Italia e il mondo

Dossier: Eritrea, Djibouti, Somaliland, Puntland, Somalia _ di Bernard Lugan

Numero speciale: Stretto di Bab el-Mandeb – Mar Rosso

Dopo la quasi totale chiusura dello Stretto di Hormuz, la presa del controllo della sponda araba dello Stretto di Bab el-Mandeb da parte degli Houthi, alleati dell’Iran, sta sconvolgendo gli equilibri geopolitici del commercio marittimo. Infatti, dal 10 al 15% del commercio globale e quasi il 30% del traffico containerizzato transitano attraverso lo Stretto di Bab el-Mandeb. Qualsiasi interruzione in questo stretto ha quindi un impatto immediato sulle catene di approvvigionamento tra Asia, Golfo Persico, Europa e resto del mondo. Il Mar Rosso e lo Stretto di Bab el-Mandeb non erano al centro della geopolitica globale fino alla guerra Iran-Iraq. Fin dal XVI secolo, questa importante arteria economica è stata oggetto di intenso interesse da parte delle grandi e medie potenze. A lungo un vicolo cieco, il Mar Rosso è diventato una delle rotte marittime più trafficate al mondo dopo il 1869, anno dell’inaugurazione del Canale di Suez. Tuttavia, ancora oggi, le sue coste inospitali sono costellate di dhow ancorati all’imboccatura di queste rotte carovaniere, così vividamente descritte da Henry de Monfreid, e le cui persistenti dinamiche etno-tribali fanno da sfondo ai conflitti attuali. Oggi, il controllo dei suoi porti chiave – Gibuti, Berbera, Assab e, più a nord, quelli del Sudan – spiega la presenza militare regionale di Stati Uniti, Cina, Francia, Gran Bretagna, Emirati Arabi Uniti e Turchia. Gibuti, snodo militare e logistico del Mar Rosso, ospita una base americana, una cinese, una francese, e navi giapponesi e italiane vi fanno regolarmente scalo. Vale anche la pena notare che la Turchia, che ha fatto della Somalia un protettorato virtuale, ha messo in scena un ritorno spettacolare in quella che un tempo era la sua sfera d’influenza, dalla quale era stata espulsa durante la Prima Guerra Mondiale. La frammentazione tra tre stati – Eritrea, Gibuti e Somalia – più due stati autoproclamati, Somaliland e Puntland, contesi tra potenze regionali ed extraregionali, accresce la complessità della situazione attuale. L’obiettivo di questo numero speciale è di spiegarne le costanti. Ciò è tanto più importante in quanto, dalla fine di settembre, la guerra è ripresa in Etiopia, un conflitto su tre fronti (Tigray, Afar e Amhara). Al centro di tutto, ancora una volta, ci sono questioni etno-territoriali che minacciano di frantumare il mosaico etnico di un paese senza sbocco sul mare sin dall’indipendenza dell’Eritrea. Se questo conflitto dovesse degenerare in una nuova guerra di tutti contro tutti, l’intera regione del Corno d’Africa potrebbe essere travolta dalle fiamme. Il numero di novembre 2026 di Afrique Réelle dedicherà un ampio spazio a questo nuovo conflitto e alle sue conseguenze. Bernard Lugan

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Il Mar Rosso e lo Stretto di Bab el-Mandeb erano al centro della geopolitica globale ben prima della guerra Iran-Iraq. Fin dal XVI secolo, questa importante arteria economica è stata oggetto di intenso interesse da parte delle grandi e medie potenze. Oggi, dal 10 al 15% del commercio globale e quasi il 30% del traffico containerizzato transitano attraverso lo Stretto di Bab el-Mandeb. Qualsiasi interruzione del suo traffico ha un impatto immediato sulle catene di approvvigionamento tra Asia, Golfo Persico, Europa e resto del mondo. Per questo motivo, fin dall’epoca delle scoperte portoghesi nel XVI secolo, la regione è stata teatro di rivalità militari. Porta marittima tra l’Oceano Indiano e il Mar Rosso, il controllo dei suoi porti chiave – Gibuti, Berbera, Assab e, più a nord, quelli del Sudan – spiega l’attuale presenza militare di Stati Uniti, Cina, Francia, Gran Bretagna, Emirati Arabi Uniti, Turchia e altri. È così che Gibuti, il “centro” militare e logistico del Mar Rosso, ospita una base americana (Camp Lemonnier), una base cinese, una base francese, e vi sono regolarmente presenti navi giapponesi e italiane.

ERITREA

L’Eritrea è una striscia di terra lunga 1000 km che si affaccia sul Mar Rosso, con una superficie di 121.000 km². È abitata da quasi 4 milioni di persone appartenenti a diversi gruppi etnici, equamente divise tra musulmani e cristiani.

Colonia italiana dal 1889 al 1941, l’Eritrea passò sotto l’amministrazione britannica fino al 1952, quando le Nazioni Unite permisero all’Etiopia di annetterla come entità autonoma con propria bandiera e governo. Dieci anni dopo, nel 1962, l’Etiopia la annesse definitivamente, scatenando una ribellione che si sarebbe conclusa solo trent’anni dopo, nel maggio del 1991, con la conquista di Asmara e la vittoria sull’esercito etiope. Nel 1993, nell’euforia della vittoria sul regime del colonnello Mengistu Haile Mariam, soprannominato “l’Imperatore Rosso”, l’Etiopia, sotto la guida di Meles Zenawi, riconobbe l’indipendenza dell’Eritrea, guidata da Isaias Afwerki. Il problema in Eritrea era la necessità di costruire uno stato, motivo per cui il regime di Asmara optò per la centralizzazione con un sistema a partito unico che si trasformò in una brutale dittatura. Una volta svanita l’iniziale alleanza militare, iniziarono ad emergere segnali di tensione tra Etiopia ed Eritrea quando, nel novembre del 1997, quest’ultima decise di creare una propria valuta, il nacf. Il messaggio di Asmara ad Addis Abeba fu chiaro: l’Eritrea stava effettivamente conquistando la propria indipendenza ritirandosi dal sistema monetario etiope – la cui valuta era il birr – e dalla zona di libero scambio che univa i due paesi. Fino ad allora, Addis Abeba aveva, in un certo senso, considerato l’indipendenza dell’Eritrea puramente teorica, poiché i due paesi erano ancora legati da una moneta comune. Tuttavia, in seguito alla separazione dall’Etiopia, l’Eritrea sentì la necessità di affermare la propria identità per sfuggire alla condizione di vassallaggio che la sua ex potenza coloniale intendeva mantenere. Le relazioni si deteriorarono gradualmente, con l’Eritrea che accusava l’Etiopia di interferenze, mentre Addis Abeba faticava ad accettare che Asmara avesse deciso di agire in modo indipendente, senza dover rendere conto alla sua ex potenza coloniale. Il conflitto è scaturito da una disputa territoriale: l’Eritrea chiedeva all’Etiopia la restituzione di diverse aree che riteneva le spettassero di diritto, dando inizio alle ostilità che si sono protratte dal 1998 al 2018. Nel 2018, la realtà ha colpito duramente l’Etiopia, che si è resa conto di non poter intraprendere una guerra per strappare Assab all’Eritrea. Nel luglio dello stesso anno, il Primo Ministro etiope Abiy Ahmed e il Presidente eritreo Isaias Afwerki hanno posto fine a questo conflitto irrisolvibile che stava prosciugando le risorse di entrambi i paesi.

La Repubblica di Gibuti è abitata da popolazioni afar e somale.

Gli Afar sono un popolo cuscitico la cui lingua è l’afar. Sono presenti a Gibuti, in Etiopia e in Eritrea. Anticamente erano conosciuti come Danakil. Pastori nomadi che vivono nelle zone aride della depressione dell’Afar, costituiscono la popolazione indigena della regione di Obock e Tadjoura (Tadjourah). I Somali sono composti da due gruppi: gli Issa, che sono indigeni, e gli Issak, che sono migranti provenienti dal Somaliland. Entrambi appartengono al gruppo Dir (mappa a pagina 10).

GIBUTI: IL SECOLO FRANCESE (1862-1977)

Poche terre lontane hanno affascinato l’immaginazione francese quanto l’avamposto commerciale di Obock e, in seguito, la colonia di Gibuti. Molti avventurieri furono ispirati dai sogni di Arthur Rimbaud o dai racconti di Henry de Monfreid. Eppure, come il grande storico Henri Brunschwig descrisse freddamente e scientificamente, inizialmente si trattava di una “colonia inutile”. Eppure, nel 1884, fu per ragioni strategiche che la Francia si stabilì su questa costa, particolarmente inospitale per sua natura, e fu attorno a un porto e, successivamente, a una linea ferroviaria che conduceva all’Etiopia, che la sua presenza si radicò saldamente.

Il Mar Rosso sta diventando strategico

L’11 marzo 1862, con una convenzione firmata con un inviato del sultano afar di Tadjourah, allora chiamato Danakil, la Francia prese possesso di Obock per la somma di 52 franchi d’oro. Tuttavia, Parigi attese fino al 1884 per stabilirvi una vera e propria base navale. Poiché Obock presentava seri inconvenienti, non ultimo la scarsa profondità del suo porto, nel 1888 fu acquisito il sito di Gibuti. Il 20 maggio 1896, la Francia, che possedeva diverse piccole enclavi (Obock, Tadjourah, il territorio del Danakil e il protettorato somalo), le unificò in un’unica entità di 23.000 km², che divenne nota come Colonia della Somalia francese e delle sue dipendenze (CFS), con Gibuti come capitale. Nel 1882, l’Italia, che deteneva il controllo del Golfo di Assab dal 1869, decise di occuparlo di fatto prima di impadronirsi di Massaua all’inizio del 1885. Da quel momento in poi, Roma perseguì una politica regionale molto attiva e cercò di imporre il suo protettorato sull’Abissinia (Etiopia). A partire dal 1898, la costruzione della ferrovia Gibuti-Addis Abeba trasformò completamente il destino della Somalia francese, poiché il porto di Gibuti divenne la porta d’accesso all’altopiano abissino. Tuttavia, le ambizioni regionali dell’Italia portarono a crisi le cui conseguenze dovettero essere sopportate dall’insediamento francese.

ambizioni italiane

In seguito alla firma del Trattato di Londra nell’aprile del 1915, l’Italia entrò in guerra a fianco degli Alleati dell’Intesa in cambio di garanzie di compensazione territoriale, parte della quale sarebbe stata ottenuta in Africa orientale per la sua colonia dell’Eritrea. Nel dopoguerra, queste promesse furono dimenticate fino agli Accordi di Roma, firmati nel gennaio del 1935 tra Pierre Laval e Benito Mussolini, una cui clausola prevedeva la cessione di parte della Somalia francese all’Italia. Con la campagna d’Etiopia (1935-1936), l’Italia fu costretta a inviare rinforzi di uomini e mezzi nella regione. Poiché i porti di Massaua e Assab non erano attrezzati per gestire questo volume aggiuntivo, gli italiani furono costretti a utilizzare il porto di Gibuti e la sua ferrovia, quintuplicando il traffico tra il 1935 e il 1937. Nel giugno del 1940, le forze italiane che attaccavano le Terre Francesi del Sud e dell’Antartide (CFS) furono respinte con l’aiuto di contingenti britannici provenienti dalla Somalia. Con l’armistizio del giugno 1940, gli italiani divennero quasi alleati e gli inglesi nemici, alterando profondamente gli equilibri di potere locali. Le autorità francesi rimasero saldamente fedeli a Vichy fino al 1° gennaio 1943, quando le truppe britanniche conquistarono Gibuti. Dopo la guerra, la Francia nutriva ambiziosi progetti per la sua colonia e decise di trasformarla in un porto internazionale. Il costo del progetto fu considerevole, poiché richiedeva il dragaggio del porto per accogliere tutti i tipi di navi, l’aumento del numero di banchine e la creazione di uno scalo merci per collegarle direttamente alla ferrovia di Addis Abeba. La Francia si impegnò anche a trasformare i Territori Francesi del Sud e dell’Antartico (CFS) in un centro finanziario internazionale. Per attrarre investitori, nel marzo 1949 fu creato il franco gibutiano, liberamente convertibile in dollari. Contemporaneamente, Gibuti divenne un porto franco destinato a controllare tutti gli scambi commerciali con l’Etiopia. Tuttavia, gli sforzi francesi furono in qualche modo ridimensionati da tre nuovi sviluppi:

1) Il contesto regionale era cambiato dopo la guerra. Nel 1952, le Nazioni Unite, avendo deciso di ricompensare l’Etiopia per la sua lotta contro l’Italia fascista, le assegnarono l’Eritrea, ex colonia italiana. L’Etiopia ebbe così finalmente accesso diretto al mare e, da quel momento in poi, fu chiaro che, per non dipendere più da Gibuti, avrebbe sviluppato i propri porti, tra cui quello di Assab.

2) Dal 1967 al 1975, Gibuti subì pienamente l’impatto della chiusura del Canale di Suez, che comportò la deviazione della rotta di Suez verso il Capo di Buona Speranza.

3) Dal 1945 al 1965, la popolazione della CFS raddoppiò, passando da 45.000 a 103.000 individui, per poi raddoppiare una seconda volta in dieci anni, raggiungendo i 250.000 abitanti nel 1975.

Verso la libertà

La denominazione di Somaliland francese (Côte française des Somalis) era impropria, poiché la sua popolazione era duplice: Afar (Danakil) e Issa (Somali). I Somali costituivano la maggioranza a causa dell’immigrazione di numerosi Issa dal Somaliland e da altre tribù somale provenienti dai paesi limitrofi. Gli Issa della CFS, o Somali “autoctoni”, erano meno numerosi degli Afar. Il censimento non ufficiale condotto per il referendum del 1967 registrò 22.000 elettori Afar contro 14.700 Issa. La rivalità tra questi due gruppi ha plasmato l’intera vita politica del territorio, soprattutto da quando gli inglesi avevano iniziato a elaborare un piano per unificare tutte le popolazioni somale del Corno d’Africa, che, unendosi in un unico stato, avrebbero potuto dare origine alla “Grande Somalia”. Con la creazione della Somalia, avvenuta nel luglio del 1960 attraverso l’unione dell’ex Somalia britannica e dell’ex Somalia italiana, il nazionalismo somalo e il suo irredentismo ebbero naturalmente delle conseguenze negli Stati Federati di Micronesia, che divennero un territorio d’oltremare nel 1946.

Pertanto, gli Afar, temendo il dominio degli Issa, rafforzato dagli immigrati somali, si schierarono con coloro che sostenevano il mantenimento della Somalia francese (CFS) all’interno del quadro francese. Dal canto loro, gli Issa si battevano per l’indipendenza, e alcuni dei loro leader arrivarono persino a propugnare l’annessione diretta alla “Grande Somalia”. Il 17 marzo 1967, la Francia organizzò un referendum nel territorio. La popolazione votò per l’indipendenza immediata o per rimanere all’interno della Repubblica francese con un nuovo status. Questa votazione fu seguita con grande attenzione dall’Etiopia, che all’epoca si trovava ad affrontare un’insurrezione nell’Ogaden, un territorio abitato da tribù somale. Addis Abeba temeva un voto a favore dell’indipendenza, che avrebbe significato una vittoria per gli Issa, e quindi per i somali, e forse anche l’annessione di Gibuti alla “Grande Somalia”, che includeva l’Ogaden etiope. Il voto è stato interamente etnico, con 22.000 elettori Afar e 22.555 voti a favore dell’adesione alla Francia. Si sono registrati anche 900 elettori europei e 1.400 arabi, mentre i voti contrari sono stati 14.666 e quelli dell’elettorato Issa 14.700. È interessante notare che solo i somali di origine africana…

La popolazione di Gibuti era stata chiamata a votare, e si dava per scontato che se tutti i somali avessero partecipato alle elezioni, il risultato sarebbe stato naturalmente completamente diverso. Questa votazione segnò quindi la generalizzazione della democrazia etno-matematica che avrebbe creato tanta agitazione in Africa durante gli anni ’80 e ’90. All’annuncio dei risultati, scoppiarono violenti scontri a Gibuti perché gli Issa, e più in generale tutti i somali, si rifiutarono di accettare la vittoria degli Afar. Invece di placare le tensioni, il referendum le aveva al contrario esacerbate, e si era instaurata una struttura di potere afar. La rottura tra le due popolazioni divenne definitiva, con le truppe francesi che fungevano da arbitri. Il 3 luglio 1967, la Somalia francese (CFS) divenne il Territorio degli Afar e degli Issa (TAI), un nome che finalmente teneva conto del dualismo etnico locale. Poi la Francia decise di ritirarsi, per cinque ragioni principali:

1) Le spese sostenute a causa della situazione costituzionale del Territorio stavano diventando eccessive.

2) Le autorità locali elette (Ali Aref e il suo clan) stavano diventando incontrollabili. 3) Le tensioni con la Somalia si stavano intensificando.

4) L’Etiopia stava combattendo la ribellione eritrea e la Francia temeva di essere coinvolta nel conflitto.

5) I paesi africani, quelli della Lega Araba e il Comitato di Decolonizzazione delle Nazioni Unite hanno criticato la Francia per la sua presenza “coloniale”.

Per tutte queste ragioni, la Francia decise di imporre l’indipendenza ai suoi alleati Afar. Nel dicembre del 1975, Ali Aref abbracciò questa idea e il suo partito divenne l’Unione Nazionale per l’Indipendenza. A contrastarlo, e quindi a contrastare gli Afar, c’era la Lega Popolare Africana per l’Indipendenza, un movimento degli Issa e, più in generale, del popolo somalo, guidato da Hassan Gouled, che assunse un atteggiamento sempre più assertivo. Nel luglio del 1976, gli eventi precipitarono in seguito alle dimissioni di Ali Aref. Il 28 febbraio 1977 si tenne a Parigi una Conferenza della Tavola Rotonda, che riunì tutte le fazioni politiche ed etniche dell’Alleanza Afar. Seguì un secondo incontro ad Accra, in Ghana, tra marzo e aprile, sotto l’egida dell’OUA (Organizzazione dell’Unità Africana). La Lega Araba approvò successivamente il piano di indipendenza, che prevedeva un’alleanza politica tra gli Afar e gli Issa. Con il consenso di tutte le parti coinvolte, l’8 maggio 1977 si tenne un referendum in cui gli abitanti del Territorio degli Afar e degli Issa votarono a favore dell’indipendenza con il 98,8%. Lo stesso giorno si svolsero le elezioni legislative con una lista unica composta da 33 candidati Issa, 30 candidati Afar e 2 candidati arabi, tutti riuniti sotto la bandiera del Raggruppamento Popolare per l’Indipendenza. Il 27 giugno 1977 il Territorio ottenne l’indipendenza con il nome di Repubblica di Gibuti. In realtà, dopo un periodo di dominio Afar, il paese cadde sotto il dominio degli Issa e, più in generale, sotto quello dei Somali. Tutti gli eventi successivi derivarono da questa realtà, esacerbata dai disordini e dalle guerre in Eritrea, Etiopia e Somalia.

AFAR E ISSA: L’IMPOSSIBILE DEMOCRAZIA ETNICA

A Gibuti, la vita politica viene compresa attraverso la lente dell’etno-clan.

Nato nel 1977 su iniziativa francese, il neonato Stato di Gibuti soffriva di una mancanza di una realtà storica consolidata, dell’esistenza di confini artificiali e, soprattutto, di una divisione etnica aggravata dalla molteplicità dei clan. Inoltre, geograficamente incastonato tra Eritrea, Etiopia e Somalia, la Repubblica di Gibuti divenne una cassa di risonanza per i conflitti che affliggevano i paesi vicini, poiché la sua popolazione è imparentata con quella degli abitanti di questi tre paesi. Le tensioni etniche furono esacerbate dall’indipendenza, in quanto, a seguito di regolari flussi migratori, la popolazione somala aveva superato numericamente quella afar. Il blocco somalo, ovvero gli Issa, gli Issak e i Gadaboursi, rappresentava più della metà della popolazione di Gibuti. Mentre gli Issa erano dominanti tra i somali, il potere effettivo era nelle mani del sottoclan Mamassan, a cui apparteneva il presidente Hassan Gouled.

Regali etnici

Nel 1991, di fronte alla presa del potere da parte dell’Issa, sostenuto da vari gruppi somali, gli Afar tentarono un colpo di stato. Questo scatenò disordini che si diffusero in tutta la regione Afar nel gennaio del 1992. Nel giro di poche settimane, l’esercito gibutiano dell’Issa fu cacciato dal paese Afar o intrappolato nelle sue guarnigioni, come quelle di Obock, Tadjourah, Yokobi e Dikhil. La guerra si concluse con la firma di accordi di pace nel dicembre del 1994. Questi accordi prevedevano la legalizzazione del FRUD (Fronte per la Restaurazione dell’Unità e della Democrazia) e persino il suo ingresso nel governo, ma lasciarono dietro di sé un paese profondamente diviso e devastato. Nel gennaio del 1999, all’età di 83 anni, il presidente Hassan Gouled Aptidon si ritirò dopo 22 anni al potere. Le elezioni presidenziali si sono tenute il 6 aprile e sono state vinte dal suo successore designato, Ismael Omar Guelleh, che, come Issa del clan Mamassan, era stato il suo capo di gabinetto per oltre vent’anni. Nel 2025, ha fatto approvare una riforma che ha eliminato il limite di età per la carica presidenziale, consentendogli di ricandidarsi nel 2026.

La presenza militare francese

Camp Lemonnier, l’ex campo della Legione Straniera francese, intitolato al generale Émile-René Lemonnier, ufficiale delle truppe coloniali giustiziato dai giapponesi nel 1945 per essersi rifiutato di arrendersi in Indocina, è ora il quartier generale della Combined Joint Task Force Horn of Africa (CJTF-HOA) e l’unica base militare statunitense permanente in Africa. L’affitto pagato a Gibuti ammonta a decine di milioni di dollari all’anno. La Base Aerea 188 – Colonel Massart (BA 188) è l’installazione militare francese a Gibuti, situata presso l’aeroporto di Ambouli. Prende il nome dal colonnello René Massart, un pilota francese morto in servizio nel 1988. Costituisce il nucleo della presenza francese nel paese, insieme a unità terrestri e navali separate. La presenza di questa base consente il rapido dispiegamento delle forze francesi in Africa orientale, Medio Oriente e Oceano Indiano, oltre a fungere da centro di addestramento in un ambiente desertico. La Francia mantiene inoltre a Gibuti il ​​5° Reggimento Interforze d’Oltremare (5° RIAOM). Complessivamente, a Gibuti sono di stanza circa 1.400 militari francesi dell’Esercito, dell’Aeronautica e della Marina.

DJIBOUTI, UNO STATO PORTUALE

   Il porto di Gibuti è il cuore dell’economia della Repubblica di Gibuti. Genera la maggior parte del PIL, delle entrate pubbliche e dei posti di lavoro. È uno dei porti più efficienti dell’Africa, classificato al primo posto nel continente e al 24° posto nel mondo secondo l’indice di efficienza dei porti per container.

  Tradizionalmente, Gibuti rappresenta per l’Etiopia, che non ha sbocchi sul mare, una via naturale di accesso al mare, poiché è da lì che parte la ferrovia che conduce direttamente ad Addis Abeba, capolinea della linea ferroviaria. Sin dalla sua entrata in servizio nel 1917, Gibuti è quindi il porto dell’Etiopia. A partire dal 1954, Addis Abeba poté persino istituirvi una sede doganale autonoma incaricata di accelerare e facilitare la circolazione delle merci. Negli anni ’60 Gibuti fu il principale sbocco commerciale dell’Etiopia, di cui garantiva il 60% del volume. Successivamente, con il regime marxista del colonnello Mengistu Haile Mariam al potere ad Addis Abeba dal 1974 al 1991, Gibuti fu trascurato a favore del porto, allora etiope, di Assab, nell’attuale Eritrea, e meno del 10% del commercio etiope continuò a transitare per Gibuti. Assab, che aveva beneficiato di ogni attenzione da parte del governo marxista etiope e persino di misure protezionistiche volte a imporla come sbocco commerciale essenziale del Paese, arrivò così a rappresentare fino all’85% del commercio etiope. L’indipendenza dell’Eritrea nel 1993 cambiò naturalmente la situazione, poiché Assab divenne un porto eritreo e i suoi svantaggi, fino ad allora compensati dall’esercizio della sovranità etiope, si fecero allora sentire. Essi erano essenzialmente legati all’esistenza di una strada asfaltata di 870 km ormai in gran parte in condizioni precarie. Pertanto,   dal 1998, il traffico etiope transita nuovamente attraverso Gibuti, il che rappresenta una vera manna per il Paese. A Gibuti, i porti (Doraleh, terminal per container e zone franche) sono al centro di un modello economico basato sul transito, sulla riesportazione e sul trasbordo. I massicci investimenti (porti, ferrovie, zone economiche speciali) hanno consentito una crescita media di circa il 6% all’anno nell’ultimo decennio. Nel 2023, il settore portuale ha registrato una crescita del 34% grazie al commercio con l’Etiopia e all’ aumento del trasporto ferroviario. Nel 2024, l’attività portuale è cresciuta ulteriormente del 7,4%, trainata da un’impennata del trasbordo (+98%) legata alle tensioni nel Mar Rosso che hanno modificato le rotte marittime. Oggi Gibuti funge da porta d’accesso marittima per l’Etiopia, paese senza sbocco sul mare con 120 milioni di abitanti, il cui commercio transita per oltre il 90% attraverso Gibuti. Dal punto di vista economico, i problemi che possono presentarsi a Gibuti sono di due tipi: – Le tensioni regionali con i rischi che gravano sullo stretto di Bab el-Mandeb. – La dipendenza da un unico partner, ovvero l’Etiopia.

