Italia e il mondo

La sordida storia del capitalismo _ di Constantin von Hoffmeister

La sordida storia del capitalismo

Una storia di violenza e conquista globale

Constantin von Hoffmeister1 luglio
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Nel suo libro “Capitalismo: una storia globale ” (2025), Sven Beckert fa chiarezza su decenni di dibattito. Rivela il capitalismo come uno spietato sistema mondiale forgiato da secoli di connessioni in continua espansione e potere assoluto. Lo storico di Harvard ricostruisce come l’avidità dei mercanti, la violenza di Stato e lo sfruttamento del lavoro si siano fusi gradualmente in una macchina globale. Si concentra sui brutali meccanismi concreti che hanno permesso a mercanti, governi e lavoratori forzati di costruire e mantenere questo ordine. Lo stesso sistema predatorio è ancora oggi operativo in tutto il pianeta.

I primi centri commerciali sorsero in porti sparsi per il mondo. Beckert inizia la sua analisi con Aden, nello Yemen, nel XII secolo, dove i mercanti operavano con un preciso spirito commerciale. Generavano ricchezza sfruttando la differenza tra il prezzo di acquisto e quello di vendita delle merci. Questi commercianti mettevano in comune le proprie risorse in società, si prestavano denaro a vicenda e tenevano una contabilità sistematica delle loro transazioni. Navi cariche di merci compivano lunghi viaggi che collegavano mercati distanti. Seta, porcellana e perle si spostavano verso est da Aden, mentre incenso, mirra e avorio ritornavano verso ovest con gli stessi viaggi. Questi scambi generavano profitti costanti e premiavano l’attenta pianificazione e il coordinamento a lunga distanza dei mercanti. Le reti commerciali si estendevano fino alla Cina e collegavano i porti dell’Asia orientale alle comunità commerciali musulmane lungo la costa africana. I mercanti di queste diverse località condividevano abitudini simili e si riconoscevano facilmente, nonostante le distanze e le differenze culturali che li separavano. Beckert definisce questi avamposti “isole di capitale”. Essi costituivano piccoli centri di attività all’interno di un’economia molto più ampia, basata sull’autosufficienza contadina e sulla riscossione dei tributi. L’élite globalista odierna – banchieri, dirigenti d’azienda e tecnocrati – forma una classe senza confini che si comprende perfettamente al di là dei continenti, perseguendo il profitto al di sopra di ogni altra cosa.

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Dalla fine del XV secolo in poi, l’espansione europea attraverso viaggi e conquiste collegò l’Atlantico, l’Oceano Indiano e il Pacifico in un unico mercato interconnesso e in continua espansione. Questa precoce creazione di un mercato unico e interconnesso prefigura il globalismo che vediamo oggi, in cui merci, capitali e potere continuano a muoversi rapidamente attraverso gli stessi oceani. I governi fornirono la forza necessaria attraverso flotte, eserciti, amministrazioni coloniali e coercizione diretta. Beckert definisce questa fase “capitalismo di guerra”. I commercianti agivano contemporaneamente come guerrieri, giudici e autorità locali. La Compagnia britannica delle Indie Orientali, attiva dal 1600 al 1874, perfezionò la combinazione di impresa commerciale e potere armato. Governava territori, manteneva eserciti privati, riscuoteva tasse e controllava vaste rotte commerciali in India e oltre, generando enormi profitti per i suoi azionisti. Le stazioni portoghesi lungo la costa dell’Africa occidentale, le conquiste spagnole nelle Americhe e il dominio britannico in Asia seguirono tutte lo stesso modello di profitto unito alla violenza sostenuta dallo Stato. Questo schema ricorda l’imperialismo occidentale dei nostri giorni, dove gli interessi economici e la potenza militare continuano ad avanzare di pari passo attraverso continenti e regioni.

Le potenze europee spesso espropriavano le popolazioni indigene delle loro terre, le costringevano al lavoro forzato o decimavano le loro comunità con la violenza e le malattie per far spazio a piantagioni e attività minerarie. La tratta atlantica degli schiavi forniva capitali essenziali. Più di undici milioni di africani subirono la deportazione forzata verso le piantagioni del Nord e del Sud America tra il 1492 e il 1870. Le piantagioni di canna da zucchero in Brasile e le tenute di cotone nel delta del Mississippi generarono ricchezza che i finanzieri europei reinvestirono nelle proprie economie. Questo capitale estero contribuì a trasformare le strutture rurali consolidate in Europa e gettò le basi per la Rivoluzione Industriale in Inghilterra. Il capitalismo acquisì un chiaro centro europeo e americano durante questi decenni. Nella seconda metà del XIX secolo, questa impennata industriale segnò una netta svolta dopo oltre cinque secoli di crescita più lenta. Fabbriche, energia a vapore, ferrovie, la macchina per filare e i telai meccanici trasformarono la produzione su vasta scala e permisero al capitalismo di rimodellare la vita quotidiana e il lavoro in intere società.

Il lavoro non libero assunse nuove forme dopo l’abolizione legale della schiavitù. Negli Stati Uniti meridionali, dopo la Guerra Civile, i sistemi di mezzadria legarono le persone liberate, prive di terra o risorse, al suolo attraverso accordi di condivisione del raccolto. I contratti di debito derivanti da anticipi salariali mantenevano le famiglie in uno stato di dipendenza per generazioni. Nei territori coloniali britannici, il sistema dei coolie portò migranti dall’India e dalla Cina nelle piantagioni di tè e gomma con contratti a lungo termine. La violazione di tali contratti comportava spesso multe, reclusione, fustigazioni pubbliche o prolungamenti forzati del servizio. Fruste, catene e forza armata garantivano margini di profitto con la stessa affidabilità di salari e contratti, svelando le brutali fondamenta che si celano dietro il linguaggio del “libero scambio”. Beckert sfida apertamente il comodo mito liberale secondo cui il capitalismo diffonde costantemente la libertà attraverso contratti volontari. Le prove dimostrano che la coercizione e lo scambio di mercato avanzano di pari passo, con la violenza e lo sfruttamento intrinseci al sistema fin dalle sue origini.

La ricostruzione di Beckert di un processo globale in continua evoluzione si collega strettamente all’analisi leninista dell’imperialismo come “stadio più elevato del capitalismo”. Lenin esaminò come le economie capitaliste sviluppate si siano aperte all’esterno una volta che l’industria e il sistema bancario raggiunsero livelli elevati in patria. Il capitale finanziario e i grandi monopoli acquisirono il predominio. Queste potenze divisero il mondo in sfere d’influenza e si affidarono ai possedimenti coloniali per assicurarsi materie prime, mercati e opportunità di investimento. La rivalità tra gli stati leader produsse guerre e ulteriori conquiste. Beckert svela le profonde radici di queste dinamiche. Il capitalismo di guerra, con la sua fusione di attività mercantile e violenza statale, emerse fin dalle prime espansioni oceaniche. L’alleanza tra capitale e potere armato si rafforzò nel tempo. Il boom industriale del XIX secolo ampliò questi modelli su vasta scala, rendendone visibile la portata completa. Lenin colse le caratteristiche decisive della fase matura. Beckert fornisce una ricostruzione più ampia che mostra come le prime isole commerciali, l’accumulazione basata sulla schiavitù e la conquista coloniale abbiano preparato il terreno per l’imperialismo descritto da Lenin. La spinta verso l’integrazione e il controllo globali si configura come una linea continua, piuttosto che come una brusca interruzione. Questa prospettiva rende la fase tardiva pienamente comprensibile come risultato naturale di secoli di sviluppo.

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Dall’antica Grecia al nazionalbolscevismo

Molti popoli, molti percorsi

Constantin von Hoffmeister2 luglio∙Pagato
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Lo storico tedesco Robert von Pöhlmann (1852-1914) delinea una visione chiara e risoluta delle fitte ombre che avvolgono le origini del popolo ellenico, dove i primi sviluppi della sua vita nazionale rimangono celati alla vista diretta e alla comprensione degli studiosi. Egli traccia un netto contrasto con la più luminosa alba che illumina l’antichità germanica attraverso le testimonianze perduranti lasciate dagli osservatori romani, mentre il passato greco si estende per innumerevoli generazioni, noto solo attraverso poemi epici che già mostrano un ordine economico e sociale consolidato e sviluppato, completo di intricate relazioni tra gli uomini e la terra che coltivavano. Pöhlmann esorta alla cura e alla precisione in ogni interpretazione di queste lontane origini, soprattutto in questioni di proprietà terriera e territoriale, dove lo storico scrupoloso deve fondare ogni conclusione su solide tracce conservate nelle tradizioni viventi, nelle consuetudini giuridiche e nelle costanti testimonianze delle epoche successive, piuttosto che sulla mera speculazione. Nell’era moderna, plasmata dalle convinzioni socialiste, egli osserva come, in modo del tutto naturale, le ferventi speranze e i chiari ideali del proprio tempo traspaiano nel passato più remoto, riscoprendo nelle antiche forme di lavoro condiviso e proprietà collettiva i modelli viventi e i precedenti ispiratori per il grande obiettivo della produzione comunitaria e per la vittoria finale della vita collettiva sull’impegno individuale.

Pöhlmann esamina il forte richiamo che spinge pensatori come Friedrich Engels a descrivere una futura fase superiore della società umana, ricca di un’autentica democrazia (perché omogenea) che permea ogni atto amministrativo, di una fratellanza che pervade tutte le relazioni sociali, di pari diritti garantiti a ogni cittadino e di un’istruzione accessibile a tutti, a formare una rinnovata ed elevata espressione dell’antica libertà, uguaglianza e fraternità che un tempo univa i membri degli antichi clan in un obiettivo comune. Queste prospettive ritraggono l’intero arco della storia classica come il maestoso movimento in divenire attraverso il quale le prime forme di vita comunitaria cedettero il passo alla proprietà privata, con il comunismo che si affermò come principio naturale nella culla stessa dell’umanità e continuò a costituire il solido fondamento dell’esistenza sociale di molti popoli in tutto il mondo, tra cui gli antichi Greci che portarono avanti queste abitudini collettive nei loro primi insediamenti. Pöhlmann riconosce pienamente che gli stili di vita pastorali producono naturalmente la condivisione di vaste terre e la gestione collettiva delle mandrie, scandita dai ritmi immutabili dei pascoli estivi e invernali, dai rigidi limiti della capacità di pascolo che legano gli uomini tra loro e dalle costanti esigenze di difesa del gruppo e di mutuo soccorso sotto la mano ferma ma protettiva di una leadership patriarcale che mantiene l’intera comunità sicura e prospera.

Egli afferma l’importanza fondamentale di riconoscere che gli Elleni tramandarono una profonda conoscenza dell’agricoltura dai loro lontani antenati indoeuropei, una conoscenza che incoraggiava ogni agricoltore a instaurare un legame duraturo e intimo con la terra che dissodava, coltivava e migliorava con paziente lavoro di generazione in generazione. Questa realtà concreta spinge Pöhlmann a indagare con scrupolosa attenzione se il principio della lavorazione collettiva dei campi e della condivisione delle terre sia persistito a lungo dopo l’insediamento delle popolazioni nei Balcani meridionali, o se la costante crescita della proprietà individuale si sia sviluppata a seguito della crescente richiesta di coltivazioni più intensive, di una maggiore iniziativa personale e del naturale desiderio di sicurezza del possesso che ricompensa il lavoro diligente con frutti duraturi. Egli sostiene il valore supremo delle prove concrete tratte da tradizioni autentiche, leggi antiche e pratiche economiche osservabili in epoca storica, preferendo queste solide basi a schemi generali derivati ​​dalle diverse esperienze di società come le comunità germaniche di contadini con le loro rotazioni misurate, gli intricati sistemi di villaggi indiani, il perdurante mir russo , la coesa zadruga slava meridionale o le fiere strutture claniche celtiche, ognuna delle quali ha seguito il proprio percorso nel tempo. Forme così diverse e vivaci dimostrano la straordinaria ricchezza delle strutture sociali umane e giustificano uno studio accurato di ciascun popolo nel contesto del proprio paesaggio, clima e costumi tradizionali.

Pöhlmann esamina le chiare scoperte dell’antropologia e della geografia politica moderne, che rivelano come la proprietà comune si manifesti con vitalità a diversi livelli culturali e spesso prosperi accanto ad altre forme di organizzazione, persino in regioni che sembrano più vicine alle condizioni originarie di vita e lavoro dell’uomo. Apprezza l’intuizione fondamentale che lo sviluppo umano non segua un unico percorso uniforme imposto a tutti, rifiutando la semplificazione ingannevole di sequenze rigide che vanno dai territori di caccia ai pascoli nomadi fino ai campi stanziali, o dalle proprietà collettive alle tenute private, come guide universali valide per ogni ramo della famiglia umana. Sostiene invece l’onesto metodo storico, che richiede tracce specifiche e verificabili nelle fonti prima di accettare il comunismo agrario come punto di partenza universale per qualsiasi nazione sedentaria, accogliendo al contempo tutte le intuizioni a supporto derivanti da una solida logica economica e da un attento confronto con altri popoli che hanno affrontato sfide simili in termini di terra e sostentamento. Questo approccio rigoroso preserva la profondità, la ricchezza e la varietà dell’esperienza umana nel corso dei secoli, permettendo a ogni società di rivelare il proprio carattere distintivo e i propri successi.

