendo integrato nel più ampio ordinamento costituzionale federale.
La Costituzione tedesca – la Grundgesetz , o Legge fondamentale – contiene tuttavia disposizioni che consentono al governo federale di Berlino di intervenire contro gli Stati in circostanze eccezionali. L’articolo 37 stabilisce la coercizione federale. L’articolo 91 stabilisce l’intervento federale. Questi meccanismi sono emersi dall’ossessione tedesca del XX secolo per il collasso dello Stato, i conflitti interni e la paralisi costituzionale. I sostenitori li descrivono come salvaguardie contro l’insurrezione o il crollo costituzionale. I critici li considerano sempre più come strumenti attraverso i quali il governo centrale può reprimere i movimenti politici ritenuti inaccettabili dall’élite al potere.
L’articolo 37 stabilisce che, qualora uno Stato federale tedesco non adempia ai propri obblighi previsti dalla legge federale, il governo federale può adottare le “misure necessarie” per imporne l’adempimento. A prima vista, la formulazione appare amministrativa e tecnica. Il linguaggio sembra sterile, quasi innocuo. Eppure, al di là della formulazione burocratica, si cela un potere immenso.
Cosa si intende esattamente per violazione degli obblighi federali? La Costituzione non fornisce un elenco preciso. Questa ambiguità è di enorme importanza. Un governo statale potrebbe essere accusato di violazione degli obblighi federali attraverso un’applicazione impropria delle normative federali, resistenza alle direttive amministrative federali, rifiuto di attuare determinate politiche con sufficiente efficacia o contrasto con le sentenze dei tribunali federali. L’interpretazione è in gran parte nelle mani del governo federale stesso, supportato dagli alleati politici all’interno del Bundesrat , la camera alta del parlamento tedesco che rappresenta i Länder.
Ciò crea una situazione in cui l’establishment politico definisce di fatto la soglia per l’intervento contro gli avversari politici.
Il governo federale gode di ampia discrezionalità in merito alle misure che può adottare. Il dibattito pubblico spesso inizia con scenari blandi: pressioni finanziarie, sanzioni amministrative, restrizioni temporanee o esecuzione sostitutiva, in cui le autorità federali svolgono direttamente determinate funzioni. Tuttavia, gli studiosi di diritto costituzionale riconoscono la possibilità di misure ben più severe. In casi estremi, le autorità federali potrebbero di fatto privare un governo statale del potere effettivo di governo, pur mantenendolo formalmente in carica. Berlin potrebbe nominare commissari federali per supervisionare o amministrare direttamente parti dell’amministrazione statale. L’autorità di polizia potrebbe essere trasferita sotto la direzione federale. La sovranità amministrativa potrebbe indebolirsi drasticamente.
I lettori stranieri potrebbero faticare a cogliere il significato psicologico di questo dibattito all’interno della Germania. La questione va ben oltre le procedure legali. Milioni di elettori dell’AfD sospettano sempre più che la partecipazione democratica sia tollerata solo finché produce risultati accettabili. Ogni escalation rafforza questo sospetto. Ogni manovra procedurale contro il partito acuisce la sensazione che il sistema tema un autentico cambiamento elettorale.
I sostenitori della coercizione federale insistono sul fatto che tali poteri servano semplicemente a difendere l’ordine costituzionale. Tuttavia, dal punto di vista dell’AfD, emerge un’altra interpretazione. L’establishment ha trascorso anni a dichiarare che la democrazia richiede inclusione, pluralismo, partecipazione e rispetto per i risultati elettorali. Improvvisamente, quando ampie fasce della popolazione hanno iniziato a sostenere un partito di opposizione nazionalista, il linguaggio è cambiato. La democrazia si è trasformata da governo del popolo a governo di persone accettabili. La legittimità elettorale è diventata condizionata.
La contraddizione si acuisce nella Germania dell’Est. Molti tedeschi orientali portano ancora con sé i ricordi storici del controllo ideologico centralizzato dell’era comunista della Repubblica Democratica Tedesca. Riconoscono il linguaggio familiare dell’igiene politica, della tutela democratica e della supervisione morale. Ancora una volta, un’élite politica consolidata spiega agli elettori dell’Est che i loro istinti politici necessitano di essere corretti dall’alto.
Quest’atmosfera spiega perché le discussioni sulla coercizione federale generino un’intensità emotiva così forte. Il meccanismo assomiglia a un freno di emergenza installato all’interno dell’apparato costituzionale dello Stato. Ufficialmente, esiste per le situazioni catastrofiche. In pratica, molti tedeschi sospettano sempre più che la definizione di catastrofe si allarghi ogni volta che l’elettorato si discosta troppo dal consenso dell’establishment.
I sostenitori dell’AfD sostengono quindi che la vera questione trascenda le tecnicalità legali. Il problema più profondo riguarda la sovranità stessa. Chi governa veramente la Germania? Gli elettori dei singoli Länder o un apparato ideologico permanente che si estende dai ministeri federali alle reti di partito, dalle emittenti pubbliche ai servizi segreti, dalle ONG alle istituzioni accademiche e alle strutture transnazionali legate a Bruxelles e alle reti politiche atlantiste? Da questa prospettiva, la coercizione federale appare meno come una difesa costituzionale e più come l’ultimo meccanismo di protezione del potere gestionale contro le minacce democratiche.
L’ironia diventa impossibile da ignorare. La Germania impartisce costantemente lezioni ad altre nazioni sulla democrazia liberale, il pluralismo e la tolleranza. I politici tedeschi criticano l’Ungheria, la Polonia, la Russia, chiunque venga accusato di indebolire le norme democratiche. Eppure, nella stessa Germania, milioni di elettori assistono al coordinamento aperto da parte dei partiti tradizionali di barriere istituzionali contro la principale forza di opposizione del paese. Ascoltano discussioni su sorveglianza, esclusione, divieti, manipolazione delle procedure e ora anche su potenziali interventi coercitivi contro i governi statali che potrebbero emergere da elezioni legittime.
Ogni nuova misura rafforza l’argomentazione centrale dell’AfD: la classe dirigente si fida della democrazia solo finché quest’ultima produce risultati approvati.
