Italia e il mondo

Come sopravvivono le alleanze, di K. M. Campbell e Rush Doshi

Come sopravvivono le alleanze

Argomenti contro il pessimismo e il percorso verso un nuovo ordine alleato

Kurt M. Campbell e Rush Doshi

Settembre/ottobre 2026Pubblicato il 18 agosto 2026

Rob Dobi

AscoltaCondividi e
ScaricaCONTRIBUITE!!! La situazione finanziaria del sito sta diventando insostenibile per la ormai quasi totale assenza di contributi
Il  sito Italia e il Mondo non riceve finanziamenti pubblici o pubblicitari. Se vuoi aiutarci a coprire le spese di gestione (circa 6.000 € all’anno), ecco come puoi contribuire:
– Postepay Evolution: Giuseppe Germinario – 5333174737695817;
– IBAN: IT30D3608105138261529861559
PayPal: PayPal.Me/italiaeilmondo
Tipeee: https://it.tipeee.com/italiaeilmondo
Puoi impostare un contributo mensile a partire da soli 2€! (PayPal trattiene 0,52€ di commissione per transazione).
Contatti: italiaeilmondo@gmail.com – x.com: @italiaeilmondo – Telegram: https://t.me/italiaeilmondo2 – Italiaeilmondo – LinkedIn: /giuseppe-germinario-2b804373

Stampa

Salva

Nel 1984, pochi mesi dopo che la decisione dell’amministrazione Reagan di schierare missili nucleari a medio raggio Pershing II nell’Europa occidentale aveva portato centinaia di migliaia di manifestanti nelle strade delle principali città europee, un gruppo di alti funzionari francesi, tedeschi e italiani mise alle strette il segretario generale della NATO Peter Carrington fuori dal suo ufficio a Bruxelles. La tensione era ancora alta e, secondo loro, gli americani si comportavano in modo scortese, avventato e sprezzante nei confronti dei consigli degli alleati. Carrington li ascoltò fino in fondo. Poi alzò le spalle e diede la sua solita spiegazione sul perché l’indispensabilità americana richiedesse la tolleranza degli alleati: «Ahimè, sono gli unici americani che abbiamo».

Oggi, quella tolleranza è messa a dura prova. In meno di due anni, la seconda amministrazione Trump ha minacciato di annettere la Groenlandia e di uscire dalla NATO, ha ritirato le truppe dalla Germania, si è intromessa nelle elezioni degli alleati e ha imposto dazi doganali ai paesi amici — il tutto mentre ricopriva di vertici e lusinghe Pechino e Mosca. Gli alleati hanno reagito con comprensibile allarme. «Il vecchio rapporto che avevamo con gli Stati Uniti», ha dichiarato il primo ministro canadese Mark Carney, «è finito». Si sta formando una «profonda frattura», ha avvertito il cancelliere tedesco Friedrich Merz. «L’Occidente come lo conoscevamo non esiste più», ha dichiarato la presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen. Ng Eng Hen, ministro della difesa di Singapore, ha lamentato che gli Stati Uniti siano passati dall’essere un partner a un «padrone di casa in cerca di affitto».

Negli Stati Uniti, si sta diffondendo il consenso secondo cui è improbabile che le alleanze possano riprendersi. L’ex presidente della Commissione Affari Esteri della Camera dei Rappresentanti, Greg Meeks, si è chiesto «se i nostri amici e alleati torneranno mai a fidarsi degli Stati Uniti». Lo studioso Robert Kagan, in un elogio funebre dedicato a un’epoca in cui gli alleati degli Stati Uniti rimanevano fedeli a Washington, ha dichiarato che «quei giorni sono ormai finiti e non torneranno presto».

Questo pessimismo è comprensibile, ma decisamente esagerato. Il malcontento nelle capitali alleate, per quanto sentito, non costituisce un orientamento duraturo per ciò che accadrà in futuro. Per quanto la situazione possa sembrare critica, le alleanze degli Stati Uniti sopravviveranno allo shock Trump per ragioni che i titoli dei giornali trascurano. In primo luogo, il sistema delle alleanze ha superato shock ormai dimenticati, almeno altrettanto gravi di questi, e quelli attuali sono dovuti più alla personalità del presidente che a una nuova politica duratura. In secondo luogo, le minacce che hanno dato origine alle alleanze non sono svanite, ma si sono intensificate e hanno trovato un punto di convergenza, poiché le percezioni degli alleati riguardo alla Cina e alla Russia sono più allineate che mai. In terzo luogo, potenti forze gravitazionali continuano a unire gli alleati sul piano economico, tecnologico e militare, superando i tentativi di «riduzione del rischio» provenienti da Washington, mentre le burocrazie professionali portano avanti silenziosamente la cooperazione lontano dai riflettori della politica.

Iscriviti a Foreign Affairs This Week

Le migliori scelte della nostra redazione, inviate gratuitamente nella tua casella di posta ogni venerdì.Iscriviti

* Si prega di notare che, fornendo il proprio indirizzo e-mail, l’abbonamento alla newsletter sarà soggetto alla Foreign Affairs Informativa sulla privacy e alle Condizioni d’uso.

Se lasciato consolidarsi fino a diventare un luogo comune, il pessimismo rischia di trasformarsi in una profezia che si autoavvera, poiché i responsabili politici, convinti che le alleanze non possano essere salvate, smettono di impegnarsi per garantirne la sopravvivenza. Ma insieme, queste forze unificanti porteranno le alleanze oltre il “momento Trump” e le prepareranno – qualora le capitali alleate cogliessero l’opportunità – alla trasformazione necessaria per affrontare la sfida di una Cina, sostenuta da una Russia di nuova aggressività, in grado di superare ogni altro Paese secondo i parametri di potere che contano di più. Le attuali ansie, per quanto involontariamente, potrebbero persino rafforzare il sistema delle alleanze: come è già accaduto in passato, le tensioni possono stimolare riforme che creano le capacità di domani. Gli alleati potrebbero trasformarsi da soggetti dipendenti a co-creatori di potere, unendo le loro capacità in quella che in precedenza abbiamo definito «scala alleata». L’amministrazione Trump ha esortato gli alleati a fare di più affinché gli Stati Uniti possano fare di meno; in realtà, in futuro, sia gli alleati che gli Stati Uniti dovranno fare di più, creando flussi bidirezionali di capacità e interdipendenza che rendano il tutto maggiore della somma delle sue parti.

È vero che, come hanno sostenuto il presidente francese Emmanuel Macron e altri leader alleati, «non si può tornare indietro». Ciò non significa però la fine del sistema di alleanze, bensì la necessità di ridefinirlo in vista di una nuova era.

IL NUOVO FATALISMO

Il danno che il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha arrecato finora alle alleanze statunitensi nel corso del suo secondo mandato supera quello causato nell’arco dei quattro anni del suo primo mandato. Ciò è in parte dovuto al fatto che il personale internazionalista che l’ultima volta aveva imposto dei limiti di sicurezza non c’è più. Ma la crescente preoccupazione per il futuro delle alleanze americane non riguarda solo Trump. È alimentata dalla convinzione che forze corrosive di lunga data, aggravate dagli attacchi di Trump alla fiducia, stiano erodendo il sistema al punto da renderlo ormai irrecuperabile.

La prima serie di forze corrosive proviene dall’interno degli Stati Uniti. Come hanno osservato in queste pagine Phil Gordon e Mara Karlin, alti funzionari dell’amministrazione Biden, una generazione di interventi falliti, sfide economiche e politiche chiuse su se stesse ha reso gli americani più riluttanti a sostenere l’ordine globale di quanto non lo fossero mai stati dal periodo precedente alla Seconda guerra mondiale. Trump, secondo questa tesi, è tanto un sintomo quanto una causa. Il primo mandato di Trump poteva sembrare un’aberrazione, ma il secondo segna una tendenza, suggerendo che il pendolo potrebbe non tornare indietro.

La seconda serie di forze corrosive proviene dall’interno delle capitali alleate. La credibilità americana ormai compromessa, secondo questa interpretazione, sta spingendo gli alleati a modificare il proprio orientamento strategico in modi che si riveleranno irreversibili. Il modo in cui Trump tratta gli impegni alleati in Europa e in Asia, considerandoli condizionati e transazionali, ne altera il carattere essenziale anche senza grandi ritiri di truppe o l’uso della forza contro gli alleati. Già ora i governi europei stanno dando maggiore rilievo alla “autonomia strategica” e perseguendo l’indipendenza in materia di difesa dagli Stati Uniti, con Francia e Regno Unito che propongono addirittura un nuovo ombrello nucleare per l’Europa. Anche gli alleati asiatici stanno riconsiderando un accordo fondante del sistema di alleanze statunitense – la deterrenza nucleare estesa – e stanno valutando l’acquisizione di proprie capacità nucleari. Entrambe le categorie di alleati stanno formando nuove coalizioni di potenze medie per ridurre la dipendenza da Washington, dai recenti accordi europei con l’India agli accordi commerciali che il Giappone sta perseguendo con l’America Latina. Tutti stanno cercando modi per ridurre l’esposizione al rischio legato agli Stati Uniti. Gli scettici temono che, per quanto il prossimo leader americano possa essere favorevole all’alleanza, tale strategia di copertura persisterà: perché gli alleati dovrebbero mettere in gioco decenni di pianificazione militare – basi, approvvigionamenti, struttura delle forze – o perseguire l’integrazione economica e industriale con Washington se l’alleanza stessa viene messa in discussione ogni quattro-otto anni?

La risposta a questa domanda è più complessa di quanto sembri e dovrebbe allontanarci dalla disperazione. Il crollo delle alleanze rimane di gran lunga meno probabile della loro resistenza ed evoluzione, per ragioni che spesso sfuggono agli osservatori. Poiché le alleanze hanno sorpreso gli strateghi sopravvivendo al crollo dell’Unione Sovietica, sono state considerate come il prodotto degli elementi più «morbidi» della politica internazionale: sentimenti, istituzioni, fiducia, valori condivisi, nostalgia – proprio gli elementi che l’amministrazione Trump ha martoriato maggiormente. Ma esse sono state forgiate e sono sempre state sostenute da dure realtà materiali. Lungi dal svanire, tali realtà materiali esercitano un’attrazione più forte che mai.

L’ETÀ D’ORO CHE NON È MAI ESISTITA

L’attuale pessimismo contrappone le sfide odierne a un’età dell’oro delle alleanze che non è mai esistita. La vera storia delle alleanze statunitensi è costellata di crisi ricorrenti: alleati che espellono le truppe americane, presidenti che colgono di sorpresa i propri partner, capitali in fermento per le proteste e, in ogni epoca, previsioni ottimistiche di un imminente crollo.

Sebbene molte élite della politica estera ritengano che questa volta sia diverso, l’opinione pubblica americana ed europea non è d’accordo. Secondo i dati dei sondaggi del Chicago Council on Global Affairs, che risalgono al 1974, la percentuale di americani che ritiene che Washington debba prendere le decisioni importanti insieme agli alleati piuttosto che agire da sola ha ora raggiunto il livello più alto degli ultimi 50 anni. Durante l’era Trump, dal 2016 ad oggi, la convinzione che mantenere le alleanze esistenti sia «molto efficace» per promuovere gli obiettivi degli Stati Uniti è aumentata dal 32% al 55%, raggiungendo i livelli più alti degli ultimi dieci anni sia tra i democratici che tra i repubblicani. Dall’altra parte dell’Atlantico, i sondaggi dell’European Council on Foreign Relations hanno evidenziato un’allarmante insoddisfazione nei confronti degli Stati Uniti. Ma ciò che colpisce di più è che una netta maggioranza dei cittadini in 13 dei 15 paesi europei intervistati, e una pluralità nei restanti due, ritiene che le relazioni «miglioreranno di nuovo» una volta che Trump avrà lasciato la carica. Meno di un terzo ritiene che il danno persisterà dopo la sua uscita di scena. L’opinione pubblica europea, a quanto pare, ritiene che Trump sia un’aberrazione e non un vero rappresentante degli Stati Uniti.

La loro convinzione che «anche questo passerà» ha un peso storico non indifferente. Nel campo della sicurezza, le sfide odierne sono reali: minacce di annessione della Groenlandia, di abbandono dell’Ucraina, di uscita dalla NATO, di ritiro delle forze dalla Germania e di subordinazione delle vendite di armi a Taiwan alle preferenze di Pechino. Ma le alleanze hanno già superato situazioni ben peggiori.

Anche sotto Trump, gli Stati Uniti non hanno minacciato in modo credibile una catastrofe finanziaria contro un alleato, come fecero con il Regno Unito negli anni ’50 per fermare il suo intervento a Suez. Né un alleato ha espulso le truppe americane o minato seriamente la struttura dell’alleanza, come fece la Francia negli anni ’60, dopo essersi ritirata dal comando unificato della NATO. Gli Stati Uniti non hanno ritirato un gran numero di truppe dai paesi alleati, come il Senato li aveva quasi costretti a fare negli anni ’70, quando riuscirono a respingere per un soffio l’emendamento Mansfield, che avrebbe ridotto di circa la metà le forze statunitensi in Europa.

In occasione del vertice dei leader della NATO tenutosi ad Ankara, in Turchia, nel luglio 2026Yves Herman / Reuters

In Asia non esiste attualmente un equivalente degli shock di grande portata degli anni ’70, che spinsero Seul e Taipei a perseguire programmi nucleari segreti. La “Dottrina di Guam” del 1969 del presidente statunitense Richard Nixon imponeva agli alleati di fornire le risorse umane necessarie alla propria difesa, un imperativo sottolineato dal ritiro di 20.000 soldati statunitensi dalla Corea del Sud. La sua apertura verso Pechino nel 1972 colse di sorpresa Taipei e Tokyo. Pochi anni dopo, la caduta di Saigon fece sorgere dubbi sulla determinazione americana e spinse il leader di Singapore Lee Kuan Yew a dichiarare che l’influenza degli Stati Uniti nella regione «non sarebbe mai più stata la stessa». Nonostante la grave insoddisfazione nei confronti degli Stati Uniti, non si sono verificate proteste di massa nelle capitali alleate, come quelle contro lo schieramento dei missili Pershing II. Né è svanita la percezione condivisa della minaccia da parte del sistema dell’alleanza, come era accaduto negli anni ’90, in seguito alla dissoluzione dell’Unione Sovietica.

L’eccezione principale è la minaccia di un intervento militare statunitense contro la Groenlandia, che potrebbe effettivamente far crollare il sistema di alleanze se Washington decidesse di metterla in atto. Ma questa minaccia è talmente peculiare, personalistica ed estrema che nessuna figura di rilievo di entrambi i partiti l’ha sostenuta. I democratici si sono opposti apertamente, e lo stesso hanno fatto i leader repubblicani: il presidente della Camera Mike Johnson ha affermato che un intervento militare statunitense in Groenlandia «non sarebbe appropriato», mentre il leader della maggioranza al Senato John Thune ha dichiarato: «Non ritengo che un’azione militare sia un’opzione in questo caso». Trump ha fatto marcia indietro.

Il bilancio economico presenta analogie con quello in materia di sicurezza. I dazi del “Liberation Day” hanno intaccato la percezione degli Stati Uniti come partner economico credibile, ma non è la prima volta che Washington rivolge il proprio peso economico contro i propri alleati, anche attraverso l’uso dei dazi. Nell’agosto del 1971, lo «shock di Nixon» fece entrambe le cose contemporaneamente: pose fine unilateralmente alla convertibilità del dollaro in oro, cogliendo di sorpresa gli alleati le cui economie erano ancorate ad esso, e impose un sovrapprezzo generalizzato del dieci per cento sulle importazioni. Nel 1985, l’Accordo del Plaza costrinse gli alleati a un importante adeguamento valutario sotto la minaccia di pressioni protezionistiche, mettendo a dura prova le economie tedesca e giapponese in misura ben più grave rispetto ai dazi che gli alleati devono affrontare oggi; nel giro di tre anni, lo yen raddoppiò rispetto al dollaro, un adeguamento di gran lunga superiore al dazio del 15 per cento sulle esportazioni giapponesi.

Le tensioni attuali sono le più significative dalla fine della Guerra Fredda. Eppure la lezione della storia è che i sistemi di alleanze spesso si rivelano, col senno di poi, più resilienti di quanto gli osservatori contemporanei si aspettino in quel momento. Le crisi generano ripetutamente previsioni di collasso, ma le alleanze si adattano proprio perché gli incentivi sottostanti rimangono convincenti. Le pressioni esercitate dalla prima amministrazione Trump sulla ripartizione degli oneri sono state accolte con amarezza nelle capitali alleate e hanno causato danni concreti, ma hanno anche spinto i bilanci europei della difesa verso l’obiettivo del 2% fissato dalla NATO, indotto il Giappone a raddoppiare la propria spesa per la difesa e stimolato il coordinamento per affrontare la sfida tecnologica rappresentata dalla Cina. Sotto l’amministrazione Biden, molti di quegli stessi alleati hanno aderito a una fitta rete di iniziative che un tempo sarebbero state inconcepibili: l’accordo AUKUS tra Australia, Regno Unito e Stati Uniti; il partenariato di sicurezza Quad incentrato sull’Indo-Pacifico; il riavvicinamento tra Seul e Tokyo; i controlli congiunti sulle esportazioni di semiconduttori; una risposta coordinata tra Europa e Asia all’invasione su vasta scala dell’Ucraina da parte della Russia. Nulla di tutto ciò era stato pianificato da Trump, ma dimostra come le tensioni di un’epoca possano generare capacità in quella successiva, offrendo ai leader che seguiranno l’opportunità di rafforzare le alleanze in modi che prima erano irraggiungibili.

FINALMENTE LA CONVERGENZA

Oggi, tale dinamica è particolarmente forte, dato che le percezioni di minaccia stanno convergendo e intensificandosi sempre più attorno a una sfida comune proveniente da Pechino e Mosca, anche se gli alleati si trovano ad affrontare una sfida a breve termine da parte di Washington. Ciò è degno di nota perché, dalla fine della Guerra Fredda, le percezioni di minaccia degli alleati hanno spesso mostrato divergenze. L’Europa, ad esempio, ha gradualmente manifestato una crescente apprensione nei confronti della sfida militare russa, ma ha generalmente considerato la Cina come un mercato e un produttore. Gli alleati asiatici spesso la vedevano al contrario: diffidavano della crescente potenza militare cinese, ma erano meno preoccupati per la Russia, vedendo nelle sue risorse energetiche un’opportunità economica. Tale divergenza ha giocato a vantaggio di Pechino e Mosca. Per decenni, Washington si è sforzata di allineare le percezioni tra i vari teatri operativi, con scarsi risultati.

Quella convergenza sta finalmente arrivando. Il comportamento della Cina e della Russia ha, più di qualsiasi iniziativa occidentale, forgiato legami tra Europa e Asia. L’invasione russa dell’Ucraina ha infranto le ultime illusioni dell’Europa non solo riguardo a Mosca, ma anche riguardo a Pechino. La Cina è diventata il principale sostenitore della Russia, fornendo supporto tecnologico a duplice uso e persino militare letale sul campo di battaglia, oltre a un fondamentale sostegno finanziario, industriale e diplomatico. È la Cina che sta costruendo la base industriale della difesa russa e la capacità militare che ora minaccia l’Europa. Riflettendo questa consapevolezza, i comunicati della NATO definiscono ora la Cina un «fattore determinante» della guerra russa, e il suo segretario generale sostiene che i teatri indo-pacifico ed europeo debbano essere considerati «come un unico insieme». Da parte loro, gli Stati asiatici vedono lo scioccante ricorso alla forza da parte della Russia come un segnale dei rischi che dovrebbero affrontare se l’equilibrio militare con la Cina dovesse erodersi ulteriormente. Giappone, Corea del Sud, Taiwan e persino Singapore si sono schierati a sostegno dell’Ucraina, considerando una sconfitta della Russia essenziale per frenare le ambizioni cinesi. I leader dei quattro partner indo-pacifici della NATO – Australia, Giappone, Nuova Zelanda e Corea del Sud – partecipano ormai regolarmente ai suoi vertici. Nel frattempo, Pechino e Mosca stanno anche rafforzando i propri legami in Asia, organizzando esercitazioni e pattugliamenti con bombardieri strategici nei pressi degli alleati degli Stati Uniti, anche durante importanti incontri multilaterali.

La percezione delle minacce da parte degli alleati è cambiata non solo sul piano della sicurezza, ma anche – e forse in modo ancora più evidente – su quello economico e tecnologico. Sia i governi asiatici che quelli europei stanno iniziando a vedere la Cina come gli Stati Uniti la vedono da tempo: una potenza mercantilista che mira alle fondamenta della loro forza industriale. I leader europei parlano ora di un secondo «shock cinese», un’ondata di manufatti sovvenzionati che, come ha affermato Macron, stanno «letteralmente uccidendo gran parte dell’industria europea». Von der Leyen ha messo in guardia dalle «sovraccapacità produttive cinesi che erodono la nostra base manifatturiera» e definisce la situazione «semplicemente insostenibile». Merz ha proposto un nuovo Accordo del Plaza per costringere la Cina a un apprezzamento della propria valuta.

Nulla di tutto ciò costituisce ancora una politica unitaria degli alleati. La convergenza sulla natura della minaccia non implica un allineamento completo sulla risposta, né sul piano della sicurezza né su quello economico; vi sono divisioni anche su quanto ridurre l’esposizione alla Cina, su come bilanciare gli interessi economici e di sicurezza e su come gestire la politica nei confronti di Taiwan e dell’Ucraina. Tuttavia, una diagnosi condivisa è il presupposto fondamentale per un’azione comune e, per la prima volta in una generazione, tale diagnosi sta cominciando ad allinearsi.

Questa convergenza rappresenta un fatto geopolitico degno di nota. Anche durante la Guerra Fredda, gli alleati avevano percezioni diverse della minaccia: la Germania Ovest perseguiva l’Ostpolitik e la distensione, mentre gli Stati in prima linea premevano per la deterrenza, e il dispiegamento degli euromissili divideva sia l’opinione pubblica che i governi. Secondo alcuni indicatori, oggi si registra un’unità comparabilmente maggiore, persino di fronte a una minaccia meno urgente. Ciò che è particolarmente rivoluzionario è che l’Atlantico e il Pacifico stanno cessando di funzionare come spazi strategici completamente separati, ponendo le basi per sforzi di alleanza veramente globali, anche se è improbabile che l’amministrazione Trump riesca a trarre vantaggio da questa convergenza nei prossimi due anni e mezzo.

I LEGAMI CHE UNISCONO

Non c’è dubbio che gli alleati stiano cercando di ridurre l’esposizione agli Stati Uniti in settori chiave attraverso nuove coalizioni di potenze medie. Tuttavia, questa tendenza verso la riduzione dell’esposizione viene controbilanciata e, in ultima analisi, superata da megatendenze di più ampia portata: l’impennata delle esportazioni cinesi in ambito economico, la rivoluzione dell’intelligenza artificiale in ambito tecnologico e l’aumento delle spese per la difesa in ambito militare. Questi fattori stanno creando nuovi legami con Washington a un ritmo più veloce di quanto sia possibile spezzare quelli preesistenti.

In ambito economico, gli Stati Uniti assorbono ora circa il 20-30 per cento di tutte le esportazioni degli alleati, una quota molto più elevata rispetto a cinque anni fa, poiché la Cina acquista meno. Lo scorso anno, nonostante la guerra commerciale, Europa, Giappone e India hanno tutti esportato molto di più verso gli Stati Uniti che verso la Cina; negli ultimi cinque anni, le esportazioni verso la Cina sono diminuite di circa il 15 per cento per l’Europa, del 20 per cento per il Giappone, del 20 per cento per la Corea del Sud e del 20 per cento per l’India, mentre quelle verso gli Stati Uniti sono aumentate di circa il 30 per cento sia per l’Europa che per la Corea del Sud e l’India. Tale dipendenza dal mercato statunitense è destinata ad aumentare: il secondo shock cinese renderà il mercato statunitense un’ancora di salvezza ancora più cruciale. Inoltre, gli sforzi di reindustrializzazione americani dipendono sempre più dagli investimenti degli alleati e dalla condivisione di tecnologie, dalla cantieristica navale ai semiconduttori alle batterie, rafforzando così l’interdipendenza.

La tecnologia sta diventando sempre più “appiccicosa” in entrambe le direzioni, in parte a causa della rivoluzione dell’IA. Abbondano le notizie secondo cui i governi europei stanno ordinando ai funzionari di abbandonare Microsoft Teams e Zoom, di migrare dai sistemi operativi americani e di creare alternative “sovrane” nel cloud e nell’IA. Ma la nuova ondata di innovazione tecnologica sta ricreando la dipendenza degli alleati. La dipendenza di un tempo dai sistemi operativi americani per dispositivi mobili e desktop non è diminuita, e ora gli alleati degli Stati Uniti dipendono anche dall’infrastruttura cloud americana, dai chip avanzati e dai modelli di IA. Tre «hyperscaler» statunitensi — Amazon, Google e Microsoft — rappresentano circa i due terzi del mercato globale del cloud, mentre i fornitori europei detengono appena il 15 per cento del proprio mercato interno. Si prevede che nel 2026 gli hyperscaler statunitensi spenderanno oltre 700 miliardi di dollari in infrastrutture di intelligenza artificiale, contro una spesa sovrana europea di circa 13 miliardi di dollari. E il divario sta crescendo. Gli sforzi dell’Europa sono per ora troppo modesti, troppo regolamentati, troppo frammentati e troppo concentrati sull’attenuazione delle restrizioni governative piuttosto che sulla promozione dell’uso commerciale per modificare radicalmente le dipendenze che si sono accumulate nel corso di decenni. (Nel frattempo, gli Stati Uniti continueranno a dipendere dalle macchine litografiche olandesi, dall’ottica e dai laser tedeschi, dai prodotti chimici giapponesi e dagli impianti di semiconduttori di Taiwan per la propria agenda sull’intelligenza artificiale.)

La vera storia delle alleanze degli Stati Uniti è costellata di crisi ricorrenti.

È sul fronte militare che il legame potrebbe risultare più saldo. Gli sforzi degli alleati per ridurre la dipendenza dagli Stati Uniti sono controbilanciati dal fatto che ogni alleato sta contemporaneamente portando avanti il più significativo potenziamento della propria difesa degli ultimi trent’anni, di fronte alle crescenti minacce cinesi e russe, con modalità che li avvicinano a Washington. La logica è chiara in Asia. Anche se Trump attacca periodicamente con toni retorici gli alleati asiatici, Taiwan ha richiesto 25 miliardi di dollari in nuove armi statunitensi, il Giappone ha proseguito l’acquisto di ulteriori caccia F-35 e missili Tomahawk integrando al contempo le proprie strutture di comando con quelle degli Stati Uniti, la Corea del Sud ha avviato una nuova cooperazione per la costruzione di sottomarini nucleari e l’India ha rafforzato la propria dipendenza dai motori a reazione statunitensi. Sebbene l’Europa si sia impegnata maggiormente per ridurre la dipendenza, anche qui i legami sono molto forti. Oltre l’80 per cento del nuovo programma di riarmo europeo, del valore di 860 miliardi di dollari, è completamente aperto alle aziende statunitensi, mentre il restante 20 per cento, destinato esclusivamente alle imprese europee, prevede diverse deroghe per consentire la partecipazione americana. I nuovi leader europei nel settore delle tecnologie di difesa, da Helsing a Stark, sono finanziati in gran parte da capitali americani, da New York a Menlo Park. E negli ultimi anni, la quota degli appalti europei nel settore della difesa assegnata alle aziende statunitensi è salita, secondo un indicatore, da circa il 28 per cento nel periodo 2019–21 al 51 per cento nel periodo 2022–24, poiché l’urgenza della guerra in Ucraina ha generato una domanda che solo gli Stati Uniti potevano soddisfare in termini di rapidità e portata. Anche se canadesi ed europei si stanno allontanando da alcune piattaforme statunitensi e acquistano tra di loro, quelle nuove piattaforme — che non arriveranno prima di un altro decennio — rafforzano la dipendenza dagli Stati Uniti per le infrastrutture fondamentali della guerra ad alta intensità, come i collegamenti tattici di dati che consentono il comando e il controllo alleati. Inoltre, gli alleati europei non hanno alternative agli Stati Uniti per quanto riguarda l’allerta precoce spaziale contro i missili o le attività critiche di intelligence, sorveglianza e ricognizione. Persino Merz ha ammesso che l’Europa «rimarrà dipendente dagli Stati Uniti d’America ancora per molto tempo».

La strategia di “copertura” adottata dalle potenze medie non solo viene superata dalle forze più grandi, ma è anche meno indicativa di problemi all’interno dell’alleanza di quanto molti credano. Le potenze medie continuano a collaborare con Washington anche mentre cercano di costruire nuove relazioni altrove. E nella maggior parte dei casi, tali nuove relazioni sono con alleati e partner degli Stati Uniti, molte delle quali si estendono attraverso diversi teatri operativi in modi che Washington ha a lungo incoraggiato, con attori chiave come l’India e il Giappone al centro. Ciò che ora sembra una riduzione del rischio, a lungo termine costituirà un reinvestimento nella rete dell’alleanza e nelle capacità che Washington cerca da tempo di rafforzare: produzione nel settore della difesa, resilienza della catena di approvvigionamento e interoperabilità. Le politiche dell’amministrazione Trump possono essere lo stimolo, ma l’aumento della coesione e delle capacità degli alleati durerà ben oltre il suo mandato.

IL VERO “DEEP STATE”

Non sono solo le forze esterne alle alleanze a spingerle verso l’unione, ma anche quelle interne. Trump e il suo team hanno cercato di sradicare un presunto “deep state” “woke” composto da attivisti, ma il vero deep state è al tempo stesso più banale e più determinante. I professionisti delle alleanze portano avanti l’attività quotidiana di cooperazione lontano dai riflettori delle recriminazioni pubbliche: pianificatori militari e funzionari dei servizi segreti, esperti di controllo delle esportazioni e specialisti in sanzioni, banchieri centrali e negoziatori commerciali, nonché gli ingegneri e i responsabili della definizione degli standard che garantiscono la comunicazione tra i sistemi alleati. Essi formano una fitta rete di relazioni costruita e curata nel corso di decenni. Poiché il lavoro è di natura tecnica piuttosto che politica, e poiché si sviluppa su tempi che vanno dagli anni ai decenni, è lento da costruire ma anche da smantellare. Proprio la sua natura poco appariscente conferisce alle alleanze una stabilità di fronte a un ciclo politico turbolento.

Questo slancio costante è evidente nel modo in cui molte iniziative sono proseguite — e si sono persino rafforzate — sotto l’amministrazione Trump, nonostante le tensioni ai vertici. Anche mentre l’India ribolliva per i dazi record imposti dagli Stati Uniti, le relazioni in materia di difesa sono rimaste al riparo dalla guerra commerciale: nell’ottobre 2025, i due paesi hanno firmato un nuovo accordo quadro decennale sulla difesa che rafforza l’interoperabilità in ogni ambito. L’AUKUS, sottoposto a una revisione scettica da parte del Pentagono all’insegna dell’«America first», ne è uscito intatto, essendo ormai sopravvissuto ai cambiamenti di governo in tutti e tre gli Stati membri. Nelle Filippine, l’esercitazione militare annuale denominata Balikatan (che significa «spalla a spalla») raggiunse nel 2025 la sua più grande edizione di sempre con 16.000 soldati, piani di emergenza alleati e forze giapponesi. Le tensioni commerciali con la Corea del Sud non impedirono una maggiore collaborazione sui sottomarini nucleari.

Anche il Congresso ha contribuito a mantenere saldi questi rapporti. Nonostante la polarizzazione, le maggioranze bipartisan continuano a sostenere la NATO, i partenariati indo-pacifici come l’AUKUS e il Quad, e l’integrazione tra difesa e industria. A prescindere dalle controversie sulla ripartizione degli oneri e sul commercio, pochi esponenti seri di entrambi i partiti sono favorevoli a un abbandono totale o anche solo parziale delle strutture dell’alleanza. Persino la leadership repubblicana si colloca su posizioni più moderate a questo riguardo. Thune, ad esempio, ha dichiarato: «Ci sono moltissime persone che ritengono che la NATO sia un’alleanza post-seconda guerra mondiale fondamentale e di incredibile successo. E penso che nel mondo di oggi gli alleati siano indispensabili». E infatti, il Congresso ha vietato il ritiro dalla NATO senza la sua espressa approvazione.

Da parte loro, gli alleati americani sembrano talvolta condividere una sorta di pensiero magico riguardo agli Stati Uniti: il desiderio di mantenere una visione favorevole e di lunga data degli Stati Uniti nonostante le prove contrarie. Il Giappone, nonostante le gravi lamentele riguardo ai dazi statunitensi e alla soft détente di Trump con Pechino, nonché al palese fallimento di Washington nel sostenere il primo ministro giapponese Sanae Takaichi di fronte alle intense pressioni cinesi, è determinato a comportarsi come se l’alleanza rimanesse forte come sempre. Il Regno Unito si è aggrappato con analoga determinazione all’idea di una «relazione speciale», e il segretario generale della NATO ha accolto l’amministrazione con una fiducia nel rapporto che molti trovano difficile da spiegare. In parte ciò rappresenta una fede genuina nel sistema dell’alleanza; in parte rappresenta una sorta di pragmatismo del tipo «fingi finché non superi Trump». Indipendentemente da ciò, la retorica ha effetti stabilizzanti che possono effettivamente far guadagnare tempo.
 

DOPO DI ME

La tenacia degli alleati di fronte all’ostilità di Trump non è motivata solo dalle attuali esigenze di sicurezza ed economiche. Essa riflette anche la consapevolezza intuitiva che le probabili alternative a un mondo garantito dal sistema di alleanze siano di gran lunga peggiori per gli alleati. Anche solo il danno concreto che Trump ha arrecato alla fiducia e alla prevedibilità rende la struttura dell’alleanza la scelta migliore.

La prima alternativa possibile per gli alleati è la multipolarità globale, un mondo senza regole, senza alleanze fisse, in cui ogni Stato agisce per il proprio interesse. Questo scenario hobbesiano potrebbe sfociare in una guerra catastrofica, come accadde prima della Prima guerra mondiale. Porrebbe i piccoli Stati nella condizione di perdere la sovranità, spingerebbe le potenze medie ad acquisire armi nucleari e indurrebbe le grandi potenze a intraprendere una corsa agli armamenti. Una seconda alternativa, quella delle sfere d’influenza, aggiunge un elemento di stabilità, poiché ogni grande potenza governa la propria zona di influenza e gli Stati Uniti si ritirano nell’emisfero occidentale. Tuttavia, le grandi potenze si contendono continuamente le sfere d’influenza altrui, come è avvenuto dopo le guerre napoleoniche e nuovamente dopo Yalta, e le sfere d’influenza non possono impedire la guerra alle catene di approvvigionamento né affrontare le sfide transnazionali, dall’intelligenza artificiale all’innalzamento del livello del mare. Una terza possibilità, che garantisce un ordine ancora maggiore rispetto alle altre due, è un concerto delle grandi potenze che produca una pace controllata tra le principali capitali. Ma ciò sembra poco plausibile oggi, quando le grandi potenze non riescono nemmeno a cooperare per affrontare il cambiamento climatico, figuriamoci definire la forma complessiva dell’ordine mondiale. E anche se questi ultimi due scenari si rivelassero fattibili, sarebbero nettamente meno favorevoli agli interessi economici e di sicurezza degli attuali alleati degli Stati Uniti.

Una quarta alternativa è più probabile di tutte e tre: una preminenza parziale della Cina. La multipolarità, le sfere d’influenza e i concerti delle grandi potenze presuppongono tutti una generale parità tra le grandi potenze che sembra improbabile, date le dimensioni della Cina: la Cina ha una capacità produttiva doppia rispetto a quella degli Stati Uniti, un’economia più grande del 30 per cento in termini di potere d’acquisto, la marina militare più grande del mondo, un surplus commerciale globale senza precedenti pari a 1,2 trilioni di dollari e un vantaggio dominante nelle tecnologie, dai veicoli elettrici alla robotica. Una preminenza parziale creerebbe un mondo organizzato attorno alla deferenza verso Pechino, sostenuta dalla massa della Cina, lasciando gli Stati Uniti e i loro partner svuotati dal punto di vista industriale, superati tecnologicamente, soppiantati commercialmente, forse sconfitti militarmente e privati di posti di lavoro ben retribuiti. Le conseguenti dipendenze dalla Cina farebbero scivolare gli Stati Uniti e i loro partner lungo la catena del valore globale verso i settori immobiliare, turistico, delle materie prime, finanziario e, forse, dell’evasione fiscale transnazionale.

È sempre più chiaro ai responsabili politici delle capitali alleate, proprio come dovrebbe diventare chiaro ai leader americani del dopo-Trump, che l’unione delle forze alleate è l’unica via per controbilanciare la Cina — una quinta alternativa per l’ordine mondiale del futuro. Ciò comporterebbe la messa in comune da parte degli alleati di mercati, investimenti, tecnologia e capacità militari, con le alleanze che fungerebbero da piattaforme per lo sviluppo delle capacità, non solo per la deterrenza militare. Un’unione di questo tipo darebbe vita a una coalizione che avrebbe un PIL, adeguato al potere d’acquisto, più che doppio rispetto a quello della Cina e una spesa militare più che doppia; sarebbe il primo produttore di brevetti attivi e di pubblicazioni più citate, nonché il principale partner commerciale della maggior parte dei paesi del mondo, e rappresenterebbe la metà della produzione manifatturiera globale contro il terzo della Cina. Lungi dal rendere impossibile una tale alleanza su larga scala, le realtà strutturali ne rendono più probabile la realizzazione, evidenziandone la necessità proprio mentre le risposte alle politiche di Trump mettono gli alleati degli Stati Uniti nella posizione di poter offrire di più a Washington.

Uno degli indicatori più importanti della plausibilità di questo percorso è proprio l’impegno profuso da Pechino per ostacolarlo. Politologi come William Wohlforth e Victoria Tin-bor Hui hanno rilevato che, nel corso della storia, gli Stati dominanti hanno cercato di dividere attivamente le coalizioni schierate contro di loro prima che queste potessero consolidarsi. Persino l’alleanza della Guerra Fredda del XX secolo — che alla fine si è rivelata un grande successo — ha dovuto affrontare delle sfide, poiché Mosca interferiva apertamente nella politica dell’Europa occidentale per allontanare l’Europa dagli Stati Uniti. A tal fine, Pechino sta perseguendo una propria strategia volta a dividere le coalizioni, sfruttando il proprio controllo sulle catene di approvvigionamento globali per minacciare o punire altri governi. Ciò ostacola l’azione collettiva perché ogni paese, a cui in alcuni casi vengono offerti sgravi selettivi, ha motivo di cercare un accordo individuale piuttosto che mantenere una linea comune con gli altri. Ciò che colpisce oggi, tuttavia, è quanto poco abbiano ottenuto finora tali sforzi cinesi, nonostante tutto ciò che Trump abbia fatto per favorire la causa di Pechino.

DALLA SOPRAVVIVENZA ALLA DIFFUSIONE SU LARGA SCALA

Sulla scia di Trump, il sistema delle alleanze non si ricostruirà da solo. Come ogni progetto edilizio ambizioso, richiederà ingegneri e un piano. Ma ciò è più plausibile di quanto possa sembrare. Ogni rinnovamento riuscito del sistema delle alleanze è stato guidato da un programma lungimirante piuttosto che da un ripristino nostalgico, e lo shock del secondo mandato di Trump sta seppellendo la nostalgia e stimolando una necessaria presa di coscienza sia a Washington che nelle capitali alleate.

A Washington, l’attuale pessimismo dovrebbe lasciare il posto a un maggiore pragmatismo, anche per evitare che si trasformi inutilmente in una profezia che si autoavvera, rendendo più difficile il percorso da seguire. Il passaggio dall’individuazione delle sfide alla discussione delle soluzioni è ormai da tempo necessario. La questione di come ricostruire e riformare la struttura delle alleanze statunitensi deve diventare un tema centrale nel dibattito sul “futuro” in vista delle elezioni presidenziali statunitensi del 2028.

Molti sono scettici sul fatto che una qualsiasi di queste opzioni sia ancora praticabile. Eppure il modello esiste già da diverse amministrazioni ed è in uso proprio in questo momento. Le sue caratteristiche distintive sono da tempo immutate: guidato dalla Casa Bianca, incentrato su progetti concreti e organizzato attraverso coalizioni ad hoc di alleati disponibili. L’amministrazione Biden ha operato in questo modo per lanciare l’AUKUS e sostenere la coalizione a favore dell’Ucraina. A volte lo ha fatto anche l’amministrazione Trump, dotando di risorse iniziative ereditate come il Pilastro 2 dell’AUKUS in modi nuovi e significativi e perseguendone di nuove, come un partenariato sui minerali critici con oltre 50 paesi che il vicepresidente JD Vance ha descritto come un «blocco commerciale tra alleati e partner». Il fatto che lo stesso modello sia emerso sotto amministrazioni così diverse è la prova più forte che una scala alleata è realizzabile anche dopo Trump.

Il primo passo è una valutazione condivisa della sfida — e, come suggerisce la convergenza sopra descritta, le percezioni degli alleati riguardo alla Cina e alla Russia si stanno allineando per la prima volta in una generazione. Per costruire su questa percezione condivisa sarà necessario voltare pagina rispetto all’era attuale e compiere sforzi proattivi per ricostruire la fiducia. Washington dovrà convincere gli alleati che le sue mosse più aggressive sono state il prodotto di una personalità particolare piuttosto che di una mutazione permanente del sistema politico. Sarebbe d’aiuto una chiara presa di distanza, trasversale ai due partiti, dalle minacce militari contro la Groenlandia. Lo stesso vale per una scelta deliberata di privilegiare impegni che durino più a lungo di qualsiasi singolo presidente: i decreti presidenziali possono essere revocati con una firma, ma le leggi sono molto più difficili da abrogare, ed è proprio alle leggi che gli alleati attribuiscono la fiducia necessaria per effettuare investimenti che si misurano in decenni.

Esercitazione militare congiunta a Funabashi, in Giappone, gennaio 2026Kim Kyung-Hoon / Reuters

Sarebbe inoltre opportuno iniziare con progetti piccoli e concreti che dimostrino il valore della collaborazione su scala ridotta in casi specifici e creino un clima di fiducia. I risultati immediati rafforzano la fiducia, e vi è spazio per iniziative pilota innovative in settori quali le catene di approvvigionamento farmaceutiche e la coproduzione di munizioni. La parola d’ordine dovrebbe essere «umiltà». L’istinto potrebbe spingere a cercare accordi di alleanza di ampio respiro, ma a tale istinto occorre resistere. Se iniziative mirate e discrete si concentrassero sulle aree di maggiore consenso – ad esempio un punto nevralgico in cui il controllo cinese è particolarmente forte – allora un risultato significativo potrebbe creare slancio. Ciò potrebbe anche aiutare a superare gli ostacoli nel contesto politico interno.

Ciò potrebbe gettare le basi per passare da piccoli progetti a iniziative più ampie e ambiziose che coinvolgano un maggior numero di partner. Il principio organizzativo di questi progetti deve essere il reciproco vantaggio, che si concretizza in flussi bidirezionali di capacità. Il modello tradizionale di alleanza trattava i partner come soggetti dipendenti, beneficiari della protezione e dei mercati americani. Una coalizione sostenuta da concessioni unilaterali è fragile. La dipendenza reciproca, al contrario, creerebbe una base di sostegno per il rapporto in ogni capitale; ecco perché i primi progetti dovrebbero essere concepiti in modo da garantire risultati politici tangibili in tutti i paesi alleati. Le nuove capacità degli alleati – e una chiara consapevolezza, tra gli elettori americani, dei costi derivanti dal loro spreco – potrebbero rendere possibile questo tipo di reciprocità autentica in modi che semplicemente non erano concepibili fino a pochi anni fa.

In definitiva, il rinnovo delle alleanze richiederà uno scopo positivo. Non può trattarsi solo di una posizione difensiva nei confronti della Cina, di una coalizione definita da ciò a cui si oppone. Deve rappresentare qualcosa: un ordine aperto, prospero e tecnologicamente dinamico in cui i suoi membri desiderino attivamente vivere e a cui altri vogliano aderire. Iniziare a delineare una visione di questo tipo dovrebbe essere un compito fondamentale per la politica estera degli Stati Uniti nei prossimi anni.

Al momento, questa prospettiva può sembrare ottimistica. Ma ciò rende ancora più imperativo ricordare quanto siano state gravi le crisi del passato e quanto siano potenti oggi i fattori strutturali. Gli interessi degli Stati Uniti e dei loro partner continuano a coincidere, e questa logica si è accentuata con la crescita del potere della Cina e l’allineamento dei suoi alleati revisionisti. Gli alleati degli Stati Uniti farebbero bene a ricordare che, nonostante tutta la loro legittima rabbia e ansia, gli americani di oggi sono gli unici americani che hanno. Ma gli americani farebbero ancora meglio a ribaltare l’ammonimento di Carrington. In un momento in cui gli Stati Uniti hanno bisogno dei propri alleati più che mai, la pazienza è essenziale. Dopotutto, sono gli unici alleati che gli americani hanno.

Le epurazioni in Cina stanno funzionando come previsto

Un sistema disciplinare unico nel suo genere ha contribuito alla sopravvivenza del partito

Andrew Mertha

17 settembre 2026

Un cartellone pubblicitario raffigurante il leader cinese Xi Jinping alle spalle di alcuni soldati dell’Esercito popolare di liberazione, Pechino, agosto 2015Reuters / Damir Sagolj

ANDREW MERTHA è titolare della cattedra “George and Sadie Hyman” di Studi cinesi presso la Johns Hopkins School of Advanced International Studies.

AscoltaCondividi e
scarica

Stampa

Salva

Per due decenni, gli studiosi hanno ritenuto che la ragione principale per cui il regime comunista cinese fosse sopravvissuto fino al XXI secolo — mentre tutti i regimi comunisti europei erano crollati — fosse la creazione di istituzioni solide e durature. Il Partito Comunista Cinese (PCC) si era allontanato dall’imprevedibile dittatura personalista dell’era di Mao Zedong e aveva gettato le basi di uno Stato moderno. Aveva fissato limiti di mandato per i propri leader, adottato una leadership collettiva e promosso sempre più spesso i funzionari in base al merito, il che lo aveva reso sufficientemente resiliente da riprendersi dagli shock esterni e interni che avevano fatto crollare altri sistemi socialisti.

Il leader cinese Xi Jinping, tuttavia, ha trascorso l’ultimo decennio smantellando quasi tutte le istituzioni che, in teoria, garantivano la forza del partito. Nel 2018 ha abolito i limiti al mandato presidenziale, ha svuotato di significato la leadership collettiva e si è rifiutato di designare un successore. Xi ha inoltre epurato a suo piacimento funzionari di alto livello, soprattutto nel settore più delicato: quello militare. A gennaio, solo pochi mesi dopo che i vertici del partito avevano espulso nove alti ufficiali militari, il Ministero della Difesa Nazionale ha annunciato che il generale Zhang Youxia e il generale Liu Zhenli — fino a quel momento rispettivamente il più alto ufficiale in divisa e il comandante operativo di punta dell’Esercito Popolare di Liberazione — erano stati sottoposti a indagine. Dal 2022, secondo i dati raccolti dal Center for Strategic and International Studies, il partito ha formalmente epurato tre dozzine di generali e tenenti generali, e molti altri sono vistosamente scomparsi.

A Washington, molti osservatori vedono queste epurazioni come una prova della debolezza della Cina. Vedono un leader potente consumato dal sospetto e ossessionato dal mantenimento della propria presa sul potere. Se la forza del partito si basasse davvero sulle istituzioni autonome che la Cina aveva costruito nell’era post-Mao, allora le epurazioni di Xi sarebbero un segnale di fragilità e persino di un potenziale crollo. Ma il partito non ha mostrato alcun segno di disgregazione. Semmai, con il proseguire di queste epurazioni, Xi e il partito sembrano essere diventati solo più forti.

Lungi dall’indebolire il proprio dominio, il modo in cui il PCC ripulisce le proprie file può spiegare in parte ciò che lo rende così duraturo. Una purga non è un evento, ma un processo — che il partito porta avanti in forma pressoché identica da un secolo. Essa individua regolarmente i quadri, li valuta e li costringe a chiedere clemenza per mantenere la propria posizione all’interno del sistema. L’obiettivo è quello di rieducarli piuttosto che eliminarli del tutto, il che rafforza il partito incoraggiando l’obbedienza e la dedizione alla causa del partito. I leader del PCC ritengono inoltre che questa strategia funzioni: Xi ha abbracciato la «rivoluzione di sé», ovvero una rettifica continua e permanente, come mezzo attraverso il quale la Cina sfuggirà al triste destino dell’Unione Sovietica e di altri regimi socialisti ormai finiti nel cestino della storia. Ciò che potrebbe minacciare la longevità del partito, quindi, non è il numero di funzionari epurati, ma l’unico problema che una tale strategia non può risolvere e che può addirittura aggravare: come gestire la successione. Un regime di auto-rivoluzione avrà successo o fallirà proprio su questa questione, per quanto si sforzi di evitare il decadimento interno.

Iscriviti a Foreign Affairs This Week

Le migliori selezioni della nostra redazione, inviate gratuitamente nella tua casella di posta ogni venerdì.Iscriviti

* Si prega di notare che, fornendo il proprio indirizzo e-mail, l’iscrizione alla newsletter sarà soggetta alla Foreign Affairs Informativa sulla privacy e alle Condizioni d’uso.

CURARE LA MALATTIA, SALVARE IL PAZIENTE

La storia delle purghe in Cina risale a prima della fondazione della Repubblica Popolare, nel 1949. In alcuni casi, come è avvenuto in regimi simili, il PCC avvia purghe violente per allontanare i quadri dalle proprie file. Questo tipo di epurazione, ormai sinonimo delle azioni di Joseph Stalin nell’Unione Sovietica, mira a eliminare qualcuno dal partito, sia attraverso la detenzione, l’esilio o la morte. La vittima di una simile epurazione non torna più. Mao impiegò questa tattica già nel 1930, quando giustiziò più di 700 ufficiali dell’esercito in una dimostrazione di controllo totale.

Ma ciò che il PCC ha fatto, e che è una caratteristica unica del suo dominio duraturo, non è una purga nel senso tradizionale del termine. I leader del PCC ricorrono spesso a un metodo disciplinare diverso: la rettifica. La rettifica mira a mantenere una persona all’interno del partito, anche se a volte con uno status notevolmente ridotto. Mentre l’idea tradizionale di epurazione mira a eliminare i nemici dalle file (il termine cinese qingdang significa “ripulire il partito”), la rettifica mira a trattenere e rimodellare i quadri mantenendoli nell’orbita del partito.

