Italia e il mondo

La crisi francese sta diventando un problema europeo, di Duran Daily

La crisi della Francia sta diventando un problema per l’Europa

Le proteste in Francia mettono in luce un divario sempre più ampio tra gli impegni assunti dallo Stato e la sua capacità di mantenerli: una debolezza che ha ripercussioni sulle finanze e sulle ambizioni strategiche dell’Europa.

Il Duran Daily9 ottobre
 
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La forza economica di un governo non dipende solo dalla sua capacità di contrarre prestiti, ma anche dalla sua capacità di convincere i cittadini che gli oneri che impone perseguono uno scopo credibile. Quando tale consenso si indebolisce, le misure volte a ripristinare la stabilità finanziaria possono aggravare l’instabilità politica. Lo Stato conserva i propri poteri formali, ma perde l’autorità necessaria per esercitarli in modo efficace.

La Francia è un esempio sempre più evidente di questa situazione. Le proteste studentesche in quel Paese collegano il deterioramento dei servizi pubblici a una questione più ampia riguardante la distribuzione delle opportunità e dei sacrifici. La portata del fenomeno va ben oltre la sopravvivenza di un governo. Una delle principali potenze europee sta lottando per conciliare i propri obblighi interni con i propri limiti finanziari, indebolendo così le fondamenta su cui poggiano le sue ambizioni più ampie.

Quando il contratto sociale non mantiene più le promesse
Le condizioni scolastiche hanno dato a questo conflitto un’espressione concreta. La carenza di insegnanti, le aule sovraffollate e il deterioramento degli edifici hanno scatenato manifestazioni che hanno coinvolto genitori, insegnanti e sindacati. L’istruzione è diventata un punto attorno al quale può concentrarsi un malcontento più ampio, poiché riguarda la promessa più importante dello Stato: che la prossima generazione avrà i mezzi per costruire un futuro migliore.

Per gli studenti, la distinzione tra una spesa pubblica consistente a livello nazionale e un’offerta formativa locale inadeguata offre ben poco conforto. Essi entrano in contatto con lo Stato attraverso la disponibilità di insegnanti, strutture funzionanti e l’accesso alle opportunità. Quando questi aspetti subiscono un deterioramento, il problema diventa non solo di finanziamento, ma anche di legittimità. Un governo non può difendere all’infinito l’entità della propria spesa ignorando al contempo l’insoddisfazione per i risultati ottenuti.

La controversia di fondo riguarda le priorità. Gli impegni già assunti assorbono le risorse prima ancora che i governi prendano in considerazione nuove richieste, mentre ai cittadini più giovani viene chiesto di accettare l’incertezza in materia di occupazione, istruzione e tenore di vita. La riforma diventa più difficile quando coloro che ne sostengono i costi immediati dubitano di poterne trarre i benefici futuri. Gli attori politici possono sfruttare tale frustrazione, ma non hanno bisogno di creare artificialmente le condizioni che la rendono convincente.

La sopravvivenza parlamentare sostituisce l’autorità di governo
La scommessa parlamentare di Macron per il 2024 ha aggravato la situazione. Lo scioglimento ha portato a un’assemblea frammentata, lasciando l’esecutivo senza una maggioranza stabile a sostegno di un programma coerente. La cooperazione volta a impedire la vittoria del Rassemblement National non ha portato alla definizione di una posizione comune su come la Francia debba tassare, spendere o attuare riforme. La capacità di bloccare un avversario si è rivelata più forte della capacità di governare insieme.

Questa distinzione caratterizza ora la battaglia sul bilancio. I partiti dell’opposizione hanno tutto l’interesse a respingere misure dolorose, mentre il governo deve scambiare concessioni con il sostegno parlamentare. Ogni negoziazione può garantire una sopravvivenza temporanea senza risolvere le scelte economiche che ne stanno alla base. La responsabilità si disperde tra le diverse istituzioni, mentre la frustrazione dell’opinione pubblica si concentra sulla presidenza.

La risposta più conciliante del primo ministro Sébastien Lecornu alle proteste riconosce i limiti dello scontro. Tuttavia, le manifestazioni di comprensione non possono sostituire i miglioramenti che richiedono risorse finanziarie. Gli scontri con la polizia complicano ulteriormente il quadro, trasformando una controversia sull’istruzione in una disputa sul modo in cui il governo tratta i propri cittadini.

La conseguenza è un restringimento degli orizzonti. Con l’avvicinarsi delle elezioni presidenziali del 2027, la gestione delle prossime elezioni parlamentari o delle manifestazioni potrebbe avere la precedenza sul ripristino della capacità produttiva. Un successore erediterebbe gli stessi vincoli. Un cambiamento elettorale può ridistribuire l’autorità, ma di per sé non è in grado di conciliare obblighi, risorse e aspettative.


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Il ricorso al prestito rinvia l’adeguamento
Alla fine di giugno, il debito pubblico francese ha raggiunto circa 3,6 trilioni di euro, pari al 119% del PIL. Tali cifre non indicano che sia imminente una crisi finanziaria. Dimostrano tuttavia quanto il ricorso al prestito abbia sostenuto lo Stato e quanto una strategia fiscale credibile dipenda ora dalla crescita economica e dalla cooperazione politica.

L’euro limita i meccanismi di aggiustamento a disposizione. La Francia non può svalutare autonomamente la propria moneta né fissare i tassi di interesse in funzione delle circostanze interne. Il miglioramento della competitività dipende quindi in misura maggiore dalla produttività, dagli investimenti e dalle variazioni relative a salari, fiscalità o spesa pubblica. Si tratta di processi che richiedono tempo e le cui conseguenze distributive necessitano di consenso.

L’adesione all’unione monetaria non spiega completamente le difficoltà della Francia. I governi continuano a stabilire le priorità di spesa e rimangono responsabili dell’efficienza amministrativa. Tuttavia, i vincoli monetari rendono ancora più importante fare le scelte giuste. Il ricorso al debito può attenuare l’impatto dell’aggiustamento, ma non può compensare in modo permanente una crescita debole o un’allocazione inefficace delle risorse.

Ciò crea un difficile equilibrio politico. Tagli indiscriminati possono indebolire l’istruzione e le infrastrutture necessarie per migliorare i risultati futuri. Il ricorso continuo all’indebitamento può preservare gli assetti esistenti senza renderli più sostenibili. La sfida principale consiste nel reindirizzare le risorse verso la capacità produttiva, mantenendo al contempo un sostegno pubblico sufficiente per portare a termine il programma.

La debolezza interna si trasforma in un rischio a livello europeo
Le dimensioni della Francia fanno sì che questo problema non possa rimanere esclusivamente nazionale. Una pressione prolungata sul suo debito si ripercuoterebbe, attraverso le partecipazioni bancarie, i portafogli di investimento e le condizioni di finanziamento, su tutta l’eurozona. L’aumento dei costi di finanziamento potrebbe quindi aggravare il conflitto interno, assorbendo risorse che altrimenti sarebbero disponibili per i servizi pubblici.

Le istituzioni europee dispongono di strumenti per contenere le turbolenze sui mercati. Lo strumento di protezione della trasmissione della BCE consente l’acquisto di titoli obbligazionari senza un limite di volume prestabilito, previa valutazione di fattori quali la politica fiscale e la sostenibilità del debito. L’intervento è quindi tecnicamente possibile, ma la sua giustificazione e le relative condizioni diventerebbero politicamente controverse se la Francia non riuscisse a definire un percorso credibile per il futuro.

Lo scenario più probabile nel breve termine è un’altra tregua negoziata: concessioni, trattative sul bilancio e sforzi per rassicurare i creditori. Ciò potrebbe scongiurare lo scontro immediato senza però ripristinare l’autorità di governo. Nel frattempo, la fragilità interna limita la capacità della Francia di sostenere gli impegni in materia di difesa europea e di influenzare le decisioni economiche collettive.

Le ambizioni strategiche dell’Europa dipendono da Stati in grado di mobilitare risorse con il consenso dell’opinione pubblica. La crisi francese mette in luce quanto facilmente tale base possa indebolirsi. Un continente che aspiri a una maggiore autonomia sulla scena internazionale deve innanzitutto sostenere la capacità economica e la legittimità politica che rendono possibile tale autonomia.


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La vera offerta, di Jon Kurpis

La vera offerta

Analisi critica dell’accordo trilaterale del 22 settembre 2026 tra Stati Uniti, Groenlandia e Danimarca in materia di difesa, protezione e sfruttamento della Groenlandia.

Jon Kurpis7 ottobre
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Jon Kurpis è un politico, scrittore e imprenditore impegnato a difendere i diritti dei cittadini comuni. Noto per la sua mentalità indipendente e il suo approccio basato sui principi, Kurpis è stimato per la sua capacità di chiedere conto a chi detiene il potere. La sua esperienza in ambito governativo, politico e geopolitico lo rende una voce autorevole su questioni politiche e culturali complesse. È analista collaboratore di The Duran Daily. Ulteriori suoi lavori sono disponibili sul suo profilo Substack, kurpis.substack.com .


Per quanto a volte Donald Trump possa essere roboante nella sua retorica, il tema della Groenlandia non è una sua esclusiva, dato che l’idea è stata formalmente esplorata da diverse amministrazioni precedenti. L’unica cosa che è cambiata è la consapevolezza, da parte degli Stati Uniti, che la Groenlandia oggi è più importante che mai.

Per questo motivo, il Presidente degli Stati Uniti ha continuato a lanciare segnali diretti che indicavano la Groenlandia come obiettivo primario dell’America. Il 22 dicembre 2025, Trump ha dichiarato: “Abbiamo bisogno della Groenlandia per la sicurezza nazionale… Dobbiamo averla”. E il 9 gennaio 2026, Trump ha ribadito: “Faremo qualcosa in Groenlandia, che piaccia o no”. Questo tipo di pressione è continuata, con intensità variabile, da allora fino all’estate del 2026. Ciononostante, è stata comunque una sorpresa quando, nel settembre 2026, l’amministrazione Trump ha annunciato che un accordo era stato sostanzialmente raggiunto.

Considerata la tendenza del presidente Trump a cantare vittoria troppo presto, unita alla scarsa esperienza della sua amministrazione in materia di diplomazia tradizionale, questo annuncio iniziale ha lasciato un notevole margine di incertezza su cosa fosse stato effettivamente concordato e su quanto seriamente dovesse essere preso.

Tuttavia, l’accordo ufficiale del 2026 è stato pubblicato e ora possiamo valutarlo per comprenderne i termini e le potenziali implicazioni.

Per farlo efficacemente, è necessario non solo comprendere il nuovo accordo del 2026 nella sua interezza, ma anche gli accordi originari su cui si basa. Ciò include il documento del 1941 che ha dato il via all’intero processo, lo storico accordo del 1951 che costituisce il fondamento dell’attuale rapporto di difesa e l’accordo del 2004 che modifica e integra l’accordo del 1951 per riconoscere la maggiore influenza e il ruolo della Groenlandia all’interno di tale rapporto. Infine, il nuovo accordo del 2026 deve essere valutato in relazione a tutti questi documenti precedenti al fine di comprendere sia come il rapporto si è evoluto sia quali elementi degli accordi precedenti continuano a essere in vigore.

Questo articolo esaminerà tutti e quattro gli accordi (1941, 1951, 2004 e 2026), fornendo spiegazioni concise dei loro termini più importanti e rimandando al testo integrale di ciascun documento in calce all’articolo. Ove opportuno, l’analisi citerà direttamente gli accordi, lasciando che i documenti parlino da soli il più possibile. Allo stesso tempo, la trattazione eviterà di diventare eccessivamente tecnica, trasformando l’articolo in un saggio accademico anziché in un’analisi accessibile.



L’accordo del 1941
L’accordo del 1941 relativo alla difesa della Groenlandia fu stipulato il 9 aprile1941 e fu la conseguenza dell’invasione e dell’occupazione della Danimarca nel 1940 da parte delle forze naziste. Poiché il popolo groenlandese era stato isolato dalla madrepatria, agli Stati Uniti fu chiesto di proteggere la posizione esposta di questo territorio danese, la Groenlandia, e la popolazione danese che vi risiedeva.

Per quanto riguarda i dettagli, l’accordo del 1941 riconosceva la sovranità del Regno di Danimarca sulla Groenlandia e che la guerra europea (la seconda guerra mondiale) rappresentava un pericolo sia per la Groenlandia che per gli Stati Uniti, poiché l’isola avrebbe potuto essere conquistata e utilizzata contro il continente americano. Il documento afferma:

“La difesa della Groenlandia da un attacco da parte di una potenza non americana è essenziale per la salvaguardia della pace e della sicurezza del continente americano ed è una questione di vitale importanza sia per gli Stati Uniti d’America che per il Regno di Danimarca;”

A causa di tale pericolo, agli Stati Uniti fu concesso il diritto di stabilire installazioni militari sull’isola e di utilizzarle per scopi connessi alla difesa comune dell’emisfero occidentale e della Groenlandia stessa.

L’accordo del 1941 affrontò inoltre altre questioni pertinenti che potevano sorgere, tra cui, a titolo esemplificativo ma non esaustivo, la garanzia che non venissero imposte tasse o dazi doganali al personale statunitense che lavorava in quel territorio o a determinati materiali introdotti dagli Stati Uniti.

Per quanto riguarda la durata del rapporto, l’accordo del 1941 stabilisce:

“L’accordo rimarrà in vigore fino a quando non si concorderà sul fatto che gli attuali pericoli per la pace e la sicurezza del continente americano siano cessati.”

Ciò detto, la partnership era anche soggetta al fatto che ciascuna delle parti poteva rescindere l’accordo, dopodiché gli Stati Uniti avrebbero dovuto ritirarsi dalla Groenlandia entro 12 mesi.

L’accordo del 1951
L’accordo del 1951 riveste un’importanza fondamentale in quanto ha stabilito gli elementi cardine di tutto ciò che è accaduto dalla sua firma. In particolare, il governo degli Stati Uniti e il Regno di Danimarca furono considerati nazioni e parti uguali, legate dalla comune appartenenza alla NATO e dalle rispettive responsabilità all’interno dell’Alleanza.

“ Il Governo degli Stati Uniti d’America e il Governo del Regno di Danimarca, al fine di promuovere la stabilità e il benessere nell’area del Trattato del Nord Atlantico unendo i loro sforzi per la difesa collettiva e per il mantenimento della pace e della sicurezza e per lo sviluppo della loro capacità collettiva di resistere agli attacchi armati, adotteranno ciascuno le misure necessarie o opportune per svolgere con sollecitudine le rispettive e comuni responsabilità in Groenlandia, in conformità con i piani della NATO.”

In definitiva, ciò significa che non si tratta di un accordo incentrato esclusivamente sugli Stati Uniti o sulla Danimarca. Piuttosto, l’accordo opera in conformità con la NATO e nel quadro di come la NATO è concepita per funzionare.

Affinché la relazione potesse funzionare, gli Stati Uniti e la Danimarca concordarono di gestire e/o istituire zone di difesa entro i confini della Groenlandia. Queste zone di difesa avrebbero sventolato le bandiere di entrambi i paesi, si sarebbero divise le responsabilità e avrebbero mantenuto una struttura di comando che includeva personale di entrambe le nazioni. L’accordo prevedeva inoltre tutto il supporto logistico necessario per svolgere tali responsabilità all’interno della Groenlandia, sulla base del fatto che queste attività erano finalizzate alla protezione dell’area del Trattato del Nord Atlantico e di tutto ciò che tale protezione comportava.

Inoltre, le forze armate statunitensi avrebbero il diritto di attraversare la Groenlandia, via mare, terra o aria, senza incontrare ostacoli. Gli Stati Uniti potrebbero anche far entrare in Groenlandia personale e materiali necessari senza che tali persone o materiali siano soggetti a tasse o restrizioni simili.

Per quanto riguarda la durata dell’accordo, quest’ultimo sarebbe rimasto in vigore per tutta la durata del Trattato del Nord Atlantico, o Trattato NATO.

“Il presente accordo, essendo attuativo del Trattato del Nord Atlantico, rimarrà in vigore per tutta la durata del Trattato del Nord Atlantico.”

L’accordo del 2004
Il 6 agosto2004 , l’accordo del 1951 è stato aggiornato in quello che è diventato noto come Accordo di Igaliku. Questa nuova versione aveva lo scopo di emendare e integrare l’accordo del 1951 in diversi punti importanti.

Innanzitutto, alla Groenlandia è stata riservata maggiore considerazione, in linea con il suo nuovo status. Ciò è dovuto al fatto che la Groenlandia è passata dall’essere una colonia a essere parte integrante del Regno di Danimarca, in virtù della Costituzione danese, e ha ottenuto un’ampia autonomia. Pertanto, l’accordo di Igaliku del 2004 è stato concepito per sottolineare questo sviluppo e riconoscere che anche la Groenlandia deve partecipare e agire in stretta cooperazione all’interno della NATO per garantire la sicurezza dell’Atlantico settentrionale.

Nello specifico, l’accordo del 2004 stabilisce che la base aerea di Thule (ora nota come base spaziale di Pituffik) è l’unica area di difesa in Groenlandia. Tuttavia, le disposizioni dell’articolo II dell’accordo di difesa originale del 1951 sono rimaste invariate, in modo da poter continuare ad applicarsi all’eventuale istituzione di aree di difesa in futuro.

Inoltre, l’accordo di Igaliku del 2004 prevede la modernizzazione della base aerea di Thule al fine di migliorare la capacità di svolgere missioni di allerta missilistica, difesa missilistica e sorveglianza spaziale.

“Le Parti convengono che il Governo degli Stati Uniti può modernizzare il sistema di allerta precoce per missili balistici presso la base aerea di Thule al fine di migliorarne la capacità di svolgere le missioni di allerta missilistica e sorveglianza spaziale, anche a supporto della difesa missilistica.”

Oltre all’accordo di Igaliku del 2004, sono state incluse due dichiarazioni congiunte che dimostrano ulteriormente l’ampliamento del ruolo della Groenlandia.

Il primo è la Dichiarazione congiunta sulla cooperazione economica e tecnica. Questo documento prevede la cooperazione tra gli Stati Uniti e la Groenlandia in settori quali ricerca e tecnologia, energia, istruzione, turismo, commercio e altri ambiti di interesse comune.

La seconda dichiarazione congiunta riguarda la cooperazione in materia ambientale in Groenlandia. Essa riconosce la particolare vulnerabilità dell’ambiente artico e prevede la cooperazione tra Stati Uniti, Danimarca e Groenlandia per combattere l’inquinamento che potrebbe avere un impatto negativo sulla salute umana, sull’aria, sull’acqua, sui ghiacci e sul suolo, nonché per proteggere la natura, gli animali selvatici, le piante e i loro habitat. La dichiarazione affronta anche la tutela del paesaggio, delle aree di importanza storica e delle aree di valore scientifico.


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L’accordo del 2026
L’accordo più recente relativo alla Groenlandia, firmato il 22 settembre2026 , è stato concepito anche per emendare e integrare l’accordo del 1951 e tutti i successivi accordi pertinenti ad esso correlati.

E fin da subito, il preambolo di questo documento del 2026 presenta molti aspetti importanti che meritano di essere discussi.

Nel primo paragrafo, il governo degli Stati Uniti, il governo del Regno di Danimarca e il governo della Groenlandia vengono riconosciuti e indicati collettivamente come le “Parti”. Ciò stabilisce che la Groenlandia è parte di questo accordo, il che ha effettive implicazioni giuridiche.

Il preambolo riconosce e riafferma inoltre la sovranità e l’integrità territoriale del Regno di Danimarca, riconoscendo al contempo il diritto all’autodeterminazione del popolo della Groenlandia.

Nel preambolo dell’accordo del 2026 si riconosce anche la necessità di proteggere l'”ambiente incontaminato” della Groenlandia, nonché i diritti del popolo groenlandese. L’accordo afferma:

“Riconoscere i diritti economici, sociali e culturali del popolo della Groenlandia, anche in relazione alle loro terre e al loro stile di vita, compresa la caccia, la pesca e altre attività e sviluppi tradizionali, culturali, storici e futuri;”

Il preambolo del 2026 riconosce formalmente anche l’esistenza di sfide alla sicurezza nell’Artico. Nello specifico, afferma:

“Riconoscendo le sfide alla sicurezza nell’Artico e nell’Alto Nord poste dall’intensificarsi dell’attività militare degli avversari e dal crescente interesse strategico nella regione;”

Altrettanto importante è il fatto che il preambolo dell’accordo ribadisce che l’obiettivo comune è anche quello di massimizzare i benefici per i groenlandesi. Esso afferma:

“Ribadendo l’obiettivo comune di massimizzare i benefici reali, tangibili e sostanziali per la popolazione della Groenlandia derivanti dalle aree di difesa;”

Infine, il preambolo riconosce anche che le Parti hanno un interesse comune nel consentire agli Stati Uniti di accedere al territorio per la realizzazione di un sistema di difesa Golden Dome. Nello specifico:

“Riconoscendo il comune interesse delle Parti a consentire agli Stati Uniti di avere accesso militare al territorio della Groenlandia nella misura necessaria a difendere l’area del Trattato del Nord Atlantico, la Groenlandia e il continente americano, anche attraverso la creazione di un sistema di difesa Golden Dome;”

A seguire il preambolo del 2026 si trova la Sezione 1 “Obiettivi”.

Si ritiene che gli obiettivi dell’accordo del 2026 siano quelli di modificare e integrare il precedente accordo di difesa al fine di adempiere alle responsabilità relative alla difesa della Groenlandia e dell’area del Trattato del Nord Atlantico, nonché del nuovo “continente americano” incluso, rappresentando al contempo gli interessi della Groenlandia e apportando benefici alla società groenlandese.

L’importanza di questo aspetto non può essere sottovalutata, poiché stabilisce formalmente che il “continente americano” ora rientra negli obiettivi dell’accordo e, al contempo, che la Groenlandia e la società groenlandese devono beneficiarne. In altre parole, queste due considerazioni principali sono ora espressamente incorporate negli obiettivi dell’accordo di difesa stesso.

Dopo il preambolo e gli obiettivi, la Sezione 3 dell’accordo del 2026 si concentra sulle definizioni cruciali. Di particolare importanza sono le definizioni di “Area di Difesa” e “Settori o Attività Particolarmente Sensibili”, che sono elencate di seguito.

Per “Zona di Difesa” si intende un’area della Groenlandia in cui gli Stati Uniti stabiliscono e/o gestiscono una base militare in conformità con gli Accordi di Difesa.

Per “settori o attività particolarmente sensibili” si intendono i settori o le attività considerati particolarmente sensibili, inclusi, a titolo esemplificativo ma non esaustivo, le infrastrutture critiche e l’estrazione di risorse.

La sezione 4 dell’accordo del 2026, intitolata “Aree di difesa”, è la successiva area di notevole importanza.

Innanzitutto, questa sezione consente agli Stati Uniti di potenziare l’area di difesa di Thule, ora denominata base spaziale di Pituffik. Permette inoltre agli Stati Uniti di istituire future aree di difesa a Narsarsuaq e Mestersvig. Considerando che l’area di difesa di Thule si estende per circa 254 miglia quadrate, l’aggiunta di altre due aree di difesa non è affatto insignificante.

L’accordo del 2026 prevede inoltre la possibilità di creare in futuro un numero ancora maggiore di zone di difesa.

“ Gli Stati Uniti possono istituire ulteriori aree di difesa in Groenlandia e rafforzare le proprie operazioni o strutture militari… Le Parti si riuniranno immediatamente per avviare consultazioni tramite il Comitato permanente al fine di decidere i dettagli dell’attuazione sulla base di un accordo reciproco.”

In particolare, la formulazione indica che l’istituzione di ulteriori zone di difesa non è tanto oggetto di dibattito quanto di accettazione, con i dettagli che verrebbero poi definiti tra le parti.

Proseguendo, la Parte 4 dell’accordo del 2026 è altrettanto importante in quanto impone agli Stati Uniti di impiegare, ove possibile, cittadini della Groenlandia in tutti gli appalti e le attività commerciali.

“ Gli Stati Uniti assegneranno tutti i contratti a imprese commerciali per beni e servizi relativi alla creazione, manutenzione e gestione, compresi, a titolo esemplificativo ma non esaustivo, progetti di costruzione e smantellamento, delle aree di difesa in Groenlandia, a fornitori groenlandesi nella massima misura possibile…”

Ciò è particolarmente importante alla luce dell’enfasi posta in precedenza dall’accordo sul garantire che la società groenlandese riceva benefici reali e tangibili dalla collaborazione in materia di difesa.

La Sezione 5 dell’accordo del 2026 consente agli Stati Uniti di stabilire installazioni militari senza equipaggio, mentre la Sezione 6 ribadisce il diritto degli Stati Uniti di muoversi liberamente in tutta la Groenlandia per via aerea, terrestre e marittima. Stabilisce inoltre il diritto degli Stati Uniti di effettuare movimenti sottomarini senza impedimenti.

“Gli aeromobili degli Stati Uniti possono sorvolare e atterrare in qualsiasi territorio della Groenlandia, comprese le acque territoriali, e le navi pubbliche degli Stati Uniti possono avere accesso sottomarino e muoversi all’interno delle acque territoriali, senza restrizioni…”

Al contempo, la sezione richiede che tali attività siano svolte in modo da tutelare lo stile di vita groenlandese.

“Questi diritti devono essere esercitati nel massimo rispetto della società groenlandese e del suo stile di vita, comprese la caccia, la pesca e altre attività tradizionali, culturali, storiche e future.”

La Sezione 7 è significativa per numerose ragioni. Innanzitutto, attribuisce agli Stati Uniti un ruolo nella pianificazione e nello sviluppo di aree al di fuori e nelle vicinanze delle zone di difesa designate. Prevede inoltre che le parti collaborino per contrastare lo spionaggio.

Le sezioni 9, 10 e 11 rivestono tutte grande importanza e introducono alcune disposizioni del tutto nuove per l’accordo.

La Sezione 9 disciplina il coinvolgimento di Stati terzi. In base alle sue disposizioni, gli Stati terzi non possono stabilire installazioni militari, con o senza equipaggio, in Groenlandia, né possono mantenere una presenza militare permanente o stazionare forze sul territorio, a meno che non siano membri della NATO.

“Nessuno Stato che non sia membro della NATO potrà stabilire proprie installazioni militari, con o senza equipaggio, in Groenlandia, né potrà mantenere una presenza permanente di forze militari in Groenlandia, salvo diverso accordo tra le Parti.”

La Sezione 10 disciplina gli investimenti diretti esteri e altre attività in Groenlandia. In sostanza, limita la partecipazione ad attività e investimenti esteri che coinvolgono risorse naturali o altri beni di valore in Groenlandia ai membri della NATO, ai partner della NATO e ai membri dell’UE.

“Considerata la minaccia alla sicurezza nazionale e all’ordine pubblico rappresentata dai crescenti sforzi degli avversari per espandere la propria influenza e il proprio controllo in Groenlandia, le Parti convengono che agli Stati o agli investitori di uno Stato che non sia membro della NATO, partner della NATO o Stato membro dell’UE non sarà consentito di avere controllo, influenza significativa o accesso a informazioni non pubbliche che possano costituire una minaccia alla sicurezza nazionale o all’ordine pubblico all’interno di settori o attività particolarmente sensibili nel territorio della Groenlandia (incluse le acque territoriali), a meno che le Parti non convengano che le attività di tali Stati o investitori non costituiscano una minaccia alla sicurezza nazionale o all’ordine pubblico.

L’obiettivo sarà garantito dalla Groenlandia in stretta collaborazione con le autorità del Regno di Danimarca nell’applicazione di tutte le sue leggi, attuali o future, in materia di controllo degli investimenti.

La Sezione 11 riguarda la natura permanente dell’accordo e prevede che la Groenlandia debba continuare a rispettarlo anche qualora in futuro ottenesse la piena indipendenza. Inoltre, a differenza dell’accordo del 1951, che si sarebbe estinto in caso di scioglimento della NATO, il nuovo accordo rimane in vigore a tempo indeterminato, a meno che tutte le parti non concordino sulla sua rescissione. In termini pratici, ciò conferisce agli Stati Uniti la possibilità di impedire in modo permanente la rescissione dell’accordo senza il loro consenso.

“Natura permanente del presente accordo

Il presente accordo non ha una data di scadenza e può essere modificato solo di comune accordo, conformemente all’articolo XIII dell’accordo di difesa del 1951.

Nel caso in cui la Groenlandia eserciti il ​​suo diritto all’autodeterminazione per diventare indipendente, il Governo del Regno di Danimarca e il Governo della Groenlandia garantiranno congiuntamente che lo Stato groenlandese indipendente accetti di rimanere nella NATO, anche presentando domanda di adesione se necessario, e assuma espressamente, a partire dalla data dell’indipendenza, tutti i diritti e gli obblighi del Regno di Danimarca specificati nel presente Accordo, compresi eventuali accordi o intese di attuazione tra le Parti, nonché gli Accordi di Difesa.

Cerchio completo
Per tutti i lettori che sono giunti a questo punto dell’articolo, ora avete una solida comprensione della storia di questi 4 accordi relativi alla Groenlandia, nonché delle disposizioni, modifiche e aggiunte più significative contenute nel nuovo accordo del 2026. Detto questo, dobbiamo ancora approfondire queste informazioni per comprenderne appieno il significato. Solo allora potremo valutare obiettivamente i meriti e le implicazioni dell’accordo ed esaminare come Stati Uniti, Groenlandia e Danimarca potrebbero procedere in futuro.

Nella mia esperienza, il modo migliore per comprendere appieno accordi internazionali complessi di questa natura è quello di analizzare nel dettaglio cosa ciascuna parte ottiene in cambio della propria partecipazione all’accordo.

U.S.A.
Per gli Stati Uniti, i vantaggi dell’accordo del 2026 sono considerevoli. Gli Stati Uniti potranno potenziare la base spaziale di Pituffik, ottenendo al contempo la possibilità di istituire due nuove aree di difesa fin da subito e potenzialmente di crearne altre in futuro. Inoltre, acquisiranno una significativa autorità su aree al di fuori di tali zone di difesa, nonché la possibilità di stabilire ulteriori siti per le operazioni con velivoli senza pilota.

