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Il poeta tedesco Gottfried Benn (1888-1956) sostiene che la storia non progredisce attraverso scelte democratiche o consenso pubblico, bensì attraverso forze elementari che emergono in punti di svolta decisivi. A suo avviso, le grandi trasformazioni storiche non scaturiscono mai da votazioni o dibattiti. Piuttosto, la storia genera quello che egli definisce un nuovo tipo biologico, una generazione che incarna energie nuove e si assume il fardello di plasmare una nuova era. Questo nuovo tipo non è invitato a partecipare, ma è costretto ad agire, a sopportare le difficoltà e a tradurre l’idea fondante della sua generazione nella sostanza del suo tempo. Per Benn, la storia esige fermezza piuttosto che esitazione, richiedendo agli individui di obbedire a quella che egli considera la legge fondamentale della vita attraverso l’azione e il sacrificio.
Secondo Benn, ogni volta che un nuovo tipo umano fa la sua comparsa nella storia, gli assetti sociali esistenti cedono inevitabilmente il passo. Le gerarchie consolidate vengono sovvertite, le vecchie élite perdono la loro posizione privilegiata e le tradizioni intellettuali che un tempo sembravano immutabili iniziano a svanire. Egli presenta questo processo non come accidentale né evitabile, ma come la naturale conseguenza del rinnovamento storico. Piuttosto che considerare questi sconvolgimenti come tragedie, Benn li interpreta come segni visibili della fine di un’epoca storica e dell’inizio di un’altra, con nuove forme che sostituiscono quelle che hanno esaurito la loro forza creativa.
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Benn si rivolge anche a quella che considera la generazione emergente, descrivendo la sua intrinseca convinzione come una forza superiore a qualsiasi potenza materiale. Contrappone questa energia giovanile a una classe intellettuale più anziana che, a suo giudizio, ha raggiunto i limiti della propria capacità creativa. Descrive tale classe come un popolo che sopravvive solo grazie a frammenti di conquiste passate, concentrandosi sul comfort, la ricchezza e la rispettabilità sociale anziché su ideali più elevati. Simboli di successo borghese, come case lussuose e automobili costose, diventano, secondo Benn, la prova di una civiltà che ha barattato la visione con la soddisfazione materiale. Esorta quindi la nuova generazione a non sprecare le proprie energie in interminabili dispute, ma a dedicarsi alla costruzione di un nuovo ordine politico.
Nel pensiero di Benn, i concetti di forma e disciplina occupano un posto centrale. Egli li presenta come i fondamenti essenziali su cui deve poggiare ogni civiltà destinata a durare. A suo avviso, l’autorità politica e la creazione artistica non sono forze opposte, bensì espressioni complementari dello stesso impulso civilizzazionale. Ordine, stile, disciplina e realizzazione artistica, insieme, forniscono la struttura entro cui un popolo può plasmare il proprio destino. Benn vede quindi il futuro fondato su due pilastri inscindibili: lo Stato come organizzatore della vita collettiva e l’arte come sua più alta espressione spirituale.
Benn sostiene inoltre che il potere politico possiede una funzione formativa piuttosto che meramente coercitiva. Lo Stato, a suo avviso, affina l’individuo frenando l’impulsività e conferendo alla personalità struttura, chiarezza e stabilità. Utilizza un linguaggio artistico per descrivere questa trasformazione, suggerendo che il potere rende l’individuo capace di espressione artistica imponendo una forma laddove prima regnava il disordine. L’autorità politica diventa quindi, nella concezione di Benn, uno strumento attraverso il quale il carattere umano viene disciplinato ed elevato a qualcosa di capace di partecipare a un ordine culturale superiore.
Eppure, Benn sostiene in definitiva che nemmeno lo Stato più potente può portare a compimento l’ultimo passo della creazione artistica. Il potere politico può preparare gli individui coltivando disciplina, struttura e predisposizione, ma l’autentica realizzazione artistica rimane al di fuori della portata del governo. Lo Stato può stabilire le condizioni affinché la cultura fiorisca, ma l’atto creativo appartiene solo all’artista. In questa distinzione, Benn preserva l’autonomia dell’arte, sostenendo che, mentre la politica può plasmare la struttura della civiltà, le più alte conquiste creative scaturiscono sempre dallo spirito indipendente dell’individuo.
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Mentre la lancetta del grande orologio del tempo solcava il crepuscolo del diciottesimo secolo, dalle tenebre del Vecchio Mondo emerse uno spettacolo di mostruosa trasformazione che avrebbe squarciato i fragili veli dell’ordine e della civiltà. Fu la nascita di un’orribile mostruosità chiamata Rivoluzione francese, un evento di tale orrore e impatto così profondo che le vestigia dell’Europa tradizionale – intrisa della potente eredità della nobiltà, della fede e della cavalleria – sarebbero state per sempre spazzate via dalla sua gelida corrente sotterranea.
Questa tempesta, che ha scosso il mondo, non era frutto di mera ambizione politica o malcontento economico; era la macabra manifestazione di un culto troppo terribile da contemplare, un culto nato nell’ombra di tempi dimenticati e di conoscenze proibite: il Culto di Cthulhu.
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La nefasta influenza di questo culto, le cui origini terrificanti risalgono a epoche remote prima della nascita dell’umanità, sulla Rivoluzione francese è rimasta in gran parte celata sotto il manto della storia. Le sue dottrine antinaturali, tuttavia, si rivelarono un terreno fertile per il tumulto che avrebbe sconvolto l’Europa.
Dalle squallide profondità delle catacombe parigine, emersero sussurri di ” Libertà, Uguaglianza, Fraternità “. Eppure, non erano altro che flebili ritornelli dell’antico canto del culto: ” Ph’nglui mglw’nafh Cthulhu R’lyeh wgah’nagl fhtagn ” (“Nella sua casa a R’lyeh, il morto Cthulhu attende sognando”). Entrambi, in sostanza, racchiudevano la stessa terribile promessa: il crollo del vecchio ordine, l’annientamento delle antiche fedi e l’ascesa di un nuovo mondo, indicibile e terrificante.
Qui, nel labirinto oscuro del sottobosco parigino, il Culto di Cthulhu alimentò le filosofie di uomini come Robespierre e Marat, le cui menti erano intrappolate negli arcani incantesimi del Grande Antico. Con dottrine di uguaglianza e fraternità, l’influenza malevola del culto si insinuò nel tessuto stesso della Rivoluzione, spingendola verso il caos e la distruzione.
La follia diede i suoi frutti sinistri nel Regno del Terrore, un periodo che rievoca i grandi sconvolgimenti dell’ordine cosmico quando il Grande Antico si scatenò contro la sua prigionia. La ghigliottina, simbolo di questo regno, non era semplicemente uno strumento di morte, ma un altare a Cthulhu, ogni testa mozzata un macabro tributo all’eterna fame della grande bestia.
Inoltre, la distruzione della Chiesa, baluardo tradizionale contro l’avanzata delle divinità pagane, simboleggiò la vittoria di Cthulhu sul fondamento spirituale dell’Europa. Il Culto della Ragione , la nuova “religione” della Rivoluzione, non era altro che una perversa e umanistica parodia del vero culto che il Culto di Cthulhu propagava in quelle criptiche notti di luna nelle catacombe. Lo sterminio degli antichi residui di fede aprì la strada all’indescrivibile regno dell’abominio alieno.
Mentre la Rivoluzione francese divampava in tutta Europa, lasciava dietro di sé i resti carbonizzati di secoli di tradizione. L’Europa di un tempo – terra di re e cavalieri, di fede e onore, di tranquilli villaggi e immense cattedrali – non esisteva più. Al suo posto sorse un mondo nuovo, un mondo definito dagli ideali rivoluzionari di uguaglianza e laicità.
Eppure, questo mondo era nato dai mormorii del Grande Antico e, pertanto, pur nella sua apparente razionalità, portava il segno dell’ultraterreno, del non euclideo. Nel suo cuore, era un mondo creato a immagine dell’Antico, un mondo che non guardava più al cielo in cerca di guida divina, ma scrutava invece l’abisso, in perenne attesa, in costante timore, anticipando il giorno in cui Cthulhu sarebbe risorto.
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La storia spesso ritorna alle stesse domande, anche quando offre risposte diverse. Un’epoca parla attraverso i re, un’altra attraverso i filosofi. Una lotta per castelli e rotte commerciali, un’altra per la tecnologia, l’economia e l’equilibrio di potere tra i continenti. Eppure, al di sotto di queste differenze esteriori si cela un problema ricorrente: come possono tanti popoli convivere all’interno di un unico ordine politico senza omologarsi? Il pensatore tedesco della Nuova Destra Wolfgang Strauss (1931-2014) trova una risposta nella figura di Federico II (1194-1250), l’imperatore del Sacro Romano Impero che governò dalla Sicilia e si trovava al crocevia tra l’Europa e il Mediterraneo orientale. Il filosofo russo Alexander Dugin (nato nel 1962) affronta la stessa questione dal punto di vista della geopolitica contemporanea attraverso la sua teoria dell’eurasiatismo. Sebbene Strauss guardi al mondo medievale mentre Dugin si occupi della geopolitica contemporanea, entrambi cercano di comprendere come l’unità politica possa coesistere con una duratura diversità etnoculturale. Le loro risposte differiscono per aspetti importanti, ma entrambe mettono in discussione presupposti consolidati nell’era moderna.
Strauss presenta Federico II come un sovrano che non può essere compreso attraverso le categorie del nazionalismo successivo. Il suo impero non era concepito per creare un popolo unico, parlante una sola lingua e sotto un’amministrazione uniforme. Al contrario, riunì tedeschi, italiani, greci, arabi, ebrei e molte altre comunità le cui storie precedevano di gran lunga il suo regno. La Sicilia stessa rifletteva secoli di influenze romane, bizantine, arabe e normanne, rendendola una delle regioni più eterogenee dell’Europa medievale. Federico non ereditò una tabula rasa su cui costruire un nuovo ordine politico. Ereditò la complessità. Strauss sostiene che il suo successo non consistette nell’appiattire questa complessità, ma nel governare attraverso di essa. Legge, diplomazia, cultura e amministrazione divennero strumenti per mantenere una struttura politica sufficientemente ampia da contenere molteplici tradizioni senza pretendere che alcuna di esse cessasse di esistere.
Dugin parte da un mondo plasmato da forze diverse. L’industrializzazione, le comunicazioni globali, i mercati internazionali e gli stati moderni hanno trasformato la vita politica in modi inimmaginabili nel XIII secolo. Eppure, egli sostiene che, al di là di questi cambiamenti, le unità più profonde della storia rimangono le civiltà, piuttosto che individui o stati isolati. Le civiltà si sviluppano nel corso dei secoli attraverso la religione, la lingua, la memoria collettiva, la geografia e le istituzioni ereditate. Non possono essere semplicemente riprogettate secondo un modello universale. Da questa prospettiva, l’eurasiatismo è meno una descrizione geografica e più un tentativo di comprendere come diversi centri di civiltà coesistano all’interno del sistema internazionale. Dugin si interroga quindi sulla possibilità che un singolo modello politico o culturale possa rappresentare adeguatamente società con esperienze storiche profondamente diverse. La sua argomentazione riguarda il presente, ma si rifà a dibattiti precedenti sulla diversità e l’ordine politico.
