W l’uguaglianza, di Piero Visani

IL CORAGGIO DELLA VERITA’

Nei miei anni di ginnasio-liceo classico statale “Massimo d’Azeglio” di Torino (1964-1969), la sinistra azionista e (pseudo)comunista era più scaltra di quella romana attuale. Nella mia scuola “radical chic” (ante litteram) non c’erano divisioni “di classe”, nel senso che i figli della piccola borghesia e del proletariato partivano dalla sezione E in avanti. Le sezioni A, B, C e D erano riservate ai rampolli dei “beati possidentes” e di quelli con il “cognome con la particella” (direbbero i francesi). Nessuno lo diceva e tanto meno ne faceva proclami in Rete (neppure c’era, all’epoca). Era così e basta…
Si respirava a pieni polmoni lo spirito libertario, non classista, sinceramente favorevole al popolo di una certa Torino, quella di sempre, quella che crede di essere all’avanguardia, mentre è solo ottusamente reazionaria e codina, e che si crede migliore di tutti.
Se non fossi stato già di mio ostile a questa deplorevole gentaglia, mi avrebbero insegnato a diventarlo. Dunque un periodo fantasticamente formativo, che non ho mai più dimenticato e per il quale, in fondo, li ringrazio. Se sono stato come sono e sarò, lo devo un po’ anche a loro. Mi hanno insegnato lo straordinario valore dell’eguaglianza… 🤣

La constatazione del multipolarismo, con Piero Visani

La gran parte dei paesi emergenti e degli stati egemoni stanno constatando l’affermazione del multipolarismo. Alcuni, in primo luogo gli Stati Uniti, sembrano ancora incerti se prenderne atto o tentare il ripristino di una condizione unipolare. Parlare di incertezza è però un eufemismo. Da quelle parti lo scontro politico sta assumendo toni sempre più feroci, destinati ad assumere forme drammatiche in caso di vittoria di Trump. Una vittoria della componente conservatrice, per meglio dire demo-conservatrice, rischia di ricacciare la politica estera americana nell’avventurismo più bieco. Altri paesi al contrario sono fautori sempre più convinti della condizione multipolare. Nel mezzo alcune potenze regionali cercano di approfittare con spregiudicatezza degli spazi offerti dalla competizione sempre più accesa. Solo l’Europa, in essa in particolare la Germania e soprattutto l’Italia, appare riottosa a prendere atto della svolta. I paesi europei, dibattuti tra velleità di potenza e remissività supina, sempre però all’ombra dell’egemone d’oltreatlantico, sembrano vivere in un limbo di nostalgia destinato ad essere loro fatale. I tempi stringono. Qui sotto le considerazioni amare e realistiche di Piero Visani, uno studioso e un commis che come pochi conosce molto bene limiti, tanti e virtù, poche, della nostra classe dirigente. Buon Anno e buon ascolto_Giuseppe Germinario 

Quesito di fine anno, di Piero Visani

Quesito di fine anno

       Credo che la lunga lista di fallimenti che lo Stato italiano sta accumulando, con interventi resi necessari per evitare il collasso di un po’ di tutto e dare non un futuro (perché quello palesemente non esiste più) ma almeno un presente a famiglie di poveri lavoratori e risparmiatori prese solennemente per le terga, renda più urgente che mai la formulazione di un quesito fondamentale: quanto resisterà ancora lo Stato italiano prima di esplodere/implodere? Con i giovani di valore che fuggono all’estero (giustamente) per non dover mantenere a ufo una massa di adepti dell'”uno vale uno”; con l’invecchiamento demografico ormai spettrale e il sistema pensionistico al collasso; con l’intero Paese piegato sotto il peso delle tasse per mantenere il sistema politico/burocratico, il “socio occulto che fa fallire tutto e tutti”, credo che sia ormai giunto il tempo dei discorsi verticali. Quanto durerà ancora questo Paese, quanto sopravviverà al suo fallimento totale in tempo di pace?
        Personalmente, penso poco, piuttosto poco; ma so che la narrazione dominante vuole che al popolo bue venga raccontata la sempiterna fola dell’andreottiano “alla fine tutto si aggiusta”. E’ una narrazione largamente condivisa e perfino sommessamente elogiata, solo che viene dimenticata la vera “fine della storia”. In effetti, in Italia “alla fine tutto si aggiusta”, ma come “si è aggiustato” per l’avvocato Ambrosoli e – oggi – non ce n’è più solo uno, oggi lo siamo tutti noi…
       Poiché a me piace da pazzi l’humour nero, si accettano scommesse sulla data prevedibile della Boa Morte, che – considerato come si vive mediamente qui – sarà sicuramente una scelta di vita.