Pöhlmann osserva che gli insediamenti greci sorsero attraverso il movimento di comunità claniche, dove ogni villaggio rappresentava un gruppo familiare allargato, saldamente organizzato secondo antichi principi di parentela, con proprietà collettiva della terra, coltivazione congiunta da parte di tutti i membri e equa ripartizione dei raccolti che sostentavano l’intera comunità. Esplora le testimonianze superstiti di demi (distretti locali) che condividevano il nome con clan famosi e le trova pienamente coerenti con l’esistenza di associazioni nobiliari formate per onore e influenza, piuttosto che con una struttura popolare universale che unisse l’intero popolo in un’unica rete di parentela. Ciò apre la strada a un quadro più ricco di insediamenti formati da libere associazioni di famiglie indipendenti, unite da una libertà comune e dal reciproco rispetto per il bene comune. Questa comprensione arricchisce il quadro complessivo della vita nell’antica Grecia, superando qualsiasi immagine romantica di un idilliaco comunismo clanico per giungere a un chiaro riconoscimento dei molteplici e dinamici percorsi di organizzazione sociale che i diversi gruppi intrapresero a seconda delle proprie esigenze e del proprio spirito. Anche istituzioni pubbliche come i pasti condivisi nel pritaneo (l’edificio pubblico centrale delle antiche città-stato greche) si configurano come elementi vitali della convivenza civica e della vita politica, che traggono forza dal presente concreto piuttosto che richiedere una derivazione diretta da un’antica e quasi dimenticata forma di proprietà collettiva agli albori dei tempi.

L’autore analizza l’antico termine kleroi , utilizzato per indicare i beni ereditari, una parola che rimanda inequivocabilmente all’assegnazione tramite sorteggio sacro in tempi remoti e conferma l’esistenza di una qualche forma di divisione iniziale e ordinata della terra tra la popolazione, pur lasciando aperta la possibilità di una naturale creazione di diritti privati ​​sicuri fin dal momento stesso dell’assegnazione, in quanto ogni detentore si legava alla terra attraverso il lavoro e l’eredità. Pöhlmann dimostra come le sagge restrizioni imposte alla libera vendita dei beni ancestrali nel diritto greco antico servissero all’alto scopo di proteggere la continuità familiare e trasmettere il patrimonio intatto, il tutto radicato nella solida realtà dei rapporti familiari che favorivano la stabilità e la solidità generazionale senza la necessità di una più ampia proprietà collettiva della terra a livello di clan. Le aspettative familiari di eredità convivono armoniosamente con il possesso privato, nascendo dalla naturale e organica evoluzione delle consuetudini domestiche e delle tradizioni giuridiche che garantiscono sia i frutti della diligenza individuale sia i legami duraturi che tengono unita la comunità attraverso molte generazioni di lavoro e successi.

Pöhlmann chiarisce il ruolo di rispetto svolto dai vicini in ogni transazione fondiaria, dove la loro partecipazione volontaria garantiva la piena trasparenza e la validità indiscussa di ogni trasferimento, rafforzava i caldi legami della vita comunitaria e preservava la memoria pubblica attraverso semplici segni di testimonianza che tutti potevano vedere e ricordare. Tali pratiche consolidate riflettono il carattere vigoroso dell’esistenza comunitaria nel suo senso più ampio e umano, sostenendo la fiducia sociale, l’ordine giuridico e il rispetto reciproco senza alcun riferimento all’idea di un’antica proprietà collettiva di tutti i campi da parte di qualche assemblea preesistente. Persino nelle fondamenta coloniali poste durante i giorni gloriosi dell’Atene di Pericle, queste consuetudini dimostrano la perenne attenzione greca per la giustizia procedurale e l’alto valore attribuito alla solidarietà tra vicini, fornendo una base solida e affidabile per comprendere la continuità della vita sociale piuttosto che un’incerta ricostruzione delle più primitive condizioni agrarie perse nelle nebbie della preistoria.

Pöhlmann resiste alla forte attrazione delle aspirazioni ideologiche che cercano una facile convalida per i programmi moderni nel lontano specchio dell’antichità. Il suo lavoro rivela la profonda complessità e la sorprendente varietà dell’evoluzione sociale attraverso i secoli, offrendo a ogni generazione successiva un modello di osservazione lucida e onesta che pone la verità e la fedeltà alle prove al di sopra di ogni altra considerazione. Questo impegno a vedere le cose come erano realmente si tramanda in ogni epoca, guidando una riflessione ponderata sul giusto equilibrio tra l’impegno individuale e le esigenze del benessere collettivo in ogni forma di società organizzata.

Le intuizioni di Pöhlmann illuminano il cammino verso il socialismo, che trae la sua linfa vitale dalla piena sovranità delle nazioni indipendenti in un mondo multipolare, dove ogni popolo plasma la propria esistenza economica e sociale secondo la propria profonda storia, le proprie abbondanti risorse e le proprie aspirazioni di giustizia e prosperità. Questo approccio sovrano afferma la grande forza che deriva dal controllo nazionale sui mezzi di produzione e dall’equa distribuzione dei suoi frutti, favorendo una diffusa prosperità, una solida coesione sociale e lo sviluppo di istituzioni perfettamente adattate alle realtà concrete di ogni paese e del suo popolo. In un simile contesto multipolare, i paesi costruiscono sistemi resilienti che valorizzano il loro particolare potenziale, promuovendo al contempo il bene comune di tutti i cittadini attraverso il lavoro condiviso e il sostegno reciproco.

L’opera di Pöhlmann indica una forma di socialismo che non può essere ridotta a formule universali o a astratte teorie economiche. La sua insistenza sul fatto che ogni popolo debba essere compreso attraverso la propria storia, le proprie istituzioni e le proprie condizioni materiali rifiuta l’assunto che una sequenza storica si applichi indistintamente a tutte le civiltà. Questo principio trovò in seguito espressione politica in correnti del pensiero tedesco che cercavano di unire la sovranità nazionale alla giustizia sociale, anziché subordinare entrambe a astratti sistemi internazionali. Anche la corrente comunemente nota come nazionalbolscevismo nacque dalla convinzione che una nazione debba governare la propria vita economica per preservare la propria libertà politica, la continuità culturale e l’identità storica. Il lungo impegno intellettuale della Germania con l’antica Grecia fu parte integrante di questa ricerca. La civiltà greca non fu considerata semplicemente un oggetto di ammirazione, ma una finestra attraverso cui i pensatori tedeschi esaminarono i fondamenti della politica, della proprietà, del diritto e della vita comunitaria. Pöhlmann appartiene a questa tradizione, eppure il suo contributo duraturo risiede nel suo rifiuto di trasformare la Grecia in un simbolo ideologico. Al contrario, insisteva sul fatto che il mondo antico dovesse essere studiato secondo i suoi stessi criteri, lasciando che fossero le prove storiche, piuttosto che le aspirazioni politiche, a determinarne le conclusioni.

Questa lezione conserva la sua importanza in un’epoca sempre più segnata dal declino dei modelli politici ed economici universali. Un ordine socialista duraturo non può nascere da dottrine imposte dall’esterno della nazione, né da sistemi finanziari scollegati dalla vita produttiva del popolo. Deve scaturire dall’esperienza storica, dal carattere sociale e dalle realtà economiche di ogni singolo Stato sovrano. Un tale ordine richiede l’autorità pubblica sui settori strategici dell’economia, preservando al contempo il percorso di civiltà distintivo che conferisce coesione e scopo a un popolo. La multipolarità crea le condizioni per questo sviluppo, sostituendo le pretese di supremazia universale con un mondo di poteri indipendenti, ciascuno responsabile delle proprie istituzioni e del proprio futuro. Il rigoroso metodo storico di Pöhlmann assume quindi un significato più ampio, che va oltre la storiografia classica. Rifiutandosi di forzare l’antichità in schemi ideologici moderni, ci ricorda che ogni ordine politico duraturo deve fondarsi sull’eredità concreta di un popolo specifico, piuttosto che su teorie che rivendicano pari validità per tutta l’umanità.

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Moby Dick e il suicidio bianco _ Constantin von Hoffmeister

Moby Dick e il suicidio bianco

Dall’autoconquista razziale alla tragedia razziale

Constantin von Hoffmeister25 giugno
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D.H. Lawrence riteneva che Herman Melville avesse percepito una profonda crisi all’interno del mondo europeo bianco. Moby Dick è la tragedia di una razza che ha rivolto le sue più grandi forze contro la propria natura più profonda. Il capitano Achab incarna la volontà implacabile della coscienza occidentale moderna, mentre la balena bianca rappresenta l’antica linfa vitale della razza bianca stessa. Melville intuì che una civiltà stava entrando nella sua lotta spirituale finale, spinta dal desiderio di conquistare la fonte stessa della propria esistenza.

La balena è l’ultima espressione vivente della “coscienza di sangue” primordiale della razza bianca. Questo regno di istinto, mito, coraggio e memoria ereditata esisteva molto prima che filosofia, commercio, industria e ideologia ne rivendicassero il dominio. La civiltà moderna ha elevato il pensiero astratto al di sopra di ogni fondamento più antico. Il risultato è stata una campagna implacabile contro l’istinto stesso. La caccia di Achab simboleggia quindi la mente bianca che tenta di dominare l’anima bianca.

Questa ricerca è un atto collettivo di autodistruzione razziale. La razza bianca sta esaurendo la propria vitalità attraverso analisi incessanti, astrazioni morali, sistemi universali e la ricerca del controllo assoluto. Ogni vittoria sulla natura diventa un’ulteriore vittoria sulla propria eredità vivente. La caccia continua perché la civiltà che la alimenta ha perso il contatto con le forze che per prime ne hanno creato la grandezza. Il trionfo dell’intelletto si trasforma gradualmente nella sconfitta della vita.

Questo processo si estende ben oltre la sola Europa. Persone di ogni razza e civiltà diventano partecipanti allo stesso movimento storico, unendosi alla caccia ossessiva dell’Occidente contro il suo “essere più profondo”. Non si tratta tanto di un conflitto tra razze, quanto della portata universale di un progetto di civiltà nato all’interno del mondo bianco moderno. La tragedia rimane fondamentalmente interna: una razza che indirizza le sue maggiori energie verso la conquista di se stessa.

Al centro della questione c’è la distinzione tra “coscienza del sangue” e “coscienza mentale”. Il sangue simboleggia l’istinto ereditario, la continuità e l’esistenza organica. La coscienza mentale ricerca principi universali, ideali assoluti e il dominio assoluto. Quest’ultima ha gradualmente instaurato la supremazia sulla prima, allontanando sempre più la razza bianca dagli istinti che un tempo avevano sostenuto la sua civiltà. Questa trasformazione è il vero dramma celato nel romanzo di Melville.

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Il processo al vigilante cittadino

Quando ogni uscita riporta allo stesso ufficio.

Constantin von Hoffmeister27 giugno
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Ho visto Citizen Vigilante perché qualcuno mi aveva detto che era necessario, sebbene nessuno sapesse spiegare chi avesse dato quel consiglio. Da allora mi sono convinto che il film stesso appartenga allo stesso vasto apparato amministrativo che aveva organizzato la mia visione. Si presentava come un’opera di intrattenimento, eppure ogni scena aveva la peculiare precisione di un memorandum ufficiale il cui vero autore non sarebbe mai stato identificato. Il famigerato caso di stupro di gruppo di Amburgo non appariva come l’inizio della storia, ma come un documento già timbrato, catalogato e depositato sulla scrivania appropriata. L’aggressione, le condanne con la condizionale, i tentativi attentamente calibrati di “umanizzare” i colpevoli, ognuno di questi elementi sembrava meno un evento storico e più un reperto selezionato per produrre una risposta emotiva predeterminata. L’indignazione non era libera di vagare. Veniva scortata lungo un corridoio verso una destinazione prestabilita.

Questa destinazione si è fatta sempre più chiara con il procedere del film. Proprio nel momento in cui le grandi istituzioni che governano il mondo occidentale sembrano perdere la loro autorità indiscussa, quando capitali lontane si incontrano senza chiedere il permesso e nazioni un tempo abituate all’obbedienza iniziano a parlare con voci diverse, il film ricostruisce pazientemente la vecchia mappa. Le civiltà vengono separate in fascicoli opposti. L’Islam occupa una cartella, l’Occidente un’altra. Il conflitto tra di loro viene presentato come antico, inevitabile e sufficiente a spiegare tutto il resto. La tempistica è quasi troppo perfetta. Proprio quando la fiducia in questo assetto inizia a vacillare al di fuori delle mura dell’edificio, un altro impiegato lo rimette silenziosamente nell’archivio, lo timbra “Attuale” e lo ripone sul bancone del pubblico.