Strauss descrive l’impero medievale come qualcosa di fondamentalmente diverso dallo stato-nazione centralizzato emerso molti secoli dopo. L’autorità fluiva attraverso lealtà sovrapposte, costumi regionali, privilegi locali e istituzioni imperiali, piuttosto che attraverso una completa uniformità amministrativa. Federico governò su territori molto diversi tra loro e che spesso conservavano le proprie tradizioni giuridiche. Allo stesso modo, Dugin sostiene che ampi spazi politici non necessariamente eliminano le differenze storiche tra i popoli che li abitano. Sebbene le forme istituzionali di cui parla appartengano al mondo moderno, egli rifiuta analogamente l’assunto che la stabilità politica richieda una completa standardizzazione culturale. In entrambi i casi, l’impero appare meno come una macchina per produrre uniformità e più come una struttura capace, almeno in teoria, di accogliere la diversità all’interno di un quadro politico più ampio.
Anche la religione occupa un posto centrale in entrambe le visioni, sebbene non in modo identico. Strauss descrive Federico come un sovrano insolitamente disposto a interagire con il mondo islamico attraverso la diplomazia, gli studi e la negoziazione. La sua riconquista di Gerusalemme durante la Sesta Crociata, ottenuta in gran parte tramite trattati piuttosto che con una guerra prolungata, illustra uno stile politico che spesso privilegiava l’accordo pratico allo scontro militare. La corte di Federico attrasse studiosi interessati alla filosofia, alla medicina, all’astronomia e alle scienze naturali provenienti da diverse tradizioni. Dugin affronta la religione in modo diverso. Invece di concentrarsi sulla diplomazia di un singolo sovrano, considera le tradizioni religiose come elementi essenziali nella formazione storica delle civiltà stesse. Cristianesimo, Islam, Buddismo, Induismo e altre tradizioni diventano parte della lunga memoria storica attraverso cui le civiltà comprendono se stesse.
Anche la geografia gioca un ruolo decisivo. Strauss torna ripetutamente sull’importanza della Sicilia e del Mediterraneo, dove Europa, Africa e Asia si incontravano attraverso il commercio, la diplomazia e le migrazioni. L’impero di Federico occupava una posizione strategica che collegava questi mondi. Idee, merci e persone attraversavano costantemente il mare, rendendo il Mediterraneo non tanto una linea di demarcazione quanto una zona di contatto. Dugin amplia notevolmente questa prospettiva geografica. La sua analisi si estende all’immensa massa continentale dell’Eurasia e considera come montagne, pianure, fiumi, coste e frontiere strategiche influenzino lo sviluppo politico nel lungo periodo. In entrambi gli studi, la geografia non è mai semplicemente un terreno fisico. Essa plasma gli scambi economici, la strategia militare, l’interazione culturale e l’esperienza storica. Le idee politiche, suggeriscono, emergono in parte dai paesaggi in cui si sviluppano le civiltà.
Strauss scrive come interprete della storia medievale. Il suo obiettivo principale è comprendere un imperatore straordinario nel contesto politico e intellettuale del XIII secolo. Le prove provengono da cronache, riforme giuridiche, diplomazia e dalle istituzioni del Sacro Romano Impero e del Regno di Sicilia. Dugin, invece, scrive come filosofo politico contemporaneo, affrontando questioni sollevate dall’ordine internazionale del XXI secolo. Gli esempi storici servono a supportare le sue argomentazioni teoriche più ampie, piuttosto che costituirne l’oggetto principale. Strauss, pertanto, ricostruisce un caso storico, mentre Dugin costruisce un’impalcatura filosofica. Questa distinzione è importante perché la spiegazione storica e la teoria politica perseguono obiettivi diversi, anche quando esaminano temi correlati.
Un’altra importante differenza riguarda il ruolo dell’individuo. Strauss pone Federico stesso al centro della sua narrazione. L’intelligenza, l’istruzione, la curiosità e le capacità amministrative dell’imperatore contribuiscono a spiegare il carattere distintivo del suo regno. La sua personalità diventa una forza storica a sé stante. Dugin, al contrario, attribuisce molta più importanza alle civiltà come attori collettivi. I singoli leader possono influenzare gli eventi, ma operano all’interno di comunità storiche la cui identità si è sviluppata nel corso dei secoli. La forza motrice della storia si sposta quindi dai sovrani eccezionali alle formazioni culturali durature. Una prospettiva privilegia la biografia, l’altra la continuità storica. Insieme, illustrano due diversi metodi per spiegare il cambiamento politico.
Il confronto solleva anche questioni più ampie sul significato dell’ordine politico. Le discussioni moderne spesso presuppongono che le grandi strutture politiche sopprimano inevitabilmente le identità locali, sostituendole con un’uniformità centralizzata. Strauss complica questa ipotesi presentando un impero medievale che ha preservato una considerevole diversità regionale pur mantenendo un’autorità sovraordinata. Gli storici continuano a dibattere sull’efficacia pratica di questo equilibrio, ma l’esempio stesso mette in discussione le narrazioni storiche semplicistiche. Analogamente, Dugin sostiene che le grandi formazioni politiche non debbano necessariamente cancellare le distinzioni storiche se sono organizzate attorno al riconoscimento della pluralità delle civiltà piuttosto che all’omogeneizzazione culturale. Che si condivida o meno l’una o l’altra interpretazione, entrambe incoraggiano un riesame di presupposti che vengono spesso considerati ovvi.
Così la strada serpeggia attraverso i regni della memoria, dove le pietre degli antichi palazzi ricordano ancora il passo di imperatori dimenticati, e dove i fiumi portano i nomi di popoli da tempo scomparsi dalla terra. Là l’aquila volteggia sopra montagne e mare, non vedendo solo Oriente né Occidente, ma l’intero orizzonte sotto i cieli mutevoli. I troni crollano, gli stendardi svaniscono e le voci dei re si spengono, eppure l’opera di ogni generazione rimane la stessa: unire la giustizia alla forza, la saggezza al potere, e molti popoli in una pace che non richieda l’oblio. Perché ogni impero costruito solo sulla spada si disperde come polvere al vento, ma ogni regno che onora la memoria dei suoi popoli, la misura della terra e l’ordine scritto nel tempo stesso lascia dietro di sé una luce che né secoli né rovine possono spegnere del tutto.
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Constantin von Hoffmeister esplora la straordinaria analisi di Karl Marx sulle forze che spinsero l’America verso la guerra civile.
Karl Marx sostiene che la Guerra Civile Americana fu sistematicamente fraintesa da gran parte della stampa britannica. I giornali londinesi si dichiaravano imparziali, pur attaccando ripetutamente gli stati del Nord e presentando la Confederazione sotto una luce favorevole. Secondo Marx, questi giornali insistevano sul fatto che il conflitto avesse poco o nulla a che fare con la schiavitù. Lo descrivevano invece come una disputa su dazi doganali, procedure costituzionali o l’ambizione del Nord di preservare una repubblica grande e potente. Alcuni arrivarono persino a sostenere che il Nord avrebbe tratto vantaggio dal permettere al Sud di separarsi pacificamente, poiché la separazione lo avrebbe liberato da qualsiasi legame con la schiavitù. Marx respinge ognuna di queste affermazioni. Egli ritiene che fossero state concepite per nascondere la vera causa della guerra e per giustificare le azioni degli stati schiavisti. Per lui, il conflitto non può essere compreso finché la schiavitù non viene posta al centro della sua analisi.
Marx inizia smontando l’affermazione secondo cui la Guerra Civile fu una disputa tariffaria tra sostenitori del protezionismo e del libero scambio. Sottolinea che la tariffa protezionistica Morrill entrò in vigore solo dopo che la secessione degli Stati del Sud era già iniziata. La Confederazione, quindi, non avrebbe potuto separarsi a causa di una legislazione che non esisteva ancora. Ancor più rivelatore, gli stessi politici del Sud evitarono di fare delle tariffe un tema centrale durante le loro convention secessioniste. Alcune delle industrie più influenti del Sud beneficiarono addirittura dei dazi protezionistici. Marx conclude quindi che la spiegazione tariffaria non era affatto un argomento americano, bensì un’invenzione dei commentatori britannici che volevano evitare di affrontare l’istituzione della schiavitù. Concentrando l’attenzione pubblica sull’economia piuttosto che sulla schiavitù, oscurarono la vera natura del conflitto.
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Marx passa poi ad analizzare lo scoppio della guerra. Respinge l’accusa secondo cui il Nord avrebbe invaso il Sud o provocato deliberatamente lo scontro militare. Per mesi, sostiene, il governo federale rimase straordinariamente passivo mentre le autorità del Sud si impadronivano di forti federali, arsenali, dogane, cantieri navali, armi, fondi pubblici e rifornimenti militari. Washington cercò di evitare spargimenti di sangue anche mentre la Confederazione smantellava progressivamente l’autorità federale in tutto il Sud. Il momento decisivo arrivò solo quando le forze confederate aprirono il fuoco su Fort Sumter. Marx osserva che il forte era già prossimo all’esaurimento delle provviste e si sarebbe presto arreso pacificamente. Il bombardamento, quindi, non aveva alcuna utilità militare. Il suo scopo era politico. Costrinse il presidente Abraham Lincoln a scegliere tra abbandonare l’Unione o difenderla con la forza. Secondo Marx, la Confederazione trasformò deliberatamente una crisi politica in una guerra vera e propria.
La questione di principio, sostiene Marx, non trova risposta nei discorsi del Nord, bensì nelle dichiarazioni stesse del Sud. I leader confederati proclamarono apertamente che la schiavitù costituiva il fondamento della loro nuova repubblica. Marx dedica particolare attenzione al vicepresidente Alexander Stephens, i cui celebri discorsi descrissero la schiavitù non come un’eredità deplorevole, bensì come un bene positivo su cui si basava l’intero Stato confederato. Ciò segnò una netta rottura con il linguaggio dei padri fondatori americani, che in genere consideravano la schiavitù un male destinato a scomparire col tempo. I leader del Sud non parlavano più della schiavitù come di una necessità temporanea, ma la elevavano a principio cardine del governo. Marx insiste quindi sul fatto che nessun osservatore onesto potrebbe negare che la schiavitù fosse al centro della secessione.