Pagliuzze e… travi, di Piero Visani

Pagliuzze e… travi

       Nel mondo politico italiano, dove in genere si sprecano i “laureati all’università della vita”, i bibitari, i seguaci dell’ “uno vale uno”, i periti odontotecnici e i periti agronomi (titoli rispettabilissimi, per attività tecnico-pratiche), oltre agli studenti “fuori corso” in SPE (Servizio Permanente Effettivo), sono partite bordate contro il primo ministro britannico Boris Johnson, reo di avere vinto alla grande le recentissime elezioni politiche in quel Paese. Di lui la Sinistra italiana ha evidenziato il fatto di essere il rappresentante di una “Destra ignorante e incolta”.
       Detto da cotanto pulpito, ci sarebbe già da sorridere, anche se – al riguardo – c’è da ammettere che la Sinistra italiana è fuorviata dalla presenza, in Italia, di una Destra che si impegna con costanza ed eccellenti risultati – specie a livello politico – per corrispondere allo stereotipo di tanta belluina ignoranza, in genere riuscendovi perfettamente, peraltro…
       Nonostante i suoi modi rudi e decisionisti, forse troppo “macho” per certa Sinistra di casa nostra, Johnson è in realtà un intellettuale raffinato, con solidi studi classici alle proprie spalle, appassionato della lingua latina e favorevole alla sua reintroduzione nella formazione dei giovani, nonché cultore della storia e della cultura di Roma, e autore di un significativo saggio in materia, Il sogno di Roma. La lezione dell’antichità per capire l’Europa di oggi, edito in Italia da Garzanti.
       Insomma, tutto questo non lo renderà comprensibilmente più simpatico alle Sinistre, ma certo lo pone nettamente al di sopra della media dei politici italiani, che almeno di una cautela dovrebbero dare costantemente prova: evitare di dare dell’ignorante a molti dei loro colleghi di altri Paesi, perché è una pratica destinata solo a risultare un eclatante caso di eterogenesi dei fini. Va detto peraltro che anche i loro elettori sono in genere entusiasti della propria belluina ignoranza, per cui questo è il caso classico in cui un ignorante con laticlavio ne vale uno senza (favoloso esempio di “uno vale uno” e anche più di uno…): e vissero tutti infelici e in progressivo fallimento. Ma piace così e dunque laissez faire, laissez passer…
                             https://derteufel50.blogspot.com/2019/12/pagliuzze-e-travi.html