Anche il rifiuto di certificazione del film in Germania assume il carattere di una procedura ufficiale il cui scopo va oltre il semplice divieto. Un film che non può essere approvato ottiene un’autorizzazione diversa. La sua assenza funziona come un’ulteriore forma di pubblicità, mentre le discussioni sui fallimenti dell’integrazione rimangono confinate entro limiti attentamente definiti. Si ha l’impressione che ogni apparente ostacolo sia già stato previsto da qualche parte all’interno della struttura. Nulla sfugge al processo. Persino il dissenso arriva munito della documentazione necessaria.

Il meccanismo più profondo rimane vistosamente assente. Il giustiziere insegue i criminali per strade che sembrano sempre più deserte, popolate solo dai criminali stessi. Eppure, le istituzioni che traggono profitto dalle condizioni che generano queste strade non entrano mai in scena. Le multinazionali che necessitano di un flusso inesauribile di manodopera a basso costo, gli interessi finanziari che beneficiano dei mercati deregolamentati, i funzionari che elaborano le politiche migratorie senza subirne le conseguenze, rimangono tutti nei loro uffici, le cui porte il protagonista non tenta mai di aprire. La sua rabbia è diretta con ammirevole energia, ma sempre verso coloro che si trovano già nel corridoio. L’edificio in sé resta intatto.

Più tardi, il protagonista tiene una conferenza sicura di sé sull’incompatibilità tra la cultura islamica e la democrazia occidentale. Il discorso viene accolto quasi con gratitudine da un pubblico ingenuo, come se un’indagine scomoda fosse finalmente giunta al termine. Eppure non riuscivo a scacciare il ricordo che la civiltà occidentale stessa ha trascorso la stragrande maggioranza della sua esistenza senza democrazia. Da qualche parte, si immagina, deve esistere un archivio che custodisca quei secoli, sebbene venga consultato raramente. Ogni volta che un visitatore ne chiede l’accesso, un cortese funzionario spiega che i documenti in questione sono stati spostati, classificati erroneamente o forse non sono mai esistiti nella forma ricordata. La democrazia appare meno come un’eredità e più come un certificato rilasciato di recente, immediatamente dichiarato senza tempo.

Nel finale, il film rivela la sua peculiare efficacia. Ogni genuina ansia generata da immigrazione, criminalità, fallimento istituzionale e sfiducia pubblica viene riconosciuta, ma solo dopo che le uscite sono state silenziosamente chiuse a chiave. Al pubblico è consentito incolpare nemici culturali, complici ideologici o funzionari incompetenti, ma mai l’anonimo meccanismo che opera al di sotto di ogni istituzione visibile. Lo spettacolo crea la confortante sensazione di ribellione, garantendo al contempo che nessuno raggiunga gli uffici da cui provengono le direttive. Si esce dalla sala convinti che verità nascoste siano state svelate, solo per scoprire che il percorso ha riportato allo stesso banco della reception da cui è iniziato il viaggio.

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L’accordo tra Stati Uniti e Iran segna la fine dell’unipolarità? _ di Constantin vov Hoffmeister

L’accordo tra Stati Uniti e Iran segna la fine dell’unipolarità?

I trattati e il ritorno della competizione tra civiltà

Constantin von Hoffmeister16 giugno
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La retorica del presidente Trump nei confronti dell’Iran è passata con sorprendente rapidità dal linguaggio della distruzione a quello della riconciliazione. In un momento, ha parlato in termini che lasciavano presagire la completa rovina della Repubblica islamica. In un altro, ha dipinto un quadro di pace che si estende nel futuro, accompagnato da promesse di prosperità su vasta scala. Ora Washington e Teheran intendono firmare un Memorandum d’intesa venerdì. Tali documenti possiedono un valore simbolico e un significato diplomatico, pur essendo privi di forza giuridica vincolante. Questo particolare accordo appare insolitamente conciso. Il ministro degli Esteri iraniano, Abbas Araghchi, ha dichiarato sabato in un’intervista all’agenzia di stampa Mehr che il testo stesso ammonta a meno di due pagine. Il destino delle nazioni può dipendere da documenti più brevi di un normale articolo di giornale.

Le dimensioni ridotte del testo suggeriscono che molte questioni chiave rimangono irrisolte. I funzionari parlano di misure urgenti da adottare immediatamente, tra cui il ripristino della libera navigazione attraverso lo Stretto di Hormuz. Tuttavia, le informazioni disponibili indicano una persistente ambiguità. I ​​media iraniani hanno dipinto un quadro in cui le restrizioni americane sui porti iraniani lungo il Golfo Persico scomparirebbero, mentre l’Iran, in collaborazione con l’Oman, continuerebbe a esercitare la supervisione nell’area e a ricevere ingenti entrate attraverso i pedaggi marittimi. Trump sembra descrivere un esito ben diverso. In dichiarazioni rilasciate domenica al New York Times , ha affermato che uno dei principali risultati dell’accordo sarebbe l’istituzione di uno Stretto di Hormuz permanentemente esente da pedaggi. Un accordo descritto in modi contraddittori dai suoi firmatari assomiglia a un testo antico tradotto in lingue rivali, ciascuna versione destinata a un destino diverso. La diplomazia si svolge in questo regno di simboli mutevoli e silenzi strategici, dove gli Stati combattono battaglie attraverso il linguaggio.

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Il concetto di multipolarità darwiniana offre un quadro di riferimento per comprendere tali eventi. L’ordine mondiale emergente assomiglia a un ecosistema di civiltà in cui le grandi potenze si adattano alle circostanze mutevoli, preservano le proprie identità distinte e competono per l’influenza attraverso regioni e continenti. La fine del dominio unipolare non preannuncia un’era di cooperazione universale. Segna il ritorno della storia nella sua forma più antica: una competizione tra civiltà che possiedono tradizioni, valori e interessi strategici differenti. Così come le specie sopravvivono grazie all’adattamento ad ambienti in continua evoluzione, le civiltà persistono grazie alla resilienza, all’innovazione, alla vitalità demografica e alla coesione culturale. La multipolarità, in questo senso, opera secondo pressioni evolutive. Gli Stati sorgono, declinano, si trasformano e si riaffermano. La pace rimane possibile, sebbene essa nasca dall’equilibrio tra le potenze piuttosto che dal sogno di un unico modello universale imposto all’umanità.

Il contenuto effettivo dell’accordo proposto rimane in gran parte celato al pubblico. Araghchi ha annunciato che il testo sarà reso disponibile dopo la firma prevista per venerdì. Anche questa rassicurazione, tuttavia, induce alla cautela. I resoconti diffusi dall’agenzia di stampa Mehr hanno presentato quelli che sono stati descritti come quattordici punti chiave del memorandum d’intesa. Questi punti divergono nettamente dalle dichiarazioni rilasciate dal presidente americano e dai membri della sua cerchia. Diverse affermazioni attribuite all’accordo risultano poco credibili. Il punto cinque prevederebbe, a quanto pare, un ritiro americano dalla regione circostante l’Iran. Il punto sei chiederebbe la revoca di tutte le sanzioni in assenza di concessioni reciproche. Il punto sette propone un programma di ricostruzione americano in Iran del valore di non meno di 300 miliardi di dollari. Tali disposizioni costituirebbero una trasformazione geopolitica di portata storica.

La spiegazione più plausibile appare semplice. I quattordici punti sembrano rappresentare una proposta iraniana trasmessa ai negoziatori americani il 2 maggio tramite mediatori pakistani. Immaginare che gli Stati Uniti abbiano accettato il pacchetto iraniano nella sua interezza significa confondere il desiderio di realtà con la propaganda con la vera arte di governo. Gli imperi si muovono come antiche bestie nel corso della storia: contrattano, minacciano, si ritirano e avanzano, eppure raramente rinunciano al vantaggio strategico in cambio di parole scritte su fragili fogli di carta. Eppure le narrazioni ufficiali spesso plasmano la percezione pubblica. In Iran, segmenti della popolazione hanno trascorso settimane ad ascoltare resoconti che descrivevano il recente conflitto come una vittoria sul campo di battaglia, un trionfo e la prova dell’ascesa della loro nazione a superpotenza. In questo contesto, la convinzione di un accordo eccezionalmente favorevole diventa più facile da comprendere. Sono sorte alcune piccole manifestazioni di opposizione al riavvicinamento con gli Stati Uniti.

La questione centrale rimane irrisolta: questo assetto può produrre una pace duratura? La storia offre molti esempi di accordi che hanno garantito una stabilità temporanea, lasciando intatte le rivalità più profonde. Le grandi potenze raramente abbandonano i propri interessi strategici con la sola firma di un accordo. Si fermano, si riposizionano, negoziano e si preparano per la fase successiva della competizione. Nell’ambito della multipolarità darwiniana, la pace si raggiunge attraverso un equilibrio tra civiltà capaci di difendere i propri interessi, riconoscendo al contempo la forza delle altre. Un tale ordine potrebbe rivelarsi più duraturo dell’universalismo ideologico, perché riflette la pluralità delle realtà del mondo piuttosto che visioni astratte di un unico destino politico.

Per Trump, il calcolo immediato potrebbe essere più semplice. Il mantenimento della stabilità fino alle elezioni di metà mandato americane del 3 novembre potrebbe di per sé rappresentare un significativo successo politico. Gli statisti spesso perseguono la pace per ragioni sia nobiliari che pratiche. Alcuni cercano soluzioni durature. Altri cercano tempo. Il sistema internazionale premia spesso coloro che comprendono la differenza.

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Declino, declino, declino

Corsa di sangue, decadenza di Faust

Constantin von Hoffmeister9 giugno
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Il declino dell’Occidente il declino dell’Occidente l’Occidente che declina nella sua anima faustiana la sua infinita ricerca le sue cattedrali che trafiggono il cielo le sue macchine che divorano la terra i suoi eserciti che marciano nel vuoto dello spazio infinito l’Occidente che declina nel sangue e nel ferro e nell’ultimo inverno della sua forma le culture che sorgono come falli dal suolo della storia fioriscono nel vigore primaverile per poi marcire nell’autunno del denaro e della democrazia l’Occidente i suoi archi gotici che crollano sotto il peso della sua stessa volontà di potenza la sua matematica che diventa astratta la sua musica che si dissolve nel rumore le sue città che si gonfiano con le masse i senza volto i senza radici l’Occidente che declina nella pietrificazione delle sue forme la rigidificazione della sua vita un tempo organica l’anima dell’Occidente l’anima faustiana che si protende verso le stelle ora collassa su se stessa nella megalopoli il deserto di pietra l’infinita ripetizione del declino declino declino l’organico che diventa meccanico il destino delle civiltà che si dispiega come gli spasmi di un dio morente l’Occidente le sue foreste primordiali disboscate per le fabbriche i suoi fiumi avvelenati dal progresso i suoi eroi ridotti a impiegati la sua arte che si frammenta in astrazione il declino l’inesorabile declino mentre ogni cultura realizza la sua morfologia interiore la sua crescita simile a una pianta il suo decadimento simile a un animale l’apollineo il magico il faustiano ognuno a turno sorge e cade l’Occidente ora nella sua fase senile la sua civiltà si indurisce in una massa informe il suo intelletto senz’anima la sua tecnica trionfante ma vuota il declino dell’Occidente che riecheggia tra le rovine degli imperi passati l’egiziano il classico il cinese l’Occidente declina nel trionfo del suo materialismo la sua democrazia il suo denaro il suo cesarismo finale si avvicina come una tempesta d’acciaio.

La morfologia della storia la morfologia della storia le forme delle culture che vivono e muoiono come bestie nella giungla del tempo Spengler Spengler tracciando i cicli le stagioni dell’anima l’Occidente la sua giovinezza nelle cattedrali e nelle crociate la sua maturità nel Rinascimento e nel Barocco la sua vecchiaia ora negli imperi dell’acciaio e della finanza la pseudomorfosi le forme forzate le intrusioni aliene il declino l’Occidente in declino mentre le sue città divorano la campagna mentre le sue popolazioni si gonfiano con gli sterili gli sradicati l’Occidente la sua forza vitale si dissolve nell’intelletto il critico l’analitico il genio creativo che cede alla sterile intelligenza i tecnici i giornalisti i politici l’Occidente nel suo declino la sua arte che diventa spettacolo la sua religione che evapora nell’etica il suo stato che si gonfia nella burocrazia l’eterno ritorno dello stesso lo stesso lo stesso i cicli che si ripetono attraverso i millenni le alte culture ognuna con il proprio destino i propri simboli i propri numeri i propri dei l’infinito faustiano l’infinito il dinamico che ora si rivolge verso l’interno marcendo il corpo politico il corpo sociale il corpo culturale che si contorce nella fine si contorce il declino dell’Occidente l’Occidente declina nella vittoria delle proprie estensioni le sue macchine i suoi sistemi le sue astrazioni divorano il nucleo organico il sangue la razza il suolo l’Occidente il suo paesaggio dell’anima ora una landa desolata di asfalto e neon la morfologia che rivela l’inevitabile la logica organica l’appassimento simile a una pianta la lotta simile a un animale che si conclude con l’esaurimento esaurimento esaurimento le grandi morfologie che si dispiegano l’Occidente ora entra nel suo inverno le sue forme rigide la sua anima congelata il suo Cesare a venire che avanza a grandi passi attraverso le rovine.