Marx colloca quindi la Guerra Civile all’interno di una lotta politica ben più ampia. Per decenni, gli stati schiavisti avevano costantemente ampliato la loro influenza sul governo federale attraverso una serie di compromessi. Misure come il Compromesso del Missouri, il Kansas-Nebraska Act e, infine, la sentenza Dred Scott della Corte Suprema, rimossero sistematicamente gli ostacoli legali che in precedenza avevano limitato la diffusione della schiavitù nei territori occidentali. Ogni concessione rafforzò la posizione politica dell’aristocrazia delle piantagioni, indebolendo al contempo la capacità dei coloni liberi di plasmare il futuro della repubblica in espansione. Alla fine degli anni ’50 dell’Ottocento, sostiene Marx, il governo federale, i tribunali e gran parte del sistema politico nazionale erano diventati strumenti al servizio degli interessi della classe schiavista.
La lotta per il Kansas segnò un punto di svolta decisivo nell’analisi di Marx. Quando i sostenitori armati della schiavitù attraversarono il territorio per intimidire i coloni e imporre una costituzione schiavista attraverso la violenza e l’inganno, molti nordisti conclusero che il compromesso era ormai impossibile. Dal movimento per la difesa del Kansas emerse il Partito Repubblicano. Marx sottolinea che i Repubblicani non erano abolizionisti rivoluzionari che miravano all’immediata eliminazione della schiavitù ovunque. La loro principale rivendicazione era molto più limitata. Insistevano solo sul fatto che la schiavitù non dovesse espandersi in nuovi territori. Gli stati schiavisti esistenti sarebbero rimasti intatti. Eppure, anche questa posizione moderata minacciava il futuro dell’intero sistema schiavista, perché negava al Sud l’accesso a nuove terre.
Secondo Marx, la struttura economica della schiavitù rendeva l’espansione una necessità assoluta, non una preferenza politica. L’agricoltura di piantagione impoveriva il suolo con la coltivazione su larga scala di cotone, tabacco e zucchero, utilizzando il lavoro degli schiavi. Con il calo della produttività, i proprietari di schiavi necessitavano di nuove terre fertili per mantenere i profitti. Stati come la Virginia si spostarono progressivamente dalla produzione agricola all’allevamento di schiavi da vendere più a sud e a ovest. Senza una costante espansione territoriale, questo modello economico sarebbe gradualmente crollato sotto il peso delle proprie contraddizioni. Marx sostiene quindi che limitare la schiavitù al territorio esistente equivaleva a condurla verso un inevitabile declino. Impedire l’espansione significava attaccare l’istituzione alla radice, anche senza un’immediata emancipazione.
Il potere politico rafforzò queste pressioni economiche. Marx osserva che la popolazione in rapida crescita degli stati del Nord aumentò costantemente la loro rappresentanza alla Camera dei Rappresentanti. Il Sud poteva preservare la propria influenza a livello nazionale solo attraverso una rappresentanza paritaria al Senato, dove ogni stato possedeva due senatori indipendentemente dalla popolazione. Mantenere tale equilibrio richiedeva la continua ammissione di nuovi stati schiavisti. Ogni territorio occidentale divenne quindi oggetto di intense lotte politiche. Il Sud considerava l’espansione non semplicemente come crescita territoriale, ma come la preservazione della propria capacità di dominare la politica federale. Senza nuovi stati schiavisti, le tendenze demografiche avrebbero inevitabilmente ridotto l’influenza del Sud sull’Unione.
Marx esamina anche le basi sociali della società del Sud. Contrariamente alle credenze comuni, solo una minoranza relativamente esigua di sudisti possedeva effettivamente schiavi. Centinaia di migliaia di ricchi proprietari terrieri dominavano milioni di bianchi più poveri che possedevano ben poco. Marx sostiene che l’élite schiavista si assicurò la loro lealtà orientando le proprie ambizioni verso l’espansione futura. I nuovi territori offrivano la speranza che i bianchi comuni potessero un giorno acquisire terre e schiavi a loro volta. Questa promessa univa i ricchi proprietari terrieri e i contadini poveri attorno allo stesso programma politico. L’espansione, quindi, non funzionò solo come necessità economica, ma anche come mezzo per preservare l’ordine sociale nel Sud, vincolando i bianchi più poveri agli interessi della classe dominante dei proprietari terrieri.
Secondo Marx, la stessa logica plasmò la politica estera americana prima della Guerra Civile. L’influenza del Sud incoraggiò ripetuti tentativi di acquisire Cuba, espandersi nel Messico settentrionale, intervenire in America Centrale e riaprire la tratta degli schiavi africani, nonostante i divieti esistenti. Queste politiche non erano avventure isolate, ma parte di una strategia più ampia volta a creare nuove terre per il lavoro schiavista. Marx descrive il governo federale di quegli anni come sempre più subordinato alle ambizioni dell’oligarchia schiavista. Anziché servire gli interessi della nazione nel suo complesso, perseguì sempre più l’espansione territoriale per rafforzare la schiavitù in patria e all’estero.
In questo più ampio contesto storico, Marx interpreta l’elezione di Abraham Lincoln nel 1860 come l’evento scatenante immediato della secessione. Lincoln non aveva basato la sua campagna sull’abolizione della schiavitù laddove già esisteva. Il suo programma si limitava a rifiutare la sua estensione in nuovi territori e a opporsi a ulteriori avventure espansionistiche. Eppure, questo da solo convinse i leader del Sud che il loro dominio politico di lunga data stava per finire. La crescita demografica nel Nord, l’emergere del Partito Repubblicano e la colonizzazione dei territori occidentali indicavano tutti un futuro in cui la classe schiavista avrebbe progressivamente perso il potere. Piuttosto che accettare questo graduale declino, le élite del Sud scelsero la secessione immediata finché possedevano ancora le risorse per intraprendere la guerra.
Marx respinge anche l’argomento secondo cui una separazione pacifica avrebbe prodotto una pace duratura. A suo avviso, una Confederazione indipendente non sarebbe rimasta entro i confini esistenti perché le esigenze economiche e politiche della schiavitù richiedevano una continua espansione. Sarebbero sempre state necessarie nuove terre per sostenere l’agricoltura di piantagione, preservare la rappresentanza al Senato, soddisfare le esigenze dei bianchi più poveri e mantenere la ricchezza dell’élite schiavista. Il conflitto, quindi, non avrebbe potuto concludersi con due repubbliche confinanti che coesistevano pacificamente. Finché la schiavitù fosse rimasta un sistema in espansione, avrebbe inevitabilmente cercato nuovi territori attraverso la pressione politica o la forza militare.
Marx conclude che ogni questione importante sollevata durante la Guerra Civile riconduce in ultima analisi alla schiavitù. Tariffe doganali, teoria costituzionale, diritti degli Stati e preservazione dell’Unione diventano secondari una volta comprese le forze storiche più profonde. La questione centrale era se una repubblica di milioni di cittadini liberi avrebbe continuato a sottomettersi al dominio politico di una classe relativamente ristretta di proprietari di schiavi, se i vasti territori occidentali sarebbero diventati terre di lavoro libero o di schiavitù nelle piantagioni e se gli Stati Uniti avrebbero continuato a estendere il potere schiavista in tutto il continente americano. Per Marx, quindi, la Guerra Civile non fu mai semplicemente una disputa costituzionale o un disaccordo economico. Fu una lotta per la direzione futura della repubblica americana e per la sopravvivenza o l’eventuale estinzione dell’ordine schiavista stesso.
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Oggi, 4 luglio 2026, mentre l’America celebra il 250° anniversario della sua fondazione, pubblico questo estratto dal mio libro “Il destino dell’America bianca”in onore di questa storica ricorrenza. Lo offro come un appello alla vera etnos americana affinché guardi oltre le incertezze del presente, recuperi l’eredità di civiltà che ha dato origine alla Repubblica e si muova con audacia verso il futuro, con la fiducia necessaria per rivendicare il proprio diritto di nascita.
L’archeofuturismo rifiuta l’idea che il progresso richieda l’abbandono della tradizione. Propone invece un futuro in cui l’accelerazione tecnologica coesista con forti archetipi culturali. Questa idea trova chiara espressione negli Stati Uniti, dove un duplice movimento si sviluppa sullo stesso territorio. Torri di codice si ergono dalla Silicon Valley, i sistemi di dati rimodellano il tempo e l’innovazione avanza a velocità inarrestabile. Eppure, sotto questa spinta in avanti, un’altra corrente si fa strada. Le questioni di identità, appartenenza e continuità ritornano con crescente urgenza. La società parla simultaneamente in due registri: uno orientato all’espansione e all’astrazione, l’altro alla memoria e alla forma, all’etnia e all’etica .
L’archeofuturismo interpreta questa tensione come strutturale piuttosto che accidentale. L’ordine digitale dissolve i confini, comprime le distanze e riorganizza la vita umana in reti e flussi. Allo stesso tempo, le comunità cercano punti di ancoraggio, simboli e forme ereditate che resistano a questa dissoluzione. La frontiera americana riemerge in una nuova forma. L’espansione continua, ma si muove sia verso l’esterno, nello spazio tecnologico, sia verso l’interno, verso la profondità storica. Il costruttore di macchine e il cercatore di origini iniziano a convergere. Acciaio e memoria, codice e lignaggio, accelerazione e continuità formano un unico campo di esperienza. In questo senso, l’America diventa un banco di prova per la condizione archeofuturista, dove il futuro si intensifica e il passato acquisisce un peso rinnovato.
Constantin von Hoffmeister sul significato dimenticato dell’indipendenza nell’era della multipolarità.
Ogni 4 luglio, gli americani celebrano la nascita di una repubblica che dichiarò la propria indipendenza da un impero. Fuochi d’artificio, bandiere e discorsi commemorano un popolo che respinse il dominio straniero, le ingerenze all’estero e la concentrazione del potere oltre il consenso delle proprie comunità. Eppure, la più profonda ironia di questa festività è che gli Stati Uniti sono gradualmente diventati proprio ciò che erano stati creati per contrastare. La repubblica di contadini, mercanti, artigiani e stati autonomi si è trasformata in un impero globale con basi militari sparse per i continenti, flotte che pattugliano ogni oceano e ambizioni politiche che si estendono ben oltre i propri confini. L’anniversario dell’indipendenza americana solleva quindi una questione più urgente di quanto le cerimonie patriottiche solitamente permettano: se gli Stati Uniti possano tornare a essere una repubblica, o se continueranno a logorarsi nel tentativo di preservare un ordine globale che non esiste più.
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L’avvento di un mondo multipolare ha messo a nudo con crescente chiarezza i limiti del progetto imperiale. Per decenni, Washington ha goduto di una posizione che le ha permesso di plasmare la finanza internazionale, le alleanze militari e le istituzioni diplomatiche con una resistenza relativamente scarsa. Quel periodo è giunto al termine. Nuovi centri di potere sono emersi in tutta l’Eurasia e nel più ampio Sud del mondo, non perché ne abbiano avuto il permesso, ma perché lo sviluppo economico, il progresso tecnologico e i cambiamenti demografici hanno alterato gli equilibri di potere. Nessuna spesa militare, per quanto ingente, o pressione diplomatica può invertire in modo permanente questi cambiamenti strutturali. Lo sforzo di preservare il dominio unipolare ha invece prodotto guerre interminabili, un debito pubblico crescente, divisioni interne e una crescente sfiducia tra gli alleati, che riconoscono sempre più che il mondo sta cambiando a prescindere dai desideri americani. La fine dell’impero non è quindi il risultato di una singola sconfitta, ma di una trasformazione storica che nessuno Stato può semplicemente cancellare per legge.