Nel corso della sua storia, il PCC ha cercato di rieducare i quadri molto più spesso di quanto abbia cercato di eliminarli. Nel dicembre 1929, nel villaggio di Gutian, nella provincia del Fujian, Mao presentò una risoluzione intitolata “Sulla correzione delle idee errate nel Partito” che affermava il controllo del partito sulle forze armate. La risoluzione forniva inoltre indicazioni su come il partito interpretasse la disciplina interna: descriveva i propri bersagli non come nemici, ma come persone che presentavano deviazioni nel pensiero. I quadri potevano soffrire di «disturbi» quali l’avere un «punto di vista puramente militare» (una prospettiva slegata dalla politica), la promozione dell’ultrademocrazia (un sistema politico privo dell’autorità del partito) e il sostegno all’individualismo. La risoluzione di Mao trattava ciascuno di questi aspetti come una malattia che a volte poteva essere curata attraverso un regime di critica e autocritica davanti ai propri pari. E alla cura era allegata una promessa: se i membri del partito si fossero sottomessi al processo, il PCC li avrebbe mantenuti al suo interno anziché eliminarli.

Nella zona settentrionale cinese di Yan’an, dove Mao e i suoi seguaci stabilirono un campo base durante la guerra a partire dalla metà degli anni ’30, i leader trasformarono la rettifica in una dottrina. Il numero dei membri del partito esplose da circa 40.000 nel 1937 a 800.000 nel 1940, il che significava che quasi tutti all’interno dell’organizzazione erano nuovi e non ancora affidabili agli occhi dei leader del partito. Il Movimento di Rettifica del 1942-1945 rappresentò la soluzione. Ogni quadro scrisse un’autobiografia, valutò la propria vita sulla base di schemi stampati per l’autoesame, si confessò davanti alla propria sezione di partito o unità di lavoro e fu esaminato, valutato e classificato dal dipartimento del personale del partito. Nel febbraio 1942, Mao sintetizzò l’approccio in una famosa frase: «Curare la malattia, salvare il paziente».

La rettifica mira a mantenere e a riorganizzare i quadri.

Nulla di tutto ciò fu pacato. La campagna di Yan’an fu brutale: molti furono torturati e migliaia morirono. Le campagne successive furono spesso ancora più dure. Ma l’approccio di Mao distinse il comunismo cinese dai suoi parenti più prossimi. Stalin giustiziava rapidamente i quadri inaffidabili, mentre Pol Pot li mandava nelle fosse comuni. In Cina, in molti casi, la strategia consisteva nel trattenere i quadri e cercare di rimodellarli, creando al contempo fascicoli permanenti che descrivevano in dettaglio ogni loro errore.

La procedura di base rimane oggi pressoché identica. Una persona viene individuata per aver deviato in qualche modo e costretta a redigere un resoconto delle proprie mancanze. Il resoconto viene confrontato con quanto detto dai colleghi su di lei e con quanto già riportato nei registri dell’organizzazione (nel fascicolo personale dell’individuo). Il quadro viene collocato su una scala graduale di possibili sanzioni, che va dall’assenza di provvedimenti a un estremo all’espulsione dal partito all’altro. (La maggior parte delle sanzioni si colloca nel mezzo, tra cui l’emissione di un severo ammonimento o la messa in prova.) Quando viene emesso un verdetto su come trattare un quadro, un funzionario o un bersaglio della campagna , quella persona, se ritenuta aver confessato a sufficienza, viene mantenuta nel partito ma a condizioni revocabili e subordinate alle vicissitudini politiche. E ogni documento generato dal processo viene inserito nel fascicolo ufficiale del quadro, in modo permanente.

Si tratta della procedura utilizzata nel 1952 contro un negoziante di paese che sottraeva una parte del grano acquistato. È anche la procedura utilizzata oggi dal Politburo cinese, i cui membri — gli uomini più potenti del Paese — leggono ad alta voce le proprie autocritiche gli uni agli altri una volta all’anno e vedono le loro confessioni messe per iscritto e allegate in modo permanente ai propri fascicoli seguendo lo stesso modello utilizzato a Yan’an. Sebbene Xi abbia ampliato la cerchia delle persone che possono essere prese di mira, il meccanismo non è cambiato.

Anche il caso in corso degli ufficiali militari epurati sotto Xi rientra probabilmente in questo modello. Zhang e Liu sono stati sottoposti a indagine, non giustiziati, ed è possibile che rimangano iscritti alle liste del partito, anche se gravati da un fascicolo personale più corposo e assegnati a un incarico insignificante o messi del tutto da parte dalla vita pubblica. Nel 2023, ad esempio, il diplomatico Qin Gang è stato rimosso dalla carica di ministro degli Esteri; secondo alcune inchieste giornalistiche, avrebbe mantenuto l’appartenenza al partito, ma sarebbe stato riassegnato a un incarico d’ufficio di basso livello presso la casa editrice del ministero degli Esteri. E anche se Zhang e Liu venissero espulsi dal partito, l’epurazione rimane l’eccezione piuttosto che la norma, come da prassi consolidata del partito. Dei 101 generali e tenenti generali che il Center for Strategic and International Studies ha identificato come epurati o potenzialmente epurati, solo 14 erano stati ufficialmente espulsi dal partito a febbraio.

FILE SINGOLO

La rettifica raramente, se non mai, modifica le convinzioni dei quadri. Ottant’anni di dati, in gran parte provenienti dallo stesso partito, dimostrano che i quadri ripetono a pappagallo i copioni che vengono loro forniti, mettono in scena il pentimento richiesto e poi tornano ai loro comportamenti precedenti non appena la campagna termina. Si tratta di un processo talmente ritualizzato che i partecipanti imparano a dire esattamente ciò che gli esaminatori vogliono sentire.

Tuttavia, l’obiettivo principale di questo processo non è quello di riformare le convinzioni, bensì di redigere un documento da inserire in un fascicolo d’archivio. Tale fascicolo contiene dati oggettivi sul personale, nonché valutazioni osservabili delle carenze politiche di un quadro. È proprio questa documentazione scritta che consente al regime di mantenere la disciplina anche se nessun quadro modifica il proprio modo di agire o di pensare.

Per i quadri e gli altri soggetti a rettifica, il processo distingue chi è ancora nelle grazie dei leader del partito e chi ne è caduto in disgrazia. Poiché i quadri sono costantemente in competizione per il proprio status, un’epurazione è un evento eccezionale e devastante. Per la maggior parte dei membri del partito, sopravvivere a un processo di rettifica con una punizione minima è motivo di sollievo (spesso accompagnato dal desiderio di rinnovare il proprio impegno verso un regime clemente), unito a un barlume di paura che la prossima campagna sia sempre dietro l’angolo. Esteso a 100 milioni di membri del partito, questo processo produce in ogni persona una disciplina interiorizzata che rafforza la presa dell’organizzazione sul potere. Ogni quadro si sveglia ogni giorno sapendo che il fascicolo esiste e che può essere usato contro di lui in qualsiasi momento.

Il registro permanente, standardizzato e consultabile in qualsiasi momento, contenente la storia, i legami e i punti deboli di ogni membro del partito, costituisce anche un sistema informativo che conferisce ai leader del partito un potere immenso. I governanti autocratici hanno bisogno di informazioni per scongiurare le minacce al proprio potere; il sistema dei fascicoli personali del PCC, ricco di informazioni sui quadri del partito, rappresenta un canale informativo insostituibile per i governanti cinesi. La maggior parte dei quadri è disposta ad assecondare i desideri del partito, ma per quella piccola minoranza che non manifesta l’atteggiamento corretto di fronte a una campagna disciplinare, il partito può espellerli o metterli in prigione, scongiurando così qualsiasi minaccia di rivolta dall’interno. A volte si verificano defezioni e dissensi ad alto livello, ma quando accadono sono raramente organizzati e si esauriscono rapidamente.

Ci si potrebbe aspettare che tale registrazione dei dati generi risentimento tra i quadri del partito, ma il processo è concepito per distribuire la responsabilità e quindi proteggere Pechino da eventuali ripercussioni. Non esiste una singola persona o entità che emetta un verdetto di rettifica. Al contrario, vengono mobilitate task force del partito (note come «gruppi di lavoro») per redigere il verdetto, i colleghi del posto di lavoro lo avallano e infine un comitato a un livello amministrativo superiore lo ratifica. Nel corso del processo il verdetto passa attraverso così tante mani che la paternità del verdetto risulta aggregata e diffusa, in modo che non si possa attribuire la responsabilità a nessun singolo leader o ente del partito. Anche il quadro stesso, attraverso la propria autocritica, è coautore del verdetto.

La disciplina dei quadri attraverso la rettifica è anche uno strumento di coordinamento. Il partito-Stato cinese è una rete tentacolare di agenzie burocratiche, basi di potere regionali e uffici amministrativi che hanno i propri interessi e devono spesso negoziare tra loro. Una campagna di rettifica è uno dei pochi strumenti in grado di superare queste fratture. Come nel caso di altre campagne su larga scala del partito, quali la politica del figlio unico, i quadri comprendono che l’adesione alla rettifica è obbligatoria e rappresenta una priorità assoluta per i leader. Le campagne disciplinari offrono incentivi e punizioni inequivocabili, tra cui clemenza per i quadri che dimostrano l’atteggiamento giusto e un purgatorio professionale, o addirittura l’esilio, per coloro che non lo fanno. Molti quadri che normalmente traggono vantaggio dalla frammentazione del sistema politico cinese sanno che devono mettere da parte ogni altra cosa e allinearsi alle campagne disciplinari, fornendo a Pechino un modo altamente visibile per imporre priorità unificate e rafforzare il controllo del partito.

CIÒ CHE LA DISCIPLINA NON PUÒ RISOLVERE

La storia cinese è costellata di esempi di dinastie un tempo potenti che si sono indebolite e alla fine sono crollate. Per evitare questo esito, la soluzione di Mao era la mobilitazione di massa: solo consentendo al popolo di vigilare sul governo, riteneva, questo non avrebbe allentato la presa. La risposta di Xi, proposta nel 2021 e successivamente approfondita, è l’autoriforma del partito. In questo contesto, la cura per i mali del partito può provenire solo dall’interno del partito stesso, non da alcuna forza esterna. Le campagne di rettifica del partito attualmente in corso richiedono a tutti i funzionari di autodisciplinarsi, e l’occasionale epurazione totale di alcuni quadri fornisce una prova innegabile del fatto che il mancato rispetto delle regole comporta delle conseguenze. È la prima volta che il partito individua esplicitamente il meccanismo della propria sopravvivenza al suo interno.

La messinscena è stata altrettanto esplicita. Nell’autunno del 2014, mentre erano in corso le indagini che portarono alla caduta di due alti vertici militari, Xi convocò circa 400 alti ufficiali nella stessa sala del villaggio di Gutian dove Mao aveva pubblicato il documento “Sulla correzione delle idee errate nel Partito”. I media statali la definirono la “nuova conferenza di Gutian”. Nel 2024, Xi ha convocato i vertici militari a Yan’an per discutere di lavoro politico (ovvero, di fedeltà ideologica): un chiaro promemoria del fatto che il partito vede un nesso diretto tra le passate campagne di rettifica e la sua attuale forza.

Dietro questo simbolismo si cela il timore di Xi che la Cina possa fare la fine dell’Unione Sovietica, il cui Partito Comunista, secondo Xi, ha lasciato che i propri meccanismi disciplinari interni si atrofizzassero, diventando così l’artefice della propria rovina. Pechino ritiene che le epurazioni e le misure correttive debbano proseguire in modo permanente affinché il partito possa rimanere al potere. A prescindere dall’accuratezza dell’analisi sul crollo sovietico, la forza costante del PCC suggerisce che il metodo utilizzato dal partito per disciplinare i quadri possa effettivamente spiegare la sua longevità. Le epurazioni di Xi non dovrebbero essere valutate in base al numero di quadri coinvolti, ma piuttosto alla loro capacità di continuare a produrre fascicoli, verdetti e misure di mantenimento all’interno del partito che ne garantiscano il saldo controllo.

La principale fonte di incertezza in questo momento è la futura successione di Xi.

Ma ciò che rafforza il partito indebolisce anche alcuni degli strumenti di potere della Cina. I vertici militari rimangono vacanti o sono occupati da ufficiali con minore esperienza, e i futuri ufficiali imparano che il curriculum professionale più sicuro è quello con poche esperienze all’attivo. Quando è costretto a scegliere, il controllo politico è sempre più importante per il partito rispetto all’efficacia operativa. Si tratta di un compromesso che il partito è disposto ad accettare da un secolo e che continuerà ad accettare.

E il metodo cinese delle epurazioni non può risolvere il pericolo della successione. La “rettifica” non produce alcun meccanismo per la scelta del prossimo leader; semmai, garantendo che nessun subordinato acquisisca una posizione indipendente, rende ancora più difficile l’emergere di un successore credibile. È nella successione, non nella disciplina, che il sistema si rivela debole. La vecchia generazione di leader del PCC, tra cui Mao e Deng Xiaoping, ha superato la sfida della successione attingendo alla propria autorità inattaccabile in quanto rivoluzionari che avevano combattuto per la sopravvivenza del partito, mentre i leader successivi si sono affidati alle istituzioni — limiti di mandato, leadership collettiva e regole di successione ben definite — che Xi ha sommariamente distrutto. Xi non dispone né dell’una né dell’altra, il che rende il problema della successione particolarmente acuto. Il momento in cui preoccuparsi della stabilità cinese non è quando i generali scompaiono nel corso di un’indagine, ma quando l’uomo che esamina i loro fascicoli inizia a diventare troppo anziano per ricoprire quel ruolo senza che si sappia chi gli succederà.

Il PCC non è destinato a crollare: il sistema di controllo esiste proprio per impedire la frammentazione dell’élite, e ha funzionato. Ciò che probabilmente emergerà, invece, è uno Stato militarmente più debole ma politicamente più forte di quanto suggeriscano la maggior parte delle valutazioni. La principale fonte di incertezza ora è l’eventuale successione di Xi. Anche gli stessi teorici di Pechino stanno osservando la situazione, perché sanno che persino un sistema di rettifica ben congegnato, che ha mantenuto forte il partito per un secolo, non ha una risposta per una lotta di potere tra le élite su chi sarà il prossimo leader.

Si profila un grande riequilibrio, di Michael Pettis

Si profila un grande riequilibrio

Chi sosterrà i costi di un adeguamento del commercio globale?

Michael Pettis

28 agosto 2026

Il ponte di una nave portacontainer a Bremerhaven, in Germania, agosto 2025Leon Kuegeler / Reuters

MICHAEL PETTIS è Senior Associate presso il Carnegie Endowment for International Peace.

AscoltaCondividi e
CONTRIBUITE!!! La situazione finanziaria del sito sta diventando insostenibile per la ormai quasi totale assenza di contributi
Il  sito Italia e il Mondo non riceve finanziamenti pubblici o pubblicitari. Se vuoi aiutarci a coprire le spese di gestione (circa 6.000 € all’anno), ecco come puoi contribuire:
– Postepay Evolution: Giuseppe Germinario – 5333171135855704;
– IBAN: IT30D3608105138261529861559
PayPal: PayPal.Me/italiaeilmondo
Tipeee: https://it.tipeee.com/italiaeilmondo
Puoi impostare un contributo mensile a partire da soli 2€! (PayPal trattiene 0,52€ di commissione per transazione).
Contatti: italiaeilmondo@gmail.com – x.com: @italiaeilmondo – Telegram: https://t.me/italiaeilmondo2 – Italiaeilmondo – LinkedIn: /giuseppe-germinario-2b804373

Stampa

Salva

Gli squilibri commerciali che sono diventati una caratteristica dell’economia globale sono fondamentalmente insostenibili. La Cina, la Germania e una manciata di altre economie registrano surplus commerciali ingenti e persistenti, mentre gli Stati Uniti assorbono gran parte di questi surplus registrando il deficit commerciale più grande al mondo. Prima o poi, qualcosa dovrà cambiare. Per un’economia avanzata e ricca di capitali come quella degli Stati Uniti, un deficit commerciale prolungato comporterà o un aumento della disoccupazione o un aumento del debito, nessuna delle quali è sostenibile.

In teoria, le principali economie in surplus e in deficit potrebbero concordare un aggiustamento coordinato in cui i paesi in surplus espanderebbero la domanda interna e quelli in deficit ridurrebbero gradualmente la loro dipendenza dai consumi alimentati dal debito, consentendo agli squilibri di ridursi senza una brusca contrazione della domanda globale. Questa sarebbe la soluzione più ragionevole.

Ma poiché i principali attori non sono d’accordo sulle cause degli squilibri, è improbabile che giungano a una soluzione del genere. La Cina li attribuisce all’eccessivo consumo statunitense e ai deficit di bilancio; gli Stati Uniti danno la colpa alle politiche industriali, commerciali e valutarie estere; e l’Europa deve ancora giungere a una diagnosi coerente. Di conseguenza, tutti hanno proposto rimedi in contrasto tra loro. Pechino vuole che i paesi in deficit risparmino di più e preferisce non modificare il modello di crescita cinese. Washington vuole che i paesi in surplus riducano le proprie eccedenze ridistribuendo il reddito al settore delle famiglie. I leader europei continuano a sostenere la cooperazione multilaterale e il commercio basato su regole. Ciò rende scarse le possibilità di una risposta coordinata. E come ha scritto l’analista economico Martin Wolf sul Financial Times all’inizio di quest’anno, se le prospettive di un’azione preventiva sono scarse, «la seconda opzione migliore è prepararsi a una crisi».

Le singole economie stanno facendo proprio questo. La storia dimostra che gli squilibri commerciali di questa portata finiscono quasi sempre in modo doloroso — e che il peso dell’aggiustamento non è distribuito in modo uniforme. Elevati livelli di indebitamento, uniti a una bassa produttività, rendono un paese più esposto al rischio di dover sopportare l’onere di un aggiustamento commerciale, ma il potere economico e politico può anche fornirgli gli strumenti per scaricare tale onere sugli altri. Tra i tre principali attori economici odierni, la Cina è la più vulnerabile, gli Stati Uniti hanno la maggiore capacità di ridurre la propria esposizione e l’Europa possiede un potere latente ma una dubbia capacità di esercitarlo. Nessuna delle loro manovre difensive sembra in grado di ridurre il rischio o il costo complessivo di una crisi. La domanda è solo: chi ne subirà il peso maggiore quando la crisi si verificherà?

Iscriviti a Foreign Affairs This Week

Le migliori selezioni della nostra redazione, inviate gratuitamente nella tua casella di posta ogni venerdì.Iscriviti 

* Si prega di notare che, fornendo il proprio indirizzo e-mail, l’iscrizione alla newsletter sarà soggetta all’Informativa sulla privacy e alle Condizioni d’uso di Foreign Affairs.

LA STORIA SI RIPETE

Nel corso dell’ultimo secolo si sono verificati periodicamente ingenti e persistenti squilibri commerciali, che raramente sono innocui. Uno di questi episodi si è verificato negli anni ’20, quando un’impennata della produttività americana non è stata accompagnata da un aumento dei salari. La produzione ha superato di gran lunga i consumi e gli Stati Uniti hanno registrato enormi surplus commerciali. L’Europa registrò i corrispondenti disavanzi, poiché molti paesi ricorsero a ingenti prestiti dall’estero per ricostruire le economie devastate dalla guerra. La Germania, in particolare, si indebitò pesantemente per finanziare sia la crescita interna che il pagamento delle riparazioni di guerra. Anche il debito interno americano aumentò rapidamente, in gran parte per finanziare i consumi e la speculazione sugli asset.

Man mano che gli squilibri persistevano e l’industria manifatturiera statunitense si espandeva a scapito di quella europea, le pressioni protezionistiche si intensificarono. La Francia svalutò la propria moneta nel 1927, il Regno Unito abbandonò il sistema aureo nel 1931 e, nello stesso anno, la Germania impose restrizioni alle importazioni e razionò l’accesso alle valute estere. Persino gli Stati Uniti, i cui industriali e agricoltori lamentavano che la debole domanda minacciasse la produzione e l’occupazione interne, approvarono nel 1930 lo Smoot-Hawley Tariff Act.

L’adeguamento si manifestò sotto forma di un crollo del commercio mondiale durante la Grande Depressione della prima metà degli anni ’30. Quasi tutte le principali economie subirono la contrazione, ma non in misura uguale. Quelle con deficit elevati, come il Regno Unito, si ripresero più rapidamente e subirono difficoltà finanziarie meno gravi rispetto agli Stati Uniti, che assorbirono una quota sproporzionata dei costi. Le esportazioni americane calarono più rapidamente delle importazioni, gli investimenti interni crollarono, le banche fallirono e i fallimenti aziendali aumentarono vertiginosamente.

Gli squilibri commerciali su larga scala finiscono quasi sempre in modo doloroso.

Il successivo episodio di rilievo di squilibri commerciali persistenti rappresentò uno dei rari casi in cui tali squilibri si dissolvero senza causare gravi turbolenze. Negli anni ’50 e ’60, gli Stati Uniti registrarono nuovamente surplus molto ingenti, mentre l’Europa e il Giappone registrarono deficit corrispondenti. Analogamente alla situazione degli anni ’20, questi deficit finanziarono la ricostruzione delle economie del dopoguerra, grazie all’afflusso di risorse nelle infrastrutture e nel settore manifatturiero. Ma a differenza del periodo precedente, i governi mantennero controlli rigorosi sui flussi di capitale e importarono capitali principalmente per finanziare investimenti in grado di generare entrate future sufficienti a far fronte al servizio del debito associato. Poiché gli investimenti erano estremamente produttivi, il debito aumentò di poco rispetto al PIL. Anche le pressioni protezionistiche furono minime, soprattutto perché l’Europa e il Giappone avevano urgente bisogno di importazioni e gli Stati Uniti incoraggiavano attivamente la ricostruzione in entrambi i continenti. Grazie a queste condizioni insolite, gli squilibri commerciali scomparvero gradualmente senza che alcun paese dovesse sostenere costi gravosi.

Si sarebbero verificati altri quattro episodi di squilibri commerciali, tutti conclusisi con gravi conseguenze per i paesi coinvolti. Uno di questi si verificò in America Latina negli anni ’70. Le crisi petrolifere di quel periodo, durante le quali il prezzo globale del petrolio schizzò da circa 2 dollari al barile all’inizio del decennio a circa 30 dollari al barile alla fine, generarono enormi surplus di petrodollari nelle economie esportatrici di petrolio del Medio Oriente e in altri paesi membri dell’OPEC. Gran parte di questi fondi fu depositata presso le principali banche internazionali che, desiderose di trovare nuovi clienti, prestarono i fondi alle economie latinoamericane e ad altre economie in via di sviluppo, portando infine a valute sopravvalutate e a ingenti deficit commerciali. All’inizio degli anni ’80, l’aumento dei tassi di interesse globali rese il loro debito insostenibile. Le crisi del debito risolvettero gli squilibri commerciali, ma lasciarono ai paesi in deficit la quota schiacciante dei costi di aggiustamento: recessione, inflazione, austerità e decenni di crescita perduti.

Il caso successivo si è sviluppato tra la fine degli anni ’70 e gli anni ’80. In quel periodo, la crescita della produttività giapponese ha superato quella dei salari, e il Paese ha iniziato a registrare enormi surplus commerciali. Lo stesso è accaduto in Germania, consentendo al settore manifatturiero del Paese di diventare sempre più competitivo a livello internazionale. Il Regno Unito e gli Stati Uniti hanno registrato deficit che hanno compensato sia i surplus del Giappone che quelli della Germania. Il Giappone, in particolare, ha registrato un’impennata spettacolare del debito interno durante gli anni ’80, poiché livelli estremamente elevati di investimenti sono confluiti in progetti i cui rendimenti si sono rivelati ben al di sotto delle aspettative.

La Cina ha tutti i motivi per mantenere il surplus commerciale più ampio possibile il più a lungo possibile.

Le pressioni protezionistiche aumentarono costantemente, culminando nell’Accordo del Plaza del 1985, in cui le principali economie mondiali concordarono di rivalutare lo yen e il marco tedesco rispetto al dollaro nel tentativo di ridurre gli squilibri commerciali. Tuttavia, una vera risoluzione di tali squilibri non è arrivata fino alla recessione economica del Giappone degli anni ’90, che ha portato al crollo dei prezzi degli attivi, a una deflazione persistente e ad anni di stagnazione. È difficile, tuttavia, paragonare questa situazione all’esperienza della Germania, dato che la riunificazione tra Germania Est e Ovest del 1990 ha modificato radicalmente l’economia proprio nello stesso periodo.

La crisi finanziaria asiatica degli anni ’90 presentava, per certi versi, analogie con gli squilibri commerciali dell’America Latina degli anni ’70. Nella prima parte del decennio, il capitale straniero affluì in un gruppo di economie dell’Asia orientale. Queste economie accumularono ingenti disavanzi commerciali, compensati dai surplus del Giappone, dei paesi europei e, in misura sempre maggiore, della Cina. Sebbene il loro debito interno ed estero crescesse rapidamente, il protezionismo rimase limitato. Ciononostante, quando nel 1997 la fiducia degli investitori crollò, l’aggiustamento fu rapido e brutale. Crolli valutari, crisi bancarie e profonde recessioni colpirono i paesi in deficit dell’Asia orientale, mentre i paesi in surplus subirono pochi costi.

Infine, tra il 2002 e il 2008 circa, la Germania ha accumulato ingenti surplus dopo aver attuato riforme del mercato del lavoro che hanno frenato la crescita salariale rispetto a quella della produttività e provocato un enorme aumento del risparmio. Ha esportato sempre di più verso Grecia, Portogallo, Spagna e diverse altre economie dell’eurozona, che a loro volta hanno accumulato deficit finanziati da un debito in rapida crescita. Poiché questa dinamica si è manifestata all’interno dell’eurozona, dove la maggior parte dei membri condivideva una moneta comune, i paesi non potevano imporre misure protezionistiche e l’aggiustamento dei tassi di cambio era impossibile. Quando la crisi finanziaria globale del 2008 ha innescato la crisi dell’eurozona, i paesi in deficit hanno subito crisi del debito sovrano, disoccupazione, austerità e una stagnazione prolungata che ha risolto gli squilibri.

ANALISI DEI COSTI

Questi eventi dimostrano che gli squilibri commerciali diventano pericolosi quando sono accompagnati da un rapido aumento del debito e da una crescente fragilità finanziaria, sia nelle economie in surplus che in quelle in deficit. Se un paese in surplus utilizza i propri elevati risparmi per finanziare investimenti produttivi sul proprio territorio o all’estero, lo squilibrio può persistere per molti anni senza causare gravi turbolenze economiche. Ma se invece i suoi risparmi in eccesso finanziano investimenti improduttivi sul proprio territorio o alimentano un elevato consumo delle famiglie, bolle speculative o deficit di bilancio persistenti nelle economie dei suoi partner commerciali, l’intero sistema diventa sempre più instabile.

Il protezionismo non è in genere la causa dei conflitti commerciali, ma piuttosto un sintomo di squilibri che perdurano da troppo tempo. La sua assenza non rende meno doloroso l’eventuale aggiustamento. Tuttavia, quando i paesi adottano politiche protezionistiche, possono influenzare dove avviene l’aggiustamento e chi ne sostiene i costi.

Il fatto che siano le economie in surplus o quelle in deficit a farsi carico di tali costi può dipendere anche da quale delle due parti abbia maggiore capacità di ricorrere a politiche commerciali, finanziarie o valutarie per costringere l’altra ad adeguarsi. I paesi in deficit si fanno carico dei costi più spesso quando sono politicamente deboli e incapaci di autofinanziarsi, difendere le proprie valute o limitare i flussi di capitali e di commercio senza innescare una crisi finanziaria — come è avvenuto per i paesi dell’America Latina nei primi anni ’80, per gran parte dell’Asia orientale nel 1997 e per l’Europa meridionale dopo il 2008. I paesi in surplus, dal canto loro, sono a rischio quando i paesi in deficit dispongono di economie e sistemi politici sufficientemente forti da ridurre i propri deficit limitando le importazioni, restringendo gli afflussi di capitali, svalutando le proprie valute o impedendo in altro modo ai paesi in surplus di esportare il proprio risparmio in eccesso. È quanto è accaduto agli Stati Uniti all’inizio degli anni ’30 e al Giappone a partire dagli anni ’90. I loro partner commerciali hanno ridotto i propri disavanzi intervenendo per ridurre le importazioni e aumentare le esportazioni, costringendo i modelli di crescita basati sul surplus degli Stati Uniti e del Giappone a sgretolarsi a causa del crollo degli investimenti e del calo delle esportazioni, dei profitti e dei prezzi degli attivi.

Il messaggio principale per i governi oggi è duplice. In primo luogo, i paesi in cui il debito è cresciuto maggiormente senza un corrispondente aumento della capacità produttiva sono quelli più a rischio quando, alla fine, si verifica un aggiustamento dello squilibrio commerciale. In secondo luogo, i paesi coinvolti in squilibri commerciali possono adottare misure per trasferire i costi dell’aggiustamento su altri, ma il loro successo dipende in gran parte dal potere economico e dalla loro capacità di esercitarlo.

LA CRISI CHE CI ASPETTA

Gli squilibri commerciali globali odierni sono insolitamente elevati e l’adeguamento che ne deriverà rischia di essere particolarmente difficile. La Cina appare la più vulnerabile. Il suo carico di debito è già tra i più alti al mondo; il Paese ha registrato forse l’aumento più rapido della storia del rapporto debito/PIL. Gran parte di questo debito ha finanziato investimenti che hanno generato rendimenti economici progressivamente inferiori, se non addirittura negativi, tra cui un eccesso di immobili residenziali, infrastrutture sottoutilizzate e una capacità produttiva che supera di gran lunga la domanda.

Questo enorme e crescente peso del debito esercita una pressione enorme su Pechino affinché adotti tutte le misure necessarie per evitare di farsi carico della maggior parte dei costi di aggiustamento. La Cina cercherà quasi certamente di scaricare il più possibile questo onere sui propri partner commerciali. Ha tutti i motivi per mantenere il più ampio surplus commerciale possibile il più a lungo possibile, consentendo che la produzione in eccesso venga assorbita all’estero piuttosto che costringere a una brusca contrazione della produzione e dell’occupazione interne. In questo modo, la Cina può distribuire l’adeguamento su molti anni, riducendo gradualmente il proprio debito, mentre i suoi partner commerciali devono sopportare costi maggiori sotto forma di deficit commerciali più elevati, aumento del debito, deindustrializzazione o rallentamento della crescita. Se però misure protezionistiche estere o una minore domanda esterna rendessero impossibile questa strategia, l’economia cinese si troverebbe ad affrontare una combinazione di rallentamento della crescita, aumento della disoccupazione, calo degli investimenti e difficoltà finanziarie.

La possibilità che Pechino riesca a scaricare i costi dell’adeguamento dipende dalla disponibilità del resto del mondo ad assorbirli. Washington ha ben pochi motivi per continuare a tollerare deficit commerciali ingenti e persistenti. In quanto prima economia mondiale e di gran lunga la principale fonte di domanda, gli Stati Uniti dispongono del potere economico necessario per ridurre il proprio deficit e smettere di fungere da consumatore di ultima istanza a livello globale. Inoltre, poiché la politica commerciale statunitense è centralizzata nel ramo esecutivo – con il presidente in grado di imporre dazi, restrizioni agli investimenti e controlli sulle esportazioni in virtù di un’ampia autorità statutaria – Washington ha la capacità politica di esercitare tale potere. Se gli Stati Uniti ricorressero alla politica industriale per espandere la capacità produttiva interna e, cosa ancora più importante, assumessero un maggiore controllo sui propri flussi commerciali e di capitali ricorrendo a dazi e altre misure restrittive, la Cina e le altre principali economie in surplus non sarebbero in grado di mantenere i propri surplus a fronte di corrispondenti deficit statunitensi. Dovrebbero quindi ridurre tali surplus con una dolorosa contrazione della produzione interna oppure trovare nuovi importatori tra i paesi che rimangono sia disposti sia in grado di assorbirli.

Gli Stati Uniti dispongono della forza economica necessaria per ridurre il proprio deficit.

Ciò pone l’Europa in quella che è forse la posizione più difficile. L’eurozona è la terza economia mondiale e la seconda fonte di domanda a livello globale, quindi l’Europa dispone di un potere economico. Ciò che è molto meno chiaro è se abbia la capacità politica di esercitare tale potere, date le sue istituzioni decisionali frammentate e gli interessi spesso divergenti dei suoi Stati membri. Se gli Stati Uniti riuscissero a ridurre il proprio deficit commerciale e ad aumentare la propria quota nel settore manifatturiero globale, mentre la Cina resistesse a una contrazione equivalente delle proprie eccedenze, un’Europa politicamente divisa potrebbe essere costretta ad accollarsi deficit più elevati quasi per forza di cose. I costi potrebbero includere la deindustrializzazione, l’aumento del debito e una crescita più debole. Questo processo potrebbe essere già iniziato.

Quando le principali economie smetteranno di chiedersi come ridurre al minimo i costi globali dell’adeguamento e inizieranno invece a chiedersi come ridurre al minimo il proprio rischio, l’opportunità di trovare una soluzione relativamente indolore allo squilibrio commerciale globale sarà ormai sfumata. Pechino sembra determinata a cercare di preservare le proprie eccedenze il più a lungo possibile. Washington è altrettanto determinata a ridurre i propri deficit. Se l’Europa riuscirà a sviluppare la capacità politica di fare altrettanto, l’onere dell’adeguamento ricadrà sempre più sulle economie in surplus, che dovranno fare maggiore affidamento sulla domanda interna e minore sulle esportazioni. In caso contrario, l’Europa assorbirà una quota sempre maggiore delle eccedenze globali, e quello che oggi appare come un conflitto commerciale principalmente tra Cina e Stati Uniti potrebbe trasformarsi in un conflitto tra Cina ed Europa — e in una lotta tra le due parti per evitare di dover sostenere costi più elevati in futuro.

La storia dimostra chiaramente che gli squilibri commerciali finiscono sempre per risolversi. Ciò che rimane incerto è quanto sarà dannosa tale risoluzione — e per chi.

La grande strategia della Nuova Destra dopo Trump, di Leonard A. Schuette

La grande strategia della Nuova Destra dopo Trump

In che modo il “civilizationismo” stravolgerebbe il ruolo degli Stati Uniti nel mondo

Leonard A. Schuette

25 agosto 2026

Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump su uno schermo video durante un comizio, Washington, D.C., luglio 2026Cheney Orr / Reuters

LEONARD A. SCHUETTE è ricercatore presso il Programma Europa del Carnegie Endowment for International Peace. Dal 2025 al 2026 è stato ricercatore presso il Programma di Sicurezza Internazionale del Belfer Center della Harvard Kennedy School.

AscoltaCondividi e
Scarica

Stampa

CONTRIBUITE!!! La situazione finanziaria del sito sta diventando insostenibile per la ormai quasi totale assenza di contributi
Il  sito Italia e il Mondo non riceve finanziamenti pubblici o pubblicitari. Se vuoi aiutarci a coprire le spese di gestione (circa 6.000 € all’anno), ecco come puoi contribuire:
– Postepay Evolution: Giuseppe Germinario – 5333171135855704;
– IBAN: IT30D3608105138261529861559
PayPal: PayPal.Me/italiaeilmondo
Tipeee: https://it.tipeee.com/italiaeilmondo
Puoi impostare un contributo mensile a partire da soli 2€! (PayPal trattiene 0,52€ di commissione per transazione).
Contatti: italiaeilmondo@gmail.com – x.com: @italiaeilmondo – Telegram: https://t.me/italiaeilmondo2 – Italiaeilmondo – LinkedIn: /giuseppe-germinario-2b804373

Il dibattito sulla grande strategia americana è stato a lungo influenzato da scuole di pensiero ben note: moderazione, internazionalismo liberale e primato. Ma il movimento intellettuale che ha fornito il carburante ideologico all’ascesa al potere del presidente degli Stati Uniti Donald Trump, la Nuova Destra, sta forgiando un nuovo concorrente: chiamiamolo “civilazionismo”. I riferimenti alla civiltà occidentale permeano i documenti strategici e i discorsi dei membri chiave dell’amministrazione. Il vicepresidente JD Vance ha dato il tono nel suo discorso del febbraio 2025 alla Conferenza sulla sicurezza di Monaco, sottolineando la «minaccia dall’interno» ai valori fondamentali che caratterizzano la «nostra civiltà condivisa». La Strategia di Sicurezza Nazionale dell’amministrazione Trump ha messo in guardia dalla «cancellazione della civiltà». Lo scorso gennaio, a Davos, Trump ha sottolineato «i legami che condividiamo con l’Europa come civiltà»; il mese successivo, il Segretario di Stato Marco Rubio ha esortato i partner transatlantici degli Stati Uniti a «rinnovare la più grande civiltà della storia dell’umanità».

L’idea che esista una civiltà occidentale e che questa sia superiore non è, ovviamente, nuova. Ma il concetto di Occidente sostenuto dalla Nuova Destra — e il modo in cui tale concetto dovrebbe guidare la grande strategia degli Stati Uniti — è fondamentalmente diverso da come la maggior parte delle persone lo aveva inteso in precedenza. Non si basa su una concezione dottrinale dell’identità occidentale radicata in un insieme condiviso di principi che chiunque, indipendentemente dalla propria origine, possa fare proprio, come la democrazia costituzionale, la libertà e l’uguaglianza. Al contrario, per i pensatori della Nuova Destra, l’Occidente è definito da un territorio geografico specifico, da un’ascendenza comune e dal cristianesimo.

Estesa al campo della politica estera, questa rivisitazione dei fondamenti della civiltà occidentale richiede una nuova e ben definita grande strategia. Il “civilazionismo” è ancora in fase di sviluppo. Gli scritti sulla politica estera dei pensatori della Nuova Destra sono limitati e la corrente è divisa al suo interno. Tuttavia, esaminando quei testi e seguendo le idee interne al movimento fino alla loro conclusione logica, è possibile individuare una visione del mondo ben definita. I civilizazionisti mirerebbero a strutturare il mondo secondo spazi civilizzazionali delimitati, ciascuno dominato da un’egemone. Ritengono che gli Stati Uniti siano di diritto l’egemone dell’Occidente, dediti a difendere i confini della civiltà, a esortare l’Europa a sostenere i presunti valori occidentali e a perseguire la coesistenza con altre civiltà, come quella cinese, piuttosto che aspirare alla leadership globale. Essi rifiutano le ambizioni universali di primato e i vincoli imposti alla sovranità statunitense dall’internazionalismo liberale. Il “civilizationismo” si discosta anche dalla politica di contenimento, richiedendo il dominio sull’emisfero occidentale, se necessario anche mediante l’intervento militare. E a differenza delle visioni realiste che giustificano il controllo di una grande potenza sul proprio “cortile di casa” facendo riferimento ai suoi legittimi interessi di sicurezza, il “civilizationismo” offre una giustificazione ideologica per le sfere d’influenza e i loro confini.

Nonostante l’adesione dell’amministrazione Trump alla retorica civilizzazionista, nella pratica la sua politica estera si discosta da quanto il civilizzazionismo suggerirebbe e da quanto molti degli stessi sostenitori di Trump speravano che egli perseguisse. Anche se i repubblicani dovessero riconquistare la Casa Bianca nel 2028, ciò non significherebbe che il civilizzazionismo diventerebbe la grande strategia degli Stati Uniti; la Nuova Destra dovrebbe anche prevalere sulla fazione dell’establishment del partito. Ma almeno due fattori sembrano favorire la Nuova Destra nella battaglia interna al partito. Uno è di natura demografica: la maggior parte dei sondaggi mostra un divario generazionale tra i repubblicani, con gli elettori più giovani più favorevoli a posizioni quali la riduzione del ruolo degli Stati Uniti in Medio Oriente e l’abbandono della visione della Cina come una minaccia principale. L’altro è la guerra di Trump contro l’Iran. Man mano che le conseguenze di questa campagna strategicamente catastrofica diventano sempre più evidenti, l’influenza della Nuova Destra è destinata a crescere, avendo contrastato la guerra sin dall’inizio.

Iscriviti a Foreign Affairs This Week

Le migliori selezioni della nostra redazione, inviate gratuitamente nella tua casella di posta ogni venerdì.Iscriviti 

* Si prega di notare che, fornendo il proprio indirizzo e-mail, l’iscrizione alla newsletter sarà soggetta all’Informativa sulla privacy e ai Termini di utilizzo di Foreign Affairs.

UN NUOVO BLOB IN CITTÀ

Per decenni, l’establishment della politica estera di Washington ha sostenuto diverse forme di egemonia liberale. Anche durante il primo mandato di Trump, le élite tradizionali della politica estera hanno esercitato una grande influenza e hanno mantenuto una relativa continuità politica all’estero. Ma il secondo mandato di Trump ha sconvolto radicalmente il consenso intellettuale che da tempo regolava i dibattiti di politica estera, portando la Nuova Destra al centro delle discussioni che definiscono la strategia statunitense. Questo movimento è composto da varie fazioni, come ha sintetizzato Laura Field nella sua autorevole opera Furious Minds. I post-liberali vogliono imporre una concezione cattolica del bene comune e della moralità. Idolatrando la fondazione americana, i Claremonters propongono un’azione radicale e controrivoluzionaria per ripristinare il governo basato sul consenso, smantellare lo Stato amministrativo e coltivare la virtù civica. I conservatori nazionali abbracciano il nazionalismo cristiano e cercano di proteggere lo Stato-nazione omogeneo dalle minacce del liberalismo.

Ciò che accomuna questi schieramenti eterogenei è il rifiuto dei principi fondamentali del conservatorismo tradizionale, quali il governo limitato, l’economia neoliberista e la politica estera aggressiva, nonché una comune opposizione al concetto dottrinale di identità americana. La Nuova Destra, invece, concepisce l’identità americana in termini etnoreligiosi e collettivi e considera gli Stati Uniti un paese fondamentalmente bianco, cristiano e omogeneo, le cui origini affondano nella civiltà europea. I suoi aderenti ritengono che l’incessante ricerca della massimizzazione della libertà e dei diritti individuali sia avvenuta a scapito della comunità, della religione e delle norme tradizionali. In altre parole, il movimento vede il liberalismo non come il fondamento, ma come il cancro della civiltà occidentale.

La Nuova Destra si è ora avvicinata al potere come mai prima d’ora, avendo percepito l’ascesa di un presidente che si autodefinisce “rivoluzionario” — Trump — come un’opportunità irripetibile e avendola colta al volo. In Vance, il movimento ha una figura di spicco e influente, affiancata da leader quali il governatore della Florida Ron DeSantis, il senatore del Missouri Josh Hawley e il personaggio mediatico Tucker Carlson. Sta istituzionalizzando la propria influenza nell’ecosistema intellettuale conservatore. Istituzioni un tempo marginali come il Claremont Institute; la Heritage Foundation, un tempo parte dell’establishment e ora trumpista; e nuovi arrivati come l’America First Policy Institute, il Center for Renewing America e l’American Moment guidano attualmente i dibattiti della destra su questioni tanto diverse quanto il commercio e la politica estera. Queste organizzazioni hanno formato una schiera di funzionari politici nominati da Trump: secondo una stima, almeno 70 ex borsisti del Claremont Institute, tra cui il direttore dell’Ufficio di gestione e bilancio della Casa Bianca e il vice consigliere per la sicurezza nazionale, ricoprono incarichi nell’attuale amministrazione.

LE CULLE DEL CIVILIZZAZIONE

La visione degli Stati Uniti da parte della Nuova Destra si traduce in una politica estera distintiva che mira a rafforzare le fondamenta illiberali della società americana e a proteggere la propria versione del patrimonio della civiltà occidentale. Le civiltà, almeno secondo la concezione approssimativa resa popolare dal defunto politologo Samuel Huntington, sono entità culturali omogenee definite da tratti ereditari quali la religione, la storia e la lingua. Huntington sosteneva che le distinzioni tra civiltà fossero più fondamentali e immutabili delle semplici differenze nelle ideologie politiche: erano «il prodotto di secoli». Egli prevedeva che, con la dispersione del potere tra le civiltà, le loro differenze culturali sarebbero diventate irrisolvibili e avrebbero generato conflitti, soprattutto man mano che il dominio dell’Occidente e le sue ambizioni universalistiche fossero diventati sempre più contestati.

La logica “civilazionista” della Nuova Destra, tuttavia, è più schmittiana che huntingtoniana. Carl Schmitt, il giurista nazista noto per i suoi studi sulla distinzione tra amico e nemico, è ampiamente letto tra i pensatori della Nuova Destra; egli sviluppò anche una teoria su come strutturare l’ordine internazionale. Schmitt sosteneva che il mondo sarebbe stato correttamente organizzato in blocchi spaziali, o Grossräume, dominati da egemoni regionali. Schmitt riteneva che i rispettivi egemoni dei Grossräume dovessero esercitare il proprio dominio con la forza, se necessario. Ma prevedeva anche che un ordine del genere sarebbe stato stabile perché, a differenza delle ideologie universaliste, accettava la coesistenza di sistemi politici diversi.

L’attenzione schmittiana alla stabilità e alla coesistenza trova eco nell’opposizione della Nuova Destra alle guerre infinite e nel rifiuto dei progetti universalistici. La relativa moderazione del “civilizationismo” distingue inoltre la Nuova Destra sia dal neoconservatorismo crociato — che spesso invocava la difesa della civiltà occidentale per giustificare gli interventi militari — sia dalla previsione huntingtoniana secondo cui le civiltà sono destinate a scontrarsi. Il «civilizationismo» può quindi essere definito al meglio come una grande strategia gerarchica e antiuniversalista che considera l’imperialismo regionale come il modo più legittimo e promettente per ordinare il mondo. In pratica, la strategia sostiene che gli Stati Uniti dovrebbero cercare di ottenere il dominio sull’emisfero occidentale, interferire negli affari europei per sostenere le forze di estrema destra che condividono una visione del mondo civilizationista, e al contempo disimpegnarsi dalle sfere d’influenza delle altre civiltà, pur rispettandole.

Il “civilizationismo” si differenzia nettamente dall’approccio di Trump al mondo. Sebbene l’amministrazione Trump utilizzi spesso il linguaggio del “civilizationismo”, il comportamento di Trump è motivato principalmente da rancori personali, impulsi transazionali e da un interesse privato nel massimizzare la ricchezza dei suoi parenti e della sua cerchia ristretta. La rottura più profonda tra la politica estera dell’amministrazione e il “civilizationismo” risiede nella politica mediorientale. Contrariamente alle promesse fatte in campagna elettorale, Trump non ha ridotto la presenza nella regione, ma ha invece avviato quella che inizialmente aveva definito una guerra per il cambio di regime contro l’Iran. Il suo atteggiamento nei confronti di Israele – che tratta per lo più come un alleato privilegiato – ricorda quello dei falchi neoconservatori come il defunto senatore statunitense Lindsey Graham.

Il “civilizationismo” sostiene che gli Stati Uniti dovrebbero interferire negli affari europei.

La Nuova Destra americana è molto meno interessata a difendere Israele. La diffusione di una forma cospirazionista di antisemitismo nelle file della destra è uno dei fattori determinanti, così come lo è la crescente impopolarità, tra i conservatori americani, di un sionismo cristiano che vede Israele come l’adempimento delle profezie bibliche e, quindi, come l’alleato fondamentale della civiltà. Ma un’altra spiegazione è di natura strategica: molti esponenti della Nuova Destra ritengono che l’alleanza degli Stati Uniti con Israele intrappoli Washington in una regione dove ha combattuto guerre inutili e dal costo colossale. Anche la portata della violenza inflitta dalla campagna israeliana a Gaza ha contribuito a un allontanamento dal sostegno, specialmente tra i conservatori più giovani.

Il “civilizationismo” prescrive inoltre un approccio alla Cina diverso da quello adottato da Trump. La seconda amministrazione Trump ha oscillato in modo ambivalente tra il trattare la Cina in modo bellicoso come un rivale pericoloso e il ritirarsi dall’Asia orientale. I sostenitori dell’amministrazione vedono questo andirivieni come uno stratagemma astuto per guadagnare tempo affinché gli Stati Uniti possano posizionarsi in modo più vantaggioso in vista di uno scontro. Per altri, invece, la «svolta verso l’Asia» è di fatto morta. In entrambi i casi, il civilazionismo prescriverebbe una strategia più coerente di ritiro militare dalla regione, una linea di condotta che equivale a tollerare l’egemonia cinese nella sua sfera d’influenza. In un saggio pubblicato nel 2022 sul New York Times e scritto a più mani, i prominenti commentatori della Nuova Destra Sohrab Ahmari, Patrick Deneen e Gladden Pappin, ad esempio, hanno descritto la Cina come un «pari dal punto di vista civilizzazionale» e hanno invocato una cooperazione pragmatica piuttosto che un «irrazionale falconismo nei confronti della Cina». Il principale pensatore di politica estera della Nuova Destra, Michael Anton, ha dichiarato esplicitamente che non vale la pena combattere per Taiwan.

Il “civilizationismo” ha già esercitato una forte influenza sulla politica estera di Trump nei confronti dell’Emisfero Occidentale e dell’Europa. Secondo una visione civilizationista, un egemone regionale dovrebbe affermare il proprio dominio sul proprio “cortile di casa” per garantire l’ordine ed escludere le potenze esterne. Il controllo dell’Emisfero Occidentale rappresenta una preoccupazione particolarmente acuta per la Nuova Destra, poiché l’immigrazione da culture ritenute estranee e l’afflusso di droga minano l’omogeneità e la stabilità sociali auspicate. I civilizzazioneisti vedono l’Europa sia come la culla storica della civiltà occidentale sia come la fonte principale della sua più grande minaccia: il liberalismo. Un’ingerenza aggressiva negli affari europei per impedire ciò che Kevin Roberts, presidente della Heritage Foundation, ha definito «suicidio civilizzazionale» è quindi giustificata quasi come una forma di politica interna. Il «civilazionismo», tuttavia, intensificherebbe l’approccio spesso casuale e simbolico dell’amministrazione Trump volto a minare i governi liberali dell’UE e, in ultima analisi, a rendere l’Europa culturalmente vassalla.

Una grande strategia civilizzatrice non considererebbe la Russia una minaccia e, di conseguenza, non sosterrebbe l’impegno degli Stati Uniti in materia di sicurezza nei confronti dell’Europa. Alcuni esponenti della Nuova Destra sottolineano le affinità civilizzatrici con la Russia e sostengono la necessità di approfondire le relazioni bilaterali, dato che il Paese è anti-woke — o, secondo Carlson, un «Paese cristiano» con cui gli Stati Uniti hanno «molto in comune». Altri sostengono un compromesso pragmatico con Mosca che le concederebbe una sfera d’influenza sull’Europa orientale.