Il nuovo accordo del 2026 consolida ulteriormente la libertà di movimento degli Stati Uniti per aria, terra e mare in tutta la Groenlandia, compresa la libertà di movimento sottomarino. Inoltre, garantisce agli Stati Uniti la possibilità di perseguire l’iniziativa Golden Dome dalla Groenlandia. Oltre a ciò, l’accordo del 2026 stabilisce che la presenza militare americana in Groenlandia serve, in larga parte, a proteggere il continente americano.

Altrettanto significativo è il fatto che gli Stati Uniti saranno anche in grado di impedire a determinati paesi stranieri di stabilire presenze militari, effettuare investimenti o partecipare allo sfruttamento delle risorse naturali della Groenlandia.

Infine, l’accordo ha carattere permanente. La sua continuazione non dipende più dal fatto che la NATO rimanga intatta come organizzazione, né si estinguerebbe automaticamente qualora la Groenlandia dovesse ottenere la piena indipendenza in futuro.

Groenlandia
Nell’ambito dell’accordo del 2026, la Groenlandia riceve significative tutele e impegni. Ad esempio, l’accordo prevede il rispetto dell’ambiente, della cultura, della storia, della pesca, della caccia e, più in generale, dello stile di vita della Groenlandia. Inoltre, la Groenlandia beneficia di una protezione a lungo termine da parte degli Stati Uniti, unitamente a contratti, investimenti, opportunità di lavoro e altre opportunità finanziarie che accompagneranno la creazione e l’espansione di queste aree di difesa.

Danimarca
Infine, c’è il Regno di Danimarca e ciò che riceve dall’accordo. A tutti gli effetti, gran parte dei benefici per la Danimarca sono di natura politica e simbolica. La bandiera danese continua a sventolare sulle basi, la sovranità danese viene formalmente rispettata e la Danimarca mantiene un ruolo nelle opportunità economiche legate alla Groenlandia. Insieme ai membri della NATO, ai partner della NATO e all’UE, la Danimarca rimane saldamente in posizione per partecipare a opportunità di investimento e legate alle risorse. Di conseguenza, i danesi non perdono completamente le potenziali opportunità di estrazione di risorse, investimenti o altre attività economiche associate al territorio.

Una questione ancora aperta
Oggettivamente parlando, gli Stati Uniti sono usciti come i maggiori vincitori del nuovo accordo del 2026. Anche la Groenlandia può dirsi averne tratto un discreto vantaggio. Se c’è una parte che esce meno bene dall’accordo, tuttavia, è il Regno di Danimarca.

Ora che è stato raggiunto un accordo, il risultato solleva un’ultima questione:

Il presidente Trump doveva necessariamente affrontare i negoziati in questo modo per ottenere questi risultati?

A mio parere, la risposta è sia sì che no.

La verità è che con una semplice telefonata privata e l’uso della diplomazia convenzionale, l’amministrazione Trump avrebbe potuto ottenere molte delle disposizioni contenute nell’accordo del 2026. Ad esempio, gli Stati Uniti avrebbero potuto potenziare l’attuale base spaziale di Pituffik, potenzialmente assicurarsi due ulteriori aree di difesa, istituire zone per le operazioni con velivoli senza pilota, estendere la libertà di movimento alle attività sottomarine e riaffermare la propria capacità di utilizzare la Groenlandia per la difesa del continente americano. Questi obiettivi avrebbero potuto essere raggiunti in modo più tradizionale e amichevole.

Ho meno certezze sul fatto che la diplomazia convenzionale avrebbe potuto produrre alcune delle disposizioni più importanti dell’accordo. Tra queste, la possibilità legale di impedire a determinati paesi stranieri di investire in Groenlandia, di stabilirvi presenze militari o di partecipare allo sfruttamento delle risorse e, forse ancora più importante, la natura permanente dell’accordo, indipendentemente dalla continua esistenza della NATO.

È qui che l’approccio non convenzionale di Trump diventa rilevante. L’amministrazione Trump, e il presidente Trump in particolare, hanno ripetutamente fatto ricorso alla pressione dell’opinione pubblica e a una retorica provocatoria anziché ai tradizionali canali diplomatici. Sebbene ciò venga spesso considerato una scelta, non ne sono così sicuro, poiché nulla fa pensare che il presidente Trump sappia come gestire con successo la diplomazia ordinaria. Sebbene l’approccio di Trump appaia immaturo e certamente metta a dura prova i rapporti con gli alleati degli Stati Uniti, potrebbe essere l’unica cosa di cui sia capace. E in questo caso specifico, si può quantomeno sostenere che queste tattiche non ortodosse abbiano contribuito a ottenere risultati che sarebbero stati molto più difficili da raggiungere attraverso la diplomazia ordinaria.

Pertanto, sebbene molti, se non la maggior parte, degli obiettivi raggiunti attraverso questo accordo del 2026 avrebbero probabilmente potuto essere perseguiti in modo più diplomatico e meno conflittuale, bisogna riconoscere i risultati ottenuti con l’approccio di Trump. In particolare, la natura permanente dell’accordo, le restrizioni imposte ai concorrenti strategici che cercano di accedere alle risorse della Groenlandia e diverse altre disposizioni dell’accordo vanno oltre ciò che altrimenti sarebbe stato realizzabile.

Considerazioni finali
In definitiva, l’accordo del 22 settembre2026 tra Stati Uniti, Danimarca e Groenlandia è epocale e di grande importanza. È anche affascinante, poiché tocca diversi ambiti cruciali, tra cui quello militare e della difesa, le risorse delle terre rare, le popolazioni indigene, gli interessi europei e americani, l’Artico, nonché la diplomazia e i negoziati internazionali.

In sostanza, il nuovo accordo del 2026 garantisce di fatto agli Stati Uniti una presenza permanente e irrevocabile in Groenlandia, insieme alla possibilità di impedire per sempre agli avversari di accedere alle immense risorse del continente.

Sebbene le modalità con cui l’amministrazione Trump ha condotto questi negoziati possano e debbano essere oggetto di dibattito, non di critica, i risultati finali, almeno per quanto riguarda ciò che gli Stati Uniti hanno ottenuto, sono inequivocabilmente “Un vero affare”.

Come sempre, vi ringrazio per il vostro continuo supporto e per la vostra fedeltà come lettori.

Alla prossima,

Jon Kurpis

Accordi degli Stati Uniti riguardanti la Groenlandia

Accordo del 1941

Accordo del 1951

Accordo del 2004

Accordo del 2026


NOTA BENE: Questo articolo è pubblicato esclusivamente a titolo personale e riflette solo le mie opinioni e analisi individuali. Nulla di quanto contenuto nel presente documento deve essere interpretato come una dichiarazione ufficiale, una comunicazione o una posizione politica associata al mio ruolo di funzionario eletto, a qualsiasi comune, autorità governativa, partito politico o istituzione pubblica affiliata. Inoltre, le prospettive espresse non riflettono necessariamente le opinioni o le posizioni di The Duran.


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La guerra oltre la NATO, di the Daily Duran – L’AfD e la strada per Mosca, di Bob Hickok _La politica dello stato di emergenza permanente, di the Daily Duran

La guerra oltre la NATO

L’Ucraina potrebbe anche escludere l’adesione alla NATO dalla propria costituzione, ma il profondo confronto militare tra Russia ed Europa si sta rivelando sempre più difficile da superare.

Il quotidiano Duran7 ottobre
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La disputa sull’adesione dell’Ucraina alla NATO potrebbe giungere a una conclusione insolita. L’adesione stessa potrebbe scomparire dalle ambizioni costituzionali di Kiev, proprio mentre il confronto strategico che l’espansione della NATO ha contribuito a creare si consolida ulteriormente.

Questa distinzione è importante. Le alleanze sono sancite da trattati e costituzioni. Gli allineamenti strategici si costruiscono attraverso armi, finanziamenti, intelligence, logistica e impegni politici. Eliminare una frase dalla costituzione ucraina risolverebbe il primo problema, ma non necessariamente modificherebbe il secondo.

Questa è sempre più la contraddizione centrale del conflitto ucraino. La questione formale dell’adesione alla NATO sembra passare in secondo piano proprio mentre l’integrazione pratica dell’Ucraina nel sistema di sicurezza occidentale – e il confronto dell’Europa con la Russia – assume un’importanza crescente.

Dall’adesione alla realtà militare
Secondo alcune fonti, il parlamento ucraino starebbe valutando la possibilità di eliminare l’impegno costituzionale all’adesione alla NATO, pur mantenendo il percorso di avvicinamento del Paese all’Unione Europea. Anche Marco Rubio ha lasciato intendere che l’adesione alla NATO non è più un’opzione contemplata.

Sulla carta, questo sembra significativo. La traiettoria dell’Ucraina nella NATO si trovava quasi al centro della disputa sulla sicurezza che ha preceduto la guerra. Ma è improbabile che Mosca giudichi la futura posizione dell’Ucraina basandosi esclusivamente sul testo costituzionale.

Le costituzioni possono essere modificate. I governi cambiano. Gli assetti di sicurezza si evolvono.

La questione più rilevante è se l’Ucraina rimanga militarmente integrata con gli stati della NATO anche senza diventarne membro: rifornita di armi occidentali, sostenuta finanziariamente, collegata alle reti di intelligence occidentali e preservata come piattaforma militare al confine con la Russia.

Ecco perché la neutralità è considerevolmente più complessa del semplice abbandono di una domanda di adesione. L’autentica neutralità strategica riguarda le capacità e le relazioni, non solo il linguaggio giuridico.

La guerra potrebbe quindi spingersi oltre il dibattito sull’adesione alla NATO senza risolvere il conflitto di sicurezza di fondo che ha reso tale dibattito così importante.

La logistica diventa strategia
La pressione militare esercitata dalla Russia riflette sempre più la stessa logica.

Gli sviluppi strategicamente più importanti non sono necessariamente spettacolari conquiste sul campo di battaglia. Si tratta piuttosto di attacchi contro i sistemi che permettono all’Ucraina di continuare a funzionare come un’economia di guerra.

Gli attacchi russi hanno esercitato una pressione crescente su Odessa, sulle infrastrutture per l’esportazione, sulle ferrovie e sulle comunicazioni. Secondo le informazioni esaminate per l’edizione odierna, l’Ucraina ha quasi esaurito le sue riserve di locomotive a seguito dei ripetuti attacchi alla sua rete ferroviaria. La loro sostituzione è difficile perché l’Ucraina utilizza uno scartamento ferroviario diverso da quello di gran parte dell’Europa occidentale, costringendo Kiev a cercare materiale rotabile compatibile in Polonia e in altri paesi dell’Europa orientale.

Si tratta di una guerra strategica contro la produttività.

Gli eserciti necessitano di munizioni, carburante e personale, ma gli stati in guerra hanno bisogno anche di ferrovie, porti, sistemi elettrici, telecomunicazioni e canali di esportazione funzionanti. Distruggere una locomotiva può attirare meno attenzione rispetto alla conquista di una città. Le sue conseguenze possono estendersi ben oltre.

L’attacco ucraino, che avrebbe coinvolto oltre 600 droni diretti verso Mosca, dimostra che Kiev conserva la capacità di imporre costi all’interno della Russia. Alcuni droni avrebbero penetrato le difese aeree russe e colpito infrastrutture per lo stoccaggio di carburante. Tuttavia, la maggiore asimmetria risiede nella capacità di sostenere tali scambi.

La Russia sta esercitando una pressione crescente sul tessuto connettivo dello stato ucraino.

È più difficile che il solo aiuto finanziario occidentale possa porvi rimedio.


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La Germania oltrepassa una soglia retorica
Proprio nel momento in cui Kiev potrebbe formalmente ritirarsi dalla NATO, la Germania si sta muovendo retoricamente verso una concezione più esplicita di confronto con la Russia.

Il ministro degli Esteri Johann Wadephul ha parlato di patriottismo e mobilitazione in caso di un futuro conflitto. Il capo del BND, Martin Jäger, ha avvertito il parlamento che la Germania rischia di essere trascinata in un violento scontro con Mosca.

Ciò crea un’inversione straordinaria.

Tradizionalmente, la tesi a favore dell’espansione della NATO era che l’allargamento avrebbe stabilizzato l’Europa estendendo la deterrenza verso est. Tuttavia, l’Ucraina potrebbe ora abbandonare l’ambizione di aderire alla NATO, mentre la Germania, al sicuro all’interno dell’alleanza, discute più apertamente la possibilità di un confronto diretto con la Russia.

Il fronte istituzionale potrebbe stabilizzarsi anche se quello politico si militarizza sempre più.

Il linguaggio di Berlino illustra anche quanto profondamente il conflitto in Ucraina abbia cambiato il pensiero strategico europeo. La Russia non viene più considerata semplicemente un problema da contenere all’interno dell’Ucraina. I governi europei descrivono sempre più spesso il confronto come qualcosa che potrebbe coinvolgere direttamente le loro società, economie e strutture militari.

Tale trasformazione potrebbe in definitiva rivelarsi più importante dello status formale dell’Ucraina all’interno di un’alleanza.

L’architettura sopravvive all’etichetta
Il problema emergente degli insediamenti è quindi di portata ben maggiore rispetto alla sola appartenenza alla NATO.

La Russia sembra sempre più determinata a indebolire la capacità dell’Ucraina di funzionare come un’efficace piattaforma militare. L’Europa resta impegnata a sostenere tale piattaforma. Kiev potrebbe diventare costituzionalmente non-NATO pur mantenendo legami strategici con gli stati NATO.

In tal caso, il linguaggio diplomatico sarà cambiato più rapidamente dell’architettura strategica.

Ecco perché l’eliminazione della NATO dalla costituzione ucraina potrebbe rivelarsi al contempo importante e insufficiente. Riconoscerebbe il fallimento di uno dei presupposti centrali dell’ordine europeo prebellico, ma lascerebbe irrisolta la questione più complessa: quale sistema di sicurezza lo sostituirà?

Le guerre raramente finiscono semplicemente perché una clausola controversa scompare dai documenti. Finiscono quando gli accordi politici e militari che sottendono a tale clausola diventano sufficientemente accettabili per le principali potenze, che smettono così di metterli alla prova.


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L’AfD e la strada per Mosca

di Bob Hickok

7 ottobre
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Bob Hickok analizza come l’AfD stia trasformando l’opposizione alla guerra in Ucraina in una più ampia campagna per ripristinare i legami economici e politici della Germania con la Russia.

L’AfD (Alternativa per la Germania) si sta orientando verso una politica estera che rappresenterebbe una netta rottura con la linea politica seguita da Berlino dall’inizio della guerra in Ucraina. Al centro di questa politica c’è una semplice proposta: la Germania dovrebbe smettere di considerare il confronto permanente con la Russia come una condizione inevitabile della vita europea. Il partito auspica la fine del sostegno militare tedesco all’Ucraina, la priorità dei negoziati con Mosca rispetto a un’ulteriore escalation, il ritorno dell’energia russa sul mercato tedesco e lo smantellamento delle sanzioni economiche con il miglioramento delle relazioni. Questa posizione è diventata ancora più evidente il 7 ottobre, quando l’AfD ha annunciato la sua adesione alla BSW (Alleanza dei Wageknecht di Sahara Occidentale) nel parlamento della Sassonia-Anhalt per chiedere la fine del sostegno militare tedesco all’Ucraina. La mozione non può determinare la politica estera federale, ma il suo simbolismo è innegabile. Il leader regionale dell’AfD, Ulrich Siegmund, ha affermato che Berlino dovrebbe adoperarsi per porre fine alla guerra anziché prolungarla e reindirizzare le risorse destinate all’Ucraina verso la Germania stessa. L’iniziativa, pertanto, coniuga la politica estera con la questione interna che ha contribuito maggiormente all’ascesa dell’AfD: ovvero se lo Stato tedesco debba continuare a destinare fondi, armi e attenzione politica a un conflitto nell’Europa orientale, mentre cresce il malcontento interno.

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Dietro questa argomentazione si cela una disputa più ampia su quale debba essere il rapporto tra Germania e Russia una volta che i combattimenti saranno terminati. L’AfD non si limita a sostenere una riduzione delle forniture di armi. Nei dibattiti al Parlamento tedesco, i suoi rappresentanti hanno invocato un compromesso negoziato, si sono opposti all’adesione dell’Ucraina all’Unione Europea e alle garanzie militari che potrebbero impegnare la Germania in un’altra guerra, e hanno sostenuto che gli interessi tedeschi richiedono il ripristino, in futuro, di normali relazioni con Mosca. All’inizio dell’estate, uno dei fondatori dell’AfD, Alexander Gauland, ha affermato in Parlamento che l’Ucraina ha il diritto di continuare a combattere se lo desidera, ma che la Germania non è obbligata a farsi carico del conflitto. Questa distinzione è centrale nella posizione del partito. La Germania, secondo l’AfD, dovrebbe smettere di definire i propri interessi attraverso le priorità strategiche di Kiev o attraverso un confronto militare indefinito tra Russia e Occidente. Berlino dovrebbe invece recuperare spazio per una diplomazia indipendente, lasciando l’Ucraina al di fuori delle strutture che potrebbero trasformare l’attuale conflitto in una linea di demarcazione permanente in Europa.

La dimensione economica potrebbe rivelarsi ancora più rilevante. Prima del 2022, la Russia forniva alla Germania oltre la metà del suo gas naturale e più di un terzo delle sue importazioni di petrolio greggio. Tale rapporto è stato gravemente compromesso dopo l’invasione russa dell’Ucraina, lo scontro legato alle sanzioni, la riduzione e l’interruzione dei principali flussi di gas e la distruzione di tre dei quattro gasdotti Nord Stream nel settembre 2022. L’AfD sostiene che il conseguente ordine energetico abbia indebolito l’industria tedesca, sostituendo il gas relativamente economico trasportato tramite gasdotto con alternative più costose. Markus Frohnmaier, vicecapogruppo parlamentare dell’AfD, ha giustificato la sua visita di giugno al Forum economico internazionale di San Pietroburgo proprio su queste basi, affermando al parlamento tedesco che abbandonare il gas russo a basso costo, mentre le aziende tedesche si trovano ad affrontare prezzi energetici elevati, è contrario agli interessi economici della Germania. Anche Kay Gottschalk, esperta di finanza dell’AfD, ha dichiarato che il partito auspica la riapertura di Nord Stream 1 e 2 e il ritorno del trasporto di petrolio russo nell’Europa centrale attraverso il gasdotto Druzhba, una volta raggiunto un accordo di pace. I critici della CDU (Unione Cristiano Democratica, il partito del cancelliere Merz), dei Verdi e di altri partiti sostengono che un ritorno all’energia russa ricreerebbe una dipendenza strategica. Il disaccordo, quindi, va ben oltre il prezzo di un metro cubo di gas: verte sulla questione se l’interdipendenza economica tedesco-russa sia stata un errore strategico o uno dei fondamenti della precedente potenza industriale della Germania.

È in questo contesto che il forum economico russo-tedesco-americano proposto per il 2027 assume particolare rilevanza. Kirill Dmitriev, inviato speciale di Vladimir Putin per la cooperazione economica internazionale e capo del Fondo russo per gli investimenti diretti, ha proposto pubblicamente l’incontro a settembre, chiedendo esplicitamente la partecipazione dell’AfD. Reuters ha successivamente riferito che erano in corso i preparativi per colloqui tra Dmitriev e i leader dell’AfD Alice Weidel e Tino Chrupalla, possibilmente già a marzo 2027. L’obiettivo sarebbe quello di valutare il ripristino delle forniture di gas russo alla Germania e il possibile futuro del Nord Stream, sebbene una fonte abbia dichiarato a Reuters che l’incontro dipenderebbe dal raggiungimento di un quadro di pace tra Russia e Ucraina. Israele, gli Emirati Arabi Uniti e l’India sono stati menzionati come possibili sedi. Markus Frohnmaier ha poi confermato che l’AfD rimane in contatto con Dmitriev in merito al forum e che il rinnovato impegno per la cooperazione economica sarà uno degli argomenti di discussione. Dmitriev ha affermato che oltre venti aziende tedesche hanno già manifestato interesse, mentre la Camera di Commercio americana in Russia ha accolto pubblicamente la proposta. Questi segnali indicano un reale interesse per un rinnovato dialogo commerciale, ma non vanno confusi con un accordo tra i tre governi.

La componente americana è particolarmente intrigante, ma richiede anche cautela. Secondo quanto riportato, gli organizzatori speravano che personalità come Steve Witkoff e Jared Kushner potessero partecipare all’incontro, ma un alto funzionario americano ha dichiarato a Reuters che nessuno dei due era stato informato o invitato al vertice in programma. Pertanto, non vi sono ancora le basi per definire l’evento una conferenza ufficiale americano-tedesco-russa. Ciononostante, anche solo l’idea rivela quanto rapidamente potrebbe cambiare il panorama diplomatico relativo alla guerra in Ucraina se i negoziati dovessero portare a una soluzione duratura. Un forum che riunisca funzionari russi, politici dell’opposizione tedesca, rappresentanti di imprese americane e aziende interessate a ripristinare i legami commerciali segnerebbe l’inizio di una lotta per l’ordine economico postbellico. Sanzioni, beni congelati, oleodotti, contratti energetici, investimenti industriali e accesso al mercato russo tornerebbero immediatamente all’ordine del giorno. Il presidente Vladimir Putin ha aggiunto un ulteriore elemento a questa discussione il 1° ottobre, affermando che le aziende occidentali potrebbero potenzialmente recuperare i beni russi posti sotto amministrazione statale se le relazioni migliorassero. Tali dichiarazioni non garantiscono la riconciliazione, ma dimostrano che Mosca sta già parlando delle condizioni economiche che potrebbero seguire a un disgelo politico.

Di conseguenza, l’AfD sta cercando di presentarsi non semplicemente come il partito tedesco contrario alla fornitura di armi all’Ucraina, ma come la forza politica pronta a un diverso rapporto con la Russia dopo la guerra. La sua argomentazione combina diplomazia, energia, industria e sovranità: fermare l’escalation militare, cercare una soluzione negoziata, rimuovere le sanzioni con la normalizzazione delle relazioni, ripristinare gli scambi commerciali e consentire alla Germania di perseguire interessi economici che non devono necessariamente coincidere con ogni preferenza strategica dei suoi alleati. Il governo di Friedrich Merz ha una visione quasi opposta, mantenendo il sostegno militare a Kiev e avvertendo che una rinnovata dipendenza dall’energia russa renderebbe la Germania nuovamente vulnerabile. È probabile che questo conflitto di visioni si acuisca anziché attenuarsi. Il forum proposto per il 2027 offre uno spaccato di ciò che è in gioco. Se rimarrà un semplice incontro tra politici dell’opposizione e imprenditori interessati, le sue conseguenze immediate saranno limitate. Se, tuttavia, i negoziati di pace progrediranno e importanti attori commerciali americani e tedeschi inizieranno a partecipare, potrebbe diventare una delle prime sedi in cui si discuterà dell’assetto economico successivo alla guerra in Ucraina. In tal caso, il dibattito sul Nord Stream cesserebbe di riguardare principalmente un gasdotto distrutto sotto il Mar Baltico. La questione si inserirebbe in un quadro ben più ampio: se la Germania intenda preservare la separazione economica dalla Russia creatasi dopo il 2022 o tentare, in circostanze radicalmente mutate, di costruire una nuova relazione a livello continentale europeo.

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La politica dello stato di emergenza permanente

Il quotidiano Duran8 ottobre
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Con l’accumularsi della pressione strategica, i governi stanno ampliando la definizione stessa di sicurezza, trasformando l’ambiguità militare, i disordini interni, la debolezza economica e le interruzioni energetiche in elementi dello stesso campo di battaglia politico.

Un sistema politico non ha bisogno di dichiarare guerra per iniziare a organizzarsi secondo presupposti tipici del periodo bellico. È sufficiente che ridefinisca la gamma di eventi considerati parte del conflitto.

Questo processo sta diventando visibile in tutta Europa. Gli incidenti militari diventano prove di guerra ibrida. L’interruzione delle infrastrutture diventa sabotaggio strategico. La protesta politica diventa una vulnerabilità all’influenza straniera. L’energia diventa sicurezza nazionale. Il commercio diventa allineamento geopolitico. Le sanzioni diventano strumenti permanenti di politica estera anziché misure coercitive temporanee.

Il risultato è ben più significativo di qualsiasi singolo drone, protesta o pacchetto di sanzioni. I confini che separano guerra, economia e politica interna diventano sempre più difficili da definire.

L’ambiguità diventa strategica
La dichiarazione del cancelliere tedesco Friedrich Merz, secondo cui la Russia non sta semplicemente combattendo l’Ucraina ma sta anche “dichiarando guerra contro di noi”, illustra in modo particolarmente chiaro questo cambiamento. La trascrizione colloca tale affermazione in relazione al caso irrisolto del drone all’aeroporto di Lipsia, mettendo in discussione le prove che stabiliscono la responsabilità russa.

Il punto cruciale non è se ogni accusa si rivelerà poi corretta, bensì cosa accade a livello politico quando i governi iniziano ad agire partendo dal presupposto che eventi ambigui appartengano a una più ampia campagna ostile.

I funzionari europei stanno già discutendo su come l’UE dovrebbe rispondere a un potenziale “attacco ibrido” letale, prendendo in considerazione aspetti quali il coordinamento delle emergenze, i finanziamenti e la comunicazione in situazioni di crisi. Secondo quanto riportato, tali discussioni si sono intensificate in seguito all’incidente di Lipsia.

Questo cambia il contesto strategico. Un attacco informatico non attribuito, l’avvistamento di un drone, un cavo danneggiato o un guasto infrastrutturale possono acquisire rilevanza geopolitica prima ancora che ne venga accertata la responsabilità. L’ambiguità non rallenta più l’escalation, ma può accelerarla.

Questo è importante perché la guerra ibrida è una categoria insolitamente elastica. Si colloca a metà strada tra spionaggio, sabotaggio, interferenza politica, operazioni informatiche e pressione militare convenzionale. Più ampia diventa la sua definizione, più facile sarà per i governi interpretare future perturbazioni come componenti di un conflitto in corso.

La geografia dell’incertezza
Il Mar Nero presenta un problema simile.

La trascrizione descrive attacchi contro navi mercantili vicino alla Bulgaria, sottolineando al contempo che le responsabilità non erano ancora state accertate. Le autorità bulgare inizialmente evitarono di attribuire colpe, e anche la presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen riconobbe che le circostanze erano ancora in fase di accertamento.

Tale incertezza è strategicamente importante.

Il Mar Nero non è più semplicemente un teatro marittimo che circonda il conflitto in Ucraina. Sta diventando un punto di incontro tra operazioni militari, traffico marittimo commerciale, esportazioni alimentari, assicurazioni, rotte energetiche e territorio NATO.

Un attacco a una nave ha quindi conseguenze che vanno oltre il danno fisico inflitto. Ogni incidente inspiegabile solleva interrogativi sulla libertà di navigazione, sulle soglie di escalation e sulla possibilità di considerare le infrastrutture economiche come un’estensione del campo di battaglia.

La guerra si sta espandendo geograficamente perché i suoi sistemi di supporto – porti, trasporti marittimi, energia, logistica e comunicazioni – stanno diventando a loro volta risorse strategiche.


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La politica interna si muove nella stessa cornice
La stessa logica è sempre più evidente anche all’interno degli stati occidentali.

Le proteste in Francia sono apparentemente di natura interna. Eppure, la trascrizione descrive Donald Trump che inquadra le manifestazioni nel contesto del dibattito americano sull’immigrazione, mentre i funzionari francesi lamentano che voci russe, iraniane e di altre nazionalità stiano sfruttando gli eventi per influenzare la percezione della Francia.

Qui sono in atto due processi politici differenti, ma il risultato è lo stesso.

Trump interpreta il disordine francese attraverso le categorie politiche più utili alla sua coalizione interna. Parigi, dal canto suo, interpreta i commenti stranieri su tale disordine in parte attraverso il linguaggio della guerra dell’informazione.

La protesta, pertanto, cessa di appartenere esclusivamente alla Francia.

Questo sta diventando un tratto distintivo della geopolitica contemporanea. L’instabilità interna viene internazionalizzata quasi immediatamente. Manifestazioni, elezioni, migrazioni e malcontento pubblico diventano materiale per i governi in competizione, che cercano di legittimare le proprie narrazioni politiche.

Di conseguenza, la distinzione tra politica estera e politica interna si indebolisce da entrambe le direzioni.

L’economia dopo l’emergenza
La trasformazione è forse più evidente nei settori dell’energia e delle sanzioni.

La trascrizione passa dal conflitto tra Yemen e Arabia Saudita ai disagi in una raffineria venezuelana, per poi tornare a un altro importante pacchetto di sanzioni dell’UE contro la Russia. Questi sviluppi sono geograficamente distinti, ma strategicamente collegati dalla crescente militarizzazione delle infrastrutture economiche.

Un tempo, i mercati energetici venivano analizzati principalmente in termini di prezzo, investimenti e offerta. Oggi, invece, se ne discute in termini di resilienza, sanzioni, interdizione, dipendenza strategica e vulnerabilità.

L’Europa incarna la contraddizione.

L’UE continua a cercare di ridurre la dipendenza strategica dagli avversari, affrontando al contempo le conseguenze economiche del restringimento delle proprie relazioni di approvvigionamento. La trascrizione si conclude con i funzionari europei che promettono di affrontare gli elevati costi energetici, anche se le considerazioni geopolitiche continuano a determinare quali fornitori l’Europa considera accettabili.

Questo è il paradosso centrale della politica economica. Le politiche di sicurezza possono ridurre una vulnerabilità creandone al contempo un’altra.

Le sanzioni, la ristrutturazione delle catene di approvvigionamento e il disaccoppiamento strategico potrebbero quindi autoalimentarsi. Maggiore è la perturbazione economica che producono, più i governi interpretano la resilienza come un requisito di sicurezza, e maggiore è la giustificazione per ulteriori interventi.

Un sistema senza confini ben definiti
Il sistema internazionale non sta semplicemente diventando più conflittuale. Sta diventando meno compartimentato.

La competizione militare si svolge ormai attraverso i mercati finanziari. La politica energetica si intreccia con la sicurezza nazionale. Le proteste interne entrano a far parte della guerra dell’informazione. Il trasporto marittimo commerciale si trasforma in calcolo militare. La politica commerciale diventa politica di alleanza.