Questa trasformazione rivela anche un conflitto interno all’America stessa. Gli Stati Uniti hanno sempre contenuto due impulsi contrapposti. Uno guarda al mare, alla ricerca di espansione commerciale, influenza finanziaria, proiezione militare e una missione universale che si estenda in tutto il mondo. L’altro guarda alla terraferma, enfatizzando l’industria produttiva, le comunità locali, la sicurezza dei confini, la coesione nazionale e la coltivazione della repubblica in patria. Queste tradizioni sono coesistite fin dalle origini del paese, eppure la visione marittima ha gradualmente soppiantato quella continentale. La forza industriale è sempre più al servizio degli interessi finanziari, gli impegni all’estero si sono moltiplicati e il rinnovamento interno è diventato secondario rispetto alla gestione globale. Con l’espansione degli obblighi imperiali, le fondamenta della repubblica si sono indebolite. Le infrastrutture sono invecchiate, la produzione manifatturiera è diminuita in molte regioni, le comunità si sono frammentate e la vita politica è stata consumata da lotte per crisi lontane, mentre i problemi interni si accumulavano anno dopo anno.
La promessa di “America First” sembrò per un breve periodo riconoscere questa realtà. Milioni di elettori capirono che gli infiniti interventi all’estero avevano portato ben pochi benefici ai comuni cittadini americani, imponendo al contempo enormi costi finanziari e umani. Speravano in un ritorno a una politica estera guidata dalla moderazione, dall’interesse nazionale e dai limiti costituzionali, piuttosto che da missioni ideologiche oltremare. Eppure, le sole speranze non bastano a sconfiggere istituzioni consolidate. Le promesse elettorali si scontrarono con un establishment politico, burocratico, militare e finanziario profondamente interessato a mantenere l’ordine esistente. Che fosse per compromesso, pressione, calcolo o convinzione, il movimento che prometteva un rinnovamento nazionale si ritrovò sempre più spesso a partecipare a molti degli stessi schemi che un tempo aveva condannato. Per molti sostenitori, questo rappresentò non solo una delusione politica, ma anche un promemoria del fatto che cambiare le personalità è più facile che cambiare le strutture di un impero cresciuto nel corso delle generazioni.
Se gli Stati Uniti desiderano recuperare la propria forza, devono abbandonare l’illusione che il predominio globale possa essere ristabilito attraverso un maggiore impegno. Una repubblica diventa duratura non governando il mondo, ma governando bene se stessa. La produzione economica, l’innovazione tecnologica, la sicurezza delle frontiere, le infrastrutture, l’istruzione e la stabilità delle comunità locali contribuiscono alla grandezza nazionale più di un ulteriore impegno militare dall’altra parte del mondo. Una vera politica “America First” accetterebbe quindi l’emergere della multipolarità anziché considerarla una catastrofe. Riconoscerebbe le altre grandi civiltà come elementi permanenti della vita internazionale, concentrando al contempo le risorse americane sulla ricostruzione del Paese stesso. Un simile percorso non rappresenterebbe una resa, bensì una maturità strategica, che sostituirebbe l’eccessiva espansione imperiale con il consolidamento nazionale.
Il 4 luglio dovrebbe quindi diventare qualcosa di più di una semplice celebrazione del passato. Dovrebbe essere un’occasione per ricordare lo scopo originario dell’indipendenza americana e per valutare quanto la nazione se ne sia allontanata. L’impero emerso nel corso del ventesimo secolo sta entrando nel suo capitolo finale perché le condizioni che lo hanno sostenuto sono scomparse. Aggrapparsi ai suoi resti non farà altro che aggravare il declino. Il recupero della repubblica, al contrario, rimane possibile se gli americani riscopriranno la saggezza che animò la loro fondazione: che un popolo libero debba governarsi da sé piuttosto che cercare di governare il mondo. L’era degli imperi sta finendo. Se questo segni il declino dell’America o l’inizio del suo rinnovamento dipende dalla scelta della nazione di rimanere un impero o di tornare a essere una repubblica.
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D.H. Lawrence riteneva che Herman Melville avesse percepito una profonda crisi all’interno del mondo europeo bianco. Moby Dick è la tragedia di una razza che ha rivolto le sue più grandi forze contro la propria natura più profonda. Il capitano Achab incarna la volontà implacabile della coscienza occidentale moderna, mentre la balena bianca rappresenta l’antica linfa vitale della razza bianca stessa. Melville intuì che una civiltà stava entrando nella sua lotta spirituale finale, spinta dal desiderio di conquistare la fonte stessa della propria esistenza.
La balena è l’ultima espressione vivente della “coscienza di sangue” primordiale della razza bianca. Questo regno di istinto, mito, coraggio e memoria ereditata esisteva molto prima che filosofia, commercio, industria e ideologia ne rivendicassero il dominio. La civiltà moderna ha elevato il pensiero astratto al di sopra di ogni fondamento più antico. Il risultato è stata una campagna implacabile contro l’istinto stesso. La caccia di Achab simboleggia quindi la mente bianca che tenta di dominare l’anima bianca.
Questa ricerca è un atto collettivo di autodistruzione razziale. La razza bianca sta esaurendo la propria vitalità attraverso analisi incessanti, astrazioni morali, sistemi universali e la ricerca del controllo assoluto. Ogni vittoria sulla natura diventa un’ulteriore vittoria sulla propria eredità vivente. La caccia continua perché la civiltà che la alimenta ha perso il contatto con le forze che per prime ne hanno creato la grandezza. Il trionfo dell’intelletto si trasforma gradualmente nella sconfitta della vita.
Questo processo si estende ben oltre la sola Europa. Persone di ogni razza e civiltà diventano partecipanti allo stesso movimento storico, unendosi alla caccia ossessiva dell’Occidente contro il suo “essere più profondo”. Non si tratta tanto di un conflitto tra razze, quanto della portata universale di un progetto di civiltà nato all’interno del mondo bianco moderno. La tragedia rimane fondamentalmente interna: una razza che indirizza le sue maggiori energie verso la conquista di se stessa.
Al centro della questione c’è la distinzione tra “coscienza del sangue” e “coscienza mentale”. Il sangue simboleggia l’istinto ereditario, la continuità e l’esistenza organica. La coscienza mentale ricerca principi universali, ideali assoluti e il dominio assoluto. Quest’ultima ha gradualmente instaurato la supremazia sulla prima, allontanando sempre più la razza bianca dagli istinti che un tempo avevano sostenuto la sua civiltà. Questa trasformazione è il vero dramma celato nel romanzo di Melville.
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Ho visto Citizen Vigilante perché qualcuno mi aveva detto che era necessario, sebbene nessuno sapesse spiegare chi avesse dato quel consiglio. Da allora mi sono convinto che il film stesso appartenga allo stesso vasto apparato amministrativo che aveva organizzato la mia visione. Si presentava come un’opera di intrattenimento, eppure ogni scena aveva la peculiare precisione di un memorandum ufficiale il cui vero autore non sarebbe mai stato identificato. Il famigerato caso di stupro di gruppo di Amburgo non appariva come l’inizio della storia, ma come un documento già timbrato, catalogato e depositato sulla scrivania appropriata. L’aggressione, le condanne con la condizionale, i tentativi attentamente calibrati di “umanizzare” i colpevoli, ognuno di questi elementi sembrava meno un evento storico e più un reperto selezionato per produrre una risposta emotiva predeterminata. L’indignazione non era libera di vagare. Veniva scortata lungo un corridoio verso una destinazione prestabilita.
Questa destinazione si è fatta sempre più chiara con il procedere del film. Proprio nel momento in cui le grandi istituzioni che governano il mondo occidentale sembrano perdere la loro autorità indiscussa, quando capitali lontane si incontrano senza chiedere il permesso e nazioni un tempo abituate all’obbedienza iniziano a parlare con voci diverse, il film ricostruisce pazientemente la vecchia mappa. Le civiltà vengono separate in fascicoli opposti. L’Islam occupa una cartella, l’Occidente un’altra. Il conflitto tra di loro viene presentato come antico, inevitabile e sufficiente a spiegare tutto il resto. La tempistica è quasi troppo perfetta. Proprio quando la fiducia in questo assetto inizia a vacillare al di fuori delle mura dell’edificio, un altro impiegato lo rimette silenziosamente nell’archivio, lo timbra “Attuale” e lo ripone sul bancone del pubblico.
Anche il rifiuto di certificazione del film in Germania assume il carattere di una procedura ufficiale il cui scopo va oltre il semplice divieto. Un film che non può essere approvato ottiene un’autorizzazione diversa. La sua assenza funziona come un’ulteriore forma di pubblicità, mentre le discussioni sui fallimenti dell’integrazione rimangono confinate entro limiti attentamente definiti. Si ha l’impressione che ogni apparente ostacolo sia già stato previsto da qualche parte all’interno della struttura. Nulla sfugge al processo. Persino il dissenso arriva munito della documentazione necessaria.
Il meccanismo più profondo rimane vistosamente assente. Il giustiziere insegue i criminali per strade che sembrano sempre più deserte, popolate solo dai criminali stessi. Eppure, le istituzioni che traggono profitto dalle condizioni che generano queste strade non entrano mai in scena. Le multinazionali che necessitano di un flusso inesauribile di manodopera a basso costo, gli interessi finanziari che beneficiano dei mercati deregolamentati, i funzionari che elaborano le politiche migratorie senza subirne le conseguenze, rimangono tutti nei loro uffici, le cui porte il protagonista non tenta mai di aprire. La sua rabbia è diretta con ammirevole energia, ma sempre verso coloro che si trovano già nel corridoio. L’edificio in sé resta intatto.
Più tardi, il protagonista tiene una conferenza sicura di sé sull’incompatibilità tra la cultura islamica e la democrazia occidentale. Il discorso viene accolto quasi con gratitudine da un pubblico ingenuo, come se un’indagine scomoda fosse finalmente giunta al termine. Eppure non riuscivo a scacciare il ricordo che la civiltà occidentale stessa ha trascorso la stragrande maggioranza della sua esistenza senza democrazia. Da qualche parte, si immagina, deve esistere un archivio che custodisca quei secoli, sebbene venga consultato raramente. Ogni volta che un visitatore ne chiede l’accesso, un cortese funzionario spiega che i documenti in questione sono stati spostati, classificati erroneamente o forse non sono mai esistiti nella forma ricordata. La democrazia appare meno come un’eredità e più come un certificato rilasciato di recente, immediatamente dichiarato senza tempo.