NUOVA DESTRA, NUOVO MONDO

Se Washington dovesse adottare una grande strategia civilizzatrice coerente, ciò stravolgerebbe completamente la politica estera degli Stati Uniti. Consentirebbe concessioni, prima impensabili, ai rivali geopolitici degli Stati Uniti. Il «civilizationismo» rappresenterebbe una sfida storica per le già malconce relazioni transatlantiche, concedendo alla Russia il controllo de facto sull’Europa orientale o trattando Mosca come parte di una civiltà occidentale comune e agitando più apertamente contro i governi in carica in Europa. Anche altre alleanze storiche degli Stati Uniti ne risentirebbero. Tollerare l’egemonia regionale cinese significherebbe sacrificare gli alleati dell’Asia orientale, mentre un disimpegno dal Medio Oriente lascerebbe Israele a cavarsela da solo.

Ma il “civilizationismo” è pieno di contraddizioni che diventerebbero subito evidenti se mai dovesse diventare la linea politica guida di Washington. Come ha scritto lo studioso Amitav Acharya, le civiltà sono “miti in senso analitico”. Nel corso del tempo, nessuna civiltà esistente è rimasta etnicamente o culturalmente pura né è rimasta confinata entro gli stessi confini. In effetti, le civiltà non sono così facili da delineare: dove finirebbe una civiltà russa? Dovrebbe includere la Georgia, gli Stati baltici o la Finlandia? Fino a che punto si estende la sfera di influenza degli Stati Uniti in America Latina?

È inoltre improbabile che un ordine civilizzazionale possa essere pacifico. Le rivendicazioni delle civiltà potrebbero sovrapporsi e diventare fonte di guerre regionali. Definendo le altre civiltà come culture aliene, una grande strategia civilizzazionalista potrebbe alimentare l’antagonismo anziché tollerare le differenze. Persino i partiti di estrema destra europei sembrano sempre meno interessati a essere sostenuti in modo così palese dalle loro controparti statunitensi. E anche se si potesse evitare un conflitto tra grandi potenze, la violenza intracivilizzazionale sarebbe dilagante. È improbabile che Giappone, Pakistan e Polonia accettino l’egemonia regionale rispettivamente della Cina, dell’India o della Russia.

Anche la Nuova Destra non è un fronte unitario. I conservatori nazionali, ad esempio, si oppongono all’allentamento dei legami degli Stati Uniti con Israele e alla tolleranza nei confronti dell’imperialismo cinese e russo. Altri sono ancora favorevoli a una crociata contro i nemici della civiltà: la Cina e l’Iran. Inoltre, l’attenzione principale della Nuova Destra è rimasta concentrata sulla politica interna, mentre quella estera è spesso considerata secondaria.

Ma il futuro ideologico della destra americana, così come quello della grande strategia degli Stati Uniti, è ancora tutto da definire. L’amministrazione Trump ha rotto con il consenso bipartisan del dopoguerra fredda sull’egemonia liberale, ma non è riuscita a proporre un’alternativa coerente. Nella prossima contesa per definire la politica estera di Washington, il “civilizationismo” si profila come uno dei principali contendenti.

Una visione iraniana del nuovo Medio Oriente _ di M. Javad Zarif

Una visione iraniana del nuovo Medio Oriente

Per porre fine alla guerra e garantire la pace è necessario un nuovo approccio alla sicurezza regionale

M. Javad Zarif

20 luglio 2026

Un modello di missile iraniano a Teheran, luglio 2026Majid Asgaripour / Agenzia di stampa West Asia / Reuters

CONTRIBUITE!!! La situazione finanziaria del sito sta diventando insostenibile per la ormai quasi totale assenza di contributi
Il  sito Italia e il Mondo non riceve finanziamenti pubblici o pubblicitari. Se vuoi aiutarci a coprire le spese di gestione (circa 6.000 € all’anno), ecco come puoi contribuire:
– Postepay Evolution: Giuseppe Germinario – 5333171135855704;
– IBAN: IT30D3608105138261529861559
PayPal: PayPal.Me/italiaeilmondo
Tipeee: https://it.tipeee.com/italiaeilmondo
Puoi impostare un contributo mensile a partire da soli 2€! (PayPal trattiene 0,52€ di commissione per transazione).
Contatti: italiaeilmondo@gmail.com – x.com: @italiaeilmondo – Telegram: https://t.me/italiaeilmondo2 – Italiaeilmondo – LinkedIn: /giuseppe-germinario-2b804373

M. JAVAD ZARIF è professore associato di Studi globali presso l’Università di Teheran, nonché fondatore e presidente di Possibilities Architects. In precedenza ha ricoperto le cariche di vicepresidente dell’Iran, ministro degli Esteri e rappresentante permanente presso le Nazioni Unite.

AscoltaCondividi e
Scarica

Stampa

Salva

Gli Stati Uniti hanno ripreso gli attacchi contro l’Iran. Il memorandum d’intesa che Teheran e Washington avevano siglato il mese scorso in Svizzera, rimasto in bilico per settimane, è finalmente saltato. «Penso che sia finita», ha dichiarato l’8 luglio il presidente degli Stati Uniti Donald Trump. «Non voglio più avere a che fare con [l’Iran]».

Il fatto che il memorandum sia fallito non è sorprendente. L’Iran e gli Stati Uniti avevano interpretazioni divergenti delle disposizioni dell’accordo, in particolare quelle relative allo Stretto di Hormuz. Teheran riteneva di aver promesso, secondo la formulazione del memorandum, di «adottare tutte le misure possibili per garantire il passaggio sicuro delle navi commerciali a titolo gratuito, per soli 60 giorni». Riteneva inoltre che, insieme all’Oman e agli altri Stati del Golfo Persico, avrebbe «definito la futura gestione e i servizi marittimi nello Stretto di Ormuz». Washington, invece, riteneva che l’Iran avesse accettato di consentire incondizionatamente il libero passaggio attraverso lo stretto e che gli Stati Uniti non fossero tenuti a rispettare le disposizioni stabilite dall’Iran. L’accordo non avrebbe mai potuto sopravvivere a una tale divergenza. La ripresa del confronto militare non era tanto una questione di «se», quanto piuttosto di «quando».

Tuttavia, non è nell’interesse né dell’Iran né degli Stati Uniti perpetuare la guerra. Sebbene il popolo e le forze armate iraniane abbiano difeso il proprio Paese da due potenze dotate di armi nucleari, continuano a considerare il conflitto come qualcosa che è stato loro imposto, uno scontro che non hanno mai desiderato iniziare. Washington, dal canto suo, sta distogliendo l’attenzione dal proprio obiettivo geopolitico principale. Da oltre un decennio, le successive amministrazioni statunitensi condividono l’obiettivo generale di ridurre l’onere a lungo termine del proprio Paese in Asia occidentale per concentrarsi sull’Indo-Pacifico, avviando quella che vari funzionari hanno definito una «svolta verso l’Asia». Le passate politiche di Washington nei confronti dell’Iran – tra cui l’accordo nucleare del 2015, gli Accordi di Abramo (in cui diversi Stati arabi hanno normalizzato le relazioni con Israele dopo negoziati mediati dagli Stati Uniti, creando un solido blocco contro l’Iran e di fatto esternalizzando gran parte del ruolo regionale degli Stati Uniti a Israele), i suoi attacchi del giugno 2025 contro il Paese e la guerra che ha lanciato a febbraio – sono tutti strumenti che ha impiegato per raggiungere questo fine. Ma, come dimostra chiaramente l’attuale conflitto, Washington non può eliminare il governo iraniano. Solo la diplomazia, un nuovo accordo di pace e un nuovo quadro di sicurezza elaborato dagli Stati della regione e per gli Stati della regione consentiranno agli Stati Uniti di rivolgere la propria attenzione altrove.

PARLIAMO CHIARO

Gli scontri militari dell’ultimo anno non si sono limitati a mettere alla prova le capacità dell’Iran, di Israele e degli Stati Uniti. Hanno messo in discussione presupposti di lunga data riguardo alla coercizione, alla deterrenza e al futuro dell’Asia occidentale. Gli Stati Uniti e Israele hanno dato il via ai recenti conflitti con l’Iran partendo dal presupposto che una pressione militare prolungata potesse costringere Teheran alla sottomissione o innescare il crollo della Repubblica Islamica. Invece, si sono ritrovati impantanati in una situazione strategica senza via d’uscita. Nessuna delle loro azioni, compresi gli attacchi senza precedenti contro la leadership politica e militare iraniana e i danni significativi inflitti alle infrastrutture del Paese, ha costretto Teheran a cambiare rotta. La sua integrità territoriale e il suo sistema politico hanno resistito, dimostrando la resilienza della nazione iraniana e la sua capacità di difendere la propria sovranità anche nelle circostanze più estreme.

Iscriviti a Foreign Affairs This Week

Le migliori selezioni della nostra redazione, inviate gratuitamente nella tua casella di posta ogni venerdì.Iscriviti 

* Si prega di notare che, fornendo il proprio indirizzo e-mail, l’abbonamento alla newsletter sarà soggetto all’Informativa sulla privacy e alle Condizioni d’uso di Foreign Affairs.

Le potenze esterne devono prendere atto di questo fatto e comprenderne le implicazioni. La capacità dell’Iran di resistere a una pressione militare prolungata ha reso più difficile escludere Teheran da qualsiasi futura architettura di sicurezza regionale. Ciò include, innanzitutto, il ruolo fondamentale dell’Iran nel garantire il passaggio delle forniture energetiche e del traffico commerciale attraverso lo Stretto di Hormuz. Teheran ha nuovamente bloccato gran parte dell’accesso allo stretto — cosa che molti analisti occidentali hanno interpretato come prova del fatto che l’Iran sia una potenza ostile che intende esercitare coercizione economica, destabilizzare i mercati petroliferi globali e limitare la libertà di navigazione. Ma l’Iran ha destabilizzato i mercati energetici per una ragione strategica ben precisa: costringere gli Stati Uniti e i loro partner a porre fine alla loro campagna volta a distruggere l’Iran.

La guerra, in altre parole, ha costretto l’Iran a considerare ora lo stretto come una questione esistenziale per la propria sicurezza. Prima che le ostilità su larga scala avessero inizio alla fine di febbraio, l’Iran tollerava generalmente la navigazione attraverso quella via d’acqua senza interferenze, anche se le sanzioni statunitensi — sostenute dai partner di Washington — impedivano all’Iran di accedere a molte delle merci che transitavano attraverso lo stretto. Le sanzioni americane hanno di fatto chiuso lo Stretto di Ormuz al commercio iraniano, lasciandolo invece aperto a quasi tutti gli altri. Gli attacchi statunitensi e israeliani hanno posto fine a tale tolleranza, sia tra i comandanti militari iraniani sia, cosa ancora più importante, tra la stragrande maggioranza della popolazione. Oggi, l’obiettivo primario dell’Iran nello stretto è garantire che gli avversari non possano sfruttare la via navigabile per preparare, facilitare o sostenere azioni coercitive contro l’Iran, siano esse di natura militare, politica o economica. La distinzione, in precedenza accettata, tra traffico commerciale e transito militare è stata offuscata. In tempo di pace, il diritto marittimo internazionale definisce le aspettative. Ma in tempo di guerra, anche le leggi internazionali di guerra danno priorità alla sopravvivenza nazionale.

Se vogliono la pace, gli Stati Uniti devono considerare il ruolo di Israele.

L’Iran agisce ora nella convinzione che le rotte marittime non possano essere politicamente neutre se facilitano il trasporto di sistemi d’arma, componenti aeronautici, risorse di intelligence o supporto logistico per gli Stati Uniti e i loro partner regionali. Poiché le armi e le tecnologie che in seguito hanno colpito il territorio, le infrastrutture e i civili iraniani sono transitate attraverso lo Stretto di Hormuz, i responsabili politici iraniani hanno tutto il diritto di limitare il flusso del traffico fintanto che la guerra persiste, fintanto che continua la coercizione economica contro l’Iran e fintanto che vengono attivamente perseguiti gli sforzi volti a minare il diritto dell’Iran di salvaguardare i propri interessi nello stretto. È semplicemente troppo difficile per Teheran determinare quali navi trasportino merci commerciali e quali invece trasportino materiali che minacciano il diritto all’esistenza dell’Iran. I movimenti marittimi nel Golfo Persico devono essere interpretati alla luce delle norme relative ai conflitti armati e delle intenzioni strategiche, piuttosto che in base alle regole che disciplinano i periodi di pace.

Tuttavia, per Teheran, il potere di leva offerto dallo stretto è fragile. Se l’Iran minacciasse ripetutamente il traffico marittimo, potrebbe mettere gran parte del mondo contro di sé. Una chiusura prolungata potrebbe inoltre portare ad un’accelerazione degli investimenti internazionali in oleodotti, porti e corridoi logistici terrestri che aggirino del tutto la via navigabile. Se i mercati globali riuscissero a diversificare le proprie rotte allontanandosi dallo stretto, l’Iran non sarebbe più in grado di utilizzare la sua potenziale chiusura come deterrente. Teheran deve quindi dar prova di moderazione, così come gli altri Stati devono astenersi dall’adottare misure economiche, politiche e militari che potrebbero nuocere agli interessi dell’Iran nello stretto. Tra queste figurano l’imposizione di sanzioni che impedirebbero di fatto all’Iran di beneficiare della libertà di navigazione, la formazione di una coalizione diplomatica contro l’Iran o il trasporto attraverso le acque dello stretto di equipaggiamento militare dannoso per la sicurezza iraniana. Il modo migliore per realizzare questi obiettivi sarebbe istituire una rete di sicurezza regionale che rafforzi la fiducia tra gli Stati costieri del Golfo Persico attraverso il dialogo e la cooperazione. Questo approccio porrebbe fine alla presenza militare destabilizzante e all’avventurismo delle potenze esterne, eliminando la ragion d’essere della loro presenza. Come previsto nel memorandum, l’Iran e l’Oman «definiranno la futura amministrazione e i servizi marittimi nello Stretto di Ormuz, in consultazione con gli altri Stati costieri del Golfo Persico, in linea con il diritto internazionale applicabile e i diritti sovrani degli Stati costieri dello Stretto di Ormuz».

TRATTATIVA SERIA

Lo Stretto di Ormuz rimane un punto nevralgico cruciale. Ma non è certo l’unica fonte di tensione tra Teheran e Washington. Per porre fine ai combattimenti, l’Iran e gli Stati Uniti devono gestire le loro divergenze più ampie.

Gli obiettivi di entrambe le parti dovrebbero essere modesti: Teheran e Washington non possono essere amiche. Le recenti guerre, in cui gli Stati Uniti e Israele hanno ucciso la guida suprema dell’Iran, i suoi alti comandanti e innocenti scolari, hanno aggravato le ferite storiche del Paese. Questi rancori non saranno dimenticati né perdonati, ma non devono necessariamente sfociare in continui scontri o in un’escalation. La chiave sarà garantire che i futuri impegni diplomatici, a differenza di quelli passati, gestiscano le divergenze in modo pragmatico. Le controversie tra Stati Uniti e Iran sono talvolta il risultato di differenze identitarie fondamentali che richiedono un dialogo chiarificatore. Altre volte, sono il frutto di una reciproca diffidenza che ostacola la cooperazione su interessi tattici comuni. A volte, si tratta di questioni politiche negoziabili che si prestano a un compromesso strategico. Per andare avanti, entrambi i Paesi dovranno distinguere tra valori esistenziali e obiettivi condivisi e transazionali, evitando di impegnarsi in inutili tentativi di acquisire maggiore potere contrattuale.

Un accordo di sicurezza realistico tra Stati Uniti e Iran richiederà, in ultima analisi, un quadro di non aggressione reciproca che impedisca alle controversie sull’identità di sfociare nella violenza. Teheran e Washington potrebbero quindi coordinarsi sulle sfide comuni, quali la stabilizzazione dell’Afghanistan, la lotta al traffico di droga e la gestione dei flussi migratori. Gli Stati Uniti riconoscerebbero l’integrità territoriale dell’Iran, rimuoverebbero le designazioni di terrorismo dall’Iran e dalle sue agenzie e revocerebbero definitivamente tutte le sanzioni. Washington si impegnerebbe inoltre ad aiutare l’Iran a ricostruirsi dalle devastazioni causate dalla propria aggressione, come promesso nel memorandum, istituendo un fondo di investimento da 300 miliardi di dollari a favore del Paese. In cambio, l’Iran acconsentirebbe a fornire garanzie permanenti di non proliferazione nucleare, quali la ratifica del Protocollo aggiuntivo dell’Agenzia internazionale per l’energia atomica (AIEA), che garantisce agli ispettori dell’AIEA un accesso più ampio agli impianti nucleari di uno Stato. L’Iran potrebbe codificare a livello legislativo la fatwa contro le armi nucleari emanata dal defunto leader supremo iraniano, l’ayatollah Ali Khamenei.

Se vogliono la pace, gli Stati Uniti devono considerare il ruolo di Israele. Oltre ad aver dato il via alla prima guerra contro l’Iran, nel giugno 2025, e ad aver convinto Trump a partecipare all’inizio della seconda, i governi israeliani che si sono succeduti si sono costantemente opposti alle iniziative statunitensi volte a ridurre le tensioni e a stabilizzare l’Asia occidentale, tra cui l’accordo nucleare del 2015 e il recente memorandum d’intesa. Qualsiasi sforzo volto a impedire il riaccendersi del conflitto deve quindi fare i conti con questo elemento di disturbo, il cui desiderio di continuare a combattere – a prescindere dai costi – va contro gli interessi degli Stati Uniti. Il comportamento di Israele non solo impedisce la pace con l’Iran, ma destabilizza anche l’intero Asia occidentale. Attraverso l’espansione degli insediamenti occupati, il genocidio a Gaza e la devastazione del Libano, Israele ha dimostrato ripetutamente di voler seminare il caos in tutta la regione per mantenere il proprio dominio militare.

Spetterà agli Stati Uniti e ai loro partner affrontare questa persistente fonte di instabilità. Sia Trump che il vicepresidente statunitense JD Vance si sono impegnati, nel primo paragrafo del memorandum, a «garantire l’integrità territoriale e la sovranità del Libano». Allo stesso tempo, tuttavia, il Segretario di Stato americano Marco Rubio ha avviato una campagna attiva volta a minare tale disposizione durante la sua visita nella regione il mese scorso, in parte ricorrendo a misure coercitive per costringere il governo libanese a un accordo unilaterale con Israele, mentre Israele continua a occupare parti del Libano. Le incoerenze dell’amministrazione e la sua indifferenza nei confronti delle difficoltà quotidiane del popolo palestinese devono cessare. Washington deve invece iniziare a esercitare una pressione concreta su Israele.

NESSUN PUNTO DEBOLE

Israele non è certo l’unico attore in grado di influenzare il successo di un accordo di pace tra Teheran e Washington. L’Iran e i suoi vicini più prossimi nel Golfo Persico farebbero bene a elaborare un piano che ponga fine ai decenni di tensione tra loro — iniziata con la guerra Iran-Iraq del 1980-88 e proseguita fino ad oggi, a discapito di tutti. Ciò significa che l’Asia occidentale deve abbandonare un modello di sicurezza che fa affidamento sulle potenze straniere, una tendenza che ha portato le forze statunitensi nella regione e ha causato il protrarsi del conflitto. Per anni questo approccio si è rivelato disastroso, come ha dimostrato per la prima volta l’invasione irachena del Kuwait a seguito della guerra Iran-Iraq e come hanno ulteriormente illustrato le recenti ostilità. Cercare di affidare la sicurezza alle potenze globali non può garantire una sicurezza autentica, per non parlare della stabilità necessaria per uno sviluppo economico sostenibile.

I paesi dell’Asia occidentale dovrebbero invece iniziare a integrarsi meglio tra loro, in modo che la forza di ciascuno Stato rafforzi la stabilità di tutti gli altri. Gli iraniani hanno già proposto diversi elementi fondamentali per questo tipo di ordine. In qualità di vicepresidente nel 2024, ho chiesto l’istituzione di un dialogo istituzionalizzato tra gli Stati della regione, basato sul rispetto reciproco, sulla non ingerenza e, infine, su accordi di non aggressione. Tale dialogo prevederebbe misure volte a rafforzare la fiducia, quali programmi di assistenza umanitaria nelle zone di conflitto, iniziative congiunte di lotta al terrorismo e campagne mediatiche collaborative volte a promuovere la convivenza. Ho inoltre proposto una rete nucleare regionale, compreso un consorzio per l’arricchimento dedicato esclusivamente all’applicazione pacifica della scienza nucleare. I suoi membri metterebbero in comune le competenze regionali, promuoverebbero la collaborazione scientifica e rafforzerebbero la fiducia attraverso accordi di verifica cooperativa che garantiscano che nessun membro persegua lo sviluppo di armi nucleari. La Cina e la Russia, insieme agli Stati Uniti, potrebbero contribuire a istituire tale consorzio per l’arricchimento del combustibile con l’Iran e i paesi vicini interessati nel Golfo Persico, che dovrebbe poi diventare l’unico impianto di arricchimento del combustibile per l’Asia occidentale.

Per garantire che il successo di ciascun paese vada a beneficio degli altri, i governi dell’Asia occidentale vorranno creare un ecosistema economico regionale integrato. Potrebbero, ad esempio, istituire un fondo di sviluppo per l’Asia occidentale che finanzi la ricostruzione post-conflitto, l’assistenza sanitaria, l’istruzione e le infrastrutture essenziali. Una connettività regionale senza soluzione di continuità — ferrovie transnazionali, condotte energetiche, infrastrutture digitali e rotte marittime — potrebbe facilitare la circolazione di capitali e merci. Altre istituzioni comuni potrebbero aiutare gli Stati dell’Asia occidentale ad affrontare minacce esistenziali condivise, quali il cambiamento climatico e la scarsità d’acqua.

Se questa regione riuscisse a costruire istituzioni significative e condivise, potrebbe conoscere uno sviluppo senza precedenti. Essa possiede abbondanti risorse naturali, civiltà profondamente radicate e una popolazione giovane e istruita. Il solo Iran apporta un vasto territorio, competenze scientifiche avanzate e un capitale umano di livello mondiale. Gli Stati arabi offrono capacità finanziarie, di investimento e gestionali senza pari, insieme a reti commerciali globali. Il Pakistan e la Turchia contribuiscono con significative capacità industriali e peso geopolitico.

Nulla di tutto ciò sarà facile, dati i decenni di sfiducia e sospetto all’interno della regione, anche tra alcuni Stati arabi e tra questi ultimi e l’Iran. Ma l’Asia occidentale non deve necessariamente rimanere prigioniera del suo passato violento. Le recenti guerre hanno dimostrato non solo i costi catastrofici dello scontro militare, ma anche i limiti di ciò che la coercizione può ottenere. Sia Washington che i paesi arabi devono accettare che l’Iran sia una realtà permanente nel panorama regionale e che la regione non possa raggiungere la stabilità escludendolo. Allo stesso tempo, l’Iran deve accompagnare la sua fiducia, recentemente riaffermata, con la disponibilità a tendere una mano di amicizia ai propri vicini e a perseguire la sicurezza attraverso la cooperazione oltre che attraverso la deterrenza. E il mondo intero deve riconoscere che una stabilità duratura non può essere importata dall’esterno in Asia occidentale né imposta con la forza. Deve essere costruita dagli stessi popoli e Stati della regione.

Perdere la guerra del futuro_di Paul Sharre Come l’Europa può attirare l’attenzione di Putin _ di Alexander Gabuev

Perdere la guerra del futuro

In che modo le nuove tecnologie minacciano il vantaggio militare degli Stati Uniti

Paul Scharre

Luglio/agosto 2026Pubblicato il 23 giugno 2026

Daniel Downey

AscoltaCondividi e
Scarica

Stampa

Salva

CONTRIBUITE!!! La situazione finanziaria del sito sta diventando insostenibile per la ormai quasi totale assenza di contributi
Il  sito Italia e il Mondo non riceve finanziamenti pubblici o pubblicitari. Se vuoi aiutarci a coprire le spese di gestione (circa 6.000 € all’anno), ecco come puoi contribuire:
– Postepay Evolution: Giuseppe Germinario – 5333171135855704;
– IBAN: IT30D3608105138261529861559
PayPal: PayPal.Me/italiaeilmondo
Tipeee: https://it.tipeee.com/italiaeilmondo
Puoi impostare un contributo mensile a partire da soli 2€! (PayPal trattiene 0,52€ di commissione per transazione).
Contatti: italiaeilmondo@gmail.com – x.com: @italiaeilmondo – Telegram: https://t.me/italiaeilmondo2 – Italiaeilmondo – LinkedIn: /giuseppe-germinario-2b804373

Nella sua recente campagna contro l’Iran, gli Stati Uniti hanno dominato i cieli grazie alla loro tradizionale potenza aerea. Le forze armate statunitensi hanno martellato obiettivi iraniani, conducendo oltre 13.000 attacchi. Tale abilità e quella potenza di fuoco devastante non hanno impedito all’Iran di contrattaccare. Nel corso del conflitto durato 39 giorni, iniziato il 28 febbraio e terminato l’8 aprile, l’Iran ha lanciato oltre 2.200 missili e 4.400 droni contro i paesi della regione. Almeno otto velivoli statunitensi sono stati distrutti o danneggiati dagli attacchi iraniani. Sono stati colpiti diversi radar statunitensi e sette membri delle forze armate statunitensi hanno perso la vita. E al momento della stesura di questo articolo, il regime iraniano rimane al potere e mantiene una morsa sullo Stretto di Ormuz. Gli Stati Uniti non hanno raggiunto i propri obiettivi in questa guerra, nonostante siano, sotto ogni punto di vista, di gran lunga più potenti dell’Iran.

Il primato tecnologico su cui l’esercito statunitense ha a lungo fatto affidamento per assicurarsi un vantaggio sui concorrenti sta venendo meno. A differenza delle epoche passate, quando gli Stati Uniti mantenevano un notevole vantaggio nei settori della tecnologia stealth e delle armi a guida di precisione, l’era attuale non garantirà agli Stati Uniti alcun vantaggio nelle tecnologie che stanno oggi trasformando l’arte della guerra: i droni e l’intelligenza artificiale.

Il conflitto con l’Iran ha rappresentato per gli Stati Uniti il primo assaggio di una nuova era bellica. Le tecnologie emergenti stanno livellando il campo di battaglia tra Washington e i suoi avversari. La diffusione di tecnologie accessibili relative ai droni e alle capacità di intelligenza artificiale sta offrendo agli Stati più piccoli e agli attori non statali la possibilità di competere al di sopra delle proprie possibilità. Tali avversari possono ora colpire le basi di retroguardia statunitensi, causando vittime e danneggiando costosi velivoli statunitensi. Gli attacchi missilistici iraniani contro le basi statunitensi nel Golfo hanno distrutto un velivolo di allerta precoce E-3 Sentry. Tale perdita è ancora più grave del costo dell’aereo, pari a 300 milioni di dollari, poiché la flotta statunitense di velivoli E-3 è ora ridotta a soli 15 esemplari e il programma di sostituzione richiederà anni. I missili iraniani hanno colpito cinque aerei da rifornimento KC-135 Stratotanker, oltre a numerosi radar terrestri statunitensi.

I droni hanno trasformato non solo le dinamiche della guerra, ma anche la sua economia. Nel Golfo e altrove, i droni aerei e navali e i missili a basso costo possono mettere fuori uso mezzi molto più costosi. L’Ucraina ha utilizzato imbarcazioni-drone kamikaze e missili antinave per decimare la flotta russa del Mar Nero, affondando 13 navi dopo due anni di guerra e danneggiandone altre decine. Un’imbarcazione-drone da 300.000 dollari può mettere fuori uso una nave da guerra che costa centinaia di milioni di dollari.

Iscriviti a Foreign Affairs This Week

Le migliori selezioni della nostra redazione, inviate gratuitamente nella tua casella di posta ogni venerdì.Iscriviti 

* Si prega di notare che, fornendo il proprio indirizzo e-mail, l’abbonamento alla newsletter sarà soggetto all’Informativa sulla privacy e alle Condizioni d’uso di Foreign Affairs.

Gli Stati Uniti dispongono ancora dell’esercito più potente al mondo, ma non sono ancora preparati per una nuova era di guerra caratterizzata da queste realtà. Devono produrre un maggior numero di droni e intercettori a basso costo e devono adattarsi meglio alle esigenze della competizione nel campo dell’intelligenza artificiale. Proprio come le forze armate non possono accumulare potenza aerea senza costruire aerei e non possono dominare i mari senza navi, non possono vincere nell’era dell’IA senza sfruttare i dati, acquisire potenza di calcolo e imparare a utilizzare al meglio i modelli di IA. Per mantenere un vantaggio sul campo di battaglia, le forze armate statunitensi devono trovare il modo di assimilare in modo efficiente queste nuove tecnologie. Ciò richiederà il superamento delle barriere culturali e burocratiche all’interno delle forze armate, la creazione di rapporti più stretti con il settore privato e l’individuazione di nuovi modi per valutare la potenza militare. Ma se le forze armate statunitensi non si adatteranno in questo modo, si troveranno sempre più spesso a dover affrontare avversari alla pari sul campo di battaglia. Dopo decenni di dominio assicurato dal proprio vantaggio tecnologico, gli Stati Uniti vedranno la propria posizione indebolirsi per aver lasciato che il proprio vantaggio sfuggisse pericolosamente.

IL GIOCO DEI DRONI

Gli Stati Uniti hanno da tempo fatto affidamento sull’innovazione tecnologica per ottenere un vantaggio sui propri avversari. All’inizio della guerra fredda, i responsabili della pianificazione della difesa statunitense contavano sulle armi nucleari per controbilanciare la superiorità numerica delle forze armate sovietiche in Europa. Negli anni ’70, gli Stati Uniti hanno dato il via alla rivoluzione informatica nella propria pianificazione militare, e i progressi nel campo dei semiconduttori, delle reti informatiche e dei satelliti hanno permesso loro di acquisire un vantaggio nei sistemi stealth, nelle armi a guida di precisione e nel GPS. Queste tecnologie si sono rivelate inestimabili nella Guerra del Golfo del 1990–91, quando gli Stati Uniti smantellarono sistematicamente l’esercito iracheno. Il loro effetto fu ancora più impressionante durante l’invasione dell’Iraq del 2003, quando le forze statunitensi conquistarono Baghdad in sole tre settimane. Nel 2014, il Pentagono ha lanciato la strategia del «terzo offset», che mirava a utilizzare la robotica e l’intelligenza artificiale per compensare la superiorità numerica delle forze cinesi e russe. Questa strategia ha spinto l’esercito statunitense a sfruttare la tecnologia di intelligenza artificiale proveniente dal settore commerciale e ha convinto i funzionari statunitensi di poter consolidare un vantaggio tecnologico duraturo sugli avversari.

Ma questa volta una strategia del genere non funzionerà. Gli Stati Uniti non hanno più un vantaggio evidente nel campo delle tecnologie emergenti e non saranno in grado di conquistarne uno.

Prendiamo, ad esempio, i veicoli senza equipaggio. I droni a basso costo sono ampiamente disponibili in tutto il mondo e gli Stati Uniti non saranno in grado di impedire ai propri concorrenti di impiegarli in gran numero. Negli ultimi anni l’Iran si è affermato come uno dei principali produttori di droni a basso costo e ne ha forniti migliaia alla Russia per la sua guerra in Ucraina. Sulla base dei progetti iraniani, la Russia ne ha prodotti altre decine di migliaia.

In teoria, gli Stati Uniti dovrebbero essere in grado di produrre un numero enorme di queste armi. I droni a basso costo non richiedono alcuna tecnologia speciale. Ma nella pratica, l’esercito statunitense ha faticato a mettere in campo droni economici in quantità significative. L’Ucraina produce quattro milioni di droni all’anno, mentre l’esercito statunitense ne sta acquistando solo 50.000.

I vertici del Pentagono, sia nell’amministrazione Biden che in quella Trump, hanno fatto della produzione di droni a basso costo una priorità, ma alcuni problemi strutturali hanno ostacolato il processo. I piccoli droni militari si basano su una tecnologia originariamente sviluppata per il mercato commerciale degli hobbisti, dominato dall’azienda cinese DJI. L’esercito statunitense, giustamente, non vuole dipendere dall’hardware militare del suo principale concorrente, quindi finisce per acquistare droni di fabbricazione statunitense molto più costosi (che spesso utilizzano comunque componenti cinesi).

La potenza di calcolo è analoga alla capacità produttiva nell’era industriale.

Ciò che è ancora più preoccupante è che gli Stati Uniti semplicemente non sono in grado di costruire nulla a basso costo, di reagire rapidamente o di aumentare rapidamente la produzione. Per decenni, la produzione della difesa statunitense ha seguito costantemente una curva dei costi verso piattaforme di difesa sempre più «raffinate» — termine militare che indica armi avanzate, costose e prodotte in pochi esemplari. I droni, al contrario, hanno spostato l’equilibrio del panorama militare verso armi a basso costo, sacrificabili (o usa e getta), che possono essere prodotte in grandi quantità.

Gli Stati Uniti hanno tardato ad adeguarsi. L’iniziativa “Replicator” del Dipartimento della Difesa del 2023 mirava a mettere rapidamente in campo migliaia di sistemi autonomi a basso costo, ma ne ha prodotti solo alcune centinaia. L’attuale leadership del Pentagono ha annunciato piani per espandere la produzione di droni a basso costo, stanziando oltre 1 miliardo di dollari per produrne 340.000 entro il 2027. L’esercito si è posto un obiettivo ancora più ambizioso: produrre almeno un milione di droni entro il 2028. Per raggiungere questi obiettivi, le forze armate dovranno garantire finanziamenti costanti e consistenti per costruire una base industriale dedicata ai piccoli droni, che al momento non esiste su scala significativa.

Ma la tecnologia dei droni non resta ferma. Presto questi velivoli saranno in grado di operare con maggiore autonomia e in più stretto coordinamento con altre macchine. La maggior parte dei droni odierni è pilotata a distanza o utilizza sistemi di automazione semplici, come seguire waypoint prestabiliti o tornare alla base se perdono la connessione con un pilota umano. L’Ucraina è diventata un banco di prova per funzionalità autonome più sofisticate. Ad esempio, molti droni ucraini dispongono di una guida terminale autonoma, che consente al velivolo senza equipaggio di navigare autonomamente per diverse centinaia di metri fino al bersaglio qualora le interferenze nemiche interrompano il collegamento di comunicazione tra il velivolo e il pilota umano. L’Ucraina sta inoltre producendo droni d’attacco a lungo raggio in grado di percorrere fino a 600 miglia e di navigare in modo autonomo senza GPS, confrontando le immagini delle telecamere di bordo con immagini satellitari precaricate. Queste innovazioni saranno adottate ben oltre i confini dell’Ucraina. Presto un numero crescente di paesi e attori non statali disporrà di droni simili, in grado di colpire obiettivi anche quando gli avversari riescono a bloccare le comunicazioni e a impedire al drone di accedere al GPS. I droni saranno dotati di sistemi di guida autonoma sempre più sofisticati che consentiranno loro di perlustrare vaste aree e di identificare e attaccare obiettivi in completa autonomia.

Questi progressi cambieranno profondamente la guerra. Quelli che oggi sono semplici droni diventeranno gli sciami intelligenti di domani: migliaia di droni che reagiscono in tempo reale alle mutevoli condizioni sul campo di battaglia. Gli sciami saranno utilizzati per dare la caccia a bersagli mobili, condurre attacchi simultanei per sopraffare le difese e costruire reti di comunicazione e logistica resistenti alle interferenze, alle interruzioni o agli attacchi nemici. Gli sciami di robot autonomi saranno in grado di agire con una velocità, un coordinamento e un dinamismo che i piloti umani non potrebbero mai eguagliare.

Sfruttare appieno gli sciami di droni richiederà un ripensamento radicale del comando e controllo militare, delle strutture organizzative e del modo in cui i comandanti umani dirigono le forze militari sul campo di battaglia. Gli operatori militari non piloteranno direttamente i droni. Comanderanno interi sciami composti da centinaia o migliaia di droni, i quali coordineranno autonomamente il proprio comportamento. Le forze armate dovranno stabilire quali tipi di direttive impartire agli sciami e in che modo i droni autonomi dovranno coordinarsi tra loro. Ciò richiederà un cambiamento significativo rispetto ai modelli tradizionali di comando militare, sostituendo le strutture gerarchiche con altre più decentralizzate.

Un robot militare, San Francisco, febbraio 2026Aleksandra Michalska / Reuters

I droni stanno già cambiando le dinamiche sul campo di battaglia in modi che gli Stati Uniti non hanno ancora affrontato. Nella guerra in Ucraina, ad esempio, la presenza costante di droni nei cieli ha reso difficile per entrambe le parti concentrare le forze. I droni sono ora responsabili della maggior parte delle vittime russe, soppiantando l’artiglieria. La guerra in Iran ha dimostrato come i droni abbiano reso vulnerabili le basi lontane dal fronte. L’esercito statunitense dovrà adattarsi a questa nuova realtà, investendo maggiormente in mimetizzazione, esche e altri metodi per eludere il rilevamento, nonché nella dispersione delle forze per ridurre i rischi.

Gli Stati Uniti hanno inoltre bisogno di soluzioni più convenienti per difendersi dall’enorme numero di missili e droni a basso costo che gli avversari possono lanciare. La difesa missilistica ha fatto passi da gigante nei 35 anni trascorsi dalla Guerra del Golfo, quando le batterie Patriot statunitensi si rivelarono quasi del tutto inefficaci nell’abbattere i missili Scud iracheni diretti contro Israele. Ma anche la tecnologia missilistica offensiva si è evoluta e la minaccia rappresentata dai droni è cresciuta a dismisura. L’effetto netto è stato che gli Stati Uniti hanno perso terreno nonostante abbiano accelerato il passo. Oggi i sistemi di difesa missilistica sono efficaci ma costosi. Gli Stati Uniti, Israele e i paesi del Golfo hanno abbattuto 1.700 missili balistici e droni iraniani dalla fine di febbraio, ma il rapporto costi-benefici ha fortemente favorito l’Iran. Intercettare un drone Shahed da 35.000 dollari (o, secondo alcune stime recenti, da 7.000 dollari) con un missile Patriot da 4 milioni di dollari non potrà mai essere altro che una vittoria di Pirro. Washington vede le perdite accumularsi nel bilancio.

L’esercito americano non dispone di un numero sufficiente di missili intercettori, e la guerra contro l’Iran ha gravemente ridotto le scorte statunitensi. Solo dall’inizio della guerra, gli Stati Uniti hanno utilizzato circa la metà dei propri missili Patriot e tra il 50 e l’80 per cento dei propri missili intercettori THAAD. L’amministrazione Trump sta adottando misure per espandere la capacità produttiva, ma ci vorranno anni per ricostituire le scorte esaurite. L’esaurimento di queste scorte renderà le forze statunitensi vulnerabili non solo in Medio Oriente, ma anche in Asia e in Europa.

Come nel caso dei droni a basso costo, il Pentagono sta adottando misure per sviluppare e aumentare la produzione di intercettori a basso costo. Gli intercettori statunitensi del tipo “Coyote” costano circa 125.000 dollari l’uno, mentre quelli del tipo “Merops” costano circa 15.000 dollari l’uno, un notevole miglioramento rispetto ai missili da un milione di dollari. Washington dovrà aumentare la produzione di questi intercettori più economici solo per stare al passo con la crescente minaccia.

NEXT TOP MODEL

L’intelligenza artificiale porterà cambiamenti ancora più radicali nell’arte della guerra. Sebbene gli Stati Uniti ospitino le aziende leader a livello mondiale nel campo dell’intelligenza artificiale, i progressi in questo settore accelereranno ulteriormente l’erosione della superiorità tecnologica militare americana. Washington è ossessionata dalla presunta “corsa all’intelligenza artificiale” tra Stati Uniti e Cina, ma la realtà odierna è essenzialmente quella di una parità tecnologica.

I modelli di IA cinesi sono in ritardo rispetto a quelli americani all’avanguardia solo di pochi mesi. Aziende cinesi come DeepSeek, Moonshot e MiniMax sfruttano di fatto i modelli statunitensi, utilizzandoli per addestrare i propri modelli a un costo irrisorio. Anthropic, OpenAI e Google hanno tutte individuato e segnalato concorrenti stranieri che stavano conducendo iniziative su larga scala per estrarre informazioni dai modelli americani, violando i termini di servizio di tali modelli. Le aziende cinesi compensano il loro accesso limitato ai chip avanzati per l’IA — limitato dai controlli sulle esportazioni statunitensi — copiando i risultati ottenuti dalle aziende statunitensi che possiedono i chip più potenti e avanzati. Questa tecnica, chiamata «distillazione avversaria», annulla di fatto il vantaggio americano nelle capacità di IA più all’avanguardia.

Un altro ambito in cui gli Stati Uniti hanno goduto fino a poco tempo fa di un vantaggio competitivo è l’uso dell’IA per trasformare l’analisi dei dati di intelligence e la pianificazione operativa. I modelli linguistici di grandi dimensioni sono integrati nel Maven Smart System di Palantir, che riunisce informazioni provenienti da molteplici fonti in un’unica interfaccia per consentire agli analisti di valutare il campo di battaglia. L’IA permette agli analisti dell’intelligence e ai pianificatori di sintetizzare enormi quantità di dati e pianificare attacchi. Secondo quanto riferito, l’esercito israeliano avrebbe utilizzato sistemi di apprendimento automatico per elaborare i dati e suggerire obiettivi da colpire a Gaza, ma le operazioni dell’esercito statunitense contro l’Iran rappresentano probabilmente il primo impiego significativo di modelli linguistici di grandi dimensioni sul campo di battaglia. In Iran, dove gli aerei da guerra statunitensi sono stati spesso reindirizzati verso nuovi obiettivi durante il volo, l’esercito statunitense ha utilizzato l’IA per stabilire le priorità tra gli obiettivi e definire pacchetti di attacchi in uno spazio di battaglia mutevole e dinamico.

Il primato tecnologico degli Stati Uniti sta venendo meno.

Ma nel giro di pochi mesi, le forze armate cinesi avranno accesso a modelli di IA con le stesse capacità. Di fatto, ogni gruppo militare e non statale del pianeta avrà accesso a questo tipo di strumenti; dopotutto, l’IA non è un segreto gelosamente custodito da determinati governi, ma il frutto del settore commerciale, e tali innovazioni si diffondono in tutto il mondo piuttosto rapidamente. Sebbene le principali aziende americane siano disposte a collaborare con le forze armate statunitensi, la tecnologia dell’IA si diffonde più rapidamente di quanto l’esercito possa ragionevolmente integrarla e adottarla, per non parlare poi di utilizzarla per trasformare le proprie operazioni. In effetti, ciò che conta di più per le forze armate non è quale paese sviluppi per primo un nuovo strumento o una nuova capacità di IA, ma quale esercito riesca ad adottarlo per primo.

Durante i periodi di profondi cambiamenti tecnologici, ciò che determina il successo relativo di un esercito è la sua capacità di impiegare al meglio le nuove tecnologie. All’inizio del XX secolo, ad esempio, tutte le principali potenze militari dell’epoca avevano accesso a nuove armi quali carri armati, sottomarini e aerei. La sfida consisteva nel capire come utilizzarle al meglio.

Il periodo tra la Prima e la Seconda guerra mondiale vide le forze armate sperimentare nuove tecnologie e inventare nuove strutture organizzative, dottrine e programmi di addestramento per sfruttare queste armi. Il Regno Unito fu il primo a innovare con le portaerei, ma rimase indietro rispetto al Giappone e agli Stati Uniti nel periodo precedente alla Seconda guerra mondiale. La tecnologia aeronautica britannica era tra le più avanzate, ma gli ostacoli culturali e burocratici all’interno delle forze armate britanniche, come la decisione errata di affidare la responsabilità dell’aviazione navale alla Royal Air Force anziché alla marina, rallentarono l’adozione delle nuove tecnologie.

Questo è importante perché, più che le attrezzature e i sistemi all’avanguardia, sono i metodi a fare la differenza sul campo di battaglia. Dopotutto, la maggior parte delle guerre si combatte tra avversari che presentano una parità tecnologica approssimativa. In uno studio sulle guerre terrestri dal 1956 al 1992, lo studioso Stephen Biddle ha rilevato che il divario temporale tra gli avversari in termini di tecnologia militare era in media inferiore a tre anni.

ALL’AVANGUARDIA

Limitare la potenza di calcolo della Cina è essenziale per superare Pechino nell’adozione dell’IA e consentire alle forze armate statunitensi di utilizzare l’IA in modo più efficace, anche se la Cina ha accesso a modelli di IA con le stesse capacità. La potenza di calcolo è fondamentale per implementare l’IA su larga scala. L’utilizzo dei modelli di IA più avanzati richiede molta energia e potenza di calcolo, e le aziende tecnologiche stanno investendo centinaia di miliardi di dollari nella costruzione di enormi data center per soddisfare la domanda di IA. Oggi, la potenza di calcolo è più o meno analoga alla capacità produttiva dell’era industriale. Proprio come la capacità produttiva di un paese ne determinava la crescita economica e la potenza militare, la «potenza di calcolo» complessiva determinerà la potenza di un paese nel campo dell’IA e, di conseguenza, la sua forza.

Lo strumento più potente di cui dispongono gli Stati Uniti per rallentare i progressi della Cina nel campo dell’intelligenza artificiale è rappresentato dai controlli sulle esportazioni, che impediscono alle aziende cinesi di procurarsi chip avanzati e attrezzature per la produzione di semiconduttori. I chip sono essenziali per l’addestramento e l’utilizzo dei modelli di intelligenza artificiale più avanzati, e le aziende statunitensi controllano i punti nevralgici della catena di approvvigionamento della produzione di chip.

Sotto la prima amministrazione Trump e quella di Biden, il governo statunitense ha progressivamente inasprito i controlli sulle esportazioni verso la Cina di chip avanzati per l’IA e di apparecchiature per la produzione di chip. Tuttavia, nel gennaio 2026, l’amministrazione Trump ha invertito la rotta e ha approvato la vendita del chip H200 di Nvidia alla Cina. Ad aprile 2026, i chip non erano ancora stati trasferiti in Cina, nonostante il Dipartimento del Commercio avesse rilasciato licenze per quantità limitate e Nvidia avesse ricevuto ordini da clienti cinesi. Considerate le limitazioni generali nell’approvvigionamento di chip per lo sviluppo dell’IA e la domanda in forte aumento negli Stati Uniti, ogni chip venduto alla Cina rappresenta una perdita per Washington e un vantaggio per Pechino. L’amministrazione Trump dovrebbe ripristinare il divieto di esportazione di chip avanzati per l’IA verso la Cina, anziché cedere il primato degli Stati Uniti a un concorrente strategico.

L’amministrazione Trump dovrebbe inoltre collaborare con il Giappone e i Paesi Bassi per inasprire i controlli sulle esportazioni di apparecchiature per la produzione di chip verso la Cina. Gli impianti avanzati di produzione di chip si avvalgono di tecnologie provenienti dal Giappone, dai Paesi Bassi e dagli Stati Uniti. La Cina sta cercando disperatamente di aumentare la propria capacità produttiva interna di semiconduttori per ridurre la dipendenza dai chip stranieri. Tuttavia, senza l’accesso alle attrezzature fondamentali per la produzione di chip, la Cina non sarà in grado di produrre chip all’avanguardia. La prima amministrazione Trump ha esercitato una forte pressione sui Paesi Bassi affinché interrompessero le vendite alla Cina di apparecchiature per la litografia a ultravioletti estremi, macchine necessarie per realizzare i chip più avanzati. La Cina ha comunque continuato a compiere progressi utilizzando la tecnologia più datata della litografia a immersione con ultravioletti profondi, che non è soggetta a restrizioni.

Un soldato alle comandi di un drone, Hohenfels, Germania, aprile 2026Angelika Warmuth / Reuters

Naturalmente, cercare di limitare l’accesso della Cina all’hardware, come i chip e le apparecchiature per la loro produzione, servirà a ben poco per limitare i vantaggi che essa ricava dalla distillazione avversaria. Il governo statunitense dovrebbe inoltre collaborare con le aziende del settore dell’IA per contrastare i concorrenti stranieri che estraggono le capacità dei modelli americani. Il Congresso dovrebbe approvare una legge che protegga le aziende statunitensi da responsabilità antitrust quando condividono tra loro informazioni sulla distillazione avversaria, analogamente alla legislazione esistente in materia di minacce informatiche. Una migliore cooperazione tra le aziende statunitensi operanti nel settore dell’IA potrebbe migliorare le difese contro la distillazione avversaria attraverso la condivisione delle migliori pratiche e delle informazioni sulle minacce. Inoltre, Washington dovrebbe sanzionare le entità cinesi coinvolte nell’estrazione illecita delle capacità dei modelli di IA appartenenti ad aziende statunitensi. L’imposizione di sanzioni a specifiche aziende cinesi impedirebbe alle imprese statunitensi di collaborare con esse e, nel caso più estremo, escluderebbe le aziende cinesi responsabili dal sistema finanziario globale.

In alcuni casi, gli stessi laboratori di IA potrebbero voler impedire il rilascio pubblico di alcune delle funzionalità di IA più avanzate, il che potrebbe rallentarne la diffusione. OpenAI e Anthropic hanno adottato questo approccio nel ritardare il rilascio dei loro modelli più recenti, come Mythos di Anthropic, per timore che soggetti malintenzionati potessero utilizzarli per attacchi informatici offensivi. Anthropic ha stretto una partnership con diverse aziende tecnologiche leader nell’ambito del Progetto Glasswing per utilizzare il proprio modello di IA al fine di individuare e correggere le vulnerabilità informatiche prima che si diffondano funzionalità più pericolose. OpenAI ha creato un programma di “accesso fidato” che consente a migliaia di esperti di sicurezza informatica verificati di accedere agli strumenti di OpenAI per la difesa informatica.

Questi approcci possono offrire ai professionisti della sicurezza informatica un vantaggio iniziale nel contrastare le pericolose capacità dell’IA che stanno per arrivare, ma il tempo stringe. A ottobre 2025, il gruppo di ricerca sull’IA Epoch AI ha stimato che i modelli open-weight più potenti — ovvero quelli scaricabili da chiunque — fossero in ritardo di soli tre mesi rispetto ai modelli all’avanguardia. Limitare la diffusione rallenterà la proliferazione rendendo più difficile la distillazione avversaria, ma non sarà una soluzione permanente. Jack Clark, cofondatore di Anthropic, ha stimato nell’aprile 2026 che quelle che oggi sono considerate le capacità informatiche all’avanguardia dell’IA saranno ampiamente disponibili e open source entro 12-18 mesi.

Sul campo di battaglia sono i metodi, più che le attrezzature, a fare la differenza.

Washington non può fermare la proliferazione delle capacità di intelligenza artificiale, ma può comunque guadagnarsi un leggero vantaggio. Trasformare un vantaggio di tre mesi in uno di 18 mesi concede più tempo agli esperti di sicurezza informatica e alle forze armate statunitensi per adottare le più recenti tecnologie di intelligenza artificiale. In questo senso, l’approccio giusto alla tecnologia non garantirà agli Stati Uniti un vantaggio duraturo, ma offrirà a Washington un piccolo margine in quella che sarà una corsa senza sosta.