LA TEORIA DELLE CATASTROFI, di Piero Visani

Lo storico Mario Silvestri – molto bravo anche se inviso all’accademia – era solito parlare de “l’Italia caporetta”, quel “fil rouge” che percorre tutta la nostra storia nazionale e ci porta da un disastro militare a un collasso politico, da una catastrofe naturale a un crollo di un’opera di ingegneria civile.
Silenzio assoluto su questi temi; al massimo qualche scrollata di capo e mai, dicasi mai, l’orgia di vieto moralismo che si fa, ad esempio, sul tema dell’evasione fiscale. Silenzio imbarazzato e/o complice, semmai, sui molti, enormi latrocini che vengono perpetrati utilizzando soldi pubblici.
Del ponte Morandi non è colpevole nessuno, salvo i 43 disgraziati che hanno avuto “la colpa” di passare di lì nel momento sbagliato. Dell’acqua alta a Venezia ha colpa il riscaldamento globale, non chi se ne è fregato di portare a termine il MOSE e si è preoccupato solo di portare via la cassa.
Ora non bisogna dividersi, nel senso che quelli che hanno rubato si terranno il malloppo e noi – ovviamente – i negozi e le case piene d’acqua, oppure continueremo a pagare le autostrade più care del mondo per riuscire a trovare la liberazione della morte (perché questa è la morte, in Italia, una liberazione) su qualche ponte mal manutenuto.
Un popolo estenuato ed esasperato, legittimamente privo di speranze, osserva tutto questo con scetticismo totale, sapendo che, se non si salverà da solo, non lo salverà nessuno. Reso scettico e cinico da una valanga di parole inutili e dalla mancanza ASSOLUTA di qualche fatto concreto.
Pian piano, ci avviciniamo “alla fine del libro che parlava di noi”, ridotti a farsesca espressione geografica, dove l’unica presenza statale che si percepisce è nell’applicazione di tasse e balzelli.
Siamo al “de profundis” e, per nostra fortuna, non ce n’è più spazio per molti altri. L’agonia si avvicina a grandi passi al termine. Si discuterà, si faranno assurde logomachie, non si farà lo straccio di un intervento concreto e, nel caso limite che venisse iniziato, non sarà MAI finito. Poi la catastrofe successiva andrà ad aggiungersi a quella precedente, in una sequenza interminabile e quasi soddisfatta di sé, a ben guardare.
Se dovessimo finire come Paese e come popolo, come auspico da tempo, potremo dire non solo – andreottianamente – che “ce la siamo cercata”, ma pure che ce la siamo meritata.
Un Paese dove pochi eroi masochisti riescono ad arrivare in orario, quale che sia il lavoro che svolgono, compirà il più straordinario dei miracoli: arriverà puntuale e in orario al suo tragico appuntamento con la fine della Storia. Non penso proprio che piangerò. Mi sono dimesso da italiano da oltre un decennio.

Del ponte Morandi non è colpevole nessuno, salvo i 43 disgraziati che hanno avuto “la colpa” di passare di lì nel momento sbagliato. Dell’acqua alta a Venezia ha colpa il riscaldamento globale, non chi se ne è fregato di portare a termine il MOSE e si è preoccupato solo di portare via la cassa.
Ora non bisogna dividersi, nel senso che quelli che hanno rubato si terranno il malloppo e noi – ovviamente – i negozi e le case piene d’acqua, oppure continueremo a pagare le autostrade più care del mondo per riuscire a trovare la liberazione della morte (perché questa è la morte, in Italia, una liberazione) su qualche ponte mal manutenuto.
Un popolo estenuato ed esasperato, legittimamente privo di speranze, osserva tutto questo con scetticismo totale, sapendo che, se non si salverà da solo, non lo salverà nessuno. Reso scettico e cinico da una valanga di parole inutili e dalla mancanza ASSOLUTA di qualche fatto concreto…

LA LOTTA CONTRO L’EVASIONE FISCALE, di Piero Visani

LA LOTTA CONTRO L’EVASIONE FISCALE

Dai telegiornali di stasera, si apprende che, tra i più significativi titolari di conti “off-shore” alle Isole Cayman, vi sono la Regina Elisabetta II d’Inghilterra, la regina Rania di Giordania, George Soros, e illustri rappresentanti della lotta per la riduzione delle disuguaglianze e l’incremento del “buonismo” nel mondo come Bono Vox degli U2, Madonna e altri.
Nella mia ingenuità, pensavo che tra questi “evasori” vi fossero soprattutto operai della FCA, titolari di piccole e medie imprese vessati da un fisco di rapina, pensionati e chissà chi altri. Del resto è semplice, specie se si è a basso o bassissimo reddito (o anche a medio): uno dice in famiglia che deve fare un piccolo prelievo e il giorno dopo è alle Cayman, poi rientra rapidamente, ovviamente con non più di diecimila euro…
Ogni volta che incappo in qualche coglione (perdonate il francesismo, ma talvolta è necessario) che mi parla di lotta all’evasione, amerei farlo riflettere su questi piccoli particolari, ma – lo so – è del tutto inutile. E’ come chiedergli che se la prenda con quei banchieri che hanno rovinato centinaia di risparmiatori che si erano fidati di loro.
Ecco, fiducia è la parola chiave: non fidatevi mai dei moralisti, da qualunque parte provengano. Lasciate spazio al peccato, quello è umano, troppo umano, ma come tale funziona egregiamente…