Anche molti tedeschi che rimangono scettici nei confronti dell’AfD riconoscono sempre più il pericolo insito in questa traiettoria. Un sistema costituzionale basato sull’esclusione permanente finisce per perdere credibilità morale. I cittadini iniziano a percepire le elezioni come rituali simbolici piuttosto che come strumenti significativi di cambiamento politico. Il cinismo si diffonde. La fiducia crolla. La coesione sociale si erode. La radicalizzazione politica accelera. Lo Stato risponde con ulteriori pressioni, che a loro volta acuiscono ulteriormente l’alienazione. Si innesca un circolo vizioso.
L’establishment tedesco detiene ancora un enorme potere istituzionale. L’influenza dei media rimane immensa. Le reti finanziarie restano allineate. Università, burocrazie, fondazioni e istituzioni europee si muovono in larga misura in sincronia ideologica. Eppure, sotto questa superficie amministrativa, un’altra Germania si fa sempre più inquieta. L’aumento dei costi energetici, le pressioni migratorie, la stagnazione economica, l’insicurezza pubblica e la crescente frammentazione etnoculturale generano una crescente sfiducia nei confronti dell’ordine costituito. L’AfD trae forza da questo divario crescente tra le narrazioni ufficiali e la realtà vissuta.
La coercizione federale simboleggia quindi qualcosa di più di una semplice procedura costituzionale. Rappresenta il momento in cui il sistema ammette tacitamente di temere il proprio elettorato.
Per decenni, la classe dirigente tedesca ha descritto il populismo come un’emozione irrazionale che minacciava l’ordine democratico. Ora emerge la possibilità che lo stesso ordine democratico possa diventare subordinato alla soppressione delle manifestazioni populiste. La maschera cade. Il linguaggio della tutela costituzionale si fonde con la logica del contenimento politico. Ai cittadini viene trasmesso un messaggio semplice: la partecipazione rimane benvenuta, a condizione che il risultato non modifichi nulla di sostanziale.
Molti tedeschi sperano ancora che il dibattito non vada oltre la teoria. Eppure, la semplice esistenza di tali discussioni altera già la coscienza pubblica. Quando gli elettori credono che le vittorie elettorali possano innescare punizioni istituzionali dall’alto, il rapporto tra cittadino e Stato cambia radicalmente. Le elezioni cessano di essere espressione di sovranità e iniziano ad assomigliare a esercizi controllati, consentiti entro limiti attentamente definiti.
Questa consapevolezza, più di qualsiasi singolo meccanismo giuridico, spiega la crescente crisi di legittimità all’interno della Germania moderna.
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I principali mezzi di comunicazione alimentano il dibattito sulla dichiarazione dello “stato di tensione”: questo precursore dello “stato di difesa” consente una limitazione dei diritti fondamentali.
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Nuovo
2025
BERLINO (notizia propria) – I principali media tedeschi stanno promuovendo un dibattito sulla necessità di dichiarare uno “stato di tensione”, una fase preliminare che porta allo “stato di difesa”. Mercoledì, Roderich Kiesewetter, esperto di politica estera e militare della CDU, ha cercato di giustificare la richiesta di imporre per la prima volta uno “stato di tensione” in Germania durante il programma di attualità della rete televisiva pubblica ARD, seguito da un vasto pubblico. Kiesewetter, noto per le sue posizioni belliciste, aveva già sollevato questo argomento alla fine del 2024. Lo “stato di tensione” serve, come definito espressamente dalla Bundeswehr, “allo scopo di mobilitazione”. Prevede notevoli restrizioni in tutta la società. Non da ultimo, può innescare l’immediata applicazione del servizio militare obbligatorio per tutti gli uomini di età superiore ai 18 anni. Apre inoltre la porta al reclutamento obbligatorio e al distacco di personale civile – come i medici – per assistere i militari, e all’obbligo per le aziende private di produrre beni militari. Piani concreti di questo tipo per uno scenario di guerra sono in preparazione da tempo nel settore sanitario e in altri settori. Gli operatori sanitari dovrebbero, ad esempio, introdurre un sistema di “triage inverso” per far fronte a un aumento del volume di pazienti provenienti dall’esercito. Ciò potrebbe significare che il personale della Bundeswehr con ferite lievi avrebbe la priorità rispetto ai civili gravemente feriti nel trattamento ospedaliero.
Tra pace e guerra
La base giuridica del cosiddetto “stato di tensione” è l’articolo 80a della Costituzione tedesca, la Legge fondamentale. Esso stabilisce che la sua “determinazione” è presa dal Bundestag e richiede “una maggioranza dei due terzi dei voti espressi”. Il contenuto effettivo di uno “stato di tensione” non è definito con precisione. È generalmente considerato come “una fase preliminare verso uno stato di difesa”. Deve essere dichiarato quando la Repubblica Federale di Germania si trova ad affrontare “una situazione di minaccia” che potrebbe degenerare in guerra. [1] L’Agenzia federale semi-ufficiale per l’educazione civica avverte che “deve esserci, in ogni caso, una probabilità sufficiente che una situazione difficile di politica estera possa degenerare in un attacco armato” [2]. Il dibattito mediatico sulla lotta di potere tra Germania e Russia ha creato questa impressione, soprattutto con le regolari accuse di “guerra ibrida” mosse a Mosca (german-foreign-policy.com ha riportato [3]). I media stanno ora sottolineando l’idea che il Bundestag tedesco possa “votare a favore di uno stato di tensione in risposta alle minacce ibride” [4]. In linguaggio non giuridico, lo “stato di tensione” viene definito come una situazione “tra la pace e la guerra”. Ciò fa eco alle parole minacciose pronunciate dal cancelliere Friedrich Merz alla fine di settembre: “Non siamo in guerra, ma non viviamo più in pace” [5].
