SE NON TE NE OCCUPI, POI TI PREOCCUPI_di pierluigi fagan

SE NON TE NE OCCUPI, POI TI PREOCCUPI.

Al momento, sembra che i russi condurranno una profonda operazione di degradazione delle strutture militari e politiche dell’Ucraina su vasta scala. In effetti, anche per chi si occupa a modo suo di queste cose come me, nonostante l’interesse che mi ha portato a seguire in silenzio gli eventi recenti cercando di comprenderne la forma, nonostante avessi letto l’indomani il testo completo del lungo intervento di Putin, non avevo capito -fino in fondo- cosa stava dicendo. Ci piaccia o meno siamo comunque immersi nel bagno amniotico del mondo liquido-gassoso delle interpretazioni dominanti ed anche le più temperate facoltà critiche fanno fatica a rimanere lucide ed imperturbate. L’intervento diceva quello che avrebbe fatto, come, a che fini, che è poi questo è quello che ha iniziato a fare. Pensavamo fosse per lo più sceneggiata visibile sopra il livello occulto ovvero la trattativa che stava andando avanti da un bel po’ tra americani e russi, sul come ed in che modo iniziare un tavolo di trattativa ufficiale non solo sul problema ucraino, ma sul problema della sicurezza internazionale, inclusi i missili americani in Europa puntati su Mosca e molto altro.  Ma pur sapendo questo, non abbiamo evidentemente voluto capire quanto quella trattativa stesse andando male e solo oggi capiamo, che in realtà stava andando malissimo ovvero da nessuna parte. Da qui, il rovesciamento del tavolo di Putin del tipo “chiacchiere a zero, adesso facciamo parlare i fatti e così vediamo chi è più duro”. Diceva Theodore Roosevelt “Parla gentilmente e portati un grosso bastone; andrai lontano”. Putin ha quindi deciso che parlare gentilmente non serve più ed il momento del “grosso bastone”.

Ora, è molto probabile scatterà verso i russi l’arma ritorsiva già annunciata da tempo, ovvero lo strozzamento finanziario inclusa l’esclusione dai circuiti SWIFT (il circuito che regola tutti i bonifici internazionali, i sistemi di pagamento interbancario), il sistema nervoso della finanza globale. Già annunciato da tempo, quindi già previsto da tempo, era lì che si voleva andare facendo fallire la trattativa sotterranea a cui già si sapeva Putin avrebbe reagito come sta reagendo. Per questo il povero Macron ha provato a farsi in quattro per evitare il destino annunciato, inutilmente. Ma evidentemente, Macron, Scholz, Draghi o chi per loro, in questo gioco sono vasi di coccio tra vasi di ferro e sembra che facciano pure finta di non saperlo. Ovviamente lo sanno benissimo, ma non lo sanno le loro popolazioni esposte ad una realtà da caverna platonica in technicolor e 3D. A quel punto, in risposta all’eventuale esclusione SWIFT, è molto probabile ci saranno contro-ritorsioni sulle forniture del gas in Europa, quella “… risposta della Russia sarà immediata e vi porterà a conseguenze che non avete mai sperimentato nella vostra storia”. Una bella svegliata agli europei in modalità post-storica. Superfluo sottolineare le ricedute pratiche di questa eventualità. Come siamo finiti qui?

Innanzitutto, vorrei suggerire ai tanti che in questo momento sentono il bisogno di giudicare del bene e del male, del buono e del cattivo, di sintonizzarsi con la realtà. La realtà non ti chiede cosa ne pensi come se stessi giudicando una cosa che per quanto ti interessa, in pratica non ti riguarda. La realtà che si presenta oggi al nostro cospetto ci riguarderà sul piano concreto. Non so se avverrà, ma a questo punto è secondo me molto probabile che si procederà in escalation di ritorsioni e contro-ritorsioni e che queste colpiranno non solo il popolo ucraino e russo, ma anche europeo. Ne ho scritto tempo fa qui e vedo che negli ultimi giorni altri ben più famosi studiosi di cose geopolitiche, hanno intravisto in questa situazione, oltre alle questioni ucraine, la questione di fondo della relazione Russia-USA via Europa. Il contenzioso profondo è tra gli USA che vogliono stringere a sé i propri alleati in via esclusiva, contro Cina e Russia, per resistere il più a lungo possibile all’esito multipolare dell’ordine mondiale, un esito di cui ormai non si può più discutere il “se”, ma il “come e quando”.

Gli statunitensi sono un popolo che pesa solo meno del 5% del mondo ed ancora fa quasi il 25% del Pil mondiale, questa è la loro “ricchezza delle nazioni”, come si intuisce del tutto sproporzionata tra massa e valore. Questa sproporzione è garantita -anche- da varie forme di controllo su ampie porzioni del mondo, dirette ed indirette, ereditate dal dopoguerra. È la difesa di questa rete di dominio che impegna gli USA contro il destino multipolare di un mondo ormai a 8 miliardi di persone, prossime 10 miliardi (2050) in più di 200, diversi, Stati. Nel loro esclusivo interesse, com’è per altro ovvio che sia in termini realistici, vogliono decidere di come ordinare il mondo affinché permangano le condizioni che garantiscono quella sproporzione, da loro ritenuta “vitale”. Non esattamente il “popolo americano” che riceve i proventi di quella ricchezza in proporzioni tra più inique nel mondo occidentale, la sua parte che governa il Paese e questo sistema mondiale di interesse. Democratici, repubblicani, deep state, dopo possono anche litigare sul come farlo o come distribuirsi i proventi del bottino, ma comunque sempre indistinguibili gli uni dagli altri nell’imperativo di procurarselo.

Noi europei quindi siamo i veri destinatari del conflitto e del suo sciame di conseguenze. I princìpi, ammesso noi se ne abbia davvero, e l’ignavia ovvero il nostro non prenderci le reali responsabilità del mondo complesso, costano. Forse Putin, ci renderà noto quanto. Reso noto il costo delle possibili opzioni con cui risponderemo al “che fare?” postoci dalla cruda realtà, avremo l’ennesima sveglia dopo le ripetute crisi economiche e finanziarie, la crisi climatica ed ambientale, la crisi della democrazia, la crisi sanitaria e tutte le altre piccole-medie perturbazioni provenienti da un mondo la cui percezione realistica ci ostiniamo a rimuovere.

Chissà se basterà a farci passare dal preoccuparci all’occuparci, dubito. Ma dato che questa incertezza è basata su una ipotesi, speriamo di esserci sbagliati.

https://pierluigifagan.wordpress.com/2022/02/24/se-non-te-ne-occupi-poi-ti-preoccupi/

SULL’ALBA DI TUTTO, di Pierluigi Fagan

ALL’ALBA DEGLI STUDI SULL’ALBA DI TUTTO.

Discorso ampio sul “problema dell’Origine” stimolato dalla lettura di: D. Graeber, Di. Wengrow, L’alba di tutto. Una nuova storia dell’umanità, Rizzoli, 2022.

La storia umana sembra si sia svolta in un modo per il 99,8% del suo tempo per poi dar vita a tutt’altro modo per il solo 0,2% del suo tempo, che è poi quello che arriva fino a noi. Queste percentuali si basano sulla lunga storia dell’umano che parte dalla comparsa della nostra specie da una parte e sul limitato tempo che chiamiamo Storia ovvero nascita e sviluppo delle civiltà, dall’altro, tre milioni di anni da una parte, cinque-sei migliaia di anni dall’altra. Poiché noi siamo figli tanto della biologia che della storia, è interessante domandarsi cosa provocò questo Big Bang delle civiltà. Forse capendo meglio cosa lo provocò, capiremo meglio le cause a fondamento delle nostre attuali forme di vita associata. Così come la ricerca biologica ci sta permettendo di arrivare a manipolare la natura per renderci la vita più facile, la ricerca su questo aspetto della nostra storia potrebbe permetterci di capire come costruire meglio le forme delle nostre società e come fare intenzionalmente la storia, piuttosto che continuarla a subire.

È questo l’ambito in cui si sviluppa il lavoro di un antropologo americano, David Graeber e un archeologo britannico, David Wengrow, nel loro: “L’alba di tutto. Una nuova storia dell’umanità” che ha avuto una ricezione importante soprattutto in ambito anglosassone. Useremo il loro testo per pensare con loro intorno a questo tema. Il tema è ad altissima sensibilità politica. A seconda di come leggerete la genetica del fenomeno, darete significati diversi ai concetti di uomo, società e politica, passato-futuro. Graeber è politicamente piuttosto famoso essendo stato dichiaratamente anarchico (si usa il passato perché nel frattempo è morto due anni fa, poco dopo aver finito il libro). Allievo di Marshall Sahlins, tra i promotori del movimento Occupy Wall Street, autore di molti altri testi politici interessanti[1]. Di Wengrow ho meno da dire se non che evidentemente condivide con Graeber molte forme della stessa immagine di mondo tanto da aver condiviso con lui altri studi pubblicati, sebbene si sia dedicato più all’archeologia comparata, con fuoco principale proprio su processi di formazione dei primi Stati. Chi scrive, politicamente, si definirebbe democratico radicale, oltre a non essere di cultura anglosassone, né archeologo, né antropologo, ma studioso delle varie forme di complessità. Chiarite le reciproche posizioni di immagini di mondo, entriamo più nel merito.

Come detto, il tema è quello dell’Origine non dell’uomo ma delle sue più complesse forme di vita associata e per entrare nel merito inquadriamo un po’ lo stato delle conoscenze e delle idee sul tema stesso. Dopo il lungo dominio delle storie versioni Antico Testamento, ha fatto seguito il contrapposto disegno sulle prime forme sociali ipotizzato da Hobbes e Rousseau. I due “ipotizzavano” al netto di ogni reale conoscenza concreta. Nel XIX secolo, subito dopo l’Origine delle specie di Darwin (1859) che tanto eccitò Marx, questa attenzione su quella che chiameremo “il problema dell’Origine”, comincia a rivolgersi di nuovo proprio all’Origine sociale con “Origine della famiglia, della proprietà privata e dello Stato” di Friederich Engels in quel del 1884[2]. L’opera di Engels successiva la dipartita di Marx, elaborava loro scambi di idee mossi dall’altrettanto avida curiosità di Marx riguardo questo tema. Si sa di questa ultima divorante passione intellettuale del tedesco dalle note lasciate a seguito delle letture da lui fatte di opere antropologiche di L. H. Morgan e H. S. Maine[3]. C’è chi dà colpa a questa ultima divorante curiosità e passione, per spiegare il perché Marx non terminò mai la revisione per la pubblicazione del secondo e terzo libro del Capitale sebbene sappiamo dalla corrispondenza privata, Engels lo pressò a lungo a riguardo, ma inutilmente. L’opera di Engels declinava il nucleo del “materialismo storico” nella lettura dei fatti antropologici soprattutto sui nativi americani, secondo le conoscenze di allora ovvero circa centoquaranta anni fa. Se la conoscenza antropologica era ai primordi sia per ampiezza (i soli nativi americani, più che altro irochesi), sia per metodi, la conoscenza archeologica era ancora lungi da affiancarsi. L’argomento, quindi, permetteva la totalmente libera proiezione ideologica. Tanto per dirne una, alla data dell’uscita dell’opera di Morgan, Darwin stava ancora litigando con suoi vari detrattori sostenendo che il tempo della storia della vita non era lungo solo seimila anni come previsto dalle Scritture[4], ma molto e molto più esteso. L’idea che l’uomo avesse tre milioni di anni non era proprio pensabile, come ignoto era la Terra ne avesse 4,5 miliardi di anni. Di conseguenza del tutto ignoto che prima di Babilonia vi fosse stata una lunghissima storia. Dato il poco spazio mentale per la variabile “tempo”, va da sé che la complessità della vita potesse aver avuto causa solo in un atto di creazione di tutto in poco tempo e lo svolgimento della storia umana e sociale mostrasse cambiamenti con “teorie interruttore”, dove cioè una sola causa creativa (recente) determina tutto il successivo. Come Dio, si credesse o meno alla sua esistenza, l’uomo creava cose che cambiavano il mondo, a salto. Così, a salto, sembrava fosse da razionalizzare la rivoluzione industriale inglese nel cui contesto temporale pensavano a scrivevano Morgan, Maine, Marx, Engels.

Da allora il registro etno-antropologico è diventato una corposa enciclopedia di casi e conoscenze, espandendosi nello spazio e nel tempo e soprattutto, raffinando progressivamente anche i metodi e le griglie interpretative. Va però segnalato che nel registro etno-antropologico troverete come esistenti le più varie forme di vita associata, da quelle estremamente egalitarie e pacifiche a quelle verticali e belliche, questioni di gusto ed opportunità fanno scegliere agli studiosi questo o quell’esempio come più significativo[5]. Dopo l’antropologia, arriverà l’archeologia e va detto che se il volume del sapere archeologico è meno espressivo ha però il pregio di esser concreto mentre quello antropologico lo è altrettanto se ci riferiamo agli aggregati umani studiati in vivo, ma diventa più problematico se si usano questi casi per retroproiettare le conoscenze come fossero conoscenze su “fossili viventi” nel tentativo di diradare le nebbie su come effettivamente vivevano gli antenati del tempo profondo. Altresì, le nostre conoscenze archeologiche sull’argomento sono comunque molto aumentate e migliorate negli ultimi decenni, sia perché sono aumentate in quantità (scavi), sia perché è molto migliorata la nostra capacità di trarne informazioni. Dalle datazioni alla paleobiologia, dalla paleoclimatologica ed ecologia alla comparazione, all’estensione temporale indietro fino alla paleoantropologia, l’analisi genetica delle popolazioni, la capacità interpretativa si è amplificata. Questo movimento espansivo delle conoscenze è tutt’ora in corso e non è raro leggere opere anche solo di qualche decennio fa, oggi del tutto falsificate da scoperte o interpretazioni successive più recenti. L’intero processo è comunque gravato da condizionamenti ossia chi scava e finanzia gli scavi, come e perché lo fa e perché si sceglie di scavare qua e non là, chi interpreta ed in base a quali conoscenze; quali sistemi di idee, ideologie, paradigmi ed apriori si usano per interpretare, forme delle istituzioni della conoscenza, etc. Come detto, la natura potenzialmente “politica” di questo tema chiama questi condizionamenti anche più che in altri campi. Così come ogni altro argomento, anche questo risente dagli andamenti delle conoscenze del tempo. Nel senso che quanto si dice in merito, deve fare i conti anche con ciò che si ritiene oggi “vero” in molte altre discipline, dalla biologia evolutiva ai vari impianti di analisi storico-sociale.

Tutto ciò ci porta a segnalare due primi problemi nell’approccio dei due studiosi anglosassoni. Sebbene all’inizio segnalino questo problema del rapporto tra conoscenze antropologiche ed archeologiche citando una sorta di invito alla massima cautela proferito a suo tempo da Levy Strauss, le parti di Graeber che è un antropologo, sembrano a volte violentare i fatti archeologici trasferendo modelli della sua disciplina per riempire i vuoti di conoscenza che tutt’ora si hanno, abbondanti rispetto a quanto si mostra in archeologia. S’intenda, queste retroproiezioni sono di principio scorrette ma non sempre o non del tutto improprie, è un confine delicato da valutare e discutere caso per caso. A noi sembra che, in alcuni casi, Graeber sia andato un po’ oltre. I gruppi di cacciatori-raccoglitori studiati dall’Ottocento in poi, mai si trovavano nelle stesse condizioni degli antenati. Spesso assediati dai più o meno moderni, a volte con loro anche in saltuario contatto, limitati territorialmente nello spazio e nelle risorse, alle prese non con le ecologie e climi del tempo profondo, anche il ricercatore spesso turbava i loro comportamenti per il solo fatto di osservarli e studiarli. Erano quindi senz’altro viventi, ma fossili non proprio. Dal punto di vista dell’adattamento, gli antichi cacciatori raccoglitori e quelli recenti, si trovavano in due contesti diversi. Nei casi di queste varie tribù o addirittura popoli citati, c’è raramente una quantificazione demografica, propria e dei vicini, ma a volte queste fanno la differenza. Altresì, l’argomento chiama a conoscenze molto estese che non sempre si rinvengono nel testo, ed i due, a volte, sembrano prendere un po’ troppo alla leggera considerazioni demografiche, ecologico-ambientali, tecnologiche, femministe, apporti di biologia evolutiva ed altro.

Un problema epistemologico simile a quello dei rapporti tra antropologia ed archeologia, c’è nell’utilizzo della primatologia. Poiché discendiamo biologicamente dai primati, osservando questi potremmo dedurre alcune componenti fondamentali del nostro modo di essere? Ciò non è sbagliato in via di principio, però è molto delicato farlo. L’umano mostra, ed anche precocemente, una mente ben diversa in termini di intenzionalità. Dato che ex post possiamo rilevare la profonda diversità di capacità adattiva tra scimmie ed umani, le prime di popolazioni ancora contenute e confinate a precise nicchie ecologiche mentre noi siamo oggi alla soglia degli 8 miliardi ed ambientati dappertutto, capire quanta ancora “scimmia” abbiamo in noi è complicato. In più c’è da vedere anche quale scimmia, se ad esempio scimpanzé o bonobo stante che in realtà noi discendiamo con loro da un’altra specie ancora non individuata. Ma poi c’è anche il problema di capire come questi primati cugini che studiamo, mostrino gli stessi comportamenti di quelle più antiche ambientate nei contesti ecologici dei tempi più profondi. Ed anche quanto valgano le osservazioni dei vari soggetti nell’ambiente artificiale dei laboratori per esprimenti comportamentali o quelle fatte in vivo naturale e con quanta invasività degli osservatori.  G-W, comunque, risolvono il problema alla radice in quanto non si occupano del tutto dell’argomento visto che la parte del loro studio relativa al paleolitico è riservata a poche paginette dedicate al solo paleolitico superiore che inizia, circa, 50.000 anni fa. Peccato però perché alcune scoperte sul nostro essere nel paleolitico sarebbero state più pertinenti da usare nello studio che non convocare questa o quella tribù o popolo di qualche secolo o decennio fa.

Chiariti alcuni aspetti metodologici, entriamo più nel merito segnalando che l’avversario ideologico principale dei due è la modalità del ragionamento teleologico. Questo tipo di ragionamento parte da uno stato di cose, analizza i processi che l’hanno causato, vi trova le inderogabili ragioni per cui così è andata perché non altrimenti poteva andare visto che il tutto aveva una sua finalità intrinseca e prescritta[6]. Tutto ciò urta la loro aspirazione alla libertà umana e sociale, quindi politica. I due intendono combattere questo tipo di ragionamento applicato al problema dell’Origine delle forme di vita associata umana lungo il percorso che portò piccoli gruppi di cacciatori-raccoglitori mobili, a formare società stanziali massive di tipo gerarchico. Lo sviluppo del discorso coinvolge nostre idee su cos’è l’uomo, le sue forme di vita associata, le forme politiche, il potere e le gerarchie sociali, uguaglianze e diseguaglianze, le libertà, la storia stessa che questa ha preso nei suoi svolgimenti, le variabili che hanno concorso ai vari esiti. Va da sé che “un altro mondo è possibile” solo se si rifiuta il ragionamento teleologico. Quindi, in breve, la loro tesi è che le cose non sono veramente andate come ci siamo sin qui raccontati e quindi non è vero che così dovevano andare e quindi il nostro attuale stato di cose si può immaginare trasformabile poiché la storia prima della Storia è stata più varia e libera di quanto l’abbiamo pensata e scritta. Se così si mostra, secondo loro, nel profondo passato, così può esser oggi e per il futuro, quindi “un altro mondo è possibile”.

Ma su questo svolgimento c’è da fare un appunto. Questa forma di determinismo evoluzionista, peggio poi quando è applicato al campo sociale con abuso di analogie precarie, è tipica di certa cultura anglosassone ed i due sono immersi del tutto nell’ambiente culturale anglosassone (oltre esserlo loro stessi). Graeber ha anche avuto anche non pochi problemi accademici per le sue opinioni e metodi e si ricorda che era anglosassone, ma americano. Noi sottovalutiamo in genere questa geo-cultura delle immagini di mondo. Convinti che la pensiamo tutti nello stesso modo in quanto occidentali, non notiamo a sufficienza che la nostra menetalità “continentale” non coincide sempre del tutto con quella anglosassone viepiù quella americana. L’operazione condotta da G-W prende allora di mira i principali singoli punti del tema e compie una revisione critica dicendo che le cose sono andate molto diversamente da come si sostiene nel loro vasto campo di studi. Ma non è che l’impianto teleologico non stia in piedi perché i suoi assunti siano sempre singolarmente infondati, non sta in piedi prima di entrare nell’analisi dei singoli punti, non sta in piedi come logica dell’impianto di ragionamento. Lo segnaliamo perché la furia critica usata dai due nell’operazione, a volte fa forse un po’ troppa confusione buttando via bambini con le acque sporche. Qui, una certa ingenuità filosofica ed anche una limitazione della multidisciplinarietà ha giocato un ruolo negativo alla loro argomentazione. Nel caso della fatidica “origine delle diseguaglianze” non c’è alcuna logica sostenibile che porti obbligatoriamente dalla lettura del perché e come sono nate al conseguirne che così è giusto che sia e debba esser per sempre. Non era necessario arrivare a negare l’egalitarismo tendenziale degli antichi gruppi di caccia e raccolta, idea questa largamente condivisa dalla maggioranza degli studiosi, molti di fede politica anche vicina se non del tutto coincidente proprio con quella di G-W. Ma tutta la faccenda è molto complessa quindi sarà il caso di entrare ancora più nel merito specifico, punto per punto. E come annunciato, su molti di questi punti faremo anche discorsi più ampi.

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Vediamo i punti di teoria generale che i due autori attaccano. Il primo punto che mi sento molto fortemente di condividere è l’insopportabile condimento moralistico alle teorie. Non c’è ragione di pensare che l’uomo antico fosse “buono” e dopo anche “cattivo” (Rousseau) o “cattivo” da sempre ed anzi un po’ “meno cattivo” dopo poiché ingabbiato nelle regole civili (Hobbes). Quelle che ci sembrano bontà e cattiveria sono giudizi variabili su variabili comportamenti umani in entrambi i casi sollecitati dalle situazioni. Giudizi propri di immagini di mondo recenti applicate a forme del tempo profondo, un anacronismo. L’uomo ha una essenza molto varia che tocca punte di modi di essere diametralmente opposti, forse è la sua stessa vincente lunga storia adattativa ad aver modulato così tanta varietà. Soprattutto la base dei fatti va separata dai giudizi che possiamo dare in ambito di filosofia morale che, rispetto a XVII e XVIII secolo, ha oggi anche senso molto più relativo. Dimentichiamo quindi ogni passione morale e concentriamoci sul capire come sono andate le cose prima di darne giudizio.