Gli Stati Uniti devono sfruttare questo tempo per innovare, sperimentare l’intelligenza artificiale e adattare le proprie organizzazioni e la propria dottrina per trarre il massimo vantaggio dalle tecnologie più recenti. Ciò richiederà un cambiamento di mentalità, passando dall’approccio ponderato e deliberato che le forze armate statunitensi adottano solitamente in tempo di pace a un approccio da tempo di guerra basato su iterazioni e adattamenti rapidi. Le forze armate statunitensi hanno rapidamente rivisto le proprie pratiche durante le guerre in Iraq e Afghanistan, mettendo rapidamente in campo equipaggiamenti e modificando le tattiche per contrastare la minaccia degli ordigni esplosivi improvvisati e per utilizzare droni nella sorveglianza degli insorti. I tradizionali processi burocratici del Pentagono per la definizione dei requisiti dei sistemi militari, la definizione dei costi di bilancio e l’approvvigionamento delle tecnologie non riusciranno a tenere il passo con l’IA né a rimanere un passo avanti rispetto agli avversari. Spinta da un senso di urgenza esistenziale, l’Ucraina ha portato la produzione a quattro milioni di droni all’anno. Con un PIL 140 volte superiore a quello dell’Ucraina, gli Stati Uniti dovrebbero essere in grado di avvicinarsi a tale cifra. Sebbene ci siano voluti anni prima che il Pentagono investisse in misura sufficiente in veicoli corazzati per contrastare seriamente la minaccia delle bombe lungo le strade in Iraq e Afghanistan, una volta che il Segretario alla Difesa Robert Gates ne fece una priorità nel 2007, le forze armate misero in campo 10.000 veicoli corazzati in circa un anno e mezzo.

Fortunatamente, l’attuale leadership del Pentagono è disposta a rompere gli schemi. Il Dipartimento della Difesa ha integrato modelli linguistici di grandi dimensioni nelle proprie reti classificate e non classificate, consentendo a tre milioni di utenti militari e civili in tutto l’apparato della difesa di accedere ai modelli di IA. La leadership del Pentagono sta inoltre ampliando il numero di modelli disponibili sulle reti, offrendo ai dipendenti l’accesso a una varietà di piattaforme di IA. I primi segnali sono positivi. Il Dipartimento della Difesa ha riferito che oltre un milione di utenti ha utilizzato i modelli di IA. Tuttavia, il Dipartimento dovrà impegnarsi ulteriormente per creare gli incentivi burocratici e culturali adeguati a favorirne l’adozione. Ciò include garantire ai dipendenti la libertà di sperimentare con l’IA e accettare fallimenti ed errori.

La strategia sull’IA del Dipartimento, pubblicata a gennaio, ha sottolineato l’importanza della rapidità. Per contribuire a ridurre la burocrazia, la strategia ha istituito un “comitato per l’eliminazione delle barriere” che si riunisce mensilmente per revocare le restrizioni non legislative che potrebbero ostacolare l’adozione dell’IA. Per consentire un maggiore accesso ai dati, la strategia ha disposto che questi vengano condivisi con gli utenti autorizzati e che qualsiasi rifiuto di una richiesta di dati venga motivato entro sette giorni. Si tratta di misure positive per accelerare i tempi al Pentagono. Ma la rapidità da sola non sarà sufficiente.

CRISI D’IDENTITÀ

Alcuni dei maggiori ostacoli allo sfruttamento pieno dei vantaggi delle nuove tecnologie sono di natura culturale. I progressi tecnologici richiedono nuovi modi di condurre la guerra, che a volte possono mettere in discussione abitudini radicate e identità profondamente radicate all’interno delle forze armate. La Marina degli Stati Uniti si oppose al passaggio dalla vela al vapore nel XIX secolo e subì addirittura una battuta d’arresto nell’adozione del vapore dopo la Guerra Civile. I dibattiti su come utilizzare in modo più efficace i carri armati continuarono nell’Esercito degli Stati Uniti per tutta la durata della Seconda Guerra Mondiale. Ancora nel 1943, il tenente generale Lesley McNair, comandante delle forze terrestri dell’Esercito, scrisse una nota al generale George Marshall, capo di stato maggiore dell’Esercito, sostenendo che la «blitzkrieg» tedesca in Francia di tre anni prima fosse stata un’aberrazione e che il ruolo corretto dei carri armati fosse quello di supportare la fanteria, non di condurre un assalto corazzato in autonomia.

Le forze armate odierne non sono da meno in termini di rigidità. La cultura e la concezione della potenza aerea di ciascun corpo militare determinano il modo in cui ha adottato i droni. L’Esercito è stato il primo ad adottare sistemi di controllo di volo più automatizzati, anche per il decollo e l’atterraggio, e a impiegare il personale di truppa come operatori di droni. L’Aeronautica Militare si è opposta a queste innovazioni, che mettevano in discussione la sua concezione degli operatori di droni come “piloti”. Tuttavia, l’aeronautica militare si è dimostrata innovativa nel pilotare i droni da basi situate negli Stati Uniti continentali, mentre l’esercito ha scelto di schierare in prima linea gli operatori di droni in Iraq e in Afghanistan, un impiego del personale molto meno efficiente. Concentrare gli operatori di droni nelle basi negli Stati Uniti permette loro di pilotare i droni in modo continuativo, mentre la politica dell’Esercito di dispiegare in prima linea gli operatori di droni durante le guerre in Iraq e Afghanistan ha fatto sì che circa due terzi degli operatori di droni dell’Esercito si trovassero negli Stati Uniti tra un dispiegamento e l’altro senza pilotare. Ma secondo l’Esercito, i soldati non dovrebbero lavorare in telelavoro in guerra.

L’entusiasmo per i sistemi senza equipaggio e robotici ha registrato notevoli variazioni all’interno della Marina. La forza sottomarina della Marina ha ampiamente adottato i veicoli robotici sottomarini, che rappresentano un complemento ai sottomarini, non un loro sostituto. Nell’aviazione navale, tuttavia, lo spazio sul ponte delle portaerei è limitato. Ogni drone aggiunto al ponte di una portaerei sostituisce un tradizionale aereo da combattimento con equipaggio. Anche se un drone da combattimento stealth potrebbe estendere notevolmente il raggio d’azione della portaerei, la Marina ha ridimensionato i propri droni basati su portaerei trasformandoli in aerei cisterna destinati a trasportare carburante a supporto, e non in sostituzione, degli aerei da combattimento con equipaggio. Così facendo, per salvaguardare i posti di lavoro dei piloti, la Marina ha scelto di sacrificare il raggio d’azione e la potenza di fuoco della portaerei.

L’intelligenza artificiale rappresenta una sfida ancora più grande per l’immagine che le forze armate hanno di sé rispetto ai droni. L’IA solleva questioni fondamentali sui ruoli degli esseri umani e delle macchine. Gli stessi timori relativi alla sostituzione dei posti di lavoro da parte dell’IA in tutta la società si manifesteranno anche nell’ambito militare, dove l’identità dei membri delle forze armate è fortemente legata ai compiti che svolgono — a tal punto che talvolta persiste anche dopo che la tecnologia ha da tempo reso obsoleto un determinato incarico. Il personale della Marina viene ancora chiamato «marinai» anche se non si arrampica più sugli alberi, non ammaina né issa più le vele e non maneggia più le manovre. L’esercito conta ancora soldati che si identificano come “cavalleria” anche se non cavalcano più i cavalli. Queste identità persistono come retaggi storici anche mentre i compiti del personale militare cambiano — e lo stesso potrebbe accadere man mano che l’IA trasforma le forze armate. Ma la storia dell’adozione delle tecnologie in ambito militare, dalle navi a vapore ai carri armati fino ai droni, suggerisce che l’identità e la cultura possano essere forze potenti che impediscono alle forze armate di sfruttare appieno i veri benefici delle nuove tecnologie.

L’AFFONDAMENTO DELL’ARMADA

Negli Stati Uniti esiste un’altra forza essenziale per garantire il primato tecnologico militare del Paese: il settore privato. L’adozione di un’IA efficace richiederà una stretta collaborazione con l’industria in generale, con le aziende che sviluppano l’IA e con valutatori indipendenti esperti delle capacità e dei limiti dell’IA. A tal fine, la leadership del Pentagono dovrà ricucire i rapporti con la Silicon Valley, che negli ultimi mesi si sono fatti tesi a causa della rottura con Anthropic sui termini del suo contratto con il Dipartimento della Difesa: il Pentagono ha insistito nel volere un accesso illimitato alla tecnologia di Anthropic per «qualsiasi uso lecito», mentre Anthropic voleva porre dei limiti al potenziale utilizzo della propria tecnologia per la sorveglianza di massa sul territorio nazionale e per l’alimentazione di armi completamente autonome. La posta in gioco va ben oltre i semplici legami tra le forze armate e una singola azienda. La controversia pubblica ha alimentato una forte reazione negativa tra gli ingegneri specializzati in IA, che ora sono sempre più contrari a collaborare con le forze armate. Oltre 1.000 dipendenti di Google e OpenAI hanno firmato una lettera aperta in cui esortano le loro aziende a «restare unite per continuare a rifiutare le attuali richieste del Dipartimento della Guerra». Nell’aprile 2026, oltre 600 dipendenti di Google hanno firmato una lettera aperta in cui esortavano l’azienda a non consentire in alcun modo l’utilizzo dei propri modelli di IA per attività classificate. Gli alti vertici della difesa hanno gestito male questa crisi e hanno riacceso tensioni di lunga data tra le forze armate e il settore dell’IA.

Il Dipartimento della Difesa non può permettersi di allontanare gli ingegneri che stanno sviluppando la tecnologia più potente, destinata a plasmare il futuro della guerra. Le forze armate devono avere accesso all’intelligenza artificiale all’avanguardia, ma esercitare pressioni sulle aziende statunitensi – come ha cercato di fare il Pentagono etichettando Anthropic come “rischio per la catena di approvvigionamento” – non contribuirà a incoraggiare la collaborazione. Dopo che nel 2018 Google ha interrotto il lavoro sull’iniziativa iniziale del Dipartimento della Difesa in materia di apprendimento automatico e integrazione dei dati, nota come Project Maven, il Pentagono ha avviato un’offensiva di fascino. Ha elaborato i Principi etici sull’intelligenza artificiale, le linee guida del dipartimento per un’adozione responsabile dell’IA, che non solo hanno contribuito a rispondere alle preoccupazioni di molti ricercatori nel campo dell’IA riguardo alle applicazioni militari del loro lavoro, ma hanno anche migliorato i processi delle forze armate nell’uso dell’IA. L’attuale leadership del Pentagono deve cambiare urgentemente rotta per allentare le tensioni e costruire ponti, non bruciarli.

L’IA è potente, ma presenta molti difetti. I grandi modelli linguistici odierni hanno pregiudizi sottili, tendono a inventarsi le cose e ad assumere un atteggiamento servile, dicendo all’utente ciò che l’IA ritiene che questi voglia sentire. Un uso efficace dell’IA richiede di confrontarsi seriamente con questi limiti. Gli agenti di IA, in grado di compiere azioni autonome su computer e reti, accelereranno la produttività. Ma possono anche andare completamente fuori controllo. Nell’aprile 2026, un agente di IA ha cancellato l’intero database di un’azienda in nove secondi. (L’agente di IA ha avuto la decenza di scusarsi in seguito.) Le forze armate dovranno stabilire dei limiti per i sistemi e gli agenti di IA, oltre a fornire formazione agli utenti umani per garantire che l’IA non porti a errori dannosi. Le forze armate non devono solo conquistare la fiducia dei ricercatori nel campo dell’IA, ma anche ascoltarli davvero per comprendere meglio i limiti della tecnologia. La collaborazione con l’industria è essenziale per stabilire i parametri di riferimento, gli standard e i processi di test necessari affinché l’uso dell’IA da parte delle forze armate abbia successo.

Washington non può fermare la diffusione dell’intelligenza artificiale.

Infine, le forze armate devono aggiornare i propri parametri di valutazione della potenza militare in questa nuova era. La marina conta il numero di navi; l’aeronautica, il numero di velivoli. Si tratta di parametri dell’era industriale. (L’esercito conta il numero di soldati: un parametro preindustriale.) Innanzitutto, i pianificatori devono integrare meglio i droni a basso costo in questi conteggi. Spesso questi velivoli non sono considerati abbastanza potenti da essere annoverati tra gli aeromobili, ma escluderli rischia di sottostimare la capacità militare e di orientare la pianificazione verso sistemi obsoleti.

Ma ben più importanti di queste cifre sono ora le metriche relative alle componenti digitali che potenziano e collegano le piattaforme militari: sensori, radar, computer, reti e algoritmi. Il Dipartimento della Difesa dovrebbe iniziare a monitorare le metriche relative all’IA. Queste potrebbero includere la quantità di potenza di calcolo disponibile in qualsiasi momento sulle reti classificate e non classificate e il grado di utilizzo di tale potenza. Potrebbe inoltre monitorare gli utenti attivi mensili, l’utilizzo dei token sui modelli di IA per mostrare quanto sia diffuso e frequente l’uso dell’IA, nonché la quantità di dati disponibili in tutto il Dipartimento della Difesa e come questi vengano utilizzati. Questi dati fornirebbero ai pianificatori una comprensione più dettagliata della misura in cui il personale militare e civile sta utilizzando l’IA e dove siano necessari ulteriori investimenti o iniziative per accelerarne l’adozione. Proprio come il numero di navi, portaerei, aerei e membri delle forze armate è oggetto di discussione nel bilancio del Dipartimento della Difesa, così dovrebbe esserlo anche il numero di GPU equivalenti all’H100 a cui il Dipartimento ha accesso. Per essere all’avanguardia nell’IA, le forze armate dovranno investire nella potenza di calcolo dedicata all’IA. Dovrebbero inoltre condurre valutazioni dettagliate sull’uso dell’IA per verificare se la tecnologia abbia aumentato l’efficienza e la precisione, ottimizzato i costi e accelerato i flussi di lavoro, nonché per determinare quali insegnamenti possano essere applicati ad altre applicazioni.

La storia è piena di esempi ammonitori di forze armate che hanno faticato ad adattarsi e a riformarsi dopo l’avvento di tecnologie dirompenti. Quando le flotte inglese e spagnola si scontrarono nel 1588, la Spagna era all’apice del proprio potere. Ma la marina inglese aveva saputo sfruttare con maggiore successo la nuova tecnologia dell’epoca: i cannoni. L’Armada spagnola, al contrario, era ancora progettata in funzione dell’imperativo di avvicinarsi alle navi nemiche e abbordarle, con i ponti affollati di fanteria. Di conseguenza, la vasta flotta spagnola si trovò irrimediabilmente in inferiorità di fuoco e fu sconfitta. La guerra tra Inghilterra e Spagna si protrasse per altri 16 anni dopo la sconfitta dell’Armada spagnola, ma l’apice della potenza navale spagnola era ormai passato, così come l’apice del potere della Spagna come impero globale.

Gli Stati Uniti possono continuare a essere la prima potenza militare mondiale se agiscono subito per adattarsi ai mutamenti della guerra moderna. Ma se il Pentagono non riuscirà a orientare le proprie operazioni nelle direzioni necessarie, verrà superato da concorrenti più tenaci e intrepidi nell’adattarsi alle realtà di una nuova era.

Come l’Europa può attirare l’attenzione di Putin

Il continente deve superare la sua difficile situazione nei confronti della Russia

Alexander Gabuev

7 luglio 2026

Il presidente russo Vladimir Putin durante una cerimonia a Mosca, giugno 2026Gavriil Grigorov / Sputnik / Reuters

ALEXANDER GABUEV è direttore del Carnegie Russia Eurasia Center di Berlino.

«Credo che dovremmo parlare con Putin», ha dichiarato il presidente finlandese Alexander Stubb in un’intervista all’inizio di giugno. È stata un’ammissione rivelatrice. Stubb è stato per anni uno dei politici europei più filoucraini e, in generale, ha mantenuto una posizione dura nei confronti del Cremlino. Ma ora, ha detto Stubb ai giornalisti, ignorare il presidente russo Vladimir Putin stava diventando insostenibile. «Questo confine rimarrà», ha affermato, riferendosi al confine di 833 miglia che separa il suo Paese dalla Russia. «A un certo punto, dovremo intrattenere relazioni politiche».

Stubb non è certo l’unico politico europeo ad aver recentemente sostenuto la necessità di dialogare con il Cremlino. Già a febbraio il presidente francese Emmanuel Macron si era espresso a favore di questa linea, così come ha fatto a giugno la premier italiana Giorgia Meloni. Questi leader europei sono spinti, in parte, dalla convinzione che una diplomazia ad alto livello possa portare a un accordo che ponga finalmente fine alla guerra in Ucraina. Ma sono anche spinti dal desiderio di stabilizzare le relazioni tra Russia e Europa, sempre più pericolose, che hanno portato a una corsa agli armamenti fuori controllo; alle operazioni ibride russe sul territorio dell’UE, come gli attacchi incendiari nel Regno Unito e le incursioni con droni nell’Europa orientale; e a un rischio complessivamente crescente di uno scontro militare diretto. Il continente, in altre parole, sta cercando modi per contenere una potenziale crisi e prevenire un’escalation.

I leader europei hanno ragione a voler dialogare con Putin. Tuttavia, non hanno ancora individuato una strada da seguire per farlo. A un livello molto elementare, non sanno chi dovrebbe dialogare con il Cremlino a nome del continente. E, cosa ancora più importante, non sono del tutto sicuri di quali dovrebbero essere i temi all’ordine del giorno.

Per rispondere a queste domande, il continente deve costituire una coalizione di volenterosi. Le principali potenze europee — Francia, Germania e Regno Unito — dovrebbero allearsi con uno Stato dell’Europa orientale, come la Finlandia o la Polonia, per dialogare con Putin. Il loro obiettivo dovrebbe essere quello di stabilizzare le relazioni con Mosca, pur continuando a sostenere Kiev. Ciò non porrà fine allo stallo tra Russia ed Europa, né tantomeno porterà all’amicizia. Ma potrebbe rafforzare la sicurezza europea e contribuire a prevenire una guerra più estesa.

Iscriviti a Foreign Affairs This Week

Le migliori selezioni della nostra redazione, inviate gratuitamente nella tua casella di posta ogni venerdì.Iscriviti 

* Si prega di notare che, fornendo il proprio indirizzo e-mail, l’abbonamento alla newsletter sarà soggetto all’Informativa sulla privacy e alle Condizioni d’uso di Foreign Affairs.

ZONA PERICOLOSA

La frustrazione dell’Europa all’idea di dialogare con il Cremlino affonda le sue radici nell’esperienza. Nel periodo precedente all’invasione su vasta scala dell’Ucraina da parte della Russia, Macron e il cancelliere tedesco Olaf Scholz si sono incontrati direttamente con Putin per cercare di dissuaderlo dall’attaccare. Putin, a sua volta, ha mentito loro spudoratamente, promettendo che non avrebbe invaso il Paese proprio mentre si preparava a farlo. A seguito di questa umiliazione, l’Europa ha emanato sanzioni di ampia portata contro la Russia e si è unita agli Stati Uniti nell’offrire un sostegno esteso all’Ucraina. La maggior parte dei paesi del continente ha interrotto quasi tutti i propri canali di contatto ufficiali con il Cremlino.

Da allora, Washington ha gestito gran parte della diplomazia di crisi con la Russia per impedire un’escalation. Ogni volta che i paesi della NATO intensificavano il sostegno a Kiev e si spingevano oltre le presunte “linee rosse” del Cremlino, l’Europa poteva essere certa che un funzionario competente dell’amministrazione Biden, come l’ex direttore della CIA Bill Burns, avrebbe contattato telefonicamente le controparti russe per stabilire dei limiti e gestire il confronto.

Successivamente, il presidente degli Stati Uniti Donald Trump è tornato alla Casa Bianca e ha riempito la sua amministrazione di neofiti. Steve Witkoff, un imprenditore immobiliare senza alcuna esperienza governativa, è stato incaricato di dialogare direttamente con Putin. Pete Hegseth, un conduttore di Fox News, è stato scelto per guidare il Pentagono. Allo stesso tempo, la Casa Bianca ha iniziato a minacciare di ritirarsi dalla NATO, criticando gli alleati europei per aver trascurato la spesa per la difesa e arrivando persino a minacciare di annettere la Groenlandia.

La Russia e l’Europa rischiano di rivivere i momenti più pericolosi della Guerra Fredda.

Nel frattempo, la situazione di sicurezza dell’Europa nei confronti di Mosca si è deteriorata. Putin ha dichiarato pubblicamente che la Russia si trova a confrontarsi non solo con l’Ucraina, ma con l’intera Europa, poiché il continente fornisce a Kiev armi, intelligence, addestramento militare, tecnologia e finanziamenti in generale. Il Cremlino intende aumentare massicciamente la propria presenza militare lungo i confini dell’UE e ha iniziato a sferrare un maggior numero di attacchi ibridi contro gli Stati membri dell’UE, ad esempio facendo sorvolare i loro territori da droni. La Russia sta potenziando rapidamente i propri arsenali di missili e droni, proprio mentre gli ultimi accordi rimasti in materia di controllo degli armamenti tra la Russia e la NATO sono stati vanificati.

Anche l’Europa ha potenziato le proprie capacità missilistiche a medio e lungo raggio. Sta aumentando la produzione di droni e testando nuovi sistemi d’arma. Molti paesi europei stanno progettando questi sistemi specificamente per colpire il cuore della Russia. Alcuni leader europei stanno addirittura elaborando piani per estendere il sistema di deterrenza nucleare del continente, sia facendo pattugliare i cieli europei dalla Francia con i suoi bombardieri strategici, sia facendo sì che altri Stati europei sviluppino le proprie armi nucleari.

Tuttavia, è improbabile che queste misure bastino da sole a prevenire un conflitto. In assenza di meccanismi di controllo e canali di comunicazione, il potenziamento degli arsenali potrebbe portare a errori di valutazione e a un’escalation, man mano che ciascuna parte diventa più timorosa e più dipendente dall’automazione e dall’intelligenza artificiale, soggette a malfunzionamenti e alla manipolazione da parte di attori esterni. Nel frattempo, grazie all’adesione della Finlandia e della Svezia alla NATO, l’area geografica di un potenziale scontro tra Russia ed Europa si è ampliata. I tempi di preavviso per un potenziale attacco missilistico si sono drasticamente ridotti. Di conseguenza, la Russia e l’Europa rischiano di rivivere i momenti più pericolosi della Guerra Fredda, come la crisi dei missili in Europa degli anni ’70 e ’80 (quando Mosca dispiegò per la prima volta missili stealth a medio raggio nell’Europa orientale e la NATO reagì successivamente schierando missili americani nell’Europa occidentale), senza alcuna reale possibilità di ricorso.

IL PERSONALE È POLITICO

Durante i periodi più pericolosi della Guerra Fredda, i blocchi orientale e occidentale risolvevano spesso le loro divergenze attraverso la diplomazia personale. Ma allora come oggi, era sempre la Casa Bianca, che manteneva una linea diretta di emergenza con il Cremlino, ad assumere un ruolo guida nelle questioni più spinose — come fecero il presidente degli Stati Uniti John F. Kennedy e il premier sovietico Nikita Khrushchev durante la crisi dei missili di Cuba. Anche i colloqui del presidente degli Stati Uniti Richard Nixon con il premier sovietico Leonid Brezhnev contribuirono a stabilizzare le relazioni negli anni ’70, allentando le tensioni in tutta Europa. Ma poiché non può più fare affidamento su Washington, l’Europa deve ora aprire un proprio canale di alto livello con il Cremlino.

Sarebbe più facile, e quindi allettante, collaborare con il capo dei servizi segreti esteri russi, con il consigliere per la sicurezza nazionale del Paese o con un altro rappresentante di Putin. A tal fine, il continente potrebbe avvalersi dei canali già esistenti. Questi contatti potrebbero certamente rivelarsi utili quando si discutono determinati argomenti specifici, come le attività ibride della Russia. Ma affinché la diplomazia abbia un effetto stabilizzante più ampio, i leader europei dovranno trattare direttamente con Putin. Farlo potrebbe risultare profondamente sgradevole, ma, in definitiva, il presidente russo è l’unica persona nel Paese a detenere l’autorità.

Ciò significa che l’Europa dovrà rivolgersi al Cremlino attraverso i propri massimi leader. Nessun inviato speciale può instaurare un rapporto di credibilità con il presidente russo. Poiché l’UE e la NATO non saranno in grado di raggiungere un consenso su questa questione, l’onere di avviare i primi contatti dovrà ricadere sulle spalle dei leader dei paesi più grandi d’Europa. Come minimo, questo gruppo dovrebbe includere Francia, Germania e Regno Unito: tre paesi che, insieme, rappresentano una vera sfida alla sicurezza del Cremlino, date le loro notevoli forze armate ed economie. Per conferire maggiore peso e prospettiva, tuttavia, dovrebbe includere anche almeno uno Stato del fianco orientale della NATO che disponga di ampie capacità militari e confini con la Russia, molto probabilmente la Finlandia. (Anche la Polonia potrebbe essere un rappresentante efficace, ma il suo primo ministro e il suo presidente sono attualmente in conflitto tra loro.)

Soldati tedeschi impegnati in un’esercitazione militare nei pressi di Bardufoss, in Norvegia, marzo 2026Bernadett Szabo / Reuters

La coalizione non deve necessariamente limitarsi a questi paesi, e tutti gli Stati membri dell’UE, così come gli alleati nordamericani della NATO e l’Ucraina, dovrebbero essere regolarmente informati sulle discussioni del gruppo. Tuttavia, alcuni paesi devono assumere un ruolo guida e il numero degli interlocutori dovrebbe essere limitato. Questo approccio risoluto ha aiutato l’Europa ad accelerare i propri aiuti militari all’Ucraina e dovrebbe essere adottato nuovamente per la diplomazia di conflitto con la Russia.

Per entrare in contatto con Putin, questa coalizione potrebbe ricorrere a uno strumento di un’epoca passata: una lettera personale e riservata. Un documento scritto aiuta a evitare le emozioni e l’imbarazzo di un incontro di persona o di una videoconferenza, che potrebbero facilmente sfuggire al copione. Consentirebbe così all’Europa di sostenere con calma la necessità di stabilire contatti regolari che aiutino entrambe le parti a definire dei limiti, istituire meccanismi di gestione delle crisi e, in generale, distinguere tra segnali reali e rumore di fondo. La lettera dovrebbe, ad esempio, proporre la creazione di gruppi di lavoro e linee dirette per discutere regolarmente di specifici punti critici, quali gli incidenti militari, compresi i casi di violazione dello spazio aereo della NATO e di taglio dei cavi sottomarini.

Per attirare l’attenzione del Cremlino, la lettera potrebbe fare appello al grandioso senso del destino di Putin, suggerendo che spetti a lui, in qualità di leader della Russia, collaborare con i capi di Stato europei per impedire una guerra su vasta scala nel continente. L’eredità dei leader di Mosca e delle capitali europee, dopotutto, sarà giudicata in parte dalla loro capacità di evitare di precipitare, come sonnambuli, verso un esito catastrofico. L’Europa dovrebbe inoltre sottolineare che una guerra con la NATO non è nell’interesse del Cremlino: la Russia non potrebbe vincere in modo credibile un simile conflitto senza ricorrere alle armi nucleari. Infine, la lettera dovrebbe invitare il Cremlino a discutere le modalità per ripensare l’architettura di sicurezza del continente — cosa che Putin auspica da oltre un decennio.

Gli europei, tuttavia, devono chiarire che non sono interessati a una nuova architettura di sicurezza alle condizioni di Mosca. Dovrebbero dire a Putin che il riarmo dell’Europa è una reazione alla belligeranza della Russia e che proseguirà finché la Russia rappresenterà una minaccia. L’Europa preferirebbe però gestire il proprio rapporto conflittuale con la Russia non solo armandosi fino ai denti, ma anche attraverso accordi negoziati che controllino e riducano i rischi, come avveniva durante la fase stabile della Guerra Fredda. Gli europei dovrebbero inoltre dire a Putin che nessuna discussione seria sul futuro del continente può aver luogo senza un cessate il fuoco in Ucraina. E dovrebbero sottolineare che l’Europa è pronta ad avviare le discussioni sulle modalità di un accordo di questo tipo in collaborazione con Kiev e Washington. In questo modo, la palla passerà nel campo di Putin.

PAROLE DURE

Al momento, non c’è molto che lasci supporre che Putin sia disposto a dialogare seriamente con gli europei. Al contrario, il Cremlino è ancora concentrato sui rapporti con l’amministrazione Trump. Eppure, in realtà, le possibilità che Trump concluda un accordo a favore di Putin sono diventate piuttosto scarse — e stanno diventando sempre più scarse. Per cominciare, la Casa Bianca si è mostrata più disponibile ad aiutare l’Ucraina, con Trump che, in occasione del vertice del G7 tenutosi a giugno in Francia, ha segnalato di essere disposto a reintrodurre le sanzioni petrolifere contro la Russia come mezzo per esercitare pressione sul suo leader. Trump, ovviamente, potrebbe cambiare idea, come fa spesso. Ma la Casa Bianca sta gradualmente perdendo la propria influenza su Kiev. Durante il primo anno del secondo mandato di Trump, l’Ucraina stava lentamente perdendo territorio a favore della Russia. Ora, tuttavia, sta per lo più mantenendo la linea del fronte e infliggendo un dolore sempre maggiore al proprio avversario, come hanno evidenziato i suoi attacchi di giugno contro Mosca. L’Europa, nel frattempo, è intervenuta per fornire la quota maggiore di assistenza a Kiev.

Se Putin non è già consapevole del progressivo indebolimento della posizione del suo Paese, prima o poi se ne renderà conto. Man mano che le perdite russe aumentano e il Paese fatica a reclutare soldati, i conseguenti problemi di effettivi diventeranno troppo gravi per essere ignorati. (Anche la sua situazione politica interna potrebbe complicarsi, poiché gli attacchi dell’Ucraina causano carenze energetiche.) Putin potrebbe allora accettare di dialogare con gli europei. Probabilmente si renderà anche conto che la Russia non può negoziare una nuova architettura di sicurezza in Europa solo con Washington, date le crescenti capacità militari del continente e la sua comprovata autonomia.

La crescente forza dell’Ucraina, ovviamente, potrebbe sembrare un motivo per cui l’Europa dovrebbe rimandare il dialogo con Putin. Se il continente sta prendendo il sopravvento, potrebbero sostenere i falchi, dovrebbe invece continuare ad aspettare, magari fino a quando Putin non sarà lui a rivolgersi a loro. Potrebbero anche sottolineare che il presidente russo potrebbe far trapelare la lettera che i leader europei gli inviano, per suggerire che il continente sta implorando un accordo.

Ma l’Europa può mitigare tale rischio scrivendo in modo non moralistico, pur descrivendo i leader europei come adulti responsabili e di saldi principi. E dialogare con Putin non equivale a stringere un accordo con lui; l’Europa può avviare un dialogo respingendo al contempo qualsiasi proposta che ritenga dannosa per i propri interessi. Inoltre, l’andamento della guerra rimane imprevedibile. Gli europei possono sperare che la loro posizione migliori ulteriormente, ma non possono esserne certi. Se l’andamento della guerra dovesse cambiare, o se Putin dovesse sentirsi con le spalle al muro e intraprendere una strada ancora più avventata, l’Europa apprezzerà il fatto di disporre di canali di comunicazione con il Cremlino gestiti in modo professionale.

L’Europa potrebbe essere in grado di influenzare le dinamiche politiche all’interno della Russia.

Anche il calendario politico del continente dovrebbe spingere all’azione. Per la maggior parte, gli attuali leader europei collaborano bene tra loro, come dimostra il continuo sostegno del continente all’Ucraina. Ma non vi è alcuna garanzia che la prossima generazione sia altrettanto collaborativa, soprattutto se le forze populiste dovessero vincere altre elezioni. È quindi meglio che l’Europa instauri oggi dei canali di dialogo con il Cremlino, mentre è relativamente unita, piuttosto che rischiare un futuro più turbolento. Impegnarsi in un dialogo diplomatico con la Russia potrebbe anche aiutare i partiti tradizionali europei a rispondere alle critiche dei populisti, come l’AfD tedesca, secondo cui i loro paesi stanno facendo troppo per aiutare Kiev.

Infine, agendo ora, l’Europa potrebbe riuscire a influenzare le dinamiche politiche all’interno della Russia. Un numero crescente di esponenti delle élite del Paese si è finalmente reso conto che la guerra sta minando la sicurezza, la prosperità e l’influenza globale della Russia. Persino alcuni fedelissimi di Putin, come Herman Gref, amministratore delegato della più grande banca russa, hanno osato contestare la decisione del Cremlino di continuare a combattere anziché cercare una via d’uscita. Questi nuovi critici non sono ancora in grado di sfidare Putin. Ma la notizia che l’Europa sta cercando di negoziare una via d’uscita con il Cremlino finirà per raggiungere le élite russe. E se l’Europa riuscisse a far loro capire che una Mosca più pacifica potrebbe trovare partner a ovest, ciò potrebbe accrescere tale dissenso ed esercitare ulteriore pressione sul Cremlino — almeno sotto forma di resistenza passiva, come ad esempio ostacolare gli ordini legati alla guerra. Affinché tali segnali funzionino, tuttavia, i leader europei dovrebbero allinearsi su un messaggio pubblico rivolto alla classe colta russa.

Nel cercare di avvicinarsi a Putin, l’Europa vorrà contemporaneamente rafforzare i rapporti con la comunità della politica estera statunitense. Dovrebbe investire in formati di discussione strutturati sia con i Democratici che con i Repubblicani che abbiano un’esperienza concreta nella negoziazione di questioni di sicurezza europea con il Cremlino. Ciò aiuterà il continente ad attingere a un vasto bagaglio di esperienza americana nella diplomazia di crisi, ambito in cui la propria esperienza è ancora limitata. Contribuirà inoltre a costruire un linguaggio comune su queste questioni cruciali, utilizzabile su entrambe le sponde dell’Atlantico. Nonostante tutti gli investimenti militari dell’Europa, la realtà è che non può emergere un sistema migliore per gestire la sicurezza in Europa senza il coinvolgimento degli Stati Uniti. L’arsenale nucleare di Washington, la sua posizione dominante nella NATO e la sua leadership in molte tecnologie militari sono semplicemente troppo importanti. Il Cremlino vorrà che gli Stati Uniti siano parte di qualsiasi accordo stipulato con l’Europa.

Con Trump al potere, Washington non dispone attualmente della concentrazione e delle competenze necessarie per partecipare a negoziati seri sul futuro della sicurezza europea; pertanto, qualsiasi accordo dovrà molto probabilmente attendere fino al 2029. Tuttavia, un dialogo diretto tra i leader europei e Putin può contribuire a gettare le basi per quel momento. Ancora più importante, può aiutare entrambe le parti a gestire i rischi fin da ora, evitando così un conflitto catastrofico.

Heartland contro Rimland. Le linee di battaglia nella guerra per il prossimo ordine mondiale _ di Michael Beckley e Hal Brands

Heartland contro Rimland

Le linee di battaglia nella guerra per il prossimo ordine mondiale

Michael Beckley e Hal Brands

Luglio/agosto 2026Pubblicato il 23 giugno 2026

Ibrahim Rayintakath

AscoltaCondividi e
Scarica

Stampa

Salva

CONTRIBUITE!!! La situazione finanziaria del sito sta diventando insostenibile per la ormai quasi totale assenza di contributi
Il  sito Italia e il Mondo non riceve finanziamenti pubblici o pubblicitari. Se vuoi aiutarci a coprire le spese di gestione (circa 6.000 € all’anno), ecco come puoi contribuire:
– Postepay Evolution: Giuseppe Germinario – 5333171135855704;
– IBAN: IT30D3608105138261529861559
PayPal: PayPal.Me/italiaeilmondo
Tipeee: https://it.tipeee.com/italiaeilmondo
Puoi impostare un contributo mensile a partire da soli 2€! (PayPal trattiene 0,52€ di commissione per transazione).
Contatti: italiaeilmondo@gmail.com – x.com: @italiaeilmondo – Telegram: https://t.me/italiaeilmondo2 – Italiaeilmondo – LinkedIn: /giuseppe-germinario-2b804373

A prima vista, il panorama strategico odierno sembra familiare. Un blocco di potenze terrestri, raggruppate attorno al centro dell’Eurasia, sta sfidando un ordine liberale e marittimo guidato da una superpotenza offshore. Cina e Russia, rafforzate da Iran e Corea del Nord e circondate da autocrazie che vanno dalla Bielorussia al Myanmar, occupano ora il ruolo che un tempo ricoprivano la Francia napoleonica, la Germania imperiale e l’Unione Sovietica: imperi continentali che cercano di dominare l’Eurasia e di proiettare il proprio potere a livello globale. Gli Stati Uniti, come il Regno Unito prima di loro, rimangono l’unico attore in grado di fungere da punto di riferimento per un ampio arco di paesi costieri e marittimi che si estende attraverso il Nord America, l’Europa e l’Asia orientale e che circonda il supercontinente eurasiatico. Il ritmo della geopolitica si ripete: un asse autocratico, che emerge dal cuore del continente, cerca di rompere le barriere delle zone perimetrali che fungono da cuscinetto rispetto al resto del mondo.

Il “heartland” di oggi, tuttavia, non è una semplice replica dei suoi predecessori. Non si tratta di un unico impero che avanza attraverso l’Eurasia, bensì di una confederazione informale di revisionisti animati da un comune disgusto per gli ideali liberali e il potere americano. Questi paesi non possono più travolgere vaste regioni come fecero un tempo Napoleone e Hitler. Al contrario, dispongono di strumenti moderni — attacchi informatici e campagne di disinformazione digitale, armi a guida di precisione e missili con testate nucleari — che conferiscono loro il potere di indebolire le alleanze avversarie delle zone periferiche e persino di colpire gli stessi Stati Uniti. Cosa ancora più cruciale, queste autocrazie eurasiatiche sono interconnesse. Si espandono posando cavi e firmando contratti tanto quanto schierando colonne di carri armati; trasformano l’interdipendenza globale in un’arma per indebolire l’ordine del «rimland» dall’interno. La Cina è il fulcro di questo nuovo «heartland» e persegue il potere globale sulla terraferma attraverso la sua «Belt and Road Initiative»; in mare, con un potenziamento militare da record; e nel cloud digitale, tramite reti di telecomunicazioni, piattaforme di pagamento e sistemi di sorveglianza. Insieme, queste offensive mettono a repentaglio il dominio del «rimland», collegando il crescente impero virtuale della Cina a progetti terrestri di vecchio stampo.

Eppure questo nucleo centrale presenta una contraddizione intrinseca: è al tempo stesso feroce e debole. Il suo nucleo — Cina, Russia, Iran e Corea del Nord — è in grado di esercitare una potente influenza coercitiva, generando crisi acute attraverso attacchi informatici, politiche di rischio calcolato in ambito nucleare e manovre militari opportunistiche. Tuttavia, non dispone ancora della forza economica e tecnologica necessaria per prevalere in una rivalità generazionale contro una coalizione contrapposta guidata dagli Stati Uniti.

La coalizione del “rimland” non ha eguali in termini di potere, ma è pericolosamente frammentata nei suoi obiettivi. Gli Stati Uniti si trovano al vertice di un mosaico di reti di sicurezza regionali, club economici e tecnologici e gruppi di valori. Questo impero distribuito è aperto e adattabile, ma anche vulnerabile alla deriva e alla divisione. Gli avversari sono riusciti a sfruttare l’apertura dei mercati, delle istituzioni e delle tecnologie occidentali, e la globalizzazione ha indebolito il consenso interno che sosteneva la coesione del «rimland». Gli alleati protetti dalla potenza americana sono diventati soggetti dipendenti piuttosto che moltiplicatori di forza, e alcuni ora considerano l’unilateralismo statunitense una minaccia maggiore rispetto agli stessi aggressori del «heartland». Gli Stati Uniti sono diventati un protettore ambivalente, incline a impulsi protezionistici e talvolta predatori. Le tensioni relative alla guerra in Iran hanno rispecchiato questa frattura, poiché diversi alleati hanno negato il proprio sostegno o hanno apertamente preso le distanze dall’azione statunitense anziché schierarsi a suo favore. Il risultato è una “rimland” afflitta da discordie interne, mentre le autocrazie del “heartland” rimangono unite dal desiderio di rivedere lo status quo.

Iscriviti a Foreign Affairs This Week

Le migliori selezioni della nostra redazione, inviate gratuitamente nella tua casella di posta ogni venerdì.Iscriviti 

* Si prega di notare che, fornendo il proprio indirizzo e-mail, l’abbonamento alla newsletter sarà soggetto all’Informativa sulla privacy e alle Condizioni d’uso di Foreign Affairs.

La sfida per Washington è quella di ricostruire un ordine del “rimland” adeguato a un’epoca in cui il potere si esercita sia attraverso le reti che attraverso il territorio. Ciò significa non solo tenere gli eserciti ostili al di là dei propri confini, ma anche impedire alle autocrazie del “heartland” di dirottare la globalizzazione. Una moderna strategia per le zone periferiche deve fondere la rete informale delle coalizioni in un sistema che regoli l’interdipendenza, rafforzi le società libere e protegga dalla coercizione. Solo gli Stati Uniti possono guidare questo nuovo ordine, ma per farlo devono resistere ai propri riflessi introversi e illiberali. Altrimenti, il cuore del mondo riorganizzerà il mondo a proprio vantaggio.

IL CUORE DELLE TENEBRE

Per secoli, gli Stati autocratici hanno cercato di consolidare la più vasta massa continentale del mondo contro le coalizioni marittime che tentavano di mantenere il potere eurasiatico frammentato e contenuto. Il più recente di questi scontri, la Guerra Fredda, rappresentò la versione più pura di questo schema. L’Unione Sovietica era una gigantesca potenza terrestre con un impero che si estendeva dalla Germania al Pacifico. Gli eserciti sovietici e le attività di sovversione costituivano minacce costanti per le periferie eurasiatiche. Gli Stati Uniti risposero stringendo alleanze transoceaniche per mettere in sicurezza le dinamiche periferie dell’Eurasia, in particolare l’Europa occidentale, l’Asia orientale e, in seguito, il Medio Oriente. Ha isolato l’impero del cuore di Mosca dal punto di vista militare, politico e tecnologico e ha integrato i paesi amici in un’economia del mondo libero con rotte commerciali e linee di rifornimento garantite dalla potenza americana. Questa coalizione delle zone periferiche ha contenuto il cuore ostile fino al suo crollo. Ha creato una nuova architettura globale del potere dominata dalle democrazie, che ora è nuovamente minacciata.

Una nuova coalizione di autocrazie eurasiatiche è ora in lizza per il primato. Una Cina neoimperialista punta alla supremazia in tutta l’Asia e oltre. Una Russia vendicativa cerca di sovvertire l’ordine di sicurezza europeo e di rivendicare il proprio ruolo di superpotenza del cuore del continente. Un Iran indebolito ma ancora ambizioso si scontra violentemente con Washington e i suoi alleati in Medio Oriente. Una Corea del Nord provocatoria rafforza le proprie ambizioni nel Nord-Est asiatico grazie a capacità militari di vasta portata. Nel loro insieme, questi revisionisti occupano vaste aree del supercontinente eurasiatico. Sono tutti animati da un’intensa ostilità nei confronti del potere e delle aspirazioni democratiche del mondo periferico. Man mano che intensificano la loro cooperazione, fanno rivivere l’incubo di un asse eurasiatico che cospira contro i propri nemici.

Il cuore dell’Eurasia è al tempo stesso impetuoso e fragile.

Queste autocrazie stanno rafforzando i propri legami economici, finanziari e tecnologici. I microchip e le macchine utensili cinesi sono ormai alla base dell’economia russa, mentre i capitali e la tecnologia cinesi stanno aiutando la Russia a sviluppare l’Artico. Le aziende russe raccolgono fondi a Hong Kong e il petrolio russo affluisce a Pechino. I regimi di Mosca e Teheran hanno collaborato per ampliare il Corridoio Internazionale di Trasporto Nord-Sud, che collega la Russia all’Asia attraverso il Mar Caspio e l’Iran.

Questa alleanza di poteri autocratici si estende anche al settore militare. I droni iraniani, i missili e le truppe nordcoreane, nonché i beni cinesi a duplice uso (utilizzabili sia per scopi militari che civili) hanno sostenuto la guerra in Ucraina del presidente russo Vladimir Putin. La Russia vende strumenti militari avanzati, tra cui sistemi di difesa aerea e missilistica di alto livello e tecnologie letali per neutralizzare i sottomarini, che amplificano i pericoli rappresentati da Pechino, Teheran e Pyongyang. La loro produzione coordinata di droni, missili, elicotteri e altre capacità sta creando un blocco militare-industriale sempre più integrato, determinato a distruggere l’ordine delle regioni periferiche. Teheran ha utilizzato un satellite spia di fabbricazione cinese e stazioni satellitari con sede a Pechino per sorvegliare e colpire le basi statunitensi in Medio Oriente durante la sua guerra con Washington. Le reti cinesi hanno fornito all’Iran precursori per il carburante missilistico, mentre i dati di puntamento russi hanno facilitato gli attacchi iraniani.

Il geografo politico Halford Mackinder avvertì, all’inizio del XX secolo, che gli aggressori provenienti dal “heartland” avrebbero sfruttato il dominio sull’Eurasia per lanciare offensive globali. Nel pieno dei feroci combattimenti della Seconda guerra mondiale, il politologo Nicholas Spykman sosteneva che gli Stati Uniti dovessero mantenere l’equilibrio globale garantendo la sicurezza delle vitali zone costiere e fluviali dell’Eurasia. Entrambi i pensatori riconoscerebbero i contorni dei conflitti odierni. Tuttavia, la sfida attuale è più complessa e insidiosa di quelle che l’hanno preceduta.

COMMISSIONI DI TRANSAZIONE

L’asse eurasiatico non è un impero unitario del tipo che i sovietici aspiravano a governare, né è un’alleanza a tutti gli effetti. Si tratta di un consorzio di regimi sottoposti a sanzioni, legati soprattutto da un risentimento condiviso. Lo Stato-partito leninista di Pechino, il regime neofascista di Mosca, il racket familiare di Pyongyang e la teocrazia militante di Teheran hanno ben poco in comune dal punto di vista ideologico, al di là di un odio comune nei confronti dei loro rivali delle regioni periferiche. Non stanno perseguendo un’unica rivoluzione globale collettiva, bensì progetti imperiali distinti e, in ultima analisi, divergenti, radicati nella storia e nelle tradizioni di ciascun Paese. Oggi, Cina e Russia sono partner strategici che, secondo le parole del leader cinese Xi Jinping, combattono «spalla a spalla» contro il mondo liberale guidato dagli Stati Uniti. Ma potrebbero presto scoprire che non possono entrambi dominare l’Artico, l’Asia centrale e altri luoghi in cui le loro visioni di grandezza si scontrano.

Ciò limita la solidarietà tra i paesi del cuore. Le reazioni di Cina e Russia alla guerra in Iran hanno mostrato chiaramente questo schema: erano disposte ad aiutare Teheran con informazioni di intelligence e assistenza militare-tecnologica, ma non erano disposte a rischiare uno scontro più ampio intervenendo direttamente in difesa dell’Iran. Allo stesso modo, quando i commando statunitensi hanno catturato il presidente venezuelano Nicolás Maduro a gennaio, Pechino e Mosca hanno inviato poco più che speranze e preghiere. Si tratta di partner transazionali, non di alleati impegnati in una difesa comune.

Tuttavia, questa dinamica riduce al minimo anche il rischio di un crollo ideologico. Anziché litigare su questioni di ortodossia ed eresia, le potenze revisioniste possono concentrarsi sul transazionalismo strategico — commercio, protezione dalle sanzioni, cooperazione militare-tecnologica — che le rafforza contro i nemici comuni. L’effettiva assenza di ideologia da parte delle potenze del cuore del mondo le aiuta a evitare l’isolamento, consentendo loro di stringere partnership flessibili con autocrazie antiamericane come quelle di Bielorussia, Cambogia, Cuba e Myanmar; con Stati indecisi e ambivalenti quali India e Arabia Saudita; e con paesi in via di sviluppo insoddisfatti di un mondo dominato dall’Occidente.

Nessuno dei revisionisti odierni può semplicemente distruggere l’Eurasia, come fecero i loro predecessori. La Russia ha proceduto a un ritmo inferiore a quello di una lumaca nel sottomettere l’Ucraina orientale. La Cina avrebbe difficoltà a superare gli ostacoli alla conquista di Taiwan, fintanto che quell’isola godrà della protezione di Washington. Tuttavia, questa debolezza fa anche apparire Pechino meno minacciosa dal punto di vista esistenziale per i paesi al di fuori della sua portata immediata, complicando gli sforzi di contenimento degli Stati Uniti. E gli autocrati eurasiatici di oggi vantano risorse di cui i loro predecessori erano sprovvisti, ovvero la capacità di minare le alleanze che legano gli Stati del «rimland» a Washington e persino di colpire la stessa superpotenza d’oltreoceano.

Putin, Xi e il leader nordcoreano Kim Jong Un durante una parata militare, Pechino, settembre 2025Alexander Kazakov / Sputnik / Reuters

Gli attacchi informatici cinesi e russi minacciano le infrastrutture critiche degli Stati Uniti e potrebbero paralizzare il Paese in caso di crisi. Nel 2021, un gruppo cinese di spionaggio informatico denominato “Volt Typhoon” ha compromesso infrastrutture critiche americane, tra cui i servizi idrici e le reti energetiche. Nello stesso anno, alcuni hacker russi hanno interrotto il flusso di carburante nella Colonial Pipeline nella parte orientale degli Stati Uniti, provocando una carenza di benzina. Le capacità antisatellitari di Pechino e Mosca mettono a repentaglio le infrastrutture di comunicazione militare che consentono al Pentagono di proiettare la propria potenza a livello globale. Vasti arsenali di missili e altre munizioni a guida di precisione conferiscono a Cina, Russia, Iran e Corea del Nord il potere di scatenare la devastazione sui partner degli Stati Uniti — e di infliggere perdite alle forze statunitensi che potrebbero accorrere in loro soccorso. A marzo, un drone iraniano e una raffica di missili hanno danneggiato velivoli statunitensi in una base aerea in Arabia Saudita. Teheran ha colpito strutture diplomatiche e militari statunitensi dalla Giordania al Bahrein, sottolineando come anche uno Stato revisionista debole possa minacciare le basi degli Stati Uniti sparse in tutto il mondo. Questa è solo un’anteprima di ciò che potrebbe attendere Washington nel Pacifico occidentale: Pechino vanta ora la più grande forza missilistica terrestre del mondo.