Leggi sulla sicurezza
La dichiarazione dello “stato di tensione” avrebbe conseguenze pratiche significative. Essa “serve allo scopo di mobilitazione”, afferma un portavoce del Comando Operativo della Bundeswehr.[6] Da un lato, il servizio militare obbligatorio per tutti gli uomini di età superiore ai 18 anni potrebbe essere immediatamente ripristinato. Infatti, sarebbero consentiti periodi di leva a tempo indeterminato per il servizio militare. Anche il campo di applicazione della Bundeswehr sul territorio nazionale verrebbe notevolmente ampliato. Il personale militare potrebbe essere impiegato per proteggere oggetti civili e regolare i trasporti e il traffico. Soprattutto, entrerebbero in vigore le “Sicherstellungsgesetze”, ovvero le leggi di garanzia applicabili in stati di emergenza per consentire alle forze armate l’accesso alle infrastrutture, alla forza lavoro e all’economia. I lavoratori civili potrebbero essere arruolati per compiti militari; il personale medico – dai medici agli infermieri – potrebbe essere distaccato presso ospedali militari; gli autisti potrebbero essere obbligati a trasportare carburante per la Bundeswehr; e i privati potrebbero essere obbligati a fornire alloggio nelle loro case ai soldati. [7] Inoltre, le autorità potrebbero obbligare le aziende a produrre tutti i tipi di beni richiesti dalle forze armate. Il distacco di personale medico per lavorare nell’esercito è stato infatti recentemente praticato nell’ambito di una manovra ad Amburgo (come riportato da german-foreign-policy.com [8]).
Sulla strada verso la guerra
L’idea di dichiarare uno “stato di tensione” è stata portata per la prima volta all’attenzione dell’opinione pubblica nel dicembre dello scorso anno dal politico della CDU e specialista in affari esteri e militari Roderich Kiesewetter.[9] Alla fine di settembre, egli ha esplicitamente invocato questo cambiamento legislativo in direzione dei preparativi bellici, cercando di alimentare i timori nel contesto di alcuni voli inspiegabili di droni sopra gli aeroporti tedeschi. Kiesewetter ha dichiarato che “innescare lo stato di tensione sarebbe la risposta più sensata”. [10] Kiesewetter ha ribadito la sua posizione mercoledì sull’emittente pubblica ARD.[11] Già a settembre aveva spiegato che i vantaggi di dichiarare lo “stato di tensione” non risiedevano solo nel garantire che “le infrastrutture essenziali sarebbero state protette dalla Bundeswehr”, ma anche nell’idea che “le catene di comando potrebbero essere snellite” e che “opzioni non specificate potrebbero essere utilizzate in modo efficiente”. Da allora, il dibattito sullo “stato di tensione” ha acquisito sempre più rilevanza nei principali media tedeschi. Indipendentemente dal fatto che la dichiarazione dello “stato di tensione” sia sostenuta o meno, questo dibattito sta portando a un’ulteriore normalizzazione dell’idea che la Germania sia sull’orlo della guerra e che la popolazione debba essere pronta ad accettare una significativa restrizione dei propri diritti, fino al punto di costringere i civili a svolgere lavori ausiliari per l’esercito.
Triage inverso
L’integrazione diretta dei civili negli scenari di guerra è in preparazione da tempo. I piani per l’utilizzo degli ospedali civili in caso di guerra stanno prendendo forma. Il motivo alla base della cooptazione del personale medico e delle strutture sanitarie è che gli strateghi militari sono ben consapevoli che le capacità degli ospedali della Bundeswehr non sono affatto sufficienti per curare l’elevato numero di vittime previsto in caso di guerra aperta, spesso stimato in circa un migliaio al giorno. [12] A Berlino, l’amministrazione del Senato, in collaborazione con la Bundeswehr, l’Associazione degli ospedali di Berlino e dodici cliniche, ha redatto un documento di lavoro che delinea le procedure che il personale ospedaliero dovrà seguire in caso di guerra. Secondo una dichiarazione dell’Associazione dei medici democratici (vdää), queste includerebbero un cosiddetto sistema di “triage inverso”. Il “personale militare con ferite lievi avrebbe la priorità” anche rispetto ai civili gravemente feriti, al fine di “rimettere in sesto i soldati il più rapidamente possibile”. Il documento di lavoro chiede “una discussione aperta” sul “lasciar morire i pazienti che sono casi senza speranza”. La vdää rileva un chiaro passaggio “dalla medicina individuale alla medicina di emergenza”. Tutto ciò richiede “il trasferimento di poteri di ampia portata negli ospedali alle autorità e alle forze armate”.[13]
Requisiti di investimento
Nell’ambito dei preparativi bellici, un’associazione tedesca di ospedali ha pubblicato uno studio che delinea i “requisiti di investimento” necessari per creare una “resilienza negli ospedali tedeschi” a prova di guerra. [14] Tra le altre cose, gli autori dello studio sottolineano la necessità di generatori di energia di emergenza e di ampie riserve di acqua potabile. Chiedono l’acquisto di impianti di decontaminazione, l’ampliamento delle comunicazioni radio e satellitari da utilizzare in caso di emergenza e l’installazione non solo di infrastrutture aggiuntive in superficie – nel caso in cui gli ospedali vengano attaccati – e di misure di protezione del sito, ma anche di “sale di trattamento alternative” sotterranee. In questo contesto viene menzionato l’uso di “parcheggi sotterranei” e “scantinati”. Il denaro necessario per queste misure di ampia portata dovrebbe provenire dal “Fondo speciale” del governo tedesco, istituito per il massiccio potenziamento degli armamenti. I costi sono stimati in poco meno di 15 miliardi di euro. Come osserva la vdää, questi costosi progetti stanno prendendo forma nonostante il fatto che gli ospedali civili nella Repubblica Federale siano stati descritti per anni come “insostenibili”. Infatti, “nell’ambito dell’attuale programma di riforma ospedaliera si chiedono tagli drastici”.[15] I fondi sono disponibili per la guerra, ma non per l’assistenza sanitaria civile.
[1] Patrizia Kramliczek: Tra pace e guerra: cosa significa «caso di tensione»? br.de 22.10.2025.
[2] Pierre Thielbörger: Costituzione di emergenza. bpb.de.
[13] Previsto il mancato rispetto del codice deontologico medico in caso di guerra. vdaeae.de 29.10.2025.
[14] Istituto tedesco per gli ospedali: Investimenti necessari per garantire la resilienza degli ospedali tedeschi. Relazione finale per la Deutsche Krankenhausgesellschaft e.V. (Associazione tedesca degli ospedali). Düsseldorf, 28/10/2025.
[15] In superficie: riduzione dei posti letto e chiusura di ospedali, sottoterra: investimenti miliardari. vdaeae.de 03.11.2025.
La Germania rafforza le sue relazioni economiche con gli Emirati Arabi Uniti. Questi ultimi acquisiscono per la prima volta una grande azienda tedesca e la utilizzano per la propria espansione. Sostengono la milizia genocida RSF in Sudan.