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Sangue e terra sangue e terra le forze primordiali i poteri tellurici l’Occidente in declino mentre si separa dalla terra dal contadino dal guerriero dal prete le città le grandi città le città-mondo le megalopoli che succhiano la vita dalle province le province sterili i campi incolti gli uteri vuoti l’Occidente in declino nel trionfo dello spirito del denaro la speculazione l’usura il cosmopolita senza radici l’intellettuale il nomade entro le porte il declino il declino la spinta faustiana che si inverte la volontà di potenza che diventa volontà di nulla il nulla del comfort il nulla dell’uguaglianza il nulla del progresso progresso progresso la menzogna del tempo lineare il mito dell’evoluzione l’Occidente intrappolato nella propria narrativa la propria coscienza storica che ora rivela la futilità i cicli le stagioni l’inevitabile autunno l’inevitabile inverno le nevi del declino che coprono i monumenti le filosofie le sinfonie l’Occidente la sua anima un tempo in volo ora striscia nella polvere delle sue conquiste la sua scienza la sua industria la sua democrazia tutte maschere dell’organismo che invecchia l’organismo in decomposizione la pseudomorfosi la maturità forzata la senilità precoce il sangue l’assottigliamento del sangue la razza la mescolanza delle razze il suolo il suolo avvelenato.

La fase finale la fase finale la fase della civiltà la fase della pietrificazione l’Occidente che si indurisce nel fellaheen l’eterno fellah le masse le masse l’amorfo l’indifferenziato l’Occidente in declino nell’era della seconda religiosità i nuovi Cesari i nuovi despoti che sorgono dal caos il caos della democrazia il caos del parlamentarismo il caos della stampa l’Occidente il suo linguaggio formale esaurito i suoi simboli consumati la sua architettura che diventa mera ingegneria la sua pittura mera fotografia la sua musica mero rumore il declino il declino l’unità organica frantumata le province in rivolta i barbari dentro e fuori l’Occidente il suo impero che si estende attraverso i continenti ora si sgretola nel nucleo il nucleo che marcisce il cuore che cede l’energia faustiana che si dissipa nell’entropia l’entropia della megalopoli l’entropia del denaro l’entropia dell’intelletto l’intelletto rivolto contro la vita la vita stessa il vitale l’istintivo l’eroico ora disprezzato il declino dell’Occidente l’Occidente in declino nello spettacolo del proprio suicidio il suicidio dell’alta cultura il suicidio dell’anima l’anima che cerca l’annientamento nel infinito nella tecnica nel vuoto.

I Cesari i Cesari che verranno i grandi individui le figure storiche mondiali che emergono dal crepuscolo il crepuscolo degli dei il crepuscolo dell’Occidente l’Occidente in declino che tuttavia genera i suoi ultimi padroni i padroni dell’acciaio e della volontà la volontà che vince il declino il declino stesso il ciclo che completa la nuova primavera forse lontana la nuova barbarie la nuova gioventù la gioventù del sangue e della razza il consapevole della razza il consapevole del destino l’Occidente nel suo declino che prepara il terreno per l’eterno ritorno il ritorno dei forti il ​​ritorno della forma il che dà la forma il che crea la cultura l’Occidente il suo declino non la fine della storia ma l’inverno prima del sonno il lungo sonno il sonno del fellah il sonno delle masse le masse in attesa del martello il martello dei Cesari i Cesari che avanzano il declino il declino l’Occidente che declina in grandezza nel suo parossismo finale le sue guerre le sue rivoluzioni la sua mobilitazione totale la mobilitazione di tutte le cose la mobilitazione della morte la morte delle vecchie forme i dolori del parto del nuovo il nuovo ancora non nato il non nato nel grembo del declino.

I cicli eterni i cicli eterni la morfologia eterna l’Occidente in declino eppure il mondo gira le culture sorgono e cadono i simboli cambiano i numeri cambiano gli dei cambiano eppure il ritmo rimane il ritmo di nascita crescita decadimento morte rinascita l’Occidente il suo sogno faustiano che finisce nella macchina la macchina che divora il sogno il sogno che diventa incubo l’incubo del declino il declino dell’Occidente l’Occidente nella sua sera la sua lunga sera il suo crepuscolo che si estende sul globo il globo che si restringe sotto la sua tecnica la sua tecnica che fallisce la sua tecnica che si rivolta contro di essa la stessa la civiltà la grande civiltà ora un cadavere un magnifico cadavere il cadavere dell’Occidente l’Occidente in declino nella bellezza della sua rovina la rovina delle sue cattedrali la rovina dei suoi imperi la rovina del suo spirito lo spirito che aleggia sulle acque del caos il caos da cui possono sorgere nuove forme le forme primitive le forme vitali le forme giovani giovani giovani il declino dell’Occidente che riecheggia nel silenzio il silenzio prima del nuovo canto il nuovo canto di sangue e terra e destino il destino dell’Occidente compiuto compiuto compiuto nel suo magnifico terribile declino.

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Salamina: quando la Grecia fermò i Persiani _ di Constantin von Hoffmeister

Salamina: quando la Grecia fermò i Persiani

Strategie contro l’Impero

Constantin von Hoffmeister21 giugno∙Pagato
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Wilhelm von Kaulbach, La battaglia di Salamina (1868)

La strada per Salamina iniziava alle Termopili . Lì, re Leonida e i suoi Spartani trasformarono la sconfitta in leggenda, difendendo il passo montano contro forze soverchianti e dimostrando che il coraggio poteva ancora prevalere sull’impero. Eppure, l’eroismo da solo non bastò a fermare l’avanzata persiana. Una volta caduto il passo, gli eserciti di Serse si riversarono nella Grecia centrale. Le città si arresero, i campi bruciarono e la mappa politica dell’Ellade sembrò sul punto di crollare sotto il peso della più grande macchina militare asiatica. I Greci si trovarono di fronte a una realtà più dura di quanto qualsiasi oracolo avesse predetto. Un singolo sacrificio sul campo di battaglia aveva guadagnato tempo, ma il tempo stesso esigeva una risposta più ampia. Il futuro della Grecia dipendeva ora dalla capacità delle città disperse di preservare l’unità, dalla sopravvivenza di Atene alla distruzione della sua patria e dalla capacità di una flotta di navi di legno di compiere ciò che gli eserciti di terra non erano riusciti a realizzare. Fu in questo momento, con l’ondata persiana che avanzava verso sud e il destino di un’intera civiltà in bilico, che ebbe inizio il dramma di Salamina. Secondo lo storico tedesco Hans Delbrück (1848-1929), la battaglia scaturì da una combinazione di strategia, geografia, giudizio politico e necessità umana, il cui significato andò ben oltre un singolo scontro navale.

Quando si diffuse ad Atene la notizia che la città doveva essere abbandonata e temporaneamente ceduta all’invasore, la popolazione reagì con dolore e incredulità. I ​​cittadini esitarono ad abbandonare case, templi, botteghe e tombe ancestrali. La famosa profezia delle “mura di legno” non riuscì inizialmente a convincere molti che la salvezza risiedesse nel mare. Le parole dell’oracolo furono ampiamente interpretate da Temistocle, il principale statista ateniese e artefice della potenza navale di Atene, nel senso che la città avrebbe trovato rifugio nella sua flotta di navi da guerra in legno piuttosto che dietro le fortificazioni in pietra, rendendo la resistenza navale la chiave per la sopravvivenza di Atene. Un punto di svolta psicologico decisivo si verificò solo quando il sacro serpente dell’Acropoli trascurò la sua offerta mensile. Questo strano evento convinse molti ateniesi che persino il divino custode della città se n’era andato. Se gli dèi stessi si erano ritirati, rimanere sembrava inutile. L’evacuazione, quindi, ebbe inizio. Migliaia di persone attraversarono il mare per raggiungere Salamina, una grande isola nel Golfo Saronico situata a ovest di Atene e separata dalla terraferma da uno stretto canale, mentre altre si diressero verso il Peloponneso o cercarono rifugio tra le colline e le montagne. La migrazione rappresentò molto più di una semplice manovra militare. Segnò l’abbandono temporaneo di una delle più grandi città della Grecia. Lo shock emotivo di questo evento costituì il contesto in cui sarebbero state prese tutte le decisioni successive.

La concentrazione di profughi a Salamina trasformò l’isola nel cuore della resistenza greca. Le esigenze pratiche si fecero sentire immediatamente. La popolazione sfollata necessitava di protezione, rifornimenti e comunicazioni con la terraferma. La flotta divenne quindi inseparabile dalla difesa dell’isola. Le antiche tradizioni narrano accese discussioni tra i comandanti greci sull’opportunità di combattere a Salamina o di cercare altrove. Delbrück si accosta a questi racconti con scetticismo. I consigli militari, naturalmente, discutono alternative, vantaggi e pericoli prima di scontri importanti. Le generazioni successive spesso trasformano tali deliberazioni in drammatici conflitti personali. Ciò che sopravvive nella tradizione letteraria potrebbe conservare solo un riflesso distorto di un’autentica discussione strategica. Dietro gli aneddoti pittoreschi si celava probabilmente un’attenta valutazione del terreno, della logistica, del morale e dello schieramento navale. La questione fondamentale riguardava il luogo in cui si sarebbe dovuta svolgere la battaglia, poiché tutti comprendevano che uno scontro navale decisivo non poteva più essere evitato.

La situazione strategica non lasciava spazio a esitazioni. Se la flotta greca avesse rinunciato del tutto alla battaglia, la guerra si sarebbe di fatto conclusa con la vittoria persiana. Il muro difensivo attraverso l’istmo offriva una certa protezione, ma la superiorità navale persiana avrebbe reso tali barriere ostacoli temporanei piuttosto che soluzioni permanenti. Una flotta che controllasse il mare avrebbe potuto trasportare truppe aggirando le posizioni fortificate e colpire dove i difensori si sentivano al sicuro. Le forze di terra greche avevano già dimostrato cautela nell’affrontare gli scontri in campo aperto contro l’enorme esercito persiano. Di conseguenza, la flotta divenne l’ultimo baluardo dell’indipendenza greca. Combattere più lontano dalle acque strette intorno a Salamina presentava alcuni vantaggi. Una sconfitta in mare aperto avrebbe potuto offrire maggiori opportunità di fuga. Tuttavia, tali considerazioni rimanevano secondarie. Che il disastro si verificasse in uno stretto canale o in mare aperto, la distruzione della flotta avrebbe esposto la Grecia alla conquista. La vera sfida, quindi, consisteva nel trovare condizioni sufficientemente favorevoli per ottenere la vittoria.

La narrazione tradizionale spesso ritrae i comandanti spartani e corinzi come timidi oppositori dell’audace strategia di Temistocle. Delbrück rifiuta tali interpretazioni semplicistiche. I veri comandanti, responsabili di interi stati, raramente basavano le proprie decisioni unicamente sulla paura. Nel racconto di Erodoto si cela un indizio intrigante. Si diceva che una squadra navale di sessanta navi proveniente da Corcira si stesse avvicinando al teatro delle operazioni. I comandanti greci potrebbero aver atteso questi rinforzi quotidianamente. Tali aspettative potrebbero giustificare argomentazioni a favore di un ulteriore ritiro e di un rinvio. Navi aggiuntive significavano maggiore forza, opzioni tattiche più ampie e un margine di sicurezza più elevato. Da questa prospettiva, il disaccordo all’interno del comando greco diventa del tutto razionale. I diversi comandanti valutavano il rischio in base a diversi calcoli di tempo, geografia e risorse disponibili. Il dibattito rifletteva quindi un serio giudizio militare piuttosto che una debolezza personale. La vittoria di Salamina finì per oscurare la legittimità delle alternative considerate prima della battaglia.

Uno degli episodi più famosi legati a Salamina riguarda il presunto inganno di Temistocle ai danni di Serse. Gli autori antichi ci hanno tramandato diverse versioni del messaggio che sarebbe stato recapitato al re persiano. Alcuni sostengono che i Greci intendessero disperdersi durante la notte. Altri suggeriscono che divisioni interne minacciassero di rompere l’alleanza. Autori successivi modificarono ulteriormente la storia, presentando piani di ritirata verso l’Istmo. Delbrück esamina criticamente queste tradizioni. Un comandante come Serse difficilmente avrebbe considerato la dispersione del nemico come un pericolo che richiedesse un intervento immediato. Al contrario, la disunione tra gli avversari generalmente favorisce la potenza più forte. Le diverse versioni rivelano generazioni di narratori che tentarono di spiegare il comportamento persiano a posteriori. Delbrück propone una possibilità più pragmatica. La notizia dell’avvicinarsi di rinforzi corcirei potrebbe aver convinto i Persiani che un ritardo avrebbe favorito i Greci. In tali circostanze, un’offensiva immediata diventerebbe strategicamente comprensibile e storicamente plausibile.