  LA QUESTIONE SOMALA

   Il gruppo etnico somalo occupa una vasta parte del Corno d’Africa. I somali sono divisi in tre grandi gruppi, a loro volta suddivisi in tribù, clan e sottoclan. Si tratta dei Darod, degli Irir e dei Saab. È attorno a loro e alle loro numerose suddivisioni che si esercitava il potere tradizionale e che si sta svolgendo l’attuale conflitto[1].

  Durante il periodo coloniale, i clan somali furono suddivisi in cinque aree territoriali: il Somaliland britannico, il Distretto Settentrionale del Kenya, l’Ogaden etiope, la Somalia italiana e la Costa francese dei Somali. Nel 1936, dopo la vittoria sull’Etiopia, l’Italia annetté l’Ogaden alla Somalia. All’indomani della seconda guerra mondiale, un progetto britannico noto come «piano Bevin» propose la creazione di una Grande Somalia che riunisse il Somaliland, la Somalia e l’Ogaden, ma il progetto fallì poiché l’Etiopia si rifiutò di rinunciare all’Ogaden. Il 26 giugno 1960 il Somaliland ottenne l’indipendenza, seguito il 1° luglio dalla Somalia. Lo stesso giorno, i parlamenti dei due Stati decisero la fusione, dando così vita alla Repubblica di Somalia. Il nuovo Stato fu rapidamente lacerato dal clanismo, con il regime parlamentare che ne amplificava le divisioni, poiché ogni clan e ogni sottoclan aveva il proprio partito. Per una popolazione di meno di cinque milioni di abitanti, furono così registrati 90 partiti politici. Al presidente Edem Abdullah Osman succedette il presidente Ali Shermake, assassinato il 15 ottobre 1969. Il capo dell’esercito, il generale Siyad Barre prese allora il potere. Era un Darod del clan Maheran. Nel tentativo di porre fine al tribalismo e al clanismo, trovò una valvola di sfogo nel nazionalismo pan-somalico. La bandiera del Paese era del resto contrassegnata da una stella a cinque punte che simboleggiava la volontà di riunire tutti i somali in un unico Stato.

   Nel 1977, il generale Siyad Barre lanciò il proprio esercito nell’avventurosa guerra dell’Ogaden che lo oppose all’Etiopia e che si concluse in un vero e proprio disastro. La Grande Somalia non sarebbe esistita e, svanito il mito, le realtà claniche si imposero con ancora maggiore forza rispetto al passato. Il presidente somalo vide così sgretolarsi il proprio potere e, dopo aver combattuto il clanismo, fu allora costretto a fare affidamento proprio su di esso. Ben presto, il governo venne indicato solo con l’abbreviazione MOD, che significava Maheran Ogadeni-Dhulbahante, ovvero i tre clan Darod coinvolti negli affari di governo. Nel mese di aprile del 1978 una ribellione militare fomentata da ufficiali Majertein fu ferocemente repressa. Gli insorti furono giustiziati e il territorio majertein, nel nord-est della Somalia, fu oggetto di rappresaglie. Scoppiò allora una terribile guerra, al termine della quale il potente sottoclan degli Hawiyé ebbe la meglio sui Maheran. Poiché questi ultimi erano gli ultimi sostenitori del regime, il generale Siad Barre fu rovesciato il 27 gennaio 1991. Dopo la sua partenza, la Somalia subì il dominio di due fazioni antagoniste del CSU (Congresso Somalo Unificato), movimento degli Hawiyé che si frammentò secondo un criterio sub-clanico, con gli Agbal che si opponevano agli Habar Gedir (o Habr Gedir). Ali Mahdi Mohamed, capo del sottoclan Agbal, prese allora il potere e, già nel mese di febbraio 1991, iniziò a cacciare da Mogadiscio i suoi ex alleati Darod appartenenti alle tribù Majertein e Ogadeni. Poi, nel mese di novembre, i clan Hawiye si scontrarono in una guerra totale per il controllo di  Mogadiscio. Il conflitto oppose il clan Agbal di Ali Mahdi Mohamed al clan degli Habar Gedir guidato dal « generale» Mohamed Farah Aidid. Nel nord del Paese, il 18 maggio 1991, il Somaliland, ex protettorato britannico, si dichiarò indipendente. La guerra tra le milizie claniche provocò una terribile carestia e l’opinione pubblica americana si mobilitò. Nel dicembre 1992, un corpo di spedizione sbarcò in un’enorme operazione mediatica per «restituire la speranza» alle popolazioni somale. Il nome dell’operazione fu quindi «Restore Hope» e fu avviata in nome di una nuova dottrina inventata per l’occasione, l’ingerenza umanitaria. L’operazione fu un fallimento totale e il 4 maggio 1993, l’ONU subentrò agli Stati Uniti facendo sbarcare un corpo di spedizione di 28.000 uomini. Il 3 ottobre, 18 soldati americani furono uccisi e il presidente Clinton decise il ritiro delle truppe, abbandonando nel pantano somalo il contingente dell’ONU composto da soldati pakistani e bengalesi. Il 28 febbraio 1995 fu necessario un nuovo sbarco, denominato operazione «Scudo Unificato», per liberare gli sfortunati che erano diventati ostaggi. L’ONU lasciò la Somalia con un amaro fallimento politico e militare che le era costato 136 morti e 423 feriti. 

  I clan somali si ritrovarono quindi tra di loro e cominciarono a scontrarsi con ancora maggiore intensità. Poi un nuovo movimento fece la sua comparsa sulla scena somala: i Tribunali islamici, con le loro milizie Al-Shabaab, conquistarono una parte della Somalia, respingendo le forze «governative» e minacciando di prendere Mogadiscio. Nel 2007 l’Unione Africana dispiegò una missione per sostenere il governo federale di transizione che era stato appena costituito e per aiutarlo a combattere l’insurrezione islamista che si stava diffondendo nel sud e nel centro del Paese. Nel 2011 il Kenya inviò il proprio esercito in Somalia per combattere Al-Shabaab e tentare così di porre fine alle campagne terroristiche di cui era vittima. Nel 2012 fu istituito un governo federale somalo. Nel Nel 2015 nacque lo Stato Islamico in Somalia e poi, nel 2017, attentati su larga scala insanguinarono Mogadiscio. Nel 2022, il governo lanciò una potente offensiva che gli permise di riconquistare un terzo del territorio controllato da Al-Shabaab, ma nel 2023 il Puntland smise di riconoscere il governo federale e si dichiarò di fatto indipendente. Nel 2024 il Jubaland seguì la stessa linea politica del Puntland, il che segnò la rottura tra gli Stati federati e Mogadiscio.  

  SOMALIA: LA CRISI DEL 2026  

  In Somalia, all’inizio del 2026 è scoppiata una grave crisi politica poiché, con la scadenza dei mandati del Parlamento (aprile) e del presidente (maggio), le manovre volte a prorogarli hanno portato a una situazione di stallo costituzionale di cui hanno approfittato i jihadisti di Al-Shabaab.

   Dall’inizio del 2026, Al-Shabaab, che conduce attacchi contro i civili, le forze somale e le infrastrutture, sta riconquistando i territori persi nel 2022, in particolare nel centro del Paese e a sud di Mogadiscio. Per frenare questa offensiva, gli Stati Uniti, l’Etiopia e gli Emirati Arabi Uniti stanno conducendo attacchi contro Al-Shabaab e lo Stato Islamico. Da parte sua, la Missione di sostegno e stabilizzazione dell’Unione Africana (AUSSOM) è diventata teoricamente operativa nel gennaio 2026, ma soffre di una carenza di finanziamenti e di disaccordi sul comando. Il mandato del presidente Hassan Sheikh Mohamud è scaduto il 15 maggio 2026, ma il Parlamento federale ha adottato nel marzo 2026 alcuni emendamenti costituzionali che ne prorogano il mandato di un anno, fino a maggio 2027. In risposta, l’opposizione e diversi Stati federati hanno denunciato un «colpo di Stato costituzionale», il che ha provocato una frattura e una rottura tra Mogadiscio e diversi Stati. A metà giugno 2026, il Puntland ha di fatto proclamato la secessione nominando un comandante dell’esercito, senza dimenticare che il suo governo si considera un «governo indipendente» dal 2024. Il Jubaland ha preso le distanze da Mogadiscio, così come il Galmudug, uno dei cinque Stati federati della Somalia, situato al centro del Paese. Qui, la crisi politica si è aggravata nel 2026, con tensioni estreme tra il governo federale e il presidente dello Stato. Ebbene, il Galmudug è una zona di intenso conflitto, dove Al-Shabaab controlla gran parte del centro e del sud-est. La situazione è tanto più complessa in quanto il Galmudug è un mosaico clanico che lo rende una Somalia in miniatura. Vi vivono, tra gli altri, gli Habar Gidir, un sottoclan degli Hawiye, e diversi sottoclan  Darod come i Maheran e i Majerteen. Lo Stato del Galmudug è oggi un punto nevralgico per la Somalia poiché si trova al centro geografico del Paese ed è attraversato da assi stradali fondamentali che collegano Mogadiscio a nord, e quindi al Puntland secessionista.

  LA SOMALIA: UN PROTETTORATO TURCO?  

  La presenza turca nel Mar Rosso e in Somalia, che si inserisce in una lunga storia ereditata dal periodo ottomano (XVI–XX secolo), sta vivendo dal 2011 una ripresa strategica.  

  A seguito della visita del presidente Erdogan nel 2011, la Turchia ha instaurato un rapporto privilegiato con la Somalia. La Turchia svolge così un ruolo centrale, sia in ambito di sicurezza che politico ed economico. Diventata un attore di primo piano nella questione somala, i suoi interessi strategici regionali sono ormai allineati al futuro del paese. Un ritorno alla lunga storia La Turchia è presente nel Mar Rosso e in Somalia dal 1517, data della caduta dei Mamelucchi d’Egitto, che aprì il Mar Rosso e il Corno d’Africa all’Impero ottomano. Quest’ultimo cercava allora di contrastare i portoghesi nell’Oceano Indiano. Gli Ottomani controllarono in seguito Suakin (Sudan), Massaua (Eritrea), Hodeida (Yemen), ed esercitarono un controllo quasi totale sulla navigazione nel Mar Rosso. Nel 1559, Zeila fu annessa all’ Impero ottomano da Özdemir Pascià. Il nord della Somalia, in particolare Zeila e Berbera, rimase sotto il dominio ottomano fino al 1916, quando l’alleato locale della Porta, lo Stato derviscio (vedi pagina 15), crollò sotto la pressione militare britannica, italiana ed etiope. Questo contesto spiega perché, per la Turchia, la Somalia non sia una terra straniera. Oggi la Turchia ha fatto il suo grande ritorno nel Mar Rosso e nel Golfo di Aden, importante corridoio energetico con i snodi marittimi fondamentali di Bab el-Mandeb e Suez. Qui sta sviluppando una crescente capacità navale e un’influenza diplomatica. Dal 2017 dispone in Somalia della base militare TURKSOM, dove vengono addestrati i soldati somali. Il 2026 ha segnato una svolta nel coinvolgimento turco in Somalia: Ankara non si accontenta più di addestrare l’esercito somalo, poiché le sue forze sono ora direttamente impegnate al fianco delle unità somale. Nel mese di gennaio 2026, la Turchia ha schierato degli F-16 con base a Mogadiscio e ha previsto nuovi progetti di basi aeree e navali.  

  Questo coinvolgimento nella lotta contro Al-Shabaab modifica l’equilibrio delle forze e le dinamiche del conflitto. Dal 2024, la Turchia è responsabile della gestione e della protezione della Zona Economica Esclusiva (ZEE) della Somalia in cambio del 30% dei relativi proventi. Nel 2026 vi ha dispiegato una nave di trivellazione in seguito alla scoperta di un importante giacimento petrolifero e ha inviato tre navi da guerra per garantire la sicurezza delle operazioni di trivellazione. Allo stesso tempo ha creato la SOMTURK, una società mista turco-somaliana per la gestione delle risorse ittiche. Inoltre, la gestione del porto e dell’aeroporto di Mogadiscio è stata affidata a imprese turche. Oltre a ciò, la Turchia esercita un enorme soft power attraverso le borse di studio concesse agli studenti somali. Tutto ciò dimostra che la Somalia è una sfida energetica strategica per Ankara, che cerca di garantire i propri investimenti nel Paese, affermandosi al contempo come potenza marittima nel Mar Rosso… come prima del 1916. Tuttavia, mentre la Turchia rafforza il potere del presidente Hassan Sheikh Mohamud, scoppiano tensioni con gli Stati federati che si sentono emarginati da una crescente centralizzazione. Ciò fa sì che la Turchia si trovi a sua volta a dover affrontare le costanti divisioni claniche somale. L’attivismo turco nella regione del Corno d’ Africa sconvolge gli equilibri e la competizione regionale, provocando una forte rivalità con gli Emirati Arabi Uniti, molto attivi in Somaliland, nel Puntland e nel Jubaland, tre Stati che si scontrano con il governo centrale sostenuto da Ankara. In realtà, poiché la Turchia ha fatto della Somalia un pilastro della propria strategia energetica e marittima nel Mar Arabico e nel Golfo di Aden, si è quindi inserita in un gioco complesso che la pone in diretta competizione con l’Arabia Saudita e gli Emirati Arabi Uniti. Per non parlare delle tensioni indirette con l’Etiopia, che a sua volta cerca di estendere la propria influenza regionale e, innanzitutto, di aprirsi uno sbocco marittimo sul Somaliland.  

  IL PUNTLAND NON È UNA FANTASIA  

  Il nome “Puntland” deriva dal “Paese di Pount”, la “Terra di Pount” dei testi egizi. Successivamente, tra il 1899 e il 1920, esistette lo Stato derviscio, un’entità clanico-religiosa darod nel nord della Somalia, principalmente nell’attuale Puntland. Nel 1998, i fondatori dello Stato autonomo hanno scelto il nome Puntland per sottolineare un’eredità storica e un’identità culturale radicate nella lunga storia del Corno d’Africa. 

  È comunemente accettato che il Paese di Punt fosse situato in Africa e non in Arabia, come dimostrano la sua fauna (babbuini e giraffe) e la sua flora (palma doum) . Il «Periplo del Mare Eritreo», scritto da un marinaio greco nel I secolo d. C., lo colloca precisamente nel nord della Somalia, nell’attuale Puntland.

 L’antico Egitto e il «Paese di Punt» 

Durante l’Antico Impero, sotto i regni di Pepi I (2330-2280), di Merenre I (2280-2270) e di Pepi II (2270-2700), faraoni della VI dinastia, abbiamo prove di numerose spedizioni che riportavano dal Paese di Punt pelli, avorio, oro, ebano, profumi e persino un pigmeo. Il prodotto più ricercato era l’incenso, una resina bianca solidificata ottenuta raschiando la corteccia dell’albero dell’incenso, o Boswellia Carterii. L’incenso cresce in Somalia e nello Yemen. Si tratta di un piccolo arbusto, il boswellia, di cui si incide il tronco per raccoglierne la linfa che, solidificandosi, forma piccole palline di colore giallastro. Tradizionalmente, l’incenso veniva fornito agli egiziani da marinai arabi sabei originari dell’ Hadramaut, che risalivano il Mar Rosso con il monsone di sud-ovest a novembre o a dicembre. Prima di arrivare in Egitto, questa preziosa merce passava per le mani di numerosi intermediari, il che ne aumentava il prezzo e spingeva gli egiziani a recarsi a comprarla direttamente nelle zone africane di produzione. Anche la mirra era molto ricercata dagli egiziani. È una resina secreta naturalmente da un arbusto e veniva utilizzata in farmacia, per la produzione di profumi e per l’imbalsamazione dei corpi. Durante l’Antico Impero, un uomo originario di Assuan fece incidere sulla propria tomba: « Essendo partito con i miei signori, i principi e i sigillatori del dio Teti e Khuri a Biblo e a Punt, undici volte ho visitato quei paesi »

  Durante il Nuovo Impero, la regina Hatshepsut (1480-1457) inviò una spedizione a Punt, i cui dettagli sono raffigurati nei bassorilievi delle pareti del tempio di Deir el-Bahari nella Valle dei Re: fregi raffiguranti pesci di mare e non del Nilo, navi lungo la riva, un villaggio composto da capanne su palafitte ombreggiate da palme doum. Gli abitanti di Punt raffigurati non sono neri come gli egiziani li rappresentano solitamente, ma hanno lineamenti fini, simili a quelli degli attuali somali. Le merci caricate a bordo delle navi egiziane sono chiaramente identificabili: avorio, pelli di leopardo, legno, uova e piume di struzzo, giraffa, forse ghepardi e, naturalmente, i famosi alberi da incenso destinati a essere trapiantati in Egitto. L’interesse degli egiziani per il paese di Punt continuò per tutta l’epoca dinastica. Il Puntland, erede dello Stato derviscio? 

Più vicino a noi, sul territorio dell’attuale Puntland, esisteva lo Stato derviscio guidato da Mohammed Abdullah Hassan (Sayyid Mohamed) , appartenente al sottoclan Dhulbahante. Questo Stato, che condusse una guerra ventennale contro i britannici del Somaliland britannico e contro gli italiani del Somaliland italiano, nutriva l’ambizione di unificare i clan somali sotto un’unica autorità religiosa. La dimensione sufi è certamente reale, ma è la logica clanica a spiegare la coesione del movimento, di cui il clan Dhulbahante costituiva il nucleo. I suoi principali capi militari, sia che si trattasse di Ismail Mire o di Diiriye Guure, appartenevano a questo sottoclan; allo stesso modo, le fortezze derviche di Taleh e Silsilat erano situate in territorio Dhulbahante. Il movimento derviscio era quindi innanzitutto un’affermazione politica dei Dhulbahante in un contesto di competizione tra clan. Il movimento tentò certamente di superare le divisioni claniche, ma non ci riuscì mai poiché la sua base Dhulbahante rimase dominante. 

  Se il clan Dhulbahante forniva gli uomini e il territorio, il sufismo salihiyya ne costituiva l’ideologia. La Salihiyya è una confraternita nata alla fine del XIX secolo e diventata particolarmente influente in Somalia e nella regione dell’Ogaden. Questa corrente spirituale, che spiega in larga misura la storia religiosa e politica somala moderna, fu fondata da Muhammad Salih ibn al-Hajj Abd al-Rahman, un erudito sudanese che aveva studiato alla Mecca. Il movimento si diffuse in Sudan, Somalia, Etiopia (Ogaden).

  La Salihiyya sosteneva un Islam purificato e ostile all’ intercessione dei santi. In Somalia, fu il motore ideologico del movimento derviscio e della lotta anticoloniale condotta da Sayyid Mohammed Abdullah Hassan. La sua eredità perdura nelle dinamiche religiose somale contemporanee. Le forze contemporanee, come la Puntland Dervish Force — che è la forza armata ufficiale dello Stato del Puntland —, hanno ripreso il termine Daraawiish come simbolo identitario e utilizzano questa storia per legittimare le identità regionali. 

 

Nel II secolo dell’era cristiana, un anonimo viaggiatore greco redasse una guida agli ancoraggi e ai porti, alle popolazioni, alle merci in commercio e alle tariffe commerciali nel Mar Rosso, nel sud dell’ Arabia e sulla costa occidentale dell’India. Questo testo, noto con il nome di Periplo del Mar Eritreo, costituisce una fonte eccezionale che permette di conoscere con reale precisione l’organizzazione degli scambi commerciali di quell’epoca.

La questione di Ceuta e Melilla, due città spagnole in territorio marocchino _ di Bernard Lugan

1) All’origine degli eventi di Ceuta vi è l’effetto richiamo migratorio determinato dall’annuncio spagnolo della regolarizzazione di mezzo milione di clandestini, seguito dalla decisione aberrante della Corte Suprema di Madrid di non respingere i migranti giunti via mare. 2) La mobilitazione di tutti i servizi marocchini per garantire la sicurezza in occasione della festa del trono, che riuniva tutti i dignitari e i responsabili marocchini, nonché l’intero corpo diplomatico. Un obiettivo prioritario per i terroristi. Nei giorni precedenti la cerimonia, i servizi di sicurezza marocchini avevano neutralizzato diverse cellule terroristiche pronte a colpire. Tuttavia, una tale mobilitazione ha avuto come risultato quello di ridurre gli effettivi solitamente incaricati di bloccare i passaggi clandestini verso Ceuta. 3) Se l’Algeria non è all’origine della vicenda, d’altra parte ne ha tratto molto opportunamente un intenso vantaggio, alimentato dalla sua opposizione sistematica e quasi psicoanalitica al Marocco. Con sullo sfondo, e torniamo sempre a questo punto, la questione del Sahara occidentale, poiché Algeri non ha ancora rinunciato a staccare l’ex colonia spagnola dal Marocco per crearvi uno «Stato» vassallo che le apra una porta sull’Oceano Atlantico. Questo aspetto, che in genere non è stato colto dagli osservatori, deve essere approfondito poiché, il 31 ottobre 2026, il Consiglio di sicurezza dell’ONU dovrà rinnovare o modificare il mandato della MINURSO, conformemente alla    risoluzione 2797 (31 ottobre 2025) che prorogava la missione fino a tale data. Il Consiglio di Sicurezza dovrà quindi decidere se avallare o meno la dinamica diplomatica avviata attorno al piano di autonomia marocchino, ormai considerato da una maggioranza dei suoi membri permanenti come la base «più realistica, credibile e pragmatica» per una soluzione politica della questione del cosiddetto Sahara occidentale. Tuttavia, di fronte alla risoluzione 2797 che sostiene l’iniziativa marocchina come base per una soluzione duratura, l’Algeria continua a ostinarsi sul «diritto all’autodeterminazione del popolo saharawi», comodo pretesto per il suo obiettivo che mira in realtà alla creazione di uno «Stato» vassallo sulla costa atlantica. In queste circostanze, la propaganda algerina ha avuto gioco facile nel cogliere la crisi di Ceuta come un’ opportunità politica in grado di indebolire l’immagine internazionale del Marocco. Il che, naturalmente, non cancella la crisi sociale che sta attraversando quella parte della gioventù del paese che non beneficia delle spettacolari ricadute dello sviluppo. 4) Infine, occorre rendersi conto che le contraddizioni della politica dell’UE alimentano il fenomeno migratorio poiché, come ha scritto Mouna Hachim lo scorso 8 agosto su 360 «(…) Le stesse frontiere che si chiudono all’ immigrazione irregolare si spalancano per un’immigrazione debitamente selezionata al fine di rispondere alle esigenze demografiche, economiche e tecnologiche del Vecchio Continente (…) Questo doppio discorso alimenta, per molti paesi africani, un profondo senso di contraddizione: si chiede loro di trattenere i propri giovani mentre si reclutano le loro élite.» 

   L’afflusso di decine di migliaia di migranti verso Ceuta e Melilla, due città autonome spagnole incastonate nel territorio marocchino, offre l’occasione per ripercorrere la storia di sei secoli di presenza iberica sulla costa settentrionale del Marocco. Se la fondazione di queste due città risale ai Fenici e poi ai Romani, la loro identità spagnola risale infatti al XV secolo. Dal 1956, anno del suo ritorno all’indipendenza, il Marocco le rivendica, mentre la Spagna le considera parte del proprio territorio nazionale. Il nocciolo della questione è che la posizione spagnola è argomentata giuridicamente, mentre quella del Marocco lo è storicamente… Risultato: sono politicamente incompatibili

  CEUTA E MELILLA, UN VIAGGIO NELLA STORIA

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   Ceuta, Melilla e diverse isole e isolotti della costa marocchina sono considerati dalla Spagna come “Plazas de soberanía”, ovvero territori sotto la sovranità spagnola. Questa situazione è il risultato di una lunga storia.