L’aumento degli arsenali nucleari — accompagnato, nel caso della Cina, da sistemi di lancio quali i veicoli plananti ipersonici in grado di eludere le difese — può aumentare ulteriormente il costo di un intervento statunitense, minacciando attacchi coercitivi contro le basi americane o il territorio nazionale. Entro la metà degli anni ’30, Washington dovrà affrontare potenze nucleari di pari livello con obiettivi revisionisti alle due estremità del supercontinente. Sebbene i nemici degli Stati Uniti non possano condurre una nuova «blitzkrieg» eurasiatica, dispongono degli strumenti per frammentare le coalizioni rivali e facilitare aggressioni locali — ad esempio intorno a Taiwan o al Mar Baltico — che alterino l’equilibrio militare nelle regioni perimetrali.

A ciò si aggiungono gli strumenti economici di coercizione nel cuore del sistema. La Cina può soffocare i propri rivali interrompendo le forniture di terre rare — ne estrae circa il 60 per cento dell’offerta mondiale e ne lavora oltre l’80 per cento — così come quelle di batterie per veicoli elettrici o di precursori chimici farmaceutici. Ha inoltre compiuto uno sforzo generazionale per inserirsi nelle arterie della globalizzazione — reti di telecomunicazioni, cavi sottomarini, società commerciali e di navigazione — come fonte di forza strategica.

Allo stesso modo, la Russia ha sfruttato i flussi energetici e la corruzione transnazionale per dividere e indebolire l’Europa. Si avvale di tecnologie avanzate, flussi finanziari transfrontalieri opachi, nonché dei media liberi e dei sistemi politici accessibili delle società aperte per sovvertire le democrazie. Pechino e Mosca hanno talvolta collaborato o agito in parallelo a sostegno di questa agenda divisiva: la combinazione del denaro cinese e dell’ingerenza russa ha di fatto creato divisioni all’interno della “rimland” europea, rafforzando attori illiberali e fomentando il nazionalismo etnico nei Balcani.

Questi poteri trasformano la connettività del XXI secolo in un’arma nella lotta senza fine per l’influenza. E nessuno Stato revisionista coniuga le ambizioni storiche con i metodi moderni quanto la Cina.

LA TRIADE DEL XXI SECOLO

Nel 1904, Mackinder avvertì che una Cina stabile e governata con pietà avrebbe potuto un giorno mettere a repentaglio “la libertà del mondo”, poiché univa l’accesso alla fascia costiera a un vasto entroterra eurasiatico. Nel 1942, Spykman predisse che una “Cina moderna, rivitalizzata e militarizzata” avrebbe potuto dominare il Pacifico occidentale e diventare una “potenza continentale di enormi dimensioni”. Le grandi menti della geopolitica temono da tempo i giganti eurasiatici in grado di espandersi in due direzioni. Non immaginavano che Pechino avrebbe puntato alla grandezza in tre.

L’Iniziativa “Belt and Road” di Xi fa rivivere la vecchia logica del consolidamento eurasiatico, legando il supercontinente attraverso infrastrutture, dipendenza e debito. Complessivamente, gli stanziamenti per la BRI superano probabilmente i 1.000 miliardi di dollari, per lo più sotto forma di prestiti che conferiscono a Pechino un potere di leva in quanto principale creditore mondiale. Ne conseguono influenza politica e legami di sicurezza: la catena di porti in cui Pechino ha investito, che si estende dalla Thailandia alla Grecia, potrebbe un giorno diventare la spina dorsale di una rete globale di basi militari. Garantirsi l’accesso al territorio e alle risorse eurasiatiche, che si tratti del petrolio mediorientale o del nichel del Sud-Est asiatico, trasformerebbe il supercontinente in una roccaforte cinese — e in una piattaforma per l’espansione o la coercizione su scala globale.

La Cina intende inoltre sfondare la barriera marittima del “rimland”. Da decenni Pechino sta costruendo una marina “antinave” — un arsenale di missili antinave, sistemi di difesa aerea e sottomarini silenziosi destinati a tenere le navi statunitensi fuori dal Pacifico occidentale. Negli ultimi anni, Xi ha posto sempre più l’accento sulle forze di proiezione di potenza — come una marina di ampio raggio dotata di più portaerei — in grado di estendere l’influenza cinese nel Pacifico aperto. La portata di questa offensiva oceanica è sbalorditiva: la marina cinese è oggi la più grande al mondo per numero di navi, e la sua guardia costiera fa impallidire le flotte asiatiche rivali. La sua dottrina della fusione tra settore militare e civile le consente di attingere a un’industria cantieristica che produce più del resto del mondo messo insieme.

La terza offensiva della Cina si svolge nel cloud. Nel XXI secolo, l’influenza deriva tanto dal controllo delle reti digitali quanto dal controllo di aree geografiche strategiche, e i progressi della “Via della Seta Digitale” di Pechino sono già ben avanzati. Le apparecchiature di sorveglianza cinesi sono utilizzate in ogni continente. Le aziende cinesi Alipay e WeChat Pay sono leader nel settore dei pagamenti digitali, fornendo servizi a commercianti in decine di paesi e valute. Le sanzioni statunitensi non hanno impedito a giganti cinesi come Huawei di avanzare rapidamente nella corsa alle telecomunicazioni 5G e 6G. I modelli di intelligenza artificiale cinesi, tra cui DeepSeek e Qwen, godono di ampio successo, specialmente nei paesi in via di sviluppo. A sostenere questa campagna ci sono gli sforzi della Cina per controllare i materiali, dai semiconduttori alle terre rare, che rendono possibili il funzionamento di tali tecnologie e reti.

CIRCONDARIO DI FUOCO

La coalizione “rimland” di Washington ha guidato il mondo per decenni. Oggi viene messa alla prova in ogni ambito. Il compito più urgente per gli Stati Uniti è di una semplicità brutale: rafforzare le barriere militari per impedire penetrazioni nel cuore del territorio che potrebbero destabilizzare lo status quo e consentire conquiste più ampie in futuro. Per scoraggiare l’aggressione cinese contro Taiwan è necessaria una maggiore presenza in prima linea delle forze da combattimento statunitensi e alleate: sistemi di fuoco a lungo raggio, sottomarini e navi di superficie, velivoli di quinta generazione, difese aeree e missilistiche integrate, schiere di droni aerei e marittimi, nonché basi e scorte di armi distribuite lungo la cosiddetta «prima catena di isole», l’arco insulare che attraversa il Giappone, Taiwan e le Filippine. In Europa, scoraggiare la Russia significa trasformare il fianco orientale della NATO in un bersaglio difficile da colpire, con forze pesanti permanenti o persistenti, reti di attacco in profondità e di difesa aerea, capacità di contrasto ai droni e infrastrutture critiche resilienti dai Paesi Baltici alla Polonia e alla Romania. Una deterrenza efficace richiede anche un flusso costante di armi per l’Ucraina.

Per ora, questo compito ricade in modo preponderante sugli Stati Uniti e su alcuni paesi in prima linea. Solo Washington dispone dell’intera gamma di strumenti che rendono fattibile una difesa di coalizione di alto livello. Sebbene gli alleati più attivi e vulnerabili degli Stati Uniti si stiano rapidamente riarmando — in particolare gli Stati baltici, la Finlandia, la Germania, il Giappone, la Polonia e Taiwan — le zone periferiche hanno trascorso tre decenni a smilitarizzarsi e a investire in modo insufficiente persino nelle capacità di base. Il peso maggiore dovrà essere sostenuto dalle forze statunitensi e da una sottile linea avanzata di eserciti locali, mentre il resto della zona perimetrale offrirà sanzioni, finanziamenti e supporto dalle retrovie.

Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha ragione quando afferma che gli alleati dovrebbero aumentare la spesa per la difesa e contribuire maggiormente alla base industriale comune. Ma sbaglia ad abbinare questa pressione al suo persistente desiderio di disimpegno americano. Se gli Stati Uniti abbandonassero l’Eurasia, gli Stati del “rimland” rimasti non sarebbero in grado di contenere né Pechino né tantomeno Mosca. Washington deve dimostrare, attraverso un aumento della spesa per la difesa e dispiegamenti in prima linea, che starà al fianco di chi è disposto a difendersi da solo.

Ma rafforzare le capacità militari locali è solo la prima mossa in una lunga sfida. Le guerre recenti hanno dimostrato con quanta rapidità si esauriscano le scorte di proiettili, missili, sistemi di difesa aerea e materiale di base — non in mesi, ma in settimane o giorni — e quanto diventi determinante la produzione industriale una volta che iniziano gli scontri. Un deterrente in prima linea potrebbe smorzare i primi colpi di un conflitto in Europa o nel Pacifico occidentale, ma da solo non potrebbe sostenere una lotta pluriennale in cui la capacità produttiva, la profondità tecnologica e la resilienza finanziaria determinano quale parte cederà per prima. È qui che entra in gioco la più ampia coalizione delle regioni perimetrali, perché nemmeno Washington può sostenere a tempo indeterminato più teatri di guerra importanti e al contempo rifornire le proprie forze. Il compito, quindi, è quello di trasformare un insieme dispersivo di Stati ricchi e preoccupati in un’economia funzionante sia in tempo di guerra che in tempo di pace — un blocco che scoraggi l’aggressione nel breve termine e che, nel lungo periodo, superi il «heartland» in termini di produzione, innovazione e durata.

L’UNIONE FA LA FORZA

Nonostante il disfattismo occidentale, la “periferia” supera di gran lunga il “cuore” in tutti gli indicatori significativi della capacità economica. Il Nord America, l’eurozona e le principali democrazie dell’Indo-Pacifico – Australia, Giappone, Corea del Sud e Taiwan – producono circa la metà del PIL globale ai tassi di cambio di mercato. Il “heartland” massimalista, al contrario – Cina, Russia, Iran e Corea del Nord, oltre a una manciata di Stati allineati quali Bielorussia, Cambogia, Cuba, Laos, Myanmar, Pakistan e le repubbliche dell’Asia centrale – raggiunge solo circa il 20 per cento del PIL globale. Probabilmente anche questa cifra è gonfiata: ricerche satellitari che misurano l’illuminazione notturna, un indicatore dell’attività economica, suggeriscono che la Cina, la Russia e altri Stati autoritari abbiano sovrastimato i propri tassi di crescita di circa il 35 per cento nei primi due decenni di questo secolo.

Il “rimland” controlla inoltre i motori principali della creazione di ricchezza globale. Il Nord America, l’eurozona e le principali democrazie dell’Indo-Pacifico formano un mercato di consumo grande circa tre volte e mezzo rispetto a quello dell’“heartland”; il solo mercato statunitense è quasi il doppio di quello cinese e russo messi insieme. Questo squilibrio determina i flussi commerciali globali: oltre la metà del commercio mondiale avviene all’interno del «rimland» e circa due terzi delle esportazioni dell’«heartland» dipendono dalla domanda del «rimland», come ha dimostrato l’economista Neil Shearing. Al contrario, solo circa un sesto delle esportazioni del «rimland» dipende dai mercati dell’«heartland».

I membri del blocco allineato agli Stati Uniti emettono le valute di riserva mondiali, gestiscono le principali reti di pagamento e transazione e forniscono quasi tutti gli asset liquidi e investment-grade. Circa l’85 per cento degli investimenti diretti esteri globali, l’85 per cento degli investimenti di portafoglio e l’87 per cento delle riserve valutarie si trovano all’interno del blocco. Queste basi garantiscono al “rimland” sia costi di finanziamento più bassi in tempi normali sia una formidabile leva coercitiva in caso di crisi. Dopo l’invasione russa dell’Ucraina, il G-7 ha congelato 300 miliardi di dollari di riserve russe ed espulso le banche russe dalla rete di comunicazioni finanziarie nota come SWIFT, costringendo Mosca alla dipendenza finanziaria dalla Cina. Durante la guerra con l’Iran, Washington ha sanzionato le reti di approvvigionamento di armi di Teheran e la sua flotta ombra di petroliere, avvertendo che le banche che gestivano fondi iraniani illeciti avrebbero potuto essere escluse dal sistema finanziario statunitense. La Cina opera all’interno di questo stesso sistema; circa il 75 per cento dei suoi prestiti all’estero è denominato in dollari, e la maggior parte delle sue riserve non in dollari è detenuta in Europa.

Il vantaggio della Cina nel settore dei minerali critici è meno solido di quanto sembri.

Le risorse rappresentano un altro punto di forza delle regioni di confine. Gli Stati Uniti sono diventati il principale produttore mondiale di petrolio e gas, estraendo circa il doppio del petrolio rispetto all’Arabia Saudita o alla Russia e circa il 75 per cento in più di gas naturale rispetto alla Russia, il secondo produttore al mondo. Tale abbondanza ha ridotto drasticamente l’esposizione degli Stati Uniti a punti di strozzatura lontani: solo circa il 7 per cento del petrolio greggio importato dagli Stati Uniti transita attraverso lo Stretto di Hormuz, mentre circa la metà delle importazioni di petrolio greggio della Cina lo fa. Nel frattempo, il Nord America è passato dall’essere un fornitore marginale di gas naturale liquefatto nel 2016 a diventare la principale regione esportatrice al mondo nel 2025. Questo cambiamento ha reso la “rimland” più autosufficiente. Prima dell’invasione russa dell’Ucraina, Mosca forniva il 45 per cento delle importazioni di gas dell’UE; nel 2025, tale quota era scesa al 12 per cento. Il tentativo della Russia di usare petrolio e gas come arma non ha lasciato l’Europa indifesa, ma ha invece spinto il continente ad affidarsi ancora di più a un sistema energetico incentrato sugli Stati Uniti. La guerra in Iran ha accelerato questa tendenza. Circa due mesi dopo l’inizio del conflitto, le esportazioni statunitensi di petrolio greggio hanno raggiunto il record di 6,4 milioni di barili al giorno, secondo l’U.S. Energy Information Administration. All’inizio di aprile, oltre 65 superpetroliere vuote — quasi il triplo rispetto alla settimana precedente l’inizio della guerra — si dirigevano verso i porti statunitensi per caricare greggio. Si prevedeva inoltre che le raffinerie statunitensi fornissero oltre un terzo del carburante per aerei dell’Europa nel mese di aprile, circa il doppio rispetto al livello di gennaio.

Anche il cuore del Paese dispone di risorse naturali, ma la periferia ha una maggiore capacità di trasformare tali risorse in potere. La Russia possiede vasti giacimenti di petrolio, gas e minerali, ma molti di essi dipendono da oleodotti obsoleti risalenti all’era sovietica, da reti ferroviarie sovraccariche e da porti e rotte marittime vulnerabili agli attacchi. Ad aprile, gli attacchi ucraini ai principali hub di esportazione hanno costretto la Russia a ridurre i flussi di petrolio, mettendo a nudo la fragile infrastruttura che sta alla base del suo potere basato sulle risorse. Il vantaggio della Cina nei minerali critici è più formidabile ma meno sicuro di quanto sembri. La sua morsa sta ora subendo attacchi lungo tutta la catena di approvvigionamento, poiché gli sforzi di diversificazione degli Stati Uniti e dei paesi alleati sono passati dall’aspirazione alla mobilitazione sostenuta dallo Stato. Tokyo ha aperto la strada a questo modello nel 2010, dopo che le tensioni con la Cina sulle contese Isole Senkaku (note in Cina come Isole Diaoyu) avevano portato la Cina a imporre un embargo su tutte le esportazioni di elementi delle terre rare verso il Giappone. Da allora, Tokyo ha sfruttato i finanziamenti pubblici per collegare l’estrazione mineraria australiana e la raffinazione malese all’industria giapponese a valle dei magneti, riducendo la propria dipendenza dalle importazioni cinesi di terre rare da circa il 90 per cento nel 2010 a circa il 60 per cento oggi. Washington sta ora ampliando tale approccio, ricorrendo a partecipazioni azionarie, prezzi minimi e nuovi meccanismi di finanziamento per stimolare la produzione di terre rare, oltre a creare una Riserva strategica statunitense di minerali critici di proprietà statale. Le aziende di tutta la «rimland», tra cui MP Materials negli Stati Uniti, Lynas in Australia e Serra Verde in Brasile, stanno costruendo una catena che va dalla miniera al magnete. La Cina può ancora causare problemi, ma le sue minacce di interrompere l’accesso non fanno altro che accelerare il consolidamento delle catene di approvvigionamento della «rimland».

L’asimmetria più marcata risiede nell’industria avanzata. Secondo i calcoli di Stephen Brooks e Ben Vagle, gli Stati Uniti e i loro alleati si aggiudicano quasi l’85 per cento degli utili aziendali globali nei settori high-tech — l’indicatore più chiaro di dove si crea il vero valore. La quota della Cina si aggira intorno al sei per cento; Russia, Iran e Corea del Nord non contribuiscono praticamente in alcun modo. Nel 2022, le aziende americane erano in testa in 20 dei 27 settori elencati nella classifica Forbes Global 2000, che stila l’elenco delle più grandi società quotate al mondo, e gli Stati Uniti non sono mai scesi al di sotto del terzo posto in nessun settore. La Cina era in testa solo in tre: settore bancario, edilizia ed estrazione di materie prime. Nei settori più rilevanti per il potere moderno, il predominio degli Stati Uniti e dei loro alleati è schiacciante; come dimostrano Brooks e Vagle, nel 2022 gli Stati Uniti e i loro partner hanno conquistato il 99% dei profitti nel settore aerospaziale, il 96% in quello dei semiconduttori, il 90% nell’hardware tecnologico, l’85% nel software e oltre il 75% nei settori delle biotecnologie, delle telecomunicazioni, dei prodotti chimici e dei beni strumentali. La quota cinese dei profitti in ciascuna di queste categorie variava dall’1% al 7%.

La portata industriale della Cina è reale: il Paese produce circa un terzo dei beni a livello mondiale ed è leader nella produzione di veicoli elettrici, batterie, pannelli solari, droni, navi, prodotti farmaceutici e terre rare. Tuttavia, questa portata non ha portato all’autosufficienza. La produzione interna cinese di chip copre meno di un quinto della domanda, e i controlli sulle esportazioni statunitensi hanno drasticamente ridotto l’accesso della Cina alla potenza di calcolo di fascia alta. Persino i migliori modelli di intelligenza artificiale cinesi si basano su architetture open source progettate in Occidente o su cluster improvvisati di chip di fascia bassa. Il quadro di fondo rimane immutato: la Cina è un gigante manifatturiero di medio livello tecnologico che opera all’interno di un ecosistema tecnologico di frontiera.

SULLA RIVA DEL MARE

La “periferia” non solo è più vasta e avanzata rispetto al “cuore”; è anche sufficientemente diversificata da funzionare come un’economia globale a sé stante. Il “cuore”, al contrario, rimane una coalizione più ristretta, costruita attorno a settori industriali concentrati e Stati fragili. Cina e Russia hanno cercato di compensare questa situazione coltivando partner al di fuori di entrambi i blocchi, soprattutto attraverso prestiti e investimenti. Ma molti dei grandi mutuatari di Pechino sono esportatori di materie prime fortemente indebitati con rating di credito B-, e i suoi prestiti all’estero hanno generato trasferimenti netti negativi dal 2019, a causa dell’aumento delle insolvenze dei mutuatari. Queste asimmetrie contano sia in tempo di pace che in tempo di guerra. In tempi normali, le aziende del «rimland» definiscono gli standard, controllano la proprietà intellettuale critica e conquistano i segmenti ad alto margine delle catene del valore globali. In caso di conflitto, quelle stesse reti diventano punti nevralgici che il «rimland» può mettere sotto pressione; chip di fascia alta, strumenti di precisione e altri fattori produttivi insostituibili non possono essere accumulati a tempo indeterminato né resi rapidamente autonomi a livello nazionale. L’odierno «heartland» è più dinamico e interconnesso rispetto agli avversari del passato, ma manca ancora della profondità economica e della portata tecnologica della coalizione schierata contro di esso.

Eppure la grande forza del “rimland” — la sua diversità — è anche una debolezza. Una coalizione che assomiglia a un’economia globale in miniatura riunisce Stati le cui politiche sono motivate da vulnerabilità e tolleranze al rischio molto diverse. La Cina incute timore all’India attraverso l’aggressività nell’Himalaya, al Giappone e al Sud-Est asiatico attraverso l’espansione marittima, e all’Australia attraverso la coercizione economica. I missili russi e le crisi energetiche preoccupano i paesi europei. Il «heartland», d’altra parte, ha un obiettivo semplice e unificante: indebolire l’ordine del «rimland» che lo limita.

Le potenze del “rimland” fanno inoltre affidamento su un gruppo di Stati cerniera che sono strategicamente indispensabili ma strutturalmente non allineati. L’India coltiva strette partnership sia con Washington che con Mosca. L’Arabia Saudita ha rafforzato i propri legami in materia di difesa con gli Stati Uniti, pur mantenendo Huawei integrata nella propria infrastruttura digitale. Questi paesi dispongono delle risorse, dei punti di forza tecnologici o di altre risorse in grado di rafforzare il dominio del “rimland”, ma rimangono solo quasi-alleati il cui impegno è, nella migliore delle ipotesi, condizionato.

All’interno del nucleo occidentale della “rimland”, la politica democratica amplifica i problemi di coordinamento. Gli esportatori, le industrie dipendenti dalle importazioni e i cittadini comuni, abituati a energia e beni a basso costo, rendono difficile per i politici adottare una linea più dura nei confronti della Cina e della Russia. L’Europa presenta un settore tecnologico debole e una produttività in ritardo, e le sue industrie sono esposte sia alla sovraccapacità cinese che al protezionismo statunitense. Tali limiti strutturali spingono gli alleati democratici verso una politica di copertura e di rinvio. Gli Stati Uniti, nel frattempo, sono indispensabili ma inaffidabili. La polarizzazione interna e i cicli di populismo alimentano impulsi di politica estera unilateralista; il peso economico incoraggia la convinzione che il Paese possa prosperare senza un’attenta gestione delle alleanze o forse persino ricattare tali alleati per ottenere vantaggi di corto respiro. Durante la Guerra Fredda, un’Unione Sovietica dotata di armi nucleari e ideologicamente espansionista imponeva disciplina al sistema del «rimland». L’odierno «heartland» non lo fa: la Russia è brutale ma limitata, e la Cina avanza attraverso la coercizione economica e la pressione graduale nella «zona grigia» — vessazioni marittime, intimidazioni militari, operazioni informatiche e altre azioni coercitive volte a modificare la situazione sul campo senza scatenare una guerra. In assenza di un pericolo esistenziale unico, il «rimland» non prova quel timore che un tempo costringeva le democrazie a subordinare gli interessi particolari a una strategia condivisa. È materialmente dominante ma politicamente debole.

IL LAVORO DI SQUADRA REALIZZA I SOGNI

L’obiettivo non è quello di ampliare la zona perimetrale, ma di renderla coerente. Ciò significa passare da un coordinamento ad hoc a una collaborazione più strutturata: produzione condivisa nei settori chiave, reti tecnologiche interoperabili e industrie della difesa che si rafforzino a vicenda anziché operare in modo isolato.

Il principio organizzativo è semplice: ridondanza senza autarchia. Il “rimland” non ha bisogno di produrre tutto ovunque; deve garantire che ogni capacità industriale e tecnologica essenziale esista da qualche parte all’interno della coalizione. Anziché costruire un’unica gigantesca catena di approvvigionamento, il blocco dovrebbe distribuire le funzioni critiche tra le economie nordamericane, europee e indo-pacifiche. I partner seguirebbero regole comuni per la valutazione degli investimenti, i controlli sulle esportazioni e il contrasto alla sovraccapacità cinese, in modo che il capitale privato possa fluire naturalmente verso i centri alleati piuttosto che verso i punti di strozzatura cinesi o russi.

La stessa logica vale per la tecnologia. Il vantaggio storico del “rimland” risiede nell’innovazione decentralizzata: numerosi centri di competenza indipendenti competono, sperimentano e diffondono le scoperte rivoluzionarie più rapidamente di qualsiasi rivale guidato dallo Stato. Una strategia coerente amplificherebbe tale vantaggio, collegando gli ecosistemi di ricerca e sviluppo, coordinando le restrizioni sulle tecnologie a duplice uso e garantendo che i progressi sensibili nell’intelligenza artificiale, nella tecnologia quantistica e nelle biotecnologie circolino all’interno della coalizione senza trapelare alle forze armate dell’“heartland”.

Soldati italiani durante un’esercitazione militare congiunta tra Bulgaria, Italia, Romania, Turchia e Stati Uniti, a Koren, in Bulgaria, giugno 2026Stoyan Nenov / Reuters

Questo sistema necessita inoltre di una base industriale della difesa coesa. Oggi le forze armate alleate si addestrano insieme, ma le loro fabbriche operano spesso come se appartenessero a mondi diversi. Una «rimland» più forte intreccierebbe tali basi in un’economia della difesa interconnessa, che promuova la produzione congiunta di munizioni e piattaforme e rafforzi i cavi sottomarini su cui poggiano la finanza globale e il comando militare. L’obiettivo è una base di difesa imponente e distribuita: diversi Stati specializzati nei settori in cui sono più forti, ma con prodotti interoperabili che rafforzino la forza collettiva.

Ciò consentirebbe di ottenere una maggiore capacità di resistenza militare. Un sistema industriale della difesa distribuito — esteso in Nord America, Europa e nell’Indo-Pacifico — creerebbe una capacità di risposta che nessun singolo avversario potrebbe neutralizzare. Consentirebbe inoltre agli alleati di distribuire la pressione: quando le scorte di una regione si esaurissero o le sue fabbriche fossero colpite da attacchi informatici, le altre potrebbero compensare. In questo modo, i vantaggi economici e tecnologici della «rimland» potrebbero trasformare una coalizione tatticamente esposta in una dotata di resistenza strategica.

Questa integrazione economica e militare deve essere accompagnata da strumenti di coercizione. Se la Cina o la Russia prendessero di mira uno Stato membro con restrizioni commerciali, i partner disponibili potrebbero varare dazi sincronizzati, controlli sulle esportazioni e sostegno finanziario d’emergenza. Un comitato di coordinamento permanente potrebbe calibrare le sanzioni, far rispettare le norme di sicurezza tecnologica e compensare gli Stati colpiti da ritorsioni. Anziché improvvisare le risposte, il blocco farebbe affidamento su strumenti collaudati e su percorsi di escalation prevedibili che aumentino i costi di un’aggressione al cuore del blocco.

È altrettanto fondamentale chiudere le “backdoor” della Cina. La coalizione guidata dagli Stati Uniti controlla i macchinari dell’industria moderna, ma solo coordinando le norme di origine e la tracciabilità dei componenti potrà impedire a Pechino di far transitare input critici attraverso l’India, il Messico o il Vietnam. Controlli armonizzati sulle esportazioni e standard di geolocalizzazione integrati impedirebbero ai macchinari a duplice uso di finire nelle mani delle forze armate dei paesi del cuore. Un sistema a più livelli, con pieno accesso per gli Stati conformi, accesso parziale per quelli indecisi e sospensione per i trasgressori, garantirebbe un ordine flessibile ma disciplinato.

NON COMPLICARE LE COSE

Nulla di tutto ciò richiede un’alleanza formale. I trattati sono macchinosi e l’unanimità crea soggetti in grado di esercitare il veto. Ciò di cui la “rimland” ha bisogno sono regole allineate e un’applicazione coordinata, non una sovranità condivisa. Gruppi di Stati disposti a collaborare possono procedere su questioni quali chip, cavi sottomarini, attacchi a lungo raggio o sanzioni anche quando altri esitano. Il sistema si espande per accrescimento, non attraverso grandi accordi.

Né il “rimland” dovrebbe idealizzare la conquista del cosiddetto Sud del mondo. Durante la Guerra Fredda, la maggior parte degli Stati postcoloniali scelse la via del non allineamento, eppure la coalizione occidentale prevalse comunque. Questa realtà di fondo rimane immutata. La sola economia statunitense è circa il 30 per cento più grande delle economie di Africa, America Latina, Medio Oriente, Asia meridionale e Sud-Est asiatico messe insieme. I paesi di quelle regioni sono divisi sia politicamente che economicamente. Molti sono attratti dai prestiti e dalle infrastrutture offerti dalla Cina, ma si sentono minacciati dalla sua sovraccapacità industriale e dal dumping. Le regioni in via di sviluppo rimarranno probabilmente un’arena di alleanze mutevoli, valutate caso per caso, e non una coalizione affidabile né per Washington né per Pechino.

Il “rimland” non dovrebbe idealizzare la conquista del Sud del mondo.

Per i paesi del “rimland”, l’implicazione è semplice. Devono interagire con i paesi di queste regioni in modo opportunistico, non ideologico. Ciò di cui la coalizione ha bisogno da questi paesi è specifico e limitato: accesso sicuro ai minerali critici, approvvigionamenti energetici diversificati e bacini di manodopera complementari. I partenariati con loro rimarranno transazionali e fluidi. L’obiettivo non è quello di convertirli in alleati, ma di offrire alternative economiche credibili quando gli interessi coincidono e di garantire che la Cina non possa dominare i loro mercati o accaparrarsi le risorse a basso costo.

Tutto ciò richiederà una leadership statunitense costante, proprio quella che oggi è messa in discussione. Gli Stati Uniti hanno i propri impulsi «continentalisti». In quanto paese più forte e autosufficiente del mondo, potrebbero essere tentati di ritirarsi nella propria regione, utilizzando il dominio emisferico come rifugio in un mondo in disordine. Oppure potrebbero cercare un vantaggio unilaterale esercitando pressioni sui propri alleati, anziché adoperarsi per generare una maggiore forza multilaterale. Entrambe queste tendenze si rivelerebbero fatali per la coesione delle regioni periferiche.

Solo gli Stati Uniti possono fungere da punto di riferimento per la difesa delle regioni perimetrali a rischio, grazie al peso economico e alla supremazia tecnologica necessari a sostenere un sistema di resilienza collettiva e di pressione. Solo gli Stati Uniti possono garantire la fiducia di cui i partner hanno bisogno per opporsi alla coercizione esercitata dal cuore del mondo. Solo gli Stati Uniti possono essere il nodo centrale nella rete di partnership flessibili che consentirà alle regioni periferiche di superare i propri nemici in termini di innovazione e durata. Se Washington ricorre alla pressione e alla persuasione per catalizzare l’azione collettiva, come ha fatto durante la Guerra Fredda, potrà rafforzare relazioni vitali. Se invece abbandona tali relazioni o le utilizza per estorcere tributi, abbatterà le barriere che da tempo hanno ostacolato l’aggressività delle regioni centrali.

Il cuore del mondo sa bene cosa vuole: un mondo suddiviso in sfere territoriali e controllato attraverso punti nevralgici industriali che mantengano gli altri in una posizione di dipendenza. Grazie a una tecnologia superiore e a mercati più ricchi, la periferia ha le dimensioni necessarie per impedire che quel futuro si realizzi. Ma tali vantaggi contano ben poco se non vengono organizzati. La questione ora è se la periferia agirà come un centro di potere coerente o rimarrà un insieme disorganizzato e vulnerabile. L’equilibrio di potere sottostante pende ancora decisamente a favore della periferia. Che lo stesso valga per l’ordine internazionale dipenderà dalla capacità della periferia di trasformare la propria forza in strategia.

Quando un cessate il fuoco è in realtà una situazione di stallo _ di Hussein Banai …….e Dmitriy Trenin (RIAC)

Quando un cessate il fuoco è in realtà una situazione di stallo

Raggiungere un equilibrio con l’Iran è il meglio che gli Stati Uniti possano fare

Hussein Banai

19 giugno 2026

Il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu e il presidente degli Stati Uniti Donald Trump a Palm Beach, in Florida, dicembre 2025 Jonathan Ernst / Reuters

HUSSEIN BANAI è professore associato di Studi internazionali presso la Hamilton Lugar School of Global and International Studies dell’Università dell’Indiana a Bloomington ed è coautore di Republics of Myth: National Narratives and the U.S.-Iran Conflict.

AscoltaCondividi e
Scarica

Stampa

Salva

Una situazione di stallo è l’esito diplomatico meno apprezzato. Non risolve nulla, non soddisfa nessuno ed è considerata una vittoria solo dalla parte più debole, per la quale la sopravvivenza è già di per sé un risultato sufficiente. Ma questa è la situazione in cui si è stabilizzata la guerra tra l’Iran e gli Stati Uniti e, dopo 107 giorni di ostilità, quella che entrambe le parti hanno finalmente ufficializzato. Il 17 giugno, Teheran e Washington hanno firmato un accordo che riapre lo Stretto di Ormuz e pone fine al blocco navale americano, senza però fare nulla per risolvere le controversie di fondo tra i due paesi. L’accordo offre a Teheran un vero sollievo: Washington revoca immediatamente le sanzioni sul petrolio iraniano, inizia a sbloccare i fondi iraniani congelati e si impegna a fornire un pacchetto di ricostruzione del valore di almeno 300 miliardi di dollari. Ma ogni questione spinosa riguardante il programma nucleare iraniano, il suo programma missilistico e la sua rete di proxy è stata rinviata a una data indeterminata nel futuro.

Per il presidente degli Stati Uniti Donald Trump, questo non è certo un gran risultato. Quando Trump ha dato il via alla guerra contro l’Iran alla fine di febbraio, aveva promesso agli americani che avrebbe posto fine al programma nucleare del Paese, smantellato le sue capacità missilistiche e forse distrutto la stessa Repubblica Islamica. Ha fallito su tutti i fronti. In realtà, la guerra ha dimostrato che Teheran è più resiliente di quanto molti analisti si aspettassero. Il regime ha resistito a mesi di sofferenze – tra cui l’assassinio di quasi tutta la sua leadership di vertice – ed è uscito indenne. Chiudendo lo Stretto di Hormuz e facendo schizzare alle stelle i prezzi dell’energia, Teheran ha persino dimostrato di disporre di uno strumento con cui esercitare pressioni su altri governi, Washington compresa. L’aumento dei costi del gas, dopotutto, è stato uno dei fattori che hanno spinto Trump a porre fine al conflitto.

Tuttavia, questo risultato non deve necessariamente rappresentare una sconfitta per gli Stati Uniti. Washington ha ottenuto alcuni successi tattici durante la guerra e ha concesso relativamente poco. Nel complesso, l’accordo rappresenta soprattutto un ritorno allo status quo prebellico. Certo, i funzionari americani devono ancora gestire le aspirazioni nucleari dell’Iran, i suoi missili e i suoi alleati. Ma gli Stati Uniti sono stati in grado di farlo negli ultimi 20 anni senza ricorrere al conflitto. Possono farlo ancora una volta.

PROMESSE ECCESSIVE,RISULTATI INFERIORI ALLE ASPETTATIVE

Dal momento in cui hanno iniziato a bombardare l’Iran, gli Stati Uniti si sono messi in una posizione difficile definendo la vittoria in termini massimalisti. Nell’annunciare la guerra, Trump ha dichiarato che Washington non si sarebbe limitata a eliminare il programma nucleare iraniano. Ma avrebbe anche «distrutto i loro missili e raso al suolo la loro industria missilistica». Le truppe americane avrebbero «annientato» la marina iraniana e «garantito che i proxy terroristici del regime non potessero più destabilizzare la regione o il mondo». Ha esortato gli iraniani a scendere in piazza per rovesciare il proprio governo. Il presidente, in altre parole, ha delineato obiettivi straordinariamente ambiziosi.

Iscriviti a Foreign Affairs This Week

Le migliori selezioni della nostra redazione, inviate gratuitamente nella tua casella di posta ogni venerdì.Iscriviti 

* Si prega di notare che, fornendo il proprio indirizzo e-mail, l’abbonamento alla newsletter sarà soggetto all’Informativa sulla privacy e alle Condizioni d’uso di Foreign Affairs.

Non sorprende che Trump abbia fallito. Gli Stati Uniti e Israele hanno effettivamente eliminato in breve tempo quasi tutti i vertici iraniani, compreso la Guida Suprema Ali Khamenei. Ma Teheran li ha rapidamente sostituiti e ha continuato a combattere. Washington ha affermato di aver in gran parte distrutto la capacità militare-industriale dell’Iran. Ma Teheran ha intensificato i propri attacchi missilistici contro le basi americane nella regione, contro le infrastrutture petrolifere e del gas dei paesi arabi confinanti e contro obiettivi militari e civili all’interno di Israele. Soprattutto, i funzionari iraniani hanno capito che potevano bloccare lo Stretto di Hormuz, creando carenze energetiche in tutto il mondo e mettendo sotto pressione i funzionari statunitensi.

Alla fine, Trump si è piegato alla realtà e ha concordato un cessate il fuoco con l’Iran. Nei primi giorni successivi, le ostilità sono rimaste latenti piuttosto che cessare del tutto, poiché Israele ha concentrato i propri attacchi sulle postazioni di Hezbollah in tutto il Libano, sfidando l’insistenza di Teheran sul fatto che il cessate il fuoco si estendesse anche agli israeliani. Anche le forze armate americane e il Corpo delle Guardie Rivoluzionarie Islamiche iraniane si sono attaccate sporadicamente a vicenda nelle postazioni intorno allo Stretto di Ormuz. Per tutto il tempo, Washington si è rifiutata di fare marcia indietro sulle sue richieste massimaliste nell’ambito dei negoziati di pace. Ben presto, gli Stati Uniti hanno fatto ricorso al blocco dell’Iran nella speranza di costringerlo a cedere. Ma la pressione si è rivelata nuovamente inefficace e, all’inizio di giugno, la comunità dei servizi segreti statunitensi ha stabilito che il regime avrebbe potuto resistere a tempo indeterminato. All’amministrazione Trump non è rimasta quindi altra scelta che accontentarsi di un accordo che ponesse fine a tutti i combattimenti, al fine di riaprire lo Stretto di Ormuz.

Il presidente ha cercato di presentare il nuovo cessate il fuoco come una vittoria, sostenendo che il continuo isolamento dell’Iran e la sua crescente vulnerabilità agli attacchi americani (gli Stati Uniti hanno infatti indebolito in modo sostanziale le difese iraniane) finiranno per costringere il Paese alla resa. Ma anche Teheran sostiene con forza di aver vinto, e la sua versione della vittoria è sia più semplice sia più in linea con la realtà sul campo. Come sottolineano giustamente i leader iraniani, il regime è sopravvissuto a un bombardamento durato diverse settimane da parte di due avversari più potenti. Ha conservato centinaia di chilogrammi di uranio arricchito e mantiene la capacità di arricchirne altro. Ma soprattutto, ha dimostrato di poter dominare la via di transito più importante al mondo per il petrolio.

Ciò non significa che l’Iran sia improvvisamente diventato una grande potenza o che la Repubblica Islamica abbia superato le sue numerose crisi di legittimità. La sua economia e le sue infrastrutture erano sottoposte a forti pressioni già ben prima della guerra, il che ha portato a massicce proteste a livello nazionale nel mese di gennaio, che il regime è riuscito a sedare solo attraverso una brutale repressione. Ora, la situazione materiale del Paese è notevolmente peggiorata, a causa dei bombardamenti statunitensi e israeliani. Tuttavia, la posizione geopolitica del regime è migliorata proprio mentre la sua situazione interna si è deteriorata. Assumendo il controllo dello Stretto di Hormuz, Teheran ha acquisito una carta negoziale di cui prima non disponeva, che le garantisce maggiore potere contrattuale nei negoziati sulle questioni nucleari e le consente di assicurarsi che Washington non la attacchi ancora una volta.

FARE UN SALTO NEL BUIO

La Repubblica Islamica è esperta nell’arte dello stallo. Dopotutto, da quasi 50 anni si è in parte definita proprio attraverso una competizione senza fine con Washington. Così facendo, ha imparato a tollerare una notevole pressione da parte degli Stati Uniti. Di fatto, il regime ha cercato attivamente di mantenere i rapporti con gli Stati Uniti in uno squilibrio sgradevole, assicurandosi che non ci fossero né progressi eccessivi (che avrebbero compromesso l’impegno rivoluzionario del regime nell’opporsi a Washington) né tensioni eccessive (che avrebbero potuto sfociare in un’invasione su vasta scala). Gli Stati Uniti, al contrario, non si sono mai sentiti a proprio agio con queste condizioni. I funzionari statunitensi chiedono da tempo che l’Iran ridimensioni il proprio programma nucleare, smantelli il proprio arsenale missilistico ed elimini la propria rete di proxy — obiettivi tutti irraggiungibili se le due parti rimangono in una situazione di stallo.

Questa asimmetria rende lo stallo molto più difficile da accettare per Washington che per Teheran. Gli Stati Uniti non possono semplicemente tollerare il dominio regionale dell’Iran, sia che esso venga esercitato attraverso le reti sciite in Iraq, Libano, Siria e Yemen, sia che avvenga tramite una deterrenza nucleare. Ma, come hanno chiaramente dimostrato gli ultimi mesi, la guerra non è il modo giusto per fermarlo. Queste preoccupazioni richiedono invece strumenti diversi e più mirati.

Si considerino i missili dell’Iran e i suoi alleati armati. Fortunatamente per Washington, tali questioni suscitano un’intensa opposizione regionale e le minacce che rappresentano possono essere contenute dagli Stati più esposti, vale a dire Israele e le monarchie del Golfo. Israele è in grado di mantenere una deterrenza credibile, mentre le monarchie del Golfo possono rafforzare le proprie difese aeree nel breve termine, perseguendo nel lungo periodo un accordo strategico con Teheran basato su legami economici e culturali. Gli Stati Uniti, dal canto loro, possono potenziare l’assistenza americana in materia di sicurezza a questi paesi nell’ambito di una strategia di contenimento. Ciò consentirebbe a Washington di gestire la situazione di stallo in modo da non gravare sulle risorse statunitensi e quindi non mettere a repentaglio gli interessi americani nella regione.

Un murale in memoria dei leader iraniani assassinati a Teheran, in Iran, giugno 2026 Majid Asgaripour / Reuters

Gli Stati Uniti non possono contare sui propri partner per gestire il programma nucleare iraniano. Tuttavia, dispongono di altri strumenti da utilizzare per affrontare questa minaccia. Teheran potrebbe non accettare mai di rinunciare del tutto all’arricchimento dell’uranio, ma il governo iraniano ha comunque un incentivo a raggiungere un accordo che imponga limiti significativi al proprio programma in cambio di un alleggerimento delle sanzioni di cui ha disperatamente bisogno. Un accordo di questo tipo potrebbe suscitare resistenza tra gli estremisti iraniani, che sono contrari a qualsiasi tipo di compromesso con Washington. Tuttavia, purché l’accordo riconosca il diritto sovrano del regime all’arricchimento dell’uranio, le frange più pragmatiche dell’Iran potrebbero presentarlo come una concessione di grande rilievo strappata a un’amministrazione statunitense intransigente, costretta ad abbandonare la sua richiesta massimalista che l’Iran ponesse fine al proprio programma nucleare una volta per tutte.

I partner arabi del Golfo di Washington appoggerebbero probabilmente un accordo del genere. Essendo stati ormai attaccati direttamente e ripetutamente dall’Iran come rappresaglia per aver ospitato basi statunitensi e avendo subito le conseguenze economiche della chiusura dello stretto, questi paesi hanno tutte le ragioni per preferire un Iran tenuto a bada piuttosto che uno in guerra. Infatti, la maggior parte delle monarchie del Golfo ha spinto attivamente per un allentamento delle tensioni e la ricerca di un accordo. Ma Israele non sarà d’accordo. Quel Paese vede l’Iran come una minaccia esistenziale che deve essere sottomessa con la forza, e ha quindi cercato di impedire il successo dei colloqui di pace. L’esercito israeliano, ad esempio, ha colpito l’area di Beirut il 14 giugno, proprio mentre Teheran e Washington stavano finalizzando il loro accordo. L’Iran, a sua volta, si è preparato a contrattaccare finché i diplomatici americani non hanno promesso di costringere gli israeliani a smettere di attaccare Hezbollah, consentendo così il completamento dell’accordo. Ma Washington dovrebbe aspettarsi che la situazione si ripeta in futuro, compresa la possibilità che Israele tenti di riaccendere la guerra colpendo direttamente gli impianti nucleari iraniani. Per impedire un simile esito, gli Stati Uniti dovranno esercitare la leva di cui dispongono sul proprio alleato – ad esempio, ponendo condizioni alle vendite di armi, ritirando l’assistenza in materia di intelligence e non fornendo più protezione diplomatica. Allo stesso tempo, dovrebbero offrire a Israele garanzie di sicurezza affinché il Paese non senta di dover attaccare l’Iran.

Fare tutto questo non sarà facile, e non solo perché Washington vuole fornire un ampio sostegno al proprio partner israeliano. Ci sono anche molte élite della politica estera americana che semplicemente si rifiutano di ammettere che gli Stati Uniti non possono sconfiggere l’Iran e continuano quindi a considerare l’attuale situazione di stallo come un intervallo prima di riprendere la guerra e ottenere una vittoria definitiva. Eppure la realtà è che l’Iran ha dimostrato di poter resistere a pressioni estreme e di infliggere gravi perdite agli Stati Uniti, anche quando le sue capacità offensive sono gravemente compromesse. Anche se Washington riuscisse a trovare la determinazione necessaria per una prolungata invasione terrestre, questa particolare amministrazione non possiede la visione e la disciplina che un’operazione del genere richiederebbe. Un nuovo conflitto non farebbe altro che esaurire le munizioni e i missili intercettori di Washington, innescare l’inflazione a livello mondiale e mettere alla prova la pazienza dei partner degli Stati Uniti.

È quindi giunto il momento che gli Stati Uniti riconoscano la verità: si trovano in una situazione di stallo. Dovrebbero smettere di riflettere su come sconfiggere definitivamente l’Iran e iniziare a capire come gestire pacificamente un rapporto complesso e conflittuale. Un lavoro del genere non è certo affascinante; i compromessi non lo sono mai. Ma è l’unico modo in cui Washington possa effettivamente tenere a bada Teheran e preservare il potere degli Stati Uniti in Medio Oriente.

La tregua di Trump con l’Iran segna una sconfitta per il potere americano

18 giugno 2026

Reuters

 0

 550

 Stampa 

Argomento: Sicurezza internazionale

Regione: Medio Oriente

Tipo: Articoli

Vota questo articolo

 (2 voti)

Leggi RIAC su

Dmitriy Trenin

Presidente del Consiglio russo per gli affari internazionali

Versione breve dell’articolo

Versione completa dell’articolo

Che differenza fa un anno! Lo scorso giugno, all’indomani del primo attacco congiunto di Israele e Stati Uniti contro l’Iran, in Medio Oriente circolava una battuta. Raccontava di un barista che accoglieva nel suo locale un americano, un israeliano e un iraniano, offrendo loro delle birre e dicendo: «Congratulazioni, signori; avete vinto tutti.» Questa volta non è così. Non c’è dubbio che nella seconda guerra contro l’Iran ci sia un solo vincitore: l’Iran. Ci sono anche diversi perdenti, tra cui l’America e Israele.

Vasily Kuznetsov:
La guerra rivisitata: cinquanta conclusioni

Non facciamoci illusioni. Una tregua non equivale alla pace. Le questioni chiave sono state rinviate a negoziati futuri, e non vi è alcuna certezza che questi producano risultati, né che eventuali accordi reggano nel tempo. Quello con cui abbiamo a che fare qui e ora non è semplicemente l’ennesimo conflitto mediorientale. Si tratta piuttosto di una parte di una lotta in corso in cui l’egemone globale cerca di invertire le tendenze che stanno ridefinendo l’ordine mondiale. Il Medio Oriente è uno dei teatri di quella che equivale a una guerra mondiale, insieme all’Europa orientale, dove l’Occidente sta cercando di sconfiggere la Russia, e all’Asia orientale, dove gli Stati Uniti e i loro alleati stanno cercando di contenere la Cina.

Questa lotta continuerà. Un nuovo equilibrio è ancora molto lontano e, in futuro, saranno inevitabili nuove battaglie. Tuttavia, le conseguenze anche solo di un cessate il fuoco provvisorio tra gli Stati Uniti e l’Iran sono enormi e di vasta portata.

Soprattutto, l’Iran è emerso da questa guerra come una formidabile potenza regionale. Il fatto che Washington, incapace di schiacciarlo, abbia dovuto cercare una tregua non fa che confermare il rafforzamento dello status dell’Iran e non si parla più di un cambio di regime a Teheran, né di alcuna limitazione al suo arsenale di missili balistici, né dell’eliminazione del programma nucleare del Paese, per non parlare dell’abbandono degli alleati regionali dell’Iran. Questi erano tutti gli obiettivi originari degli Stati Uniti e di Israele e, su tutti questi fronti, gli aggressori hanno subito una clamorosa sconfitta.

Nel breve termine, la riapertura dello Stretto di Ormuz e la revoca del blocco navale statunitense contro l’Iran alleggeriranno la situazione energetica sul mercato globale. Tuttavia, nel lungo termine, il caso di Ormuz ha lanciato un messaggio forte e chiaro: nell’era della transizione dell’ordine mondiale, tutti i punti nevralgici marittimi sono potenzialmente vulnerabili ad azioni ostili. I leader iraniani hanno compreso che la loro capacità di chiudere lo stretto, unita alla riluttanza degli Stati Uniti a rischiare perdite nel tentativo di riaprirlo – il tallone d’Achille di Washington – potrebbe costituire per Teheran un deterrente più potente della stessa capacità nucleare. Nel frattempo, Teheran intende regolamentare il traffico attraverso la via navigabile in collaborazione con l’Oman.

Per quanto riguarda il programma nucleare, Teheran lo porterà sicuramente avanti nell’ambito di qualsiasi futuro accordo globale con Washington, se mai si dovesse effettivamente raggiungere un accordo. La mancata conclusione di un accordo lascerebbe Teheran libera di portare avanti il programma come prima, poiché gli iraniani non consegneranno i propri materiali nucleari a nessuno. Per quanto riguarda la deterrenza nucleare, tuttavia, gli insegnamenti tratti dalla recente guerra sono contrastanti. Da un lato, gli Stati Uniti e Israele probabilmente non avrebbero attaccato un Iran dotato di armi nucleari. Si pensi alla Corea del Nord. D’altro canto, Israele, pur essendo dotato di armi nucleari e pur subendo attacchi con missili balistici iraniani, non ha utilizzato armi nucleari contro l’Iran. E nemmeno gli Stati Uniti. Secondo quanto riferito, l’opzione è stata discussa, ma poi scartata. Pertanto, per l’Iran, la possibilità di chiudere lo Stretto di Hormuz potrebbe rivelarsi più efficace.