Una profonda trasformazione nella comprensione della battaglia di Salamina emerse grazie a successive indagini accademiche. Gli storici avevano a lungo ipotizzato che l’isola nota nelle fonti antiche come Psyttaleia corrispondesse a un’isola moderna con un nome pressoché simile. Intere ricostruzioni della battaglia si basavano su questa identificazione. Lo storico tedesco Julius Beloch (1854-1929) dimostrò che tale ipotesi derivava da una somiglianza ingannevole tra i nomi, piuttosto che da un’autentica continuità storica. Secondo la sua analisi, l’antica Psyttaleia occupava una posizione diversa, più a nord, nelle acque intorno a Salamina. Questa correzione, apparentemente di natura tecnica, ebbe enormi conseguenze. Delbrück paragonò la scoperta a casi analoghi nella storia militare, in cui tradizioni geografiche errate avevano distorto intere campagne. Una volta eliminata l’identificazione errata, le contraddizioni di lunga data presenti nelle fonti iniziarono a dissolversi. La geografia, che spesso appare passiva nelle narrazioni storiche, emerse improvvisamente come fattore decisivo per la comprensione di ciò che realmente accadde.

Forte delle scoperte di Beloch, Delbrück esaminò personalmente il paesaggio. Percorrendo la costa, giunse a una conclusione sorprendente. Lo stretto canale tradizionalmente identificato come luogo della battaglia non aveva spazio sufficiente per lo scontro descritto dalle fonti antiche. Centinaia di navi difficilmente avrebbero potuto manovrare in quel modo. La battaglia doveva quindi essersi svolta altrove. La soluzione indicava la baia di Eleusi, oltre gli stretti accessi. Questa intuizione aprì la strada a una reinterpretazione completa sviluppata dall’allievo di Delbrück, Gottfried Zinn. Attraverso un’attenta analisi di Erodoto, Eschilo e altre fonti, Zinn dimostrò che dettagli precedentemente considerati contraddittori in realtà si completavano a vicenda. Invece di forzare i testi ad adattarsi a una geografia inadatta, la nuova ricostruzione permise sia alla geografia che alle prove narrative di supportarsi a vicenda in modo naturale.

Dopo aver occupato Atene, i comandanti persiani non si lanciarono avventatamente all’azione. Trascorsero quasi due settimane prima dello scontro decisivo. La loro posizione rimaneva forte ma complessa. La flotta greca occupava posizioni favorevoli intorno a Salamina, mentre la marina persiana si trovava di fronte a difficili scelte di navigazione. La ricognizione divenne essenziale. Le acque intorno all’isola erano caratterizzate da stretti passaggi, isole, scogli e accessi limitati. I pianificatori persiani idearono infine un’operazione ambiziosa. Squadroni separati avrebbero avanzato simultaneamente attraverso diversi canali intorno a Salamina per convergere sulla flotta greca. Il successo prometteva l’accerchiamento e la distruzione completi. Il piano rifletteva la fiducia derivante dalla superiorità numerica e dalle vittorie precedenti. I comandanti persiani miravano a un risultato schiacciante, capace di porre fine alla resistenza greca organizzata in un colpo solo.

I preparativi greci rivelarono un’altrettanto sofisticata preparazione. Non appena si seppero dei movimenti persiani, la flotta si radunò e si preparò alla battaglia. Temistocle comprese che il momento cruciale sarebbe arrivato durante il passaggio del nemico da stretti canali a acque più ampie. Il suo obiettivo era sfruttare la vulnerabilità temporanea piuttosto che contrastare direttamente ogni passaggio. Le navi greche inizialmente si ritirarono leggermente, dando l’impressione di esitazione ma preservando una posizione favorevole. Solo dopo che le formazioni persiane entrarono nella zona operativa, l’attacco ebbe inizio sul serio. I comandanti greci concentrarono le forze contro l’ala destra persiana e cercarono di sopraffare le unità nemiche prima che l’intera flotta potesse schierarsi. Questo approccio rifletteva una profonda comprensione del tempismo. Il successo dipendeva meno dal puro coraggio che dal colpire nel momento preciso in cui la superiorità numerica non poteva ancora essere pienamente sfruttata.

La battaglia dimostrò come la strategia possa neutralizzare i vantaggi tecnici. Le flotte persiane includevano esperti marinai fenici e ionici, rinomati in tutto il Mediterraneo orientale. La loro abilità marinara superava quella di molti equipaggi greci. Eppure, la superiorità tecnica non poté compensare il disordine operativo. Mentre le navi danneggiate tentavano la ritirata e nuove imbarcazioni continuavano ad avanzare attraverso vie di accesso ristrette, la congestione si diffuse in tutta la formazione persiana. La confusione aumentò. Lo spazio di manovra svanì. Le comunicazioni si deteriorarono. Le forze greche, già schierate e pronte all’azione, ebbero un’esperienza opposta. Potevano impiegare immediatamente la loro forza in combattimento. Delbrück sottolinea che la famosa “strettezza” associata a Salamina si riferiva principalmente alle vie di accesso piuttosto che al campo di battaglia stesso. Il genio di Temistocle risiedeva nel trasformare quelle vie di accesso in armi strategiche. La geografia divenne un alleato, amplificando i punti di forza greci e riducendo al contempo i vantaggi persiani.

La vittoria greca si rivelò sostanziale, sebbene meno assoluta di quanto talvolta suggeriscano le leggende successive. I Persiani mantennero formidabili risorse militari e i Greci inizialmente si aspettavano un altro attacco. Tuttavia, Serse comprese una realtà scomoda. Se non fosse riuscito ad assicurarsi la supremazia navale, soprattutto con l’arrivo di ulteriori rinforzi greci, ulteriori operazioni marittime avrebbero offerto risultati sempre meno efficaci. Di conseguenza, gran parte della flotta si ritirò. Anche allora, la guerra era tutt’altro che finita. Gli eserciti persiani occupavano ancora vasti territori in Grecia. I Greci continuavano a esitare prima di intraprendere importanti battaglie terrestri. Una lunga lotta appariva probabile. Serse fece quindi ritorno in Asia, dove la sua autorità personale avrebbe potuto rafforzare la lealtà tra i Greci ionici e mettere in sicurezza il fianco occidentale dell’impero. Il comando passò a Mardonio, cugino e cognato di Serse, che si ritirò nella Grecia settentrionale, preservando la capacità di future campagne. Salamina non pose fine alle guerre persiane. Ne cambiò il corso. La battaglia distrusse le speranze persiane di dominare la Grecia attraverso il controllo dei mari e spostò l’equilibrio strategico a favore dell’alleanza ellenica. In quella trasformazione risiedeva il suo significato duraturo e il suo posto tra i momenti decisivi della storia mondiale.

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Il crimine dell’Operazione Barbarossa _ di Constantin von Hoffmeister…..Daniele Lanza

Il crimine dell’Operazione Barbarossa

Riflessioni su ambizione, ideologia e catastrofe

Constantin von Hoffmeister22 giugno
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Il 22 giugno 1941, la Germania nazista lanciò l’Operazione Barbarossa, la più grande invasione militare della storia, contro l’Unione Sovietica. Questa data segna non solo un punto di svolta cruciale nella Seconda Guerra Mondiale, ma anche lo scoppio di un conflitto radicato nel modello economico del Terzo Reich. Tale modello si basava in larga misura su una produzione bellicosa di armamenti, guidata dalla cerchia ristretta e guerrafondaia di Adolf Hitler. Ogni anno, con il ripetersi di questa ricorrenza, siamo spinti a esaminare come la disperazione economica e il fervore ideologico si siano combinati per spingere la Germania verso est, ponendo le basi per una devastazione senza precedenti in tutto il continente europeo.

La decisione di Hitler di invadere l’Unione Sovietica, spesso erroneamente mitizzata come un attacco preventivo, era fondamentalmente motivata dalla ricerca di risorse vitali, in particolare i giacimenti petroliferi del Caucaso, e dall’espansione territoriale necessaria a sostenere la sua visione di un nuovo ordine. Le vaste terre della Rus’ promettevano materie prime e spazio vitale che avrebbero potuto alimentare le ambizioni del suo regime. Eppure, al di là dei calcoli strategici, si celavano contraddizioni più profonde. L’idea stessa di “imperialismo socialista” rivelava una fatale incoerenza nella dottrina nazionalsocialista, che privilegiava la conquista e il dominio rispetto a qualsiasi coerenza ideologica.

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Hitler stesso riconobbe questa tensione quando dichiarò che “il nazionalsocialismo non è un prodotto da esportare”. Questa affermazione rivelò che il regime non nutriva alcuna reale intenzione di instaurare l’uguaglianza socialista o la liberazione nei territori conquistati. Le affermazioni secondo cui Hitler e il capo delle SS Heinrich Himmler avrebbero cercato di liberare i popoli oppressi dal dominio sovietico suonano vuote. L’invasione non fu mai una crociata di liberazione; fu un esercizio di sottomissione coloniale finalizzato allo sfruttamento. Le terre occupate erano considerate risorse da saccheggiare, non partner in un futuro condiviso.

La brutale campagna raggiunse il suo culmine simbolico a Stalingrado. Lì, la difesa sovietica inflisse un colpo decisivo all’avanzata nazista, una vittoria che può essere vista come il trionfo del risoluto nazionalbolscevismo sulle false promesse e sulla natura predatoria della forza d’invasione. La sconfitta di Stalingrado infranse il mito dell’invincibilità tedesca e segnò l’inizio della fine per la macchina da guerra nazista. Rappresentò il fallimento di un’ideologia impostore che aveva mascherato l’aggressione con il linguaggio della necessità e del destino.

La Germania nazista si rivelò in definitiva una grottesca aberrazione e una perversione degli ideali nazionalisti e socialisti precedenti, più sfumati, come quelli esplorati dal Fronte Nero. I suoi principi cardine ponevano l’accento sullo sfruttamento piuttosto che su un autentico rinnovamento nazionale. Sebbene il popolo tedesco abbia vissuto un breve periodo di ripresa in tempo di pace, il vero costo delle politiche del regime ricadde sia sugli aggressori che sulle vittime. L’insaziabile fame di risorse, manodopera e conquiste della guerra portò direttamente al bombardamento incendiario di città tedesche come Dresda e Pforzheim, dove le popolazioni civili subirono le orribili conseguenze della guerra totale.

In questo anniversario dell’Operazione Barbarossa, ricordiamo l’immensa sofferenza umana scatenata dalla superbia e dalla cecità ideologica. Le città in fiamme, le popolazioni sfollate e i milioni di vite perse sul fronte orientale sono un monito perenne. La sete di dominio della Germania nazista, basata sullo sfruttamento e sul saccheggio, finì per autodistruggersi. Le terre sacre dell’Est, difese a un costo così terribile, resistettero. L’eredità del 22 giugno 1941 rimane un solenne promemoria dei pericoli di un militarismo sfrenato e del prezzo duraturo delle guerre combattute in nome di false rivoluzioni.

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22 GIUGNO – 1941

BARBAROSSA

Un’altra di quelle storie narrate 100 volte.

Non esiste nulla di concreto in materia di tattica, strategia ed armamenti che si possa dire qui che già non sia stato sottolineato altrove in montagne di saggi, convegni e dibattiti.

Che nota potrei aggiungere ? Forse una sul piano filosofico, più che materiale, ecco: qualcosa che sta a monte di quel 22 giugno 1941.

A. HITLER……pretese troppo: pretese che il proprio modello (la sua “terza via”) prevalesse e subito contro il liberismo occidentale di matrice anglosassone e – dall’altro lato – contro il socialismo internazionale di stampo sovietico. E tutto questo contemporaneamente: pretendeva di far crollare in contemporanea le due piattaforme ideologiche del pianeta (che poi faranno la guerra fredda), nel giro di una manciata di anni.

Il punto in realtà apre un’altro interrogativo mai del tutto risolto: COSA ERA il nazionalsocialismo realmente ? Qualcosa di occidentale oppure no ? La scienza politica lo accomuna alle ideologie totalitarie NON occidentali, naturalmente, tuttavia era perfettamente integrato e sostenuto nella società della Germania che – nel complesso – rimaneva un paese sostanzialmente occidentale.