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ABU DHABI/BERLINO (Rapporto proprio) – Con intense discussioni ad Abu Dhabi, il ministro federale dell’economia Katherina Reiche ha rafforzato le relazioni tedesche con gli Emirati Arabi Uniti, il principale sostenitore della milizia genocida RSF in Sudan. I colloqui non hanno riguardato solo la garanzia di accesso all’idrogeno verde in futuro. Gli Emirati stanno infatti diventando uno dei suoi principali produttori. Reiche ha inoltre negoziato l’imminente acquisizione dell’ex gruppo Dax Covestro da parte del gruppo emiratino Adnoc. Se in passato gli Emirati hanno investito in Germania per aiutare le aziende tedesche a superare le crisi con iniezioni di liquidità, questa volta la tradizionale azienda Covestro (un tempo Bayer MaterialScience) sarà integrata in un gruppo degli Emirati per aiutarlo a raggiungere la leadership mondiale: un esempio di quanto siano profondi i cambiamenti nei rapporti di forza globali. Secondo la delegazione di Reiches, Berlino dovrebbe attualmente “presentarsi come un supplicante” nei confronti della emergente Abu Dhabi. In realtà, gli Emirati Arabi Uniti perseguono da tempo una politica estera indipendente, sostenuta anche dalla loro cooperazione con la Germania.
Conversione per l’era post-fossile
All’inizio della settimana, il ministro federale dell’economia Katherina Reiche ha condotto colloqui negli Emirati Arabi Uniti sul futuro approvvigionamento di idrogeno verde. Gli Emirati stanno cercando di diventare uno dei principali esportatori di idrogeno a livello mondiale. In questo modo intendono assicurarsi una posizione di rilievo sul mercato energetico globale anche per il periodo successivo alla fine dell’era dei combustibili fossili. Inizialmente, una parte dell’idrogeno sarà ancora ricavata dal gas naturale (“idrogeno blu”); a lungo termine è previsto il passaggio completo all’idrogeno “verde”, ricavato da energie rinnovabili. In questo contesto, gli Emirati sono ovviamente in concorrenza, tra l’altro, con l’Arabia Saudita e l’Oman, che intendono anch’essi trarre vantaggio dalla loro posizione geografica molto favorevole all’utilizzo delle energie rinnovabili. [1] Per Berlino, il ricorso agli Emirati come fornitore di energia segue ancora in gran parte modelli tradizionali, secondo i quali gli Stati al di fuori dei centri industriali occidentali fungono principalmente da fornitori di materie prime – tra cui fonti energetiche – e da mercati di sbocco. Inoltre, le aziende tedesche guadagnano bene fornendo la tecnologia per lo sviluppo dell’economia dell’idrogeno degli Emirati.[2]
Iniezioni di liquidità arabe
Diverso è il caso del secondo tema trattato da Reiche negli Emirati: gli investimenti emiratini nella Repubblica Federale Tedesca. Tradizionalmente, quando avevano bisogno di nuovo capitale, i gruppi industriali tedeschi potevano sempre ricorrere ai fondi dei paesi arabi del Golfo senza dover fare particolari concessioni. Un esempio è stato l’ingresso nel 2009 del fondo di investimento controllato dallo Stato Aabar Investments di Abu Dhabi nella Daimler. All’epoca, a causa della crisi finanziaria globale, Daimler aveva subito perdite significative in termini di fatturato e profitti; per uscire dalla difficile situazione, il gruppo tedesco era alla ricerca urgente di nuovi investitori. In questa situazione, Aabar Investments si è offerta e ha acquisito una quota del 9,1% di Daimler per 1,95 miliardi di euro. Grazie ai nuovi fondi, la casa automobilistica è riuscita a stabilizzare la propria attività e a promuovere il proprio sviluppo tecnologico.[3] Solo circa tre anni e mezzo dopo, quando il gruppo tedesco aveva superato la profonda crisi e tornava a realizzare profitti consistenti, Aabar Investments – il fondo è stato nel frattempo assorbito dal fondo sovrano Mubadala Investment – ha ceduto completamente la propria partecipazione in Daimler.[4]
Diventato un supplicante
Oggi, un decennio e mezzo dopo, gli investimenti esteri degli Emirati Arabi Uniti in Germania si configurano in un contesto completamente diverso. Lo dimostra l’imminente acquisizione del gruppo tedesco Covestro da parte della società Adnoc (Abu Dhabi National Oil Company). Covestro è nata nel 2015 dalla scissione di Bayer MaterialScience, la divisione plastica della società madre, dalla Bayer AG. Covestro, come quasi tutta l’industria chimica tedesca [5], sta attraversando una grave crisi. Nel terzo trimestre del 2025, il fatturato del gruppo è sceso del 12% a 3,2 miliardi di euro. Complessivamente, l’azienda ha registrato una perdita trimestrale di 47 milioni di euro, mentre nello stesso periodo dell’anno precedente aveva registrato un utile di 33 milioni di euro. [6] Il CEO di Covestro Markus Steilemann, che è anche presidente dell’Associazione dell’industria chimica (VCI), aveva dichiarato a settembre: “L’industria è sull’orlo del baratro”.[7] Se nel 2009 Aabar Investments era entrata in Daimler con una quota relativamente piccola per sostenere finanziariamente il gruppo, oggi Adnoc sta per acquisire completamente Covestro. Reiche ha negoziato l’accordo ad Abu Dhabi. “Il fatto che ora ci presentiamo qui come supplicanti è anche un segno del progressivo declino relativo della nostra industria”, ha affermato un membro della delegazione tedesca.[8]
Parte dell’espansione degli Emirati
Se Daimler ha potuto continuare le proprie attività senza alcun cambiamento dopo l’ingresso di Aabar Investments, per Covestro questo non sarà più possibile a lungo termine. Secondo quanto riportato, Adnoc ha chiaramente assicurato al gruppo tedesco in un accordo di investimento che per il momento non si fonderà con altre società e che rimarrà nella sua forma attuale. Tuttavia, l’accordo sarebbe valido solo fino alla fine del 2028.[9] Adnoc, che proviene dal settore della produzione di petrolio, intende invece ristrutturare profondamente la propria attività in vista della fine dell’era delle energie fossili e, a tal fine, sta raggruppando le proprie attività al di fuori del settore petrolifero e del gas, in particolare quelle nel settore chimico, nella sua nuova controllata denominata XRG. Covestro sarà ora trasferita sotto la sua responsabilità. Secondo il piano, XRG dovrebbe ricevere fino a 150 miliardi di dollari da Adnoc per continuare la sua espansione. L’azienda dovrebbe così diventare uno dei cinque maggiori gruppi chimici al mondo.[10] L’importanza che Covestro avrà a lungo termine nei piani di espansione globale dell’azienda degli Emirati Arabi Uniti è incerta, così come lo era finora il futuro delle aziende di tutto il mondo che sono state acquisite da gruppi tedeschi. I ruoli stanno cambiando.