Lo sblocco dei beni iraniani detenuti dagli Stati Uniti e la revoca delle sanzioni contro l’Iran diventeranno probabilmente strumenti con cui l’America potrà influenzare il «comportamento di Teheran». Avendo perso la guerra, gli Stati Uniti non lasceranno in pace l’Iran. Potrebbero avere motivo di sperare che le condizioni di pace ammorbidiscano gradualmente la società iraniana, mettano in luce le fratture all’interno dell’élite temporaneamente ricucite dalla guerra e concedano all’America margini di manovra. L’istituzione di un fondo per lo sviluppo delle infrastrutture energetiche e logistiche dell’Iran sembra un ulteriore incentivo per indurre gli iraniani a rientrare nel sistema finanziario occidentale. Per l’Iran, la vittoria in guerra deve essere salvaguardata da politiche interne che rafforzino la stabilità del Paese e migliorino i risultati dell’economia.

Ivan Bocharov:
La trappola dell’escalation

La situazione in Libano, tuttavia, potrebbe rappresentare un vero e proprio ostacolo insormontabile. Teheran è riuscita a ottenere il consenso del presidente Donald Trump per includere il fronte libanese nell’accordo. Il primo ministro Benjamin Netanyahu è irremovibile nel sostenere che Israele debba proseguire i propri sforzi per eliminare Hezbollah. La recente ira di Trump nei confronti di Netanyahu riflette qualcosa di molto più importante: una parte significativa della società americana e della classe politica sta perdendo la pazienza con Israele e sta raffreddando i propri rapporti con esso. Ciò avviene sullo sfondo del crescente isolamento internazionale di Israele.

In effetti, Israele è il principale perdente di questa guerra. La sua nuova strategia, volta a eliminare con la forza le minacce su tutti e sette i fronti – da Gaza, dal Libano e dallo Yemen alla Cisgiordania, alla Siria, all’Iraq e, soprattutto, all’Iran – promette “guerre infinite” anziché stabilità e sicurezza. La sua deterrenza nucleare non dichiarata non è riuscita a impedire all’Iran di lanciare missili e droni contro obiettivi israeliani. Nel prossimo futuro, Israele dovrà affrontare un’elezione in cui l’insoddisfazione nei confronti di Netanyahu si scontrerà con l’ampio sostegno alle sue politiche radicali.

Neanche gli Stati arabi del Golfo Persico se la sono cavata bene. La loro dipendenza dalle basi militari statunitensi come garanzia di sicurezza si è rivelata un affare disastroso. Anziché proteggere i Paesi ospitanti, queste basi hanno agito come calamite, attirando gli attacchi di rappresaglia iraniani. L’immagine delle nazioni del Golfo come luoghi sicuri e confortevoli in cui fare affari ha subito un duro colpo. Se queste nazioni vogliono riprendersi, dovranno elaborare una politica di sicurezza migliore rispetto all’allinearsi con il loro protettore fallito.

Comunque sia, la guerra degli Stati Uniti e di Israele contro l’Iran rappresenta un evento fondamentale nella transizione del potere globale. L’egemone mondiale in declino e il suo alleato, la principale potenza militare della regione, hanno tentato con tutte le loro forze, senza riuscirci, di invertire la rotta della storia. Hanno perso una battaglia importante, ma questa non è la fine della crisi mondiale.

Vance ha avvertito Israele: gli Stati Uniti sono il vostro unico alleato potente, e Trump è l’unico capo di Stato che vi è solidale

Fonte: Guanchazhe.com

19 giugno 2026, ore 10:56

[Articolo di Chen Sijia, Guanchazhe.com]

La firma di un memorandum d’intesa tra Stati Uniti e Iran ha suscitato il malcontento di alcuni funzionari del governo israeliano, secondo i quali l’accordo fornirà all’Iran il tempo e i fondi necessari per ricostruire la propria forza militare. Alcuni politici israeliani di estrema destra hanno addirittura affermato che l’accordo tra Stati Uniti e Iran «non si applica a Israele» e si sono opposti al cessate il fuoco in Libano.

Secondo quanto riportato dal quotidiano statunitense *The Wall Street Journal* il 18 giugno, l’atteggiamento dei funzionari israeliani ha suscitato l’ira del vicepresidente americano Vance, il quale ha accusato tali funzionari di aver sferrato «attacchi personali» contro il presidente degli Stati Uniti Trump. Nel corso della conferenza stampa tenutasi quel giorno alla Casa Bianca, Vance ha ammonito i funzionari israeliani, sottolineando che gli Stati Uniti sono l’unico alleato forte di Israele e che gli israeliani devono guardare in faccia la realtà.

Dopo la pubblicazione dei termini specifici del memorandum d’intesa tra Stati Uniti e Iran, il primo ministro israeliano Netanyahu ha evitato di criticare pubblicamente l’accordo. Tuttavia, funzionari israeliani hanno dichiarato in privato che l’accordo potrebbe aiutare l’Iran a ricostituire le proprie scorte di missili e droni, a sostenere i propri alleati in Libano, Yemen e Iraq, influenzando così l’equilibrio di potere nella regione mediorientale, il che «non va a vantaggio degli interessi degli Stati Uniti e di Israele».

Il ministro della Sicurezza nazionale israeliano di estrema destra, Itamar Ben-Gvir, ha invece espresso il proprio malcontento sui social media, affermando che l’accordo tra Stati Uniti e Iran «non si applica» a Israele: «Israele non è soggetto alla giurisdizione degli Stati Uniti, siamo uno Stato indipendente e sovrano». Ha poi aggiunto di essere grato a Trump, ma che Israele «non è una repubblica delle banane».

Il 18, Vance ha smentito queste affermazioni e, durante una conferenza stampa alla Casa Bianca, ha ricordato a Israele: «Trump è attualmente l’unico capo di Stato al mondo che nutre simpatia per Israele; se facessi parte del governo israeliano, probabilmente non criticherei l’unico potente alleato che abbiamo nel mondo».

Vance ha avvertito che due terzi delle armi difensive di Israele sono di fabbricazione statunitense: «Il problema di Israele non è Trump; qualsiasi israeliano che ritenga che il problema principale sia il presidente degli Stati Uniti dovrebbe rinsavire e rendersi conto della realtà in cui si trova il Paese».

Il vicepresidente degli Stati Uniti Vance Foto IC

Inoltre, il memorandum d’intesa tra Stati Uniti e Iran è stato messo in discussione da alcuni sostenitori di Trump e repubblicani all’interno degli Stati Uniti, e Vance ha esortato questi critici a fidarsi di Trump. Vance ha affermato: «Lui crede in questo accordo e farà in modo che venga portato a termine. Se l’Iran non dovesse rispettare l’accordo, disponiamo comunque di tutti gli strumenti e le leve necessarie».

Anche il quotidiano statunitense «New York Times» ha pubblicato il 18 un articolo in cui Vance, in un’intervista, ha criticato aspramente Ben-Gvir e altri politici israeliani di estrema destra. Egli ha chiesto: «Cosa avete intenzione di fare, esattamente? Siete un Paese con oltre 9 milioni di abitanti; non potete risolvere tutti i problemi di sicurezza nazionale ricorrendo alla violenza».

Secondo un’analisi del *Wall Street Journal*, le dichiarazioni di Vance riflettono le divergenze sempre più marcate tra Stati Uniti e Israele. L’amministrazione Trump spera di uscire al più presto da questa guerra sgradita e costosa, mentre il governo di Netanyahu cerca di prolungare l’operazione militare per “eliminare” la minaccia rappresentata da Hezbollah in Libano.

Israele ha occupato parte del territorio del Libano meridionale e continua a combattere contro Hezbollah. Sebbene il memorandum d’intesa tra Stati Uniti e Iran indichi chiaramente la necessità di «porre fine alla guerra su tutti i fronti, compreso quello libanese», Israele si rifiuta di ritirare le proprie truppe dal Libano. Un funzionario vicino a Netanyahu ha dichiarato alla Reuters che Israele sta conducendo negoziati «duri» con gli Stati Uniti riguardo alla presenza delle proprie forze armate in Libano.

A questo proposito, il 18 giugno il portavoce del Ministero degli Esteri iraniano, Baghaei, ha avvertito che, qualora le forze di difesa israeliane continuassero a stazionare nel sud del Libano, il memorandum d’intesa firmato tra Iran e Stati Uniti sarebbe diventato nullo. Ha affermato chiaramente che, fintantoché Israele continuerà a sferrare attacchi contro Hezbollah, i negoziati tra Iran e Stati Uniti non potranno registrare alcun progresso.

Bagaei ha sottolineato che i negoziati mirano a raggiungere un accordo definitivo, e che l’unico presupposto per la sua attuazione è la piena attuazione del memorandum d’intesa. Dal punto di vista dell’Iran, ciò significa la cessazione totale di tutti gli attacchi militari e la completa fine dello stato di occupazione.

Il silenzioso riassetto della Turchia _ di Gonul Tol

Il silenzioso riassetto della Turchia

Ciò che è una perdita per la Russia è un guadagno per la NATO

Gonul Tol

10 giugno 2026

Le delegazioni russa e turca in occasione di un vertice a Tianjin, in Cina, nel settembre 2025Vladimir Smirnov / Reuters

GONUL TOL è direttrice del programma turco del Middle East Institute e autrice di La guerra di Erdogan: la lotta di un uomo forte in patria e in Siria.

AscoltaCondividi e
Scarica

Stampa

Salva

Per venticinque anni, ogni volta che il governo turco entrava in contrasto con gli Stati Uniti e l’Europa, gli analisti cominciavano a temere freneticamente che l’Occidente avesse “perso” la Turchia. È successo per la prima volta nel 2003, dopo che il parlamento turco aveva votato contro la concessione alle forze statunitensi dell’accesso al territorio turco per l’invasione dell’Iraq. È successo di nuovo nel 2010, quando la Turchia ha votato contro l’inasprimento delle sanzioni dell’ONU contro l’Iran. Gli avvertimenti sono diventati ancora più urgenti nel 2017, quando Ankara ha acquistato il sistema di difesa missilistica S-400 di fabbricazione russa, alimentando i timori che la seconda potenza militare della NATO si stesse avvicinando al principale avversario dell’alleanza.

Nel corso della seconda metà del XX secolo, i leader laici avevano saldamente ancorato la Turchia al campo occidentale. Ankara era entrata a far parte del Consiglio d’Europa nel 1949, della NATO nel 1952 e aveva firmato un accordo di associazione con la Comunità economica europea nel 1963. Ma gli osservatori occidentali temevano che il Partito per la Giustizia e lo Sviluppo del presidente turco Recep Tayyip Erdogan, con i suoi legami storici con i partiti islamisti, avrebbe allontanato il Paese dal blocco occidentale dopo la sua ascesa al potere nel 2002. Per molti versi, Erdogan ha effettivamente tentato una simile svolta. A partire dalla metà degli anni 2010, sotto la bandiera dell’“autonomia strategica”, Ankara ha coltivato legami più stretti in materia di economia, energia e sicurezza con Mosca e, a volte, ha perseguito politiche che hanno suscitato l’ira dei suoi alleati nella NATO.

Ora, però, la Turchia sta tornando ad avvicinarsi ai suoi partner occidentali. In vista del vertice dei leader della NATO, che Ankara ospiterà a luglio, i funzionari turchi stanno diffondendo con costanza messaggi a favore dell’Alleanza. Il ministro degli Esteri turco Hakan Fidan, ad esempio, ha descritto i legami transatlantici come una necessità strategica per la Turchia e ha definito il vertice una «opportunità storica» per riaffermare l’unità della NATO. E il riallineamento della Turchia non è solo retorica. Negli ultimi anni, Ankara ha preso le distanze da Mosca riducendo la propria dipendenza dall’energia russa e ridimensionando i legami economici e di difesa tra i due paesi. Questo cambiamento ha aperto la porta a una cooperazione più profonda con gli alleati della NATO e rivela il riconoscimento, da parte dei responsabili politici turchi, che, dopo anni passati a insistere sull’autonomia strategica del proprio paese, la Turchia ha tutto da guadagnare dall’allinearsi con l’Occidente.

UN PARTNER AL CREMLINO

Il riavvicinamento di Ankara a Mosca affondava le sue radici, paradossalmente, in una delle crisi più pericolose nelle moderne relazioni russo-turche. Nel novembre 2015, pochi mesi dopo che la Russia era intervenuta nella guerra civile siriana per salvare il proprio alleato Bashar al-Assad da una ribellione sostenuta da Ankara, la Turchia abbatté un jet russo nei pressi del confine siriano-turco. Mosca impose ben presto sanzioni economiche di ampia portata e Ankara temette che ne sarebbero seguite ritorsioni militari. Esortò i suoi alleati della NATO a cancellare il previsto ritiro delle batterie di missili Patriot dispiegate in Turchia, ma gli Stati Uniti e la Germania procedettero comunque. All’epoca, le relazioni tra Stati Uniti e Turchia erano già tese a causa della decisione di Washington di armare una milizia curda siriana che Ankara considera un’organizzazione terroristica. Il ritiro dei Patriot ha quindi rafforzato la percezione di Ankara che la NATO non le sarebbe stata accanto nei momenti di estrema vulnerabilità.

Iscriviti a Foreign Affairs This Week

Le migliori selezioni della nostra redazione, direttamente nella tua casella di posta ogni venerdì.Iscriviti 

* Ti ricordiamo che, fornendo il tuo indirizzo e-mail, l’abbonamento alla newsletter sarà soggetto all’Informativa sulla privacy e alle Condizioni d’uso di Foreign Affairs.

Deluso dagli alleati della NATO e preoccupato per una possibile rappresaglia russa, all’inizio del 2016 Erdogan ha cercato di ricucire i rapporti con il presidente russo Vladimir Putin, esprimendo rammarico per l’abbattimento dell’aereo. Successivamente, dopo il fallito tentativo di colpo di Stato contro Erdogan nel luglio 2016, Putin è stato il primo leader straniero a chiamarlo per offrirgli il proprio sostegno. La risposta relativamente lenta degli alleati della Turchia nella NATO ha irritato Erdogan, che ha interpretato l’incidente come un’ulteriore prova dell’inaffidabilità della NATO in caso di crisi, mentre la Russia era un partner con cui la Turchia poteva collaborare. Appena un mese dopo, la Turchia ha lanciato un’incursione militare nel nord della Siria con l’approvazione tacita della Russia. L’anno successivo, la Turchia ha acquistato il sistema di difesa missilistica S-400 di fabbricazione russa. Non solo l’S-400 è incompatibile con i sistemi della NATO, ma gli alleati temevano anche che il suo radar avanzato potesse raccogliere informazioni di intelligence sugli aerei della NATO – in particolare sul caccia F-35 – ed esporre potenzialmente a Mosca dati operativi e capacità sensibili. Anche quando gli Stati Uniti hanno imposto sanzioni alla Turchia ed espulso il Paese dal programma F-35, Ankara ha sostenuto di avere il diritto di diversificare i propri partenariati di difesa e ridurre la propria dipendenza dagli alleati occidentali.

I problemi interni hanno costretto Ankara a rivedere la propria politica estera.

Per certi versi, l’invasione su vasta scala dell’Ucraina da parte della Russia nel 2022 ha avvicinato ancora di più la Russia e la Turchia. Ankara non ha appoggiato l’invasione; anzi, il governo turco ha condannato con forza le azioni della Russia, ha sostenuto una risoluzione dell’ONU che denunciava la Russia, ha fornito droni e altre armi all’Ucraina e ha chiuso gli stretti del Bosforo e dei Dardanelli alle navi da guerra, compresa la flotta russa del Mar Nero, in ottemperanza ai termini della Convenzione di Montreux del 1936. Ma la Turchia ha anche rifiutato di aderire alle sanzioni occidentali contro la Russia ed è diventata sempre più un’ancora di salvezza economica per Mosca. Decine di migliaia di russi in fuga dalla guerra si sono riversati in Turchia, dove hanno acquistato immobili, aperto attività commerciali e iniettato denaro contante, di cui c’era grande bisogno, nell’economia martoriata. Il commercio bilaterale è quasi raddoppiato nel 2022, superando i 60 miliardi di dollari, rendendo la Turchia il secondo partner commerciale della Russia dopo la Cina.

I legami della Turchia con la Russia si sono rafforzati in modo particolarmente evidente nel settore energetico. Nel giro di due anni dall’invasione, la Turchia è diventata il terzo importatore di combustibili fossili russi. Le sue importazioni di petrolio russo nel 2023 e nel 2024 sono state più che raddoppiate rispetto ai livelli del 2021. Inoltre, la Turchia e la Russia hanno portato avanti un accordo, firmato nel 2010, che prevede che il colosso nucleare statale russo Rosatom costruisca, possieda e gestisca la centrale nucleare di Akkuyu sulla costa mediterranea della Turchia. La Russia ha investito miliardi di dollari per portare a termine il progetto, e Ankara ha aiutato Rosatom a superare gli ostacoli legati alle sanzioni per rendere operativa la centrale. Poiché l’accordo prevede che la Russia mantenga la quota di maggioranza, esso garantisce di fatto a Mosca l’accesso a infrastrutture critiche in un importante paese della NATO per i 60 anni di vita operativa previsti della centrale e per il successivo processo di smantellamento, che durerà decenni.

A quel punto, dal punto di vista degli alleati della Turchia nella NATO, Ankara era più lontana che mai. La Turchia aveva acquistato equipaggiamento militare dalla Russia e aveva instaurato stretti legami energetici con la Russia. I suoi persistenti rapporti commerciali con la Russia avevano suscitato avvertimenti da parte di funzionari europei e statunitensi, secondo cui le istituzioni turche avrebbero potuto incorrere in sanzioni secondarie qualora avessero collaborato con soggetti russi soggetti a sanzioni. E la Turchia ha persino minato direttamente la NATO, usando il suo potere di veto per spingere gli alleati a fare concessioni in cambio dell’approvazione da parte di Ankara delle domande di adesione all’alleanza di Finlandia e Svezia. La ratifica dell’adesione dei due paesi è stata ritardata di mesi. Per molti alleati, sembrava una vittoria per Putin.

È ORA DI RIPARTIRE DA ZERO

Ma i problemi interni costrinsero ben presto Ankara a ripensare le proprie relazioni estere. All’avvicinarsi delle elezioni presidenziali e parlamentari del 2023, la Turchia si trovava ad affrontare un’inflazione alle stelle, una valuta in caduta libera e una crisi della bilancia dei pagamenti in continuo aggravamento. Anni di cattiva gestione economica, erosione istituzionale e politiche monetarie non ortodosse di Erdogan avevano gravemente minato la fiducia degli investitori, e anni passati ad allontanare i suoi tradizionali partner occidentali avevano lasciato la Turchia senza amici su cui poter contare. Un devastante terremoto nel febbraio 2023, che causò oltre 50.000 vittime e danni per quasi 100 miliardi di dollari, aggravò ulteriormente i problemi del Paese.

Dopo aver vinto le elezioni nel maggio 2023, Erdogan ha riconosciuto che cambiare la percezione della Turchia era diventato un imperativo economico e strategico. Il Paese non poteva permettersi di continuare ad allontanare l’Europa, dato che l’UE era il principale partner commerciale e fonte di investimenti di Ankara. L’industria della difesa turca era fondamentale per gli sforzi di Erdogan volti a consolidare la propria legittimità sul fronte interno e a proiettare la propria influenza all’estero, ma le sanzioni statunitensi imposte in relazione ai sistemi russi S-400 hanno pesato sul settore. L’esclusione della Turchia dal programma F-35 da parte della NATO è costata di fatto alle aziende turche miliardi di dollari in contratti, e le sanzioni contro l’agenzia turca per gli appalti della difesa hanno complicato la produzione di armi che dipendevano da componenti statunitensi e hanno bloccato la negoziazione di nuovi accordi.

La Turchia continua a voler garantire la massima libertà d’azione.

Nell’ambito della sua svolta politica, Erdogan ha nominato Mehmet Simsek, figura molto stimata dagli investitori internazionali dopo un precedente mandato come ministro delle Finanze turco, alla guida dell’economia in difficoltà. Il nuovo ministro delle finanze ha visitato le capitali occidentali per rassicurare gli investitori sul fatto che la Turchia stava tornando a politiche economiche ortodosse, e Fidan ha segnalato che la Turchia si sarebbe avvicinata diplomaticamente ai suoi partner occidentali, lavorando per stabilizzare le relazioni con gli Stati Uniti e sostenendo gli sforzi per rilanciare la candidatura della Turchia all’adesione all’Unione Europea. Nel luglio 2023, Erdogan ha ritirato le sue obiezioni all’adesione della Svezia alla NATO. Sebbene la Turchia non si sia unita alle sanzioni occidentali contro la Russia, ha adeguato le proprie politiche per evitare sanzioni secondarie. Le esportazioni turche verso la Russia sono diminuite drasticamente all’inizio del 2024 e le banche turche hanno iniziato a chiudere i conti delle società russe, sospendendo l’elaborazione dei pagamenti e recidendo i legami con le controparti russe. Ankara ha limitato le esportazioni di beni di origine statunitense come microchip e sistemi di controllo remoto, che secondo i timori degli alleati della NATO avrebbero potuto finire nelle mani dell’esercito russo.

Anche la Turchia ha iniziato ad adottare misure per ridurre la sua forte dipendenza dall’energia russa. Nel 2025, ha avviato colloqui con l’Iran per aumentare il flusso di gas dal Turkmenistan e ha accelerato i piani per incrementare le importazioni di gas naturale liquefatto dagli Stati Uniti e da altri fornitori non russi. Ankara ha silenziosamente accantonato i piani proposti per la prima volta da Putin nel 2022 per istituire un hub del gas russo in Turchia, che secondo gli avvertimenti dei governi occidentali avrebbe potuto consentire a Mosca di eludere le restrizioni sulle importazioni mescolando il proprio gas con quello proveniente da altre fonti. L’anno scorso, la Turchia ha prorogato di un solo anno i contratti sul gas russo in scadenza, ma ha concordato un accordo di 15 anni per l’acquisto di circa 1.500 carichi di GNL dagli Stati Uniti. Le importazioni di gas dalla Russia rappresentavano oltre il 50% dell’approvvigionamento della Turchia nel 2018; alla fine del 2025, questa percentuale era scesa al di sotto del 40%. E dopo che il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha esortato Erdogan, durante un incontro alla Casa Bianca nel settembre 2025, a ridurre gli acquisti di energia russa da parte della Turchia, le più grandi raffinerie del paese hanno iniziato ad acquistare greggio dall’Iraq, dal Kazakistan e da altri produttori non russi, contribuendo a un calo di oltre il 60% delle esportazioni di petrolio russo verso la Turchia nel mese di ottobre.

Anche la collaborazione nel settore nucleare sta attraversando un momento di tensione. Il progetto della centrale nucleare di Akkuyu, la cui entrata in funzione era inizialmente prevista per il 2024, ha subito ripetuti ritardi a causa delle preoccupazioni dei fornitori riguardo alle sanzioni contro la Russia. La Turchia sta ora collaborando con gli Stati Uniti e la Corea del Sud alla realizzazione di una seconda centrale nucleare a Sinop, sulla costa del Mar Nero, un progetto che in precedenza si pensava sarebbe stato affidato a Rosatom.

L’unione fa la forza

Gli sviluppi regionali dell’ultimo anno e mezzo hanno rafforzato il riorientamento della Turchia. La caduta di Assad alla fine del 2024 e l’insediamento a Damasco di un nuovo governo strettamente allineato con Ankara hanno privato la Russia di gran parte dell’influenza che esercitava in Siria dal 2015, rendendo in gran parte superfluo per Erdogan cercare di ingraziarsi Putin al fine di assicurarsi il sostegno per le proprie politiche siriane. La transizione politica in Siria ha inoltre spianato la strada al ritiro militare degli Stati Uniti dal Paese, eliminando una fonte di tensione di lunga data nelle relazioni tra Stati Uniti e Turchia. Questo contesto diplomatico favorevole ha aiutato la Turchia a rafforzare i partenariati su cui l’industria militare e della difesa turca fa affidamento da tempo. La produzione interna nel settore della difesa richiede l’accesso a componenti statunitensi, e gli acquisti dagli alleati della NATO, come l’acquisto lo scorso anno di diverse dozzine di jet Eurofighter Typhoon, sono fondamentali per il programma di modernizzazione militare della Turchia. Ankara è inoltre desiderosa di partecipare agli sforzi dell’Europa per potenziare la propria industria della difesa – e quindi attingere a nuove opportunità di finanziamento. La Turchia ha deciso, in sostanza, di rinnovare il proprio impegno nei confronti della NATO. E ha chiarito questa intenzione: nel dicembre 2025, dopo anni passati a insistere sul fatto che la Turchia avrebbe acquistato un secondo lotto di S-400, Erdogan ha chiesto a Putin di riprendere il sistema di difesa missilistica.

La risposta della NATO alla guerra guidata dagli Stati Uniti contro l’Iran, iniziata il 28 febbraio, ha dimostrato ad Ankara di aver fatto la scelta giusta. Quando diversi missili iraniani hanno violato lo spazio aereo turco, sono stati i sistemi di difesa collegati alla NATO nel Mediterraneo orientale a intercettarli. L’alleanza ha successivamente rafforzato le difese aeree e antimissili della Turchia, anche attraverso lo schieramento di batterie Patriot nel sud-est del Paese, dove si trova il sistema radar che supporta lo scudo antimissile balistico della NATO. Gli S-400 turchi, invece, sono rimasti inattivi mentre il Paese era sotto la minaccia diretta dei missili.

Ankara si sta rivolgendo sempre più agli alleati della NATO per colmare le lacune nelle proprie difese messe in luce dalla guerra, in particolare per quanto riguarda la difesa contro missili balistici a medio raggio, missili da crociera e attacchi coordinati di saturazione. Ha dato nuovo slancio ai negoziati, precedentemente in fase di stallo, con Francia e Italia per l’acquisizione e la coproduzione del sistema di difesa missilistica SAMP/T. La Germania ha annunciato che alla fine di giugno schiererà in Turchia un’ulteriore batteria di difesa aerea Patriot e 150 soldati. Funzionari turchi hanno recentemente rivelato un piano della NATO in corso dal 2023 per istituire un corpo multinazionale in Turchia; Ankara punta a completare il progetto entro il 2028. La Turchia sta inoltre ampliando il proprio coinvolgimento nella sicurezza del Mar Nero, avviando a gennaio un’iniziativa di sminamento legata alla NATO insieme a Bulgaria e Romania.

RITORNO ALLA REALTÀ

La crescente cooperazione della Turchia con la NATO ha chiaramente messo in allarme Mosca. Nonostante i ripetuti inviti, Putin non si reca in Turchia dal 2020. Negli ultimi anni, inoltre, obiettivi turchi sono stati presi di mira dalla Russia in Ucraina e nel Mar Nero. Nel 2023 le forze russe hanno sparato colpi di avvertimento contro una nave da carico di proprietà turca nel Mar Nero . Nel 2025, la Russia ha colpito una nave metaniera battente bandiera turca nella città portuale ucraina di Odessa e ha attaccato una struttura turca che produce droni Bayraktar vicino a Kiev. Sebbene la Turchia continui a presentarsi come mediatrice tra Russia e Ucraina, è sempre più frustrata da quelle che i funzionari considerano richieste intransigenti da parte della Russia e dalla sua riluttanza a impegnarsi nei colloqui ad alto livello necessari per raggiungere un accordo. E, cosa significativa, sostiene le aspirazioni dell’Ucraina ad aderire alla NATO.

Sebbene la Turchia stia prendendo le distanze dalla Russia e avvicinandosi alla NATO, ciò non significa che Ankara abbia completamente abbandonato la ricerca dell’autonomia strategica. La Turchia intende ancora massimizzare la propria libertà d’azione e mantenere la possibilità di interagire contemporaneamente con attori concorrenti, tra cui gli alleati della NATO, la Cina, la Russia e le potenze regionali. Tuttavia, Ankara comprende ora che si trova in una posizione più forte per perseguire i propri interessi all’estero quando collabora con gli Stati Uniti e l’Europa. L’industria della difesa turca è fondamentale per la sua capacità di proiettare potere e influenzare l’esito dei conflitti nella regione, e Ankara continuerà a investire massicciamente nelle capacità interne. Tuttavia, i progressi in tali capacità dipendono ancora dalla tecnologia, dai componenti, dai finanziamenti e dai partenariati di difesa statunitensi ed europei.

L’economia e la sicurezza della Turchia rimangono saldamente legate all’Europa e agli Stati Uniti, come avviene ormai da decenni. Erdogan ha cercato di trovare un’alternativa instaurando stretti rapporti con la Russia, ma la realtà ha ora riportato la Turchia sui suoi passi.

L’illusione delle potenze medie _ di Michael Beckley

L’illusione delle potenze medie

Non scegliere non è un’opzione

Michael Beckley

25 maggio 2026

Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump e il leader cinese Xi Jinping, Pechino, maggio 2026Evan Vucci / Reuters

MICHAEL BECKLEY è professore associato di Scienze politiche alla Tufts University, ricercatore senior non residente presso l’American Enterprise Institute e responsabile della ricerca sull’Asia presso il Foreign Policy Research Institute.

CONTRIBUITE!!! La situazione finanziaria del sito sta diventando insostenibile per la ormai quasi totale assenza di contributi
Il  sito Italia e il Mondo non riceve finanziamenti pubblici o pubblicitari. Se vuoi aiutarci a coprire le spese di gestione (circa 6.000 € all’anno), ecco come puoi contribuire:
– Postepay Evolution: Giuseppe Germinario – 5333171135855704;
– IBAN: IT30D3608105138261529861559
PayPal: PayPal.Me/italiaeilmondo
Tipeee: https://it.tipeee.com/italiaeilmondo
Puoi impostare un contributo mensile a partire da soli 2€! (PayPal trattiene 0,52€ di commissione per transazione).
Contatti: italiaeilmondo@gmail.com – x.com: @italiaeilmondo – Telegram: https://t.me/italiaeilmondo2 – Italiaeilmondo – LinkedIn: /giuseppe-germinario-2b804373

Agennaio, il primo ministro canadese Mark Carney ha avvertito i leader riuniti al Forum economico mondiale di Davos che gli Stati intrappolati tra Washington e Pechino dovevano smettere di negoziare da soli. «Se non siamo al tavolo», ha detto, «siamo nel piatto». Quella frase ha colto perfettamente lo spirito del momento. Nelle capitali e nelle conferenze, le potenze medie sono improvvisamente tornate di moda. I rapporti dei think tank e gli articoli sui giornali descrivono l’India come uno Stato cerniera fondamentale; indicano Brasile, Indonesia, Arabia Saudita e Turchia come modelli di copertura di rischio riuscita; ed esortano Australia, Canada, Europa, Giappone e Corea del Sud a coordinarsi maggiormente e a fare meno affidamento sugli Stati Uniti. Ne è derivato un nuovo vocabolario: autonomia strategica, multialineamento, minilateralismo, geometria variabile.

L’interpretazione più diffusa è che tutta questa attività segni l’avvento di un mondo multipolare. Gli Stati Uniti stanno perdendo la loro influenza. L’ascesa degli altri paesi ha creato delle alternative all’ordine dominato dall’Occidente. La vecchia gerarchia sta cedendo il passo a un sistema più flessibile, in cui gli Stati di medio livello possono negoziare, mediare e mettere le grandi potenze l’una contro l’altra.

Ma questa interpretazione confonde l’ansia con la forza. Le potenze medie non stanno acquisendo maggiore visibilità perché sono più potenti, bensì perché sono più esposte. Le condizioni che hanno permesso a molte di esse di prosperare negli ultimi decenni si stanno sgretolando. Per anni hanno potuto ripararsi all’ombra dell’egemonia statunitense, trarre vantaggio da un’economia globale in espansione e intrattenere rapporti commerciali con potenze rivali senza dover scegliere tra loro. Hanno potuto godere dei benefici derivanti dalle economie di scala senza possederle direttamente.

Quel mondo sta scomparendo. La crescita ha subito un rallentamento, la globalizzazione si è trasformata in una lotta per il controllo dei punti nevralgici e le grandi potenze sono diventate più aggressive. Gli Stati Uniti sono sempre più disposti a sfruttare la propria posizione dominante per ottenere concessioni. La Cina sta usando sussidi e eccedenze di esportazioni per deindustrializzare altri paesi, il debito e le infrastrutture per renderli dipendenti, e le pressioni militari e le sanzioni economiche per limitare le loro scelte. Il risultato non è un mondo più equo di potenze medie in ascesa, ma uno più duro in cui le due potenze principali hanno più modi per piegare gli altri alla loro volontà.

Iscriviti a Foreign Affairs This Week

Le migliori selezioni della nostra redazione, direttamente nella tua casella di posta ogni venerdì.Iscriviti 

* Ti ricordiamo che, fornendo il tuo indirizzo e-mail, l’abbonamento alla newsletter sarà soggetto all’Informativa sulla privacy e alle Condizioni d’uso di Foreign Affairs.

Il pericolo è che le potenze medie rispondano a questa nuova realtà con gesti simbolici anziché con una strategia. Vertici e partenariati possono dare l’impressione di autonomia, ma non possono sostituire il potere puro, che dipende sempre più dalla capacità di finanziare, costruire e comandare grandi sistemi tecnologici, industriali, di intelligence, logistici e militari. Né la maggior parte degli Stati può semplicemente oscillare tra Stati Uniti e Cina, acquistando sicurezza da uno, beni dall’altro e accesso al mercato da entrambi. Man mano che la rivalità si inasprisce, l’hedging inizierà ad apparire come un tradimento. Washington e Pechino costringeranno gli Stati a schierarsi, limitando la tecnologia, deviando le catene di approvvigionamento, trattenendo le informazioni di intelligence, bloccando gli investimenti, aumentando i dazi o minacciando rappresaglie militari. In un mondo sempre più gerarchico, la via di mezzo non è un mercato aperto. È un campo minato.

Le potenze medie hanno ancora delle carte da giocare. Molte di esse controllano risorse di cui Stati Uniti e Cina hanno bisogno: materie prime, basi militari, porti, fabbriche, tecnologie, eserciti. Ma queste nicchie non garantiscono l’autonomia. Generano sicurezza e prosperità solo se inserite in sistemi più ampi di protezione, tecnologia, finanza e mercati. La strada da seguire, quindi, non è quella di cercare all’infinito coalizioni alternative per aggirare Washington e Pechino. È l’allineamento: scegliere il sistema di grandi potenze che offre la migliore protezione dalla minaccia più grave per un paese, costruire la forza nazionale e utilizzare tale forza per negoziare influenza all’interno della coalizione. Questo esclude la fantasia della libera scelta. Ma preserva qualcosa di più prezioso: la capacità di sopravvivere e prosperare in un mondo più pericoloso.

RIBALTARE LA SITUAZIONE

Per gran parte della storia documentata, le potenze medie sono state una specie in via di estinzione. Dal 200 a.C. circa al 1800 d.C., in qualsiasi momento, più della metà dell’umanità viveva sotto il dominio di soli tre-cinque imperi. Esistevano sì entità politiche di medie dimensioni, ma venivano ripetutamente fagocitate e poi abbandonate man mano che i centri imperiali vivevano fasi di ascesa e declino.

L’Europa rappresentò la grande eccezione. Dopo il crollo dell’Impero Romano d’Occidente nel V secolo, nessun sovrano controllò mai più di circa un quinto della popolazione del continente. Ma la frammentazione non rese l’Europa un luogo sicuro per le potenze di medio livello. Creò invece un’arena brutale in cui la guerra creava gli Stati e gli Stati facevano la guerra. La competizione eliminò i deboli, rafforzò i forti e alla fine generò predatori industrializzati. Nel 1900, i circa 500 stati europei che esistevano intorno al 1500 si erano ridotti a circa 20, e quelle potenze fondarono imperi che coprivano circa l’85 per cento della superficie terrestre.

Le potenze medie stanno acquisendo maggiore visibilità perché sono più esposte.

Solo dopo che le due guerre mondiali ebbero distrutto quell’ordine imperiale, le potenze medie poterono prosperare. Le guerre indebolirono e screditarono le grandi potenze, contribuendo al contempo a trasformare popoli un tempo soggetti in nazioni sovrane. L’industrializzazione aveva già iniziato a tessere un tessuto sociale attraverso ferrovie, telegrafi, istruzione, produzione di massa e burocrazie in espansione. Le guerre mondiali accelerarono quel processo mobilitando milioni di persone, compresi i sudditi coloniali, in eserciti di massa, economie nazionali e amministrazioni centralizzate. Dopo il 1945, molte società rivolsero l’organizzazione e la coscienza nazionalista forgiate dalla guerra contro il dominio imperiale. Il risultato fu un’inversione storica: invece che gli Stati venissero assorbiti dagli imperi, gli imperi si frammentarono in Stati. Il numero dei paesi sovrani aumentò vertiginosamente e alla fine quadruplicò, creando dozzine di potenziali potenze medie.

La Guerra Fredda trasformò la decolonizzazione in un periodo di grande rilievo per le potenze medie. Impegnate in una rivalità ideologica globale, entrambe le superpotenze avevano interesse a riconoscere nuovi Stati, proteggere i partner più deboli e competere per ottenere influenza su di essi. Gli Stati Uniti estendevano un ombrello di sicurezza ed economico sul Nord America, sull’Europa occidentale e sulla prima catena di isole dell’Asia orientale, che si estendeva dal Giappone attraverso Taiwan fino alle Filippine. Washington schierava forze all’estero, apriva il proprio mercato e forniva agli alleati capitali e tecnologia. L’ordine guidato dagli Stati Uniti non era affatto benevolo ovunque: Washington contribuì a rovesciare i governi in Cile, Guatemala e Iran e trasformò l’Indocina in un campo di battaglia durante la guerra del Vietnam. Ma per alleati come Australia, Canada, Giappone e Germania Ovest, l’egemonia statunitense fornì un rifugio. Diede loro lo spazio per diventare ricchi, sicuri e influenti senza diventare essi stessi grandi potenze.

L’egemonia sovietica era più oppressiva e povera. Soffocò l’autonomia nell’Europa dell’Est e alimentò la violenza rivoluzionaria in alcune parti dell’Africa, dell’Asia e del Medio Oriente. Eppure, anch’essa contribuì a creare un mondo di potenze medie. Mosca sostenne la decolonizzazione, armò e sovvenzionò regimi amici e sviluppò la capacità industriale nell’Europa dell’Est. Anziché assorbire completamente gli Stati di medie dimensioni, l’Unione Sovietica spesso li governava indirettamente, attraverso regimi satellite in Bulgaria, Cecoslovacchia, Germania dell’Est, Ungheria e Polonia, e sovvenzionava clienti al di fuori dell’Europa, come Cuba e il Vietnam. Molti partner sovietici godevano di scarsa indipendenza reale, ma conservavano confini, burocrazie, eserciti, basi industriali e seggi nelle istituzioni internazionali.

Insieme, queste potenze egemoniche rivali hanno gettato le basi di sicurezza per un’era dominata dalle potenze medie. Prima del 1945, gli Stati venivano regolarmente cancellati dalla mappa. Dopo il 1945, la scomparsa degli Stati è diventata un evento raro, passando da circa un Paese ogni tre anni a circa uno ogni trent’anni. Per molti Stati, il rischio di conquista è sceso a livelli storicamente senza precedenti.

Quando piove, piove a catinelle

La sopravvivenza era solo la prima condizione del momento delle potenze medie. Ciò che trasformò gli Stati protetti in Stati prosperi e influenti fu la più grande ondata di crescita globale della storia, man mano che l’industrializzazione si diffondeva ben oltre il suo nucleo occidentale originario. Per millenni, la maggior parte delle società aveva vissuto in condizioni di quasi sussistenza, frenata dalla scarsità di risorse energetiche, dalla bassa produttività agricola, dalle precarie condizioni sanitarie e dalla breve aspettativa di vita. L’industrializzazione ha infranto quel limite sfruttando i combustibili fossili, i macchinari e le infrastrutture moderne. All’epoca della Guerra Fredda, i paesi in via di sviluppo non dovevano più costruire l’economia moderna partendo da zero. Potevano prendere in prestito tecnologie inventate altrove, importare macchinari, copiare metodi di produzione collaudati, trasferire i lavoratori dalle campagne alle fabbriche e raccogliere i frutti dell’elettrificazione, dei servizi igienico-sanitari, dell’urbanizzazione e della produzione di massa. Per le potenze emergenti, ciò ha creato una sorta di “ascensore industriale”.

L’ordine mondiale guidato dagli Stati Uniti ha reso più agevole percorrere quella scala mobile. Grazie alla protezione americana, decine di paesi hanno potuto prosperare senza dover conquistare colonie, costruire marine d’alto mare o difendere completamente le proprie catene di approvvigionamento. Gli Stati Uniti hanno mantenuto aperte le rotte marittime, hanno garantito la stabilità del sistema finanziario basato sul dollaro e hanno sostenuto un mondo in cui capitali, merci, energia e tecnologia circolavano con straordinaria facilità, soprattutto grazie all’introduzione dei container e al coordinamento digitale che hanno permesso l’espansione della produzione globale.

Paesi che un tempo potevano essere ostacolati da mercati ristretti, contesti sociali instabili o risorse limitate hanno potuto inserirsi in un’economia globale senza doverne assumere il controllo. Messico, Polonia, Corea del Sud, Turchia e Vietnam sono diventati centri di produzione. Australia, Brasile, Cile, Indonesia, gli Stati del Golfo e il Sudafrica hanno cavalcato il boom delle materie prime. India e Filippine hanno acquisito peso fornendo servizi, mentre Irlanda, Singapore ed Emirati Arabi Uniti (EAU) sono diventati centri commerciali. I percorsi variavano, ma il risultato era simile: gli Stati al di sotto del livello delle grandi potenze potevano raccogliere i frutti della scala globale senza possedere potere globale.

Le fondamenta del momento delle potenze medie stanno crollando.

La globalizzazione ha poi reso la crescita contagiosa. Il decollo economico di un paese si è trasformato nel mercato di esportazione, nell’opportunità di investimento o nel boom delle materie prime di un altro. L’ascesa della Cina ha dato una forte accelerazione al processo. La sua economia, che ospita più di un quinto dell’umanità, è cresciuta a tassi annuali quasi a due cifre, acquistando gran parte di ciò che le potenze medie avevano da vendere e scatenando uno shock della domanda senza precedenti. Tra il 1990 e il 2008, la produzione economica globale è quasi triplicata in termini di dollari correnti e il commercio globale è più che quadruplicato.

Quel boom ha favorito soprattutto le potenze medie. Nel primo decennio di questo secolo, le economie in via di sviluppo sono cresciute in media di quasi il sei per cento all’anno, quasi il triplo del ritmo degli Stati Uniti. Circa due terzi dei paesi sono cresciuti di oltre il quattro per cento, almeno il doppio rispetto agli Stati Uniti. In altre parole, gran parte del mondo non solo si stava arricchendo, ma stava anche recuperando terreno. La globalizzazione sembrava aver risolto il vecchio problema delle potenze medie. Gli Stati non avevano più bisogno di un impero per acquisire influenza. Potevano diventare più ricchi, più connessi e più influenti semplicemente integrandosi in un’economia mondiale in crescita.

La conseguente “ascesa degli altri” sembrava preannunciare un’era multipolare. Le potenze medie non stavano solo crescendo, ma si stavano anche organizzando. L’Unione Europea si espanse verso est e fu ampiamente considerata come una potenziale superpotenza. I BRIC si trasformarono da acronimo di Wall Street per indicare le economie in rapida crescita di Brasile, Russia, India e Cina in un club diplomatico, dando forma istituzionale all’idea che il potere si stesse spostando dall’Occidente. Il boom delle materie prime ha rafforzato il potere dell’OPEC. Le richieste di ampliare il Consiglio di Sicurezza dell’ONU hanno acquisito forza. E dopo il 2008, il G-20 ha sostituito il G-7 come principale forum per la gestione delle crisi globali. Un mondo non più dominato da una manciata di grandi potenze sembrava improvvisamente possibile.

DALL’ASCESA ALLA ROTTURA

Ma ora le fondamenta dell’era delle potenze medie stanno crollando. Il riparo offerto dall’egemonia si sta indebolendo, l’iperglobalizzazione si sta sgretolando e la rapida crescita sta rallentando. Questo andamento si conferma sia che le potenze medie vengano definite in termini economici – come le venti maggiori economie dopo Stati Uniti e Cina – sia che vengano definite in termini politici – come Stati che cercano di destreggiarsi tra Washington e Pechino. In entrambi i casi, i vecchi punti di appoggio stanno cedendo.

La prima a cedere è stata la crescita facile. Le potenze medie stanno ora crescendo a un ritmo inferiore di circa un quarto o un terzo rispetto al boom del periodo 1990-2008, con il risultato che l’economia media è oggi inferiore di oltre il 20% rispetto a quanto sarebbe stata se il vecchio ritmo fosse proseguito. Inoltre, hanno smesso di recuperare terreno rispetto agli Stati Uniti. Molte di esse hanno raddoppiato il proprio peso economico rispetto agli Stati Uniti nei primi anni 2000; da allora, la maggior parte ha perso un terzo di tale vantaggio. L’onere del debito è superiore di circa un quarto rispetto al 2005 e, dal 2008, la crescita della produttività è diventata negativa in circa due terzi di questi paesi.

Non si tratta semplicemente di un ciclo negativo. L’ascensore che ha portato avanti le potenze medie sta rallentando perché molti dei progressi più facili da ottenere sono già stati realizzati. I paesi possono costruire autostrade, elettrificare i villaggi, realizzare porti e trasferire i lavoratori dalle campagne alle fabbriche solo una volta. Dopodiché, la crescita dipende maggiormente dall’innovazione, che è più difficile da generare e più lenta a diffondersi. Le nuove tecnologie, compresa l’intelligenza artificiale, non hanno ancora prodotto aumenti di produttività paragonabili a quelli delle precedenti rivoluzioni industriali.

La demografia aggrava il problema. Circa tre quarti delle potenze medie registrano oggi un tasso di fertilità inferiore al livello di sostituzione, una forza lavoro in età lavorativa in calo o stagnante e una popolazione anziana destinata a raddoppiare, in media, entro 25 anni. Nel loro insieme, questi fattori sfavorevoli hanno invertito la tendenza all’ascesa delle altre potenze.

DI NUOVO IN MENU

Il rallentamento economico globale in atto dal 2008 ha spinto anche gli Stati più militarmente potenti ad affermare un maggiore controllo su mercati, risorse, tecnologia e territorio. La Russia ha cercato di vincolare i propri vicini in una sfera economica di influenza. Intorno al 2010, ha iniziato a esercitare pressioni sugli Stati post-sovietici affinché aderissero a un’unione doganale guidata da Mosca che avrebbe abbassato le barriere per le merci russe aumentando al contempo quelle verso l’Occidente. Quando l’Ucraina ha opposto resistenza orientandosi verso un accordo di libero scambio con l’Unione Europea, Mosca ha esercitato pressioni economiche e poi ha invaso il Paese nel 2014. La Cina ha risposto al rallentamento della crescita con stimoli alimentati dal debito, sussidi industriali, eccedenze di esportazioni, prestiti all’estero che si sono trasformati in una dura riscossione dei debiti e un potenziamento militare intorno a Taiwan e al Mar Cinese Meridionale. Gli Stati Uniti, nel frattempo, sono diventati più transazionali, utilizzando dazi, sanzioni, politica industriale e potere militare per negoziare con maggiore durezza sia con gli alleati che con gli avversari. Un tempo l’iperglobalizzazione permetteva alle potenze medie di prosperare senza difendere seriamente i propri confini, le catene di approvvigionamento o le quote di mercato. Ora non più.

Anche le potenze medie non riescono più a ottenere favori dalle grandi potenze con la stessa facilità di un tempo. Durante la Guerra Fredda, l’allineamento ideologico aveva un valore. Gli Stati più deboli contavano come pedine simboliche, basi militari o zone cuscinetto lungo le linee di frattura tra il blocco statunitense e quello sovietico, consentendo loro di negoziare aiuti, armi, accesso ai mercati e sostegno diplomatico. Egitto, India, Pakistan, Jugoslavia e altri hanno giocato a quel gioco. Le superpotenze hanno anche sovvenzionato le potenze medie alleate principali. Gli Stati Uniti hanno fornito a Giappone, Corea del Sud, Taiwan e Germania Ovest capitali, tecnologia e accesso al mercato, tollerando al contempo le politiche protezionistiche che quei paesi hanno attuato per proteggere le loro industrie nascenti. L’Unione Sovietica ha sostenuto il proprio blocco con energia a basso costo, scambi commerciali preferenziali, crediti, armi e aiuti: trasferimenti per un valore di decine di miliardi di dollari all’anno.

La rivalità odierna tra Stati Uniti e Cina funziona in modo diverso. Washington e Pechino non stanno costruendo mondi rivali separati da una cortina di ferro; stanno lottando per il dominio all’interno di un’unica economia globale. Il loro obiettivo non è quello di comprarsi la fedeltà a qualsiasi prezzo, ma di controllare i sistemi da cui gli altri dipendono: finanza, tecnologia, minerali, energia, trasporti marittimi e dati. A prima vista, tale strategia potrebbe sembrare favorire le potenze medie che controllano i punti nevralgici. Taiwan domina la produzione di chip all’avanguardia, i Paesi Bassi producono macchine litografiche avanzate, la Corea del Sud è leader nei chip di memoria, il Cile è un gigante nel settore del rame e del litio, Singapore è un hub globale per il trasporto marittimo, la Turchia controlla gli stretti tra il Mar Nero e il Mediterraneo… e l’elenco potrebbe continuare. Queste risorse conferiscono alle potenze medie un certo potere. Ma il potere non è sinonimo di indipendenza. Un paese che controlla un nodo critico può interrompere un sistema. Un paese che controlla molti nodi in molti sistemi può decidere chi ha accesso, a quali condizioni e a quale prezzo.

L’Unione Europea è un prodotto dell’egemonia statunitense, non un’alternativa ad essa.

Questa è la differenza tra influenza di nicchia e potere strutturale. Gli Stati Uniti dispongono di potere strutturale. Il dollaro domina la finanza globale. Il mercato dei consumatori statunitense è più vasto di quello dei sette paesi che lo seguono messi insieme. Le aziende statunitensi forniscono circa la metà del capitale di rischio globale e generano più della metà dei ricavi mondiali nel settore high-tech. Gli Stati Uniti sono il primo produttore mondiale di petrolio e gas, l’unico paese in grado di combattere grandi guerre lontano da casa e il garante della sicurezza per circa 70 paesi. Una potenza media può disporre di una fabbrica, una risorsa, un porto o una tecnologia chiave, ma se ha bisogno di dollari statunitensi, clienti, energia, protezione, software o servizi cloud, deve comunque trattare con Washington.

I controlli statunitensi sui semiconduttori nei confronti della Cina illustrano questa gerarchia. Gli alleati producono componenti indispensabili della catena di approvvigionamento dei chip, ma gli Stati Uniti occupano una posizione dominante a tutti i livelli: nella progettazione, nel software, nelle attrezzature, nelle piattaforme cloud, nella finanza, nei mercati finali e nelle norme di controllo delle esportazioni che interessano le aziende straniere che utilizzano tecnologia statunitense. Dopo che Washington ha imposto importanti restrizioni sui chip nel 2022, gli alleati hanno protestato e hanno cercato di ottenere agevolazioni per le loro aziende. Ma alla fine Giappone e Paesi Bassi hanno adottato restrizioni parallele, e le aziende sudcoreane e taiwanesi hanno comunque avuto bisogno dell’autorizzazione degli Stati Uniti per mantenere in funzione i loro impianti di produzione in Cina, noti come fab.