IL SENSO DI UN VOTO, di Piero Visani

IL SENSO DI UN VOTO

L’editoriale che il professor Ernesto Galli della Loggia ha dedicato ai risultati delle elezioni regionali umbre sulle pagine del “Corriere della Sera” di oggi meriterebbe un’attenta analisi, specie a quanti – e sono incredibilmente numerosi, oltre che incredibilmente amatoriali… – pensano che il monitoraggio dell’informazione consista nel presentare ai rispettivi “capoccia”, la mattina presto, le fotocopie degli articoli più rilevanti comparsi sulla stampa italiana, senza valutazione alcuna di contorno.
Questo denso articolo di fondo prende le mosse dai rapporti che è ormai necessario stabilire, a livello partitico, con l’elettorato di opinione, rapporti che sono sicuramente più importanti e urgenti in un’epoca post-ideologica, che pare possa essere diretta dalle iniziative capillari di sistemi di comunicazione ad hoc, ma ha pure bisogno di molto di più di tutto questo, perché è vero che oggi i consensi si ottengono in modo molto più facile di un tempo, ma è anche vero che sono consensi “liquidi”, pronti a cambiare destinazione in fretta.
Galli della Loggia cita, al riguardo, il paradigmatico esempio della liquidità post-ideologica grillina, che ha finito per approdare, nel giro di un quinquennio, al più totale e assoluto nullismo, perché è arrivata al governo in fretta, ma poi ha cercato di risolvere il suo rapporto con il mondo nel fin troppo mitico “uno vale uno”, vale a dire in una straordinaria bugia inserita dentro una colossale panzana, che ne ha mostrato la più totale inesistenza nei rapporti con la società civile e lo “Stato profondo”, e lo ha portato ad assumere come “garante” una figura tutto men che adamantina e sicuramente eterodiretta come il professor Giuseppe Conte.
Il dramma è che, a fronte di avversari politici in totale liquefazione, il Centrodestra italiano, anche nella versione Destracentro che si dice possa prevalere, ha da opporre loro il medesimo nullismo e la medesima, totale liquidità “à la” Zygmunt Bauman.
Si notano – è vero – i movimenti di posizionamento di coloro, e sono tanti, che tirano a una poltrona, una poltroncina o anche un semplice strapuntino, ma non c’è “grande politica”, in tutto questo; c’è la solita e in fondo meschina “piccola politica” ispirata al semplice “cambio di glutei”. Cosa potrà scaturire da tutto questo? Ovviamente NULLA, è la risposta fin troppo facile. E’ una tragedia che ciò accada nel momento in cui la società italiana respinge con forza – come un “altro da sé” – l’accoppiata catto-comunista che l’ha ridotta progressivamente in povertà. Ma il problema è che gli attuali vincitori non hanno un PROGETTO per il futuro della società italiana, ammesso e non concesso che di averne uno interessi loro qualcosa. Pensano alle prossime elezioni, per vincerne una e perdere quella successiva, dopo aver fatto vedere “urbi et orbi” (anche nel senso di cecati…) quale sia la loro consistenza, politica e metapolitica. Questo è il vero dramma nazionale.

THE DAY AFTER

Esaurita la fase dei trionfalismi di prammatica (quella non può mai mancare…) e la fase della sistemazione “gluteare” (neppure quella può mai mancare, glutei e politica in Italia hanno un legame indissolubile), poi DOVREBBE cominciare quella di riuscire a cambiare qualcosa (fase cui nessuno, nel centrodestra, pensa mai…). Così, tra qualche mese, l’elettore medio comincerà a chiedersi per quale diavolo di motivo li ha votati, certi partiti. E la domanda, come sempre, rimarrà senza risposta, favorendo rapidi recuperi degli avversari.
Perché certe vittorie dovrebbero (e sottolineo dovrebbero…) essere un INIZIO e invece, in un ambito che ignora completamente la questione della metapolitica, del “Deep State”, del consolidamento in ambito culturale e societario, presto tutto sarà una FINE.
Nel frattempo, prevedo qualche corso di formazione da “Fossombroni [con la “i”, non con la “e”, ovviamente] a Cucinelli”. E il vuoto metapolitico, magicamente, si colmerà…