Ecco perché eventi apparentemente scollegati appaiono sempre più spesso collegati tra loro.

Il cambiamento più profondo è di natura istituzionale. I governi stanno imparando a operare in un contesto in cui quasi ogni questione politica di rilievo può essere inquadrata come una questione di sicurezza.

Una volta che ciò accade, l’emergenza cessa di essere eccezionale.

Diventa la condizione determinante.

Berlino riapre il Canale di Mosca, di the Daily Duran – UE-CINA, L’INTERDIPENDENZA DIVENTA POLITICA, IndoPacific salad – UE, il prezzo della dipendenza energetica, di Duran Daily

Berlino riapre il Canale di Mosca.

I primi colloqui a livello di ministri degli esteri tra Germania e Russia dal 2022 rivelano meno un’imminente pace e più la crescente necessità per l’Europa di riprendere il dialogo con Mosca.

Il quotidiano Duran28 settembre
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Per venti minuti a New York, la Germania ha fatto qualcosa che aveva in gran parte evitato dall’inizio della guerra in Ucraina: ha parlato direttamente con la Russia a livello di ministri degli esteri.

Il ministro degli Esteri tedesco Johann Wadephul ha incontrato Sergey Lavrov a margine dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite, nel primo incontro bilaterale tra i ministri degli Esteri dei due Paesi dal gennaio 2022. Non si è registrata alcuna svolta. Non è emerso alcun quadro negoziale. La parte russa ha affermato di non aver appreso nulla di sostanzialmente nuovo, mentre Berlino si è lamentata della scarsa disponibilità al compromesso mostrata da Mosca.

A rigor di termini, si è trattato di un incontro fallimentare. Politicamente, tuttavia, il fatto stesso che si sia svolto è più significativo di qualsiasi cosa sia stata apparentemente detta all’interno della stanza.

Negli ultimi quattro anni la Germania ha contribuito a definire la politica europea di sostegno militare all’Ucraina, di sanzioni economiche contro la Russia e di isolamento diplomatico di Mosca. Berlino non ha abbandonato nessuna di queste politiche. Tuttavia, la Germania è giunta alla conclusione che sia nuovamente necessario un contatto diretto con la Russia.

Questo cambio di metodo merita attenzione. La questione non è se la Germania abbia improvvisamente cambiato posizione sulla guerra. Non l’ha fatto. La questione è perché Berlino creda che sia giunto il momento di riaprire un canale che aveva lasciato di fatto chiuso.

L’incontro che non avrebbe dovuto avere importanza
L’incontro in sé fu breve. Wadephul e Lavrov parlarono per circa venti minuti. La Russia affermò che la Germania aveva richiesto l’incontro. Wadephul fornì una versione più complessa, sostenendo che paesi terzi avevano espresso la disponibilità di Mosca al dialogo e incoraggiato Berlino a cogliere l’occasione.

Anche la disputa su chi abbia avviato il dialogo è rivelatrice. Nessuna delle due parti vuole apparire come quella che cerca l’altra. Per Mosca, ciò rischierebbe di suggerire che le pressioni occidentali stiano funzionando. Per Berlino, chiedere apertamente alla Russia di avviare un dialogo rischierebbe di minare la narrativa politica europea costruita attorno all’idea che Mosca debba prima dimostrare un cambiamento di comportamento.

Eppure, a prescindere dalla coreografia diplomatica che ha preceduto l’incontro, entrambe le parti hanno infine concordato di sedersi al tavolo delle trattative. Già solo questo rappresenta una rottura con lo schema degli ultimi anni.

Wadephul ha sfruttato l’incontro per ribadire le posizioni tedesche consolidate: cessate il fuoco, ripresa dei negoziati e misure volte a ridurre la pressione sull’Ucraina, tra cui la discussione sull’accesso al Mar Nero e sulle infrastrutture energetiche. Lavrov sembra aver offerto ben poco incoraggiamento. Tale esito non avrebbe dovuto sorprendere Berlino. Attualmente la Russia ha scarsi incentivi ad accettare un cessate il fuoco alle condizioni europee.

Il problema del cessate il fuoco e perché la Russia ha pochi incentivi a sospenderlo
Il disaccordo fondamentale non riguarda semplicemente la necessità o meno di fermare gli scontri a fuoco, bensì gli obiettivi che un cessate il fuoco dovrebbe prefissarsi. I governi europei, in genere, presentano il cessate il fuoco come il primo passo necessario verso la diplomazia. I combattimenti cessano, la pressione umanitaria ed economica diminuisce, si avviano i negoziati e si rende possibile una soluzione politica più ampia.

Mosca vede la situazione in modo diverso. La posizione russa è che un cessate il fuoco che lasci irrisolta la controversia strategica di fondo si limiti a congelare il conflitto. Da questa prospettiva, interrompere le operazioni militari prima di un accordo sul territorio, sulle capacità militari ucraine, sul coinvolgimento della NATO e sulla più ampia architettura di sicurezza europea darebbe a Kiev e ai suoi sostenitori il tempo necessario, senza richiedere loro di cedere su nulla di fondamentale.

È qui che l’esperienza di Minsk diventa rilevante. Non dimostra che la Germania di oggi stia tentando di ripetere il 2015, ma influenza il modo in cui Mosca interpreta le proposte occidentali. Durante i combattimenti a Debaltseve, Angela Merkel e François Hollande intensificarono la loro azione diplomatica man mano che la situazione militare in Ucraina si deteriorava. A questo seguì Minsk II.

Le circostanze storiche erano diverse, ma la memoria strategica rimane. I responsabili politici russi hanno quindi validi motivi per esaminare qualsiasi proposta di cessate il fuoco europea non semplicemente come un’iniziativa di pace, ma come una potenziale pausa in un confronto in corso. Ciò è particolarmente vero se Mosca ritiene che l’equilibrio militare si stia attualmente muovendo a suo favore.

Una proposta di cessate il fuoco ha molto più peso quando entrambe le parti ritengono che la prosecuzione dei combattimenti stia diventando meno vantaggiosa. Questa condizione non sembra sussistere al momento.

La Russia continua ad esercitare pressione lungo diversi settori del fronte, ampliando progressivamente la gamma di infrastrutture oggetto di attacco. Reti ferroviarie, sistemi energetici, infrastrutture di telecomunicazione e altri nodi a supporto dello Stato ucraino e dell’economia di guerra sono sempre più al centro del conflitto.

Allo stesso tempo, Kiev continua ad affrontare interrogativi riguardanti le risorse umane, i finanziamenti, le munizioni e la sostenibilità del suo impegno militare. Dal punto di vista di Mosca, fermarsi a questo punto significherebbe quindi rinunciare alla pressione militare senza prima aver ottenuto concessioni politiche.

Si tratta di una proposta difficile da far accettare. Questo aiuta a spiegare perché gli appelli della Germania sembrano aver prodotto una risposta così scarsa. Berlino sta chiedendo alla Russia di interrompere una strategia che Mosca apparentemente ritiene efficace. Ciò non rende impossibili i negoziati. Significa però che i negoziati richiedono più di semplici appelli alla moderazione. Affinché la diplomazia possa progredire, le parti dovrebbero affrontare gli interessi che alimentano il conflitto, piuttosto che limitarsi ai suoi sintomi militari immediati.


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La contraddizione di Berlino
La posizione della Germania è particolarmente interessante perché Berlino sta cercando di perseguire due politiche contemporaneamente. Si sta preparando a un confronto prolungato con la Russia e, allo stesso tempo, sta riaprendo i canali di comunicazione con Mosca. La spesa per la difesa tedesca sta aumentando vertiginosamente. Berlino sta ampliando le proprie capacità militari. I funzionari tedeschi parlano sempre più spesso della Russia come di una minaccia alla sicurezza a lungo termine. In tutta Europa, i leader politici e militari discutono apertamente della possibilità di un confronto con la Russia entro la fine di questo decennio.

Mosca cita ripetutamente queste dichiarazioni come prova che è l’Europa, piuttosto che la Russia, a istituzionalizzare il confronto. Lavrov è tornato su questo argomento a New York. I governi europei accusano la Russia di nutrire ambizioni che vanno oltre l’Ucraina, ha sostenuto, mentre gli stessi governi discutono pubblicamente della preparazione militare per una possibile guerra con la Russia entro il 2028, il 2029 o il 2030.

Berlino si trova quindi di fronte a un’evidente contraddizione strategica. La Germania si sta preparando all’eventualità che la Russia rimanga il principale avversario militare dell’Europa, pur riconoscendo al contempo che una qualche forma di relazione diplomatica con Mosca è inevitabile. L’incontro di Wadephul è una delle prime manifestazioni di questa contraddizione. L’Europa può desiderare il contenimento. Può desiderare la deterrenza. Può desiderare le sanzioni. Ma prima o poi, ha bisogno anche di un canale negoziale.

La Germania non può esternalizzare la diplomazia per sempre.
Dietro a questo incontro si cela un problema europeo più ampio. Per gran parte della guerra, l’Europa ha di fatto esternalizzato a Washington i contatti diplomatici più importanti con Mosca. I governi europei hanno fornito denaro, armi, sanzioni e sostegno politico, mentre gli Stati Uniti hanno mantenuto la possibilità di comunicare direttamente con il Cremlino quando necessario. Tale assetto diventa sempre più problematico se Washington inizia a perseguire i propri interessi indipendentemente dall’Europa.

La Germania, la Francia e gli altri principali Stati europei non possono basare in modo permanente le proprie politiche di sicurezza sul presupposto che gli Stati Uniti negozieranno con la Russia per loro conto. La Germania in particolare non può sottrarsi a questo problema. È la più grande economia europea, uno dei principali sostenitori dell’Ucraina e, sempre più, una delle principali potenze militari del continente. Le relazioni tedesco-russe non sono quindi una questione secondaria, ma parte integrante del problema della sicurezza europea stessa.

Se Berlino desidera accordi che riguardino le infrastrutture energetiche, la navigazione nel Mar Nero, il controllo degli armamenti, l’escalation militare o, eventualmente, una soluzione più ampia, la Germania dovrà prima o poi trattare direttamente con la Russia. L’alternativa è rimanere dipendenti da decisioni prese altrove. La conversazione di venti minuti a New York potrebbe quindi riguardare meno un cessate il fuoco immediato e più la cauta riscoperta da parte della Germania di una vecchia realtà. La geografia non può essere ignorata con le sanzioni.

L’ombra di Minsk
La tentazione di paragonare il momento attuale al 2015 è comprensibile. Allora, come ora, la pressione sul campo di battaglia era accompagnata da un’urgente azione diplomatica europea. Allora, come ora, la Germania si trovò a dover affrontare la possibilità che gli eventi sul terreno si evolvessero più rapidamente della strategia politica europea. Ma le differenze sono sostanziali.

La portata della guerra è enormemente maggiore. La posizione militare della Russia è diversa. La dipendenza dell’Ucraina dagli aiuti occidentali è più profonda. Le relazioni tra Europa e Russia si sono deteriorate ben oltre la situazione di un decennio fa. Cosa ancora più importante, la valutazione di Mosca sulla diplomazia occidentale è cambiata. I funzionari russi citano ripetutamente gli accordi di Minsk come prova che le soluzioni temporanee possono essere utilizzate per guadagnare tempo militare piuttosto che per risolvere le controversie di fondo. Che i governi europei accettino o meno questa interpretazione è quasi irrilevante. Mosca sì.

Ciò significa che un altro accordo simile a quello di Minsk è molto più difficile da realizzare. Qualsiasi proposta seria di cessate il fuoco dovrebbe superare proprio i sospetti generati dal precedente. Berlino non può semplicemente chiedere alla Russia di fermarsi. Dovrebbe spiegare cosa accadrà dopo la cessazione delle ostilità.

L’importanza dei venti minuti
Non vi è alcuna prova che la Germania si stia preparando a una rottura radicale con l’attuale politica europea. Berlino continua a sostenere l’Ucraina. Continua a esercitare pressioni su Mosca. Continua a considerare la Russia una minaccia per la sicurezza. E continua a insistere sul fatto che qualsiasi soluzione diplomatica debba tutelare gli interessi ucraini.

L’incontro Wadephul-Lavrov non dovrebbe quindi essere interpretato in modo esagerato come un’inversione di rotta strategica tedesca. Il suo significato è più sottile. La Germania ha iniziato a verificare se il confronto e la diplomazia possano coesistere. Per quattro anni, gran parte dell’Europa si è comportata come se dialogare con Mosca significasse rischiare di legittimarla. Ora uno dei governi più importanti d’Europa è giunto alla conclusione che rifiutarsi di dialogare potrebbe creare a sua volta dei problemi. Questo cambiamento giunge in un momento rivelatore.

Il contesto bellico rimane sfavorevole al tipo di cessate il fuoco auspicato dall’Europa. La Russia non vede molti motivi per fermarsi. L’Ucraina continua ad aver bisogno di un enorme sostegno esterno. Gli Stati Uniti perseguono i propri obiettivi diplomatici ed economici. In queste condizioni, Berlino ha scoperto che una politica estera basata interamente sulla pressione si scontra inevitabilmente con un dilemma pratico: cosa succede quando l’altra parte non cede?

A New York non si è giunti a nessuna conclusione. La Russia non ha fatto alcuna concessione visibile. La Germania non ha modificato la propria politica ufficiale. I due ministri degli Esteri non sono riusciti nemmeno a mettersi d’accordo pubblicamente su chi avesse richiesto l’incontro. Eppure, forse è proprio per questo che l’incontro è importante.

Berlino non ha riaperto i contatti perché le relazioni con Mosca stiano migliorando. Li ha riaperti perché le relazioni sono diventate troppo importanti per interromperle senza un canale di comunicazione. La Germania continua a sostenere l’Ucraina, a prepararsi militarmente e a confrontarsi politicamente con la Russia. Ma sta anche iniziando a riconoscere che la sicurezza europea non può essere organizzata in ultima analisi senza una qualche forma di impegno diretto con Mosca. L’incontro di venti minuti non ha prodotto quasi nulla. La decisione di tenerlo potrebbe rivelarsi ben più importante.


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Il prezzo della dipendenza energetica

L’Europa ha sostituito l’energia russa con una rete più ampia di fornitori. Il dibattito sul diesel a Washington sta rivelando la differenza tra cambiare fornitore e raggiungere l’autonomia strategica.

Il quotidiano Duran29 settembre
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La sicurezza energetica, in definitiva, non si misura dalla provenienza del combustibile, bensì dal numero di decisioni che si frappongono tra un Paese e l’energia di cui ha bisogno.

La trasformazione energetica europea iniziata nel 2022 è stata presentata principalmente come un processo di diversificazione. L’utilizzo di idrocarburi russi sarebbe stato ridotto o eliminato, sarebbero entrati nel mercato fornitori alternativi e la dipendenza da Mosca avrebbe cessato di rappresentare una vulnerabilità strategica. Sotto un aspetto importante, questa politica ha avuto successo. La quota russa delle importazioni di petrolio nell’UE è diminuita drasticamente, raggiungendo solo l’1% nel secondo trimestre del 2026. Gli Stati Uniti, la Norvegia e il Kazakistan sono emersi come fornitori principali.

Ma diversificazione e autonomia non sono la stessa cosa.

La distinzione è diventata difficile da ignorare, soprattutto ora che Donald Trump sta valutando restrizioni sulle esportazioni di diesel americano. Trump ha pubblicamente appoggiato l’idea di un divieto di esportazione, mentre Washington si trova ad affrontare prezzi del carburante interni straordinariamente elevati. Tuttavia, la stessa amministrazione ha inviato segnali contrastanti: il Segretario all’Energia Chris Wright si è espresso contro un embargo generalizzato, mentre un funzionario della Casa Bianca ha smentito le indiscrezioni secondo cui si stava preparando un divieto di 90 giorni.

Non è quindi certo che la restrizione si concretizzerà. Il fatto più importante è che l’Europa è diventata sufficientemente vulnerabile da rendere rilevante tale possibilità.

La nuova dipendenza

Il diesel fornisce una misura insolitamente chiara del cambiamento.

Secondo i dati di Kpler riportati da Euronews, quest’anno gli Stati Uniti hanno fornito circa 180.000 barili al giorno dei circa 580.000 barili al giorno di gasolio importato dall’UE. Si tratta di circa il 32%, quasi il doppio rispetto al 17% registrato nel 2025. Nell’Europa nord-occidentale, le forniture americane rappresentano circa il 57% del gasolio proveniente da fuori della regione.

La Gran Bretagna illustra lo stesso cambiamento strutturale.

Prima della guerra in Ucraina, la Russia forniva circa un quinto del fabbisogno di gasolio del Regno Unito. Entro il 2025, i Paesi Bassi e gli Stati Uniti insieme avrebbero fornito il 58% delle importazioni britanniche di gasolio bianco e soddisfatto il 32% del fabbisogno totale del Regno Unito. Nel frattempo, la produzione delle raffinerie britanniche è diminuita a seguito della chiusura di alcune di esse.

Tutto ciò non significa che l’Europa abbia semplicemente sostituito Mosca con Washington, uno a uno. La rete di approvvigionamento è più ampia di prima e le raffinerie europee producono ancora gran parte del gasolio del continente. L’Europa mantiene inoltre scorte sufficienti ad attutire un’eventuale interruzione temporanea.

Ma l’esposizione strategica è comunque reale.

Diversificazione senza autonomia

Il problema risiede nel modo in cui è stata definita la sicurezza energetica.

L’Europa ha considerato la diversificazione principalmente come una questione di geografia dei fornitori. Acquistare meno dalla Russia e più dagli Stati Uniti, dalla Norvegia, dal Medio Oriente e dai mercati internazionali delle materie prime ha ridotto il rischio di concentrazione. Ciò che non è riuscita a eliminare è stata la necessità fondamentale dell’Europa di importare idrocarburi.

Ciò è importante perché l’energia scambiata a livello internazionale rimane soggetta alle priorità nazionali.

Il dibattito di Washington lo dimostra. La restrizione proposta non è principalmente diretta contro l’Europa. Se ne discute perché i politici americani si trovano ad affrontare un problema interno: prezzi del diesel eccezionalmente elevati e la pressione per tutelare i consumatori americani. Un’amministrazione che si trova a fronteggiare l’aumento dei costi dei trasporti e dell’agricoltura ha motivazioni che potrebbero divergere da quelle dei suoi alleati.

Per Bruxelles, quindi, la vulnerabilità non richiede ostilità da parte di Washington. Richiede solo priorità diverse.

La Commissione europea sembra essere consapevole del pericolo. La scorsa settimana ha dichiarato di considerare con “preoccupazione” le notizie relative alle restrizioni alle esportazioni statunitensi, ha avvertito che tali interruzioni potrebbero avere ripercussioni negative su entrambe le economie e ha confermato l’avvio di colloqui di alto livello con Washington. La Commissione ha inoltre sottolineato che, per il momento, non vi è una reale carenza di gasolio nell’UE.

Questa precisazione è importante. Non si tratta ancora di una questione di esaurimento delle riserve di gasolio in Europa. Si tratta piuttosto di capire chi ha maggiore potere contrattuale quando i mercati si irrigidiscono.


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La politica della botte

Tale leva diventa più rilevante quando l’offerta di pezzi di ricambio è scarsa.

Se il petrolio americano scomparisse dal mercato internazionale, gli acquirenti europei cercherebbero alternative altrove. L’Europa nord-occidentale si troverebbe a competere con gli acquirenti del Mediterraneo, dell’America Latina e dell’Africa occidentale per accaparrarsi i carichi disponibili. Il meccanismo di trasmissione immediato sarebbe quindi probabilmente il prezzo, prima ancora della scarsità fisica.

E il gasolio non è semplicemente un altro bene di consumo.

Il gasolio alimenta camion, macchinari agricoli e attrezzature industriali. L’aumento dei costi del gasolio si ripercuote lungo le catene di approvvigionamento e finisce per ripercuotersi su alimenti, prodotti manifatturieri e trasporti. La Gran Bretagna sta già subendo questa pressione di trasmissione: il 28 settembre il prezzo medio del gasolio nel Regno Unito ha raggiunto il record di 199,18 pence al litro.

Il calcolo politico su entrambe le sponde dell’Atlantico diventa quindi piuttosto semplice. Washington ha interesse a proteggere i consumatori americani. I governi europei hanno interesse a proteggere i propri.

Un mercato energetico integrato funziona senza intoppi finché l’offerta è abbondante. La scarsità ricorda ai governi che l’energia rimane strategica.

Dall’efficienza alla resilienza

Questa è la lezione più importante che emerge dall’esperimento energetico europeo post-2022.

Per decenni, la politica energetica europea ha beneficiato del presupposto che l’offerta commercialmente disponibile fosse di fatto una fonte di approvvigionamento sicura. Dopo il 2022, i responsabili politici hanno posto sempre maggiore enfasi sull’identità geopolitica dei fornitori. La fase successiva potrebbe richiedere un calcolo più rigoroso: quanta capacità di raffinazione, stoccaggio, infrastrutture e produzione interna devono essere mantenute anche quando l’importazione appare economicamente più efficiente?

La chiusura di impianti di raffinazione illustra il compromesso. La raffineria britannica di Grangemouth è diventata un terminale di importazione nel 2025. Il governo britannico sostiene che il paese rimane ben rifornito grazie alla raffinazione interna e a importazioni diversificate, e che non si sono verificate interruzioni nell’approvvigionamento.

Questo può essere del tutto corretto in condizioni di mercato normali. Ma la resilienza viene messa alla prova proprio quando le condizioni smettono di essere normali.

Il problema strategico dell’Europa, dunque, è più ampio di Donald Trump e del diesel. Il continente ha impiegato quattro anni a riorganizzare la geografia del proprio approvvigionamento energetico. Ha indubbiamente ridotto la sua dipendenza dalla Russia e ampliato la sua base di fornitori.

Ciò che non le è sfuggito è la dipendenza da decisioni prese altrove.

Un oleodotto russo, una raffineria americana, una rotta marittima mediorientale e il mercato spot internazionale sono meccanismi molto diversi tra loro. Eppure, ognuno di essi espone il consumatore finale a eventi che sfuggono al controllo dell’Europa.

Il nuovo ordine energetico emergente impone quindi una distinzione che i responsabili politici hanno talvolta offuscato dopo il 2022. La diversificazione determina dove si distribuisce la dipendenza. L’autonomia strategica determina quanta dipendenza rimane.

L’Europa ha fatto notevoli progressi sul primo punto. Il dibattito sul diesel suggerisce che il secondo sia ancora incompiuto.


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UE-CINA, L’INTERDIPENDENZA DIVENTA POLITICA
A cura di Emanuele RossiMartedì ho partecipato a Roma a “Securing Europe-China Policy: Emerging Trends”, una roundtable organizzata dal Guarini Institute for Public Affairs della John Cabot University su impulso del suo Associate Director, il professor Enrico Fardella, che da anni contribuisce in modo importante al dibattito italiano sulla Cina e sull’Indo-Pacifico. Inutile quasi dire che è stata un’occasione per confrontarsi con esperti internazionali provenienti dal mondo dell’accademia, dei think tank e di diverse istituzioni (italiane ed europee), che lavorano da vicino su questi dossier, partendo da una domanda apparentemente semplice: quanto sta cambiando davvero la politica europea verso la Cina? L’incontro si è svolto secondo la Chatham House Rule: utilizzo quindi soltanto parte delle idee e informazioni emerse nella discussione, senza attribuzioni, come dimensione analitica generale. La risposta che mi porto a casa è meno lineare di quanto suggerisca il lessico del “de-risking”: in Europa sta effettivamente cambiando qualcosa, ma non siamo davanti a un percorso ordinato verso il decoupling (tecnicamente impossibile al momento e nel prossimo futuro), né a una strategia già definita. Piuttosto, commercio, sicurezza economica, politica industriale e geopolitica stanno entrando nello stesso campo decisionale. E questo rende il rapporto con Pechino più difficile da gestire, perché obbliga l’Unione a decidere quali interdipendenze siano accettabili, quali vadano ridotte e, soprattutto, quali costi sia disposta a sostenere per farlo. 
Oggi parliamo di… come sta cambiando il rapporto tra Europa e Cina, perché il vecchio equilibrio costruito intorno all’interdipendenza economica è sempre più sotto pressione e perché la vera questione, per Bruxelles, riguarda ormai la capacità di trasformare la sicurezza economica in una politica industriale credibile. Andiamo avanti! Nuovo equilibrio
Il punto di partenza è un dato politico prima ancora che commerciale. Dopo aver definito il summit UE-Cina del luglio 2025 un “inflection point”, Bruxelles ha trascorso buona parte del 2026 cercando di tradurre quella diagnosi in strumenti concreti. Il contesto economico aiuta a capire perché. Nel 2025 le esportazioni europee di beni verso la Cina sono diminuite del 6,5%, a 199,6 miliardi di euro, mentre le importazioni sono cresciute del 6,4%, raggiungendo 559,4 miliardi. Il deficit commerciale dell’UE ha così sfiorato i 360 miliardi di euro. La Cina rimane il principale mercato di origine delle importazioni europee, mentre l’UE riesce a collocarla soltanto al quarto posto tra le destinazioni del proprio export. Ma fermarsi al deficit rischia di far perdere il punto centrale della discussione europea. Il problema non riguarda semplicemente quanti beni l’Europa compri e venda alla Cina. Riguarda la struttura industriale che sta dietro quei flussi. La combinazione tra domanda interna cinese relativamente debole, capacità produttiva sostenuta dalla politica industriale e crescente competitività tecnologica delle imprese cinesi sta aumentando la pressione sui produttori europei. E questa pressione non si manifesta soltanto nel mercato cinese: riguarda il mercato europeo e, sempre più spesso, i mercati terzi nei quali imprese europee e cinesi competono direttamente. È qui che la questione commerciale diventa industriale.
Cosa cambiaNegli ultimi mesi Bruxelles ha progressivamente ampliato la propria cassetta degli attrezzi. Il Foreign Subsidies Regulation, gli strumenti di screening degli investimenti, la politica sulle materie prime critiche, l’International Procurement Instrument e le proposte per introdurre criteri europei negli appalti pubblici appartengono formalmente a dossier differenti. Politicamente, però, stanno cominciando a rispondere alla stessa esigenza: evitare che l’apertura del mercato europeo produca dipendenze difficili da gestire o contribuisca all’erosione di capacità industriali considerate strategiche. Il cambiamento è importante perché modifica anche il significato di “de-risking”. All’inizio il termine permetteva all’Europa di prendere le distanze dal decoupling americano senza negare l’esistenza di vulnerabilità nei rapporti con Pechino. Nel corso del 2026 quella formula si è progressivamente riempita di contenuto industriale. A giugno, per esempio, il dibattito europeo ha cominciato a mettere nello stesso quadro sussidi distorsivi, squilibri commerciali, materie prime critiche, catene di approvvigionamento della difesa e rapporti sino-russi. Pochi giorni dopo, Bruxelles e Pechino hanno avviato le China-EU Trade and Investment Consultations, articolate intorno a quattro aree: riequilibrio di commercio e investimenti, controlli alle esportazioni, proprietà intellettuale e riforma del WTO. È un passaggio meno tecnico di quanto sembri. Significa che dossier fino a poco tempo fa affrontati separatamente — veicoli elettrici, procurement, terre rare, accesso al mercato, sussidi — vengono sempre più spesso letti come parti di un problema complessivo.
Sicurezza economicaQui emerge una delle questioni più interessanti discusse martedì: che cosa deve essere effettivamente “messo in sicurezza”? È relativamente facile riconoscere una vulnerabilità quando una supply chain essenziale dipende quasi interamente da un unico fornitore. È molto più difficile distinguere una dipendenza strategica dalla normale interdipendenza che caratterizza un’economia aperta, oppure una minaccia alla sicurezza da una perdita di competitività. La distinzione conta. Se ogni settore sottoposto a forte concorrenza cinese viene interpretato attraverso la lente della sicurezza economica, il rischio è trasformare progressivamente la politica industriale in protezione dalla concorrenza. Se invece l’Europa restringe troppo la definizione di vulnerabilità, può ritrovarsi priva di alternative nel momento in cui una dipendenza economica acquista improvvisamente valore geopolitico. Le materie prime critiche mostrano bene il problema. La dipendenza europea dalla capacità cinese di lavorazione e dalle licenze all’export non può essere eliminata rapidamente. Diversificazione, stockpiling e investimenti in capacità alternative possono ridurla, ma richiedono tempo, capitale e spesso costi più elevati.  La sicurezza economica, insomma, non consiste nell’eliminare le dipendenze. Consiste nel decidere quali dipendenze siamo disposti ad accettare e quali capacità vogliamo pagare per mantenere.
Interdipendenza gestitaQuesto porta al punto che, a mio avviso, descrive meglio la fase attuale. Il rapporto UE-Cina non è più semplicemente un problema di apertura commerciale, ma di gestione politica dell’interdipendenza. Bruxelles continua ad avere interesse a commerciare, investire e cooperare con Pechino. La Cina, allo stesso tempo, ha interesse a preservare l’accesso a uno dei maggiori mercati del mondo. Nessuna delle due parti sta quindi preparando seriamente una separazione economica generale. Ciò che cambia sono le condizioni dell’apertura. L’UE vuole continuare a beneficiare dell’interdipendenza limitando la possibilità che questa produca erosione industriale, dipendenze eccessive o strumenti di pressione politica. Pechino contesta invece la diagnosi europea: considera molte difficoltà dell’industria del continente come problemi di competitività interna e sostiene che un riequilibrio dovrebbe avvenire aumentando le esportazioni europee verso la Cina, anziché limitando quelle cinesi verso l’Europa. Dietro la parola “riequilibrio” convivono quindi obiettivi piuttosto diversi. Può significare meno esportazioni cinesi, maggiori acquisti cinesi di beni europei, più accesso delle aziende europee al mercato cinese oppure una maggiore localizzazione della produzione cinese in Europa. Ed è precisamente su questa ambiguità che si giocherà buona parte del negoziato.
Geopolitica industrialeC’è poi una dimensione che va oltre il rapporto bilaterale. La politica europea verso la Cina non viene elaborata nel vuoto. Gli Stati Uniti stanno a loro volta ridefinendo il proprio rapporto economico con Pechino e ogni restrizione imposta da Washington modifica indirettamente gli incentivi delle imprese cinesi e la geografia delle loro esportazioni. Così come lo fanno e lo faranno i nuovi equilibri dopo il vertice Trump-Xi della scorsa settimana (su cui approfondiamo sotto). Per l’Europa questo crea un problema particolare: evitare di diventare il mercato di assorbimento della capacità produttiva che incontra maggiori ostacoli altrove. È una delle ragioni per cui il dibattito sulla sovraccapacità cinese ha assunto una dimensione politica molto più ampia rispetto a pochi anni fa. Ma c’è anche un secondo effetto, meno discusso: più l’UE introduce preferenze europee, requisiti di localizzazione e criteri di resilienza, più diventa necessario stabilire cosa significhi davvero “europeo”. Una fabbrica cinese di batterie costruita in Ungheria o in Spagna, che impiega lavoratori europei ma utilizza tecnologia, componentistica e capitale cinese, contribuisce alla sicurezza economica europea oppure riproduce la dipendenza in una forma diversa? Non esiste una risposta valida per ogni settore. Ed è proprio per questo che la fase successiva del de-risking sarà probabilmente molto più complicata della precedente: non basta diversificare i fornitori, bisogna capire dove risiede il controllo della tecnologia, della proprietà intellettuale, degli input critici e delle decisioni industriali.
Europa divisaResta infine il problema politico interno all’Unione. Le differenze tra gli Stati membri non sono scomparse. La Francia ha sostenuto da tempo una politica industriale e commerciale più difensiva, mentre la Germania è stata tradizionalmente più cauta per l’esposizione delle proprie grandi imprese industriali al mercato cinese. Nel 2026, però, anche il dibattito tedesco ha cominciato a cambiare, sotto la pressione del calo delle esportazioni verso la Cina e della crescente concorrenza delle imprese cinesi in Europa e nei mercati terzi. Anche Italia e Spagna hanno mostrato maggiore apertura verso interventi nei settori più esposti alla sovraccapacità cinese. Questo avvicinamento non significa che esista già un consenso europeo stabile. La vera prova arriverà quando gli strumenti di sicurezza economica produrranno costi distributivi concreti. Una tariffa protegge alcuni produttori ma aumenta i costi per altri. Un requisito di contenuto locale può sostenere la produzione europea, ma rendere più costosa la transizione energetica. La diversificazione delle supply chain aumenta la resilienza, ma difficilmente replica nel breve periodo prezzi e scala della produzione cinese. Finché si discute di “de-risking”, le convergenze sono relativamente facili; quando bisogna stabilire chi paga per il de-risking, lo sono molto meno.
Il punto chiaveÈ probabilmente questa la conclusione più utile che porto via dalla discussione di Roma. L’Europa sta cercando di costruire una politica verso la Cina che si collochi tra due estremi poco realistici: tornare all’idea che l’interdipendenza economica possa essere gestita quasi esclusivamente dal mercato oppure trasformare la competizione strategica in separazione economica. Il risultato che sta emergendo è qualcosa di più selettivo: apertura dove l’interdipendenza viene considerata sostenibile, intervento dove produce vulnerabilità giudicate eccessive, maggiore condizionalità per investimenti e accesso al mercato. Sulla carta è una posizione ragionevole. Nella pratica richiede qualcosa che l’Europa ha spesso faticato a produrre: priorità industriali condivise, capacità di assorbire costi nel breve periodo e sufficiente coesione politica tra economie con esposizioni alla Cina molto diverse. Per questo la domanda più interessante non è più se l’Europa stia diventando “più dura” con Pechino. Adesso quello che c’è da chiedersi è se l’UE disponga delle capacità industriali e politiche necessarie per sostenere nel tempo la strategia che sta costruendo.
In sintesiIl rapporto tra Europa e Cina sta entrando in una fase nella quale l’interdipendenza non è più il contesto della politica: è diventata essa stessa oggetto della politica. Il commercio continuerà. Gli investimenti continueranno. Il dialogo continuerà. Ma sempre più spesso verranno valutati anche in funzione di resilienza, capacità industriale, dipendenze tecnologiche e sicurezza. La parte difficile comincia adesso, perché ridurre una dipendenza sulla carta è relativamente semplice. Costruire un’alternativa industriale credibile lo è molto meno.