  Ceuta, chiave dello stretto di Gibilterra Ceuta (Sebta per i marocchini), oggi città autonoma spagnola, è situata sulla costa mediterranea del Marocco, di fronte allo stretto di Gibilterra. Il nome romano di Ceuta era Septem Fratres, letteralmente «i Sette Fratelli», in riferimento alle sette colline che dominano la penisola su cui è sorta la città. Questo nome si è poi evoluto in arabo in Sebta, quindi in Ceuta in portoghese e in spagnolo. Ceuta fu conquistata nel 1415 dal Portogallo al fine di mettere in sicurezza le rotte marittime minacciate dalla pirateria. Situata all’imbocco dello stretto di Gibilterra, la città è infatti un punto strategico fondamentale per il controllo del passaggio marittimo tra l’Atlantico e il Mediterraneo. Inoltre, prima delle grandi scoperte portoghesi, era il punto più settentrionale di arrivo del commercio trans-sahariano e dell’oro del Sudan. La conquista di Ceuta da parte del Portogallo nel 1415 segnò l’inizio dell’Impero portoghese e aprì la strada alle Grandi Scoperte. Il 21 agosto 1415, le truppe del re Giovanni I (João I), accompagnate dai suoi figli, tra cui Enrico il Navigatore, conquistarono la città dopo un’operazione accuratamente preparata, con un contingente compreso tra 45.000 e 50.000 uomini imbarcati su 200 navi. Lo sbarco avvenne il 21 agosto 1415 e la città fu conquistata in un solo giorno. Il Portogallo cercò poi di espandersi in Marocco, cosa che riuscì a fare dopo la sfortunata vicenda di Tangeri. Nel settembre 1437, l’infante Enrico il Navigatore, dopo aver convinto suo fratello, il re Edoardo I, a conquistare Tangeri, chiave dello stretto di Gibilterra, un esercito portoghese composto da 6.000 a 8.000 uomini sbarcò e assediò la città. Ma poiché i rifornimenti erano insufficienti, le malattie si abbatterono sulle truppe e gli assalti si infransero contro le difese marocchine, l’impresa si rivelò ben presto un fallimento. Inoltre,    non volendo ripetere gli errori commessi a Ceuta, i marocchini inviarono un immenso esercito di soccorso composto da quasi 100.000 uomini, seguito da un secondo ancora più numeroso. Il campo portoghese, circondato e privato di acqua e cibo, fu costretto a negoziare. I portoghesi ottennero allora il diritto di imbarcarsi a condizione di restituire Ceuta al Marocco. Ma Lisbona rifiutò di onorare il trattato, tanto più che la bolla Etsi Cunctos, pubblicata da papa Eugenio IV nel 1442, elevò Ceuta a diocesi, confermando così la sua appartenenza ecclesiastica al Portogallo e legittimando quindi la sovranità di Lisbona sulla città. L’infante Ferdinando, fratello del re, lasciato in ostaggio, morì in prigionia nel 1443. Nel 1578, nel nord del Marocco, la battaglia dei Tre Re (mappa a pagina 4) si concluse con una vittoria del Marocco. La morte in battaglia del re Sebastiano, che non aveva eredi, fece precipitare il Portogallo in una crisi di successione che sfociò, nel 1580, nella sua unione dinastica con la Spagna. Con l’unione delle due corone, Ceuta passò quindi sotto la sovranità spagnola. Nel 1640, quando il Portogallo riottenne la propria indipendenza, Ceuta scelse di rimanere sotto la sovranità spagnola, decisione ufficializzata dal trattato di Lisbona del 1668. Melilla, il porto del Rif Per i marocchini, Melilla si chiama Mlilya. Insediamento fenicio nel VII secolo a.C., la città, che allora portava il nome di Rusadir, passò in seguito sotto l’influenza di Cartagine, per poi essere integrata nell’Impero romano. Nel mese di settembre del 1497, una spedizione guidata da Pedro de Estopiñán e Virués, comandante in capo della spedizione del duca Juan Pérez de Guzmán, conquistò Melilla. Questa operazione rientrava nella strategia castigliana volta a mettere in sicurezza le coste andaluse dagli attacchi incessanti dei pirati provenienti dai porti del Rif marocchino.

  Nel 1912, quando fu istituito il protettorato spagnolo sul nord del Marocco, Ceuta e Melilla non furono incluse in esso poiché entrambe le città erano già considerate territori storici spagnoli. Nel 1956, con l’indipendenza, il Marocco si riappropriò delle zone del protettorato, ma la Spagna mantenne Ceuta, Melilla, alcuni peñones (isolotti fortificati) e le isole Chafarinas conquistate nel 1848 (vedi la mappa a pagina 2). Dal 1995, Ceuta e Melilla sono città autonome all’interno dello Stato spagnolo. Le altre «Plazas de soberanía» Questi possedimenti spagnoli appartengono a tre gruppi: 1) L’isola di Perejil (Peñón de Perejil) è un minuscolo scoglio situato a 200 metri dalla costa marocchina. La sua superficie è di 0,15 km² ed è disabitata. La Spagna considera Perejil un possedimento storico. Nel luglio 2002, alcuni gendarmi marocchini si insediarono sull’isola per combattere, secondo Rabat, l’immigrazione clandestina, poiché l’isola si trova in una zona chiave per la sorveglianza dello stretto di Gibilterra. La Spagna reagì con un’operazione militare (operazione Romeo-Sierra) e rioccupò l’isola. 2) Le isole Chafarines sono un arcipelago spagnolo situato a 3,3 km dalla costa marocchina, di fronte a Ras Kebdana / Ras El Ma. Situate nel Mare di Alborán, a    circa 45 km a est di Nador, sono composte da tre isole: l’Isola del Congresso (25,6 ha), l’Isola Isabella II (15,3 ha), l’unica ad essere abitata con la presenza di una guarnigione spagnola, e l’Isola del Re (11,6 ha). I berberi del Rif hanno dato loro un nome in amazigh, ovvero ichfaren o «isole dei ladri». Quanto agli arabi, le chiamano Zafrān. Queste isole, che sono probabilmente le Tres Insulae dei Romani, sono spagnole dal 1848. In quell’anno, la Francia tentò di impadronirvene per sorvegliare il confine tra il proprio possedimento algerino e il Marocco, ma, avvertita, la Spagna ne prese possesso poche ore prima dell’arrivo delle navi francesi. Queste isole sono amministrate dal Ministero della Difesa spagnolo, che vi mantiene una guarnigione. 3) Lo scoglio di Badis (Hajar Badis o Peñón de Vélez de la Gomera) si trova sulla costa del Rif, di fronte all’antica città marocchina di Badis, a circa 120 chilometri a sud-est di Ceuta e a 260 chilometri a ovest di Melilla. È amministrato dal Ministero della Difesa spagnolo ed è occupato esclusivamente da un distaccamento militare. La presenza spagnola in questo luogo risale al 1508, ma nel 1522 i marocchini ne cacciarono gli spagnoli. Successivamente, tra il 1554 e il 1564, i corsari turchi ne fecero una base per le incursioni, il che spinse la Spagna a rioccupare definitivamente la roccia, cosa che avvenne nel 1564.

  CEUTA PRIMA DEL 1415

   Grazie alla sua posizione strategica e al ruolo di baluardo dello stretto di Gibilterra, prima del 1415, data della sua conquista da parte del Portogallo, Ceuta fu uno dei porti più contesi di tutto il Mediterraneo occidentale. La città fu successivamente fenicia, greca, cartaginese, romana, bizantina, poi marocchina sotto gli Idrissidi, gli Almoravidi, gli Almohadi e i Merinidi, con alcuni intervalli di dominio del regno di Granada.

  Ceuta fu fondata nel VII secolo a.C. da alcuni marinai fenici, che battezzarono l’insediamento Abyla, nome che fa riferimento al Jebel Musa, il quale, nell’antichità, costituiva la colonna meridionale (africana) delle «Colonne d’Ercole». Abyla sarebbe una parola punica che significa «montagna alta» o «montagna di Dio». I Greci focei (di Marsiglia) che succedettero ai Fenici, ribattezzarono la città Hepta Adelphoi, «Sette fratelli», nome che fa riferimento alle sette colline che dominano la città. Nel 319 a.C., Cartagine conquistò la città e la mantenne fino alla fine della seconda guerra punica. La situazione di Ceuta tra la fine della seconda guerra punica (201 a.C.) e la sua annessione a Roma (I secolo a.C.–I secolo d.C.) fu quella di un territorio punico-mauretano che sussisteva al di fuori del controllo diretto di Roma. Influenzata dalla cultura punica, la sua popolazione continuò infatti a parlare il punico, come attestano le iscrizioni funerarie. Dopo Cartagine, Ceuta divenne uno dei principali porti del regno di Mauretania insieme a Tingis/Tangeri e Lixus. Sotto Giuba II, che regnò dal 25 a.C. al 23 d.C., Ceuta fu integrata nello spazio politico romanizzato. Nel 40 d.C., Caligola fece assassinare il re Tolomeo, che fu l’ ultimo sovrano mauretano, e Roma si impadronì del suo regno, che fu annesso da Claudio nel 42 d.C. Quest’ultimo la divise in due province: la Mauretania Cesarea e la Mauretania Tingitana. Integrata nella Tingitana, Ceuta (Septem Fratres) fu amministrata da Tingis (Tangeri) e ottenne lo status di «colonia romana», che conferiva la cittadinanza ai suoi abitanti. Avamposto di controllo dello stretto di Gibilterra, la Ceuta romana fu un porto militare e commerciale di primaria importanza tra la Tingitana e la Betica (Ispanica).

    Nel 534, sotto l’imperatore Giustiniano, Ceuta fu conquistata dai Bizantini. Con l’ondata araba del VII secolo, Bisanzio, che perse i propri possedimenti nell’attuale Maghreb orientale e centrale, controllava ormai solo Tangeri e Ceuta, due città completamente isolate e tagliate fuori dalla loro metropoli. Nel 708, dopo aver conquistato Tangeri, Musa ibn Nusayr fallì nell’assedio di Ceuta, ben difesa dal suo governatore, il conte Giuliano. Poi, l’anno successivo, nel 709, tra storia e leggenda, quest’ultimo non solo consegnò la sua città ai conquistatori, ma, nel 710, fornì loro le navi che permisero loro di sbarcare in Spagna. Nel 711 ebbe così inizio la conquista della penisola iberica, che avvenne in gran parte partendo da Ceuta. Nel 788, la città fu conquistata dagli Idrissidi, che furono i fondatori della prima dinastia e del primo Stato marocchino. Nel 931, il califfo omayyade di Cordova Abd al-Rahman III conquistò Ceuta. Nel XI secolo, la città passò sotto il controllo della dinastia marocchina degli Almoravidi, la cui capitale era Marrakech. Fu proprio a Ceuta che nel 1083 nacque il sultano Ali ben Youssef, sotto il cui regno la dinastia conobbe sia il suo apogeo che il suo declino. Nel 1086, da Ceuta partì la grande campagna di conquista dell’Al-Andalus da parte degli Almoravidi. Chiamati in soccorso dai principi delle Taifa – piccoli sovrani musulmani dell’Al-Andalus –, di fronte all’avanzata dei castigliani, la spedizione di soccorso partì effettivamente da Ceuta. Da lì, Youssef ben Tachfine fece attraversare il suo esercito a nord dello stretto di Gibilterra prima di vincere la battaglia di Zallaqa il 23 ottobre 1086 contro le forze cristiane del re Alfonso VI di Castiglia. Nel XII secolo, Ceuta fu sotto il controllo di un’ altra dinastia marocchina, quella degli Almohadi. La  città era allora un porto militare e commerciale che fungeva da base navale nelle operazioni contro i regni cristiani della Spagna. Poi, all’inizio del XIII secolo, un’altra dinastia marocchina, quella dei Merinidi, assunse il controllo di Ceuta, che conobbe allora il suo periodo d’oro. Ne sono testimonianza le imponenti fortificazioni lunghe 1.500 metri che la circondavano. Costruite tra il XIII e il XIV secolo, sono la prova del ruolo fondamentale di Ceuta nella difesa e nel controllo dello stretto di Gibilterra.

  Costituite da 7 torri rettangolari alte 16 m ciascuna, con uno spessore che variava tra 1,2 e 1,9 metri, erano precedute da un fossato difensivo. L’accesso alla città avveniva attraverso una porta monumentale detta «Porta di Fès», capitale dei Merinidi. Alla fine del XIV secolo, il regno merinide attraversò una grave crisi politica e dinastica che lo indebolì e il Portogallo ne approfittò per lanciare la spedizione che, nel 1415, gli avrebbe permesso di conquistare Ceuta.

    LA CONTROVERSIA GIURIDICA

  Il Marocco rivendica Ceuta e Melilla, due città circondate da recinzioni di confine sottoposte a stretta sorveglianza poiché costituiscono l’unico confine terrestre tra l’UE e l’Africa. Il nocciolo della questione è che, se da un lato le posizioni della Spagna e del Marocco sono giuridicamente e storicamente fondate, dall’altro sono però incompatibili. Da qui l’attuale situazione di stallo.

   Il Marocco considera Ceuta e Melilla come territori da decolonizzare, ma, secondo il diritto internazionale e l’ONU, le due città non soddisfano i criteri definiti per essere considerate colonie. Non è quindi possibile avviare alcun processo di decolonizzazione in quanto esse non rientrano nella classificazione dei «territori coloniali». Le argomentazioni dell’ONU sono che Ceuta e Melilla: – Non derivano dalla colonizzazione moderna (XIX–XX secolo), poiché il diritto internazionale in materia di decolonizzazione riguarda i territori acquisiti durante il periodo coloniale moderno (1880–1960). Tuttavia, Melilla è spagnola dal 1497 e Ceuta è sotto sovranità iberica dal 1415, poi spagnola dal 1580. – Sono pienamente integrate nello Stato spagnolo, con statuto costituzionale, istituzioni locali, rappresentanza nel Parlamento spagnolo ed europeo. – La loro popolazione, che è composta da cittadini spagnoli, gode degli stessi diritti di qualsiasi altra parte della Spagna e non rivendica l’indipendenza. – Non sono amministrate separatamente come un territorio dipendente, a differenza delle colonie classiche. – Non essendo mai state integrate nel protettorato spagnolo in Marocco (1912–1956), non sono quindi mai state amministrate come «territori marocchini sotto dominio straniero». – La Spagna vi esercita una sovranità continua da diversi secoli, senza interruzioni né contestazioni internazionali di rilievo. Questa continuità storica e giuridica è incompatibile con il concetto di colonizzazione moderna.

  I criteri dell’ONU per la decolonizzazione, che includono una popolazione autoctona distinta, uno status amministrativo separato, l’assenza di piena cittadinanza e la volontà di autodeterminazione, poiché nessuno di questi criteri si applica a Ceuta o Melilla, la loro appartenenza alla Spagna non può quindi essere messa in discussione. Da parte sua, il Marocco fonda la propria rivendicazione sulla vicinanza geografica, sulla continuità territoriale e su argomenti storici che dimostrano chiaramente che, prima della loro conquista da parte del Portogallo e della Spagna, le due città appartenevano effettivamente al Marocco: – Ceuta (1415) e Melilla (1497) furono conquistate dal Portogallo e poi dalla Spagna nel contesto della Reconquista e dell’espansione coloniale. Queste conquiste sono quindi occupazioni coloniali, che il Marocco considera territori marocchini occupati, alla stregua degli altri possedimenti coloniali che gli sono stati restituiti nel XX secolo (Ifni, Tarfaya e i due protettorati francese e spagnolo). – Il Marocco sostiene che la decolonizzazione del 1956, con la fine dei protettorati francesi e spagnoli, non sia stata completa, poiché Ceuta e Melilla sono rimaste sotto la sovranità spagnola. – Il Marocco invoca i principi dell’ONU sulla fine del colonialismo e sul rispetto dell’integrità territoriale degli Stati di recente indipendenza. – Le città sono storicamente legate alle regioni marocchine limitrofe di Fnideq–Tétouan per Ceuta, e di Nador–Bni Ansar per Melilla. – Il Marocco sottolinea i legami umani, commerciali e culturali tra le enclavi e il loro entroterra marocchino.

    CEUTA E MELILLA: LA POSIZIONE DEL MAROCCO

  In un articolo pubblicato su “360” in data 18 agosto 2026, Samir Bennis riassume in modo argomentato e non polemico la posizione del Marocco riguardo a Ceuta e Melilla. I lettori di “L’Afrique Réelle” ne leggeranno questo estratto, che fa da contrappunto a quello che mette in evidenza le argomentazioni della Spagna (pagina 7)

   «È un dato di fatto fondamentale: in Marocco nessuno contesta né nega che, al momento, Ceuta si trovi sotto l’amministrazione spagnola. Si tratta di una realtà di fatto con cui il Marocco convive da decenni ed è proprio in questo contesto che intrattiene una stretta cooperazione con la Spagna. Ma ciò che sembra difficile da comprendere dall’altra parte dello stretto è che, dal punto di vista marocchino, sia Ceuta che Melilla sono enclavi situate in pieno territorio marocchino (…). Non si tratta di territori situati nello spazio europeo della Spagna. La Spagna è un paese europeo che ha acquisito il controllo di Ceuta e Melilla in circostanze storiche ben precise e che, agli occhi dei marocchini, rappresentano oggi i resti di quell’epoca. La maggioranza degli spagnoli che si interessano a questa questione invoca i titoli giuridici della Spagna come se questi costituissero, da soli, una prova irrefutabile che Ceuta e Melilla siano sempre state spagnole e che la sovranità spagnola sulle due città non sia mai stata contestata. Il denominatore comune di gran parte dei commenti spagnoli consiste (…) nel sottolineare che Ceuta e Melilla godono di uno status giuridico che, secondo loro, le mette al riparo da qualsiasi rivendicazione da parte di uno Stato straniero (…tuttavia) i trattati su cui le autorità spagnole si basano per giustificare la loro sovranità sulle due enclavi sono privi di valore giuridico o morale, poiché sono stati conclusi sotto costrizione e in momenti in cui il Marocco si trovava in una posizione di debolezza. Il trattato di Wad-Ras ne costituisce un esempio particolarmente rivelatore. In virtù di questo trattato concluso tra il Marocco e la Spagna, quest’ultima ottenne che il Marocco accogliesse una rivendicazione che essa avanzava da tempo: l’ampliamento dei confini di Ceuta. Tuttavia, tale trattato fu firmato dopo la guerra di Tetouan, che la Spagna aveva condotto contro il Marocco. Il Marocco fu   costretto ad accettare tale accordo per ottenere che la Spagna ponesse fine alla sua occupazione della città di Tetouan, occupata durante la guerra (…) Passo ora all’argomento principale generalmente avanzato dagli spagnoli per respingere le rivendicazioni marocchine: il fatto che le due enclavi non figurino nell’elenco dei territori non autonomi delle Nazioni Unite. È vero. Ma per comprendere appieno la portata di questo argomento, occorre capire come si sia giunti a questa situazione. Dal punto di vista dell’attuale diritto internazionale, la posizione spagnola riguardo a Gibilterra dispone di un elemento di cui non beneficia la posizione marocchina riguardo a Ceuta e Melilla: Gibilterra figura nell’elenco delle Nazioni Unite dei territori non autonomi ancora da decolonizzare, mentre Ceuta e Melilla non vi figurano (…). Per comprendere perché Ceuta e Melilla non figurino in tale elenco, occorre risalire agli anni ’60 e, più precisamente, a ciò che è stato definito «lo Spirito di Barajas». Il 6 luglio 1963, il defunto re Hassan II e il generale Franco si incontrarono all’aeroporto madrileno di Barajas per affrontare le controversie territoriali ancora in sospeso tra i due paesi. L’intesa nata da quell’incontro è passata alla posterità con il nome di «Spirito di Barajas». In virtù di tale intesa tacita, il Marocco accettò di separare la questione di Ceuta e Melilla dalle altre controversie territoriali che opponevano i due paesi nell’ambito delle Nazioni Unite e del processo di decolonizzazione. Ciò che gli analisti spagnoli spesso tralasciano quando parlano dello status giuridico di Ceuta e Melilla in seno alle Nazioni Unite è che le due città non sono state escluse da tale elenco a seguito di una decisione dell’ONU che concludeva che non soddisfacevano i criteri applicabili ai territori non autonomi. Semplicemente non sono state inserite in tale elenco perché il Marocco ha allentato la pressione  sulla Spagna nel periodo compreso tra il 1963 e il 1965, un atteggiamento che derivava dall’intesa tacita tra Hassan II e Franco (…). Se il Marocco avesse mantenuto la propria pressione sulla Spagna in quel periodo, sarebbe esistita una reale possibilità che le due enclavi fossero inserite nell’elenco dei territori non autonomi. A quel tempo, nei dibattiti dell’ Assemblea Generale, della Quarta Commissione e del Comitato speciale, non solo esisteva tra gli Stati membri un ampio consenso sull’esistenza di una controversia tra il Marocco e la Spagna riguardo ai due territori, ma numerosi Stati membri non riconoscevano nemmeno come un dato di fatto che le due enclavi fossero sotto la sovranità spagnola. Essi affermavano, al contrario, che si trattasse di città marocchine (…tuttavia) la priorità del Marocco all’epoca era quella di ottenere dalla Spagna l’accettazione dell’avvio di negoziati bilaterali sul Sahara. È proprio per questo motivo che il re Hassan II, in segno di buona volontà nei confronti del generale Franco, decise, in seguito al loro incontro a Barajas, di mettere in secondo piano le rivendicazioni marocchine su Ceuta e Melilla.

  Dopo la riconquista del territorio a seguito della Marcia Verde e degli Accordi di Madrid, e nonostante il governo di Adolfo Suárez si fosse discostato dall’ applicazione dell’Accordo tripartito e una parte significativa della classe politica spagnola, in particolare quella di sinistra, avesse iniziato a sostenere le tesi del Polisario, Hassan II si astenne dal riattivare le rivendicazioni su Ceuta e Melilla, per non creare difficoltà al re Juan Carlos né contribuire a destabilizzare la transizione post-franchista spagnola (…). Ma la geografia è ostinata, indipendentemente dalle interpretazioni che gli spagnoli o i marocchini vogliano darne. Arriverà un momento, in futuro, in cui i due paesi, a prescindere dai titoli giuridici che — come ogni costruzione giuridica — si inseriscono necessariamente in un contesto storico e politico determinato, dovranno sedersi attorno a un tavolo per discutere del futuro delle due città e cercare una formula in grado di preservare la pace, la stabilità e gli interessi legittimi delle loro popolazioni». Samir Bennis, Le 360, 18/08/2026.

   Ceuta o i paradossi di un confine europeo in Africa attraverso la percezione marocchina «(…) questo confine si basa in gran parte sulla cooperazione del Marocco. Partner essenziale dell’ Unione europea nella lotta contro l’immigrazione irregolare, il Marocco è regolarmente chiamato a impedire le partenze, come se spettasse a lui garantire a monte la protezione di un confine che confina con un territorio che considera parte integrante della propria geografia nazionale (…) Un paradosso che Rabat riassume con una formula: il Marocco non è né il «gendarme» né il «custode» dell’Europa. Un modo per ricordare che questa cooperazione rientra in un partenariato tra Stati sovrani, non in una delega della gestione delle frontiere europee (…) D’altra parte, le stesse frontiere che si chiudono all’immigrazione irregolare si aprono leggermente per un’immigrazione debitamente selezionata al fine di rispondere alle esigenze demografiche, economiche e tecnologiche del Vecchio Continente (…) Questo doppio discorso alimenta, per molti paesi africani, un profondo senso di contraddizione: si chiede loro di trattenere i propri giovani e allo stesso tempo si reclutano le loro élite.» (Mouna Hachim, Le 360, 8 agosto 2026).

Mali: Anéfis, un Na San maliano?_di Bernard Lugan

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Nel 1952, a Na San, il generale Salan aveva decimato le forze del Vietminh attirandole in una battaglia frontale. In Mali, dopo aver ottenuto fino a quel momento solo scarsi risultati militari, i russi hanno appena inferto un duro colpo alla coalizione tuareg tendendole la trappola di Anéfis, nella quale essa è caduta.

Dopo cinque giorni di combattimenti, il 9 luglio, l’offensiva tuareg contro l’accampamento di Anéfis, punto nevralgico del Mali settentrionale, si è rivelata un sanguinoso fallimento per i tuareg, schiacciati dalla potenza di fuoco del contingente russo. Tuttavia, a differenza dei Fulani che combattono nella parte meridionale del Sahel, i Tuareg maliani non dispongono di riserve demografiche e non sono riusciti a convincere i loro fratelli del Niger e dell’Algeria a schierarsi dalla loro parte. Inoltre, i loro «cugini minori», gli Imghad e i Daoussak, li combattono… Il loro «serbatoio» di combattenti è stato quindi gravemente intaccato.

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Come conseguenza immediata, la diplomazia russa ha imposto la ripresa dei contatti tra l’Algeria e il Mali, i suoi due alleati in guerra. Già dal 10 luglio, l’Algeria e il Mali hanno così annunciato il ritorno dei propri ambasciatori e la riapertura dei propri spazi aerei ai voli civili e militari. La trappola di Anéfis aveva rimescolato le carte e la storia dimostrava, ancora una volta, che non bisogna mai vendere troppo presto la pelle dell’orso russo…

Il numero di agosto 2026, che gli abbonati riceveranno il 1° agosto, conterrà un’analisi approfondita di questa battaglia e delle sue importantissime conseguenze regionali.