Nel finale, il film rivela la sua peculiare efficacia. Ogni genuina ansia generata da immigrazione, criminalità, fallimento istituzionale e sfiducia pubblica viene riconosciuta, ma solo dopo che le uscite sono state silenziosamente chiuse a chiave. Al pubblico è consentito incolpare nemici culturali, complici ideologici o funzionari incompetenti, ma mai l’anonimo meccanismo che opera al di sotto di ogni istituzione visibile. Lo spettacolo crea la confortante sensazione di ribellione, garantendo al contempo che nessuno raggiunga gli uffici da cui provengono le direttive. Si esce dalla sala convinti che verità nascoste siano state svelate, solo per scoprire che il percorso ha riportato allo stesso banco della reception da cui è iniziato il viaggio.
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La retorica del presidente Trump nei confronti dell’Iran è passata con sorprendente rapidità dal linguaggio della distruzione a quello della riconciliazione. In un momento, ha parlato in termini che lasciavano presagire la completa rovina della Repubblica islamica. In un altro, ha dipinto un quadro di pace che si estende nel futuro, accompagnato da promesse di prosperità su vasta scala. Ora Washington e Teheran intendono firmare un Memorandum d’intesa venerdì. Tali documenti possiedono un valore simbolico e un significato diplomatico, pur essendo privi di forza giuridica vincolante. Questo particolare accordo appare insolitamente conciso. Il ministro degli Esteri iraniano, Abbas Araghchi, ha dichiarato sabato in un’intervista all’agenzia di stampa Mehr che il testo stesso ammonta a meno di due pagine. Il destino delle nazioni può dipendere da documenti più brevi di un normale articolo di giornale.
Le dimensioni ridotte del testo suggeriscono che molte questioni chiave rimangono irrisolte. I funzionari parlano di misure urgenti da adottare immediatamente, tra cui il ripristino della libera navigazione attraverso lo Stretto di Hormuz. Tuttavia, le informazioni disponibili indicano una persistente ambiguità. I media iraniani hanno dipinto un quadro in cui le restrizioni americane sui porti iraniani lungo il Golfo Persico scomparirebbero, mentre l’Iran, in collaborazione con l’Oman, continuerebbe a esercitare la supervisione nell’area e a ricevere ingenti entrate attraverso i pedaggi marittimi. Trump sembra descrivere un esito ben diverso. In dichiarazioni rilasciate domenica al New York Times , ha affermato che uno dei principali risultati dell’accordo sarebbe l’istituzione di uno Stretto di Hormuz permanentemente esente da pedaggi. Un accordo descritto in modi contraddittori dai suoi firmatari assomiglia a un testo antico tradotto in lingue rivali, ciascuna versione destinata a un destino diverso. La diplomazia si svolge in questo regno di simboli mutevoli e silenzi strategici, dove gli Stati combattono battaglie attraverso il linguaggio.
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Il concetto di multipolarità darwiniana offre un quadro di riferimento per comprendere tali eventi. L’ordine mondiale emergente assomiglia a un ecosistema di civiltà in cui le grandi potenze si adattano alle circostanze mutevoli, preservano le proprie identità distinte e competono per l’influenza attraverso regioni e continenti. La fine del dominio unipolare non preannuncia un’era di cooperazione universale. Segna il ritorno della storia nella sua forma più antica: una competizione tra civiltà che possiedono tradizioni, valori e interessi strategici differenti. Così come le specie sopravvivono grazie all’adattamento ad ambienti in continua evoluzione, le civiltà persistono grazie alla resilienza, all’innovazione, alla vitalità demografica e alla coesione culturale. La multipolarità, in questo senso, opera secondo pressioni evolutive. Gli Stati sorgono, declinano, si trasformano e si riaffermano. La pace rimane possibile, sebbene essa nasca dall’equilibrio tra le potenze piuttosto che dal sogno di un unico modello universale imposto all’umanità.
Il contenuto effettivo dell’accordo proposto rimane in gran parte celato al pubblico. Araghchi ha annunciato che il testo sarà reso disponibile dopo la firma prevista per venerdì. Anche questa rassicurazione, tuttavia, induce alla cautela. I resoconti diffusi dall’agenzia di stampa Mehr hanno presentato quelli che sono stati descritti come quattordici punti chiave del memorandum d’intesa. Questi punti divergono nettamente dalle dichiarazioni rilasciate dal presidente americano e dai membri della sua cerchia. Diverse affermazioni attribuite all’accordo risultano poco credibili. Il punto cinque prevederebbe, a quanto pare, un ritiro americano dalla regione circostante l’Iran. Il punto sei chiederebbe la revoca di tutte le sanzioni in assenza di concessioni reciproche. Il punto sette propone un programma di ricostruzione americano in Iran del valore di non meno di 300 miliardi di dollari. Tali disposizioni costituirebbero una trasformazione geopolitica di portata storica.
La spiegazione più plausibile appare semplice. I quattordici punti sembrano rappresentare una proposta iraniana trasmessa ai negoziatori americani il 2 maggio tramite mediatori pakistani. Immaginare che gli Stati Uniti abbiano accettato il pacchetto iraniano nella sua interezza significa confondere il desiderio di realtà con la propaganda con la vera arte di governo. Gli imperi si muovono come antiche bestie nel corso della storia: contrattano, minacciano, si ritirano e avanzano, eppure raramente rinunciano al vantaggio strategico in cambio di parole scritte su fragili fogli di carta. Eppure le narrazioni ufficiali spesso plasmano la percezione pubblica. In Iran, segmenti della popolazione hanno trascorso settimane ad ascoltare resoconti che descrivevano il recente conflitto come una vittoria sul campo di battaglia, un trionfo e la prova dell’ascesa della loro nazione a superpotenza. In questo contesto, la convinzione di un accordo eccezionalmente favorevole diventa più facile da comprendere. Sono sorte alcune piccole manifestazioni di opposizione al riavvicinamento con gli Stati Uniti.
La questione centrale rimane irrisolta: questo assetto può produrre una pace duratura? La storia offre molti esempi di accordi che hanno garantito una stabilità temporanea, lasciando intatte le rivalità più profonde. Le grandi potenze raramente abbandonano i propri interessi strategici con la sola firma di un accordo. Si fermano, si riposizionano, negoziano e si preparano per la fase successiva della competizione. Nell’ambito della multipolarità darwiniana, la pace si raggiunge attraverso un equilibrio tra civiltà capaci di difendere i propri interessi, riconoscendo al contempo la forza delle altre. Un tale ordine potrebbe rivelarsi più duraturo dell’universalismo ideologico, perché riflette la pluralità delle realtà del mondo piuttosto che visioni astratte di un unico destino politico.
Per Trump, il calcolo immediato potrebbe essere più semplice. Il mantenimento della stabilità fino alle elezioni di metà mandato americane del 3 novembre potrebbe di per sé rappresentare un significativo successo politico. Gli statisti spesso perseguono la pace per ragioni sia nobiliari che pratiche. Alcuni cercano soluzioni durature. Altri cercano tempo. Il sistema internazionale premia spesso coloro che comprendono la differenza.
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Il declino dell’Occidente il declino dell’Occidente l’Occidente che declina nella sua anima faustiana la sua infinita ricerca le sue cattedrali che trafiggono il cielo le sue macchine che divorano la terra i suoi eserciti che marciano nel vuoto dello spazio infinito l’Occidente che declina nel sangue e nel ferro e nell’ultimo inverno della sua forma le culture che sorgono come falli dal suolo della storia fioriscono nel vigore primaverile per poi marcire nell’autunno del denaro e della democrazia l’Occidente i suoi archi gotici che crollano sotto il peso della sua stessa volontà di potenza la sua matematica che diventa astratta la sua musica che si dissolve nel rumore le sue città che si gonfiano con le masse i senza volto i senza radici l’Occidente che declina nella pietrificazione delle sue forme la rigidificazione della sua vita un tempo organica l’anima dell’Occidente l’anima faustiana che si protende verso le stelle ora collassa su se stessa nella megalopoli il deserto di pietra l’infinita ripetizione del declino declino declino l’organico che diventa meccanico il destino delle civiltà che si dispiega come gli spasmi di un dio morente l’Occidente le sue foreste primordiali disboscate per le fabbriche i suoi fiumi avvelenati dal progresso i suoi eroi ridotti a impiegati la sua arte che si frammenta in astrazione il declino l’inesorabile declino mentre ogni cultura realizza la sua morfologia interiore la sua crescita simile a una pianta il suo decadimento simile a un animale l’apollineo il magico il faustiano ognuno a turno sorge e cade l’Occidente ora nella sua fase senile la sua civiltà si indurisce in una massa informe il suo intelletto senz’anima la sua tecnica trionfante ma vuota il declino dell’Occidente che riecheggia tra le rovine degli imperi passati l’egiziano il classico il cinese l’Occidente declina nel trionfo del suo materialismo la sua democrazia il suo denaro il suo cesarismo finale si avvicina come una tempesta d’acciaio.
La morfologia della storia la morfologia della storia le forme delle culture che vivono e muoiono come bestie nella giungla del tempo Spengler Spengler tracciando i cicli le stagioni dell’anima l’Occidente la sua giovinezza nelle cattedrali e nelle crociate la sua maturità nel Rinascimento e nel Barocco la sua vecchiaia ora negli imperi dell’acciaio e della finanza la pseudomorfosi le forme forzate le intrusioni aliene il declino l’Occidente in declino mentre le sue città divorano la campagna mentre le sue popolazioni si gonfiano con gli sterili gli sradicati l’Occidente la sua forza vitale si dissolve nell’intelletto il critico l’analitico il genio creativo che cede alla sterile intelligenza i tecnici i giornalisti i politici l’Occidente nel suo declino la sua arte che diventa spettacolo la sua religione che evapora nell’etica il suo stato che si gonfia nella burocrazia l’eterno ritorno dello stesso lo stesso lo stesso i cicli che si ripetono attraverso i millenni le alte culture ognuna con il proprio destino i propri simboli i propri numeri i propri dei l’infinito faustiano l’infinito il dinamico che ora si rivolge verso l’interno marcendo il corpo politico il corpo sociale il corpo culturale che si contorce nella fine si contorce il declino dell’Occidente l’Occidente declina nella vittoria delle proprie estensioni le sue macchine i suoi sistemi le sue astrazioni divorano il nucleo organico il sangue la razza il suolo l’Occidente il suo paesaggio dell’anima ora una landa desolata di asfalto e neon la morfologia che rivela l’inevitabile la logica organica l’appassimento simile a una pianta la lotta simile a un animale che si conclude con l’esaurimento esaurimento esaurimento le grandi morfologie che si dispiegano l’Occidente ora entra nel suo inverno le sue forme rigide la sua anima congelata il suo Cesare a venire che avanza a grandi passi attraverso le rovine.