Il secondo è la critica all’evoluzionismo sociale, a varie scansioni. Qui forse gli Autori risentono dell’effettivamente indigesto evoluzionismo anglosassone (per altro, non tutto) che eccede spesso in determinismo e riduzionismo. È questo un punto in cui potrebbe partire una analisi propria del concetto di “evoluzione” (termine-concetto neanche usato nella prima edizione dell’Origine di Darwin), sviluppato dai suoi primi interpreti (Spencer) così simile all’altro coevo concetto di progresso (sempre Spencer) e poi lungo sviluppato nella nuova Sintesi moderna ancora fino a noi fino al determinismo genetico alla Dawkins e poi fino alla arrogante assertività psicobiologica di Pinker ed altri. È una faccenda che richiederebbe un suo trattato più che una nota. Se ad esempio si prova a dire più o meno quello che viene presentato come “evoluzione” sociale (ed anche biologica), parlando di adattamento invece di evoluzione, gli stessi contenuti perderebbero significato teleologico perché l’adattamento risponde ad un contesto ed i contesti sono variabili. Altresì, è vero che spesso i confini tra i vari stadi di questa presentata “evoluzione” sono incerti ed i processi a volte reversibili e molto meno lineari di quanto narrato. Qui c’è un problema proprio epistemologico ovvero le descrizioni a grana grossa e quelle a grana fine. Alcune asserzioni sulle molecole sono vere fino a che non si scende al livello degli atomi e su questi sembrano vere fino a che non si scende alla scala quantistica, è un problema di grana. Del resto, se scrivessimo sempre descrizioni di fenomeni storici a grana fine, scriveremo metri quadrati di biblioteche per le cose più semplici, dobbiamo generalizzare per ragioni di semplice economia cognitiva anche se sarebbe giusto esser più consapevoli del fatto che ciò che appare da vicino, non è quello che appare da lontano, l’inquadramento stretto è diverso da quello largo, la compressione temporale nelle descrizioni taglia una geografia dei sentieri causali molto arzigogolata fatta a volte di cause ma anche da un po’ di caso. Lo stesso nostro apparato percettivo della corteccia temporale inferiore ha nell’area V4 campi più ampi per le visioni d’insieme e campi più stretti V1 per le messe a fuoco limitate ma più precise, ma alla fine noi andiamo di continuo avanti ed indietro tra le due per la percezione complessiva[7]. Nella conoscenza, questo avanti ed indietro è più problematico da trovare in un singolo autore. Altresì si deve vigilare su queste necessarie riduzioni del discorso che nella gran grossa sintetizza la pluralità ed a volte contraddittorietà della grana fine, ma purtroppo si deve accettare il fatto di farle se vogliamo cogliere nel nostro limitato spazio mentale intere veste porzioni del fenomeno del mondo. Ci eviteremo così lunghe ed inutili discussioni tra la supposta verità macro e quelle micro, stante che sono vere entrambe ma a grana diversa e con diversa utilità cognitiva. “Vere” perché ci sono utili e tra loro coerenti, non perché corrispondano del tutto al fondo noumenico della realtà. Infine, approcciati con una logica fuzzy che sfoca le soglie di significato, molti livelli definitori assumerebbe valori più graduali, come graduale è la varietà dei casi. Quindi “evoluzione”, nel latino ciceroniano dove il termine compare per la prima volta, significa “svolgimento”[8], queste storie dette “evolutive” sono svolgimento di forme più o meno adattive, non c’è alcun chiaro fine e quindi teleologia. La Terra non è il fine della fisica, la vita non è il fine della chimica, l’uomo non è il fine dell’evoluzione vitale, le società gerarchiche centrate sul possesso di capitale non sono il fine intrinseco dell’avventura umana in forme di vita associata. Il “non c’è alternativa” è una asserzione semplicemente ridicola.

Il terzo punto da affrontare è forse il centro del tema centrale. Deriva proprio da quell’incremento di quantità e qualità delle conoscenze archeologiche che abbiamo prima citato. Incremento che arriva però non su un foglio bianco ma su fogli e fogli di idee largamente condivise e sedimentate nelle immagini di mondo, cioè tessute con molte altre provenienti da varie discipline e con destinazione filosofica e politica rilevante. Tutto ciò forma canoni, ideologie e dà cattedre universitarie.  Rimuovere queste conoscenze condivise non è facile poiché l’intero ordito delle immagini di mondo condivise fa attrito. Lo stesso fatto si debba fare i conti con le idee di un inglese di metà XVII secolo ed un franco-svizzero del XVIII che teorizzavano su fogli bianchi, dice di quanto complicata sia la formazione e peso delle immagini di mondo. Ma di cosa si tratta nello specifico? L’intera narrazione nata nel XIX secolo in ambito britannico ed ancora molto influente sull’invenzione dell’agricoltura che avrebbe modificato i modi di produzione e questi i modi sociali, il prototipo delle teorie interruttore applicate all’Origine, non è vera in più punti ed alla fine è falsa del tutto se intesa come causa prima del salto che portò alla civiltà. L’agricoltura non fu affatto una invenzione, oltretutto tarda come prima ci sembrava, pratiche di coltivazione e varia cura del selvatico prima che di domesticazione precedono anche più di 10.000 anni il prima ritenuto, ma la conoscenza sulla seminazione è anche molto precedente[9]. Non fu quindi una rivoluzione ma una lunga transizione adattiva. Tra l’altro, che noi si sappia poco di questi tempi è un fatto, ma che noi si fondi su questa ignoranza palese l’idea che il mondo vada avanti a rivoluzioni quando nel caso abbiamo un tempo che è quattro volte più ampio di quello che mettiamo nei nostri volumi di storia generale, è assai improprio. Mai visto “rivoluzioni” che si compiono in diecimila anni, in diecimila anni si possono notare trasformazioni. Inizialmente, una certa cura del naturale prodotto vegetale aveva funzione di semplice integrazione alimentare, poi di stoccaggio per compensare i variabili risultati della caccia raccolta. Per altro silvicultura ed orticultura (quest’ultima dagli apporti anche molti rilevanti oscurati dalla nostra furia ideologica centrata sui cereali) furono anche più precoci. Quanto ancora sull’idea dell’invenzione, si è proceduto con calma allo sviluppo detto “agricolo” in qualcosa come 14 diversi luoghi del pianeta attestati archeologicamente ed altri 9 dedotti bio-geograficamente, senza poter ipotizzare e per varie ragioni, meccanismi di diffusionismo. Quindi non è stata una invenzione anche perché si è ripetuta per più di venti volte in tempi lunghi e luoghi diversi. I modi di produzione della sussistenza che per lungo tempo non sono stati solo di caccia e raccolta, ma anche pesca (e la cosa fa differenza nelle nostre descrizioni dell’uomo paleolitico, così come la “caccia” non era sempre caccia grossa), si sono progressivamente ampliati a gli apporti della silvicultura, orticultura, agricoltura del selvatico, poi agricoltura basata sulle piogge o sulle inondazioni periodiche e solo dopo nell’agricoltura dipendente dall’irrigazione e questo lungo adattamento che è durato migliaia di anni e solo alla fine arriva a collassare la grande varietà alimentare precedente nella monotonia agricola su vasta scala. E non per convenienza intrinseca della modalità a lungo evitata dagli uomini del tempo come unica fonte di sussistenza, ma per necessità per un complesso di cause come poi meglio vedremo. Infine, abbiamo a registro anche società agricole ma non per questo gerarchiche socialmente, così come società stanziali ma non per questo agricole. Occorre cioè ampliare il modello ad altre variabili se vogliamo capir meglio come ha funzionato la dinamica reale, togliendo ogni determinismo produttivo-economico quale riecheggia in teorie il cui calco è preso dalle c.d. “rivoluzione industriale” britannica del XIX secolo. Modello universalizzato come legge della storia e dell’economia moderna per varie ragioni, tra cui l’idea stessa la storia e l’economia dovessero avere “leggi”, per “invidia scientifica” nei confronti della fisica in tempi in cui furoreggiava il positivismo. Come anticipato ed ormai noto ai più che studiano l’argomento, la stanzializzazione dei gruppi umani, in più casi precede e di molto l’utilizzo dell’agricoltura nelle sue varie forme, il nesso di causa, qui come altrove, andrebbe semplicemente invertito. Fu la precoce stanzializzazione in condizioni di offerta alimentare agevole che, quando tali condizioni non furono più così agevoli, portò a finire nella mono-dimensionalità cerealicola[10]. Diversamente da come altri hanno provato a sostenere, non siamo finiti schiavi delle nostre invenzioni originariamente di belle speranze, siamo finiti in una singolarità di necessità a cui abbiamo dato un esito che ci sembra monotono solo perché adattativamente non siamo stati in grado di far diversamente. Questo nostro primo modo di adattarci, il modo degli ultimi cinquemila anni, un tempo ridicolo in termini evo-adattativi, non è l’unico modo possibile, solo quello che ci è risultato più facile perché non in grado di farlo diversamente visto che siamo finiti al centro di campi di forze causative più forti della nostra capacità di dominarle. Ma non è detto che noi si sia condannati ad esserne dominati per sempre. Capire cosa ha agito in questo fenomeno è appunto propedeutico a capire come manipolarne le variabili diversamente per ottenere altri esiti.

Qui si rivela anche la differenza portata dallo sviluppo delle nuove discipline quali la paleo-geografia, la dendro-cronologia, la paleo-botanica, la paleo-climatologia ed altre. Semplicemente, come per altre accennano i due ma ritraendosi quasi subito dal tema, da 12.000 o poco più anni fa siamo entrati in un nuovo regime climatico, l’Olocene. Già da poco prima cominciarono a sciogliersi i ghiacci, il mondo è letteralmente invaso di acqua dolce, cresce la vegetazione, crescono le popolazioni animali, cresce la biodiversità, gli umani si trovano progressivamente in una sorta di paradiso terrestre fatto di relativamente ricca abbondanza, in pochi con in tanto spazio. Ciò che ai due non piace tanto sottolineare è che, banalmente, cresce progressivamente anche la consistenza demografica delle popolazioni umane e tutto ciò ben prima dell’agricoltura. Sia quella delle dimensioni dei gruppi che anche per questo spesso si stanzializzano, sia quella della densità relativa per singoli areali, evidentemente i più “ricchi” quanto ad offerta di alimenti e condizioni di vita. Fatto quest’ultimo poi rilevante per lo sviluppo delle varie “culture”, dello scambio genetico, delle idee, delle tecniche, dei prodotti (eccedenza vs mancanze), ma alla fine, motivo anche dell’addensarsi improvviso di grandi gruppi in singoli luoghi. Quando ciò è avvenuto in certe aree ad alta densità abitativa, sono poi nati diversi problemi che infine porteranno al ripiegamento verso l’agricoltura irrigua e da qui alle dispute territoriali, quindi poi alla figura del militare ed altre classi o caste. Purtroppo, per avere prove dirette ed inequivocabilmente fondate di questa ipotesi demografica dedotta per gran parte da quella climatica, dovremmo scavare ampie zone (oggi per altro spesso abitate) ed a più strati, un impegno che siamo molti lontani da poter prendere. A noi questa “dipendenza dal contesto” sembra inequivocabile e palesemente logica senza per questo finire nel determinismo demografico o ecologico. Ragionar per complessi di cause è anti-determinista per principio, è chi è già determinista di un tipo che ti accusa di esser determinista del tipo che a lui non piace. Come, ad esempio, fanno gli economisti quando sentendo considerazioni demografiche evocano subito lo scomodo fantasma di Malthus. Infine, un effetto poco considerato di questo fenomeno durato millenni fu portare i gruppi umani ai limiti di possibilità dell’equilibrio adattivo. Quando si manifestarono, come sappiamo proprio dalla paleo-climatologia, anche relativamente leggere fluttuazioni climatiche (in Mesopotamia nel 6500 a.C. e poi nel 4500 a.C.) in direzione inversa con ripresa di temperature poco più fredde ma soprattutto molto più secche, il precario equilibrio tra grandi gruppi umani già stanziali-volumi di sussistenza-natura (ecologie e climi) spinse a ricorrere sempre più all’agricoltura irrigua. Ma ciò fissò in certi territori ed impose quella progressiva strutturazione sociale che poi leggiamo come emersione della civiltà con i suoi pro ed i suoi contro, come ogni adattamento.

Tutto questo si ritrova anche nelle antiche mitologie come perdita del “paradiso” precedente e non ci riferiamo solo a quella vetero-testamentaria che fa eco a quella più antica di Gilgamesh, c’è anche nella mitologia cinese. Ma più di tutto fa fede l’analisi della consistenza ossea e proteica degli scheletri rinvenute nelle sepolture lunga questa transizione. L’uomo perde dimensioni e forza, si manifesta un dismorfismo sessuale prima appena accennato ed aggravato dai diversi regimi dietetici che indicano anche, l’emergere di una gerarchia uomo-donna prima forse non esistente come ogni altra forma di gerarchia sociale di tipo fisso. Perde pare anche in salute generale, anche perché più monotona la dieta, carne e pesce diventano più rari e difforme ne è la distribuzione dentro i gruppi umani che provenendo dall’abbondanza ora scoprono la scarsità e la diseguaglianza delle proteine. Lo stesso vivere in tanti in poco spazio ed a contatto con animali porterà anche le prime zoonosi ed epidemie. Nelle prime città collassano non solo le precedenti reti dei villaggi di più ampi areali, ma spesso anche popolazioni ancora seminomadi e basate su caccia e raccolta di areali vicini le cui ecologie stavano cambiando. Cambiando per ragioni climatiche, ma anche perché le crescenti densità relative dopo aver vissuto per un po’ con una domanda che eccedeva l’offerta naturale, non aveva più equilibrio con il circostante, stava esaurendo le risorse. G-W ricordano correttamente quello che è già noto in questa area di studi ovvero che tutto ciò, a grana fine, non mostra alcuna linearità. Molte prove, molti fallimenti, molte scelte poi reversibili, il censimento dei tentativi cittadini, se avessimo effettivamente tutte le prove archeologiche, mostrerebbe il classico fenomeno di molti tentativi con molti errori di cui pochi o forse pochissimi si stabilizzano e diventano la base di una nuova storia.

Come si vede tra ideologia e conoscenza c’è di mezzo il modello ed il modello dipende dal numero di variabili e loro interrelazione che si adopera per sviluppare conoscenza. Meno variabili mettete più potete strattonare i fatti a seconda di dove la vostra ideologia vuole arrivare a definire la sua agognata “verità”, che invero viene stabilita prima dei fatti stessi. Si capisce che per chi ha dedicato la vita a studiare il mondo solo tramite le lenti economiche o della storia del pensiero simbolico e religioso o tramite qualche vario strutturalismo o biologismo evolutivo o qualche altra selettiva forma di visione ed interpretazione come i tecnologi, scocci prender atto di cose magari poco conosciute come i rapporti tra climi, ecologie e demografia (vegetale, animale, umana) siano state complessi di cause efficienti. Sebbene poi occorra anche qui rifuggire dal determinismo e vedere come queste nuove condizioni hanno avuto a grana fine affetto sulla assai varia e composita complessità umana, a quali modalità hanno dato vita caso per caso. Forse il caso mesopotamico che è poi quello che conosciamo meglio, non è del tutto uguale a quello cinese, che non del tutto uguale a quello vallindo, che non è del tutto uguale da quello mesoamericano. Il significato epistemologico di tutto ciò è dimenticarci la monocausa-effetto e considerare il principio di causa complessa ovvero complessi di cause non lineari.

Infine, per chiudere il punto, anche come accennato dai due in altri contesti del loro lavoro, tutto ciò ovvero il grande improvviso afflusso di acqua prima rappresa nei ghiacci ci ha indicato che le coste del tempo profondo oggi sono sotto metri e metri di acqua, fino a 120 metri o più. Dove però questi effetti si sono sentiti meno come i laghi o i fiumi, ma poi scavando anche sott’acqua di mare[11], emerge con chiarezza che vivere sulle rive e sulle coste era la preferenza, forse la prima, degli uomini antichi. Ma quanti accademici con cattedra in base a volumi e volumi scritti sulla caccia, le armi, le tecniche, l’aggressività primate del maschio paleolitico sopravviverebbero a nuove descrizioni sulla lenta raccolta di cozze e telline di uomini, donne, bambini sugli scogli antichi, cantando e giocando? Così per l’orticultura come se zucchine, fagioli, piselli, e quant’altro non assolvessero funzioni nutritive che per altro non assolvono davvero proprio i cereali. Per non parlare degli avicultori, la pesca, i chiocciolai etc. Insomma, il ricorso all’output agricolo domesticato ed irrigato manipolando i rapporti tra terra ed acqua dolce fluviale è solo la fine di un lungo processo adattivo svolto mentre le condizioni naturali che erano sensibilmente migliorate progressivamente, avevano aumentato la consistenza delle popolazioni per questo motivo, in molti casi già stanzializzate come plasticamente vediamo a Catalhoyuk[12], circa 7000 persone inurbate già 9000 di anni fa e con sussistenza mista. Consistenza interna ai singoli aggregati, ma anche loro densità territoriale. Catalhoyuk, ad esempio, sembra non aver “vicini” di prossimità, quando invece avremo piccole prime cittadine di dimensione simile, per altro in altri contesti ecologici, ma con “vicini” con cui condividere il territorio, sorgeranno altre dinamiche. Un equilibrio al limite delle capienze venne in seguito più volte turbato da oscillazioni climatiche che spinsero gli stanziali sempre più vicino ai fiumi, creando le prime città ma in alcuni casi, anche il nuovo problema degli spazi in competizione. La estrema varietà alimentare dei tempi d’oro si restrinse ai cereali per tutti e prodotti di allevamento, ma non per tutti, compensazioni di scambio tra eccedenze e mancanze con altri gruppi umani di altre ecologie. Già nel mesolitico delle aree in cui si formano le “culture” condivise tra più centri in interrelazione, vediamo spesso il formarsi di specializzazioni che poi partecipavano a reti di scambio ampie. Ma questi scambi sono anche dipendenze che poi, in successive condizioni, portano a fondere i gruppi nelle prime città. Provenendo dall’abbondanza relativa si piombò nella relativa scarsità e necessità di organizzarsi in forme complesse per farvi fronte. Questo primo impatto con la complessità venne risolto nel modo più semplificante ovvero rendendo progressivamente gli aggregati sociali dei sistemi gerarchici fissati con certe rigidità. Così è andata più o meno ovunque ma non c’è alcuna ragione di ritenere così sarà per sempre, nelle cose umane il “per sempre” non esiste, la stessa logica dell’adattamento dice che lo standard dell’essere è il divenire. Ripetiamolo, se sostituite a teoria dell’evoluzione, teoria dell’adattamento, la teleologia scompare magicamente in via logica. E soprattutto vi ricorda che i sistemi in esame (uomo, gruppi, popoli) stanno in un contesto e ne risentono, non producono dinamiche per logica propria astratta, rispondono a sollecitazioni esterne ed influiscono su queste stesse turbando i contesti.

Come vedete, se andate in multidisciplinare ed a grana fine, appare un mondo che non è quello su cui potete scrivere una critica di mezza cartella citando Hobbes, Rousseau, liberalismo e materialismo storico, individualismo o socialismo e quant’altro vi frulla per la testa dandovi il piacere di pensare che il mondo è proprio come l’avevate pensato. Sarebbe ora archiviassimo collettivamente questo complesso di idee proprie del moderno, recepissimo le novità sia sui fatti su sul come connetterli tra loro, sia sul come interpretarli. Questo complesso mentale risale nel migliore dei casi al XIX secolo quando noi europei eravamo in cima alla piramide dello sviluppo storico alimentato dal nostro dominio sul mondo naturale ed umano che contava uno scarso miliardo di umani. Oggi siamo destinati a dominare quasi più nulla ed in alcuni casi siamo dominati come nelle relazioni di potere con gli americani ed anglosassoni in un più ampio cluster detto “occidentale” che è oggi una frazione, sempre più anziana, di 8 miliardi di umani. Ma limitati anche dalla poderosa crescita degli asiatici e degli africani. Se il mondo oggi fosse dotato di una assemblea democratica basata su una testa un voto, noi tutti intesi come occidentali (ed ammesso ma non concesso noi si abbia visioni comuni sui rapporti col resto del mondo) peseremmo per uno scarso 15%. Per non parlare dei limiti ambientali. Enorme la quantità e qualità di nuovi fatti da considerare, metodi da rivedere, modalità di connettere idee ed interpretazioni. L’abuso del prefisso “post” negli ultimi decenni per denotare difformità con questa tradizione moderna che leggeva un mondo che non c’è più, denota in effetti solo quanta fatica stiamo facendo a capire come sviluppare nuove immagini di mondo in cui l’architettonica del pensiero faccia passi avanti significativi rispetto a quella moderna.

Come quarto punto possiamo dire che altre idee dei due Autori sono interessanti, ma da valutare caso per caso. Il fatto che gli umani del tempo profondo, viepiù si va indietro nel paleolitico, mostrino eccezionali linee di mobilità anche a lunghissimo raggio è sempre più attestato. Ma l’aumento progressivo delle dimensioni dei gruppi e loro densità, sembra poi aver frenato questa abitudine al “lontano”. In realtà, il concetto di “spazio vitale” va riducendosi progressivamente. Mano a mano che si passa dalla caccia alla raccolta, dalla cura del selvatico ed orticultura, all’allevamento, all’agricoltura nella sequenza coltivazione – domesticazione, l’areale di riferimento si rimpicciolisce e si fissa parallelamente la stanzialità e la densità relativa.  Anche le ultime forme nomadi o seminomadi, alla fine collassarono nelle forme stanziali con i mongoli e vari tipi di barbari che poi finirono spesso col diventare l’aristocrazia armata dei gruppi già da tempo stanziali come accadde in Europa ed in Cina. Gli anglosassoni hanno mantenuto questa loro nostalgia al libero scorrazzamento barbaro che chiamano “libertà” già ai tempi delle Grandi navigazioni, poi delle colonie, poi dell’Impero britannico, oggi con l’impero -sui generis- americano. Anche la mentalità ebraica, che è poi quella di molti studiosi occidentali, prima del sionismo, si è formata senza il vincolo del territorio ed anzi col problema di esser accettati nel territorio altrui. Alle volte, sembra che questo “elogio del nomadismo”[13] sia esagerato per ragioni ideologiche favorevoli alle migrazioni contemporanee, la globalizzazione, il mondo “sans frontieres”, la “società aperta” con scivolamenti anarco-capitalisti con un mondo (dis-)ordinato dalla sola mano invisibile del mercato. A parte il fatto che gli antichi del tempo profondo forse non erano poi così nomadi come ce li siamo raccontati ma semmai semi-nomadi e che magari ci siamo estesi nel tempo perché i primi nuclei parentali ad un certo punto invitavano i giovani adulti a fondare nuovi gruppi da un’altra parte ed a parte il fatto che i casi più estremi riguardavano individui più che gruppi (quella libertà di andare e venire a cui si riferisce Graeber), rilevare che muoversi liberamente in spazi semi-vuoti è diverso che muoversi liberamente in spazi occupati ci pare una ovvietà. Le migrazioni contemporanee sono un fatto, andrebbero analizzate per cause specifiche e col fenomeno occorrerebbe fare conti seri. Anderebbero anche selezionate tra obbligate o volontarie, fare il loro elogio nel caso di quelle obbligate ci pare improprio viepiù quando noi stessi siamo tra le cause indirette di molte catastrofi belliche o ambientali locali come in Africa. Giustificarle o negarle attingendo a caratteri della presunta natura umana, non si capisce cosa apporti alle nostre facoltà di gestire tali problemi, così negare che oggi siano problematiche sotto certi punti di vista, magari opportunità sotto altri. Questo è un altro di quei fenomeni che eccitano le nostre dichiarazioni morali, ma il fenomeno andrebbe indagato in tutta la sua realistica problematicità obiettiva.