Hitler e la sua creatura – il 3° Reich – si trovavano quindi in un limbo: non erano (politologicamente) nè “occidente” nè “oriente”, ma piuttosto un’entità a sè stante (…). In pratica una scheggia impazzita, deviata, dell’occidente che odiava l’oriente (ma che fu rifiutata dall’occidente vero e proprio per l’eccessiva ferocia) ? Un’altra delle tante definizioni che si possono dare alla cosa.

Questa entità non voleva la guerra contro l’occidente (in particolare contro la GB): ci si aspettava – dopo la presa della Polonia – che semplicemente accettassero il fatto compiuto e che magari si unissero al Reich nella sua crociata finale contro l’EST incarnato dalla potenza sovietica.

Vana speranza: paradossalmente sarebbe stato assai più probabile il contrario, ossia una maxi alleanza MOSCA-BERLINO contro l’occidente angloamericano. Vi fu – fino al novembre del 1940 – chi pensò di trasformare il patto di non aggressione in un’alleanza vera e proprio con ingresso dell’URSS nell’asse (cosa che Stalin voleva, sebbene alle proprie condizioni).

In definitiva: Hitler sbaglio clamorosamente, il maggiore abbaglio di tutto il 900 forse. Non seppe distinguere chi poteva essere disposto ad allearsi con lui e chi non poteva esserlo: si ritrovò quindi ad attaccare un mezzo alleato che voleva un’alleanza piena (URSS) ed aspettare una cessazione delle ostilità da parte di coloro che vedeva come potenziali alleati (USA/GB), ma che lo respingevano.

USA/GB…..sognavano sì una Germania come SPADA verso est, ma questo unicamente per abbattere la Russia, non per avvantaggiare la Germania stessa: volevano cioè abbattere l’impero sovietico, ma senza favorire la nascita di uno nazista ancor più potente. La soluzione ideale è che si abbattessero a vicenda in qualche modo e che cadessero entrambi nel corso del tempo.

Così avvenne…..Berlino nel 1945 e Mosca nel 1991: tra il 1945 e il 1991 si è realizzato il sogno secolare della geopolitica GB che sognava come Russia zarista e Prussia reale (le maggiori potenze continentali 200 anni prima) si uccidessero a vicenda. Questo è avvenuto ed oggi hanno una Germania come spada ad est (ma non una Germania imperiale quanto un forte satellite Nato) e un ex impero parcellizzato che Mosca fatica a difendere (…).

Il 22 giugno 1941 era evitabile ? Sì, forse….ma non da Hitler. La fine della sovranità del continente la si deve a lui, è causa sua, anche se non esattamente nel modo in cui tanti figurano

Svizzera: l’economia prima dell’etnia _ di Constantin von Hoffmeister

Svizzera: l’economia prima dell’etnia.

Il significato più profondo dell’ultimo voto in Svizzera

Constantin von Hoffmeister15 giugno
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Il recente referendum svizzero che ha respinto le limitazioni all’immigrazione, con circa il 55% dei votanti contrari all’iniziativa dell’UDC (Partito Popolare Svizzero), è stato celebrato da funzionari governativi e rappresentanti del mondo imprenditoriale come un trionfo di “apertura e pragmatismo”. Il loro sollievo è stato rivelatore. Per chi è stata realmente conseguita questa vittoria? Certamente per i datori di lavoro in cerca di una forza lavoro più ampia, per i settori economici dipendenti da una crescita perpetua e per un sistema finanziario che tratta gli esseri umani sempre più come unità intercambiabili di produzione e consumo. Quella che è stata presentata come una vittoria dei valori liberali può invece essere interpretata come una vittoria del capitale sulla democrazia, dei mercati sulle persone e dell’economia sulla politica.

Questo risultato illustra perfettamente uno dei punti cardine della critica alla modernità liberale avanzata dal pensatore francese Alain de Benoist. Il liberalismo si presenta come la filosofia della libertà, ma in pratica dissolve tutte le identità collettive che potrebbero ostacolare la circolazione di beni, capitali e lavoro. Nel capitalismo globale, i confini diventano ostacoli, le culture merci e le nazioni mercati. Le politiche migratorie cessano di preoccuparsi della continuità di un popolo e diventano subordinate alle esigenze della crescita economica. Il sollievo espresso dagli imprenditori svizzeri dopo il referendum rivela quindi il vero sovrano dell’Europa contemporanea: non il cittadino, non l’etnia, ma il mercato.

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In questo senso, la Svizzera offre una sorprendente conferma de ” Il tramonto dell’Occidente” di Oswald Spengler . La visione di Spengler non descrive un semplice collasso, bensì l’esaurimento di una forma di civiltà. Il mondo tardo-faustiano sostituisce la cultura con la civiltà, il destino con la gestione e le comunità organiche con sistemi astratti. I dibattiti sull’immigrazione nell’Occidente contemporaneo raramente riguardano questioni di continuità storica o di eredità di civiltà. Sono inquadrati quasi esclusivamente attraverso il linguaggio della carenza di manodopera, del PIL, della demografia e dell’efficienza economica. L’etnia è scomparsa dalla politica; rimangono solo le variabili.

De Benoist sostiene da tempo che il capitalismo e il liberalismo, in ultima analisi, minano le stesse comunità su cui si fonda la vita politica. I mercati prosperano grazie alla mobilità; i popoli sopravvivono grazie alla continuità. Il capitale ricerca l’individuo fluido, svincolato da legami ereditari, mentre le civiltà nascono dalla memoria, dalle radici e da un destino condiviso. In questo senso, l’immigrazione di massa nel capitalismo globale spesso si configura meno come un progetto umanitario e più come un meccanismo per deprimere i salari, espandere i consumi e trasformare i cittadini in attori economici avulsi dalle identità storiche ed etnoculturali. Il paradosso della modernità liberale è quindi evidente: lo stesso sistema che proclama la “diversità” produce frequentemente un’omogeneizzazione culturale su scala planetaria, sostituendo popoli distinti con consumatori standardizzati.

Il referendum svizzero è dunque più di una semplice votazione isolata. È sintomo di un processo storico più profondo, descritto sia da Spengler che da de Benoist: la graduale subordinazione della sovranità politica agli imperativi economici. Mentre l’Occidente entra nel suo inverno di civiltà, la lotta decisiva potrebbe non essere più tra destra e sinistra, o nemmeno tra nazionalismo e globalismo, ma tra il dominio del capitale e la persistenza dei popoli storici. La grande domanda del nostro secolo è se nuove forme di civiltà, forse emergenti nel mondo multipolare che si sta delineando in Eurasia, possano recuperare una concezione della politica che ponga la cultura al di sopra dell’economia, la comunità al di sopra dei mercati e il destino al di sopra della crescita.

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Marx, gli ebrei e il liberalismo _ di Constantin von Hoffmeister

Marx, gli ebrei e il liberalismo

Dai diritti all’emancipazione

Constantin von Hoffmeister11 giugno
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Karl Marx inizia la sua analisi della questione ebraica attaccando una convinzione diffusa nell’Europa del XIX secolo: la convinzione che i soli diritti politici potessero risolvere i problemi più profondi dell’esistenza umana. Molti ebrei aspiravano alla parità di trattamento all’interno degli stati cristiani. I liberali rivendicavano costituzioni, diritto di voto, tutele legali e libertà di culto. Marx considerava queste richieste comprensibili, ma incomplete. Sosteneva che un uomo potesse ottenere diritti politici pur rimanendo intrappolato in strutture che ne plasmavano la vita dall’alto. Uno stato cristiano poteva concedere diritti agli ebrei, preservando al contempo le condizioni che, in primo luogo, li avevano resi degli emarginati. Il problema, quindi, si estendeva ben oltre i rapporti tra cristiani ed ebrei, arrivando a toccare le fondamenta stesse della politica moderna. Marx pone una domanda semplice, in un linguaggio chiaro: che tipo di libertà esiste quando lo stato proclama l’uguaglianza mentre la società rimane divisa da ricchezza, potere, status e legami ereditari? La questione ebraica diventa la porta d’accesso a un’indagine ben più ampia sul significato dell’emancipazione umana.

Marx rifiuta l’idea che una comunità religiosa debba cercare il favore di un’altra. Vede una trappola in questo sistema. Se i cristiani detengono l’autorità e gli ebrei chiedono di essere ammessi nell’ordine costituito, la struttura stessa rimane intatta. Un gruppo si trova all’interno della porta e l’altro all’esterno. Il dibattito riguarda l’ammissione, non la trasformazione. Marx, quindi, sposta la sua attenzione dalla teologia al potere. Sostiene che sia i governanti che i richiedenti diventano partecipi dello stesso sistema. I governanti difendono i propri privilegi, mentre i richiedenti cercano di essere inclusi in tali privilegi. Nessuna delle due parti si chiede se l’assetto stesso meriti di sopravvivere. In questo senso, Marx considera l’emancipazione politica come qualcosa di limitato. Può rimuovere le barriere legali, ma lascia intatte le forze più profonde che plasmano la società. Un uomo può acquisire diritti sulla carta, pur rimanendo soggetto a pressioni economiche, gerarchie ereditate e divisioni sociali. La libertà diventa uno status giuridico, non una realtà concreta.

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La religione occupa un posto importante in questa analisi, sebbene Marx la affronti in modo diverso da molti dei suoi contemporanei. Non si concentra sull’attaccare specifiche fedi, bensì esamina il rapporto tra religione e Stato. Un governo che si definisce attraverso una fede specifica divide inevitabilmente la popolazione in categorie di appartenenza. Alcuni si avvicinano all’autorità, mentre altri ne rimangono più distanti. Marx sostiene che uno Stato veramente moderno cerca di sfuggire a questo problema separandosi dalle istituzioni religiose. Tuttavia, osserva anche che questa separazione risolve solo in parte il problema. Lo Stato può diventare laico, mentre la società rimane profondamente religiosa. Le leggi possono cessare di esprimersi in un linguaggio teologico, sebbene i cittadini continuino a portare le proprie convinzioni in ogni aspetto della vita quotidiana. Il risultato è una peculiare dualità. La vita pubblica segue un insieme di regole, mentre la vita privata ne segue un altro. La divisione permane anche dopo la scomparsa del privilegio religioso formale.

L’esempio che attira l’attenzione di Marx è quello degli Stati Uniti. Egli considera l’America uno degli esempi più avanzati di emancipazione politica disponibili al suo tempo. Lo Stato si astiene dall’istituire una chiesa nazionale. I gruppi religiosi godono di ampia libertà. Diverse fedi coesistono sotto lo stesso quadro costituzionale. Molti osservatori consideravano questo assetto la soluzione definitiva ai conflitti religiosi. Marx non è d’accordo. Egli osserva che la religione rimane potente in tutta la società americana. Le chiese prosperano. Le identità religiose persistono. I cittadini portano le proprie convinzioni nelle relazioni sociali e nel comportamento politico. Lo Stato si è ritirato dalla religione, eppure la religione continua a influenzare le persone che lo compongono. L’emancipazione politica crea quindi una nuova situazione, non una soluzione definitiva. Il governo diventa neutrale, mentre la società rimane frammentata in innumerevoli comunità, tradizioni e interessi. La tolleranza sostituisce la persecuzione, sebbene permangano forme più profonde di separazione.

Questa osservazione conduce Marx a una delle sue distinzioni centrali. L’emancipazione politica e l’emancipazione umana non sono la stessa cosa. L’emancipazione politica riguarda il rapporto tra gli individui e lo Stato. L’emancipazione umana riguarda l’intera struttura della vita sociale. Una costituzione può garantire l’uguaglianza davanti alla legge, mentre le realtà economiche e sociali producono immense disparità di potere. Un operaio e un ricco industriale possono avere gli stessi diritti di voto, eppure la loro capacità di influenzare gli eventi rimane profondamente diversa. Marx ritiene che le società liberali spesso confondano la prima conquista con la seconda. Celebrano l’uguaglianza giuridica e presumono che il lavoro sia finito. Marx insiste sul fatto che il compito più profondo è ancora da svolgere. Gli esseri umani rimangono divisi da classe, proprietà e posizione sociale. La legge li riconosce come uguali, mentre la vita quotidiana ricorda loro costantemente le loro disuguaglianze.

Il linguaggio dei diritti occupa un posto centrale in questa critica. I pensatori liberali presentano i diritti come la più alta conquista della civiltà moderna. Marx li esamina attentamente e giunge a una conclusione più dura. Molti diritti, sostiene, descrivono gli individui come unità isolate piuttosto che come membri di una comunità più ampia. Il diritto di proprietà protegge la proprietà. Il diritto di coscienza protegge il libero arbitrio. Il diritto di perseguire i propri interessi protegge l’autonomia personale. Ciascuno di questi diritti ha un valore pratico. Eppure Marx osserva che tutti presuppongono la separazione. L’individuo appare come una figura autosufficiente la cui preoccupazione principale è difendere la propria sfera dalle intrusioni. La società diventa un insieme di compartimenti protetti. Il cittadino gode di sicurezza, sebbene la vera solidarietà rimanga irraggiungibile. I diritti proteggono gli individui. Fanno ben poco per superare la frammentazione della vita moderna.