Nuova indipendenza
Ciò comporta profondi cambiamenti nell’intera politica estera degli Emirati. Gli Emirati, il cui partner commerciale di gran lunga più importante è ormai la Cina, collaborano da tempo con la Repubblica Popolare anche in settori sensibili dell’economia, come ad esempio nella costruzione delle loro reti 5G, per le quali utilizzano la tecnologia di Huawei; Abu Dhabi e Pechino collaborano ormai in modo selettivo anche nella politica militare e degli armamenti.[11] Gli Emirati Arabi Uniti hanno aderito all’alleanza BRICS e sono inoltre associati alla Shanghai Cooperation Organisation (SCO) in qualità di Stato partner. Essi cercano di ottenere un certo controllo, anche militare, su importanti rotte commerciali marittime, tra cui il Mar Rosso. [12] Ciò li ha spinti a intervenire nella guerra nello Yemen, un importante paese rivierasco, con l’obiettivo di acquisire influenza su importanti tratti delle regioni costiere. Il piano di assicurarsi una posizione di forza sul Mar Rosso è uno dei motivi che li ha spinti a sostenere le Rapid Support Forces (RSF) in Sudan.
Sostegno alle milizie genocidarie
Se le forze armate degli Emirati Arabi Uniti erano già state coinvolte in gravi crimini di guerra durante il conflitto nello Yemen, oggi sostengono le campagne genocidarie dell’RSF con armi provenienti anche da paesi europei. Ad esempio, a Darfur sono state rinvenute armi fornite dagli Emirati Arabi Uniti alla Gran Bretagna. Lo stesso vale per le munizioni che la Bulgaria aveva ceduto agli Emirati Arabi Uniti. [13] Non è noto se anche armamenti tedeschi siano finiti nelle mani dell’RSF, ma è noto che gli Emirati sono un forte acquirente di attrezzature belliche tedesche. [14] Il sostegno degli Emirati alla guerra genocida delle RSF in Sudan non impedisce al governo federale tedesco di rafforzare le sue relazioni con il Paese, in particolare a livello economico. Ne è prova la visita del ministro federale dell’economia Reiche ad Abu Dhabi all’inizio di questa settimana.
[1] Heena Nazir: Gli Emirati Arabi Uniti perseguono piani ambiziosi nel settore dell’idrogeno. gtai.de 07.05.2025.
[2] Klaus Stratmann: Test pratico per l’idrogeno: l’industria tedesca riceve aiuto dagli Emirati. handelsblatt.com 21/03/2022.
[3] Abu Dhabi entra in Daimler. tagesschau.de 22.03.2009. Vedi anche Investitori feudali.
[4] Abu Dhabi vende le sue ultime azioni Daimler. spiegel.de 11.10.2012.
[7] Vertice sull’industria chimica e farmaceutica: apertura con il Cancelliere federale Merz. Coraggio di riformare: il tempo stringe. presseportal.de 24.09.2025.
[8] Michael Bröcker: Ricchi del Golfo: come il ministro dell’Economia corteggia gli Emirati per ottenere gas a prezzi vantaggiosi e denaro fresco. table.media 17.11.2025.
[9], [10] Bert Fröndhoff: Adnoc e OMV danno vita a un gruppo chimico dal valore di 60 miliardi di dollari. handelsblatt.com 04.03.2025.
[11] Adam Lucente: Cina e Emirati Arabi Uniti organizzano esercitazioni dell’aeronautica militare nello Xinjiang mentre crescono le relazioni in materia di difesa. al-monitor.com 11.07.2024.
[12] Jun Moriguchi, Ito Mashino: La strategia degli Emirati Arabi Uniti in Africa. Mitsui & Co. Global Strategic Studies Institute Monthly Report. Gennaio 2025.
[13] Seb Starcevic: Il Sudan esorta l’UE: smettete di vendere armi agli Emirati Arabi Uniti tra le accuse di massacri. politico.eu 17.11.2025.
L’AfD riceve un sostegno sempre maggiore dall’amministrazione Trump. Quest’ultima si circonda di reti che, secondo recenti ricerche, si considerano una nuova “aristocrazia” con diritto di dominio. Anche nel Parlamento europeo si profila una nuova svolta a destra.
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BRUXELLES/BERLINO/WASHINGTON (Rapporto proprio) – L’AfD sta ottenendo un sostegno in rapida crescita dalla Casa Bianca. Allo stesso tempo, il Parlamento europeo potrebbe essere nuovamente di fronte a una rottura, questa volta più netta, con il cordon sanitaire (“muro di contenimento”) nei confronti dell’estrema destra. Quest’ultima potrebbe essere una decisione del gruppo conservatore PPE, che sta valutando la possibilità di collaborare con gruppi di estrema destra come l’ECR e i Patriots for Europe per ottenere un drastico indebolimento della direttiva sulle catene di approvvigionamento da parte del Parlamento. L’economia tedesca e il cancelliere Friedrich Merz insistono senza sosta sull’indebolimento della direttiva. L’AfD, dal canto suo, trae vantaggio dal fatto che diversi suoi politici sono stati recentemente ricevuti alla Casa Bianca e al Dipartimento di Stato americano. Washington sta iniziando a esercitare pressioni su Berlino affinché ponga fine all’esclusione dell’AfD e invia a Berlino uno stratega elettorale di Trump per fornire consulenza al partito. Quest’uomo vede Trump e l’AfD impegnati in una “guerra spirituale” contro “marxisti” e “globalisti”. L’amministrazione Trump, che protegge l’estrema destra, si circonda allo stesso tempo di reti di miliardari che si considerano una nuova “aristocrazia” con un legittimo diritto di dominio.