Graeber usa poi più volte il concetto di schismogenesi (G. Bateson) ovvero il costruire una identità di gruppo, spesso come copia inversa dell’identità del gruppo vicino con cui si hanno rapporti che passano dall’amicizia conviviale al sospetto e poi al conflitto. Il meccanismo è interessante e personalmente credo più utile come strumento di interpretazione delle relazioni individuali (come per altro pareva anche a Bateson che inventò il concetto) ed anche di certa logica filosofica (ad esempio nella Scienza della logica di Hegel, la sua versione della “dialettica” con tesi ed antitesi nette ed autorinforzanti nella reciproca “dialettica” basata inizialmente sulle coppie dei contrari “polemici” di Eraclito[14]). Personalmente non lo avrei applicato, per varie ragioni, alle differenze rilevate tra le culture del Levante mesolitico rispetto alle culture degli altipiani anatolici come proposto dai due, mi è sembrata un po’ una forzatura, ma è questione secondaria. Qui come altrove, dal tono dell’argomentare dei due non si capisce sempre molto bene la differenza tra fatti ed ipotesi e quando “ipotesi” quanto fondate o liberamente proposte.

Quanto alla mobilità e varietà di forme sociali in base alle stagioni, trovo l’idea molto concreta ed in molto modi provata, fa sicuramente parte di una concezione adattativa della storia umana. Soprattutto nelle modalità più antiche nel tempo profondo di semi-nomadismo in cui si alternavano siti stanziali più di raccolta ed altri periodi di mobilità di caccia, inversioni estate-inverno o fissazione di donne-anziani-bambini con uomini che partivano per battute di caccia di qualche giorno. O come nei rapporti tra siti ed areali interni e di costa. Più in generale, mi sembra giusta l’idea di smetterla di pensare l’uomo paleolitico come un idealtipo mono dimensionale. Ci furono molti modi e molte forme, variabili nel tempo breve per via delle stagionalità o nel tempo medio e lungo per via del divenire storico e delle complessità relativa, della geografia, del clima e delle ecologie. La già citata forma di foraggieri di costa che doveva esser ben diffusa, è stata a lungo ignorata solo perché s’erano inizialmente trovate le pareti affrescate francesi con le scene di caccia grossa ed i siti di costa non li vedevano perché sommersi dall’acqua di mare il cui volume era cresciuto vistosamente con la deglaciazione. O forse solo perché piaceva trovare negli antenati i caratteri semi-militari dei gruppi di maschi che infilavano lance nel costato dei mammut lanosi urlando per farsi coraggio, segue barbecue, birra e partita in televisione per gruppi di maschi tribalizzati felici di trovare negli antenati i caratteri propri del loro esser contemporaneo. Un “essere” magari sintonico con presupposti infondati che imperano nell’antropologia economica, per lo più di matrice anglosassone.  Tutto ciò ci fu ma non ci fu solo questo, dipende da chi racconta la storia. Se chi la racconta è femmina, ad esempio[15] le tante nuove e vivaci paleo-antropologhe, ecco arrivare i problemi tra ampiezza del foro vaginale e volumi cranici, brodini vegetali dei torvi neandertaliani, amazzoni, nonne che tengono la prole, maschi che dicono di cacciare ma alla fine mangiano sole perché le donne avevano fatto orto e raccolta costante e molto altro. Le abbiamo citate ironicamente ma ognuna di queste tesi è serissima e abbastanza fondata/provata, l’ironia era verso la nostra misconoscenza di come l’identità culturale del narratore illumini solo certi fatti e non altri. Vale tra uomini e donne, tra giovani ed anziani, tra occidentali e non e dentro gli occidentali tra anglosassoni e non, oltreché dalla disciplina specifica da cui proviene chi parla. Per non parlare di quadri etico-politici che hanno a priori in testa i vari studiosi. Studiosi poi di cosa andrebbe specificato, come velenosamente fa (a ragione) Graber quando parla di Diamond o Harari. Siamo appena usciti dal penoso spettacolo di virologi che parlano di epidemiologia (di cui non è detto sappiano cose) o primari generalisti che parlano di virus o epidemiologi che parlano di Cina o della bergamasca senza conoscenze di contesto.

A tale proposito epistemologico, nel testo si accenna appena ad un altro problema che meritava anche più spazio. Noi abbiamo scavato a partire dall’Europa occidentale perché qui si concentrano le università e fondazioni che finanziavano gli scavi. L’uso cultural-politico delle origini continua con gli indiani rispetto alla civiltà della Valle dell’Indo e coi cinesi in vario modo, coi turchi che si riappropriano dei loro siti antichissimi fondando così una antichità che non hanno (i turchi venivano dal centro Asia non sono indigeni dell’Anatolia) e di recente addirittura coi sauditi che si sono iscritti al “grande racconto delle origini” con siti di 7000 anni fa. C’è una intera mitologia simbolica fondata solo sulle sole grotte francesi, poi anche spagnole. Poi però capita, come di recente, di trovare una pittura parietale in Indonesia (Sulawesi) anche più antica di quelle franco-ispaniche, con un più semplice maiale selvatico. Ma pensare a gruppi umani che cacciano mammut lanosi ed alci giganti è diverso che pensare gruppi che cacciano maiali selvatici nel sottobosco con rane, scoiattoli e grassi coniglioni. Oppure scoprire che le pitture parietali con rappresentazioni di umani più antiche sono, al momento, quelle australiane e non quelle francesi[16]. Come si sarebbe sviluppato il lavoro interpretativo alla Leroi-Gourhan se avessimo cominciato a scavare in Australia e non in Francia? O per le pitture parietali o petroglifi “en plein air” trovati in nord Africa o Medio Oriente, un modo di lasciare i segni molto diverso che non infilarsi quasi senza ossigeno di traverso in un buco di una profonda grotta buia. Così, per i resti delle culture dell’Antica Europa teorizzata dalla Gimbutas. Siti per decenni dentro la cortina di ferro dove non si scavava o se si scavava con archeologi non di Oxbridge o oggi bulgari stante che l’archeologo bulgaro certo non è al livello dell’archeologo americano o inglese (lo diciamo con ironia).

Ma il discorso andrebbe ampliato al concetto di “prova scientifica”. Abbiamo a lungo chiamato il paleolitico, età della pietra perché avevamo solo pietre scheggiate, il legno non si conserva nel tempo. Poi però abbiamo miracolosamente trovato dei giavellotti di legno ancora intatti perché affogati in bagni di gesso (lance di Schoningen)[17]. Ricostruiti in copia perfettamente conforme abbiamo provato a lanciarli ed abbiamo scoperto che per bilanciamento ed aereodinamica, potevano arrivare lì dove c’è oggi il record di lancio femminile olimpico di specialità. Poi siamo andati a fare la radio-datazione degli originali ed abbiamo scoperto che sono di 300.000 anni fa! Neanche Sapiens e neanche Neanderthal ovvero Homini heidelbergensis, sapevano creare strumenti di lancio di gittata incredibile, “alta tecnologia” diremo oggi. Le conoscenze a base di questi manufatti come si sono formate, come si sono stratificate e trasmesse per arrivare a quel risultato? E chissà cosa ci siamo persi in lettura dei segni di queste antiche forme di vita associata non ricevendo manufatti di pelle, tendini e piccoli ossi, cuoio, paste vegetali, liane. Basta trovare i blocchetti di ocra con motivi geometrici di Bomblos (Sud Africa) per retrodatare a 70.000 anni fa il pensiero simbolico che prima ci sembrava emerso dal nulla in Europa 30-40.000 anni più tardi. È spesso questo “dal nulla” che chiama teorie interruttore. Ma poi si scopre che non erano affatto dal nulla. Presupporre che questi uomini più antichi avessero menti, capacità artigiane e società in grado di sviluppare e forse tramandare questo tipo di saperi cozza con tutto quanto prima ci eravamo raccontati pensando di esser noi Sapiens europei del tutto “speciali” ed in quanto proto-francesi, ovviamente proto-pittori. Fino a trenta anni fa eravamo convinti che i Neanderthal neanche potessero parlare per “evidenti” problemi all’apparto fonatorio (falso). Qui si potrebbe aprire anche una finestra sullo sviluppo recente degli studi sui Neanderthal che oggi ci appaiono del tutto diversi da quello che credevamo anche solo venti anni fa[18], ma andremo fuori tema. In termini di studio delle immagini di mondo sarebbe però molto interessante farlo.

Quanto i rapporti ludici ed ironici col concetto di “potere” sociale, tema specificatamente antropologico caro a Graeber, c’è poco da aggiungere. Quando le forme sociali del potere erano ancora impermanenti, variabili in base agli adattamenti, reversibili e per altro anche limitate, essendo a quei tempi il “potere” una funzionalità di ordine del gruppo magari ad hoc per certe attività come la caccia o solo per certi periodi dell’anno, va da sé ci fossero inversioni ludiche e giocose. Ma non si capisce cosa questo ci porta in dote per trattare il problema del potere sociale oggi, salvo ricordare che il Carnevale ne discende, così per un certo tipo di “satira”. O forse è utile, come giustamente sostiene Greaber per levarci dalla mente l’idea balzana tipo menti bicamerali di antenati poco meno che automi biologici sballottati dagli eventi[19], privi di auto-coscienza ed intenzionalità. Da segnalare qui come tanta letteratura bizzarra che convoca gli alieni sapienti per spiegare segni di precoce intelligenza umana sofisticata, esista proprio perché il divieto di pensare la nostra storia adattiva molto lunga è in certi paradigmi scientifici. Sappiamo che i monoteisti pensano il tempo su base implicita ristretta, anche gli scienziati a volte sembrano non andare troppo là, ecco che quando spunta qualcosa di complesso in tempi in cui non dovrebbe esserci, arrivano gli Anunnaki segue puntata-mistero su History Channel. O se ti va meglio, l’innovazione genetica che secondo Chomsky avrebbe creato il linguaggio umano solo 70.000 anni fa.

Qui mi piace segnalare una vera e propria costante del progresso recente di questi studi: è sempre tutto più antico di quanto credevamo. È come se la cronologia di Ussher[20] basata sulle verità bibliche continuasse ad agire nella nostra razionalità inconscia. Sono decenni che leggo di queste continue retrodatazioni. Ci dovremmo allora domandare perché vige ancora questo invisibile paradigma recentista e magari scoprire che noi pensiamo che il nuovo sia puntiforme, venga da una causa, mentre quasi sempre sono riorganizzazioni di complessi di cause che generano cambiamento sostanziale in archi tempi ben più lunghi. Noi pensiamo con lo schema dell’evoluzione per errori casuali di replicazione genetica e non con quello dell’adattamento (Sintesi estesa)[21]. Gli elementi c’erano già, a volte è solo la quantità e qualità della loro interrelazione a modificare la realtà osservata. Forse due-nozioni-due di biologia molecolare, avrebbero permesso pure ai due di ritorcere il determinismo biologico contro i suoi stessi adepti. Nei fatti della disciplina, cambiamenti genetici dagli effetti catastrofici quali quelli supposti a causa ad esempio dell’innovazione culturale, si manifesterebbero con tempi incompatibili con la tempistica degli eventi. Non a caso i biologi molecolari stessi confermano che i primi sapiens erano in tutto e per tutto uguali a noi biologicamente. Ma due-trecentomila anni fa non facevano quello che facciamo oggi; quindi, non è innovazione casuale puntiforme nei geni ad aver cambiato la mente che poi ha preso a farci fare cose diverse. Per altro desumere il comportamento umano per eredità genetica, come fa Pinker e la disgraziata prima sociobiologia[22], è un esercizio che si presta a molti abusi. Noi sottovalutiamo il fatto che le novità dell’umano sociale spesso emergono quando tanti umani diversi si incontrano. Quello che vediamo comparire prima nel Levante e poi in Europa occidentale (perché non abbiamo forse ben scavato quella orientale o caucasica) è “cultura” e dove c’è cultura c’è l’identità di gruppi diversi in reciproca interrelazione. Non si dipingono pareti di roccia se non c’è nessuno che può vederle, si emettono segni e significati se c’è qualcuno a riceverli. Quanto al numero di Dunbar[23] contro cui si scaglia con vigore Graeber, quella di Dunbar è la semplice notazione che i nostri cervelli sociali sono stati selezionati in lunghi tempi in cui abbiamo vissuto con un numero limitato di relazioni con conoscenti. Per altro non è che il cervello aveva un numero limitato di caselle “quello lo conosco” perché conosceva poche persone è che aveva uno spazio limitato di suo e per altre ragioni. Magari anche quelle del diametro del foro vaginale da cui uscivamo per tornare a prima (ma non è solo quello). Dire che entro 120-150 contatti riusciamo ad ospitare una immagine tridimensionale e relativamente nitida dei componenti la nostra vita associata ed oltre questa cifra poniamo gli estranei, non comporta di per sé far degli estranei dei nemici. Dice solo che il raggio della nostra conoscenza percettiva è limitato, se poi capita di dover vivere assieme a migliaia o milioni di “altri”, si dovrà prevedere la costruzione di sistemi fatti di sistemi, costruzione che fino ad oggi ha trovato ordine solo gerarchico. Dalla conoscenza percettiva dovremmo passare a quella mediata che purtroppo molti non hanno, scambiando il locale per universale. Ma questo non è colpa di Dunbar.

Ci sarebbe poi da entrare negli aspetti sociali della violenza esclusiva ed organizzata, quando e come compaiono le prime guerre stante che se non vogliamo fare letteratura, pure scadente, e vogliamo attenerci ai fatti, l’unica prova certa di un cimitero seguente un chiaro conflitto armato tra gruppi è solo del 11.700 a.C. (più o meno)[24]. Ma salvo uno o un paio di altre prove, tocca poi entrare in profondità verso il basso mesolitico o primo neolitico per vederne tracce più frequenti e l’inizio della civiltà per vederne la versione sistematizzata. Stante che l’aggressività inter-individuale è indiscutibile proprietà di specie, la guerra “atavica” è un mito o per lo meno non è suffragata da alcuna prova. Anche perché questo è uno di quei chiari casi in cui mancando il movente adattivo (eravamo forse non più di 20-30.000 umani in tutto nell’Europa del cuore del paleolitico superiore), si deve ricorrere al determinismo genetico del comportamento, una evidente sciocchezza. Così per le sepolture ancora paleolitiche che i due chiamano di “rango” ma che si potrebbero o forse dovrebbero chiamare di “prestigio”. Il “rango” sembra anticipare segni di stratificazione sociale e gerarchia, il “prestigio” invece è attribuito dal basso. Ad esempio, antiche madri figlie di discendenti fondatori antichi del gruppo (reali o presunti poco importa), sciamani e sciamane, i tanti scheletri sepolti con riguardo che mostrano vari tipi di infermità che evidentemente non era ritenuta una mancanza nella hobbesiana lotta di tutti contro tutti, ma segno divino o magico o chissà cos’altro che rendeva quegli individui a loro modo “speciali”, ma non per questo certo potenti e dominanti. E che, come nel caso dello scheletro di Shanidar, (Kurdistan iracheno)[25] che dice quanta cura sociale ci fosse intorno agli “svantaggiati”, ancora nei neandertaliani. L’intera per altro ancora discussa vicenda dei “neuroni specchio” scoperti in scienze della cognizione[26], ci dovrebbe riportare ad esaminare il bivio di Adam Smith. Fu proprio Adam Smith a proporre l’idea che il motore dell’interrelazione umana a base delle società fosse l’umano desiderio di reciproca simpatia (Teoria dei sentimenti morali[27], per altro con Smith ancora in vita da tutti e da lui stesso ritenuto il suo magnum opus, ricordando che il tipo era docente di filosofia morale non di economics). Che poi nella Inquiry[28] abbia presentato l’egoismo del lattaio e del macellaio come motore del mercato forse dovrebbe suggerirci l’idea che nella mente dello scozzese la società era qualcosa di più ampio ed importante che non lo specifico del mercato. Per Smith l’economia di mercato era migliore di quella mercantilista e di quella fisiocratica, per quello scrive l’Inquiry, non per sostenere l’idea della società-mercato. Come si vede, pensi la paleoantropologia ma la pensi con o senza conoscenze di scienze cognitive, con o senza conoscenze di storia del pensiero economico e con questo formato da canoni narrativi ormai consolidati e tramandati che però si sono formati sopra i testi, non nel merito dei testi riferiti. Questi sistemi di pensiero che chiamiamo immagini di mondo, li puoi avere solo se ti imbarchi in lunghi e complicati studi multidisciplinari altrimenti ogni sacerdote di credenza settoriale replica solo il suo canone. E così di canone in canone alla fine vince sempre quello dell’élite dominante. Si potrebbe arguirne che il modo geopolitico del “divide et impera” si applica anche alla cognizione e da questa alla politica sociale. L’importante è che ognuno osservi il particolare così il generale lo lasciamo fare a chi ha tutte le conoscenze ed informazioni.  Quando arriva il paleoantropologo anglosassone-liberale che ti ammorba con l’egoismo individualista essenza umana e reitera la lagna del “free lunch”, parlategli dello scheletro di Shanidar.

Al quinto punto mettiamo un’altra questione centrale trattata dai due, che è la più delicata: l’egalitarismo definito “presunto” dei cacciatori raccoglitori. Questo è un punto mainstream, ovvero condiviso praticamente da tutti gli studiosi o dalla maggior parte. Francamente, non ho capito perché gli autori attacchino questo punto anche perché portano avanti la loro critica in modo del tutto insufficiente ed anche un po’ sgangherato.  Per altro, la critica di questo punto mi sembra un po’ annunciata e molto poco effettivamente e seriamente condotta. Da quanto ho capito, il punto è trattato citando le famose sepolture di rango (anzi “principesche”) che per me sono di prestigio e non di rango nel senso che non si può dalla loro particolarità desumere davvero quanto dell’uno o quanto dell’altro e la monumentalità che precede di molto l’agricoltura. Sulle “tombe principesche” mi soffermerei per dare ai lettori idea di quanto contino le parole e le nostre proiezioni interpretative. La più famosa è senz’altro la sepoltura di Sungir in Russia[29], ben 30.000 anni fa circa. Andrò per vie brevi saltando i particolari: abbiamo due sepolture principali con un adulto maschio e due adolescenti in un’altra tomba vicina. Entrambe sono piene zeppe di perline di avorio che hanno richiesto mesi e mesi di lavoro probabilmente di gruppo data l’entità, secondo tecniche non banali. Immediatamente e per lungo tempo è stata definita “sepoltura della famiglia principesca”. Così l’informazione è ripetuta in molti testi. Ma anni dopo, si è fatto l’esame del DNA. Si è così scoperto che i due adolescenti non sono parenti tra loro e nessuno dei due è imparentato con l’adulto. Non sono quindi una famiglia, almeno “naturale” e se non sono una famiglia non si capisce come possano esser definiti principi e principini quasi a volere retrodatare non solo la nozione di rango ma anche quella di ereditarietà. Le sepolture di prestigio non evidenziano alcun rango. Che sciamani e sciamani fossero socialmente prestigiosi era ovvio, ciò però cosa portava nel problema delle diseguaglianze sociali? Che tizia o caio fossero ritenuti da una tribù i lontani discendenti del fondatore e perciò riveriti come simboli viventi dell’identità di gruppo, che reali vantaggi portava in termini di potere sociale? Che un prima “straniero” avesse portato da fuori in un gruppo una tecnica di sopravvivenza prima sconosciuta, fatto questo che certo meritava gratitudine eterna, cosa ci dice in merito del potere generale? Quello che ci dicono le statue cittadine degli atleti che vincevano le antiche Olimpiadi in quel di Grecia: prestigio, simboli, esempi, gratitudine ma zero potere effettivo.

Quanto alla precoce architettura monumentale, in che senso questa dimostrerebbe l’esistenza di stratificazione e gerarchia sociale? Sicuramente questi siti dimostrano capacità di complessità realizzativa prima dell’adozione dello stile agricolo e questo è il più spiazzante significato, ad esempio, di Gobekli Tepe[30]. Il caso turco, per altro, potrebbe esser unito ad altri casi su fino alle Grotte di Chauvet, per fare un altro discorso. Alcune grotte affrescate tra Altamira, Chauvet ed anche Lascaux sono spesso del tutto sproporzionate rispetto all’ipotetico utilizzo che ne poteva fare una singola banda o tribù o clan. Viepiù Gobekli Tepe anche e solo dal punto di vista realizzativo oltreché di utilizzo. Così Stonehenge ed altri siti megalitici. Come suggeriva il capo archeologo dello scavo anatolico ora deceduto[31], K. Schmidt, si potrebbe invece applicare una idea di Lewis Mumford sulle anfizionie che poi conosciamo nella storia dell’Antica Grecia. Gobekli, tra l’altro, sembra distante da ogni altro sito abitato e sembra non fosse abitata in permanenza da alcuno. Così preso, sembrerebbe un vero e proprio punto centrale di un areale con più gruppi separati dal punto di vista sistemico, ma collegati quanto a condivisione di qualche rituale o pratica comune, inclusa la stessa costruzione, un “fare le cose assieme” che cementasse amicizie, scambi e buoni rapporti. Oggi poi in parte confermata dal nuovo scavo di Kaharan Tepe e di altri siti dell’area a costruire una vera e propria rete sistemica territoriale[32]. Questa precoce interrelazione sistemica in cui chissà perché gli studiosi vedono sempre e solo “templi”, interrelazione sistemica quale poi i due nostri Autori citano quando accennano alle più tardi “culture”, sarebbe molto interessante da esplorare, ma in un certo punto del libro proprio dove si parla di Gobekli pare non interessarli, salvo poi riprender l’argomento positivamente nelle Conclusioni. Forse scrivere a quattro mani porta a questa modulazione di diversi accenti e qualche piccola contraddizione. Talvolta anche ciò che qui abbiamo segnalato mancante o sottovalutato in realtà tale non è in alcuni passi, ma lo diventa in altri. Ogni studioso ed ogni individuo ha una “sua” immagine di mondo, anche quando questa ha ampi margini di sovrapposizione con quella di un altro, la coincidenza e le sue forme interne non sono mai perfettamente identiche. L’architettura monumentale pre-agricola mostra quanto le società del tempo possano a pieno titolo definirsi complesse, fatto questo che toglierebbe anche a “complesso” il destino accluso di gerarchico, ammesso quel concetto comporti l’altro come dice Graeber o come invece qualsiasi studiosi di complessità non direbbe affatto, anzi direbbe l’esatto contrario.