I dazi del “Liberation Day” di Trump, annunciati nell’aprile 2025, hanno seguito lo stesso schema. Le potenze medie si sono indignate per i dazi imposti a quasi tutti i partner commerciali degli Stati Uniti, compresi gli alleati più stretti. Ma pochi hanno organizzato una risposta collettiva e ancora meno sono riusciti a costringere Washington a fare marcia indietro. La maggior parte ha negoziato bilateralmente per ottenere versioni più morbide dei dazi, cercando aliquote più basse, esenzioni settoriali o sgravi parziali in cambio di impegni di investimento, acquisti di beni americani e concessioni politiche. Potevano contrattare sui termini della pressione statunitense, ma non potevano sfuggire alla pressione stessa.

Il BRICS è un gruppo di pressione.

La Cina sta creando una versione alternativa della stessa gerarchia. Pur non disponendo della stessa influenza finanziaria e di sicurezza di Washington, la sua portata industriale le consente di coinvolgere altri paesi in catene di approvvigionamento incentrate sulla Cina. Le sue banche statali sono in grado di finanziare imponenti progetti infrastrutturali e industriali, mentre le sue fabbriche producono circa un terzo dei beni manifatturieri mondiali, con quote dominanti nei settori della cantieristica navale, delle batterie, dei veicoli elettrici, dei droni, dei pannelli solari e della lavorazione delle terre rare. Ciò offre a Pechino numerosi modi per mettere sotto pressione le potenze medie. Può accaparrarsi le materie prime, inondare i mercati con esportazioni a basso costo, negare finanziamenti o sostegno alla costruzione di progetti incompiuti e sfruttare la dipendenza delle fabbriche straniere dai componenti cinesi. L’Indonesia possiede il nichel, ma le aziende cinesi controllano gran parte della sua raffinazione. Il Messico e il Vietnam traggono vantaggio dallo spostamento delle catene di approvvigionamento fuori dalla Cina, ma molte delle loro fabbriche dipendono ancora dai fattori produttivi cinesi. Le potenze medie possono controllare parti preziose del sistema, ma spesso è la Cina a controllare l’ecosistema industriale che le circonda.

Anche il potere militare è rigidamente gerarchico. Droni, missili, mine e attacchi informatici hanno fornito alle potenze di medio livello armi più letali. Ma mettere in ginocchio gli invasori in casa propria non equivale a proiettare il proprio potere all’estero. Le operazioni statunitensi dell’ultimo anno hanno messo in luce questa differenza. In Venezuela, gli Stati Uniti hanno trascorso mesi a spiare i movimenti del leader del Paese, Nicolás Maduro, per poi lanciare più di 150 velivoli da 20 postazioni, interrompere l’energia elettrica in alcune zone di Caracas, mettere fuori uso le difese venezuelane e far accorrere nella capitale, in elicottero, le Forze Speciali e agenti dell’FBI per catturare Maduro e riportarlo su una nave da guerra statunitense. Contro l’Iran, i servizi segreti statunitensi e israeliani hanno monitorato i movimenti dei leader iraniani e li hanno colpiti prima che potessero disperdersi. Le forze cibernetiche e spaziali avrebbero accecato i centri di comando iraniani. Più di 100 velivoli statunitensi sarebbero poi decollati da terra e dal mare in un’ondata sincronizzata, colpendo più di 1.000 obiettivi, decapitando gran parte della leadership iraniana e distruggendo le difese aeree, l’aeronautica, la marina e le forze missilistiche del Paese. Mentre Teheran avrebbe risposto al fuoco, gli equipaggi statunitensi avrebbero intercettato centinaia di missili e droni diretti contro navi e basi nel Golfo.

Questa è la differenza tra destabilizzazione e controllo. Alcune potenze di medio livello possono mettere in difficoltà eserciti più potenti. Ma nessuna è in grado di monitorare costantemente migliaia di obiettivi, spostare forze su lunghe distanze, proteggerle durante il trasporto, rifornirle di carburante e riarmarle, integrare le informazioni di intelligence tra i vari settori e continuare a combattere per settimane o mesi lontano da casa. Anche una resistenza di successo dipende solitamente da un sistema più ampio. L’Ucraina ha combattuto brillantemente, ad esempio, ma solo collegandosi a una rete occidentale di fondi, intelligence, difesa aerea, addestramento, comunicazioni e munizioni.

IL CENTRO NON REGGE

Se le potenze medie tornano ad essere al centro dell’attenzione, la risposta più ovvia è quella di unirsi. Questo è stato il messaggio lanciato da Carney a Davos, e l’impulso è comprensibile. Le coalizioni possono amplificare la voce delle potenze medie e garantire loro un peso maggiore su questioni specifiche. Ma non possono trasformarle in grandi potenze, né garantire loro un posto permanente al tavolo delle trattative.

Il primo problema è la scala. Il mondo non è multipolare. Per quanto riguarda gli indicatori fondamentali del potere, gli Stati Uniti dominano la scena, la Cina si colloca solitamente al secondo posto e tutti gli altri si trovano molto più in basso. Il divario tra le prime due potenze e il resto è molto più ampio rispetto a quelli che separano le potenze di medio livello tra loro.

Questo netto divario implica che nemmeno le più ampie coalizioni di potenze medie immaginabili possano costituire un polo. Si consideri l’elenco delle 13 “potenze medie” stilato dal Belfer Center di Harvard: Brasile, Egitto, India, Indonesia, Kazakistan, Nigeria, Pakistan, Arabia Saudita, Singapore, Sudafrica, Turchia, Emirati Arabi Uniti e Vietnam. Insieme, le economie di questi paesi rappresentano ancora meno della metà del PIL degli Stati Uniti, circa i due quinti del mercato di consumo statunitense, all’incirca un quarto della spesa militare degli Stati Uniti e quasi nulla del fatturato mondiale nel settore dell’alta tecnologia. Lo stesso Belfer le definisce «un blocco non coerente».

Anche le coalizioni più fantasiose non reggono il confronto. Prendiamo i paesi classificati dal terzo al decimo posto in base a qualsiasi principale indicatore di potenza – PIL a tassi di cambio di mercato, dimensioni del mercato di consumo, spesa militare o ricavi del settore high-tech – e uniamoli. Non riuscirebbero comunque a eguagliare gli Stati Uniti. Blocchi di questo tipo sarebbero del tutto inverosimili, poiché richiederebbero che alcuni dei più stretti alleati di Washington si schierassero con la Russia. Eppure, anche sulla carta, avrebbero un PIL inferiore a quello degli Stati Uniti, un mercato di consumo più piccolo di un quarto, una spesa militare pari solo a due terzi e un fatturato nel settore high-tech inferiore alla metà.

Carney durante una visita a Pechino, gennaio 2026Carlos Osorio / Reuters

Ma le dimensioni sono solo il primo problema. L’ostacolo più radicato è di natura politica. Le coalizioni di potenze medie si trovano di fronte a un compromesso fondamentale: più diventano grandi, più peso acquisiscono, ma più è difficile mantenerne l’unità. I gruppi ristretti possono agire rapidamente, ma non hanno la massa necessaria per incidere. Quelli più grandi acquisiscono peso solo aggiungendo punti di veto, rivalità e free rider. Per superare questi problemi, le coalizioni di successo hanno solitamente bisogno di un punto di riferimento: uno Stato all’interno della coalizione che sia disposto e in grado di guidarla verso un obiettivo comune assorbendo i costi, rassicurando gli indecisi e punendo i disertori. Il Regno Unito ha svolto questo ruolo contro Napoleone. Gli inglesi e, più tardi, i sovietici, lo hanno fatto contro Hitler fino a quando gli Stati Uniti non sono entrati nella Seconda guerra mondiale. Nessuna potenza media svolge questo ruolo oggi. Di conseguenza, non esiste alcuna coalizione seria di potenze medie.

Il modo più semplice per creare una coalizione di potenze medie è avvalersi della protezione di una superpotenza. Ma questa soluzione crea un paradosso. Il riparo offerto da una potenza egemonica aiuta le potenze medie a mettere in comune le risorse e a superare le divisioni interne, ma allo stesso tempo ne indebolisce la capacità di agire in modo autonomo. Come una serra, permette a un giardino fragile di crescere, ma lo rende incapace di resistere a condizioni climatiche più avverse.

L’UE incarna questo paradosso. Ricca e profondamente istituzionalizzata, sembra la coalizione di potenze medie più promettente al mondo. Ma l’UE è un prodotto dell’egemonia statunitense, non un’alternativa ad essa. La protezione degli Stati Uniti ha reso possibile l’integrazione europea sopprimendo i vecchi dilemmi di sicurezza del continente. Così facendo, però, ha anche soffocato la volontà e la capacità dell’Europa di esercitare il potere duro. Al contrario, nell’era post-guerra fredda, l’Europa è diventata una superpotenza del welfare, spendendo meno del due per cento del PIL per la difesa ma circa il 25 per cento per la protezione sociale – più della metà del totale mondiale, nonostante abbia solo il cinque per cento della popolazione. Il risultato è un’estrema dipendenza dagli Stati Uniti per quanto riguarda l’intelligence, l’individuazione degli obiettivi, il rifornimento, la difesa aerea, la logistica, le munizioni e le capacità di attacco a lungo raggio. L’Europa ha ripetutamente faticato a gestire le crisi nel proprio continente, dai Balcani all’Ucraina, per non parlare della proiezione di potenza all’estero.

L’Europa si è inoltre abituata ad acquistare ciò di cui aveva bisogno da un’economia globale protetta dagli Stati Uniti, anziché sviluppare la propria forza industriale interna. Si è concentrata sulla definizione di norme, dando per scontato che gli altri ne avrebbero adottato gli standard, ma così facendo si è invece auto-regolamentata fino a cadere in una situazione di vulnerabilità energetica e stagnazione tecnologica. Ha chiuso le centrali nucleari, vietato il fracking e ora importa il 60% della propria energia. Prima della guerra in Ucraina, la Russia forniva circa la metà delle importazioni europee di gas e carbone e più di un quarto del suo petrolio. Da allora, l’Europa ha scambiato la dipendenza dalla Russia con una maggiore dipendenza dagli Stati Uniti.

Nel settore tecnologico, solo quattro delle 50 maggiori aziende tecnologiche al mondo per capitalizzazione di mercato sono europee, mentre circa 30 sono americane. Tra il 2013 e il 2023, la quota europea dei ricavi tecnologici globali è scesa dal 22% al 18%, mentre quella degli Stati Uniti è salita dal 30% al 38%. L’Europa regola il capitalismo digitale, ma raramente lo produce. Senza aziende che raggiungano le dimensioni di Amazon, Google, Meta o Microsoft, gran parte dell’economia digitale europea ora funziona su piattaforme americane: cloud computing, software aziendale, sicurezza informatica, sistemi di intelligenza artificiale, sistemi operativi per smartphone e sistemi di pagamento.

La tendenza generale è quella di un relativo declino. Nel 2008 l’economia dell’UE era più grande di quella degli Stati Uniti e rappresentava il 25% del PIL mondiale. Nel 2024 era più piccola di un terzo rispetto a quella degli Stati Uniti e la sua quota del PIL mondiale era scesa al 17%.

Le regole del consenso spesso riducono l’ASEAN a una sorta di sala d’attesa diplomatica.

Altre coalizioni di potenze medie sono ancora più deboli. Il BRICS, nato come BRIC prima dell’adesione del Sudafrica, si è poi ampliato fino a includere altri nuovi membri e paesi partner, tra cui l’Iran. Ma invece di diventare un contrappeso alla coercizione delle grandi potenze, il BRICS è diventato un gruppo di lamentele, riunendo le potenze medie con la Cina e la Russia – proprio quei prepotenti dai quali molti membri vogliono proteggersi. I suoi membri provano risentimento per il dominio occidentale, ma diffidano anche gli uni degli altri: l’India teme la Cina, l’Iran è in conflitto con gli Stati del Golfo e la maggior parte preferisce la flessibilità alla disciplina del blocco. Quando quest’anno gli Stati Uniti e Israele hanno attaccato l’Iran, il BRICS non è nemmeno riuscito a trovare un accordo su una dichiarazione congiunta.

L’Associazione delle Nazioni del Sud-Est Asiatico (ASEAN), oggi composta da undici paesi, non è certo più forte. I suoi membri non condividono né minacce comuni, né strategie, né una base economica. Il Vietnam e le Filippine temono la Cina, mentre la Cambogia e il Laos dipendono da essa; l’Indonesia difende la propria autonomia, Singapore mantiene una posizione neutrale e il Myanmar è in guerra civile. Le regole del consenso consentono a qualsiasi membro di bloccare qualsiasi iniziativa, riducendo spesso l’ASEAN a una semplice sala d’attesa diplomatica.

I raggruppamenti più piccoli sembrano più promettenti solo perché hanno un raggio d’azione più limitato. L’OPEC ha dimostrato in passato che le potenze medie possono esercitare un’influenza concreta quando controllano una risorsa concentrata e indispensabile. Ma l’OPEC è un cartello basato su un unico prodotto, non un blocco geopolitico. I suoi membri vogliono prezzi elevati del petrolio, non un ordine politico comune — e persino quel limitato accordo si sta logorando, dato che Angola, Qatar ed Emirati Arabi Uniti hanno lasciato l’organizzazione. L’Accordo globale e progressivo di partenariato transpacifico è un patto commerciale, non una coalizione strategica. I gruppi di lavoro all’interno di organizzazioni internazionali più grandi, come il Gruppo di Ottawa nell’Organizzazione mondiale del commercio, sono utili forum tecnici ma non sostituiscono il potere. I minilaterali più efficaci, al contrario, non fanno che confermare la regola. Il Quad collega Australia, India, Giappone e Stati Uniti in una cooperazione in materia di sicurezza. La Pax Silica è un’iniziativa relativa alla catena di approvvigionamento tecnologico. Entrambe funzionano perché Washington ne costituisce il punto di riferimento.

Rimane quindi l’opzione proposta da Carney nel suo discorso a Davos: la «geometria variabile», un termine tecnico che indica la creazione di coalizioni improvvisate caso per caso. Ma questo non è un ordine delle potenze medie. È la solita politica mondiale: Stati che si affannano sotto pressione mentre le potenze più forti dividono, corrompono, minacciano e puniscono qualsiasi coalizione che tenti di aggirarle. Alcuni studiosi immaginano un ordine “à la carte”, in cui le potenze medie acquistano liberamente sicurezza qui, tecnologia là e accesso al mercato altrove. Ma il mondo non è un centro commerciale. È uno stato di natura. Dopo che l’Europa ha creato nel 2019 un meccanismo chiamato INSTEX per aggirare le sanzioni statunitensi e continuare il commercio con l’Iran, Washington ha minacciato i suoi utenti di espellerli dal sistema del dollaro. Nello stesso anno, dopo che la Turchia ha acquistato sistemi di difesa aerea russi, Washington l’ha espulsa dal programma F-35. Nel 2025, mentre l’India continuava ad acquistare petrolio russo nonostante gli avvertimenti degli Stati Uniti di non farlo, Washington l’ha colpita con dazi del 50%.

La Cina impone la propria gerarchia con altrettanta aggressività. Ha esercitato pressioni sulla Cambogia affinché impedisse all’ASEAN di criticare l’espansione militare di Pechino nel Mar Cinese Meridionale, ha punito l’apertura della Lituania verso Taiwan limitando gli scambi commerciali e prendendo di mira i prodotti lituani nelle catene di approvvigionamento globali, e ha colpito l’Australia con dazi e divieti informali su orzo, vino, carne bovina, carbone, cotone e aragoste dopo che Canberra aveva chiesto un’indagine sulle origini del COVID. Ha inoltre costretto il Vietnam a sospendere i progetti di estrazione di gas offshore con aziende legate a Spagna, Emirati Arabi Uniti, Russia e Giappone, minacciando un confronto e circondando i siti di trivellazione con navi della milizia marittima. In un mondo lacerato dal conflitto tra grandi potenze, la geometria variabile non protegge le potenze medie. Le espone, perché qualsiasi coalizione abbastanza forte da contare è abbastanza visibile da poter essere punita.

SCEGLI IL TUO PATRON

Se le potenze medie non riescono a reggersi da sole, a formare un polo o a nascondersi all’interno di coalizioni ad hoc, devono scegliere un sistema più ampio a cui appoggiarsi. Ciò non richiede un’obbedienza cieca. Possono comunque intrattenere ampi scambi commerciali e dialogare con chiunque. Ma sulle questioni fondamentali del potere – quali armi acquistare, quali informazioni di intelligence condividere, su quali banche fare affidamento, su quali chip e piattaforme cloud basarsi, a quali reti energetiche aderire e quali sanzioni applicare – dovranno sempre più spesso scegliere da che parte stare. La strategia di copertura funziona quando le minacce sono lontane e le grandi potenze tollerano l’ambiguità. Crolla quando la rivalità si inasprisce ed entrambe le parti iniziano a porre la stessa domanda: siete con noi o contro di noi? Per le potenze medie, la sfida non è più come evitare di scegliere. È come scegliere un protettore senza diventare una pedina.

L’allineamento non è sottomissione. È una strategia per trasformare le nicchie in punti di forza. Da sole, le risorse delle potenze medie — porti, basi, impianti per la produzione di chip, giacimenti minerari, industrie di droni, cantieri navali — potrebbero non essere sufficienti a garantire la sicurezza di un paese. Ma all’interno di un’alleanza più ampia, quelle nicchie possono diventare carte da giocare per ottenere ciò che manca alle potenze medie: protezione, intelligence, tecnologia, capitali, accesso al mercato e influenza sulla strategia. Il punto non è sfuggire alla dipendenza, cosa solitamente impossibile, ma renderla reciproca. Un paese che si dimostra utile a una superpotenza può diventare un partner che la superpotenza consulta, arma, finanzia e difende.

Il modo più semplice per creare una coalizione di potenze medie è sotto la protezione di una superpotenza.

Il Giappone ne è un esempio lampante. Come ha recentemente spiegato Michael Green su Foreign Affairs, Tokyo non sta cercando di sostituire il potere americano in Asia, ma sta rendendo se stessa indispensabile per esso. Il Giappone offre a Washington ciò di cui ha bisogno per competere nella regione: basi locali, tecnologia, capacità industriale, riparazione navale, produzione di missili, aiuto nell’organizzazione di coalizioni e legittimità regionale, facendo sì che la strategia statunitense appaia meno come un intervento esterno e più come una coalizione guidata in parte da una grande democrazia asiatica. In cambio, il Giappone ottiene l’accesso all’unica potenza abbastanza grande da controbilanciare la Cina, oltre a una voce più forte su come tale potenza viene utilizzata.

La Finlandia e la Svezia hanno fatto una scelta simile in Europa. Hanno aderito alla NATO non perché avessero dimenticato come difendersi, ma perché la resilienza nazionale funziona meglio se sostenuta dalla potenza americana. La NATO ha acquisito forze armate nordiche altamente competenti, mentre la Finlandia e la Svezia hanno ottenuto la protezione prevista dall’articolo 5. L’Australia, la Polonia, le Filippine e la Corea del Sud rappresentano variazioni sullo stesso tema: ciascuna di queste nazioni sta rafforzando la propria potenza nazionale, acquisendo al contempo maggiore valore all’interno di una rete guidata dagli Stati Uniti.

Ecco perché le alleanze, a differenza della maggior parte delle organizzazioni internazionali per la sicurezza, funzionano davvero. Gli organismi di sicurezza collettiva, come la defunta Società delle Nazioni e le Nazioni Unite, sono concepiti per chiedere agli Stati di difendere delle regole in astratto — contro qualsiasi aggressore, in qualsiasi luogo, indipendentemente dal fatto che abbiano o meno un interesse diretto. La geometria variabile è ancora più fragile, poiché chiede agli Stati essenzialmente di improvvisare man mano che emergono i pericoli. Le alleanze, d’altra parte, sono molto più pratiche. Identificano la minaccia, mettono in comune le capacità, assegnano i ruoli e creano abitudini di cooperazione prima che le crisi si verifichino. Il loro collante non è la buona volontà universale, ma il pericolo comune. Potrebbe sembrare una motivazione sgradevole, ma gli Stati cooperano in modo più affidabile quando sanno contro cosa stanno cooperando.

Scegliere l’allineamento giusto, tuttavia, non è un processo automatico. Le potenze medie non dovrebbero legarsi ciecamente allo Stato più forte o a quello che conoscono meglio. Dovrebbero porsi una domanda più difficile: quale grande potenza minaccia maggiormente la loro sicurezza, prosperità e autonomia? Le risposte varieranno. Alcuni Stati rischiano l’invasione. Altri devono affrontare coercizioni economiche, dipendenza tecnologica, interferenze politiche o l’abbandono da parte di un protettore inaffidabile. Alcune grandi potenze medie, come l’India, potrebbero avere più margine di manovra rispetto alla maggior parte degli altri. Ma con l’intensificarsi della rivalità tra le grandi potenze, anche le potenze medie più forti dovranno decidere da quale pericolo devono fuggire e quale sistema più ampio offre loro maggiore protezione.

Qualsiasi coalizione abbastanza forte da contare è anche abbastanza visibile da poter essere punita.

Per la maggior parte delle potenze di medio livello, si tratta di una scelta tra mali minori, ma dovrebbe essere una scelta facile. Gli Stati Uniti sono un protettore sempre più difficile. Maltrattano gli alleati con dazi, sanzioni, controlli sulle esportazioni, richieste di accesso militare ai loro territori e improvvisi cambiamenti di politica. Ma offrono ancora ciò che nessun’altra potenza può eguagliare: la protezione da parte dell’unico esercito in grado di combattere grandi guerre in terre lontane; l’accesso ai mercati di capitali più profondi del mondo, alla più grande base di consumatori e ai principali centri di innovazione; e l’ingresso in un grande club di alleati ricchi e capaci. Altrettanto importante è il fatto che il potere americano passa attraverso istituzioni democratiche su cui gli estranei possono talvolta influire. Gli alleati possono fare pressione sul Congresso, mobilitare le imprese, influenzare i dibattiti sui media e stringere accordi con altri partner statunitensi. Potrebbero non vincere, ma possono comunque giocare.

La Cina offre un affare meno vantaggioso. Pechino può costruire strade, finanziare porti, acquistare materie prime e fornire beni e componenti industriali a basso costo. Per alcuni Stati, ciò è utile. Ma al di là dei prestiti, delle infrastrutture e della leva contro l’Occidente, Pechino offre poco: nessun ombrello di sicurezza, nessuna valuta di riserva, né canali politici aperti attraverso i quali i partner più deboli possano negoziare. Il suo potere funziona per recinzione. Finanzia il porto, rifornisce le imprese di costruzione, costruisce la rete, lavora il minerale, inonda il mercato con le esportazioni e cerca di acquistare sempre meno col passare del tempo. Ciò che inizia come sviluppo può trasformarsi in vassallaggio.

In definitiva, le potenze medie non possono scegliere se vivere o meno in un mondo gerarchico. Devono scegliere quale gerarchia offra loro il maggior margine di manovra. Il pericolo sta nel confondere l’apparenza dell’autonomia con la sostanza del potere: celebrare vertici, forum e discorsi infuocati mentre le vere leve del potere – denaro, tecnologia, energia e forza – si concentrano nelle mani dei più forti. La sicurezza non deriverà dall’isolamento o dalla creazione di coalizioni ad hoc, ma dalla capacità di negoziare efficacemente all’interno di un sistema più ampio. Le potenze medie non sono agenti liberi in un mondo piatto. Ma possono comunque prosperare collaborando con una grande potenza in un mondo sempre più diseguale.

La guerra attraverso le norme. La regolamentazione, un’arma economica strategica_di Erwan Le Noan

Leggete questo articolo di Fondapol, importante sito di orientamento progressista, europeista e confrontatelo con questo della rivista Foreign Affairs . Una totale inadeguatezza della comprensione del ruolo delle attuali dinamiche geopolitiche e degli strumenti idonei ad affrontarle nella definizione delle politiche economiche europee della prima. Nell’ordine:

il definitivo arruolamento di Mario Draghi nel campo progressista; una conclusione del saggio che contraddice la tesi iniziale; una visione economicistica delle ambizioni di autonomia e di sovranità europea che non farà che nascondere e giustificare per qualche altro decennio la subordinazione politica degli stati europei; una confusione disarmante del concetto di diritto applicato al sistema delle relazioni internazionali fondato sull’assertività delle decisioni politiche; la totale incomprensione che la determinazione dei circuiti economici è dipesa da svolte e rotture politiche, a cominciare dall’esito delle due guerre mondiali. Uno dei paradossi del progressismo consiste appunto nell’enfasi che attribuisce alle politiche economiche, riducendo ed assoggettando la politica all’economia. Dimentica che anche l’economico è un rapporto sociale e quindi pervaso e dipendente da strategia politica. Il dato da cui si dovrebbe partire è la fattibilità di una unione politica europea che viene dato per scontato_Giuseppe Germinario

La guerra attraverso le norme. La regolamentazione, un’arma economica strategica

La «guerra delle norme» descrive la nuova competizione globale in cui il diritto diventa uno strumento fondamentale del potere economico. In un mondo caratterizzato dalla fine del multilateralismo e dall’ascesa dei «blocchi», gli Stati ricorrono alla regolamentazione non più come strumento di cooperazione, ma come arma di protezione e di influenza.

Le normative nazionali si moltiplicano, riflettendo una triplice logica strategica: proteggere i mercati interni (diritto protezionista), favorire i campioni nazionali (diritto nazionalista) e imporre le proprie regole all’estero (diritto imperialista). Gli Stati Uniti, la Cina e l’Europa sono ormai impegnati in una vera e propria battaglia normativa, in cui ciascuno cerca di esportare i propri standard.

Ma l’Europa, convinta a lungo che la sua superiorità normativa bastasse a garantirne il potere, si scopre vulnerabile. La sua sovrapproduzione normativa, la frammentazione del suo mercato interno e l’eccessiva trasposizione indeboliscono la sua competitività. Di fronte a ciò, gli Stati Uniti alleggeriscono i propri vincoli per stimolare l’innovazione e la Cina rafforza le proprie imprese. Il potere normativo non può esistere senza potere economico: non si può dettare legge nel mondo se non se ne detiene la crescita.

Questo studio invita a un risveglio strategico. L’Unione europea deve riportare la competitività al centro del proprio progetto: unificare il proprio mercato per ripristinare l’equità concorrenziale; semplificare per ridurre l’onere normativo; consolidare per consentire la creazione di campioni industriali. Questi tre assi implicano porre fine alla sovratrasposizione nazionale, limitare la produzione di nuove normative, valutarne i costi e riportare la performance economica al centro della politica pubblica.

La norma non è più uno strumento tecnico, ma una leva di potere. L’Europa, se vuole avere un peso nella globalizzazione, deve imparare a fare del diritto una strategia – non un vincolo.

Erwan Le Noan,

Collaboratore di L’Opinion; membro del comitato scientifico e di valutazione della Fondapol.

CONTRIBUITE!!! La situazione finanziaria del sito sta diventando insostenibile per la ormai quasi totale assenza di contributi

Il  sito Italia e il Mondo non riceve finanziamenti pubblici o pubblicitari. Se vuoi aiutarci a coprire le spese di gestione (circa 6.000 € all’anno), ecco come puoi contribuire:

– Postepay Evolution: Giuseppe Germinario – 5333171135855704;

– IBAN: IT30D3608105138261529861559

PayPal: PayPal.Me/italiaeilmondo

Tipeee: https://it.tipeee.com/italiaeilmondo

Puoi impostare un contributo mensile a partire da soli 2€! (PayPal trattiene 0,52€ di commissione per transazione).

Contatti: italiaeilmondo@gmail.com – x.com: @italiaeilmondo – Telegram: https://t.me/italiaeilmondo2 – Italiaeilmondo – LinkedIn: /giuseppe-germinario-2b804373

Francisco Goya, Il prigioniero piegato sulle catene.
Serie di tavole singole. Acquaforte e bulino (1810-1815)

Copia il link

Condividi questa immagine

ScaricaInvia via e-mailCondividi su FacebookCondividi su TwitterCondividi su LinkedIn

La rottura «Trump» e la continuità internazionale

Il giorno del suo secondo insediamento, Donald Trump ha firmato una serie di decreti presidenziali, tra cui uno che prevedeva un «congelamento normativo»1 e un altro che prevedeva «le prime revoche di decreti e leggi dannose»2 (in altre parole, adottati da Joe Biden). A queste sarebbero presto seguite misure commerciali.

L’elezione del 45° presidente americano è stata percepita come una rottura dell’ordine internazionale. L’inizio del suo mandato illustra in realtà un’accelerazione – brusca e brutale – di una riconfigurazione dei rapporti di forza geoeconomici caratterizzata da un uso strategico del diritto, «duro» o «flessibile» (che questo studio raggrupperà sotto il termine di «regolamentazioni »3), già in atto da diversi anni.

L’idea che il diritto sia uno strumento progressista di collaborazione e cooperazione, che aveva prevalso nell’epoca della globalizzazione trionfante, sembra oggi superata: esso viene utilizzato come strumento strategico, un’arma tra le altre nella competizione economica. La regolamentazione è quindi, più che mai, uno strumento e una manifestazione di potere, per due motivi:

– Gli Stati dimostrano il proprio potere imponendo il proprio diritto ai terzi, per affermarsi sulla scena internazionale e «fare da padroni»;

– Gli Stati utilizzano il diritto per rafforzare il proprio potere, mettendolo al servizio di strategie di crescita offensive e non collaborative.

Le normative nazionali si moltiplicano, riflettendo una triplice logica strategica: proteggere i mercati interni (diritto protezionista), favorire i campioni nazionali (diritto nazionalista) e imporre le proprie regole all’estero (diritto imperialista).

Queste strategie, adottate ad esempio dagli Stati Uniti e dalla Cina, si basano sui risultati economici, nella misura in cui mirano a favorirli. Non possono avere successo senza di essi.

Per l’Unione europea (UE) il risveglio è doloroso, lei che per lungo tempo ha considerato il proprio diritto come uno strumento benevolo per placare i conflitti internazionali, sufficiente a fondare la propria influenza nel mondo. Si è illusa: le sue normative non le conferiscono alcun potere, poiché non sostengono la sua stessa crescita.

L’UE ha tuttavia recentemente intuito la necessità di reagire, come ha dimostrato la pubblicazione, nell’autunno del 2024, del rapporto Draghi4: il nostro Vecchio Continente si rende improvvisamente conto che il diritto è, nell’ambito di un rinnovamento degli strumenti di guerra economica, un’«arma» come le altre5. Si avverte un leggero fremito. Ma la reazione è lenta a Bruxelles – e a Parigi lo è ancora di più.

Copia il link

Condividi questa immagine

ScaricaInvia via e-mailCondividi su FacebookCondividi su TwitterCondividi su LinkedIn

Note

6. 

Luis Garicano, «L’autonomia strategica dell’Europa richiede crescita economica», VoxEU, Centre for Economic Policy Research (CEPR), 4 settembre 2025, [online].

+

Lo scopo del presente studio è quello di proporre un’analisi delle tendenze in atto e di dimostrare che la regolamentazione è uno strumento strategico di crescita che gli Stati devono mettere in campo, in particolare in Europa. Il suo obiettivo è quello di esaminare come e comprendere perché si tratti di una priorità.

Bisogna smettere di considerare la regolamentazione, la crescita e il potere come elementi indipendenti: senza una regolamentazione competitiva non c’è crescita; senza crescita non c’è potere. Finché la Francia e l’Europa non avranno la prima, non avranno il resto6.

IPartita

Requiem per un mondo antico: la grande frammentazione

Copia il link

Condividi questa parte

Invia via e-mailCondividi su FacebookCondividi su TwitterCondividi su LinkedIn

1

Al di là dello shock Trump: il flusso ininterrotto di sconvolgimenti globali e l’incomprensibilità geoeconomica

Note

7. 

Gideon Rachman, «Come l’America First trasformerà il mondo nel 2025», Financial Times, 27 dicembre 2024, [online].

+

8. 

Paul Valéry affermò, durante la sua conferenza «Il bilancio dell’intelligenza» (1935): «Un mio amico, circa quarant’anni fa, un giorno, davanti a me, si prese gioco della ben nota espressione “epoca di transizione” e mi disse che si trattava di un cliché assurdo. “Ogni epoca è transizione”, diceva».

+

9. 

Friedrich A. Hayek, «L’uso della conoscenza nella società», The American Economic Review, vol. 35, n. 4, settembre 1945, pp. 519–530.

+

10. 

Le statistiche della Banca Mondiale rilevano, ad esempio, un «indice di rischio geopolitico» sempre più instabile.

+

11. 

«Il nuovo ordine economico», The Economist, 11 maggio 2024 [online].

12. 

Secondo la presidente della Banca centrale europea (BCE) Christine Lagarde: «Potremmo entrare in un’era di cambiamenti nelle relazioni economiche e di rottura con le regolarità consolidate». Banca centrale europea, Policymaking in an age of shifts and breaks: Discorso di Christine Lagarde al Simposio di politica economica, Jackson Hole, 25 agosto 2023 [online]. Vedi anche Fondo Monetario Internazionale (FMI), Geoeconomic Fragmentation and the Future of Multilateralism, Staff Discussion Note n. SDN/2023/001, Washington, gennaio 2023 [online].

+

13. 

FMI, La frammentazione geoeconomica e il futuro del multilateralismo, op. cit.

14. 

Brad Setser, «Il pericoloso mito della deglobalizzazione: le percezioni errate dell’economia globale stanno portando a politiche sbagliate», Foreign Affairs, 4 giugno 2024 [online]; vedi anche Mercia Heavey & Lizzy Moyer, « Il ritorno di Trump: il WEF a Davos arriva in un momento di allontanamento dalla globalizzazione », Bloomberg News, 13 gennaio 2025 [online].

+

15. 

Laura Alfaro e Davin Chor, Catene di approvvigionamento globali: l’incombente “grande riallocazione”, Documento di lavoro NBER n. 31661, National Bureau of Economic Research, Cambridge, settembre 2023 [online].

+

16. 

Organizzazione mondiale del commercio (OMC), L’economia globale si sta frammentando?, Documento di lavoro n. ERSD-2023-10, Divisione Ricerca economica e statistica, Ginevra, 11 ottobre 2024 [online].

+

17. 

Organizzazione mondiale del commercio (OMC), Panoramica degli sviluppi nel contesto commerciale internazionale – Relazione annuale del Direttore generale (da metà ottobre 2023 a metà ottobre 2024) (WT/TPR/OV/27), Ginevra, 20 novembre 2024 [online].

+

18. 

Monica Duffy Toft, «Il ritorno delle sfere d’influenza: i negoziati sull’Ucraina saranno una nuova Conferenza di Yalta che ridisegnerà il mondo?», Foreign Affairs, 13 marzo 2025 [online]; vedi anche Stacie E. Goddard, « L’ascesa e la caduta della competizione tra grandi potenze: le nuove sfere d’influenza di Trump », Foreign Affairs, vol. 104, maggio-giugno 2025 [online] ; vedi anche A. Wess Mitchell « The Return of Great-Power Diplomacy: How Strategic Dealmaking Can Fortify American Power », Foreign Affairs, vol. 104, maggio-giugno 2025 [online].

+

19. 

OMC, Relazione annuale del Direttore generale, op. cit.

20. 

Shekhar Aiyar, Andrea F. Presbitero e Michele Ruta (a cura di), Geoeconomic Fragmentation: The Economic Risks from a Fractured World Economy, CEPR Press e Fondo Monetario Internazionale, Parigi e Londra, ottobre 2023 [online].

+

21. 

White & Case LLP, Un mondo di club e barriere: l’evoluzione della regolamentazione e la ridefinizione della globalizzazione, rapporto, 2023 [online].

+

22. 

Questa frammentazione ha un costo: «dallo 0,2% (in uno scenario di frammentazione limitata / aggiustamento a basso costo) al 7% del PIL (in uno scenario di frammentazione grave / aggiustamento ad alto costo)». Cfr. anche FMI, Geoeconomic Fragmentation and the Future of Multilateralism, op. cit.

+

Nel 2023, come ogni anno, i banchieri centrali e alcuni dei più brillanti intellettuali si sono riuniti a Jackson Hole (Stati Uniti). Le discussioni hanno riguardato «i cambiamenti strutturali nell’economia mondiale». Gli interventi lasciano intravedere un’intensa riflessione su un mondo attraversato da profondi sconvolgimenti – in particolare:

– Le tensioni geopolitiche fomentate dalle «potenze revisioniste»7;

– Il calo delle vendite;

– L’ascesa dei partiti populisti in molti paesi occidentali.

Questi cambiamenti strutturali si inseriscono in un movimento continuo dell’economia che si sviluppa lungo tutta l’era moderna: la «distruzione creativa» di Schumpeter non è affatto un «lungo fiume tranquillo». Essi riflettono inoltre le grandi «transizioni»8 (e le loro conseguenze) che caratterizzano la nostra epoca:

– La transizione geopolitica, in atto dalla fine della Guerra Fredda;

– La transizione ecologica, che sta portando le economie a rendersi conto della necessità di reintegrare nella produzione alcuni costi legati alla loro attività;

– La transizione digitale, che accelera la circolazione delle informazioni e sta trasformando i mercati9 sin dagli anni 2000.

Questo nuovo contesto, caratterizzato da una maggiore incertezza e da un’imprevedibilità decuplicata, rappresenta una sfida specifica per i responsabili politici ed economici. Il rischio internazionale è aumentato10. I punti di riferimento che avevano prevalso e guidato Stati e imprese si stanno sgretolando: «il sistema internazionale liberale si sta lentamente disgregando»11. Il processo decisionale diventa così più complesso – e più rischioso12. Cresce la necessità di analisi.

Ciò vale in particolare per il settore commerciale. Le statistiche non indicano, in questa fase, una «deglobalizzazione», ma piuttosto un rallentamento della globalizzazione («slowbalization»)13, in atto già da diversi anni. Il mondo sembra attraversare una fase di riconfigurazione degli scambi commerciali14, una «grande riallocazione»15 degli strumenti di produzione.

Questa segmentazione si articola attorno a blocchi politici16. Secondo l’Organizzazione mondiale del commercio (OMC), «gli scambi avvengono sempre più spesso tra economie che condividono gli stessi principi»17.

In sintesi, si tratta del ritorno delle sfere d’influenza18 e dell’avvento di una «frammentazione geoeconomica»19. La direttrice generale del Fondo Monetario Internazionale (FMI) lo afferma senza ambiguità: «il mondo sta assistendo all’ascesa della frammentazione: un processo che inizia con l’aumento delle barriere al commercio e agli investimenti e che, nella sua forma estrema, si conclude con la frammentazione dei paesi in blocchi economici rivali»20. Si sta progressivamente costruendo un mondo «di club e barriere»21, in cui i flussi si riconfigurano secondo affinità ideologiche e geopolitiche22.

2

Un mondo frammentato e malthusiano: le regole del gioco di una globalizzazione in modalità «puzzle»

Note

23. 

Organizzazione mondiale del commercio (OMC), Rapporto sullo sviluppo delle catene del valore globali 2023: Catene del valore globali resilienti e sostenibili in tempi turbolenti, Banca asiatica di sviluppo / Istituto delle economie in via di sviluppo / Istituto di ricerca sulle catene del valore globali dell’UIBE / Organizzazione mondiale del commercio, Ginevra, novembre 2023 [online].

+

Fonte e conseguenza della frammentazione di un mondo sempre meno cooperativo e multilaterale, l’adozione delle normative si inserisce in una triplice funzione strategica:

– Competitività (un diritto al servizio della crescita, per favorire le imprese nazionali);

– Di potere (il diritto di dettare la direzione da seguire al mondo – in particolare a quello degli affari)23;

– Concorrenza internazionale (un diritto al servizio dell’attrattività, per attirare le risorse).

Le politiche che ne derivano rivelano, più in profondità, un cambiamento nella percezione dell’economia: gradualmente, una parte dei responsabili politici sembra affermare (almeno implicitamente) che la crescita globale non è più una prospettiva facile e che, a parità di ricchezza, la sfida consiste innanzitutto nel recuperare la fetta più grande della torta piuttosto che nel farla crescere.

Gli Stati mettono quindi le loro normative al servizio di questa ambizione: in primo luogo per proteggere la propria fetta di torta dalla concorrenza con una logica protezionista (2.1); in secondo luogo per dare slancio ai propri rappresentanti al tavolo delle trattative promuovendo i propri «campioni» (2.2); infine cercando di organizzare il menu a proprio vantaggio in una prospettiva imperialista (2.3).

2.1. Una legislazione protezionistica, per proteggersi dalla concorrenza straniera

Note

24. 

Ministero dell’Economia, delle Finanze e della Sovranità industriale e digitale, «Investimenti stranieri in Francia», 25 febbraio 2025: «I rapporti finanziari tra la Francia e l’estero sono liberi. In via eccezionale, in settori elencati in modo limitativo, che riguardano la difesa nazionale o che potrebbero mettere a rischio l’ordine pubblico e le attività essenziali per la tutela degli interessi del Paese, l’articolo L. 151-3 del codice monetario e finanziario sottopone gli investimenti esteri a una procedura di autorizzazione preventiva.» [online].

+

25. 

Pablo Barrio, Sabine Bey, Violaine Faubert e Florian Le Gallo, Una mappa mundi degli investimenti strategici: quale controllo in Francia?, Bloc-notes Éco n. 390, Banca di Francia, 17 febbraio 2025 [online].

+

26. 

Lorenzo Bencivelli, Violaine Faubert, Florian Le Gallo e Pauline Négrin, Chi ha paura dei controlli sugli investimenti esteri?, Documento di lavoro della Banque de France n. 927, Banque de France, ottobre 2023 [online].

+

L’osservazione degli sviluppi degli ultimi anni sulla scena economica mondiale rivela una rinascita delle aspirazioni protezionistiche (proteggere le imprese nazionali per consentire loro di espandersi e conquistare poi i mercati internazionali) che si autoalimenta (poiché i miei concorrenti sostengono le loro imprese, devo farlo anch’io per ristabilire l’equità concorrenziale), alimentata da considerazioni politiche (o, talvolta, da preferenze di parte) nella gestione delle politiche economiche, che contribuiscono a rendere le normative ancora più oscure.

Le normative vengono quindi promosse per «proteggere» le economie nazionali dalla concorrenza straniera, controllando più rigorosamente i flussi in entrata, come dimostrano la meticolosa supervisione degli investitori stranieri o l’istituzione di barriere doganali.

Lo sviluppo dei controlli sugli investimenti esteri offre un primo esempio di questo cambiamento di paradigma24. Questa procedura, che prevede l’approvazione dell’amministrazione quando un attore non nazionale intende investire in una serie di settori economici (e in particolare in quelli considerati «strategici»25), si è notevolmente sviluppata nei paesi europei26. Questa tendenza evidenzia la volontà di monitorare più attentamente le acquisizioni di operatori economici nazionali da parte di soggetti stranieri.

Note

27. 

Regolamento (UE) 2019/452 del Parlamento europeo e del Consiglio, del 19 marzo 2019, che istituisce un quadro per il controllo degli investimenti diretti esteri nell’Unione.

+

28. 

Commissione europea, Quarta relazione annuale sullo screening degli investimenti diretti esteri nell’Unione (COM (2024) 464 definitivo), relazione della Commissione al Parlamento europeo e al Consiglio, Bruxelles, 17 ottobre 2024 [online].

+

29. 

Direzione Generale del Tesoro, Linee guida relative al controllo degli investimenti stranieri in Francia, settembre 2022.

+

L’evoluzione dei controlli sugli investitori stranieri in Francia e in EuropaIl numero di controlli sugli investimenti esteri è cresciuto a tal punto in Europa che, per facilitare l’elaborazione delle pratiche, dal 2019 l’UE ha promosso un quadro armonizzato27. Alla fine del 2024, la Commissione ha rilevato che il numero di notifiche (ovvero il numero di pratiche presentate da imprese straniere che intendono acquisire un’attività europea) era aumentato del 18% nel periodo 2021-202328. I settori che hanno registrato il maggior numero di operazioni nel 2023 sono stati l’industria manifatturiera (39%), le tecnologie dell’informazione e della comunicazione (24%), il commercio all’ingrosso e al dettaglio (10%) e le attività finanziarie (8%). Dei 488 casi notificati, i sei principali paesi di origine erano gli Stati Uniti (33%), il Regno Unito (12%), gli Emirati Arabi Uniti (7%), la Cina (6%), il Canada (5%) e il Giappone (4%). In Francia, nel settembre 2022 sono state adottate delle linee guida che evidenziano una nuova necessità di precisare la dottrina dell’amministrazione29.

Note

30. 

La Casa Bianca, Regolamentazione delle importazioni mediante dazi reciproci per correggere le pratiche commerciali che contribuiscono ai consistenti e persistenti deficit annuali della bilancia commerciale degli Stati Uniti, Ordine esecutivo n. 14257, Washington (D.C.), 2 aprile 2025 [online].

+

31. 

Organizzazione mondiale del commercio (OMC), «Il rapporto dell’OMC evidenzia un aumento delle restrizioni commerciali in un contesto di politiche unilaterali», WTO News, 11 dicembre 2024 [online].

+

L’introduzione di nuove politiche (e quindi di normative) commerciali restrittive costituisce un secondo ricorso alle normative a fini protezionistici, questa volta con maggiore risonanza mediatica. Dall’inizio del suo secondo mandato, il presidente Trump ha infatti avviato una revisione unilaterale dei dazi doganali applicabili ai prodotti importati negli Stati Uniti. L’annuncio di questa svolta apertamente ostile al libero scambio, in quello che ha definito un «giorno di liberazione»30, ha spinto i suoi vari partner commerciali a tentare di negoziare separatamente – consolidando una dinamica non cooperativa.

Al di là della politica statunitense, le statistiche dell’OMC mostrano inoltre che le restrizioni al commercio internazionale sono aumentate negli ultimi anni31: gradualmente sono state introdotte barriere ai flussi commerciali, sia sotto forma di dazi (tasse) che di misure non tariffarie (vari obblighi normativi).

Note

32. 

OMC, Relazione annuale del Direttore Generale, op. cit.

33. 

Banca Mondiale, «Oltre i dazi doganali: sfatare i miti sulle barriere non tariffarie al commercio», Blog della Banca Mondiale, 30 aprile 2024 [online].

+

34. 

Conferenza delle Nazioni Unite sul commercio e lo sviluppo (UNCTAD), SDG Pulse 2024, Ginevra, 28 marzo 2025, p. 36 [online].

+

Le restrizioni al commercio – un esempio tratto dalle statistiche dell’OMCSecondo l’OMC, «tra la metà di ottobre 2023 e la metà di ottobre 2024, i suoi membri hanno introdotto 169 nuove misure restrittive per il commercio e 291 misure di facilitazione degli scambi relative alle merci (…). Il valore degli scambi commerciali interessati dalle misure restrittive è stato stimato in 887,6 miliardi di dollari, in forte aumento»32. Spesso si tratta di «misure non tariffarie»33 (MNT), ovvero diverse dai dazi doganali. Alcuni paesi utilizzano ad esempio argomenti ambientali: nel 2024, l’ONU osservava che se «solo il 2,6% di tutte le MNT è legato alla mitigazione dei cambiamenti climatici», queste «sono fortemente concentrate sui beni più scambiati, quali automobili e veicoli, macchinari, carburanti, elettrodomestici ed elettronica, prodotti a base di legno e plastica, coprendo complessivamente il 26,4% del commercio mondiale»34.

Note

35. 

Kristen Hopewell, «Il mondo sta abbandonando l’OMC: e Stati Uniti e Cina fanno da apripista», Foreign Affairs, ottobre 2024 [online].

+

36. 

Ibid.

37. 

Patricia Kim, «Non sopravvalutate l’alleanza autocratica: perché Cina e Russia non costituiscono un blocco ideologico», Foreign Affairs, 15 settembre 2025 [online].

+

Una prima conclusione è che, in materia commerciale, il multilateralismo è morto. L’agonia di questo regime basato sul libero scambio, reso possibile dalla caduta del totalitarismo sovietico, era iniziata già prima: il ciclo di negoziati dell’OMC noto come «di Doha», avviato nel 2001, era bloccato da tempo a causa dello scontro tra Cina e Stati Uniti35.

Riconoscendo il fallimento di un approccio comune, gli Stati fanno ora valere accordi «plurilaterali», ovvero facoltativi e validi solo tra i partner che lo desiderano.

Un secondo insegnamento è che l’elezione di Donald Trump costituisce, in un certo senso, un’accelerazione e un’amplificazione di un processo già avviato prima di essa.

Washington non ha quindi nominato alcun giudice nell’organo di appello dell’OMC, bloccandone il funzionamento sin dalla prima amministrazione Trump (compresa, quindi, anche l’amministrazione Biden)36.

Un ultimo insegnamento è che questo cambiamento di paradigma nel commercio internazionale ha conseguenze geopolitiche ancora incerte: la decisione di imporre dazi doganali sui prodotti indiani, ad esempio, è all’origine di un attrito tra Washington e Nuova Delhi, e non è estranea al riavvicinamento dichiarato, ma ancora imprecisato, tra la capitale indiana e Pechino o Mosca37.

Note

38. 

Michel Guénaire, Il ritorno degli Stati, Grasset, 2013.

39. 

Direzione Generale del Tesoro, «Insegnamenti tratti dalle politiche industriali del passato», Trésor-Éco, 13 febbraio 2025, a cura di Bastien Alvarez, Charlotte Gallezot, Clarissa Hida e Gaëtan Mouilleseaux, [online].

+

40. 

OMC, Rapporto sullo sviluppo delle catene del valore globali 2023, op. cit.

41. 

Augustin Landier, David Thesmar, 10 idee che animano la Francia, Flammarion, 2013.

42. 

Chad P. Bown, La politica industriale moderna e l’OMC, Documento di lavoro n. 23-15, Peterson Institute for International Economics, Washington, dicembre 2023 [online].

+

43. 

Consiglio dell’Unione europea, «Il Consiglio raccomanda una strategia industriale globale a lungo termine, con una visione al 2030», comunicato stampa 399/19, 27 maggio 2019 [online].

+

44. 

Martin Wolf, «Come non fare politica industriale», Financial Times, 18 giugno 2024 [online].

+

45. 