Le aspettative dell’economia
Il punto di partenza delle attuali discussioni al Parlamento europeo è stato il fallimento, il 22 ottobre, del tentativo di indebolire la direttiva sulla catena di approvvigionamento nell’interesse dell’economia. Una bozza su cui si erano preventivamente accordati i gruppi conservatori (PPE), liberali (Renew) e socialdemocratici (S&D) è stata alla fine respinta da diversi deputati, presumibilmente membri dell’S&D. Ciò ha suscitato aspre critiche, soprattutto da parte dei politici conservatori e dell’industria. Il cancelliere tedesco Friedrich Merz ha accusato il Parlamento europeo, che a differenza di altri organi dell’UE è comunque eletto democraticamente, di aver preso una “decisione fatale”, definendo il suo voto “inaccettabile” e dichiarando: “Non può rimanere così”. [1] Anche dal mondo dell’economia sono arrivate reazioni dure. Il direttore generale dell’Associazione dell’industria chimica (VCI), Wolfgang Große Entrup, ha dichiarato in una prima dichiarazione di essere “arrabbiato e sbalordito”. [2] Le “aspettative dell’economia” nei confronti della politica europea sono “chiare”, si leggeva la scorsa settimana in una lettera aperta firmata da diverse associazioni economiche tedesche: è necessario “attuare con determinazione” e senza indugio una forte “riduzione della burocrazia”.[3]
Due modi per vincere
Per poter comunque attuare l’indebolimento della direttiva sulle catene di approvvigionamento, da un lato la presidenza del Parlamento, guidata dalla presidente Roberta Metsola, ha fissato per questo giovedì una nuova votazione. Dall’altro lato, la scorsa settimana il PPE ha presentato una seconda bozza che prevede restrizioni molto più severe; secondo il gruppo S&D, tale bozza non è approvabile.[4] Esso potrebbe essere approvato solo con il consenso dei gruppi di estrema destra, non solo dei Conservatori e Riformisti Europei (CRE) guidati da Fratelli d’Italia (FdI) di Giorgia Meloni e dei Patrioti per l’Europa (PfE) guidati dal Rassemblement National (RN) di Marine Le Pen, ma forse anche del gruppo Europa delle Nazioni Sovrane (ESN) guidato dall’AfD. Se ciò dovesse accadere, la collaborazione del PPE con i gruppi di estrema destra si normalizzerebbe ancora di più. Il gruppo S&D e anche il gruppo dei Verdi si trovano quindi sotto crescente pressione per approvare una misura che in linea di principio rifiutano, al fine di impedire una nuova maggioranza di estrema destra. [5] Il vincitore sembra essere l’economia: otterrà l’indebolimento della direttiva sulle catene di approvvigionamento con l’aiuto dell’ECR, del PfE e dell’ESN o con l’aiuto di un gruppo S&D ricattato.
Invito alla Casa Bianca
Mentre nel Parlamento europeo si sgretola sempre più la rigida separazione dall’estrema destra, il cosiddetto cordon sanitaire, l’AfD riesce a rafforzare continuamente la propria posizione anche a livello nazionale. Diversi sondaggi continuano a darle il 26% dei consensi, posizionandola come forza politica più forte davanti ai partiti dell’Unione. Inoltre, sta ottenendo un sostegno in rapida crescita da parte dell’amministrazione Trump. A metà settembre, la vice presidente del gruppo parlamentare AfD al Bundestag, Beatrix von Storch, e l’ex candidato alle elezioni comunali di Ludwigshafen (Renania-Palatinato), Joachim Paul, sono stati ricevuti alla Casa Bianca, in particolare dai collaboratori del vicepresidente JD Vance e dai funzionari del Ministero degli Esteri. È stato annunciato che è in programma un incontro di follow-up al Ministero degli Esteri. [6] Alla fine di settembre, anche i deputati dell’AfD Markus Frohnmaier e Jan Wenzel Schmidt si sono recati nella capitale degli Stati Uniti. Lì hanno incontrato, tra gli altri, Darren Beattie, un alto funzionario del Dipartimento di Stato americano, che ha lavorato come autore dei discorsi del presidente Donald Trump durante il suo primo mandato e che oggi è considerato un influente consigliere. [7] Recentemente è stato reso noto che anche la presidente dell’AfD Alice Weidel ha ricevuto un invito per una visita nella capitale degli Stati Uniti. [8]
“Nella guerra spirituale contro i marxisti”
Concretamente, Washington sta iniziando a sostenere l’AfD in due modi. Da un lato, cresce la pressione per abbattere il cordone sanitario (“muro di protezione”) che la circonda. Così, a settembre, il politico dell’AfD Paul è stato ricevuto alla Casa Bianca perché la commissione elettorale competente di Ludwigshafen non aveva ammesso la sua candidatura, facendo riferimento ai suoi legami con l’estrema destra e alla sua richiesta di espulsioni di massa (“rimpatrio”). Il vicepresidente degli Stati Uniti Vance aveva già dichiarato il 14 febbraio alla Conferenza sulla sicurezza di Monaco che “la migrazione di massa” è attualmente il problema più urgente del mondo occidentale e che “non deve esserci spazio per muri divisori”. [9] Se da un lato sembra che l’amministrazione Trump, dopo aver accolto Paul, eserciterà pressioni su Berlino in merito alla questione, dall’altro un’influencer tedesca di estrema destra ha presentato domanda di asilo negli Stati Uniti, sostenendo di essere “perseguitata” in Germania a causa delle sue opinioni.[10] Il procedimento potrebbe aumentare ulteriormente la pressione. D’altra parte, Washington sta iniziando a sostenere concretamente anche l’AfD. La scorsa settimana, Alex Bruesewitz, uno degli strateghi della campagna elettorale sui social media di Trump, si è recato a Berlino per insegnare all’AfD le tecniche di campagna elettorale. Bruesewitz ha dichiarato, tra gli applausi dell’AfD, che insieme stanno combattendo una “guerra spirituale” contro “marxisti” e “globalisti”.[11]
L’«aristocrazia»
Nel frattempo, nuove ricerche confermano le caratteristiche centrali dell’amministrazione Trump, che promuove con tutte le sue forze l’ascesa dei partiti di estrema destra in Europa, tra cui anche l’AfD. Come riporta il Washington Post in un articolo su una rete di miliardari e investitori, tra i cui fondatori figura il vicepresidente JD Vance – la Rockbridge Network –, anche nei circoli dell’élite conservatrice si critica ormai il fatto che il governo favorisca in modo unilaterale “la prosperità di privati facoltosi, fondatori e dirigenti”; le reti e le società finanziarie, al centro delle quali si trovano il clan Trump e diversi ministri, darebbero troppo l’impressione che sia possibile acquistare l’accesso diretto alle cerchie di potere di Washington. [12] Si dice che Chris Buskirk, un investitore che ha fondato Rockbridge Network insieme a Vance e che ancora oggi è in stretto contatto con il vicepresidente, sostenga che un paese debba essere governato da un gruppo elitario selezionato; Buskirk parla espressamente di “aristocrazia”, ma vuole che il termine sia inteso in senso positivo. Di conseguenza, per garantire il proprio dominio, l'”aristocrazia” si avvale di partiti di estrema destra che privilegiano gerarchie autoritarie e, per distogliere l’attenzione dalle aggressioni, incitano le maggioranze contro le minoranze di ogni tipo.