Perché in quel lungo antico periodo compaiono cose del genere e più tardi compaiono invece conflitti tra vicini? Convocare a causa la famosa densità crescente e relativa lotta per lo spazio vitale gli sembrava troppo poco originale? Ma siamo a gara di originalità interpretativa o cerchiamo di capire davvero come sono andate le cose nel tempo profondo? L’intero loro argomento mi sembra oscilli tra una sorta di furia ideologica di Graeber ed una più misurata attinenza scientifica di Wengrow, lo si evince (pur rimanendo una pura ipotesi) anche dalla lettura dei capitoli più specificatamente attribuibili all’uno (quelli antropologici) o all’altro (quelli più archeologici). Su questo punto invece, al di là della roboante affermazione contraria all’idea dell’uguaglianza sostanziale dei piccoli gruppi, alla fine sembra che casi del genere servissero solo a dire che il passato mostra diverse forme e che gli uomini del tempo profondo erano tutt’altro che stupidi selvaggi primitivi privi di ogni forma di complessità, punto quest’ultimo su cui, per quanto mi riguarda, sfondano una porta spalancata.

Tra l’altro, si sarebbe potuto fare un discorso diverso tra gerarchie fisse e variabili. Gli esempi degli eschimesi portati da Graeber potrebbero dire che quando usiamo concetti troppo nitidi come “uguaglianza” e “diseguaglianza”, applichiamo gabbie concettuali troppo rigide basate su concetti idealistici. Che ad esempio anche i più antichi gruppi di caccia avessero un capo-caccia è fatto plausibile. Per altro poteva esserci una guida quando si trattava di trovare i branchi, diversa da quella che coordinava l’assalto. Ma quando il gruppo caccia tornava al villaggio, stante che pare nessuno gruppo umano si è cibato mai solo ed esclusivamente di proventi della caccia, quel gruppo ed il loro capocaccia, tornavano semplici individui uguali nella redistribuzione del cibo e quando si doveva decidere “politiche” del gruppo. Se proprio qualcuno aveva più peso nelle decisioni, magari era una anziana, donna perché in genere vivevano più a lungo, anziana perché aveva esperienza adattiva e tramandava conoscenze adattive cumulate. In più, quando vediamo nel Paleolitico superiore manufatti artistici che hanno richiesto indubitabili capacità specialistiche, stiamo vedendo una precoce “divisione del lavoro” fissa ed alienante come poi all’avvio della civiltà su fino ai giorni nostri o queste “specialità” erano appena pronunciate e comunque affiancate anche da altre attività, quindi reversibili? Ma se è stato così, allora anche qui come altrove, certi modi come la fatidica -divisione del lavoro- nacquero molto presto nel processo di ominazione, solo avevano un altro significato da quando si fisseranno in forme sistemiche fisse ed immodificabili, con valore sociale ineguale annesso. Forse assecondavano la semplice umana attitudine ad avere certe preferenze, certe cose in cui si riesce meglio, utile poi a dare varietà interna ai gruppi, varietà utile all’adattamento l’unico vero tribunale “del bene e del male”. La visione adattativa chiama ad idee su possibili adhoc-crazie ovvero forme di potere limitato a fatti specifici. Ma fa una grande differenza quando questo “kràtos” diventa generale, fisso, inamovibile e passa dall’interesse di gruppo all’interesse di una frazione di gruppo che subordina tutto il resto del gruppo.

Il che ci porta al sesto punto che premetto mi trova entusiasta di quanto ho letto, un capitolo di Wengrow sulle forme di democrazia del tempo antico (ma ho segnalato prima che la mia mentalità è fatta in modo da avere ovvia corrispondenza su questo tema), di cui i due giustamente contestano l’etichetta che recita “democrazia primitiva”, quando non siamo in tempi primitivi e le forme che si possono ipotizzare tutto sono meno che primitive. Qui gioca l’immagine di mondo dominante che pensa (o vuole che noi si pensi) Atene esser stata la prima democrazia della storia, quando invece fu forse l’ultima. Mi ha fatto grande piacere leggere la citazione dei lavori di Thorkild Jacobsen che ha dedicato a questo argomento grandi studi, stante che parliamo del più grande assirologo del suo tempo con tanto di cattedra ad Harvard e non di un ideologo di giornata. Oltre ai filtri negazionisti che nel tempo antico e profondo non vogliono vedere tracce di gestione democratica, per quanto il termine si sia declinato probabilmente in molti vari modi, agisce la differenza tra grana grossa e grana fine. La nostra sostanziale ignoranza di tutto ciò che per esser “storia” deve provenire da attestate fonti scritte, unita alla versione interruttore del tipo “invenzione agricoltura-compaiono le monarchie con élite dinastiche”, non tiene conto del concetto di “transizione lunga”. In pratica, se come i più ritengono ed in fondo anche i due alla fine non hanno sostanzialmente contraddetto, la lunga tradizione dei piccoli e medi gruppi era quella di condivisione egalitaria dell’intenzione politica, all’ingrandirsi e densificarsi dei gruppi è corrisposto un lungo passaggio che solo in alcuni casi è poi assurto alle monarchie ereditarie con stratificazione sociale. Stante che è difficile segnalare un limite quantitativo preciso entro il quale funziona la condivisione ed oltre il quale non funziona più o almeno non funziona più con relativa facilità. Da quello che mostra il registro archeologico si può dire che fino a che le prime città erano di dimensioni contenute ma soprattutto fino a che le città erano in pratica “stati”, si nota il probabile perdurare di assemblee ed assemblee di assemblee cittadine che o governavano o facevano da contrappeso al re, all’inizio forse addirittura “eletto” e comunque non originante di dinastia. E questo “re” era tale per il significato che diamo noi al termine o era il grande organizzatore, magari delegato? In questi passaggi andrebbe analizzato il ruolo dei sacerdoti poiché sembrano esser stati loro, all’inizio, a gestire le prime forme di “cosa pubblica” centralizzata ma, inizialmente, su delega dal basso. Ad esempio, a Tell Brak, nel nord della Siria, oggi ritenuta la prima forma città essendo anche se di poco antecedente ad Uruk, il Tempio degli Occhi mostra una evidente centralità non solo culturale ma anche economica mentre gli studiosi ipotizzano la città fosse operativamente governata da una assemblea degli anziani. I due poteri erano ancora bilanciati, poi ad un certo punto non lo furono più. E con loro si dovrebbe anche analizzare il ruolo delle “immagini di mondo” condivise, condivise quando ogni membro del gruppo umano aveva a che fare con l’altro e tutti assieme col tutto della loro vita interna ed esterna al gruppo, poi meno, poi sempre meno fino a quando furono del tutto sintetizzate dall’alto. Un “alto” sociale appunto sacerdotale poi, anche per ragioni logistiche, coadiuvato da civili ovvero le nuove burocrazie, incluse quelle militari, da cui poi provennero i leader carismatici, gli eroi, i capi, i re, le dinastie, le classi e quant’altro. Un probabile passaggio rilevante fu quando il “grande organizzatore” passò dal sacerdote al burocrate civile. In più, forse il passaggio più rilevante, fu quando la singola città volle sottomettere l’altra a partire dai territori circostanti. Lì le antiche culture, poi anfizonie o confederazioni articolate fatte di città o centri autonomi, lasciarono il passo alle prime forme di regno e poi impero, lì il “re” -in genere armato- comincia ad assomigliare al significato a noi noto. Quando poi successivamente vediamo che da civile diventa semi-divino, poi vediamo anche la dinastia.  Passaggio, mosso non altro che dal crescente disequilibrio tra demografie in ascesa e capacità dei territori di sostenerle. Ad un certo punto di questa transizione, l’organizzazione funzionale di società sempre più massive non poteva avere più nulla di facile e naturale in termini di auto-organizzazione (democrazia sostanziale), né si può immaginare essersi manifestata una élite armata che s’impose su tutti per sequestrare il potere, almeno inizialmente. È una tesi che per esser ben spiegata porterebbe via troppo tempo e spazio in questa sede, poiché il modello ha un gran numero di variabili il cui gioco reciproco ha dato vita al processo di semplificazione politica. In cui, tra l’altro, ci dimentichiamo sempre di inserire ipotesi su come hanno lavorato le ipotetiche immagini di mondo del tempo. Gli umani non sono pupazzi acefali mossi dall’innovazione genetica quanto dai modi di produzione, agiscono in base anche a ciò che pensano vero e giusto o meno. Un’occhiatina a Gramsci ogni tanto andrebbe data.  Si può dire che la semplificazione politica, ossia gerarchica, fu il modo in cui in tutto il mondo, gruppi umani sempre più massivi, risposero al costante incremento di complessità delle loro forme e condizioni di vita associata, condizioni interne ed esterne. Ed il fatto così sia andata nell’infanzia dell’umanità “civile”, non dice certo che così andrà anche quando la nostra storia sociale crescerà e diventerà più adulta. Quindi, le teorie interruttore hanno il doppio difetto di collassare migliaia di anni e poi secoli in un passaggio immediato e di attribuire la causa ad un modo economico che fu in realtà un effetto, si ricorse alla monotona agricoltura cerealicola perché non c’era più altro modo di sostenere la sussistenza per nuove masse con la varietà precedente che però presupponeva ecologie e spazi che non c’erano più. Altresì che tutti decidessero tutto divenne logisticamente sempre più difficile. Financo il riservare il diritto di voto democratico ai soli ateniesi figli di ateniesi ha avuto forse più ragioni, ma non ultima quella che tra donne, meteci e schiavi, si era arrivati a pare 140.000 anime. Nei primi decenni della democrazia ateniese, queste restrizioni non c’erano o non c’erano nella stessa forma restrittiva decisa poi ai tempi di Pericle[33]. Ma soprattutto, nei primi passi delle forme civili, la complessità di queste decisioni finì in capo ad una élite della conoscenza logistica (economica, commerciale, di relazioni esterne etc.) che imposero le soluzioni dall’alto in basso, un basso sempre più confinato in nicchie di produzione specifiche, assorbite temporalmente nelle proprie attività minute e non più in grado di imporre il proprio punto di vista decisionale. Ignare di come altrimenti rifornire di legname la comunità del basso Iraq perché non c’erano più boschi a centinaia di metri come a Catalhoyuk, ma a migliaia di chilometri nel Levante (Libano) con il quale andava organizzato uno scambio complesso, con logistica complessa e questo solo per fare un esempio. In metafora, i navigatori delle canoe su acque domestiche divennero comandanti quando le canoe divennero navi ed in acque, spesso, sempre più agitate[34]. Ecco perché diciamo Atene l’ultima democrazia, perché si proveniva da millenni di condivisione della decisione politica e i vari spazi pubblici di grande ampiezza, in città egalitarie quanto a case e sepolture, prive di edifici centrali di potere, dicono che ancora per lungo tempo la cittadinanza ebbe il suo ruolo attivo e decisionale prima di produrre re ed imperatori. Non a caso vediamo prima Pericle e Demostene e poi di colpo Alessandro Magno. Le condizioni di possibilità per l’antichissima e lunga tradizione di democrazia sostanziale terminano esattamente nel 322 a.C..

Per tornare un attimo alla contrapposizione Hobbes – Rousseau, ci starebbe forse bene in mezzo Etienne de la Boétie e la sua “servitù volontaria”[35]. Tra l’altro un testo il cui originale è probabilmente del 1549 e che è molto improbabile fosse sollecitato dal confronto con la critica indigena come sostiene Graeber verso Rousseau e più in generale certi discorsi dell’Illuminismo. I primi contatti tra europei e nativi del New Mexico risalivano ad appena dieci anni prima, quelli con gli “indiani” del nord non erano ancora proprio avvenuti. Ci riferiamo al fatto che questo passaggio dalla democrazia primitiva alle forme oligarchiche o monarchiche, potrebbe esser stato impersonale e progressivo. Si dovette delegare sempre di più per tante e varie ragioni, ma piano piano, la delega anche data dal basso e quindi controllata e revocabile, via piccoli spostamento vissuti o presentati come “cause di forza maggiore”, divenne sempre più incontrollabile e da un certo punto in poi, vestita ideologicamente sul modello dèi – popolo di umani con sacerdoti intermedianti, imposta come giusta ed inderogabile. Plastica di questa dinamica fu la casta sacerdotale ebraica nell’esilio babilonese, dove materialmente si compone l’Antico Testamento e con le sole parole si compone una tradizione che fa “popolo”. Popolo senza terra, indifferente ai vari modi produzione, privo di gerarchia politica, ma che si sente popolo perché tutti credono ad una storia. I sacerdoti hanno a lungo avuto i monòpoli delle storie. Così nacque la “servitù volontaria”. Poi i sacerdoti dovettero condividere l’intermediazione coi re, i re con le burocrazie che li supportavano, i militari, i grandi commercianti e così via. Ricordiamo che per quanto banale, è un fatto che il sistema pienamente agricolo provocò una seconda e più rilevante inflazione demografica e questa chiamò in breve tempo (secoli e non più millenni) maggiore complessità sociale delle funzioni sempre più limitate e specializzate come segnalano le letture materialistico-storiche, e non solo. Fu la necessità di governare queste complessità che comunque andrebbero lette in modelli a più variabili tra cui geografia, clima, densità abitativa, che portò a sequestrare l’intenzionalità politica in capo ad una élite.

In più, forse, questi processi di revisione degli assunti, potrebbe anche allargarsi alla tripartizione classica di filosofia politica fondata da Aristotele. Forse non è vero che la modalità dell’Uno (re, imperatore, tiranno) e dei Pochi (aristocrazia, oligarchia, élite) siano due modalità distinte. Nei fatti è sempre molto difficile immaginare il potere dell’Uno puro senza una banda di Pochi che gli fanno da contorno e sostegno che siano sodali, famigliari larghi, tribù etnica originaria. Ma non solo come sottoposti. Forse, assai spesso, sono proprie queste bande di aspiranti il privilegio a determinare chi di loro farà da vertice pubblico, da uomo-copertina. Il primo re mesopotanico che dichiarò di esser lì in missione per conto di qualche dio è improbabile l’abbia fatto di suo poiché la narrazione religiosa era saldamente nelle mani dei sacerdoti. È molto più probabile siano stati questi ad intravedere il vantaggio o la necessità di definirlo tale, tanto cosa diceva o non diceva il dio rimaneva loro appannaggio, quindi potere. O almeno così pensarono prima di trovarsi un coltello alla gola che suggeriva cosa il re si aspettasse loro riferissero il dio dicesse. E dove il registro storico ci racconta degli accoltellamenti di Giulio Cesare o tradimenti improvvisi, ci sta raccontando proprio di come questi gruppi di potere scelgono di cambiare il loro uomo-copertina che sta andando troppo per conto suo ovvero contro i loro interessi. Forse semplificare la lettura delle forme di potere alla diarchia Pochi vs Molti, sarebbe più idoneo. È quando i Molti diventano troppi che l’intenzionalità distribuita si accentra nei Pochi e da lì si perpetua in vari modi, lì prima del supposto “comunismo originario” si ruppe la “democrazia originaria”, è il “quanti si decide di cosa” che fece la differenza. Anche quando una catastrofe cambia la composizione dei Pochi, re sui sacerdoti, poi militari sui re etnici, poi oligarchi su aristocratici, poi anziani su giovani, maschi su femmine, capitalisti su aristocratici, interessi americani su ogni altra nazione non americana, ciò che leggiamo è sempre una parte che s’impone su un’altra. Farla più complicata del necessario sembra a volte ci sia utile per giustificare la natura delle nostre catene che ci sfugge di continuo. Forse allora dovremmo domandarci perché ci sfugge, cosa non abbiamo pensato, cosa non abbiamo notato perché non l’avevamo prima pensato. In pochi ci sono certe dinamiche su come prender le decisioni, in molti ce ne sono altre.

Il settimo punto è la questione dello Stato. La teoria elaborata da G-W sostiene che si ha pieno potere statale quando si verifica una confluenza di sovranità, burocrazia e politica competitiva. Nella storia profonda di trovano prima un solo di questi elementi, poi due in varie combinazioni ma solo quando si intersecano tutti e tre si ha lo Stato, per cui è improprio parlare di “origine dello Stato” come fosse una cosa del tipo “prima non c’è-dopo c’è”. Non spenderei troppe parole su questo punto. Quanto ai tre punti della statualità individuati dai due ci sarebbe da fare un lungo discorso critico e poi un altro ancora più lungo su un diverso modello di variabili. Quanto invece alla dinamica tra variabili del modello, dire che lo Stato è emerso nel tempo lungo come transizione progressiva ci pare senz’altro condivisibile. Non si capisce però perché questa non sia, a sua volta definibile una teoria sull’origine dello Stato. È una teoria sull’origine complessa e non semplificata dello Stato, ma è pur sempre una teoria sulle origini degli Stati. Financo lo Stato moderno inizia la sua formazione dalla fine della Guerra dei Cent’Anni per arrivare ancor almeno a Westafalia ed oltre, prima che la configurazione si assesti, è almeno un secolo e mezzo o più. Così per tutti gli storici che hanno rivenuto forme capitalistiche fin dal Quattrocento italiano con sfogo delle fiere della Champagne o se si studia Venezia, anche prima. Ma era quello lo stesso capitalismo del XIX secolo inglese? No di certo. Allora forse dovremmo chiarirci meglio di cosa stiamo parlando ed usare etichette diverse per forme diverse altrimenti si finisce come nei dibattiti odierni a discutere se la Cina è o meno pienamente “capitalista” o ancora sostanzialmente “socialista” come pretendono altri, un dibattito senza senso, oltremodo confuso e confondente.

L’ottavo punto si concentra su una critica sul ruolo della tecnologia come motore impersonale dell’evoluzione sociale, critica che condivido. Come detto, l’intera teoria interruttore viene a formarsi come auto-comprensione del “tempo appreso nel pensiero”, in quel del XIX secolo, ovvero durante quella che verrà chiamata “rivoluzione industriale”. Da lì in poi e da lì a prima, improvvisamente spuntano rivoluzioni dappertutto, agricola e poi urbana quanto alla Mesopotamia, scientifica all’inizio del moderno, industriosa secondo lo storico olandese Jack de Vries ancor prima di quella industriale vera e propria, verde quando Borlaug inventa nuove tecniche agrarie nel dopoguerra mentre poi si ripetono quelle industriali e digitali fino alla recente 4.0. Di contro, inizia la critica alla tecnologia da Heidegger in poi. Tutte le teorie di motore tecnologico sono teorie-interruttore. Proprio nel XIX secolo, in piena rivoluzione industriale, si stabilisce la partizione temporale della storia prima della Storia (s’inventa il concetto di “pre”-istoria nel 1858) dividendola secondo le tecniche di lavorazione della pietra (Paleo-Meso-Neo-litico), con dettagli da mal di testa nel paleolitico superiore[36], poi nella lavorazione dei metalli (Età della pietre, del Bronzo, del Ferro), così con le complicate scansioni del neolitico in periodi ceramici. Questo materialismo tecnologico comporta la compressione del cambiamento storico in trasformazioni puntiformi ovvero “rivoluzioni”. Sebbene il concetto di rivoluzione sarà poi adottato all’interno dell’immagine di mondo marxista, esso nasce nell’immagine di mondo liberale quando gli storici whig, ai primi del Settecento, decideranno di nominare “Gloriosa rivoluzione” un colpo di stato ai danni della monarchia Stuart in quel della fine del ‘600. Gli storici whig traevano il concetto di “rivoluzione” dalla prima cosmologia scientifica (Copernico) dove per altro la “rivoluzione” era un andare in tondo da A a di nuovo A, come poi in effetti accadde alla Rivoluzione francese che passò dal re all’imperatore, da un Uno all’altro. Evoluzione e rivoluzione, due casi analoghi e sintonici di progressivo spostamento del significato. Altresì è palese che l’accensione data dall’innovazione tecnica è conforme all’idea che la storia sia mossa dai modi economici e loro trasformazioni, nessuno ha mai parlato di rivoluzione cristiana o musulmana o protestante o anche proprio il passaggio dallo sciamanesimo alle religioni antropomorfe e queste dai pantheon plurali al monoteismo, dalle dee materne ai padri ieratici o quando i Greci cominciarono a ribellarsi al dominio mentale delle mitologie ed inaugurarono lo sguardo razionale nelle colonie ioniche per segnalare “grandi trasformazioni” ad esempio nelle immagini di mondo o la stessa “rivoluzione” statale operata lungo il XVI secolo dai francesi. Quando cioè Muhammad prende disperse tribù arabe sempre assoggettate dai vari sistemi adiacenti più organizzati e gli racconta le storie poi compendiate nel Corano, una ventina d’anni o poco più come tempo storico, per generare l’intero fenomeno dell’islam, questo non merita la categoria delle rivoluzioni? Noi abbiamo spesso concetti sfocati che fanno categoria ma con poi assegnazione dei casi, così, a piacere. Su questo argomento la critica è basata sui dosaggi. Nel senso che nessuno può ignorare l’effettiva incidenza dell’invenzione ed innovazione tecnica ed il doppio esito di fornire nuovi strumenti che poi però ci strumentalizzano, ma dare a ciò il ruolo di motore primo, unico e generatore di trasformazioni istantanee è spesso improprio. Spesso, si possono ricostruire tempi più lunghi in cui si collezionano segmenti o cambiamenti indiretti di contesto che poi prendono forma di singolo strumento, le innovazioni che ci immaginiamo individuali, improvvise ed archimedee (si è accesa la lampadina mentale, da cui le teorie “interruttore”) sono collezioni stratificate di apporti parziali che solo alla fine producono il “fatto nuovo”. Sono cambiamenti sistemici, collettivi e di medio periodo. Ciò vale più in generale anche come teoria del cambiamento storico, quelle “lunghe durate” proposte da F. Braudel e la scuola delle Annales, dopo Darwin e lui dopo i geologi della prima metà dell’Ottocento che avevano dilatato il tempo dell’uomo e della storia o analizzando la storia per transizioni invece che per fatti evenemenziali o come illustra il T. Kuhn nella Struttura delle rivoluzioni scientifiche nel lento accumulo di incongruenze della scienza nomale da cui poi spunta fuori la scienza rivoluzionaria. Tale temporalità del cambiamento storico vale sia quando leggiamo i fatti accaduti, sia quando teorizziamo fatti che vorremmo far accadere. Molti sono in attesa messianica di qualcosa o qualcuno che trasformi il millenario potere delle élite in qualcos’altro. Son cinquemila anni che quella forma governa le società di tutto il mondo, se aspettiamo che “oplà”, una classe, una idea, una invenzione, un leader carismatico, un partito con avanguardie di buone intenzioni, un nuovo modo di produzione o di intendere la valuta, imposto chissà da chi e come, capovolga il tutto per vedere noi in vita finalmente il nuovo modo di stare al mondo, temo che dovremo aspettare altre migliaia di anni prima che ciò accada. Quanto allo specifico di una teoria dell’innovazione catastrofica, G-W segnalano correttamente che i forni per le ceramiche nascono migliaia di anni prima del ritenuto per fare ninnoli, giocattoli e statuine, l’estrazione mineraria anche per trovare pigmenti, i mesoamericani conoscevano raggi e ruote ma non per questo facevano carri, i greci trovarono la potenza ingegneristica del vapore ma la dedicarono solo a muovere macchine per il teatro ed i cinesi usavano la polvere da sparo, non solo ma per lo più per fare fuochi d’artificio o spaventare i nemici in battaglia, si deve distinguere invenzione e ricezione così come non tutte le eiaculazioni generano concepimenti. Abbiamo già visto queste lunghe anticipazioni quanto ad “invenzione dell’agricoltura” e quanto proprio ai Greci, L. Russo ha dedicato un famoso e documentatissimo studio[37] sulla “rivoluzione scientifica dimenticata”, quando in periodo ellenistico si inventò molto di ciò che poi fu dimenticato per esser inventato di nuovo nel Rinascimento e poi all’inizio del moderno. L’argomento, quindi, meriterebbe una analisi da hoc basata su ricostruzioni plurali, nonché dilatate nel tempo in luogo della teoria dell’interruttore acceso dal genio individuale. Sono cioè trasformazioni sistemiche, se si vuole leggere il cambiamento catastrofico si deve prender in esame sistemi ed i sistemi hanno molte variabili, molte interrelazioni e passano da uno stato all’altro per transizioni di fase più che a salti e rivoluzioni saltellanti proposte da teorie-interruttore o di causazione semplificata. Tali transizioni non sono la lentezza trasformativa dei lunghi periodi standard, ma non sono neanche gli “oplà” che ci piace immaginare parlando di giannette e spolette volanti. Vale per il passato, vale per il futuro ovvero per le teorie del cambiamento sociale. Ed aggiungiamo, vale anche per l’eccesso di critica sulla tecnica modulata sul modello dell’apprendista stregone che risale a Luciano di Samosata[38] ovvero creare strumenti che inevitabilmente ci strumentalizzano. Ci strumentalizzano perché le nostre società attuali son ordinate dal principio economico che genera élite che poi decidono della ricerca, dello sviluppo, delle applicazioni e delle destinazioni concrete su certe forme di organizzazione sociale. Se fossimo società democratiche autocoscienti decideremmo noi a priori su quali ricerche del nuovo concentrarci, quali utilizzi fare delle invenzioni, con quali limiti e destinazioni sociali, come gestirne gli effetti spesso ambigui e potenzialmente bivalenti. Non c’è bisogno di piagnucolare sulla perduta originarietà arcadica o pre-moderna, c’è da capire come dominare l’innovazione invece che esserne dominati. E soprattutto e più a nostra portata, c’è da uscire presto dalla mentalità del XIX secolo coi suoi riduzionismi, determinismi, scientismi, imperialismi, liberalismi, economicismi, positivismi, individualismi, che fanno sistema mentale, immagine di mondo. Il Mondo è nuovo ogni giorno, per parafrasare il saggio, ma le mentalità ci mettono un po’ troppo a registrarlo. Specie quando ti trovi in transizioni epocali come la nostra attuale.