Per Marx, l’ascesa della società borghese intensifica questa tendenza. La vita economica incoraggia la competizione, l’accumulazione e l’interesse privato. Gli individui si incontrano sempre più spesso attraverso contratti, transazioni e rapporti di mercato. Le istituzioni politiche rispecchiano questa realtà. I ​​governi difendono la proprietà e regolano gli scambi. La vita pubblica si lega all’attività economica. I cittadini parlano di libertà, ma misurano il successo in base all’accumulo di beni. Marx vi ravvisa una contraddizione. La società liberale esalta i valori universali, eppure la vita quotidiana ruota attorno al vantaggio privato. Gli esseri umani sembrano connessi attraverso la legge, pur rimanendo separati dagli interessi economici. La promessa di una vita collettiva svanisce dietro una rete di ambizioni contrastanti. La libertà viene associata all’indipendenza dagli altri piuttosto che alla partecipazione a un progetto comune.

Le grandi rivoluzioni dell’era moderna illustrano questa contraddizione. La Rivoluzione francese proclamò i diritti universali e la cittadinanza. I monarchi persero autorità. Antichi privilegi crollarono. Emerse un nuovo ordine politico. Marx riconosce il significato storico di queste conquiste. Tuttavia, osserva che lo Stato rivoluzionario ha spesso sostituito le vecchie forme di autorità con nuove astrazioni. I cittadini divennero formalmente uguali, mentre le disuguaglianze materiali persistettero. Il linguaggio politico celebrava l’umanità, mentre le divisioni sociali continuavano a plasmare la vita quotidiana. La rivoluzione trasformò le istituzioni più rapidamente di quanto non trasformò la società. Di conseguenza, si creò un divario tra gli ideali politici e la realtà vissuta. I governi moderni parlavano in nome del popolo, mentre la vita economica seguiva una propria logica.

Anche la religione si trasforma in queste condizioni. Nelle società più antiche, spesso fungeva da struttura pubblica che organizzava la vita comunitaria. Nelle moderne società liberali, diventa sempre più una questione privata. La fede sopravvive, sebbene il suo ruolo sociale si modifichi. Le chiese rimangono attive, ma la religione entra nella sfera della scelta personale. Marx vede questo sviluppo come un’ulteriore forma di frammentazione. La vita spirituale si ritira nella sfera privata, mentre la politica occupa quella pubblica. L’individuo impara a vivere in due mondi contemporaneamente. Un mondo riguarda la cittadinanza, la legge e il governo. L’altro riguarda la fede, l’identità e il significato. La società liberale considera questa separazione normale. Marx la interpreta come la prova di una contraddizione irrisolta nella vita moderna.

Uno degli aspetti più sorprendenti dell’argomentazione di Marx è la sua progressiva espansione oltre il soggetto originario. La questione ebraica, che inizia come un dibattito riguardante una specifica minoranza all’interno della società europea, si evolve in un’analisi più ampia della cittadinanza moderna stessa. L’ebreo diventa l’esempio di una condizione più ampia. Ogni individuo nella società moderna sperimenta una qualche forma di divisione tra esistenza pubblica e privata. Ogni cittadino partecipa a istituzioni che proclamano l’uguaglianza, pur dovendo muoversi all’interno di strutture sociali che producono disuguaglianza. Il problema cessa di appartenere a una singola comunità religiosa. Diventa il problema dell’uomo moderno.

Un episodio intrigante della vita di Marx illustra quanto profondamente egli si interessasse alle questioni della trasformazione sociale. Negli anni Quaranta dell’Ottocento, dopo aver affrontato la censura, le pressioni politiche e l’esilio in Europa, Marx esplorò la possibilità di emigrare negli Stati Uniti. Gli storici hanno rinvenuto prove che suggeriscono che il Texas figurasse tra le destinazioni prese in considerazione. All’epoca, il Texas rappresentava una società di frontiera associata alla terra, all’espansione e alle opportunità. L’immagine è intrisa di una certa ironia. L’uomo che sarebbe diventato il più famoso critico del capitalismo considerava l’idea di trasferirsi in una regione strettamente legata alla proprietà privata, all’ambizione imprenditoriale e all’individualismo di frontiera. Se Marx intendesse davvero stabilirsi lì rimane oggetto di dibattito. Eppure, l’episodio rivela qualcosa di importante. Marx comprese che i sistemi sociali sono storici, non eterni. Guardò oltre le consolidate strutture europee e contemplò contesti completamente diversi. Il fatto che il Texas sia entrato a far parte della discussione ci ricorda che anche i pensatori rivoluzionari si trovano spesso a un bivio, dove molteplici futuri rimangono possibili.

Man mano che la sua analisi si sviluppa, Marx giunge a una conclusione che va ben oltre la riforma giuridica. L’emancipazione umana richiede più di costituzioni, elezioni e dichiarazioni dei diritti. Queste misure hanno un valore, ma affrontano solo una parte del problema. La sfida più profonda riguarda l’organizzazione stessa della società. Finché gli individui vivranno la propria vita attraverso divisioni tra pubblico e privato, cittadino e credente, lavoratore e proprietario, uguaglianza giuridica e disuguaglianza materiale, la promessa di libertà rimarrà incompiuta. L’emancipazione politica crea le condizioni per il progresso, ma non ne garantisce la piena realizzazione.

Questa argomentazione spiega perché Marx continui ad attirare l’attenzione anche molto tempo dopo che le controversie dell’Europa ottocentesca si sono affievolite. Le circostanze specifiche sono cambiate, ma le questioni di fondo rimangono. Le società moderne si confrontano ancora con le tensioni tra diritti individuali e scopo collettivo, tra libertà economica e coesione sociale, tra identità privata e cittadinanza pubblica. I dibattiti su religione, cultura e appartenenza continuano a plasmare la vita politica in tutto il mondo. Il saggio di Marx è attuale perché affronta queste questioni più ampie, al di là della disputa immediata. La questione ebraica diventa così uno studio della società moderna stessa.

In definitiva, Marx presenta la libertà come qualcosa di più ampio del semplice riconoscimento legale. Un governo può concedere diritti. I tribunali possono garantire l’uguaglianza. Le costituzioni possono proclamare principi universali. Eppure Marx insiste sul fatto che una vera emancipazione richiede una trasformazione della vita sociale che vada oltre le istituzioni formali. Gli esseri umani devono cessare di esistere come figure frammentate, divise tra ruoli e lealtà contrastanti. L’obiettivo è una condizione in cui la vita pubblica, la vita economica e la vita personale formino un tutt’uno coerente. Che si condividano o meno le soluzioni proposte da Marx, la forza della sua argomentazione risiede nella portata della questione che solleva. Si chiede se la libertà significhi l’ammissione in un ordine esistente o la creazione di un ordine completamente diverso. Più di un secolo e mezzo dopo, questa domanda incombe ancora sul mondo moderno.

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L’accordo lovecraftiano con l’Iran _ di Constantin von Hoffmeister

L’accordo lovecraftiano con l’Iran

Come l’impero trovò l’abisso

Constantin von Hoffmeister13 giugno
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Sotto il bagliore elettrico dell’impero del ventunesimo secolo si è consumato uno strano spettacolo. Il presidente Trump, circondato da consiglieri, generali, finanzieri, figure mediatiche e dall’immensa macchina di una civiltà che un tempo si credeva padrona di ogni orizzonte, è giunto a un punto in cui le vie da percorrere si restringevano in un lugubre corridoio. La grande strategia che prometteva pressione, intimidazione e un’azione unilaterale si è scontrata con una forza che resisteva all’assorbimento in formule consolidate. In quel momento, nel vasto labirinto dei calcoli geopolitici, solo due porte rimanevano visibili: una discesa verso un confronto militare di ben maggiore portata o un passo verso un sostanziale accordo con Teheran. Questa realtà merita di essere ricordata ogni volta che si celebra questo episodio come una dimostrazione di forza inequivocabile.

Il significato più profondo va oltre gli eventi immediati. Lovecraft descriveva spesso studiosi solitari che vagavano tra archivi dimenticati solo per scoprire che la mappa di cui si fidavano celava strutture più antiche e immense sotto terra. Allo stesso modo, gli architetti della politica americana sembravano confrontarsi con una geometria nascosta. Anni di sanzioni, minacce, operazioni segrete, manovre diplomatiche e pressioni regionali crearono l’impressione di un controllo schiacciante. Eppure, sotto l’architettura visibile si celava una realtà diversa, vasta e antica a suo modo: uno stato civilizzato radicato in memorie, simboli e istituzioni che si estendevano ben oltre la durata di qualsiasi amministrazione. Le sicure equazioni del potere si scontrarono con variabili provenienti da strati più profondi, come quelle città ciclopiche sepolte i cui angoli violavano la percezione ordinaria in ” Alle montagne della follia” .

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In questo dramma in divenire, Trump assomigliava a uno dei protagonisti di Lovecraft che entra in una camera aspettandosi di dominare forze misteriose e si ritrova invece intrappolato nel loro disegno. Ogni escalation generava nuove pressioni. Ogni dimostrazione di risolutezza richiedeva corrispondenti dimostrazioni di resistenza. Il meccanismo della deterrenza iniziò ad assomigliare a un elaborato rituale i cui partecipanti si resero gradualmente conto che le forze evocate possedevano una propria inerzia. Attraverso deserti, montagne, rotte marittime, corridoi diplomatici, reti di intelligence e sistemi finanziari, correnti invisibili convergevano in una configurazione che limitava ogni attore coinvolto. Ciò che da lontano appariva come libertà d’azione si rivelava sempre più come un movimento attraverso passaggi angusti scavati dal peso accumulato della storia stessa.

La mitologia della forza spesso si basa sulle immagini. Fotografie, discorsi, portaerei, missili, bandiere e dichiarazioni creano impressioni che si diffondono rapidamente nella moderna sfera dell’informazione. Lovecraft aveva compreso la natura ingannevole delle apparenze. I suoi narratori spesso contemplavano paesaggi ordinari per poi intravedere, attraverso un fugace cambio di prospettiva, forme colossali in agguato oltre la comprensione umana. Allo stesso modo, l’immagine superficiale che circondava lo scontro suggeriva dominio e iniziativa. Eppure la struttura più profonda indicava qualcosa di completamente diverso. Un leader la cui strategia culmina nella scelta tra una guerra su vasta scala e significative concessioni occupa una posizione plasmata tanto dai limiti quanto dal comando. L’immagine proiettata all’esterno può irradiare sicurezza, mentre la realtà sottostante parla di costrizione, pressione e inferiorità strategica.

Si potrebbe persino paragonare la situazione agli esploratori che incontrarono le antiche entità del cosmo di Lovecraft. Quei viaggiatori portavano con sé strumenti avanzati, conoscenze scientifiche e un’immensa fiducia nelle proprie capacità. Poi giunse la rivelazione che forze ben più grandi abitavano già quel territorio. In termini geopolitici, la lezione rimane simile. La superiorità tecnologica, la portata economica e la potenza militare conservano un’importanza enorme, eppure coesistono con la resilienza della civiltà, l’impegno ideologico, la resistenza demografica, la profondità geografica e la memoria storica. Questi elementi raramente compaiono nei titoli dei giornali, sebbene spesso determinino gli esiti nel corso dei decenni. La posizione di Teheran traeva forza proprio da queste fondamenta sotterranee, creando un ambiente strategico in cui la sola coercizione poteva ottenere risultati limitati.

L’ironia finale ha un sapore decisamente lovecraftiano. Molte storie si concludono con un protagonista che si confronta con una rivelazione che trasforma il significato di tutto ciò che l’ha preceduta. L’apparente cacciatore scopre di essere parte di uno schema più ampio. L’investigatore diventa parte del mistero che cercava di svelare. Il conquistatore trova dei limiti laddove sembrava certa un’espansione illimitata. Pertanto, la narrazione della forza dimostrata merita un attento esame. La forza si manifesta più chiaramente laddove le opzioni si moltiplicano e l’iniziativa si espande. Trump, tuttavia, è una figura che si erge davanti a vasti cancelli ombrosi sotto stelle aliene, circondato da poteri e circostanze che hanno silenziosamente ridotto il regno delle possibili azioni. Così vengono rivelati i veri contorni della realtà strategica, molto più chiaramente di quanto non farebbe qualsiasi proclamazione trionfale.

Ordina Lovecraft on Civilization Questo volume, curato e annotato da Constantin von Hoffmeister, rivela il creatore dell’horror cosmico come un acuto osservatore della civiltà occidentale, riunendo opere di narrativa e saggistica che esplorano cultura, identità, ordine e declino.