Europei al fronte nucleare!

L’Europa marcia verso l’abisso nucleare.

Stanislav Krapivnik30 settembre∙Articolo ospite
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Stanislav Krapinski spiega come la disponibilità dell’Europa ad ospitare armi nucleari stia avvicinando pericolosamente la prospettiva di attacchi nucleari russi sul suolo europeo.

La Lituania è diventata l’ultimo, ma certamente non l’ultimo, Paese della lista il cui parlamento ha votato per revocare le restrizioni sullo stazionamento di armi nucleari. In altre parole, un altro Stato europeo con un desiderio di autodistruzione ha deciso di rimuovere gli ostacoli legali al dispiegamento di testate nucleari sul proprio territorio. Si prevede che le armi in questione saranno principalmente americane, sebbene potrebbero essere potenzialmente utilizzate anche armi nucleari francesi. L’arsenale nucleare britannico – che, a rigor di termini, non è interamente britannico ma fortemente dipendente da sistemi americani – non è preso in considerazione, poiché si basa esclusivamente su sottomarini, molti dei quali sono attualmente in manutenzione a causa della carenza di fondi. Semplicemente, non ci sono i soldi.

Si sta discutendo dell’armamento nucleare americano, in particolare della bomba nucleare a caduta libera B61-12. Queste armi possono essere trasportate non solo da bombardieri strategici, ma anche da aerei tattici come l’F-16 e l’F-35.

C’è, tuttavia, un piccolo dettaglio che non è stato adeguatamente preso in considerazione. Poiché i moderni caccia F-16 e F-35 sono in grado di trasportare una bomba nucleare da 50 chilotoni, in caso di un eventuale conflitto armato tra Stati Uniti e Russia, la parte russa sarebbe costretta a distruggere tutti i depositi e le basi aeree pertinenti.

Ipotizzando che questi bunker siano dispersi in tutta l’Unione Europea e siano pesantemente fortificati, la loro neutralizzazione richiederebbe l’uso di armi nucleari di media potenza, ad esempio nell’ordine dei 50-100 chilotoni, equivalenti, al massimo, a circa cinque bombe del tipo sganciato su Hiroshima.

Data l’elevata densità di popolazione dell’Unione Europea, una serie di attacchi di questo tipo si tradurrebbe in una catastrofe e potrebbe potenzialmente causare la morte di una parte consistente della popolazione. Ciò che colpisce, tuttavia, è che la popolazione dell’UE nel suo complesso sembra così miope da non riuscire a comprendere la portata delle conseguenze. Gli europei stanno attivamente contribuendo alla creazione delle condizioni affinché il loro territorio possa effettivamente fungere da “scudo umano” per le armi nucleari americane.

Che dire?

Come dice un proverbio americano: “La stupidità dovrebbe far male”.

(Tradotto dal russo)

Il paradosso dell’automazione: il collo di bottiglia nascosto della reindustrializzazione americana, di James Ramesh – La Groenlandia non può risolvere il problema più grave degli Stati Uniti, di Duran Daily – La Cina sta gestendo un reattore rivoluzionario… inventato dagli americani. di Frank Pengam

Il paradosso dell’automazione: il collo di bottiglia nascosto della reindustrializzazione americana

Di Jesh Ramesh

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In qualità di ingegnere, mi occupavo della manutenzione per un’azienda del settore della cellulosa e della carta presente nella classifica Fortune 500. Lavoravo presso uno stabilimento nel Tennessee e mi occupavo di altri nove impianti distribuiti nel sud-est degli Stati Uniti e in Florida. Per chi non ha familiarità con l’industria pesante, questi impianti sono pieni di attrezzature imponenti e ad alta intensità di capitale: macchinari alti tre piani che si estendono per tutta la lunghezza di un campo da football, motori in funzione costante e carrelli elevatori che si muovono sul pavimento per rifornire l’impianto di materia prima. È un ambiente progettato per funzionare senza interruzioni. Una sola ora di fermo macchina non pianificato può causare perdite di produzione pari a centinaia di migliaia, a volte milioni, di dollari, a seconda della linea di produzione.

Quando i sistemi critici si guastavano – e le leggi dell’entropia garantiscono che ciò accada sempre – non erano mai gli ingegneri del software o un’elegante dashboard connessa al cloud a risolvere la situazione. L’impianto si affidava interamente a tecnici come “Craig”, un meccanico industriale con trent’anni di “conoscenza tribale” accumulata: quella competenza iper-specificata e non documentata, quella comprensione sfumata delle apparecchiature obsolete che risiede nelle menti dei lavoratori veterani piuttosto che nei manuali o nei database.

Craig era il tipo di tecnico in grado di diagnosticare un cuscinetto difettoso semplicemente dal tono del suo cigolio o dalla frequenza specifica di una vibrazione che si propagava lungo una passerella d’acciaio. Sapeva quali parti erano state sostituite, quali modifiche non erano mai state inserite nei disegni e quale riparazione descritta nel manuale non fosse più applicabile alla macchina che aveva davanti. I manuali riportano solo una parte delle informazioni, e lo fanno in due dimensioni. Un tecnico di manutenzione lavora in tre dimensioni, utilizzando la vista, l’udito, il tatto e anni di tentativi ed errori. La manutenzione è anche una questione di tempistica. Craig spesso riusciva a diagnosticare un problema più velocemente di quanto un tecnico alle prime armi potesse individuare il disegno pertinente. La documentazione esisteva, ma durante un guasto era spesso incompleta, obsoleta o troppo lenta da consultare. Quel modo di lavorare ha una conseguenza. Poiché la conoscenza risiedeva nella testa di Craig, registrarla non è mai stata una priorità. Lo stabilimento non sentiva l’urgenza di documentare perché un determinato olio fosse stato messo fuori produzione, quando fosse stato modificato l’ultimo programma di controllo o perché una cinghia di ricambio differisse da quella presente nella lista dei componenti. Craig lo sapeva già.

La complessità delle attrezzature non fa che aggravare il problema. Gran parte del patrimonio industriale americano è costituito da infrastrutture dismesse. I telai di alcune macchine per la produzione della carta hanno un secolo di vita. Molti macchinari sono stati modificati così spesso che il manuale originale non descrive più ciò che si trova in officina. Come la nave di Teseo, il macchinario può mantenere il proprio nome anche se quasi tutti i componenti importanti sono stati sostituiti. Ma Craig sta andando in pensione. E nessuno prenderà il suo posto. La scomparsa di persone come Craig non è solo un «divario di competenze»; è il difetto strutturale centrale dell’attuale strategia di reindustrializzazione degli Stati Uniti.

Oggi, pur essendo ormai lontano dalla realtà quotidiana di quel preciso stabilimento in qualità di imprenditore alle prime armi, continuo a parlare regolarmente con responsabili di stabilimento e direttori della manutenzione in tutto il Paese. Al di là dell’ottimismo macroeconomico legato all’attuale boom del settore manifatturiero, in ogni conversazione sento ripetere lo stesso ritornello: «Oggigiorno è impossibile trovare personale qualificato».

Allo stesso tempo, la Silicon Valley e Washington, D.C. si trovano insolitamente allineate su un’unica visione: l’America deve reindustrializzarsi. Dobbiamo riportare la produzione nel nostro Paese, garantire la sicurezza delle catene di approvvigionamento critiche e ricostruire la base fisica del potere nazionale sul suolo americano.1 Il nuovo consenso sostiene che ciò richiederà ingenti sussidi pubblici e investimenti di capitale privato, insieme a una nuova generazione di fabbriche «definite dal software».

La soluzione ipotizzata alla carenza di manodopera locale è semplice: se non disponiamo di un numero sufficiente di operatori in prima linea, allora dovremmo automatizzare la linea di produzione. Si tratta di risolvere il problema più evidente. Introdurre una maggiore automazione in officina può far funzionare lo stabilimento senza richiedere un esercito imponente di operatori di base che alimentino attivamente i macchinari. Eppure, sia la narrativa tecnocratica che quella imprenditoriale partono dal presupposto che l’automazione delle linee di produzione risolverà il nostro problema di manodopera, come se il collo di bottiglia della fabbrica fosse semplicemente il numero di mani sulla catena di montaggio piuttosto che il numero di persone in grado di mantenere in funzione le macchine.

La manutenzione di un impianto industriale è un’attività che richiede un intenso impiego di manodopera. Richiede tecnici di manutenzione altamente qualificati — montatori di macchinari, meccanici di macchinari industriali, programmatori di PLC, elettricisti — che scarseggiano ancora di più rispetto alla forza lavoro operaia in generale, poiché i loro ruoli richiedono una formazione tecnica, un apprendistato e anni di esperienza pratica. 2

Ciò che sfugge ai responsabili politici e ai fondatori delle aziende tecnologiche è che la soluzione da loro proposta sta introducendo un grave difetto strutturale nella roadmap della reindustrializzazione. Stanno creando quello che potremmo definire il “paradosso dell’automazione”: più si automatizza la produzione per ridurre la dipendenza dalla manodopera in prima linea, più si introducono macchinari altamente complessi nell’ambiente fisico. Tali macchinari contengono un numero molto maggiore di motori, sensori di prossimità, cuscinetti, ingranaggi planetari e cinghie pneumatiche. A sua volta, per mantenere la linea in funzione è necessario provvedere alla manutenzione di tutti questi componenti distinti. Di conseguenza, la fabbrica automatizzata richiede tecnici di manutenzione altamente qualificati e specializzati, e la carenza di questi meccanici specifici è di gran lunga più grave e minacciosa rispetto alla carenza di semplici addetti all’assemblaggio.

Finora l’automazione ha interessato quasi esclusivamente il settore produttivo della fabbrica, e c’è una ragione per questo. Il lavoro di produzione è ripetitivo e strutturato, proprio ciò in cui le macchine eccellono. La manutenzione non lo è affatto. È rimasta manuale mentre tutto il resto è stato automatizzato. La capacità produttiva può essere ampliata con investimenti di capitale; la capacità di manutenzione dipende invece dal numero di tecnici esperti che vivono a breve distanza dallo stabilimento e da quanti anni hanno dedicato all’apprendimento del mestiere. Più miglioriamo nell’automatizzare la produzione, più lavoro ricade su quell’unica parte dello stabilimento che non ha modo di assorbirlo.

Il precipizio demografico e la perdita del sapere tribale

Il settore manifatturiero americano sta attualmente affrontando un precipizio demografico, ma la carenza più grave si registra nell’officina di manutenzione, non sulla linea di assemblaggio. Quando dirigevo il reparto di manutenzione nell’industria della cellulosa e della carta, il collo di bottiglia fondamentale per la produzione era sempre la disponibilità di meccanici industriali e tecnici della strumentazione. La manutenzione delle attrezzature industriali si è storicamente basata in larga misura su un profondo sapere “tribale”, detenuto da lavoratori con decenni di anzianità presso un singolo stabilimento o all’interno di un unico settore verticale.

Con l’accelerazione della costruzione di nuovi impianti industriali in tutti gli Stati Uniti, questi tecnici esperti sono estremamente richiesti. Deloitte e il Manufacturing Institute stimano che le aziende manifatturiere statunitensi potrebbero aver bisogno di ben 3,8 milioni di lavoratori in più tra il 2024 e il 2033 e che più di cinque su dieci di questi posti di lavoro, ovvero circa 1,9 milioni, potrebbero rimanere vacanti se non si affrontano le sfide relative alla forza lavoro.3

Le professioni nel settore della manutenzione al centro di questo problema richiedono tempo per essere apprese. I meccanici industriali, gli addetti alla manutenzione dei macchinari, i montatori di impianti, gli elettricisti e i tecnici della strumentazione combinano conoscenze tecniche con una capacità di giudizio sviluppata grazie all’esperienza con attrezzature reali. La maggior parte dei montatori di impianti completa un percorso di apprendistato che può durare quattro anni. Anche i tecnici provenienti da una scuola professionale necessitano comunque di una notevole esperienza specifica nell’ambito dello stabilimento prima di poter diagnosticare in modo autonomo guasti che non conoscono.4

Nel 2025, il Bureau of Labor Statistics ha contato circa 547.300 meccanici di macchinari industriali, addetti alla manutenzione dei macchinari e montatori di impianti. Si prevede che fino al 2035 si registreranno circa 51.900 posti vacanti all’anno, molti dei quali dovuti al cambio di professione o all’uscita dalla forza lavoro da parte dei lavoratori, insieme a una crescita dell’occupazione del 14% per l’intero gruppo, molto più rapida rispetto alla media di tutte le professioni. 5 Questi dati non significano che ogni anno vada in pensione un decimo della forza lavoro. Mostrano piuttosto l’entità delle assunzioni e della formazione necessarie semplicemente per sostituire chi lascia il lavoro, sostenendo al contempo la crescita.

Anche il conteggio del personale sottostima la perdita. Un tecnico in pensione e un apprendista al primo anno contano entrambi come un lavoratore, ma non sono intercambiabili. Uno porta con sé decenni di esperienza nel riconoscimento dei modelli e di memoria specifica dello stabilimento; l’altro sta iniziando ad acquisirla. Il problema non è solo il numero di posti vacanti, ma il divario tra l’esperienza di chi lascia il settore e quella di chi vi entra. Di conseguenza, sta arrivando in officina un afflusso di lavoratori più giovani e con molta meno esperienza. Semplicemente non possiedono questa conoscenza tribale. La “sensibilità” per la macchina sta svanendo con la generazione che va in pensione.

La geopolitica del boom del reshoring

A mettere a dura prova questa forza lavoro è il ritmo con cui la produzione sta tornando negli Stati Uniti. Questa tendenza, determinata in gran parte dalle tensioni geopolitiche e da un graduale distacco dalla Cina, si è consolidata durante la pandemia di Covid-19. Il mondo intero ha compreso che le catene di approvvigionamento iper-globalizzate erano estremamente fragili.

Durante la pandemia, mentre i porti americani erano intasati e i processi produttivi “just-in-time” provocavano una serie di interruzioni a catena, i rischi sistemici legati alle catene di approvvigionamento delocalizzate sono stati messi a nudo davanti ai governi, ai consigli di amministrazione delle aziende e all’opinione pubblica in generale.6

La carenza globale di semiconduttori ha messo in luce come la produzione nazionale sia ormai indissolubilmente legata alla sicurezza nazionale. Il Chips and Science Act ha risposto stanziando decine di miliardi di dollari in sussidi e incentivi fiscali a sostegno della produzione nazionale di semiconduttori, innescando un’ondata di annunci di investimenti in fabbriche in stati come l’Arizona, il Texas e l’Ohio.7 Il messaggio rivolto al settore manifatturiero in generale era inequivocabile: il reshoring non solo era favorito a livello politico, ma era anche sostenuto da ingenti risorse pubbliche. Allo stesso tempo, l’ascesa economica della Cina ha spinto al rialzo i salari e ha eroso il suo status di fonte di manodopera a basso costo. In combinazione con i dazi recenti e quelli potenzialmente futuri sui prodotti cinesi, le aziende hanno ora forti incentivi a potenziare la propria capacità produttiva negli Stati Uniti.8

Il risultato è un aumento vertiginoso dei capitali che affluiscono nel settore delle costruzioni industriali negli Stati Uniti. I dati del Census Bureau mostrano che la spesa annualizzata per le costruzioni industriali è passata da circa 80 miliardi di dollari nel 2020 a oltre 200 miliardi di dollari nel 2025. 9 La politica industriale è riuscita a mobilitare la spesa in conto capitale, ma ha fatto ben poco per ampliare l’offerta di conoscenze specifiche, di cui sono depositari gli operai addetti alla manutenzione, figure fondamentali che determinano se tale capitale possa effettivamente funzionare.

Il declino dei mestieri

Perché il bacino di talenti è così esiguo? Perché i mestieri manuali sono sempre più considerati un’opzione secondaria dai giovani americani. Con la transizione degli Stati Uniti verso un’economia basata sui servizi, il lavoro d’ufficio si è affermato come lo standard culturale del successo. Ciò riflette un modello documentato nella storia economica: man mano che la ricchezza nazionale aumenta, le economie riallocano la manodopera dalla produzione fisica verso settori dei servizi a minore produttività. 10 I dati sull’occupazione a lungo termine mostrano che la quota del settore manifatturiero sull’occupazione totale negli Stati Uniti è scesa da oltre il 20 per cento a metà del XX secolo a meno del 10 per cento oggi.11

Diversi fattori strutturali e culturali spiegano questa scarsità di talenti. Il settore manifatturiero è stato a lungo stigmatizzato come un’industria “in declino” dopo decenni di delocalizzazioni e chiusure di stabilimenti nella Rust Belt. Generazioni di genitori hanno esplicitamente scoraggiato i propri figli dall’intraprendere una carriera in fabbrica. Allo stesso tempo, le prime ondate di automazione hanno ridotto il numero di dipendenti per stabilimento, scoraggiando ulteriormente i nuovi arrivati.12 Storicamente, il lavoro in fabbrica è sempre stato privo di prestigio. 13 I ruoli di manutenzione, sebbene eccezionalmente ben retribuiti, richiedono orari di lavoro impietosi — turni di notte, reperibilità nei fine settimana ed esaurimento fisico — in una cultura che apprezza sempre di più il lavoro da remoto e l’equilibrio tra vita professionale e vita privata. A causa di questi fattori, l’infrastruttura formativa costituita da scuole professionali, programmi di formazione professionale e apprendistati sindacali si è ridotta per adeguarsi alla base manifatturiera stagnante degli anni ’90 e 2000.14

Esiste inoltre un fondamentale fallimento del mercato. Un’azienda che impiega quattro anni a formare un operaio qualificato crea un bene trasferibile. Una volta ottenuta la qualifica, quel lavoratore può passare a un concorrente disposto a pagarlo di più senza dover sostenere i costi della formazione. Ogni datore di lavoro ha quindi un incentivo ad assumere lavoratori esperti provenienti da altre aziende. Quando molti datori di lavoro agiscono razionalmente a livello individuale, il settore nel suo complesso investe meno del necessario nella formazione.

I paesi dotati di sistemi di apprendistato più solidi riducono tale problema di coordinamento. In Germania, le camere di commercio supervisionano gli standard formativi e gli esami, mentre i datori di lavoro finanziano la formazione sul posto di lavoro e le autorità pubbliche sostengono la componente scolastica. Alcuni settori tedeschi ricorrono a fondi collettivi per la formazione, mentre la Svizzera consente a gruppi di aziende di condividere gli apprendistati attraverso associazioni di formazione.15 Questi accordi non eliminano la concorrenza per l’assunzione dei lavoratori, ma distribuiscono la responsabilità della loro formazione su più datori di lavoro.

Il contrasto è evidente anche all’interno dei mestieri americani. Gli elettricisti seguono solitamente percorsi di apprendistato formali e sono soggetti a sistemi di abilitazione statali o locali. I meccanici industriali e i montatori di macchinari, invece, devono soddisfare requisiti di abilitazione meno standardizzati, per cui la loro formazione dipende in misura maggiore dalle priorità del singolo datore di lavoro.16 Quando i budget degli stabilimenti si riducono, un sistema di formazione radicato nella normativa e nelle istituzioni del settore è più difficile da smantellare rispetto a uno che dipende in gran parte dal budget discrezionale del direttore dello stabilimento.

Perché la tecnologia attuale non elimina questo vincolo

I dati demografici stabiliscono un limite massimo e, con il capitale umano limitato, la tecnologia sembra essere l’unica soluzione praticabile per colmare il divario. L’ecosistema, tuttavia, è prevalentemente concentrato sulla soluzione più ovvia: l’automazione della produzione. Ma stiamo costruendo solo metà del ponte. Il capitale sta affluendo verso sistemi che riducono la necessità di manodopera produttiva, lasciando sostanzialmente invariata quella necessaria per la manutenzione.

I settori tecnologico e finanziario hanno correttamente individuato la carenza di manodopera nel settore produttivo e hanno investito molti miliardi di dollari per ridurre il numero di ore di lavoro umano necessarie alla realizzazione fisica di un prodotto. Aziende come Hadrian stanno ripensando la fabbrica definita dal software, traducendo i modelli CAD in codice macchina ottimizzato e consentendo a operatori con competenze relativamente limitate di eseguire operazioni di lavorazione meccanica di livello aerospaziale. Le linee di assemblaggio esistenti puntano sui robot collaborativi per gestire compiti ripetitivi ed ergonomicamente gravosi. I produttori di apparecchiature originali stanno realizzando attrezzature di base molto più avanzate: una fresatrice CNC a cinque assi costruita oggi viene spesso fornita con caricatori robotizzati integrati, parchi pallet automatizzati e trasportatori di trucioli autopulenti progettati per il funzionamento “lights out”.

A differenza di quanto detto sopra, tuttavia, le soluzioni esistenti alla carenza di manutenzione falliscono in gran parte. Si tratta di soluzioni software “di fortuna” che tentano di risolvere un problema hardware profondo e fisico. I sistemi predittivi sono in grado di rilevare vibrazioni, temperature, correnti o rumori anomali prima che un guasto diventi catastrofico. I sistemi computerizzati di gestione della manutenzione migliorano la pianificazione, la tracciabilità dei componenti e la cronologia degli interventi. Le piattaforme per i lavoratori connessi possono fornire istruzioni e competenze specialistiche da remoto ai tecnici in officina. Si tratta di strumenti utili, che gli stabilimenti dovrebbero adottare. Tuttavia, essi migliorano principalmente il rilevamento, la pianificazione e il coordinamento, senza eseguire effettivamente la riparazione fisica.17

Un sensore di vibrazioni può rilevare un difetto della pista interna di un cuscinetto del trasportatore settimane prima che si verifichi un guasto. Qualcuno deve comunque spegnere e mettere in sicurezza l’apparecchiatura, rimuovere il cuscinetto, ispezionare l’albero e l’alloggiamento, installare il ricambio, allineare il gruppo secondo le specifiche, lubrificarlo correttamente e rimettere in funzione la macchina. Individuare il difetto in anticipo può prevenire danni secondari e consentire di inserire la riparazione in un fermo programmato. Ciò non elimina la necessità di un meccanico competente. Fornire a un meccanico un iPad per ottimizzare la sua pianificazione non fa apparire dal nulla altri meccanici; si limita semplicemente a organizzare una forza lavoro in calo, sommersa da un carico di lavoro in continua crescita.

Infine, sebbene i progressi ingegneristici abbiano prolungato il tempo medio tra i guasti delle apparecchiature moderne, questo vantaggio è controbilanciato dall’enorme densità dei sistemi automatizzati. Una linea di assemblaggio automobilistica del 1990 poteva utilizzare centinaia di motori elettrici. Oggi, uno stabilimento altamente automatizzato per la produzione di veicoli elettrici impiega migliaia di motori, attuatori e articolazioni robotiche. Non abbiamo eliminato il lavoro di manutenzione; lo abbiamo semplicemente distribuito su una rete di macchine molto più complessa e strettamente interconnessa.

La Federazione Internazionale di Robotica ha stimato che nel 2024 fossero in funzione circa 393.700 robot industriali nelle fabbriche statunitensi, in aumento rispetto ai circa 293.000 del 2019. Secondo i dati più recenti, la densità dei robot ha raggiunto le 307 unità ogni 10.000 lavoratori del settore manifatturiero statunitense.18 Queste cifre si riferiscono ai robot industriali, escludendo i nastri trasportatori, gli azionamenti, i sensori, le macchine utensili e i sistemi di controllo ad essi associati. Esse costituiscono un utile indicatore della quantità di macchinari che la forza lavoro industriale deve gestire.

L’automazione modifica anche la natura dei guasti che permangono. Siemens ha riferito che, tra le grandi aziende industriali oggetto dell’indagine, gli episodi di fermo non pianificato e il numero totale di ore di fermo sono diminuiti tra il 2019 e il 2023, mentre è aumentato il tempo medio necessario per ripristinare la funzionalità dopo ogni incidente. Il rapporto attribuisce in parte tale andamento ai sistemi di monitoraggio che prevengono i guasti più semplici, lasciando da risolvere quelli più complessi.19

Sarebbe facile interpretare la diminuzione delle ore di fermo come prova del fatto che gli impianti necessitino di meno manodopera per la manutenzione. Tale interpretazione confonde l’individuazione tempestiva di un guasto con la necessità di riparare un componente. La prima non fa altro che riprogrammare la seconda. Un cuscinetto segnalato con tre settimane di anticipo deve comunque essere smontato, ispezionato, sostituito e allineato, solo che ora ciò avviene durante un fermo programmato anziché nel bel mezzo di un ciclo produttivo. Il lavoro si sposta dalla colonna «non pianificato» a quella «pianificato». Richiede comunque qualcuno come Craig. Ciò che rimane nella colonna «non pianificato» è un residuo più complesso: i guasti correlati e non evidenti, in cui la diagnosi è la parte difficile e nessun sensore fornisce la risposta. Ciò è coerente con i tempi di ripristino più lunghi osservati da Siemens e punta verso una situazione preoccupante. Il lavoro si sta spostando verso il livello che richiede maggiore esperienza, proprio nel momento in cui il settore la sta perdendo.

L’esposizione finanziaria è enorme. Nello studio del 2024, Siemens ha stimato che i tempi di inattività non pianificati nelle aziende industriali della classifica Fortune Global 500 costano circa 1,4 trilioni di dollari all’anno.20 La cifra esatta dipende dalla metodologia di indagine e non va confusa con un totale verificato, ma la tendenza è difficile da contestare: man mano che le linee di produzione diventano più ad alta intensità di capitale e strettamente interconnesse, ogni ora di inattività diventa più costosa.

L’Ufficio delle statistiche sul lavoro prevede quindi che l’adozione di apparecchiature di produzione automatizzate determini un aumento della domanda di meccanici specializzati in macchinari industriali.21 L’automazione della produzione e la manodopera addetta alla manutenzione sono complementari prima ancora di diventare sostitutive. Finché le macchine non saranno in grado di riparare altre macchine, l’introduzione di una maggiore automazione accrescerà l’importanza delle persone che se ne occupano.