parabole e figuri, di Piero Visani e Augusto Sinagra

ARROGANZA E TRACOTANZA

A quanto riferiscono i mezzi di comunicazione l’ultimo annuncio del Conte Tacchia, al secolo Conte Giuseppe (quello del curriculum che esaltava le sue gesta) è che il governo da lui presieduto per volontà del figlio di Bernardo Mattarella e del pampero argentino (si sa: Dio crea gli uomini e questi poi si accoppiano per affinità) creerà un milione e mezzo di posti di lavoro per gli africani irregolarmente presenti sul territorio nazionale.
Quello che non chiarisce l’Avvocato dell’Unione europea è come si faccia a concludere un contratto di lavoro con persone delle quali si ignora la vera identità, il luogo e la data di nascita e le pregresse vicende di vita.
Neppure chiarisce che tipo di contratto di lavoro, in quale settore, per quali prestazioni lavorative.
Viene il dubbio che il bellimbusto pugliese abbia avuto questa idea dopo aver visto o rivisto il film “Via col vento” recuperando alla memoria gli schiavi addetti alle piantagioni di cotone.
Quello che indigna dell’annuncio di questo deplorevole personaggio è che evidentemente non gliene fotte niente dei cinque milioni di italiani (e forse di più) che l’ISTAT colloca nella fascia di povertà.
Probabilmente con questa dichiarazione il foggiano che ha l’unico merito dell’eleganza, come dice Vittorio Feltri, ha inteso consapevolmente pigliare per il culo il Popolo italiano e gli stessi clandestini africani che vengono immessi sul territorio nazionale in sfacciata violazione della legge (mi riferisco al Decreto convertito in legge relativo ai cosiddetti “porti chiusi”).
Che il giovanotto foggiano ami prendere per il culo il Popolo italiano ha un recente precedente: il cosiddetto “accordo di Malta” con il quale lui assumeva di aver fatto in un giorno più di quanto aveva fatto il Ministro Matteo Salvini in 14 mesi. Si è visto come è andata e come sta andando fino al punto che la Signorina Luciana Lamorgese, Ministro dell’Interno (ma chi glielo doveva dire?!) chiede piagnucolosamente aiuto all’Unione europea la quale ovviamente se ne frega perché il progetto preordinato è che l’Italia sia un campo di raccolta di clandestini e di irregolari.
Il giovane pugliese mostra una smisurata e ingiustificata considerazione di sé stesso ma non si rende conto che si sta consegnando, nella sua smania di protagonismo e nella sua accecata ambizione, ad essere iscritto nella pagina più triste della recente storia nazionale: lui e tutti i suoi sodali del governo che per il bene della Nazione ci si augura che possa cadere il più presto possibile.
Fin da ora occorre pensare a come rimediare ai danni provocati a tutto il Popolo italiano da questo governo che è espressione di volontà e intendimenti tanto ignobili quanto inconfessabili.
AUGUSTO SINAGRA

PARABOLE: DA GRILLO A GRILLOTALPA, di Piero Visani

Come capita spesso a coloro che vorrebbero “cambiare il mondo”, succede che i loro propositi si fermino a mezza via, o a un quarto di via oppure per mutamento di destinazione.
Può capitare, ad esempio, che un noto “Grillo” sventratore di parlamenti e istituzioni affini rinunci al nobile compito che si era dato per trasformarsi in un ben più modesto – e diffuso – grillotalpa, che – come si legge su Wikipedia (perdonate l’assoluta modestia della fonte, ma devo lavorare e non percepisco redditi di cittadinanza):
“Il grillotalpa può risultare molto dannoso per le coltivazioni; è polifago, nutrendosi di una vastissima gamma di piante, di cui attacca in particolare le radici; oltre a cibarsene, le trancia per scavare le sue gallerie [Incredibile, per un no TAV…] e anche quelle che non vengono danneggiate in questo modo subiscono gli effetti del disseccamento del terreno dovuto alla sua azione”.
Altra alternativa possibile sono i grilli che – per ragioni varie che non stiamo qui ad approfondire, tanto le conoscono tutti visto che sono all’onore delle cronache – diventano delle autentiche “bocche di rosa”, come nel celeberrimo testo della canzone di Faber:

“La chiamavano bocca di rosa
Metteva l’amore, metteva l’amore
La chiamavano bocca di rosa
Metteva l’amore sopra ogni cosa.