Nelle conclusioni, G-W tornano su qualcuno di questi punti e stupisce che avendo attaccato un modello di teorie vigenti, non riepiloghino tutti i principali punti sia di critica sia di contro-analisi, in modo da costruire un tentativo di modello alternativo. Le conclusioni non concludono nulla se non sottolineare una volta di più che molto di quello che crediamo è sbagliato. Questa conclusione da cantiere aperto ci può anche stare, se questa era l’intenzione dei due va bene anche così. Ma su un punto che evidentemente ritengono decisivo sono molto espliciti e tornano con ampio spazio. Secondo loro la variabile dimensionale ovvero l’idea che società grandi in ambienti densi abbiano portato di conseguenza a società gerarchiche, con una equiparazione tra complessità e gerarchia, è la madre di tutte le false convinzioni. Ma a ben vedere questa ultima frase cambia a seconda di come si declina il verbo “portare”. In descrizione, neanche loro contestano che così si legge nel registro storico anche se in modi che hanno cercato di leggere in forme più complesse di quelle vigenti e che secondo noi sono ancora meno complesse di possibili modelli a grana fine ancorpiù multidisciplinari e realistici. Quello che in realtà contestano è che questa descrizione sia intesa come una prescrizione, così non poteva che andare e così è giusto che vada e per sempre andrà. Abbiamo già segnalato questo punto come dirimente per loro, cioè il determinismo teleologico. Ma credo molti lettori non capiranno come non l’ho capito io ed anche alcuni critici del volume tra quelli reperibili in questo elenco[39], cosa c’entri questa sacrosanta e francamente anche ovvia critica al determinismo teleologico del tutto insostenibile sotto più e più punti di vista, con tutto il resto del lavoro critico sui vari punti del nostro approccio allo studio del tempo profondo. Dopo aver portato avanti per anni ampi studi multidisciplinari su vari aspetti ed applicazioni del concetto di complessità, ci appare chiaro che se i sistemi complessi sono per lo più sistemi autorganizzati mentre i sistemi più elementari e meccanici hanno forme gerarchico-ingegneristiche, la versione politica di un sistema auto-organizzato è un sistema realmente democratico e giammai un sistema dominato da una élite. Bastava questo appunto per demolire le pretese di naturalità ed efficienza dei sistemi gerarchici. La gerarchia è una semplificazione primitiva della complessità. Bastava inquadrare i nostri miseri cinquemila anni di società gerarchiche in un tempo che speriamo ne avrà altri cinquemila o cinquantamila o cinquecentomila o di più ancora di trasformazioni per capire che siamo solo all’infanzia delle forme di vita associata su grande scala. Tutti gli studiosi sul concetto di democrazia, sanno che questo sistema è più facile e diciamo “naturale” in quanto più facile, nei piccoli gruppi e meno facile e quindi più difficile in quelli grandi. Si dovrebbe allora capire meglio cosa agisce a queste diverse scale, dove risiede questa difficoltà. Tanto per farvi un accenno, è innegabile che quando in un gruppo tutti conoscono i problemi del gruppo e i problemi che il gruppo incontra nel suo esterno (naturale o fatto di altri gruppi), nessuno rinuncia alla sua naturale facoltà di farsi una idea ed esprimere una opinione in merito al fine di decidere assieme il “che fare?”. Se in un esperimento mentale paracadutate dieci persone adulte che non si conoscono in una isola deserta in una sorta di “isola dei non famosi” senza però le telecamere e sceneggiatori occulti, è inimmaginabile si formi il capo unico assoluto. Potrete avere uno più bravo a cacciare, una a fare capanne, uno che racconta storie, una a cucinare, uno a coltivare, una a curare, ma non si capisce perché mai dovrebbero in nove sottomettersi ad uno quando si dovrà rispondere alle varie versioni del “che fare?” generale di gruppo, il “che fare?” strategico. Ma se passate da 10 a 100, poi a 1000, 10.000, 100.000 e così via, se mettete condizioni esterne viepiù vincolanti, dallo spazio alle risorse a vicini prima amici e poi competitivi perché anche loro alle prese con lo stesso spazio e le stesse risorse e relative immagini di mondo differenti, allora vedrete sommarsi tante piccole e meno piccole trasformazioni dei modi sociali e relative immagini di mondo. Certo, come s’è notato in archeologia, mai di colpo come se ci fosse un limite numerico dimensionale prima del quale c’è un modo e dopo il quale c’è una trasformazione catastrofica, ed è proprio indagando a grana fine queste transizioni complesse che dobbiamo migliorare le nostre letture del profondo passato, tra l’altro usando modelli in cui non c’è solo il motore tecnologico o ecologico o demografico o geopolitico o delle forme di credenza e di ideologia o di una sola o coppia di variabili, ma tutte queste e loro mille e più forme di interrelazione e causazione reciproca ed incrociata, a volte non lineare. Tanto che alla fine si scoprirà che ogni modello è una riduzione. Per cui alla fine, in vie brevi, non potrete altro dire che la gerarchia sociale è figlia dei modi ancora molto primitivi con cui affrontiamo la crescente complessità delle condizioni interne ed esterne delle nostre forme di vita associata a scale di crescente complessità. Se poi vi piace immaginare e dire in un libro che sarebbe meglio sciogliere gli Stati e formare milioni di città o villaggi-stato autogestiti in equilibrio con la natura e coi vicini[40], va bene (ammesso sia vero questo presunto possibile equilibro con la natura per otto miliardi di produttori di entropia), ma tanto dovrete sempre fare i conti con la domanda del come arrivare a questo modo di rispondere al “che facciamo?” nelle nostre forme di vita associata per arrivare a dove volete arrivare. Vale per gli anarchici ma anche per qualsiasi altra idea sulle forme politico-sociali. Qui tutto lo sforzo di G-W fallisce, non si capisce dove pensano di mettere il motore delle gerarchie sociali, del fatto che Pochi decidono per Tutti.

Stranamente, G-W nelle prime pagine del loro trattato scrivono: “La questione ultima della storia umana … [… è] l’equa capacità di partecipare alle decisioni sulla nostra convivenza” (p.19). Quindi sembra che tale verità non gli sia estranea. Tale capacità si perde progressivamente in seguito ad un movimento in cui i singoli aggregati umani diventano viepiù massivi, in cui i singoli vengono schiacciati in funzioni e ruoli da macchina sociale, lì dove la logistica di funzionamento del bene generale diventa complessa, oltretutto pressata dall’esterno fatto da potenziali nemici o concorrenti umani o condizioni geo-ecologiche-climatiche avverse. Tali decisioni vengono progressivamente delegate, poi si perde la facoltà di controllarle pur avendole delegate, diventano modalità “necessarie” con una parallela narrazione giustificante sempre più condivisa che “obbliga” ad accettarle e riprodurle perché tutti così pensano sia giusto fare, perché non si vede alcuna altrettanto facile modalità diversa. I delegati iniziali furono coloro che avevano la fiducia di tutti, i nuovi sacerdoti in possesso delle nuove immagini di mondo collettive. I delegati diventano progressivamente autonomi, il potere dato diventa il potere sequestrato, le questioni si complicano ed i singoli non sanno ormai più nulla del tutto sociale ma solo del loro metroquadro di esistenza particolare. È lì che l’equa capacità di partecipare alle decisioni ultime si perde progressivamente. Questa sequenza di apparenti necessità viene introiettata, non venne imposta, all’inizio è impossibile immaginare concretamente come si sia potuta imporre. Sappiamo benissimo come poi ha agito il potere delle élite e delle classi, inclusa coercizione e fisica punizione, ma prima bisogna capire come si sono formate e non si può dire che si sono imposte prima ancora che si venissero a formare. L’assurda teoria per la quale l’eccedenza agricola avrebbe generato le élite improduttive come spiega l’intagliatore dell’Uomo Leone di Hohlenstein di 40.000 anni fa? Chi l’ha mantenuto a lavorar per mesi alla statuina? E quelli che produssero le migliaia di perline d’avorio di Sungir, chi li ha mantenuti? E quelli che costruirono Gobekli Tepe?[41]? Non c’è bisogno dell’agricoltura per spiegare le élite improduttive poiché inizialmente, i delegati a svolgere una qualche funzione utile al gruppo erano “produttivi” e quindi la loro produzione a fini di gruppo (ad esempio coordinare quando vediamo prodotto agricolo affluire al tempio per la ridistribuzione) era remunerata dal gruppo stesso condividendo la sussistenza.

Oggi siamo vittime sociali e politiche delle élite, ma le prime élite le abbiamo lasciate formarsi noi stessi. Ed è questo “noi stessi” collettivo che dobbiamo rivolgerci se vogliamo invertire i loro poteri. Abbiamo detto “stranamente” riportando questo passo essenziale alla comprensione del dilemma dell’avvento delle società gerarchiche perché convenuto che è effettivamente questo il problema come sembra esser noto a gli stessi Autori, dopo scompare, apre il trattato ma non lo chiude ed anzi, alle Conclusioni tornano con insistenza a negare che l’inflazione di complessità nei gruppi umani sia la causa prima di questa perdita delle capacità di equalizzare le dinamiche interne agli stessi gruppi umani. Gli Autori rimangono ingabbiati in parti di quella mentalità moderna che loro stesso provano a decostruire, ad esempio immaginando che la democrazia sia un metodo che da sé risolve tutto, basta fare piccole assemblee che cercano il consenso discutendo, che problema c’è? Invece il problema c’è, la capacità di prender decisioni non è solo la possibilità formale di farlo è la capacità di capire i problemi nella loro complessità e di farvi fronte con giudizi competenti ed attinenti. Quando nel passato di Atene qualcuno provò a suggerire che le città-Stato ognuna orgogliosa della propria differenza, forse era meglio cominciassero a pensare come mettersi assieme visto che erano assediati da un impero, nessuno gli diede retta. La democrazia c’era pure, in qualche modo, ma mancava la mentalità. E nel 322 a.C. la democrazia fallì definitivamente, il modo non garantisce di per sé la giusta decisione attinente. Quando tutti sono in contatto con tutti e col tutto loro interno e circostante non si vede per quale ragione si dovrebbe rinunciare a partecipare alle decisioni sul “che fare?”. È quando non lo sono più che, anche invitandoli benevolmente a farci sapere la loro, non possono più dare giudizi pertinenti. Semplicemente, non sanno più nulla sul ciò su cui dovrebbero esprimere una opinione. Senza tempo perché ingabbiati nel lavoro-salario, con immagini di mondo formate un po’ nei primi anni di scuola ma poi preda di tutti coloro che vi intervengono per darne certe forme e non altre. Con immagini di mondo formate da schemi riduzionisti e deterministi solo mono-disciplinari che impediscono in via di principio di capire qualcosa del nostro mondo complesso. Rimbalzando tra le verità parziali di questa o quella disciplina che tagliano il mondo a piacere. Con flussi di informazione monodimensionale, tutta emessa da emittenti in mano alle élite, spesso strutturalmente costruite in realtà per venderci cose. Con distribuzioni di conoscenza che prevedono pochissimi che “sanno” sui tantissimi che non sanno nulla. Con un impedimento strutturale ad incontrarci a discutere tra noi per equalizzare le asimmetriche conoscenze se non a botte di 140 caratteri su twitter o di battute su facebook o muti davanti al dibattito degli esperti in televisione, esperti poi cosa non si sa, dibattito o più spesso rissa polemica inconcludente e basta su stereotipi ideologici di nessuna utilità. Come si può pensare di avere una reale democrazia in queste condizioni?

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Prima di chiudere è doveroso citare un ultimo punto teorico, il problema della o delle libertà. Ammetto che nella mia immagine di mondo il problema delle libertà è relativo, magari per altri come Graeber è invece dirimente ed orientante. Si dovrebbe allora discutere perché per alcuni è dirimente e per altri meno. Credo che il destino sociale della nostra specie, abbia portato di per sé una limitazione della piena libertà. Per altro, pare sia stato un buon affare perché liberi da qualsiasi vincoli, cioè da soli, persi nel mondo grande e terribile del paleolitico, senza zanne, artigli, corazze, veleni, muscolature possenti, saremmo durati una mezz’oretta. La natura pone vincoli ancora più severi di quelli che ci diamo come umani. Abbiamo quindi adattativamente barattato la piena libertà con sistemi di vincoli, come per altro avevano fatto i discendenti primati e prima di loro molti mammiferi e prima di loro altri ancora. Il punto allora, per una specie autocosciente come la nostra, è stabilire come definiamo e gestiamo i sistemi di vincoli. E qui, non vedo altro modo migliore se non puntare al diritto societario naturale, siamo soci di società per diritto naturale, come farla, a che fini, in che modi, deve definirsi per partecipazione della più ampia assemblea dei soci.

Possiamo così concludere la nostra analisi critica che però, come annunciato in premessa, è stata anche l’occasione per ragionare di nuovo su questi argomenti, anche a prescindere le tesi specifiche dei due. Tesi a volte discutibili e qui discusse, comunque stimolanti. Il lavoro di G-W vi interesserà se siete interessati a questo che abbiamo chiamato il “problema dell’Origine” capito che le origini vengono da lunghe transizioni a più variabili interrelate e non nascono come Atena dalla coscia di Zeus già bell’è fatta, una delle prime versioni della teoria interruttore. Vi interesserà sia nel prender informazione nuova, sia nel rivedere modi vecchi di pensare l’argomento. Detto ciò, il lavoro può intendersi un contributo (né il primo, né il più originale, né il più significativo) comunque vasto, all’origine di un nuovo modo di pensare l’uomo, il mondo, le nostre forme di vita associata che purtroppo impiegherà il suo tempo e chiama a molto, ma molto altro lavoro collettivo di ricerca, critica, analisi e poi anche qualche sintesi. Nuove sintesi perché notata la complessità come essenza delle società umane, essa comunque alla fine va ridotta a sistemi di conoscenza che possano esser infilati pur con tutte le dovute cautele nelle nostre limitate teste in modo ci si possa incontrare a discutere e poi decidere assieme come rispondere all’eterna domanda dell’adattamento umano: “che fare?”. A cominciare proprio da come arrivare a quel “decidere assieme” che è propedeutico a qualsiasi altra versione di futuro ci si vorrà dare.               


[1] D. Graeber, Debito. I primi 5000 anni, il Saggiatore, 2012; D. Graeber, Critica della democrazia occidentale, Eleuthera, 2019;

[2] F. Engels, L’origine della famiglia, della proprietà privata e dello Stato, Editori Riuniti, 2019

[3] K. Marx, Quaderni antropologici – sua ultima scrittura non terminata

[4] Nella nota 1 cap 3, ricordano opportunamente il calcolo fatto dal protestante James Ussher nel 1650, ma di fondo ritenuto valido ancora nel XIX secolo, sulla lunghezza del tempo del Tutto: la settimana creativa di Dio si era svolta nell’Ottobre del 4004 prima di Cristo. Ma per Newton era il 3988 a.C. . Il calcolo era fatto sulle varie generazioni discendenti citate nella Bibbia a partire da Adamo ed Eva.

[5] Ad esempio, nel suo “Il mondo fino a ieri” (Einaudi, 2013), Jared Diamond fa intenso “cherry-picking” scegliendo con cura società tradizionali in appoggio alle sue tesi, ma è una tendenza anche più vasta. Come detto, prender esempi dall’antropologia è naturale, ma c’è un delicato confine tra “esempio tra gli altri” ed “esempio probanti”.

[6] Il modo di questo ragionamento non è lontano dal Leibniz de “il migliore dei mondi possibili”.

[7] In S. Ferrara, Il salto, Feltrinelli, 2021 p. 81

[8] Citato nell’ottimo: H. Gee, La specie imprevista, Il Mulino, 2016

[9] Coltivazioni su piccola scala di 25.000 anni fa: https://en.wikipedia.org/wiki/Ohalo_II

[10] Un ottimo riassunto dell’intera questione secondo le ultime più aggiornate scoperte in J.C. Scott, Le origini della civiltà, Einaudi, 2018

[11] L’ingresso alla grotta Cosquer, in Francia, si trova oggi a circa 35 metri sottacqua, ma ai tempi in cui era frequentata e dipinta, circa 27.000 anni fa per le immagini più antiche, era 130 metri sopra al livello del mare che distava 8-10 chilometri.

[12] Su Catalhoyk, dati aggiornati qui: https://www.catalhoyuk.com/

[13] Esempio: J. Attali, L’uomo nomade, Spirali, 2006

[14] “Non c’è proposizione di Eraclito che io non abbia accolto nella mia Logica” Hegel, lezioni sulla storia della filosofia.

[15] Una review generale dei punti di vista e degli apporti femminili e femministi alla paleoantropologia in: M. Patou-Mathis, La preistoria è donna, Giunti, 2021

[16] Review aggiornata su pitture murali, petroglifi ed altro in: S. Ferrara, Il salto, Feltrinelli, 2021

[17] https://pikaia.eu/lavorazione-del-legno-nel-pleistocene/

[18] Due ottime review di aggiornamento sui Neanderthal: R. Wrag Sykes, Neandertal, Bollati Boringhieri, 2021. Più condensato ma anche più incisivo: S. Condemi, F. Savater, Mia caro Neandertal, Bollati Boringhieri, 2018

[19] Il classico: J. Jaynes, Il crollo della mente bicamerale, Adelphi, 1996.

[20] Vedi nota 4.

[21] Un compendio della nuova Sintesi estesa in: E. Jablonka, M.J. Lamb, L’evoluzione in quattro dimensioni, UTET, 2007. Meno chiaro ma più recente: R. Bonduriansky, T, Day, L’eredità estesa, F. Angeli, 2020

[22] https://www.treccani.it/enciclopedia/sociobiologia

[23] R. Dunbar, La scimmia pensante, il Mulino, 2009 (ma ce ne sono anche altri)

[24] https://en.wikipedia.org/wiki/Jebel_Sahaba

[25] Analisi del più anziano Neandertal mai trovato, Shanidar 1: https://en.wikipedia.org/wiki/Shanidar_Cave

[26] La faccenda nasce dagli studi di G. Rizzolati, C. Sinigaglia, So quel che fai, Cortina editore, 2006. Oggi si è molto ingarbugliata anche ad opera di critici americani.

[27] A. Smith, Teoria dei sentimenti morali, 1759 (Rizzoli, 1995)

[28] A. Smith, La ricchezza delle nazioni, UTET, 2017. Titolo originario: An Inquiry into the Nature and Causes of the Wealth of Nations

[29]  https://en.wikipedia.org/wiki/Sungir

[30] Aggiornamenti sugli scavi qui: https://www.dainst.blog/the-tepe-telegrams/

[31] K. Schmidt, Costruirono i primi templi. 7000 anni prima delle piramidi, Oltre edizioni, 2011

[32] Su Kaharan Tepe: https://medium.com/@zehramevlevi55/karahan-tepe-2dfec2e89879

[33] Testo fondamentale prima di avventurarsi a parlare con eccessiva disinvoltura della democrazia ateniese, che porta poi a ripetere luoghi comuni che sembrano pure citazioni quasi-colte, ma sbagliate: M. Herman Hansen, La democrazia ateniese del IV secolo a.C. (ma documenta anche quella del V° secolo), LED, 2003

[34] Sulla platonica metafora della società-nave: G. Cambiano, Come nave in tempesta, Laterza, 2016

[35] Discorso sulla servitù volontaria, Feltrinelli, 2014

[36] L’intera sequenza che va dal Castelperroniano al Magdaleniano via altri quattro stili di lavorazione, sono tutti scansionati su ritrovamenti fatti esclusivamente in Francia (da cui i nomi coi quali si indentificano) e non si capisce bene cosa significhino per una visione più generale (del tempo e nello spazio) del periodo.

[37] L. Russo, La rivoluzione scientifica dimenticata, Feltrinelli, (edizione accresciuta) 2013

[38] Luciano di Samosata II secolo a.C. Philopseudés o L’amante del falso. Da cui L’apprendista stregone di Goethe, poi musicato da Paul Dukas, fino poi al Walt Disney di Fantasia.

[39] Si vada in fondo a Further reading: https://en.wikipedia.org/wiki/The_Dawn_of_Everything

[40] È per altro questa anche la tesi del liberalissimo geopolitico globalista P. Khanna, vedi: La rinascita delle città-stato, Fazi, 2017.