La realtà dei siti dismessi

Se la manutenzione rappresenta il vincolo limitante, la domanda ovvia è: perché è stato destinato così poco capitale per alleviarlo? La risposta non è che gli investitori non se ne siano accorti, ma che la manutenzione presenta un profilo finanziario sfavorevole. Julius Krein ha descritto il meccanismo in queste pagine: le imprese con un basso livello di immobilizzazioni ottengono valutazioni più elevate perché evitano le spese in conto capitale necessarie per la manutenzione dei beni fisici, possono espandersi senza ingenti investimenti incrementali e presentano strutture di costo più flessibili in caso di recessione. Da decenni le aziende mantengono tassi di rendimento minimi interni ben al di sopra del proprio costo del capitale, in parte per evitare quei progetti a basso rendimento che farebbero scendere tali valutazioni. Krein definisce la riorganizzazione dell’economia americana che ne deriva “Nikeficazione”: la separazione dei proventi derivanti dalla proprietà intellettuale dai costi di capitale e di manodopera della produzione fisica.22

La manutenzione industriale fallisce quasi tutti questi test contemporaneamente. È al tempo stesso ad alta intensità di capitale e di manodopera, è dispersa in migliaia di impianti anziché concentrata, è ciclica in base ai settori che serve e non genera né effetti di rete né proprietà intellettuale da proteggere. Questo spiega un modello che altrimenti sembrerebbe una svista. Gli strumenti sviluppati per la manutenzione sono in stragrande maggioranza software, poiché il software può supportare la manutenzione senza assumersi alcuno degli aspetti economici di quest’ultima. Una dashboard che prevede il guasto di un cuscinetto ha i margini di un prodotto software. La squadra che sostituisce il cuscinetto no.

La stessa logica spiega dove vengono realizzate le soluzioni di automazione fisica. Entra in scena il fondatore di una startup tecnologica moderna, forte di capitali di rischio e del mandato di realizzare l’“Industria 4.0”.23  Questi fondatori stanno implementando con successo la robotica e l’intelligenza artificiale per automatizzare gli stabilimenti produttivi, ma si concentrano principalmente su impianti costruiti ex novo: Hadrian, Atomic Industries e Nox Metals sono tra gli esempi più noti. Un nuovo stabilimento può essere progettato intorno ad attrezzature standardizzate, dati puliti e flussi di lavoro pensati per l’automazione sin dall’inizio, ma ciò riguarda solo una parte del tessuto industriale.

La stragrande maggioranza della capacità produttiva americana è costituita da siti dismessi: infrastrutture preesistenti che non sono mai state progettate pensando all’automazione. Questi impianti ospitano diverse generazioni di macchinari, sistemi di controllo e documentazione. Presentano passerelle strette, scale, spazi ristretti, modifiche non documentate, componenti obsoleti e attrezzature provenienti da fornitori che non esistono più. Come già sostenuto in altre parti di queste pagine, gli Stati Uniti soffrono meno di un’eccessiva automazione che di una formazione di capitale stagnante e di un’erosione della base industriale.24

L’introduzione a posteriori dell’automazione della produzione in questi impianti può aumentare la produttività, migliorare la qualità e ridurre il lavoro ripetitivo. Inoltre, comporta l’aggiunta di componenti e interfacce a sistemi che non sono mai stati progettati per accoglierli. Un nuovo robot potrebbe dover fare affidamento su un vecchio nastro trasportatore, un quadro elettrico modificato, una rete di aria compressa con diramazioni non documentate e un processo produttivo le cui tolleranze sono comprese principalmente dai dipendenti più esperti.

Si può costruire una gigafactory all’avanguardia, ma se non si dispone di una squadra di tecnici di manutenzione d’élite che garantisca il funzionamento dei robot, l’efficienza del capitale di quella fabbrica è limitata. Una fabbrica costruita ex novo può essere progettata per facilitare la manutenzione. Un impianto esistente deve essere compreso a fondo prima di poter essere automatizzato, e gran parte di questa comprensione non è mai stata acquisita. Gli Stati Uniti non hanno solo bisogno di nuovi impianti più intelligenti, ma anche di un modo per mantenere produttivi migliaia di impianti vecchi mentre i loro lavoratori più esperti vanno in pensione.

Il vero spazio bianco: ampliare il numero dei manutentori

La vera opportunità consiste nel garantire alla manutenzione parte della scalabilità che la produzione ha già acquisito. Esistono tre percorsi distinti, ma che si sovrappongono, per affrontare questa questione, che potrebbero definire il prossimo decennio della tecnologia industriale.

Il primo riguarda i tecnici di manutenzione supportati dall’intelligenza artificiale. L’opportunità più concreta nel breve termine consiste nel riprogettare gli strumenti che i tecnici già utilizzano. Un meccanico non dovrebbe essere costretto a interrompere una riparazione per digitare appunti in un sistema separato o cercare in una cartella di file PDF. Lo strumento stesso dovrebbe comprendere il bene, la sua ubicazione, la procedura richiesta e il lavoro che si sta svolgendo.

Si pensi alla manutenzione preventiva: un singolo stabilimento potrebbe avere migliaia di punti di lubrificazione nascosti in luoghi poco illuminati e di difficile accesso. La pistola per grasso convenzionale non sa a quale cuscinetto è collegata, se è caricata con il lubrificante corretto, quanta pasta lubrificante richiede il cuscinetto o quando è stata sottoposta all’ultima manutenzione. Uno strumento dotato di consapevolezza spaziale potrebbe identificare l’asset, guidare il tecnico verso il punto corretto, erogare la quantità specificata, registrare automaticamente l’intervento e segnalare una condizione che differisce dalla cronologia della macchina.

Lo stesso principio si applica all’allineamento, al fissaggio, all’ispezione e alla risoluzione dei problemi. Un avvitatore collegato può registrare cosa è stato serrato e in che modo. Un sistema di guida spaziale può mostrare a un tecnico alle prime armi dove va posizionato un componente e verificare il risultato rispetto alla geometria richiesta. La ricerca sulla guida basata sulla realtà aumentata suggerisce che le conoscenze tacite relative alla manutenzione possano essere suddivise in istruzioni specifiche per ogni attività e fornite direttamente sul posto di lavoro, sebbene le prove a sostegno siano ancora preliminari e spesso provengano da studi su scala ridotta.25

Il vero problema è l’acquisizione dei dati. Le conoscenze relative alla manutenzione si esprimono attraverso azioni fisiche, spesso durante una riparazione in cui il tempo è un fattore critico. Un tecnico in turno di notte non descriverà in modo affidabile ogni decisione davanti a una telecamera, e qualsiasi processo che comporti diversi minuti di lavoro amministrativo finirà per essere abbandonato. L’acquisizione dei dati deve essere un sottoprodotto dello svolgimento del lavoro. La chiave inglese, l’erettore, la telecamera o il dispositivo di ispezione dovrebbero generare una registrazione utilizzabile proprio perché il tecnico li ha utilizzati, non perché il tecnico si è poi trasformato in un addetto all’inserimento dati.

Questo è l’aspetto su cui sto concentrando il mio lavoro. Il mondo industriale ha investito ingenti somme per dotare di strumenti le macchine, ma relativamente poco per dotare di strumenti gli attrezzi utilizzati per la loro manutenzione. È un approccio al contrario. Gli strumenti si trovano proprio nel punto in cui il giudizio di un tecnico si traduce in lavoro fisico. Se fossero in grado di registrare l’identità del bene, la sequenza delle operazioni, la forza, la posizione, il materiale e il risultato, potrebbero preservare la conoscenza aiutando al contempo un lavoratore meno esperto a svolgere correttamente il compito. L’obiettivo non è fingere che il software trasformi un principiante in Craig dall’oggi al domani, ma ridurre la distanza che li separa.

Un’altra strada percorribile è quella della “manutenzione come servizio” (Maintenance-as-a-Service). La manutenzione industriale è stata tradizionalmente organizzata attorno a team interni agli stabilimenti, con il ricorso a appaltatori per attrezzature specializzate o interruzioni di servizio di grande entità. Questo modello diventa più difficile da sostenere quando ogni struttura compete per lo stesso numero limitato di tecnici esperti. In un sondaggio condotto da *Plant Engineering* nel 2022, il 72% degli intervistati ha affermato che reclutare personale addetto alla manutenzione era diventato più difficile, mentre l’86% ha dichiarato di aver esternalizzato almeno una parte dei lavori di manutenzione.26

Anziché duplicare ogni competenza specialistica in ogni stabilimento, i produttori possono mettere in comune parte di tale know-how attraverso reti di assistenza regionali. Un fornitore potrebbe occuparsi della manutenzione di compressori, caldaie, sistemi di lubrificazione, macchine utensili o particolari tipologie di apparecchiature rotanti in diversi stabilimenti. Squadre diagnostiche centralizzate potrebbero supportare le squadre in loco di dimensioni più ridotte, mentre gli specialisti esperti si recherebbero sul posto solo quando l’intervento fisico lo richiedesse.

In un appello molto diffuso rivolto alle startup impegnate nella reindustrializzazione dell’America, il fondatore di Nox Metals, Zane Hengsperger, ha posto la manutenzione delle macchine come servizio al primo posto della sua lista, citando il pensionamento dei tecnici, la scomparsa del sapere tramandato di generazione in generazione e il crescente onere di manutenzione causato dall’espansione della robotica. 27 La tensione insita in quella proposta si applica al modello in generale: un’azienda di servizi deve comunque assumere gli stessi tecnici, ormai scarsi, per i quali tutti gli altri sono in competizione. Il consolidamento non li crea. Li sposta da un posto all’altro, e il suo valore dipende dal fatto che la condivisione delle risorse ne aumenti l’utilizzo in misura tale da fare la differenza.

Il modello presenta altri limiti. Un tecnico esterno non conosce automaticamente la configurazione, le modifiche non documentate, i problemi ricorrenti o le prassi operative di un determinato impianto. Il tempo di risposta è fondamentale quando una linea è fuori servizio, ed è comprensibile che i responsabili di impianto si affidino a persone di cui hanno potuto osservare il giudizio nel corso degli anni e che sono sempre pronte a intervenire. Le ricerche sull’esternalizzazione della manutenzione hanno ripetutamente individuato nella conoscenza dei processi e nell’interdipendenza dei sistemi i motivi per mantenere le competenze critiche all’interno dell’azienda.28

Il risultato più probabile sarà un modello ibrido piuttosto che un outsourcing completo. Gli impianti manterranno team interni più ridotti responsabili della sicurezza, della risposta agli incidenti e delle conoscenze specifiche dell’impianto, mentre le organizzazioni esterne forniranno manodopera specializzata, competenze a distanza e tecnologia in più sedi. Cronologie più complete dei macchinari e registrazioni di lavoro acquisite automaticamente rendono tale divisione più pratica, trasferendo parte del contesto che un tempo esisteva solo all’interno dell’impianto. Le società di servizi hanno anche una motivazione economica più forte per sviluppare strumenti che aumentino la produttività dei tecnici, poiché il loro fatturato dipende dal numero di beni che ogni esperto è in grado di supportare.

Infine, arriva la completa automazione della manutenzione. L’obiettivo finale è automatizzare la manutenzione grazie all’avvento dell’intelligenza artificiale fisica. Abbiamo bisogno di macchine che riparino altre macchine. Questo processo inizia con le apparecchiature industriali OEM che diventano realmente in grado di autodiagnosticarsi, segnalando gli interventi necessari a sistemi automatizzati fissi. In definitiva, ciò richiede la sostituzione dell’operatore umano con un robot mobile e multiuso.

Le aziende produttrici di robot umanoidi hanno raccolto miliardi di dollari e compiuto progressi concreti. Il robot di seconda generazione di Figure ha trascorso undici mesi nello stabilimento BMW di Spartanburg, lavorando in turni di dieci ore e caricando parti in lamiera in dispositivi di saldatura con una tolleranza di cinque millimetri. In oltre 1.250 ore operative ha movimentato più di novantamila parti e ha contribuito alla produzione di oltre trentamila veicoli X3. 29 Apptronik ha stipulato un accordo industriale con Mercedes-Benz, mentre Agility Robotics ha concentrato le sue prime attività commerciali sulla movimentazione dei materiali.30 Queste implementazioni sono incoraggianti, ma sono tutte incentrate su operazioni di prelievo e posizionamento o sulla logistica; nessuna di esse esegue interventi di riparazione.

Un robot di manutenzione dovrebbe arrampicarsi o aggirare le apparecchiature preesistenti, riconoscere una macchina che differisce dal suo modello digitale, selezionare e utilizzare gli strumenti, gestire cavi e tubi flessibili, percepire la resistenza e reagire in modo sicuro quando la corrosione, la contaminazione o una modifica non documentata alterano il lavoro. Gran parte dell’ecosistema di strumenti esistente è stato progettato per la mano umana. Gli impianti Brownfield non sono stati affatto progettati per i robot mobili.

Un robot è inutile anche senza dati contestuali relativi alla struttura, ai processi e alle apparecchiature obsolete e specifiche di un impianto dismesso. Pertanto, abbiamo bisogno di aziende che sviluppino attivamente il livello di dati—raccogliendo feedback spaziali e fisici dalle persone che attualmente svolgono questi compiti—per creare un ciclo di feedback esterno per il controllo automatico della qualità.

Con ogni probabilità, il futuro sarà una sintesi di queste tre categorie. Un’azienda MaaS potenzierà la propria forza lavoro umana con strumenti basati sull’intelligenza artificiale per operare in modo più efficiente. In questo modo, raccoglierà i set di dati fisici proprietari necessari, a lungo termine, per automatizzare la propria forza lavoro con robot multiuso. Nel mio attuale lavoro di sviluppo di tecnologie per la manutenzione industriale, mi dedico a un piccolo aspetto di questa tesi: potenziare i tecnici umani con strumenti basati sull’intelligenza artificiale che guidino i lavoratori attraverso il livello fisico dello stabilimento, generando al contempo i dati necessari per automatizzare progressivamente una parte sempre maggiore del processo.

Cosa può fare il governo

La politica industriale federale ha sovvenzionato in misura consistente le attrezzature, l’edilizia e la ricerca. La legge fiscale del 2025 ha ripristinato le detrazioni immediate per le spese di ricerca nazionali ammissibili e ha introdotto un’agevolazione temporanea di ammortamento del 100% per i beni di produzione ammissibili.31 La formazione di un tecnico di manutenzione rimane generalmente una normale spesa per il personale a carico del datore di lavoro.

La politica dovrebbe concentrarsi meno sulla creazione di un altro programma generale per la forza lavoro e più sulla risoluzione del problema di coordinamento relativo alla formazione professionale. La legge sui salari prevedrebbe un credito d’imposta per determinate spese relative all’apprendistato, compresi i salari aggiuntivi corrisposti agli operai qualificati mentre fanno da mentori agli apprendisti.32 Questo aspetto è importante perché il tutoraggio è la risorsa più scarsa. Pagare lo stipendio di un apprendista non risolve il problema se lo stabilimento non può mettere a disposizione un tecnico esperto per formarlo.

Il governo può anche avvalersi degli appalti. Il Dipartimento della Guerra gestisce enormi sistemi di manutenzione di strutture dismesse in cantieri navali, depositi, arsenali e basi, e sostiene già la tecnologia di manutenzione attraverso organizzazioni quali l’Advanced Robotics for Manufacturing Institute. Le strutture federali potrebbero fungere da banchi di prova in cui le aziende validano gli strumenti di manutenzione su attrezzature reali e dimostrano che i loro sistemi migliorano la sicurezza, riducono i tempi di formazione o aumentano la disponibilità delle attrezzature. Una sfida mirata alla manutenzione sarebbe più utile di un altro bando generico sull’IA industriale. Gli impianti privati sono riluttanti a diventare siti sperimentali per una tecnologia che potrebbe interrompere la produzione, e un primo cliente credibile può assorbire tale rischio. Questo è anche l’unico meccanismo in grado di modificare il profilo di rendimento descritto in precedenza. Il capitale non ha evitato la manutenzione per ignoranza, e non vi entrerà solo a seguito di esortazioni. Vi entrerà quando qualcuno sarà disposto ad acquistare.

Un invito all’azione

Al momento stiamo costruendo solo metà del ponte. Investire miliardi di dollari in sistemi di automazione della produzione aggiornabili, affidandoci al contempo a un numero sempre più esiguo di tecnici umani per la manutenzione dei sistemi sottostanti, è la ricetta perfetta per un’infrastruttura nazionale fragile. L’ideologia dominante secondo cui “il software sta conquistando il mondo”, che riduce la produzione fisica a un elemento secondario, ha portato gli Stati Uniti ad accettare stranamente di buon grado hardware obsoleto e artigiani insostituibili.

Il valore di Craig non è mai stato racchiuso in un titolo professionale o in un programma di manutenzione. Era insito in centinaia di piccole valutazioni: quale rumore fosse significativo, quale disegno fosse errato, quale riparazione avrebbe retto nel tempo e quale apparente scorciatoia avrebbe causato un guasto più grave in seguito. Uno stabilimento poteva sostituire la sua posizione nell’organigramma, ma non poteva sostituire immediatamente ciò che lui sapeva.

È proprio quella parte della forza lavoro industriale che rischiamo di perdere. Una volta che l’ultimo tecnico esperto se ne va, le conoscenze non rimangono conservate in un database in attesa di essere recuperate. Se non sono mai state documentate nel corso del lavoro, se ne vanno con lui. Il prossimo guasto richiederà più tempo per essere risolto. Sempre più persone saranno coinvolte nel problema. L’impianto diventerà sempre più dipendente dalla fortuna, dalla memoria e dalla disponibilità dei pochi esperti rimasti.

È giunto il momento che l’ecosistema tecnologico, i responsabili delle politiche industriali e gli investitori affrontino il problema più complesso e spinoso. Abbiamo bisogno di persone di talento che smettano di limitarsi a sostituire l’operatore e concentrino il capitale sul potenziamento, l’ampliamento e, in ultima analisi, l’automazione del personale addetto alla manutenzione. I fondatori dovrebbero progettare per il manutentore con la stessa serietà con cui progettano per l’operatore. Le aziende di servizi dovrebbero mettere in comune le competenze specialistiche tra i vari stabilimenti. I responsabili politici dovrebbero incentivare il trasferimento di competenze e utilizzare le strutture pubbliche per creare mercati iniziali per la tecnologia di manutenzione. La parte più difficile dell’automazione non è far eseguire a una macchina lo stesso movimento per tutto il giorno, bensì mantenerla in funzione dopo anni di usura, modifiche e guasti imprevisti. Finché non risolveremo questo problema, l’industria manifatturiera americana continuerà ad avere un limite massimo.

Questo articolo è un esclusiva online di American Affairs, pubblicata il 10 settembre 2026.

Note

1 Casa Bianca, “SCHEDA INFORMATIVA: L’amministrazione Biden-Harris annuncia la prima strategia nazionale per la produzione avanzata”, 7 ottobre 2022.

2 Ufficio Statistico del Lavoro degli Stati Uniti, “Statistiche sull’occupazione e sui salari: meccanici di macchinari industriali, addetti alla manutenzione dei macchinari e montatori di impianti”.

3 The Manufacturing Institute, “Entro il 2033 le aziende manifatturiere avranno bisogno di ben 3,8 milioni di nuovi dipendenti”, aprile 2024.

4 Ufficio Statistico del Lavoro degli Stati Uniti, “Meccanici di macchinari industriali, addetti alla manutenzione dei macchinari e montatori di macchinari industriali”, Manuale sulle prospettive occupazionali, aggiornato al 27 agosto 2026.

5 Ufficio delle statistiche sul lavoro degli Stati Uniti, “Meccanici di macchinari industriali, addetti alla manutenzione dei macchinari e montatori di macchinari”.

6 Ufficio per la responsabilità amministrativa del governo degli Stati Uniti (GAO), Interruzioni della catena di approvvigionamento, GAO-22-104657, 2022; Banca della Riserva Federale di New York, “Indice globale di pressione sulla catena di approvvigionamento”.

7 chips and Science Act, Pub. L. 117-167 (9 agosto 2022); Dipartimento del Commercio degli Stati Uniti, “chips for America”.

8 Ufficio del Rappresentante commerciale degli Stati Uniti, “Indagini ai sensi della Sezione 301”.

9 Diana Polson, Stephen Herzenberg, “Il boom degli investimenti nel settore manifatturiero statunitense dal 2022 al 2024 si è trasformato in un crollo: anche gli investimenti nell’energia pulita e nel settore manifatturiero degli Appalachi rimangono al di sotto dei livelli massimi”, ReImagine Appalachia, 20 agosto 2026.

10 Berthold Herrendorf, Richard Rogerson, Ákos Valentinyi, “Crescita e trasformazione strutturale”, NBER Working Paper 18996, aprile 2013.

11 Ufficio Statistico del Lavoro degli Stati Uniti, “Quarant’anni di calo dell’occupazione nel settore manifatturiero”, Beyond the Numbers 9, n. 16 (novembre 2020).

12 Daron Acemoglu, Pascual Restrepo, “Compiti, automazione e aumento della disuguaglianza salariale negli Stati Uniti”, American Economic Review 112, n. 6 (2022): 1885–1963.

13 Matthew B. Crawford, Shop Class as Soulcraft: An Inquiry Into the Value of Work (New York: Penguin Press, 2009).

14 Deloitte e l’Associazione Nazionale dei Produttori, “Il divario tra competenze e profili dei candidati minaccia la crescita del settore manifatturiero statunitense”.

15 OCSE, I prossimi passi per l’apprendistato, Edizioni OCSE, 2021.

16 Dipartimento del Lavoro degli Stati Uniti, “Professioni oggetto di apprendistato”; 29 C.F.R., parte 29.

17 Jon Bokrantz et al., “Manutenzione intelligente: un programma di ricerca per la gestione della manutenzione industriale”, International Journal of Production Economics 224 (giugno 2020).

18 Federazione Internazionale di Robotica, “Gli Stati Uniti sono in ritardo rispetto alla Cina nell’impiego di robot nelle fabbriche con un rapporto di 5 a 1”, 25 settembre 2025.

19 Siemens, “Il vero costo dei tempi di fermo 2024”, Senseye Predictive Maintenance, 2024.

20 Siemens, “Il vero costo dei tempi di inattività 2024”.

21 Ufficio Statistico del Lavoro degli Stati Uniti, “Meccanici di macchinari industriali, addetti alla manutenzione dei macchinari e montatori di macchinari industriali”.

22 Julius Krein, “Il valore del nulla: capitale contro crescita”, American Affairs 5, n. 3 (autunno 2021): 66–85.

23 McKinsey & Company, “Cogliere il vero valore dell’Industria 4.0”, 13 aprile 2022.

24 Rian Whitton, “L’ansia da automazione in un’epoca di stagnazione”, American Affairs 3, n. 2 (estate 2019): 25–42.

25 Sara Elisabeth Scheffer, Kastriot Kajtazi, Fazel Ansari, “AR-COMPASS: un framework per l’acquisizione della conoscenza tacita nella manutenzione industriale”, IEEE Transactions on Engineering Management 73 (2026): 3662–80.

26 Advanced Technology Services, Manutenzione industriale: rapporto 2022 su situazione, tendenze e tecnologia, giugno 2022.

27 Zane Hengsperger, “Richiesta di startup che contribuiranno alla reindustrializzazione dell’America”, 19 aprile 2026.

28 Lennart Söderberg, Lars Bengtsson, Matti Kaulio, “Un modello per l’esternalizzazione e la gestione della manutenzione nell’industria di processo”, Operations Management Research 10 (2017): 20–32.

29 Figura AI, “F.02 Ha contribuito alla produzione di 30.000 auto presso la BMW”, 19 novembre 2025; BMW Group, “Il BMW Group introdurrà per la prima volta robot umanoidi nella produzione in Germania”.

30 Apptronik, “Apptronik e Mercedes-Benz siglano un accordo commerciale”, marzo 2024; Agility Robotics, “Homepage”, 2026.

31 Legge “One Big Beautiful Bill”, Pub. L. 119-21 (4 luglio 2025), che modifica il 26 U.S.C. § 168(k) e aggiunge il 26 U.S.C. § 168(n); in materia di deducibilità delle spese di ricerca, 26 U.S.C. § 174A.

32 “Young e Moran presentano una proposta di legge per promuovere e ampliare i programmi di apprendistato”, Todd Young, senatore degli Stati Uniti per l’Indiana, 30 aprile 2026.

Informazioni sull’autore

Jesh Ramesh è un ingegnere e imprenditore che si occupa dello sviluppo di tecnologie per la manutenzione industriale. Laureato presso l’Università di Waterloo, in passato ha ricoperto il ruolo di responsabile della manutenzione presso un’azienda del settore della cellulosa e della carta inclusa nella classifica Fortune 500, occupandosi degli impianti presenti nel sud-est degli Stati Uniti.

La Groenlandia non può risolvere il problema più grave degli Stati Uniti

Washington si è assicurata privilegi strategici straordinari nell’Artico. La domanda più spinosa è quale impatto tutto ciò abbia sulle pressioni economiche che si stanno accumulando sul fronte interno.

Il Duran Daily30 settembre
 
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Il nuovo accordo sulla Groenlandia rappresenta senza dubbio un vantaggio strategico per Washington. Firmato dagli Stati Uniti, dalla Danimarca e dalla Groenlandia il 22 settembre, esso consente agli Stati Uniti di ampliare la base spaziale di Pituffik, istituire ulteriori aree di difesa, ottenere un ampio accesso militare e limitare il coinvolgimento di potenze straniere potenzialmente ostili in settori strategicamente sensibili. L’accordo non ha una data di scadenza prestabilita. Tuttavia, la Groenlandia rimane sotto la sovranità danese, con il suo diritto all’autodeterminazione esplicitamente salvaguardato.

Questa distinzione è importante.

Washington si è assicurata gran parte dell’accesso strategico che desiderava senza acquisire formalmente la Groenlandia stessa. In questo senso, l’accordo riflette una caratteristica ben nota del potere americano: il controllo non richiede sempre la proprietà.

Ma solleva anche una questione più ampia. Cosa risolve effettivamente un maggiore controllo sull’Artico?

I problemi più complessi degli Stati Uniti sono sempre più di natura interna ed economica piuttosto che geografica. Il debito delle famiglie americane si attestava a circa 18,8 trilioni di dollari nel secondo trimestre del 2026. I soli saldi delle carte di credito raggiungevano 1,26 trilioni di dollari, mentre il debito per l’acquisto di automobili ammontava a 1,71 trilioni di dollari e quello per le spese di istruzione a 1,65 trilioni di dollari.

A queste pressioni si aggiungono decenni di espansione del debito pubblico federale, di finanziarizzazione e di ripetuti interventi governativi a seguito di gravi shock economici. La crisi finanziaria del 2008 non ha posto fine alla dipendenza del sistema finanziario americano da una politica monetaria straordinariamente accomodante; al contrario, ha inaugurato un’era in cui la liquidità fornita dalla banca centrale, i bassi tassi di interesse e l’espansione del debito pubblico sono diventati strumenti sempre più importanti per il mantenimento della stabilità economica e finanziaria.

La Groenlandia non può risolvere nulla di tutto ciò.

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La sua posizione geografica strategica è preziosa. Il suo ruolo di ponte tra il Nord America e l’Europa riveste un’importanza enorme per l’allerta missilistica, la sorveglianza dell’Artico, le rotte sottomarine e la crescente competizione per l’accesso all’Estremo Nord. L’accordo di settembre conferisce inoltre a Washington una maggiore influenza sugli investimenti esteri sensibili e sulle future infrastrutture militari.

Ma l’espansione strategica e il rilancio economico non sono la stessa cosa.

In effetti, l’accordo sulla Groenlandia potrebbe mettere in luce una contraddizione più ampia nel potere americano. Gli Stati Uniti continuano ad essere in grado di ottenere importanti concessioni geopolitiche dagli alleati e di estendere la propria influenza militare in regioni strategicamente rilevanti. Allo stesso tempo, però, devono affrontare notevoli pressioni fiscali e un forte indebitamento delle famiglie sul proprio territorio.

Quella contraddizione sta diventando sempre più difficile da ignorare.

Il pericolo non sta nel fatto che la Groenlandia non abbia alcun valore strategico. È evidente che lo abbia. Il pericolo sta nel confondere la capacità di acquisire un’altra posizione strategica sulla mappa con quella di risanare le basi economiche da cui dipende, in ultima analisi, la potenza americana.

Washington potrebbe aver ottenuto quasi tutto ciò che voleva da Copenaghen e Nuuk.

Ciò che la Groenlandia non può fornire è una risposta al bilancio degli Stati Uniti.

La Cina sta gestendo un reattore rivoluzionario… inventato dagli americani. di Frank Penkam

Dall’aprile del 2025, nel deserto del Gobi, la Cina ha in funzione un piccolo reattore sperimentale. Quattordici anni di lavoro, 450 milioni di dollari e una prima mondiale.

Questo reattore utilizza il torio. Non può andare in fusione: in caso di malfunzionamento, si spegne automaticamente. E le sue scorie rimangono pericolose solo per circa 300 anni, rispetto agli oltre 100.000 anni delle scorie provenienti dalle nostre centrali nucleari.

Gli americani la gestivano già quasi sessant’anni fa. Perché, dunque, l’hanno abbandonata?

Già nel 1969 esisteva un reattore nucleare molto più pulito, ma gli Stati Uniti decisero di dismetterlo.

Tra il 1965 e il 1969, in un laboratorio del Tennessee, il fisico Alvin Weinberg fece funzionare il suo reattore al torio per oltre 13.000 ore. Funzionò.

Il suo unico svantaggio, agli occhi di Washington, è che non consente la produzione di plutonio per la bomba atomica.

Nixon, pertanto, preferì un’altra strada.

Weinberg si rifiutò di rimanere in silenzio e continuò a difendere pubblicamente il suo reattore. Nel 1973 fu licenziato. Tre anni dopo, il programma fu abbandonato.

Non fu la scienza a decidere, bensì la corsa alla bomba atomica.

Non conosco molti francesi che abbiano mai sentito parlare di questo reattore. A Pechino, invece, non è mai stato dimenticato.

La Cina vuole costruire 50 di questi reattori, ed è da loro che potremmo dover acquistare questa energia.

Stéphane Bonard, ex funzionario del Segretariato Generale della Difesa Nazionale e specialista in armamenti, ha ricostruito il percorso di questa tecnologia dai laboratori americani fino alla Cina. La sua inchiesta apre il numero di ottobre di Revue Confidentielle.