MALI : ANÉFIS UN « NA SAN » MALIANO ?

  Il 10 luglio 2026, ovvero il giorno successivo alla riconquista di Anéfis da parte delle forze russo-maliane, l’Algeria e il Mali annunciarono il ritorno dei propri ambasciatori e la riapertura dei propri spazi aerei ai voli civili e militari. Il ripristino delle relazioni diplomatiche tra l’Algeria, che sostiene i Tuareg, e il Mali, che li combatte, può cambiare gli equilibri regionali? La questione si pone infatti poiché l’Algeria si trova ormai con le spalle al muro. O continua a fornire aiuto ai combattenti tuareg e la sua rottura con la Russia si accentuerà, oppure, al contrario, dato il mutato contesto, si allinea alla strategia russa che si basa sul rifiuto di qualsiasi secessione in Mali. Un rifiuto condiviso, del resto, da Algeri, che non vuole nemmeno l’indipendenza dell’Azawad, cosa che potrebbe dare idee ai propri tuareg. Le contraddizioni della politica algerina appaiono qui in tutta la loro evidenza.  

  MALI: L’ANÉFIS, UN «NA SAN» MALIANO?   

  Nel 1952, a Na San, il generale Salan aveva decimato le forze del Vietminh attirandole in una battaglia frontale. In Mali, mentre fino a quel momento avevano ottenuto solo scarsi risultati militari, i russi hanno inferto un duro colpo alla coalizione tuareg tendendole la trappola di Anéfis, nella quale essa è caduta.

  Il 9 luglio, ad Anéfis, nel nord del Mali, dopo cinque giorni di combattimenti, i russi e le FAMa (Forze armate maliane) hanno inflitto pesanti perdite alla coalizione tuareg che riunisce (per il momento) gli indipendentisti del FLA (Fronte di liberazione dell’Azawad) e i tuareg islamisti del JNIM (Jamaat Nusrat al-Islam wal-Muslimin-Al-Qaeda) guidati da Iyad Agh Ghali. Le perdite umane subite dagli assalitori sono tanto più gravi in quanto i tuareg maliani non dispongono di riserve demografiche, essendo la loro popolazione totale stimata a circa meno di un milione di individui suddivisi in diverse confederazioni e clan (vedi l’articolo a pagina 8). In Mali, dopo aver subito perdite significative durante la battaglia di Tin Zawaten nel luglio 2024 contro i combattenti tuareg appoggiati dal confine algerino, i russi erano in una situazione di stallo. Si trovavano infatti di fronte a un problema classico, quello di un esercito convenzionale che deve affrontare una guerriglia che rifiuta gli scontri frontali. Tuttavia, rafforzata dalla vittoria di Kidal dello scorso aprile, la coalizione tuareg guidata da Iyad Agh Ghali, che riunisce gli indipendentisti del FLA (Fronte di liberazione dell’Azawad) e gli islamisti tuareg del JNIM, ha voluto consolidare la propria conquista territoriale tagliando l’asse Gao-Kidal per impedire qualsiasi offensiva delle forze armate maliane verso nord. Ma, per farlo, era necessario prima abbattere il blocco di Anéfis. Ben informati, i russi decisero allora di tendere una trappola ai tuareg, lasciando ad Anéfis solo una guarnigione esca. I Tuareg radunarono quindi tutte le loro forze e le lanciarono all’assalto della guarnigione, preparandosi nel contempo ad attaccare i convogli di soccorso che sarebbero stati inviati dai russi e dalle FAMa.

    Le quattro fasi della battaglia di Anéfis

La battaglia di Anéfis (4–9 luglio 2026) si è svolta in quattro fasi: 1) All’alba del 4 luglio, gli assalitori lanciano un’ offensiva simultanea su diverse città del Mali, tra cui Anéfis, Konna, Sofara e Gao. Conquistano la città di Anéfis, mentre le FAMa e i russi dell’Africa Corps si trincerano nel campo militare, che continua a resistere. Nel frattempo, il JNIM conduce attacchi diversivi nel centro e nel sud del Paese per disperdere le forze maliane. 2) Dal 5 al 7 luglio si verificano tentativi di sblocco, ostacolati dalle imboscate tese dai Tuareg. Un primo convoglio partito da Gao viene respinto. Un secondo convoglio parte da Gao il 6 luglio, ma viene a sua volta bloccato da imboscate e droni kamikaze. 3) L’8 i combattimenti si intensificano intorno ad Anéfis, mentre i russi effettuano massicci attacchi aerei. 4) Il 9 luglio, un convoglio riesce a rompere il blocco e a raggiungere Anéfis. Dopo aspri combattimenti, aggira le posizioni dei Tuareg da est. Per evitare di essere a loro volta circondati, questi ultimi lanciano nuovi attacchi, ma, schiacciati dai raid russi, subiscono pesanti perdite umane e materiali. In serata, l’accampamento viene liberato e gli assalitori si ritirano. Il 10 luglio, lo stato maggiore maliano annuncia ufficialmente la riconquista di Anéfis e, in una conferenza stampa, illustra in dettaglio la strategia seguita dalle forze russo-maliane che, secondo lui, consisteva  nel lasciare che i gruppi armati tuareg concentrassero le loro forze, per poi colpirli massicciamente prima di rompere l’assedio Il bilancio umano e materiale dei combattimenti, che non è ancora stato chiaramente stabilito, varia naturalmente molto a seconda delle fonti: – Secondo le FAMa / Africa Corps, più di 1.000 combattenti tuareg sarebbero stati neutralizzati e 14 veicoli corazzati distrutti. Alcune fonti russe parlano a loro volta di 2.000 combattenti uccisi e diverse decine di veicoli distrutti, ma nulla viene a confermare un simile bilancio. Secondo lo stato maggiore maliano, tra i morti figuravano il primo vice del capo dell’FLA, Mbarek Agh Akli, nonché il «braccio destro» del capo del JNIM, Abderrahman Zaza. – Da parte loro, i tuareg non forniscono dati sulle perdite, limitandosi ad affermare di aver  inflitto alle FAMa e ai russi le loro «perdite più gravi» nella regione. Le uniche perdite confermate sono un elicottero Mi-24 e un aereo non identificato. Il FLA afferma tuttavia di aver perso «alcuni dei suoi figli migliori», il che lascia intendere che le perdite siano state effettivamente significative. Ciononostante, le capacità militari della coalizione tuareg sembrano ancora concrete, poiché sabato 18 luglio un convoglio logistico delle FAMa, partito da Anéfis per raggiungere Gao, è caduto in un’ imboscata molto sanguinosa. Un’imboscata che suscita perplessità, poiché la scorta russa del convoglio, che apriva la strada, precedeva di tanto i veicoli che avrebbe dovuto proteggere da essere già arrivata a Gao quando il convoglio delle FAMa è stato massacrato nell’ imboscata…

  Un’altra analisi degli scontri di Anefis

«La coalizione tuareg ha dimostrato di poter bloccare un asse, decimare i convogli e abbattere un elicottero, (…) ma non ha dimostrato di poter conquistare e mantenere il controllo. Bamako e Mosca, dal canto loro, nascondono una verità ancora più sconcertante: ci sono voluti 6 giorni, 2 convogli, un rapporto di 2 mercenari russi per ogni soldato maliano e ausiliari tuareg del GATIA e del MSA, i «figli del deserto» gli unici in grado di interpretare il terreno, per rifornire un accampamento situato a un centinaio di chilometri da Gao. Lo Stato maliano ha dimostrato di poter sopravvivere ad Anéfis, non di controllare la strada che vi conduce. Controlla il campo per procura, con i russi nei cieli e i tuareg a terra, e il discorso sovranista viene così polverizzato dalle sue stesse cifre (…). (…) Anéfis ha appena dimostrato alle due parti belligeranti, e soprattutto ai loro sostenitori, che la soluzione militare è un pozzo senza fondo, che ogni rifornimento alla guarnigione costa ormai una battaglia in campo aperto e che l’ logoramento non produce alcun vincitore, ma solo comunicati stampa. (…) La verità di Anéfis è inquietante: quella di uno Stato che mantiene il proprio territorio solo grazie alla forza delle ali altrui, di fronte a una coalizione che non è ancora in grado di strapparglielo, e di una guerra che, in mancanza di un possibile vincitore, non produce altro che narrazioni. » Sambou Sissoko su Sahel Horizon, 15 luglio 2026.  

  CHI SONO I TUAREG DEL MALI?

 In Mali, la popolazione tuareg è stimata a poco più di 800.000 persone, ma si tratta solo di una stima, poiché non disponiamo di dati ricavati dai censimenti che la riguardano.  

   I gruppi clanici tuareg costituiscono un’alchimia sociale fondata su tre criteri strutturanti: la filiazione matrilineare, la gerarchia tra nobili e tributari e l’appartenenza a confederazioni composte da clan a loro volta formati da lignaggi nobili, tributari o servili. In Mali, la confederazione tuareg politicamente dominante è quella dei Kel Adagh / Kel Ifoghas, meglio nota con il nome di Ifora, il cui cuore territoriale è la regione di Kidal, Tessalit, Aguelhok. Il FLA e il JNIM sono composti essenzialmente da membri Ifora. Poiché la popolazione Ifora è stimata tra 100.000 e 150.000 persone, le perdite subite ad Anéfis rappresentano quindi una vera e propria emorragia demografica. In Mali sono presenti anche altri gruppi tuareg. Tra questi gli Idnan della regione di Gao-Ménaka, una confederazione dalla reputazione guerriera legata agli Ifora, la cui popolazione è stimata a meno di 100.000 persone e alcuni dei cui lignaggi combattono a fianco delle FLA e del JNIM. Gli Imghad (o Tuareg «neri»), un tempo vassalli degli Ifora, sono i più numerosi tra tutti i Tuareg del Mali, poiché la loro popolazione è stimata a poco più di 200.000 persone. Molti dei loro clan combattono a fianco delle FAMa all’interno di una milizia denominata GATIA (Gruppo di autodifesa tuareg Imghad e alleati).

  I DUE CONFLITTI DEL MALI 

Fin dall’inizio del conflitto, nel periodo 2011-2014, la mia analisi si basa su una constatazione che all’epoca i decisori francesi non hanno voluto ammettere, ovvero che non siamo di fronte a un unico conflitto, ma a due conflitti distinti.  

  Questi due conflitti hanno origini diverse e la loro gestione richiede quindi mezzi diversi. Si tratta di: 1) Il conflitto tra federalisti e indipendentisti del nord, scatenato nel 2011 dai Tuareg. 2) Il successivo contagio islamico-fulani nel sud, nel Macina, in Burkina Faso e nella regione delle Tre Frontiere. La messa in luce di questa realtà, che andava contro le visioni dell’Eliseo – e che spiega la mia espulsione dall’ ESM di Coëtquidan e dalla Scuola di Guerra –, si basa sulla differenza di natura tra questi due conflitti: 1) Il primo, quello del nord, è di natura politico-etnica poiché ha origine dal posto riservato ai Tuareg all’interno del Mali unitario. Un posto che viene loro negato dall’etno-matematica    elettorale, poiché costituiscono solo il 5% della popolazione del paese. 2) Il secondo, o più precisamente i secondi, poiché sono molteplici, sono quelli del sud. Complessi, intricati, invischiati nel jihadismo, le modalità di gestione che li riguardano sono diverse da quelle del primo. Contrariamente alla politica seguita dai decisori dell’ Eliseo, ho sempre difeso la linea che consiste nel spegnere innanzitutto il conflitto del nord, quello dei Tuareg, quello che, per effetto a catena, ha innescato gli altri, per poter poi concentrare gli sforzi sui conflitti del sud opportunamente presi in mano dal jihadismo. I russi sembrano aver compreso questa realtà, il che ovviamente non significa che avranno successo nella loro politica, tanto il loro comportamento sul campo è infatti spesso fuori luogo e persino erratico rispetto alle pratiche locali.

  L’ALGERIA DOVRÀ SACRIFICARE I TUAREG?

 Mentre era in corso la battaglia di Anéfis, la Russia imponeva la ripresa dei contatti all’Algeria e al Mali, i suoi due alleati in guerra. Il 10 luglio, all’indomani della vittoria russo-maliana ad Anéfis, l’Algeria e il Mali annunciarono così il ritorno dei propri ambasciatori e la riapertura dei propri spazi aerei ai voli civili e militari, aprendo così una nuova pagina nella geopolitica regionale. Ma la grave controversia algerino-maliana verrà forse cancellata o messa da parte a favore di interessi «superiori»? I prossimi mesi lo diranno.  

  La controversia tra Algeria e Mali si basa su un dato fondamentale: Algeri ha sempre sostenuto i movimenti tuareg, senza però fornire loro i mezzi per prevalere su Bamako. La preoccupazione dei leader algerini è infatti quella di fare di tutto per evitare la creazione di uno Stato tuareg sulle macerie del Mali, cosa che potrebbe dare idee ai propri tuareg, dato che il sud dell’Algeria è la cassa di risonanza dei problemi saharo-saheliani. Eppure, da diversi mesi, l’Algeria è intrappolata nelle «dinamiche» saheliane che non controlla più. Le autorità maliane la accusano, a ragione, di ingerenza attraverso i gruppi tuareg, mentre Algeri, preoccupata per la destabilizzazione del nord del Mali, cerca di proteggere i propri confini meridionali per evitare un contagio in termini di sicurezza verso Tamanrasset e l’Hoggar. La tensione tra Algeri e Bamako è stata aggravata dalla distruzione di un drone maliano da parte dell’esercito algerino vicino al confine comune nel marzo-aprile 2025, dalla decisione di Bamako di porre fine all’Accordo di Algeri del 2015, di cui l’Algeria era il principale mediatore, e dalle accuse di sostegno algerino ai gruppi armati che, il 25 aprile 2026, hanno condotto attacchi coordinati nel corso dei quali il ministro della Difesa maliano, Sadio Camara, è stato ucciso. Se fosse confermata, la «normalizzazione» tra Bamako e Algeri sarebbe il risultato dell’attiva diplomazia del ministro degli Affari esteri russo, Sergej Lavrov. Nel quadro della ridefinizione del «grande gioco» mediterraneo-sahariano-saheliano che Mosca sta cercando di avviare, il riavvicinamento tra  il Mali e l’Algeria, i suoi due alleati in contrasto tra loro, è un presupposto fondamentale. Mosca ha quindi messo sul piatto della bilancia l’idea che la pace favorirebbe la priorità algerina, ovvero la realizzazione del gasdotto trans-sahariano Nigeria-Algeria. Tuttavia, questo colossale progetto non può vedere la luce senza un minimo di sicurezza, sia in Niger che in Mali. Ma per Algeri il tempo stringe, poiché il progetto concorrente del Marocco per il collegamento del Sahel con l’Atlantico sta procedendo (vedi mappa a pagina 9). In occasione di un vertice ordinario a Freetown, i capi di Stato della Commissione della Comunità economica degli Stati dell’Africa occidentale (CEDEAO) hanno infatti firmato, domenica 19 luglio, un accordo intergovernativo che approva la costruzione di questo gasdotto destinato a collegare la Nigeria al Marocco. L’Algeria si trova quindi con le spalle al muro, sia nei confronti dei Tuareg che del Polisario. Dovrà infatti fare una scelta poiché, in entrambi i casi, sembra che coloro che sostiene da anni le stiano ormai creando problemi e costituiscano addirittura un ostacolo ai suoi reali interessi. Ma se li abbandonasse, rischierebbe allora di perderne completamente il controllo, con il rischio di una grave destabilizzazione di tutto il suo spazio sahariano. Infatti, se l’Algeria smettesse di aiutare i Tuareg, questi perderebbero la loro base logistica. E poiché i russi hanno chiaramente annunciato che, insieme alle FAMa, avrebbero lanciato un’offensiva su Kidal al fine di ristabilire l’autorità di Bamako su l’intero Paese, il loro mezzo secolo di lotta non sarebbe quindi servito a nulla. Potrebbero allora rivolgersi contro Algeri, accusandola di averli utilizzati per poi tradirli.  

La discesa agli inferi del Mali _ di Bernard Lugan

La discesa agli inferi del Mali

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   Triste ritorno alla realtà per la giunta maliana. Tre anni fa, sostenuto dall’entusiasmo popolare e inebriato da superlativi anti-francesi, un gruppo di militari giurava che avrebbe ripreso il controllo del territorio sui gruppi armati e ristabilito la «sovranità in materia di sicurezza». Tre anni dopo, la giunta ha perso il controllo di quasi tutto il paese… E, senza l’appoggio dei mercenari russi dell’Africa Corps, sarebbe stata spazzata via da Bamako dall’ offensiva coordinata dei Tuareg, sia islamisti che nazionalisti. Per quanto riguarda la morte del ministro della Difesa, Sadio Camara, figura centrale dell’apparato militare, essa ha messo a nudo la vulnerabilità e la debolezza di un esercito superato dai «ribelli» ormai in grado di colpire nel cuore stesso dell’apparato statale. Per non parlare poi della situazione economica, che è a dir poco apocalittica. Bisogna infatti tenere ben presente che il ritiro delle truppe francesi, richiesto dalla giunta maliana in nome dell’anti-imperialismo, ha permesso ai vari movimenti in lotta contro il potere di Bamako di acquisire maggiore forza. Oggi non si tratta più di una nebulosa «terroristica» confinata alle zone rurali, ma di una forza in grado – come ha dimostrato alla fine di aprile – di pianificare operazioni al tempo stesso complesse e coordinate. Di fronte a ciò, la giunta ha commesso un grave errore, ovvero quello di aver creduto che la Russia fosse un partner militare affidabile che avrebbe sostituito vantaggiosamente l’esercito  francese. Di conseguenza, oggi è totalmente dipendente dai mercenari russi, la cui efficacia sul campo non è ancora stata dimostrata… Inebriata da discorsi nazionalisti, la giunta meridionale etnocentrica si è rifiutata di tenere conto della realtà etnoculturale del Mali, rinchiudendosi invece in una strategia di sicurezza senza via d’uscita. Una linea strategica che, sin dall’ indipendenza, riflette la volontà dei meridionali di sottomettere e dominare i loro ex padroni del nord. Di fronte a ciò, i gruppi armati tuareg hanno realizzato una convergenza tattica, riuscendo – almeno per il momento – a formare un fronte militare, certamente eterogeneo, ma unito da un legame etnico e da un rifiuto comune dello Stato maliano del sud. Forse ancora più grave, il naufragio maliano ha anche portato alla luce l’incapacità dell’Alleanza degli Stati del Sahel, che era stata presentata come una risposta sovrana e regionale all’insicurezza, e che ha fallito completamente. Tutte queste tragedie sarebbero state evitate se il generale de Gaulle avesse ascoltato i notabili tuareg, come dimostra l’eccezionale documento pubblicato alle pagine 13-15 di questo numero. Di fronte a questa discesa agli inferi, il discorso ufficiale della giunta è sempre più avulso dalla realtà. Ubriachi di invettive antifrancesi, di discorsi panafricanisti anti-imperialisti e di vuote promesse, i militari al potere a Bamako sanno che, a meno di un miracolo, i loro giorni sono contati. Nel frattempo, in Ciad, dove un timido realismo sembra rinascere a poco a poco, i consulenti militari francesi cominciano discretamente a ritornare…

  RUSSIA-ALGERIA, UNA DOPPIA RIVALITÀ REGIONALE

   In Libia e in Mali gli interessi dell’Algeria e della Russia sono in contrasto. Inoltre, a seguito di diversi errori diplomatici da parte dell’Algeria, le relazioni tra i due paesi si sono gradualmente raffreddate, mentre, sin dalla sua indipendenza, l’Algeria si era allineata alle posizioni, un tempo dell’URSS, poi a quelle della Federazione Russa, che le fornisce la maggior parte delle sue attrezzature militari.

  La questione della Libia La crisi tra Algeria e Russia risale al mese di aprile 2021, quando l’Algeria si rifiutò di aprire il porto di Mers el-Kébir alla flotta russa diretta in Siria. E poiché la marina russa aveva bisogno di un punto di appoggio nel Mediterraneo, e non voleva dipendere esclusivamente da Tartus in Siria, la Russia iniziò allora a interessarsi al porto in acque profonde di Tobruk, nella Cirenaica. Ora, l’uomo forte di quella parte della Libia, il generale Haftar, che era un alleato di Mosca, aveva una doppia controversia con l’Algeria, che sosteneva il regime rivale di Tripoli: 1) Il generale Haftar rivendicava la parte più occidentale del Fezzan, una zona ricca di idrocarburi, che era stata annessa all’Algeria francese e di cui l’Algeria indipendente era automaticamente entrata in possesso. Pertanto, Algeri esercitava pressioni sui Tuareg libici per impedire al generale di assumere il controllo della parte occidentale del Fezzan, mentre la parte orientale era popolata dai Toubou e da tribù arabe. 2) Nel mese di giugno 2021, le forze del generale Haftar avanzarono verso Tripoli e il presidente Tebboune dichiarò che l’Algeria era pronta a intervenire in Libia per fermare l’avanzata dell’alleato della Russia… Nel giugno 2023, nel tentativo di ristabilire la fiducia tra i due paesi, il presidente Tebboune effettuò una visita di Stato a Mosca. Ma, due mesi più    tempo, la Russia, che non aveva dimenticato nulla, si oppose all’ ingresso dell’Algeria nel BRICS. Implacabile, Sergej Lavrov, ministro russo degli Affari esteri, dichiarò il 24 agosto 2023: «Allarghiamo le nostre file con coloro che condividono la nostra visione comune». Nel frattempo, alla questione libica si era aggiunta quella del Mali, dove gli interessi dell’Algeria e della Russia sono in netto contrasto, con Mosca che sostiene il regime maliano nella lotta contro i Tuareg appoggiati da Algeri. Di conseguenza, il 31 ottobre 2025, Mosca abbandonò il suo tradizionale sostegno all’Algeria nella questione del Sahara occidentale e, scegliendo l’astensione piuttosto che il suo tradizionale veto, permise il voto del Consiglio di Sicurezza a favore del piano marocchino di autonomia sotto la sovranità di Rabat. La questione del Mali In Mali, gli interessi regionali della Russia e dell’ Algeria si scontrano. Al fine di garantire la pace tra i propri Tuareg, Algeri intende quindi esercitare una «suzeraineté» su quelli dei paesi vicini… Per Algeri la linea politica costante è quella di fare di tutto per impedire la creazione di uno «Stato » tuareg, manipolando la rivendicazione irredentista al fine, da un lato, di screditarla e, dall’altro, di mantenerne il controllo (vedi il numero 198 di *L’Afrique Réelle*). Al contrario, Mosca sostiene la giunta del sud che combatte i tuareg appoggiati da Algeri.

  MAROCCO-ALGERIA: QUANDO LA GEOGRAFIA PLASMA LA STORIA

   La geografia plasma la storia in quanto impone agli uomini di tenere conto dei vincoli naturali e delle costanti di lungo periodo. Per quanto riguarda l’Africa, la geostoria mostra come il Sahara strutturi le rotte trans-sahariane attraverso la disposizione delle oasi. Essa spiega gli scambi e i confini mutevoli del mondo saheliano, zona di transizione, e illustra i conflitti tradizionali legati all’uso del territorio.

  A questo proposito, i casi del Marocco e dell’Algeria sono ricchi di insegnamenti. Al di là della grande realtà di lunga data secondo cui il Marocco è un impero millenario mentre l’Algeria è una giovane nazione nata dalla colonizzazione, la geografia spiega la differenza di natura tra le diplomazie dei due paesi: – L’Algeria è una potenza continentale in un certo senso racchiusa nel Mediterraneo e il cui territorio è occupato per l’80% dal Sahara, che le è stato annesso solo con l’indipendenza. I suoi confini terrestri sono immensi e condivisi con sei paesi: Marocco, Tunisia, Libia, Niger, Mali e Mauritania. Con la maggior parte di questi paesi esiste una controversia territoriale di confine nata dai tracciati coloniali, il che induce un’ossessione per la sicurezza (vedi la mappa a pagina 4). Senza parlare della questione tuareg (si veda a questo proposito «L’Afrique Réelle» del mese di giugno 2026). Tutto ciò spiega la politica algerina nel Sahel, poiché Algeri considera le sue immense distese come una sorta di scudo di sicurezza. – La situazione del Marocco è molto diversa. Affacciato su due mari, il Paese ha quindi una doppia costa marittima, atlantica e mediterranea, il che gli consente una proiezione naturale sia verso l’Europa, sia verso l’Africa occidentale, sia verso il continente americano. A differenza dell’Algeria, il Marocco confina via terra solo con due Paesi, l’Algeria e la    Mauritania, il che fa sì che non abbia la sensazione di essere assediato. Le conseguenze di questi dati geografici e storici sono le seguenti: 1) La diplomazia dell’Algeria è condizionata dall’ imperativo della sua sicurezza, che è duplice: – Interno, al fine di impedire la frammentazione dei complessi territoriali che le sono stati annessi dalla Francia. – Esterno, in particolare nel Sahel, che, essendo una zona di minacce, è oggetto di tutta la sua attenzione. Per quanto riguarda il sostegno al Polisario, esso avrebbe permesso all’Algeria di creare uno Stato cuscinetto con il Marocco e, soprattutto, avrebbe impedito a quest’ultimo di aprirsi verso il mare aperto ed estendere la propria influenza verso il Sahel. 2) Il Marocco, che affonda le sue radici nelle proprie basi geografiche e storiche, ha al contrario una diplomazia orientata verso la proiezione esterna, verso le rotte marittime, il tutto sostenuto da ambiziosi progetti portuali come Tanger Med e Dakhla Atlantique, o da quello del gasdotto Nigeria-Marocco. In definitiva, l’apertura marittima del Marocco e la profondità continentale dell’Algeria determinano due modelli diplomatici diversi, condizionati dalla realtà che si fonda sia sulla geografia che sulla storia.