[41] Sull’uomo leone, 40.000 anni fa, si stimano quattrocento ore di lavoro, da: N. McGregor, Vivere con gli dèi, Adelphi, 2019. Sulle perline di Sungir invece, si stimano diecimila ore di lavoro. Su Gobekli Tepe, se si conosce il sito, il discorso va da sé.

https://pierluigifagan.wordpress.com/2022/02/20/allaba-degli-studi-sullalba-di-tutto/

STORIA COME INCREMENTO DI COMPLESSITA’ A CUI ADATTARSI, di Pierluigi Fagan

STORIA COME INCREMENTO DI COMPLESSITA’ A CUI ADATTARSI. [Post di studio] Tornerò su un argomento su cui abbiamo scritto più e più volte. Il tema è il passaggio storico tra modi di vita pre e post civili dove -civile- viene da -civitas- e dà luogo a civiltà, quindi pre e post cittadini. Siamo nella sequenza tra Mesolitico e Neolitico tra 15.000 e 3500 a.C. con prospettiva verso l’inizio del periodo civile o storico propriamente detto e siamo in quel della Mesopotamia.
La narrazione (sempre meno) dominante è quella per cui l’invenzione dell’agricoltura, innovazione dei modi di produzione, ha rivoluzionato le forme di vita associata. Questo ha portato da una parte progresso ed incremento di complessità, dall’altra gerarchie sociali, diseguaglianze e guerre. La narrazione è interna alla nostra immagine di mondo costruita già nel XIX secolo e conforme le due famiglie ideologiche politiche prevalenti, quella liberale e quella social-marxista. Ha la stessa scansione della narrazione sulla “rivoluzione” industriale ovvero la teoria è “il proprio (spazio)-tempo appreso nel pensiero” ovvero le forme socio-economiche del Regno Unito nel XIX secolo. Fin qui nulla di male, il problema è poi decidere di fare di questa teoria locale (nello spazio e nel tempo) un universale, una presunta legge storica. Oltretutto pensando che la storia, per rendersi scientifica, debba mostrare le logiche della regina delle scienze: la fisica. La fisica ha le leggi? Quindi anche la storia ed il pensiero economico dovevano avere “leggi”.
Negli ultimi anni, la quantità delle informazioni ricavate dagli scavi archeologici è decisamente aumentata. Viepiù se la compariamo al XIX secolo, ma anche a buona parte del XX. È anche aumentata la nostra capacità di trarre informazione dagli scavi ed è diventata più complessa, quindi più realistica, la nostra organizzazione narrativa in grado ora di mettere assieme informazioni su natura, clima, uomini, modi di vita etc. Vediamo in breve cosa abbiamo scoperto.
1 – L’agricoltura non fu una invenzione puntiforme. Abbiamo primi semi messi da parte per esser ripiantati negli scavi di un sito di 20.000 anni fa. Abbiamo prove di prodotto agricolo selvatico ovvero cura della produzione naturale spontanea che poi lascia il passo a produzione intenzionale ovvero semina-cura-raccolta, da allora fino a 15.000 anni dopo. Tra l’altro l’atteggiamento di cura e raccolta valeva anche per la silvicultura e l’orticultura ad allargare l’output di sussistenza. Pari progressione vale anche per le prime forme di allevamento.
2 – La destinazione di questo nuovo prodotto di sussistenza agricola (naturale ed intenzionale) fu di integrazione e stoccaggio. Integrazione in quanto così si allargavano le opzioni della dieta, di base centrata ancora a lungo su caccia e raccolta. Stoccaggio in quanto i cereali raccolti, seccati, garantivano prodotto consumabile in via differita, per quanto di ripiegamento.
3- Tre informazioni ulteriori vanno considerate per ricostruire un processo che durerà millenni: a) i gruppi umani mostrano una tendenza moderata ma costante (a grana grossa) a crescere di dimensioni. Ciò avviene per vari motivi non tutti derivati dalle oscillazioni di sussistenza disponibile; b) altresì cresce la loro densità territoriale relativa. Questa riduce progressivamente gli areali di riferimento per la singola banda o tribù. A loro volta, molte di queste aggregazioni, diventano progressivamente stanziali. La forma stanziale fissa l’areale di riferimento mentre prima l’areale si spostava allo spostamento del gruppo umano; c) il tutto si svolge in un periodo climatico molto dinamico. Il periodo inizia con la deglaciazione che letteralmente inonda il mondo di acqua, aumentando la produzione naturale di piante ed animali. A più riprese però, il clima oscilla diventando più secco. Queste fasi diminuiscono di colpo (nell’ordine dei secoli) la produzione naturale per, ricordiamolo, gruppi ora più massivi, densi e fissi territorialmente.
4 – C’è un movimento progressivo di discesa del fuoco di presenza umane territoriali dal sud anatolico al Golfo Persico. Contemporaneamente continua l’afflusso dall’esterno di questo areale (Monti Zagros, altopiano iranico). Contemporaneamente, i siti abitativi vanno progressivamente sempre più vicino i due grandi fiumi (Tigri ed Eufrate). Quest’ultimo punto si verifica in più o meno corrispondenza con il cambiamento climatico. C’era una regolare agricoltura intenzionale (semina-cura-raccolto) che si basava sulla semplice periodicità delle piogge e non su lavori di canalizzazione. Quando l’andamento climatico oscilla verso il secco, l’acqua che non cade più dal cielo, andrà presa dai fiumi.
I punti di questa ricostruzione porterebbero ad una narrazione lineare, ma i fenomeni a grana fine non lo furono. I gruppi umani oscillarono all’oscillazione del contesto. Questo perché la regola cui sono soggetti è l’adattamento a contesti mutevoli.
C’è poi anche una controverifica indiretta alla tesi dell’invenzione del modo agricolo. I modi agricoli compaiono a più riprese in poco meno di altri dodici casi nel globo (ma c’è chi ne conta ben di più), in tempi differenti, tra luoghi non comunicanti. A meno di non prevedere una magica sincronizzazione dell’ingegno umano, l’unica spiegazione che sta in piedi, è che i vari gruppi umani vennero sottoposti a pressioni adattive simili. La condizione simile è un “complesso di cause” (cause tra loro interagenti) che prevede: aumento costante demografico, aumento di densità per areale chiuso (che ha condizioni migliori che non si trovano nell’intorno), un primo miglioramento costante delle condizioni naturali (clima, acqua, rigoglio vegetale, esuberanza demografica animale), progressiva stanzializzazione, una seconda relativamente improvvisa inversione negativa delle condizioni climatiche. Il ricorso a produzione intenzionale (agricoltura-allevamento) che all’inizio è arricchimento della varietà di dieta, poi stoccaggio di alimenti a cui attingere per compensare le curve oscillanti di produzione naturale (caccia e raccolta), diventa sempre di più fonte di sussistenza primaria, poi esclusiva. Per quanto di apporto nutritivo monotono e modesto, la coltivazione di cereali e la segregazione con riproduzione di animali, era l’unica possibilità di sopravvivenza date le condizioni. Ed a sua volta, la sua relativa prevedibilità quindi sicurezza alimenterà ulteriore incremento demografico e di densità relativa avviandoci lungo un percorso irreversibile.
Non ci fu quindi alcuna invenzione come motore della storia, fu un complesso adattamento a nuove condizioni dei gruppi umani, dei territori e distribuzione umana e naturale dentro di essi, del clima. Tutte le mitologie posteriori raccontano questa storia come una caduta dall’età dell’oro, non come un progresso. Ritenuti a lungo “miti”, oggi sembrano confermati dall’analisi delle ossa e degli scheletri che confermano l’impoverimento nutritivo, dismorfismo sessuale e la perdita di forza e salute generale. A seconda di come si deciderà di organizzare le nuove forme di vita associata, nasceranno le diseguaglianze sociali (anziani su giovani, maschi su femmine, classi su classi, élite castali su popolo), le gerarchie fisse e riprodotte per ereditarietà, la guerra, le narrazioni di contesto, tra cui le religioni, le varie caste tripartite (commerciali, militari, sacerdotali) ovvero la civiltà.
Il significato proprio del ricorso prima saltuario, poi sistematico, poi unico all’opzione agricola fu una necessità, non una libertà. Necessità di garantire, quindi prevedere, output alimentare per numeri sempre più ampi di popolazione già stanziale per via delle dimensioni. L’adattamento del tempo portò in dote il problema del doverci pensarci prima, del prevedere. Il ricorso sempre maggiore all’agricoltura-allevamento fu la necessità di prevedere le forniture di sussistenza per migliaia e migliaia di persone ormai inurbate. Per altro, non sembra neanche che fu il semplice predominio del modo agricolo a scatenare la trasformazione sociale, ma una dinamica più complessa a molti fattori che all’inizio prese forma di quello che alcuni chiamano “socialismo sacerdotale” ovvero l’attribuzione del prodotto della terra (inizialmente terra degli dèi, non più totalmente libera e non ancora privatizzata) ad un centro ridistributivo gestito dai funzionari della credenza. Sarà all’interno di questi centri che la burocrazia civile al servizio del tempio diverrà poi predominante politicamente (il “re”, inizialmente spesso eletto e senza dinastia, al tempio si affiancherà il palazzo) mentre accanto si infittiscono le dispute per lo spazio da cui si svilupperanno le élite militari e si formano i monopoli di scambio tra eccedenze e mancanze, a volte pubblici, a volte privati, più spesso privati su concessione pubblica. Se all’inizio il “centro” assolve ad una funzione controllata, al crescere del volume dei gruppi, il centro si emancipa dal controllo dal basso e diventa l’alto dominante.
Se una regola si vuol trovare, a grana grossa, sembra lampante una correlazione tra modi di organizzare la società e sua dimensione in cui società viepiù massive confinano le decisioni da prendere in una élite sempre più stretta. Più che in economia, il motore della faccenda va cercato in socio-demografia. Quello che si perde è la facoltà di decidere assieme il che fare, facoltà naturale nei piccoli gruppi, molto meno naturale in quelli grandi.
Detto da D. Graeber e D. Wengrow nel loro di recente pubblicato “L’alba di tutto” (Rizzoli, 2022, p. 19): “La questione ultima della storia dell’umanità non è l’equo accesso alle risorse materiali (terre, alimenti, mezzi di produzione), per quanto queste cose siano ovviamente importanti, bensì l’equa capacità di partecipare alle decisioni sulla nostra convivenza”.
Oggi, con un mondo cresciuto di tre volte in soli settanta anni, di quattro quando saremo al 2050, si pone nuovamente, il problema dell’adattamento su previsioni anticipanti. Il modo o forma di come comporre le nostre forme di vita associata, non dovrebbe più esser un esercizio a ruota libera, di invenzione, innovazione, nostri vari desiderata. Dovrebbe esser un esercizio di necessità e compatibilità: come e cosa fare per convivere in così tanti nello stesso spazio obbligato. Dovrebbe esser un esercizio adattativo, le forme sociali dipendono non solo dalle loro dinamiche interne, ma queste stesse sono condizionate dal contesto. Ereditiamo forma politiche in cui pochissimi si occupano di questo problema, inevitabilmente propensi ad aumentare diseguaglianze, gerarchie, vantaggi ereditari, guerre e confitti, narrazioni sempre più assurde, forme religiose di credenza anche quando non hanno in oggetto fatti spirituali.
Cinquemila anni fa dovemmo fare i conti di compatibilità tra società umane e contesto, di nuovo oggi. Allora andò come sappiamo, come fare in modo che oggi vada diversamente?

FOCHERELLO, di Pierluigi Fagan

FOCHERELLO. È indetta per oggi una manifestazione nazionale degli studenti liceali. Presto per dire se sarà o meno un vero e proprio “movimento” a cui i giornali hanno dato già dato nome: la Lupa. I temi non mancano.
La scintilla è stato il ragazzo morto durante uno stage aziendale previsto dalle politiche di alternanza studio-lavoro inaugurato nel 2015 e proprio l’assetto studio-lavoro è finito sotto accusa come se destinazione strategica di fondo dell’istruzione fosse formare alla società di mercato e non alla società nel suo ben più ampio complesso. Viepiù oggi visto che la società che già di sua natura è un sistema complesso, si trova e sempre più si troverà a doversi adattare ad un inedito mondo complesso.
Producendo tra l’altro una precoce divisione classista tra licei professionali della periferia o dei piccoli centri ed i programmi più di cultura generale per i giovani dei quartieri del centro delle città medio-grandi. Ma l’argomento si amplia allo stato fatiscente di molti edifici scolastici, le politiche del trasporto, i bassi salari dei professori, il sovraffollamento, il modo di organizzare valutazioni ed esami, programmi sempre più orientati in favore di un certo modo di esser nel mondo, la destinazione dei fondi PNRR. Su tutte queste pregresse situazioni, si è abbattuta la pandemia e soprattutto i modi con i quali è stata gestita, tra DAD improvvisata e gestione confusa dei tracciamenti, esclusioni, quarantene e quant’altro. Su tutta questa somma dei fatti si sono infine abbattute le recenti manganellate della polizia.
Al consueto disagio ed incertezza giovanile della fase pre-adulta ed alla condizione sempre meno curata della scuola pubblica, negli ultimi anni si è abbattuta anche la consapevolezza che ormai non si sa più bene a cosa serva tutto ciò. Nel senso che, ne abbiano o meno fondata consapevolezza, i giovani avvertono che lo sbocco della vita non è pensato e debitamente organizzato. La disoccupazione giovanile in Italia, intorno al 30%, è il doppio della media europea sia versione euro, sia versione UE. Dovrebbe essere uno scandalo visto che sono i nostri figli, ma tale non è assunto nel dibattito pubblico.
Per altro, quelli che nelle statistiche compaiono tra gli occupati, hanno a che fare con precarietà endemica, salari letteralmente indecenti, rapporti e condizioni di lavoro obiettivamente insopportabili. E tali condizioni sono ormai endemiche, non si presentano solo di recente e per qualche anno iniziale del percorso di vita professionale, si protraggono a lungo ed in molti casi a lunghissimo. Con parimenti impossibilità di intraprendere percorsi adulti di vita autonoma, data l’endemica mancanza di alloggi a prezzi e condizioni praticabili. Ed è così da vari anni e pare vada sempre peggio mentre il mondo adulto parla di Next Generation, quasi che fare un titolo, magari in inglese, dia l’impressione di una cura ed attenzione che non c’è nel modo più assoluto.
Su tutto ciò, già grave di suo, va registrato il trauma pandemico, un trauma i cui risvolti psicologici e sociali sono ancora da indagare a fondo. Va ricordato a noi adulti, quali dovrebbero essere le condizioni di espressione della vita a quell’età. Espressioni che formano la socialità, la conoscenza, l’affettività, la personalità, il giudizio, la progettualità e la stessa energia vitale, l’identità e relativa intenzionalità.
L’altro giorno ho tenuto un intervento on line nell’ambito dei programmi di orientamento allo studio per classi dell’ultimo anno di liceo per un paio di cittadine delle Marche. La professoressa che organizzava gli incontri con le varie offerte formative universitarie mi dava un quadro piuttosto cupo della salute psichica dei ragazzi. Alcuni (e pare non pochi) vanno addirittura dallo psicologo come se ci fosse una “tecnica” per meglio adattarsi a questo contradditorio e desolante sfacelo, come se ci fosse una mancanza personale a sopportare queste pressioni che in primis uccidono il principio speranza. Gioventù senza speranza dovrebbe ritenersi un ossimoro in una cultura pubblica civile.
Altre generazioni hanno sofferto condizioni difficili, ma a differenza di queste che noi più anziani possiamo far risalire a racconti dei genitori sulla guerra o dopoguerra, quella dei giovani di oggi è una condizione silenziosa, non c’è rappresentazione pubblica, non c’è “mal comune mezzo gaudio”, come molte altre cose del nostro sbilenco modo di vivere anche il disagio è privatizzato. Sembra riguardi solo loro o meglio una parte di loro, coloro che non hanno famiglie ammanicate e capitalizzate e di tutto ciò non c’è visibilità e condivisione sociale. È un dramma silenzioso, una mancanza di speranza senza neanche il lamento. Non c’è neanche la minima attenzione politica e culturale visto che anche le scarse forze di opposizione sembrano magnetizzate da vaccini e permessi, distopie biopolitiche e le solite lagne sul neoliberismo ed il Grande Reset. Come se fossimo bravissimi a fare macro analisi di quadro e contesto sempre più mortificanti e paralizzanti ma si sia persa l’elementare scintilla alla ribellione, alla lotta, al darsi voce per pretendere attenzione e rimedio, a rendere il disagio pubblico e non privato.
Così volevo condividere la piccola luce di questo ancora incerto focherello, dargli almeno un po’ del mio fiato, sperando che altri venti a favore possano magari farlo diventare un piccolo punto di luce e calore in questo opprimente e grigio inverno del nostro scontento.
NB_Tratto da facebook

PROBLEMI DI SOCIOLOGIA POLITICA, di Pierluigi Fagan

PROBLEMI DI SOCIOLOGIA POLITICA. [Post di studio relativo a questioni di fotografia sociale per basi di teorie politiche. Non perdete tempo se non vi interessa, saltatelo] Qui riprendiamo i ragionamenti portati avanti nel post del 14.12 del nostro “ragionar con Gramsci”. Si faceva accenno al fatto che rispetto al panorama ideologico del suo tempo, a noi oggi mancano tre presupposti: 1) una chiara e conosciuta fotografia delle partizioni sociali, ma forse dovremmo dire le forme stesse della partizione sociale; 2) una ben confusa situazione nei concetti di partito e democrazia; 3) la mancanza di una teoria generale politica, una teoria mondo quale quella che al suo tempo rappresentava l’alternativa allo stato di cose ovvero il pensiero di Marx/marxismo. Vorrei riprendere ed approfondire un po’ il primo punto.
Sebbene centrale in quell’impianto di pensiero, il concetto di “classe sociale” e sue partizioni, non sono mai chiaramente espresse da Marx. Di base, l’intende come una classificazione in base alle condizioni economiche. Altresì, queste sezioni della piramide sociale, produrrebbero una loro precipua ideologia che ne riflette condizione ed aspettative. Gramsci aggiungerà che questo “riflettere” è però condizionato da egemonie per le quali non sempre vi è allineamento tra condizione sociale e condizione ideologica. Tant’è che, in effetti, sia Marx che Engels, che Lenin, non erano proletari, né avevano origini in tal senso. Quali sono dunque i rapporti tra condizione sociale ed ideologia?
Dieci anni fa, uno spontaneo movimento di opposizione sociale, negli Stati Uniti d’America, comincia l’occupazione del distretto finanziario di Wall Street, rivendicando il conflitto tra un presunto 99% della società ed un 1% che condenserebbe in sé una scandalosa concentrazione di ricchezza, quindi potere. Tale teoria non si sa bene dove nasca di preciso, chi indica la redazione del giornale di critica pubblicitaria canadese Adbusters, chi l’antropologo David Graeber, chi l’economista Joseph Stiglitz, chi un anonimo articolista sul web. Il concetto che, come tutti i concetti, presuppone una teoria di cui è sintesi, punta alla critica del risultato sociale della svolta finanziaria che inizia tra anni ’80 e ’90 ed ha un sapore più comunicativo (slogan) che analitico (analisi). Dato questo presupposto semplificante ed indignante, ha molto successo e diventa una sorta di nuovo consenso socio-politico, ci si convince davvero che si tratta di una questione tra una percentuale infinitesima ed una massa enorme. È possibile le cose stiano così?
Decisamente no, non è assolutamente credibile in termini di “fisica dei sistemi sociali” che qualcosa di così piccolo, domini del tutto un così grande, è una semplificazione. Del resto, tra pubblicitari (Adbusters) ed americani (Graeber-Stiglitz), che la semplificazione sia privilegiata rispetto alla complessità del reale, è fatto noto e proprio di quei tipi di immagini di mondo. Di contro, che ci sia un 1% che effettivamente condensa in sé una porzione scandalosamente asimmetrica di ricchezza e quindi potere, è un fatto. Fatto riverificato da decine di statistiche quantificanti e pure peggiorato in questi dieci anni.
Questa versione semplificatoria dell’indagine sociale (mai basarsi su principi di analisi sociale americani espressi dopo gli anni ’60, quindi da dopo C. W. Mills) però ha successo e la ritroviamo in background in una sorta di rinnovata “teoria delle élite”, teoria tra l’altro di origine italiana dei primi Novecento. Le nostre società quindi si sono semplificate quanto a partizioni sociali? Davvero è tutto così semplice per cui l’1% conduce il restante 99% dove vuole lui? Pare di no, ci sono almeno due problemi oltre la logica della fisica sociale, che complicano parecchio la faccenda.
Il primo problema deriva dal fatto che quel 1% beneficiato dall’imporsi del paradigma finanziario, non è solo. Né lui come composizione sociale, né in quanto paradigma. Come paradigma è assieme ad una costruzione paradigmatica fatta altresì di globalizzazione e informatizzazione dentro un più ampio paradigma di teoria economica detto “neo-liberista”. A sua volta questo costrutto non è di origine occidentale ma prettamente americana. Il tutto corrisponde ad una più ampia partizione sociale rispetto alla numerica dell’1%. Ha più a che fare con il concetto di “classe agiata” di T. Veblen, categoria sociologica del primo Novecento. La “classe agiata” è fatta da coloro che hanno tornaconti e benefici, primariamente dal fatto che le nostre società sono ordinate dai fatti economici e non politici, quindi dal mercato e non dalla democrazia, dall’assetto atlantista che struttura l’occidentalismo e dalla teoria neo-liberista che per quanto ritenuta di origine economica è in realtà di origine socio-economica, quindi politica ed infine più ampiamente “culturale”. La loro agiatezza è data dall’appartenere al cluster che beneficia direttamente della finanziarizzazione e/o della globalizzazione e/o dell’informatizzazione e se di origine europea, della funzionale connessione col centro motore del sistema che è in US o UK. Direttamente o indirettamente.
Per fare un esempio stupido dell’indirettamente, anche un ristorantino fast-lunch nei pressi di un distretto finanziario beneficia di quel flusso di ricchezza, anche il suo cameriere, piuttosto che il portuale di uno snodo di traffico merci, la segretaria di una azienda che produce container, il programmatore di algoritmo, se assunti e retribuiti di conseguenza. Certo, direttamente il beneficio è più intenso che indirettamente, ma è pur sempre una rete di cointeressenze formata da nodi (hub) di innovazione, logistica, scambio internazionale, favore del mercato quanto più libero ed incondizionato, lavoro sul denaro altrui. In più, non è che sparisca una classe agiata tale sorretta da redditi da attività più “tradizionali”, anche qui direttamente o indirettamente. Quanto si può quantificare questa classe che sta bene dentro lo stato di cose, lo sorregge, lo difende, lo amplia, lo promuove positivamente nel giudizio condiviso?
Prendendo la quantificazione a grana grossa, quindi senza formalizzarsi sulla sua precisione esatta, sociologi stimano in circa un 40% questa che non è “una” classe, ma una alleanza di classi o di tipi sociali, che ruotano intorno agli interessi di un certo funzionamento economico che poi si riflette nel politico e nel culturale sebbene divisi tra trainanti e trainati, classi attive o di servizio a queste. A me pare un po’ alta, forse. Con i benefici del potere economico, politico, sociale e soprattutto culturale, appare però più credibile questa fotografia in cui una minoranza coarta una maggioranza, piuttosto che quella semplificata dell’1% maligno e totalitario. Certo, questo ipotetico 40% ha gradi diversi di beneficio e quindi convinzione, nonché di potere, però ad “alone”, conta e pesa almeno per un terzo sociale. Se pure fosse un più prudente 30% la cosa cambierebbe non di molto e comunque è proprio queste sotto-analisi a grana meno grossa che andrebbero fatte. Questi beneficiati, li possiamo definire gli “integrati” ricorrendo ad una partizione data da Eco in una sua analisi culturale anni ’60. Essi sono sia oggetto che soggetti attivi di promozione dell’egemonia di una immagine di mondo, tanto quanto i più tradizionali soggetti attivi come i fatidici “media mainstream”.
Sin qui, quanto a definizioni di classe diciamo “tradizionale” ovvero reddito + ricchezza + prospettive su aspettative = stato sociale. Ma davvero l’ideologia individuale e di gruppo corrisponde sempre allo stato sociale? Decisamente direi di no. Non v’è un intellettuale che si esprima in libri, articoli, pamphlet o quant’altro anti-capitalistici o anti-neoliberalistici o anti-atlantisti o anti-economicisti che non sia in fondo e per lo più (quindi salvo eccezioni che ci sono sempre) socio-economicamente parte di quel 40% o lì vicino nei fatti, mentre guarda al 60% nel campo dei sistemi di idee politiche. E viceversa, una grande parte di quel 60% non si sogna minimamente di rifiutare l’attrazione verso il mondo degli integrati, vorrebbe solo esserne invitato o poter coltivare la speranza di poterlo essere. E non si tratta solo di mancanza di coscienza di classe, sono proprio tipi sociali le cui radici di immagine di mondo è del tutto integrata in quel sistema di valori e modi, convintamente.
Ci sono dunque defezioni di allineamento tra classe sociale ed ideologia, da una parte e dall’altra, che consiglierebbero indagini ed analisi più complesse per capire meglio, a grandi linee, la composizione del fatidico “blocco storico” che potrebbe sfidare lo stato di cose. Noto che gli schemi semplificati sono talmente egemonici che ad esempio, il problema politico Italia oggi è condensato in Draghi. Non sulle forze politiche che lo sorreggono. Ma soprattutto non su tutti coloro che quelle forze politiche le votano. Quindi ci si convince che il 65% di gradimento a Draghi censito da un sondaggio ancora a novembre è ovviamente falso, quando forse non lo è o non lo è del tutto. Capita quando la fotografia sociale è fatta “sentendo” le opinioni di qualche centinaio al massimo di contatti sui social media. Fa scandalo quando qualcuno ci ricorda che il 50% degli italiani ha dalla licenza media in giù, forse perché si pensa che questi siano tutti contro lo stato di cose quando forse, invece, è proprio l’esatto contrario, è proprio la mancanza di struttura mentale che ha socio-politicamente sorretto decenni e decenni di Democrazia Cristiana in Italia.
Infine, sfidare lo stato di cose può avere molte motivazioni. Si possono sommare in fase critica e di sfida, ma raggiunto eventualmente l’obiettivo di aprire ad un nuovo stato di cose, si dovranno dividere per tante quali sono le loro variate origini e ragioni. Un nazionalista non è un europeista per quanto critico verso l’attuale forma presa da questa istanza ed entrambi non sono degli euro-asiatisti. Un keynesiano non è un decrescista. Un tradizionalista non è un progressista. Un marxista non è un socio-destrista. Un perplesso verso la politica sanitaria in atto non è un no vax, che non è un no pass, che non è un no-covid-è-tutta-una-montatura-del-grande-reset, per quanto, scendendo assieme in piazza finiscono con l’esserlo. Se una alleanza tattica va pensata per ripristinare il valore dei pesi percentuali effettivi del sociale totale, occorre chiarirsi su cosa e questa cosa non potrà essere una forma di mondo che è obiettivamente pensata in modi assai diversi, ma forse solo sul modo con cui i pesi dei vari tipi sociali si riflettono nei processi decisionali politici. Qui, “tipi sociali” che sommano condizione sociale e condizione ideologica, sostituiscono il concetto di “classe”.
In fondo, il panorama sociale in cui pensava Marx, era effettivamente molto simile alla stilizzazione dell’1% degli Occupy Wall Street, ma oggi le cose, ahinoi, sono più complesse e se vogliamo politicamente chiarirci realisticamente le idee, con questa complessità tocca farci i conti. Se non miglioriamo la risoluzione delle nostre fotografie sociali, non sapremo mai in cosa dovremmo metter le mani.