L’autore mostra come la Cina abbia ripreso il lavoro dimenticato di Weinberg. E non intende fermarsi a un prototipo: punta a 50 reattori entro il 2050, all’incirca la capacità dell’intera flotta nucleare statunitense.

La Francia, tuttavia, non ne ha mai fatto una priorità. Domani, se vogliamo questa energia, potremmo doverla acquistare dalla Cina.

E Pechino non intende utilizzarla solo sulla terraferma. 

Come funziona il gioco delle colpe presidenziali, Jon Kurpis

Come funziona il gioco delle colpe presidenziali

Un’analisi approfondita di come l’amministrazione Trump probabilmente gestirà le imminenti conseguenze delle guerre in Ucraina e in Iran e del loro ruolo nell’impennata del prezzo del diesel.

Jon Kurpis27 settembre
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Jon Kurpis è un politico, scrittore e imprenditore impegnato a difendere i diritti dei cittadini comuni. Noto per la sua mentalità indipendente e il suo approccio basato sui principi, Kurpis è stimato per la sua capacità di chiedere conto a chi detiene il potere. La sua esperienza in ambito governativo, politico e geopolitico lo rende una voce autorevole su questioni politiche e culturali complesse. È analista collaboratore di The Duran Daily. Ulteriori suoi lavori sono disponibili sul suo profilo Substack, kurpis.substack.com .


Prima di iniziare questo articolo, voglio chiarire in modo inequivocabile che nulla di ciò che dirò è intrinsecamente a favore di Trump, contro Trump, a favore dell’America o contro l’America.

Pur essendo consapevole che sia gli Stati Uniti, soprattutto in termini di politica estera, sia l’attuale presidente, così come i presidenti precedenti, siano figure controverse, questo articolo non intende giudicare le loro azioni attraverso una lente partigiana. Sebbene, come ogni essere umano, io abbia le mie opinioni personali, la mia scrittura non si presta a strumentalizzazioni politiche binarie. Pertanto, desidero avvertire fin da subito tutti che, se siete il tipo di lettore che si irrita istintivamente di fronte agli errori di politica estera degli Stati Uniti, e in particolare a quelli che riguardano Donald Trump o Joe Biden, allora questo articolo potrebbe non fare al caso vostro.

Questo articolo si propone di fornire una comprensione di come funziona il gioco delle accuse presidenziali. Ciò avverrà analizzando lo svolgimento delle guerre in Ucraina e in Iran, compreso il loro ruolo nel prezzo record del diesel e come il presidente Trump e la sua amministrazione gestiranno le conseguenze.

Detto questo, entriamo nei dettagli.

Ucraina
Sebbene la guerra in Ucraina affondi le sue radici nel 2014 e persino prima, è diventata un obiettivo primario della politica estera statunitense nel 2022, sotto l’amministrazione Biden. Il presidente Biden ha fatto del sostegno all’Ucraina un punto centrale del suo mandato e, di conseguenza, porta gran parte della responsabilità del conflitto, soprattutto per quanto riguarda la sua continuazione e la sua escalation.

Detto questo, Biden non è più alla Casa Bianca e Donald Trump è l’attuale Presidente degli Stati Uniti. Durante la campagna elettorale per un secondo mandato, Trump prometteva ripetutamente che gli Stati Uniti si sarebbero ritirati dall’Ucraina in caso di elezione, arrivando persino a dire che avrebbe potuto porre fine alla guerra in 24 ore. Tuttavia, una volta insediatosi alla presidenza all’inizio del 2025, Trump non ha mantenuto quella promessa.

Il presidente Trump non solo non è riuscito a disimpegnarsi, ma ha continuato a fornire dati cruciali per l’individuazione degli obiettivi, a vendere armi e persino a mettere in discussione Zelensky per la sua mancata azione diretta contro la Russia. Inoltre, approvando nuove sanzioni contro la Russia, Trump ha di fatto adottato le politiche di Biden, trasformando così il conflitto in Ucraina nella sua guerra, anziché in qualcosa che aveva ereditato dalla precedente amministrazione.

Sebbene la stragrande maggioranza delle persone razionali e avvedute dal punto di vista geopolitico la interpreterà in questo modo, l’America non sempre agisce in modo razionale, come vedrete.

Iran
In netto contrasto con il conflitto in Ucraina, che ebbe inizio sotto una precedente amministrazione, l’attuale guerra con l’Iran ricade interamente sulle spalle del presidente Trump.

· Fu il presidente Trump a consentire a Israele di colpire l’Iran durante i negoziati tecnici in corso nel giugno 2025.

· È stato Donald Trump a non dare ascolto agli avvertimenti sull’attacco all’Iran provenienti dai suoi stessi consiglieri dell’intelligence, scelti personalmente da lui, come Tulsi Gabbard e Joe Kent, nonché dal suo vicepresidente JD Vance.

· Fu il Dipartimento di Stato di Trump e il suo Segretario di Stato Marco Rubio a essere praticamente assenti durante i negoziati con l’Iran nel febbraio 2026.

· Ed è stato il presidente Trump a essere ingannato dal primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu, che lo ha indotto ad appoggiare il catastrofico attacco che ha ucciso la guida suprema dell’Iran e altri il 28 febbraio 2026, ed è direttamente responsabile del conflitto che rimane irrisolto ancora oggi.

Di conseguenza, non c’è nessuno da incolpare per la confusione diplomatica, le ripercussioni economiche, i problemi relativi allo Stretto di Hormuz e l’instabilità regionale persistente, se non il presidente Trump stesso.

Ora, si potrebbe pensare che per chiunque valuti la situazione attuale sia chiaro che la guerra in Iran e il protrarsi del conflitto in Ucraina siano responsabilità di Trump e quindi colpa sua. Dopotutto, il presidente Trump è il leader del mondo libero e queste sono decisioni che spettano a lui. Ma dal punto di vista della società statunitense, la questione non è così netta e questo offre a Trump l’opportunità di scaricare aggressivamente le colpe sugli altri per confondere le acque.

Il gioco delle colpe
Quando si tratta di come funziona il gioco delle accuse presidenziali in America, c’è una cosa che di solito determina la responsabilità al di sopra di ogni altra cosa.

Chi introduce la persona o la fonte del problema, di solito viene incolpato.

Questo è lo schema generale: sebbene spesso ingiusto, la società americana a volte accetta che la colpa venga scaricata dalle persone che la meritano e attribuita a coloro che, pur avendo tecnicamente un ruolo, potrebbero non essere i soggetti a cui spetta la piena responsabilità. Tale distinzione tra colpevolezza diretta e responsabilità per aver creato o reso possibile una relazione è essenziale per comprendere come funziona in pratica il gioco delle colpe.

Nessuno comprende le complessità del gioco delle colpe meglio di Donald Trump. Anzi, la sua capacità di attribuire la colpa con sicurezza è probabilmente uno dei motivi del suo successo. Che lo si ami o lo si odi, poche persone si riprendono dai fallimenti meglio di lui, come dimostra il modo in cui è passato da un imprenditore fallimentare all’altro senza batter ciglio.

Un esempio lampante: la squadra di football americano dei New Jersey Generals di Trump ha fallito. Poi è andato in fumo il Trump Shuttle. Successivamente, il Trump Taj Mahal ha chiuso i battenti, seguito dal Trump Plaza Casino e dai problemi con il Plaza Hotel di New York. Dopodiché, ha perso la Trump Hotels & Casino Resorts. Persino il suo slogan televisivo, “Sei licenziato!”, si basa fondamentalmente sull’attribuire la colpa del fallimento di una squadra a qualcun altro.

In definitiva, Donald Trump ha accumulato una fortuna nonostante i suoi fallimenti perché è stato in grado di reinventarsi, il che ha comportato l’attribuzione della colpa agli altri.

Al di là di Trump stesso, la cerchia ristretta del Presidente è composta in larga misura da ricchi egocentrici che non si assumono responsabilità o colpe in base a ciò che è giusto. Non sto dicendo che ogni persona nell’amministrazione Trump giochi a questo gioco delle colpe. Sto dicendo che la lista di persone che agiscono in questo modo include Donald Trump, Scott Bessent, Marco Rubio, Howard Lutnick, Jared Kushner e Pete Hegseth. E, con l’eccezione delle cerchie ristrette di Obama e Biden, probabilmente non c’è mai stato un gruppo meno propenso ad assumersi la colpa di quello menzionato sopra.

Questa realtà e questa mentalità operativa devono essere comprese e applicate se si vuole prevedere con precisione come si evolveranno le questioni durante il resto della presidenza Trump.

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La situazione attuale
Considerato il modo in cui di solito si cerca di scaricare le colpe, potrebbe non importare poi molto che il presidente Trump abbia permesso all’Ucraina di continuare a combattere la guerra contro la Russia. Le masse saranno pronte ad attribuire la responsabilità del ruolo degli Stati Uniti nella guerra in Ucraina a Joe Biden, perché è stato lui a trascinare l’America in questo pasticcio, piuttosto che al presidente Trump, che ha gestito male la situazione.

Analogamente, se Alexandria Ocasio-Cortez (AOC) dovesse in qualche modo vincere le elezioni presidenziali del 2028 e procedere con un attacco nucleare contro Teheran, Donald Trump verrebbe comunque incolpato per la questione iraniana, proprio come accadrà a Biden per l’Ucraina.

Il punto cruciale è che i leader successivi possono sempre attribuire la colpa a chi ha originato il problema. Sebbene in alcuni casi ciò sia intellettualmente disonesto, purtroppo è così che le cose finiscono più spesso.

Ed è così che Trump giocherà per il resto della sua presidenza.

Considerata la situazione attuale, le guerre in Ucraina e in Iran sono disastri irrisolti, e la carenza di gasolio negli Stati Uniti è stata la goccia che ha fatto traboccare il vaso.

Il motivo per cui è imperativo discuterne ora è che il Segretario del Tesoro statunitense Scott Bessent ha recentemente rilasciato una dichiarazione che ha fatto scattare l’allarme geopolitico.

Il 2 settembre 2026, il Segretario del Tesoro Bessent attribuì tacitamente la responsabilità dello ” shock energetico ” globale alla guerra tra Russia e Ucraina, affermando: ” L’Ucraina ha deciso di voler distruggere le infrastrutture energetiche e i prodotti raffinati russi “.

E a suo avviso, questa era la causa della ” pressione al rialzo dei prezzi a livello globale ” .

Non ci sono dubbi, il presidente Donald Trump e la sua amministrazione, tramite Scott Bessent, hanno gettato le basi per attribuire la colpa dell’aumento dei prezzi dell’energia all’Ucraina e per i loro attacchi alle raffinerie e alle infrastrutture russe, e questo è stato deliberato.

Il 13 settembre, il presidente Trump ha reso pubblico di aver parlato con il presidente ucraino Volodymyr Zelensky in merito alla questione e di avergli ordinato di cessare le forniture. Trump ha dichiarato: “Il signor Zelensky deve fare una cosa. Deve smettere di interrompere le forniture di gasolio in Russia… perché sta causando una carenza di gasolio”.

Il giorno seguente, il 14 settembre, Trump ha ribadito la questione, stabilendo in modo concreto che la carenza di gasolio non era causata dal conflitto in Iran, bensì dagli attacchi dell’Ucraina contro la Russia.

Trump ha scritto: “L’aumento mondiale del prezzo del diesel è causato principalmente dalla guerra tra Russia e Ucraina, non dall’Iran”.

Ho sempre dato per scontato che il presidente Trump avrebbe optato per una strategia basata sullo scaricabarile dopo le elezioni di metà mandato. Ma l’impennata dei prezzi del diesel, unita ai continui scontri in Medio Oriente e ai progressi militari russi in Ucraina, ha reso questa tattica inevitabile in vista delle elezioni di metà mandato del 3 novembre.

Di seguito, analizzeremo perché la carenza mondiale di gasolio ha un impatto così significativo e approfondiremo il probabile ricorso del presidente Trump alla strategia di scaricare le colpe sugli altri.

Perché il diesel è importante
A differenza della benzina, utilizzata principalmente per automobili e altri macchinari di consumo, il gasolio è alla base dell’intera economia. Autotrasporti, agricoltura, locomotive merci, macchinari e attrezzature edili, navi, rimorchiatori, porti, attrezzature minerarie, trivellazioni petrolifere e di gas, scuolabus, ambulanze, autopompe e molto altro ancora dipendono dal gasolio per funzionare.

Fortunatamente per gli Stati Uniti, la produzione di diesel copre praticamente il 100% del fabbisogno interno, con scorte in eccesso disponibili per l’esportazione. Nel 2025, gli Stati Uniti hanno prodotto 76,5 miliardi di galloni di diesel e ne hanno consumati internamente 59,9 miliardi. È interessante notare che gli Stati Uniti ne hanno esportati 19,2 miliardi, una quantità superiore a quella in eccesso, resa possibile dalle importazioni a basso costo che vengono poi rivendute con profitto.

Sebbene l’aumento dei prezzi della benzina colpisca immediatamente i consumatori, il problema economico più devastante si verifica quando aumentano i costi del diesel, poiché ciò colpisce le imprese e le catene di approvvigionamento, che a loro volta scaricano il costo sui consumatori. Quindi, anche se inizialmente il cittadino medio potrebbe non risentirne al momento del rifornimento, l’impatto finanziario su di lui è ben peggiore quando il prezzo del diesel aumenta.

A causa dei numerosi impieghi del diesel nell’economia, una questione urgente per il Presidente Trump è che ora dovrà ascoltare le lamentele di persone a lui vicine, ovvero la classe dei ricchi finanziatori e i dirigenti d’azienda. Di conseguenza, l’impennata dei prezzi del diesel che gli Stati Uniti stanno vivendo è del tutto inaccettabile e Trump non aveva previsto questo enorme problema.

Ancora più importante, il presidente Trump ora è consapevole che, se questo problema del diesel dovesse persistere, non ci sarebbe modo di impedire che si ripercuota seriamente sui consumatori.

Sebbene non ne abbia prove dirette, credo che il costo del diesel e le sue ripercussioni a lungo termine siano in parte responsabili dell’idea, avanzata dall’amministrazione Trump, di un “dividendo Trump” di 5000 dollari nel caso in cui i repubblicani mantengano il controllo sia della Camera che del Senato dopo le elezioni di novembre.

“Se vincono i repubblicani, vincete con noi e riceverete 5.000 dollari.” ~ Presidente Trump

Sospetto che, se i Repubblicani vinceranno, Trump manterrà quella promessa perché compenserà in modo sottile l’impatto a breve termine sui consumatori causato dall’aumento dei prezzi del diesel. E se i Repubblicani perderanno la Camera o il Senato, Trump si sarà procurato un meccanismo per incolpare i Democratici di non aver dato agli americani 5.000 dollari quando saranno colpiti dall’aumento dei costi.

Sebbene questo tipo di tangenti elettorali non siano del tutto rare da entrambe le parti dello schieramento politico, raramente si concretizzano a beneficio dei cittadini. Detto questo, considero questo caso particolare unico, in quanto probabilmente collegato alla vicenda del diesel.

In ogni caso, la realtà dell’impennata dei prezzi del diesel ha costretto Trump a prendere una decisione e ora si dedicherà completamente a scaricare le colpe sugli altri per il resto della sua presidenza.

Russia-Ucraina
Dal punto di vista della personalità, è evidente che Donald Trump vede la guerra in Ucraina in modo molto diverso dal conflitto in Iran. Mentre Trump ha una lunga storia di avversione per l’Iran, non sembra essere realmente interessato a perseguire un conflitto con la Russia. Anzi, Trump considera i combattimenti in Ucraina un ostacolo inutile che impedisce agli Stati Uniti di collaborare con i russi in progetti redditizi. Inoltre, Donald Trump ammira Putin, disprezza Zelensky e non gli importa nulla dell’UE.

Detto questo, il presidente Trump è davvero il peggior nemico di se stesso. È sconsiderato nella gestione del rischio, generalmente impulsivo, incline a schierarsi con i neoconservatori e incapace di fare qualsiasi cosa che possa essere anche solo vagamente interpretata come accettare una sconfitta.

La dura verità del secondo mandato di Trump è che si è dimostrato un presidente troppo debole e troppo incline a farsi ingannare dalle argomentazioni neoconservatrici per potersi disimpegnare concretamente dal conflitto in Ucraina. Al contrario, Trump ha scelto di vendere armi alla NATO e all’Europa, che a loro volta le avrebbero fornite all’Ucraina, perdendo tempo in negoziati diplomatici poco convinti, guidati da dilettanti come Jared Kushner. Incredibilmente, Trump giustifica poi la sua incapacità di disimpegno criticando Biden per aver semplicemente fornito armi a Zelensky, mentre lui sarebbe stato il più astuto, vendendole direttamente tramite un intermediario.

È difficile persino descrivere l’assurdità della scusa di Trump. Il fatto è che Trump aveva promesso agli elettori che si sarebbe ritirato dalla terribile guerra in Ucraina. Eppure, invece di porre fine al conflitto e fermare la morte e la distruzione, ha permesso che i combattimenti continuassero, proprio come aveva fatto Biden. Solo che questa volta la giustificazione è che il suo modo di agire è in qualche modo migliore perché fa guadagnare un sacco di soldi al complesso militare-industriale.

Ora, per tutti coloro che amano affermare che il Presidente Trump stia giocando a scacchi a 10 dimensioni, in questo caso, nella migliore delle ipotesi sta giocando a dama negativa a otto bit e, in tutta onestà, ne sta uscendo schiacciato.

Medio Oriente
Per quanto riguarda gli errori di valutazione del Presidente Trump sull’Iran, la sua amministrazione ha commesso numerosi sbagli. In primo luogo, né il Presidente né i suoi consiglieri favorevoli alla guerra hanno tenuto conto del fatto che l’Iran è una potenza militare rilevante. Non sono inoltre riusciti a calcolare la capacità militare e gli arsenali necessari per sconfiggere l’Iran e al contempo difendere i nostri alleati nella regione. Ciò indica anche che il Presidente Trump non ha compreso l’incapacità degli Stati Uniti di incrementare la produzione militare.

Non dovrebbe quindi sorprendere che, quando le scorte militari statunitensi ridotte da Biden per rifornire l’Ucraina si sono sommate alle ulteriori riduzioni operate dall’amministrazione Trump e alla vendita di armi da parte degli alleati statunitensi alla NATO, destinate poi a Zelensky, il presidente Trump si sia trovato impreparato ad affrontare Teheran, e che l’Iran abbia successivamente messo a nudo queste vulnerabilità sul campo di battaglia.

Oltre alle complicazioni relative alle capacità militari, la guerra con l’Iran ha comportato anche restrizioni alla navigazione attraverso lo Stretto di Hormuz.

Sebbene Trump potrebbe non aver previsto come si sarebbe evoluta la situazione dello Stretto di Hormuz, è ragionevole supporre che fosse consapevole che un attacco all’Iran avrebbe potuto interferire con le forniture di gas e petrolio provenienti dal Medio Oriente e causare un aumento dei prezzi. Detto questo, il presidente Trump era troppo sicuro di sé e non si era preparato al peggio. Questo perché Trump partiva dal presupposto errato di poter porre fine rapidamente alla guerra, se necessario, per mitigare le ripercussioni finanziarie.

Inoltre, l’attenzione di Trump era concentrata sui prezzi della benzina, trascurando apparentemente le possibili ripercussioni sul diesel. La sua strategia si basava sull’idea che, se i prezzi della benzina fossero aumentati a causa del conflitto, avrebbe potuto compensarli attingendo alle riserve strategiche di petrolio degli Stati Uniti. Sebbene ciò possa tecnicamente favorire la produzione di diesel, il sovrapprezzo necessario per raffinarlo mantiene il prezzo più alto rispetto a quello della benzina. Detto questo, quando i prezzi della benzina sono schizzati alle stelle dopo l’inizio del conflitto, l’amministrazione Trump ha adottato proprio questa strategia per tenere sotto controllo i costi per i consumatori.

A quanto pare, il presidente Trump non aveva previsto che la domanda estera di gasolio sarebbe diventata così intensa da far lievitare i prezzi interni negli Stati Uniti. Di conseguenza, il prezzo del gasolio è schizzato da circa 3,80 dollari al gallone prima del conflitto al prezzo record attuale di circa 6,50 dollari al gallone. Si tratta di un aumento di 2,70 dollari al gallone, ovvero di circa il 70%, rispetto alla fine di febbraio 2026, quando Stati Uniti e Israele hanno lanciato la guerra non provocata contro l’Iran.

Mettere ogni cosa al suo posto
Allo stato attuale delle cose, l’aspetto più importante da comprendere è che i prezzi del diesel hanno raggiunto il punto di non ritorno e Donald Trump ora deve attribuire l’aumento a qualcun altro o a qualcos’altro che non sia lui stesso.

La verità è che l’impennata del prezzo del diesel deriva principalmente dalla carenza di approvvigionamento in Medio Oriente, che a sua volta è la diretta conseguenza della guerra tra Stati Uniti e Iran. Inoltre, questo conflitto è ancora in corso e il presidente Trump non ha una soluzione realistica per porvi fine, almeno non a breve termine.

L’unica cosa che Donald Trump può fare è scaricare la colpa della carenza di gasolio dalla crisi mediorientale da lui stesso causata all’Ucraina, responsabilità che potrà poi attribuire alla precedente amministrazione. Questo è già in atto, con la diffusione della narrativa secondo cui gli attacchi ucraini alle infrastrutture energetiche russe sarebbero la causa dell’aumento dei prezzi del gasolio.

Sebbene gli attacchi ucraini contro la Russia abbiano ridotto la quantità di gasolio sul mercato globale, non sono i veri responsabili dell’aumento dei prezzi del gasolio negli Stati Uniti, poiché la Russia non è un importante esportatore verso l’Europa, la regione del mondo che ha un disperato bisogno di carburante e che sta facendo lievitare i prezzi.

Il problema principale risiede nel fatto che l’Europa non acquisterà più il gasolio russo a basso costo come faceva prima dell’inizio della guerra in Ucraina. Ora, invece, dipende dal Medio Oriente e dagli Stati Uniti per il suo approvvigionamento. Secondo dati recenti, il Medio Oriente produce circa il 40% delle importazioni europee di gasolio, mentre gli Stati Uniti ne rappresentano il 50%. Tuttavia, a causa della guerra in Iran, le infrastrutture mediorientali sono state danneggiate e il flusso di energia attraverso lo Stretto di Hormuz si è notevolmente ridotto. Senza l’energia russa a basso costo come alternativa e con una produzione limitata in Medio Oriente, l’Europa ha esercitato una pressione enorme sulle scorte di gasolio statunitensi. Ciò, a sua volta, ha fatto aumentare i prezzi del gasolio negli Stati Uniti. E poiché Trump non possiede le capacità diplomatiche per porre fine immediatamente alle ostilità in Medio Oriente, la pressione sull’offerta continuerà a gonfiare il mercato del gasolio, almeno nel breve termine.

In definitiva, le ripercussioni economiche derivanti dai prezzi record del diesel ricadranno sui consumatori americani. Il presidente Trump lo sa bene e ora ha bisogno di tutelare i propri interessi. Di conseguenza, ricorrerà a ciò che gli riesce meglio, ovvero usare la retorica e la sua piattaforma per attribuire la colpa di questo fallimento a qualcun altro o a qualcos’altro che non sia lui stesso.

Entra in Ucraina…

Considerato che il presidente Trump aveva basato la sua campagna elettorale sul disimpegno dalla guerra in Ucraina, sarebbe stato facile scaricare l’intera responsabilità del conflitto sull’amministrazione Biden. Tuttavia, Trump è stato così ingenuo da permettere che i combattimenti in Ucraina continuassero, proprio come aveva fatto la precedente amministrazione, e ora si trova a dover coprire le proprie responsabilità anche per questo disastro. Ecco perché è fondamentale per Trump fare di Joe Biden il capro espiatorio pubblico per la questione ucraina. E sebbene questa narrazione non sia del tutto priva di fondamento, non rappresenta certo la storia completa. Verissimo o meno, Trump deve proteggersi per salvaguardare la sua eredità politica e, di conseguenza, i prezzi del diesel saranno collegati all’Ucraina e l’Ucraina dovrà essere associata a Biden.

Ma che dire dell’Iran?

Sebbene sia scoraggiante e irritante che i funzionari eletti dedichino molto tempo a sciocchezze come il gioco delle accuse, si tratta di un aspetto della politica americana di cui bisogna tenere conto. E, in linea con questa realtà, è abbastanza chiaro come Donald Trump userà il gioco delle accuse, almeno per quanto riguarda il collegamento tra gli alti prezzi del diesel e l’Ucraina, per poi attribuire la responsabilità dell’Ucraina a Biden. Ciò che non è altrettanto chiaro è come Trump intenda utilizzare la strategia del gioco delle accuse con l’Iran, quando è lui stesso la fonte originaria del problema.

Come abbiamo già discusso in precedenza, il politico o la persona che introduce il problema di solito si assume la maggior parte della colpa. Ciò significa che il presidente Trump non può in alcun modo sottrarsi completamente alla responsabilità per il suo ruolo nella guerra con l’Iran. Tuttavia, Trump può, e soprattutto lo farà, rendere intenzionalmente la situazione confusa attraverso un attacco retorico su più fronti, incentrato su almeno cinque elementi diversi che ho identificato e che analizzerò di seguito.

Innanzitutto, c’è la questione delle armi nucleari, uno di quei temi a cui gli americani cadono sempre nella trappola. I fatti dimostrano che l’Iran non rappresentava una minaccia nucleare per gli Stati Uniti. Ciononostante, gli americani credono che il rischio di un attacco nucleare iraniano contro gli Stati Uniti o Israele fosse reale. Per questo motivo, il presidente Trump può giustificare un attacco altrimenti ingiustificabile contro l’Iran affermando, come spesso fa, di non poter rimanere a guardare mentre l’Iran si dotava di armi nucleari. Questo collegamento con il nucleare fornirà sicuramente a Trump una certa giustificazione, nonostante si basi sull’idea che abbia cercato di risolvere un problema inesistente attaccando l’Iran.

Il secondo modo in cui il presidente Trump cercherà di eludere la responsabilità della catastrofica guerra con l’Iran sarà quello di attribuire i fallimenti militari a Biden, accusandolo di aver dirottato una quantità cruciale di armamenti e risorse statunitensi sull’Ucraina. A dire il vero, questo è in parte vero. Ma se il presidente Trump non avesse sferrato un attacco non provocato contro l’Iran, gli Stati Uniti non si troverebbero in questa situazione. Quindi, in definitiva, incolpare Biden servirà solo fino a un certo punto a distogliere Trump dalle sue responsabilità in relazione all’Iran.

La terza cosa che il presidente Trump additerà come responsabilità per l’esito della guerra in Iran è il mancato intervento degli alleati degli Stati Uniti. Che si tratti dei paesi della NATO, della Corea del Sud o di altri, Trump cercherà di scaricare la colpa sugli alleati, e c’è la possibilità che questo messaggio trovi riscontro in alcuni americani.

Un quarto modo in cui il presidente Trump potrebbe usare il gioco delle accuse è quello di promuovere la narrazione secondo cui l’America sta meglio con l’attuale leadership iraniana rispetto alla precedente. In realtà si tratta di un’affermazione assurda e priva di fondamento, ma gli americani non ne comprenderanno le dinamiche e quasi certamente ci crederanno.

Il quinto modo in cui Donald Trump cercherà di scaricare la colpa sull’Iran è affermando che la Cina ha aiutato l’Iran nella guerra. Sebbene Cina e Russia abbiano avuto un ruolo, la Russia ha fatto di più per aiutare l’Iran. Detto questo, poiché gli Stati Uniti hanno iniziato le ostilità con la Russia finanziando una guerra per procura contro di essa in Ucraina, non è plausibile condannare Mosca per aver fatto essenzialmente la stessa cosa agli Stati Uniti tramite l’Iran. Inoltre, incolpare la Russia non si adatta alla narrazione, mentre la Cina è il prossimo grande nemico dell’America e si inserisce perfettamente nella narrativa neoconservatrice dell’imperialismo americano. Pertanto, Trump cercherà di includere la Cina nel suo gioco di attribuzione delle colpe per la guerra con l’Iran.

In fin dei conti, nessuna abile manovra diversiva potrà mai proteggere completamente Donald Trump dal suo ruolo nella guerra con l’Iran. Trump porterà sempre una parte di responsabilità nel conflitto, ma questa potrebbe essere notevolmente attenuata dopo che avrà attribuito la colpa alla questione dell’Iran dotato di armi nucleari, alla carenza di armi legata a Biden e all’Ucraina, alla mancanza di sostegno da parte degli alleati, alla falsa narrazione secondo cui la nuova leadership iraniana sarebbe migliore per gli Stati Uniti rispetto alla precedente Guida Suprema, e alla scusa che la Cina avrebbe aiutato l’Iran contro i nostri interessi.

A mio avviso, è così che il presidente Trump userà il gioco delle accuse per minimizzare il suo ruolo nella disastrosa guerra con l’Iran, una volta che tutto sarà finito.

Conclusione
A prescindere da ciò che il presidente Trump ha fatto o non ha fatto finora nel suo secondo mandato, è improbabile che un presidente riesca a mantenere il controllo sia della Camera che del Senato in un’elezione di metà mandato. Che vinca o perda, Trump dovrà affrontare molteplici conflitti con questioni complesse e interconnesse. E sia chiaro, il tempo che gli resterà in carica e la sua eredità saranno determinati da come le risolverà. Nonostante le sue evidenti mancanze, Trump è oggettivamente un maestro della retorica e dell’incolpare gli altri. E poiché questa è la sua forza principale, Trump collegherà l’aumento dei prezzi del diesel alla guerra in Ucraina, scaricando poi tutta la responsabilità su Joe Biden. Detto questo, il compito più difficile sarà quello di proteggersi dalle conseguenze di una guerra non provocata con l’Iran, da lui stesso scatenata, che non può essere liquidata così facilmente con la colpa.