[3] «La riduzione della burocrazia deve essere attuata con determinazione». tagesschau.de 04.11.2025.
[4] Sven Christian Schulz: CDU e CSU vogliono ammorbidire la direttiva UE sulle catene di approvvigionamento con l’estrema destra. rnd.de 06.11.2025.
[5] Max Griera, Marianne Gros: I centristi del Parlamento europeo si affrettano a escludere l’estrema destra dal piano sulle norme ecologiche. politico.eu 10.11.2025.
[6] Chris Lunday, Pauline von Pezold, Ferdinand Knapp: Importante politico dell’AfD fa una visita a sorpresa alla Casa Bianca. politico.eu 15.09.2025.
[7] Friederike Haupt: Imparare a vincere da MAGA. Frankfurter Allgemeine Zeitung, 08/11/2025.
[8] I vertici dell’AfD invitati a un incontro di populisti di destra negli Stati Uniti. zdfheute.de 30.10.2025.
[10], [11] James Angelos, Sascha Roslyakov: Il consigliere di Trump all’AfD, partito di estrema destra tedesco: «Siamo tutti sulla stessa barca». politico.eu 06.11.2025.
[12] Elizabeth Dwoskin: La cerchia segreta di donatori che ha portato al successo JD Vance sta ora riscrivendo il futuro del MAGA. washingtonpost.com 04.11.2025.
Una parte crescente dell’economia tedesca si sta aprendo all’AfD, in particolare le piccole e medie imprese. La caduta del “muro di protezione” nel Parlamento europeo favorisce questo fenomeno. Per diventare governabile, una parte dell’AfD punta su Trump piuttosto che sulla Russia.
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2025
BERLINO (Rapporto proprio) – Una parte sempre più consistente dell’economia tedesca si sta aprendo alla collaborazione con l’AfD. È quanto emerge da un articolo pubblicato dalla rivista online The Pioneer. Secondo quanto riportato, l’associazione Die Familienunternehmer, fortemente orientata alle piccole e medie imprese, ma non esclusivamente, invita ormai i deputati dell’AfD alle serate parlamentari. “Ci lasciamo alle spalle le barriere”, afferma l’associazione. Nel settore delle medie imprese, ad esempio in Sassonia, “un imprenditore su due” simpatizza ormai con l’AfD, soprattutto perché rappresenta posizioni favorevoli all’economia, come quelle che un tempo si trovavano nel FDP. Le grandi imprese affermano di non avere “alcuna paura di entrare in contatto con l’AfD”. Se il partito dovesse entrare a far parte del governo, la cooperazione potrebbe avvenire “molto rapidamente”. A favorire questa situazione è stata la caduta, la scorsa settimana, del “muro di separazione” nel Parlamento europeo – “per l’economia europea”, come ha affermato il presidente del gruppo PPE Manfred Weber. L’AfD sta ora relativizzando uno dei principali ostacoli alla coalizione, ovvero la sua vicinanza alla Russia, orientandosi invece verso una cooperazione con l’amministrazione Trump.
AfD: «Nota 5»
Poco prima delle elezioni federali del 23 febbraio 2025, due influenti think tank dell’economia tedesca si erano apertamente espressi contro l’AfD. Marcel Fratzscher, presidente dell’Istituto tedesco per la ricerca economica (DIW) di Berlino, ha dichiarato che l’AfD promette “181 miliardi di euro di tagli fiscali all’anno”, finanziabili “solo attraverso un massiccio indebitamento pubblico”. Fratzscher ha espresso il suo dissenso. [1] L’Istituto dell’economia tedesca (IW) di Colonia ha scritto che l’AfD sta ancora valutando l’uscita dall’euro o addirittura dall’UE; “i costi di un Dexit” ammonterebbero però “dopo soli cinque anni al 5,6% del prodotto interno lordo reale”, per un totale di circa 690 miliardi di euro, ai quali si aggiungerebbero “le conseguenze economiche di un’uscita dalla moneta unica”. [2] “Problematico” sarebbe inoltre “l’effetto dell’AfD sui potenziali immigrati”, necessari per compensare “la crisi demografica”. In materia di politica energetica, gli imprenditori darebbero all’AfD un bel “5”, ha comunicato l’IW: la combinazione di “smantellamento delle turbine eoliche, ritorno all’energia nucleare” e “riparazione del Nordstream II con tasse e sgravi fiscali” non convince.
Sostituto del FDP
Nel frattempo, l’umore sta iniziando a cambiare, non necessariamente nei think tank, ma sicuramente nelle strutture associative dell’economia tedesca caratterizzate da piccole e medie imprese. Ciò vale, ad esempio, per l’associazione Die Familienunternehmer (Gli imprenditori familiari), che conta circa 6.500 aziende, per lo più di medie dimensioni, ma anche grandi gruppi a conduzione familiare, da Oetker a Merck a BMW. Albrecht von der Hagen, amministratore delegato dell’associazione, che ha recentemente invitato i deputati dell’AfD al Bundestag a una serata parlamentare a Berlino, ha dichiarato: “Questo muro di separazione con l’AfD … non ha portato a nulla. … Diciamo addio ai muri divisori”.[3] Secondo Mathias Hammer, un imprenditore della Sassonia che sta pensando di votare per l’AfD alle prossime elezioni, nel suo Land “un imprenditore su due” simpatizza con l’AfD. Il motivo è che il partito condivide molte posizioni con il FDP, che però si è logorato nella coalizione a semaforo. La presidente dell’AfD Alice Weidel è stata citata con la seguente dichiarazione: “Notiamo sempre più spesso che ora si rivolgono a noi rappresentanti dell’economia che in passato avevano puntato soprattutto sul FDP nella speranza di una politica economica ragionevole”. Quasi un terzo degli elettori che hanno abbandonato il FDP ha votato per l’AfD il 23 febbraio.