Riflessioni sul prossimo viaggio del Papa in Algeria_ di Bernard Lugan

Un rapporto particolarmente critico di Lugan sul viaggio in Africa di Papa Leone XIV dovuto in parte al punto dolente del ridimensionamento drastico, se non ostile della Francia in Algeria, ma comunque fondato nelle argomentazioni. Non è il solo punto d’ombra di questo papato. Andrebbe certamente a merito di Papa Prevost la pressante critica della condizione dei palestinesi se a corollario seguisse una posizione più ponderata sul conflitto ucraino, decisamente sbilanciata a favore del regime di Zelensky, se non riducesse la responsabilità dei numerosi conflitti nel mondo all’azione di pochi tiranni, glissando elegantemente sulle responsabilità del mondo cosiddetto “democratico”; se non continuasse a porre in termini apparentemente bonari temi quali quello delle migrazioni sul quale parti del suo stesso clero operante sul posto, in particolare in Africa, assumono posizioni diametralmente opposte. A conferma di queste incongruenze sarebbe opportuno che Papa Prevost chiarisse il senso della recente visita di David Axelrod, luogotenente di Barack Obama e uomo di Soros, nonché del suo seguito altrettanto significativo. Il simbolo dell’ordine statunitense fondato sul caos e l’interventismo. Sorge il sospetto che l’azione di Prevost sia del tutto interna allo scontro politico negli Stati Uniti nel momento di debolezza di Trump, legato al suo aperto riallineamento, sotto mutate forme, alle classiche politiche interventiste in aperta contraddizione con i proclami che lo hanno portato alla presidenza. Sviluppi che meriterebbero grande attenzione critica, piuttosto che osanna dal riflesso pavloviano dei soliti corifei. Giuseppe Germinario

Riflessioni sul prossimo viaggio del Papa in Algeria

Recandosi in Algeria il prossimo aprile, papa Leone XIV, egli stesso membro dell’Ordine di Sant’Agostino, seguirà quindi le orme del suo maestro spirituale, il berbero Sant’Agostino. Quest’ultimo nacque infatti il 13 novembre 354 a Tagaste, l’odierna Souk Arras, e morì il 28 agosto 430 a Ippona, l’odierna Annaba (Bône). Si tratta tuttavia di un viaggio singolare quello che il sommo pontefice sta per intraprendere. Singolare, infatti, e per cinque grandi ragioni:

1) Il capo della Chiesa cattolica si recherà in visita ufficiale in Algeria dove, a parte i migranti subsahariani e alcuni diplomatici, i cattolici sono scomparsi, cacciati nel 1962 da una pulizia etnica organizzata dai fondatori dell’attuale regime.

2) Il Papa si recherà in Algeria, dove la sua stessa Chiesa, che si è assoggettata volontariamente alla dhimmitudine, ha abbandonato l’idea stessa di conversione. Limitandosi a un ruolo di «testimonianza», arriva persino a scoraggiare i musulmani desiderosi di convertirsi per non «offendere» le autorità algerine, pur così «tolleranti». «Tolleranti» in effetti perché, in questo Paese in cui la Costituzione riconosce la libertà di culto, l’apostasia, punibile con una pena detentiva da due a cinque anni e una multa da 500.000 a 1 milione di dinari, comporta la morte sociale dei «traditori».

3) Il cristianesimo esiste in Algeria, ma non è più il cattolicesimo… Poiché quest’ultimo ha rinunciato alla sua missione, alla sua vocazione, le correnti protestanti ed evangeliche lo hanno di fatto sostituito. E il minimo che si possa dire è che il papa non rappresenta per loro un punto di riferimento religioso…

4) In Algeria, dove le centinaia di chiese così vivaci prima del 1962 sono state chiuse, rase al suolo, saccheggiate, profanate o trasformate in moschee, dove i cimiteri cristiani sono stati profanati e dissodati, la visita del Papa sarà l’occasione per un regime alle strette di rispolverare la propria immagine internazionale. La versione ufficiale è del resto ben collaudata: «l’Algeria è la legittima custode dell’eredità culturale e spirituale di Sant’Agostino»… Una tale ipocrisia, che ovviamente ingannerà gli eterni ingenui, sarà naturalmente diffusa in Francia dagli affiliati e dai mercenari di Algeri.

5) Il Papa sarà finalmente accolto in un Paese in cui, come riassume un rapporto dell’ONG International Christian Concern: «Il governo considera il cristianesimo un pericolo per l’identità islamica algerina e cerca con ogni mezzo di regolamentare la Chiesa per annientarla». Un paese in cui le autorità associano il cristianesimo a una forma di «tradimento identitario» e di fedeltà all’Occidente. Nel 2010, l’allora ministro degli Affari religiosi, Bouabdellah Ghlamallah, dichiarò: «Nessuno vuole che ci siano minoranze religiose in Algeria, perché ciò rischierebbe di diventare un pretesto per ingerenze straniere con il pretesto della protezione delle minoranze».

Ma perché mai scegliere proprio l’Algeria, dove, dal 1962, è stato fatto di tutto per sradicare qualsiasi cosa potesse, in modo diretto o indiretto, mettere in discussione il dogma dell’unicità musulmana del Paese? Ci viene detto che sarebbe per ridare vita al dialogo islamo-cristiano. Certo, ma non esistevano forse paesi musulmani africani in cui il dialogo islamo-cristiano è una realtà viva? Il Vaticano avrebbe potuto, ad esempio, pensare all’Egitto, al Marocco o al Senegal…

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Il numero di aprile 2026 di *L’Afrique Réelle*, che sarà in gran parte dedicato alla storia del cristianesimo nordafricano, sarà incentrato su diversi temi principali, tra cui:
– La realtà della cristianizzazione dei berberi in epoca romana.
– I tre papi e le grandi figure cristiane berbere.
– Perché i copti, i maroniti e tutti i cristiani d’Oriente hanno mantenuto la loro religione nonostante l’islamizzazione, mentre i cristiani del Maghreb no?
– Ci sono state sopravvivenze del cristianesimo dopo la conquista arabo-musulmana dell’VIII secolo?

Papa Leone XIV visiterà l’Algeria nel mese di aprile. Un’Algeria dove 19 religiosi cattolici sono stati assassinati tra il 1994 e il 1996. Tra loro figurano i sette monaci del monastero di Notre-Dame de l’Atlas di Tighirine, situato nei pressi di Médéa. Nel dicembre 1993, dodici operai croati erano già stati massacrati non lontano dal monastero. Nella notte tra il 26 e il 27 marzo 1996, verso l’1:15, un commando armato fece irruzione nel monastero e rapì sette monaci. Altri due sfuggirono alla cattura. I monaci furono tenuti in ostaggio per diverse settimane e il 21 maggio 1996 il Gruppo Islamico Armato (GIA) rivendicò il loro assassinio. Il 30 maggio 1996, le teste dei monaci furono ritrovate a circa quattro chilometri a nord-ovest di Médéa. I sette monaci assassinati erano Dom Christian de Chergé, fratel Luc Dochier, padre Christophe Lebreton, fratel Michel Fleury, padre Bruno Lemarchand, padre Célestin Ringeard e fratel Paul Favre-Miville. Prima di loro, nel 1994, fratel Henri Vergès e suor Paul-Hélène Saint-Raymond erano stati assassinati ad Algeri, così come suor Odette Prévost. Il 27 dicembre 1994 a Tizi Ouzou, in Cabilia, furono uccisi quattro Padri Bianchi: Alain Dieulangard, Charles Deckers, Jean Chevillard e Christian Chessel, a essere uccisi. Poi, il 1° agosto 1996, monsignor Pierre Claverie, vescovo di Orano, fu ucciso in un attentato dinamitardo. Questi 19 religiosi sono stati beatificati l’8 dicembre 2018.

   LA VISITA DEL PAPA, UNA «DIVINA SORPRESA» PER IL REGIME ALGERINO

  La visita del Papa è una «sorpresa divina» per un regime algerino isolato sulla scena internazionale. Mentre dal 1962 il Paese ha intrapreso un’opera di eradicazione di tutto ciò che, da vicino o da lontano, potesse mettere in discussione il dogma dell’unicità musulmana del Paese, il discorso ufficiale mette attualmente e molto opportunamente in primo piano l’idea di un’Algeria «culla del cristianesimo», con Sant’Agostino stesso presentato come «algerino»…

   In Algeria, dal 2017, 43 delle 47 chiese ancora autorizzate a celebrare il culto sono state chiuse con decisione amministrativa. A Costantina, la redazione di una radio pubblica è stata licenziata per aver trasmesso una canzone natalizia della diva Fayrouz, una delle cantanti più celebrate della storia del mondo arabo, al pari di Oum Kalthoum o Abdel Halim Hafez. Nel 2022, l’Alto Commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani si è detto «preoccupato per le discriminazioni contro le minoranze religiose e la chiusura dei luoghi di culto non musulmani» in Algeria, mentre l’ONG Portes Ouvertes classificava l’Algeria tra i venti paesi al mondo in cui i cristiani sono più perseguitati (19° posto nel 2023). Il fenomeno non è nuovo. Fin dall’indipendenza, centinaia di chiese nelle città e nei villaggi sono state trasformate in moschee, distrutte o lasciate all’abbandono. Ad eccezione di Notre Dame d’Afrique ad Algeri, vetrina del regime e dove il docile clero si fa il più «discreto» possibile… A partire dal 2017, è stata creata una commissione mista (Affari religiosi, Interni, Polizia, Gendarmeria) al fine di ispezionare i luoghi di culto cristiani ancora attivi. Nel mese di febbraio 2018, tre chiese hanno chiuso a Orano. Nel 2019 è stata la volta delle chiese di Bejaia, Ouargla e Tizi-Ouzou. Nel 2021 il movimento è proseguito e la pandemia di Covid-19 è servita poi da pretesto per mantenere le chiusure, poiché i luoghi di culto non hanno riaperto dopo la revoca dei confinamenti. Una precisazione importante: non si trattava di chiese cattoliche, queste ultime erano scomparse negli anni successivi all’indipendenza del 1962, ma di luoghi di culto protestanti ed evangelici. Il Papa effettuerà quindi un viaggio ufficiale in un paese in cui, come scrive l’ONG International Christian Concern:  «Il governo considera il cristianesimo come un pericolo per l’identità islamica algerina e cerca con ogni mezzo di regolamentare la Chiesa per ridurla a zero». Per i dirigenti algerini, il cristianesimo è infatti una forma di «tradimento identitario». Nel 2010, l’allora ministro degli Affari religiosi, Bouabdellah Ghlamallah, dichiarò: «(…) nessuno vuole che ci siano minoranze religiose in Algeria, perché ciò rischierebbe di diventare un pretesto per ingerenze straniere con il pretesto della protezione delle minoranze». La chiusura delle chiese è tuttavia solo un aspetto della persecuzione religiosa. A differenza del Marocco, dove la conversione personale non è criminalizzata, in Algeria un musulmano che decida di abbandonare l’Islam per convertirsi al cristianesimo viene perseguito penalmente come apostata e condannato a pene severe. La persecuzione religiosa si basa sull’Ordinanza n. 06-03 del febbraio 2006 «che stabilisce le condizioni e le regole per l’esercizio dei culti diversi da quello musulmano», che disciplina rigorosamente ogni attività religiosa non islamica. Essa consente di perseguire penalmente i partecipanti a semplici discussioni religiose o anche solo per il fatto di possedere documenti cristiani. Inoltre, la legge del 12 gennaio 2012 sottopone ogni organizzazione di culto non musulmano all’autorizzazione preventiva dello Stato, previa approvazione di una Commissione nazionale dei culti posta sotto il controllo del Ministero degli Affari religiosi. Una commissione in cui non siede alcun rappresentante delle minoranze religiose interessate. E poiché questa commissione non concede autorizzazioni, i cristiani diventano quindi dei delinquenti agli occhi della legge, poiché la pratica di riti religiosi in luoghi non autorizzati è un reato…

  LA CRISTIANIZZAZIONE DEI BERBERI

   La visita del Papa in Algeria è l’occasione per ricordare che l’odierno Maghreb, l’antica Berberia, era in gran parte cristiano prima della conquista araba del VII secolo.

  Fu la presenza romana ad aprire la strada alla cristianizzazione dei Berberi, che seguì i confini dell’Impero. In tutta la Berberia, ad eccezione della Mauritania Tingitana (l’odierno Marocco), il cristianesimo fiorì. Dal I al VII , 175 località dell’ attuale Algeria e 141 dell’attuale Tunisia – ma solo 2 nell’attuale Marocco – erano sedi vescovili. Nella sola Mauretania Cesarea, l’attuale Algeria centrale e occidentale, nel 484 c’erano 120 vescovi cattolici. Una cristianizzazione disomogenea La romanizzazione e la cristianizzazione dei Berberi dell’attuale Maghreb, l’antica Berberia, furono disomogenee. Profonde dall’attuale Tripolitania alla costa algerina, ma sempre più sparse a ovest di Algeri, ad eccezione tuttavia di porti come Tipaza o Cherchell. Nell’attuale Maghreb, sebbene siano stati identificati e catalogati più di 500 insediamenti romani di tipo urbano, i tre quarti di essi si trovavano in una regione compresa tra l’ovest di Algeri e l’attuale Tunisia . Contrariamente a quanto pensava il P. Mesnage (1913), la romanità penetrò nei massicci montuosi. Abdelmalek Nasraoui (2005) ha così dimostrato che l’Aurès «profondo» fu influenzato da Roma, e quindi dal cristianesimo, come testimoniano numerose rovine in luoghi molto lontani dai grandi centri romani. Verso ovest, tra l’attuale Orania e l’attuale Marocco, l’ultimo avamposto romano era situato nei pressi di Lalla Marnia (Maghnia), a est del Moulouya. Si trattava del Numerus Syrorum, presidiato per un certo periodo da cammellieri siriani. Non esisteva alcun collegamento terrestre tra la Mauritania Cesarea e la Mauritania Tingitana, ovvero tra l’odierna Algeria e l’odierno Marocco. In Tingitana, dove il cristianesimo era probabilmente presente già dalla metà del III secolo, il più antico martire cristiano conosciuto è il centurione Marcello, messo a morte a morte a Tingi nel 298. Villaverde Vega (2001) non rileva qui che undici epitaffi provenienti quasi tutti da Tingi e dalla sua regione o da Volubilis, numero irrisorio rispetto a ciò che conosciamo delle parti centrale e orientale del Maghreb. Inoltre, è importante sottolineare l’estrema rarità di luoghi di culto. Così a Tingi, dove l’autore scrive che la cristianizzazione della popolazione era totale (2001: 345), non è stata portata alla luce alcuna chiesa. Si potrebbe sempre obiettare che, poiché l’antica città si trova sotto l’attuale medina, gli scavi sono difficili, ma non è questo il caso di Volubilis dove, nonostante numerose campagne di scavi, la città non ha, per il momento, portato alla luce alcuna chiesa. In tutta la Tingitana, sono stati identificati solo due autentici luoghi di culto cristiani: una piccola basilica a Lixus e una chiesa datata alla seconda metà del IV secolo ad Asilah, l’antica Zili, chiesa che fu distrutta all’inizio del V secolo. Si noti inoltre che a Ceuta (Septem Fratres) è stato scoperto un recinto funerario abbandonato all’inizio del V secolo. Ad eccezione di quella di Lixus, i cristiani della Tingitana non sembrano quindi aver costruito basiliche. A Tingi, tre iscrizioni cristiane sono datate al IV secolo, una alla fine del V e un’ altra al VI. A Volubilis, la più antica è datata alla fine del IV secolo e altre cinque al VII, queste ultime probabilmente riconducibili a migranti originari dell’Altava nell’attuale provincia di Orano. A queste iscrizioni funerarie, occorre aggiungerne un’altra, proveniente da Sala. Questi elementi non fanno pensare a un cristianesimo particolarmente fiorente. Del resto, nei racconti relativi agli inizi del periodo arabo-musulmano nell’antica Tingitana, si fa solo molto raramente riferimento o anche solo allusione all’ esistenza di comunità cristiane, contrariamente alla parte orientale del Maghreb. La ricchezza della Chiesa della Berberia, l’attuale Maghreb, fu illustrata il 1° giugno 411 quando  l’imperatore Onorio convocò un Sinodo a Cartagine al quale parteciparono 286 vescovi cattolici – su un totale di 470 sedi – e 279 vescovi donatisti – su 450 diocesi. Un totale impressionante di quasi 1000 diocesi… La storia di questa Chiesa berbero-romana, che è stata ben studiata, in particolare da padre Cuoq (1984), è ricca e complessa. Ha dato i natali a tre papi – Vittore I (189-199), Miltiade (311-314) e Gelasio (492-496) -, illustri santi – Tertulliano, Cipriano, Agostino -, nonché numerosi martiri. Tuttavia, questo mondo cristiano conobbe gravi e profonde dispute teologiche che turbarono i convertiti, le due principali essendo il donatismo e l’arianesimo. François Decret si chiede a questo proposito se: «Gli scismi e le eresie abbiano segnato a tal punto l’avventura del cristianesimo in Berberia che ci si può chiedere se, in questa cristianità molto antica e profondamente radicata, la vera tradizione non sia stata rappresentata da queste correnti dissidenti che l’hanno attraversata fino alla sua scomparsa, piuttosto che dall’ortodossia ufficiale della Grande Chiesa. Certamente, tra tutti questi movimenti, il donatismo sarà stato il più «africano», l’unico nato su questa terra dove fiorì per oltre tre secoli» (Decret, 2002: 2). Nel IV-V secolo scoppiò il movimento dei circoncellioni, una rivolta contadina del piccolo popolo berbero delle campagne che si organizzò in bande di saccheggiatori: «I circoncellioni – da circum cellas, coloro che vanno di fienile in fienile – erano stagionali o giornalieri che si facevano assumere al tempo della mietitura o della raccolta delle olive (…) Si trattava in realtà della rivolta di una piccola classe contadina indebitata, schiacciata dalle condizioni economiche. Vedendo peggiorare la loro situazione, questi diseredati aspiravano a una «rivoluzione sociale». (Decret, 2002: 2-3). Tra l’inizio del V secolo e l’anno 647, data della prima incursione arabo-musulmana, oltre alle contese religiose e sociali, il mondo berbero-romano-cristiano dovette affrontare anche due invasioni, quella dei Vandali nel V secolo, seguita da quella dei Bizantini nel VI secolo. Sotto i Vandali (439–534) l’indebolimento fu sia strutturale che istituzionale poiché, essendo ariani 

I Vandali combatterono il cattolicesimo ricorrendo all’esilio o alla prigionia dei vescovi, alla confisca dei beni ecclesiastici e al divieto di alcune pratiche liturgiche. I cattolici resistettero, ma la loro struttura organizzativa era disorganizzata, come ha dimostrato Gérard Crespo (2023). Sotto i Bizantini (534–698) la restaurazione fu parziale e largamente incompleta, con diocesi impoverite e comunità disorganizzate. A ciò si aggiunsero dispute dottrinali con tensioni tra i sostenitori del Concilio di Calcedonia e gli oppositori, nonché un rifiuto delle pesantezze amministrative bizantine, il che portò a un rifiuto popolare. Oltre a ciò, la riconquista bizantina fu essenzialmente urbana, il che fece sì che le campagne berbere poco cristianizzate sfuggissero sempre più al controllo ecclesiastico. Alla vigilia della conquista araba, la Chiesa nordafricana era quindi impoverita, disorganizzata, tagliata fuori dalle campagne. Non disponeva quindi più della capacità istituzionale e religiosa che ne aveva costituito la forza nel IV–V secolo.

Il donatismo

Il donatismo nacque nel 307 quando Ceciliano fu eletto vescovo di Cartagine. Tale elezione suscitò l’opposizione di una fazione del clero e dei fedeli che rimproveravano al neoeletto il suo atteggiamento ambiguo durante le persecuzioni degli anni 284-304. Fu quindi convocato un concilio, su iniziativa degli oppositori guidati da Donato, vescovo di Casae Nigrae (Baghai), nell’attuale wilaya di Kenchela. L’elezione di Ceciliano vi fu dichiarata nulla e Donato fu proclamato al suo posto. Donato, che visse tra il 270 e il 355, riteneva che fosse impossibile reintegrare nel cristianesimo coloro che, a seguito delle persecuzioni, in particolare quelle di Diocleziano nel 303 e nel 304, avevano rinnegato la propria fede per sfuggire alla morte. Centinaia di migliaia di persone si trovarono così escluse dalla Chiesa. Per tentare di risolvere la questione, nel 313, a Roma, fu convocata una commissione conciliare sotto l’autorità del papa berbero Gelasio, che confermò l’elezione di Ceciliano. L’imperatore Costantino (306-337) confermò in seguito questa decisione, conferendole così carattere ufficiale e rendendo coloro che l’avessero contestata dei ribelli alla sua autorità. Poiché la dissidenza stava assumendo una connotazione sia religiosa che politica, ebbero inizio le persecuzioni dei donatisti. Poi, nel 321, Costantino promulgò un editto di tolleranza che permise ai donatisti di conoscere un notevole sviluppo.

  PERCHÉ I COPTICI E I MARONITI HANNO MANTENUTO LA LORO RELIGIONE E NON I CRISTIANI DEL MAGHREB?

   In Egitto, Siria, Libano, Iraq, Giordania e Iran, i cristiani, diventati minoritari e persino ultra-minoritari in un contesto musulmano, sono riusciti a mantenere la propria identità. Nulla di simile nell’attuale Maghreb, nonostante una parte di esso fosse stata profondamente cristianizzata. Perché?