Quando si tratta di questioni geopolitiche di tale complessità, non mancano le opinioni su come si evolveranno gli eventi. E per quanto vorremmo avere una sfera di cristallo, non esiste un meccanismo garantito per prevedere cosa accadrà in ogni aspetto di queste situazioni estremamente difficili. Detto questo, l’unica cosa certa è che il Presidente Trump scaricherà la responsabilità per gli alti prezzi del diesel, la guerra in Ucraina e il conflitto in Iran da qui fino al suo ultimo giorno in carica e oltre. E il motivo per cui possiamo essere certi di questa inevitabilità è perché io, e ora anche voi, sappiamo ” Come funziona il gioco delle colpe presidenziali “. Come sempre, vi ringrazio per il vostro continuo supporto e per la vostra lettura.

Alla prossima,

Jon Kurpis

NOTA BENE: Questo articolo è pubblicato esclusivamente a titolo personale e riflette solo le mie opinioni e analisi individuali. Nulla di quanto contenuto nel presente documento deve essere interpretato come una dichiarazione ufficiale, una comunicazione o una posizione politica associata al mio ruolo di funzionario eletto, a qualsiasi comune, autorità governativa, partito politico o istituzione pubblica affiliata. Inoltre, le prospettive espresse non riflettono necessariamente le opinioni o le posizioni di The Duran.

La frammentazione del centro politico tedesco, di Duran Daily

La frammentazione del centro politico tedesco

L’Arabia Saudita ha costruito la sua sicurezza su rotte di esportazione ridondanti, sulla protezione americana e su una strategia diplomatica di copertura. Il pericolo ora è che ciascuno di questi livelli venga messo alla prova contemporaneamente.

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Le elezioni regionali tedesche mostrano l’espansione del consenso dell’AfD, mentre Friedrich Merz si trova ad affrontare una combinazione sempre più difficile: debolezza industriale, insoddisfazione degli elettori e una coalizione di governo che fatica a tradurre le politiche in autorità politica.

Il problema politico della Germania sta diventando più grande di Friedrich Merz.

Per decenni, la Repubblica Federale si è costruita attorno a un centro politico insolitamente stabile. I governi sono cambiati, le coalizioni si sono modificate e le personalità si sono succedute, ma la struttura generale è rimasta invariata. La CDU/CSU e l’SPD hanno dominato la politica nazionale perché rappresentavano ampie coalizioni sociali ancorate a un’economia in grado di generare occupazione industriale, un tenore di vita in crescita e un margine di manovra fiscale sufficiente ad assorbire i disaccordi politici.

Quell’architettura si sta indebolendo.

Le elezioni regionali di settembre non stabiliscono cosa farà la Germania alle prossime elezioni federali. Rivelano, tuttavia, la portata delle pressioni che si accumulano sotto il suo tradizionale sistema partitico. L’avanzata dell’AfD non può più essere spiegata come una protesta isolata concentrata in una manciata di collegi elettorali orientali. Lo sviluppo più significativo è la simultanea erosione dei partiti che un tempo organizzavano la vita politica tedesca.

I numeri dietro lo shock
Nel Meclemburgo-Pomerania Anteriore, l’AfD ha ottenuto circa il 38% dei voti, mentre la CDU di Merz è scesa al 4,9%, perdendo la rappresentanza nel parlamento regionale. A Berlino, Die Linke si è classificata prima con il 25,7%; la CDU è scesa al 18,8%, mentre l’AfD è salita al 16,3%, con un incremento di 7,2 punti percentuali rispetto alle elezioni precedenti.

Questi risultati fanno seguito alle elezioni del 6 settembre in Sassonia-Anhalt, dove l’AfD ha ottenuto il 43,8% dei voti contro il 17,2% della CDU.

L’andamento generale corrisponde ai sondaggi nazionali, anziché contraddirli. Un sondaggio INSA condotto tra il 14 e il 18 settembre ha rilevato che l’AfD si attestava al 29% a livello nazionale e la CDU/CSU al 20%. Il sondaggio DeutschlandTrend di ARD di settembre ha registrato l’AfD al 27% e l’Unione al 21%. I sondaggi sono istantanee, non previsioni, ma la discrepanza dimostra che i risultati regionali si collocano in un contesto di più ampio cambiamento del sentimento politico.

Il documento allegato individua correttamente il significato politico del Meclemburgo in particolare: la CDU, che un tempo considerava lo stato natale di Angela Merkel un territorio familiare, è ora scesa sotto la soglia parlamentare, mentre Berlino ha inflitto un’altra sconfitta in un contesto elettorale molto diverso.

Un’economia in ripresa, ma non ancora rassicurante
Sarebbe impreciso descrivere l’economia tedesca semplicemente come in collasso.

Il PIL è cresciuto dello 0,3% nel secondo trimestre, risultando superiore dell’1% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. La Bundesbank continua a descrivere l’economia come in fase di ripresa, sebbene preveda un temporaneo rallentamento della crescita nel terzo trimestre.

Ma il PIL nominale oscura il problema politico.

La produzione industriale è diminuita dell’1,1% a luglio, rimanendo inferiore dell’1,6% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. La produzione automobilistica ha subito un calo particolarmente marcato nel corso del mese, sebbene anche le chiusure temporanee degli stabilimenti abbiano contribuito a tale diminuzione. Nel secondo trimestre, inoltre, l’occupazione in Germania è risultata inferiore di 212.000 unità rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente.

Nel frattempo, l’inflazione ha raggiunto il 2,9% ad agosto, con i prezzi dell’energia superiori del 10,5% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente.

Il risultato è un quadro politico-economico insolito: gli indicatori aggregati suggeriscono una ripresa graduale, mentre importanti gruppi di interesse continuano a percepire insicurezza in merito a industria, occupazione, energia e costi per le famiglie.

Questa distinzione è importante. I governi non basano le loro campagne elettorali sulla ripresa statistica, bensì sulla percezione degli elettori riguardo al miglioramento delle condizioni che li circondano.


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Il problema di autorità di Merz
Il pericolo immediato per Merz non è quindi semplicemente un altro risultato elettorale deludente. È piuttosto l’emergere di un divario di credibilità tra il programma di riforme del governo federale e la valutazione che l’elettorato ne dà.

Solo il 15% degli intervistati nel sondaggio ARD DeutschlandTrend di settembre si è dichiarato soddisfatto della coalizione di governo. Il gradimento per l’operato politico di Merz si è attestato al 13%.

Merz ha risposto insistendo sul fatto che il suo governo proseguirà con le riforme economiche e sociali anziché invertire la rotta. Non è emersa alcuna sfida formale alla leadership e le speculazioni su figure come Markus Söder o Hendrik Wüst non devono essere confuse con un’imminente successione.

Questa precisazione è importante. La questione politica non è semplicemente se la CDU cambierà il suo leader. La bozza allegata indica già il problema più profondo: cambiare il volto al vertice non cambia automaticamente i vincoli politici che si trovano ad affrontare chiunque occupi la cancelleria.

La Germania deve gestire contemporaneamente la debole competitività industriale, l’elevato costo dell’energia, la pressione demografica sul suo stato sociale, le maggiori spese per la difesa e la crescente frammentazione delle dinamiche politiche all’interno delle coalizioni. Un nuovo cancelliere si troverebbe ad affrontare la stessa situazione.

La conseguenza europea
Ciò fa sì che l’instabilità interna della Germania sia qualcosa di più di una semplice questione tedesca.

Per gran parte della storia dell’Unione Europea, Berlino ha fornito il peso politico e finanziario necessario per trasformare compromessi difficili in politiche concrete. Un governo tedesco preoccupato della propria sopravvivenza elettorale ha meno margine di manovra per svolgere questa funzione.

Tale limitazione si sta già manifestando. I funzionari europei temono che l’indebolimento della posizione di Merz possa complicare i negoziati sul bilancio UE proposto di 2.000 miliardi di euro per il periodo 2028-2034.

Lo sviluppo più profondo non consiste quindi semplicemente nell’ascesa di un partito.

Si tratta della crescente incapacità del centro politico tedesco di conciliare il modello economico ereditato, gli impegni strategici assunti e l’elettorato che deve ancora persuadere.

I successi dell’AfD sono una delle manifestazioni di questo divario crescente. La vittoria di Die Linke a Berlino ne è un’altra.

La mappa politica tedesca si sta frammentando in diverse direzioni perché, prima di tutto, si sta frammentando il consenso su cui si basa.

E questo potrebbe rivelarsi ben più rilevante per l’Europa rispetto al destino di qualsiasi singolo cancelliere tedesco.


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Il segnale da Bishkek, di Karl Richter – I partenariati della Russia senza illusioni, di The Duran Daily

Il segnale da Bishkek

di Karl Richter

5 settembre
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Karl Richer guarda oltre le minacce militari occidentali e si sofferma sul vertice di Bishkek, spesso trascurato, dove le potenze emergenti dell’Eurasia hanno dimostrato di non aver più bisogno dell’Occidente.

Ecco una domanda: dov’è Bishkek? La sola domanda dice molto sugli standard e sugli orizzonti del giornalismo di qualità tedesco. Di questi tempi, ha ben poco da offrire al di là delle critiche a Putin e dell’odio isterico verso l’AfD. Bishkek, la capitale del Kirghizistan, non sembra rientrare nel suo radar.

Questo è un errore. La scorsa settimana, oscurata da titoli di giornale più sensazionalistici, Bishkek ha inviato un segnale che potrebbe rivelarsi ben più importante per il mondo del ventunesimo secolo rispetto alle minacce del governo Merz o alle prepotenze di Trump. L’Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai (SCO) ha tenuto lì il suo vertice di due giorni, in concomitanza con il venticinquesimo anniversario dell’organizzazione. Questo è un motivo sufficiente per esaminare la situazione più da vicino.

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Insieme al blocco BRICS, l’Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai (SCO) è la seconda grande associazione di stati non occidentali che si considera, almeno implicitamente, una rivale dell’Occidente. A differenza dei BRICS, tuttavia, l’Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai è chiaramente circoscritta all’Eurasia. Ciononostante, i suoi dieci stati membri – Cina, India, Pakistan, Russia, Bielorussia, Iran, Kazakistan, Kirghizistan, Uzbekistan e Tagikistan – rappresentano, secondo i dati dell’organizzazione stessa, oltre il 40% della popolazione mondiale e circa il 36-38% della produzione economica globale. Si tratta di una percentuale quasi pari a quella del blocco BRICS, che si attesta intorno al 40%, e considerevolmente superiore a quella del G7, che attualmente produce solo circa il 28% della produzione globale. Alla luce di questi dati, il mondo farebbe bene a prendere sul serio l’Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai. Eppure i principali media tedeschi ne parlano a malapena.

Al vertice di Bishkek hanno partecipato capi di Stato e di governo di ventuno Paesi. Tra questi, i rappresentanti dei più importanti Stati non occidentali: il presidente cinese Xi Jinping, il presidente indiano Narendra Modi, il leader del Cremlino Vladimir Putin, il presidente turco Recep Tayyip Erdoğan e il presidente iraniano Masoud Pezeshkian. Era presente anche il Segretario generale delle Nazioni Unite António Guterres. Il motto del vertice era “Venticinque anni dell’Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai: Insieme per una pace, uno sviluppo e una prosperità sostenibili”.

La dichiarazione finale del vertice ha condannato gli “attacchi militari sul territorio della Repubblica islamica dell’Iran, che hanno provocato numerose vittime civili e danni significativi all’economia del Paese”. Gli attacchi degli Stati Uniti e di Israele hanno violato, come chiunque dotato di buon senso difficilmente potrebbe negare, “i principi e le norme del diritto internazionale e della Carta delle Nazioni Unite”. In seguito alla morte dell’ex Guida Suprema iraniana, l’Ayatollah Ali Khamenei, ucciso nell’attacco americano alla fine di febbraio, i firmatari hanno anche espresso le loro “sincere condoglianze”. L’Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai (SCO) ha dichiarato il suo sostegno alla “sovranità e all’integrità territoriale” dell’Iran e ha chiesto una soluzione politica e diplomatica del conflitto nel Golfo. Ha inoltre riaffermato il “diritto inalienabile” di Teheran all’uso dell’energia nucleare per scopi pacifici.

La dichiarazione affrontava anche il tema delle “misure coercitive unilaterali” che violavano le norme dell’ONU e dell’OMC e che potevano avere “effetti negativi sull’economia globale”. Il riferimento era rivolto agli europei e agli americani, che ormai hanno adottato metodi da corsari, sequestrando beni russi come le navi appartenenti alla cosiddetta “flotta ombra”, o addirittura annettendo interi Paesi, come il Venezuela, ricco di petrolio.

Sul fronte economico, le discussioni hanno riguardato nuovi meccanismi di finanziamento e rotte di trasporto. Il paese ospitante, il Kirghizistan, sta promuovendo un proprio fondo di sviluppo dell’Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai (SCO) e un fondo di investimento per grandi progetti. L’interruzione delle catene di approvvigionamento globali causata dalla guerra con l’Iran, in particolare intorno allo Stretto di Hormuz, ha accresciuto l’importanza di nuovi corridoi energetici e di trasporto, e quindi dell’integrazione economica della Grande Eurasia. L’obiettivo è un “sistema commerciale multilaterale aperto, trasparente, equo, inclusivo e non discriminatorio”, qualcosa che l’Occidente ha abbandonato da tempo con le sue sanzioni sconsiderate e, in definitiva, suicide contro Russia e Cina. Vale la pena ricordare che il libero scambio mondiale era un tempo una dottrina anglo-americana. Oggi, lo Zio Sam impone dazi punitivi a metà del mondo, mentre l’Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai ha abbracciato il libero scambio globale. Comprende il valore di un’area economica libera da dazi e altre barriere.

Il leader cinese Xi Jinping e il presidente kirghizo Sadyr Japarov hanno siglato un trattato di “eterna amicizia, buon vicinato e cooperazione”, con Xi che ha parlato di un “periodo d’oro”. La Cina sta rafforzando la sua posizione in Asia centrale, in parte grazie alla ferrovia Cina-Kirghizistan-Uzbekistan. L’Uzbekistan, dal canto suo, ha promosso il Corridoio Trans-Afghano, che collega l’Asia centrale ai porti dell’Oceano Indiano. L’Azerbaigian e l’Armenia hanno sfruttato il vertice per discutere del loro processo di pace.

Le tensioni interne all’organizzazione, che non sono un segreto, erano evidenti nel rapporto tra India e Pakistan. Modi ha parlato di una “sfida seria per tutta l’umanità” e ha chiesto che non ci sia “spazio per i doppi standard”. Il Primo Ministro pakistano Shehbaz Sharif, dal canto suo, ha sottolineato gli “immensi sacrifici” compiuti dal suo Paese nella lotta al terrorismo. La dichiarazione congiunta ha infine condannato il terrorismo in tutte le sue forme e ha dichiarato inaccettabili i “doppi standard”. Non ci vuole molta immaginazione per vedere l’Occidente riflesso in questa formula: sostiene o pratica direttamente le peggiori forme di terrorismo di Stato in Iran e nei territori palestinesi, eppure tace sugli attacchi terroristici ucraini contro i civili russi. Tali doppi standard morali sono diventati sinonimo dei tanto invocati “valori occidentali”. Non sorprende quindi che gran parte del mondo non voglia più averci niente a che fare.

Oltre ai dieci membri attuali dell’Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai (SCO), più di una dozzina di altri Stati, tra cui l’Arabia Saudita e il Vietnam, aspirano a stringere legami più stretti con l’organizzazione in qualità di partner di dialogo. Nei venticinque anni della sua esistenza, la SCO si è dimostrata un motore affidabile di integrazione economica e politica nell’immensa area eurasiatica, e la sua importanza in questo ruolo continuerà a crescere nei prossimi anni. Insieme al blocco BRICS, la SCO è quindi sulla buona strada per diventare un attore di primo piano nell’ordine mondiale multipolare del XXI secolo. L’Occidente, la cui economia si basa sul dollaro è in declino, non può che osservare questo processo con invidia; non è più in grado di fermarlo.

L’ironia della storia è che Putin e il suo successore temporaneo al Cremlino, Dmitry Medvedev, invitarono ripetutamente gli europei, all’inizio degli anni 2000, ad aderire a un’area economica comune che si estendesse da Lisbona a Vladivostok, in cui la Germania avrebbe goduto della posizione di partner privilegiato. La realizzazione di questa visione avrebbe vanificato l’opera sovversiva secolare delle reti di influenza transatlantiche il cui unico obiettivo, come riconosciuto dal cofondatore di STRATFOR George Friedman, era impedire alle due grandi potenze continentali eurasiatiche, Germania e Russia, di unire le forze. Agli europei non fu quindi permesso di accettare l’offerta russa nemmeno allora. Non era nell’interesse dei loro protettori. Oggi, un quarto di secolo dopo, l’Europa – a causa delle sue sanzioni suicide contro la Russia e delle politiche rovinose delle sue élite parassitarie – è diventata nient’altro che una debole ed esausta appendice della comunità eurasiatica, in caduta libera sul piano economico, politico e demografico. La futura grande potenza dell’Eurasia, al contrario, si sta costruendo in modo indipendente grazie a leader lungimiranti come Putin, Xi Jinping, Modi e altri, nonostante i loro interessi contrastanti. Non hanno più bisogno dell’Occidente.

(Tradotto dal tedesco)

I partenariati della Russia senza illusioni

L’India e la Turchia non stanno schierandosi con fazioni rivali; il loro comportamento dimostra che la multipolarità è un mercato di interessi, non un’alleanza.

Il Duran Daily9 settembre
 
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La descrizione che Alexander Mercouris fa degli “ex alleati e amici” della Russia mette in luce una realtà scomoda per Mosca. Il nascente ordine multipolare potrà anche mettere in discussione il predominio occidentale, ma non lo sostituisce con una coalizione disciplinata e unita dietro alla Russia.

L’India ne è un esempio calzante. Il 25 e 26 febbraio, Narendra Modi si è recato in visita in Israele e ha elevato le relazioni con il governo di Benjamin Netanyahu al rango di “Partenariato strategico speciale per la pace, l’innovazione e la prosperità”. L’accordo ha ampliato la cooperazione nei settori della difesa, della sicurezza informatica, dell’intelligenza artificiale, del commercio e delle infrastrutture strategiche.

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La visita si è conclusa appena 48 ore prima dell’inizio degli attacchi statunitensi e israeliani contro l’Iran. Nuova Delhi non è rimasta letteralmente in silenzio: ha espresso “profonda preoccupazione” e ha invitato alla moderazione. Tuttavia, ha evitato in modo evidente di condannare sia Washington che Israele.

Questa distinzione è importante. L’India intrattiene relazioni significative con la Russia e l’Iran, ma il governo di Modi ha al contempo sviluppato un forte legame strategico, tecnologico e ideologico con Israele. Come The Guardian ha riportato, l’India è inoltre sempre più integrata nella catena di approvvigionamento della difesa israeliana.

La Turchia adotta una forma ancora più articolata di ambiguità strategica. Erdoğan ha ospitato il vertice NATO di Ankara a luglio, in occasione del quale l’alleanza ha rinnovato il proprio sostegno all’Ucraina e rafforzato la propria posizione nel settore militare-industriale. Ciononostante, continua ad ampliare la cooperazione con Mosca nei settori energetico, nucleare e commerciale.

La contraddizione si estende anche a Israele. Nonostante l’embargo commerciale dichiarato da Ankara, Reuters ha riferito che il greggio azero spedito attraverso il terminale turco di Ceyhan ha rappresentato il 46,4% delle importazioni petrolifere israeliane nel 2025. La Turchia sostiene di non vendere il petrolio né di controllarne la destinazione finale, ma questi flussi mettono in luce il divario tra la retorica politica di Erdoğan e il sistema commerciale che opera attraverso il territorio turco.

Nulla di tutto ciò rende l’India o la Turchia nemiche della Russia. Le rende piuttosto potenze con cui intrattenere rapporti di natura transazionale, che perseguono la massima libertà di manovra. Mosca dovrebbe quindi considerare il BRICS, l’Organizzazione di Cooperazione di Shanghai e i propri partenariati bilaterali come strutture negoziali, non come garanzie di sicurezza.

La massima di Palmerston rimane di cruda attualità: «Non abbiamo alleati eterni, né nemici perpetui. I nostri interessi sono eterni e perpetui».

Il nuovo ordine non sarà suddiviso nettamente in due blocchi fedeli. Sarà caratterizzato da governi che cambieranno posizione ogni volta che l’influenza, il profitto o la sopravvivenza lo richiederanno.

Un settembre da ricordare – Ostacolo alla produzione, di Jon Kurpis

Un settembre da ricordare

Una rapida panoramica sul mese di settembre 2026, con un’attenzione particolare agli eventi chiave in programma e al modo in cui potrebbero influenzare gli ultimi mesi dell’anno e preparare il terreno per il 2027.

Jon Kurpis6 settembre
 
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Jon Kurpis è un funzionario eletto, scrittore e imprenditore impegnato a difendere gli interessi dei cittadini comuni. Noto per la sua mentalità indipendente e il suo approccio basato sui principi, Kurpis è rispettato per la sua capacità di chiamare i detentori del potere a rispondere delle proprie azioni. La sua esperienza nel campo della pubblica amministrazione, della politica e della geopolitica lo rende una voce autorevole su questioni politiche e culturali complesse. È analista collaboratore di The Duran Daily. Altri suoi articoli sono disponibili sul suo Substack, kurpis.substack.com.


Da bambino, essendo cresciuto e avendo frequentato la scuola negli Stati Uniti, il mio periodo preferito dell’anno erano i due mesi estivi, luglio e agosto, in cui tutti gli studenti erano in vacanza. Una volta finito agosto, la scuola ricominciava con una nuova classe, nuovi insegnanti e tante cose nuove da imparare.

Di conseguenza, ho iniziato spontaneamente a considerare l’inizio di settembre come l’inizio del nuovo anno. Dopotutto, se tu fossi, diciamo, della classe del 2027, quell’anno inizierebbe all’inizio di settembre del 2026.

Crescendo, mi sono reso conto che, per quanto riguarda gli avvenimenti geopolitici, settembre funziona più o meno allo stesso modo. Ciò che accade nel corso del nono mese non solo contribuisce a determinare ciò che accadrà nel quarto trimestre di quell’anno, ma getta anche le basi per l’anno successivo.

Il mese di settembre rappresenta quindi un importante punto di partenza sia per gli eventi del quarto trimestre che per l’anno a venire. Per questo motivo, è utile per tutti conoscere e comprendere gli eventi che si verificheranno nel corso del mese di settembre 2026, in modo da poter poi fare delle ipotesi su ciò che potrebbe accadere da ottobre a dicembre e, in ultima analisi, per tutto il 2027 e oltre.


Per quanto riguarda gli impegni geopolitici e diplomatici in programma nel mese di settembre, è possibile classificarli al meglio nel modo seguente: organismi internazionali, eventi incentrati sugli Stati Uniti che potrebbero influenzare il panorama geopolitico, elezioni globali e una categoria “Varie 4”th per tutto ciò che non rientra chiaramente nelle prime tre.

Organismi internazionali
Se consideriamo gli organismi internazionali che hanno in programma di riunirsi nel mese di settembre, il primo e più importante tra questi, che terrà la propria sessione, è l’Organizzazione delle Nazioni Unite.

All’inizio del mese, la Francia ha assunto la presidenza del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, il che significa che gestirà il programma del Consiglio e svolgerà un ruolo nelle controversie che potrebbero riguardare l’Iran, l’Ucraina, la sicurezza in Medio Oriente, ecc.

Il 17 settembre, anche il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite si riunirà e potrebbe votare in merito a un comitato di monitoraggio delle sanzioni contro l’Iran.

Successivamente, tra il 22 settembree e il 28 settembree, l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite terrà il suo dibattito generale a New York. Nel corso di questi incontri verranno affrontate numerose questioni importanti e si prevede che il presidente degli Stati Uniti Donald Trump partecipi e intervenga il 22e.

Il 25 settembre si terrà una riunione ad alto livello delle Nazioni Unite sulla preparazione alle pandemie. Considerate le prestazioni disastrose e le diffuse manipolazioni da parte dei governi durante la pandemia di Covid, questa riunione merita di essere seguita con attenzione.

Infine, il 29 settembreth, si terrà una riunione delle Nazioni Unite sul disarmo nucleare. Se i leader mondiali agissero davvero nell’interesse dei propri popoli e fossero sinceramente razionali, questo sarebbe un evento di incredibile importanza, poiché la questione più ampia della sicurezza nucleare è particolarmente rilevante in questo momento storico.

In questo contesto, vale anche la pena seguire con attenzione le riunioni di settembre che vedranno coinvolta l’Agenzia internazionale per l’energia atomica (AIEA).

Dal 14settembre al 18settembre, si terrà a Vienna la 70ª Conferenza generale dell’AIEA, durante la quale saranno affrontate tutte le tipiche questioni relative al settore nucleare.

Oltre alle Nazioni Unite e all’AIEA, vi è una serie di altri organismi internazionali che organizzano riunioni e/o conferenze nel corso del mese.

Tra il 14 settembree e il 18 settembree, si terrà in Laos la terza conferenza di revisione della Convenzione sulle munizioni a grappolo. Questa, in teoria, è l’occasione ideale per concentrarsi sulla limitazione dell’uso delle munizioni a grappolo in guerra. Ma, in tutta onestà, non vedo alcun motivo per ritenere che ne deriveranno progressi significativi, vista la deplorevole situazione della leadership internazionale, in particolare da parte dell’Occidente nel suo insieme.

Nel frattempo, mentre si svolge questa Convenzione sulle munizioni a grappolo, dal 16 al 18 settembre si terrà il Summit sulla difesa dell’IISS a Praga. Si tratta di un forum in cui i leader europei della difesa si riuniscono per discutere temi quali la minaccia rappresentata dalla Russia e l’impegno militare a lungo termine degli Stati Uniti in Europa. In sostanza, l’evento funge da stimolo per spingere gli europei ad ampliare la propria capacità militare.

Il 22 settembree, è prevista una riunione del Consiglio “Affari generali” dell’UE. Si tratta di un evento da seguire con grande attenzione, poiché è probabile che vengano messi in evidenza l’estensione progressiva delle missioni dell’UE e proposte di riforma istituzionale che non vanno a vantaggio né della sovranità degli Stati membri né delle prospettive di pace internazionale.

Eventi incentrati sugli Stati Uniti
Per quanto riguarda gli impegni incentrati sugli Stati Uniti previsti nel corso del mese, è in programma un’iniziativa diplomatica del Dipartimento di Stato americano che si protrarrà fino al 10settembre per espandere gli interessi degli Stati Uniti in Africa.

Il 10 settembreth fino all’11 settembreth rappresenta anch’esso un periodo significativo per gli Stati Uniti, soprattutto dal punto di vista emotivo.

Il 10 settembreth ricorre il primo anniversario dell’assassinio di Charlie Kirk, un evento che ha profondamente sconvolto un ampio spettro di americani. Nonostante quanto riportato dai media mainstream, il caso è ben lungi dall’essere risolto e ha sollevato una serie di questioni distinte di cui non è necessario parlare ora, ma che sono comunque importanti e di cui è bene essere a conoscenza.

L’11 settembreth segna il 25th° anniversario dell’11 settembre. Presumo che chiunque legga queste righe comprenda appieno la gravità di tale ricorrenza.

Nel frattempo, a fare da sfondo a questi due anniversari c’è un’esercitazione militare trilaterale tra Stati Uniti, Giappone e la Corea del Sud, che si terrà dal 7settembre all’11settembre e si concentrerà sulla difesa missilistica, sulle operazioni marittime e su altri aspetti della cooperazione militare che sono fondamentali per la strategia indo-pacifica del Pentagono.

In sostanza, si tratta di due ricorrenze cariche di emotività e di un’operazione militare trilaterale che si svolgono nello stesso periodo, il che rende la situazione degna di attenzione.

Il 24 settembreth, il presidente Trump e il presidente cinese Xi Jinping dovrebbero incontrarsi alla Casa Bianca per discutere una miriade di questioni, che spaziano dal commercio a Taiwan, all’Iran e altro ancora. Questo sarà, senza dubbio, l’incontro bilaterale più importante per gli Stati Uniti da qui alla fine del 2026.

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Elezioni nel mondo
Un’altra importante serie di eventi che si susseguiranno più volte nel corso del mese di settembre è rappresentata dalle elezioni che si terranno in tutto il mondo.

Il 13 settembre, la Svezia, membro della NATO e dell’Unione Europea, terrà le elezioni parlamentari. Lo stesso giorno, in Giappone si terranno anche le elezioni per il governatore di Okinawa, evento importante per le questioni di natura militare.

Il 20 settembre si terranno le elezioni della Duma di Stato russa e saranno in palio tutti i 450 seggi. Sebbene si preveda che il partito che sostiene il presidente Putin mantenga la maggioranza, l’andamento dei risultati potrebbe avere un impatto significativo sul modo in cui la Russia porterà avanti l’operazione militare speciale in Ucraina.

E poi, il 23settembre, in Marocco si terranno le elezioni parlamentari, che potrebbero rivelarsi interessanti soprattutto alla luce dei recenti avvenimenti legati a Ceuta.

Oltre a queste elezioni, a settembre prenderà il via la stagione delle elezioni di medio termine negli Stati Uniti. Il controllo sia della Camera dei Rappresentanti che del Senato rimane in bilico e l’agenda di Trump per la seconda metà del suo ultimo mandato dipenderà dall’esito di tali elezioni.

È corretto osservare che, indipendentemente dal partito che detiene la presidenza, è normale che l’opposizione riprenda il controllo della Camera o del Senato durante le elezioni di medio termine. Pertanto, nonostante le sue azioni in materia di politica estera finora poco convincenti, il presidente Trump potrebbe perdere il controllo del Congresso non a causa dei suoi risultati, ma semplicemente perché è ciò che storicamente tende ad accadere.

Detto questo, l’incapacità del presidente Trump di prendere le distanze dall’Ucraina e la sua decisione catastrofica di attaccare l’Iran non gli hanno certo fatto bene, e i risultati delle elezioni di medio termine avranno conseguenze incredibili su ciò che potrà o non potrà fare, nonché sull’impatto che ciò avrà sul mondo.