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Sangue e terra sangue e terra le forze primordiali i poteri tellurici l’Occidente in declino mentre si separa dalla terra dal contadino dal guerriero dal prete le città le grandi città le città-mondo le megalopoli che succhiano la vita dalle province le province sterili i campi incolti gli uteri vuoti l’Occidente in declino nel trionfo dello spirito del denaro la speculazione l’usura il cosmopolita senza radici l’intellettuale il nomade entro le porte il declino il declino la spinta faustiana che si inverte la volontà di potenza che diventa volontà di nulla il nulla del comfort il nulla dell’uguaglianza il nulla del progresso progresso progresso la menzogna del tempo lineare il mito dell’evoluzione l’Occidente intrappolato nella propria narrativa la propria coscienza storica che ora rivela la futilità i cicli le stagioni l’inevitabile autunno l’inevitabile inverno le nevi del declino che coprono i monumenti le filosofie le sinfonie l’Occidente la sua anima un tempo in volo ora striscia nella polvere delle sue conquiste la sua scienza la sua industria la sua democrazia tutte maschere dell’organismo che invecchia l’organismo in decomposizione la pseudomorfosi la maturità forzata la senilità precoce il sangue l’assottigliamento del sangue la razza la mescolanza delle razze il suolo il suolo avvelenato.
La fase finale la fase finale la fase della civiltà la fase della pietrificazione l’Occidente che si indurisce nel fellaheen l’eterno fellah le masse le masse l’amorfo l’indifferenziato l’Occidente in declino nell’era della seconda religiosità i nuovi Cesari i nuovi despoti che sorgono dal caos il caos della democrazia il caos del parlamentarismo il caos della stampa l’Occidente il suo linguaggio formale esaurito i suoi simboli consumati la sua architettura che diventa mera ingegneria la sua pittura mera fotografia la sua musica mero rumore il declino il declino l’unità organica frantumata le province in rivolta i barbari dentro e fuori l’Occidente il suo impero che si estende attraverso i continenti ora si sgretola nel nucleo il nucleo che marcisce il cuore che cede l’energia faustiana che si dissipa nell’entropia l’entropia della megalopoli l’entropia del denaro l’entropia dell’intelletto l’intelletto rivolto contro la vita la vita stessa il vitale l’istintivo l’eroico ora disprezzato il declino dell’Occidente l’Occidente in declino nello spettacolo del proprio suicidio il suicidio dell’alta cultura il suicidio dell’anima l’anima che cerca l’annientamento nel infinito nella tecnica nel vuoto.
I Cesari i Cesari che verranno i grandi individui le figure storiche mondiali che emergono dal crepuscolo il crepuscolo degli dei il crepuscolo dell’Occidente l’Occidente in declino che tuttavia genera i suoi ultimi padroni i padroni dell’acciaio e della volontà la volontà che vince il declino il declino stesso il ciclo che completa la nuova primavera forse lontana la nuova barbarie la nuova gioventù la gioventù del sangue e della razza il consapevole della razza il consapevole del destino l’Occidente nel suo declino che prepara il terreno per l’eterno ritorno il ritorno dei forti il ritorno della forma il che dà la forma il che crea la cultura l’Occidente il suo declino non la fine della storia ma l’inverno prima del sonno il lungo sonno il sonno del fellah il sonno delle masse le masse in attesa del martello il martello dei Cesari i Cesari che avanzano il declino il declino l’Occidente che declina in grandezza nel suo parossismo finale le sue guerre le sue rivoluzioni la sua mobilitazione totale la mobilitazione di tutte le cose la mobilitazione della morte la morte delle vecchie forme i dolori del parto del nuovo il nuovo ancora non nato il non nato nel grembo del declino.
I cicli eterni i cicli eterni la morfologia eterna l’Occidente in declino eppure il mondo gira le culture sorgono e cadono i simboli cambiano i numeri cambiano gli dei cambiano eppure il ritmo rimane il ritmo di nascita crescita decadimento morte rinascita l’Occidente il suo sogno faustiano che finisce nella macchina la macchina che divora il sogno il sogno che diventa incubo l’incubo del declino il declino dell’Occidente l’Occidente nella sua sera la sua lunga sera il suo crepuscolo che si estende sul globo il globo che si restringe sotto la sua tecnica la sua tecnica che fallisce la sua tecnica che si rivolta contro di essa la stessa la civiltà la grande civiltà ora un cadavere un magnifico cadavere il cadavere dell’Occidente l’Occidente in declino nella bellezza della sua rovina la rovina delle sue cattedrali la rovina dei suoi imperi la rovina del suo spirito lo spirito che aleggia sulle acque del caos il caos da cui possono sorgere nuove forme le forme primitive le forme vitali le forme giovani giovani giovani il declino dell’Occidente che riecheggia nel silenzio il silenzio prima del nuovo canto il nuovo canto di sangue e terra e destino il destino dell’Occidente compiuto compiuto compiuto nel suo magnifico terribile declino.
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Wilhelm von Kaulbach, La battaglia di Salamina (1868)
La strada per Salamina iniziava alle Termopili . Lì, re Leonida e i suoi Spartani trasformarono la sconfitta in leggenda, difendendo il passo montano contro forze soverchianti e dimostrando che il coraggio poteva ancora prevalere sull’impero. Eppure, l’eroismo da solo non bastò a fermare l’avanzata persiana. Una volta caduto il passo, gli eserciti di Serse si riversarono nella Grecia centrale. Le città si arresero, i campi bruciarono e la mappa politica dell’Ellade sembrò sul punto di crollare sotto il peso della più grande macchina militare asiatica. I Greci si trovarono di fronte a una realtà più dura di quanto qualsiasi oracolo avesse predetto. Un singolo sacrificio sul campo di battaglia aveva guadagnato tempo, ma il tempo stesso esigeva una risposta più ampia. Il futuro della Grecia dipendeva ora dalla capacità delle città disperse di preservare l’unità, dalla sopravvivenza di Atene alla distruzione della sua patria e dalla capacità di una flotta di navi di legno di compiere ciò che gli eserciti di terra non erano riusciti a realizzare. Fu in questo momento, con l’ondata persiana che avanzava verso sud e il destino di un’intera civiltà in bilico, che ebbe inizio il dramma di Salamina. Secondo lo storico tedesco Hans Delbrück (1848-1929), la battaglia scaturì da una combinazione di strategia, geografia, giudizio politico e necessità umana, il cui significato andò ben oltre un singolo scontro navale.
Quando si diffuse ad Atene la notizia che la città doveva essere abbandonata e temporaneamente ceduta all’invasore, la popolazione reagì con dolore e incredulità. I cittadini esitarono ad abbandonare case, templi, botteghe e tombe ancestrali. La famosa profezia delle “mura di legno” non riuscì inizialmente a convincere molti che la salvezza risiedesse nel mare. Le parole dell’oracolo furono ampiamente interpretate da Temistocle, il principale statista ateniese e artefice della potenza navale di Atene, nel senso che la città avrebbe trovato rifugio nella sua flotta di navi da guerra in legno piuttosto che dietro le fortificazioni in pietra, rendendo la resistenza navale la chiave per la sopravvivenza di Atene. Un punto di svolta psicologico decisivo si verificò solo quando il sacro serpente dell’Acropoli trascurò la sua offerta mensile. Questo strano evento convinse molti ateniesi che persino il divino custode della città se n’era andato. Se gli dèi stessi si erano ritirati, rimanere sembrava inutile. L’evacuazione, quindi, ebbe inizio. Migliaia di persone attraversarono il mare per raggiungere Salamina, una grande isola nel Golfo Saronico situata a ovest di Atene e separata dalla terraferma da uno stretto canale, mentre altre si diressero verso il Peloponneso o cercarono rifugio tra le colline e le montagne. La migrazione rappresentò molto più di una semplice manovra militare. Segnò l’abbandono temporaneo di una delle più grandi città della Grecia. Lo shock emotivo di questo evento costituì il contesto in cui sarebbero state prese tutte le decisioni successive.
La concentrazione di profughi a Salamina trasformò l’isola nel cuore della resistenza greca. Le esigenze pratiche si fecero sentire immediatamente. La popolazione sfollata necessitava di protezione, rifornimenti e comunicazioni con la terraferma. La flotta divenne quindi inseparabile dalla difesa dell’isola. Le antiche tradizioni narrano accese discussioni tra i comandanti greci sull’opportunità di combattere a Salamina o di cercare altrove. Delbrück si accosta a questi racconti con scetticismo. I consigli militari, naturalmente, discutono alternative, vantaggi e pericoli prima di scontri importanti. Le generazioni successive spesso trasformano tali deliberazioni in drammatici conflitti personali. Ciò che sopravvive nella tradizione letteraria potrebbe conservare solo un riflesso distorto di un’autentica discussione strategica. Dietro gli aneddoti pittoreschi si celava probabilmente un’attenta valutazione del terreno, della logistica, del morale e dello schieramento navale. La questione fondamentale riguardava il luogo in cui si sarebbe dovuta svolgere la battaglia, poiché tutti comprendevano che uno scontro navale decisivo non poteva più essere evitato.
La situazione strategica non lasciava spazio a esitazioni. Se la flotta greca avesse rinunciato del tutto alla battaglia, la guerra si sarebbe di fatto conclusa con la vittoria persiana. Il muro difensivo attraverso l’istmo offriva una certa protezione, ma la superiorità navale persiana avrebbe reso tali barriere ostacoli temporanei piuttosto che soluzioni permanenti. Una flotta che controllasse il mare avrebbe potuto trasportare truppe aggirando le posizioni fortificate e colpire dove i difensori si sentivano al sicuro. Le forze di terra greche avevano già dimostrato cautela nell’affrontare gli scontri in campo aperto contro l’enorme esercito persiano. Di conseguenza, la flotta divenne l’ultimo baluardo dell’indipendenza greca. Combattere più lontano dalle acque strette intorno a Salamina presentava alcuni vantaggi. Una sconfitta in mare aperto avrebbe potuto offrire maggiori opportunità di fuga. Tuttavia, tali considerazioni rimanevano secondarie. Che il disastro si verificasse in uno stretto canale o in mare aperto, la distruzione della flotta avrebbe esposto la Grecia alla conquista. La vera sfida, quindi, consisteva nel trovare condizioni sufficientemente favorevoli per ottenere la vittoria.
La narrazione tradizionale spesso ritrae i comandanti spartani e corinzi come timidi oppositori dell’audace strategia di Temistocle. Delbrück rifiuta tali interpretazioni semplicistiche. I veri comandanti, responsabili di interi stati, raramente basavano le proprie decisioni unicamente sulla paura. Nel racconto di Erodoto si cela un indizio intrigante. Si diceva che una squadra navale di sessanta navi proveniente da Corcira si stesse avvicinando al teatro delle operazioni. I comandanti greci potrebbero aver atteso questi rinforzi quotidianamente. Tali aspettative potrebbero giustificare argomentazioni a favore di un ulteriore ritiro e di un rinvio. Navi aggiuntive significavano maggiore forza, opzioni tattiche più ampie e un margine di sicurezza più elevato. Da questa prospettiva, il disaccordo all’interno del comando greco diventa del tutto razionale. I diversi comandanti valutavano il rischio in base a diversi calcoli di tempo, geografia e risorse disponibili. Il dibattito rifletteva quindi un serio giudizio militare piuttosto che una debolezza personale. La vittoria di Salamina finì per oscurare la legittimità delle alternative considerate prima della battaglia.