  Come si chiedeva il P. Cuoq: «La fede cristiana, che sembrava così viva dal III al VI secolo e che si manifestava attraverso un numero considerevole di sedi vescovili, come ha potuto scomparire del tutto, lasciando solo delle rovine che i secoli stanno progressivamente cancellando dal suolo africano?» (Cuoq, 1984: 174-175). E padre Cuoq rispondeva in parte alla sua domanda scrivendo che: «(…) nell’Islam importato dagli invasori, i cristiani di allora vedevano meno una religione nuova che un’eresia in più, al pari dell’ arianesimo, del monofisismo o del donatismo. San Giovanni Damasceno, funzionario cristiano del califfo di Damasco e Padre della Chiesa, non considerava forse la religione dei nuovi padroni dell’Oriente come un’eresia cristiana? Si comprende meglio, in queste condizioni, che alcuni cristiani berberi si siano convertiti all’Islam» (Cuoq, 1984: 118). La questione dell’islamizzazione dei Berberi porta a un’altra, ovvero quella di sapere quale fosse la realtà della portata della romanizzazione e della cristianizzazione del Nord Africa. Il dibattito, che è antico, è stato rilanciato da Marcel Bénabou (1976 e 1978), da Yvon Thébert (1978) e da Mériem Sebaï (2005). Un dibattito che Gabriel Camps riassumeva perfettamente attraverso la seguente domanda: «Come ha fatto il Nord Africa, popolato da berberi in parte romanizzati, in parte cristianizzati, a diventare in pochi secoli un insieme di paesi interamente musulmani e molto ampiamente arabizzati, al punto che la maggior parte della popolazione si definisce e si ritiene di origine araba?» (…) «Come spiegare che l’Africa, la    Numidia e persino le Mauritanie, che erano state evangelizzate allo stesso ritmo delle altre province dell’Impero e che possedevano chiese vigorose, siano state interamente islamizzate mentre alle porte stesse dell’Arabia sono sopravvissute popolazioni cristiane: copti dei paesi del Nilo, maroniti del Libano, nestoriani e giacobiti della Siria e dall’Iraq?» (Camps, 1987: 132). A queste domande, François Decret ha fornito le seguenti risposte: «(…) la cristianizzazione era avvenuta esclusivamente attraverso la lingua latina, che non era solo la lingua delle città, ma si era sviluppata nelle regioni rurali in relazione alle città per il commercio e i mercati. Resta il fatto che, in molte zone boschive e montuose isolate, la gente comune utilizzava gli antichi dialetti punico o libico e non aveva quindi accesso alla predicazione cristiana. Così, a Fussala, a quaranta miglia da Ippona, dove la popolazione parlava solo il punico, Agostino ebbe la massima difficoltà a trovare un chierico per dirigere questa nuova diocesi. La situazione era ben diversa in Oriente, dove il cristianesimo si affermò attraverso il copto, il siriaco, l’armeno e altre lingue locali. Da parte loro, gli africani (leggi berberi), rifiutando Roma e la latinità che andava svanendo, il cristianesimo che ne era dipendente perdeva naturalmente il suo sostegno» (Decret, 2002: 3). Porre la questione dell’islamizzazione dei Berberi equivarrebbe quindi a porre a monte quella della profondità della loro cristianizzazione e, ancora più a monte, quella del grado della loro romanizzazione. Quest’ultima fu superficiale, o addirittura inesistente, come pensavano Emile-Félix Gauthier (1927) e Christian Courtois (1942)? Questi ultimi sostenevano che la regione fosse stata romanizzata solo superficialmente, che la sua latinizzazione fosse stata solo apparente e che il mondo berbero fosse stato, in definitiva, poco o addirittura per niente influenzato da Roma. Prima di loro, e con grande radicalità, il RP Mesnage, missionario Padre Bianco, scrisse che: « Dietro l’Africa ufficiale o semi-ufficiale (…) vive e prospera (…) una popolazione numerosa e attiva che conserva le proprie leggi, i propri usi, le proprie credenze e si avvicina alla civiltà romana, alla quale la sua natura è stranamente ribelle, solo nei limiti dei suoi bisogni molto ristretti (…) Oggi, credo nel completo fallimento della romanizzazione dell’Africa. È del resto l’unica spiegazione razionale della scomparsa così rapida della civiltà romana in questo paese» (Mesnage, 1913). Il padre Mesnage sosteneva quindi che il mondo berbero delle campagne e delle montagne da un lato, e quello degli urbanizzati romani o dei berberi romanizzati dall’altro vivessero senza contatti, parallelamente, senza conoscersi. Oggi gli storici hanno una visione più misurata perché più regionale, essendo la realtà che la romanizzazione e la cristianizzazione dei Berberi furono disomogenee: profonde a est, nell’attuale Tunisia, medie al centro, nell’attuale Algeria e quasi inesistenti a ovest, da Orano all’Atlantico, come abbiamo visto a pagina 3. 

  Tuttavia, la questione è decisamente complessa, poiché proprio quei berberi che sfuggirono all’arabizzazione, ma non all’islamizzazione, in particolare nelle zone montuose della Cabilia, dell’Atlante o in alcune regioni sahariane, sono proprio quelli che furono meno romanizzati e cristianizzati. Infatti, laddove Roma, e poi il cristianesimo, trasformarono e quindi indebolirono la berberità acculturandola, le popolazioni inizialmente opposero resistenza, poi si convertirono. E infine, si arabizzarono, come avvenne nella rete urbana romana dell’attuale Tunisia e della maggior parte dell’attuale Algeria. Al contrario, laddove l’influenza romano-cristiana non si fece sentire o si fece sentire poco, come nell’attuale Marocco, non vi fu a quanto pare quasi nessuna resistenza e la conversione dei Berberi all’Islam fu immediata. Fu quindi la berberità non romanizzata, non divisa dalle dispute del cristianesimo nordafricano e non devastata dai Vandali ad accettare l’Islam. Ma occorre allora evidenziare un doppio paradosso: 1) Fu proprio grazie alla sua rapida conversione all’ Islam che questo mondo berbero sfuggì all’ arabizzazione. 2) Non fu opponendosi all’Islam che questi Berberi riuscirono a mantenere la loro identità, ma al contrario utilizzandolo e modellandosi sul suo stampo, anche a costo di adottare le sue eresie per sfuggire all’arabizzazione, come ho dimostrato nel mio libro Storia del Marocco dalle origini ai nostri giorni. 

MESSAGGIO DEL SANTO PADRE LEONE XIV
AI PARTECIPANTI ALLA SESSIONE PLENARIA
DELLA PONTIFICIA ACCADEMIA DELLE SCIENZE SOCIALI

 [Casina Pio IV, 14 – 16 aprile 2026]

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Ho appreso con piacere della sessione plenaria della Pontificia Accademia delle Scienze Sociali, che si tiene dal 14 al 16 aprile 2026, e invio i miei migliori auguri oranti a tutti i partecipanti. Esprimo la mia gratitudine al cardinale Peter Turkson per il suo dedicato servizio come cancelliere dell’Accademia. Ringrazio allo stesso modo la vostra presidente, suor Helen Alford, per aver scelto il tema: “The Uses of Power: Legitimacy, Democracy and the Rewriting of the International Order” [Gli usi del potere: legittimità, democrazia e riscrittura dell’ordine internazionale]. È un argomento particolarmente attuale, che focalizza la nostra riflessione sull’esercizio del potere, elemento cruciale per costruire la pace all’interno e fra le nazioni in questo momento di profondo cambiamento globale.

La dottrina sociale cattolica considera il potere non come un fine in sé stesso, ma come un mezzo ordinato al bene comune. Ciò implica che la legittimità dell’autorità non dipende dall’accumulo di forza economica o tecnologica, ma dalla saggezza e dalla virtù con cui essa viene esercitata (cfr. Catechismo della Chiesa Cattolica, n. 1903). Perché la saggezza ci consente di discernere e perseguire il vero e il bene, piuttosto che beni apparenti e vanagloria, nelle circostanze della vita quotidiana. Tale saggezza è inseparabile dalle virtù morali, che rafforzano il nostro desiderio di promuovere il bene comune. In particolare, sappiamo che la giustizia e la fortezza sono indispensabili per prendere decisioni ponderate e per metterle in pratica. Anche la temperanza si rivela essenziale per l’uso legittimo dell’autorità, poiché la vera temperanza frena l’eccessiva esaltazione di sé e funge da barriera contro l’abuso di potere.

Questa comprensione del potere legittimo trova una delle sue più alte espressioni nella democrazia autentica. Lungi dall’essere una mera procedura, la democrazia riconosce la dignità di ogni persona e invita ciascun cittadino a partecipare responsabilmente al perseguimento del bene comune. Riflettendo questa convinzione, san Giovanni Paolo II ha affermato che la Chiesa apprezza la democrazia perché garantisce la partecipazione alle scelte politiche e «la possibilità sia di eleggere e controllare i propri governanti, sia di sostituirli in modo pacifico, ove ciò risulti opportuno» (Centesimus annus, n. 46). Tuttavia, la democrazia rimane sana solo quando è radicata nella legge morale e in una vera visione della persona umana. In mancanza di questo fondamento, rischia di diventare o una tirannia maggioritaria o una maschera per il dominio delle élites economiche e tecnologiche.

Gli stessi principi che guidano l’esercizio dell’autorità all’interno delle nazioni devono altresì informare l’ordine internazionale, una verità particolarmente importante da ricordare in un tempo in cui rivalità strategiche e alleanze mutevoli stanno rimodellando le relazioni globali. Dobbiamo ricordare che un ordine internazionale giusto e stabile non può emergere dal mero equilibrio di potere né da una logica puramente tecnocratica. La concentrazione del potere tecnologico, economico e militare nelle mani di pochi minaccia sia la partecipazione democratica tra i popoli, sia la concordia internazionale.

A tale riguardo, i miei predecessori hanno espresso la necessità di istituzioni aggiornate e di un’autorità universale (cfr. Giovanni Paolo II, Centesimus annus, n. 58; Pacem in terris, n. 137), improntata al principio di sussidiarietà (cfr. Benedetto XVI, Caritas in veritate, n. 57). Lo sviluppo di una tale comunità globale di fratellanza richiede «la migliore politica, posta al servizio del vero bene comune» (Francesco, Fratelli tutti, n. 154). Di fatto, è «più che mai necessario ripensare con audacia le modalità della cooperazione internazionale» (Visita alla sede della FAO in occasione della Giornata Mondiale dell’Alimentazione, 16 ottobre 2025, n. 7).

In ultima analisi, quando le potenze terrene minacciano la tranquillitas ordinis — la classica definizione agostiniana della pace — dobbiamo trarre speranza dal Regno di Dio, che, pur non essendo di questo mondo, fa luce sulle realtà di questo mondo e ne rivela il significato escatologico. In questa prospettiva di fede, ci viene ricordato che l’onnipotenza di Dio si manifesta soprattutto nella misericordia e nel perdono (cfr. Tommaso d’Aquino, Summa Theologiae, I, q. 25, a. 3, ad 3); il potere divino non domina, ma piuttosto guarisce e ristora. È proprio questa logica di carità che deve animare la storia, poiché l’attività umana ispirata dalla carità aiuta a plasmare la “città terrena” nell’unità e nella pace, rendendola — seppure in modo imperfetto — un’anticipazione e una prefigurazione della “Città di Dio” (cfr. Benedetto XVI, Caritas in veritate, n. 7). Tale fede rafforza la nostra determinazione a costruire una cultura di riconciliazione capace di superare le insidie dell’indifferenza e dell’impotenza (cfr. Discorso ai leader religiosi partecipanti all’Incontro Internazionale di Preghiera per la Pace, 28 ottobre 2025).

Con questi sentimenti, auspico sinceramente che le vostre riflessioni in questi giorni producano spunti preziosi per chiarire gli usi legittimi del potere, i criteri della democrazia autentica e il tipo di ordine internazionale che serve il bene comune. In tal modo, il vostro lavoro contribuirà in maniera significativa alla costruzione di una cultura globale di riconciliazione e di pace, una pace che non sia semplicemente la fragile assenza di conflitto, ma il frutto della giustizia, nata da un’autorità umilmente posta al servizio di ogni essere umano e dell’intera famiglia umana.

Possa lo Spirito Santo, fonte di ogni carità e vincolo di unità e di pace, illuminare le vostre menti e sostenere i vostri sforzi. Invoco volentieri su tutti voi le abbondanti benedizioni di Dio.

Dal Vaticano, 1° aprile 2026

LEONE PP. XIV

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L’Osservatore Romano, Edizione Quotidiana, Anno CLXVI n. 85, martedì 14 aprile 2026, p. 8.

Sessione plenaria sul tema «Gli usi del potere»

Legittimità, democrazia e la ridefinizione dell’ordine internazionale

Plenary Session on The Uses of Power

Il cammino verso la pace richiede cuori e menti educati alla sollecitudine verso il prossimo e capaci di cogliere il bene comune nel mondo di oggi. Il cammino verso la pace coinvolge infatti tutti e conduce alla promozione di giusti rapporti tra tutti gli esseri viventi. Come ha sottolineato Giovanni Paolo II, la pace è un bene indivisibile; o è di tutti o non è di nessuno (cfr. Sollicitudo rei socialis, 26). Essa può essere veramente raggiunta e vissuta come realtà di vita e di sviluppo integrale solo se esiste nella coscienza delle persone «una ferma e perseverante determinazione a impegnarsi per il bene comune». Discorso di Sua Santità Papa Leone XIV ai Movimenti e alle Associazioni dell’«Arena della Pace», 30 maggio 2025)

SINTESI DEL PROGETTO

Nel 1998 e nel 2000, la Pontificia Accademia delle Scienze Sociali ha dedicato due sessioni plenarie all’analisi della democrazia nelle sue varie forme moderne. In quegli anni, la democrazia sembrava un orizzonte ineludibile per tutti i paesi civilizzati. Tre decenni dopo, la situazione non è più la stessa. Di fronte a un panorama mondiale in mutamento, che sta assistendo alla crisi delle democrazie liberali e alla ridefinizione dell’ordine internazionale attorno a diversi interessi geopolitici, analizzare il destino di quelle aspirazioni democratiche e, più in generale, i fondamenti morali della vita politica diventa una questione urgente.

La dottrina sociale della Chiesa cattolica può essere fonte di ispirazione in questo senso: essa ha sempre sottolineato che la democrazia non è moralmente autosufficiente, ma dipende da valori che traggono origine dalla dignità umana e che dovrebbero essere tutelati politicamente attraverso un ordinamento giuridico in sintonia con la legge naturale, il quale ponga chiari limiti al potere politico e sia al servizio del bene comune. Tuttavia, la dottrina sociale della Chiesa cattolica lascia ampio spazio all’esercizio del giudizio sulle modalità specifiche con cui tali principi dovrebbero essere applicati in contesti storici contingenti.

In questo contesto, lo scopo di questa sessione plenaria è quello di dare vita a una riflessione ampia e interdisciplinare sugli usi del potere politico, sulle teorie e sulle percezioni della legittimità politica e sulla continua ridefinizione delle relazioni internazionali.

In termini generali, il «potere» – di cui il potere politico è una forma specifica – può essere definito come la capacità di mobilitare risorse per un determinato scopo.  Tale capacità può fondarsi sulla persuasione/convinzione, sulla forza/coercizione e sulle sanzioni positive.

Nella misura in cui comporta l’aggregazione delle volontà attorno a un bene comune, il potere politico nasce innanzitutto dalla persuasione, ma, per garantire la convivenza politica nel tempo, deve essere sostenuto dal potere coercitivo e dalla capacità di sanzionare le violazioni dell’ordine politico istituito. Per questo motivo, i filosofi hanno talvolta distinto tra potere costitutivo -che è un processo- e il potere costituito (istituzionalizzato) (ad esempio, Spinoza distingue tra “potentia” e “Potestas”).

Considerato l’ideale normativo dell’uguaglianza fondamentale, il fatto che alcuni esercitino potere sugli altri richiede una qualche forma di giustificazione. Nel distinguere tra auctoritas e potestas, la Repubblica romana sottolineava la necessità che l’esercizio del potere (potestas) avvenisse nell’ambito morale; la distinzione medievale tra tyrannus ex defectu tituli e tyrannus ex defectu exercitii implicava anch’essa una distinzione tra legittimità politica e legittimità morale. Nella storia moderna vi sono stati diversi approcci all’origine e alle finalità del potere politico, che sono rilevanti anche per comprendere le fonti della sua legittimità.

Oltre a queste teorie normative, i filosofi a partire da Platone hanno mostrato interesse anche per le origini sociali e psicologiche della tirannia, rilevanti per riflettere sul tipo di educazione necessaria a prevenirne l’insorgere; e, in epoca moderna, la sociologia ha anche indicato le convinzioni che le persone nutrono riguardo alla legittimità di un particolare regime come elemento rilevante per spiegare il “dominio” politico, ovvero la probabilità che le persone obbediscano a un determinato comando (Weber). Esplorare i diversi modi in cui le persone cercano di partecipare ed esercitare il potere è materia di scienze politiche.

Il dominio politico, inteso come governo di cittadini liberi, si distingue chiaramente dal dominio dispotico. Tuttavia, per evitare l’arbitrarietà e preservare realmente la libertà politica, l’esercizio del potere politico deve essere regolato secondo la ragione e la giustizia. Questo è lo scopo dell’istituzione di una costituzione, che garantisce la separazione e l’equilibrio dei poteri, una carta dei diritti, ecc. Lo stato di diritto è, sotto ogni punto di vista, un elemento fondamentale nella configurazione di uno spazio veramente politico. Tuttavia, trovare l’equilibrio tra la natura prudenziale dell’attività politica, che si occupa di situazioni contingenti, e i requisiti normativi e quindi universali della legge non è mai stato facile. Negli ultimi anni abbiamo assistito a due movimenti contrastanti che sono sintomatici di un sistema politico disfunzionale: sia la politicizzazione della magistratura, implicita nel populismo, sia la giudizializzazione della politica, implicita nella tecnocrazia, rappresentano anomalie che mettono in pericolo i pilastri della democrazia liberale.

Come sappiamo, le istituzioni liberali sono antecedenti agli ideali democratici, ma la convergenza di entrambi questi elementi nel secolo scorso è stata generalmente considerata un risultato politico. Per diversi decenni, le “democrazie liberali” hanno rappresentato una sorta di bussola morale per le nazioni emergenti: anche se, sotto molti aspetti, lo sviluppo economico di tali democrazie – in particolare la scoperta di nuovi mercati – non può essere dissociato dalla storia parallela dell’imperialismo, non c’è dubbio che le argomentazioni liberali (sulla libertà e sul diritto all’autodeterminazione, per esempio) abbiano costituito parte della sfida all’imperialismo e abbiano contribuito a destabilizzare il colonialismo tra l’inizio e la metà del XX secolo. 

Eppure, questa situazione potrebbe stare cambiando. Da un lato, sia a livello nazionale che internazionale, assistiamo alla continua erosione delle istituzioni che avrebbero dovuto porre dei limiti all’esercizio del potere. Dall’altro, sembra che l’unica legittimazione ammissibile sia quella elettorale. Le molteplici fonti di legittimazione del potere si perdono in una concezione molto povera della democrazia, ridotta alla “volontà del popolo” o alla volontà della maggioranza, che, sempre più diffidente nei confronti di tutti gli organismi indipendenti, è facile preda della disinformazione o della cattiva informazione online. Tutte le complesse e molteplici nozioni di democrazia, Stato di diritto, costituzionalismo, diritti fondamentali e simili vengono trascurate: il dialogo, il compromesso, i processi deliberativi sono tutti in secondo piano di fronte alla “volontà” del popolo o del suo leader simbolico. Si ritiene che le norme e le regole fondamentali non debbano più limitare l’esercizio del potere (a livello nazionale e internazionale) se vanno contro l’interesse percepito dal popolo; ad esempio, vengono messi in discussione trattati di lunga data.

In un contesto internazionale caratterizzato dalla reciproca sfiducia e dalla lotta per le risorse economiche, gli accordi giuridici introdotti per garantire la libertà politica interna possono facilmente essere interpretati come un segno di debolezza nei confronti delle potenze esterne. Questo è uno dei motivi per cui Kant riteneva che il vero rispetto della legge non potesse essere garantito in assenza di una federazione internazionale di Stati, tutti impegnati a promuovere la pace. Questa idea è stata alla base della fondazione prima della Società delle Nazioni e poi, dopo la Seconda guerra mondiale, delle Nazioni Unite, nonché dello sviluppo di varie istituzioni internazionali.

Eppure, al momento, l’ordine internazionale basato sulle regole sembra essere in declino, mentre assistiamo a un ritorno alla politica di potere prebellica, con una riscrittura delle norme che regolano l’ordine mondiale, presumibilmente per giustificare la scomparsa delle nazioni sovrane e, probabilmente, una nuova forma di impero. Questa evoluzione rappresenta una sfida alle norme liberal-democratiche a livello internazionale e segnala una regressione rispetto alle idee di giustizia globale, cittadinanza globale e cosmopolitismo che avevano animato la teoria politica di appena un decennio o due fa. In questo nuovo contesto, viene facilmente in mente la critica di Hegel a Kant:

«La visione kantiana di una pace perpetua attraverso una federazione di Stati che fungerebbe da arbitro in ogni controversia e risolverebbe ogni disaccordo in quanto potere riconosciuto da tutti i singoli Stati, impedendo così una soluzione bellica, presuppone l’accordo degli Stati, che si baserebbe su ragioni morali o religiose e, in ultima analisi, sempre sulla volontà sovrana particolare, la quale continuerebbe a essere influenzata dalla contingenza. Pertanto, nella misura in cui le volontà particolari non giungono a un accordo, le controversie tra gli Stati possono essere risolte solo con la guerra» (Filosofia del diritto, § 333, 334).

Hegel riteneva che una federazione di Stati non potesse fondarsi su ragioni meramente pragmatiche o strategiche, ma fosse possibile solo su basi morali o religiose. Ciò, ovviamente, non significa che principi morali o religiosi condivisi risolverebbero tutte le divergenze politiche: nonostante la condivisione di principi morali, è ragionevole che le persone giungano a conclusioni politiche diverse, poiché queste ultime dipendono anche da situazioni piuttosto contingenti. Tuttavia, i principi morali condivisi, così come la riflessione sulla nostra origine e sul nostro destino comuni, possono certamente aiutarci nel modo in cui affrontiamo le nostre differenze altrimenti inevitabili e, soprattutto, nelle decisioni che prendiamo per prevenire la guerra.

Mentre assistiamo alla nascita di un nuovo ordine mondiale, è opportuno riflettere sulle ragioni e sulle cause che hanno portato al crollo di quello vecchio. Quali sono stati i punti deboli e i difetti di quell’ordine mondiale che hanno lasciato la porta aperta a reazioni così profonde e radicali come quelle a cui stiamo assistendo oggi? E, soprattutto, cosa possiamo fare nella situazione attuale per garantire giustizia e pace?

La sessione plenaria si svolgerà nell’arco di tre giorni interi: il primo sarà dedicato al potere e alla legittimità; il secondo alla democrazia liberale e alle sue critiche; il terzo alla ridefinizione dell’ordine internazionale.

Con l’uccisione di Seif al-Islam, svanisce l’unica opzione credibile per la riunificazione della Libia_di Bernard Lugan Commento di Giuseppe Germinario

Una settimana fa, il 3 febbraio, è stato assassinato a Zintan, a sud-est di Tripoli, Seif al-Islam Gheddafi. Si chiude, quantomeno si vorrebbe chiudere, il tragico cerchio tracciato con l’assassinio brutale di suo padre, Muammar Gheddafi nel 2011. A determinare la fine di Seif avrà contribuito sicuramente la tentazione di recuperare o estorcere da parte di qualche banda o clan locale parte del tesoro nascosto detenuto dalla famiglia. Non bisogna dimenticare che gran parte di quelle ricchezze sono state congelate all’estero nei depositi dei cosiddetti liberatori della Libia dalla dittatura; il sospetto che in realtà buona parte di quei beni, in particolare in Francia e Regno Unito, si siano già dileguati o rimangano preda agognata dei liberatori si insinua perniciosamente. Gli antefatti trapelati negli anni scorsi che hanno visto coinvolti alte cariche de “la Republique” sono un utile indizio all’individuazione prosaica dei moventi che hanno spinto a queste azioni così scellerate.

Sarebbe, però, riduttivo attribuire all’avidità e allo spirito predatorio dei singoli soggetti politici la motivazione e il successo in simili azioni così infami, pur poco originali. Trovano spazio in dinamiche e cicli di lungo periodo. Nella fattispecie, in Libia, nella gestione e nel condizionamento del moto indipendentista da parte delle potenze straniere: da una parte il mondo anglosassone, del Regno Unito in particolare, artefice di un sistema similconfederale di accordo tra le tribù e i clan che lasciasse grande spazio alla autonomia e alle rivalità tribali e claniche circoscritte da una debole monarchia, rappresentata nel dopoguerra sino al ’69 da re Idris; dall’altra la costruzione di una struttura statale più centralizzata sostenuta dai due clan libici più importanti e corroborata dalla istituzione di un consiglio tribale e clanico che raccogliesse le istanze di tutti i gruppi presenti nel paese. Il regime di Gheddafi è stato l’espressione vincente di questa ultima dinamica, favorita dal bipolarismo e dall’esistenza del movimento terzomondista. Ci hanno pensato i franco-britannici, con l’accondiscendenza degli Stati Uniti di Obama e l’iniziale diffidenza dei turchi, a rompere dopo lunga gestazione, con presenza discreta sul posto di proprie truppe speciali, il giocattolo unitario libico. Una operazione che è riuscita a dissolvere, ma non a ricostruire, ammesso che lo si sia voluto, su basi più tenui una parvenza di stato unitario. In questo quindicennio gli attori internazionali presenti sul terreno, a cominciare dalla Turchia, si sono moltiplicati parimenti al numero delle fazioni in loco che ambiscono al primato e alla vendetta, a cominciare dal clan di Misurata, eterno perdente dei decenni precedenti.