Appena scese alla stazione
Nel paesino di Sant’Ilario [capite a me…]
Tutti si accorsero con uno sguardo
Che non si trattava di un missionario”.

In effetti, l’abbiamo ormai compreso pure noi…

“NON DICA SCIOCCHEZZE!”, di Piero Visani

“NON DICA SCIOCCHEZZE!”

Ieri, dialogando a “Otto e mezzo” con Lilli Gruber, Giorgia Meloni si è vista apostrofare con un elegantissimo “Non dica sciocchezze!”, non propriamente abituale nei rapporti tra la conduttrice e i suoi ospiti. A mio parere, invece che parlare di altre cose, sarebbe stato utile che la leader di “Fratelli d’Italia” ricacciasse durissimamente in gola a chi l’aveva apostrofata così inurbanamente non tanto la malagrazia – quella è abituale nei riguardi di tutti noi figli di un dio minore – ma l’ostentato ricorso all’accusa di stupidità (anticamera di quella di pazzia…) per tutti coloro che non condividono il pensiero dominante.
Personalmente, ne avrei tratto lo spunto per una lezioncina sulla reale natura del pensiero democratico. Peccato, è andata perduta un’ottima occasione di colpire a fondo utilizzando una frase assolutamente incauta e totalitaria, relativamente alla quale occorreva tra l’altro pretendere – subito – delle scuse formali. Perché, se il pensiero si divide fra quelli che dicono sciocchezze e quelli che no, inutile andare a votare, perché si accetta, fin dall’inizio, la discriminante “manicomiale” (da manicomio sovietico…).
I livelli complessivi della comunicazione del centrodestra sono assolutamente da migliorare, perché così sono da gente che gioca costantemente “fuori casa” e abbastanza convinta di perdere, mentre occorrerebbe essere preparatissimi, perché su quel terreno continuano a giocarsi alcune partite fondamentali e, se l’avversario rinuncia al “fair play”, fare le gentildonne non ha senso.

PICCOLA PRECISAZIONE

Nel campo della guerra ibrida, e della sua componente tecnica meglio nota come “guerra mediatica”, l’importanza delle sciocchezze è pari a zero, chiunque le pronunci. E comunque un’intervistatrice che accusa la propria interlocutrice di dire “sciocchezze”, viene totalmente meno al proprio ruolo.
Tuttavia, permane una questione fondamentale: CHE COSA SONO LE SCIOCCHEZZE E CHI LE DICE?
Personalmente, ne sento e ne leggo a milioni, MA TALI PAIONO a ME. Dunque le considero tali nel mio animo, MA NON ACCUSO ALCUNO DI DIRLE, altrimenti quale credibilità democratica avrei (non che me ne importi alcunché, anzi, ma io non rivendico ciò che altri rivendicano mattina, pomeriggio e sera)?
Ecco perché, quando i corifei della democrazia totalitaria si fanno cogliere – come totalitari – con le mani nel sacco, passerei duramente al contrattacco, ma NON SUL MERITO, SUL LORO ABOMINEVOLE METODO, e avrei di fronte a me un’autostrada spianata (senza ponti Morandi…).
Spero di aver chiarito il mio pensiero: se uno si dice democratico, non può accusare gli altri di dire sciocchezze. Può pensarlo (eccome), ma non dirlo. Se lo dice, rivela la sua reale natura totalitaria (chi lo autorizza infatti a fare il distributore di patenti di saggezza?), e allora colpirei senza pietà.
Sarei lieto se – per una volta – si parlasse su Facebook di strutture e non di epifenomeni. Così, citando Marx, mi dimostro già un perfetto democratico.