Roberto Buffagni

Ottimo lavoro Pierluigi, grazie. Aggiungerei che non solo manca una teoria sociale dello stesso ordine di perspicuità del marxismo, manca una teoria filosofica dello stesso ordine di perspicuità dell’illuminismo (anche perché la critica anche sociale si deve rivolgere contro la forma attuale che ha preso l’illuminismo). Dovendo buttar lì qualche briciolina di pane, direi questo: come l’illuminismo storico ha revisionato e rieditato per via di astrazione e secolarizzazione i concetti socialmente più rilevanti del cristianesimo, così dovrebbe fare la teoria critica attuale per la forma odierna di questi concetti illuministi, revisionandoli e rieditandoli e “sostanziandoli”, ossia facendo il percorso inverso a quello di astrazione illuminista.

LA MODIFICA DEL PANORAMA IDEOLOGICO DI UN’EPOCA, di Pierluigi Fagan

LA MODIFICA DEL PANORAMA IDEOLOGICO DI UN’EPOCA. [Post di teoria politica, quindi di interesse per pochi] In questo post ragioneremo con Gramsci, useremo cioè una struttura del suo pensato per pensare a nostra volta.
Questa fruttifera relazione tra strutture del pensiero venne resa immagine immortale da Giovanni di Salisbury (XII secolo), il quale però la riferiva come detto del suo maestro ovvero Bernardo di Chartres: “siamo come nani montati sulle spalle di giganti”.
L’immagine ha un implicito di “vedere più lontano” o “vedere da più in alto”. Ma al di là della formulazione che ne diede Bernardo, cattura una dinamica delle relazioni tra strutture del pensiero, una dinamica che, sempre in analogia, assomiglia a quella che in chimica si chiama “funzione catalitica”. La funzione catalica opera nelle trasformazioni chimiche (crea del nuovo dal vecchio) ed è svolta da una sostanza o complesso di sostanze che partecipano al processo, con ruolo necessario, senza però venire incluse nell’esito finale. Così, strutture di pensiero che aspirano al nuovo, usano quelle consolidate e più strutturate del vecchio, vi si appoggiano, le usano, per sottrazione o addizione o riformulazione. Il processo serve a produrre tentativi di nuovo pensato sotto due aspetti: quello della struttura del pensiero (riformulazione), quello della modifica della ricetta (addizione di nuovi elementi o sottrazione di vecchi elementi). Per addizione e/o sottrazione e/o riformulazione, si usa in modo catalitico la struttura di un pensiero consolidata, per produrne di nuove o comunque portare il processo cognitivo su altre strade da successivamente sviluppare. Chiaritaci la relazione di pensiero sottesa alla frase “ragioneremo con Gramsci”, accenniamo al suo contenuto.
Ci troviamo in quella area di pensiero dei Quaderni che somma diverse riflessioni sugli intellettuali, l’egemonia, la funzione del partito, l’ideologia, la filosofia della prassi, rapporti tra filosofia e senso comune che pare influenzò anche il Wittgenstein via Sraffa.
Far entrare questi argomenti in un post ha del temerario, ma forse ci serve come appunto del pensiero.
In forma scandalosamente ridotta, Gramsci pensa che alcune forme del pensiero di Marx vadano riformulate (al modo del nano che sale sulle spalle del gigante diventando a sua volta gigante che attrae nuovi nani scalatori), il tutto in un processo sociale dialettico ma anche gnoseologico tra “intellettuali e semplici”, seguendo partizioni di classe sociale, dentro una formazione sistemica che è il partito, al fine di promuovere l’affermazione di un nuovo panorama ideologico, che faccia da premessa ad una nuova affermazione politica.
Abbiamo qui alcuni assunti da precisare: 1) per quanto da modificare, Gramsci ha una “concezione del mondo” (IdM) di profondo riferimento, quella di Marx (non del marxismo, G. anticipa la distinzione “marxiano-marxista” usata variamente da dopo gli anni ’90 qui in Occidente); 2) G. non rinuncia alla partizione sociale di classe stante che quando pensava e scriveva, l’Italia degli anni ’20-’30 del secolo scorso, le classi erano nitide e consistenti (contadini, operai, classe media, classe alta, religiosi, industriali etc.); 3) presuppone come finalità perseguibile, il gioco politico delle democrazie occidentali, attraverso un sistema ritenuto potente quale il “partito”. L’intera storia del PCI ne discende. Dentro questi assunti perimetrali, organizza un pensiero davvero importante e dalle molteplici ricadute, relativamente ai fini che si dava con la sua filosofia della prassi, sostanzialmente la XI Tesi su Feuerbach (mai pubblicate fintanto Marx in vita).
Va notata la stranezza per la quale il G è attivamente studiato nell’accademia anglosassone (soprattutto gli USA), l’intero concetto di “soft power” vi deriva, mentre qui da noi è dimenticato nei polverosi archivi del pensato. Del resto, qui da noi, da almeno trenta anni, non si frequentano più gli archivi del pensato in quanto non si pensa, almeno a quel livello.
Prima di procedere oltre, una breve nota di commento su questo ultimo punto. Nel Q.XI il G. analizza i processi di formazione ed affermazione delle “concezioni del mondo” ovvero quelle che noi chiamiamo qui “immagini di mondo” (tutte riformulazioni del concetto di Weltanschauung che Dilthey trae in implicito dal Kant della KdRV). Come conclusioni brevi della sua analisi segna due punti. Il primo è “non stancarsi mai di ripetere i propri argomenti perché la ripetizione è il mezzo didattico più efficace” consiglio assunto da Goebbels ai pubblicitari fino alla politica da televisione recente e più in generale dalle forme egemoniche liberali-anglosassoni dominanti negli ultimi trenta anni. Il secondo era “lavorare incessantemente per elevare intellettualmente sempre più vasti strati popolari …”. In Italia, negli ultimi trenta anni, l’egemonia più importante l’ha esercitata un personaggio-fenomeno (ovvero un fenomeno che ha avuto vaste ragioni incarnato da un personaggio catalizzatore) che ha operato in osservanza del primo punto e nel ribaltamento simmetrico del secondo: “lavorare incessantemente per degradare intellettualmente sempre più vasti strati popolari, etc.”. Sicuramente, questa idea è stata formalizzata da quell’oscuro consigliere del Principe, palermitano, oggi in carcere e le cui vicende giudiziarie hanno oscurato la sua levatura intellettuale comunque presente e sottovalutata. Questo non spiega tutto della deprimente condizione del pensiero italiano, ma ne è comunque parte consistente.
Tornando al corso principale del nostro pensare con Gramsci, rileviamo alcuni punti critici, non critici del Gramsci ma dell’usabilità della sua ricetta. Il primo punto è il problema delle classi. Al di là del liquidismo baumaniano, abbiamo oggi una teoria sociologica chiara sullo stato delle partizioni e dinamiche sociali nelle nostre società contemporanee? No. Non avendola ci troviamo in un primo pasticcio, non riusciamo ad avere una idea chiara dell’oggetto sul quale vorremmo intervenire. Impossibile modificare il “panorama ideologico” di un’epoca se non si ha conoscenza chiara dell’oggetto sociale (e quindi sul soggetto e/o soggetti promotori di un nuovo programma ideologico).
Il secondo problema è che non abbiamo possibile ricorso all’idea del partito perché l’intero sistema che chiamiamo “democrazia occidentale” si basa su un disguido concettuale: noi continuiamo a chiamare “democrazia” un sistema che non vi corrisponde. Attenzione, chi scrive, non dice che “non vi corrisponde più” come dicono alcuni “risvegliati” recenti, non vi ha mai corrisposto, è un chiaro, longevo e doloroso caso di schizofrenia tra parola e cosa. Pochi o nessuno ha posto attenzione a questo “doloroso caso” per tempo perché il “panorama ideologico” delle teorie politiche era ingombrato da una tesi che usa apposta questa falsa nominazione per confondere ed una antitesi che invece che contestargli l’abuso, farfugliava di elementi misti confusi nell’espressione “dittatura del proletariato”, accluse romanticherie rivoluzionarie, che aveva statuto teorico inconsistente, almeno qui in Occidente.
Il terzo problema chiude e riassume anche gli altri due. Al di là dei mille-ed-uno problemi inerenti la “modifica del panorama ideologico di un’epoca” (sempre Q XI) da analizzare a parte oltre quelli appena accennati, abbiamo noi una “teoria mondo” di riferimento, quale Gramsci l’aveva rispetto a Marx? No. Noi abbiamo molte tesi contro ma nessuna tesi alternativa, quantomeno non in forma di “teoria mondo”. Possiamo avere vaghe immagini di mondo critiche ma nessuna tesi sul mondo che dia alternativa egemonica a quella dominante.
Il post non conclude, è “appunto per il pensiero”. Personalmente, ho la convinzione che i tre punti siano collegati e che risolvendo il secondo (una teoria politica forte della democrazia), applicato al primo (il paesaggio sociale delle società europee occidentali al XXI secolo, a partire dalla nostra), si avrebbe soluzione del terzo. Ma è solo un’ipotesi, un appunto per i “compiti del pensiero” che però volevo condividere con chi è interessato, per provare a “pensare assieme”.

DEL DISCORSO LUNGO E DI QUELLO CORTO, di Pierluigi Fagan

DEL DISCORSO LUNGO E DI QUELLO CORTO. Ho finito ieri di leggere “Il capitalismo della sorveglianza” di S. Zuboff, eletto fondamento della tradizione critica degli ultimi decenni assieme a Primavera silenziosa, No Logo, Impero, Il Capitale del XXI secolo etc (questo ultima lista la riferisco come di altri, non è mia). La tesi del libro è condensata -in parte- nel titolo e declinata secondo quanto riportato dalle principali recensioni che troverete facilmente sui motori di ricerca.
Ma del libro mi interessa rilevare un altro aspetto. Il libro sviluppa 539 pagine nette, al netto cioè delle note. Non è né noioso, né difficile da seguire, anzi, merito dell’autrice è quello di dipanare la matassa con accorta lentezza ritornando più volte sui punti precedenti di modo da costruire nel tempo, la struttura di ciò che intendeva comunicare. Sono quindi 539 pagine “necessarie”. Necessarie all’autrice per dirci ciò che aveva da dirci, necessarie al lettore per assorbire informazioni, tesi, concetti e struttura del discorso. Discorso riferito a fatti, molti fatti, interpretati e giudicati con parziale giustificazione del sistema mentale dell’autrice quanto ad interpretazione e giudizio. L’autrice è docente di psicologia sociale ad Harvard, ma si è immersa a fondo nell’argomento riportandoci non solo analisi ma fatti con analisi. La parte della sua immagine di mondo dedicata a questo lavoro di analisi, dichiara esplicitamente il debito di conoscenza con Marx, Durkheim, Weber, Arendt, Polanyi forse più di ogni altro.
Il punto è che, in auto-analisi, debbo rilevare una differenza di conoscenza tra quello che sapevo prima di leggerlo e dopo. La tesi mi era nota, mi era nota a grandi linee la tesi specifica della Zuboff ma mi era nota la faccenda più in generale avendone letto in più di una dozzina di testi oltre la marea di articoli che turbinano nell’argomento, già da parecchio tempo. Tuttavia, solo la lettura delle 539 pagine mi ha dato tutti i livelli del discorso fatto dalla Zuboff. È un po’ come coi concetti.
Se provenite da una vasta e profonda conoscenza di un argomento, il concetto vi permette di zippare tutta la conoscenza che risiede nella vostra mente, in un sintetico. Quel sintetico agile e limitato, lo potrete usare con altri sintetici per costruire nuovi pensieri. Nella vostra mente ci sarà l’argomento vasto ed approfondito da una parte e per certi usi, la sua condensazione nel concetto che userete per costruire altri argomenti dall’altra. Tutto ciò ha base però nella conoscenza del discorso lungo.
Dopodiché potrete scrivere una recensione per chi non ha letto il libro o addirittura citarne il concetto dentro altri discorsi. L’informazione di massa, nei media moderni o in quello ultra-moderno di Internet (social, blog etc.), veicola solo i concetti. Spesso neanche quelli, si va direttamente al giudizio. Ma cosa capisce la gente dei concetti se non è stata esposta al processo di condensazione del discorso lungo in quello breve che è appunto il concetto? O peggio cosa capisce di un giudizio se non ha neanche il concetto per non dire del discorso lungo che questo vorrebbe zippare?
Prendiamo l’ultimo Rapporto Censis. Viaggiano articoli di commento e tabelline postate sui social con commenti vari. Chi usa il testo per sostenere A, chi per sostenere B, chi per invalidare quello che sostiene B e viceversa, chi per invalidare alla radice la credibilità del Censis e dei suoi dati statistici sintetici. Stamane sono andato su loro sito ed ho letto una sintesi meno sintetica di una tabellina sul tema dell’irrazionalità, che allego. Be’ la sintesi che pure è sintetica rispetto al testo del Rapporto è molto diversa nel senso e significato rispetto ai commenti che girano nell’informazione e nella suburra social.
Di nuovo, il discorso lungo io non l’ho neanche letto visto che non ho letto il Rapporto (per anni, quando lavoravo, andavo a comprare e poi leggere il Rapporto Censis perché era la fonte principale di una vasta analisi sociale, un tipo di analisi che cinquanta anni fa facevano in molti ed in molti modi ed era parte della cultura medio-alta diffusa con fonti plurali. Negli ultimi decenni s’è fatta sempre meno, comunicata ancora meno e da ultimo, per niente, senza che nessuno se ne lamentasse). Potrei dire di conoscere abbastanza l’argomento per varie ragioni di studio e di interesse, ma ciò che mi sembrava emergere esponendomi al flusso delle informazioni, non corrisponde neanche un po’ alla pur limitata sintesi dell’articolo pubblicato dallo stesso Censis che ho letto stamane. Di nuovo, quali sono i rapporti tra i nostri discorsi brevi e quelli lunghi nel dibattito pubblico?
Oggi abbiamo folle che credono alla scienza ed altri che non ci credono a priori. Cinquanta anni fa era consenso diffuso almeno nelle vaste platee critiche (che erano più vaste delle attuali) il concetto di “non neutralità della scienza e degli scienziati”. Il che però non significava pensare a priori che qualsiasi informazione scientifica fosse una bufala ideologica. Di nuovo, il discorso lungo predispone ad assorbire informazioni, schemi interpretativi, riferimenti su cui applicare la lente critica per filtrare il tutto e discernere il grano dal loglio, facendosi una opinione. Il discorso breve invece dà l’illusione di avere un concetto, quindi una conoscenza, ma in realtà dà solo un geroglifico il cui senso e significato non si ha. Tale geroglifico inserito nel giudizio dato dalla fonte a cui prestiamo credibilità a priori, determina la nostra illusione di conoscenza.
Farò un altro esempio. Tempo fa mi sono concesso qui nel mattatoio dell’intelligenza che è facebook, un cinque minuti di polemica con una signora che sosteneva l’evidenza della bufala del problematico problema climatico, rilanciando il concetto che la CO2 era la “molecola della vita”. Come poteva la molecola della vita insidiare la vita? La signora non sapeva che non è la qualità intrinseca della CO2 ma la sua quantità il problema. La signora spedita sulla superfice di Venere dove l’eccesso di CO2 crea un effetto serra tale che al suolo ci sono 400°, si sarebbe letteralmente squagliata in pochi secondi anche se prima, per sua fortuna, sarebbe morta di collasso per colpa della sua “molecola della vita”.
Quello climatico è un discorso lungo, come quello economico, ambientale, geopolitico, politico e sociale, tecno-scientifico, filosofico o qualsivoglia altro. Questi discorsi lunghi richiedono tempo, tempo per conoscere, digerire, elaborare, sintetizzare, costruire sintesi di sintesi, dibattere con altre menti. Tempo che mediamente nessuno ha poiché nel nostro ordinamento il tempo è denaro ed il denaro è la fiche del gioco, gioco sociale che non possiamo non giocare sebbene il casinò non l’abbiamo scelto noi, ci siamo stati “gettati”.
Noi viviamo in una società che si dice dell’informazione, ma il sottostante è una società dell’ignoranza. La società dell’informazione è una società dei discorsi brevi, dei concetti (se ti va bene, più spesso delle sole “asserzioni”), dell’illusione di sapere ciò su cui esprimiamo giudizi. Questa grande illusione della società dell’informazione, che scambia la conoscenza con l’informazione, il discorso lungo con quello breve, copre una società profondamente ignorante, siamo nella palese diseguaglianza della conoscenza da cui ogni altra sopravviene.
La società è profondamente ignorante per il semplice fatto che i discorsi lunghi presuppongono il tempo ed il tempo è una risorsa scarsa passibile di usi alternativi, ma non scelti in libertà perché il contratto sociale (oggi derogato sistematicamente da élite strette tra ignoranza ed irrisolvibile conflitto di interessi) impone che più della metà del tempo di veglia sia dedicato a procurarsi le fiche del gioco, che poi è la nostra stessa esistenza; quindi, un gioco “che non si può non giocare”.
Il rischio adattivo che corriamo perché siamo capitati in un mondo sempre più complesso ovvero fatto di questioni molteplici la cui conoscenza presupporrebbe molto tempo, è che questo mondo va da una parte e dall’altra va la nostra illusione di partecipare al discorso pubblico, alimentata da asserzioni senza concetto o concetti senza conoscenza nel turbinio informativo a cui ci dedichiamo quando non abbiamo altro da fare, oltretutto convincendoci che l’informazione del discorso breve possa surrogare la conoscenza del discorso lungo.
Il che ci porterebbe ad una istanza politica prioritaria: rivendicare il tempo. Le teorie politiche critiche, ma direi “alternative allo stato di cose” perché sono svariati decenni che avremmo dovuto capire che la critica è un passivo mentre il mondo è un attivo e l’attivo non viene all’essere dal passivo (dal non essere), dovrebbero avere in cima al proprio elaborato il punto: senza il tempo non c’è conoscenza, senza conoscenza non c’è democrazia, senza democrazia falliremo l’adattamento e ne patiremo lungamente e dolorosamente le conseguenze.
Con una società dell’ignoranza dentro un’era in cui aumenta vistosamente la complessità, la predizione è facile, ma non confortante. Scusate la lunghezza.
[A chi mai interessasse, il paper del Censis: https://www.censis.it/rapport…/la-societ%C3%A0-irrazionale. Una breve aggiunta sul tema del giorno: l’irrazionale. Il concetto è ingannevole, il ragionamento irrazionale non rinuncia affatto alla razionalità, solo, la applica ad una insufficiente conoscenza. Non c’è una epidemia di illogica, c’è una epidemia di ignoranza. ]