E l’Italia!? La classe dirigente e le leadership politiche si stanno cacciando ormai da tempo, progressivamente nella stessa situazione sperimentata tragicamente piu volte, con le sole eccezioni del periodo di Cavour e Giolitti, anche se in tono minore rispetto ai tracolli catastrofici della Germania. Con l’inchino a Obama e alla sua velenosa concessione di “caduta in piedi” Berlusconi ha ceduto alle “frattinate” del suo ministro degli esteri partecipando a pieno titolo, molto più di quanto la narrazione abbia lasciato intendere, alla infamia dell’intervento in Libia. Una adesione che, al netto dei pesanti ricatti personali subiti, avrebbe potuto essere evitata e addirittura dovuto ostacolare tanto da contrapporre con un po’ di astuzia e determinazione almeno nella fase preliminare dell’operazione atti contrari, quando l’intervento alleato era svolto ancora in modalità coperta e poteva subire una battuta di arresto senza eccessivi danni di immagine. Il ruolo dell’Italia è proseguito sulla stessa falsariga di quello alla exJugoslavia di tredici anni prima, ma con minori contrasti interni ed effetti ancora più disastrosi ed irreversibili
Il danno economico provocato all’economia italiana è stato pesante, quantificabile in una perdita immediata di circa centoquarantamila posti di lavoro
Si registra una prima perdita di controllo dei flussi migratori da aree problematiche nella loro gravità
Nel medio periodo, aspetto ancora più significativo, si innesca una dinamica di progressiva riduzione della diversificazione delle forniture energetiche a basso costo e dai flussi garantiti
Tra questi tre esiti, pur nella loro gravità, manca quello più importante e strategico. l’Italia, a partire dagli anni ’90, ma soprattutto dall’intervento in Libia, si è allontanata progressivamente da un ruolo attivo e relativamente autonomo nel suo vicinato, nella fattispecie dal Mediterraneo, dal Nord Africa e Medio Oriente e dai Balcani, sino ad essere risucchiata progressivamente e supinamente nelle politiche e nella aggressione russofoba all’estremo lembo orientale dell’Europa.
Eppure le occasioni per ritagliarsi almeno in Africa e in Libia un ruolo più autonomo non sono mancate, a cominciare dalla possibilità di sostenere l’uomo politico più popolare in Libia, fautore credibile di una riconciliazione e riunificazione di quel paese da costruire sulla concreta base sociale di quel paese, Saif al Islam Gheddafi. Lugan descrive molto bene, nel suo articolo e in numerosi altri testi e libri, quel contesto, anche se spesso e volentieri glissa volentieri, direi comprensibilmente, sulle ragioni politiche delle scelte dei leader del suo paese.

Il governo Meloni, in particolare la leader, non ostante la retorica della difesa dell’interesse e del protagonismo nazionali, non si è di fatto significativamente distaccata da queste dinamiche adottate per altro più o meno convintamente da tutti gli ultimi governi. Ha scelto di collocarsi, per reazione all’atteggiamento ostile, apertamente della Francia e subdolo della Gran Bretagna nei suoi confronti, all’ombra della Turchia, imbarazzante nella sua pochezza e nella sua manifestazione di debolezza.
Una spia, un campanello di allarme che dovrebbe porre sotto una luce diversa, se non proprio opposta, altri atti presentati, altrimenti, dalla stessa come momenti di svolta rivoluzionari e innovativi, pur nuovi rispetto all’immobilismo dei governi tecnici e di centrosinistra.
Tra questi:
Il piano Mattei sull’Africa, in realtà vissuto scarsamente di luce propria e dipendente in larga misura dai finanziamenti veri e presunti dei fondi statunitensi

Le inspiegabili, politicamente gratuite e compiacenti, cessioni azionarie ai fondi americani di ENI, Poste Italiane, e rete telefonica primaria
Ultimo aspetto, forse il più geopoliticamente significativo: la possibile adesione, sollecitata recentemente dalla Commissione Esteri della Camera, al cosiddetto Trimariun che dovrebbe collegare in uno stretto sodalizio i paesi che corrono dal mar Baltico, al mar Nero, al mare Adriatico. Occorre spendere su questo qualche parola in più. Il documento prodotto dalla Commissione enfatizza i vantaggi economici e commerciali di tale adesione: renderebbe il porto di Trieste strategico nella sua collocazione, perché lo renderebbe un hub indispensabile a garantire e intersecare i flussi verso l’Europa Orientale, con quelli verso il Centro Europa e quelli che si dipartono oltre Atlantico, in particolare verso gli Stati Uniti. Tutto vero! Rimangono però due aspetti non proprio secondari da considerare: chi avrà in mano l’effettiva gestione del porto di Trieste? Ancora più importante da sottolineare è il fatto che il Trimariun, altrimenti detto Intermarium, assume finalità e scopi principalmente militari di separazione definitiva e contrapposizione ostile alla Russia. È soprattutto una cintura e un corridoio militare promosso dai paesi più bellicisti dell’Europa Orientale, una sorta di cordone sanitario. Per gli interessi strategici e le priorità nazionali Italiane avrebbe senso una collaborazione esterna sugli aspetti economici civili all’iniziativa piuttosto che una adesione politicamente costrittiva al consorzio. Una faciloneria, o presunta tale nei suoi aspetti subdoli che rischia di trascinare ancora una volta l’Italia in conflitti contrari e opposti ai propri interessi  Buona lettura, Giuseppe Germinario

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Nominato il 14 settembre 2015 dal Consiglio Supremo delle Tribù della Libia come suo rappresentante legale, quindi unico autorizzato a parlare a nome delle vere forze vive della Libia che sono le tribù, candidato alle elezioni presidenziali libiche, Seif al-Islam era l’unico in grado di ricostituire l’alchimia tribale polverizzata dall’ingiustificabile intervento militare franco-NATO del 2011. Poteva farlo perché era legato da vincoli di sangue sia alla grande confederazione tribale degli Awlad Sulayman della Tripolitania da parte di padre, sia a quella dei Sa’adi della Cirenaica da parte di madre. Attraverso la sua persona, era quindi possibile ricostituire l’ordine istituzionale libico smantellato dalla Francia e dalla Gran Bretagna in nome della «democrazia» e dei «diritti umani».

Oggi è illusorio pretendere di ricostruire la Libia senza tenere conto dell’archeologia e persino dell’alchimia tribale su cui si basano tutte le definizioni culturali, politiche, sociali, economiche e religiose del Paese. Tuttavia, poiché la soluzione passa attraverso la riattivazione del sistema politico-tribale costruito dal colonnello Gheddafi, e non attraverso l’imposizione di un sistema democratico “alla occidentale”, l’annuncio della morte di Seif al-Islam, figlio del defunto colonnello, non è una buona notizia per il futuro della Libia. Seif al-Islam, che aveva il sostegno del consiglio delle tribù, era infatti l’unico in grado di ricostituire il sottile sistema politico creato da suo padre, poiché attraverso la sua persona era possibile ricostituire l’ingranaggio delle alleanze tra le due principali confederazioni tribali del Paese.

Con una superficie di 1.759.540 km² e una popolazione di quasi 7 milioni di abitanti nel 2021, la Libia è un’immensità vuota. Più del 90% dei libici vive in città e oltre l’80% è concentrato lungo la costa mediterranea. La Libia, che fa parte sia del Maghreb che del Mashreq, è costituita da tre aree con forti caratteristiche geografiche, umane, storiche, politiche ed economiche:

1) A ovest, la Tripolitania con la capitale Tripoli, è delimitata a nord dal Mediterraneo. La regione è chiusa sui suoi tre lati terrestri da tre vasti complessi desertici: a sud l’immenso altopiano roccioso della Hamada el Hamra, a ovest le dune del Grand Erg Oriental e a est, separandola dalla Cirenaica, la regione delle Sirti (sabbia in greco), che costituisce un avamposto del Sahara verso il Mediterraneo. A sud delle Sirte, nella depressione della Joffra, le tre oasi di Waddan, Hun e Sukna presentano pascoli e palme.

A nord, il Jebel Nefusa, che raggiunge un’altitudine massima di 837 metri e presenta una vegetazione tipicamente mediterranea, è separato da scarpate rocciose che dividono pianure e altipiani dalla stretta pianura costiera della Djefara. Quest’ultima, che nasce nel sud della Tunisia, è come stretta in una morsa tra il Mediterraneo e il Jebel, che digrada in un vasto altopiano che scende verso sud. A sud, la Tripolitania è costituita da una vasta regione particolarmente inospitale,

2) A est, separata dalla Tripolitania da un blocco sahariano largo oltre 1000 chilometri, la Cirenaica, con capoluogo Bengasi, guarda verso l’Egitto. La regione è dominata dal Jebel Akhdar (la montagna verde). Lungo circa 300 chilometri e largo circa 100, quest’ultimo è formato da due creste parallele separate da un altopiano la cui larghezza varia da 3 a 25 chilometri e che digrada dolcemente verso sud su regioni sempre meno piovose fino al deserto. Tra la parte bassa del Jebel e il mare si estende una stretta fascia costiera la cui larghezza massima è di 20 chilometri alle spalle di Bengasi. Grazie alla presenza del Jebel Akhdar, la regione riceve tra i 300 e i 500 mm di pioggia all’anno.

3) Il Fezzan è una regione bassa occupata in gran parte da vaste distese di dune, gli edeyen (erg), che formano le due grandi depressioni di Mourzouk e Oubari. L’edeyen di Mourzouk ha una superficie di circa 60.000 km² completamente desertica. Nel sud del Fezzan, i serir, regioni pianeggianti dal terreno soffice, sono altrettanto inospitali. A sud-est, la regione di Koufra con le sue oasi è isolata alla fine di una pista racchiusa tra due mari di sabbia. La traversata del Fezzan, o Sahara libico, avveniva tradizionalmente seguendo corridoi tracciati da linee di oasi incastonate in altipiani rocciosi e immense distese di dune ostili.

Dal punto di vista economico, la Libia è il settimo produttore mondiale di petrolio e detiene il 3,5% delle riserve mondiali accertate. Il petrolio libico è di buona qualità, facile da estrarre e poco costoso, poiché lo sfruttamento avviene principalmente sulla terraferma. Esistono pochi giacimenti in sfruttamento in mare. Di conseguenza, i costi tecnici sono bassi. La Libia occupa il 22° posto nella classifica mondiale per il gas, ma il grande potenziale libico in questo settore è ancora largamente sottoutilizzato per ragioni economiche e di sicurezza. La Libia è teatro di un complesso gioco di influenze tra numerosi paesi a causa delle sue potenzialità energetiche (gas e petrolio), ma anche per la sua posizione geografica.

La guerra insensata scatenata contro il colonnello Gheddafi nel 2011 è stata seguita dalla rovina di un paese prospero, dalla sua divisione territoriale e da una guerra civile atroce. Oggi, la situazione della sicurezza in Libia è ancora fortemente deteriorata. Gli scontri armati sono frequenti. Anche le zone di confine con Niger, Ciad, Sudan, Tunisia e Algeria sono instabili. La Libia è oggi un paese frammentato da diversi conflitti.

La grande originalità politica della Libia è che si tratta di una società con due dinamiche, quella del potere e quella delle tribù. La costante socio-politica è la debolezza del potere rispetto alle tribù. Numerose decine, se contiamo solo quelle principali, ma diverse centinaia se prendiamo in considerazione tutte le loro suddivisioni, le tribù libiche sono raggruppate in çoff (alleanze o confederazioni) con alleanze tradizionali mutevoli all’interno delle tre regioni che compongono il Paese.

Tradizionalmente, le tribù più forti agivano come veri e propri “apripista” poiché controllavano gli immensi corridoi di nomadizzazione dell’asse Mediterraneo-Fezzan. Le tribù più deboli praticavano invece un semi-nomadismo regionale.

Il colonnello Gheddafi aveva mantenuto il sistema tribale, inquadrandolo però in un sistema amministrativo moderno, con prefetture (muhāfazāt) e comuni (baladīyat). Coloro che nel 2011, in nome dell’ingerenza democratica, hanno rovesciato il suo regime hanno fatto a pezzi questa sottile alchimia tribale e provocato direttamente il caos.

In Libia, la realtà politica si basa infatti sull’equilibrio e sui giochi di potere tra le confederazioni tribali e regionali. In Libia esistono tre grandi confederazioni tribali (coff o saff): la confederazione Sa’adi nella Cirenaica, la confederazione Saff al-Bahar nel nord della Tripolitania e la confederazione Awlad Sulayman che occupa la Tripolitania orientale e interna, nonché il Fezzan.

Il colonnello Gheddafi aveva fondato il suo potere sull’equilibrio tra questi tre grandi çoff. Proveniente dalla tribù dei Qadhadfa, il cui centro è la città di Sebha, Muammar Gheddafi sposò una Firkeche, un clan della tribù reale dei Barasa, un matrimonio che gli permise di stringere un’alleanza tra i Qadhafda e le grandi tribù della Cirenaica legate ai Barasa. Il suo potere si estese quindi a tutta la Libia, poiché si basava sulle tre grandi confederazioni tribali del Paese:

– quella della Cirenaica con la confederazione Sa’adi che riunisce le tribù alleate dei Barasa,

– quella del corridoio che va dalle Sirti al Fezzan e al Ciad, con una propria confederazione, quella degli Awlad Sulayman (Ouled Slimane).

– quella della Tripolitania settentrionale attraverso la confederazione al-Bahar, grazie ai suoi alleati, i Margarha di Sebha, il cui centro è la città di Waddan, a circa 280 km a sud di Sirte.

Al di là di una nuova guerra di tutti contro tutti e delle schiere democratiche, oggi sono possibili due opzioni: o la ricostruzione di uno Stato forte, o la presa in considerazione delle realtà confederali.

1) La ricostituzione di uno Stato forte è un’opzione che implicherebbe un ritorno alla situazione precedente con l’emergere di un nuovo «colonnello Gheddafi» in grado di riunificare il Paese. L’assassinio di Seif al-Islam rende questa opzione irrealizzabile.

2) La costituzione di due poli confederati (Tripolitania e Cirenaica), che sancirebbe il riconoscimento ufficiale della frammentazione della Libia, ma avrebbe il vantaggio di circoscrivere le lotte di potere all’interno di due regioni e quindi di limitare l’effetto domino regionale. Oggi, due governi si contendono il potere: il governo di unità nazionale (GNU) con sede a Tripoli, nella parte occidentale del Paese, guidato da Abdelhamid Dbeibah e riconosciuto dall’ONU, e le autorità di Bengasi, nella parte orientale, controllate dal maresciallo Haftar e dai suoi figli, che hanno esteso la loro presenza militare nella parte meridionale del Paese.

Finora tutti i tentativi di pace sono falliti perché, come diceva Albert Einstein, «non si può risolvere un problema con lo stesso modo di pensare che lo ha generato». Tuttavia, allontanandosi come sempre dalla realtà, la «comunità internazionale» persiste nei suoi due errori principali:

1) Le tribù, uniche vere forze politiche del Paese, sono in realtà escluse dal processo politico.

2) L’unica soluzione proposta è ancora una volta un programma elettorale. In altre parole, solo chiacchiere…

Né le milizie della Tripolitania né la città di Misurata vogliono sentir parlare della fine della loro autonomia. Questa ricca e potente città situata all’estremità orientale della Tripolitania è storicamente, culturalmente, religiosamente, politicamente e militarmente orientata verso la Turchia.  Vuole assumere il controllo della Tripolitania per poter affrontare direttamente la confederazione tribale della Cirenaica, con cui è in rivalità secolare. Se la Turchia sostiene il governo di Tripoli e dispone di basi militari nella regione, la Russia e l’Egitto fanno lo stesso con il generale Haftar in Cirenaica.

Il caos democratico, di Bernard Lugan

Il caos democratico

Se oggi la Francia deve affrontare un rifiuto massiccio e globale in Africa, il disamore risale alla Conferenza franco-africana di La Baule, quando, nel 1990, François Mitterrand dichiarò che era a causa della mancanza di democrazia che il continente non riusciva a «svilupparsi». Condizionò quindi gli aiuti della Francia all’introduzione del multipartitismo. 

Il risultato di questo diktat democratico fu che, in tutta l’Africa francofona, la caduta del sistema monopartitico provocò una serie di crisi e guerre, poiché il multipartitismo esacerbò l’etnicismo e il tribalismo che fino ad allora erano stati contenuti e canalizzati nel partito unico.

Tuttavia, la democrazia del “one man, one vote” imposta all’Africa ha matematicamente dato il potere ai popoli, alle etnie o alle tribù con il maggior numero di elettori. Quello che ho definito “etno-matematica elettorale africana”, secondo cui i popoli più prolifici detengono automaticamente il potere derivante dalla somma dei voti.

Tuttavia, ancora una volta, sono stati proprio questi diktat elettorali, visti a livello locale come ingerenze neocoloniali, che hanno portato gradualmente all’espulsione della Francia, in particolare dalla regione del Sahel dove, a parte i funzionari francesi e i vampiri delle ONG, nessuno ha mai creduto alla farsa elettorale, un sondaggio etnico in grande stile e un rito destinato a soddisfare i donatori occidentali…

A più di trent’anni dall’ingiunzione rivolta all’Africa da François Mitterrand nel suo “discorso di La Baule” del 20 giugno 1990, la democrazia che egli postulava come rimedio ai mali del continente non ha portato né sviluppo economico, né stabilità politica e tanto meno sicurezza. 

Questo fallimento spiega perché paesi come il Mali, il Burkina Faso, la Guinea, il Ciad e la Repubblica Centrafricana abbiano deciso di voltare le spalle all’imperativo del «buon governo» e di instaurare o reintrodurre regimi autoritari. Assistiamo quindi sia alla fine di un ciclo che a un cambiamento di paradigma.

Tuttavia, se la democrazia elettorale non è riuscita a risolvere i conflitti africani, è a causa dell’inadeguatezza tra le realtà socio-politiche comunitarie radicate e un sistema politico importato basato sull’individualismo. Come avrebbe potuto attecchire il trapianto democratico europeo nell’Africa subsahariana, dove tradizionalmente l’autorità non era condivisa, dove la separazione dei poteri era sconosciuta e dove i capi detenevano attraverso la loro persona sia l’auctoritas che la potestas?

Come si è potuto far credere agli africani che fosse possibile trasporre la democrazia occidentale senza aver prima riflettuto sulla creazione di contro-poteri, sulle modalità di rappresentanza e di associazione al governo delle minoranze etniche condannate dall’etno-matematica elettorale a essere per sempre escluse dal potere?

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Bernard Lugan tra Algeria, Mali e Nigeria

Gli articoli in calce di Bernard Lugan riguardano una area strategicamente importante per l’Italia, soprattutto in conseguenza della dissennata politica di sanzioni contro la Russia. Il cosiddetto “piano Mattei” rientra nel novero delle ardue intenzioni, piuttosto che nella strategia, del Governo Italiano di esercitare una propria influenza in una area di fatto destabilizzata a compensazione della sua fuga suicida dalla Russia. Un tentativo che, in sovrappiù, per avere una qualche possibilità di successo intende appoggiarsi saldamente e dichiaratamente agli Stati Uniti, paese ancora potente, ma dotato di una buona dose di discredito in quell’area, anche se non a livello della Francia. Sottolineano, altresì, i problemi e le contraddizioni che assillano la presenza della Russia in quell’area, al pari di quelle della Cina, che fanno giustizia dell’aura messianica esagerata che viene loro attribuita da certa area antiatlantista e antimperialista presente in Europa e in Italia_Giuseppe Germinario

Operata su richiesta delle autorità maliane, la partenza delle forze francesi ha aperto la strada al GSIM (Gruppo di sostegno all’Islam e ai musulmani). Affiliato ad Al-Qaeda, il GSIM è in realtà autonomo dalla centrale che dirige questa nebulosa terroristica. Sebbene si richiami all’Islam rigorista, la sua presa di controllo da parte del capo tuareg Iyad agh Ghali ha reso il GSIM un movimento prima etno-islamista e poi jihadista. Tuttavia, data la situazione sul campo, la domanda che sorge spontanea è se Iyad agh Ghali sia alle porte del potere in Mali. A questo proposito, alcuni media hanno annunciato l’imminente caduta di Bamako. Un annuncio che sembra prematuro per due ragioni principali: 1) La prima è chiaramente etnica. Apparendo come il braccio armato dei Tuareg, il JNIM non può che suscitare il rifiuto da parte dei sudisti, in particolare dei Bambara. Ecco perché, da alcune settimane, il GSIM sta cercando di presentarsi come un movimento islamico-nazionalista multietnico. Tenuto conto della memoria collettiva, l’impresa sembra complessa… 2) Con un numero di effettivi che, secondo le fonti, varia tra i 5.000 e i 10.000 uomini, il GSIM non sembra in grado di lanciare un assalto diretto alla capitale maliana. Ricordiamo che nel giugno 2025, dopo aver fallito davanti a Timbuctù il 1° luglio, a Kayes, il GSIM ha subito una grave sconfitta lasciando sul campo decine di morti. Anche in difficoltà, i 40.000 uomini delle Forze armate maliane (FAMa) mantengono infatti una superiorità numerica e materiale, beneficiando teoricamente del fuoco di copertura del contingente russo. A questo proposito, dato che da diverse settimane i russi dell’Africa Corps sono curiosamente assenti dal campo di battaglia, la domanda che sorge spontanea è se Mosca non abbia già deciso la fine dell’attuale regime maliano. Il futuro ci dirà di più. Se Bamako è il suo obiettivo, la strategia migliore per il GSIM sarebbe quella di lasciare che la città crolli dall’interno, sia attraverso manifestazioni, sia attraverso un blocco alimentare e di carburante, sia attraverso il caos o, in primo luogo, attraverso un cambio di regime. Lo scoppio della rivalità all’interno dell’esercito tra Assimi Goïta e Sadio Camara, ministro della Difesa, potrebbe infatti essere il segnale di una rivoluzione di palazzo. Una tale evoluzione potrebbe sbloccare la situazione politica aprendo la strada a negoziati che potrebbero portare a una coalizione che riunisca una parte della giunta, una parte della società civile e alcuni elementi “jihadisti”. Una soluzione che consentirebbe di guadagnare tempo, ma che salverebbe la faccia a tutti i protagonisti e potrebbe permettere alla Russia di non perdere le posizioni acquisite dopo l’espulsione o l’autoespulsione della Francia.

NIGERIA: GUERRA ETNICA O CONFLITTO RELIGIOSO?

In geopolitica, la semplificazione porta spesso a confusione. Di fronte ai massacri che stanno avvenendo in Nigeria, mettere in primo piano, come ha fatto il presidente Trump, la spiegazione religiosa, ovvero musulmani contro cristiani, nasconde il fondo del problema, le sue origini, il suo svolgimento e le possibilità di risoluzione.

In Nigeria, paese totalmente artificiale, gli attuali massacri si svolgono in due regioni diverse e la spiegazione di questi drammi non è la stessa. Così, nel nord-est del paese, dove imperversano Boko Haram e lo Stato Islamico (EIAO), è errato parlare di una guerra tra cristiani e musulmani, poiché la popolazione è musulmana per oltre il 95%. Al contrario, nella regione del Middle Belt, con epicentro la città di Jos, la spiegazione è diversa. La regione si trova infatti su un triplice confine:

– geografico tra il Sahel e gli altipiani centrali;

– etnico tra gli allevatori Peul e gli agricoltori sedentari;

– religioso perché mette in contatto la zona musulmana settentrionale e quella cristiana meridionale.

Otto Stati federali, Benue, Kaduna, Plateau, Adamawa, Torobe, Gombe, Bauchi e Nasarawa, sono coinvolti in questa guerra ricorrente che da secoli, e persino dal Neolitico, vede contrapposti i pastori Peul-Fulani, oggi musulmani, e gli agro-pastori sedentari, oggi cristiani. Prima dell’Islam e del Cristianesimo, due religioni importate, l’una nel XVIII secolo e l’altra alla fine del XIX, e come in tutto il Sahel e il peri-Sahel, pastori nomadi e agricoltori sedentari si scontravano. Lo scontro assunse proporzioni considerevoli quando, nel XVIII e XIX secolo, i sudisti subirono le incursioni schiaviste dei sultanati peul-fulani. Un ricordo molto vivo tra gli abitanti del sud, che vedono nelle attuali migrazioni dei PeulFulani un ritorno ai tempi antichi, prima della colonizzazione liberatrice. Gli scontri e i massacri a cui assistiamo oggi sono infatti chiaramente il prolungamento di quelli dell’epoca precoloniale e si inseriscono nella lunga storia etnica della regione. Non rendersene conto porta a semplificazioni, approssimazioni e risposte facili ma ben lontane dalla realtà. Non dimentichiamo infatti che alla fine del XVIII secolo la regione di Jos, allora popolata esclusivamente da animisti, resistette all’avanzata del regno musulmano di Sokoto e che, alla fine del XIX secolo, quando stavano per essere soggiogati, i Birom e i popoli a loro affini sfuggirono alla conquista nordista diventata musulmana solo grazie all’arrivo degli inglesi. Si convertirono allora al cristianesimo (protestantesimo) per marcare bene la loro differenza con i vicini nordisti. In realtà, come in tutto il resto del Sahel, assistiamo attualmente alla ripresa di un movimento secolare verso il mondo sudanese, movimento che era stato temporaneamente bloccato dalla colonizzazione europea alla fine del XIX secolo.