SECONDA PICCOLA PRECISAZIONE

I demototalitari dovrebbero cortesemente smetterla di considerare chi non la pensa come loro alla stregua di “terrapiattisti”. So che farebbe loro molto piacere che fosse così, ma ci vorrà ancora qualche anno prima che questo totalitarismo definitivo si affermi: il pensiero unico, da una parte, e le “sciocchezze” dall’altra…
Siamo al livello de “Il duce [democratico] ha sempre ragione!”. Chapeau! Lunga (e tortuosa…) è la strada verso la democrazia. A volte comporta contorsioni impreviste e imprevedibili…

L’UNICO “COLPEVOLE” DI NASSIRIYA, di Piero Visani

L’UNICO “COLPEVOLE” DI NASSIRIYA

Quando facevo il consulente per l’istituzione militare, a un certo punto avevo nitidamente compreso che era meglio cambiare aria, prima che me la facessero cambiare d’autorità.
All’epoca – a differenza di quanto si potrebbe comunemente supporre – non è che incontrassi grande solidaritetà all’interno dell’ambiente militare, sempre prono ai potenti di turno e assolutamente favorevole allo “spirito del tempo”, quello dei “soldati di pace”, se vogliamo dilettarci in ossimori.

Ricordo nitidamente una mia conferenza al CASD (Centro Alti Studi per la Difesa), in cui un uditorio in uniforme mi suggerì di ammorbidire le mie posizioni sulla natura della professione militare, perché altre erano le idee dominanti in quella fase storica. E – si sa – all’interno di quell’istituzione è sempre bene stare “allineati e coperti”…

Sebbene io sia di natura molto freddo, la cosa mi provocò un minimo di irritazione, al punto che mi avventurai in una previsione, cosa che non faccio mai. Formulai un interrogativo, relativo alla scomoda “missione di pace” in Iraq in cui eravamo all’epoca impegnati e chiesi se, nel caso in cui ci fosse stato un attentato a carico dei nostri reparti, la responsabilità sarebbe stata assunta in toto dal potere politico – autore unico della amena teoria dei “soldati di pace” – o sarebbe stata addossata in toto ai comandanti militari, per carente spirito di “militarità” o per insufficienza delle misure di sicurezza.
Con un ottimismo che a me parve degno di miglior causa, il mio uditorio diede maggioritariamente prova di credere che il potere politico avrebbe dato adeguata copertura ai militari. Per me fu facile prevedere che sarebbe stato esattamente il contrario, ma i sorrisini di compatimento a mio carico si sprecarono, e non insistetti, ormai conoscevo le buone abitudini del luogo.

Fu il giorno in cui mi dissi che la mia esperienza in quell’ambiente era chiusa: detesto i preti atei…

Tutti sappiamo dell’attentato del 12 novembre 2003 e delle 28 vittime che provocò: 19 italiane e 9 irachene. E sappiamo pure delle vicende giudiziarie successive, culminate ieri nella condanna, da parte della Corte di Cassazione civile, del generale Bruno Stano, all’epoca dell’attentato comandante della missione italiana in Iraq.

Non intendo certo commentare una sentenza, ma commentare come succedono le cose in Italia: il conformismo di massa si adegua al pensiero dominante e cerca di trasformare i militari in crocerossine con il fucile. I militari si dicono contenti della trasformazione, perché altrimenti non si fa carriera e anzi si finisce all’indice. Un così eccelso livello di “militarità” genera sfracelli, come quello di Nassiriya e, alla fine, c’è un unico capro espiatorio, chiamato a scontare – da solo – le colpe di tutti, di tutti coloro che decidono di partecipare alle guerre coloniali degli Stati Uniti perché li obbliga la loro condizione di “Stati clienti” e debbono pure sforzarsi di vestirle, agli occhi dell’opinione pubblica italiana, come “missioni di pace”, altrimenti nessuno le accetterebbe. Poi ci scappano le decine di morti – perché le “missioni di pace” sono incredibilmente simili a quelle di guerra – e allora occorre trovare un colpevole, uno solo, perché i colpevoli del RIFIUTO DELLA REALTA’, cioè del rifiuto della politica, della guerra, della natura tragica dell’esistenza, delle responsabilità e della dignità sono tutto un popolo, cioè troppi, dunque non condannabili in massa.

La sentenza è stata emessa il 10 settembre, ma avrebbe potuto benissimo essere anche l’8… Certe date ci perseguitano…

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