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Stalingrado e l’Ordine Eurasiatico _ di Constantin von Hoffmeister

Stalingrado e l’Ordine Eurasiatico

La volontà di potenza sul Volga

Constantin von Hoffmeister5 giugno
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Dopo il massacro di Stalingrado, come è noto, i tedeschi non riuscirono a riprendersi.
— Joseph Stalin, 6 novembre 1943

La guerra sul fronte orientale iniziò come qualcosa di ben più di una semplice contesa tra stati. Fin dai primi giorni della campagna, fu pervasa da un’immensa carica ideologica. Obiettivi militari, teorie razziali, ambizioni economiche e sogni di dominio continentale si fondevano in un’unica impresa. Vasti territori erano destinati alla conquista, le loro risorse allo sfruttamento, le loro popolazioni assegnate a posizioni all’interno di una gerarchia plasmata dal potere. La leadership tedesca immaginava un’Europa trasformata, che si estendesse fino all’Eurasia, governata con la forza e organizzata secondo principi che pretendevano di essere immutabili. In questo senso, il conflitto divenne una lotta per il futuro di un intero continente. Ciò che si svolse nelle infinite pianure tra Berlino e il Volga assomigliò a un tentativo di imporre un nuovo ordine storico attraverso l’acciaio, l’amministrazione e la guerra. I campi di battaglia del fronte orientale divennero laboratori imperiali dove gli eserciti portavano avanti visioni contrastanti di civiltà, destino e fede politica.

Stalingrado si rivelò la prova decisiva di queste ambizioni. Nel corso di mesi di combattimenti incessanti, intere formazioni scomparvero sotto il fuoco dell’artiglieria, la fame, le malattie e il freddo invernale. Centinaia di migliaia di uomini perirono. L’avanzata tedesca, che aveva travolto l’Europa con una velocità sorprendente, si arrestò sulle rive del Volga. Le statistiche rimangono sconvolgenti: quasi mezzo milione di soldati sovietici uccisi, centinaia di migliaia di feriti e immense perdite tra le forze dell’Asse. La Sesta Armata tedesca è entrata nella storia come simbolo di una distruzione di proporzioni tali da superare una normale sconfitta militare. Quando l’accerchiamento si chiuse e la resistenza cessò definitivamente nel febbraio del 1943, una leggenda crollò. La convinzione che la vittoria fosse inevitabile svanì sotto la neve. La battaglia si trasformò da evento militare in un segno storico che segnò il passaggio da un’epoca all’altra.

Per molti osservatori, Stalingrado acquisì un significato che andava oltre la strategia. Lo scrittore francese Louis-Ferdinand Céline la considerò il punto in cui un intero capitolo della storia europea giungeva al termine e la razza bianca incontrava l’inizio della sua fine. Il suo linguaggio aveva la forza di una profezia piuttosto che di un’analisi. Vedeva gli eserciti dispersi sul Volga come simboli di una civiltà sfinita da generazioni di conflitti, rivoluzioni e lotte ideologiche. Tali interpretazioni appartengono meno alla storia militare che al regno dell’immaginazione storica, eppure rivelano quanto profondamente la battaglia sia penetrata nella coscienza europea. La città divenne un simbolo attraverso il quale scrittori, pensatori e movimenti politici cercarono di comprendere la trasformazione del mondo moderno. Il crollo di una visione dell’Europa si stagliava davanti ai loro occhi, mentre la forma del nuovo ordine rimaneva incerta e incompiuta.

Tra coloro che hanno riflettuto sul destino dell’Europa, lo scrittore tedesco Ernst Jünger occupa un posto di rilievo. A differenza di molti suoi contemporanei, egli considerava i grandi conflitti come momenti che rivelavano la struttura nascosta di un’epoca. Attraverso le sue esperienze nelle due guerre mondiali, osservò l’ascesa del potere tecnologico, la mobilitazione di massa e la trasformazione dell’individuo in un elemento di vasti sistemi. Stalingrado si presentò come una delle massime espressioni di questo processo. L’eroismo era ancora presente, il sacrificio era ancora reale, eppure entrambi coesistevano in un campo di battaglia dominato dalla forza industriale e dalla mobilitazione totale. Le tradizioni guerriere dei secoli precedenti si scontravano con una nuova realtà plasmata dalle macchine, dalla burocrazia e dalla politica di massa. Jünger percepì in tali lotte la fine di una forma storica e l’emergere di un’altra, in cui la portata dell’organizzazione superava qualsiasi cosa conosciuta nella storia europea precedente.

Le conseguenze di Stalingrado aprirono la strada a uno scenario geopolitico radicalmente diverso. L’Unione Sovietica emerse dalla battaglia con un prestigio immenso, avendo assorbito il colpo più duro dell’offensiva tedesca e invertito la rotta. In tutta Europa, gli equilibri di potere si modificarono in modo decisivo. I vecchi imperi continentali entrarono nella loro fase finale, mentre nuove strutture di potere presero forma. Nei decenni successivi, il pensatore belga Jean Thiriart interpretò questi sviluppi attraverso una lente geopolitica. Sostenne che il futuro dell’Europa dipendesse dall’unità continentale su vasta scala piuttosto che dalla dipendenza da potenze esterne. Per Thiriart, la tragedia del XX secolo risiedeva nella frammentazione dell’Europa e nell’incapacità di agire come un’unica forza politica sull’intera massa continentale eurasiatica. Stalingrado rappresentò quindi più di una semplice svolta militare. Dimostrò l’importanza decisiva della dimensione continentale, della capacità industriale e della coesione civile nell’era moderna.

L’eredità di Stalingrado continua a risuonare perché ha toccato questioni ben più ampie di eserciti e confini. Ha segnato la sconfitta di un progetto che mirava al dominio attraverso la conquista e la gerarchia razziale, confermando al contempo la forza di una civiltà sovietica forgiata dalla rivoluzione, dall’industrializzazione e da immensi sacrifici. La battaglia ha rivelato che la sopravvivenza storica non dipende né dal prestigio ereditario né dal ricordo di una grandezza passata. Ogni civiltà affronta momenti di prova. Alcune ne escono rafforzate. Altre passano alla storia. Le rovine di Stalingrado sono diventate un monumento a questa realtà. Esse ci ricordano che il potere, la cultura e l’ordine politico traggono il loro significato dalla lotta. Nel corso dei decenni, la battaglia è rimasta un simbolo di resistenza, crollo, rinnovamento e trasformazione, plasmando la coscienza storica dell’Europa e dell’Eurasia ben oltre il momento in cui i cannoni tacquero sul Volga.

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America faustiana _ di Constantin von Hoffmeister

America faustiana

La ricerca di rinnovamento e trascendenza dell’America bianca

Constantin von Hoffmeister28 maggio
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Questo è un estratto dal mio libro Il destino dell’America bianca (Multipolar Press, 2026).

Nell’ottobre del 1916, nel pieno della Prima Guerra Mondiale, mentre gli eserciti europei erano impegnati in una carneficina meccanizzata nelle trincee della Somme, di Verdun e in innumerevoli altri campi di battaglia meno noti, il giovane scrittore americano H.P. Lovecraft si fermò a riflettere sul destino della propria civiltà. Le antiche nazioni europee – Francia, Germania, Gran Bretagna, Austria-Ungheria e Russia – stavano divorando i loro giovani tra bombardamenti di artiglieria e nubi di gas velenosi, un’apocalisse che infrangeva la fiducia nel progresso che caratterizzava il XIX secolo. In mezzo a questo sconvolgimento, Lovecraft pose una domanda cruciale: “Gli americani desiderano rimanere un popolo teutonico-celtico vigoroso e di sani principi morali, oppure desiderano trasformare il loro paese in un sordido e amorfo caos di degrado e ibridismo come la Roma imperiale?”. Lovecraft inquadrò la questione attraverso la lente della storia classica. L’Impero Romano, un tempo disciplinato ed espansionista, si era, a suo avviso, degenerato in una massa cosmopolita, dove le popolazioni provinciali si riversavano nella capitale e l’antico carattere romano si dissolveva. La sua domanda, quindi, si ricollegava a un dibattito ben più antico sul destino delle civiltà. Roma, Atene, Cartagine e gli imperi successivi si erano tutti trovati ad affrontare momenti in cui l’identità che li aveva costruiti sembrava dissolversi all’interno della stessa universalità che avevano creato. Lovecraft si chiedeva se l’America, nata appena un secolo e mezzo prima, avrebbe seguito la stessa traiettoria.

Per gran parte della sua storia iniziale, gli Stati Uniti si sono considerati una civiltà plasmata principalmente dalla colonizzazione europea. Dall’epoca coloniale fino al XIX secolo, il quadro culturale dominante rifletteva le tradizioni delle Isole Britanniche e del Nord Europa, rafforzate dalla migrazione di tedeschi, irlandesi, scandinavi e altri popoli europei che si sono gradualmente integrati nella più ampia popolazione americana. I leader politici e gli intellettuali descrivevano spesso la nazione come una continuazione della civiltà occidentale nel Nuovo Mondo. Questa autopercezione ha iniziato a cambiare radicalmente nel corso del XX secolo, in particolare dopo l’approvazione dell’Immigration and Nationality Act del 1965, che ha sostituito i precedenti sistemi di quote che avevano favorito l’immigrazione europea. La nuova legge ha aperto le porte dell’immigrazione in modo più ampio all’Asia, all’America Latina e ad altre regioni del mondo in via di sviluppo. Nei decenni successivi, la composizione demografica degli Stati Uniti è cambiata a un ritmo senza precedenti nella storia del paese. A più di sessant’anni da quella svolta legislativa, la domanda si ripropone: come interpretano gli stessi americani bianchi l’identità della nazione? In molte regioni di quella che i giornalisti spesso chiamano “America centrale” o “paese di passaggio”, ampie fasce della popolazione immaginano ancora gli Stati Uniti attraverso la vecchia narrazione di una società di discendenza europea. I flussi migratori a volte riflettono questo istinto di continuità culturale, con le famiglie che si trasferiscono in aree dove le comunità conservano tradizioni e norme sociali familiari. Tuttavia, la portata e la velocità del cambiamento demografico creano una potente controcorrente. Per i critici delle politiche migratorie contemporanee, il semplice rallentamento dell’afflusso non sembra sufficiente. Sostengono che sarebbero necessarie misure di vasta portata per ripristinare l’equilibrio demografico che un tempo definiva l’identità storica del paese.

Il significato storico più ampio dell’America, tuttavia, si estende oltre le questioni demografiche, fino al regno del carattere civilizzazionale. Molti osservatori hanno descritto gli Stati Uniti come espressione dello spirito faustiano identificato da Oswald Spengler. Nell’analisi di Spengler, la civiltà faustiana dell’Occidente ricerca un’espansione, un’esplorazione e un dominio dello spazio senza fine. L’America incarna questo impulso con notevole intensità. La conquista del West americano durante il XIX secolo illustra vividamente questo concetto. I coloni attraversarono vaste pianure e catene montuose, costruirono ferrovie attraverso i deserti e fondarono città dove un tempo la natura selvaggia si estendeva ininterrotta fino all’orizzonte. L’esperienza della frontiera richiedeva forza di volontà, resistenza e la volontà di affrontare l’ignoto. Con sangue, sudore e implacabile determinazione, la repubblica in espansione trasformò un continente immenso in una civiltà industriale. La stessa energia irrequieta spinse in seguito gli Stati Uniti a raggiungere traguardi scientifici e tecnologici. Quando gli Stati Uniti lanciarono i programmi spaziali Apollo e Mercury durante la Guerra Fredda, il simbolismo andò ben oltre il risultato tecnico dell’allunaggio degli astronauti. Le missioni portavano i nomi di divinità classiche – Apollo, il radioso dio del sole, e Mercurio, il veloce messaggero dell’Olimpo – collegando l’ambizione tecnologica moderna all’immaginazione mitologica dell’antica Europa. L’emblema dell’aquila, a lungo associato alla Roma imperiale e successivamente adottato dagli Stati Uniti come simbolo nazionale, sembrò quasi riemergere in una nuova forma mentre i razzi perforavano l’alta atmosfera. In quel momento, la spinta prometeica della civiltà occidentale si estese oltre la Terra stessa.

Questo stesso temperamento civilizzazionale permea la cultura americana sia a livello pratico che intellettuale. Il sistema capitalistico del paese incoraggia l’innovazione, l’assunzione di rischi e la ricerca di progetti ambiziosi che spingono al limite le capacità umane. Le imprese private portano avanti sempre più l’impulso esplorativo che un tempo apparteneva principalmente ai governi. Le aziende impegnate nell’esplorazione spaziale commerciale tentano di spingere la presenza umana sempre più in profondità nel sistema solare, ravvivando lo spirito che animava i precedenti programmi nazionali. In questo senso, i discendenti del Dottor Faust, il leggendario cercatore della conoscenza e del potere assoluti, continuano la loro ricerca attraverso i laboratori, le piattaforme di lancio e i centri di ricerca dell’America moderna. La spinta a trascendere i limiti, ad andare più lontano e più in alto di quanto le generazioni precedenti avessero mai immaginato possibile, rimane profondamente radicata nell’immaginario americano.

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