Simon Evenett, Adam Jakubik, Fernando Martín e Michele Ruta, Il ritorno della politica industriale nei dati, Documento di lavoro del FMI n. 24/1, Dipartimento Strategia, Politica e Revisione, Fondo Monetario Internazionale, gennaio 2024 [online]; vedi anche Valentine Millot & Łukasz Rawdanowicz, Il ritorno delle politiche industriali: considerazioni politiche nel contesto attuale, Documenti di politica economica dell’OCSE n. 34, Pubblicazioni OCSE, Parigi, 31 maggio 2024 [online].

+

46. 

Sébastien Miroudot, «Resilienza contro robustezza nelle catene del valore globali: alcune implicazioni politiche», VoxEU.org Column, 18 giugno 2020 [online]; vedi anche Rebecca Freeman & Richard Baldwin, « Rischio e resilienza delle catene di approvvigionamento globali », VoxEU.org Column, 6 aprile 2022 [online].

+

2.2. Un diritto nazionalista, al servizio dei campioni nazionali

Un’altra strategia adottata dagli Stati nella competizione economica consiste nel promuovere i propri «campioni», cosa che possono fare in due modi: in primo luogo attuando politiche industriali attive per incoraggiarne la crescita con il sostegno pubblico, in secondo luogo allentando le norme sulla concorrenza per facilitare le operazioni di fusione. In entrambi i casi, questi cambiamenti normativi segnano un «ritorno degli Stati»38 e una rottura con la teoria liberale dell’apertura dei mercati che aveva prevalso fino ad allora.

Il primo segno di questi profondi cambiamenti nella regolamentazione è che la politica industriale viene sempre più utilizzata come strumento strategico39, in particolare con l’obiettivo di «rilocalizzare» alcune produzioni o di sostenerne altre40, con un impatto tanto maggiore sugli scambi commerciali in quanto questa strada, che può avere un versante offensivo (favorire la competitività per far emergere campioni grazie alla performance e all’innovazione)41, ne ha anche uno più difensivo e non cooperativo42 (sostenere le imprese nazionali indipendentemente dai loro meriti), molto forte oggi, alimentata dalla speranza di ogni paese di accaparrarsi una parte della ricchezza mondiale in un’economia percepita come un gioco a somma zero (cosa che non è).

In Europa, il dibattito sulla politica industriale ha così ripreso slancio, tanto che l’UE si è dotata addirittura di una «strategia industriale»43. Negli Stati Uniti, l’Inflation Reduction Act di Joe Biden è stato uno degli esempi più significativi44 di mobilitazione massiccia di fondi pubblici a sostegno della produzione nazionale. È interessante notare che le motivazioni delle politiche industriali e delle normative che ne derivano si sono evolute: oggi sono sempre più giustificate da considerazioni non economiche, come l’ambiente, la sicurezza nazionale45 o la protezione degli approvvigionamenti46.

Note

47. 

Lilas Demmou, La deindustrializzazione in Francia, Documento di lavoro della Direzione Generale del Tesoro n. 2010/01, Direzione Generale del Tesoro, Ministero dell’Economia, delle Finanze e della Sovranità industriale, energetica e digitale, Parigi, 18 febbraio 2010 [online].

+

Come si spiega la deindustrializzazione?Il ritorno in auge delle politiche industriali risponde alla constatazione di una deindustrializzazione delle economie dell’OCSE. Non è tuttavia superfluo ricordare che il commercio internazionale non ne è l’unica causa. Ad esempio, la debolezza del tessuto industriale francese è dovuta innanzitutto a una mancanza di competitività, che trova le sue origini nelle scelte politiche nazionali più che nella concorrenza estera. Tre tendenze hanno giocato un ruolo determinante47: la terziarizzazione dell’economia, ovvero il crescente ricorso ai servizi (responsabile di circa un quarto della perdita di posti di lavoro nell’industria); il progresso tecnico e i relativi guadagni di produttività (65%); e il commercio internazionale (13%). La nostra deindustrializzazione è innanzitutto una nostra responsabilità.

Note

48. 

Erwan Le Noan, «Il diritto della concorrenza messo alla prova dalla politica», Les Échos, 7 agosto 2018, [online].

+

49. 

Berkeley Lovelace Jr., «Trump afferma che l’amministrazione sta indagando su violazioni delle norme antitrust da parte di Amazon e di altri giganti della tecnologia», CNBC, 5 novembre 2018 [online].

+

50. 

Nel caso in questione, la volontà di far prevalere considerazioni di natura prettamente politica nell’applicazione del diritto della concorrenza non è interamente imputabile a lui: oltre a poter essere ricondotta a una certa tradizione americana, questa tendenza era stata avviata dall’amministrazione Biden, che aveva insediato al potere personalità note per i loro convinti impegni, in particolare sulla regolamentazione dei giganti di Internet (Lina Khan alla FTC o Tim Wu alla Casa Bianca), contribuendo peraltro ad avvicinarli ai repubblicani. Dave Michaels & Annie Linskey, « MAGA antitrust agenda under siege by lobbyists close to Trump », Wall Street Journal, 6 agosto 2025 [online]; cfr. anche Alex Rogers, Hannah Murphy & George Hammond, « Has Silicon Valley gone Maga? », Financial Times, 19 luglio 2024 [online].

+

Un secondo esempio di questa evoluzione è rappresentato dalla messa in discussione del diritto della concorrenza e, in particolare, di uno dei suoi aspetti: il controllo delle concentrazioni48, procedura amministrativa mediante la quale le autorità pubbliche (la Commissione europea, l’Autorità garante della concorrenza) sono chiamate a verificare che le operazioni di concentrazione tra imprese non siano suscettibili di arrecare danno ai consumatori (compito loro affidato dal legislatore).

In Europa, da anni alcuni paesi e attori economici sostengono la necessità di un approccio più flessibile al diritto, per facilitare, attraverso le acquisizioni, il consolidamento di diversi settori. Negli Stati Uniti, il cambiamento di rotta è ancora più netto. Il presidente Trump non ha nascosto la sua intenzione di trasformare il diritto della concorrenza in uno strumento politico (durante il suo primo mandato49 e oggi nuovamente) per facilitare la creazione di campioni50.

Note

51. 

Crédit Agricole, «China Standards 2035, dove la globalizzazione incontra la geopolitica», Perspectives n. 21/073, 10 marzo 2021.

+

52. 

John Seaman, La Cina e le norme tecniche: sfide geopolitiche, Ifri, gennaio 2020 [online]; cfr. anche Claude Leblanc, «Pechino vuole affermarsi come potenza normativa di primo piano», L’Opinion, 15 gennaio 2020 [online].

+

53. 

Julien Nocetti, Un Internet a pezzi? La frammentazione di Internet e le strategie di Cina, Russia, India e Unione Europea, Ifri, febbraio 2024 [online].

+

54. 

«Tre punti chiave della nuova strategia cinese in materia di standard», Carnegie Endowment for International Peace, 28 ottobre 2021.

+

55. 

Mathieu Duchâtel e Georgina Wright, L’extraterritorialità cinese: il nuovo arsenale giuridico, Institut Montaigne, dicembre 2024 [online]; cfr. anche Georgina Wright, Louise Chetcuti e Cecilia Vidotto Labastie, L’extraterritorialità: il punto cieco della sicurezza economica europea, Institut Montaigne, marzo 2024 [online], cfr. anche Georgina Wright & Louise Chetchuti, Extraterritorialità americana: un’arma a doppio taglio, Institut Montaigne, dicembre 2024 [online].

+

56. 

«L’Europa allenterà la presa sulle grandi aziende tecnologiche?», The Economist, 5 dicembre 2024 [online].

57. 

Seb Starcevic, Jakob Weizman, Francesca Micheletti, Carlo Martuscelli e Andrew McDonald, «I dazi di Trump: cosa è appena successo — e qual è la strategia dell’Europa?», Politico Europe, 11 aprile 2025 [online].

+

58. 

Andy Bounds, «L’UE si prepara a colpire le grandi aziende tecnologiche in risposta ai dazi di Donald Trump», Financial Times, 5 febbraio 2025 [online].

+

2.3. Un diritto imperialista, al servizio del potere, per imporre una direzione al mondo

In questo contesto internazionale ormai privo di inibizioni, il diritto rappresenta per uno Stato anche uno strumento di potere, un soft power, che lo porta a utilizzare le norme per promuovere la propria visione dell’economia o della società, difendendo al contempo i propri interessi.

Un ambito poco conosciuto della rivalità per il potere è quello degli «standard», ovvero quelle norme che regolano numerose esigenze pratiche51. La Cina, in particolare, si è fortemente impegnata a diventare una potenza normativa di riferimento, cercando di influenzare gli standard tecnici e industriali su scala mondiale52: il piano « China Standards 2035 » mira a rendere il Paese il principale esportatore di standard internazionali in settori chiave emergenti53, come l’intelligenza artificiale, il 5G, l’Internet delle cose (IoT) e le energie rinnovabili54.

Un altro ambito, molto più presente nel dibattito pubblico, è quello dell’extraterritorialità del diritto, ovvero la capacità (o la volontà) di uno Stato di far applicare la propria legislazione al di là dei propri confini55.

Gli Stati Uniti sono probabilmente i più attivi in questo ambito. Il Foreign Corrupt Practices Act e il Countering America’s Adversaries Through Sanctions Act, ad esempio, si applicano alle imprese straniere che utilizzano servizi finanziari statunitensi o operano su mercati chiave: queste leggi consentono a Washington di intervenire su operazioni al di fuori del territorio statunitense e di imporre di fatto la propria volontà ad attori e operazioni economiche che non ne fanno direttamente parte. Anche la Cina, sotto la guida di Xi Jinping, ha sviluppato un diritto a portata extraterritoriale, considerandolo uno strumento strategico, sia difensivo che offensivo.

L’Europa sa promuovere il proprio diritto al di là dei propri confini, in particolare in materia di concorrenza (anche se in questo ambito esiste il criterio di collegamento territoriale): la Commissione europea è infatti orgogliosa di aver inflitto severe sanzioni ad aziende statunitensi, giganti del settore tecnologico.

Da alcuni mesi, il diritto della concorrenza viene addirittura presentato come uno strumento di rivalità o di «distensione56» tra gli Stati Uniti e l’UE: la Commissione ha quindi preferito attendere prima di emettere due decisioni sanzionatorie nei confronti di Apple e Meta57, per evitare un confronto troppo immediato58 con gli Stati Uniti, mentre il presidente Trump aveva appena lanciato la sua offensiva in materia commerciale.

Note

59. 

Aifang Ma, La regolamentazione del digitale: Cina, Stati Uniti, Francia, Fondazione per l’innovazione politica, settembre 2023 [online].

+

60. 

Nocetti, Un Internet a pezzi?, op. cit. «La frammentazione è: tecnica, risultato di decisioni che limitano la connettività tra una parte di Internet e il resto della rete; geopolitica, derivante da pratiche quali la localizzazione dei dati e le interruzioni volontarie di Internet; e commerciale, legata allo sviluppo di strategie protezionistiche e alle iniziative delle piattaforme che dispiegano le proprie infrastrutture, diventando al contempo la porta d’accesso a Internet globale».

+

61. 

Marshall W. Van Alstyne & Erik Brynjolfsson, Comunità elettroniche: villaggio globale o cyber-Balcani?, Massachusetts Institute of Technology — Sloan School, marzo 1997 [online].

+

62. 

Asma Mhalla, «Splinternet: quando la geopolitica frammenta il cyberspazio», Polytechnique Insights (Institut Polytechnique de Paris), 17 gennaio 2023 [online].

+

63. 

Parmy Olson, «Un nuovo mondo per Facebook e Instagram: lo Splinternet di Zuckerberg», Bloomberg Opinion, 10 gennaio 2025 [online].

+

64. 

OCSE / OMC, Implicazioni economiche della regolamentazione dei dati: trovare un equilibrio tra trasparenza e fiducia, Edizioni OCSE / Organizzazione mondiale del commercio, 2025 [online].

+

65. 

David Kaye, «I rischi della regolamentazione di Internet: come iniziative ben intenzionate potrebbero mettere a repentaglio la libertà di espressione», Foreign Affairs, 21 marzo 2024 [online]; vedi anche Raghuram G. Rajan, « I compromessi della regolamentazione dell’IA », Project Syndicate, 26 agosto 2025 [online].

+

66. 

Legge di chiarimento sull’uso legittimo dei dati all’estero.

67. 

Thibault Schrepel, «Quando Bruxelles cristallizza l’IA nella legislazione», Les Échos, 29 settembre 2025 [online].

+

68. 

Va inoltre menzionata la regolamentazione della libertà di espressione online, al centro di questioni democratiche di grande attualità.

+

69. 

Gonçalo Perdigão, «Regolamentare l’algoritmo: perché la politica in materia di intelligenza artificiale determinerà la competitività dei mercati globali», Observer, 8 settembre 2025 [online].

+

2.4. Un sistema giuridico competitivo, più attraente rispetto a quello degli altri paesi

La regolamentazione rappresenta inoltre uno strumento a disposizione degli Stati per creare contesti giuridici attraenti. Diverse politiche hanno quindi cercato di promuovere normative più favorevoli alle imprese, al fine di attrarre capitali, attività e talenti.

Questa dinamica competitiva non è necessariamente negativa: può infatti spingere ogni paese a puntare al rendimento economico. Tuttavia, essa si traduce in una frammentazione del mondo, poiché alcuni blocchi (come l’Europa) si rifiutano di partecipare alla corsa (o non sono in grado di farlo).

Le normative in materia di tecnologia digitale o di mercati finanziari ne sono un esempio.

Da diversi anni, il progetto di un Internet globale senza confini sembra infrangersi contro le realtà geoeconomiche: si stanno delineando tre grandi blocchi (Stati Uniti, Cina ed Europa), animati da logiche di regolamentazione distinte59 e multiformi60. Questa progressiva «balcanizzazione»61 attraverso la regolamentazione sta trasformando lo spazio digitale da un vasto Internet a uno «splinternet »62 in cui gli attori economici adattano e differenziano le loro pratiche, le loro offerte e le loro proposte di contenuti a seconda delle aree geografiche63.

La regolamentazione dei dati costituisce quindi un ambito particolarmente conflittuale: con l’affermarsi dell’economia digitale si sono sviluppate normative64 sempre più divergenti tra l’UE e gli Stati Uniti65. Una prima divergenza era emersa negli anni 2010, alimentata da questioni di sovranità. Il CLOUD Act66 (2018) prevede quindi che le aziende tecnologiche statunitensi debbano poter fornire alle autorità americane i dati degli utenti, anche se archiviati all’estero, qualora la giustizia ne faccia richiesta. Interpellata su questo testo, la Corte di giustizia dell’Unione europea (CGUE) ha stabilito (in due sentenze denominate «Schrems I» nel 2015 e «Schrems II» nel 2020) che le garanzie fornite dagli Stati Uniti in materia di protezione dei dati personali non erano equivalenti a quelle dell’UE – avendo quest’ultima adottato norme molto rigorose.

Questa divergenza transatlantica sembra accentuarsi con l’intelligenza artificiale. In questo ambito, l’UE, che intende posizionarsi (eccessivamente)67 all’avanguardia della regolamentazione, ha adottato un AI Act (2024)68, che mira a regolamentare gli usi di questa nuova tecnologia in base al grado di rischio che potrebbero rappresentare. Gli Stati Uniti sembrano molto meno entusiasti: ad oggi non esiste alcuna legislazione federale (appena insediato, Donald Trump ha revocato un decreto esecutivo del presidente Biden; il governatore della California, democratico, ha posto il veto su un testo di regolamentazione dell’IA, ritenendo che norme troppo premature potrebbero intaccare la competitività del Paese)69.

La proliferazione di normative divergenti sui mercati finanziari costituisce un ulteriore esempio della concorrenza internazionale, in particolare in un settore in cui il capitale è estremamente mobile – e in cui l’Europa fatica a tenere il passo. Anche in questo caso, due continenti, due normative – e vincoli diversi per le imprese.

Note

70. 

Commissione europea – Direzione generale Mercato interno, industria, imprenditoria e PMI, Relazione annuale 2025 sul mercato unico e la competitività, Commissione europea, 29 gennaio 2025 [online].

+

Il ritardo dell’Europa sui mercati dei capitaliNel 202470, il rapporto Draghi rilevava, con tono di rammarico, che il capitale di rischio era sceso allo 0,05% del PIL nel 2023 (rispetto allo 0,09% del 2022), ben al di sotto dei livelli statunitensi (« si stima che il mercato del capitale di rischio dell’UE rimanga 10 volte più piccolo di quello degli Stati Uniti e 7 volte più piccolo di quello della Cina »).

Note

71. 

Autorità di vigilanza prudenziale e di risoluzione (ACPR), «Un passo importante per la finanza sostenibile in Europa: gli obblighi di trasparenza derivanti dall’entrata in vigore del regolamento SFDR», Rivista dell’ACPR, aprile 2021 [online], in particolare sulla «doppia materialità», che induce gli attori finanziari a spiegare in che modo tengono conto dei «rischi in materia di sostenibilità» e degli «impatti negativi in materia di sostenibilità» nelle loro scelte di investimento.

+

72. 

Marie Bellan, «Direttiva CSRD: l’Europa smantella il Patto verde per evitare di ridurlo a brandelli», Les Échos, 1° aprile 2025 [online].

+

73. 

Commissione per i Titoli e gli Scambi (SEC), Miglioramento e standardizzazione delle informazioni relative al clima destinate agli investitori, Comunicato n. 33-11275; fascicolo n. S7-10-22, adottato il 6 marzo 2024, entrato in vigore il 28 maggio 2024 [online].

+

74. 

Forum economico mondiale e Oliver Wyman, Affrontare la frammentazione del sistema finanziario globale, Forum economico mondiale, gennaio 2025 [online].

+

75. 

Colby Smith, Martin Arnold, Joshua Franklin e Stephen Gandel, «Come Wall Street ha ottenuto la “capitolazione” della Federal Reserve sulle nuove norme bancarie», Financial Times, 10 settembre 2024 [online].

+

76. 

Michael S. Barr, «The Next Steps on Capital»: discorso tenuto alla Brookings Institution, Consiglio dei governatori della Federal Reserve degli Stati Uniti, 10 settembre 2024 [online].

+

77. 

Martin Arnold, «L’autorità di regolamentazione britannica attenua il nuovo regime patrimoniale per le banche dopo le pressioni della City», Financial Times, 12 settembre 2024 [online].

+

78. 

Krystèle Tachdjian, «Con Basilea III, si allarga il divario normativo tra banche europee e americane», Les Échos, 15 gennaio 2025 [online].

+

79. 

Édouard Lederer, «Regolamentazione bancaria: tre grandi paesi europei vogliono mettere un freno», Les Échos, 8 ottobre 2024 [online].

+

80. 

Gabriel Nédélec, «Si fa sempre più tesa la situazione tra banchieri e autorità di regolamentazione europee», Les Échos, 29 novembre 2024 [online].

+

Le questioni ambientali e le relative normative stanno assumendo un ruolo sempre più centrale nella regolamentazione finanziaria. In materia, l’Europa impone un quadro rigoroso, basato su una logica di « reporting » costituita da indicatori e procedure, al centro dei recenti testi più mediatici: il regolamento SFDR (Sustainable Financial Disclosure, che ha imposto obblighi di trasparenza secondo un approccio detto di « doppia materialità »71) e la direttiva CSRD (Corporate Sustainability Reporting Directive, che prevede che le imprese europee debbano produrre rapporti precisi sui loro impatti ESG – Ambiente, Sociale, Governance), secondo una nomenclatura dettagliata ed esigente72. Negli Stati Uniti, gli standard sono decisamente meno rigorosi e la maggior parte delle normative rimane volontaria73 – questa divergenza si è del resto accentuata con quello che gli analisti hanno definito un « ESG backlash », un movimento di imprese e Stati federati che hanno protestato contro l’aumento degli obblighi normativi.

Nel campo della regolamentazione prudenziale74, gli Stati Uniti75 hanno cercato, sin dall’inizio del mandato di Joe Biden, di allentare i vincoli che gravano sulle loro banche, in particolare quelli previsti dall’accordo internazionale denominato «Basilea III76 », che mirano ad aumentare i requisiti in materia di fondi propri, liquidità e gestione dei rischi. Parallelamente, la Banca d’Inghilterra ha allentato i propri piani per le banche britanniche e ne ha rinviato l’attuazione al 202677. L’UE, dal canto suo, ha recepito le norme in modo rigoroso78, portando Francia, Germania e Italia a inviare una lettera alla Commissione europea, chiedendo un rallentamento nell’adozione delle nuove normative bancarie79. Più recentemente, i banchieri sono intervenuti pubblicamente per esprimere la loro «stanchezza» nei confronti di un livello di norme considerato eccessivo80.

In ambito finanziario si stanno così progressivamente consolidando le divergenze normative tra gli Stati Uniti e l’Europa. Queste differenze rischiano di porre alcuni attori europei di fronte a scelte delicate: nonostante le forti convinzioni che possono sostenere, riusciranno a mantenere standard elevati quando i loro concorrenti più vicini non sono tenuti a rispettare gli stessi vincoli?

IIPartita

La posta in gioco: fallire o sopravvivere

Copia il link

Condividi questa parte

Invia via e-mailCondividi su FacebookCondividi su TwitterCondividi su LinkedIn

1

La messa in discussione del modello europeo

Note

81. 

Erwan Le Noan, «Il “Brussels effect”: la dolcezza dell’Europa sul mondo?», Rivista politica e parlamentare, 1° febbraio 2023 [online].

+

82. 

Anu Bradford, The Brussels effect – How the European Union rules the world, Oxford University Press, 2020. L’autrice aveva inizialmente presentato questa idea in un articolo del 2012: Anu Bradford, «The Brussels Effect», Northwestern University Law Review, vol. 107, n. 1, 2012.

+

83. 

Zaki Laïdi, La norma senza la forza – L’enigma del potere europeo, Presses de Sciences Po, 2008.

+

84. 

Bradford, L’effetto Bruxelles, op. cit.

1.1. Effetto Bruxelles o Difetto di Bruxelles?

In questo contesto internazionale frammentato e ipercompetitivo, l’Europa fatica a trovare il proprio posto. Nel suo discorso, tende a fare della qualità della propria regolamentazione un punto di forza distintivo. Alcuni anni fa, Anu Bradford pubblicò un’opera che descriveva il modo in cui l’Europa influenza le normative globali81. Definiva questo soft power come « Brussels effect », un concetto che ha riscosso un grande successo mediatico e che « si riferisce alla capacità unilaterale dell’UE di regolamentare il mercato mondiale »82. Questa visione del diritto come vettore specifico dell’influenza europea non è nuova. Zaki Laïdi lo scriveva nel 2008: «il ricorso alla norma è per l’Europa più di una scelta.

Si tratta di una necessità che trova la sua origine nel carattere normativo della costruzione europea. La norma è ciò che permette all’Europa di superare la sovranità degli Stati senza abolirla»83.

Questo effetto è reale: in materia di regolamentazione dei dati, il Regolamento generale sulla protezione dei dati (GDPR) viene applicato in modo rigoroso dalle grandi aziende internazionali e ha ispirato alcune legislazioni al di fuori dell’UE. Anche il diritto europeo della concorrenza è rispettato a livello mondiale. È tuttavia possibile verificare un potere della portata descritta da Anu Bradford, secondo la quale l’UE brilla per la sua «egemonia normativa mondiale senza pari tra i suoi rivali geopolitici»84? Sembra imperativo moderare l’affermazione.

In primo luogo, il potere del diritto è una conseguenza del potere economico piuttosto che la sua fonte. L’elezione di Donald Trump e, più in generale, gli sconvolgimenti nelle relazioni geoeconomiche dimostrano che sono proprio la vitalità e la solidità economica a consentire al nuovo presidente americano di ritenersi libero di ignorare le convenzioni internazionali e di passare all’offensiva contro le norme dei suoi partner.

Note

85. 

Francesca Micheletti, «Il capo dell’agenzia antitrust di Trump critica le norme digitali dell’UE definendole “tasse sulle aziende americane”», Politico Europe, 2 aprile 2025 [online].

+

86. 

Commissione Giustizia della Camera dei Rappresentanti (Camera dei Rappresentanti degli Stati Uniti), Lettera della Commissione Giustizia a Teresa Ribera sul Digital Markets Act, 23 febbraio 2025 [online].

+

L’offensiva statunitense contro la regolamentazione europea del settore digitaleL’amministrazione statunitense accusa regolarmente l’Europa di avvalersi della propria legislazione per prendere provvedimenti contro le imprese statunitensi, citando in particolare le recenti leggi europee in materia di regolamentazione dei mercati digitali85. Nel febbraio 2025, ad esempio, il presidente della commissione Giustizia della Camera dei Rappresentanti, Jim Jordan, ha scritto alla commissaria europea Teresa Ribera per esprimerle le sue preoccupazioni riguardo alla regolamentazione delle grandi aziende tecnologiche in Europa: «Le scriviamo per esprimerle le nostre preoccupazioni sul fatto che il DMA (« Digital Markets Act ») potrebbe prendere di mira le aziende americane», aggiungendo che «l’obiettivo della Commissione europea è quello di porre rimedio al rallentamento economico dell’Europa strumentalizzando il DMA contro le aziende americane»86.

Note

87. 

Laurent Cohen-Tanugi, «L’Europa come potenza normativa internazionale: situazione attuale e prospettive», Revue européenne du droit, n. 3, 2021/2, pp. 100-106, Groupe d’études géopolitiques, dicembre 2021 [online].

+

88. 

Thierry Chopin, «Il rapporto di molti francesi con l’Europa è complicato», Toute l’Europe, 29 giugno 2008 [online].

+

In secondo luogo, la capacità di innovare plasma il mondo più di quella di regolamentarlo. In questo caso, la critica secondo cui l’UE si limita a regolamentare ciò che non è stata in grado di inventare non è del tutto errata. Chi ha maggiore utilità e influenza duratura sulle nostre vite: TikTok e Apple, o i testi che ne regolano l’uso a posteriori? Chi ha inventato l’automobile o chi ha redatto i principi dell’assicurazione automobilistica?

Al contrario, la stabilità giuridica è un fattore fondamentale per la sicurezza delle imprese (consente loro di pianificare e guardare al futuro con serenità): norme ben concepite, trasparenti e adeguate alle realtà economiche favoriscono l’innovazione e riducono i costi di transazione per le imprese.

Infine – e soprattutto, puntare esclusivamente sull’«effetto Bruxelles» potrebbe rivelare un rifiuto di intraprendere la via di una «vera» potenza nell’ordine mondiale. Laurent Cohen-Tanugi si chiede giustamente se «una strategia di potenza (o di autonomia strategica) fondata sulla norma come sostituto della forza non rientri in una tendenza storica del progetto europeo a definirsi attraverso i propri valori e la propria virtù a scapito dei propri interessi, e a precludersi così ogni coscienza e affermazione geopolitica»87. Allo stesso modo, Thierry Chopin sottolinea il rischio che, «nel migliore dei casi, l’Unione sarebbe una “potenza normativa” che esercita un “soft power”, ma che sarebbe incapace di dotarsi dei mezzi classici del potere»88.

1.2. La necessità di un risveglio

Note

89. 

Commissione europea – Direzione generale del Mercato interno, Relazione annuale 2025 sul mercato unico e la competitività, op. cit.

+

90. 

Richard Hiault, «Crescita: l’inevitabile ampliamento del divario tra Europa e Stati Uniti», Les Échos, 17 gennaio 2025 [online].

+

91. 

Mario Catalán, Andrea Deghi e Mahvash S. Qureshi, «How High Economic Uncertainty May Threaten Global Financial Stability», Blog dell’FMI, 15 ottobre 2024 [online], cfr. anche Raul Sampognaro, «Effetto dell’incertezza politica sulle prospettive di crescita», Blog dell’OFCE, 3 dicembre 2024 [online].

+

92. 

Jean Tirole, «Di fronte all’offensiva tecnolibertaria, il diritto della concorrenza deve farsi valere», Challenges, 4 marzo 2025 [online]; cfr. anche Agathe Demarais & Abraham Newman, «Europe Must Unlock Its Geoeconomic Power», Foreign Affairs, 14 novembre 2024 [online].

+

Come ben documentato dal rapporto Draghi, la vera sfida per l’Europa è la sua incapacità di affermarsi sui mercati mondiali, a causa del calo della sua competitività89. Ad esempio, dal quarto trimestre del 2019 a settembre 2024, l’economia statunitense è cresciuta del 9,4%, contro solo il 4% dell’area dell’euro90. Il divario si sta ampliando notevolmente.

Tuttavia, non esiste un vero potere normativo senza un previo potere economico. È proprio grazie alla loro economia forte che gli Stati Uniti possono pretendere di dettare legge, in senso letterale e figurato.

L’UE, dal canto suo, si è accontentata troppo della propria capacità di elaborare norme e di orientare i comportamenti (degli Stati, delle imprese, dei singoli); ma tale influenza non è altro che un potere destinato a indebolirsi se non si fonda sull’efficienza economica. Nel contesto sconvolto degli anni 2020, le aree economiche meno competitive si trovano in una posizione di grave svantaggio.

«Bruxelles» non è l’unica responsabile. Anche gli Stati membri hanno la loro parte di responsabilità: non solo la reattività dell’UE dipende da loro, ma le loro singole politiche nazionali sono fattori determinanti per la forza collettiva. A questo proposito, un’economia francese in difficoltà non è un punto di forza per il continente – e l’incertezza politica ha, del resto, un costo91.

L’intero continente deve fare delle scelte: l’Europa non può essere competitiva e allo stesso tempo perseguire una strategia di ritiro e di quiete; non può voler regolamentare il mondo se non è in grado di fungerne anche da gendarme (almeno dal punto di vista economico). A questo proposito, come scrive il premio Nobel Jean Tirole, occorre «innanzitutto reagire contro le nostre stesse debolezze e fare in modo di poter finalmente mantenere il nostro posto nel mondo economico92». In parole povere, occorre ritrovare la via della crescita.

Il ciclo dalla competitività al potere –
Il paradigma dinamico di un mondo competitivo

In un mercato globale competitivo, è proprio la performance economica che consente alle imprese di affrontare la concorrenza e quindi di rafforzare, attraverso la crescita, il potere del proprio Stato, dando a quest’ultimo la possibilità di imporre i propri standard – e, di conseguenza, in un circolo virtuoso e dinamico di adattamento continuo, di favorire la loro crescita.

Copia il link

Condividi questa immagine

ScaricaInvia via e-mailCondividi su FacebookCondividi su TwitterCondividi su LinkedIn

La dimensione verticale della regolamentazione –
L’illusione europea della pianificazione

Nell’illusione europea, è proprio la qualità degli standard a conferire potere, imponendo tali standard al mondo e garantendo alle imprese del continente un vantaggio competitivo derivante dall’elevato livello dei loro requisiti, che i consumatori dovrebbero riconoscere, rafforzando così la loro competitività.

Copia il link

Condividi questa immagine

ScaricaInvia via e-mailCondividi su FacebookCondividi su TwitterCondividi su LinkedIn

Questo studio propone quindi alcuni semplici spunti per raggiungere tale obiettivo, spunti che potrebbero fungere da linee guida sia per la Commissione che per la Francia, e in particolare per il prossimo governo, in vista delle elezioni presidenziali. Si possono riassumere in tre parole:

– Unificare
– Semplificare
– Consolidare

Ciò richiede un intervento da parte degli Stati, una risposta da parte dell’UE, ma anche una piena mobilitazione delle imprese, che troppo spesso rimangono passive di fronte ai cambiamenti normativi che ne indeboliscono la competitività.

2

Unificare

Note

93. 

Commissione europea, Il rapporto Draghi, op. cit.

94. 

Samuel Adjutor, Antoine Bena e Simon Ganem, «Il mercato unico europeo, un vettore di integrazione economica e commerciale», Trésor-Éco, Direzione Generale del Tesoro, 5 marzo 2024 [online].

+

95. 

Enrico Letta, Molto più di un mercato: velocità, sicurezza, solidarietà — Rafforzare il mercato unico per garantire un futuro sostenibile e prosperità a tutti i cittadini dell’UE, Rapporto, Consiglio dell’Unione europea, aprile 2024 [online].

+

96. 

I trattati europei promuovono quattro libertà, che costituiscono i pilastri del mercato unico: la libera circolazione delle merci, delle persone, dei servizi e dei capitali.

+

2.1. Mercati frammentati, concorrenza sleale

Uno dei paradossi dell’Europa è quello di definirsi e considerarsi un mercato unico, mentre in realtà questo è frammentato. Lo è per ragioni storiche, linguistiche e culturali, ma anche normative: pur continuando a invocare un rafforzamento dell’unità del continente, gli Stati membri non sempre si inseriscono in dinamiche di unificazione. Le normative (fiscali, sanitarie, agricole e di altro tipo) rimangono distinte – se non addirittura contraddittorie. Questa logica non è illegittima, ma spesso non è compatibile con la realizzazione di un mercato unico né con il discorso portato avanti dall’UE. Mario Draghi ha scritto: «Abbiamo anche lasciato il nostro mercato unico frammentato per decenni, il che ha un effetto a cascata sulla nostra competitività»93, per almeno due ragioni.

In primo luogo, questa frammentazione crea divergenze normative che rallentano gli scambi commerciali: le imprese devono adeguarsi a norme che variano da un paese all’altro, il che ne aumenta i costi e ne riduce le opportunità.

Inoltre, questa pratica crea squilibri in termini di competitività. A tal proposito, la Francia ha assunto l’abitudine, ormai ben nota, di «sovratrasporre», ovvero di inasprire il livello di vincoli imposti ai propri operatori economici quando recepisce i testi dell’UE nel proprio diritto nazionale. Non solo questa pratica equivale ad allontanarsi dalla logica di unificazione del mercato, ma penalizza anche l’economia nazionale, incidendo negativamente sulla competitività delle imprese.

Non bisogna fraintendere: la concorrenza tra le legislazioni è legittima. Dopotutto, se la Francia desidera seguire una politica interventista che privilegia la ridistribuzione mentre la Germania o l’Italia preferiscono una politica normativa competitiva, che siano tutte libere di farlo! Ma non è logico, né tantomeno legittimo, che la Francia se ne lamenti e si lamenti. Inoltre, poiché l’Europa è innanzitutto un mercato, è necessario che questo sia regolamentato nel senso di una libera circolazione. Negli Stati Uniti, dove esiste la concorrenza tra gli Stati, questi non sono per questo meno soggetti a norme comuni che garantiscono l’efficienza di un grande mercato commerciale.

A tal proposito, ogni Stato membro dovrebbe fare i conti con le proprie debolezze, prima di dare la colpa all’Europa. La Francia è un ottimo candidato per questo esercizio.

2.4. Fare del mercato unico l’unica priorità dell’Europa

La prima strada da seguire per garantire la competitività dell’economia europea e l’emergere di campioni europei è quella dell’unità del mercato europeo, il cui «approfondimento» si è rivelato vantaggioso94 e deve essere portato avanti.

Il rapporto Letta95, presentato nel 2024 alla Commissione, sosteneva questa posizione, con l’obiettivo di approfondire il mercato, in particolare in alcuni settori (come le telecomunicazioni, l’energia e la difesa). Raccomandava addirittura l’introduzione di una «quinta libertà»96 incentrata sulla ricerca, l’innovazione e l’istruzione.

Questi sviluppi richiederanno tuttavia molto tempo prima di concretizzarsi e produrre risultati: è difficile immaginare perché e in che modo gli ostacoli che hanno impedito ai governi, ma anche ai cittadini, di realizzare il mercato unico dovrebbero scomparire all’improvviso – o addirittura in tempi rapidi. Sebbene il rapporto Draghi sia stato pubblicato nel settembre 2024, a più di un anno di distanza si fatica a individuarne le prime conseguenze concrete. L’UE deve quindi proseguire sulla via dell’unificazione, senza illudersi sulla rapidità del processo: non consentirà la creazione di campioni nel brevissimo termine.

La prossima Commissione dovrebbe quindi fare dell’unità del mercato la sua priorità assoluta e porre fine alle iniziative secondarie. Deve ricordare che la vocazione primaria dell’Europa era quella di essere un mercato, poiché è dalla forza economica che devono derivare la sua esistenza e il suo potere politico. Per la Francia, ciò significa che deve innanzitutto ottimizzare la propria competitività.

Un secondo approccio per favorire l’unità del mercato e ripristinare l’equità della concorrenza spetta agli Stati membri: la Francia deve smettere di applicare norme più restrittive rispetto a quelle previste a livello comunitario e, più in generale, riflettere sui numerosi oneri normativi che impone alle proprie imprese, le quali operano in un contesto competitivo europeo o addirittura internazionale.

In un contesto in cui le riforme europee procedono a rilento, l’azione a livello nazionale rappresenta quindi una leva immediata e decisiva per rafforzare la competitività.

Raccomandazione n. 1: La Commissione e il prossimo governo francese dovrebbero riportare l’unificazione economica del mercato europeo in cima all’agenda politica europea, mettendo da parte gli altri progetti di minore importanza (ad eccezione della difesa);

Raccomandazione n. 2: Istituire un gruppo di lavoro sulla convergenza normativa (Stati membri, Commissione, Parlamento europeo) incaricato di proporre misure operative volte a ridurre le divergenze in materia fiscale, sociale e ambientale, corredate di un calendario;

Raccomandazione n. 3: Introdurre una clausola di non sovratrasposizione che comporti, in una prima fase, l’identificazione chiara, nei testi discussi in Parlamento, dei vincoli e degli obblighi aggiunti dal legislatore nazionale.

3

Semplificare

Note

97. 

Commissione europea, Il rapporto Draghi, op. cit.

98. 

Ibid.

3.1. Eccessiva regolamentazione, mancanza di concorrenza

Un altro paradosso dell’UE (e forse, anche in questo caso, ancora di più della Francia) è che, dato il suo modello economico e sociale, essa entra in questo periodo di turbolenze globali gravata da contraddizioni difficili da conciliare. I suoi attori economici ne risentono:

– Una pressione fiscale e normativa interna che, talvolta (ma non sempre), per ragioni legittime legate alla promozione del proprio «modello sociale» e «ambientale», finisce di fatto per comprometterne la competitività. Le imprese europee si affacciano sui mercati mondiali gravate da normative che ne aumentano i costi;

– Una pressione concorrenziale esterna sempre più agguerrita, spesso esercitata da operatori economici che beneficiano a loro volta di aiuti pubblici nei propri paesi, sfuggendo così alle regole di un mercato realmente concorrenziale.

Nel complesso, il modello europeo, che si propone come il più virtuoso, sembra mancare di adattabilità alle realtà geoeconomiche.

In questo ambito, l’UE ha ancora molta strada da fare. Il rapporto Draghi, pubblicato nell’autunno del 2024, ha lanciato un chiaro allarme: le normative possono costituire un freno alla crescita97. Viene puntato il dito contro l’eccesso di regolamentazione: «negli Stati Uniti sono stati promulgati circa 3.500 atti legislativi e adottate circa 2.000 risoluzioni a livello federale nel corso degli ultimi tre mandati del Congresso (2019-2024). Nello stesso periodo, l’UE ha adottato circa 13.000 atti»98.

Note

99. 

Erwan Le Noan, «I datori di lavoro ci tireranno fuori dall’inferno normativo francese?», L’Opinion – 20 aprile 2025 [online].

+

La Francia è sommersa dalle norme99La Francia è sommersa dalle norme. Nel 2023, le leggi hanno aggiunto 565.555 parole alla normativa, le ordinanze 147.071 e i decreti ben 1.732.426! La Gazzetta Ufficiale ha raggiunto le 69.549 pagine, contro le 33.997 del 2004 (+105%). In totale, nel 2024, la Francia era regolata da 95.838 articoli di legge e 258.385 di decreto. Nel 2003, c’erano «solo» 55.256 articoli di legge (ovvero un aumento del +73%) e 168.673 articoli di decreto (+53%). Nello stesso periodo, il Codice del lavoro è passato da 5.027 articoli a 11.301 (+125%), quello del commercio da 1.920 a 7.178 (+274%), quello del consumo da 633 a 2.172 (+243%), quello della sanità da 5.340 a 13.310 (+149%), quello dell’ambiente da 1.020 a 6.962 (+583%)!

Note

100. 

Commissione europea, Un’Europa più semplice e più rapida: Comunicazione sull’attuazione e la semplificazione, 2024-2029, relazione, 2025 [online].

+

101. 

Louise Darbon, «Norme assurde, obblighi inapplicabili… Come le aziende aggirano le regole dello Stato, in piena legalità» Le Figaro, 15 aprile 2024 [online].

+

102. 

IMD – International Institute for Management Development, World Competitiveness Yearbook 2024, World Competitiveness Center, Losanna, giugno 2024 [online].

+

103. 

«Migliorare la regolamentazione — Legiferare meglio: il processo legislativo dell’Unione europea», Commissione europea [online].

+

104. 

«Semplificazione e attuazione — Legiferare meglio: il processo legislativo dell’Unione europea», Commissione europea [online].

+

105. 

Yann Algan, Pierre Cahuc, La società della sfiducia – come il modello sociale francese si autodistrugge, CEPREMAP, Éditions Rue d’Ulm/Presses de l’École normale supérieure, 2007.

+

3.2. Perseguire un obiettivo di deregolamentazione

Un secondo asse prioritario è quindi quello della semplificazione. Deve concentrarsi in primo luogo sulle normative (in particolare in materia fiscale). Il suo obiettivo deve essere quello di facilitare la vita delle imprese (e dei cittadini), poiché anche i costi amministrativi (circa 150 miliardi di euro nell’UE100) meritano di essere razionalizzati.

Già nel 2006 il Consiglio di Stato aveva denunciato l’eccesso di produzione normativa. Da allora in Francia si sono susseguiti i cosiddetti «shock di semplificazione». A partire dal 2017 è stato inoltre compiuto uno sforzo significativo a favore della digitalizzazione delle procedure101. Nel 2024 è stata persino creata «France simplification». La Francia rimane tuttavia piuttosto mal posizionata nelle classifiche internazionali102: si colloca al 43° posto in termini di efficienza dell’amministrazione, al 67° posto in termini di politica fiscale, 30a per la legislazione in materia commerciale.

A livello europeo, anche la nuova Commissione ha fatto della semplificazione («Legiferare meglio») un progetto prioritario103. In particolare, persegue l’obiettivo di ridurre gli oneri amministrativi esistenti di almeno il 25%, e del 35% per le PMI (-37 miliardi di euro di costi)104. Ma i risultati tardano a manifestarsi.

Per andare oltre, non basta semplificare a posteriori, occorre ridurre il numero delle norme, il che presuppone una rivoluzione intellettuale: per riuscirci, l’amministrazione deve riporre fiducia nei cittadini, senza partire sistematicamente dal presupposto che questi cercheranno di abusare di lei e della legge. In sintesi, occorre uscire dalla «società della sfiducia»105.

Sia l’UE che la Francia devono quindi smettere di voler regolamentare tutto. La deregolamentazione è la nostra seconda priorità fondamentale.

Raccomandazione n. 1: Introdurre una moratoria normativa settoriale (in particolare nei settori del digitale, dell’energia e delle biotecnologie): nessuna nuova normativa prima che quelle precedenti siano state valutate;

Raccomandazione n. 2: Introdurre un principio di fiducia nell’elaborazione delle norme: valutare sistematicamente se l’obiettivo assegnato a una norma possa essere raggiunto in modo diverso rispetto all’imposizione di vincoli e privilegiare gli obblighi di risultato piuttosto che quelli di mezzo;

Raccomandazione n. 3: Condurre una valutazione della regolamentazione nei settori strategici (in particolare nel digitale, nell’energia e nelle biotecnologie), alla quale partecipino gli operatori di tali settori, al fine di valutare il costo delle norme, la loro pertinenza ed eliminare tutte quelle che ostacolano la crescita.

4

Consolidare

Note

106. 

Marko Botta, «Le tendenze e i casi che definiranno l’antitrust europeo nel 2025», ProMarket1, 14 gennaio 2025 [online].

+

107. 

Javier Espinoza, «La sfida di creare campioni aziendali europei», Financial Times, 22 gennaio 2025 [online].

+

108. 

Ibid.

109. 

Arnaud Montebourg aveva affrontato questo tema quando era ministro: «Da trent’anni i consumatori dettano legge in Europa e il risultato è un disastro (…). Io difendo i produttori», Jean-Jacques Mevel, «Montebourg all’assalto dell’Europa “liberale”», Le Figaro, 10 dicembre 2012 [online].

+

110. 

Cristina Caffarra, «L’antitrust e l’economia politica: Parte 1», VoxEU.org (Centre for Economic Policy Research), 5 gennaio 2024 [online].

+

111. 

Max von Thun, «La concorrenza, non la concentrazione, è la chiave per un’Europa resiliente e innovativa», ProMarket, 5 giugno 2024 [online]; vedi anche Sara Calligaris, Chiara Criscuolo, Josh de Lyon, Andrea Greppi e Oliviero Pallanch, «Nuovi approcci per misurare la (crescente) concentrazione in Europa», VoxEU.org, 26 gennaio 2025 [online]; vedi anche Fiona M. Scott Morton, I tre pilastri di un’efficace politica di concorrenza dell’Unione europea, Bruegel Policy Brief 19/24, Bruegel, 10 settembre 2024 [online].

+

4.1. Mercati frammentati, consolidamento impossibile

Le ambiguità europee tra la frammentazione di fatto dei mercati e l’unificazione auspicata in teoria hanno gravi conseguenze, in quanto talvolta costituiscono ostacoli insormontabili alla nascita di colossi industriali, mentre la concorrenza internazionale sta accelerando e intensificandosi.

Nel complesso, oggi le imprese europee si trovano di fronte a contraddizioni pericolose: non operando in un ampio mercato unico, possono crescere solo sui propri mercati nazionali; tuttavia, raggiungere una dimensione critica a livello continentale (o almeno che copra diversi paesi) è per loro indispensabile per investire ed affermarsi sui mercati internazionali. Sono quindi tentate di consolidare i propri mercati (la via del consolidamento è richiesta dagli operatori economici in numerosi settori: telecomunicazioni, banche, ecc.), ma le autorità garanti della concorrenza si oppongono, temendo i rischi per i consumatori (che è la loro missione) e rispondono loro che l’unica opzione praticabile sarebbe quella di un’espansione su altri mercati, all’interno di un grande mercato europeo… che non esiste.

L’UE continua così a sostenere la competitività continentale e la creazione di campioni europei, concependo le proprie normative a livello dell’Unione, mentre la realtà economica non corrisponde a questa visione dei mercati – spesso, anche in questo caso, perché gli Stati membri non lo consentono.

4.2. Favorire la formazione di squadre competitive

Il percorso verso il consolidamento europeo sembra aver registrato recentemente alcuni segnali di fermento: si fa sempre più pressante il dibattito sulla necessità di avere dei «campioni» europei e – in assenza di un mercato unico – sul fatto che tale percorso passi attraverso le concentrazioni.

Va segnalata una serie di iniziative: le relazioni Draghi e Letta hanno sollecitato una forma di consolidamento del mercato a livello europeo, non dei mercati nazionali; Ursula von der Leyen ha invocato un «nuovo approccio alla politica di concorrenza» che dovrebbe essere «più favorevole alle imprese che si sviluppano sui mercati mondiali»106.

Permangono tuttavia alcune ambiguità che rallentano i progetti, mentre le questioni concrete vengono spesso eluse. Il dibattito verte quindi su una questione chiave: l’UE deve privilegiare la creazione di grandi imprese in grado di competere con i giganti mondiali107, anche se ciò riduce la concorrenza interna108 – e danneggi i consumatori, in particolare attraverso aumenti dei prezzi109? Sebbene una parte degli operatori110 e delle imprese sostenga questa linea, essa non è esente da forti opposizioni111.

Nel frattempo, le imprese europee si trovano nel pieno della tempesta… Anche la Francia deve agire senza indugio, a livello nazionale.

Raccomandazione n. 1: Introdurre un principio di competitività nell’adozione delle normative nazionali: ogni proposta di normativa nazionale francese dovrà essere accompagnata da una valutazione del suo impatto sulla crescita;

Raccomandazione n. 2: Effettuare una valutazione costi/benefici del controllo delle concentrazioni e valutare la possibilità di applicarla alle operazioni di maggiore entità;

Raccomandazione n. 3: Favorire la convergenza dei mercati dei capitali.

Conclusione: la riforma francese

Copia il link

Condividi questa parte

Invia via e-mailCondividi su FacebookCondividi su TwitterCondividi su LinkedIn

Note

112. 

Michel Camdessus, Il rilancio. Verso una nuova crescita per la Francia, relazione, Vie publique, 2004 [online].

+

La Francia deve smettere di scaricare le proprie responsabilità su Bruxelles e di riporre le proprie speranze a livello europeo: le sue debolezze sono dovute innanzitutto alle sue carenze (in particolare in materia di governance e di governo), mentre le soluzioni dipenderanno innanzitutto dalla sua capacità di agire.

Anche l’Europa non può aspirare al potere politico se non è in grado di affermarsi sul piano economico. Eppure, gli indicatori non mostrano chiaramente un andamento positivo.

Si potrebbe osservare che il contesto internazionale è diventato più incerto, più rischioso e più competitivo e che ciò giustifica quindi la necessità di rafforzare la competitività del Vecchio Continente. È vero. Ma questa è solo una parte della motivazione, poiché, in un’economia moderna, è comunque indispensabile mantenere costantemente una capacità di innovazione e una flessibilità che garantisca la resilienza.

La competitività normativa è un modo per raggiungere questo obiettivo. La regolamentazione deve essere messa al servizio della crescita: sarà necessario compiere scelte delicate, che provocheranno reazioni sociali dolorose.

I responsabili politici sembrano titubanti – in parte, forse, perché non sanno come preservare il modello europeo di protezione sociale dei cittadini, soprattutto in tempi difficili, e al contempo far evolvere il modello economico. Nella migliore delle ipotesi, ciò rivela una mancanza di riflessione.

La società deve agire. Spetta a lei facilitare il «sbalzo»¹¹². Alle imprese spetta quantificare oggettivamente i vincoli che la regolamentazione impone loro e il costo che ciò comporta per l’economia nel suo complesso. Le argomentazioni a proprio favore non bastano a convincere. E nemmeno la cortese pazienza. Devono affrontare meglio l’argomento perché, come questo studio ha cercato di dimostrare, la regolamentazione non è solo una questione accessoria, secondaria, tecnica: è uno strumento strategico di crescita.

Raccomandazione finale n. 1: La Commissione e la Francia dovrebbero riportare la performance economica e la competitività al centro delle politiche nazionali e del progetto europeo, unica priorità valida per il prossimo decennio;

Raccomandazione finale n. 2: La Commissione e la Francia dovrebbero porsi come obiettivo la semplificazione della normativa e la deregolamentazione entro cinque anni.

Raccomandazione finale n. 3: Le imprese dovrebbero avvalersi di strumenti (think tank, ricerca accademica, media digitali, ecc.) per diffondere la conoscenza delle sfide economiche e promuovere soluzioni a sostegno della loro competitività.

1 2 3 … 5