Varie
Oltre a tutto ciò che è stato menzionato, vi sono numerose questioni varie che andranno senza dubbio ad arricchire questo mese già ricco di avvenimenti. Tra queste figurano, a titolo esemplificativo ma non esaustivo, la guerra in Iran, la guerra in Ucraina, le relazioni degli Stati Uniti con l’Europa, l’India e Israele, il ruolo dell’America nella scelta del prossimo Segretario Generale delle Nazioni Unite e una miriade di altre questioni che influenzeranno in qualche modo il modo in cui si concluderà quest’anno e inizierà quello successivo.

Conclusione
Come già durante gli anni della scuola elementare e anche in età adulta, settembre è stato e continua ad essere un mese di grande importanza strategica sotto molti aspetti.

Se si tiene conto di tutto ciò che è stato discusso in questo articolo, questo settembre si preannuncia come un mese di importanza storica, poiché getta sottilmente le basi per la conclusione del 2026 e l’inizio del 2027, con tutto ciò che ne consegue.

E, in definitiva, questo è il motivo per cui ho deciso di dedicare il mio tempo a informarvi al riguardo ed è anche ciò che mi ha ispirato a intitolare questo articolo Un settembre da ricordare.

Come sempre, vi ringrazio per il vostro costante sostegno e per la vostra fedeltà.

Alla prossima,

Jon Kurpis

DICHIARAZIONE DI NON RESPONSABILITÀ: Il presente articolo è pubblicato esclusivamente a titolo personale e riflette esclusivamente le mie opinioni e analisi individuali. Nulla di quanto qui contenuto deve essere interpretato come una dichiarazione ufficiale, una comunicazione o una posizione politica associata al mio ruolo di funzionario eletto, né a qualsiasi comune, autorità governativa, partito politico o istituzione pubblica affiliata. Inoltre, le opinioni espresse non riflettono necessariamente i punti di vista o le posizioni di The Duran.

Ostacolo alla produzione

Una serie in due parti che esamina la storia della macchina bellica industriale americana e i fattori strutturali alla base dell’attuale crisi della produzione militare degli Stati Uniti.

Jon Kurpis8 settembre
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Originariamente pubblicato da The Duran il 2 agosto 2026.

Nel mio recente articolo pubblicato su The Duran Substack , intitolato “It Starts with a C” (Inizia con una C) , ho esaminato il collegamento tra il discorso del Presidente Trump del 3 luglio al Mount Rushmore e la possibilità di un conflitto militare tra Stati Uniti e Cuba. Tra le questioni esplorate, la prospettiva che il complesso militare-industriale possa considerare Cuba come un futuro centro di produzione militare, dati i bassi costi della manodopera, le risorse naturali disponibili e la necessità americana di espandere la propria capacità produttiva. Un’importante domanda correlata, ma non affrontata in quell’articolo, è: perché gli Stati Uniti hanno un problema di produzione militare? Questa serie in due parti approfondisce tale questione ed esamina la storia della produzione militare americana, la crisi attuale, le forze che ne sono responsabili e cosa tutto ciò significhi per il futuro del Paese.

Prima di iniziare, è doveroso precisare che non sono un esperto di catene di approvvigionamento, logistica o produzione su larga scala, né civile né militare. Allo stesso tempo, come la maggior parte degli adulti competenti, non sono uno sprovveduto. Ho fondato aziende, attualmente ricopro una carica elettiva e sono uno storico, e ho dedicato decenni allo studio della geopolitica e degli affari politici interni. Detto questo, non serve la mia esperienza o una carriera nel settore manifatturiero o nelle forze armate per riconoscere che qualcosa non va nella capacità produttiva militare americana. I conti semplicemente non tornano. La questione diventa ancora più preoccupante se si considera che gli Stati Uniti si apprestano a spendere oltre 1.000 miliardi di dollari il prossimo anno per spese legate alla difesa. È difficile credere che una somma così ingente possa affluire nel settore della difesa mentre la produzione sembra essere così scarsa, soprattutto quando c’è un’evidente necessità di aumentare la produzione. È ancora più difficile conciliare questa realtà se si pensa a ciò di cui gli Stati Uniti erano capaci una generazione fa.

Produzione militare nel corso della storia degli Stati Uniti

Per quanto riguarda la produzione militare negli Stati Uniti, esiste una vasta documentazione storica sul funzionamento della base industriale della difesa nazionale. Sebbene nessun conflitto sia stato uguale all’altro, gli Stati Uniti hanno partecipato a un numero sufficiente di guerre, operazioni militari e scontri cinetici da poter disporre di un solido bagaglio di conoscenze da cui trarre insegnamenti fondamentali. Prima di esaminare le problematiche che la base industriale militare si trova ad affrontare oggi, ripercorriamo brevemente questi conflitti per stabilire un punto di riferimento su cui basarci.

Guerra civile americana

La Guerra Civile Americana fu un conflitto terribile, noto per la morte, la distruzione e, in una nota positiva, per la fine della schiavitù negli Stati Uniti. Ma al di là dei fatti ben noti, la Guerra Civile rappresentò anche il primo esempio di produzione militare su larga scala negli Stati Uniti che presenta alcune analogie con le pratiche moderne.

All’apice della potenza militare-industriale si trovava la storica armeria di Springfield. Al suo apice, la armeria di Springfield produceva circa 1.000 fucili al giorno, a cui si aggiungevano altri 500 fucili prodotti quotidianamente dalle altre fabbriche nordiste. Complessivamente, 1.500 fucili prodotti al giorno dalle fabbriche dell’Unione rappresentavano una quantità sbalorditiva per l’epoca. Questa cifra non tiene nemmeno conto delle centinaia di migliaia di proiettili prodotti quotidianamente dalle fabbriche dell’Unione durante la guerra.

Prima guerra mondiale

Il 6 aprile 1917, gli Stati Uniti d’America entrarono ufficialmente nella Prima Guerra Mondiale, quando il Congresso approvò la richiesta del Presidente Woodrow Wilson di dichiarare guerra alla Germania. Sebbene il coinvolgimento diretto nella Prima Guerra Mondiale sia durato meno di due anni, la produzione industriale militare fu notevole. Nello specifico, gli Stati Uniti furono in grado di produrre 14.000 aerei, 20.000 motori aeronautici, 1.000 navi mercantili, migliaia di camion militari e centinaia di migliaia di proiettili di artiglieria al mese.

A ben guardare, il risultato più significativo della Prima Guerra Mondiale per gli americani non fu un record di produzione specifico. Fu piuttosto il fatto che la guerra portò alla creazione di sistemi interni, standardizzazioni, collaborazioni tra governo e industria, politiche di appalto e produzione in catena di montaggio che resero possibili i futuri numeri di produzione vertiginosi.

Seconda Guerra Mondiale

Il giorno dopo l’attacco a sorpresa giapponese a Pearl Harbor, il 7 dicembre 1941, gli Stati Uniti entrarono nella Seconda Guerra Mondiale dichiarando ufficialmente guerra al Giappone. E con ciò, l’America iniziò la sua trasformazione da un’economia ancora in fase di ripresa dalla Grande Depressione nella più grande macchina militare industriale che il mondo abbia mai conosciuto.

Nel corso della guerra, i numeri della produzione bellica americana furono altissimi. Le fabbriche statunitensi produssero approssimativamente:

• 4500 navi militari

• 60.000 mezzi da sbarco

• 86.000 carri armati

• 297.000 aeromobili

• 2,4 milioni di camion militari

• Milioni di mitragliatrici

• Milioni di pezzi di artiglieria

• Milioni di tonnellate di munizioni

E all’apice della produzione militare della seconda guerra mondiale, gli Stati Uniti producevano all’incirca:

• 170 aerei al giorno

• 50 carri armati al giorno

• 8000 veicoli militari al giorno

Un livello di produzione così senza precedenti non fu frutto del caso. Fu il risultato di un’attenta pianificazione e di un enorme sforzo congiunto da parte delle aziende americane e della popolazione stessa. Sebbene non manchino i successi manifatturieri di quegli anni, di seguito ne riportiamo alcuni esempi per illustrare la portata di quanto fu realizzato.

La fabbrica Ford di Willow Run e il bombardiere B-24

Il bombardiere B-24, composto da oltre un milione di pezzi, era una delle macchine più complesse dell’epoca. Per agevolarne la produzione, Ford inaugurò un gigantesco stabilimento lungo un miglio, chiamato Willow Run, che adattò i metodi della catena di montaggio automobilistica alla produzione aeronautica. I risultati furono davvero incredibili. Nel 1944, Willow Run produceva un nuovo bombardiere B-24 ogni 63 minuti.

Per raggiungere questi numeri straordinari, 42.000 lavoratori hanno preso parte all’impresa. Tra questi, migliaia di donne, conosciute come “Rosie the Riveters”, il cui contributo è stato fondamentale per rendere possibile questo livello di produzione.

Cantieri navali Kaiser

Pur non avendo mai costruito una nave prima di avviare la sua attività, Henry Kaiser rivoluzionò la cantieristica navale americana durante la Seconda Guerra Mondiale. Nel corso della guerra, i cantieri navali Kaiser produssero centinaia di navi Liberty e Victory.

Questa straordinaria impresa fu resa possibile da una forza lavoro di oltre 250.000 persone di ogni sesso, razza e nazionalità. Come accadde in altri stabilimenti produttivi durante la guerra, molti operai avevano poca o nessuna esperienza industriale pregressa. Per far fronte a questa situazione, Kaiser inventò nuove strategie di produzione, tra cui turni multipli per coprire tutte le ore del giorno, un’ampia prefabbricazione e sistemi di formazione che permisero ai nuovi lavoratori di diventare produttivi molto rapidamente.

Progetto Manhattan

Il Progetto Manhattan non fu un’impresa di produzione militare nel senso tradizionale del termine, ma fu altrettanto straordinario, al pari degli altri esempi citati, in termini di portata e complessità. Con un costo di decine di miliardi di dollari attuali e un impiego di oltre 130.000 persone al suo apice, il Progetto Manhattan richiese la costruzione di città segrete come Los Alamos, dove molti operai non avevano la minima idea di cosa stessero contribuendo a costruire.

Il progetto richiedeva inoltre centrali elettriche, ingenti quantità di rame e argento, innovazione scientifica e un’infrastruttura industriale senza precedenti. In definitiva, questa integrazione concertata di scienza, tecnologia militare e produzione culminò nello sviluppo delle prime bombe atomiche al mondo.

La guerra di Corea

Pur non essendo esente da problemi, la guerra di Corea dimostrò che l’enorme capacità industriale militare americana, sviluppata durante la seconda guerra mondiale, non era stata un caso fortuito. All’inizio del conflitto si verificarono carenze di equipaggiamento, ma questi problemi furono affrontati con decisione e risolti per lo più entro un anno. Superati questi intoppi iniziali, la produzione militare statunitense si espanse a tal punto da permettere agli Stati Uniti di soddisfare il proprio fabbisogno e al contempo rifornire gli alleati.

La guerra in Vietnam

Sebbene la guerra del Vietnam sia oggi considerata un disastro militare, all’epoca servì a dimostrare la portata della potenza industriale della difesa americana. Ciò è confermato dal fatto che gli Stati Uniti furono in grado di equipaggiare con relativa facilità oltre mezzo milione di soldati in tutto il mondo. Inoltre, la guerra portò anche a un’enorme fornitura di elicotteri, aerei, munizioni e altre attrezzature necessarie al combattimento. In termini di risultato finale, la capacità industriale militare non fu un fattore determinante. Piuttosto, l’esito fu plasmato da vincoli politici interni e da un avversario disposto a sopportare perdite straordinarie in un periodo di conflitto prolungato.

Amministrazione Reagan

I due mandati del presidente Reagan segnarono gli ultimi anni della Guerra Fredda. Durante questo periodo, gli Stati Uniti raggiunsero un livello di superiorità militare senza precedenti. Decenni di preparazione a una guerra con l’URSS avevano portato a ingenti investimenti sia in ricerca e sviluppo che nella produzione, consentendo agli Stati Uniti di creare tecnologia stealth, missili a guida di precisione, sottomarini a propulsione nucleare, portaerei e sistemi di sorveglianza satellitare avanzati su una scala ineguagliata da qualsiasi altra nazione.

Cambiamento post-Guerra Fredda

Con la fine della Guerra Fredda, la strategia militare statunitense si è allontanata dal mantenimento di grandi arsenali convenzionali per orientarsi verso l’accumulo di un numero minore di sistemi d’arma sofisticati. L’obiettivo era migliorare le capacità sul campo di battaglia e l’efficienza operativa, riducendo al contempo i costi complessivi. Tuttavia, questo cambiamento è avvenuto a scapito della capacità produttiva e questo modello ha caratterizzato l’industria della difesa americana da allora in poi.

Prima guerra del Golfo

La prima guerra del Golfo, iniziata all’inizio del 1991, rappresentò una vera e propria lezione di logistica militare americana. Fortemente basata su ingenti scorte di munizioni e attrezzature accumulate durante la Guerra Fredda, la guerra fu una dimostrazione degli investimenti statunitensi in tecnologia, addestramento, produzione e pianificazione nel settore della difesa.

Guerra in Afghanistan

La guerra contro i talebani in Afghanistan ha dimostrato molti dei punti di forza dell’esercito americano, tra cui la raccolta di informazioni, le prime tecnologie dei droni e gli attacchi con armi a guida di precisione. E, quantomeno, gli Stati Uniti hanno dimostrato di essere in grado di sostenere operazioni militari per un periodo di 20 anni. Allo stesso tempo, la guerra ha messo in luce la crescente difficoltà di sostituire equipaggiamenti militari specializzati, offrendo un primo segnale delle sfide che l’industria della difesa avrebbe dovuto affrontare in futuro.

Seconda guerra in Iraq

Dal punto di vista militare, la guerra in Iraq del 2003 è nota sia per la sua rapida vittoria convenzionale, sia per aver messo in luce importanti lacune. Il rifornimento di equipaggiamento si rivelò più difficile del previsto e la pianificazione per il mantenimento della sicurezza dopo l’invasione risultò insufficiente. La capacità produttiva in sé non rappresentava ancora il problema critico che è oggi, ma la guerra rivelò i primi segnali delle difficoltà che sarebbero diventate molto più evidenti negli anni a venire.

Produzione militare odierna

Nonostante la storica capacità produttiva, le forze armate statunitensi si trovano attualmente in una situazione di carenza di equipaggiamenti e munizioni. Ciò include una diminuzione delle scorte di intercettori Patriot, proiettili di artiglieria da 155 mm, munizioni a guida di precisione e sistemi di difesa aerea. Inoltre, le forze armate statunitensi hanno una capacità di risposta rapida molto limitata, aggravata dalla dipendenza da un unico fornitore e da una base industriale moderna non progettata per sostenere i massicci tassi di consumo associati a conflitti ad alta intensità per lunghi periodi di tempo.

Questi problemi sono ulteriormente aggravati dalla carenza di materiali critici. Sebbene l’attenzione tenda a concentrarsi sulla dipendenza degli Stati Uniti dalle terre rare, questo rappresenta solo una parte del problema. Gli Stati Uniti devono affrontare anche la carenza di motori a razzo, esplosivi, propellenti, componenti radar, microelettronica e vari altri componenti essenziali.

Anche se il Pentagono si impegnasse a fondo per affrontare queste carenze, rimarrebbero comunque notevoli ostacoli da superare. La produzione legata alla difesa è limitata dalla scarsità di lavoratori qualificati e non qualificati, da tempi pluriennali per la costruzione o l’ampliamento degli impianti di produzione, da arretrati nella manutenzione e da una capacità produttiva alleata pressoché inesistente. Nel complesso, questi fattori rendono quasi impossibile ricostituire le scorte attuali, sostenere operazioni prolungate o espandere rapidamente la produzione nel prossimo futuro.

Conclusione

Dalla Guerra Civile fino ai giorni nostri, le forze armate statunitensi si sono ripetutamente trovate ad affrontare una vasta gamma di sfide produttive. Queste esperienze hanno rivelato sia approcci vincenti che errori costosi. Detto questo, questo enorme patrimonio collettivo di know-how nella produzione militare avrebbe dovuto, in teoria, plasmare la pianificazione della difesa contemporanea in modo tale che gli Stati Uniti non si trovino nella situazione in cui si trovano oggi.

Purtroppo, l’attuale capacità produttiva militare statunitense è imbarazzantemente esigua rispetto agli standard del passato e del tutto insufficiente, come dimostrato dalle guerre in corso in Ucraina e contro l’Iran. Di fatto, le forze armate statunitensi sono tristemente impreparate a sottomettere i propri nemici in un modo che era possibile in un passato non troppo lontano.

La mancanza di produzione militare statunitense a cui stiamo assistendo è davvero senza precedenti e non può essere sottovalutata. La gravità della situazione è stata descritta al meglio da Alexander Mercouris nell’episodio del 27 luglio di The Duran. Mercouris ha affermato:

«Ci ​​troviamo in un momento davvero straordinario della storia moderna, addirittura dalla Guerra Civile Americana del 1860. Non ricordo una situazione in cui gli Stati Uniti abbiano dovuto interrompere e sospendere una guerra per mancanza di armi. È un evento eccezionale. Se pensiamo alle precedenti guerre americane, gli Stati Uniti disponevano sempre di un’abbondanza di armi. Ora, dopo pochi mesi di combattimenti, queste armi sono state esaurite dall’Iran.»

Nella seconda parte di “Ostacoli alla produzione”, esamineremo alcuni fattori produttivi meno noti, ma di grande rilevanza, che hanno contribuito alla situazione attuale degli Stati Uniti. Dopo aver analizzato questi problemi, esploreremo le soluzioni pratiche che, pur non offrendo una soluzione immediata, contribuiranno a prevenire il ripetersi di sfide simili in futuro, a condizione che vengano attuate riforme significative.

Si conclude così la Parte 1 di Ostruzione della Produzione .

Come sempre, vi ringrazio per il vostro continuo supporto e per la vostra fedeltà come lettori.

Alla prossima,

Jon Kurpis

PS Per ulteriori contenuti e analisi geopolitiche, iscrivetevi a kurpis.substack.com .


DISCLAIMER:

Questo articolo è pubblicato esclusivamente a titolo personale e riflette unicamente le mie opinioni e analisi individuali. Nulla di quanto contenuto nel presente documento deve essere interpretato come una dichiarazione ufficiale, una comunicazione o una posizione politica associata al mio ruolo di funzionario eletto, a qualsiasi comune, autorità governativa, partito politico o istituzione pubblica affiliata. Inoltre, le prospettive espresse non riflettono necessariamente le opinioni o le posizioni di The Duran.

L’incidente con il guardaroba dell’imperatore, di CSIS – La debacle iraniana e i limiti del potere americano, di THe Duran

L’incidente con il guardaroba dell’imperatore
Commento di William Reinsch
Nella sua rubrica di questa settimana, Bill Reinsch sostiene che i paesi hanno iniziato ad adattarsi alla politica commerciale dell’amministrazione Trump perseguendo accordi non vincolanti che offrono una soluzione immediata ma garantiscono una limitata applicabilità.

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Risultati delle politiche
A diciotto mesi dall’inizio dell’amministrazione, è ora possibile trarre alcune conclusioni su come le politiche commerciali di Trump stiano andando con gli altri paesi. In breve, non così male come si potrebbe pensare, ma l’aspetto importante è il processo di apprendimento che si è verificato e come i paesi bersaglio di Trump si siano adattati man mano che hanno iniziato a comprendere meglio le sue tattiche. Gli altri paesi hanno imparato che, sebbene il re abbia ancora alcuni vestiti, sta avendo seri problemi di guardaroba.
•Trump sta cercando di riorientare il sistema commerciale per adattarlo alla sua idea di ciò che è bene per gli Stati Uniti, e i suoi bruschi cambiamenti hanno creato un percorso prevedibile: panico iniziale, seguito da lamentele e proteste, e infine negoziati e soluzioni tampone volte a mitigare gli effetti delle sue minacce e di quanto è stato negoziato.•Il risultato è un nuovo equilibrio che accoglie alcuni cambiamenti, si limita a dare un’adesione formale ad altre richieste e cerca di mantenere il più possibile lo status quo ante. Trump, nel frattempo, sembra tollerare la battuta sui TACO nella convinzione che, anche quando fa marcia indietro, alla fine si troverà comunque in una posizione migliore rispetto a quella di partenza.Leggi il commento
Sono trascorsi 18 mesi dall’inizio dell’amministrazione Trump ed è ora possibile trarre alcune conclusioni su come le sue politiche commerciali stiano andando con gli altri Paesi. In breve, non così male come si potrebbe pensare, ma l’aspetto fondamentale è il processo di apprendimento che si è verificato e come i Paesi bersaglio di Trump si siano adattati, iniziando a comprendere meglio le sue tattiche. Gli altri Paesi hanno imparato che, sebbene il re abbia ancora dei vestiti, sta avendo seri problemi di guardaroba.

Durante la campagna presidenziale del 2016 circolava una battuta secondo cui i Democratici prendevano Trump alla lettera, ma non sul serio, mentre i Repubblicani lo prendevano sul serio, ma non alla lettera. Ovviamente, ora tutti devono prenderlo sul serio, ma l’esperienza suggerisce che i Repubblicani si sono rivelati più nel giusto dei Democratici. Anche altri Paesi stanno imparando questa lezione. Ciò che dice conta, ma le sue minacce non sempre si traducono in realtà. La sua tendenza a ritirare le minacce o a ridimensionare le sue azioni ha dato origine alla battuta del suo secondo mandato: il TACO – Trump si tira sempre indietro. Non succede sempre, ma è accaduto abbastanza spesso da indurre altri Paesi a smettere di farsi prendere dal panico, come accadde quando furono annunciati i dazi del Giorno della Liberazione nell’aprile del 2025, e a sviluppare invece risposte più raffinate. Allo stesso modo, i mercati finanziari hanno iniziato a prendere i suoi commenti con più calma, e la reazione ad alcuni dei suoi ultimi annunci, come il dazio del 50% sulle importazioni canadesi, è stata contenuta.

I paesi presi di mira hanno per lo più iniziato a comprendere le sue tattiche: le minacce sono solitamente concepite per creare una leva intimidatoria nei confronti dell’altra parte e non sono necessariamente destinate a essere messe in atto. Spesso, queste minacce sono state formulate senza una seria valutazione dei danni collaterali o dell’intera gamma di risposte a disposizione dell’altro paese. È un po’ come usare un GPS per pianificare un percorso di viaggio e poi, quando si sbaglia strada, sullo schermo lampeggia la scritta “ricalcolo” e il sistema suggerisce un percorso diverso. Il miglior esempio recente è la chiusura dello Stretto di Hormuz da parte dell’Iran. Al secondo posto, a poca distanza, ci sono i controlli sulle esportazioni di minerali critici imposti dalla Cina in risposta ai dazi di Trump. Sia l’Iran che la Cina hanno reagito in modi che Trump apparentemente non si aspettava, costringendolo a ricalcolare la situazione.

I Paesi che non si sono opposti apertamente hanno solitamente adottato una strategia a due livelli: un’acquiescenza di facciata unita a sotterfugi o ritardi sottobanco. Firmano accordi, consentendo a Trump di dichiarare la propria vittoria, ma il testo effettivo è più spesso un quadro di riferimento non applicabile che un documento legale vincolante. Ciò lascia ampio spazio a reinterpretazioni e a una dubbia conformità. Alcuni Paesi sono stati espliciti al riguardo, annunciando dopo l’accordo di non aver accettato quanto affermato da Trump o di non essere in grado di rispettarlo. Altri hanno convenientemente dimenticato i propri impegni e hanno continuato con le loro attività abituali. Un’analisi del CSIS dello scorso anno, condotta da Victor Cha e Andy Lim, ha esaminato i punti deboli dell’accordo con la Corea del Sud. Poiché gli accordi, firmati o meno, non sono legalmente vincolanti o applicabili – e dopo la decisione della Corte Suprema dello scorso febbraio che ha invalidato i dazi del Giorno della Liberazione, le nuove firme si sono rallentate – la principale risposta dell’amministrazione al fallimento o al ritardo è rappresentata da ulteriori minacce di dazi, il che non fa altro che riavviare il ciclo.

È successo con la Cina, l’India e, più recentemente, con il Brasile e il Canada. Quando Trump non è soddisfatto della risposta dell’altro Paese o ritiene che i negoziati si stiano protraendo troppo a lungo, minaccia di imporre ulteriori dazi o avvia nuove indagini che portano a nuove tariffe. Nel caso del Brasile, ha dato seguito alle sue minacce, sebbene, con così tante eccezioni, l’impatto sarà limitato. Per quanto riguarda il Canada, vedremo questa settimana se farà marcia indietro rispetto alla sua ultima minaccia di imporre dazi del 50%. Gli studiosi del CSIS Christopher Gundermann, Hugh Grant-Chapman e Diego Marroquín Bitar hanno pubblicato un’eccellente analisi di tali dazi.

Ad aumentare la confusione ci sono le minacce di dazi doganali, poco credibili fin dall’inizio e presto dimenticate – le due più recenti sono state la minaccia al Canada per aver permesso al fumo dei suoi incendi di diffondersi sulla costa orientale degli Stati Uniti e la minaccia alla Spagna di imporre dazi per la sua mancanza di cooperazione nella guerra contro l’Iran – e azioni che si sono rivelate molto meno incisive di quanto inizialmente previsto. I nuovi dazi del 50% sul Canada, ad esempio, interessano meno del 5% delle importazioni canadesi, e una stima attendibile dell’attuale aliquota media effettiva è dell’11%, ben al di sotto di quella minacciata. Episodi come questi hanno insegnato ad altri Paesi che Trump generalmente utilizza solo uno degli strumenti a sua disposizione – le minacce di dazi – a prescindere dal fatto che siano appropriate o la scelta migliore in ogni singolo caso, e che spesso non dà seguito alle sue minacce più estreme.

Niente di tutto ciò è particolarmente sorprendente. Trump sta cercando di riorientare il sistema commerciale per adattarlo alla sua idea di ciò che è bene per gli Stati Uniti, e i suoi bruschi cambiamenti hanno creato un percorso prevedibile: panico iniziale, seguito da lamentele e proteste, negoziati e poi soluzioni tampone volte a mitigare gli effetti delle sue minacce e di quanto è stato negoziato. Il risultato è un nuovo equilibrio che accoglie alcuni cambiamenti, fa finta di assecondare altre richieste e cerca di mantenere il più possibile lo status quo ante. Trump, nel frattempo, sembra tollerare la battuta sul TACO nella convinzione che, anche quando fa marcia indietro, alla fine si ritrova comunque in una posizione migliore rispetto a quella di partenza. Dire che il re è nudo è eccessivo. Ci sono stati chiaramente degli intoppi con il guardaroba lungo il percorso, ma, come nella favola, gli altri paesi stanno diventando abili a fingere mentre la parata passa.
Nota dell’autore: Sono andato in pensione dal CSIS il 29 marzo 2026. Ho intenzione di continuare a scrivere questa rubrica e a partecipare al podcast Trade Guys, quindi continuate a leggere e ad ascoltare. Tuttavia, il mio indirizzo email del CSIS non sarà più attivo, quindi se i lettori o gli ascoltatori del podcast desiderano contattarmi direttamente, possono farlo all’indirizzo wreinsch7@gmail.com .
William A. Reinsch è consulente senior (non residente) e titolare della cattedra Scholl emerito presso il programma di economia e la cattedra Scholl del Center for Strategic and International Studies di Washington, DC.

Questo commento è prodotto dal Center for Strategic and International Studies (CSIS), un’istituzione privata esente da imposte che si concentra su questioni di politica pubblica internazionale. La sua ricerca è apartitica e non proprietaria. Il CSIS non prende posizioni politiche specifiche. Pertanto, tutte le opinioni, le posizioni e le conclusioni espresse in questa pubblicazione devono essere intese come esclusivamente quelle dell’autore/degli autori.

© 2026 Centro per gli Studi Strategici e Internazionali. Tutti i diritti riservati.

La debacle iraniana e i limiti del potere americano

La crisi iraniana sta mettendo a nudo i limiti della potenza militare, della leva finanziaria e della resistenza strategica degli Stati Uniti.

Il quotidiano Duran26 agosto
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Sta diventando sempre più evidente che l’amministrazione Trump si trova ad affrontare una disfatta militare, politica ed economica in Iran, sulla scia del disastro ventennale in Afghanistan, costato circa 2 trilioni di dollari. Questi conflitti non solo hanno imposto costi enormi agli Stati Uniti, ma hanno anche messo in luce i crescenti limiti del potere americano.

Trump presiede un impero gravato da un’inflazione persistente e da livelli di debito straordinari. Secondo l’ US Debt Clock , il debito federale supera ora i 39.800 miliardi di dollari ed è aumentato di circa 3.000 miliardi di dollari dall’inizio del secondo mandato di Trump. Questo dato non tiene conto dell’enorme peso del debito dei consumatori, degli enti locali e delle imprese.

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Al contempo, uno dei pilastri del potere americano del dopoguerra – il sistema finanziario incentrato sul dollaro – sta diventando sempre più precario. Lo status di valuta di riserva del dollaro, rafforzato dal sistema dei petrodollari successivo al 1974, ha permesso a Washington di finanziare deficit persistenti proiettando al contempo la propria potenza militare all’estero. Ma questo vantaggio non può compensare indefinitamente l’aumento del debito, l’espansione monetaria e l’indebolimento delle fondamenta economiche.

Il dilemma politico è altrettanto grave.

Come riportato da NPR il 18 giugno , il presidente Trump e il presidente iraniano Masoud Pezeshkian hanno firmato un Memorandum d’intesa preliminare volto a fornire un quadro di riferimento per la fine del conflitto. L’accordo prevedeva una “cessazione immediata e permanente delle operazioni militari su tutti i fronti” e stabiliva un periodo di 60 giorni per negoziare una soluzione definitiva.

Tuttavia, il successivo deterioramento dimostra quanto sia stato difficile tradurre tale quadro in una soluzione politica duratura. Washington e Teheran restano divise su questioni strategiche fondamentali, mentre la pressione militare ed economica legata al confronto continua ad aumentare.

Il pericolo è che Washington, di fronte a tali vincoli, non riconsideri la propria strategia, ma la inasprisca.

È questo che rende il momento attuale così pericoloso. Un sistema in declino, confrontato con i limiti del suo potere militare, finanziario e politico, potrebbe rivelarsi più – e non meno – disposto ad assumersi rischi straordinari.

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