Uno degli episodi più famosi legati a Salamina riguarda il presunto inganno di Temistocle ai danni di Serse. Gli autori antichi ci hanno tramandato diverse versioni del messaggio che sarebbe stato recapitato al re persiano. Alcuni sostengono che i Greci intendessero disperdersi durante la notte. Altri suggeriscono che divisioni interne minacciassero di rompere l’alleanza. Autori successivi modificarono ulteriormente la storia, presentando piani di ritirata verso l’Istmo. Delbrück esamina criticamente queste tradizioni. Un comandante come Serse difficilmente avrebbe considerato la dispersione del nemico come un pericolo che richiedesse un intervento immediato. Al contrario, la disunione tra gli avversari generalmente favorisce la potenza più forte. Le diverse versioni rivelano generazioni di narratori che tentarono di spiegare il comportamento persiano a posteriori. Delbrück propone una possibilità più pragmatica. La notizia dell’avvicinarsi di rinforzi corcirei potrebbe aver convinto i Persiani che un ritardo avrebbe favorito i Greci. In tali circostanze, un’offensiva immediata diventerebbe strategicamente comprensibile e storicamente plausibile.
Una profonda trasformazione nella comprensione della battaglia di Salamina emerse grazie a successive indagini accademiche. Gli storici avevano a lungo ipotizzato che l’isola nota nelle fonti antiche come Psyttaleia corrispondesse a un’isola moderna con un nome pressoché simile. Intere ricostruzioni della battaglia si basavano su questa identificazione. Lo storico tedesco Julius Beloch (1854-1929) dimostrò che tale ipotesi derivava da una somiglianza ingannevole tra i nomi, piuttosto che da un’autentica continuità storica. Secondo la sua analisi, l’antica Psyttaleia occupava una posizione diversa, più a nord, nelle acque intorno a Salamina. Questa correzione, apparentemente di natura tecnica, ebbe enormi conseguenze. Delbrück paragonò la scoperta a casi analoghi nella storia militare, in cui tradizioni geografiche errate avevano distorto intere campagne. Una volta eliminata l’identificazione errata, le contraddizioni di lunga data presenti nelle fonti iniziarono a dissolversi. La geografia, che spesso appare passiva nelle narrazioni storiche, emerse improvvisamente come fattore decisivo per la comprensione di ciò che realmente accadde.
Forte delle scoperte di Beloch, Delbrück esaminò personalmente il paesaggio. Percorrendo la costa, giunse a una conclusione sorprendente. Lo stretto canale tradizionalmente identificato come luogo della battaglia non aveva spazio sufficiente per lo scontro descritto dalle fonti antiche. Centinaia di navi difficilmente avrebbero potuto manovrare in quel modo. La battaglia doveva quindi essersi svolta altrove. La soluzione indicava la baia di Eleusi, oltre gli stretti accessi. Questa intuizione aprì la strada a una reinterpretazione completa sviluppata dall’allievo di Delbrück, Gottfried Zinn. Attraverso un’attenta analisi di Erodoto, Eschilo e altre fonti, Zinn dimostrò che dettagli precedentemente considerati contraddittori in realtà si completavano a vicenda. Invece di forzare i testi ad adattarsi a una geografia inadatta, la nuova ricostruzione permise sia alla geografia che alle prove narrative di supportarsi a vicenda in modo naturale.
Dopo aver occupato Atene, i comandanti persiani non si lanciarono avventatamente all’azione. Trascorsero quasi due settimane prima dello scontro decisivo. La loro posizione rimaneva forte ma complessa. La flotta greca occupava posizioni favorevoli intorno a Salamina, mentre la marina persiana si trovava di fronte a difficili scelte di navigazione. La ricognizione divenne essenziale. Le acque intorno all’isola erano caratterizzate da stretti passaggi, isole, scogli e accessi limitati. I pianificatori persiani idearono infine un’operazione ambiziosa. Squadroni separati avrebbero avanzato simultaneamente attraverso diversi canali intorno a Salamina per convergere sulla flotta greca. Il successo prometteva l’accerchiamento e la distruzione completi. Il piano rifletteva la fiducia derivante dalla superiorità numerica e dalle vittorie precedenti. I comandanti persiani miravano a un risultato schiacciante, capace di porre fine alla resistenza greca organizzata in un colpo solo.
I preparativi greci rivelarono un’altrettanto sofisticata preparazione. Non appena si seppero dei movimenti persiani, la flotta si radunò e si preparò alla battaglia. Temistocle comprese che il momento cruciale sarebbe arrivato durante il passaggio del nemico da stretti canali a acque più ampie. Il suo obiettivo era sfruttare la vulnerabilità temporanea piuttosto che contrastare direttamente ogni passaggio. Le navi greche inizialmente si ritirarono leggermente, dando l’impressione di esitazione ma preservando una posizione favorevole. Solo dopo che le formazioni persiane entrarono nella zona operativa, l’attacco ebbe inizio sul serio. I comandanti greci concentrarono le forze contro l’ala destra persiana e cercarono di sopraffare le unità nemiche prima che l’intera flotta potesse schierarsi. Questo approccio rifletteva una profonda comprensione del tempismo. Il successo dipendeva meno dal puro coraggio che dal colpire nel momento preciso in cui la superiorità numerica non poteva ancora essere pienamente sfruttata.
La battaglia dimostrò come la strategia possa neutralizzare i vantaggi tecnici. Le flotte persiane includevano esperti marinai fenici e ionici, rinomati in tutto il Mediterraneo orientale. La loro abilità marinara superava quella di molti equipaggi greci. Eppure, la superiorità tecnica non poté compensare il disordine operativo. Mentre le navi danneggiate tentavano la ritirata e nuove imbarcazioni continuavano ad avanzare attraverso vie di accesso ristrette, la congestione si diffuse in tutta la formazione persiana. La confusione aumentò. Lo spazio di manovra svanì. Le comunicazioni si deteriorarono. Le forze greche, già schierate e pronte all’azione, ebbero un’esperienza opposta. Potevano impiegare immediatamente la loro forza in combattimento. Delbrück sottolinea che la famosa “strettezza” associata a Salamina si riferiva principalmente alle vie di accesso piuttosto che al campo di battaglia stesso. Il genio di Temistocle risiedeva nel trasformare quelle vie di accesso in armi strategiche. La geografia divenne un alleato, amplificando i punti di forza greci e riducendo al contempo i vantaggi persiani.
La vittoria greca si rivelò sostanziale, sebbene meno assoluta di quanto talvolta suggeriscano le leggende successive. I Persiani mantennero formidabili risorse militari e i Greci inizialmente si aspettavano un altro attacco. Tuttavia, Serse comprese una realtà scomoda. Se non fosse riuscito ad assicurarsi la supremazia navale, soprattutto con l’arrivo di ulteriori rinforzi greci, ulteriori operazioni marittime avrebbero offerto risultati sempre meno efficaci. Di conseguenza, gran parte della flotta si ritirò. Anche allora, la guerra era tutt’altro che finita. Gli eserciti persiani occupavano ancora vasti territori in Grecia. I Greci continuavano a esitare prima di intraprendere importanti battaglie terrestri. Una lunga lotta appariva probabile. Serse fece quindi ritorno in Asia, dove la sua autorità personale avrebbe potuto rafforzare la lealtà tra i Greci ionici e mettere in sicurezza il fianco occidentale dell’impero. Il comando passò a Mardonio, cugino e cognato di Serse, che si ritirò nella Grecia settentrionale, preservando la capacità di future campagne. Salamina non pose fine alle guerre persiane. Ne cambiò il corso. La battaglia distrusse le speranze persiane di dominare la Grecia attraverso il controllo dei mari e spostò l’equilibrio strategico a favore dell’alleanza ellenica. In quella trasformazione risiedeva il suo significato duraturo e il suo posto tra i momenti decisivi della storia mondiale.
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Il 22 giugno 1941, la Germania nazista lanciò l’Operazione Barbarossa, la più grande invasione militare della storia, contro l’Unione Sovietica. Questa data segna non solo un punto di svolta cruciale nella Seconda Guerra Mondiale, ma anche lo scoppio di un conflitto radicato nel modello economico del Terzo Reich. Tale modello si basava in larga misura su una produzione bellicosa di armamenti, guidata dalla cerchia ristretta e guerrafondaia di Adolf Hitler. Ogni anno, con il ripetersi di questa ricorrenza, siamo spinti a esaminare come la disperazione economica e il fervore ideologico si siano combinati per spingere la Germania verso est, ponendo le basi per una devastazione senza precedenti in tutto il continente europeo.
La decisione di Hitler di invadere l’Unione Sovietica, spesso erroneamente mitizzata come un attacco preventivo, era fondamentalmente motivata dalla ricerca di risorse vitali, in particolare i giacimenti petroliferi del Caucaso, e dall’espansione territoriale necessaria a sostenere la sua visione di un nuovo ordine. Le vaste terre della Rus’ promettevano materie prime e spazio vitale che avrebbero potuto alimentare le ambizioni del suo regime. Eppure, al di là dei calcoli strategici, si celavano contraddizioni più profonde. L’idea stessa di “imperialismo socialista” rivelava una fatale incoerenza nella dottrina nazionalsocialista, che privilegiava la conquista e il dominio rispetto a qualsiasi coerenza ideologica.
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Hitler stesso riconobbe questa tensione quando dichiarò che “il nazionalsocialismo non è un prodotto da esportare”. Questa affermazione rivelò che il regime non nutriva alcuna reale intenzione di instaurare l’uguaglianza socialista o la liberazione nei territori conquistati. Le affermazioni secondo cui Hitler e il capo delle SS Heinrich Himmler avrebbero cercato di liberare i popoli oppressi dal dominio sovietico suonano vuote. L’invasione non fu mai una crociata di liberazione; fu un esercizio di sottomissione coloniale finalizzato allo sfruttamento. Le terre occupate erano considerate risorse da saccheggiare, non partner in un futuro condiviso.
La brutale campagna raggiunse il suo culmine simbolico a Stalingrado. Lì, la difesa sovietica inflisse un colpo decisivo all’avanzata nazista, una vittoria che può essere vista come il trionfo del risoluto nazionalbolscevismo sulle false promesse e sulla natura predatoria della forza d’invasione. La sconfitta di Stalingrado infranse il mito dell’invincibilità tedesca e segnò l’inizio della fine per la macchina da guerra nazista. Rappresentò il fallimento di un’ideologia impostore che aveva mascherato l’aggressione con il linguaggio della necessità e del destino.