Modello Zuckerberg
Le simpatie per l’AfD nel mondo dell’economia hanno ancora dei limiti. Da un lato si tratta di programmi politici. Il fatto che l’AfD richieda un livello pensionistico del 70% è “insostenibile dal punto di vista finanziario”, secondo il giudizio dell’amministratore delegato dell’associazione degli imprenditori familiari, von der Hagen. L’obiettivo del partito di costringere le donne a “tornare ai fornelli” sarebbe “la fine” per le aziende, molte delle quali dipendono dalle donne che lavorano. Si sta quindi procedendo a uno “scambio tecnico” con i politici dell’AfD. [4] Anche i rappresentanti di spicco delle grandi aziende stanno adottando un atteggiamento cauto. Secondo un recente rapporto, questi ultimi non avrebbero “alcuna paura di entrare in contatto con l’AfD”, dato che in altri paesi collaborano con persone come “la post-fascista Giorgia Meloni”. Al momento, tuttavia, se i contatti con l’AfD dovessero diventare di dominio pubblico, ci si dovrebbe aspettare un grave danno d’immagine. “Al momento nessuno vuole fare il primo passo verso l’AfD perché il rischio per la reputazione è troppo alto”, afferma un importante lobbista; la sua “ipotesi” è naturalmente che “se l’AfD dovesse governare, tutto avverrà molto rapidamente”. Un esempio è offerto dal capo di Meta Mark Zuckerberg negli Stati Uniti, che nel 2021 ha bandito Donald Trump da Facebook, ma dopo le elezioni alla fine del 2024 si è offerto pubblicamente ai suoi servizi.
“Consegnato per l’economia”
La scorsa settimana, il gruppo conservatore PPE al Parlamento europeo ha contribuito a rafforzare la volontà dell’economia di abbattere il muro di protezione. Giovedì ha votato insieme ai gruppi di estrema destra ECR (Conservatori e Riformisti Europei), PfE (Patrioti per l’Europa) ed ESN (Europa delle Nazioni Sovrane) a favore di un massiccio indebolimento della direttiva sulle catene di approvvigionamento, che in precedenza era stata respinta dai deputati della coalizione tradizionale composta da conservatori, liberali e socialdemocratici (come riportato da german-foreign-policy.com [5]). All’interno del gruppo ESN hanno votato a favore anche i deputati dell’AfD. È stata la prima volta che il Parlamento europeo, con una maggioranza di estrema destra, ha preso una decisione di importanza non limitata, ma fondamentale e di vasta portata. Il presidente del gruppo PPE, Manfred Weber (CSU), considerato l’artefice di questa mossa – già nel 2022, durante la campagna elettorale in Italia, aveva contribuito a gettare le basi per l’attuale governo di estrema destra [6] –, ha dichiarato in merito al voto che il Parlamento europeo ha semplicemente “soddisfatto le esigenze dell’economia europea” [7].
La Russia come ostacolo
Se il crescente consenso nell’economia aumenta la probabilità che il muro di separazione nei confronti dell’AfD venga abbattuto in un futuro non troppo lontano, alcuni esponenti dell’AfD stanno attualmente cercando di eliminare un altro ostacolo all’integrazione del partito in una coalizione di governo: il suo legame troppo stretto con la Russia. Attualmente si stanno scatenando aspre critiche nei confronti di un viaggio di tre politici dell’AfD a Sochi, dove partecipano a un incontro denominato “BRICS Europe”; contrariamente a quanto suggerisce il nome, l’evento non è una manifestazione regolare dell’alleanza BRICS. Mentre sui media è scoppiata una violenta campagna contro la delegazione recatasi a Sochi, la leader dell’AfD Weidel e diversi altri politici dell’AfD cercano di sfruttare la situazione per respingere la fazione del partito orientata verso la Russia. “Io stessa non ci andrei”, ha dichiarato Weidel, aggiungendo che “non lo consiglierei a nessuno, perché non so quale sarà il risultato finale”. [8] Il portavoce per la politica di difesa del gruppo parlamentare AfD al Bundestag, il colonnello in pensione Rüdiger Lucassen, ha affermato che la Russia non mostra “alcuna disponibilità … ad andare verso la pace”; pertanto, non avrebbe molto senso recarsi a Sochi. [9]
Diventare connettibili
Il conflitto tra le due ali dell’AfD è descritto come violento. Soprattutto nelle associazioni regionali dell’AfD della Germania orientale, i legami con la Russia sono considerati forti, mentre in quelle della Germania occidentale lo sono meno. D’altra parte, le elezioni a livello federale non vengono vinte nei Länder orientali, relativamente poco popolati, ma in quelli occidentali, nettamente più popolati, come la Baviera o la Renania Settentrionale-Vestfalia. In questi ultimi, la cooperazione con la destra MAGA negli Stati Uniti, ora promossa dall’amministrazione Trump, è piuttosto popolare (come riportato da german-foreign-policy.com [10]). L’ala intorno a Weidel mira quindi a ridurre le relazioni con la Russia a “canali di dialogo” e a mettere invece in primo piano la cooperazione con la destra MAGA. In questo contesto, secondo quanto riferito, gioca un ruolo importante anche l’intenzione di diventare “compatibili con l’Unione e i suoi sostenitori” [11].
[1] Marcel Fratzscher: La politica economica dell’AfD porterà al disastro. diw.de 21.02.2025.
[2] Knut Bergmann, Matthias Diermeier: Rafforzamento dell’estrema destra: l’AfD danneggia la Germania come sede economica. iwkoeln.de 18.02.2025.
[3], [4] Johann Paetzold: Come l’economia si avvicina all’AfD. thepioneer.de 16.11.2025.