POLARIZZAZIONI, di Pierluigi Fagan

POLARIZZAZIONI. Il teorico di economia comportamentale Cass Sunstein, co-autore con R. Thaler di “Nudge” (2009) che in buona parte fu ragione del Nobel per l’economia a Thaler nel 2017, nel suo “Come avviene il cambiamento” (Einaudi, 2021), illustra il meccanismo sociale osservato ed indagato sperimentalmente della “polarizzazione”. Ve ne riferisco a titolo d’ipotesi su cui confrontarsi.
In breve, si tratterebbe di un meccanismo di precisazione delle opinioni nei gruppi per il quale chi è orientato verso un corno di un problema sociale, nel tempo, tende a precisare e polarizzare la propria iniziale tendenza, assumendo posizioni sempre più nitide, conformi a quelle del suo gruppo d’opinione, opposte radicalmente a quelle del polo avversario, per altro oggetto di pari dinamica.
Motivi della dinamica secondo il Sunstein, sarebbero: 1) ogni gruppo che si forma intorno una opinione, tende -nel tempo- a selezionare per lo più informazioni conformi alla propria opinione che, rinforzandosi, si polarizza; 2) il discorso svolto in una di queste enclave d’opinione diventa sempre più stilizzato e perentorio, centrato su verità ritenute acquisite, spostandosi su toni sempre più estremi (anche se questa estremizzazione è dovuta anche da pari progressiva estremizzazione dell’antitesi avversaria); 3) il tutto ha un dente d’arresto di irreversibilità in quanto l’opinione spesa ripetutamente e condivisa dal gruppo di riferimento diventa parte dell’identità e mostrare identità deboli depone in sfavore della reputazione sociale.
Si potrebbero aggiungere altri elementi sfuggiti al Sunstein, come il conformismo (che vale anche per il presunto anti-conformismo), l’allineamento a sovra-ideologie imperanti nel livello più fondamentale delle immagini di mondo, le strutture sociali che permettono e non permettono il confronto tra diversamente pensanti, la voglia di odiare un nemico costruito di tutto punto per meritarsi il nostro odio dovuto per lo più ad altre questioni sociali non proprie dell’argomento scelto per la polarizzazione.
Ma forse, il meccanismo più insidioso che spesso opera al di sotto della dinamica è il progressivo allontanamento dalla realtà, specie quando questa è, come spesso è, contradditoria. In verità sarebbero contradditori i sistemi di opinione, ma la volontà di pensare preciso, lucido, veritiero e condiviso, porta a sostituire la realtà con il sistema d’opinione in una forma di nevrosi che può sfociare nella psicosi. Quest’ultimo meccanismo diventa in realtà la convenzione del gioco sociale delle due polarizzazioni, unite nel progressivo allontanarsi dalla realtà, divise nel percorso scelto della direzione ideale cui tendere per rappresentarsi una realtà-verità nitida e non contraddittoria. Condividere nevrosi sociali, anche se poi si gioca ai guelfi e ghibellini, è pur sempre uno stare assieme. Non è che non siamo esistiti nei secoli i senesi, nonostante l’alta conflittualità rionale.
Ci sono poi altre dinamiche di contorno interessanti da indagare tra cui i polarizzatori professionali di cui sono ricchi i social e gli imprenditori della polarizzazione che tramite i media hanno infine scopi sempre politici o economico-politici, se non geopolitici. Vale per i poteri in atto come per quelli sfidanti.
Il tutto tende a diventare norma in tempi come questi in cui società sfibrate da almeno quaranta anni di deriva adattiva manifestatasi con globalizzazione, finanziarizzazione, crisi ripetute, terrorismi, migrazioni, discesa dei poteri d’acquisto, rottura dell’ascensore sociale, processi iniziati quarantacinque anni fa di esplicita “democrazia diminuita”, la poco analizzata profonda crisi di capacità che in questi decenni ha colpito le classi dirigenti generando una sfiducia ormai irrecuperabile, progressiva ed inquietante informatizzazione, de-socializzazione ed altro, si trovano sempre più spesso di fronte a vere e proprie sequenze di problemi inediti e minacciosi senza aver modo e tempo di almeno comprenderli.
La complessità intrinseca certi problemi come quello ambientale e climatico o quello pandemico o le contrazioni del sistema economico moderno occidentale in rapporto ai processi intenzionali di democrazia diminuita e lo stesso rapporto tra West vs the Rest, accresce l’ansia di ridurre questioni ricche di varietà ed interrelazioni, effetti e controeffetti non lineari, a quadri nitidi, tersi, confortevolmente polari. Si forma una sorta di condivisione dell’ignoranza in cui la convenzione è avere idee tanto più chiare quanta meno conoscenza ed informazione si ha di un fenomeno.
La certezza del poter aver un nemico da combattere, su un tema che assurge a “contraddizione principale” (come se un mondo contradditorio tale fosse perché c’è una contraddizione fondamentale quando in un sistema non c’è “un” fondamentale poiché l’intera sua struttura e funzionalità è fondamentale) è pur sempre meglio che l’incertezza totale, è un semplice fatto esistenziale.
A mio avviso tutto ciò non è socialmente un bene, depotenzia la coesione sociale che può esser anche basata su diversità ritenute necessarie ma ricordandosi che la vita biologica ha da 3,5 miliardi anni inventato come sua strategia adattiva il veicolo sociale o più banalmente “l’unione fa la forza” e forza per resistere alle intemperie adattive ce ne vuole sempre parecchia. Vero è che i senesi sono sopravvissuti e secoli di conflitto rionale, ma solo perché l’hanno sublimato in una innocua corsa di cavalli. Le polarizzazioni avvengono per lo più intorno interessi individuali o di gruppo, quasi mai rispetto al più importante interesse generale, l’interesse che tutti dovremmo avere verso il sistema di cui facciamo parte. Non si tratta di opporre una indesiderabile unipolarizzazione di gruppo alla bipolarizzazione di questo meccanismo. Si tratta di constatare che tra polo ed equatore, la vita si è maggiormente diffusa nelle fasce intermedie dove c’è del caldo ma anche del freddo.
In caso di polarizzazione assumere conoscenze ed informazioni in dosi massicce rafforza il sistema immunitario alle prese con questa sindrome tipica dei periodi storici di torsione adattiva profonda, quindi di crisi profonda. Lì dove tendiamo tutti a non fare più i conti con la realtà regalandoci momenti di confortevole certezza antagonista, viepiù se l’argomento su cui ci dividiamo è innocuo dal punto di vista del conflitto sociale basato sui più concreti rapporti di potere sociale.
[Nella foto, frame di “La parola ai giurati” del grande Sidney Lumet (1957), un film basato su un processo di inversione di polarizzazione che ben ne illustrava le dinamiche, sessanta anni prima di Sunstein]

QUANDO ABBIAMO SMESSO DI CREDERE NELLA CULTURA?_di Pierluigi Fagan

QUANDO ABBIAMO SMESSO DI CREDERE NELLA CULTURA? (Post per chi ha più di sessanta anni in quanto fa riferimento a situazioni sociali che vissute, hanno un sapore diverso da quello dei fatti che si apprendono intellettualmente). Berlusconi accusava i “comunisti” o la “sinistra” (ma lui usava “comunisti” sapendo che provocava più ribrezzo) di aver monopolizzato alcune istituzioni sociali tra cui la “cultura”. Era vero.
La mia generazione è nata in un ambiente in cui la massa gravitazionale della cultura era di sinistra, comunista (in varie versioni e tonalità), socialista, progressista, democratica. Qualcuno era anche anarchico. Dati di fatto dicono che tale massa critica monopolizzava il cinema, la radio, la musica, l’arte, i giornali, le case editrici, la scuola e parte dell’università. Ma poi si estendeva anche alla magistratura, in parte alla polizia, forse qualcuno anche nell’esercito e molto nell’amministrazione burocratica dello Stato. La massa era data a livello di individui ma anche partiti e soprattutto sindacati. Addirittura, alcuni artisti o intellettuali sono diventati di destra solo perché quella era l’unica altra opzione disponibile per chi non era di “sinistra” ed hanno coltivato un certo rancore anche perché erano pur sempre lavoratori, lavoratori ostracizzati in base al non allineamento di pensiero.
Come tutti i fenomeni di gravitazione sociale, la massa attirava a prescindere per cui sulle vere convinzioni intellettuali e poi politiche di molti iscritti al fronte egemonico, si potevano nutrire dubbi e questo spiega anche perché il tasso di intelligenza reale di questo fronte fosse ben minore della sua massa. E spiega anche la velocità allegra del rompete e fila quando il fronte si disintegrò ai primi anni ’80.
Il fenomeno era alla base di quella anomalia prettamente italiana e solo un po’ francese, per la quale in piena guerra fredda, un Paese poi del tutto allineato all’atlantismo anglo-americano, aveva un partito che si dichiarava comunista. Al canto del cigno di questa dinamica, nel 1976, il PCI sfiorò il 35%, con DP ed un PSI ancora abbastanza “socialista”, pesavano il 45% del Paese. E si tenga conto che la DC del tempo, aveva segretario Zaccagnini, comunque della sinistra DC. La forte tradizione culturalista che esercitava una sua egemonia che favoriva questa eccezionale pesatura del fronte di sinistra che sfiorò la maggioranza, derivava da una specifica tradizione del comunismo italiano data dal pensiero di Antonio Gramsci. Gramsci si colloca in posizione atipica nella tradizione comunista occidentale. Mai teorizzato nitidamente ma, nei fatti, il pensiero di Gramsci dava a gli aspetti sovrastrutturali, un peso inverso a quello che la tradizione economicista del comunismo occidentale dava delle priorità politiche. La situazione democratica e quindi non rivoluzionaria del dopoguerra, portava l’azione politica su i doppi binari della democrazia politica e quindi dell’importanza della cultura democraticamente distribuita. Erano infatti anche i tempi in cui si teneva in grande considerazione lo studio, l’apprendimento, la lettura, la capacità argomentativa come precondizioni di massa per l’esercizio democratico. Con precisi sforzi di culturalizzazione degli strati sociali più bassi della popolazione.
Tutto ciò poi implose dopo il raggiungimento del suo culmine nel 1976. Vennero gli anni di piombo, le cose generali non andavano bene, sopravenne la stanchezza intellettiva, ci furono moti di fastidio per la pesantezza e gravità di questa egemonia che sfociava spesso in dittatura del pensiero e del pensiero sull’azione concreta, sul limite oltre il quale il valore culturale non si trasformava in valore della qualità di vita via qualità politica. Si partecipò allora festanti al grande rimbalzo del rompete le righe e dal dibattito a seguito della proiezione della Corazzata Potemkin in lingua originale e sottotitoli, si passò ad imitare John Travolta sulle arie dei Bee Gees. Nel 1977, mentre il pensiero arruffato dei Negri e Scalzone portava ignari adolescenti con la P38 a sparare in piazza ed a spaccare le vetrine di via del Corso per rubare oggetti del desiderio consumistico ritenuti “diritto proletario”, usciva Saturday Night Fever. L’anno prima in quel di Milano, nasceva Fininvest. Dopo il decennio ottanta alla fine del quale cadeva il Muro, seguiva il crollo del’URSS e nel 1993 mr Fininvest diventava un politico. L’egemonia gramsciana ma anti-culturalista di Berlusconi, desertificò l’attitudine culturale, ormai stigma sociale di persona triste, grave, rancorosa, antipatica, pessimista, invidiosa ed acidula, presuntuosa, dedita alla monotonia critica, fuori dal mondo del piacere, del successo, della vita (dei soldi e del sesso) e quindi del “diritto alla felicità”.
Ecco, il riepilogo serviva a capire quando e perché abbiamo smesso di credere nella cultura. La disillusione è nata dal fallimento di un sistema che aveva dato della cultura una interpretazione sbagliata che ha generato il suo contro-movimento. Abbiamo smesso di credere nella cultura perché ne avevamo sbagliato l’interpretazione. Di una cosa che è del regno della vita umana avevamo fatto una cosa morta, ne avevamo intuito il valore di forma ma ne abbiamo sbagliato l’interpretazione di sostanza, di una cosa aperta ne abbiamo fatto un conformismo, di una dinamica ne abbiamo fatto una collezione di dogmi statici, di una forma tendente all’egalitarismo ne abbiamo fatto l’ennesima aristocrazia, di un codice essoterico ne abbiamo fatto un ennesimo esoterico, di una caratteristica dell’umano ne abbiamo fatto un dualismo con le menti staccate dai corpi. Per primo, il Paese occidentale più nominalmente “comunista” è rimbalzato violentemente al suo opposto. Un valore è diventato un dis-valore.
Siamo in una condizione di devastazione intellettiva da quaranta anni. Forse varrebbe la pena tornare su i misfatti compiuti per capire cosa si è sbagliato. Non basta la forza del nemico, la congiuntura occidentale, le colpe del sovietismo e la Luna Nera a dar conto del fallimento. Ogni forza si afferma su una debolezza e quella che credevamo una forza si è rivelata una grande debolezza.
Forse ci farebbe bene cominciare a scrivere dei quaderni sulla nostra attuale condizione nel carcere dell’ignoranza edificato su i nostri fallimenti intellettivi. Magari aiuta ad evadere, se non a noi, a quelli dopo.
tratto da facebook

IDEE CON LE RADICI_di Pierluigi Fagan

IDEE CON LE RADICI. Era il 2013 quando feci uscire sul mio blog, un articolo a ripresa e promozione di una vecchia idea strategica formulata a suo tempo da Alexandre Kojève, russo trapiantato in Francia, in favore di quello che lui chiamava “Impero latino”. Un articolo di Giorgio Agamben di qualche mese prima, lo aveva riportato all’attenzione. Da allora promuovo questa idea, più o meno in solitaria. Ma giovedì prossimo, qualcosa che accenna a questa idea diventerà fatto, dal momento che Macron verrà a Roma a firmare quello che pare si chiamerà “Trattato del Quirinale”, un trattato come quello di Aquisgrana firmato con la Merkel nel 2019, di “collaborazione rinforzata” tra Francia e Germania. Ma questa volta tra Italia e Francia. Vediamo meglio la faccenda.
Il primo punto è: di quale disegno fa parte questa strategia? Kojève oltre ad esser stato il più influente interprete di Hegel in quel di Francia, con famosi seminari a cui pare si formarono Raymond Queneau, Georges Bataille, Raymond Aron, Roger Caillois, Michel Leiris, Henry Corbin, Maurice Merleau-Ponty, Jean Hyppolite , Éric Weil e Jacques Lacan (ma vi passarono a volte anche André Breton e Hannah Arendt), era anche alto funzionario del Ministero di Economia e Finanza, nonché poi sospettato di esser un agente sovietico. In tale veste di alto funzionario produce nel 1945 il documento originario cui abbiamo fatto cenno, indirizzato a De Gaulle. La tesi del franco-russo era che la Francia, doveva porsi la domanda su quale sarebbe stato il suo posto nel mondo da lì in poi. Questa domanda poteva avere diverse risposte, ma prima di vedere quali, bisognava pesare la sua potenza poiché qualsivoglia gioco in ambito internazionale o geopolitico, presuppone la forza per poterle metterle in atto. La forza della Francia era costituzionalmente inadeguata quindi doveva esser rinforzata, ma come?
L’idea di Kojève che per questo motivo Agamben segnalava al tempo, era di osservare quelle che Platone chiamava: le nervature dell’essere. Platone diceva che il macellaio, nel tagliare la carne, seguiva sua segreta conoscenza delle muscolature e nervature perché non puoi tagliere ciò che tiene assieme o metter assieme ciò che non ha trama connettiva. Kojève quindi ne deduceva che le nervature dell’essere di Europa, indicavano una area culturale di relativa omogeneità all’intero della sfera latina. Era una constatazione linguistica, quindi culturale, quindi geo-storica. In un comune ambito tale definito dalla geografia che non segna ma indica, non a caso si è sviluppata una storia comune e quindi molteplici interrelazioni che hanno sedimentato una cultura comune, a partire dall’origine romana antica.
L’idea piaceva ad Agamben e debbo dire anche a me, perché consistente ovvero dotata di radici concrete e non solo volontà astratta. E la cosa aveva grande attualità perché nel 2013 così come negli anni ’90 che portarono a Maastricht, ancora fino ad oggi, le nervature dell’essere che si osservano nel pensare ai processi di formazione di potenza allargata ai confini degli storici Stati-nazione in Europa, seguivano e seguono altre nervature. Per lo più di interesse economico o come nel caso dell’asimmetrica diarchia Francia-Germania, logiche di problematico vicinato competitivo. Kojève invece, stratega geopolitico che a lungo sviluppò relazioni di pensiero con Leo Strauss e Carl Schmitt, anche quando nel dopoguerra quest’ultimo era ostracizzato dato il suo passato mischiato al nazismo, non seguiva parametri contingenti pur importanti, ma le nervature dell’essere e queste erano cultura depositata nella geostoria. Va ricordato che nel ’45, per i francesi, si trattava di capire da che parte volgersi dato che era noto si stesse formando l’alleanza di ferro anglo-americana che poi portò al Patto Atlantico. In quella alleanza, la Francia non avrebbe avuto alcun ruolo, oltre a non avere alcuna nervatura dell’essere in comune. Men che meno con la Germania.
L’idea di Kojève, quindi, era di natura prettamente geopolitica, non politica contingente o tantomeno economica, era strategica non tattica. Ed il sottostate di geopolitica è nella geostoria. Si possono far sistemi di ordine superiore con coloro con i quali c’è del pregresso “in comune”, altrimenti anche la più brillante delle strategie di convenienza, naufraga per eccesso di eterogeneità. Le ragioni che portano a far matrimonio longevo e resistente non sono della natura con cui scegliamo amici ed amiche o partner sessuali. Notoriamente, molte unioni tra soci, essendo basate sulla convenienza contingente, naufragano perché fatte per unirsi nella buona sorte, non reggono alla cattiva sorte. Pe reggere alle ingiurie della cattiva sorte, ci vogliono nervature dell’essere. Queste non garantiscono, ma la loro assenza garantisce altresì il fallimento di qualsiasi unione, come quella europea che di nervature dell’essere ne ha tante e non certo in favore di un affare a 27 stati a meno che di “affare” non si vogli dare il significato mercantile.
Se quindi l’idea apparteneva alla categoria geopolitica ovvero la politica estera da svolgere partendo dalle costituzioni geostoriche, a cosa era finalizzata nel concreto? A quale domanda doveva cercar risposta? La domanda era data dalla constatazione che la Francia era una ex-potenza, retrocessa a media potenza, la potenza dominante in Occidente era il nuovo asse anglo-americano, la Germania era a pezzi ma con i tedeschi non si sa mai, poi cerano i sovietici e sullo sfondo lontano c’erano le preoccupazioni di scenario già note ai primi del Novecento, il Giappone, l’Asia e sia mai la Cina se si fosse risvegliata come ebbe a notare Napoleone a suo tempo. Ai primi del Novecento, verso la fine della Seconda guerra mondiale, viepiù nei successivi settanta anni e così ancora oggi e in prospettiva da qui al 2050 e solo perché al 2050 le variabili esplodono e non si possono fare previsioni sensate, il quadro geopolitico è mondiale. Con grandi potenze che sviluppano grandi vantaggi competitivi e quindi forza per giocare il gioco di equilibrio in un mondo sempre più complesso. La domanda era quindi: come acquisire maggior forza da trasformare in potenza per rimanere in gioco in una ambiente sì competitivo secondo logica a cui appartiene l’argomento ovvero la geopolitica che si basa sulla geostoria?
Che si voglia pensarlo come “Impero” o Stato federale o Unione confederale o semplice poligono di relazioni privilegiate, non v’è dubbio che l’ambito latino ha consistenza geostorica, quindi potenzialmente geopolitica. Semplice.
Come si vede il ragionamento è semplice e se fosse vero che Kojève era davvero un sovietico infiltrato, risultava consistente, logica e conveniente anche per i russi poiché che la logica multipolare fosse più promettente di quella bipolare o dei deliri unipolari quali poi vedremo a fine anni ’90 con le balzane idee sul “Nuovo Secolo Americano”, era nelle cose. Un ambito latino oggi, con 200 milioni di persone, varrebbe un soggetto di buon peso, la terza economia al mondo, un seggio all’ONU con armamento atomico, molti punti di forza e senz’altro altrettanti di debolezza su cui lavorare. Ma poiché poggiato su nervature dell’essere, ci si potrebbe lavorare e potrebbe funzionare.
In questi anni, questa idea mi è toccato discuterla con schiere di avversanti. Ma il problema era che non erano avversari di idee ma di categorie. Ad esempio, coloro che ignorano la geostoria e parlano di queste cose perché si sono risvegliati da poco con qualche eccitata attenzione alla geopolitica che a loro ricorda tanto Risiko un gioco senz’altro divertente, ma che dà una falsa idea della logica geopolitica reale. Coloro che si sono svegliati di recente scoprendo il concetto di sovranità, ma non hanno strumenti culturali per declinarlo non nell’astratto ma nel concreto dei suoi vari assi. Coloro che ignorano, come molti ancora oggi continuano ad ignorare, tanto in campo “europeista” che “sovranista”, il doppio problema dell’impossibilità che l’UE diventi un soggetto geopolitico ed il problema del nanismo dello Stato-nazione europeo nato nei contesti del XVI secolo quando il mondo era tutto in Europa ed eravamo 80 milioni e non 500, il mondo era di 450 milioni e non 7,8 miliardi andanti a 9,7 nel 2050. Coloro che si sono fatti una dimensione intellettual-politica partendo dall’Unione europea che non è un costrutto di logica geopolitica, ma geoeconomica. O peggio coloro che trattano il mondo complesso partendo da un solo paio di lenti molate negli studi monetari, seguiti da quelli altri che leggono solo fatti attinenti al neo-liberismo. Poi ho incrociato mentalità per lo più tattiche che leggono qualche articolo su Internet e così pensano di poter aver voce su argomenti di strategia quando al massimo l’avranno di tattica. O quella simpatica schiera di gente che non è in grado di pensare costruttivamente e specializzati in critica trovano loro godimento nel notare solo le cose che non vanno in una strategia perché inabili a pensarne un’altra. Ad esempio “Ah ma la Francia ci vuol dominare” oppure “Ah ma il nostro Nord ha interessi strutturali con la Germania” oppure “Ah ma gli US non ce lo faranno mai fare” o anche “Ma perché dar retta a questi inciuci tra Macron e Draghi che odiamo cordialmente?” fino a quei pazzerelli che dicono “Ah no, buona idea ma va allargata a tutto il Mediterraneo”. Tutti costoro non hanno idee diverse dalle mie e da quella in oggetto, sono in categoria diverse, economiche, ideologiche, finanziarie, sottodotate culturalmente, contingenti, idealistiche, possiamo discuterne per anni ma mai ci intenderemo perché parliamo di cose diverse, che partono da presupposti diversi, in ambiti diversi, con logiche diverse.
Firmare un patto su quindici cartelle che diranno tante belle cose ma nessuna concreta, a vaghi fini di “amicizia privilegiata” può sembrar poco. Ma a chi scrive, invece, dicono che le idee hanno radici o meno e se hanno radici hanno potenzialità di germogliare e poi fiorire. In tempi di desertificazione del pensiero e dell’azione politica, non è poco.
[Il mio primo articolo sul tema, altri ne seguirono: https://pierluigifagan.wordpress.com/…/leuro-nostrum/…]
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