A questi strati sedimentari storici e poi religiosi si aggiunge oggi il problema causato dalla demografia suicida del Sahel-Sudan, che amplifica le conseguenze del peggioramento climatico e alimenta la guerra per l’uso della terra. Tanto più che la regione, essendo sia agricola che pastorale, costituisce, come appena detto, un confine geografico tra il nord saheliano e il sud sudanese formato da una savana arbustiva. Ecco perché gli scontri frontali tra le etnie nomadi convertite all’Islam da due o tre secoli e quelle sedentarie convertite al Cristianesimo da un secolo si verificano proprio al confine, a contatto tra le due zone di compenetrazione economica ed etnico-confessionale. Governato politicamente dai cristiani, lo Stato del Plateau, dove si trova il promontorio di Jos, costituisce un punto di attrito perché, di fronte ai pastori musulmani peul, qui si ergono le etnie indigene cristiane. Nello Stato dell’Altopiano sono i Berom e i Tarok, nello Stato di Adamawa i Bachama e gli Yandang, in quello di Benue i Tiv, gli Idoma e gli Igede, nello Stato di Nasarawa gli Eggon e in quello di Taraba i Jukun. Questo movimento si ritrova in tutta l’Africa occidentale. Per memoria, in Mali e Burkina Faso sono, tra gli altri, gli agricoltori Songhay, Dogon o Mossi a confrontarsi con gli allevatori Peul. Ma la differenza è che, essendo questi due paesi in gran parte musulmani, non è possibile avanzare la comoda spiegazione della guerra religiosa. In Nigeria, la secolare opposizione tra pastori e agricoltori è amplificata dal federalismo. La Nigeria, Stato federale, è infatti divisa in 36 Stati in cui l’etno-democrazia elettorale conferisce il potere alle etnie più numerose, con la conseguenza che le politiche sono condotte a esclusivo vantaggio di queste ultime. Nella regione dei due Stati di Benue e Taraba, dove gli agricoltori maggioritari sono al potere, sono state approvate leggi anti-transumanza, che consentono l’allevamento solo in ranch recintati e il trasporto del bestiame solo su rotaia o su camion. Il risultato è che il flusso della transumanza è stato deviato verso gli Stati di Nasarawa e Adamawa, dove l’intensificarsi degli scontri tra pastori e agricoltori è diventato una vera e propria guerra. E poiché gli uni sono musulmani e gli altri cristiani, gli osservatori parlano con sconcertante semplicismo di guerra religiosa. Per memoria, la Nigeria è un puzzle umano composto da diverse decine di popoli divisi religiosamente in 43% di musulmani, 34% di cristiani e 19% di animisti.

MALI: VERSO IL COLLASSO?

Nel 2021, dopo aver chiesto il ritiro delle truppe francesi, la giunta maliana guidata dal colonnello Assimi Goïta ha firmato un accordo strategico con la Russia. Quattro anni dopo, il regime maliano è praticamente assediato nella capitale, Bamako.

In Mali, nel 2021 tutto era rose e fiori perché la Russia aveva promesso mari e monti… ma nel 2025 la sicurezza che era reale ai tempi di Barkhane è ormai solo un lontano ricordo, il Paese non ha più né cibo né carburante, mentre l’elettricità è razionata. Il crollo economico e della sicurezza è tale che il futuro è molto cupo. Dal 2024, la capitale Bamako subisce persino un blocco che non dice il suo nome, perché il cordone ombelicale che la collega al Senegal viene regolarmente tagliato. I prezzi sono quindi esplosi, con un litro di benzina – quando disponibile – il cui prezzo è quasi triplicato e una carenza di prodotti alimentari e di prima necessità. Al di fuori di Bamako, il nord è sotto il controllo dei tuareg di Iyad Ag Ghali, mentre il centro e il sud sono quasi interamente amministrati dai gruppi prevalentemente fulani affiliati al JNIM (Jama’at Nusrat al-Islam wal-Muslimin) che controllano le arterie che collegano Bamako-Ségou-Mopti-Timbuktu. A nord, il regime di Bamako ha dichiarato chiaramente guerra a tutte le fazioni tuareg, come dimostra l’annuncio dello scioglimento del Gruppo di autodifesa tuareg Imghad e alleati (GATIA) deciso il 30 ottobre 2025. Fondato nel 2014, il GATIA era composto da tuareg non secessionisti che formavano una milizia collegata all’esercito maliano. Il suo storico capo era il generale Ag Gamou, il cui braccio destro Fahad Ag Almahmoud è stato ucciso il 1° dicembre 2024 da un drone maliano. Con questa eliminazione, la giunta di Bamako ha quindi tagliato i ponti con i suoi unici alleati tuareg, quelli che, a differenza dei separatisti tuareg del MNLA (Movimento Nazionale per la Liberazione dell’Azawad), volevano mantenere l’Azawad (il nord del Mali) all’interno della Repubblica del Mali. Inoltre, il GATIA era membro della Piattaforma dei movimenti del 14 giugno 2014 di Algeri, che era la coalizione dei gruppi armati filo-governativi. Di fatto, Bamako è quindi impegnata nella politica del peggio con i tuareg, e questo proprio nel momento in cui la leadership di Iyad Ag Ghali è stata ripristinata su tutti i movimenti indipendentisti tuareg.

RUSSIA-ALGERIA, VERSO LA ROTTURA?

Il deterioramento delle relazioni tra Algeri e Mosca è emerso chiaramente il 31 ottobre 2025 davanti al Consiglio di Sicurezza dell’ONU, quando il rappresentante della Russia non ha posto il veto al piano che riconosceva di fatto la sovranità marocchina sul Sahara cosiddetto “occidentale”. In realtà, si tratta dell’inizio di uno sconvolgimento della geopolitica regionale. Un’evoluzione iniziata nel 2021 a seguito di tre gravi errori diplomatici algerini.

La rottura tra i due storici alleati Russia e Algeria sembra essere definitiva, mentre dall’indipendenza l’Algeria non aveva mai smesso di allinearsi alle posizioni, ieri dell’URSS e poi della Federazione Russa, che fornisce alla sua armata la maggior parte delle attrezzature. I primi due errori diplomatici che hanno rotto il patto di amicizia tra l’Algeria e la Federazione Russa risalgono al 2021.

1) Il primo risale all’aprile 2021, quando l’Algeria ha rifiutato di aprire il suo porto di Mers el-Kébir alla flotta russa in rotta verso la Siria, che aveva chiesto semplicemente di potersi rifornire. Anche se nessun comunicato ufficiale lo ha dimostrato, la Russia ha preso molto male quello che considerava un tradimento da parte di questo alleato regionale che aveva sempre sostenuto. Da quel momento, Mosca capì che l’Algeria non era un partner affidabile. E, poiché la sua marina aveva bisogno di un punto d’appoggio nel Mediterraneo e non voleva dipendere esclusivamente da quello di Tartus, in Siria, la Russia iniziò a interessarsi al porto in acque profonde di Tobruk, nella Cirenaica. Tuttavia, l’uomo forte di quella parte della Libia, il generale Haftar, che era un alleato di Mosca, aveva una grave controversia con l’Algeria, che sosteneva il regime di Tripoli che lui stesso combatteva. Inoltre, attraverso i Tuareg libici, Algeri cercava di impedirgli di prendere il controllo della parte occidentale del Fezzan. Senza dimenticare che sullo sfondo si poneva la questione territoriale non risolta della parte più occidentale del Fezzan, zona ricca di idrocarburi, ma territorio libico un tempo annesso all’Algeria francese e di cui l’Algeria indipendente aveva ereditato il controllo.

2) Il secondo grande errore diplomatico algerino risale all’inizio dell’estate 2021, quando, sostenute dalla Russia, le forze del generale Haftar avanzavano verso Tripoli. Nel mese di giugno 2021, in preda al panico, il presidente Tebboune dichiarò allora molto imprudentemente che l’Algeria era pronta a intervenire in Libia per fermare l’avanzata dell’alleato della Russia… La rottura era quindi ufficiale. Avendo capito di aver segato il ramo su cui poggiava il suo potere, nel giugno 2023 il presidente Tebboune effettuò una visita di Stato a Mosca per cercare di «dissipare i malintesi». Dopo essere stato ricevuto dal presidente Putin, la stampa algerina non ha trovato superlativi abbastanza forti per salutare il ritorno della “tradizionale amicizia” tra i due paesi. Ma due mesi dopo, la Russia, che non aveva dimenticato nulla, si oppose all’ingresso dell’Algeria nel BRICS. Senza pietà, Serge Lavrov, ministro degli Affari esteri russo, dichiarò il 24 agosto 2023: «Allarghiamo le nostre fila con coloro che condividono la nostra visione comune». Così sia!

3) Ad aggravare ulteriormente la rottura tra Mosca e Algeri, già in atto, alla questione libica si è aggiunta quella del Mali, paese in cui gli interessi dell’Algeria e della Russia sono diametralmente opposti. Mosca sostiene infatti il regime maliano, che sta combattendo sia contro i tuareg che contro i gruppi terroristici armati. Dall’altra parte, l’Algeria ha una politica costante che consiste nel sostenere tutte le rivendicazioni regionali che consentono di indebolire i suoi vicini, in modo da non essere essa stessa colpita dai propri problemi etnici.

Mi spiego meglio. Il Sahara, che non è mai stato algerino poiché l’Algeria è una creazione coloniale francese, è la patria dei Tuareg. Tuttavia, poiché questi ultimi vivono principalmente in Algeria, tutti i problemi che si presentano ai loro cugini in Libia, Mali o Niger hanno naturalmente delle ripercussioni. Ecco perché, al fine di garantire la pace tra i propri Tuareg, Algeri intende esercitare una “sovranità” su quelli dei paesi vicini… Il risultato è che gli interessi regionali della Russia e dell’Algeria si scontrano. L’ultima gaffe algerina risale a lunedì 13 ottobre 2025, quando, durante una conferenza stampa tenuta a Mosca davanti alla stampa araba, il ministro degli Esteri russo Sergej Lavrov è stato interpellato da una giornalista algerina della televisione pubblica AL24 News, che dipende direttamente dalla direzione della comunicazione della presidenza algerina. Quest’ultima ha accusato la Russia di aver commesso crimini contro i civili maliani uccisi da elementi dell’Africa Corp, un’unità militare russa che ha sostituito i paramilitari di Wagner. La risposta del ministro degli Esteri russo è stata allo stesso tempo tagliente e piena di umorismo: «La sua domanda è stata ben preparata e lei l’ha letta in modo perfetto». Il sottinteso è che il regime algerino che l’ha redatta le ha chiesto di porla. «Per quanto riguarda i timori dell’Algeria sulla presenza dell’Africa Corp nei paesi del Sahel, le preciso che la nostra presenza militare in Mali risponde a una richiesta delle autorità legittime di quel paese», ha aggiunto Serguei Lavrov. Ha poi aggiunto che le tensioni esistenti tra il Mali e l’Algeria risalgono all’epoca coloniale, quando i confini artificiali furono tracciati dal colonizzatore francese. Con questa affermazione, Serguei Lavrov ha diplomaticamente fatto capire ai leader algerini che il loro Paese deve i propri confini alla colonizzazione, sollevando al contempo il problema dell’intangibilità dei confini coloniali, un tabù per l’Algeria, Paese fatto di pezzi e bocconi. La conseguenza della progressiva rottura tra Russia e Algeria è che Mosca si sta ormai allontanando sempre più dalle posizioni algerine. Incapace di reagire, ridotto all’impotenza, il «sistema» algerino sta morendo dall’interno, schiacciato dalle proprie contraddizioni e rovinato dalle prevaricazioni della sua nomenklatura. Un’agonia che ha conseguenze internazionali e che provoca l’isolamento dell’Algeria, nonché la sua emarginazione sulla scena internazionale.

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Afrocentrismo e decolonialismo o la storia della rivincita_di Bernard Lugan

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Se i numerosi conflitti africani odierni sono spesso la riattivazione di quelli precedenti alla colonizzazione, il loro aggravarsi deriva invece dal tracciato dei confini coloniali accettati durante il periodo postcoloniale dagli Stati indipendenti. Il principio della loro intangibilità risale infatti al 21 luglio 1964, quindi dopo l’indipendenza, data a partire dalla quale ha costituito uno dei fondamenti dell’Organizzazione dell’Unità Africana (OUA), l’antenata dell’Unione Africana (UA). Fu proprio in quel giorno, durante la seconda Conferenza dei Capi di Stato e di Governo dell’OUA, riunita al Cairo, in Egitto, che fu sancito questo principio cristallino, con gli Stati membri che si impegnarono a rispettare i confini esistenti al momento dell’indipendenza. Mentre nel 1961, quindi prima dell’indipendenza, il GPRA (Governo provvisorio della Repubblica algerina) aveva aderito al “Gruppo detto di Casablanca” che era favorevole, caso per caso, alla ridefinizione dei confini dei nuovi Stati, l’Algeria dopo il 1962 si schierò invece a favore dello status quo coloniale. La posizione dell’Algeria era comprensibile, poiché aveva beneficiato in modo eccessivo delle “generosità” territoriali concesse dal suo ex colonizzatore, ovvero tutto il Marocco orientale (Tindouf, Béchar, il Gourara, il Tndikelt, la Saoura, Tabelbala), nonché una parte della Tunisia e della Libia, per non parlare del nord dell’ex AOF, il “faro” dell’anticolonialismo che era l’Algeria difese quindi “con le unghie e con i denti” l’eredità territoriale coloniale che l’aveva fatta nascere… Tuttavia, il principio dell’intangibilità dei confini presenta quattro difetti principali: 1) Conferma le amputazioni e i tagli operati dai colonizzatori. 2) Separa popoli affini. 3) Costringe a vivere negli stessi Stati popoli storicamente in conflitto. 4) Grazie all’etno-matematica elettorale del “one man, one vote”, conferisce automaticamente il potere ai popoli le cui donne sono più fertili. Dopo il 1960, chiusa la parentesi coloniale senza scontri di rilievo, senza quelle battaglie di grande intensità che devastarono l’Indocina, l’Africa fu devastata da molteplici conflitti etnici, nati per lo più dalla questione dei confini, che causarono milioni di morti e decine di milioni di sfollati. Terminata la “guerra fredda”, l’Africa si è poi infiammata intorno alla questione, dichiarata o meno, dei confini. Nel decennio 2000-2010, il 70% delle decisioni dell’ONU e il 45% delle sessioni del Consiglio di Sicurezza sono state dedicate ai conflitti africani. Oggi in Africa sono in corso più di 50 conflitti armati. E se li analizziamo in modo obiettivo, dobbiamo constatare che nella maggior parte dei casi sono, direttamente o indirettamente, la conseguenza di uno dei quattro punti negativi evidenziati sopra. Bernard Lugan

Afrocentrismo e decolonialismo o la storia della rivincita

A partire dagli anni ’50-’60, la storia dell’Africa viene regolarmente scritta attraverso un prisma ideologico basato sui postulati afrocentristi. Questa ideologia, teorizzata dall’accademico afroamericano Molefi Kete Asante negli anni ’80 e che si basa sullo storico senegalese Cheikh Anta Diop, è costruita attorno alla volontà di porre l’Africa al centro di ogni riflessione storica, culturale e identitaria. Questo volontarismo fa sì che gli afrocentristi e i loro parenti decoloniali non ragionino come storici. Per loro, la storia non è una scienza, ma un mezzo per affermare visioni valorizzanti. Per giustificare le loro ipotesi, hanno rinunciato alla storia come scienza perché non fanno differenza tra fatti e miti. Affermano inoltre che la storia ufficiale non è altro che una forma di imperialismo, poiché è scritta con concetti storici occidentali. Cugino dell’afrocentrismo, il decolonialismo (o pensiero decoloniale) è una corrente intellettuale nata in America Latina alla fine del XX secolo. Il suo obiettivo era quello di criticare e decostruire la “colonialità” del potere e del sapere visti come strutture di dominio ereditate dalla colonizzazione. Secondo i decolonialisti, queste strutture persistono nonostante l’indipendenza e per questo è necessario mettere in discussione i concetti ereditati dall’Occidente che le mantengono in vita. L’afrocentrismo e il decolonialismo si incontrano nella loro critica all’eredità coloniale ed entrambi immergono i loro sostenitori negli eteri, proiettandoli nelle nuvole.

AFROCENTRISMO O NEGROCENTRISMO?

L’afrocentrismo, che è un’ideologia razziale e vendicativa, si basa sui postulati enunciati da Cheikh Anta Diop negli anni ’50-’60. Autodidatta e compilatore, quest’ultimo sosteneva che la storia fosse una falsificazione dei bianchi destinata a occultare l’eredità “negra” al capitale dell’umanità

. L’afrocentrismo, questo nazionalismo culturalista su base razziale, afferma il primato creativo della negritudine. Esso postula che i neri abbiano inventato tutto, dall’agricoltura alle scienze, che il primo uomo fosse nero e che l’antico Egitto fosse “negro”. Piuttosto che di afrocentrismo, sarebbe quindi più corretto parlare di “negrocentrismo”, poiché tutta la dimensione nordafricana (bianca) ne è assente.

Gli afrocentristi affermano: 1) Che tutte le invenzioni fondamentali sono state fatte dagli egizi, quindi dai neri. 2) Che la civiltà egizia è all’origine di tutte le evoluzioni intellettuali che hanno avuto luogo nel bacino del Mediterraneo, in particolare in Grecia, e che quindi la civiltà occidentale è nata dall’Africa “negra”. Per razzismo, perché non potevano ammettere di dovere tutto ai neri, i bianchi hanno nascosto che la cultura greca è “negra” e che, di conseguenza, la civiltà europea da cui deriva è un’eredità, un lascito “negro”.

I postulati di C.A. Diop furono enunciati a partire dal 1952 nel n. 1 di La Voix de l’Afrique, organo degli studenti del RDA (Rassemblement Démocratique Africain), intitolato “Vers une idéologie politique africaine” (Verso un’ideologia politica africana). Essi furono ripresi e sviluppati nel 1954 in “Nazioni negre e cultura: dall’antichità negra egiziana ai problemi attuali dell’Africa nera oggi” pubblicato da Présence Africaine, poi nel 1960 in “I fondamenti culturali, tecnici e industriali di un futuro Stato federale dell’Africa nera”, nel 1967 in “Antériorité des civilisations nègres. Mythe ou vérité historique ?” (Anteriorità delle civiltà negre. Mito o verità storica?) e nel 1981 in “Civilisation ou Barbarie” (Civiltà o barbarie). Le principali critiche ai postulati di C.A. Diop sono state formulate da: – Fauvelle-Aymar, F-X., (1996) L’Africa di Cheikh Anta Diop, storia e ideologia. Parigi.

Verso il 5000 a.C., dalle Fiandre al Danubio si costituì una civiltà contadina europea che utilizzava la trazione animale, mentre l’Africa subsahariana, l’Africa nera, da parte sua, scoprì quest’ultima, così come la ruota, la carrucola e l’aratro… solo con la conquista araba e poi la colonizzazione, quasi 6000 anni dopo… Per quanto riguarda i tre quarti delle piante alimentari consumate oggi a sud del Sahara (mais, fagioli, manioca, patate dolci, banane, ecc.), sono di origine americana o asiatica e sono state introdotte a partire dal XVI secolo dai colonizzatori portoghesi…

I faraoni, famosi elettricisti Durante un’intervista surreale pubblicata lo scorso 22 marzo su Youtube, totalmente permeata dall’afrocentrismo, il rapper “Maître Gims” spiegava con tono dottorale che gli antichi egizi, che secondo lui erano naturalmente di pelle nera, conoscevano tra l’altro l’elettricità. Infatti: “Le piramidi (…) hanno dell’oro sulla sommità. L’oro è il miglior conduttore di elettricità. Erano delle maledette antenne, la gente aveva l’elettricità […]. Gli egizi, la scienza che possedevano, supera ogni comprensione e gli storici lo sanno”.

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Ed ora……il pentimento per il Camerun… di Bernard Lugan

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Emmanuel Macron avrà quindi spuntato tutte le caselle del suo breviario del pentimento. Gli mancava solo il Camerun, ma ora anche quello è stato fatto… In una lettera datata 30 luglio al presidente camerunese Paul Biya e resa pubblica martedì 12 agosto 2025, il presidente del pentimento ha così ufficialmente riconosciuto che la Francia ha condotto una “guerra” in Camerun, prima e dopo l’indipendenza del 1960, caratterizzata da “violenze repressive”.

Ritorno su una storia che ancora una volta mette in luce questo singolare etno-masochismo presidenziale che finisce per assomigliare a una frattura psicologica.

Nel 1957 e nel 1958, mentre l’indipendenza del Camerun era ormai avviata e la Francia, per prepararla in modo coerente, aveva appena insediato un governo autonomo, l’UPC (Unione delle popolazioni del Camerun), un movimento radicale, scatenò un’insurrezione nella regione della Sanaga marittima, provincia occidentale del Camerun.

Fondata nel 1948 da Ruben Um Nyobé, un Bassa, l’UPC aveva due rivendicazioni:

1) L’unificazione dei due Camerun (quello sotto il protettorato britannico e quello sotto il protettorato francese),

2) L’indipendenza immediata.

Contrariamente a quanto scritto all’epoca, nella sua prima versione l’UPC non era comunista, ma un partito indipendentista radicale che godeva del sostegno del campo comunista.

A partire dal 1955, l’UPC, che reclutava principalmente tra i Bassa, una delle etnie del Camerun, lanciò violente campagne, in particolare a Douala e Yaoundé, ferendo o uccidendo africani ed europei. Nel 1956, questo movimento terroristico fu quindi vietato e il suo leader, Um Nyobé, si rifugiò nella sua terra natale, nel paese Bassa, dove creò il CNO (Comitato nazionale di organizzazione).

Allo stesso tempo, a seguito delle elezioni del dicembre 1956, al Camerun fu concesso uno status che avviava il processo finale verso l’indipendenza. Quest’ultima era quindi non solo programmata, ma anche annunciata. Tuttavia, l’UPC, che voleva un’indipendenza strappata e non negoziata e che aveva adottato una posizione massimalista, si autoescluse dal processo indipendentista consensuale. Messa alle strette e avendo perso l’iniziativa, l’UPC intraprese allora la via della violenza.

Il 5 settembre 1957 scoppiarono disordini nel Paese Bassa, nelle suddivisioni di Eséka e Ngambé nella Sanaga. L’obiettivo di Um Nyobé era allora quello di sottrarre questa regione forestale all’autorità dell’amministrazione. Di fronte a questa opera di destabilizzazione, la Francia dovette rapidamente ristabilire l’ordine perché, davanti all’ONU, doveva poter dimostrare che il governo autonomo che avrebbe dovuto condurre il Paese all’indipendenza era effettivamente il rappresentante delle popolazioni del territorio.

L’alto commissario francese dell’epoca, Pierre Messmer, che rimase in carica fino all’autunno del 1958, prima di essere nominato alto commissario per l’AEF, decise quindi di contenere e poi di ridurre l’insurrezione.

Il 9 dicembre 1957 fu così creata una zona operativa posta sotto il comando del tenente colonnello Lamberton, che disponeva solo di quattro compagnie, ovvero meno di un migliaio di uomini, per compiere la sua missione in un ambiente forestale di difficile accesso. Tre compagnie supplementari arrivarono in rinforzo nel gennaio 1958. Fu quindi con meno di 1500 uomini, un effettivo irrisorio su scala nazionale, che l’insurrezione fu combattuta. Questo riporta a proporzioni realistiche il canto di battaglia della falsa storia scritta dall’UPC…

Il cuore della ribellione si trovava allora a Makak, a circa 30 chilometri a est di Eséka. La regione fu isolata, poi i deboli contingenti francesi diedero la caccia ai guerriglieri. Il 13 settembre 1958, durante uno scontro a pochi chilometri da Boumyebel, il suo villaggio natale, Ruben Um Nyobé fu ucciso. L’alto commissario francese Xavier Torre fece allora una dichiarazione alla radio Yaoundé annunciando che, come previsto, la Francia avrebbe concesso l’indipendenza al Camerun il 1° gennaio 1960.

La ribellione, circoscritta a un’unica etnia, era quindi terminata. Dal settembre 1957 all’ottobre 1958, i ribelli avevano ucciso 75 civili, ferito 90 e rapito 91. L’esercito francese aveva ucciso 371 insorti e ferito 104. Siamo ben lontani dalla “repressione coloniale” descritta dai decolonizzatori…

Indipendente dal 1° gennaio 1960, il Camerun ‘francese’ fu raggiunto nel 1961 da una parte del Camerun “britannico” a seguito di un referendum che divise quest’ultimo in due. Il nord musulmano entrò a far parte della Nigeria e il sud si unì all’ex territorio sotto tutela francese per costituire con esso la Repubblica Federale del Camerun, il cui primo presidente fu Ahmadou Ahidjo, un musulmano peul del nord.

Il nuovo Stato dovette affrontare la rivolta bamileké, una forma di rivolta contadina etnica che sfociò nel terrorismo e nella creazione di gruppi di guerriglieri. Il rischio era quindi grande di assistere alla disintegrazione di un Paese la cui popolazione era composta da oltre 200 etnie. Legata al Camerun indipendente da accordi di difesa, la Francia aiutò allora il governo federale a sedare la rivolta bamileké. Questa politica evitò al Camerun di conoscere gli stessi drammi del Congo dove, a differenza della Francia, il Belgio non aveva accompagnato i primi passi esitanti del giovane Stato congolese, che fu travolto dal ciclo di lotte tribali e regionali che lo devastarono per diversi decenni.

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