La Germania nazista si rivelò in definitiva una grottesca aberrazione e una perversione degli ideali nazionalisti e socialisti precedenti, più sfumati, come quelli esplorati dal Fronte Nero. I suoi principi cardine ponevano l’accento sullo sfruttamento piuttosto che su un autentico rinnovamento nazionale. Sebbene il popolo tedesco abbia vissuto un breve periodo di ripresa in tempo di pace, il vero costo delle politiche del regime ricadde sia sugli aggressori che sulle vittime. L’insaziabile fame di risorse, manodopera e conquiste della guerra portò direttamente al bombardamento incendiario di città tedesche come Dresda e Pforzheim, dove le popolazioni civili subirono le orribili conseguenze della guerra totale.
In questo anniversario dell’Operazione Barbarossa, ricordiamo l’immensa sofferenza umana scatenata dalla superbia e dalla cecità ideologica. Le città in fiamme, le popolazioni sfollate e i milioni di vite perse sul fronte orientale sono un monito perenne. La sete di dominio della Germania nazista, basata sullo sfruttamento e sul saccheggio, finì per autodistruggersi. Le terre sacre dell’Est, difese a un costo così terribile, resistettero. L’eredità del 22 giugno 1941 rimane un solenne promemoria dei pericoli di un militarismo sfrenato e del prezzo duraturo delle guerre combattute in nome di false rivoluzioni.
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22 GIUGNO – 1941
BARBAROSSA
–
Un’altra di quelle storie narrate 100 volte.
Non esiste nulla di concreto in materia di tattica, strategia ed armamenti che si possa dire qui che già non sia stato sottolineato altrove in montagne di saggi, convegni e dibattiti.
Che nota potrei aggiungere ? Forse una sul piano filosofico, più che materiale, ecco: qualcosa che sta a monte di quel 22 giugno 1941.
A. HITLER……pretese troppo: pretese che il proprio modello (la sua “terza via”) prevalesse e subito contro il liberismo occidentale di matrice anglosassone e – dall’altro lato – contro il socialismo internazionale di stampo sovietico. E tutto questo contemporaneamente: pretendeva di far crollare in contemporanea le due piattaforme ideologiche del pianeta (che poi faranno la guerra fredda), nel giro di una manciata di anni.
Il punto in realtà apre un’altro interrogativo mai del tutto risolto: COSA ERA il nazionalsocialismo realmente ? Qualcosa di occidentale oppure no ? La scienza politica lo accomuna alle ideologie totalitarie NON occidentali, naturalmente, tuttavia era perfettamente integrato e sostenuto nella società della Germania che – nel complesso – rimaneva un paese sostanzialmente occidentale.
Hitler e la sua creatura – il 3° Reich – si trovavano quindi in un limbo: non erano (politologicamente) nè “occidente” nè “oriente”, ma piuttosto un’entità a sè stante (…). In pratica una scheggia impazzita, deviata, dell’occidente che odiava l’oriente (ma che fu rifiutata dall’occidente vero e proprio per l’eccessiva ferocia) ? Un’altra delle tante definizioni che si possono dare alla cosa.
Questa entità non voleva la guerra contro l’occidente (in particolare contro la GB): ci si aspettava – dopo la presa della Polonia – che semplicemente accettassero il fatto compiuto e che magari si unissero al Reich nella sua crociata finale contro l’EST incarnato dalla potenza sovietica.
Vana speranza: paradossalmente sarebbe stato assai più probabile il contrario, ossia una maxi alleanza MOSCA-BERLINO contro l’occidente angloamericano. Vi fu – fino al novembre del 1940 – chi pensò di trasformare il patto di non aggressione in un’alleanza vera e proprio con ingresso dell’URSS nell’asse (cosa che Stalin voleva, sebbene alle proprie condizioni).
In definitiva: Hitler sbaglio clamorosamente, il maggiore abbaglio di tutto il 900 forse. Non seppe distinguere chi poteva essere disposto ad allearsi con lui e chi non poteva esserlo: si ritrovò quindi ad attaccare un mezzo alleato che voleva un’alleanza piena (URSS) ed aspettare una cessazione delle ostilità da parte di coloro che vedeva come potenziali alleati (USA/GB), ma che lo respingevano.
USA/GB…..sognavano sì una Germania come SPADA verso est, ma questo unicamente per abbattere la Russia, non per avvantaggiare la Germania stessa: volevano cioè abbattere l’impero sovietico, ma senza favorire la nascita di uno nazista ancor più potente. La soluzione ideale è che si abbattessero a vicenda in qualche modo e che cadessero entrambi nel corso del tempo.
Così avvenne…..Berlino nel 1945 e Mosca nel 1991: tra il 1945 e il 1991 si è realizzato il sogno secolare della geopolitica GB che sognava come Russia zarista e Prussia reale (le maggiori potenze continentali 200 anni prima) si uccidessero a vicenda. Questo è avvenuto ed oggi hanno una Germania come spada ad est (ma non una Germania imperiale quanto un forte satellite Nato) e un ex impero parcellizzato che Mosca fatica a difendere (…).
Il 22 giugno 1941 era evitabile ? Sì, forse….ma non da Hitler. La fine della sovranità del continente la si deve a lui, è causa sua, anche se non esattamente nel modo in cui tanti figurano
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Sotto il bagliore elettrico dell’impero del ventunesimo secolo si è consumato uno strano spettacolo. Il presidente Trump, circondato da consiglieri, generali, finanzieri, figure mediatiche e dall’immensa macchina di una civiltà che un tempo si credeva padrona di ogni orizzonte, è giunto a un punto in cui le vie da percorrere si restringevano in un lugubre corridoio. La grande strategia che prometteva pressione, intimidazione e un’azione unilaterale si è scontrata con una forza che resisteva all’assorbimento in formule consolidate. In quel momento, nel vasto labirinto dei calcoli geopolitici, solo due porte rimanevano visibili: una discesa verso un confronto militare di ben maggiore portata o un passo verso un sostanziale accordo con Teheran. Questa realtà merita di essere ricordata ogni volta che si celebra questo episodio come una dimostrazione di forza inequivocabile.
Il significato più profondo va oltre gli eventi immediati. Lovecraft descriveva spesso studiosi solitari che vagavano tra archivi dimenticati solo per scoprire che la mappa di cui si fidavano celava strutture più antiche e immense sotto terra. Allo stesso modo, gli architetti della politica americana sembravano confrontarsi con una geometria nascosta. Anni di sanzioni, minacce, operazioni segrete, manovre diplomatiche e pressioni regionali crearono l’impressione di un controllo schiacciante. Eppure, sotto l’architettura visibile si celava una realtà diversa, vasta e antica a suo modo: uno stato civilizzato radicato in memorie, simboli e istituzioni che si estendevano ben oltre la durata di qualsiasi amministrazione. Le sicure equazioni del potere si scontrarono con variabili provenienti da strati più profondi, come quelle città ciclopiche sepolte i cui angoli violavano la percezione ordinaria in ” Alle montagne della follia” .
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In questo dramma in divenire, Trump assomigliava a uno dei protagonisti di Lovecraft che entra in una camera aspettandosi di dominare forze misteriose e si ritrova invece intrappolato nel loro disegno. Ogni escalation generava nuove pressioni. Ogni dimostrazione di risolutezza richiedeva corrispondenti dimostrazioni di resistenza. Il meccanismo della deterrenza iniziò ad assomigliare a un elaborato rituale i cui partecipanti si resero gradualmente conto che le forze evocate possedevano una propria inerzia. Attraverso deserti, montagne, rotte marittime, corridoi diplomatici, reti di intelligence e sistemi finanziari, correnti invisibili convergevano in una configurazione che limitava ogni attore coinvolto. Ciò che da lontano appariva come libertà d’azione si rivelava sempre più come un movimento attraverso passaggi angusti scavati dal peso accumulato della storia stessa.
La mitologia della forza spesso si basa sulle immagini. Fotografie, discorsi, portaerei, missili, bandiere e dichiarazioni creano impressioni che si diffondono rapidamente nella moderna sfera dell’informazione. Lovecraft aveva compreso la natura ingannevole delle apparenze. I suoi narratori spesso contemplavano paesaggi ordinari per poi intravedere, attraverso un fugace cambio di prospettiva, forme colossali in agguato oltre la comprensione umana. Allo stesso modo, l’immagine superficiale che circondava lo scontro suggeriva dominio e iniziativa. Eppure la struttura più profonda indicava qualcosa di completamente diverso. Un leader la cui strategia culmina nella scelta tra una guerra su vasta scala e significative concessioni occupa una posizione plasmata tanto dai limiti quanto dal comando. L’immagine proiettata all’esterno può irradiare sicurezza, mentre la realtà sottostante parla di costrizione, pressione e inferiorità strategica.
Si potrebbe persino paragonare la situazione agli esploratori che incontrarono le antiche entità del cosmo di Lovecraft. Quei viaggiatori portavano con sé strumenti avanzati, conoscenze scientifiche e un’immensa fiducia nelle proprie capacità. Poi giunse la rivelazione che forze ben più grandi abitavano già quel territorio. In termini geopolitici, la lezione rimane simile. La superiorità tecnologica, la portata economica e la potenza militare conservano un’importanza enorme, eppure coesistono con la resilienza della civiltà, l’impegno ideologico, la resistenza demografica, la profondità geografica e la memoria storica. Questi elementi raramente compaiono nei titoli dei giornali, sebbene spesso determinino gli esiti nel corso dei decenni. La posizione di Teheran traeva forza proprio da queste fondamenta sotterranee, creando un ambiente strategico in cui la sola coercizione poteva ottenere risultati limitati.
L’ironia finale ha un sapore decisamente lovecraftiano. Molte storie si concludono con un protagonista che si confronta con una rivelazione che trasforma il significato di tutto ciò che l’ha preceduta. L’apparente cacciatore scopre di essere parte di uno schema più ampio. L’investigatore diventa parte del mistero che cercava di svelare. Il conquistatore trova dei limiti laddove sembrava certa un’espansione illimitata. Pertanto, la narrazione della forza dimostrata merita un attento esame. La forza si manifesta più chiaramente laddove le opzioni si moltiplicano e l’iniziativa si espande. Trump, tuttavia, è una figura che si erge davanti a vasti cancelli ombrosi sotto stelle aliene, circondato da poteri e circostanze che hanno silenziosamente ridotto il regno delle possibili azioni. Così vengono rivelati i veri contorni della realtà strategica, molto più chiaramente di quanto non farebbe qualsiasi proclamazione trionfale.
OrdinaLovecraft on CivilizationQuesto volume, curato e annotato da Constantin von Hoffmeister, rivela il creatore dell’horror cosmico come un acuto osservatore della civiltà occidentale, riunendo opere di narrativa e saggistica che esplorano cultura, identità, ordine e declino.
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